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dialetti italiani

Dialetti italiani. Storia e caratteristiche

Nella nostra penisola accanto all’italiano vengono parlate anche le sue varietà regionali note come dialetti italiani.

Sulla parola “dialetto” sono state avanzate molte definizioni, tra cui due in particolare: la prima indica la varietà di una lingua parlata in una data area geografica accanto alla lingua standard. La seconda invece indica una lingua che non viene riconosciuta come ufficiale e che ha una propria grammatica, un proprio lessico e una storia culturale e letteraria.

Origini dei dialetti italiani

Come è noto l’italiano, il francese, lo spagnolo e tutte le lingue romanze derivano dal latino. Non però il latino letterario di Cicerone e Tacito, quello indicato come classico, ma quello parlato dalle popolazioni dell’Europa occidentale assoggettate dai Romani. Nei territori conquistati dall’Impero veniva infatti imposta la lingua latina la quale, tuttavia, veniva contaminata dalle parlate locali. Il risultato che venne fuori era il latino volgare (da volgus, popolo in italiano. Quindi latino parlato dal popolo).

Con la caduta dell’Impero romano d’Occidente nel 476 d.c. e la formazione dei regni romano-barbarici, il latino perse la propria stabilità e accelerò il proprio processo di contaminazione. La stessa cosa avvenne anche in Italia, dove il latino volgare dette vita alla lingua italiana e anche ai dialetti italiani.

Suddivisione dei dialetti italiani

I dialetti italiani rappresentano una realtà viva e pulsante. In molti casi acquistano addirittura lo status di lingua ufficiale di una regione e tutti hanno una propria grammatica, un proprio lessico e una propria storia culturale e letteraria. Vengono classificati in cinque gruppi:

  • Dialetti settentrionali. Sono tutti quei dialetti italiani che vengono parlati nel Nord dell’Italia, delineati da quella che in linguistica viene chiamata “linea La Spezia – Rimini”. Questo gruppo si suddivide in due sottogruppi:

dialetti gallo-italici, detti così in quanto formatisi nei territori abitati in precedenza dalle popolazioni celtiche e comprendono il piemontese, il lombardo, il ligure, il trentino e l’emiliano-romagnolo.

dialetti veneti, sviluppatasi in Veneto e nel Trentino. Comprendono il veneto, il veronese, il vicentino-padovano, il triestino, il trevigiano, il veneto-giuliano.

  • Dialetti toscani. Noti anche come “vernacoli”, si tratta di dialetti italiani parlati in Toscana. Di questo gruppo fanno parte il senese, l’aretino, il pisano, il pistoiese e il lucchese. Particolarmente importante è il fiorentino, sviluppatosi a Firenze. Il contributo che nel medioevo gli dettero Dante, Petrarca e Boccaccio (le “tre corone”) permisero a questo dialetto di divenire la lingua della letteratura italiana e quindi l’idioma dell’intera penisola. Ciò porterà alla nascita di quella che passerà alla storia come “questione della lingua”, i cui natali vanno cercati proprio nel Dante del de Vulgari eloquentia per poi venire approfondita nel ‘500 con le Prose di Pietro Bembo e che solo all’indomani dell’unità d’Italia diverrà lingua ufficiale dell’Italia grazie anche al contributo di Alessandro Manzoni.
  • Dialetti meridionali. Questo gruppo di dialetti è parlato nel sud dell’Italia ed è diviso in tre sottogruppi:

Dialetti meridionali centrali: comprendono il laziale, il romanesco, l’umbro, il ciociaro e il marchigiano settentrionale.

Dialetti meridionali intermedi: comprendono le varietà meridionali del laziale, dell’umbro e del marchigiano, l’abruzzese, il molisano, il campano, il pugliese, il lucano, il calabrese settentrionale.

Dialetti meridionali estremi: troviamo la varietà meridionale del calabrese, il siciliano e il salentino.

A loro volta questi sottogruppi si dividono in altre parlate. Ad esempio il campano si suddivide in tanti dialetti: il napoletano, l’iripino, il beneventano, il procidano e il cilentano.

Altri gruppi di dialetti italiani

Esistono casi di dialetti italiani che sono delle vere e proprie lingue autonome. Queste sono suddivise in due gruppi.

  • Dialetti sardi. Questi si suddividono in settentrionali, il gallurese e il sassarese, e in meridionali, logudorese e campidanese.
  • Dialetti ladini, comprendenti il friulano (parlato in Friuli-Venezia Giulia), il dolomitico (parlato in Alto Agide) e il romancio. In realtà quest’ultimo è parlato prevalentemente nel cantone dei Grigioni in Svizzera.

Caratteristiche grammaticali dei dialetti italiani

Dialetti settentrionali: Per quanto riguarda la fonetica, notiamo una massiccia presenza dell’apocope, ovvero la caduta di tutte le vocali finali diverse dalla -a, l’assenza di consonanti doppie e la lenizione delle consonanti intervocaliche sorde in sonore (savar da SAPERE).  Morfologicamente si trova il genere femminile per sostantivi generalmente neutri (Miéu, “il miele”; Sciàura, “il fiore”). Nei dialetti veneti si riscontra l’uso obbligatorio del pronome clitico soggetto davanti al verbo (Ti te manyi, “tu mangi”).

Dialetti Toscani:  Foneticamente è comune il fenomeno delle gorgia toscana, l’aspirazione delle consonanti occlusive sorde k, t e p che diventano fricative e approssimate (am’io per “amico”, de’oro per “decoro”). Per quanto riguarda la morfologia, in molte varianti del fiorentino e nel pistoiese non è raro luso dell’articolo determinativo davanti ai nomi propri femminili (Ieri ho visto la Luisa dal parrucchiere), l’uso del pronome te in funzione soggettivale invece del tu ( Te vai a cucinare) e il raddoppio del pronome personale dativo già adoperato da Manzoni ne I Promessi Sposi (a me mi piace, invece di a me piace).

Dialetti meridionali: nel maggior parte dei dialetti di questo gruppo è presente il fenomeno fonetico della metafonesi, la chiusura delle vocali toniche ed si chiudono in presenza di una -i o di una -u in posizione finale (il napoletano còre per “cuore”). Altri fenomeni appartenenti a questa tipologia di dialetti italiani sono la tendenza a pronunciare la consonante b come una v in posizione iniziale (vàse per “bacio”), assimilazione progressiva dei nessi consonantici ND e MB rispettivamente in -nn e -mm (palùmme per “colomba”, dal latino PALUMBA; nne per “tondo”, dal latino TUNDU), l’apocope dei suffissi verbali –are, –ere ed –ire nel tempo infinito (candà per “cantare”) e il raddoppiamento fonosintattico della consonante inziale causato dalla presenza di un monosillabo precedente ( o ccafè per “il caffè”).

A livello morfologico troviamo quello che è in linguistica è definito neutro di materia, la presenza del genere neutro accanto a quello maschile e femminile per i sostantivi che indicano sostanze (‘o nniro, il colore nero), l’ènclisi dell’aggettivo possessivo (sòrete, “tua sorella”) e formazione del condizionale con il costrutto “avèsse a” o “jere a”. Per quanto riguarda la sintassi non è rara la presenza della preposizione semplice a davanti al complemento oggetto, un costrutto noto come accusativo preposizionale (salùteme à sòrete, salutami a tua sorella), uso del costrutto “andare + gerundio” per sottolineare l’aspetto durativo di un’azione (che vvànne facénne?, che stanno facendo?) e l’uso dell’indicativo presente in luogo del futuro.

Fonte immagine copertina: http://www.scienze.rai.it/articoli/capiamoci-bene-dallisct-di-padova-arriva-il-traduttore-online-dei-dialetti-italiani/32688/default.aspx

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