Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Grand Budapest Hotel: Il sogno prende forma

The Grand Budapest Hotel - 64th Berlin Film FestivalÈ l’imprescindibile incontro fra passato e futuro a caratterizzare l’inizio del film “Grand Budapest Hotel” del regista Wes Anderson (I Tenenbaum, Moonrise Kingdom).

Il metodo surreale e dissacrante di Anderson, a cui c’ha pian piano abituato nei suoi lavori precedenti, raggiunge l’apice della sua beltà in questa ora e mezza abbondante, non lasciando alcun dubbio sul merito delle nomination agli Oscar negli spettatori.

Sarà proprio la sera del 22 febbraio, a Los Angeles, quella in cui Grand Budapest Hotel si contenderà diverse statuette con altri film di alta caratura, tra cui, forse quella più importante, di Miglior Film. In gioco, c’è anche l’ Oscar per migliori costumi e ad ambirlo è proprio una nostra compatriota, Milena Canonero, già vincitrice di questo premio in passato.
Nei primi minuti del lungometraggio, vediamo una giovane ragazza depositare una chiave d’albergo sul monumento dedicato all’autore del celebre romanzo Grand Hotel Budapest, il cui nome ci è ignoto.
Poco dopo, grazie ad una serie di analessi, torniamo indietro agli anni precedenti alla stesura del testo e all’incontro del giovane scrittore con Zero Moustafa, anziano proprietario del decadente Grand Budapest Hotel, il quale lo invita a cena con la promessa di raccontargli la storia dello stabilimento. Siamo nel 1968.
Grazie ad un ulteriore flashback, ci spostiamo nel 1932, ai tempi d’oro del Grand Budapest Hotel, posto tra le montagne dell’immaginaria Repubblica di Zubrowka, in cui a dirigere l’albergo troviamo il concierge Monsier Gustave H. (Ralph Fiennes). Personaggio particolare, eccentrico e, al contempo, dotato di una classe indiscutibile, tiene d’occhio tutte le faccende e vicende all’interno del motel, intraprendendo diverse relazioni affettive e sessuali con le sue anziane ospiti, appartenenti all’ aristocrazia europea di quel periodo.
Sarà proprio la morte di una queste donne, Madame D.  (Tilda Swinton )e il desiderio di porle un ultimo omaggio a far si che questi insieme a Zero (Tony Revolori), solo un facchino al tempo, si metta in viaggio per raggiungere la villa di residenza della vecchia amante, per poi scoprire, una volta lì, d’essere presente nel testamento della morta e d’aver ricevuto in eredità il dipinto del “Ragazzo con mela”, capolavoro di Johannes Van Hoytl il Giovane, provocando le gelosie e le brame del figlio e delle sorelle che lo desideravano per sé.
Sarà questo l’evento scatenante della serie d’avventure che i due vivranno assieme.
Durante la visione di Grand Budapest Hotel è molto difficile comprendere se si osserva l’ennesima trasposizione cinematografica di una storia vera, o presunta tale, o la semplice creatura partorita dalla fantasia degli sceneggiatori del film, visto la perfetta miscelazione della realtà col fittizio.
Gli eventi e i luoghi, per come conosciamo noi la storia e la geografia, sono sicuramente fasulli, diversi e creati appositamente per farvi muovere all’interno i personaggi inventati da Anderson, eppure in alcuni attimi si crea la sensazione di star osservando qualcosa di realmente accaduto.
A toglierci questa parvenza di deja vù, ci pensano le inquadrature e i movimenti di macchina del regista, un attimo prima aperti e l’attimo dopo quasi claustrofobici, in cui Anderson ci mostra ancora una volta il suo amore per la simmetria.
Ma se la regia e la fotografia svolgono degnamente il loro lavoro, non sono da meno gli attori chiamati ad interpretare i diversi ruoli a loro corrisposti, capaci di far dono ai personaggi di fantasia della natura umana e dell’intero spettro delle emozioni connesso.
Non ci sono macchiette o personaggi estremizzati all’interno di questo film, non ci troviamo il classico nemico da odiare, ma il regalo di uno spettacolo di sentimenti perfettamente alternati e la forte impronta di una comicità dedita al surreale (come, ad esempio, la distruzione irosa e insensata di un prezioso Schiele trovato al posto del Ragazzo con mela).
Ed è, forse, questa la metafora di questo film meritevole d’essere visionato, ammirato e sponsorizzato, l’assoluto e divampante desiderio di possedere, di riprendersi ciò che c’è stato regalato da chi abbiamo in qualche modo amato e tenercelo vicino, stretto, proprio come si dovrebbe fare con chi si ama.

– Grand Budapest Hotel: Il sogno prende forma –

Print Friendly, PDF & Email