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Eroica Fenice

Idun: dea della giovinezza eterna

Idun: dea della giovinezza eterna per la mitologia norrena

Idun: un viaggio alla scoperta della dea nordica dell’eterna giovinezza | Opinioni

Idunn (conosciuta come Idun in inglese e Iðunn in islandese) è una dea della mitologia nordica, fanciulla associata all’eterna giovinezza.

Idun è la moglie di Bragi, il dio della poesia e della saggezza ma, mentre il marito nutre gli uomini con il nettare dei poeti, Idun quotidianamente lo accompagna ad Asgard (o Ásgarðr), l’Olimpo degli Asi (o Æsir, déi nordici, che non sono immortali ma destinati a perire alla fine dei tempi), dove ogni mattina nutre le divinità non con latte o ambrosia, bensì con le mele, pomi d’oro che regalano agli déi eterna salute e giovinezza. Quando cominciano ad invecchiare, gli déi non dovranno fare altro che mordere i frutti e riacquisteranno l’antico vigore.

Idun è una dea pacifica, rasserenatrice. Quando, nella corte di Asi, Loki e Bragi cominciarono a scambiarsi insulti e minacce, ella intervenne a mettere pace. In quell’occasione Loki le rinfacciò di essere una donna vogliosa di uomini e di aver stretto tra le braccia persino l’assassino di suo fratello. Non sappiamo, tuttavia, chi fosse il fratello di Idun e chi lo uccise e, in realtà, non sappiamo neppure se l’accusa di Loki corrisponda al vero.

Non conosciamo la stirpe di Idun. Alcune leggende affermano che sia figlia di Iwaldi, lo Gnomo, o appartenente alla stirpe degli Asi, altre riportano che pare discenda dalla stirpe degli álfar e sia la minore dei figli maggiori di Ívaldi.

Idun nella Prosa Edda

In ogni caso, Idun è uno dei personaggi che popolano l’Edda, i due testi della mitologia norrena, rispettivamente la “Edda in prosa o Prose Edda” e la “Edda poetica”. Scritti in Islanda durante il VIII secolo ma con radici risalenti ad epoche precedenti, questi de testi sono la maggiore fonte d’informazione che esiste sulla mitologia scandinava. L’autore, Snorri Sturluson, poeta, storico, politico e mitografo, vissuto tra il 1179 e il 1241, descrive Idun come la moglie del dio Bragi, uno “skald” appartenente a un gruppo di poeti la cui letteratura cortese ispirava i cavalieri dell’epoca vichinga. Il narratore racconta come Idun dispensasse le mele dell’eterna giovinezza, che custodiva in un “eski”, uno scrigno di legno di frassino. Ed è attraverso i suoi versi e le sue prose che scopriamo la storia del suo rapimento da parte del gigante Þjazi, nella seconda parte delle Prose Edda, unico mito che conosciamo su di lei. Nel testo, Snorri riporta anche una composizione di Þjóðólfr ór Hvíni (scaldo attivo tra la fine del IX e l’inizio del X secolo), il Haustlǫng, nel quale il medesimo mito è narrato nello stile ellittico della poesia scaldica. Senza le spiegazioni di Snorri nella Prosa Edda, il Haustlǫngci di Þjóðólfr ór Hvíni sarebbe del tutto incomprensibile; ma Þjóðólfr fornisce anche piccoli dettagli che permettono di comprendere meglio alcune affermazioni di Snorri, oltre ad alcune preziose varianti.

Il ratto d’Idun

La vicenda ha inizio con un viaggio di Odino, Hœnir e Loki, durante il quale le tre divinità non riescono a cucinare l’arrosto che desiderano a causa di un’aquila, sotto il cui aspetto si cela il gigante Þjazi trasformato, che continuamente li disturba. Loki tenta di colpire l’aquila con un bastone ma questo rimane incastrato nel corpo del rapace, che spicca il volo trascinandosi dietro il dio. Loki, per salvarsi, stringe un patto con Þjazi, promettendo di consegnargli Idun e le sue mele.

Costretto dalla promessa, Loki riesce a convincere Idun a uscire da Asgard, con la promessa che in un bosco da lui indicato avrebbe trovato delle mele molto interessanti e insiste perché lei si porti dietro lo scrigno, per paragonare le sue mele magiche con quelle della foresta. Nel bosco, Þjazi, sempre in forma d’aquila, la rapisce, portandola nella sua dimora montana di Þrymheimr. Grande è la gioia dei giganti del gelido settentrione quando vedono la dea Idun giungere dal sud, come un raggio di sole, nella loro aspra terra ghiacciata, mentre, privi delle mele di Idun, gli dèi cominciano a invecchiare e, saputo dell’intrigo di Loki, mandano a chiamare il dio per costringerlo a rimediare. La dea Freyja traveste Loki da falco e così il dio raggiunge la dimora del gigante, dove trova Idun, sola, la trasforma in una noce, portandola via con sé ma Þjazi, accortosi dell’incursione, si muta di nuovo in aquila volando all’inseguimento. Gli dèi, allora, una volta che Loki ha fatto ritorno ad Asgard con Idun, creano una barriera di fuoco tra le cui fiamme Þjazi perisce. In seguito Odino dovrà affrontare la figlia di Þjazi, Skaði, decisa a vendicare il padre: ad ella verrà offerto, in riparazione, il matrimonio con uno degli dèi.

La variante della leggenda riporta, invece, che, nel corso di un difficile viaggio, Óðinn, Loki ed Hǿnir uccidono un bue e lo mettono a cuocere in un seyðir ma la carne non è mai pronta. Un’aquila, appollaiata su una vicina quercia, afferma che permetterà al cibo di cuocere solo se le daranno una parte anche a lei. I tre æsir accettano ma l’aquila afferra entrambe le cosce e tutt’e due le spalle del bue e vola via. Loki prese un lungo bastone e, protendendosi verso l’alto, colpì il rapace tra le spalle.

Entrambe le versioni, l’Haustlǫng e le Prose Edda,  mostrano a questo punto, quanto sia prezioso il ruolo di Idun nella teologia scandinava.

Fertilità e mela

Varie teorie associano Idun ai riti legati alla fertilità. Le mela, così come la noce, in cui Idun era stata trasformata da Loki, sono considerate simbolo di fertilità in molte tradizioni. Nella stessa mitologia scandinava, vari sono gli esempi: undici sono le mele usate per corteggiare la bella Gerðr, che appartiene ai Vanir, una tribù di dèi associati alla fertilità, e la mela è la protagonista della storia della nascita dell’eroico Völsung. Suo padre, Re Rerir, pregava per avere un erede, così la dea Frigg gli inviò una mela con un corvo messaggero. La moglie di Rerir mangiò la mela e questo produsse la sua gravidanza, lunga sei anni, che portò alla nascita di Völsung.

Alcuni credono inoltre che la mela, frutto che produceva l’eterna giovinezza, non fosse in realtà un frutto reale ma piuttosto una metafora.  Alcuni studiosi affermano che le mele furono introdotte nel mito nordico da stranieri in epoca più recente: le mele infatti apparvero in Scandinavia non prima del tardo Medioevo. Inoltre, nelle versioni più antiche del mito, esse non sono nominate; vi è solo un generico riferimento a una proprietà, una medicina, un bene in possesso della dea che impediva alle altre divinità d’invecchiare, difatti Idun viene chiamata mær ellilyf ása, la «ragazza che guarisce gli Æsir dalla vecchiaia». Una probabile spiegazione è la seguente: le mele di Idun sono definite “epli”, un nome che in realtà si riferisce genericamente a qualsiasi frutto tondeggiante.

Analogie

Il mito delle mele di Idun ha numerosi analogie con altre mitologie. Dalla leggenda irlandese dei figli di Tuirenn, che rubarono le mele dal giardino di Hisberna, a quella greca del giardino delle Esperidi, sino alla mela dell’Eden nella Bibbia. Il rapimento di Idun sembra essere, inoltre, una versione scandinava dell’occultamento negli inferi della dea della primavera. L’archetipo, in questo caso, sembrerebbe essere la vicenda del rapimento di Persefone da parte di Ade. All’origine di quest’ultima leggenda c’è a sua volta uno dei miti fondamentali dell’antico Medio Oriente: la vicenda di Inanna/Ištâr prigioniera degli inferi. Ma sia il racconto di Inanna/Ištâr che quello di Persefone sono dei miti stagionali;  nel caso di quello di Idun, invece, questo significato è assente. L’unica indicazione in tal senso potrebbe essere individuato nel fatto che la dea, che viene dal sud, ossia dal punto di origine del sole e della luce, è come un raggio di calore, di vita che rischiara il gelido mondo dei giganti. In questo contesto, quindi, la dicotomia è sud-nord, non estate-inverno.

Idun, infine, sebbene associata al mito della fertilità, non ne è tuttavia la divinità personificata. Il suo ruolo sembra essere in realtà quello dell’enofora, la coppiera divina e, a questo punto, l’unico personaggio analogo nel mondo classico sarebbe Ebe, la coppiera che mesce agli dèi la bevanda dell’immortalità, l’ambrosia.

 

Immagine in evidenza: it.wikipedia.org (quadro del XIX secolo di Nils Blommér)

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