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Eroica Fenice

Teoria delpiacere

La teoria del piacere: in cosa consiste e cos’è il piacere?

In cosa consiste la teoria del piacere formulata da Giacomo Leopardi? Leggilo qui!

Cos’è il piacere? Una sensazione intensa, viscerale, appassionata, che fa levitare l’anima, nutrendo il cuore di gioia e felicità. Ma davvero il piacere genera felicità? E soprattutto, la felicità è davvero una condizione duratura ed eterna? Per comprendere almeno uno spiraglio di cotanta complessità è necessario analizzare la teoria del piacere approntata dal poeta del XIX Giacomo Leopardi, famoso per la sua concezione pessimistica dell’esistenza umana.

Leopardi però non è certamente l’unico ad aver elaborato una teoria su un argomento così complesso ed affascinante come quello del piacere. Come lui, infatti, già il filosofo greco Epicuro (341 a.C. – 270 a.C.) aveva estasiato i lettori e gli ascoltatori con le sue massime sul piacere e sulla necessità di coltivarlo e viverlo grazie alla calma interiore e all’accettazione delle cose presenti e quotidiane. Teoria questa simile a quella enunciata nel Carpe diem di Quinto Orazio Flacco (65 a.C. – 27 a.C.). Ma analizziamo la teoria del piacere propugnata dal poeta Leopardi.

Teoria del piacere. La concezione leopardiana

Leopardi identifica il piacere con la felicità, elaborandone una teoria in una delle sue opere più famose ed affascinanti, Zibaldone, una raccolta di pensieri stesa tra il 12 e il 23 luglio 1820. In queste pagine Leopardi spiega la costante infelicità umana generata dal desiderio incessante ed infinito di un piacere, anzi del piacere assoluto, che produce felicità. Tale desiderio è infinito perché congenito alla vita. Dunque l’unico limite al desiderio è la fine stessa della vita, ossia la morte.

L’essere umano necessita di trovare appagamento a tale ansioso desiderio. Tuttavia, se tale risulta infinito, lo stesso piacere che riuscirà a raggiungere è finito e limitato nel tempo e per estensione, in quanto l’oggetto del desiderio è materiale ed effimero. Una volta conseguito l’obiettivo, l’animo umano sperimenta la noia per un qualcosa che perde repentinamente fascino e piacere. Alla noia subentra il turbamento, dunque il dolore di non sentirsi mai completamente appagati. Si desidera ardentemente la realizzazione di una carriera, il concretizzarsi di un rapporto, l’acquisto di una casa. Ma nel momento del raggiungimento dell’oggetto o della situazione tanto bramati, ci si ritrova a desiderare altro, ed altro ancora, ritrovandosi con anima e cuore erranti, come naufraghi, nell’immensa isola chiamata Terra.

L’uomo desidera un piacere illimitato senza poter raggiungerlo mai. «E perciò tutti i piaceri debbono esser misti di dispiacere, come proviamo, perché l’anima nell’ottenerli cerca avidamente quello che non può trovare, cioè una infinità di piacere, ossia la soddisfazione di un desiderio illimitato».

Tale teoria trova riscontro nel pensiero elaborato dal filosofo tedesco Arthur Schopenhauer ne Il mondo come volontà e rappresentazione (1819), in cui tale desiderio ansioso ed incessante corrisponde alla “voluntas”, ossia la perpetua volontà di volere, desiderare, che impedisce all’uomo di raggiungere la serenità e la pace interiore.

C’è una soluzione alla ricerca infinita e inappagata del piacere? La teoria del piacere approda all’immaginazione e ai ricordi

Tuttavia sembra esistere una soluzione atta ad arginare l’infelicità umana. Leopardi osserva la magnanimità della natura, che dona all’uomo la facoltà d’immaginazione, grazie alla quale è possibile figurarsi piaceri infiniti, al di là di ostacoli e limiti.

Si pensi all’Infinito, in cui appunto Leopardi sperimenta con l’immaginazione la felicità oltre la siepe, costruendo con la mente un infinito inesistente nella realtà. L’uomo può dunque con l’immaginazione figurarsi piaceri inesistenti e figurarseli come infiniti in numero, durata ed estensione.

Da ciò derivano la speranza nel futuro (che risiede nell’attesa) e la piacevole illusione. In questo modo l’uomo non giunge alla verità delle cose, o le allontana volutamente, ma ad un’illusoria felicità. La felicità stessa, dunque, è più facilmente riscontrabile nei fanciulli, la cui ingenuità crea scudo alla crudele realtà circostante.

Secondo Leopardi l’umanità poteva essere più vicina alla felicità nel mondo antico e nel medioevo, quando la scarsa conoscenza lasciava libero sfogo all’immaginazione. Nel mondo moderno si sperimenta maggiore infelicità, perché la conquista del sapere e del vero porta l’immaginazione ad affievolirsi e a fare i conti con la dura realtà.

«Il piacere infinito che non si può trovare nella realtà, si trova così nell’immaginazione, dalla quale derivano la speranza, le illusioni… Perciò non è maraviglia che la speranza sia sempre maggiore del bene e che la felicità umana non possa consistere se non se nell’immaginazione e nelle illusioni». Oltre l’immaginazione e la speranza, Leopardi identifica anche il ricordo, come possibilità di attingere a momenti felici trascorsi e crogiolarsi nel felice passato. L’uomo dunque sembra perennemente proiettato al passato (ricordo) e al futuro (speranza). Il presente è in grado di viverlo solo attraverso l’immaginazione, unica ed autentica garanzia di felicità.

Il filosofo Schopenhauer offre invece una soluzione più realistica e definitiva, la “noluntas”, ossia la non volontà di volere. Schopenhauer identifica la fine del desiderio incessante di desiderare con l’ascesi, grazie alla quale, spogliandosi dei piaceri materiali, sesso, cibo, ricchezza, è possibile finalmente raggiungere la felicità. Il filosofo, vicino alle teorie buddiste, fa riferimento a tal proposito al raggiungimento del nirvana, grazie al quale l’anima si spoglia degli eccessi, smettendo di desiderare ciò che non può avere e tutto ciò che risulta effimero, transitorio e in contrasto con l’autentica felicità.

La teoria del piacere di Leopardi: la felicità dell’uomo è materiale

Il desiderio infinito di piacere infinito dell’uomo, che sembra ad una prima osservazione un qualcosa di spirituale, è in realtà conseguenza dell’istinto di conservazione. Con questa teoria, Leopardi prende le distanze dal romanticismo tedesco, attraverso la propria personale interpretazione.

Alla fine del Settecento, infatti, i romantici tedeschi formulano il concetto di “Sehnsucht”, che indica il desiderio struggente per una felicità che non si può raggiungere. L’uomo romantico è malato di desiderio e la Sehnsucht è considerata un segno della grandezza dell’anima umana, una prova della sua dimensione infinita ed eterna. L’uomo aspirerebbe all’infinito perché la sua anima è eterna e immortale e vive in esilio sulla Terra, desiderando una felicità infinita. Ma secondo Leopardi questa malattia dell’uomo romantico ha una causa non spirituale, bensì tutta materiale, e non è pertanto una prova della grandezza dell’animo umano e della sua immortalità, ma è semplicemente una conseguenza dell’esistere.

L’uomo è condannato a desiderare perché così impone la natura (che da benigna pertanto diviene maligna, perché responsabile dei mali e del dolore umano), che per conservare il suo ciclo perpetuo di produzione e distruzione ha bisogno di esseri viventi che desiderano sempre in modo assoluto la propria felicità, ovvero il proprio piacere. Pertanto, a differenza della filosofia romantica, tendenzialmente idealista, per Leopardi la felicità non è ideale o spirituale, ma è identificata con il piacere, sensazione connessa alla ricchezza e alla vitalità delle passioni. Ma il piacere non esiste, o meglio esiste solo in quanto desiderio del piacere, speranza di piacere, ricordo di piacere, immaginazione di piacere.

Teoria del piacere. La concezione epicurea:  non è mai troppo tardi per raggiungere la felicità

«Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l’età. Ecco che da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l’avvenire».

Così scriveva il filosofo greco Epicuro nella Lettera a Meneceo, spronando l’essere umano alla ricerca e alla conoscenza della felicità. Epicuro ritiene che il sommo bene sia il piacere (edonè), e ne distingue due fondamentali tipologie: il piacere catastematico (statico) e il piacere cinetico (dinamico).

Per piacere cinetico si intende il piacere transeunte, che dura per un istante e lascia poi l’uomo più insoddisfatto di prima. È questo il piacere di cui parlano Leopardi e Schopenhauer. Sono piaceri cinetici, infatti, quelli legati al corpo e alla soddisfazione dei sensi. Il piacere catastematico è invece durevole, e consta della capacità di sapersi accontentare della propria vita, di godersi ogni momento come se fosse l’ultimo, senza preoccupazioni per l’avvenire. Epicuro parla a tal proposito di moderazione: meno si possiede, meno si teme di perdere.

La teoria epicurea del piacere: bisogna accontentarsi di ciò che si possiede e raggiungere la calma interiore

Peculiare il paragone della vita ad un banchetto, dal quale si può essere scacciati all’improvviso. Il convitato saggio non attende le portate migliori, ma sa accontentarsi di quello che ha avuto ed è pronto ad andarsene appena sarà il momento, senza alcun rimpianto. L’uomo davvero felice è colui dunque che riesce a trovare la dimensione completa di se stesso, evitando di perseguire pensieri e velleità effimeri e fasulli.

L’uomo dovrà anche saper vivere in una dimensione serenamente appartata, per non incorrere in passioni e desideri sfrenati, che allontanano l’animo dalla tranquillità. Il disimpegno degli epicurei, che teorizzano una vita serena e ritirata, congiunto ad una distorta interpretazione del termine piacere, ha portato nei secoli ad una visione distorta dell’epicureismo, spesso associato all’edonismo con cui nulla ha a che fare. La filosofia epicurea si distingue al contrario per una notevole impronta illuministica e morale, insegnando a rifiutare ogni superstizione o pregiudizio in una serena accettazione dei propri limiti e delle proprie potenzialità.

Per Epicuro lo strumento di felicità è la ragione, pensiero questo che lo pone in netta contrapposizione a Leopardi. Per Epicuro infatti l’eliminazione del turbamento, che genera felicità, deriva dall’attività analitica della ragione, e non dall’immaginazione e dall’illusione come asserisce Leopardi, per il quale la ragione invece, mostrando la nullità di tutte le cose, è fonte di dolore per il desiderio infinito: l’analisi si oppone alla felicità, perché rivela la nudità delle cose, la loro finitezza. Epicuro afferma che è la felicità a portare piacere e non viceversa. Non dobbiamo agitarci ed è necessario garantire la tranquillità dell’anima da tutte le minacce esterne.

Bisogna dunque raggiungere una calma che Epicuro paragona a quella di un mare tranquillo. L’uomo deve pertanto vincere la paura, ma anche e soprattutto la passione e il dolore, perché ogni passione distrugge l’uomo e lo fa vivere nel turbamento, almeno le passioni insane. La passione andrebbe orientata all’ambizione di una vita da vivere al meglio, pretendendo sempre il massimo da se stessi, nel rispetto di sé e degli altri.

Il pensiero di Epicuro rappresenterebbe dunque la sintesi tra le teorie di Leopardi e quelle più ambiziose contenute nel Carpe diem di Orazio. Epicuro, con la sua massima ragione ed intelligenza, mira ad una felicità e al piacere sperimentati grazie al raggiungimento della calma interiore.

 

Foto di: SlidePlayer   

fonte: https://slideplayer.it/slide/597263/

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