Poesie sulla Luna: 7 tra le più belle, magiche, profonde ed evocative

Poesie sulla Luna: 7 tra le più belle, magiche, profonde ed evocative

Poesie sulla luna, le nostre preferite

La Luna. Quest’incantevole, incostante e meraviglioso satellite! Musa ispiratrice di poeti, racconti, sceneggiature e canzoni. Testimone d’amore, d’intrighi, di solitudine, malinconia e sogni. Fortemente connessa con gli stati emotivi dell’anima e influente sulle maree naturali e umane. La Luna diviene pertanto protagonista di una miriade di versi, che regalano straordinarie poesie sulla Luna.

Da Alda Merini a Giacomo Leopardi, passando per aforisti e cantori di musical, fino all’irriverente Charles Bukowski. Analizziamole!

Poesie sulla Luna. Paura, speranza, consapevolezza, evasione

Cominciamo con una poesia autobiografica, che si districa tra buio e luce, tra paura e speranza. È Canto alla luna di Alda Merini.

«La luna geme sui fondali del mare,

o Dio quanta morta paura

di queste siepi terrene,

o quanti sguardi attoniti

che salgono dal buio

a ghermirti nell’anima ferita.

 

La luna grava su tutto il nostro io

e anche quando sei prossima alla fine

senti odore di luna

sempre sui cespugli martoriati

dai mantici

dalle parodie del destino.

 

Io sono nata zingara, non ho posto fisso nel mondo,

ma forse al chiaro di luna

mi fermerò il tuo momento,

quanto basti per darti

un unico bacio d’amore»

È un pathos quasi disperato, arroccato nel buio che troppo spesso caratterizza la condizione umana, soprattutto se a guidarlo è la malattia, il morbo che chiama la morte. Ma anche l’oscurità può essere illuminata dalla luce della speranza, che da flebile può divenire persino forte. È ciò che si evince nell’ultima parte della poesia, in cui si comprende come un’anima afflitta dal tetro destino possa ancora brillare sotto la luce della Luna, che segue ogni cosa, l’anima, i sensi e i sentimenti dialettici. E quella luce guida all’amore, che ancora riesce a sollevare il cuore turbato dell’autrice. E anche se si sente una zingara, una nomade errante nel mondo e nella vita, la luce della Luna, che è luce d’amore, riesce, seppur per un tempo limitato e fugace, a riportarla in vita, rischiarando le tenebre di una lenta morte dell’anima e fisica.

Se nella poesia di Alda Merini si evince una dimensione dialettica, passando dalla disperazione alla speranza, in Canto notturno di un pastore errante dell’Asia emerge tutta la consapevolezza della drammaticità della condizione umana, ben espressa dal profondo poeta pessimista Giacomo Leopardi. Si riportano di seguito alcuni dei versi più significativi di questo Canto immortale.

«Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,

silenziosa luna?

Sorgi la sera, e vai,

contemplando i deserti; indi ti posi.

Ancor non sei tu paga?

di riandare i sempiterni calli?

Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga

di mirar queste valli?

Somiglia alla tua vita

la vita del pastore.

Sorge in sul primo albore

move la greggia oltre pel campo, e vede

greggi, fontane ed erbe;

poi stanco si riposa in su la sera:

altro mai non ispera.

Dimmi, o luna: a che vale

al pastor la sua vita,

la vostra vita a voi? Dimmi: ove tende

questo vagar mio breve,

il tuo corso immortale?»

 

«Nasce l’uomo a fatica,

ed è rischio di morte il nascimento.

Prova pena e tormento

per prima cosa; e in sul principio stesso

la madre e il genitore

il prende a consolar dell’esser nato.»

 

«Ma perché dare al sole,

perché reggere in vita

chi poi di quella consolar convenga?

Se la vita è sventura,

perché da noi si dura?

Intatta luna, tale

è lo stato mortale.

Ma tu mortal non sei,

e forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,

che sì pensosa sei, tu forse intendi,

questo viver terreno,

il patir nostro, il sospirar, che sia.»

 

«E tu certo comprendi

il perché delle cose, e vedi il frutto

del mattin, della sera,

del tacito, infinito andar del tempo.»

 

«Mille cose sai tu, mille discopri,

che son celate al semplice pastore.»

 

«E quando miro in cielo arder le stelle;

dico fra me pensando:

a che tante facelle?

Che fa l’aria infinita, e quel profondo

infinito Seren? Che vuol dir questa

Solitudine immensa? Ed io che sono?

Così meco ragiono»

 

«Questo io conosco e sento,

che degli eterni giri

che dell’esser mio frale,

qualche bene o contento

avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,

che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

Non sol perché d’affanno

quasi libera vai;

ch’ogni stento, ogni danno,

ogni estremo timor subito scordi;

ma più perché giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,

tu se’ queta e contenta;

e gran parte dell’anno

senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,

e un fastidio m’ingombra

la mente, ed uno spron quasi mi punge

sì che, sedendo, più che mai son lunge

da trovar pace e loco.

E pur nulla non bramo,

e non ho fino a qui cagion di pianto.»

 

«Se tu parlar sapessi, io chiederei:

dimmi: perché giacendo

a bell’agio, ozioso,

s’appaga ogni animale;

me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s’avess’io l’ale

da volar sulle nubi,

e noverar le stelle ad una ad una,

o come il tuono errar di giogo in giogo,

più felice sarei, dolce mia greggia,

più felice sarei, candida luna.

O forse erra dal vero,

mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:

Forse in qual forma, in quale

stato che sia, dentro covile o cuna,

è funesto a chi nasce il dì natale.»

Quanta bellezza, quanta paura e quanta verità esprimono questi versi tristi e consapevoli! Qui la Luna più che guida diviene interlocutrice, o meglio osservatrice e ascoltatrice dei drammi umani, dell’infelice condizione che denota l’essere umano sin dalla nascita. Qui la Luna è testimone della sensibilità di animi peregrini, incostanti, sofferenti, ambiziosi, perennemente tormentati dalla nostalgia di luoghi, cose e desideri non ancora vissuti, visti e provati. Leopardi si rivolge alla Luna, paragonando la sua ciclica vita a quella di un pastore, simbolo dell’uomo in generale. L’ammira e ne prova invidia allo stesso tempo, perché l’infelicità, la sofferenza e il tedio sembrano non sfiorarla, lì immobile tra cielo e stelle e peregrina su valli, deserti, mari e cuori. Pallida e luminosa, la Luna diviene testimone di tormenti e quesiti umani, lasciati spesso irrisolti. La sua bellezza dunque, insieme al suo splendore, quasi si oppongono alla triste condizione dell’animo umano, e degli animi particolarmente sensibili, proprio per questo più sofferenti di quelli che conoscono la leggerezza e la superficialità. E la Luna comprende, conosce bene questo viver terreno, il patir nostro, il sospirar. Ancor più gravoso quando si aggiunge un tedio incomprensibile, che porta l’animo ad una costante, malsana e perenne insoddisfazione, una sorta di male di vivere, spesso congenita, altre volte acquisita. E allora il pastore/uomo chiede alla Luna il motivo di tali insondabili sofferenze, certo a volte di poter migliorare quella deleteria condizione se solo potesse essere altro, fare altro, avere altro, magari l’ale da volar sulle nubi. Ma la Luna conosce bene l’animo umano, e a tal proposito lo illumina, affinché possa prendere coscienza di una solenne verità: un’eterna infelicità nutre l’uomo, sedotto e vinto da una smania perenne, tendendo sempre verso qualcosa che si pensa possa finalmente concedere la felicità. Ma la felicità non esiste come condizione duratura nell’esistenza umana, bensì come attimo fugace e pieno, che unito ad altri istanti simili, può aprire il cuore alla bellezza e alla vita. Ma non è per tutti. È un privilegio, che va anche guadagnato. Per cui la Luna illumina il pastore/uomo, affinché si renda consapevole che qualunque cosa sia, chiunque sia, in qualunque condizione versi e qualunque obiettivo conquisti, ovunque viva, sogni, speri o desideri, «è funesto a chi nasce il dì natale».

Poesie sulla luna, le nostre preferite, consapevolezza e speranza

La Luna quindi può ispirare la speranza e la consapevolezza. Vi sono tuttavia poesie sulla Luna che dipingono questa sfera lontana e saggia come strumento d’evasione dalla realtà. Tra queste, A lume di luna di Konstantin Dmitrievič Bal’mont.

«Quando la luna sfavilla nella notturna foschia

con la sua falce tenera e lucente,

la mia anima aspira a un altro mondo,

ammaliata da lontananze infinite.

Ai boschi, ai monti, alle candide cime

io mi affretto nei sogni come uno spirito infermo,

io veglio sul mondo tranquillo

e dolcemente piango e respiro la luna.

Assorbo questo pallido splendore,

come un elfo vacillo in una rete di raggi,

ascolto il silenzio loquace.

Mi è lontano il tormento del prossimo,

mi è straniera la terra con la sua lotta,

sono una nube, un alito di brezza.»

Se in Leopardi la Luna è testimone di un romanticismo ermetico e sofferente, con Bal’mont si respira un’atmosfera tipica del decadentismo russo e molto vicina anche a quella sorta di indifferenza che caratterizza i tempi contemporanei. In questa poesia infatti è palese quella punta di egoismo umano, che sottende la stanchezza di animi troppo delusi dall’inconsistenza della vita. E così qui l’uomo non assorbe la sofferenza dell’intorno, della natura e del mondo, bensì desidera quasi liberarsene, scrollandosi di dosso pesi che non si sposano con la propria indole tranquilla e ribelle insieme. In questa poesia, la Luna non appare né benigna, né saggia, ma quanto mai prima ispiratrice di animi che tendono ad altri mondi, altri luoghi, altri universi, sedotti dal mistero dell’ignoto, di ciò che di migliore altrove possa esserci. E così l’uomo si ritrova a sognare ispirato da questa Luna sfavillante, tenera e lucente, respirandola, e assorbendone pertanto il coraggio di evasione. Coraggio, sì, non viltà. Perché per evadere e ripartire occorre audacia, unita proprio a quel pizzico di sano egoismo che necessita di libertà, di bellezza, di sogno, di luce appunto. E cosa c’è dunque di così sbagliato nel fermarsi e ricominciare, ogni tanto costantemente, così, per non morire nel corpo e nell’anima. Così la Luna diviene complice del sentimento d’evasione, complice dell’uomo che rifiuta il tormento del prossimo e la sofferenza di cui il mondo è bulimico. Al suo chiarore, l’uomo si eleva, levita, diviene etereo, un alito di vento, lontano dal male e in pace con se stesso.

Poesie sulla Luna. Trasformazione, oscurità, risveglio

La scrittrice iraniana americana Tahereh Mafi parla della Luna come compagna di vita. Mutevole e per questo affascinante, proprio come gli esseri umani. A tal riguardo, e non a caso, l’aggettivo “lunatico” è entrato ormai nell’immaginario collettivo, usato per identificare animi e cuori colti da mutamenti improvvisi, per via di particolari esperienze, di delusioni, di gioie a mille e di tristezze incomprensibilmente repentine, o semplicemente per umori che variano insieme al variare delle stagioni, perché anche qui risiede il fascino dell’anima, e soprattutto tutta la sua umanità, senza richiedere e concedere tante e superflue spiegazioni.

«La luna è una compagna fedele. Non va mai via. È sempre di guardia, risoluta, ci conosce con il buio e con la luce, e come noi è in continua trasformazione. Ogni giorno è una versione diversa di se stessa. A volte tenue e pallida, altre intensa e luminosa. La luna sa cosa significa essere umani. Insicuri. Soli. Butterati dalle imperfezioni.»

Ebbene, in questo senso la Luna è davvero una fida compagna, perché forse l’unica, a parte noi stessi, ad essere in grado di comprendere i nostri dilemmi, le nostre imperfezioni, i nostri errori e gli sbalzi d’umore. «Ogni giorno è una versione diversa di se stessa». Non lo siamo forse anche noi, e noi donne in particolare? Madri, mogli, figlie, confidenti, lavoratrici, amiche, sorelle, cuoche, artiste, pazienti, irascibili, amabili, dolci, fragili e forti. E cosa c’è di più attraente, di più folle e meraviglioso di una continua e incessante scoperta di noi stessi, di noi stesse! Incostanti ed ermetiche, ora pallide, ora radiose. E tutto questo la Luna lo vive in prima persona. Che sia calante, crescente, piena, mezza luna, rosea, bianchissima o purpurea, piccola, enorme, la Luna affascina per il suo incanto e per la sua facoltà e capacità d’essere così vicina e simile alla nostra anima, eterea come il vento, passionale come il fuoco, solida come la terra, incostante e ribelle o placida e tranquilla come il mare. La Luna conosce bene chi siamo, perché conosce le nostre vittorie, così come le nostre insicurezze e perplessità. La Luna sa cosa vuol dire la solitudine, fisica o emotiva che sia, e sa bene che profuma di bellezza e vita.

E se la Luna è ogni giorno una versione diversa di se stessa, è anche quella dal duplice volto, luminoso e scuro, se mostrato o celato, se sia nuvoloso o brillino le stelle. E a tal proposito, così si esprime lo scrittore statunitense Mark Twain riferendosi alla Luna:

«Ognuno è una luna e ha un lato oscuro che non mostra mai a nessuno.»

La Luna è famosa anche per questo: a parte la sua candida luce, presenta un lato oscuro che non mostra, quello nascosto, quello che però esiste. Ancora una volta, pertanto, viene naturale paragonarla all’anima, alle persone. Perché ognuno nel suo intimo possiede luce e ombra. Spesso fanno a pugni per primeggiare. A volte la luce, altre l’ombra. Ma ogni persona e personalità è meravigliosa per questo, perché dietro e dentro sé se ne nasconde un’altra. Chissà, magari quella vera, quella diversa, quella più fragile e più se stessa. Così quella personalità, come la Luna, sarà due facce della stessa medaglia. Ma la parte in genere nascosta, non la si mostra facilmente all’esterno.

In maniera un po’ insolita ci parla della Luna il poeta e scrittore statunitense Charles Bukowski, noto per la sua indole e poetica ruvida e irriverente.

«Salii in macchina, mi staccai dal marciapiede e mi immisi nel traffico. Erano quasi le dieci di sera. C’era la luna e la mia vita stava andando lentamente in nessun posto.»

Lo scrittore mette in luce la vacuità della vita e il caos di cui si veste e che si riflette sull’anima. In questo caso dunque la Luna può assurgere a simbolo di risveglio, di sprone, una sorta di campanello d’allarme, dal torpore di un’esistenza affannata ma spesso improntata al nulla, al distorto o al superfluo. Così la Luna è lì, ci apre gli occhi, come se ci si stesse risvegliando da un lungo sonno, e fa esclamare: “Cazzo! Dove sono e dove sto andando?” Così, guardando quella Luna abbagliante l’autore realizza che non sta andando da nessuna parte, perché fuori è casino, indifferenza, inconsistenza. E il dentro non può sopportare tanta pochezza e qualunquismo! L’intimo, il cuore e la mente costituiscono immensità, universo, e il mondo non pare proprio all’altezza di tanta caleidoscopica grandezza!

Poesie sulla luna. Dai versi al musical

Ma i versi delle poesie sulla luna non sono gli unici a celebrarla: esistono infatti canzoni, che sono autentiche poesie, per tutta la bellezza e tutta la capacità evocativa e simbolica che esprimono, ad essa rivolgendosi. Tra queste merita assolutamente menzione Luna, scritta dall’immenso e profondo Riccardo Cocciante, insieme alle altre canzoni, per il musical Notre-Dame de Paris, e mirabilmente interpretata da Matteo Setti nei panni di “Gringoire” (personaggio che compare anche nell’omonimo romanzo di Victor Hugo, ispirato al poeta e drammaturgo francese del XVI° Pierre Gringore).

«Luna

Luminosa e sola

Vola

Sopra i tetti vola.

Guarda

Come d’amore si muore.

 

Fai

Luce solitaria

Finché

Chiaro appare il giorno.

Ma adesso

Se sei la luna di questa terra

Ascolta il grido

Di un uomo che si è perso

Perché

Tutto l’universo

Non vale

Il suo amore immenso

Per lei

Che mai l’amerà.

Luna.

 

Luna

Come sei lontana

Così

Silenziosa e vana.

Ma qui

Ruggisce il cuore della bestia umana.

Non vedi che

Quasimodo è pazzo.

Non senti

I tormenti e il pianto.

Un canto

Che violento va

Lassù

Dove in cielo ci sei tu.

Luna.

 

Sei

Sopra un mondo strano

Che lancia

Le sue voci in cielo.

 

Luna

Mezza luna o piena

Serena

Passi e te ne vai.

Guarda

Con che pena si muore

D’amore

Quaggiù.»

Un canto atrocemente struggente questa lirica che chiude la nostra carrellata di poesie sulla luna. Un pathos che a tratti sembra persino superare quello di Leopardi. Un disperato grido d’aiuto rivolto a quella Luna luminosa e sola. E la Luna viene invocata qui da uno dei personaggi più straordinari, geniali, profondi e vivaci, scritti da Victor Hugo per Notre-Dame de Paris e inserito nell’omonimo fantastico musical: “Gringoire”. Intuita la grandezza dell’amore impossibile e unidirezionale di Quasimodo per la bella Esmeralda, Gringoire ne prova una tale pena e un tale dolore, da appellarsi visceralmente e con slancio alla propria indole passionale, romantica e sognatrice, affinché possa parlare con quella Luna, che, quasi come indifferente a tutto quell’affanno e amore sprecato, lo ignora. Allora Gringoire disperato e affranto dalla miseria umana, e in particolare per quella che affligge il povero Quasimodo, alza grida disperate al cielo, perché la Luna potrà starsene lassù silenziosa e vana, ma qui ruggisce il cuore della bestia umana. Quanta rabbia e che tormento squarciano le parole, il cui peso è pienamente tangibile, non dando mai adito ad equivoco alcuno. Quella di Gringoire è una sorta di preghiera/rimprovero, affinché la Luna non resti più sorda a i tormenti e il pianto, un canto che violento va lassù. Affinché la Luna non resti più cieca dinanzi a cotanto struggente tormento, esortandola a guardare con che pena si muore d’amore quaggiù, una pena antica quanto il mondo, perché a suscitarla è il sentimento più antico, meraviglioso e talvolta anche bastardo e crudele, qual è l’amore.

 

Foto di per le nostre poesie sulla luna preferite: Pixabay

 

Chi è Emilia Cirillo

Mi chiamo Emilia Cirillo. Ventisettenne napoletana, ma attualmente domiciliata a Mantova per esigenze lavorative. Dal marzo 2015 sono infatti impegnata (con contratti a tempo determinato) come Assistente Amministrativa, in base alle convocazioni effettuate dalle scuole della provincia. Il mio percorso di studi ha un’impronta decisamente umanistica. Diplomata nell’a.s. 2008/2009 presso il Liceo Socio-Psico-Pedagogico “Pitagora” di Torre Annunziata (NA). Ho conseguito poi la Laurea Triennale in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” nel luglio 2014. In età adolescenziale, nel corso della formazione liceale, ha cominciato a farsi strada in me un crescente interesse per la scrittura, che in quel periodo ha trovato espressione in una brevissima collaborazione al quotidiano “Il Sottosopra” e nella partecipazione alla stesura di articoli per il Giornalino d’Istituto. Ma la prima concreta possibilità di dar voce alle mie idee, opinioni ed emozioni mi è stata offerta due anni fa (novembre 2015) da un periodico dell’Oltrepo mantovano “Album”. Questa collaborazione continua tutt’oggi con articoli pubblicati mensilmente nella sezione “Rubriche”. Gli argomenti da me trattati sono vari e dettati da una calda propensione per la cultura e l’arte soprattutto – espressa nelle sue più soavi e magiche forme della Musica, Danza e Cinema -, e da un’intima introspezione nel trattare determinate tematiche. La seconda (non per importanza) passione è la Danza, studiata e praticata assiduamente per quindici anni, negli stili di danza classica, moderna e contemporanea. Da qui deriva l’amore per la Musica, che, ovunque mi trovi ad ascoltarla (per caso o non), non lascia tregua al cuore e al corpo. Adoro, dunque, l’Opera e il Balletto: quando possibile, colgo l’occasione di seguire qualche famoso Repertorio presso il Teatro San Carlo di Napoli. Ho un’indole fortemente romantica e creativa. Mi ritengo testarda, ma determinata, soprattutto se si tratta di lottare per realizzare i miei sogni e, in generale, ciò in cui credo. Tra i miei vivi interessi si inserisce la possibilità di viaggiare, per conoscere culture e tradizioni sempre nuove e godere dell’estasiante spettacolo dei paesaggi osservati. Dopo la Laurea ho anche frequentato a Napoli un corso finanziato da FormaTemp come “Addetto all’organizzazione di Eventi”. In definitiva, tutto ciò che appartiene all’universo dell’arte e della cultura e alla sfera della creatività e del romanticismo, aggiunge un tassello al mio percorso di crescita e dona gioia e soddisfazione pura alla mia anima. Contentissima di essere stata accolta per collaborare alla Redazione “Eroica Fenice”, spero di poter e saper esserne all’altezza. Spero ancora che un giorno questa passione per la scrittura possa trovare concretezza in ambito propriamente professionale. Intanto Grazie per la possibilità offertami.

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