La poetica di Leopardi nella Ginestra

poetica di leopardi

La poetica di Leopardi costituisce letterariamente il punto di incontro tra l’epoca che pone fine alla modernità e quella che si definisce come contemporanea, grazie all’attualità delle sue riflessioni sulla religione e sul progresso della società umana.

La poetica di Leopardi e il materialismo ateo della Ginestra

Poeta super partes, Leopardi notomizzò con lente critica e spesso aspra, e non senza una sferzante ironia, le “superbe fole”, le ottimistiche idee recate dal progresso, verso cui la società del tempo era indirizzata. A questa forma di romanticismo cattolico dominante Leopardi opponeva una strenua difesa del materialismo ateo, ben espresso con maggiore durezza e sprezzo soprattutto nelle poesie più tarde, quali la Ginestra, o il fiore del deserto, scritta nel 1836 presso Villa Ferrigni a Torre de Greco. Emblematica, per la Ginestra, già l’epigrafe giovannea, «E gli uomini vollero piuttosto | le tenebre che la luce» (Gv, III, 19), capovolgendo il significato cristiano che identifica la “luce” col divino lume e sottolineando lo stolido comportamento umano nel rifugiarsi in false credenze spiritualistiche e ottimistiche (le tenebre) piuttosto che accettare titanicamente l’aridità della vita e la sua entità più tragicamente materiale.

Strettamente collegati a tale concezione, ad esempio, sono i versi della prima strofe del poemetto, in cui Leopardi descrive che il Vesuvio nel 79 d.C. seppellì varie città limitrofe, tra cui Pompei, Stabia, Ercolano e Oplonti, instaurando con la ginestra un vero e proprio dialogo (o solipsismo, come accade generalmente) e assurgendola a simbolo di sopravvivenza all’avanzamento della rovina:

Questi campi cosparsi

di ceneri infeconde, e ricoperti

dell’impietrata lava,

che sotto i passi al peregrin risona;

dove s’annida e si contorce al sole

la serpe, e dove al noto

cavernoso covil torna il coniglio;

fûr liete ville e cólti,

e biondeggiâr di spiche, e risonâro

di muggito d’armenti;

fûr giardini e palagi,

agli ozi de’ potenti

gradito ospizio; e fûr cittá famose,

che coi torrenti suoi l’altèro monte

dall’ignea bocca fulminando oppresse

con gli abitanti insieme. Or tutto intorno

una ruina involve,

ove tu siedi, o fior gentile, e quasi

i danni altrui commiserando, al cielo

di dolcissimo odor mandi un profumo,

che il deserto consola.

(La ginestra, vv. 17-37)

Quasi un mesto genius loci, la ginestra si fa testimone della miseria dello stato umano. Di fronte a ciò, infatti, ricordando la fragilità dell’uomo di innanzi alle poderose e distruttrici forze della natura, la cecità delle ideologie ottimistiche dell’borghesia liberale vigenti all’epoca sono ironicamente chiamate in causa: «A queste piagge | venga colui che dʼesaltar con lode | il nostro stato ha in uso, e vegga quanto | è il gener nostro in cura | all’amante natura» (La ginestra, vv. 37-41). E si ricordi a tal proposito la concezione di Natura, «che deʼ mortali | madre è di parto e di voler matrigna» (La ginestra, vv. 124-125), la quale nel perpetuo processo di autoconservazione è indifferente all’esistenza, alla felicità e, soprattutto, alle miserie dell’uomo, com’è espresso nella prosa del Dialogo della Natura e di un’Islandese (Operette morali, XI), stesa nel 1824. Tale sentimento di critica verso l’atteggiamento di certe classi sociali risulta, dunque, ricco di drammatica consapevolezza:

Dipinte in queste rive,

son dellʼumane genti

le magnifiche sorti e progressive.

(La ginestra, vv. 49-51)

Da segnalare, inoltre, a tal proposito, l’annotazione ironica dello stesso Leopardi a tali versi: «Parole di un moderno, al quale è dovuta tutta la loro eleganza». Tale annotazione appare, inoltre, pregna di ironia, considerando che esse sono tolte dalla Dedica degli Inni sacri di Terenzio Mamiani (1832), scrittore e cugino del poeta, esponente di quella classe borghese italiana fiduciosa nel valore formativo del cattolicesimo bigotto, mettendo, così, di fronte a se stesse tali superficiali credenze ottimistiche, dialetticamente scardinate nei versi della seconda strofe.

Nonostante l’amara e titanica affermazione “materialistica”, però, nella poetica di Leopardi si espone la possibilità, seppur unica e utopica, di riuscire a far fronte alle avversità che la Natura oppone all’uomo. Non si tratta, naturalmente, di spiritualismo né di fede nell’operato dell’uomo, quanto di un auspicio nell’autocoscienza del genere umano dell’indifferenza della Natura, da cui può essere in grado di scaturire una universale forma di solidarietà fra gli uomini sotto forma di una “social catena”. In altre parole, in luogo di combattere individualmente contro la Natura, tutti gli uomini, consci del loro stato, possono riunirsi e riconoscersi in uno statuto di fratellanza, volto al sostegno reciproco, per dirla alla Torquato Tasso, nell’«aspra tragedia dello stato umano» (Gerusalemme liberata, XX, v. 73).

 

Fonte immagine: https://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_Leopardi#/media/File:Leopardi_lolli.jpg

About Salvatore Di Marzo

Salvatore Di Marzo, nato a Napoli nel 1990, è laureato con lode presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Ateneo Federiciano del capoluogo partenopeo. È redattore presso riviste e giornali telematici scrivendo articoli di vario genere, tra cui articoli di critica teatrale, di cultura e di riflessione letteraria. Tra i suoi interessi, la musica, il teatro e la scrittura sia in prosa che in versi; è coautore, insieme con Roberta Attanasio, della silloge poetica Euritmie, recentemente pubblicata presso Aracne editrice.

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