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Eroica Fenice

La Tag: libri contiene 70 articoli

Libri

Cuorebomba di Dario Levantino, un romanzo dedicato ai cani di periferia

Dopo il suo esordio Di niente e di nessuno, Dario Levantino è al suo secondo romanzo Cuorebomba edito Fazi Editore. Palermitano, Dario Levantino ritorna alla sua terra e a quella di Di niente e di nessuno ambientando anche Cuorebomba  nella periferia di Palermo, Brancaccio, una “periferia” che rispetta ogni stereotipo: abbandonata a se stessa, dimenticata dallo Stato, in preda alla violenza e alla droga, sottomessa al potere delle “famiglie”. Brancaccio è un luogo che accoglie nel suo putrido e puzzolente grembo di cemento armato gli emarginati, gli esclusi dai salotti borghesi della Palermo bene. Da qui Dario Levantino dà alito a una voce che dalla periferia grida l’ingiustizia dell’abbandono. Da qui continua e ri-parte la storia di Rosario, un ragazzo adolescente che ha il nome di suo nonno Rosario (e non solo, Rosario è il nome che Dario Levantino ha voluto dargli perché è un nome che sa di casa, è il nome di suo padre) e la sua storia è l’emblema della nostra epoca. Cuorebomba: la storia di Rosario Dopo l’abbandono del padre, ora in carcere per spaccio di sostanze dopanti, Rosario rimane solo con la mamma a Brancaccio. In casa loro la luce è sempre spenta, c’è puzza di chiuso e l’aria ha il gusto acre dell’abbandono. La mamma di Rosario, abbattuta dal dolore dell’abbandono del marito, si è ammalata di anoressia e Rosario cerca in ogni modo a lui possibile di aiutarla a guarire, fino a supplicarla di mangiare ormai stufo di essere complice di un abbandono suicida. Le sue suppliche però non bastano, Rosario da solo non ce la fa. Il silenzio di quelle quattro mura fatte per due viene brutalmente spezzato dai servizi sociali. La mamma di Rosario viene portata via, il ragazzo affidato a una casa famiglia. La vita di Rosario diventa sempre più difficile, ma soprattutto solitaria. Costretto alle rigidità di una casa famiglia dove le figure genitoriali non fanno che sfruttare il denaro destinato alla cura del ragazzo, Rosario risponde con la violenza, diventa insofferente, urla la verità, non sta al gioco. Ma il suo fare ribelle lo tiene lontano dalla mamma per un tempo sempre maggiore, è questa la minaccia con cui tenerlo a bada. Una sola frase pronuncerebbe Rosario per convincere il giudice dei minori a ricongiungerlo alla madre: «Me matri è beddha comu ‘na rrosa picchì è ‘u me ciatu, picchì addhuma i iuinnati nivure.» “Mia madre è bella come una rosa perché è il mio fiato, perché accende le giornate nere.” In città Rosario non è solo: c’è Jonathan, il suo cane, e poi c’è Anna, una ragazza normale che non c’ha nessun difetto. Anna è carismatica, ha un anno in più a Rosario e gli insegna a baciare. Con lui fa l’amore, lo incanta e lo spaventa allo stesso tempo, come il precipizio al tredicesimo piano. A Rosario piace: «il carattere urgente del suo parlare, il suo modo rude di comunicare creando conflitto per distruggere e ricostruire; mi sembra un diavolo che mi sussurra all orecchio il […]

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A Natale un libro sospeso: Doctorammà di Graziella Lussu

Mercoledì 11 dicembre, nella sede CGIL Filcams in Piazza Garibaldi 101, Graziella Lussu ci presenterà il suo libro sospeso: Doctorammà Doctorammà segue L’armadio a muro, pubblicato nel 2018, ed è il secondo di una trilogia di romanzi autobiografici scritti da Graziella Lussu. Doctorammà è il racconto autobiografico, la testimonianza sotto forma di diario di una vita spesa per gli ultimi. Graziella sul finire degli anni ’60 entra a far parte della Congregazione delle suore della Redenzione e da allora la sua vita proseguirà nell’unico modo in cui Graziella sa contemplare Dio: cercandolo negli ultimi, in coloro che la società lascia ai margini, nelle ferite e nei segni che la povertà, l’indigenza, l’ignoranza, la solitudine lasciano nel corpo e nell’animo. Doctorammà racconta altri 20 anni di vita della Lussu: gli anni della formazione spirituale e intellettuale, gli anni in cui il suo sogno prende forma tra i banchi dell’università Cattolica di Roma e le lezioni di inglese a Londra. Dopo la laurea in Medicina alla Cattolica di Roma nel ’72, Graziella si specializza in Urologia, per poi volare a Londra. Qui, senza mai separarsi dall’amica e consorella Rita con la quale condividerà ogni momento e ogni fatica di questo intenso periodo di formazione, impara l’inglese per poi specializzarsi in Medicina Tropicale. Sul finire del ’76 Graziella è in India, tra la regione del Kerala e la città di Bangalore, in Karnataka, la sua “terra promessa”: qui rimarrà per anni come “medico di strada”, impegnata in campagne di educazione sanitaria e sensibilizzazione contro l’emarginazione dei malati di lebbra, e imparerà a conoscere che faccia ha vedhana, il dolore.  Nel romanzo di Graziella Lussu trovano spazio anche gli affetti familiari, le persone care, le figure che hanno avuto rilevanza fondamentale nella crescita, nella maturazione della sua persona e del suo sogno: la mamma Liuccia, donna colta, forte e indipendente, che ha portato sulle sue sole spalle, con indicibile abnegazione, il peso di una famiglia grande e complessa; la nonna, donna severa e inflessibile, la cui saggezza accompagnerà ogni momento della vita di Graziella; le sorelle e i fratelli dalle vite tortuose e in salita; un padre inadeguato, la cui presenza ha fatto danni e lasciato ferite più di quanto avrebbe potuto fare la sua assenza, un padre che ha speso, poi, una buona parte della sua vita a raccogliere e rimettere insieme i cocci lasciati a terra. A fare da sfondo a questi 20 anni di vita, tanti scenari diversi: una selvaggia Sardegna, Roma negli anni universitari, Londra, Milano e Parigi, e infine, il degrado e la sofferenza delle città e dei villaggi indiani. Mercoledì 11 dicembre, Graziella Lussu ci presenterà

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La verità dei topi di Massimiliano Nuzzolo: quando un libro chiama

“La verità dei topi”, edito da Les Flâneures Edizioni, è l’ultimo romanzo dello scrittore veneziano Massimiliano Nuzzolo, già autore di numerosi romanzi e racconti, tra cui “L’ultimo disco dei Cure”, “Fratture”, “L’agenzia della buona morte,“La musica è il mio radar”. Seppur un romanzo breve (170 pagine), “La verità dei topi” è un libro ricco di elementi ben miscelati: il sogno, l’incubo, l’amore, il dolore, intrighi, suspense, complotti e odissee. Fedele al suo stile, l’autore costruisce una surreale e originale narrazione, intessuta di numerose citazioni abilmente inserite al suo interno. Alcune citazioni non sono semplici riferimenti a fatti, persone o storie, ma si configurano come vere e proprie “vicende” o come “personaggi” che contribuiscono allo sviluppo del racconto. Il risultato è una “farsa fantasmagorica, a tratti talmente grottesca da sembrare reale”. La verità dei topi (Massimiliano Nuzzolo): la storia assurda del mondo Protagonista del romanzo è un bambino di undici anni che narra il mondo visto attraverso i suoi occhi. Tuttavia non siamo di fronte ad un racconto “fanciullesco”, ma ad un romanzo distopico, che non descrive un mondo perfetto ed ideale, ma ne mostra il lato spiacevole, a tratti spaventoso. Edgar Kospic, questo il nome del piccolo protagonista, è nato in Venezuela ma ha origini ungheresi.  Terzo di dodici figli, vive a Caracas. Un giorno un incendio divampato in casa uccide tutta la sua famiglia; Edgar è l’unico superstite. Rimasto solo, l’undicenne conosce da subito la fame e la strada. Appassionato di letteratura, fonda con quattro amici del suo quartiere un circolo letterario, ma per combattere la fame e la disperazione, insieme, si riuniscono anche per andare a caccia di topi. In quei tempi bui i topi “erano la salvezza dell’anima e il paradiso del palato”; numerosi ristoranti blasonati della città li acquistavano in grandi quantità per servirli come prelibatezza esotica alla facoltosa clientela. Un giorno, proprio mentre con i suoi compagni consegnava un sacco pieno di topi ad uno dei locali sciccosi della città, Edgar s’imbatte nella contessa Du Marchand, una vecchia arzilla che in gioventù aveva praticato il lavoro più antico del mondo. Dopo  aver rivolto alcune domande al piccolo, la donna, impietosita dalla sua triste storia, decide di portarlo via con sé. Ha inizio così l’avventura rocambolesca e psichedelica del piccolo Edgar, tra topi, favelas, narcotraffico, viaggi, peripezie e letteratura, che poi in un certo senso è la vera protagonista del romanzo. Edgar sogna di fare lo scrittore, ma la strada verso la meta è lunga e tortuosa… Massimiliano Nuzzolo e l’amore per la scrittura e la lettura “La verità dei topi” è un romanzo ben fatto, intrigante e avvincente. La lettura scorre via veloce, tanto che è possibile leggere il libro anche in una sola giornata, tutto d’un fiato. Un capitolo tira l’altro. Ad appassionare è proprio lo scenario in cui è ambientata la storia, che conferisce la giusta tensione al racconto.  Con stile ironico e scanzonato, attraverso la vicenda di un bambino alle prese con i misteri della vita e le invenzioni della scrittura, Nuzzolo […]

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Mario De Martino,“La Storia ha detto il falso” | Intervista

Abbiamo intervistato Mario De Martino, autore di “La Storia ha detto il falso”! Mario De Martino, classe 1993, è attualmente insegnante di materie letterarie nei Licei, con una laurea in Filologia Moderna e specializzazione alla Scuola di Alta Formazione in Storia e Filologia del manoscritto e del libro antico presso l’Università Federico II di Napoli. Il suo talento gli ha permesso facilmente di emergere nel panorama editoriale con numerose pubblicazioni di narrativa e saggistica. Di recente è stato pubblicato il suo secondo saggio, ossia ‘’La Storia ha detto il falso’’, edito da Formamentis. Il libro segue ‘’L’Inchiesta: la Bibbia, la Chiesa, la Storia- Duemila anni di domande’’, ed è dunque il secondo volume di saggistica, nel quale, in particolare, l’autore si sofferma sulle “fake news’’, le mezze verità, dispensate dalla Storia, nel suo continuo processo di riscrittura da parte dell’uomo e di sottomissione agli interessi e alle necessità del momento. Intervista all’autore Sei un grande appassionato di narrativa e saggistica, due campi molto diversi. Cosa li compensa e cosa li separa? In realtà la differenza è solo apparente: in entrambi i casi c’è alla base la necessità di raccontare storie. Narrativa e saggistica hanno le medesime finalità: coinvolgere il lettore. Chi legge ha bisogno di avere tra le mani un testo avvincente; se il libro in questione non lo fosse, sarà senz’altro abbandonato, indipendentemente dalla natura del suo contenuto. Il pregio della saggistica divulgativa è quello di non dover sottostare al rigorismo dei manuali accademici: il tono può essere meno formale, senza però tralasciare l’accuratezza dei contenuti. Nel tuo nuovo saggio sostieni come spesso la verità storica soccomba sotto il peso della tradizione e delle convenzioni che hanno dispensato e tramandato mezze verità sfruttando il loro potere di controllo delle masse. In particolare quali “fake news’’ ti soffermi ad analizzare? Quelle che oggi chiamiamo fake news – un termine che potremmo definire “alla moda” – sono in realtà sempre esistite. Di balle ce ne hanno raccontate parecchie; se avessi voluto soffermarmi su ogni singola bufala, non solo avrei rischiato di produrre un testo prolisso e noiosissimo, ma avrei pure finito per trasformarlo in un catalogo di menzogne e falsi storici. Ciò che invece ho provato a sottolineare col mio lavoro è che le bufale, ieri come oggi, sono prodotte per un uso concreto: legittimare le azioni del presente. Il medioevo è il periodo che, più di ogni altro, ha prodotto un’immensa quantità di falsi. La mia indagine non poteva non partire da quell’epoca: regni inesistenti spacciati per veri; reperti archeologici creati ad arte; documenti spudoratamente inventati o falsificati… non ci si è fatto mancare niente. Il bello è che, se tali falsi fossero stati smascherati in tempo, forse la Storia avrebbe seguito corsi diversi. Quali ritieni possano essere importanti strumenti per smascherare il falso ed arrivare ad una più esatta conoscenza del passato? Ogni volta che si analizza una fonte scritta occorre necessariamente porsi delle domande: chi l’ha scritta? Perché? Come ci è pervenuta? Capire chi è l’autore della fonte, […]

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Aspettando il treno di mezzanotte, Aldo Vetere | Recensione

Il nuovo libro di Aldo Vetere “Aspettando il treno di mezzanotte”, pubblicato da Graus edizioni, è un intrigante giallo che lascia col fiato sospeso fino all’inaspettata scena finale, grazie all’incalzante e unica voce narrante del racconto; e, dato che ogni libro nasce da un desiderio, il movente di “Aspettando il treno di mezzanotte” è stato quello di cimentarsi con una tecnica narrativa unica nel suo genere come il racconto ad una voce, come afferma l’autore stesso. La trama di Aspettando il treno di mezzanotte Una serata tranquilla nella stazione di Napoli. Un uomo si avvicina ad un altro in attesa con un piccolo bagaglio, e chiede di poter sedere accanto a lui. Inizia così un monologo che durerà fino all’epilogo della narrazione, in cui l’uomo rivela di essere un ex psicologo, mestiere che, un po’ come quello dello scrittore, consiste nell’entrare nella mente delle persone. Lui sembra essere particolarmente abile, e inizia come per gioco ad indovinare quello che pensa l’uomo in attesa, la destinazione del suo viaggio e le sue motivazioni. L’altro resta impassibile, quasi seccato. Ma piano piano la narrazione si fa più concitata e l’uomo rivela dettagli della sua vita che nessuno potrebbe conoscere. Si giustifica affermando che ne è a conoscenza a causa del suo lavoro di archivista che, per quanto noioso, lo ha condotto a indagare sulla vita del suo “interlocutore”, e sulle ragioni che lo hanno spinto a commettere azioni efferate, uscendone sempre incolume. Cosa lo ha spinto ad agire come ha agito? L’uomo, di cui ignoriamo il nome fino al termine della narrazione, sembra conoscere i pensieri passati dell’altro, persino le sue sensazioni, e arriva a ipotizzare che il possibile movente delle sue azioni sia un trauma passato che, da bambino, lo avrebbe messo di fronte alla paura della morte e dell’abbandono. L’uomo resta in silenzio, anche quando riceve accuse spaventose o quando l’altro tocca corde profonde relative alla sua infanzia e ai suoi rapporti familiari. Lui resta impassibile e l’uomo non smette di narrare, in maniera sempre più intima e concitata, rivelando di aver avuto anche modo di conversare con persone a lui vicine, confrontandosi con queste ultime al fine di comprendere il perché di determinati comportamenti e come possa sempre averla fatta franca. Ma come mai lui resta impassibile? E chi è quest’uomo invadente che sembra addirittura aver indagato su di lui, senza un ragionevole motivo? L’ultima pagina si conclude con l’arrivo del treno di mezzanotte atteso dall’uomo, ma al rumore del treno si aggiunge un rumore differente e inaspettato. Due facce della stessa medaglia Lo psicologo anticipa sempre la prossima mossa dell’uomo, e come una sorta di voce della coscienza afferma di conoscere il perché delle sue azioni e lo accusa, senza mai prenderne le parti né entrando in empatia con lui; il “lei” con il quale si rivolge all’uomo è infatti evidenziato lungo tutta la narrazione, come a rimarcare la distanza tra i due, che però con lo sbrogliarsi dei fili del racconto sembrano avvicinarli sempre di più. Sembrano […]

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Angela Carter e la raccolta Nell’antro dell’alchimista

Recensione della raccolta Nell’antro dell’alchimista di Angela Carter Angela Carter è nata a Eastbourne nel maggio del 1940 ed è morta a Londra nel febbraio del 1992. Ha frequentato l’Università di Bristol dove ha studiato Letteratura inglese. Fin dalla pubblicazione del suo primo romanzo, La danza delle ombre (1966), ha iniziato ad essere considerata una delle più originali scrittrici britanniche. In seguito ha scritto altri otto romanzi. È stata una scrittrice e giornalista, divenuta famosa per le sue opere femministe, di realismo magico e di fantascienza. La sua prosa concilia l’horror-fantasy più macabro con la commedia erotica. Nelle opere di Angela Carter troviamo molti riferimenti a Shakespeare, nel romanzo Figlie sagge, al marchese de Sade, a Charles Baudelaire nel racconto Venere nera. È stata però maggiormente ispirata dalla tradizione del racconto orale: ha riscritto, infatti, molte fiabe, tra cui Cappuccetto Rosso, Barbablù e La Bella e La Bestia. Angela Carter è morta di cancro nel 1992, all’età di cinquantuno anni, nella sua casa di Londra. La camera di sangue è il suo capolavoro: il libro per cui verrà maggiormente ricordata. Nell’antro dell’alchimista di Angela Carter è una raccolta divisa in due volumi e pubblicata da Fazi Editore che si apre con L’uomo che amava il contrabbasso.  L’incipit è questo: «Tutti gli artisti sono un po’ pazzi, si dice. Questa follia è, in una certa misura, un mito creato dagli artisti stessi per tenere alla larga i comuni mortali dalla congrega creativa fenomenalmente compatta. Però, nel mondo degli artisti, i consapevolmente eccentrici rispettano e ammirano sempre quelli che hanno il coraggio di essere genuinamente un po’ pazzi.» Continua con il secondo racconto, che è Una signora molto per bene e suo figlio in casa. «Quando ero adolescente, mia madre m’insegnò un incantesimo, mi diede un talismano, mi porse la chiave del mondo. Perché vivevo nel terrore, io, così giovane, così timida davanti a tante persone − le persone che parlavano piano e aspiravano l’acca; le maschere del cinema che, in quei giorni, erano ragazze con indosso degli ampi pigiami di satin che burlavano il mio sesso ancora dormiente con spudorata lascivia, uomini affabili che mettevano le mani fredde sui miei seni appena formati, inermi, al piano superiore dei solitari autobus novembrini. Tante, tante persone.» Nell’antro dell’alchimista di Angela Carter Il libro continua con Souvenir del Giappone, La bella figlia del boia, Gli amori di Lady Porpora, Il sorriso dell’inverno, Penetrando nel cuore della foresta, La carne e lo specchio, Padrone, Riflessi, Elegia per un cane sciolto ed altri racconti. Nella postfazione la scrittrice scrive: «Ho incominciato a scrivere brevi prose quando vivevo in una stanza troppo piccola per scriverci un romanzo. Le dimensioni dello spazio intorno a me modificavano quello che facevo nella stanza e lo stesso succedeva ai miei scritti. La traiettoria limitata della narrativa breve ne concentra il significato. Il segno e il senso si possono fondere in un modo che non è attuabile tra le molteplici ambiguità di una narrazione di lungo respiro. Ho scoperto che benché il gioco […]

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Mario Pacelli: il nuovo libro sul caso di Wilma Montesi

Non mi piacciono i film di Anna Magnani. Il caso di Wilma Montesi da un libro di Mario Pacelli, edito da Graphofeel editori. L’italia della Dolce vita finì con il caso Montesi: era terminata l’età dell’innocenza. Arrivò l’Italia del benessere, quella della contestazione, quella della crisi politica ed economica. Il caso Montesi è ancora oggi uno dei misteri italiani. A leggere i vecchi dati, il famoso memoriale della Caglio, con tutte le mezze verità, e le indagini, su una notizia di cronaca che ancora oggi lascia molti dubbi: chi ha ucciso Wilma Montesi? E perché il suo corpo è stato rivenuto a Torvaianica? Il saggio di Mario Pacelli racconta del cosiddetto “Caso Montesi” che all’epoca fece molto scalpore. L’autore inizia a raccontare di un’Italia ormai cambiata e sconvolta dalla guerra. Di un posto dove la morte ha lasciato i suoi segni, e la gente vuole solo ricominciare ed essere felice. C’è il racconto breve della fine di una Monarchia che aveva inasprito le nostre terre, e un racconto preciso sullo scenario politico che di lì a poco si sarebbe consolidato. È l’11 Aprile 1953 quando il cadavere di una giovane donna viene rinvenuto sulla spiaggia di Torvaianica. In seguito ad alcune rivelazioni si capirà che si tratta del corpo di Wilma Montesi. Il giovane che rinviene il cadavere avvisa prontamente chi di dovere, ma fin da subito il caso della giovane apparirà molto controverso. Attorno al caso della sua misteriosa morte ruoteranno numerosi quesiti. Alcuni testimoni diranno di averla vista mangiare un gelato ad Ostia proprio nel giorno della sua morte, qualcun altro di averla vista in stazione, mentre sua sorella affermerà di aver sentito le intenzioni di Wilma circa «il recarsi al mare per un problema al tallone». Da queste rivelazioni seguiranno una serie di indagini. Il mostro mediatico farà rimbalzare la patata bollente tra i più disparati uomini di potere. Il caso Montesi sembrerà quindi trasformarsi da una vicenda di cronaca nera, ad una guerra al potere, senza esclusione di colpi. Numerosi giornali, come “il Messaggero” e il “Roma” avranno la loro parte nelle indagini. Proprio per mezzo stampa ci si avvicinerà ad una verità scottante, dove al cardine della questione sembrerà esserci una sostanza dal nome “Biancaneve”. Il caso Montesi, dopo due autopsie, non arriverà mai alla risoluzione dei fatti, fino ad intricarsi persino di colpevolezze familiari. Giuseppe Montesi si troverà a dover rispondere a domande scomode, e verità dolorose. Nel 1955 si arriverà all’atto conclusivo delle indagini, dove le colpe si divideranno tra gente di potere e gente che aveva solo fatto male il suo dovere per inettitudine o per interesse. I personaggi descritti nelle vicende saranno emblematici e complicati, nomi ed immagini si susseguiranno rapidamente, dando alla stessa opera di Mario Pacelli un ritmo incalzante, reso ancora più frenetico dalla non finzione dei fatti descritti. Il titolo Non mi piacciono i film di Anna Magnani si rifà ad un episodio chiaro poiché la giovane proprio nel pomeriggio di quel triste accaduto, aveva rifiutato di recarsi al […]

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Graffi, il romanzo di esordio di Claudia Squitieri | Recensione

Graffi di Claudia Squitieri: un romanzo edito Capponi editore. Leggi qui la nostra recensione! Campana, classe ’71, Claudia Squitieri ha esordito con “Graffi”, un romanzo che racconta la storia di Diana e Serena, amiche sin dall’infanzia unite dallo stesso destino di essere orfane. In Graffi è Diana a ripercorrere le sue memorie in prima persona, alternandole a brevi componimenti poetici, profonde riflessioni e uno scambio epistolare tra lei e Serena, l’ancora alla quale ricorre quando “le onde diventano troppo alte”. Serena è come uno specchio per Diana: è il destinatario di quelle lettere intrise di paure, dubbi, sconforto ma anche di consigli, dritte, rassicurazioni. Forse Serena è Diana stessa, l’altro sé, che riconosce come tale solo alla fine. Graffi ci appare allora come un lungo e urlante monologo con la coscienza necessario per far chiarezza nell’anima e nella mente di Diana che attraverso il percorso romanzato della sua esistenza, riesce finalmente a guardare con oggettività la sua intera vita, sciogliere dubbi irrisolti, ritrovare la pace con se stessa. Claudia Squitieri racconta in Graffi qualcosa che conosce bene: l’adozione La protagonista di Graffi si lascia andare al racconto della sua vita, a partire dall’infanzia, passando per il duro distacco da Serena che viene adottata, riscoprendo l’astio tra sé e sua mamma, ormai morta, per poi essere travolta dalla paura della scoperta di essere stata adottata. Tutto è minato da squarci di analisi personali e ondate di emozioni. Graffi è, per questo, un romanzo scorrevole in cui la semplicità si fonde con profondità riflessiva. Claudia Squitieri è accomunata a Diana e Serena dalla stessa esperienza d’adozione. Con il suo romanzo, ha voluto raccontare qualcosa che conosce bene per descriverne tutte le emozioni che provoca con sincerità, senza filtri né artifici retorici. «L’adozione crea un’interruzione – come quella della spina strappata dall’interruttore. Per creare il contatto ci vuole un po’ di tempo, e non sempre si riesce a recuperare il cavo». Ma cosa vuol dire, scoprire di essere stata adottata? Il confronto con l’abbandono si palesa per Diana quando lei è già adulta. Di fronte a questa notizia, però, si riscopre fragile come una bambina, stordita tra la consapevolezza dell’aver sempre saputo tutto e il rumore di una vita che si disgrega in un istante azzerando e dilatando all’infinito il tempo passato. Schiacciata dalla necessità di reinterpretare le certezze acquisite nella pergamena degli anni passati nell’ansia di perderle del tutto, la protagonista di Graffi acquista lucidità solo attraverso la voce di Serena, l’unica al mondo che riesce a comprenderla. E Claudia Squitieri, portavoce di entrambe, riesce a rendere nitida la sensazione di un abbandono e lo smarrimento di chi non può che vedere la sua intera esistenza come un unico grande inganno. «Un fulmine in testa provocherebbe meno sconquasso di questa notizia. Molti troverebbero esagerato questo paragone, ma gli altri non sanno cosa vuol dire sentirsi morire. Tu e io invece sì, conosciamo la vertigine che ti coglie all’improvviso e la sensazione che ne deriva, lo smarrimento che si insedia nella mente, la […]

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La scatola di cuoio di Gianni Spinelli | Recensione

Gianni Spinelli è un giornalista professionista, vice caporedattore de «La Gazzetta del Mezzogiorno». Ha scritto per «Guerin Sportivo», «Il Giorno», «Corriere della Sera», «Avvenire», «Meridiani» e «Geo». Attualmente collabora con «Donna Moderna» ed è editorialista del «Corriere del Mezzogiorno». Fra i suoi libri, ricordiamo Il gol di Platone, Settanta volte donna, Tutta colpa di Eva, Andiamo al Cremlino e l’ultimo, La scatola di cuoio. La scatola di cuoio è l’ultimo romanzo di Gianni Spinelli, in cui l’autore narra abilmente le vicende che si svolgono a San Clemente, un paesino della Basilicata, a quasi trenta chilometri da Matera. Un paese non indicato sulla cartina geografica, che appariva tra aride fiancate di calanchi, appartenente ad una regione che era quasi invisibile. Spinelli è geniale nel raccontare le ipocrisie di una famiglia benestante che si verificano nell’arco temporale degli anni ’60, ipocrisie che ruotano intorno a Don Pantaleo, un frate maledetto: anziano, decadente, capelli lunghi e grigi, rughe ampie sulla fronte e dall’aria misteriosa, nella cui casa accadono avvenimenti alquanto ambigui e strani. La scatola di cuoio di Gianni Spinelli Don Pantaleo, detto il Provinciale, passa la vita non badando altro che ad accumulare ricchezze, che in seguito al suo decesso verranno ereditate dal marito di Marta Fontiuzzi, nipote di Don Pantaleo, marito incapace di gestire sia il patrimonio ereditato che la sua stessa esistenza. Marta, donna tanto brutta nell’aspetto quanto astuta nella vita, è la burattinaia del libro, una donna cattiva, avida, colei che gestisce le vite altrui, prevede i loro gesti e ne calcola dunque, nei minimi dettagli, le conseguenze. Una donna convinta che i soldi non siano solo fonte di ricchezza e potere, ma anche l’unico mezzo per ottenere il rispetto e l’adorazione altrui. In seguito al decesso di Marta, in famiglia seguiranno avvincenti avvenimenti per ottenere l’eredità della stessa. Un racconto all’insegna dei pettegolezzi di paese, dell’ipocrisia, della bramosia nell’accaparrarsi il patrimonio di Don Pantaleo e scoprire il contenuto della scatola di cuoio, una piccola scatola ricoperta di polvere, da cui prende appunto spunto il titolo del libro. Racconto avvincente, a tratti ironico, a tratti thriller, a tratti noir. Lettura scorrevole e appassionante: l’autore descrive minuziosamente abiti, costumi, indole, temperamento dei singoli personaggi che prendono vita nell’immaginario del lettore, personaggi che, alla fine della storia, avranno ciò che veramente meritano e non quello che speravano di ottenere.

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Buongiorno ragazzi, il libro di Valentino Ronchi

Esce oggi per la Fazi Editore il nuovo libro di Valentino Ronchi, “Buongiorno ragazzi”. Tutti gli scrittori, o i poeti, come in questo caso, iniziano spesso a scrivere spinti dalla volontà di “sfogar l’interna doglia” attraverso le parole. La morte inaspettata del professore di greco, che ha indubbiamente influenzato il percorso dell’autore, è la scintilla che spinge il Ronchi a intraprendere un viaggio introspettivo e l’autore, come i grandi poeti che studiava al liceo, lo rende noto nel “proemio”, la sede topica della comunicazione delle intenzioni dell’autore.  La notizia dà “il La” ad un viaggio a ritroso tra i ricordi che legano i giovani adulti, compagni di classe, che si ritrovano insieme dopo aver appena imboccato ognuno la propria strada, “con i figli nei telefonini e nei portafogli”. L‘evento porta però involontariamente a riguardare i propri compagni come una volta, “con il Rocci sotto al braccio, che nello zaino proprio non ci entra”. E così, come nella mente si accavallano pensieri suscitati da stimoli diversi, esattamente allo stesso modo si distribuiscono le parole sulla pagina del Ronchi. La poesia sembra quasi una prosa spezzata, che deve andare a capo e che talvolta deve interrompersi, per continuare alla pagina seguente, o dopo un po’, come a seguire il flusso incostante del pensiero; le emozioni del passato comportano un salto indietro e si alternano al presente, in un continuo tira e molla; sembrano venir fuori e concretizzarsi nei versi come un’esigenza impellente che ha bisogno di essere espressa esattamente come la si prova. I dettagli di un passato neanche troppo lontano, che sembra anzi a portata di mano, sono vividi e si presentano al lettore esattamente come nella mente e nell’animo del poeta. Come spesso accade, è la morte l’unica in grado di spezzare la quotidianità e capace di avvicinare persone altrimenti inevitabilmente distanti. Buongiorno ragazzi, lo stile dell’autore Il linguaggio dell’autore non è distante da quello quotidiano, anzi talvolta si riduce all’ essenziale, come quello di un dialogo interno e personale con se stessi, ridotto all’osso e per niente poetico; la rima è bandita, e qualora ci sia, è scusata dall’autore, come a ribadire la sua inadeguatezza. Nella poesia del Ronchi il passato sembra subire una rilettura a posteriori, come se alcuni momenti fossero premonizioni di ciò che avverrà nel presente, come nel caso del corteo degli studenti che sembra prefigurare quello in cui si ritroveranno insieme molti anni dopo, in nome del professore venuto a mancare.  Il verso diviene prosa libera, che include vecchi discorsi diretti che divengono parte integrante della prosa-verso. E il passato diviene presente nella figlia di un vecchio amore che porta il nome che avrebbero dato alla loro, di figlia. L’incontro tra i vecchi compagni è una continua evocazione di un passato comune, che si fonde con il presente, come fosse accaduto solo un momento fa. E tutto viene letto “alla Omero”, come il professore aveva tentato allora di insegnare, come forse solo oggi, da adulti, riescono a comprendere. E Laura, uno dei personaggi femminili che […]

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