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Eroica Fenice

La Tag: libri contiene 42 articoli

Libri

Quando un uomo cade dal cielo di Lesley Nneka Arimah – Recensione

“Quando un uomo cade dal cielo”, l’esordio letterario di Lesley Nneka Arimah, scrittrice afro-americana, è finalmente arrivato in italia, edito dalla casa editrice SEM, dopo aver ottenuto un ottimo riscontro negli Stati Uniti. I racconti narrati dalla scrittrice danno voce a personalità diversissime, ma al contempo un fil rouge mantiene legate le pagine del racconto, attraverso una voce che narra le gioie ma soprattutto i dolori della vita con una spontaneità disarmante. Le storie si aggirano tra i generi più disparati, dalla leggenda al realismo che in alcuni punti diventa magico, attraverso le tradizioni di un popolo la cui cultura scorre nelle vene e nell’inchiostro della scrittrice; il folklore delle tradizioni africane, dove molti dei racconti sono ambientati, e dei quali tutti portano impressa almeno una traccia, è lo spunto per affrontare problematiche che accomunano tutti; drammi familiari, amore e amicizia, nonché tradimenti, ma a spiccare e ad emergere forte è la voce delle donne, protagoniste di drammi e di problematiche che spesso diventano però la loro forza, o la loro fine. Quando un uomo cade dal cielo: dentro le storie… A caratterizzare le donne raccontate da Lesley una scintilla, talvolta un vero fuoco, che arde loro dentro, ma che in un modo o nell’altro, la società o l’ambiente in cui si trovano, provano in tutti i modi a spegnere, perché tutt’intorno vi è deserto di emozioni, di conseguenza quelle troppo forti vanno sopite. Le giovani donne di questi racconti, le figlie, sono definite ribelli, talvolta semplicemente troppo intelligenti e dalla spiccata curiosità, dote niente affatto ben vista; tale animo sveglio viene spesso represso da madri che hanno subìto lo stesso trattamento quando erano giovani, e che talvolta vogliono evitare alle figlie, paradossalmente, ulteriori sofferenze. I padri se non sonnecchiano sul divano, con una birra, sono comunque assenti, o morti. Tutti i racconti si spezzano sul finale, come a voler lasciare interdetta l’ultima parola, forse perché pronunciarla sarebbe troppo, o perché in questo modo possiamo immaginare che quella scintilla che le caratterizza abbia ancora una speranza. Le giovani di questi racconti cercano in ogni modo di far sentire la propria voce, anche a costo di incorrere in una cocente punizione, come accade alla protagonista del terzo racconto, in una scena quanto mai attuale, intitolato appunto “Ribelle“: “O quando mi avevano sospesa perché avevo dato della vacca fascista alla mia insegnante di Retorica e Comunicazione dal momento che si rifiutava di lasciarmi argomentare a favore del diritto all’aborto, un tema su cui non avevo un’opinione precisa fino a quando non mi è stata negata la possibilità di difenderlo.” È in punti come questi che emerge la forte personalità della scrittrice, che dietro il destino spesso ingiusto delle proprie protagoniste, non riesce a trattenere la propria sensibilità di donna forte in un mondo che vuole assoggettarla ancora. Il racconto spesso si ricostruisce a ritroso, come se i protagonisti ricordando, narrassero la storia partendo dal momento presente, per arrivare a quello passato, e così la confusione dei tempi del racconto è l’emblema dello stato confusionale dei protagonisti.  […]

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Culturalmente

Luis Sepulveda, uno scrittore dalla vita avventurosa

Luis Sepulveda, scrittore cileno nato nel 1949, è una figura particolarmente interessante nel panorama sudamericano e non solo. Lo spirito avventuroso che caratterizza lo scrittore era infatti proprio dell’intera famiglia, e sarà la cifra stilistica delle sue opere, che spaziano tra stili molto diversi tra loro, non perdendo il carattere forte e sfrontato dell’autore. Conosciamo insieme la storia dello scrittore.  Una vita avventurosa Luis cresce con il nonno paterno, un anarchico andaluso stabilitosi in America del sud, e lo zio, in quanto i genitori erano in fuga a causa di una denuncia ricevuta dal nonno materno. La sua passione per la scrittura, e soprattutto per la letteratura avventurosa, Conrad, Salgari e Melville tra i suoi preferiti, è precoce, e sin dalle scuole superiori Luis inizia a scrivere per un giornale, e a soli vent’anni riceve il suo primo premio letterario. Si iscrive inoltre alla Gioventù comunista, oltre a ricevere una borsa di studio per l’università di Mosca. La sua esperienza sovietica però dura pochi mesi; viene infatti espulso a causa di “atteggiamenti contrari alla morale proletaria”. Inizia un periodo di spostamenti continui, ed è di nuovo in Cile, dove viene espulso dalla Gioventù comunista. Si sposta poi in Bolivia, dove prende parte all’esercito di Liberazione Nazionale. In Cile termina gli studi teatrali e continua a scrivere racconti. Si iscrive al Partito Socialista, e arriva a far parte della guardia personale del presidente Allende. Con il colpo di stato di Pinochet del 1973, Sepulveda viene arrestato e torturato, e poi rinchiuso in una cella minuscola. Grazie all’intervento di Amnesty International viene liberato. Il suo perseguire le proprie idee anche nei suoi spettacoli teatrali gli costò un secondo arresto che si concluse inizialmente in una condanna all’ergastolo, che gli fu commutata in una pena all’esilio. Dovendosi recare in Svezia, al primo scalo a Buenos Aires fuggì alla volta dell’Uruguay, e da lì peregrinò per vari paesi dell’America Latina. Si stabilì infine in Ecuador, dove riprese a fare teatro e si dedicò a una campagna UNESCO, stando a contatto per vari mesi con la comunità degli Indios Shuar per studiare gli effetti della civiltà sulle abitudini di questi popoli; da qui nasce il suo interesse per le tematiche ambientali e l’amore per la natura, riversato nel libro che l’ha consacrato sulla scena mondiale “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” insieme al suo amore per la lettura. Si unì in seguito alle brigate internazionali Simon Bolivar per la guerra in Nicaragua. Si dedicò in seguito al giornalismo, e si stabilì in Europa, tra la Germania e la Francia. Si unì all’organizzazione ecologista Greenpeace. Tornò per un breve periodo in Cile, per stabilirsi alla fine in Spagna. La vita avventurosa di Sepulveda sarà fonte diretta per alcuni dei suoi romanzi, tra i quali “La fine delle storia” e “Il mondo alla fine del mondo”. I mille orizzonti della letteratura di Luis Sepulveda I generi letterari nonché gli stili toccati dall’autore risentono della sua vita avventurosa, del suo sguardo poliedrico sul mondo, dei mille orizzonti interiorizzati […]

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Libri

Scrittori italiani contemporanei, quelli da leggere

Scrittori Italiani Contemporanei Quando si pensa alla letteratura italiana è istintivo nominare subito i grandi nomi del passato: Dante, Leopardi, Manzoni, Ungaretti, Pirandello, Montale e tanti altri. Se però volessimo provare a stilare una lista di scrittori italiani contemporanei, la questione diventa più delicata. Non sono poi molti gli scrittori che si possono definire tali e che accrescono la storia letteraria del nostro paese in modo significativo. Già Giulio Ferroni affermava che «ci sono scrittori da ogni parte» in riferimento, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, all’emergere di personalità che più che dalla voglia di essere testimonianza storica e sociale preferirono lanciarsi in operazioni commerciali. Oggi la situazione non è da meno, dato che l’universo dei “scrittori italiani contemporanei” è popolato principalmente da scrittori che si considerano tali pubblicando l’ennesimo giallo di ispirazione scandinava con sfumature esoteriche/complottistiche o l’ennesima storia “lacrimestrappa” (cit.) su due giovani innamorati che vengono separati dalle avversità di ogni sorta, senza contare poi i molti (e inutili) libri di scrittori occasionali: politici, chef stellati, youtuber, influencers, fashion bloggers e altre personalità che con la letteratura hanno davvero nulla a che fare. Se quello che avete appena letto può aver suscitato in voi una reazione negativa e potrebbe avervi fatto pensare che lo scenario sia più pessimista che mai, ci sono anche delle buone notizie: di scrittori italiani contemporanei che vale la pena di leggere ce ne sono, anche se abbastanza rari. Ecco quindi a voi una lista di cinque autori italiani odierni da leggere e da riscoprire. Scrittori italiani contemporanei, quelli da leggere assolutamente Andrea Camilleri Iniziamo subito con una personalità importante, scomparsa di recente e che ha sempre suscitato l’interesse anche di chi legge poco o nulla: Andrea Camilleri. Nato a Porto Empedocle (in provincia di Agrigento) nel 1925 e morto a Roma il 17 luglio di quest’anno, Camilleri ha raggiunto la notorietà soprattutto con l’immenso ciclo di romanzi dedicati al commissario Montalbano (grazie anche alla famosa fiction prodotta dalla RAI) e in cui si respira un’atmosfera tutta siciliana non solo nelle ambientazioni, ma anche nell’impasto linguistico, in cui il dialetto è usato spesso in forma ironica. L’attività di Camilleri però non si è limitata ai soli gialli. Ha scritto anche alcuni romanzi storici, ambientati sempre in Sicilia, come La strage dimenticata (1984), Il Birraio di Preston (1995), Un filo di fumo (1997) e La scomparsa di Patò (2000). Non è da meno neanche la sua attività teatrale dove, oltre ad aver diretto adattamenti dalle opere di Pirandello e Beckett, ha anche scritto alcuni monologhi come Conversazione su Tiresia, messo in scena al teatro greco di Siracusa l’11 giugno 2018. Elena Ferrante Un altro tra gli scrittori italiani contemporanei noti al grande pubblico è Elena Ferrante, la cui identità sembra essere avvolta nel mistero. La scelta dell’anonimato per pubblicare i suoi romanzi ha spinto tanto i lettori quanto gli italianisti, tra cui Marco Santagata, a proporre varie teorie su chi possa nascondersi in realtà dietro questo nome. Il suo primo romanzo L’Amore Molesto […]

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Culturalmente

Il Don Chisciotte fra labirinti e arabeschi compositivi

Il Don Chisciotte (il cui titolo originale completo è El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha) è fra le più conosciute e studiate opere dello scrittore spagnolo Miguel De Cervantes Saavedra. Composto tra il 1605 (prima parte) e il 1615 (seconda parte) il romanzo è imbastito su un telaio composito in cui trama e ordito, intrecciate strettamente, offrono un testo profondo e complesso, tanto dal punto di vista linguistico quanto dal punto di vista interpretativo. Per diversi motivi il Don Chisciotte si configura come notevolmente immerso nell’atmosfera letteraria del cosiddetto genere picaresco: avventure e “disavventure” che occorrono ai protagonisti (Don Chisciotte e il suo scudiero Sancho Panza) durante il loro itinerario cavalleresco ne sono il motivo più evidente. Il Don Chisciotte e la metamorfosi dell’uomo Il romanzo di Cervantes prende le mosse da uno spunto (e conseguentemente riflessione) che possiamo definire “metaletterario”: il nobiluomo Alonso Quijano, appassionatosi oltremodo ai romanzi cavallereschi (in particolare alle storie di Amadigi da Gaula) finisce per sovrapporre la fantasia alla realtà e, irrimediabilmente, perde il senno: equipaggiato di una vecchia armatura, di lance strappate alla polvere della rastrelliera espositiva e di un debole cavallo (il “destriero” Ronzinante), Alonso Quijano sveste i panni – e l’identità – di se stesso per calzare quelli di Don Chisciotte della Mancia, valoroso paladino alla ricerca dell’amore della bella e nobile Dulcinea del Toboso (che in realtà è una rozza contadina). Sceglie come scudiero il “semplice” Sancho Panza, contraltare “pragmatico” dell’ormai dissennato (ma idealista) hidalgo e con lui inizia il suo peregrinare fra genti, luoghi, storie. Fra “labirinti” e “arabeschi”compositivi Subito si notano due linee di forza lungo cui scorre il romanzo: una linea retta, data dallo svilupparsi delle storie sull’asse cronologico principale, e una linea curva, una spirale, che s’avvolge su se stessa lungo la quale corrono i vari episodi “inserti” che arricchiscono e rendono spessa in complessità la già ricca e spessa trama lineare; a proposito di tale spirale, si è parlato di “struttura a schidionata” con la quale si intende, letteralmente, la fila d’arrosti sullo spiedo (lo schidione): come questo costituisce elementi singoli infilati verticalmente sullo schidione orientato orizzontalmente sul fuoco, così si presentano questi inserti “verticali” nell’andamento narrativo “orizzontale”. In più, il ritornare, il ripetersi, il continuare di episodi iniziati e lasciati “in sospeso” curvano attraverso “giochi di forze” la linea orizzontale a cui tali “episodi verticali” si ritrovano intersecati fino a “rimodellarla” in una spirale ora di folli distratte risate ora di malinconie consapevoli e profondissime. E allora il Don Chisciotte è anche il romanzo delle simmetrie: alla metamorfosi identitaria di Alonso Quijano corrisponde una simile e contraria metamorfosi di Sancho Panza: mentre il primo da savio diventa folle, il secondo matura, come nei più alti percorsi di formazione, attraverso una peregrinatio animi, una straordinaria consapevolezza altrimenti preclusagli. La presa di coscienza a cui il lettore sembra chiamato già dalle prime pagine ma a sua insaputa, mi è sempre parsa la via di identificazione dello stesso lettore in Sancho Panza: noi che, intrapreso il […]

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Culturalmente

Boccaccio a Napoli: una riflessione sulle opere

Giovanni Boccaccio è sicuramente maggiormente conosciuto per il suo Decameron, ritratto vivissimo della casistica umana – commedia umana, fra l’altro definito il testo boccacciano, in una chiarissima corrispondenza con la dantesca commedia “divina” – e ricordato per le sue vicende legate all’amico Francesco Petrarca, ma il nome del Certaldese, oltre che ad essere legato alla cultura toscana del XIV secolo è vicinissimo alla cultura partenopea; non soltanto perché ancora nel Decameron, come si ricorda, sono affrescate vicende ambientate nel Regno di Napoli, ma anche perché Boccaccio soggiornò in questi luoghi e fu immerso nella vita della corte angioina a Napoli. Giovanni Boccaccio e il suo “noviziato” napoletano Nei primi decenni del 1300, Giovanni Boccaccio era nel pieno di quello che viene definito il suo noviziato letterario: a questo periodo risale la sua permanenza a Napoli e significativa la cosiddetta “epistola napoletana”, nella quale l’autore mette in scena un “gioco” di rifrazioni plurime e multiformi livelli: il gusto per la quotidianità e per le maschere alter ego dell’autore e onnipresenti – tanto in maniera latente quanto in maniera patente – nella sua produzione letteraria è, in altre parole, evidentissima fin da questa primissima attestazione letteraria. A questo periodo risalgono anche opere più lunghe e complesse: la Caccia di Diana, il Filocolo, il Filostrato e il Teseida delle nozze d’Emilia. La datazione, e di conseguenza l’ordine cronologico di composizione delle opere, resta al momento piuttosto incerta: molte le ipotesi ma pare inesistente, almeno per lo stato attuale delle ricerche, una prova certa e “risolutiva”; fra rimandi, indizi e ricerche filologiche pare più accreditata l’ipotesi per cui, su una linea cronologica le opere succitate possano situarsi in tal modo: Caccia di Diana, Filocolo, Filostrato, Teseida delle nozze d’Emilia, con un andamento tutt’altro che lineare dato che molto probabilmente il Filostrato fu redatto in più stesure e durante le pause di lavorazione del Teseida delle nozze d’Emilia; in ogni caso, personalissima idea è quella per cui le opere Filocolo, Filostrato e Teseida costituiscano una triade di opere ben ragionata e ponderata dall’autore che ne fanno una sorta di trittico in cui l’analisi di ogni singolo testo risulta imprescindibile dal contemporaneo vaglio delle altre due opere. Data la complessità della materia e dell’ingegno boccacciano, si comprende allora come la dicitura “noviziato” possa apparire più che altro una “convenzione” per distinguere questo periodo da quello più maturo e avanzato raggiunto con la stesura definitiva del Decameron. Boccaccio a Napoli: le opere Si è accennato alle opere napoletane e ai legami intercorrenti fra esse; ebbene, se nella Caccia di Diana la trama è volta a descrivere l’effetto benefico delle amorose donne sugli uomini – con il tramutarsi di questi da animali ad essere umani – nel Filostrato la trama segue vie contrarie: in esso né arti venatorie né catalogo di bellezze napoletane, bensì il campo di battaglia fra greci e troiani e gli effetti nefasti del “maledetto foco”. Col Filostrato, Boccaccio, insomma, mostra quali tremendi effetti può provocare un amore insano – non a caso, come già […]

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Culturalmente

Tsundoku: voce del verbo “accumulare libri senza leggerli”

Tsundoku: quando acquistare libri in modo compulsivo si trasforma in una vera dipendenza! Se state leggendo questo articolo sullo tsundoku significa che vi siete ritrovati fra chi “accumula libri serialmente senza leggerli”. E soprattutto siete fra chi entra in tutte le librerie che incontra acquistando libri per poi impilarli sugli scaffali o sul comodino in attesa di un momento libero dalla routine lavorativa o universitaria. Solo che quel momento, molto spesso, non arriva mai. Dunque, se avete a casa pile di libri che mettono in pericolo l’incolumità mentale dei vostri coinquilini o anche vostra, sì, presentate tutti i sintomi e siete affetti dalla sindrome di tsundoku, un termine coniato in Giappone proprio per descrivere questa abitudine. La notizia positiva è che non è contagiosa, ma può diventarlo. Anzi, è auspicabile che ciò avvenga. La parola tsundoku è nata, secondo il professore Andrew Gerstle, docente di giapponese pre-moderno all’Università di Londra, in epoca Meiji (1868-1912) e usata nello slang giapponese: infatti, presente in un testo del 1879, questo termine era probabilmente già in uso prima di tale anno. Essa è costituita dai termini tsunde e oku che indicherebbero l’“impilare tante cose” (da tsumu) e rimandare o “abbandonare momentaneamente (o per sempre)”. Oggi entrata a far parte del vocabolario italiano fra altre parole giapponesi come sudoku, sushi o ikebana, secondo alcuni linguisti, combina il verbo tsun con doku che significa invece “leggere”: di qui, l’espressione completa che assume il significato di “impilare libri e metterli da parte per il momento”. Nonostante solo nella lingua giapponese sia stato ideato un unico termine per indicare tale abitudine – mentre nelle altre lingue è usata una perifrasi, in inglese ci sono alcune parole che descrivono atteggiamenti simili come abibliophobia, ovvero la paura di rimanere senza niente da leggere, e  bibliotaph o bibliotaphist, che invece è colui che ammassa libri o li nasconde (dal termine greco τάφος, ”tomba”). Nota fin dal Medioevo, quando tale pratica accumulatoria di libri era tipica delle popolazioni arabe e condannata dagli occidentali, durante l’Illuminismo essa era considerata contraria ai principi di trasmissione e accesso al sapere altrui, dal momento che ciascun lettore conservava per sé preziosi testi e conoscenze che invece dovevano essere diffusi e condivisi. Nel XIX e XX secolo, invece, possedere una ricca e variegata biblioteca significava non solo apprezzare la cultura, ma rendere manifesta la propria ricchezza non solo libraria. Descritta anche dallo scrittore inglese Thomas Frognall Dibdin nel suo romanzo Bibliomania (1809) in cui i due protagonisti manifestano un atteggiamento quasi malato e ossessivo verso la letteratura (la bibliomania del titolo), oggi caratterizza i booklovers più accaniti come una sorta di fame continua a divorare testi, come un’“ansia” – nella sua accezione positiva – di non avere abbastanza libri da leggere e un prolungato desiderio di possedere un testo (e/o più edizioni di uno stesso testo), perché “non ho mai abbastanza libri”, o perché è appena uscito in libreria l’ultimo lavoro di uno scrittore noto e prima che tutti lo acquistino e lo leggano, si sente il bisogno di prenderlo […]

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Libri

La guerra di tutti, il ritorno di Raffaele Alberto Ventura

Dopo il successo riscontrato con Teoria della classe disagiata, Raffaele Alberto Ventura torna nelle librerie con La guerra di tutti, un’analisi del presente tra populismi, terrore e crisi della società liberale. Edito da Minimum Fax, il libro di Ventura si presta ad essere una lente per capire cosa ci sta accadendo ma anche un riassunto parziale del decennio che si sta per concludere. Il 10 gennaio 2019 Repubblica pubblica un articolo firmato da Alessandro Baricco in cui l’autore sostiene che il patto tra le élites e la gente è andato in pezzi perché nessuno è più disposto a concedere privilegi, potere e ricchezza ad una minoranza che non è riuscita a costruire un mondo migliore, come promesso, e che non si assume più la «responsabilità di costruire e garantire un ambiente comune in cui sia meglio per tutti vivere». Scrive Baricco: «Che piaccia o no, le democrazie occidentali hanno dato il meglio di sé quando erano comunità del genere: quando quel patto funzionava, era saldo, produceva risultati. Adesso la notizia che ci sta mettendo in difficoltà è: il patto non c’è più». Il venir meno di quel patto è un problema perché quel tacito accordo era il collante di un ordine ormai in disfacimento. Nei paragrafi successivi del suo articolo Baricco evidenzia delle cause. L’«idea di sviluppo e di progresso [delle élites] non riesce a generare giustizia sociale, distribuisce la ricchezza in un modo delirante», sostiene Baricco. Nel mentre, i nuovi device hanno dato a tutti la possibilità di informarsi, comunicare ed esprimere le proprie idee. Diritti che fino a pochi anni fa erano privilegi delle sole élites. Il ragionamento si conclude invitando le èlites a reagire allo sterile There Is No Alternative per tornare a pensare ad un nuovo mondo con determinazione, pazienza e coraggio. Le parole di Baricco hanno suscitato un certo interesse ed animato un bel dibattito forse grazie al tema principale di cui tutti da un po’ di tempo ormai vediamo l’ombra senza però avere il coraggio di accendere la luce. Descrivere il disfacimento dell’ordine costituito può essere doloroso ed impegnativo. Doloroso perché il collasso del nostro mondo non può che portare a situazioni già verificatesi in passato e che sono state risolte a caro prezzo. Impegnativo perché i sintomi di un fenomeno così complesso sono numerosi e da rintracciare nei vari livelli del sapere. È quello che ha provato a fare Raffaele Alberto Ventura ne La guerra di tutti, 308 pagine ricche di note a piè di pagine per la gioia di chi ne aveva sentito la mancanza nel precedente lavoro, e in cui si spazia da Rihanna al pensiero di Rousseau e Hobbes, senza tralasciare le avventure dei supereroi del Marvel Cinematic Universe. La guerra di tutti, una miriade di narrazioni non condivise Il problema dell’incapacità delle élites di offrire un mondo migliore è che nel lungo termine una gran parte della popolazione occidentale ha iniziato a rifiutare deliberatamente quel sapere perché appartenente ad una classe dominante e percepito come strumento di oppressione. Rifiutare […]

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Libri

La top 5 dei libri dell’estate scelti dalla nostra redazione

Top 5 libri dell’estate D’estate aumenta il tempo a disposizione e di conseguenza cresce anche il numero dei libri da poter leggere in armonia e tranquillità. Scegliere un libro può risultare difficile, per questo vogliamo aiutarvi stilando la nostra top 5 dei libri dell’estate. Il Mare di Baricco Al primo posto nella nostra classifica, troviamo Oceano mare, celebre romanzo di Alessandro Baricco, tra i più noti dell’autore. La trama ruota attorno alla locanda Almayer, nella quale tutti i personaggi convergono: un luogo quasi magico, surreale, situato in una fantomatica spiaggia, a due passi dal mare, che poi è il vero protagonista della storia. Il tema del mare (utilizzato come vera e propria metafora esistenziale) viene infatti analizzato dall’autore con molteplici sfaccettature e attraverso la storia dei singoli personaggi. Scrutando tra le pagine del libro, è possibile accorgersi che, in realtà, la trama non è lineare e permette intrecci e commistioni di emozioni e sensazioni tra loro diverse. Le frasi del libro sono spesso sospese, quindi si ha la sensazione di essere lentamente cullati, proprio come succede in mare, come quando le onde accarezzano il corpo, spostandolo nell’acqua salata. Il mare che stabilizza la disperazione di Moravia L’estate è tempo di vacanza, si parte, si raggiungono località turistiche e il tanto bramato mare. Tra le località più frequentate, sicuramente sono da menzionare le isole del Golfo di Napoli; tra queste, legata al secondo romanzo nella top 5 dei libri dell’estate, vi è Capri, suggestivo scenario di “1934” di Alberto Moravia. Il romanzo in questione è ambientato nell’anno in cui Hitler uccide tutti gli oppositori del regime durante la Notte dei lunghi coltelli. Non si tratta di una lettura semplice, ma è sicuramente un libro che arricchisce profondamente. Lucio, intellettuale 27enne e antifascista, si reca a Capri per tentare di “stabilizzare la sua disperazione” con la stesura di un romanzo. Giunto alla consapevolezza dell’impossibilità di debellare questo stato emotivo, realizza che l’unico modo per scongiurare la soluzione logica del suicidio è convivere stoicamente con la disperazione, considerandola come condizione normale dell’esistenza. In realtà, il tema del romanzo, apparentemente disperato, ha la funzione di arricchire filosoficamente, il lettore, immergendolo in un vortice che si allontana dalla quotidianità. Proprio questo allontanarsi dalla quotidianità, rimanda all’estate, e dunque inevitabilmente all’ambientazione del romanzo, Capri. Le isole, la bellezza data dalla semplicità dell’ambiente, la natura, il mare, i colori, tutto ciò caratterizza l’estate e contribuisce a definire “1934” un romanzo “marino”. L’estate si distingue anche per la calura che caratterizza le lunghe e soleggiate giornate. C’è chi ama il mare e trascorre il proprio tempo libero in spiaggia, chi ama abbronzarsi, passeggiare in riva al mare, e chi desidera semplicemente leggere un buon libro in tranquillità. Il thriller sotto la canicola di Camilleri Un altro romanzo che vi consigliamo è “La vampa d’agosto”, di Andrea Camilleri. La trama del libro, si concentra su nuova indagine che terrà impegnato il commissario Montalbano: costretto a rimanere a Vigáta nel mese più infuocato della torrida estate siciliana, si trova a fronteggiare un’indagine […]

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Libri

Fabio Carta: intervista all’autore di Ambrose e Arma Infero

Intervistiamo Fabio Carta, scrittore di fantascienza, laureato in Scienze Politiche, autore del libro Ambrose e della serie Arma Infero (Il Mastro di Forgia, I Cieli di Muareb, Il Risveglio del Pagan ed un quarto volume in uscita). Classe 1975, Fabio Carta ha esordito nel 2015 con il primo volume di Arma Infero, Il Mastro Di Forgia, seguito da I Cieli di Muareb nel 2016, Ambrose nel 2017 e Il Risveglio del Pagan nel 2018. Dalle scienze politiche alla fantascienza, come ha iniziato a scrivere? C’è molta politica nella fantascienza e non parlo soltanto degli sviluppi che dagli anni ’80, e mi riferisco al cyberpunk, hanno portato al successo una visione della fantascienza che si pone in polemica con la contemporaneità immaginando un futuro in cui i difetti del presente sono portati al parossismo. La vicinanza tra fantascienza tout court e la politica è stata infatti, di recente, evidenziata dal famoso autore Ted Chiang (suo il racconto che ha ispirato il film Arrival) in un’intervista su Repubblica. Per Chiang, la fantascienza tutta, presentando e ipotizzando l’esistenza di mondi e realtà diverse, è un ottimo esercizio intellettuale alla diversità, contro ogni visione monolitica del proprio stile di vita. Non poca roba, quindi… Detto questo, non voglio presentarmi come una specie di intellettuale politicamente impegnato. Nel mio anelito alla letteratura “sci-fi” c’è molta più ingenuità, vanità e voglia di giocare di quanto vorrei mai ammettere. Ha scritto soprattutto opere distopiche, qual è la sua visione del futuro? Nei suoi libri ci sono rimandi a temi politici ed attuali? La distopia è la vita nelle macerie che custodisce in sé i germi di una rinascita, carica di quelle speranze che spesso fanno anche ben volere la catastrofica “tabula rasa” da cui tutta la vicenda ha origine. In “Arma Infero” la catastrofe è praticamente innestata in ogni epoca del background, prima, durante e dopo gli eventi narrati; si respira una inevitabilità storica che opprime gli uomini e, nella sua spaventosa grandezza, ne ridicolizza ogni sforzo, impregnato di misere vanità e aspirazioni. In “Ambrose”, in quanto cyberpunk d.o.c. (o almeno spero) la polemica e la critica di costume sono decisamente più chiare e palpabili. Ma come ho detto, anche qui la rovina generale è il preambolo inevitabile a una rinascita. Intervista a Fabio Carta, autore di Ambrose e Arma Infero Il linguaggio dei suoi libri a volte potrebbe essere giudicato desueto o molto tecnico, è una scelta voluta? Secondo lei influenza la godibilità dei testi? Il mio linguaggio era quasi un obbligo nella prima persona di “Arma Infero”: in fondo a parlare era un pomposo maniscalco, impegnato in un’altisonante agiografia messianica. Che altro aspettarsi? In “Ambrose”, invece, ho cercato di creare un contrasto tra la narrazione in terza persona, molto forbita, e lo slang quasi incomprensibile dei personaggi, su cui però primeggia lo spettro anacronistico dell’entità che dà il titolo al libro. Per rispondere: sì, ho voluto e ricercato quel tipo di linguaggio. È funzionale a una fruizione facile e d’intrattenimento? Non so, non credo. Ma […]

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Libri

La fragilità dei palindromi, un romanzo di Marcostefano Gallo

  La fragilità dei palindromi , un romanzo di Marcostefano Gallo edito da Ferrari Editore. La storia è ambientata a Mongrassano, piccolo borgo del sud reale ed immaginario. Le vicende riguardano la vita di diversi abitanti, così diverse, ma così intrecciate tra di loro, tanto da formare una rete intricata di trame. La festa patronale di Sant’Anna sarà il punto focale di tutto, da cui partiranno sviluppi e se ne arresteranno degli altri. Tutte le vicende hanno un filo comune: “le verità di paese”, quello spazio deciso tra il pettegolezzo e la verità certa. Tutto ciò che accade a Mongrassano diventa oggetto di discussione, di crisi e rinascita. E nessuna delle cose esclude l’altra. Uno dei personaggi che salta da subito all’occhio è quello di Angelo, il “ripara tutto” del paese, un uomo tutto d’un pezzo, incapace però di abbandonare i sogni di una vita felice. L’amore della sua vita, Beatrice, è la sposa di Carlo Marino, il controverso sindaco del paese. Marino è l’emblema della corruttibilità, della politica faziosa, fatta col sangue della gente, per il solo scopo di trarne profitto personale. È un sindaco feroce, incapace di pensare al bene collettivo. Uno che riempie la poltrona con tutta la sua violenza. Il rapporto con sua moglie sarà il simbolo di diverse svolte narrative: per lui Beatrice e suo figlio fanno parte di quelle cose imprescindibili per la buona immagine pubblica, di conseguenza sono per lui solo trofei. Grazie a Luciano Raimondi scopriamo invece il tema caldo “degli amori clandestini”. Infatti rappresenta il ragazzo giovane capace di affollare la mente altrui con promesse e risposte. Incapace di seguire una strada, universitario fallito, in continua lotta con sé stesso e i dettami atipici dei suoi genitori. A Mongrassano non manca “il maresciallo”, Otto Kofler, emigrato dal Nord si ritrova in una cittadina del Sud per amore e passione. Dapprima apparirà come un personaggio negativo della storia, sul finale si rivelerà essere invece un esempio positivo per sé stesso e gli altri. Concetta Posterano è invece una donna che ama la poesia, e proprio grazie ad essa riuscirà ad esternare la sua condizione: un uccello in gabbia che sarà la parte ricreativa del paese: il suo bar infatti sarà il ritrovo di numerosi anziani in cerca di divertimento. Per tutto il tempo lei guarderà le cose passare con nostalgia e disincanto. Rappresenterà il bagaglio dei sogni infranti, e un trampolino continuo verso cui tendere e forse lanciarsi. La donna è anche la fidanzata storica del medico del paese, Cesare Formoso. Grazie a lui il romanzo riesce ad indagare quell’aspetto viziato e contorto della realtà del borgo: “il malocchio”. La sua famiglia si troverà vittima di un maleficio, che porta i Formoso alla stessa medesima fine. Cesare si ritroverà diviso tra la voglia di vivere e il desiderio di abbandonarsi alla sua sorte. Il romanzo indaga quindi alla perfezione tutti quei meccanismi tipici dei borghi del sud, dove le cose che non vedi, spesso fanno più paura delle cose che ti passano […]

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