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Eroica Fenice

La Tag: notizie di attualità contiene 197 articoli

Attualità

L’origine du monde: scoperto il nome della modella ritratta

Finalmente risolto il mistero che avvolgeva il famoso dipinto “L’origine du monde” di Gustave Courbet. Uno dei quadri più discussi di sempre vede ora svelata l’identità della modella ritratta. La donna si chiamava Constance Queniaux ed era una famosa ballerina. “L’origine du monde” (L’origine del mondo): Constance Queniaux è la modella ritratta 1866: Gustave Courbet dipinge uno dei quadri più criticati di sempre. Il dipinto, che ritrae l’organo genitale di una donna, è una vera e propria provocazione. Per anni gli studiosi e gli appassionati d’arte si sono chiesti chi si celasse dietro questa rappresentazione ed ora, finalmente, il mistero è stato risolto. La scoperta è avvenuta grazie all’analisi di una corrispondenza epistolare scambiatasi tra due scrittori, George Sand e Alexandre Dumas (figlio). L’ipotesi più attendibile, prima della scoperta, era che si trattasse dell’amante di Courbet, la modella irlandese Joanna Hiffernan. Questo fino a quando il professor Claude Schopp, studioso esperto di Alexandre Dumas, ha avanzato un’altra possibilità. In una lettera scritta da Dumas egli si è accorto della presenza di una frase errata. “Uno non può dipingere con il proprio pennello più delicato e musicale l’intervista di Madmoiselle Quieniault”. In questa frase – oltre il nome della ballerina scritto in maniera errata – Schopp ha inteso che ciò che era strato tradotto come “intervista” sembrava non aver senso nella frase. In realtà nelle lettere autografe di Dumas la parola in questione non è “interview” ma “interieur”. “On ne peint pas de son pinceau le plus délicat et le plus sonore l’interieur de Mlle Queniault (sic) de l’Opéra”. Ed ecco che la frase assume significato diverso. “Uno non può dipingere con il proprio pennello più delicato e musicale le parti intime di Mademoiselle Queniault“. “È stata come un’illuminazione – ha raccontato Schopp – Di solito devo lavorarci molto, lì ho trovato senza cercare. È stato ingiusto”. Constance Queniaux, la modella de “L’origine du monde” (L’origine del mondo), era una nota ballerina dell’Opera di Parigi. All’epoca in cui fu ritratta da Courbet aveva trentaquattro anni. Quando la ballerina morì nel 1908, lasciò in eredità un dipinto di Courbet raffigurante delle camelie. Il simbolo era inequivocabile: all’epoca del romando di Alexandre Dumas “La signora delle camelie”, quel fiore voleva indicare le cortigiane. È stata dunque avvalorata la tesi che quel dipinto possa essere stato regalato alla ballerina da Courbet stesso. Uno de quadri più scandalosi di sempre: “L’origine del mondo” di Gustave Courbet Ricostruendo gli avvenimenti, all’epoca del dipinto la ballerina aveva trentaquattro anni ed era una delle amanti del diplomatico ottomano Halil Serif, meglio noto come Khalil Bey. È stato proprio lui a commissionare il dipinto dei genitali della donna a Gustave Courbet. Khalil Bey era un collezionista di opere d’arte erotiche. Tra i suoi quadri c’era anche “Il bagno turco” di Ingres. Egli teneva nascosto questo quadro all’interno di un camerino, dietro una tenda, e lo mostrava ai suoi ospiti. Rovinato dai debiti di gioco, Khalil-Bey fu costretto a cedere l’opera all’Hotel Drouot; fu successivamente acquistata dal barone Ferenc Hatvany alla galleria Bernheim-Jeune di Parigi. […]

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Attualità

Smartphone: la dipendenza dalle notifiche come dall’oppio

«La dipendenza dall’uso di smartphone inizia a formare connessioni neurologiche nel cervello in modo simile a quelle che si sviluppano in coloro che acquisiscono una dipendenza da farmaci oppioidi per alleviare il dolore». Queste le parole di Erik Peper, professore di educazione alla salute presso l’università di San Francisco e autore dello studio condotto su questo tema. I risultati di sondaggi e statistiche, pubblicati dal giornale NeuroRegulation, fanno suonare il campanello d’allarme… di nuovo! Le notifiche dello smartphone creano dipendenza proprio come l’oppio Uso o abuso? Uno dei temi più ricorrenti della nostra società è legato proprio ai pro e i contro dell’utilizzo delle nuove tecnologie. Per ogni fattore positivo la questione ne ha uno negativo e il risvolto del progresso tecnologico, in  questo caso, è legato alla dipendenza. A evidenziare come l’abuso di smartphone sia simile a quello di sostanze stupefacenti è NeuroRegulation, giornale ufficiale dell’ International Society of Neurofeedback and researches. Erik Peper – primo autore di questo studio – ha condotto un sondaggio su 135 studenti prima di giungere a delle conclusioni piuttosto radicali. Di questi 135 studenti, quelli che usavano continuamente il cellulare avevano livelli più elevati di senso di isolamento, depressione e ansia. Inoltre, mentre compivano attività abituali come mangiare e studiare, guardavano sempre lo smartphone, distraendosi e ottenendo un rendimento dimezzato per entrambe le occupazioni. Causa di questo comportamento sarebbe l’arrivo di push e notifiche che ci fanno sentire come se fossimo obbligati a guardarle. Il nostro cervello, stimolato dagli impulsi delle notifiche del cellulare , avverte il messaggio di pericolo imminente. L’SOS però, in questo caso, ci avvisa delle cose più banali e, come ha affermato Erik Peper, ci dirotta. Sfruttando così i nostri recettori di pericolo, usiamo nel modo sbagliato quello che prima era sfruttato per la sopravvivenza. Non a caso il sondaggio condotto in questo ambito dimostra che la maggior parte di persone che hanno questo comportamento soffrono d’ansia. Phoneliness: la solitudine da smartphone Gli smartphone ormai sono parte integrante della nostra vita, basti pensare che guardare lo schermo del nostro cellulare è probabilmente l’ultima cosa che facciamo prima di addormentaci e la prima al risveglio. Il risultato degli ultimi studi dimostra che la dipendenza creata da queste nuove tecnologie rende queste ultime una vera  propria droga e quindi, quella che finora era pronunciata come sentenza apocalittica, adesso ha anche una base scientifica. Lo studio dà rilievo ad un’importante patologia sviluppatasi di pari passo alla diffusione degli smartphone  ovvero la cosiddetta phoneliness.  La “phone-loneliness” è però curabile. Non possiamo aspettarci che il mercato faccia qualcosa: del resto i segnali neurologici che il nostro cervello ci invia quando arriva una notifica sono pilotati proprio da chi ha la possibilità di farci leva per guadagnare. Dunque il primo passo per disintossicarci sarà riconoscere le nostre potenzialità e capire che, così come possiamo smettere di fumare, possiamo anche disattivare le notifiche sul nostro smartphone e controllarle quando più opportuno.

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Attualità

Tra baby gang e Spelacchio, il Natale tra Napoli e Roma

Prima Spelacchio. Poi il solito caso da Chi l’ha visto? dell’albero natalizio in Galleria Umberto a Napoli. Nel primo caso diretta responsabilità dell’amministrazione locale: l’albero era orrendo secondo i romani. Nel secondo responsabilità indiretta; ma non è un alibi, dal momento in cui l’albero è stato allestito d’iniziativa dello storico bar Gambrinus che dista qualche metro dalla Galleria. Allestito anche bene, perché se si vuole confrontarlo con Spelacchio risulta tutt’altra cosa. Nel caso napoletano è la sorveglianza che è mancata e che manca ormai da anni. Sembra il caso del giovane prodigioso destinato a morire in tenera età. Sembra anzi una ciclica barzelletta che non fa più ridere, un evento che qualche scrittore sopra le righe potrebbe usare a scopo umoristico, ma è l’amara realtà di una città che, come ormai anche quella capitolina, vive di costanti paradossi. Paradossi che conferiscono il fascino della dannazione a spese di chi però convive con le insidie di questa. Una vera e propria zavorra. Un albero mancante e un atto vandalico delle baby gang in più Intendiamoci: la presenza dell’albero in Galleria o meno è di importanza tutta esteriore. Quello che è un simbolo su cui sarebbe facile sorvolare viene caricato però della connotazione vandalica che il furto implica. Un furto che mette in risalto una delle più invadenti pietrine dello Stivale: l’inciviltà, prodotto di educazione e istruzione scadenti. Una volta vergato lo schema causa-effetto sembrerebbe facile smuovere la situazione, se non fosse per la matrice culturale, anzi a-culturale, che muove alla base di ciò. Sarebbe coprire uno scempio e non curare la sua radice malata. Il problema si risolverebbe, ma non in toto. Diverse ipotesi riconducono il gesto alle babygang che per il 17 gennaio fanno scorpacciata di legno per il falò di Sant’Antonio Abate. Dopo il furto tra la notte del 21 e la mattina del 22 dicembre, però, sembra che il 23 dicembre l’albero sia tornato in Galleria (per poi essere nuovamente vandalizzato il giorno di Natale). La bravata ha deciso di costituirsi, senza però smascherare l’idea che alla base del non-rispetto civile ci sia una vera e propria sabbia mobile di abbandono educativo, perché “non sono solo dei ragazzi”, ma gli adulti che un domani insegneranno ai figli a fare lo stesso, facendo dilagare, ancora per troppo tempo, la pedagogia del bastone o del silenzio e dell’indifferenza.

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Napoli & Dintorni

Circumvesuviana: un anello di fuoco che scotta

Con la stagione autunnale e la ripresa delle attività lavorative o scolastiche è ritornato il calvario per eccellenza di tutti i napoletani che usufruiscono di mezzi di trasporto pubblici per gli spostamenti: la Circumvesuviana. In estate, perlopiù, ce ne dimentichiamo, perché si sa, è il veleno assunto in piccole dosi quotidiane a uccidere. In estate si monta sui mezzi pubblici occasionalmente, per una giornata a mare o una passeggiata a via Toledo. Ma quando si torna a indossare l’abito da pendolare e a dover usufruire ogni giorno di treni malridotti, in ritardo e sovraffollati, l’insofferenza giunge nuovamente a picchi altissimi. E a ragione: i vagoni del nostro trasporto quotidiano sono sempre più simili a carri per il bestiame. Danneggiatissimi, pericolosi, molto al di là di qualunque soglia di sicurezza personale. E ancora, teatro di atti di vandalismo, aggressioni, malesseri fisici, ritardi incresciosi. Rischiano di andare a fuoco in estate e di allagarsi in inverno, sono rottami che continuano a camminare a calci.  L’emblema dell’anti-igiene e dell’antimodernismo. C’era una volta… la Circumvesuviana Come al solito al fine di proporre soluzioni per il futuro è necessario conoscere il passato, le radici dove si è annidato il danno. La linea Napoli-Baiano della Ferrovia Circumvesuviana viene inaugurata nel 1885. È la prima linea interprovinciale della Campania e del Mezzogiorno in generale. Binario unico, trazione a vapore, i caratteristici colori bianco avorio e rosso granata: la Circumvesuviana è una promessa di modernizzazione, di progresso, di benessere sociale ed economico. Nel 1901 le aree servite dalla linea vengono estese fino a Sarno e viene inaugurata una nuova linea che serve i comuni di Portici, Ercolano, Torre del Greco, Torre annunziata e Pompei e che si riconnette alla linea Sarno, creando il caratteristico anello di fuoco che attornia il Vesuvio, da cui scaturisce il nome Circumvesuviana. Quattro anni dopo inizia l’elettrificazione, approdo a un concetto molto più avanguardistico di innovazione. I bombardamenti riconducibili alla seconda guerra mondiale e i danni causati dall’eruzione del Vesuvio del 1944 hanno reso necessari degli interventi di ricostruzione. Dagli anni Settanta del Novecento, la Ferrovia ha conosciuto nuove diramazioni, tratte e fermate, fino a essere inglobata dall’EAV nel 2012. La parola “ammodernamenti” in cui si inciampa diverse volte se si studia la storia della Circumvesuviana non inganni i lettori. I miglioramenti conseguiti sono l’equivalente di un cerotto per una persona con una frattura scomposta e quindi bisognosa di ingessatura. Progressi irrisori in un disegno che dovrebbe essere completamente rifatto perché pieno di falle che si sovrappongo in un solo, perpetuo danno quotidiano. Per rendersene conto basta una rapida occhiata alla Pagina Facebook dell’EAV, che tiene costantemente aggiornati gli utenti circa le micro e macroscopiche tragedie legate a un mezzo di trasporto ormai in avaria. Tragedie narrate come si narra di eventi normali, tutto sommato accettabili. Così si sorvola su lanci di sassi ormai quasi settimanali, aggressioni a controllori che osano chiedere il biglietto del treno, frequentissime rapine. Abusi e ingiustizie di natura diversa, di cui siamo a conoscenza e che sommessamente accettiamo come […]

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Attualità

Il Collegio. La scuola ai tempi della televisione

Ci chiediamo spesso fin dove il mezzo televisivo, nel suo lavoro di destrutturazione di ogni simbolo della società, del costume e della cultura, possa spingersi. Questa domanda se la sono fatta forse in molti quando, nel 2016, la RAI aveva annunciato un nuovo reality con protagonisti gli adolescenti. Non si tratta però di un reality qualsiasi, ma de Il Collegio. Il Collegio: struttura del format Ideato da Magnolia e giunto alla sua seconda edizione, Il Collegio si pone un compito all’apparenza impossibile. Prendere un gruppo di ragazzi tra i 14 e i 19 anni, privarli di ogni comodità dei tempi odierni e sottoporli alla dura disciplina di un collegio italiano degli anni ’60. Il risultato che si ottiene è facilmente prevedibile. Fin dalla prima puntata i giovani studenti dovranno lasciare da parte i loro adorati smartphones, abiti, accessori di bellezza e ogni invenzione tecnologica e atteggiamento culturale post 1960, per fare i conti con gli strumenti e le ferree regole di un modello di scuola che i loro genitori hanno vissuto personalmente. E così, tra cucchiaiate di olio di fegato di merluzzo, pasti a base di interiora d’animali, episodi di indisciplina, manifestazioni di pura asinaggine da parte degli studenti, si consuma quello che viene più volte definito un “esperimento” che ha uno scopo ben preciso: preparare i ragazzi all’esame di terza media che quest’anno (in base agli spazi cronologici della trasmissione) coincide con quello del 1961. Una “missione” per nulla necessaria ed obsoleta Il pubblico sembra diviso riguardo a Il Collegio. Se una buona parte acclama il programma e ne loda l’intenzione educativa, votata a far imparare un po’ di sana educazione ai nostri indisciplinati adolescenti tutti “filtri ed ignoranza”, c’è chi tuttavia constata con amarezza l’ennesimo pugno in faccia subito dall’istituzione scolastica. Il programma ideato da Fabio Calvi (il regista televisivo che ci ha regalato programmi come il Grande Fratello), vorrebbe far passare come giusta l’idea che ai ragazzini bastino due urla nelle orecchie e la schiena dritta per acquisire disciplina. Allora, dagli eoni del tempo e dello spazio, togliamo i residui di naftalina a professori dallo sguardo glaciale, a sorveglianti inquisitori e il gioco è fatto. La verità è che così non si ottiene nulla, se non due risultati controproducenti. Il primo è che si alimenta sempre di più il nostalgico anacronismo di quella generazione dei nostri genitori, che si vantano di come ai loro tempi “si vivesse meglio” e che continuano a demonizzare ogni innovazione tecnologica che ha portato la terza rivoluzione industriale. Solo perché tuo figlio passa 24 ore al giorno, pasti e bisogni fisici compresi, con gli occhi incollati al tablet a vedere i video del suo youtuber preferito, non significa che tutta la tecnologia sia da condannare (perché non tutta viene usata necessariamente per scopo ludico). Il secondo risultato riguarda invece la nostra istituzione scolastica, già flagellata ed umiliata da tagli, riforme scellerate (l’ultima, l’alternanza “scuola-lavoro”) e metodi di educazione che distruggono anche il più nascosto residuo di amore per la sapienza insito nelle giovani menti. Con l’illusione della riproposta di un modello educativo […]

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Attualità

Lo “scivolone” di Carpisa: sono questi i metodi del new business?

“Vergognati, Carpisa. Hai sputato sulle ferite della dignità professionale”. Da questo post pubblicato su LinkedIn solo l’altro ieri da Carlotta Silvestrini, un’esperta di digital rebranding bolognese, è partita sul web l’indignazione tra i social network e gli internauti (che ha scomodato persino la Cgil) contro Carpisa, il famoso brand di accessori. Tutto ciò perché l’azienda ha, a fine agosto, indetto una campagna, presumibilmente per il lancio della nuova collezione autunno/inverno 2017-18, aperta a chiunque acquisti una borsa in un qualsiasi punto vendita. Segue una registrazione sul sito ufficiale grazie ad un codice applicato allo scontrino. Ah, chi partecipa non deve dimenticare di allegare un piano marketing per una futura campagna, che sia aderente all’ideologia dell’azienda ed efficiente per target e comunicazione esterna. Al vincitore spetterebbe uno stage di un mese all’interno dell’ufficio marketing ed advertising di Carpisa con sede a Napoli. La retribuzione? Un celebre e conosciuto ai più, precari e non, “rimborso spese” di 500 euro.  Sorvoliamo sulla discutibile regola del concorso, seppur non tanto grave – se l’intento di Carpisa fosse stato quello di puntare sui giovani -, che afferma che la partecipazione è valida solo per chi abbia tra i 20 e i 30 anni. Un cavillo che assomiglia più ad una presa in giro se consideriamo che per attuare un produttivo e strategico piano marketing servano quantomeno esperienza e competenze. Sorvoliamo anche sulla regola che dice che l’ipotetico partecipante deve acquistare una borsa della nuova collezione, ossia per intenderci un prodotto a prezzo pieno e non nei saldi, ancora per poco in corso. Anche in questo senso se il fine era la mera promozione, viene da chiedere: Carpisa ha in realtà bisogno di una mossa del genere per spingere i compratori ad acquistare? No, poco presumibile considerando il fatturato e Penelope Cruz come attuale testimonial. “Compra una borsa e (forse) ti regaliamo un mese di lavoro gratis”: l’ironia del web contro Carpisa Cosa porta allora una azienda come quella di Carpisa ad affrontare un suicidio mediatico e, probabilmente, commerciale? Una propria strategia marketing, e qui sta il paradosso della cosa, completamente fallimentare dal nascere. Più che di marketing, in realtà, di comunicazione: “compra una borsa e (forse) ti regaliamo un mese di lavoro gratis” non sarà stato sicuramente il messaggio che Carpisa voleva trasmettere, ma “compra una borsa e (forse) ti regaliamo un mese di lavoro gratis” è stato il messaggio, denigratorio nelle sue fattezze, che è arrivato a tutti. Dopo le polemiche, le scuse non si sono fatte attendere da parte di Carpisa, che ha così motivato in un comunicato la caduta di stile: “l’azienda si scusa per la superficialità con la quale è stato affrontato un tema così delicato come quello del lavoro, in completa antitesi con una realtà imprenditoriale fatta invece di occupazione ed opportunità offerte in particolare al mondo giovanile”. Ai tempi di questa epoca così sensibile a tematiche come l’occupazione giovanile, il precariato e dove il lavoro sottopagato ai minimi termini sta diventando la normalità, Carpisa ha toppato alla grande, nulla da dire […]

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Attualità

Amazon meal kits, la nuova frontiera della cucina

In Internet, si sa, si può acquistare di tutto ormai, dall’ abbigliamento agli utensili da giardinaggio, ai kit per preparare il vero sushi comodamente a casa propria. Alcuni siti hanno fatto la loro fortuna vendendo i prodotti in giro per il mondo. Tra questi, Amazon cavalca da anni l’onda del successo e pare abbia trovato il modo per restare sulla cresta:  il re degli e-commerce sta infatti per lanciare un nuovo prodotto, i Meal Kits, nuova frontiera del cibo “per chi non sa cucinare”.  Nell’era dei cooking games, da quello condotto da Antonella Clerici a quelli di Benedetta Parodi, tutti vorremmo essere dei cuochi provetti. Riuscirci è una questione più complicata. Per molti è  già tanto riuscire a cucinare la pasta al burro senza scuocerla. Allora, proprio per coloro che sono “negati in cucina”, Amazon ha lanciato la nuova linea di prodotti dall’intuitivo nome Meal Kits. Cosa sono gli Amazon Meal kits Lo slogan, che ha segnato la campagna pubblicitaria messa in piedi dal colosso di Seattle per questo nuovo prodotto, è indicativo: “ We do de prep. You be the chef“. Come a dire che tutti possono cucinare bene con un piccolo aiutino. L’immissione nel mercato culinario da parte di Amazon è avvenuto con l’acquisizione  della catena americana Whole Food e la creazione del servizio Amazon Fresh con il quale l’azienda dà ai propri clienti la possibilità di acquistare on line prodotti alimentari deperibili. Amazon kits rappresenta quindi un ulteriore passo in avanti sul mercato alimentare, proponendo agli acquirenti dei pacchetti contenenti gli alimenti necessari per una determinata preparazione, oltre alle istruzioni da seguire passo per passo.  I kit sono a base di pollame, carni, frutta e verdure fresche, pesce, ma anche surgelati, riso e pasta. I primi, già  immessi sul mercato a Seattle ad un costo che va dagli 8 ai 10 dollari, sono pensati per chi ha poco tempo da dedicare alla cucina o per chi non è  in grado di affrontare preparazioni complesse. Gli ingredienti dei Meal kits infatti sono già  porzionati e tagliati e, in alcuni casi, precotti. Tra le ricette offerte, per ora a Seattle, ci sono il laksa con pollo e noodles, l’hamburger di manzo wagyu e i noodles con salmone, che qualcuno ha già provato, per poi parlare di una “preparazione molto semplice e una qualità eccellente”. I Meal kits rappresentano quindi un nuovo modo di approcciare al mondo della cucina, grazie al quale tutti possono diventare dei veri chef.

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Attualità

In mare la nave “identitaria” che vuole respingere i migranti in Libia

Treccani definisce la parola ”emergenza” come “c Allo stesso tempo, l’equilibrio politico italiano si sposta costantemente verso posizioni sempre più intolleranti nei confronti dei migranti. Risale a pochi giorni fa la polemica seguita alla pubblicazione su Facebook da parte del leader del Partito Democratico Matteo Renzi, di un estratto del suo libro che termina con il famoso motto di fattura leghista “aiutiamoli a casa loro”. Generazione Identitaria nasce in Italia nel novembre del 2012 sulla scia della Génération Identitaire francese, poi diffusasi in molte altre nazioni europee. È un movimento che si definisce a-politico, a-partitico, a-nazionalista. Il fulcro della sua attività è la salvaguardia delle identità locali, ritenute ben definite, stabili e immutabili: un glorioso passato da salvaguardare. Il concetto è stato elaborato dallo scrittore francese Renaud Camus – condannato nel 2014 per incitamento all’odio razziale – secondo il quale sarebbe in corso in Francia e in Europa una colonizzazione da parte di migranti islamici provenienti da Medio Oriente e Africa, che minaccia di mutare permanentemente il paese – la Francia – e la sua cultura. Tra le soluzioni proposte dal movimento per la salvaguardia dell’identità, oltre a quella del blocco totale dell’arrivo di migranti sul suolo europeo, vi è il “rimpatrio di tutti gli immigrati extraeuropei attualmente presenti nei nostri territori”. La nave “identitaria” si prepara a respingere i migranti in Libia I migranti, in attesa dell’apertura di sicuri canali di spostamento, si trovano così sempre più stretti tra Scilla e Cariddi: da una parte la povertà, le carceri e le torture della Libia, dall’altra un pericolosissimo viaggio verso un’Europa sempre più restia ad accoglierli.

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Muore Pelosi, ma ancora nessuna verità sulla morte di Pasolini

Giuseppe Pelosi è morto a 58 anni, il 20 luglio 2017. Aveva scontato una pena pari a nove anni di reclusione per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Pino Pelosi, in verità, è morto a 17 anni, il 2 novembre 1975. Perché quella notte, insieme a quella di Pasolini, è finita anche la sua vita. Pierpaolo Pasolini fu ucciso da un “ragazzo di vita” per ragioni omosessuali. Sineddoche nella vita e nella morte dell’intellettuale di Casarsa: il sesso, la parte, che diventa il tutto. Perlomeno, così ha stabilito la legge italiana, scevra di giustizia, durante un processo che non ha convinto nessuno e che si è fatto specchio dell’aggravarsi dei sintomi di disagio politico nella società e nelle istituzioni durante gli Anni di Piombo. E, ripercorrendo gli ultimi giorni e le ultime ore di vita di Pasolini, è facile comprenderne il perché. Durante le prime ore del giorno dedicato alla commemorazione dei defunti del 1975, una pattuglia dei carabinieri ferma un’automobile contromano sul lungomare di Ostia. Alla sua guida c’è Pino Pelosi, 17 anni, che viene arrestato per furto d’auto. Infatti quell’Alfa Romeo era l’auto di Pier Paolo Pasolini che, intanto, giaceva a terra sulla sabbia sporca di sangue, accanto ad un campetto di calcio al Molo di Ostia, accerchiato da un gruppetto di curiosi. Pelosi in carcere confessa al suo compagno di cella: “Ho ammazzato Pasolini”. 2 Novrembre 1975: la celebrazione dei morti e la passione di un blasfemo, Pasolini Il corpo martoriato di Pasolini fu ritrovato alle 6:30 da una donna di borgata, che lo aveva scambiato per un mucchio di spazzatura. La polizia giunge sul luogo del delitto e conduce indagini superficiali. Permette alla folla di avvicinarsi al corpo, ai ragazzini di giocare a calcio nel campetto adiacente e rilancia con un calcio il pallone quando giunge nello squallido spiazzo dove giace il corpo. Ironia della sorte, della morte. Crudeltà di tempo e spazio. Pasolini muore nel giorno in cui la chiesa celebra i fedeli defunti. Il suo corpo è dilaniato: un “grumo di sangue”, ha dieci costole rotte, il volto irriconoscibile. Passione di un blasfemo. Nel 1949 era stato cacciato dal PCI per via della sua omosessualità. Nel ‘63 era stato accusato di vilipendio alla religione di Stato per il corto “La Ricotta”, epopea e morte dei poveri cristi contenuta in RoGoPaG. Muore a due passi da un campetto da calcio, ucciso da un ragazzo di vita: ciò che aveva caratterizzato la sua vita, segna la sua morte. Il calcio “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo” e i ragazzi delle borgate di cui, nella sua vasta opera, ci restituisce la dignità e il dolore. Comincia il processo. Al primo grado di giudizio il giudice, fratello di Aldo Moro, sentenzia che Pelosi è colpevole ma “non ha agito da solo”. La Corte d’Appello conferma la condanna per omicidio, ma non dà credito all’ipotesi dei complici. Nel 1979 la Cassazione conferma la sentenza. Omicidio omosessuale: Pelosi, per difendersi, ha ucciso Pasolini che voleva costringerlo ad avere una prestazione sessuale […]

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Attualità

Tullio Pironti, 80 anni di libri e di cultura

Piazza Dante è un luogo dove la cultura si respira a pieni polmoni, complici la statua del sommo poeta che domina al centro, il liceo-ginnasio Vittorio Emanuele e le tante librerie che si possono trovare. Proprio una di queste librerie, la libreria Pironti, il giorno 10 giugno 2017 ha compiuto 80 anni. Ma la stessa veneranda età è stata raggiunta dal suo proprietario: Tullio Pironti. Tullio Pironti, una vita per i libri Nato nel 1932, Tullio Pironti eredita la libreria dal padre e dal nonno. La sua attività editoriale inizia nel 1972, quando pubblica il libro-inchiesta di Domenico Carratelli La lunga notte del Fedayn. In seguito fa conoscere ai lettori italiani autori stranieri del calibro di Don deLillo, Raymond Carver, Bret Easton Ellis e il premio Nobel Naghib Mahfuz. Altrettanto importante è il contributo del signor Pironti di aver portato alla ribalta due autori italiani: Giuseppe Marazzo, autore de Il camorrista (da cui il regista Giuseppe Tornatore ha ricavato un lungometraggio nel 1986) e Fernanda Pivano, della quale pubblica la raccolta di saggi sulla letteratura nordamericana dal titolo Dopo Hemigway. Oltre ad essere editore, Tullio Peronti ha avuto un passato come pugile e questa parte della sua vita è stata narrata nell’autobiografia Libri e cazzotti. Un compleanno particolare Per coronare gli 80 anni di un’attività che ha visto al proprio centro l’amore per la carta stampata, il signor Pironti ha deciso di festeggiare in modo particolare. Ha infatti regalato 1000 dei suoi libri ai lettori che si sono ritrovati sotto la sua storica libreria a piazza Dante. Un regalo che testimonia ancora di più la passione per la cultura e che inevitabilmente richiama ad un tempo antico, quando le librerie erano ancora piene di bibliofili e curiosi. Un tempo lontano dal tecno-centrismo odierno, dove anche l’attività di comprare e leggere libri si è ridotta ad un processo meccanico, svuotato delle emozioni che lo sfogliare di un libro può regalare. Non si può che rinnovare gli auguri a Tullio Peronti e alla sua libreria. Per altri 80 e più anni di diffusione di cultura e sapere. Ciro Gianluigi Barbato      

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