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Eroica Fenice

La Tag: recensione album contiene 101 articoli

Musica

Sparring Project, “Soundtrack for contemporary stories” by PUGILE

Sparring Project, “Soundtrack for contemporary stories” è il nuovo album di PUGILE uscito il 15 marzo per Macchiavelli Music. “Colonne sonore per storie contemporanee”, già il titolo ci preannuncia un’ambizione cinematografica nata dall’osservazione urbana, sicuramente quella torinese a cui appartiene Pugile, che suggerisce di inserire storie reali in uno sfondo musicale privo di parole, costruito appunto per fare da  colonna sonora; un ritorno all’underground che devia la forma-canzone standard distanziandosi volutamente e in maniera evidente dal mercato discografico contemporaneo puntando invece all’essenzialità. Quello che ha fatto Pugile – il trio composto da Elia Pellegrino, Matteo Guerra e Leo Leonardi – è sperimentazione di musica strumentale, un allenamento che ha dato vita ad ambienti sonori volti a celebrare gli stadi della vita umana e che coinvolgono l’immaginazione dell’ascoltatore: la sensazione è quella di una concessione da parte loro, che ci permette di impossessarci e godere di ogni traccia per decidere poi a quale storia segreta debba fare da colonna sonora. Per il proprio side project Pugile ha scelto come “sparring partner”  Maurizio Brogna, sound engineer e producer. Sono nate  così 15 tracce intorno a 5 concept principali: l’elaborazione del trauma e la ricerca della pace; l’autoconsapevolezza; la cattiva osservazione della realtà e i dubbi che essa comporta; la brama come rovina dell’anima; la ripetitività dei cicli generazionali.  Archetipi che trovano la loro sonorità in un viaggio musicale fatto di sperimentazione e originalità. «Seduto sul bus che porta in centro guardo fuori dal finestrino: i lavoratori del mercato la mattina presto, una coppia innamorata, le dita di una madre che stringe quelle della figlia. Sparring Project è questo: un lungo viaggio verso un mondo in cui tutto è musica». Soundtrack for contemporary stories, l’intervista Come nasce PUGILE e come vi definireste in rapporto alla scena musicale torinese dagli esordi fino ad oggi? Pugile nasce per necessità, come credo anche un’altra miriade di progetti artistici. Ma In rapporto alla scena musicale Torinese, ci definirei post apocalittici. Negli anni 90 e primi del 2000 in questa città si poteva respirare aria di Musica, trasformazione e fabbriche. E noi stessi siamo il prodotto di underground di una rinascita che è svanita, che si è persa nelle regole del commercio, assoggettata dalle logiche di mercato in cui vendi solo quello che dà un profitto. In un luogo dove l’underground faceva parte della cultura delle persone, adesso, nei posti dove quell’underground era praticato come alternativa culturale e musicale concreta, ci sono solo localini copia ed incolla (copy and paste) dove andare a bere lo stesso bicchiere di vino con il prossimo incontro Tinder. Perché proprio “Sparring Project”, ha forse a che fare con il nome del vostro gruppo PUGILE? Direi di Si mio caro amico/a … per chi non mastica il linguaggio sportivo “Sparring partner” è colui che si allena con il pugile che andrà al combattimento. In questo progetto facciamo sparring con Maurizio. L’idea è quella di far entrare diversi compagni di allenamento in futuro. “Soundtrack for contemporary stories” nasce per incontrarsi con il mondo cinematografico. […]

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In The End, l’addio dei The Cranberries

Finisce così un’era musicale. Quando la rock band irlandese più celebre al mondo e che ha partecipato con successo alla storia della musica anni Novanta, chiamata The Cranberries, annuncia il suo scioglimento. E lo fa con un album, il loro ultimo, In The End, rilasciato il 26 aprile. Probabilmente il sogno durato tutta la vita, quello di fare buona musica amata dal pubblico ed entrare nella storia delle rock band europee, finisce molto prima di oggi: ossia il 15 gennaio 2018, quando Dolores O’ Riordan morì improvvisamente a 46 anni in un albergo a Londra. L’annuncio della scomparsa della leader e chitarrista del gruppo avvenne poco dopo la registrazione di una demo che sarebbe stato le fondamenta del loro ottavo album, successivo a Something Else del 2017. Il disco è stato ultimato e rifinito quando all’inizio di quest’anno, esattamente un anno dopo la morte di Dolores, esce il singolo di esordio All over now; passano i mesi, e il gruppo annuncia all’inizio di aprile che, con questo album, i The Cranberries si sarebbero sciolti, che la voce di Dolores non avrà più nuove canzoni da cantare e Mike e Noel Hogan e Feargal Lawler non l’accompagneranno più con i loro accordi e le loro note. In The End, l’addio ufficiale Una perfetta armonia durata trent’anni, se non si considera il periodo di pausa che la band si prese dal 2003 al 2009, appena dopo la pubblicazione di Stars con i loro più grandi successi. Allora, si pensò ad un’interruzione definitiva, ma molte band riescono a risalire a galla dopo aver attraversato un periodo di tempesta, capita ai grandi dopo anche tantissimi anni di idillio inframmezzati da incomprensioni o semplicemente la necessità di prendere strade diverse. E così accadde anche per i The Cranberries. Forse niente più poteva far pensare ad uno scioglimento dopo aver già vissuto una resa e aver ricominciato di nuovo, ma per il pubblico, e anche per i componenti della band, non c’è The Cranberries senza Dolores. C’è da dire che chiudono in grande stile: In The End è, senza dubbio, un bellissimo disco, che tiene le radici ben salde nel loro percorso artistico, non facendoci assolutamente rimpiangere le malinconiche melodie che si intrecciano alla voce unica di Dolores in capolavori come “Zombie” o “Linger” o “Ode to my family”, felici di poter ancora un’ultima volta ascoltarla, almeno in una canzone. Proprio quella che dà titolo all’album è commuovente, trascinante ed intensa, degna di qualsiasi altra canzone della band. In “Wake me when it’s over” aleggia un bel rock nostalgico, “A place i know” ha un ritmo cadenzato, la musica ricorda l’alternative e il loro folk irlandese storico, tutto avvolto nella leggera voce di Dolores che ripete, con lo stesso tono, più volte il ritornello. Lo stesso vale per “Got it”, “The pressure” e “Lost”, ma tutto, come se fosse parte di un continuum con i nostri ricordi, finisce per essere ascoltato pensando alla mancanza di Dolores e alla sua voce che ha regalato tante emozioni, che […]

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La Governante e il suo nuovo album: Italian Beauty

Si intitola Italian Beauty il nuovo album della band siciliana La Governante che esce oggi, 26 marzo, per La Fabbrica/XXXV ed è distribuito da Artist First. È la seconda fatica discografica del gruppo indie dopo La Nouvelle Stupèfìante, disco pubblicato nel giugno 2015, molto apprezzato da tutta la stampa specializzata e considerato da molti fra i migliori esordi di quell’anno. Italian Beauty: tra cinema, sinth pop e funky Il titolo Italian beauty si rifà chiaramente al film del regista Sam Mendes American beauty (1999), con lo stesso intento di sottolineare la crisi culturale che sta attraversando il nostro paese, il quale – hanno dichiarato i membri della band – «dovrebbe ripartire dai rapporti umani colmando le distanze attraverso le canzoni, le parole, i silenzi. Noi abbiamo provato – hanno concluso – a farlo componendo un inno alla bellezza fatta donna. Quest’inno è Italian Beauty». Il titolo dell’album non è però l’unica citazione cinematografica presente. In un paio di brani del disco, infatti, sono inserite registrazioni di dialoghi di film, tra cui un estratto dell’Eclisse di Michelangelo Antonioni, posto in apertura della seconda traccia dell’album, Le nostre attese ai semafori spenti. Sempre restando in tema di citazioni, saltano all’orecchio anche alcune in francese, infilate in apertura o in chiusura di certi brani, che contribuiscono a rendere ancora più raffinati taluni pezzi, come La fretta inutile, che va annoverata tra le canzoni migliori dell’album per testo e musica. Bella nella sua semplicità e delicatezza. In totale Italian beauty contiene undici tracce che spaziano dall’elettronica al funky. A farla da padrone è l’uso dei sintetizzatori, non mancano tuttavia chitarre malinconiche e sonorità pop-rock. Un ibrido di generi per raccontare l’amore che è il tema principale dell’album. L’uscita di Italian Beauty è stata anticipata dal singolo Sopra la città, accompagnato da un videoclip girato a Johannesburg, la cui regia è stata curata da Michael Rodrigues. Copertina e artwork dell’album sono stati invece affidati al noto artista spagnolo Conrad Roset. Sopra la città è anche il brano d’apertura del disco. Le sue sonorità synth-pop e il ritmo deciso delle batterie lo rendono un pezzo ballabile e evocano molto atmosfere musicali anni Ottanta. Lo scorso 19 marzo il gruppo siciliano ha rilasciato anche un secondo singolo estratto dalla loro nuova fatica discografica; il brano scelto è La Belle Époque, che vede la partecipazione del cantautore The Niro alla voce e alla chitarra. Un brano suggestivo e malinconico, il cui testo – ha dichiarato la band – «costruisce un racconto di una rivoluzione ai piedi di un letto, dove la natura si fonde ai princìpi che ispirarono la Belle Époque francese». Anche in questa canzone ritroviamo dunque “riferimenti francesi”. The Niro però canta il ritornello in inglese. È un brano interessante, a proposito del quale il gruppo ha inoltre dichiarato: «La Belle Époque è una delle prime canzoni nate subito dopo l’uscita del nostro album d’esordio. Sin dai primi provini del brano avevamo inserito un sample di chitarra classica che ricordava molto lo stile di The Niro. […]

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Rehab: Ketama126 unisce il grunge alla trap e sale di livello

Rehab , ultimo disco di Ketama126 | Recensione Rehab, pubblicato per l’etichetta discografica Asian Fake, è l’ultimo lavoro di Ketama126 uscito il 25 maggio 2018 sulle principali piattaforme digitali tra cui Spotify e iTunes. «È uscito a sorpresa, mi andava di fare così» dichiara Ketama126 (il suo vero nome è Piero Baldini), intervistato per Rolling Stone. Il disco è autoprodotto, le tracce sono otto: Angeli Caduti, Rehab, S.Q.C.S., Misentomale, Sporco, Con te, Lucciole, Potrei, alcune delle quali vantano collaborazioni con Franco126 e Pretty Solero, che hanno collaborato rispettivamente alla quarta e terza traccia dell’album, suoi compagni nella crew italiana trap la “126 Lovegang“, da cui proviene il numero “126” che ne contraddistingue l’appartenza. La “Lovegang” è un motivo che viene ripetuto spesso in tutto l’album, il “clan 126” è una realtà importante nella scena romana, tiene in vita il genere della trap e ne alimenta lo sviluppo col proprio lavoro dritto verso il futuro. Intanto, con Rehab, Ketama126 dà una nuova sfumatura alla trap affiancandola a generi vari, facendo un passo negli anni 90. Rehab è un disco evoluto rispetto ai precedenti, che mette a frutto il desiderio del trapper di superare il confine del genere trap e aggiungere alle sue tipiche tematiche, come droga o sesso, suoni e sonorità nuove: rock, emo, grunge. Un Ketama126, quello di Rehab, schietto, sincero, fedele al proprio stile ma cresciuto artisticamente. Consapevole e maturo definirei il Ketama126 di questo album fresco, introspettivo. Queste otto tracce pare siano solo il primo capitolo di Rehab che, come ha annunciato Ketama126 sui social, ha un seguito con altre otto tracce, attese per settembre 2018, la cui uscita è stata rimandata. Rehab: live fast, die young and fuck rehab Come ha affermato lo stesso Ketama126, anche la trap ha bisogno di continue evoluzioni e sperimentazioni sennò si finisce per buttare fuori il solito pezzo trito e ritrito e il loop è sempre lo stesso. Sì, Rehab è album fondamentalmente trap, i ritornelli sono orecchiabilissimi, avvincenti e trascinanti; il sound di Misentomale ne è l’esempio e Franco126 ci ha messo il suo. Ma in questa e nel resto delle tracce, con le sfumature emo (SQCS con Pretty Solero)  e soprattutto grunge usate e che i più appassionati riconosceranno subito,  la musica si fa manifesto, l’album originale, evoluto e ci incuriosisce proprio per l’unione chitarra- trap. Nella title track Rehab (per la cui realizzazione è stata fondamentale la collaborazione di Generic Animal) è lampante la contaminazione del grunge, l’attacco sembra quasi un pezzo dei Nirvana e i rimandi sono frequenti (“Giuro, non ho una pistola” canta Ketama126 come Kurt Cobain in Rape me “And I swear that I don’t have a gun”). Autodistruzione quindi, nessuna paura per la morte né per la fatalità della droga. Il concetto di droga è raccontato con sfacciataggine e lo stile è provocatorio (“Parlo sempre di droga perché non facciamo altro, non ho contenuti perché sono vuoto dentro”, e poi “fuck rehab” probabilmente lo stesso rifiuto di Amy Winehouse nella sua omonima canzone Rehab ). […]

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Hide Vincent e il suo nuovo EP: The House Marring

The House Marring, nuovo EP di Hide Vincent, quattro ballate folk L’11 gennaio è uscito The House Marring, secondo EP di Hide Vincent, alias Mario Perna, musicista e cantautore classe ‘93. Viene pubblicato dalla I Make Records, casa produttrice di Nocera, registrato e arrangiato con l’MR Recording Studio di Salerno. Inizia la sua carriera nel 2012 con una demo autoprodotta, Imperfection, in seguito alla quale entra nel 2015 nell’etichetta che ha prodotto i suoi successivi EP. Segue nel 2017 l’EP di esordio Hide Vincent, poi, a distanza di due anni, il nuovo The House Marring. Quest’ultimo è un lavoro breve, intenso, degno dell’attenzione dell’ascoltatore, sole quattro tracce per un quarto d’ora di ballate folk: Barely Naked, Come Up, Drop The Glass, Home Alone. Una notevole differenza con l’album precedente, composto da ben dieci tracce, rispetto al quale mostra però una maturazione dei suoni e dei contenuti, con The House Marring che è più orientato verso l’intimità ed i sentimenti. The House Marring: ultimo EP di Hide Vincent Il titolo dell’EP letteralmente vuol dire “deturpare, danneggiare la casa”. In questo caso indica la distruzione di quel che si conosce, delle relazioni, di ciò che ostacola il cambiamento, dei legami col passato, fantasmi da affrontare per poter poi finalmente ricominciare e guardare al futuro. The House Marring è costituito da lente ballate, in stile folk/rock, caratterizzato da uno stile pacato ma mai noioso. Apparentemente semplice, in realtà espressivo e ricco di sfumature sonore, quasi sembra finire troppo presto. L’EP The House Marring si apre con Barely Naked, traccia con una voce calda e tendente al malinconico, sullo sfondo di un avvolgente intreccio di chitarra ed archi. La successiva Come Up è caratterizzata invece da una melodia più ipnotica, con l’uso anche di pianoforte e percussioni, un alternarsi di alti e bassi nella voce, di ritmi quasi dilatati e poi più concitati. Il terzo brano, Come Up, è venato della stessa malinconia di Barely Naked, ma con un’apertura al futuro. Melodicamente tornano ad avere nuovamente importanza gli archi, e la voce si fa più calda, quasi ad indicare l’inizio della ricostruzione dopo la distruzione. A chiudere l’EP troviamo Home Alone, melodia di chitarra e percussioni, voce calda in bilico tra la nostalgia per il passato e l’avvicinarsi di un nuovo inizio. The House Marring è un lavoro breve ma completo, meritevole di attenzione, un risultato più che degno dei due anni di lavoro che lo separano dall’EP precedente. Francesco Di Nucci

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A Smile from Godzilla debutta con Monday Morning

A smile from Godzilla e il suo Monday Morning | Recensione Pubblicato l’8 Novembre 2018, Monday Morning è il primo album del musicista napoletano Daniele Montuori, in arte A smile from Godzilla, realizzato grazie alla collaborazione della Vipchoyo Sound Factory di Giacomo Salzano. L’album si compone di 10 brani in inglese che si muovono tra il britpop e la spigolosità acustica dell’anti-folk, creando un prodotto musicale di notevole fattura e di ampio respiro. Monday Morning, l’album di A smile from Godzilla Daniele Montuori definisce A smile from Godzilla «Un cratere pieno di delicata violenza, un equilibrio che sta per vacillare, una hit arrangiata male, una band senza dinamiche, una chitarra e una batteria, la storia del caso, una lucertola in uno skate park, tristezza gioia rabbia e dintorni». Il “vacillare” e l’incertezza evocate da Daniele ci vengono immediatamente restituite dal nome del progetto e dell’album: cosa c’è di più incerto- e anche tenero se vogliamo- del sorriso di un mega mostro giapponese o del tedio del lunedì mattina? Convenzionalmente ci sarebbe imposto di fugare subito tale stato d’incertezza, prendendo immediatamente controllo di noi stessi e delle nostre attività; il disco e il suo autore sono però di parere diverso, fin dall’incipit del disco che inizia con un brano che è un po’ un inno ad abbandonare una certa condizione di sicurezza: Control Goodbye. Sopra un delicato arpeggio di chitarra eretto sopra un’essenziale linea di basso, prende forma un invito a riappropriarsi del proprio tempo, ad abbandonare un controllo fin troppo artificiale per liberare le proprie energie. Un brano che fa un po’ da manifesto teorico a tutto l’album, introducendo l’ascoltatore nell’immaginario leggero e sognante del lavoro. A seguire troviamo Daisy, brano musicalmente più ricco con l’introduzione degli archi e molto vicino alle tipiche sonorità britpop, seguito a sua volta da un brano dall’attitudine simile Dark. La quarta traccia è Forget your call, singolo, con annesso videoclip targato Alessandro Freschi, pubblicato il 22 Ottobre 2018 su YouTube in anteprima al disco. Continua così il racconto di A Smile from Godzilla, immaginoso e un po’ visionario, tra quadri di Van Gogh, divani verdi, stanze in fiamme, musica Lo-Fi, clown e sirene della polizia. Un vortice confusionario di immagini che l’autore lascia scorrere su di sé, perché non interessato alle cose superficiali ma ad aderire ad un qualcosa di più sincero e sentito: «It doesn’t matter/ my cigarette falls in the ground/ cos’ i don’t know why/ a police siren rings into the night» (Forget your call). Musicalmente coerente, oscillando tra il britpop e il più verace anti-folk, il disco prosegue con Green Monster, In The Garden, Letters from the Sky, Maya (brano nel quale c’è anche spazio per una strofa in italiano), Precious, per concludersi con T-Rex. T-Rex è un degno finale che conferma le atmosfere sfumate e sognanti dell’intero lavoro. Fuggendo dal feroce predatore dalle corte zampine anteriori, l’autore guarda al suo passato con serenità nonostante sia addobbato da vecchi giocattoli sbiaditi. Un punto di partenza per un nuovo sogno, una […]

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Ferruccio Quercetti debutta come solista: Almost Mine

Recensione del concept album di Ferruccio Quercetti, Almost Mine: The Unexpected Rise and Sudden Demise of Fernando (Part 1) Ferruccio Quercetti, – da più di vent’anni chitarrista e cantante della band blues/punk/noise bolognese dei Cut – ha debuttato come solista (sotto lo pseudonimo di Ferro Solo) con l’abum Almost Mine: The Unexpected Rise and Sudden Demise of Fernando (Part 1), pubblicato in digitale, cd e vinile lo scorso 9 Novembre su RIFF Records   e Fernando Dischi e supportato da Area Pirata e Deambula Records. Almost Mine è la prima parte di un concept narrativo sviluppato su diverse uscite. Il disco contiene dodici tracce, dalle sonorità rock ’n’ roll e post punk con venature folk e blues, spalmate su 37 minuti e 57. Diverse le collaborazioni di cui si è avvalso Ferruccio Quercetti per questo suo esordio da solista: dai Giuda di Roma al gran completo (in He Spies) a Sergio Carlini (Three Second Kiss), Andrea Rovacchi (Julie’s Haircut), Riccardo Frabetti (Chow), Luca Giovanardi (Julie’s Haircut), Ulisse Tramalloni (Julie’s Haircut) . Da anni sulla scena musicale con i Cult, Quercetti ha così spiegato la sua scelta di pubblicare un album da solista: «Provare a difendermi dal mondo, dagli altri e soprattutto da me stesso con il primitivo arsenale espressivo di cui dispongo è quello che faccio più o meno da sempre. Per questo fine la mia arma preferita è sempre stata la musica, o meglio il rock and roll, nelle sue varie forme e accezioni, suonato un po’ come mi viene. Negli ultimi anni, ispirato da alcune vicende private piuttosto intense, ho ricominciato a scrivere canzoni con la chitarra acustica, come facevo da ragazzino, quando non avevo nessun altro con cui suonare. In breve le canzoni sono diventate tante e ho iniziato a suonarle dal vivo e a registrarne qualcuna sotto lo pseudonimo di Ferro Solo. Poco dopo ho iniziato a coinvolgere degli amici che mi hanno permesso di dare ai pezzi una veste sonora sicuramente più interessante di qualsiasi cosa che mi sarei potuto inventare io ed ecco come siamo arrivati a quello che potete ascoltare su Almost Mine». Ferro Solo e le avventure di Fernando In Almost Mine Ferro Solo racconta le avventure del suo alter ego, Fernando. L’album è un vero e proprio concentrato di energia distribuita in modo eterogeneo. Nel disco confluiscono le varie influenze che l’artista bolognese ha “raccolto” in decenni di carriera musicale. Un disco appassionato nel quale emerge l’anima rock dell’artista bolognese. Come accennato sopra e, come si intuisce dal titolo, questo disco costituisce solo la prima parte di un progetto più ampio, sviluppato su diverse uscite. Le canzoni sono collegate da una continuità narrativa e, a quanto pare, il secondo capitolo delle avventure di Fernando è già pronto e aspetta solo di essere pubblicato. D’altronde, lo stesso autore, parlando del disco, ha confermato che Almost Mine è solo la prima parte del suo concept album: «Benvenuti alla prima parte di Almost Mine: The Unexpected Rise and Sudden Demise of Fernando. Queste canzoni vengono da un luogo molto oscuro, talmente oscuro che sono riuscito raccontarlo solo vestendo i panni di qualcun altro. Attenzione però: la […]

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From The Roots To A Folded Sky, terzo album dei Virtual Time

From The Roots To A Folded Sky, è il primo album dei Virtual Time pubblicato nel 2018. Primo dei cinque lavori previsti entro un anno, From The Roots to a Folded Sky è uscito il 21 maggio per la Go Down Records, etichetta dell’Emilia-Romagna. I Virtual Time sono una band rock di Bassano del Grappa, in attività dal 2012, composta da Alessandro Meneghini alla batteria, Luca Gazzola alla chitarra, Marco Pivato al basso e dal cantante Filippo Lorenzo Mocellin. Hanno già realizzato altri tre album: Getting Twisted (2013), Long Distance (2016) e Animal Regression (2018, successivo a From The Roots To A Folded Sky). Lo stile dei Virtual Time è dichiaratamente ispirato al rock anni ‘70, dai Led Zeppelin ai Pink Floyd, senza escludere riferimenti moderni come i Muse. Questo si riflette nel disco From The Roots To a Folded Sky che include sonorità folk, rock nonché delle ballate. Il titolo rispecchia l’obiettivo del gruppo, con questo album ed i successivi, di una crescita personale e musicale che li dovrebbe portare dalle basi in cui si trovano fino al cielo. Il termine Folded Sky, cielo ripiegato, è un richiamo agli origami, dove un foglio di carta rimane tale ma assume una forma totalmente nuova. Otto le tracce, per mezz’ora di rock: Charmed, Just You, Beyond The Sun, Alligator, The Others, Folded Sky, Down and Cry, Secrets in your Eyes. From Roots To A Folded Sky, l’album dei Virtual Time Charmed è il brano d’apertura dell’album, con ritmo lento e fiati che ne fanno una ballata sulla natura e le riflessioni sul senso della vita. Just You segue con un ritmo inizialmente da ballata ed un andamento generale più sul rock. Le strumentali di chitarra e basso accompagnano un testo che parla del passato, degli errori commessi da cui imparare ed un futuro cui guardare con fiducia. Beyond The Sun, vede una maggio “aggressività” degli strumenti dovuta ad un ritmo svelto e allegro, che accompagna una lunga amicizia, una continua sfida alle difficoltà e la fiducia in un incontro “al di là del sole”. Alligator narra tra batteria ed assoli di chitarra, con un tono allegro, una storia d’amore finita tragicamente. The Others è una ballata folk, ritmo nuovamente lento e meditativo, un testo che parla appunto “degli altri”, sempre pronti a giudicare e ad essere giudicati, e dei sentimenti che questo causa. Folded Sky si ricollega al tema della crescita, da affrontare senza perdere lo stupore dei bambini, senza rinunciare ai propri sogni in cambio di soldi e con un’allegria ed un’energia che si rispecchiano nel ritmo del brano. Down and Cry, realizzato per l’album Long Distance ma pubblicato ora, è un lento sull’amore e sulle gioie e sofferenze che può provocare. Chiude l’album Secrets in Your Eyes, per le sonorità un ritorno al rock classico, pezzo sulla realtà dietro le apparenze e l’importanza di lottare per le cose importanti nella vita. Francesco Di Nucci

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INCONTRI: il nuovo EP di Crazy Han e Raptus Molesto (intervista)

Incontri è il nuovo EP di Crazy Han e Raptus Molesto distribuito dalla Smoka Rec a partire dal 31 ottobre 2018. Noi abbiamo intervistato i due artisti dopo averne ascoltato il disco. Nella scena Hip Hop del Sud Italia il rap si fa prepotente. Dal Cilento le voci sono di Crazy Han (Only Smoke Crew) e Raptus (Poeti maledetti) che si uniscono e danno vita ad una nuova collaborazione per un progetto fatto di incontri ravvicinati grazie ai quali si mantiene viva e integra l’identità dell’Hip Hop. “Incontri” è totalmente autoprodotto, le tracce sono 5 ( Incontri, Nell’armadio, Con chi conta, Senza regole, Viagg ), la metrica e il flow sono violenti, i temi fondamentalmente classici. Le produzioni sono quasi tutte a cura di Crazy Han per posse track hardcore che vantano collaborazioni varie: Skiaffone (Only Smoke Crew), Crazy, Kekko Maye, Slaymer (Bra Familia), The Sniper aka TicSnip (Only Smoke Crew). La voglia di farsi sentire è parecchia: in un contesto in cui l’evolversi del rap va a rilento, certe battaglie lessicali sono necessarie. La forza di quest’album è la consapevolezza di una cultura intoccabile quale l’Hip Hop e la maturità di artisti che masticano e fanno rap con cura e passione. Incontri non è un disco per ciocci perché il RAP non è per ciocci. Con orgoglio il Cilento è linguisticamente presente in tutti le tracce in cui il dialetto presenzia alternato all’italiano. Dal 2014, il territorio è rappresentato nella scena Hip Hop dalla Cilento doppia H: un movimento indipendente che nasce grazie alla Only Smoke crew con l’intento di promuovere l’Hip Hop unendo tutti i producers, writers e MC del posto per formare un’unica famiglia cilentana. LA SMOKA REC DICE: N.B. «Questo è un disco RAP nato dalla passione per l’HIP HOP, se cercate autotune, “gang, gang, gang” e puttanate di questo tipo, avete sbagliato sia progetto che artisti.» Il resto ce lo dicono Raptus Molesto e Crazy Han. Incontri, intervista  a Crazy Han e Raptus Come nasce l’idea di questo progetto e come la collaborazione tra Crazy Han e Raptus Molesto? Crazy Han: L’idea mia inizialmente era di realizzare un mio progetto da solista in un periodo dove per motivi di lavoro abitavo fuori casa, successivamente Raptus è venuto a trovarmi e dopo avergli fatto ascoltare qualcosa decidemmo di portare avanti il progetto insieme. Raptus: Le fondamenta di questo progetto è l’amicizia, dopo svariati anni di collaborazioni e molteplici palchi calcati insieme, si è deciso di creare un qualcosa che avesse potuto racchiudere tutto il tempo passato a fare musica e non solo. Qual è il messaggio di fondo in questo EP che desiderate arrivi a chi ascolta ? Crazy Han: L’EP trasmette il personale punto di vista nei confronti di una cultura, che proprio grazie a certi “incontri” è diventata parte indelebile della nostra identità. Raptus: Quello di godersi della buona musica fatta con cuore ed umiltà, nel nostro piccolo cerchiamo di fare il possibile per far sì che le cose siano fatte bene, poi sta […]

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Fabio Cinti: riprendere Battiato con un adattamento gentile

Fresco vincitore della Targa Tenco come interprete di canzone, Fabio Cinti riporta in auge, dopo 37 anni, “La voce del padrone”, un lavoro pregiato e sperimentale del maestro Franco Battiato. Il cantautore siciliano, avanguardista, schieratosi tra i demistificatori dei luoghi comuni, riuscì proprio con l’album dell’81 a raggiungere il milione di copie vendute. Il nuovo disco del cantautore laziale Fabio Cinti, invece, riveste “La voce del padrone” con un abito sinuoso impreziosito da viole e violini, tessuto senza cambiare la stoffa musicale di Battiato, creandone però un “adattamento gentile”. La casa discografica è Private stanze. Dato il preambolo, sembrerebbe una scelta pericolosa, quella di riproporre classici della storia di Battiato in una nuova chiave, eppure già al primo ascolto, come una piacevole sorpresa, questa nuova visione colpisce le orecchie. Allora è d’obbligo definire la scelta di Cinti, non una scelta pericolosa, ma un’idea avanguardisticamente coraggiosa. Le strade di Fabio Cinti e Franco Battiato già si erano congiunte nel 2013, quando il cantautore laziale aprì alcune date del tour “Apriti Sesamo”, continuando il sodalizio quando Cinti incise “Devo”, una canzone firmata da Franco Battiato. Prosegue così, attraverso La voce del padrone: un adattamento gentile, questo stimolante connubio. Il lavoro di Fabio Cinti: più di un album di cover Sarebbe riduttivo definire questo disco come un album di cover, poiché l’intento non è quello di incidere versioni alternative dei brani contenuti nel lavoro di Battiato; ritengo infatti che sia appropriato il termine usato dallo stesso Cinti per il titolo, proprio perché il cantautore, prestando giuramento di fedeltà agli arrangiamenti melodici originali, ha eliminato tutto quello che è sintetico, aggiungendo una propensione orchestrale, dovuta al quartetto d’archi, un coro che spunta in varie tracce, un pianoforte onnipresente.  Nell’arrangiamento, si nota una complessità musicale, principalmente dovuta all’assenza di strumenti ritmici come la batteria e le chitarre, ma data anche dall’assenza dei sintetizzatori, che riempivano a loro modo il disco del ’81. La complessità viene a materializzarsi nel momento in cui si riconoscono come protagonisti della parte ritmica il pianoforte e il quartetto d’archi: ci troviamo davanti ad un disco che ha cucito la melodia come se si trattasse di un brano classico, aggiungendo poi una voce pulita, che ne cambia il senso e ci riporta alla verità, ovvero che si tratta pur sempre di un adattamento ad un disco degli anni ’80.   Le collaborazioni per lo sviluppo dell’opera La produzione artistica, così come gli arrangiamenti, sono curati dallo stesso Cinti, che ha voluto al suo fianco per la realizzazione di questo album la violinista Vanessa Cremaschi, la violoncellista Giovanna Famulari, anch’esse protagoniste dell’arrangiamento musicale. Gaia Orsoni alla viola, Elena Cirillo al violino – e che violino, dato che collabora da qualche anno a questa parte con De Gregori -, Andrea Vizzini al pianoforte sono gli altri tre componenti che saturano le valenze per quanto riguarda i musicisti scelti e gli strumenti utilizzati per la stesura del disco. Sette tracce, che permettono di comprendere il mondo di Battiato, pur essendo lontani anni luce dall’idea musicale […]

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