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Eroica Fenice

La Tag: riflessioni culturali contiene 52 articoli

Libri

Le Lacrime di Napoli, il nuovo libro di Tania Rennella

Le Lacrime di Napoli, libro di Tania Rennella, edito da Giunti editore. Marie è una giovane donna parigina, vive a Napoli con suo marito e i suoi figli. Scopre il dramma che si svolge alle porte della città: cumuli di spazzatura che invadono le strade e spesso sono talmente tanto alti da formare delle vere e proprie colonne; dettagli di un ambiente che diventa invivibile e che scuote psicologicamente un’intera popolazione. Marie grida la sua rivolta e punta il dito contro le organizzazioni criminali che gestiscono in modo illegale i rifiuti tossici. Una pratica illecita resa possibile grazie alla negligenza, forma “elegante” dell’immoralità di coloro che sono consapevoli di quanto accade ma non si oppongono. Allarmata dal pericolo, questa giovane madre deve prendere una decisione immediata e crudele: trasferirsi a Parigi per proteggere i suoi figli oppure rimanere per salvaguardare l’unità della propria famiglia? Una scelta che metterà in discussione la sua vita e a dura prova le sue convinzioni. Le Lacrime di Napoli è un romanzo diretto, vivo, nel quale si percepisce un dinamismo estremamente coinvolgente, di quelli che scuotono (o almeno dovrebbero) le coscienze. Marie, donna tenace, parla della corruzione, chiave di lettura del romanzo, tema che non riguarda solo Napoli, ma il mondo intero, dove i valori veri sono stati sostituiti da avidità, potere e soprattutto indifferenza. Il libro nasce come spunto autobiografico e poi si trasforma in una vera e propria storia di quotidianità, quella della protagonista, Marie, che grida la propria rivolta, confrontandosi con se stessa; ella pian piano si rende conto attraverso piccoli passi che non è tutto come sembra, che il problema non sussiste solo a Napoli, ma che esso si estende anche altrove. Nel libro si respira l’immagine di una Napoli che i protagonisti guardano come un’opera d’arte, come una realtà ormai trascorsa; una città fatta di storia, patrimonio artistico e culturale, colori, musica, tradizioni. Le lacrime di Napoli è un libro la cui lettura è semplice e accessibile, grazie alla quale i lettori possono riflettere e prendere consapevolezza, parallelamente alla protagonista, Marie, dell’oggettiva realtà nella quale si è catapultati, ossia una città, Napoli, con mille difetti, ma in cui si respira amore. Marie, la protagonista è una mamma dolce e premurosa, attraverso la quale chi legge può comprendere i dettagli di una storia che riguarda tutti e non solo Napoli. La protagonista compie una scelta, sofferta, alla cui base c’è una scelta, ci sono le lacrime, come ricorda il titolo del libro. Le lacrime di Napoli getta il senso delle lacrime stesse, in quanto aspetto fondamentale del pianto che ha, soprattutto in letteratura, una duplice funzione, in quanto al pianto del personaggio, in questo caso Marie, fa eco quello del lettore; al tempo stesso, grazie a questo libro, molto profondo e intenso, si comprende quanto sia importante fare luce su aspetti spesso nascosti, su questioni di cui si preferisce non parlare. Il tempo che si trascorrere a leggere Le lacrime di Napoli, è simulacro di un’altra vita, che aiuti a vivere meglio il […]

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Culturalmente

Dagherrotipo: storia e leggenda di un antenato

Una breve storia del dagherrotipo, l’antenato della fotografia «Tutte le immagini scompariranno». Dal tono ieratico la sentenza contenuta nel Premio Strega Gli Anni, tra gli ultimi capolavori di Annie Ernaux. Una tragica consapevolezza per gli abitanti della società dello spettacolo. Régis Debray, fra gli studiosi più attenti all’importanza dell’occhio nel mondo Occidentale, afferma che nel momento in cui l’uomo non avrà più timore della morte, allora non avrà più bisogno di immagini. Dal sarcofago egizio alla fotografia, l’uomo ha perseguito un’avventura contro la forza dirompente del tempo, duplicando se stesso nell’ossessione della rappresentazione. La leggenda del dagherrotipo Fin dal dagherrotipo, considerato l’antenato della fotografia, l’immagine è stata concepita come uno spettro. Victor Hugo e Guy de Maupassant parlano dell’altro che è dentro di noi, celato allo specchio. L’immagine riproducibile della fotografia ha svuotato la morte cristiana della trascendenza. Come si nota nella letteratura decadente, la fotografia ha una furia omicida. La letteratura ha caricato di senso religioso la fotografia, creando quindi il mito della sua creazione, il racconto La leggenda del dagherrotipo di Jules Champfleury. Champfleury, fondatore del giornale “Le realisme”, narra la vicenda di un borghese provinciale che recatosi a Parigi, luogo di perdizione per l’anima del poeta, decide di fare un regalo alla moglie: un ritratto fotografico. La fotografia era considerata il rifugio degli incapaci, dei pittori mancanti, il talismano dei trafficanti di apparenze. Il fotografo costringe così il borghese a lunghe sedute, cospargendolo di creme, così come fa con la lastra fotografica, preparando il suo soggetto al sacrificio. L’uomo, impresso sulla pellicola fotografica, scompare fisicamente. Ne resta la voce, tormento per il suo fotografo carnefice. Il reale è messo seriamente in pericolo dal dagherrotipo. L’immaginario mortifero alimentato dall’avvento del dagherrotipo persiste nella letteratura francese (e non solo), con le voci autorevoli di Marcel Proust e Roland Barthes. Famoso per l’aneddotica sul suo conto, lo scrittore di Alla ricerca del tempo perduto, fu a tal punto affascinato dal mondo fotografico da svenire in camera oscura. La fotografia si connota come un’immagine malinconica connessa alla morte perché, come afferma Barthes, la persona rappresentata è relegata nel ça a été. L’atto fotografico diventa un memento mori, ricordo costante a chi è fotografato che il suo destino è la morte. Famosi i primi dagherrotipi dei uomini sul proprio letto di morte, realizzati per immortalare il momento e coglierne il senso, il mistero. La storia del dagherrotipo Il dagherrotipo è un procedimento fotografico realizzato dal francese Louis Jacques Mandé Daguerre da un’idea di Joseph Nicéphore Niépce e di suo figlio Isidore. Lo scienziato François Arago presentò questa ambiziosa invenzione davanti alla comunità scientifica nel 1839, presso l’Académie des Sciences e dell’Académie des Beaux Arts. Macedonio Melloni si pronunciò sul dagherrotipo parlando di «miracolo». Il dagherrotipo non è in realtà il primo procedimento di riproduzione fotografica, ma l’immagine riprodotta dalla maggior parte delle precedenti tecniche aveva la tendenza a scomparire rapidamente a causa dell’azione della luce del sole o dell’assenza di fissatori chimici adeguati. Il dagherrotipo è stato il primo procedimento a consentire […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Napoli Città della Conversazione: il Diverso

Il 7 Febbraio 2019 si é tenuta presso l’Istituto Nazareth di Napoli la Discussione sul tema del Diverso. Questo incontro é stato inserito nel mese dedicato a Napoli Città della Conversazione L’iniziativa promossa dal Comune di Napoli, Napoli Città della Conversazione, è nata con l’intento di organizzare svariati incontri culturali volti a stimolare l’arte della conversazione e del dialogo, per allontanarsi per qualche ora dai dispositivi digitali e favorendo il contatto face-to-face tra le persone. Discussione sul tema del Diverso è stato un evento organizzato dalla Graus Edizioni, introdotto e moderato da Alessia Cherillo, con la partecipazione di quattro autori collaboratori della casa editrice: Armando De Martino, Angela Procaccini, Rosanna Sannino, Alessandro Perna. Partendo dai proprio libri, hanno argomentato la tematica del Diverso con interessanti riflessioni. Discussione sul tema del Diverso per Napoli Città della Conversazione L’Istituto Nazareth ha ospitato nella sua sede l’iniziativa Discussione sul tema del Diverso, importante tappa di Napoli Città della Conversazione. Tutti i partecipanti sono stati accolti in una sala moderna con sedie verdi, tipico colore della speranza, valido auspicio per il superamento dei pregiudizi tra persone che hanno caratteristiche differenti dal comune. Alessia Cherillo (Graus Edizioni), dopo aver introdotto il tema della diversità, ha ceduto poi la parola allo scrittore Armando De Martino che ha commentato: «La tematica della Diversità è complessa, si parte dal giudizio negativo della gente per giungere al concetto di Diversità. Quando le persone si allontanano dalla conoscenza non hanno la possibilità di comprendere bene la bellezza della Diversità che ci rende unici. La Diversità diventa enorme, perché nasce dal pregiudizio di cose che non si conoscono. La velocità di Internet amplifica il concetto del Diverso, perché la conoscenza di molte tematiche come l’immigrazione e il femminicidio non vengono approfondite, ci si dedica poco tempo, perché presi dalla rapidità delle informazioni online». Prosegue il discorso la scrittrice Angela Procaccini: «Il mio libro D è il racconto che riassume la determinazione la dignità e la dolcezza delle donne. Una delle vicende raccontate è quella di una ragazza anoressica che sente un forte senso di estraneità dagli altri, che la rende molto diversa dal gruppo di ragazze che frequenta e che corrisponde ad una situazione grave di senso di diversità. L’altro racconto è quello di una ragazza madre tunisina fuggita da casa dopo aver subito l’atto vandalico dei fratelli che le hanno rovinato il volto con l’acido. Questa storia affronta con coraggio la tematica della Diversità e delle sue gravi conseguenze che possono sfociare in scelte estreme». Partendo da queste due storie la riflessione in sala è giunta a questa considerazione: durante il periodo dell’adolescenza bisogna forgiare l’idea che la Diversità è una ricchezza e non deve essere fonte di Avversità, siamo Umani con caratteristiche differenti che devono coesistere e cooperare per un futuro migliore e più intenso senza pregiudizi. Guardando la sala la scrittrice Rosanna Sannino ha affermato: «Stare tra i giovani è interessante, siete tutti Meravigliosamente Diversi! Ricordate la Diversità non è negativa anzi siamo frutto della Diversità non è […]

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Culturalmente

Mos Maiorum: i valori della latinitas

Il Mos Maiorum identificava, nella società dell’Antica Roma, il nucleo principale della civitas latina e, idealizzando i costumi dei Padri, si ispirava ai valori dell’antica società romana (arcaica e agricola). Il Mos maiorum ovvero i valori fondamentali della romanità Con l’espressione di Mos Maiorum(letteralmente “i costumi dei Padri”) si intende l’insieme dei valori fondamentali – il bagaglio culturale, etico, religioso, morale, sociale, politico – del cives romanus. Con l’espressione Mos Maiorum, quindi, si identifica l’insieme dei valori e degli ideali della tradizione romana a cui ogni vir votava la propria identità e la propria levatura morale.Il carattere identitario di ogni cives romanus era dunque strettamente collegato al valore collettivo degli antiquimores (i costumi antichi) e questo legame portava alla consapevolezza identitaria e collettiva e al tempo stesso, per ogni bonus cives. Il Mos maiorum e la concezione di Stato Il codice comportamentale prescritto dal Mos Maiorum guardava al bene del singolo cittadino all’interno del bene di tutti i cittadini; per questo motivo, uno dei valori fondamentali del Mos Maiorum era il rispetto della Res publica. Per Res publica romana (traducibile in italiano come la cosa pubblica, la Repubblica) si intende il patrimonio ideale e materiale del popolo romano, il bene comune della società, il cui interesse era primario rispetto all’interesse individuale. Considerando lo Stato fortemente vivo – attraverso l’alto senso civico del popolo Romano – ogni cives romanus contribuiva attivamente al buon governoattraverso la vita pubblica e il rispetto delle manifestazioni virtuose del Mos Maiorum. Mos maiorum: i sentimenti patrii Fra le qualità e i sentimenti del Mos Maiorumpropri di ogni probo vir e optimus cives, si ricordano a titolo esemplificativo: abstinentia (onestà e integrità nei confronti dell’amministrazione pubblica); frugalitas (sobrietà d’animo); aequitas, iustitia, honestas (uguaglianza, giustizia, onestà); beneficentia, benignitas, liberalitas, magnanimitas (beneficenza, bontà, liberalità morale e magnanimità politica); pietas, probitas, pudor (pietà, probità, pudore); urbanitas, decorum, elegantia (cortesia, decoro, raffinatezza); gravitas, exemplum, consilium (serietà, esempio, giudizio); constantia, fortitudo, fides, virtus (costanza, forza morale, lealtà, virtù d’animo e militare); clementia, temperantia, humanitas, continentia, modus (clemenza, temperanza, umanità, continenza, regola di vita); officio, religio (dovere sociale e sentimento religioso); auctoritas, gloria, honor, libertas (prestigio, gloria, onore, libertà dell’animo incorrotto). Mos maiorum: gli ideali di virtus e fortitudo Si vogliono proporre ora due passi – tratti il primo dal De vita beata di Seneca, il secondo dalle Noctes Atticae di Gellio – sugli ideali di virtus e fortitudo: «[…] Cumtibi dicam: «Summum bonum est infragilis animi rigor et providentia et sublimitas et sanitas et libertas et concordia et decor», aliquid etiamnunc exigis maius ad quod ista referantur? Quid mihi voluptatem nominas? Hominis bonum quaero, non ventris, qui pecudibus ac beluis laxior est […]»; «[…] Fortitudo autem non ea est, quae contra naturam monstri vicem nititur ultraque modum eius egreditur aut stupore animi aut inmanitate […] sed ea vera et proba fortitudo est, quam maiores nostri scentiam esse dixerunt rerum tolerandarum et non tolerandarum. Per quod apparet esse quaedam intolerabilia, a quibus fortes viri aut obeundis abhorreant aut sustinendis […]». Fonte immagine di copertina: https://it.wikipedia.org/wiki/Matrimonio_romano#/media/File:Lawrence_Alma-Tadema_-_Ask_Me_No_More.jpg

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Culturalmente

Cattività avignonese: significato e storia

Con il termine di cattività – letteralmente “prigionia” – avignonese, si identifica il periodo storico (politico, economico, religioso e sociale) che va dal 1309 al 1377 e che definisce l’allontanamento della sede papale (curia e corte) da Roma ad Avignone, nella regione della Provenza, in Francia. La cattività avignonese: i fatti storici Prima di parlare di cattività avignonese bisogna comprenderne le cause profonde che affondano le proprie radici in questioni politico-economiche. Con la salita al soglio pontificio del papa Bonifacio VIII nel 1294 – seguita all’abdicazione di Celestino V (il papa che compì «il gran rifiuto», come scrive Dante Alighieri nella I cantica della sua Commedia) – i rapporti della Francia del re Filippo IV e dell’aristocrazia romana della famiglia Colonna nei confronti della Chiesa romana si incrinarono per questioni di potere temporale; il re francese decise di imporre una tassazione economica da estendere ai possedimenti della Chiesa e Bonifacio VIII emanò, nel 1302, la bolla Unam sanctam con la quale fissava la supremazia del potere papale su qualsiasi altra monarchia; a ciò seguì una ribellione del re che portò all’ordine di cattura del papa (alla cui cattura prese parte la famiglia dei Colonna): il papa venne tenuto prigioniero ad Anagni per qualche giorno (periodo che prende il nome di “schiaffo di Anagni”, “schiaffo” nella sua accezione morale, non fisica). A Bonifacio VIII seguì prima Benedetto XI, poi Clemente V, il quale nel 1305 si sottomise al volere francese e trasferì la Curia romana in territorio francese; in un primo momento il papa fu a Bordeaux, città in cui Bertrand de Got (prima di assumere il nome pontificio di Clemente V) era arcivescovo, poi si spostò a Poitiers e infine venne scelta nel 1309 la città di Avignone, feudo della dinastia dei D’Angiò, fra l’altro re di Napoli; venne, inoltre, soppresso l’Ordine dei Templari, per volere ancora di Filippo IV. Con l’insediamento della sede pontificia ad Avignone – sotto il potere della famiglia D’Angiò – Clemente V ottenne un avvicinamento al feudo pontificio del Contado Venassino, nella cui capitale pose la propria residenza. Cattività avignonese: le fasi Dal 1309, anno del trasferimento ad Avignone della Curia romana, al 1377, anno del ritorno della Chiesa a Roma, vi furono vari tentativi di rientro in Italia (con i papi Giovanni XXII, Benedetto XII, Clemente VI, Innocenzo VI, Urbano V): poi con il papa Gregorio IX vi fu il definitivo rientro della Curia pontificia a Roma, nel 1377. Di seguito l’elenco dei papi (e degli antipapi) che furono ad Avignone durante la “cattività avignonese” e l’indicazione della durata del loro pontificato: Clemente V – 1305-1314; Giovanni XXII – 1316-1334; Niccolò V (antipapa) – 1328-1330; Benedetto XII – 1334-1342; Clemente VI – 1342-1352; Innocenzo VI – 1352-1362; Urbano V – 1362-1370; Gregorio IX – 1370-1378; Clemente VII (antipapa) – 1378-1392; Benedetto XIII (antipapa) – 1394-1423. La cattività avignonese: la nascita del termine Il termine cattività avignonese fu indirettamente introdotto da Francesco Petrarca che nel sonetto CXIV dei suoi Rerum Vulgarium Fragmenta paragona la prigionia […]

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Riflessioni culturali

Reiki: cos’è e quali sono i suoi simboli

Chi non ha mai sentito parlare di Reiki? Ma cos’è esattamente? In questo articolo cercheremo di illustrarvi come nasce il Reiki, quali sono i suoi simboli e la sua sfera di applicazione Reiki: etimologia “Reiki” è una parola giapponese composta dalle sillabe REI e KI. REI (霊) significa energia vitale spirituale e, per esteso, qualcosa di misterioso, miracoloso e sacro. Sta ad indicare l’energia primordiale (Divina), che ha portato alla creazione dell’universo in tutte le sue manifestazioni (Ki). KI (気), invece, indica energia che scorre nel corpo o forza interiore. Nel dettaglio, significa atmosfera, qualcosa che non si vede, energia dell’universo. Indica, quindi, l’energia vitale universale intrinseca ad ogni essere e ad ogni cosa, che regola il funzionamento stesso dell’universo. Ki è il corrispondente del Chi per i cinesi, del Prana per gli indù, della Luce e dello Spirito Santo per i cattolici. I madrelingua giapponesi utilizzano il termine Reiki in senso generico come potere spirituale. Nelle lingue occidentali il suo significato è spesso reso come energia vitale universale. Reiki: cos’è Il sostantivo Reiki si riferisce comunemente ad un metodo terapeutico alternativo, secondo cui si utilizza l’energia per il trattamento di malanni fisici, emozionali e mentali, che talvolta comprende anche l’autoguarigione. Esprime, tuttavia, anche una pratica spirituale, un metodo di risveglio dello spirito, una crescita personale. È, in sintesi, un’antica pratica giapponese volta a migliorare le condizioni psico-fisiche della persona. Il cosiddetto Metodo “Reiki” consente «attraverso delle iniziazioni, o armonizzazioni, di diventare canale attivo di energia equilibrata, ripristinando quella connessione energetica tra l’umano e il cosmico che secoli e secoli di condizionamenti culturali e sociali hanno parzialmente gettato nell’oblio» (Fonte). Pertanto il Reiki è una metodologia che consente, di ripristinare il contatto con la propria componente di energia vitale di cui ciascun essere umano dispone. Riprendere il contatto con tale energia favorisce l’armonia e l’equilibrio interiore. Il Reiki può sollecitare i processi di guarigione compensando la mancanza di equilibrio energetico preesistente. Reiki : le origini Secondo la tradizione, la pratica del Reiki fu sviluppata da Mikao Usui, nato in Giappone nel 1865. Usui studiò nel Monastero di Buddismo Tendai, in quanto la sua famiglia era seguace di tale religione. Si sposò, ebbe due figlie e nel 1922, intraprese un lungo percorso spirituale fatto di meditazione di tre settimane e digiuno sul Monte Kurama che lo fece entrare in contatto con il Reiki, inteso come strumento di crescita personale e guarigione. Il Maestro Mikao Usui usava insegnare ai suoi allievi che lo scopo della disciplina da lui osservata era il raggiungimento dell’Anshin Ritsumei, ovvero l’assoluta pace interiore o l’illuminazione. Dopo aver raggiunto l’illuminazione, il Maestro Usui si adoperò per creare un metodo che potesse aiutare l’essere umano a raggiungerla a sua volta. Nel 1922 Usui aprì il suo primo Centro di Pratica e Insegnamento ad Harajuku a Tokyo per poi spostarsi, qualche anno dopo, in un altro Centro a Nakano. Dopo la sua morte alcuni suoi studenti crearono la Usui Reiki Ryoho Gakkai (Associazione per l’apprendimento del Metodo di Guarigione Usui Reiki). Un anno dopo la sua morte, avvenuta nel 1926, venne fondata la Reiki Ryoho Gakkai, l’organizzazione che si è […]

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Culturalmente

Frasi d’amore in spagnolo: le quattro più famose

La lingua spagnola ha da sempre affascinato tantissime persone, soprattutto chi utilizza e conosce le frasi d’amore del passato, ancora oggi attuali. Esistono una serie di frasi in spagnolo che raggruppate, vanno a formare una vera e propria classifica. In quest’ottica si comprende quanto il successo della letteratura latino-americana e le vicende politiche dell’America Latina negli ultimi decenni abbiano ridato lustro a una lingua che aveva perduto una parte della sua popolarità. Inoltre, l’utilizzo delle nuove tecnologie, fortemente sviluppate in questi ultimi tempi, porta sempre più persone, ad informarsi ed acculturarsi, tramite internet. Per quanto concerne lo spagnolo, le frasi d’amore più cliccate sono numerose, ma in questo contesto, riporteremo quelle più diffuse e belle. Al primo posto troviamo, “Donde no puedas amar, no te demores”, frase celebre di Frida Kahlo, che significa “Dove non puoi amare, non ti fermare”; frase eloquente, fortemente metaforica, che invita a non fermarsi nei luoghi dove non c’è amore. Sicuramente è una frase dal forte valore simbolico, famosa e particolarmente utilizzata da quanti cercano in rete oppure utilizzano frasi d’amore in spagnolo. Altra frase, al secondo posto nella classifica delle frasi d’amore in spagnolo, c’è “Todo lo que hablan de ti”, ossia “Tutto mi parla di te”. Si tratta di una frase d’amore che non necessita di troppe spiegazioni, essendo breve e coincisa; è molto utilizzata in Spagna, soprattutto nelle canzoni. D’altronde lo spagnolo è una fortemente lingua musicale, armonica, dai suoni soavi e  ricca di sfumature di significato. Ecco perché, spesso, una frase o un qualsiasi concetto espresso in lingua spagnola, potrebbe apparire più accattivante o poetica, per il solo fatto che la lingua scelta per esprimerlo sia appunto, lo spagnolo. Al terzo posto nella classifica, troviamo: “Estar contigo o no estar contigo es lamedida de mi tiempo”, che significa, “Stare con te o non stare con te è la misura del mio tempo”. Si tratta di una frase di Jorge Luis Borges, il quale non descrive l’amore in maniera diretta ma come se fosse una dedica rivolta all’amato di chi scrive. Al quarto posto, citiamo una frase di Pablo Picasso: “El amor es el mayor refrigerio de la vida”, che significa “L’amore è il maggior rinfresco della vita”. Una delle poche frasi nella quale il celebre artista non rivela il suo spirito mai accontentabile. Egli stesso più volte affermò: “morirò senza essere amato”. In questa prospettiva, tale frase d’amore in spagnolo, diventa ancora più significativa, soprattutto perché riferita ad una personalità famosa ed inquieta come il pittore iberico. All’ultimo posto una frase che rappresenta l’emblema dell’amore nell’esistenza umana. La frase è di George Sand, ed è la seguente: Solo hay una felicidad en la vida – amar y ser amado, ossia. Essa significa: “C’è solo una felicità nella vita: amare ed essere amati”. La frase in questione è dunque davvero perfetta per tutti coloro che in fondo al loro cuore sono convinti che l’amore sia la forza che si cela dietro ogni gesto e ogni umano desiderio. Le quattro frasi riportate, sono quelle più […]

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Culturalmente

Il gruppo artistico Die Brücke: un ponte sul futuro

Il gruppo artistico Die Brücke (il Ponte) è stato un gruppo di artisti dell’ avanguardia tedesca formatosi a Dresda nel 1905. Questo gruppo si pone come cuore originario dell’ espressionismo tedesco ed è caratterizzato dall’opposizione verso la politica e società a differenza dell’espressionismo francese. I fondatori furono i quattro studenti di architettura Jugendstil (Art Nouveau) guidati da Hermann Obrist: Fritz Bleyl, Erich Heckel, Ernst Ludwig Kirchner e Karl Schmidt-Rottluff. Coloro che si dedicarono completamente alla pittura furono Heckel, Kirchner e Schmidt-Rottluff che decisero di esporre nel 1906 a Dresda i loro dipinti nella fabbrica di lampadari di Karl-Max Seifert, occasione in cui furono chiarite le premesse ideologiche del movimento nel manifesto Die Brücke. L’intenzione di questi artisti era quella di realizzare un nuovo rapporto tra arte e condizione umana. Lo scopo dichiarato del gruppo Die Brücke era il seguente: «attirare a sé tutti gli elementi rivoluzionari e in fermento», per riuscire a sovvertire le vecchie regole convenzionali e realizzare le loro opere d’arte attraverso la «spontaneità dell’ispirazione», ciascuno secondo il proprio temperamento, realizzando in realtà una produzione sostanzialmente omogenea. Il gruppo artistico Die Brücke trae il nome da un passaggio del testo Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche, in cui si parla del potenziale dell’ umanità di rappresentare gradualmente un “ponte” verso un futuro perfetto. Infatti i membri del gruppo artistico Die Brücke puntarono a creare un ponte tra la tradizionale pittura neoromantica tedesca e la nuova pittura espressionista moderna, si pone come un ponte  di collegamento tra vecchio e nuovo, contrapponendo all’ Ottocento realista e impressionista un Novecento espressionista.  Il gruppo artistico Die Brücke – Cuore dell’espressionismo tedesco I membri del gruppo artistico Die Brücke si isolarono in un quartiere operaio di Dresda e svilupparono uno stile comune basato su colori accesi, tensione emozionale, immagini violente. Nei musei della città potevano vedere gli straordinari dipinti dei pittori Vincent Van Gogh e Edvard Munch e le sculture delle popolazioni dell’Oceania. Il gruppo si ispirava principalmente ad Edvard Munch, ai pittori del periodo post-impressionista – tra cui Van Gogh e Gauguin – e all’arte extraeuropea, soprattutto quella africana che spinse alcuni componenti verso l’intaglio del legno. Anche la grafica a stampa, in particolare quella a tecnica xilografica, fu un mezzo largamente impiegato dal gruppo Die Brücke, visto l’efficace effetto economico che finalmente metteva d’accordo l’ artista con il fruitore dell’opera. Chiunque poteva permettersi di acquistare un’opera del gruppo. Die Brücke rappresentò il cuore originario dell’espressionismo tedesco. Gli obiettivi del gruppo sono principalmente due: la volontà di staccarsi da una tradizione figurativa statica e opprimente e creare un “ponte” fra l’emotività dell’artista e la realtà che lo circondava. Un ponte quindi tra l’artista e il mondo esterno, che in quegli anni stava cambiando ed evolvendo in tutti i campi. Il gruppo artistico Die Brücke – Ideali Gli artisti del gruppo artistico Die Brücke si discostavano dai Fauves francesi, perché credevano ancora nell’ importanza del soggetto rappresentato nel dipinto. I temi principali affrontati da questi pittori furono: la vita nella metropoli, l’ erotismo, […]

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Culturalmente

Numero 7: simbologia e curiosità | Riflessioni

Numero 7 : tutto quello che c’è da sapere sul numero più influente nella simbologia e nella tradizione mistica di tutti i tempi Studiato dalla numerologia, la disciplina che si occupa dell’analisi delle cifre, il numero 7 è da sempre associato ad accezioni particolari e anche a significati occulti di diverse culture e dottrine. Una patina di mistero e di remote tradizioni rende la sua fama e il suo fascino ineguagliabili. Numero 7: il significato nelle culture antiche In molte culture antiche il numero 7 indicava completezza.                                                                                    Nella tradizione esoterica rappresenta addirittura la perfezione; punto medio tra umano e divino, esso è anche emblema di un ciclo che si compie con sistematicità, un ciclo perfetto che riproduce fatalmente l’equilibrio della natura. Il ciclo lunare, per esempio.                                                                                                                                              I Babilonesi consideravano sacri i giorni multipli di 7 e li celebravano con appositi riti.                                          I Greci associavano il numero 7 al dio Apollo (sette erano le corde della sua lira). Nell’Odissea, sono proprio 7 le mucche di Apollo divorate dai compagni di Ulisse. 7 è anche il numero degli antichi filosofi greci.                              Gli Egizi associavano il numero 7 alla vita stessa.                                                                                                    La tradizione legata all’Antica Roma, poi, è strettamente connessa a questa cifra intrigante: 7 sono stati i leggendari re di Roma e gli oggetti che hanno reso la città eterna (l’ago di Cibele, la quadriga dalla città di Veio, le ceneri di Oreste, lo scettro di Priamo, il velo di Ilione, la statua di Atena Pallade, i dodici scudi Ancili). Roma è la città delle 7 Chiese; allo stesso modo Costantinopoli, capitale dell’Impero romano d’Oriente, fu edificata su 7 colline. I Pitagorici definivano il numero in questione “anima mundi” e lo descrivevano come veicolo di vita. Secondo la loro dottrina, esso scaturiva dall’unità e non da un prodotto fattoriale; Pitagora stesso sceglieva i propri discepoli tra quelli con il 7 nel profilo numerologico perché considerati predisposti al […]

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Fermalibri diorama: il designer Monde apre nuovi mondi

Il designer giapponese Monde, con i suoi fermalibri diorama fra volumi, apre letteralmente sugli scaffali di una libreria porte su mondi straordinari. Scopri di più! «Osservò un albero con un uscio nel tronco. “Curioso, — pensò Alice. — Ma ogni cosa oggi è curiosa. Credo che farò bene ad entrarci subito”. Ed entrò. Si trovò di nuovo nella vasta sala, e presso il tavolino di cristallo. — Questa volta saprò far meglio, — disse, e prese la chiavetta d’oro ed aprì la porta che conduceva nel giardino». Alice ha partecipato ad un bizzarro tea party nel Paese delle Meraviglie e, una volta allontanatasi dalla tavolata piena di tazze e bignè del Cappellaio Matto e dei suoi strani amici, si ritrova dinanzi a un albero che nel tronco presenta una porta, che la condurrà in un altro mondo nascosto, un bellissimo e curato giardino decorato da un grande rosaio. Certo, non capita tutti i giorni di poter non solo seguire un coniglio con un elegante panciotto e un orologio nel taschino, precipitare nella sua profonda tana, dialogare con un gatto viola accoccolato su un albero, ma anche aprire porte nei tronchi degli alberi. Tuttavia, è capitato a tutti di essere così immersi nella lettura di un libro, da sentirsi trasportati in altri mondi, nei mondi dei nostri personaggi preferiti, in mondi lontani dalla routine e dal divano, dove sdraiati ci rilassiamo leggendo. Ebbene, il designer giapponese Monde ha voluto aprire letteralmente, con i suoi fermalibri diorama, porte fra mondi diversi, fra realtà lontane e sospese nello spazio e nel tempo, spalancando accessi fra libri e ad epoche distanti. I fermalibri diorama di Monde sugli scaffali di una libreria: come aprire mondi fra volumi che raccontano storie avvincenti! Presentati alla 47esima edizione del  festival biennale Design Festa di Tokyo 2018, i fermalibri diorama di questo artista nipponico hanno incantato non solo gli appassionati di libri. Monde, infatti, ha rivisitato in chiave libraria i diorama, piccole ricostruzioni in scala ridotta che ricreano scene di vita naturale o umana. Usati nel modellismo per scenari ferroviari o automobilistici, oggi i fermalibri diorama (che a differenza dei plastici hanno un uso prevalentemente decorativo) sono presenti in molti musei per illustrare ambienti o edifici di epoche passate, oppure per la realizzazione di narrazioni tridimensionali quali fiabe e racconti biblici – per sistemi steroscopici come View-Master e Tru-Vue. Questi fermalibri diorama da scaffale, posti fra un libro e un altro, sono costituiti da modelli in legno  in modo da adattarsi perfettamente allo spazio fra due volumi tascabili. Essi aprono piccole realtà, curate in ogni particolare, dando l’illusione a chi si aggira fra gli scaffali di fornite librerie o biblioteche, di poter sbirciare, attraverso quegli stretti spiragli illuminati, in mondi lontani, in accoglienti salotti, negli stretti vicoli di Tokyo, in giardini fioriti. Leggere è viaggiare attraverso nuovi mondi, come ci suggerisce Umberto Eco: «chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò […]

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