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Eroica Fenice

La Tag: riflessioni culturali contiene 93 articoli

Culturalmente

Sidi Bou Said: il villaggio bianco e blu sulle coste della Tunisia

Sidi Bou Said (in arabo: سيدي بو سعيد‎, Sīdī [A]bū Saʿīd) è una città situata nel nord della Tunisia, a circa 20 km dalla capitale Tunisi. Sidi Bou Said è un luogo di forte attrazione turistica ed è noto principalmente per l’utilizzo del bianco e del blu ovunque. Passeggiare per le sue stradine è un’esperienza che molti turisti scelgono ogni anno. La città con i suoi colori brillanti ha un’identità molto forte che è confermata, di volta in volt,a dalle opinioni dei visitatori che vi si recano ad ammirarla. Breve storia di Sidi Bou Said Il suo nome è dovuto ad una figura religiosa importante nel mondo musulmano che visse proprio in questa città. Si tratta del musulmano Abou Said ibn Khalef ibn Yahia Ettamini el Beji. Prima del suo arrivo il nome della città era Jabal el-Menar. Tra il XII e il XIII sec. d.C. questo personaggio giunse nel villaggio di Jabal el-Menar e vi costruì un santuario. Dopo la sua morte nel 1231, fu sepolto lì e da allora il suo nome è diventato il nome dell’intera città. Nel XVIII sec. i governatori turchi di Tunisi e i cittadini benestanti vi costruirono numerosi residence ma i colori caratteristici di Sidi Bou Said sono nati negli anni Venti del Novecento. In questo periodo il pittore e musicologo francese Rodolphe d’Erlanger applicò il tema del bianco-blu in tutta la città. Sidi Bou Said è stata meta di molti artisti che ne hanno decantato la bellezza. Paul Klee, Gustave-Henri Jossot, August Macke, Saro Lo Turco e Louis Moillet sono solo alcuni dei nomi che ricordiamo. Hanno anche vissuto in questo luogo molti artisti tunisini come Yahia Turki, Brahim Dhahak e Ammar Farhat , membri della Ecole de Tunis, la scuola di pittura di Tunisi. La città come meta turistica: quando visitarla e cosa visitare Il periodo migliore per recarsi in questo posto è inizio autunno o in primavera, prima che l’assalto dei  turisti abbia inizio. In questo modo si potrà ancora godere delle passeggiate per le stradine stratte del paese e assaporare la pace del posto. Durante i mesi estivi la strada principale si riempie di turisti ma con essa anche le strade più interne e solitamente vuote. La città sembra invece inabitata nelle ore diurne durante il Ramadan. La città è facilmente raggiungibile in auto e sono disponibili anche diversi parcheggi gratuiti. In treno può essere raggiunta tramite la linea ferroviaria TGM (Tunis-Goulette-Marsa), che parte da Tunisi e giunge a La Marsa. Il villaggio di Sidi Bou Said è molto piccolo e le strade del paese sono visitabili in due o tre ore a piedi. Sicuramente le stradine strette caratteristiche del luogo sono la prima cosa da vedere di questa città. Le case bianche con tetti e le finestre blu, segno particolare di questo villaggio arroccato su una collina, conducono ad una splendida vista sul Mar Mediterraneo e sulla baia di Tunisi. I monumenti da visitare sono: Ennejma Ezzahra: si tratta dell’ex palazzo del barone Rodolphe d’Erlanger e ora è […]

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Riflessioni culturali

Il Panismo: la lente di Gabriele D’Annunzio

Il Panismo è una corrente intrinseca del Decadentismo che influenzò i migliori artisti che aspiravano a promuovere una letteratura ed un’arte libera dalle preoccupazioni della società industrializzata. Per la natura del decadentismo, strettamente collegato alle tematiche della vita interiore e del mistero, questo movimento diede origine a diverse correnti poetiche come il simbolismo, l’estetismo, il panismo ed il surrealismo. Il panismo deriva dal greco (παν, tutto) e si riferisce alla tendenza del confondersi e mescolarsi con il Tutto e con l’assoluto, due concetti chiave anche della corrente letteraria del decadentismo. Per alcuni autori in particolar modo per il poeta D’Annunzio il tutto corrisponde alla natura e il nome fa riferimento al dio greco Pan, divinità dei boschi e della natura. Il Panismo è una particolare concezione della realtà che prevede che la natura abbia caratteristiche umane e che l’uomo possa immergersi pienamente nella natura, dimenticando quasi la distinzione tra il poeta-scrittore e il mondo naturale. Il panismo è un percezione molto profonda del mondo e della natura che crea quasi una fusione tra gli elementi naturali e l’essere umano. Questa corrente esalta la bellezza e la gioia di vivere, poiché fa riferimento a tutte le meraviglie naturali che permettono agli scrittori e ai poeti di esprimere i loro sentimenti e i loro stati d’animo, osservando la loro bellezza. Poiché l’Io può confondersi ed essere parte della natura, vivendo una compenetrazione gioiosa e un senso di comunione con tutto ciò che lo circonda, ogni persona riesce a vivere secondo il ritmo naturale della vita e potenzia se stesso. Il Panismo – Esempio chiave nella letteratura italiana Un esempio chiave lo ritroviamo nei versi della poesia La pioggia nel pineto di D’Annunzio, in cui il poeta si fonde con la natura, la quale ripercorre il suo corpo e i suoi sentimenti e la protagonista Ermione compie una completa fusione con il bosco. Le parole e le immagini del panismo dannunziano hanno un senso evocativo. È questo il panismo dannunziano che riesce ad esprimere quel sentimento che l’essere umano prova con il tutto e riesce a sentire la vitalità che esprime la natura e i paesaggi. La poesia La pioggia nel pineto è incentrata sul tema della natura, infatti il poeta D’Annunzio passeggia con Ermione (Eleonora Duse) nel pineto durante un temporale estivo e descrive minuziosamente la pioggia che batte sui diversi elementi della natura ed è capace di sentirne i rumori e di immergersi nella natura che si trasforma dopo un temporale. D’Annunzio, guardando Ermione, si accorge che la pioggia cade anche sulle sue ciglia e sembra che lei pianga con gioia, Ermione sembra essere verdeggiante ed appare come una ninfa che esce dall’albero. Il poeta pensa che la loro vita sia fresca e profumata, tutti questi riferimenti comunicano il loro benessere in questa unione con la natura. La concezione del panismo è quella di percepire la natura tramite la forza dei cinque sensi e non con un ragionamento logico, infatti il poeta D’Annunzio sceglie volutamente di ripetere parole e frasi e […]

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Culturalmente

Porto di Napoli: un rapporto di interdipendenza con la città

Il Porto di Napoli è uno dei più importanti d’Europa, con i suoi 12 km di estensione dal centro della città verso la sua parte orientale. Il Porto di Napoli è delimitato a ponente dall’antico Molo San Vincenzo, volto alla difesa del porto, e a levante dalla diga foranea Emanuele Filiberto duca d’Aosta. Le prime opere portuali risalgono al Medioevo nell’ambito del porto romano di Vulpulum, seguite poi nei secoli dalla costruzione di numerose opere foranee. Storia del Porto di Napoli La fondazione del Porto di Napoli s’inserisce nell’ambito della colonizzazione greca. Il periodo più florido, e quindi lo sviluppo vero e proprio del porto in età greca, si ebbe alla metà del V secolo a.C. periodo durante il quale, grazie all’influenza ateniese, divenne uno dei più importanti del Mediterraneo. Per quanto concerne l’età romana, è certificata la presenza di un grande bacino ben protetto che occupava l’area di piazza Municipio. Infatti, proprio in quell’area, recentemente sono state rinvenute cinque imbarcazioni e l‘antica banchina portuale durante gli scavi per la realizzazione della stazione Municipio. Con lo svilupparsi della dominazione normanna, il porto conobbe un periodo di grande splendore; ma il periodo di massimo splendore si ebbe con l’avvento degli Angioini, nella seconda metà del XIII secolo, sotto il regno di Carlo I d’Angiò, grazie al quale il Porto di Napoli si ampliò, arricchendosi di nuovi edifici parallelamente allo sviluppo della città. Sotto il Regno dei Borbone (XVIII secolo) il Porto di Napoli si afferma come uno dei più attrezzati e forti a livello europeo. A Napoli attraccavano navi veneziane, genovesi, inglesi, turche, danesi ed altre. Anche la flotta militare mercantile, affidata all’intervento del ministro Acton, fu resa molto più potente. Fu il governo del ventennio a conferirgli l’importanza sempre crescente con la quale è giunto ed è conosciuto tutt’oggi. Il Porto di Napoli oggi Il Porto di Napoli rappresenta, come dice l’accezione stessa, una sorta di porta di ingresso della città partenopea, attraversata quotidianamente da innumerevoli turisti e cittadini, dove lavoratori e merci s’intrecciano. Attualmente la maggior parte dei traffici marittimi sono concentrati nei due moli principali: il Molo Angioino, il Molo Beverello, dove attraccano gli aliscafi che collegano Napoli con le isole del Golfo (Capri, Ischia, Procida) e Calata di Massa, da dove partono i traghetti e le navi veloci. Dal Porto di Napoli, essendo esso centrale, sono raggiungibili alcuni dei principali punti di interesse della città; tra questi, il Palazzo reale, il Maschio Angioino, Piazza Municipio, la Galleria Umberto e il Vomero, tutte facilmente raggiungibili a piedi. Ricordiamo che, il mare, nel tempo, ha rappresentato la principale risorsa per le città portuali, strumento fondamentale per gli scambi tra popolazioni, genti, culture e tradizioni. Grazie ai vari Porti, si sono innescati diversi processi di sviluppo locale e soprattutto una continua trasformazione degli approdi, degli elementi naturali e dell’ambiente costruito. Esistono città che, nel corso del tempo sviluppano un rapporto di interdipendenza con i propri porti, una tra queste è sicuramente Napoli; infatti, è proprio in questa ottica che il Porto di […]

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Tesoro di San Gennaro: culto e devozione di un popolo

Il Tesoro di San Gennaro è unico nel suo genere.  Ha una storia di ben settecento anni ed è diventato immenso grazie alle numerose donazioni. Si è  mantenuto intatto senza mai subire spoliazioni e senza che i suoi preziosi fossero venduti. A proteggerlo, la Deputazione della Real Cappella del Tesoro, organizzazione laica voluta da un voto della Città di Napoli il 13 gennaio 1527 deputata prima alla sovrintendenza sulla costruzione della Cappella dedicata al Santo nel Duomo di Napoli, poi alla difesa della collezione da minacce esterne. Ancora oggi formata da dodici famiglie che rappresentano gli antichi “seggi” di Napoli. San Gennaro è il Santo più venerato e conosciuto al mondo, con numerosissimi devoti, e un tesoro a lui dedicato, unico e meraviglioso; fu nominato ufficialmente vescovo e martire patrono di Napoli, nel 1980 da Papa Giovanni Paolo II. Il Tesoro di San Gennaro rappresenta la storia di Napoli, un ambito quasi infinito che va al di là di ogni religiosità, e che colora di entusiasmo il popolo partenopeo. Per capirne l’immensa portata e valore, storico, religioso e culturale, basti pensare che il Tesoro di San Gennaro è più ricco delle collezioni reali di Russia e Inghilterra. Il fulcro di cotanta bellezza inizia dal “busto d’oro e d’argento” che custodisce le ossa del cranio, voluto da Carlo II d’Angiò, e dalla teca che conserva le ampolle del suo sangue, chiesta esplicitamente da Roberto d’Angiò. Ai due capolavori citati, si sono poi aggiunte, nel corso del tempo, altre meravigliose opere; tra queste la “mitra gemmata”  realizzata dall’orafo Matteo Treglia nel 1713; la mitra è un copricapo vescovile, realizzato con rubini, smeraldi e diamanti con un peso complessivo di ben diciotto chili. Altro oggetto di straordinaria bellezza è la leggendaria “collana” creata da Michele Dato nel 1679 e arricchitasi fino al 1879 di altre pietre preziose con le donazioni di regnanti di tutta Europa. Entrambe le opere furono fatte su commissione della Deputazione della Cappella del Tesoro di San Gennaro per il busto Reliquiario del Santo. Meritano d’esser menzionati anche il “Manto di San Gennaro”, ricoperto e impreziosito con pietre preziose e smalti raffiguranti le insegne araldiche del casato, e il “calice” con coperchio chiamato “Pisside” in argento dorato. Peculiarità e caratteristica unica del tesoro di San Gennaro è che esso, così come le ampolle contenenti il sangue del Santo, appartengono esclusivamente alla città di Napoli e dunque al popolo, che ne è custode e garante, e lo conserva intatto da secoli. A tal proposito infatti, un documento del 1527, attesterebbe un “patto” che il popolo napoletano, stipulò con San Gennaro. Il patto prevedeva la costruzione di una Cappella, in onore del Patrono di Napoli, una volta cessata la terribile epidemia di peste che si era diffusa in tutto il regno. Trascorsi parecchi secoli, accanto alla Cappella, fu realizzata un’altra struttura, che contenesse tutto l’immenso patrimonio devoluto al Santo, ossia il Museo del Tesoro di San Gennaro. San Gennaro, definito dai napoletani “faccia gialla“, denominazione che nasce dal colore appunto giallo, del busto-reliquia; […]

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Santuario di Pompei, storia e curiosità

Nel cuore di una delle città più amate e visitate sul suolo campano e partenopeo sorge il maestoso Santuario di Pompei, realizzato in onore della Beata Vergine del Rosario Maria. Fondato sul finire dell’Ottocento, si erge accanto agli Scavi archeologici dell’antica città romana – sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. -, riconosciuta Patrimonio dell’Umanità UNESCO nel 1997. La sua storia è legata a quella dell’avvocato Bartolo Longo, suo fondatore, fatto Beato nel 1980 da Giovanni Paolo II. Dalla sua costruzione ad oggi, il Santuario è sopravvissuto a prove impegnative, come l’eruzione del Vesuvio del 1944 e l’arrivo delle truppe naziste, che giunsero a minacciarne la distruzione. Eppure è lì, splendente Tempio dello Spirito, luogo di preghiera e redenzione, di offerte, pace e ammirazione, calamita ogni anno per milioni di pellegrini e turisti, affascinati dalla sua bellezza architettonica e pittorica e devoti allo splendido quadro della Beata Vergine del Rosario. Cenni storici Bartolo Longo giunse a Pompei per amministrare le proprietà della Contessa De Fusco, che sposò nel 1885. Da allora i coniugi Longo si impegnarono nella divulgazione della fede ed istituirono nella chiesa del SS. Salvatore la Confraternita del Santo Rosario per la raccolta di fondi atti a costruire il Santuario dedicato alla Vergine. La sua costruzione iniziò l’8 maggio del 1876 e consacrato il 7 maggio del 1891. Il primo a seguirne i lavori, a titolo gratuito, fu l’architetto Antonio Cua, docente dell’Università di Napoli. A lui subentrò nel 1901 Giovanni Rispoli, che diresse i lavori della facciata monumentale, culminante nella statua della Vergine del Rosario, opera di Gaetano Chiaromonte. Il Santuario fu elevato a Basilica Pontificia Maggiore da Papa Leone XIII il 4 maggio del 1901. Lo stesso si presenta a croce latina ed inizialmente con un’unica navata centrale, con abside, cupola e quattro cappelle laterali. Ai due lati vi erano altre due cappelle con ingressi distinti, ma intercomunicanti con la navata centrale: a sinistra la Cappella di Santa Caterina da Siena, dove inizialmente fu esposto il quadro della Madonna durante i lavori di costruzione, e a destra la Cappella del Santissimo Salvatore, che prese il posto dell’omonima parrocchia poi ricostruita a poca distanza dal sito originale. Con il passar del tempo e il sensibile aumento di fedeli e pellegrini si rese necessario l’ampliamento del Santuario, che fu eseguito dal 1934 al 1938. Si giunse così alla realizzazione delle attuali tre navate. Ogni anno milioni di fedeli, pellegrini e turisti si recano in visita a Pompei gremendo il Santuario, che risulta tra i più visitati d’Italia. In particolare poi l’8 maggio e la prima domenica di ottobre decine di migliaia di fedeli affollano la città in occasione della pratica devozionale della Supplica alla Madonna, scritta dal Beato Bartolo Longo, trasmessa in tutto il mondo via radio e televisione e recitata alle ore 12.00. Santuario di Pompei. Cenni architettonici La facciata esterna del Santuario di Pompei si sviluppa in due ordini sovrapposti: quello inferiore in stile ionico e quello superiore in stile corinzio. L’ordine inferiore presenta un corpo […]

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Georg Simmel: il denaro come simbolo di modernità

Georg Simmel è stato un filosofo e sociologo tedesco; egli nacque a Berlino il 1° marzo del 1858. La sua opera principale è intitolata “Filosofia del denaro”, risalente al 1900; nell’opera, Georg Simmel, pone al centro del discorso, il denaro, come simbolo dell’epoca moderna. I riferimenti sono rivolti alla società del tempo, caratterizzata da rapporti umani pressoché distaccati, analizzati da Simmel nella prima parte dell’opera, per poi trattare, nell’ultima parte, le conseguenze di questa realtà fredda e basata sulla riduzione dei valori qualitativi e quantitativi. Una filosofia strettamente collegata alla psicologia, nella quale, la visione del mondo, si lega alla vita degli individui, mutando con il mutare di questa. La filosofia, secondo Simmel, non è oggettiva, in quanto ogni persona, in questo caso, il filosofo, analizza un “tipo”, ossia un modello personalizzabile alla ricerca di una verità, non assoluta, ma che evolve in base al contesto nel quale essa stessa si sviluppa e cresce. La visione del mondo e dell’uomo di Georg Simmel non è esclusivamente di tipo filosofico, essa si ricollega anche ad un ambito prettamente sociologico. Alcune delle più importanti riflessioni di Simmel, riguardano proprio l’ambito sociologico, in particolare nell’opera intitolata “Metropoli e personalità”, nella quale egli analizza alcuni dei caratteri fondamentali della metropoli del proprio tempo, fornendo degli importanti sputi di interpretazione applicabili alla società attuale. Le sue osservazioni circa la metropoli sono sia di carattere economico sia di carattere neuro-psicologico, collegabili ad una spiegazione psicologica e filosofica al tempo stesso; all’interno di queste due visioni, differenti tra loro, l’uomo – definito “metropolitano” – si muove, per adattarsi all’ambiente nel quale vive, sviluppando però un organo di difesa volto a proteggerlo dagli eccessivi stimoli. Quest’organo è l’intelletto, spesso contrapposto al cuore. L’uomo, in una visione di tipo economico, nella quale domina il denaro, sviluppa l’intelletto per reagire a tutto ciò e per acquisire un atteggiamento misurabile, in parte controllato, grazie al quale può rapportarsi con i suoi simili, utilizzando uno strumento che gli consenta di capire ciò che succede intorno a sé, monitorandolo e accettando esclusivamente determinati stimoli. Il denaro è la fonte e l’espressione della razionalità e dell’intellettualismo metropolitano ed è qualcosa di assolutamente impersonale, è un livellatore e riduce qualsiasi valore qualitativo ad una base quantitativa, portando quindi al determinarsi dell’ipertrofia della cultura oggettiva e all’atrofia della cultura soggettiva. Georg Simmel era uno studioso, filosofo e sociologo, spesso definito curioso e versatile; versatilità, spesso criticata, poiché definita mancanza di rigore. Simmel era un filosofo attento ai dettagli, capace di inserirli in una dimensione ampia, ossia la società metropolitana, nella quale ogni uomo cercava di sopravvivere. Una visione definibile “moderna”, riconducibile ai giorni nostri, che permette di collegare fenomeni distanti a stimoli, relazioni, esposizioni, dettagli, con vigore analogico. La modernità, quella che Georg Simmel già analizzava in passato, può essere paragonata ad una costellazione costituita da fenomeni ed elementi molteplici, non ordinati gerarchicamente, nella quale il passato si collega al presente, talvolta ripiombando in una dimensione nuova e al contempo il presente, si collega spesso al […]

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Attualità

L’Alabama vieta l’aborto: rischio ergastolo per i medici

Lo scorso 15 maggio, il Senato dell’Alabama (dopo 4 ore di dibattito) ha approvato una legge, l’HB314, che vieta quasi completamente l’aborto in tutto lo Stato. La nuova normativa ha ottenuto prima il via libera dalla Camera, poi dal Senato, e successivamente la firma di Kay Ivey, repubblicana, governatrice dello Stato. Ivey ha poi prontamente twittato: «Ho firmato. La legge afferma con forza l’idea che ogni vita è preziosa ed è un regalo di Dio». A sostegno della governatrice, la deputata repubblicana dell’Alabama, Terri Collins, sponsor della proposta di legge, ha dichiarato: «Il nostro disegno di legge dice che il bambino nell’utero è una persona». Durante il durissimo scontro nell’aula del Senato dell’Alabama, le donne in segno di protesta sono scese in piazza vestite da ancelle, in riferimento alla serie tv ispirata al romanzo Il racconto dell’ancella. Si tratta della più dura misura fra quelle che attualmente restringono l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) negli Stati Uniti. Nello specifico, la legge stabilisce il divieto di aborto anche in caso di incesto o di stupro, e lo consente solo nell’eventualità in cui la gravidanza compromettesse la salute dalla madre. Inoltre, sono previste condanne pari a dieci anni di carcere per i medici che proveranno a praticare un’operazione del genere e fino a 99 anni di carcere per quelli che violeranno il divieto. Le donne che violeranno la legge, invece, non verranno incriminate penalmente. Nel testo della proposta di legge, viene comparato il numero di feti abortiti con quello delle vittime dei gulag di Stalin e dei campi di sterminio in Cambogia. Il provvedimento ha provocato le reazioni più disparate nel mondo politico Americano, nella società civile, tra le organizzazioni sociali. Staci Fox, dell’associazione “Planned Parenthood Southeast Advocates”, ha parlato di «giorno oscuro per le donne in Alabama e in tutto il paese», e il senatore democratico Bobby Singleton ha detto che il disegno di legge «criminalizza i medici ed è un tentativo da parte degli uomini di dire alle donne cosa fare con i loro corpi». L’Organizzazione Nazionale per le donne ha definito il divieto «incostituzionale» e decine e decine di ricorsi sono pronti per fermarlo. I gruppi di attivisti “pro-choice”, ovvero i sostenitori dei diritti riproduttivi delle donne, sono convinti, infatti, che i tribunali di livello più basso bocceranno il provvedimento, ma il piano dei Repubblicani è far arrivare la questione alla Corte Suprema Americana (SCOTUS), che rappresenta il tribunale di ultima istanza di Stato e che dovrà pronunciarsi sulla sua costituzionalità. I promotori della Legge puntano proprio a rovesciare in quella sede la sentenza “Roe contro Wade”, che dal 1973 ha di fatto legalizzato l’aborto a livello federale. A incoraggiarli è la recente nomina nella Corte Suprema, da parte del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, di due giudici anti-aborto: Neil Gorsuch e il controverso Brett Kavanaugh, accusato di abusi sessuali da almeno quattro donne. Attualmente i giudici di orientamento conservatore alla Corte Suprema sono 5 su 9. Non solo Alabama Negli Stati Uniti non esiste una legge unica […]

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‘O surdato ‘nnammurato, storia della canzone napoletana

Una delle più famose canzoni del patrimonio musicale tradizionale napoletano, ‘O surdato ‘nnammurato riesce ancora a bagnare gli occhi ed emozionare i cuori dopo oltre un secolo. Scritta da Aniello Califano e musicata da Enrico Cannio nel 1915, la canzone descrive originariamente la sofferenza di un soldato, combattente al fronte durante la prima guerra mondiale, per la distanza che lo separa dalla donna amata. ‘O surdato ‘nnammurato. Origine e significato della canzone Sono gli anni della tragica “guerra di trincea”, a cui prese parte un milione e mezzo di uomini in Italia. Si trattava di giovani poco più che ventenni, strappati alle proprie terre, alle proprie famiglie, ai grandi amori. Tra le dure condizioni climatiche ed umane che la guerra impose, si fecero strada sconforto, malinconia, amarezza. E qui, nel cupo clima, tra morti, feriti, prigionieri e dispersi, nasce spontaneamente la madre delle canzoni d’amore e tacitamente antibelliche, ‘O surdato ‘nnammurato, ispirata ai tristi sentimenti di un soldato costretto al fronte, esposti in una lettera scritta alla sua amata. L’autore del testo, Aniello Califano, era un rampollo di agiata famiglia di Sorrento, sensibile al divertimento, alle belle donne e alla poesia. Lasciata Sorrento, si dirige a Napoli, dove comincia a scrivere versi per canzoni e poesie da dedicare alle sciantose. Allo scoppio della guerra si trova in città, dove imperversa la propaganda bellica e gli spettacoli nei café chantant sono colmi di retorica patriottica, tra lustrini, divise, bandiere tricolori e ballerine con cappelli da bersagliere. Di morti e dispersi non si parla, eppure migliaia i telegrammi giunti alle famiglie ad annunciare le drammatiche perdite. E Califano, nonostante fosse socialmente e politicamente disimpegnato, pur amante delle feste e delle donne, era anche un poeta per niente insensibile a quanto accadeva intorno. Così, captando le notizie “non filtrate” di quanto in realtà accadeva al fronte, Califano scrisse d’impulso in una sera i meravigliosi versi che ancor oggi fanno sognare ed emozionare. Il testo giunse all’editore Gennarelli (successivamente convergente nella famosa casa editrice Bideri), il quale, commuovendosi nella lettura dei versi, intese musicarli trasformandoli in una canzone. A tal proposito la scelta cadde su Enrico Cannio, che compose una sorta di marcia insistente e malinconica insieme. Ne emerse un successo, che purtroppo venne osteggiato dalla propaganda militarista, perché ritenuta per quel periodo una “canzone disfattista” e antibellica. Oggi è ritenuta una tra le canzoni più romantiche del vasto patrimonio della canzone napoletana di tradizione, oltre ad essere cantata a squarciagola dalla tifoseria calcistica partenopea. Ma a quel tempo costituiva pericolo per chi soltanto la intonasse. La verità è che i vertici dello stato maggiore ne intuirono la forza e la misero al bando. Furono addirittura centinaia i soldati sorpresi a cantarla sul fronte, finendo poi di fronte alla corte marziale. Eppure il testo è di una semplicità e dolcezza disarmanti, in quanto racconta di un innamorato che brama la donna amata per la distanza che li divide. Nel testo però non c’è alcun riferimento al fatto che l’uomo fosse un soldato (se non […]

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Malinconia: cos’è e come combatterla

«Un desiderio di desideri: la malinconia». (Lev Tolstoj) Una sensazione bruciante, straziante, che si staglia come un macigno nel torace e nella mente. Un nodo alla gola e il respiro affaticato. Voglia di amare lasciata a metà, pensieri proiettati ad una stasi irrequieta. Senso di impotenza e di non credersi abbastanza, all’altezza. Insicurezza cronica e desiderio incessante di ciò che non si ha, che non si può avere, o che si è provato ma poi perso forse per sempre. Questa è la malinconia. Una sorta di tristezza di fondo, a volte inconsapevole, che porta a vivere passivamente, incapaci di prendere iniziative, adattandosi agli avvenimenti esterni con la convinzione di non poter osare, provare, lottare. La malinconia è quel desiderio, collocato in fondo all’anima, di una cosa, di una persona mai conosciuta o di un amore che non si è mai avuto, ma di cui si avverte incessantemente la mancanza o per raggiungere il quale non ci si sente all’altezza. La persona colta da stato malinconico tende spesso ad escludersi dalla vita sociale e a negare il trascorrer del tempo, volgendosi verso un passato o un futuro idilliaco. Che cos’è la malinconia Il termine malinconia deriva dal greco “melancholìa”, composto di “mélas, mélanos” (nero) e “cholé” (bile), dunque “bile nera”, uno dei quattro umori dalle cui combinazioni dipendono, secondo la medicina greca ippocratica, il carattere e gli stati d’animo delle persone. I caratteri umani e i loro comportamenti deriverebbero dunque dalla varia combinazione dei quattro umori base, ovvero bile nera, bile gialla, flegma ed infine il sangue (umore rosso). Questi umori, ossia “liquidi” dal greco, significano appunto “stati d’animo”, e da essi etimologicamente derivano il carattere melanconico, il collerico, quello flemmatico e quello sanguigno. Lo scrittore francese Victor Hugo scriveva che «la malinconia è la gioia di essere tristi». Questo perché si tende a crogiolarsi in essa, nonostante il sentimento di tristezza immane che reca con sé. Come provare un sottile piacere stagnandosi nei meandri di ricordi e desideri languidi. La malinconia di fatto non sussisterebbe priva di memoria e desiderio, perché un’anima malinconica è colei che soffre per qualcosa che le ha donato estasi e felicità in passato e che purtroppo sa di aver perso. Ma il malinconico soffre altresì nel desiderio di un qualcosa che manca, qualcosa di imprescindibile, di non ben definito, ma importante, verso cui inconsapevolmente tende, spesso un amore irrealizzabile o semplicemente bramato. La malinconia tuttavia può essere anche un modo per non accettare il presente, manifestando il dolore per ciò che manca e la scontentezza rispetto a ciò che si ha. Dunque, proprio tale insoddisfazione può rendere la malinconia un sentimento fertile e non fine a se stesso, spingendo il cuore e la mente ad agire per tentare di cambiare una situazione scomoda. Malinconia. Genio e rimedi Quel sentimento di dolorosa mancanza può innescare parallelamente la voglia di agire. Si intraprende così un percorso interiore che amplia i confini della conoscenza di sé e del mondo, spingendo verso la curiosità e l’approfondimento. Dunque, tentare di […]

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Significato delle carte napoletane, tra simbologia e mistero

Significato delle carte napoletane. Quale la lettura e la simbologia L’utilizzo delle carte per predire il futuro e lo sviluppo degli eventi è una pratica antica, che affonda le sue radici nella cartomanzia. Una tra le più conosciute concerne le carte napoletane, dirette discendenti dei tarocchi, precisamente derivanti dagli “arcani minori”, perdendo, rispetto a questi, carte come Otto, Nove e Dieci, che vengono sostituite rispettivamente da Fante, Cavaliere e Re. Nella cartomanzia napoletana si utilizzano le quaranta carte che compongono il mazzo. Diversamente dai tarocchi, il mazzo partenopeo è privo degli “arcani maggiori” (le carte più dense di significato esoterico), ed è costituito dalle carte numerali che vanno dall’Asso al Sette (ciascuno suddiviso nei quattro semi di Denari, Coppe, Spade e Bastoni), completato dalle già citate tre figure di corte: Fante, Cavaliere e Re. L’utilizzo delle carte napoletane non è identico a quello dei tarocchi: alcune carte infatti incarnano significati in tutto o in parte differenti. È dunque doveroso rispettare i valori che la tradizione attribuisce a questo mazzo, evitando di confondere le regole. Significato delle carte napoletane. Dritto e Rovescio Durante la lettura delle carte è importante ed indispensabile tener conto non solo del singolo significato attribuito a ciascuno dei quattro semi e ad ogni numero e figura, ma anche del modo in cui si presentano. A tal proposito, le carte napoletane possiedono una dignità, ossia possono uscire dritte oppure rovesciate. A tal riguardo, il significato da considerare sarà differente a seconda di come compariranno nella stesura: in genere positivo per le carte dritte e negativo per quelle rovesciate. Tale caratteristica non è comune a tutti i mazzi di carte regionali: in molti di questi infatti le figure vengono rappresentate tagliate a metà, dunque perfettamente simmetriche. Tuttavia nel mazzo napoletano alcune carte sono perfettamente simmetriche, caratteristica che rende impossibile definire se siano dritte o meno. In tal caso il significato della carta non sarà veicolato dalla dignità, bensì saranno le carte limitrofe a determinarne il senso positivo o negativo. Significato delle carte napoletane. La simbologia dei quattro semi I quattro semi delle carte napoletane rappresentavano i quattro ceti sociali: le coppe erano legate ai sacerdoti, le spade alla nobiltà, i denari alla borghesia e ai commercianti, i bastoni ai lavoratori. La simbologia a questi attribuita è così spiegata: Le Coppe simboleggiano sentimenti, innamoramento, amicizie, allegria, famiglia, rapporti sociali. Le Spade simboleggiano aspetti connessi alla giustizia, ai tradimenti, inganni, giochi di potere, sofferenze ed aspetti negativi e limitanti in generale. I Denari simboleggiano il commercio, i beni materiali, gli aspetti economici e gli affari. I Bastoni, infine, simboleggiano il lavoro, la forza di volontà, il vigore fisico, la sensualità. Figure di corte e carte numeriche Le figure di corte, che compongono parte del mazzo napoletano, sono dodici, tre per ognuno dei quattro semi. Fanti e Re rappresentano persone, mentre i Cavalieri situazioni in divenire. Le figure possono fornire informazioni sulle caratteristiche fisiche, ma principalmente esprimono ruoli e specifiche caratteristiche psicologiche. L’interpretazione delle figure delle carte napoletane consente di comprendere chi […]

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