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La Tag: riflessioni culturali contiene 73 articoli

Culturalmente

Ciuccio, simbolo del Napoli calcio

Ciuccio, simbolo del Napoli calcio. Qual’è il suo significato? | Curiosità In molti, tifosi e non, ancora si chiedono quale sia il profondo ed autentico motivo per cui il simbolo del Napoli calcio sia l’asino, un animale così poco fiero ed indolente. Come mai una squadra, che da tempo è riconosciuta come una delle migliori nella serie A in Italia e che si è distinta spesso in Europa, grazie al gioco spettacolare offerto, viene rappresentata da un animale così poco nobile come “’o ciuccio”? Ricordiamo che, proprio in riferimento al tipo di gioco, è stato anche coniato il termine “sarrismo”, inteso come concezione del gioco propugnata dall’ex allenatore Maurizio Sarri, fondata sulla velocità e la propensione offensiva, e, per estensione, l’interpretazione della personalità di Sarri è diventata espressione sanguigna dell’anima popolare della città di Napoli e del suo tifo. Ciuccio, simbolo del Napoli calcio. Storia e simbologia  La storia che ha portato la Napoli calcistica a riconoscersi in un somaro, ‘o ciuccio appunto, affonda le sue radici nell’orgoglio  partenopeo. Tutto ha origine nel 1926, quando l’Internaples Foot-Ball Club di Giorgio Ascarelli, nato nel 1922 e catapultato nella Divisione Nazionale dalla riforma del CONI fascista (che non accettava la separazione tra campionati del Nord e del Sud voluta dalla FIGC milanese-torinese), cambia nome, abbandonando l’inglesismo sgradito al regime e preferendo “Associazione Calcio Napoli”, antesignana della “Società Sportiva Calcio Napoli” (l’attuale SSC). Ma qui l’asino, ‘o ciuccio, non fa ancora la sua comparsa. Il simbolo della squadra nel suo primo anno di militanza nel campionato nazionale (stagione 1926-1927) era di tutto rispetto: un ovale azzurro (colore ufficiale borbonico) dai contorni dorati, con all’interno un cavallo bianco rampante, posizionato su un pallone e circondato dalle lettere A, C, N (Associazione Calcio Napoli). Un simbolo che trasudava fierezza e nobiltà. “Il Corsiero del Sole”, così chiamato in epoca borbonica, simboleggiava Napoli durante il Regno delle Due Sicilie. Poi fu scelto dagli Svevi per testimoniare l’indomabilità e l’impeto del popolo napoletano. Carlo di Borbone, affascinato dal cavallo e da ciò che simboleggiava per la città di Napoli, ne fece una vera e propria razza: puntò all’accoppiamento tra fattrici orientali e stalloni arabi, andalusi e inglesi ricevuti in dono. Nacque così la pregiata stirpe equina del “Cavallo Persano”, una delle più apprezzate razze al mondo per eleganza, bellezza e morfologia. Ciò fino al 1874, quando, dopo l’ultima e definitiva invasione del Sud operata dai Savoia, la razza del Cavallo Persano fu fatta sopprimere per decreto del nuovo governo, invidioso dell’eccellenza altrui. Intanto il cavallo rampante perdeva dunque il suo spessore simbolico per Napoli. La prima stagione del Napoli nel campionato nazionale, il primissimo davvero nazionale della storia, fu una catastrofe, dipanata tra 17 sconfitte in 18 partite e un misero pareggio con il Cagliari, senza peraltro riuscire a “gonfiare la rete”. Ora l’asino comincia a fare la sua comparsa. Si racconta che nel bar Brasiliano (poi Pippone), sito in Via Santa Brigida, dove peraltro era prima situato lo Stadio del Napoli, un tale tifoso partenopeo Raffaele […]

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Culturalmente

Vignette di Mafalda, le più divertenti

Negli anni ’60 il vignettista argentino Quino, pseudonimo di Joaquín Lavado, dà vita alla sua più celebre creatura: Mafalda, l’energica e acuta bambina dai capelli ricci e neri preoccupata per i problemi che affliggono il mondo. Le vignette di Mafalda furono pubblicate per dieci anni (dal 1964 al 1973) sulla rivista El Mundo, così come sulle riviste di molte altre nazioni. Tra le tante vignette di Mafalda abbiamo scelto le quattro più divertenti e riflessive, che ben rappresentano il mondo di questa ribelle e intelligente bambina di sei anni entrata nell’Olimpo dei personaggi più iconici del mondo delle strisce a fumetti. Vignette di Mafalda, le quattro più significative Minestra con ricatto Come quasi tutti i bambini della sua età anche Mafalda non sopporta la minestra. Quino ha più volte voluto sottolineare questa avversione in molte delle vignette, ma questa che vi proponiamo è davvero divertente. La nostra eroina si trova seduta al tavolo faccia a faccia con l’odiato piatto e dalla cucina la madre minaccia di non darle il dolce se non mangerà la minestra. Mafalda si lancia allora in un’accesa filippica, con tanto di pugno che batte sul tavolo, con la quale rivendica il diritto di non mangiarla: «Sarei ben meschina se per una qualsiasi lusinga disertassi i miei princìpi, tradissi le mie convinzioni e vendessi il mio credo!». Peccato che basti la parola “meringhe” pronunciata dalla madre per far cedere Mafalda la quale, senza esitazione finisce per mangiare la minestra. Un mondo malato Nelle vignette di Mafalda un tema spesso ricorrente, come già anticipato, è quello dei problemi che affliggono il mondo. La nostra bambina sembra preoccuparsene seriamente, tanto da portare sempre con se un globo terrestre che tratta come se fosse una persona in carne ed ossa. Questo concetto è ben evidente in questa vignetta. Il padre di Mafalda osserva la figlia che ha poggiato il globo sopra una brandina e le chiede se il mondo è malato. Mafalda risponde di sì e l’uomo, credendo che si tratti di un gioco infantile, le chiede se il mondo ha la febbre. La risposta di Mafalda è spiazzante: «Ha un’infiammazione alle masse». La chiave di lettura della vignetta sembra risiedere in più di una possibilità: Mafalda infatti potrebbe riferirsi tanto alle “masse tettoniche” quanto al concetto di “massa” inteso come insieme dei popoli che non riescono a ribellarsi all’autorità. Sogni ad occhi aperti Tra i vari personaggi che popolano il mondo delle vignette di Mafalda c’è il suo amico Felipe. Ciuffo biondo e denti sporgenti, Felipe è il tipico sognatore ad occhi aperti poco incline allo studio e più portato nel progettare cose irrealizzabili. Questa vignetta ne è l’esempio perfetto. Felipe sta camminando per strada e si imbatte nella statua commemorativa di un certo dottor Juan Pufì che ne celebra l’opera. Felipe immagina allora che venga dedicata anche a lui una statua commemorativa che ha le sue sembianze e anche una dedica “per la sua opera”. Ben presto però il bambino si chiede per quale opera potrebbe mai essere […]

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Musica

Musica soul, la musica dell’anima: origini e protagonisti

 Musica soul: Musica soul | Riflessioni Soul, letteralmente “anima” in inglese, è un termine usato per riferirsi essenzialmente ad un genere musicale, la “musica dell’anima”, sviluppatasi negli Stati Uniti intorno agli anni ‘50, dalla commistione di sonorità jazz e del rhythm&blues con la musica gospel, dalla quale provenivano moltissimi interpreti della musica soul, passati in pochi anni dalle cappelle delle chiese protestanti alle sale da concerto. Le origini stilistiche del soul sono da individuarsi nel jazz, nel rhythm&blues sviluppato in una versione urbanizzata e commerciale, nel gospel, nel pop, nel blues e nello swing. La musica soul risultò essere la base per i gruppi r&b degli anni ‘70, ‘80, e ’90 e fu sempre fonte d’ispirazione per i musicisti di tutto il mondo, che ne riproposero la tipologia tradizionale. Diritti civili ed aspetto religioso I primi due decenni della musica soul, che vedono affermarsi i caratteri distintivi di questo genere, basato su ritmo trascinante, virtuosismi vocali, cori e fiati, sono gli anni in cui la minoranza nera rivendica i propri diritti in modo sempre più convinto e la musica non può fare altro che diventarne espressione. Sbagliato, tuttavia, sarebbe scindere la religiosità dalla musica soul, di derivazione prettamente afroamericana, in cui appare costante un atteggiamento di esaltazione spirituale, legato peraltro all’esistenza terrena, con una carica religiosa che finisce per diventare caratteristica musicale, anche in ambito laico. La musica è sempre cornice, ed anzi finisce addirittura per scandire i vari momenti, della vita collettiva. Il soul, nello specifico, si esprime con la vicinanza dello spirito religioso ad aspetti della vita profana, persino sessuali. I protagonisti della musica soul Il creatore della musica soul fu Ray Charles, che, con “I got a woman” nel 1955,  riuscì a fondere il lamento di derivazione gospel con l’impeto del r&b, fusione che fece scalpore, dividendo coloro che si elettrizzarono per il nuovo sound da chi rimase sconcertato e indignato per la commistione di sacro e profano. Ma l’artista andò oltre, introducendo nella sua musica anche rimandi jazz e country, predominante nel sud segregazionista, dove era cresciuto. Alle sue spalle, fortunatamente, Charles aveva Atlantic, come casa discografica, tra le prime, insieme a Modern, Specialty, Imperial, Motown ed Aristocrat (la futura Chess), a promuovere la musica nera in tutte le sue declinazioni. In effetti l’Atlan­tic rappresenta una delle eti­chet­te-chia­ve del soul, seguendo successivamente ar­ti­sti come Solomon Burke, Wil­son Pic­kett, Otis Redding e Aretha Franklin. Coloro che aiutarono Charles a trasformare la musica nera dal r&b al soul furono poi  Sam Cooke e Jackie Wilson. Cooke, considerato non a torto “il più grande interprete soul di tutti i tempi,” fu anche tra i primi a firmare personalmente le proprie canzoni, da quelle più vicine alle forme tradizionali del doo wop come “You Send Me” alla splendida “A Change is Gonna Come”, una delle espressioni più belle del soul “socialmente impegnato”. Altrettanto importante anche se spesso ignorato è Jackie Wilson, con maggior predisposizione per i live: animale da palco impareggiabile, dotato di grinta e di aggressività coinvolgenti, Wilson è penalizzato dalla registrazione in studio con pezzi spesso melodici e lenti, poco affini alla sua verve. A livello […]

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Culturalmente

Come si bacia nel mondo, alcune incredibili curiosità

Come si bacia nel mondo? «Ma poi che cos’è un bacio? Un giuramento fatto poco più da presso, un più preciso patto, una confessione che sigillar si vuole, un apostrofo rosa messo tra le parole “T’amo”; un segreto detto sulla bocca, un istante d’infinito che ha il fruscio d’un’ape tra le piante, una comunione che ha gusto di fiore, un mezzo di potersi respirare un po’ il cuore e assaporarsi l’anima a fior di labbra». (Dal Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand) Sublime e poetica descrizione di una tra le forme di contatto fisico più meravigliose ed intense che ogni giorno milioni di anime sperimentano. Oggetto di opere d’arte, composizioni musicali ed opere letterarie, il bacio è la più pura e viscerale dichiarazione d’amore che si possa esternare. Perché un bacio incarna il desiderio e la voglia di spogliarsi da inibizioni e maschere, di abbandonarsi alla bellezza dell’incanto dell’eterno, racchiuso in un istante. Un bacio parla di promessa e reca con sé il sapore autentico dell’amore. Ma il bacio non è mero sinonimo di libido e piacere. Esso assume diverse caratteristiche e significati a seconda del contesto socio-culturale, esprimendo una delle più comuni forme d’affetto, passione, ma anche amicizia, rispetto, costume e tradizione. La filematologia è la scienza che appunto ne studia i vari aspetti. Vediamo quindi come si bacia nel mondo. Tipi di bacio Come si bacia nel mondo? Tra le forme universalmente condivise di bacio si annovera il saluto. In Italia, così come in Europa, nei Paesi arabi e dell’America latina, il bacio è diffuso come forma di saluto soprattutto tra parenti ed amici, in particolare tra coloro che non si frequentano spesso. Generalmente ci si scambia due baci sulle guance, senza però poggiarci effettivamente le labbra, partendo dalla guancia destra per poi passare alla sinistra. In Spagna si porge invece prima la guancia sinistra e poi la destra. Ma esiste anche il bacio su unica guancia: è quello praticato quotidianamente a livello maggiormente informale, magari salutando una sorella, una madre o un padre un po’ frettolosamente prima di uscire o recarsi a lavoro. Il triplo bacio è invece tipico delle culture ortodosse, diffuso in Ucraina, Serbia, ma anche in Belgio, Svizzera e Polonia. Qui in particolare è ancora praticato il “baciamano”, consistente nello sfiorare appena con le labbra (di un uomo) il dorso della mano di una donna. Simbolo di galanteria negli ambienti nobili e raffinati. Quando si instaura un rapporto d’amicizia e di forte affetto, il bacio sulla guancia si dona porgendo le labbra, in modo da baciare pienamente il viso dell’altra persona. Questo tipo di bacio è tra le forme scambievoli d’affetto più diffuse, perché sottolinea e dimostra il bene che si prova e spesso è accompagnato da teneri ed interminabili abbracci, di quelli da cui non ci si staccherebbe mai, desiderando ambrare quell’istante nel tempo. Esiste poi il bacio stampato sulle labbra come segno di fratellanza. Anticamente infatti il bacio sulla bocca non aveva connotazione erotica, ma era piuttosto simbolo di comunione fraterna, anche […]

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Culturalmente

Frasi sull’eleganza, le 15 imprescindibili

Frasi sull’eleganza, le nostre 10 preferite  L’eleganza è un po’ come l’amore. Molti ne parlano, cercando definizioni ed elargendo parole. Ma sono pochi coloro in grado di indossarla e comprenderne l’essenza. Cos’è in effetti l’eleganza? Il sostantivo deriva dal verbo latino eligere, cioè “scegliere”. È dunque una qualità umana che lascia supporre una “distinzione”, una diversità, il meglio nel senso del comune. Tuttavia l’eleganza non impone macchinazioni, in quanto arte innata di vivere, pensare ed agire, spesso associata al modo impeccabile di vestire, ma che in realtà va oltre l’abbigliamento. L’eleganza è un connubio di portamento, gesti, modo di parlare e di porsi con gli altri. L’educazione la forgia, la natura e la personalità ne costituiscono l’essenza. Scrittori, stilisti, attori hanno offerto un personale contributo provando a costruire definizioni adeguate a descrivere questa qualità così discreta e misteriosa, eppure così seduttiva. Seguono quindici frasi sull’eleganza, selezionate per chiarire un concetto tanto semplice quanto complesso. Frasi sull’eleganza. Quindici definizioni proposte Cominciamo la nostra selezioni di frasi sull’eleganza con: «L’eleganza è un atteggiamento, non è legata ad un capo di vestiario! Si può imparare ad essere vestiti bene, ma non necessariamente si impara ad essere eleganti. Ci si muove in un certo modo, ci si siede in un certo modo. Le mani, il viso hanno un atteggiamento elegante nelle movenze». (Franca Sozzani) Così la giornalista mantovana del XX° si esprime a proposito dell’eleganza, sottolineandone il valore tutto naturale. In questo senso l’eleganza è un atteggiamento, un modo di fare, un’indole insita nei gesti, nel modo di sedersi e camminare, nel modo di parlare e guardare le cose. E l’abbigliamento, così come lo stile ne è una proiezione, una caratteristica, l’espressione appunto di quel cuore e quella mente nati per incantare e sedurre senza il minimo sforzo. «Ricchi si diventa, eleganti si nasce». (Honoré de Balzac) Così lo scrittore francese del XIX° riassume in poche parole la sua idea di eleganza. Ritorna il concetto di dote innata, perché non potrebbe essere diversamente. Si possono acquisire nella vita educazione, ricchezza, esperienze, ma l’eleganza, quell’armonia perfetta tra pensieri e azioni, tra gusto e atteggiamenti, tra parole e movenze, quella non si apprende, né si eredita. Semplicemente la si possiede, perché insita nell’anima. «L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare». (Giorgio Armani) Così il noto stilista italiano del XX° apostrofa l’eleganza, sottolineandone l’immortalità. Perché l’eleganza risiede anche nella capacità di lasciare il segno, di lasciare una traccia di sé indelebile ed eterna, perché unica e distinta. Proprio come artisti e grandi uomini, le persone eleganti lasciano una scia, dalla quale difficilmente ci si allontana. «L’eleganza è la sola bellezza che non sfiorisce mai». (Audrey Hepburn) Così la regina dell’eleganza, l’attrice britannica del XX°, offre perle di saggezza su un argomento così affascinante. Se l’eleganza è una dote innata, un’indole armonica ed eterna, è al contempo sentore di bellezza, quella autentica e genuina. Audrey Hepburn non fa certo riferimento al bell’aspetto, bensì al bel modo, al bel cuore, alla bella mente e attitudine alla vita. Perché […]

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Leggenda o legenda? Tutto ciò che c’è da sapere

Leggenda o legenda, due parole diverse nella grafia ma anche nel significato. I dubbi circa la grammaticalità di una versione o dell’altra, sono tanti, infatti, sempre più numerose le persone che ogni giorno menzionano tale interrogativo sui diversi motori di ricerca. La prima, legenda, identifica una nota esplicativa, la seconda, leggenda, invece, un mito. Legenda deriva dal verbo latino lego, legis e ha il significato di leggere, ma può anche significare, legare o collegare. Un termine che invita a leggere quanto è riportato a margine di una pagina, per carpirne il significato, il testo o la figura a cui è riferita. Tuttavia, la parola legenda ha anche un altro valore, che è quello della attribuzione al simbolo di un significato occasionale, diverso da quello originario. Per esempio, se su una carta geografica si vogliono distinguere delle aree diverse, come le zone coltivate, lo si può fare, colorandole con cromie differenti. Ogni colore indicherà una zona, e l’attribuzione del significato o la spiegazione del contenuto, sarà riportata a margine della carta con una serie di puntini colorati, che indicano le varie zone. Per la parola leggenda invece, il ragionamento è un altro: la parola infatti si riferisce alla narrazione di una realtà tramandata oralmente. La leggenda è dunque una storia raccontata, della quale però non si hanno riscontri nella storia, in quanto essa è radicata nella coscienza popolare. Naturalmente l’evento originario, che poi viene tramandato, appunto la leggenda vera e propria, è nel tempo modificata, arricchita di nuovi elementi. Le leggende sono utilizzate anche nell’ambito dei testi indirizzati ai bambini, come ad esempio le favole, all’interno delle quali si fa riferimento ad una vicenda tramandata, ricca di particolari talvolta anche divertenti e che a volte racchiudono una metafora. La leggenda, secondo quanto riportato dai vocabolari e i dizionari più comuni, «è un racconto tradizionale di argomento generalmente religioso o fantastico, arricchito di elementi sorpannaturali». Abbiamo per esempio la leggenda del mostro di Loch Ness, la leggenda di Beowulf, la leggenda delle sirene. In quest’ottica, sono sicuramente da citare le cosiddette leggende metropolitane, dette anche urbane, ossia storie insolite, fuori dal comune, raccontate dalla gente e che mutano, man mano che si tramandano. Sono storie ipoteticamente reali, definite però leggende, e attribuite sempre a qualche altra persona. Si tratta di notizie che stuzzicano l’attenzione di chi ascolta, stimolando una forte curiosità, e dando vita ad un vero e proprio passaparola, che fa in modo da creare una vera e propria catena di eventi concatenati in un unico racconto, appunto la leggenda. La leggenda è tipica di determinati ambienti, nella maggior parte dei casi essa si sviluppa soprattutto in città, ma ovviamente, in passato, era legata ad ambienti rurali e rivendicavano un vero e proprio bisogno di appartenenza a una società. Per quanto concerne i significati del termine leggenda, esso può riferirsi anche all’iscrizione che si legge sulle medaglie, e, nei francobolli, quella, per lo più relativa al soggetto grafico, che eventualmente viene stampata oltre alle indicazioni dello stato di emissione e del […]

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Culturalmente

La Madonna dell’Arco: le bestemmie, i miracoli e il culto

Madonna dell’Arco, la storia di un culto Tra i diversi nomi con cui ci si riferisce alla Madonna dell’Arco, soprattutto tra cittadini locali, figura quello di Pupata (in napoletano, aggettivo che generalmente indica una “bella fanciulla” o meglio “figliola”). Il motivo di questo nome della Madonna dell’Arco, che in un certo senso sembra coniugare quel sentore di religiosità popolare misto di elemento sacro ed elemento profano, risiede nell’immagine stessa, il cui volto è raffigurato con fattezze vaghe e leggiadre. Si può notare, però, una macchia scura, quasi un livido sulla gota sinistra, che deturpa l’angelico viso della Santa Mamma; e quel livido è alla base dell’adorazione e della nascita del culto della Madonna dell’Arco. La Madonna dell’Arco: le bestemmie, i miracoli e il culto Il nome della Madonna dell’Arco può ascriversi al luogo in cui l’effige raffigurante la Madonna col Bambino era posta: essa si trovava presso un’area in cui sorgeva uno degli acquedotti di epoca romana, a quel tempo costruiti all’aria aperta e sorretti da ampi archi. Orbene, si narra che il Lunedì dell’Angelo dell’Annus Domini 1450, in uno scatto d’ira, un giovane, bestemmiando per aver perduto al gioco della pallamaglio, scagliò la sua pallina contro la Vergine. La sorpresa e lo sgomento furono tali nel constatare il sanguinamento dell’effige nel punto in cui era stata colpita. La notizia volò fino alle autorità religiose e amministrative, che condannarono il bestemmiatore a morte per impiccagione vicino l’edicola votiva. Il pendente scarnificò e decompose nell’arco di una sola giornata. Numerosi, ancora oggi, sono i miracoli di tal genere legati alla immagine della Madonna, che in disparati luoghi del mondo la si vede sanguinare per via dei peccati dell’uomo o per presagio di eventi infausti. È però più precisa la leggenda della Madonna dell’Arco legata ad Aurelia Del Prete.  Da Sant’Anastasìa (di cui Madonna dell’Arco è la frazione maggiore) ella si recò col marito presso l’edicola il Lunedì in Albis del 1589 per tributarle un ex voto per l’avvenuta guarigione degli occhi del consorte. Portava inoltre con sé un maialino, che, nel trambusto di fedeli, dovette sfuggirle di mano. Nel parapiglia che venne a crearsi ella bestemmiava e, sfuggitole il suino, in preda all’ira, calpestò l’ex voto che quelli recavano. A distanza di un anno, Aurelia Del Prete fu colpita da una malattia ai piedi, che nell’arco di poco tempo provocò la loro separazione, allontanandosi dalla legittima proprietaria. La donna morì, ma i suoi piedi possono ancora oggi vedersi nel santuario che fu di lì a poco innalzato, e che fungono da monito ai bestemmiatori contemporanei. La fama del prodigio si diffuse anche al di fuori del Regno di Napoli, e di certo in un primo momento la fede verso la Madonna dell’Arco dovette procedere incontaminata dai tentativi ecclesiastici di propagandare il culto, come testimoniano diversi resoconti dei miracoli, realizzati in anni di molto successivi, in cui non si fa alcun riferimento alle forme devozionali (Il Sacro Campidoglio del Rossella, 1653; L’Arco Celeste di Ayrola, 1688; Lo Zodiaco di Maria di Montorio, […]

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Versi della metrica italiana: poesia e ritmo

La scelta particolare della forma poetica fra i versi della metrica italiana dipende sia dal contesto storico dello scrivente sia dalla sua sensibilità. Considerando il periodo del Tardo Medioevo, animato dalla poetica dei Dante, Petrarca e Boccaccio, risulta impossibile, ad esempio, ritrovare un componimento scritto in endecasillabi sciolti rispetto alle forme metriche (in ordine di importanza all’epoca) della canzone, della ballata o del sonetto. Questo perché, si pensa, la poesia italiana delle origini, subendo il notevole influsso della lirica provenzale, abbia almeno inizialmente mantenuto uno stretto rapporto con la musica di accompagnamento, perduto nel tempo, ma testimoniato da alcuni manoscritti recanti poesie che a piè di pagina riportavano una antica forma di scrittura musicale. Non a caso, inoltre, la nomenclatura tre forme della metrica italiana prima citate si riferiscono a un campo semantico prettamente musicale. Il suono, le pause, e quindi la versificazione rivestono un ruolo preponderante nella poesia di ogni tempo; difatti è facile riscontrare nei poeti una certa forma di sperimentalismo fino a definire personalissime forme di metrica e verso. I versi della metrica italiana: un rapido sguardo In particolare, è possibile definire il verso come un segmento di discorso organizzato secondo determinate regole, che, nella versificazione tradizionale, corrispondono alla misura delle sillabe e la consecutio degli accenti. Esso prende il nome dal numero di sillabe (rilevate attraverso il riconoscimento anche di figure retoriche del significante come sinalefe e dialefe). Il numero di sillabe non è, però l’unico discrimine: nelle varie tipologie di versi esistono, infatti, determinate regole di accentazione fissa che ne chiarificano l’identità. Fra i versi della metrica italiana, quello in assoluto più famoso è l’endecasillabo, discendente dal décasyllabe di area francese e provenzale: un verso che abbia sempre come sillaba tonica almeno la decima. Generalmente, un endecasillabo si dice canonico quando, oltre la decima, sono toniche anche la quarta  (endecasillabo in a minore) e/o sesta sillaba (endecasillabo in a maiore); in questo senso, il verso è diviso in due “porzioni”, dette emistichi, a seconda degli accenti fissi. Di là, però, da questi, l’endecasillabo reca in sé grande varietà accentuativa. Si veda, ad esempio, Dante: Nel mèzzo del cammìn di nòstra vìta (Inf., I, v. 1) Qui il verso, che appare grave e faticoso così come è il cammino del personaggio-poeta nel primo dei tre regni, presenta quattro sillabe toniche, con accentazione fissa su sesta e decima (endecasillabo in a maiore), e accento mobile caduto, in questo caso, sulla seconda e l’ottava sillaba. Oppure: riprési vìa per la piàggia disèrta (Inf., I, v. 29) In qui gli accenti fissi risultano cadere sulla quarta e la decima sillaba (endecasillabo in a minore); quelli mobili sulla seconda e la settima sillaba. Un altro verso di grande importanza fra i versi della metrica italiana è il settenario (con l’ultimo accento tonico sulla sesta sillaba). Il settenario non presenta un’accentazione fissa (fuorché per la sesta), e la disposizione degli accenti è piuttosto libera, e riflette il ritmo che si vuol dare al verso. Ad esempio Petrarca: Chiàre, frésche et dólci […]

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Paradigmi latini: costruzione, particolarità, flessioni

In grammatica, un paradigma (etimologicamente “modello”) è uno schema che fornisce informazioni sulla flessione nominale e sulla flessione verbale degli elementi variabili del discorso. In particolare, nella lingua latina, se il paradigma è modello di flessioni nominali, esso occorre alla definizione delle declinazioni; se il paradigma è modello di flessioni verbali, occorre alla definizione delle coniugazioni. I paradigmi latini sono, dunque, nominali e verbali. La lingua latina conosce diversi paradigmi grammaticali: innanzitutto, i sostantivi seguono – oltre alle flessioni in genere e numero presenti anche in italiano – una forma flessiva particolare, la declinazione, che indica la funzione logica all’interno di un periodo, assunta da un elemento della frase stessa; l’italiano manca di declinazioni e “sostituisce” i casi latini (nominativo, genitivo, dativo, accusativo, vocativo, ablativo) attraverso l’uso di preposizioni che introducono i relativi complementi logici. Ciò che accade con i sostantivi, similmente, avviene con pronomi, aggettivi e verbi: tutti gli elementi variabili del discorso e cioè tutti quelli che ammetto flessione, hanno paradigmi propri che li rappresentano, classificati in gruppi di declinazioni (sostantivi, pronomi), classi (aggettivi), coniugazioni (verbi). Paradigmi latini: i paradigmi verbali I paradigmi verbali in latino sono forme complesse costituite, di norma, da cinque forme flessive (in diatesi attiva): la prima persona singolare del tempo presente del modo indicativo, la seconda persona singolare dello stesso tempo presente del modo indicativo, la prima persona singolare del tempo perfetto del modo indicativo, il modo supino, il modo infinito al tempo presente. Sull’indicativo e i suoi tempi e sull’infinito, non c’è molto da spiegare a chi conosce bene la grammatica italiana: tali modi e tempi latini hanno pressoché il medesimo significato di quello che hanno i corrispettivi modi e tempi in italiano (due parole forse, sul perfetto che non corrisponde ad un solo tempo verbale italiano ma può assumere valore di passato prossimo, passato remoto, trapassato remoto); per quanto riguarda il supino, bisogna sapere che tale modo verbale indica, in latino, è precisamente un nome verbale che, di conseguenza, segue, nella propria flessione, una declinazione nominale; non consta dei regolari sei casi ma esclusivamente di due, in funzione dei valori logico-sintattici che esprime: esso, declinato all’accusativo, ha valore finale (supino attivo), declinato all’ablativo – precisamente ablativo di limitazione – ha valore limitativo (supino passivo). Alla regolare forma paradigmatica prima ricordata, fanno eccezione alcuni particolari gruppi verbali fra cui i verbi deponenti (che hanno diatesi passiva ma significato attivo e ammettendo flessioni verbali attive solo per le costruzioni del participio presente, del participio futuro, dell’infinito futuro, del gerundio e del supino attivo, sono costituiti da un paradigma improntato sulle flessioni proprie della diatesi passiva) e i verbi difettivi che mancano, “difettano”, di alcuni elementi paradigmatici (e riportano, dunque, meno delle regolari cinque voci paradigmatiche del verbo latino). Fra i verbi difettivi possono distinguersi, inoltre, i verbi che presentano esclusivamente le voci derivanti dal tema del perfetto e i verbi impersonali. Paradigmi latini particolari sono anche i paradigmi dei verbi anomali (o irregolari), suddivisi fra verbi che presentano temi diversi fra loro nelle vari […]

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Culturalmente

Prosimetro: prosa e versi un’alternanza che affascina

Il prosimetro, dal latino prosimetrum, è un genere letterario in cui prosa e versi vengono alternati in modo equilibrato. È un genere molto raro nella letteratura, nato forse con intenti parodici verso la poetica e le liriche della tradizione greca: infatti i primi esempi sono delle satire menippee, genere satirico per eccellenza. È possibile collocare la sua nascita in età cesariana con le Saturae Menippeae di Marco Terenzio Varro. Esempi di prosimetro in età contemporanea possono essere considerati la raccolta Canti Orfici di Dino Campana e Il Signore degli Anelli di John Ronald Reuel Tolkien. Il prosimetro nella letteratura italiana L’esempio più celebre di prosimetro della letteratura italiana è l’opera di Dante Alighieri intitolata Vita Nova, il componimento più celebre del Sommo Poeta. Si tratta appunto di un prosimetro, ovvero un’opera che alterna passi in prosa a componimenti poetici. Dante Alighieri ordina le proprie poesie grazie all’utilizzo della prosa, che funge da raccordo narrativo tra le varie poesie. In Dante Alighieri e nella poesia medievale, i versi in prosa rappresentano un modo per avvicinarsi gradualmente alla “verità”. Grazie al prosimetro, le parole, e quindi i versi che contraddistinguono un’opera, si pongono su due piani temporali e linguistici, nettamente differenti, che dimostrano ed enfatizzano i valori intrinseci della tradizione letteraria di riferimento. L’invenzione di una nuova struttura di prosimetro con rime di ugual metro va considerata una vera e propria innovazione, nell’ambito della quale, lo sperimentalismo, proprio soprattutto dei poeti cosiddetti stilnovisti, gettano le basi per la realizzazione di quelle che saranno poi definite egloghe volgari in terza rima della poesia italiana. La tradizione letteraria italiana mostra quanto la forma del prosimetro si sia nel tempo diffusa, arrivando ai giorni nostri. Si può dire che, chiunque scelga la forma del prosimetro, crea una fusione molto forte, che solo la parola evocativa, suggestiva, simbolica, può cogliere e realizzare in pieno. L’alternanza tra prosa e versi crea un’unità che non distoglie l’attenzione del lettore, ma anzi, l’alimenta. Prosimetro nella letteratura latina: il Satyricon Altro esempio celebre di prosimetro, è il Satyricon, attribuito a Petronio Arbitro, forse identificabile con il cortigiano e scrittore Tito Petronio Nigro, meglio conosciuto, come tramanda Tacito, alla corte di Nerone come Petronius Arbiter (elegantiae) e morto suicida in seguito alla congiura dei Pisoni. Il Satyricon è un’opera della letteratura latina; il testo pervenuto in età moderna è però frammentato e quindi ciò ha compromesso la comprensione dettagliata dell’opera. Il tempo della narrazione alterna un andamento lento, ad un andamento veloce e frenetico, nel quale vige l’alternanza tipica del prosimetro, che marca fortemente non solo l’opera nel suo complesso, ma anche il linguaggio della stessa. Il vero significato In questa visione così ampia, si inserisce il vero significato del prosimetro, definito come la forma informe per eccellenza, che si accorda benissimo, come se fosse la strofa di una sinfonia musicale, con le poesie basate su un corpus di versi prettamente brevi, inferiori all’endecasillabo, così da conferire all’andamento metrico quel carattere altalenante, tipico di una metricità intenzionalmente interrotta e spezzata. Grazie […]

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