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Eroica Fenice

La Tag: riflessioni culturali contiene 121 articoli

Riflessioni culturali

Tyche nel mondo greco-romano: la dea dell’imperscrutabile

Il concetto di sorte/fortuna, che nella mitologia greca confluisce nella dea Tyche, varia a seconda del contesto filosofico, religioso o letterario. La fortuna è interpretabile in senso “prescrittivo”, come concetto soprannaturale e deterministico, in base al quale vi sono forze che determinano il verificarsi di certi eventi, ed in senso “descrittivo”, ovvero in relazione ad eventi che hanno come esito la felicità o l’infelicità. Essa è, pertanto, il motore imprevedibile e incontrollabile delle circostanze, da lei plasmate in modo non razionalmente motivabile, di cui è impregnata ogni cultura. Dai Greci la Tyche, dea della sorte e del caso, è identificata con il fato ed è definita dal termine μοῖρα, dal verbo μείρομαι, “avere in parte”, dal momento che essi ritenevano che a ciascun uomo toccasse in sorte una porzione della sorte umana. Il termine Tyche, invece, ha la radice di τυγχάνω, “accadere”, che conferisce al termine una connotazione di inevitabilità, ben esemplificata da un passo dell’Aiace di Sofocle: «Aiace, mio signore, non c’è per gli uomini un male più terribile della sorte cui non è possibile sfuggire». La Tyche ne I miti greci di Robert Graves Menzionata nella Teogonia di Esiodo – opera nella quale il poeta delinea la genealogia delle varie divinità – fra le figlie di Teti e di Oceano, è una delle forze primigenie pre-olimpiche che, esclusa dall’Olimpo omerico, in età arcaica figura per lo più subordinata alle divinità principali. Stando a quanto scrive Robert Graves nel suo celebre volume I miti greci, «Tyche è la figlia di Zeus ed egli le diede il potere di decidere quale sarà la sorte di questo o quel mortale. A taluni essa concede i doni contenuti nella cornucopia, ad altri nega persino il necessario. Tyche è irresponsabile delle sue decisioni e corre qua e là facendo rimbalzare una palla per dimostrare che la sorte è cosa incerta». L’autore, inoltre, aggiunge in nota che si tratta di una divinità “artificiale” inventata dai primi filosofi, la cui ruota rappresentava in origine l’anno solare, come indica il suo nome latino, Fortuna (da vortumna, “colei che fa volgere l’anno”), ed era legata al destino del re sacro, sottoposto a una morte rituale allo scadere della sua buona sorte, allorquando avrebbe dovuto procedere alla vendetta sul rivale che l’aveva soppiantato. Il culto della dea Tyche è attestato in Attica dalla prima metà del IV secolo a.C., giacché il nome Ảγαθὴ τύχη, “buona sorte”, compare sempre più assiduamente nelle iscrizioni, e nel corso del IV secolo esso si formalizza e diventa popolare. Iconografia e amplificazione del suo ruolo in età ellenistica  Acquistò invece particolare importanza durante la crisi religiosa dell’ellenismo: Tyche, infatti, rappresentò non soltanto la personificazione del caso, nell’ambito di un pensiero scettico e pessimistico che dubitava delle divinità tradizionali e dei loro interventi provvidenziali, ma anche la forza oscura e sovrana di una divinità superiore a tutte le altre, inaccessibile, reggitrice dei destini secondo un disegno ignoto agli umani. A quest’ultima interpretazione, nettamente mistica, si affiancava quella più laica e storicistica di cui è principale […]

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Culturalmente

Uomo sapiens: storia ed evoluzione di una specie

La denominazione latina di “homo sapiens” indica l’ uomo sapiente, e con essa si fa riferimento all’uomo moderno, così come venne classificato da Linneo, un medico svedese, nel 1758. Nell’evoluzione umana, ossia il processo di evoluzione dell’uomo sapiens, come una specie ben distinta sulla terra, questa categoria umana, è l’unica rappresentante vivente. L’uomo ha una propria storia evolutiva, che nel corso del tempo ha contribuito a mutare e determinare l’aspetto fisico ma anche precise caratteristiche culturali, sociali, etiche e comportamentali. Si tratta di un processo durato milioni di anni, grazie al quale l’uomo, così come appare oggigiorno, è diventato. Inoltre, grazie allo studio dei vari resti fossili ritrovati, è possibile ricostruire la successione e quindi l’evoluzione degli ominidi fino alla nostra specie, ossia l’uomo sapiens. Alcuni studi recenti sottolineano che l’umanità discenda da una popolazione di individui vissuti in Africa, circa 200.000 anni fa, ossia il gruppo più antico di uomo sapiens che abbia popolato la terra. Naturalmente esiste una successione temporale ben scandita tra le varie specie di ominidi, perfettamente distinguibili tra loro, con peculiarità e tratti distintivi che man mano sono andati evolvendosi. Spesso, quando si parla della specie umana, si fa riferimento ad un albero ben ramificato, una sorta di cespuglio, all’interno del quale, si delineano tanti elementi di attribuzione che portano frequentemente a modificare o mettere in discussione i modelli evolutivi precedentemente ipotizzati. L’origine dell’uomo moderno e quindi dell’uomo sapiens, è uno degli argomenti attualmente più dibattuti; gli interrogativi in realtà nascono tra coloro che teorizzano una origine africana recente e quelli che invece teorizzano una evoluzione multiregionale dell’uomo sapiens. La prima teoria, sostiene con convinzione la comparsa dei sapiens in Africa come una nuova specie che poi sarebbe andata evolvendosi in tutto il mondo, sostituendosi alle popolazioni esistenti. La seconda teoria invece, sostiene che ciascuna delle popolazioni attuali derivi dalla rispettiva popolazione arcaica di quella stessa regione, partendo dall’homo erectus, evoluto poi il parallelo grazie ad incroci vari. Storia dell’uomo sapiens I resti più antichi di uomo sapiens sono stati ritrovati in un villaggio dei Carpazi. Si tratta della mascella di un maschio adulto e delle ossa di due ragazzi, tra cui un adolescente, vissuti in quella che è l’attuale Romania 34-36 mila anni fa. Gli studiosi hanno analizzato la grandezza della mascella dell’uomo adulto ritrovato, che appare notevolmente sviluppata e piuttosto grande. Questa caratteristica, molto importante, fa ipotizzare che possa esistere un incrocio tra uomo sapiens e gruppi umani ancora più arcaici, come ad esempio l’uomo di Neanderthal. Secondo la “Teoria della migrazione africana”, tutti coloro, appartenenti alla categoria Homo, che rimasero in Africa, si evolsero poi in uomo sapiens. Solo successivamente, si pensa che emigrarono alla volta dell’Africa e l’Oceania, incontrando le specie già formatisi in precedenza. Aspetti fisici e comportamentali L’uomo sapiens, si caratterizzava per una corporatura tozza, il cervello piuttosto sviluppato e mani abili, ma anche forti denti, ottimi per addentare la carne delle prede, in genere orsi, bisonti ma anche pesci. Dagli studi condotti, è chiaro che l’uomo sapiens comprese il valore del fuoco, […]

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Scavi di Pompei, rinvenuto un affresco con due gladiatori

Grandi novità e ritrovamenti dagli scavi di Pompei Pompei, la città sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., è più viva che mai e continua a sorprendere con sensazionali scoperte; l’ultima in ordine cronologico è stata fatta dal progetto di recupero nell’ambito della Regio V e ha portato alla luce un affresco, nel quale sono perfettamente rappresentati due gladiatori al termine di un combattimento; .  L’affresco di circa 1,12 mt x 1,5mt, rinvenuto in un ambiente alle spalle dello slargo di incrocio tra il Vicolo dei Balconi e il vicolo delle Nozze d’Argento, ha forma trapeizoidale, poiché collocato nel sottoscala, presumibilmente di una bottega. Si intravede al di sopra della pittura, l’impronta della scala lignea che molto probabilmente decorava un ambiente frequentato da gladiatori, forse una bettola dotata di un piano superiore, destinato ad alloggio dei proprietari dell’esercizio commerciale o come di frequente, soprattutto vista la presenza di gladiatori, destinato alle prostitute. I due gladiatori sono raffigurati su uno sfondo bianco, delimitato su tre lati da una fascia rossa, nella quale si sviluppa la scena di combattimento. Il primo, appare sulla sinistra, è un “Mirmillone” appartenente alla categoria degli “Scutati” e impugna l’arma di offesa, il gladium (spada corta), un grande scudo rettangolare (scutum) ed indossa un elmo largo dotato di visiera con pennacchi. L’altro, che soccombe all’attacco, è un “Trace”. Gladiatore della categoria dei “Parmularii”, con lo scudo a terra e viene raffigurato con elmo (galea), a tesa larga ed una larga visiera a protezione del volto, sormontato da un alto cimiero. Scavi di Pompei, le dichiarazione di Massimo Osanna “La Regio è la V, non molto lontana dalla caserma dei gladiatori da dove, provengono la maggior parte delle iscrizioni graffite riferite a questo mondo. Nell’affresco ritrovato, di immenso interesse storico e culturale, di particolare interesse è la rappresentazione estremamente realistica delle ferite, come quella al petto del gladiatore soccombente, che lascia fuoriuscire il sangue, bagnando i gambali. Non si sa quale sia l’esito finale di quel combattimento, ma in questo caso, c’è un gesto singolare che il combattente ferito fa con la mano, probabilmente per chiedere venia e implorare la propria salvezza. Un gesto generalmente compiuto dall’imperatore o dal generale per concedere la grazia”. Queste le dichiarazioni del direttore generale degli Scavi di Pompei, Massimo Osanna. Gli scavi dell’ambiente all’interno del quale è stato rinvenuto l’affresco, devono ancora terminare quindi potrebbe offrire ancora grosse sorprese. Pompei non smetterà mai di stupirci, con tasselli che emergendo a poco a poco, come un puzzle che pian piano si compone, regalano ogni volta dei meravigliosi pezzi di storia che affascinano sempre più.  

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Culturalmente

Gigantomachia: tra mito e arte

Quello della Gigantomachia è tra i miti leggendari più antichi ed attuali che siano stati tramandati, attraverso l’arte e la scrittura. La Gigantomachia (La battaglia dei Giganti) rappresenta l’ultima fase della Cosmogonia, ovvero il processo di costruzione di un cosmo armonico, affermatosi con gli scontri tra le intelligenze divine dell’Olimpo e la forza bruta dei Giganti, sconfitta quest’ultima per lasciar spazio all’universo ordinato a cui Zeus ambiva, intendendo affermare la giustizia attraverso l’equilibrio e l’armonia. Ma chi sono i Giganti? Il termine deriva dalla parola sanscrita g’ant-u, che significa “animale”, identificando un personaggio crudele, teso a distruggere ed uccidere. Da ciò l’idea, su cui si fondano i miti, per cui i Giganti sarebbero figure tese a sovvertire l’ordine dell’universo generando caos e distruzione. Gigantomachia: mito greco Il mito della Gigantomachia è narrato nella Teogonia del poeta greco Esiodo, in cui viene descritto il lungo processo attraverso cui il mondo, da luogo di caos, giunge alla realizzazione di un armonico equilibrio. Ma tale passaggio è tutt’altro che semplice e lineare: sono occorse infatti innumerevoli battaglie tra dèi e Titani prima e tra dèi e Giganti poi. Tutto comincia con la Titanomachia, ossia l’imponente battaglia tra i Titani, figli di Urano e Gea, e gli dèi dell’Olimpo guidati da Zeus. I Titani erano anch’essi dèi, dotati di forza prodigiosa e statura considerevole. Non tutti si rassegnano al dominio di Zeus, per cui molti si ribellano, generando una guerra. Il re degli dèi riesce a sconfiggere i Titani, punendoli duramente. Intanto l’ultimo di questi, Crono, evira il padre Urano che, appoggiato completamente su Gea, si unisce a lei continuamente, impedendo ai figli di vedere la luce. Urano dunque, straziato dal dolore e staccatosi da Gea, riversa il suo sangue nel mare, plasmando isole popolate da creature che incarnano l’odio, tra cui i Giganti. Tali erano simili ai Titani per forza e dimensioni, ma ibridi tra umano e divino, pertanto legati alla profezia per cui nessun immortale sarebbe stato in grado di sconfiggerli. La forza distruttiva dei Giganti era paragonabile a quella degli Ecatonchiri, i “centobraccia”. Questi però, a differenza dei primi, impiegavano la propria furia bellica al servizio dell’ordine divino, dunque alleati di Zeus, riconoscendone l’autorità. Dal canto loro, i Giganti intendevano dominare il mondo, potendo contare su una forza prodigiosa, in grado di piegare l’armonia voluta da Zeus. Tali esseri dall’altezza smisurata ed antropomorfi, in quanto dotati di code di serpente dalla cintola in giù, intendevano peraltro vendicare i fratelli Titani sconfitti. Viene preannunciata così la colossale Gigantomachia, la battaglia finale tra dèi e Giganti, che conosce un autentico protagonista nella figura di Eracle (o Ercole), il vero eroe che, essendo come i Giganti metà umano e metà divino, era il solo in grado di poterli definitivamente piegare. Nato dall’unione di Zeus e la mortale Alcmena, Eracle si scaglia con violenza sui Giganti, riuscendo a piegarli lì dove le divinità, seppur superiori per intelligenza, fallivano. La Gigantomachia avviene in Tracia, dove i Giganti, capitanati da Alcioneo, si scagliano ciascuno contro ogni divinità […]

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Culturalmente

Eros e Thanatos, tra le pulsioni di vita e di morte

Eros e Thanatos, le pulsioni della vita e della morte, scandiscono la nostra dimensione psichica e biologica. O, meglio, scandiscono la dimensione psichica e biologica di ogni essere umano e – allo stesso tempo – sono perennemente in lotta con la realtà. Eros, dio greco dell’Amore e del desiderio, di tutto ciò che ci fa muovere verso qualcosa, un principio divino che ci spinge verso la bellezza. E Thanatos, figlio della Notte, personificazione della morte. Insieme, riproducono i conflitti più intimi dell’uomo e, ovviamente, non possono essere scissi poiché “non c’è vita senza morte” e viceversa. Sigmund Freud, il padre della “psicoanalisi”, con le sue riflessioni sulla sessualità e le nevrosi, è approdato a una spiegazione della dinamica della società basata sul contrasto proprio tra i due principi della psiche umana, Eros e Thanatos. Con “Eros”, Freud indica l’erede della libido, un’energia psichica legata alla pulsione sessuale, che costituisce l’asse portante delle sue teorie. Per semplificare, possiamo dire che per qualche tempo Freud ha immaginato una contrapposizione tra la pulsione verso il piacere e il principio di realtà dell’Io, ovvero tra la tendenza a soddisfare immediatamente i bisogni della libido e la tendenza a procrastinarli e adattarli al mondo reale. A un certo punto, però, la vita psichica e i comportamenti si dimostrano riconducibili alla sola libido e al principio di realtà. Anzi, il principio di realtà sembra nascere dalla stessa libido. Al contrasto tra il principio del piacere e il principio di realtà, Freud sovrappone una nuova contrapposizione: quella tra gli istinti di vita e gli istinti di morte, che sembrano appartenere alla materia vivente e spingono verso uno stato di quiete e una condizione inorganica. Nel Disagio della Civiltà (1929) “Thanatos” diventa il protagonista: è il nemico della civiltà. Il ragionamento di Freud parte dalla considerazione che ogni uomo desidera la felicità ma i limiti imposti dalla natura e dalla società spesso gli impediscono di raggiungere la meta. Infatti, se ogni uomo assecondasse esclusivamente il proprio principio d’Amore, vivremmo idealmente in un mondo senza conflitti. Gli uomini primordiali, ad esempio, erano senza dubbio più liberi di quelli attuali, nonostante rischiassero la pelle ogni giorno. La società mette a disposizione attività e comportamenti per indirizzare le pulsioni libidiche nel modo più inoffensivo (ad esempio la scienza, l’arte etc). L’Amore, così, si trova imbrigliato in mille regole che, nella nostra cultura, spingono alla monogamia e alla fedeltà e deviano una parte della forza erotica verso forme di Amore “inibito nella meta”, come quello per gli amici e i familiari. Ma allora perché la società non è un luogo paradisiaco dove tutti amano gli altri come se stessi? La risposta è semplice: perché l’uomo è naturalmente aggressivo. E anche a questa pulsione la civiltà si deve porre un freno. L’uomo delle origini poteva sfogare i suoi istinti distruttori e non soffriva di nevrosi, ma rischiava di cadere vittima dell’aggressività altrui. Lo stratagemma elaborato dalla società, invece, consiste nel rispedire al mittente la sua aggressività senza lasciargliela sfogare. L’energia pulsionale aggressiva, rinchiusa tra le pareti […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Cafè Experience, il 13 ottobre al Riff Lounge Bar

Cafè Experience, il 13 ottobre la premiazione al Riff Raccontare il caffè, dove lo si vive ogni giorno. Questa è l’idea dietro Cafè Experience, contest fotografico in cui centrale sarà, appunto, la bevanda più amata al mondo. Ad ospitarlo sarà il Riff LoungebarVincenzo Lamagna sul contest Cafè Experience Perché come slogan del contest Cafè Experience è stato scelto “Mostraci il tuo caffè?” Lo slogan del contest sintetizza perfettamente la sua anima: l’idea è quella di mettere in mostra il talento, facendolo emergere da un elemento quotidiano, quasi mainstream, ma di sicuro iper personalizzabile. Da qui, appunto, “Mostrarci il tuo caffè”. È vero che immortalare in un unico scatto fotografico un caffè fumante non é impresa facile? Proprio perché di foto di caffè ne vediamo a bizzeffe ogni giorno – dalla fugace storia su Instagram per immortalare un pomeriggio al bar al post dello studente in crisi – essere originali e trasmettere se stessi attraverso un singolo scatto non sarà per niente semplice! Ma è proprio questa la sfida. Secondo gli organizzatori del contest quale elemento del caffè emergerà maggiormente dalle numerose fotografie di questa strong dark drink? Il trait d’union che vedremo per la maggiore sarà sicuramente il concept del caffè visto come pausa dalla realtà e dalle varie problematiche che ci affliggono ogni giorno. Secondo gli organizzatori del contest ci saranno giovani talenti che penseranno di immortalare il caffè non come bevanda ma come momento di convivialità? Dato che la creatività è l’unica vera richiesta che abbiamo fatto ai partecipanti del contest, ci aspettiamo davvero qualsiasi cosa. Il caffè è “solo” un input, speriamo di vedere davvero cose diverse e sorprendenti. Dai diversi scatti fotografici della tazzina di caffè può emergere una particolare impronta del carattere del fotografo? Analizzeremo con attenzione ogni scatto perché, ovviamente, anche dietro una “semplice” foto si cela sicuramente l’anima di chi l’ha realizzata o, quantomeno, ci si può leggere un messaggio. Cercheremo innanzitutto i messaggi più “forti” e d’impatto, poi ci focalizzeremo sulla realizzazione prettamente tecnico-artistica del lavoro. Significato e significante dovranno camminare di pari passo, per lasciare un segno marcato. Quale è il messaggio fondamentale che il contest Cafè Experience si prefigge di dare al pubblico? Il contest spera di trasmettere in prima istanza ciò che il documentario farà poi: l’importanza della tradizione e della condivisione, elementi che il caffè racchiude in maniera perfetta. Café Experience – il termine per l’invito foto chiude il… Al contest fotografico si può partecipare entro l’11/10/2019 e contribuire nel dare impulso alle diverse emozioni e sensazioni che l’aroma, il colore intenso ed il sapore del caffé possono suscitare. Che sia espresso, macchiato o americano non importa. Coffee is coffee everywhere! Fonte immagine : https://www.facebook.com/events/903020346745333/  

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Culturalmente

Teoria del piacere: un’indagine sulla felicità dell’uomo

Giacomo Leopardi, celebre poeta, scrittore, filologo italiano, nacque a Recanati nel 1798, ed è una delle personalità più studiate ed analizzate, del panorama letterario italiano. Tra le innumerevoli e meravigliose opere della produzione leopardiana, spicca, lo Zibaldone, una raccolta di pensieri, nella quale è enunciata la famosa teoria del piacere, così come egli stesso la denomina. La celebre teoria, è racchiusa in circa venti pagine, scritte tra il 12 e il 23 luglio del 1820. La teoria del piacere sviluppata da Giacomo Leopardi, si fonda su un principio cardine, ossia: ciò che muove le azioni degli uomini, è il raggiungimento del piacere. La vita dell’uomo è caratterizzata dalla presenza quasi costante di desideri, tendenzialmente infiniti, poichè, l’individuo vorrebbe che non finissero mai. In realtà, è bene precisare che, l’inclinazione o tendenza al piacere non conosce limiti perché essa stessa è connaturata all’esistenza. Tuttavia, al contrario, gli strumenti con i quali l’uomo può soddisfare i propri piaceri, tendendo alla felicità, sono limitati, effimeri e ciò crea una distanza incolmabile tra il desiderio del piacere e l’impossibilità di soddisfarlo. Nel pensiero leopardiano, l’uomo in quanto essere finito, è infelice, perché la felicità è identificata esclusivamente con il piacere materiale, che è infinito. La teoria del piacere, elaborata nello Zibaldone, si collega secondo gli studiosi, alla prima parte del pessimismo leopardiano, dell’esistenza intesa come sofferenza e quindi come impossibilità di appagare i propri desideri. Teoria del piacere: un’indagine sull’infelicità dell’uomo Giacomo Leopardi, dopo aver preso consapevolezza della vanità delle cose che caratterizzano la quotidianità, e l’impossibilità di soddisfare i piaceri dell’animo umano, definisce questi due importanti aspetti, gli “assiomi” della teoria del piacere, quindi causa e contesto in cui e per mezzo di quali, si sviluppa la teoria stessa. Essa si identifica quindi come una vera e propria indagine sull’infelicità dell’uomo. In questa visione, la felicità è identificata con il piacere; ogni uomo, per sua natura desidera il piacere, che però è infinito e quindi sostanzialmente irraggiungibile. A causa di queste motivazioni, nel corso dell’esistenza, l’individuo continua a provare sofferenza per l’incapacità di soddisfare i propri piaceri, che si tramutano in desideri non appagati e quindi in pessimismo. Secondo Loepardi, la vita è un continuo alternarsi di desidero di piacere e insoddisfazione e quindi dolore per il mancato raggiungimento. L’uomo, anche nel momento di pieno piacere, continuerà incessantemente a sentirsi insoddisfatto e inappagato, preso dal desiderio di appagare altri piaceri. Teoria del piacere e felicità: un legame indissolubile Lo scopo primario della vita dell’uomo è il piacere e quindi l’appagamento individuale. Come è scritto in un passo della “teoria del piacere”, – l’uomo non esisterebbe se non provasse questo desiderio – infatti, in riferimento a ciò, si determina uno degli aspetti principali del pensiero leopardiano, il piacere come sinonimo di felicità, raccolti in un legame indissolubile. Ogni individuo, grazie al desiderio, può sentirsi vivo, poiché una vita senza piacere non sarebbe vera esistenza; è dunque esso che rende gli uomini vivi e al contempo infelici. Un desiderio soddisfatto corrisponde ad un altro desiderio da […]

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Culturalmente

Superstizioni italiane: le origini e i significati

Le superstizioni italiane sono forse tra le più fantasiose al mondo ma hanno un loro perché. Alcune delle loro origini risalgono alla nobiltà dell’antica Roma, altre al popolo contadino del Dopoguerra. Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio. Così recitava Lino Banfi nell’omonimo film diretto da Sergio Martino. Tramandate di generazione in generazione le più forti superstizioni italiane sono arrivate fino ad oggi. C’è chi vi dà ascolto categoricamente e chi le schernisce senza pietà, chi le condanna come eresie e chi piuttosto si astiene con il classico “Non ci credo MA…”. Le superstizioni che raccontano l’anima del popolo italiano Secondo Cicerone i superstiziosi erano coloro che, attraverso preghiere, voti e sacrifici, si rivolgevano alle divinità per salvarsi. Queste credenze di natura irrazionale caratterizzano la vita dell’uomo da sempre, influendo sulla condotta delle persone in un modo o nell’altro. La credenza che gli eventi futuri siano correlati a una causa presente e la speranza che alcuni accorgimenti possano influenzare questi eventi porta le persone a credere in una superstizione piuttosto che arrendersi al caso. Nonostante queste credenze siano bandite e spesso schernite dalla cultura occidentale, la credenza in qualcosa di trascendente è alla portata di tutti i giorni. Che differenza c’è tra il portachiavi a forma di corno e l’oroscopo del post-telegiornale? La tradizione italiana è piena di scaramanzie, riti e simboli che raccontano l’anima del nostro paese tanto quanto una pagina di storia. Si pensi al gioco del lotto o al malocchio, la convinzione che il potere dello sguardo possa produrre effetti sulla persona osservata. E ancora alla credenza che dicendo qualcosa questa non si avvererà o all’abitudine di esprimere un desiderio quando si vede una stella cadente. Le 10 superstizioni italiane più diffuse Rompere uno specchio È una delle superstizioni più diffuse. Sette anni di sfortuna sono più che assicurati. Se lo specchio si crepa da solo il proprietario perderà un caro amico. Se lo specchio si trova rotto vicino il letto di qualcuno, questo potrebbe morire. Nessuna speranza quindi per lo specchio rotto. Pare che gli attori teatrali credano più degli altri in questa credenza; ancora oggi non si porta in scena uno specchio vero per paura che questo possa cadere e rompersi. Mai appoggiare il cappello sul letto! Non vorresti di certo attirare la cattiva sorte sulla casa in cui sei ospite. Un tempo questo gesto era compiuto dai medici o dai preti che, nell’urgenza di visitare i malati in punto di morte, appoggiavano il cappello ai piedi del letto. Ancora oggi questo gesto ricorda tristi eventi. A versare l’olio o il sale, porta male Quante volte capita di far cadere il sale sul tavolo? Un tempo il sale era un alimento preziosissimo e farne cadere i granelli equivaleva a perdere soldi. Ancora oggi quando cadono dei granelli di sale sul tavolo c’è chi cerca di scongiurare la maledizione facendosi il segno della croce o chi, più fantasioso, raccoglie i granelli e ne tira tre manciate alle sue spalle, facendo ricadere la sfortuna a chi invece pulirà il pavimento. E […]

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Il Brucaliffo: saggio ed istrionico personaggio di Lewis Carroll

Nato dalla penna di Lewis Carroll, scrittore britannico del XIX°, il Brucaliffo (o semplicemente Bruco) è un personaggio apparso per la prima volta nel 1862 in Alice’s Adventures Underground e nel 1865 in Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie. Il Bruco, il cui nome originale è The Caterpillar, viene sempre apostrofato nel romanzo come “Bruco Blu”. Tale è dunque la traduzione in italiano, anche se il nome che gli rende fama e particolarità è proprio “Brucaliffo”, così come promosso dagli adattatori Disney italiani nella versione cartone animato apparsa nel 1951. Un nome singolare per un personaggio altrettanto particolare ed istrionico. Se ci si sofferma sulla morfologia del termine è possibile notarne la composizione: Bruco e Califfo, quest’ultimo derivante dall’arabo khalīfah, recante il duplice significato di “successore” e “vicario, luogotenente”. Si tratta della massima carica religiosa islamica, come il Papa per il Cristianesimo. Pertanto la scelta non è probabilmente casuale, dal momento che una delle principali caratteristiche del Brucaliffo è la saggezza, e l’esotismo del termine ne completa forse l’identità morfologico-semantica. Il Brucaliffo: chi è «A large blue caterpillar, that was sitting on the top of a mushroom, with the arms folded, quietly smoking a long hookah» (Un grande bruco blu, seduto in cima ad un fungo, a braccia conserte, intento a fumare in silenzio un lungo narghilè). Così il Brucaliffo viene descritto da Carroll nel suo romanzo. Un Bruco blu, alto circa otto centimetri, che fuma un narghilè, seduto su un fungo. Di poche parole, schivo e suscettibile, ritenuto particolarmente fastidioso da Alice nel suo modo di esprimersi a “monosillabi”. L’intero romanzo si basa sul rapporto tra adulto e bambino. Ogni personaggio dunque incarna l’allegoria di una tipica caratteristica dell’adulto. Si pensi al Coniglio Bianco, rappresentante appunto l’adulto ossessionato dal tempo che trascorre inesorabile e dal ritardo. Che dire della Regina di Cuori, che impersonifica la rabbia insensata. Lo stesso Brucaliffo non è esente dal rappresentare una determinata allegoria dell’indole umana propria degli adulti: la saggezza, in quanto ha già imparato tutto dalla vita e pertanto anche insofferente alle domande di Alice/bambina, che invece ha ancora tanto da scoprire ed apprendere. Il Brucaliffo/adulto tuttavia non è l’individuo arrogante e indifferente che può sembrare: piuttosto che rispondere alle numerose domande di Alice, preferisce consegnarle gli strumenti per affrontare il mondo con le proprie forze, ma senza dirle come usarli, stando poi a lei trovare il modo giusto per crescere. Nella fattispecie del Paese delle Meraviglie, quello strumento è un “fungo magico”, che può consentire ad Alice di crescere o rimpicciolirsi in base alle situazioni da fronteggiare. Il modo in cui il Brucaliffo è descritto e dipinto lo rimanda alla sfera negativa delle droghe (fungo magico) e del fumo (narghilè). Ma è questa piuttosto una lettura scontata e semplicistica, che non tiene in dovuto conto la chiave interpretativa autentica e profonda: il Brucaliffo non è affatto un vecchio bruco fumatore di shisha e dispensatore di sostanze stupefacenti. Il Brucaliffo è piuttosto una specie di mentore, di guru, per la nostra […]

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Feticismo, tutto ciò che c’è da sapere

Quanto spesso si sente parlare di feticismo e quanti uomini in particolare si definiscono feticisti! È in realtà un concetto complesso, che affonda le radici nella psicologia di età infantile, così come nella letteratura e nelle tradizioni multietniche. Andiamo ad analizzarne le caratteristiche. Feticismo: cos’è Il feticismo è una delle forme più comuni e conosciute di perversione sessuale, consistente nello spostamento del desiderio sessuale dalla persona fisica a un suo sostituto; tale può essere identificato con una parte del corpo stesso, una qualità, un indumento, un’azione o qualsiasi altro oggetto inanimato. Sostanzialmente il feticista prova un’attrazione sessuale anomala, in quanto esula dai canoni della sessualità tradizionale, che presuppone i genitali come oggetti libidici fondamentali. Come tale, il feticismo rientra nell’ambito delle “parafilie”, quei disturbi caratterizzati da ricorrenti fantasie, impulsi e comportamenti sessuali, che creano disagio e/o implicano sofferenza o umiliazione. Altri esempi di parafilia sono infatti il sadismo e masochismo sessuale, la pedofilia e il voyeurismo (consistente nel raggiungimento dell’eccitazione sessuale osservando persone nude, che si spogliano o compiono atti sessuali). Particolare l’etimologia del termine, derivante dal portoghese fetiço (artificiale, sortilegio). In pratica, i mercanti di schiavi usavano questo termine per riferirsi agli indigeni africani che adoravano “feticci”, ossia oggetti di culto venerati dalle popolazioni locali. Studi e ricerche condotti dallo psichiatra Robert Stoller dimostrano come il feticismo sia largamente prevalente negli uomini rispetto alle donne, in quanto molto più propensi ad associare una certa carica erotica a una determinata zona fisica femminile o a indumenti particolari, come l’intimo fatto di pizzo, cuoio e bustini. Feticismo: manifestazioni e categorie Lo psicologo e ipnotista francese Alfred Binet suggerì due forme in cui il feticismo può manifestarsi: come “amore spirituale” o “amore plastico”. La prima categoria concerne la devozione per specifici fenomeni mentali e comportamentali, tra cui il gioco dei ruoli. La seconda categoria concerne invece la devozione verso oggetti materiali, come appunto parti del corpo o oggetti inanimati. Tra i due concetti, quello dell’amore plastico è il più tipico: per alcuni feticisti, vedere, sentire, annusare, inghiottire o palpare l’oggetto d’attrazione genera libido ed eccitazione almeno quanto il coito ordinario. In relazione al modo in cui il feticismo si manifesta è possibile designare tre categorie di feticisti. I feticisti oggettivi, per i quali il feticcio inanimato (ad esempio un perizoma o calze) simboleggia una persona inaccessibile. I feticisti somatici, per i quali è una parte del corpo (ad esempio i piedi o le natiche) a simboleggiare una persona desiderata e irraggiungibile. Infine, i feticisti astratti, per i quali l’attrazione sessuale è innescata da una caratteristica fisica, implicante inferiorità o debolezza, atta a soddisfare le loro fantasie narcisiste di superiorità. Tutte le tipologie di feticisti possono inoltre agire secondo tre diverse modalità: quella attiva, in cui il feticcio viene attivamente usato dal feticista; quella passiva, in cui è un’altra persona ad usare il feticcio sul feticista; infine la modalità contemplativa, attraverso cui il feticista si limita a trarre piacere dalla pura contemplazione del feticcio. Un ruolo importante nelle dinamiche feticistiche gioca il canale […]

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