Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La Tag: riflessioni culturali contiene 190 articoli

Culturalmente

Storia del teatro greco, la società è di scena

La storia del teatro greco va di pari passo con quella della polis di Atene, dove assume il ruolo di palestra della democrazia. Il teatro rappresenta una delle tante eredità donateci dalla civiltà greca. Un luogo e un’occasione di crescita civile e culturale, volta a formare il cittadino come individuo attivo della vita della polis di Atene e alla cui storia è strettamente legato. Storia del teatro greco, le origini Il periodo d’oro del teatro greco va collocato nel V secolo a.c., in quella che nei libri di storia è nota come “età classica”. Sotto il comando del generale Pericle Atene visse un boom economico e sociale, con la città che divenne un porto felice per la nascita delle istituzioni democratiche e una calamita culturale che attirò a sé poeti, artisti, filosofi e intellettuali. In realtà la storia del teatro greco ha inizio un secolo prima, nel VI a.c., quando il tragediografo Tepsi, figura a metà strada tra storia e leggenda, allestì con il suo “carro di Tepsi” (la prima compagnia itinerante dell’antichità) il suo primo spettacolo durante la sessantunesima Olimpiade (535 – 532 a.c.). Stando a quanto si legge nella Suda, un’enciclopedia bizantina risalente al X secolo, in quell’occasione Tepsi avrebbe introdotto il prologo, la maschera, il primo attore e altri elementi che avrebbero distinto la rappresentazione teatrale da ciò che era stato fino a quel momento: un insieme di canti corali che erano il culmine delle processioni in onore di Dioniso e scritti in ditirambo, un verso irregolare che dava l’idea dell’ebrezza provocata dal vino (elemento associato a Dioniso). La nascita dei teatri Nel V secolo il teatro venne  istituzionalizzato con la costruzione di strutture dette, per l’appunto, teatri (da theatron, “luogo in cui si osserva”). Il più importante è il Teatro di Dioniso, situato nell’Acropoli di Atene. L’edificio era costituito dall’orchestra, un palco dove si trovavano gli attori e il coro. Alle loro spalle si ergeva la skené, una costruzione in pannelli di legno dove veniva dipinta l’ambientazione dell’opera. In cima dovevano esserci una pedana rialzata detta theologeion, utile per rappresentare l’apparizione degli dèi e una gru, la mechanè, che serviva a sollevare l’attore da terra per farlo volare. Dall’orchestra si stagliava la cavea, una struttura circolare costituita da scalinate ricavate dalla roccia dove venivano posti sedili in legno e a cui gli spettatori accedevano attraversando due corridoi situati lungo l’orchestra. Infine vi era l’ekkyklema, una piattaforma con delle ruote che veniva azionata per scoprire l’interno dell’edificio scenico. Il teatro, una scuola di civiltà aperta a tutti Ma come viveva l’esperienza del teatro un cittadino ateniese? Di sicuro in modo differente da come lo viviamo noi. Se al giorno d’oggi lo spettacolo teatrale equivale a una semplice occasione di svago, nell’Atene del V secolo un pensiero del genere era inconcepibile e sicuramente provocherebbe un coccolone a qualche redivivo cittadino ateniese. Il teatro era un rito civile e religioso, un evento collettivo che riuniva persone differenti per classe sociale nel segno del coinvolgimento emotivo per le vicende narrate. […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Il sapore di un’estate che sbiadisce

Il sapore di un’estate che sbiadisce Settembre. La bella stagione annuncia la sua eclissi. Le calde sere d’estate cedono il posto al primo fresco, che si deposita sulla pelle sotto forma di brividi. Ma si tratta non di brividi d’eccitazione, bensì di silenziosa nostalgia, quale richiamo alla spensieratezza e alla “joie de vivre”. L’odore di pioggia e di pini umidi riempie i polmoni, mentre il profumo di iodio comincia a impallidire, insieme al mare increspato dalle prime tempeste. Persino la sabbia, prima così arroventata, diviene una sorta di freddo deserto, con piccole dune formate dal vento, che soffia ad annunciare il tiepido e incostante autunno. Cosa resta di una comitiva intorno al fuoco, che ride e intona a squarciagola Certe notti di Ligabue o Sapore di sale di Gino Paoli? Cosa resta di quei falò e di una chitarra che malinconica lascia risuonare Tears and Rain di James Blunt? Cosa resta delle notti bianche e giovani tra spiaggia e beach bar, a ballare come se non restasse altro da fare, come se fosse l’esperienza più intensa, come se non ci fosse un domani? Cosa resta delle passeggiate lungo il bagnasciuga, mentre il sole cocente dona alla pelle quella pigmentazione dorata, che pone in risalto il luccichio degli occhi che brillano speranzosi e felici sotto il firmamento di un cielo a ferragosto? Cosa resta di un bagno a mezzanotte e dell’inebriante desiderio di far l’amore sotto le stelle, avvolti dal chiaro di luna, che dipinge d’argento il mare melodico che culla cuori e corpi? Cosa resta degli acquazzoni improvvisi, che annunciano lo splendore di un arcobaleno? Cosa dei baci sotto la pioggia, che succhiano l’anima e alitano libido sulla pelle? Cosa resta dei piedi scalzi che improvvisano coreografie, delle ore piccole e dei drink ghiacciati? Cosa del beato ozio e della voglia di abbandonarsi alla musica che risuona negli auricolari? Traccia dopo traccia, vita dopo vita, sorriso dopo pianto, desiderio dopo apatia. Cosa resta dunque dell’estate e della sua allegria, delle giornate senza pensieri a dondolare su un’amaca e senza preoccupazioni, dell’audacia e della bellezza? Cosa resta della poesia dei tramonti, della magia di un amore appena sbocciato? Della carne, dei battiti sotto pelle, della fame di desiderio e sete di libertà? Resta il sogno imbevuto di realtà. Resta la vita da afferrare e tenere stretta. Resta il dovere di viverla questa vita, fino in fondo, perché la sopravvivenza è dei vili, perché vivere davvero richiede coraggio, qualche rischio in più, cambio pelle e battiti nella testa, più che pensieri nel cuore. L’estate che se ne va lascia addosso un senso di irrisolto, la sensazione di non aver concluso. Perché c’è ancora tanto da divorare, da mordere e addentare. C’è tanto da difendere e proteggere. C’è il tutto che si nasconde nelle pieghe del niente, quando la pigrizia inventa scuse, quando l’abitudine uccide la rivoluzione. Il sapore di un’estate che sbiadisce, ma che resta dentro di noi L’estate che si allontana lascia negli occhi la luce sbiadita di memorie e flashback, […]

... continua la lettura
Culturalmente

Narciso e Boccadoro a novant’anni dalla pubblicazione

A rileggere oggi le righe di Narciso e Boccadoro, a esattamente novant’anni dalla sua pubblicazione, ci si sorprende dell’universalità di determinati messaggi, pur proveninenti da tempi e circostanze a noi ben distanti. Hermann Hesse scrisse il suo capolavoro nella Germania degli anni ’30, in un periodo di incredibile fervenza socio-politica e culturale, nel contesto della neonata Repubblica di Weimar. Mentre si profilava l’ascesa del partito nazionalsocialista hitleriano, Hesse si dedicava anima e corpo al suo lavoro di scrittore, certo com’era che un artista dovesse rimanere esclusivamente devoto alla propria arte, senza lasciarsi influenzare da ideologie politiche. Eppure, forse per questo stesso amore per la propria opera, Hesse finì come molti altri nelle liste di proscrizione, poichè rifiutò fermamente di censurare riferimenti ai pogrom proprio in Narciso e Boccadoro. Ad ogni modo, l’opera di Hesse sa effettivamente poco del drammatico contesto di cui è figlia e si nutre invece dei più grandi interessi dello scrittore, tra misticismo ed esistenzialismo, filosofia e religione. Si è catapultati nell’imperante Medioevo cristiano, nel convento tedesco della fittizia Mariabronn, colmato pur nella sua maestosità dai soli intensissimi discorsi tra due giovani tra loro tanto simili e diversi. Narciso è un uomo brillante, dalla cultura vastissima e dalla spiccata empatia, che ha sentitamente dedicato la vita alla meditazione e all’ascesi. Presto è colpito dal giovane Boccadoro, irrequieto e tormentato, al contrario spinto alla vita monastica dal padre. Narciso comprende bene che lo spirito del compagno non trova spazio nelle mura dell’edificio, così lo esorta a partire in cerca di sé nel mondo. Boccadoro così andrà via dal convento, conoscerà la vita e la morte, scoprirà il piacere di incontrare una donna, accarezzarle i fianchi e sfiorarne le labbra, come anche saprà del male di cui sono capaci gli uomini. Apprenderà i segreti della scultura e si sorprenderà di quanto non gli riesca male e di quanto sia semplice educare la propria mano a seguire gli impulsi del cuore. Eppure in tanta pienezza Boccadoro si sentirà paradossalmente vuoto, vuoto proprio perché pieno. Perché in tanta frenesia di fare, il tutto si traduceva in un mero accumulo di esperienza, sterile materia sedimentata nella propria memoria, da cui non riusciva a trarre soddisfazione né a sentirsi realmente ispirato e migliorato, quasi non riuscisse a scorgere più se stesso. Narciso e Boccadoro oggi Non siamo noi forse un po’ come l’inquieto Boccadoro? La gran parte dei giovani del mondo occidentale affoga letteralmente in un mare di opportunità, piena della facoltà di coglierne il massimo e forte di strumenti dalle potenzialità sconfinate. Certo c’è da tenere in conto lo spirito più o meno curioso del singolo, ma in ogni caso per chi si rende conto della grandiosità di quel che gli sta attorno, si pone il problema di come coglierla, dando al tutto un senso. Poter dire di leggere libri su libri o conoscere in maniera impeccabile la filmografia di quel determinato regista poco conta nel momento in cui del tutto resta un ricordo e nient’altro. Come fare del ricordo un seme […]

... continua la lettura
Culturalmente

Tito, il sisma dell’Ottanta – Intervista a Pasquale Giosa

Torniamo a parlare di quel terribile sisma che colpì Irpinia e Basilicata quarant’anni fa, il 23 novembre del 1980, e in particolare della fase di ricostruzione; oggi daremo la parola a Pasquale Giosa, cittadino lucano del comune di Tito (PZ). Generalmente, per quanto riguarda la fase preliminare della ricostruzione, si previdero 14.000 alloggi provvisori e l’utilizzazione di containers. Col decreto legge n. 75 del 1981, poi convertito nella legge n. 219 del 1981, vennero stanziati 550 miliardi di lire per l’acquisto e la realizzazione delle dimore. L’edilizia industrializzata avrebbe dovuto far parte della fase di ricostruzione vera e propria e non si prevedevano problemi di urbanizzazione pesante. Questi erano i programmi iniziali, ma poi si fece ricorso alla prefabbricazione pesante, con conseguente aggravamento della spesa rispetto all’edilizia tradizionale e difficoltà per gli abitanti per i difetti strutturali. I protagonisti della ricostruzione furono – ai sensi della legge n. 219 del 1981 – i comuni, che avrebbero dovuto essere indirizzati, coordinati e controllati dalle regioni, oltre che dal governo centrale. All’edilizia abitativa furono destinati quasi 14000 miliardi e numerosi proprietari di alloggi avanzarono richieste di contributo senza che il sisma avesse causato loro alcun danno effettivo, mentre i tecnici progettisti spesso rilasciarono perizie giurate attestanti il falso e fecero incetta di lavori non eseguibili nei tempi preventivati. A molte imprese di costruzione furono addebitate l’utilizzazione di ditte appaltatrici e di fornitori fuori dalle corrette regole del mercato e violazioni delle norme a tutela dei lavoratori. Per quanto riguarda il collaudo delle opere ci fu un’insufficiente opera di controllo e scarsa qualificazione professionale da parte di tecnici. Oltre proprio ai tecnici, ai progettisti e alle imprese di costruzione, trassero vantaggio dall’andamento dell’opera di ricostruzione anche i proprietari d’immobili e gli istituti di credito. Alcune filiali di banche nazionali e locali furono favorite dalla legge n. 219 del 1981 e da due leggi successive (n. 187 e n. 898 del 1982) che consentivano ai cittadini di avvalersi di banche di fiducia per la gestione dei contributi, prevedendo il ricorso ad anticipazioni. Le banche trassero un beneficio dai ritardi della ricostruzione e utilizzarono le risorse ottenute estendendo il proprio ambito di attività con l’acquisizione, ad esempio, di partecipazioni nelle stesse imprese impegnate nella ricostruzione. La responsabilità di questi fenomeni ed eventi è ravvisata nello stesso governo e nelle regioni. Il sisma dell’Ottanta, il caso di Tito Intervista a Pasquale Giosa; (82 anni – pensionato) a. 2015 (Si sono lasciati il più possibile invariati i modi di esprimersi e il “linguaggio” parlato usato dagli intervistati) Cosa serba la sua memoria del drammatico 23 novembre 1980? Erano le 19.34 e mi trovavo a casa mia con mia moglie e mia figlia. Tremò e noi provammo tanta paura. Ci riparammo sotto l’arco della porta, mia figlia voleva scappare, ma io non glielo permisi perché le pietre cadevano come la pioggia. Non sapevo dove fossero gli altri miei due figli in quel momento e questo mi preoccupava maggiormente. Abbiamo vissuto la nottata all’aperto. Ricordo che dopo qualche settimana […]

... continua la lettura
Culturalmente

Lucifero (secondo Dante): tra paura e solennità

La letteratura, nel corso dei secoli, ha fornito le più svariate raffigurazioni del diavolo: con il Lucifero (secondo Dante), assistiamo, come ha detto ironicamente il filosofo Emil Cioran, alla «maggiore riabilitazione del Diavolo che un cristiano abbia intrapreso». Vexilla regis prodeunt inferni Il canto XXXIV dell’Inferno inizia con l’unica frase tutta in latino della cantica: significa “si avvicinano le insegne del re dell’inferno” ed è una citazione del celebre inno di Venanzio Fortunato, dove al posto delle insegne della vera croce, per le quali fu composto entrando poi nella liturgia della Settimana Santa, Dante aggiunge “inferni”, per introdurre la visione di Lucifero. Data la complessa stratificazione plurilinguistica della Commedia, possiamo dedurre, azzardando, che l’uso del latino servisse a conferire solennità al personaggio, ipotesi suffragata dal fatto che la citazione riprendesse un inno religioso. Ci ritroviamo così, da subito, in un clima di orrore religioso e di magnificenza. Secondo una tradizione medievale di esegesi biblica, Lucifero era uno dei Serafini, l’angelo più bello e luminoso del Creato (il nome latino vuol proprio dire “portatore di luce”, in quanto derivante da lucifer, composto di lux –luce- e ferre –portare-). Egli aspirava orgogliosamente ad essere al pari di Dio e per tale peccato di superbia, primo di tutti i tradimenti, fu scagliato a testa in giù dal Cielo verso la Terra: essa, spaventata, inorridita, si ritrasse da lui, dando origine alla voragine infernale nell’emisfero nord, e alla montagna del Purgatorio in quello sud. Lucifero (secondo Dante): la descrizione del canto XXXIV dell’Inferno Lucifero (secondo Dante), imperador del doloroso regno (espressione chiaramente opposta all’imperador che là sù regna, con cui il Sommo Poeta si riferisce a Dio nel primo canto della Commedia), è gigantesco: le sue dimensioni gli conferiscono sì una natura esclusivamente materiale, priva di qualsiasi spiritualità (e infatti a Dante appare, in lontananza, come una macchina, simile a un mulino a vento), ma anche una sua grandiosità. Dante lo descrive direttamente nel canto XXXIV dell’Inferno, come un’enorme e orrida creatura, pelosa, dotata di tre facce su una sola testa e tre paia d’ali di pipistrello. Lucifero è confitto dalla cintola in giù nel ghiaccio del Cocito, nel fondo dell’Inferno, punto più lontano da Dio, ed emerge solo il suo lato superiore; in ognuna delle tre bocche maciulla un peccatore. Sono i peccatori supremi, traditori delle due istituzioni che, se funzionanti, avrebbero assicurato, secondo Dante, la felicità umana, ovvero l’Impero e la Chiesa: le bocche laterali maciullano i corpi di Bruto e Cassio, traditori e uccisori di Cesare, mentre la bocca centrale maciulla il traditore direttamente responsabile dell’arresto e della morte in croce di Cristo, Giuda Iscariota. Le tre teste sono di diverso colore: quella al centro è vermiglia (rossa), quella a destra è tra il bianco e il giallo, quella a sinistra è simile al colore della pelle degli Etiopi (nera). I tre colori sono stati variamente interpretati, così come le tre facce, ma nessuna ipotesi è pienamente convincente. Il rosso rappresenterebbe la violenza sanguinaria, ma anche il sangue versato di Cristo e la vergogna. Il nero rappresenterebbe la paura e il buio che ottenebra la coscienza. Il giallo rimanderebbe all’invidia. Il mostro sbatte le ali, producendo un vento freddo che […]

... continua la lettura
Culturalmente

Poesie da leggere in estate: un mare di parole

In estate aumenta il tempo libero a disposizione e gli appassionati lettori ne approfittano per leggere qualcosa in più, immergendosi in dimensioni letterarie fatte di poesie e romanzi. I versi che caratterizzano una poesia, posizionati uno dopo l’altro, rappresentano l’identità perfetta della lettura senza eccessi. È pur vero che il genere poetico non piace a tutti: c’è infatti tra i lettori chi lo ritiene troppo essenziale e poco coinvolgente e altri ancora dichiarano di aver difficoltà a comprendere i versi. Per gli amanti delle poesie, invece, con l’arrivo della “bella stagione” si apre un mondo. Poesie da leggere in estate: il vasto patrimonio poetico italiano Per quanto concerne la letteratura italiana, Giovanni Pascoli decantò la bellezza e la suggestione estiva con una breve poesia, osservando fuori dalla propria finestra gli elementi naturali e caratterizzanti della bella stagione, quasi essenziali nella loro delicatezza immensa. Il componimento in questione si intitola “La Rosa delle siepi” e rimanda ad un verso prettamente estivo, ricco di parole semplici ma coinvolgenti dalle quali lasciarsi rinfrescare, immaginando nella propria mente lo scenario descritto. Proprio il paesaggio citato, con la presenza di una finestra ed una bicicletta, richiama un’immagine estiva, con la calura che imperversa e la lettura a dare nuova linfa ed energia vitale. Sempre nell’ambito della letteratura italiana, ricchissima di autori e poeti, anche il grande Salvatore Quasimodo dedicò una propria menzione all’estate in una poesia omonima, attraverso il richiamo ad un animale caratteristico della stagione: le cicale. In essa, il celebre poeta italiano affermò di nascondersi con le cicale per osservare le stelle, all’ombra di un pioppo che quasi ostruiva tutta la visuale. Naturalmente le due poesie citate sono testi brevi, che potrebbero andar bene e dunque piacere a chi si approccia per la prima volta al genere poetico. Gli appassionati lettori disporranno sicuramente di una propria raccolta di poesie preferite, indipendentemente dalla lunghezza delle stesse. Una cosa è certa: serve ispirazione per scrivere poesie e gli autori del passato ne hanno dato grande prova, con capolavori ancora oggi apprezzatissimi e, soprattutto, oggetti di studio tra i banchi di scuola, come segno rappresentativo di un Paese ricco di storia e cultura. Tuttavia, anche per leggere, soprattutto poesie, occorre una forte sensibilità o inclinazione che dir si voglia; prediligere questo genere non è da tutti e non tutti ne trovano giovamento. A tal proposito, come non ricordare Gabriele D’Annunzio che nel 1903 pubblicò i primi tre libri, intitolati Maia, Elettra e Alcyone, delle Laudi del cielo della terra del mare e degli eroi. Una catarsi attraverso le bellezze della natura, le sinfonie sprigionate dagli elementi che contraddistinguono l’ambiente, in cui s’intrecciano i versi delle cicale e degli uccelli ed i suoni di alberi, fiori, cespugli, che risuonano sotto alla pioggia. Un perfetto simbolismo accompagna il lettore, in una sorta di antropormorfizzazione della natura. La natura è amata soprattutto d’estate, quindi citare la forte intensità della poesia di D’Annunzio era quasi necessario in una sfera che rimanda alla bella stagione. Dalla natura si trae beneficio, così […]

... continua la lettura
Culturalmente

I Naturalisti francesi: chi sono e cosa hanno scritto

I Naturalisti francesi: chi sono e per cosa vengono ricordati Intorno agli anni Settanta dell’Ottocento la narrativa francese scopre un modo di raccontare la realtà del tutto innovativo, frutto dello stile imparziale, distaccato e obiettivo di Gustave Flaubert e dell’influsso prodotto dalla visione positivista della realtà sulle scienze sociali: il Naturalismo. Dalla visione scientista tipica del Positivismo gli scrittori naturalisti francesi ripresero, in particolare, due concetti fondamentali: anzitutto, l’idea che «La società è un organismo» vivente – come asserisce Herbert Spencer nei Principi di Sociologia – e perciò analizzabile mediante un meccanismo sperimentale simile a quello delle scienze; poi, la convinzione che l’uomo sia determinato, tanto nel comportamento quanto nella psicologia, da fattori oggettivi di tipo sociale, ambientale e persino etnico. Fra i primi ad essere influenzati dalle concezioni naturaliste ci furono i fratelli de Goncourt, il cui romanzo Germinie Lacerteux fece molto scalpore tanto per la storia scabrosa (narra di una donna di servizio che vive una doppia vita: da un lato, è presa da una “devozione animale” verso la sua padrona; dall’altro diviene succube di un uomo di cui è innamorata, scivolando così verso il vizio e la morte) quanto per il taglio documentaristico, volto a rappresentare la realtà circostante. Nella Prefazione – che molti critici considerano come un manifesto anticipatore del Naturalismo – Jules ed Edmond de Goncourt chiedono scusa ai lettori, che in genere amano «i romanzi falsi […] che danno l’illusione di essere introdotti nel gran mondo; […] le operette maliziose, le memorie di fanciulle, le confessioni d’alcova, le sudicerie erotiche, lo scandalo racchiuso in un’illustrazione nelle vetrine di librai». Al contrario di questi, Germinie Lacerteux vuole essere «un romanzo vero», che «viene dalla strada»; ma soprattutto, «severo e puro» nella narrazione, mediante il punto di vista e il metodo dello scienziato, che studia gli aspetti più degradanti della realtà sociale come dei veri e propri casi clinici. Soltanto più tardi, comunque, i caratteri del Naturalismo vennero fissati. A farlo fu Émile Zola – che ne è perciò considerato il caposcuola – all’interno del saggio Il romanzo sperimentale. Per lo scrittore francese, il romanzo deve essere un vero e proprio studio scientifico: è compito del romanziere operare similmente allo scienziato, individuando cioè le regole che determinano i diversi comportamenti sociali. Sempre come gli scienziati, gli autori naturalisti devono astenersi da qualsiasi giudizio sulla realtà circostante – seppur questa si presenti spesso come spietata ed ingiusta – adottando perciò uno stile assolutamente impersonale ed oggettivo. Fare letteratura diventa così un vero e proprio impegno sociale, che consiste nel denunciare che la decadenza dei singoli e la miseria umana non è un fatto strettamente naturale, ma determinato dal milieu, cioè dall’ambiente in cui si vive. Inoltre, se è vero che il Naturalismo si fonda sull’idea positivista dell’ereditarietà delle tare – siano esse morali, fisiche e psicologiche – e dunque, da qui, la tendenza famigliare alla delinquenza, alla violenza e all’alcolismo, è altrettanto vero che, con la sola eccezione del “pessimista” Guy de Maupassant, tutti gli altri mostrano fiducia […]

... continua la lettura
Culturalmente

Kintsugi: l’arte giapponese della riparazione

Kintsugi: l’arte giapponese della riparazione con l’oro che abbraccia le crepe della ceramica Il kintsugi o kintsukuroi è un’espressione giapponese che letteralmente significa “riparare con l’oro (kin)”: questo, che può impegnare gli artigiani anche per mesi, consiste nell’uso dell’oro o di una specifica pittura a base di polvere d’oro per riempire le crepe createsi nella rottura di un oggetto in ceramica, poi fatto essiccare. Il collante usato è la lacca urushi, ricavata dalla pianta Rhus  verniciflua, nota già nel periodo Jomon circa 5.000 anni fa per la fabbricazione di armi per la caccia. Questa tecnica sembra non solo favorire il riutilizzo di quell’oggetto, ora riparato e impreziosito dal costoso materiale, ma anche costituire la base di una riflessione e di una simbologia che oltrepassano il semplice ‘bricolage’. «C’è una crepa in ogni cosa, è così che entra la luce». (L. Cohen, Anthem 1992) Ogni ciotola, vaso, brocca, piatto di ceramica si riveste ora di tantissime, casuali e irregolari venature di luce dorata che attraversano l’oggetto, lo abbracciano, rendendolo unico per la diversità con cui ciascuno si crepa. Ogni fessura simboleggia una caduta, il penetrare di un sospetto, una difficoltà, un sentimento rotto dal dubbio, un pensiero doloroso, una lacrima. Eppure da ogni ferita dell’anima, in ogni imperfezione, può nascere la perfezione dell’essere umano, con le sue fragilità e con i suoi (inaccettati) limiti. L’arte del kintsugi diviene simbolo di resilienza. Secondo la tradizione, questa tecnica sarebbe nata nel XV secolo quando lo shogun di Ashikaga, Ashikaga Yoshimasa, avendo rotto la propria tazza da tè preferita, avrebbe inviato in Cina l’oggetto che con il metallo proposto come collante, avrebbe assunto un aspetto davvero poco elegante. Per questo motivo, Ashikaga Yoshimasa ne affidò la riparazione ad alcuni ceramisti giapponesi che la restituirono al facoltoso proprietario con le crepe riempite di oro. Sia la leggenda che la metafora sottese al kintsugi offrono un importante spunto di riflessione: non si devono rinnegare i propri fallimenti e le proprie sconfitte, ma provare a rielaborarle in positivo, mettendone in evidenza gli insegnamenti e riconoscendone le cause. Nel tentativo di recuperare quanto “si è rotto”, i risultati possono apparire imprecisi, esteticamente poco apprezzabili e da rigettare, ma sono proprio quelle anime rotte, ferite e spesso medicate in modo apparentemente poco rigoroso, a fare delle tazze sbeccate, le più preziose del servizio da tè. «Proprio come un oggetto rotto viene aggiustato con cura attraverso la pratica del kintsugi, anche voi meritate di essere ricostruiti con l’oro. Scegliendo di aggiustare cosa è danneggiato, non solo ne riconosciamo il valore, ma sviluppiamo un attaccamento ancora più forte nei suoi confronti. Decidendo di riprendere in mano la nostra vita nonostante i dolori che ci hanno spezzati significa farci un dono immenso: l’autostima». Céline Santini, autrice del libro Kintsugi, ed. Rizzoli Nella tecnica del kintsugi sono fondamentali alcune tappe, le stesse che ciascuno deve seguire così da superare la propria rottura e rinascere come oggetto nuovo, e prezioso. Superata la fase della rottura (dunque anche interiore dopo una sconfitta o un insuccesso), bisogna raccogliere (letteralmente) tutti i […]

... continua la lettura
Culturalmente

Gli azulejos e l’anima del Portogallo

Gli azulejos: piccole piastrelle di colore bianco e azzurro, simbolo del Portogallo L’azulejo è una piastrella in ceramica tipicamente portoghese con la superficie smaltata dipinta nei colori bianco e azzurro (anche se può essere anche colorata in rosso, giallo e verde). Il termine “azulejo” deriva dall’arabo az-zulaiŷ (zellij) che indica una pietra levigata. Tradizionalmente è di forma quadrata (il lato misura circa 12 cm), ma può assumere anche diverse altre forme, soprattutto sulle facciate degli edifici portoghesi e in particolare di Lisbona. Gli antenati degli azulejos possono essere considerati gli alicatados spagnoli, anch’essi introdotti nella penisola iberica dagli Arabi. Infatti già dal XIII secolo, soprattutto nel sud della Spagna, si producevano piastrelle smaltate policrome, gli alicatados appunto, grazie alla lavorazione influenzata dalla particolare tecnica introdotta dai vasai musulmani. La manifattura di queste piastrelle, costosa e difficilmente realizzabile, richiedeva e ancora oggi richiede molto tempo agli artigiani locali che ne realizza(va)no solo per le facciate di sontuosi edifici (come il Palacio Nacional de Sintra), insieme a pannelli in locali interni: le forme sono geometriche, rettangolari, quadrate o a stella con motivi floreali e perfino “a punta di diamante” (a Lisbona sono al n. 88 di Rua de São João da Praça). Usando una sorta di stampo in ottone e in ferro, i ceramisti portoghesi riuscirono a realizzare molti più elementi decorativi e in minor tempo, rendendo la produzione degli azulejos più ampia e diffondendo presto tutti i segreti dell’antica lavorazione araba intorno al XV secolo. Nella tecnica a cuerda seca, dopo aver “ritagliato” anche lastre di argilla fresca a forma quadrangolare, i ceramisti imprimevano il disegno, sulla piastrella di prima cottura, con una estampilha (carta bucherellata) sopra la quale spolveravano il pigmento scuro. Ottenuta una linea di punti vicini, rifinivano i motivi decorativi sulla superficie delle stesse con un pennello con tinta nera mista a olio di lino (o grasso), così da evitare che nell’esecuzione e nella prima cottura della piastrella si mischiassero i colori. Per ovviare al doppio lavoro che preservava il disegno nella prima cottura, gli artigiani idearono una sorta di sagoma in legno che ne contornava il disegno ma che rilasciava alcuni “segni” sulla piastrella detti solchi (tecnica a cuerda seca con solchi o cuenca). Tra il XV e il XVI, accanto ai disegni geometrici, compaiono anche i primi disegni zoomorfi e floreali di ispirazione rinascimentale, italiana e connessa ai motivi rinvenibili sulle maioliche diffuse nel Mediterraneo. Oggi la lavorazione risente molto dell’influenza della lavorazione della maiolica italiana ed è possibile ripercorrere la storia della lavorazione e della scelta dei motivi decorativi più ricorrenti, visitando ad esempio il Museu Nacional do Azulejo a Lisbona, sito in Rua Madre de Deus 4, un ex convento fondato nel 1509 in stile manuelino, sede di uno straordinario museo sui 500 anni di storia del noto azulejo. Dalla Grande Veduta attribuita a Gabriel de Barco al 2° piano del palazzo, dipinta su un grande pannello in azulejos che mostra la città prima del terremoto del 1755, ai pannelli in ceramica raffiguranti la vita di […]

... continua la lettura
Culturalmente

Ideale dell’ostrica: la visione della vita di Giovanni Verga

Ideale dell’ostrica: la visione verghiana della vita La prima formulazione dell’ideale dell’ostrica da parte di Giovanni Verga si ha in Fantasticheria, una delle novelle di Vita dei campi pubblicata per la prima volta sul “Fanfulla della domenica” il 24 agosto 1879. Fantasticheria è una specie di lunga lettera a una signora esperta del mondo, una dama d’alta società, con la quale l’autore narrava di aver passato quarantotto ore ad Aci Trezza, il villaggio di miseri pescatori divenuto teatro de I Malavoglia. «Insomma, l’ideale dell’ostrica! – direte voi – Proprio l’ideale dell’ostrica e noi non abbiamo altro motivo di trovarlo ridicolo che quello di non essere nati ostriche anche noi. Per altro il tenace attaccamento di quella povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere, mentre seminava principi di qua e duchesse di là, questa rassegnazione coraggiosa ad una vita di stenti, questa religione della famiglia, che si riverbera sul mestiere, sulla casa, e sui sassi che la circondano mi sembrano – forse pel quarto d’ora – cose seriissime e rispettabilissime anch’esse.» Così Giovanni Verga compiva, con Fantasticheria, il passo decisivo verso la narrazione della vita degli umili. Cominciava ad operare in lui tutto il fascino di una realtà diversa da quella che fino ad allora aveva influenzato le sue scelte poetiche: Verga non più narratore della vita galante, ma Verga narratore della povera gente, della sua terra d’origine, la Sicilia. Un germe che avvia alla stesura dei Malavoglia, ma anche il germe della pietà umanitaria “nei confronti delle tenaci affezioni dei deboli, nell’istinto che hanno i piccoli di stringersi fra loro per resistere alle tempeste della vita” che nasce nello scrittore “galantuomo” del Sud. Ideale dell’ostrica: Verga tra idealizzazione e impossibilità del mondo arcaico Con l’ideale dell’ostrica Verga aveva fatto quello che, poco meno di un secolo dopo, farà anche Pasolini: riconoscere la sacralità di un popolo ancora incontaminato dalla artificiosità della vita cittadina e borghese: un popolo di umili sfuggito alla “fiumana del progresso”. I deboli (i miseri pescatori di Aci Trezza o i miseri contadini del mondo rurale), come ostriche, rimangono attaccati allo scoglio di valori (primo fra tutti la religione della famiglia e il lavoro), credenze e tradizioni nel tentativo di sopravvivere alla “lotta per l’esistenza” ancorati, rinchiusi e difesi in un’atmosfera idilliaca fatta di «pace serena» e «sentimenti miti, semplici, che si succedono calmi e inalterati di generazione in generazione». Ma la idealizzazione romantica del mondo idilliaco degli abitanti di Aci Trezza, un mondo arcaico rurale che diventa mitico, fatto di innocenza e ingenuità, incontra lo spietato pessimismo verghiano e si trasforma in nostalgia: prende il sopravvento la crudele consapevolezza della impossibilità di esistenza per quel mondo, destinato a subire anch’esso gli influssi della modernizzazione, scontrandosi con la storia e le sue forze disgregatrici. È proprio con I Malavoglia che assistiamo alla disgregazione di un mondo primordiale; è ne I Malavoglia che il coro meschino, ovvero la voce degli abitanti di Aci Trezza, demistifica e svaluta tutti i valori nobili e puri […]

... continua la lettura