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Eroica Fenice

La Tag: riflessioni culturali contiene 226 articoli

Culturalmente

Guerra e pace di Lev Tolstoj: la storia che si affianca alla realtà

Guerra e pace è un romanzo di Lev Tolstoj, scritto tra il 1863 e il 1869, considerato da molti il più grande romanzo storico dell’Ottocento. Lev Tolstoj è uno dei più grandi autori di tutti i tempi, sicuramente tra i più celebri scrittori russi. L’autore, sul quale ancora oggi si dibatte, provò a convincere nelle ultime pagine di Guerra e Pace, uno dei suoi capolavori, che i cosiddetti “grandi uomini, in realtà non contano niente”. Guerra e pace: un romanzo che oltrepassò i confini Lev Tolstoj iniziò a scrivere il suo romanzo molto presto, a trentacinque anni. La personalità, già perfettamente delineata, e quell’ideologia che ammaliò i lettori dell’illustre romanzo, nascono dalla capacità dello scrittore di infondere nel proprio romanzo una forte maturità, accostata ad una altrettanto forte capacità d’introspezione psicologica. Guerra e Pace s’inserisce in un contesto storico importantissimo, tant’è che l’opera diventò una vera e propria epopea caratterizzata da due concetti chiave (utili a comprendere meglio il fitto tessuto narrativo del romanzo). Uno degli aspetti primari, notevolmente importante, è basato sulla convinzione che “La storia non è fatta dai grandi condottieri (tra i quali Napoleone, descritto con parole non propriamente floride) ma da gruppi di individui, ossia il popolo, ma anche i ricchi, i nobili, gli umili, i generosi, i sognatori“. Le prime edizioni di Guerra e pace, furono pubblicate a partire dal 1865, sulla rivista Il Messaggero russo, ma due anni dopo, l’opera, immensa in bellezza e testo, aveva già rotto gli argini, oltrepassando i confini letterari, diventando qualcosa di grande ed ambizioso. Sicuramente con Guerra e Pace si delinea la grandezza di Lev Tolstoj, che si contrappone per certi versi alla grandezza ideologica che lo caratterizzava, sulla quale ancora oggi gli storici si soffermano. L’intento dello scrittore russo apparve subito chiaro: sconfessare l’ideologia romantica della guerra, stravolgendo le gerarchie ideali esistenti, fornendo una versione caricaturata dei personaggi. Napoleone Bonaparte: secondo Tolstoj un condottiero vanitoso e stratega Tra i vari personaggi storici presenti nell’opera, grande rilievo (non propriamente in chiave positiva) fu data a Napoleone Bonaparte, colpevole di credere d’essere l’artefice del proprio destino, descritto come un bambino che sopra ad una carrozza si crede il conducente. Ricordiamo che il condottiero venne ritratto sul campo di battaglia di Borodino, in Russia. In quell’occasione, nonostante la vittoria, l’esercito francese subì gravissime perdite. Nel romanzo, ogni aspetto di relativo a Napoleone Bonaparte, è annotato da commenti di vari autori: tra questi Nikolaevich che sottolineò il contrasto tra la nullità dell’imperatore e la sua autostima sopravvalutata. All’interno del romanzo, si configura l’immagine del popolo russo, ben distinto dalle personalità storiche, che si muove all’unisono, senza pianificazione, strategie, con una visione funzionale che gli consente di trasformare la guerra in un evento glorioso. Il popolo russo e Napoleone Bonaparte, sono due aspetti rilevanti del romanzo, poiché permettono di distinguere tra personaggi storici e personaggi umani, ben delineati da Tolstoj. Il mondo storico permette di dare una configurazione storica alla trama, mentre il popolo sottolinea l’agire umano, la verità, senza artefatti, e dunque la morale. […]

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Culturalmente

Armocromia: cos’è e come ha influenzato la body positivity

È proprio vero che il nero sta bene a tutti e che ognuno dovrebbe tenere nel proprio armadio un capo salvavita di questo colore? Beh, secondo l’armocromia non è proprio così. Questa pratica non è altro che un’analisi sulle proprie caratteristiche fisiche: incarnato, occhi e capelli (selezionati nell’ordine di importanza). A cosa serve, però, quest’analisi? Il senso è quello di individuare una palette di colori che consenta di esaltare i punti di forza e celare i piccoli difetti che si desidera nascondere. La nascita dell’armocromia A dispetto di quanto si possa pensare, le analisi dei propri colori hanno radici abbastanza profonde. All’inizio del XX secolo, infatti, Johannes Itten, artista e insegnante alla Bauhaus School of Art in Germania, ha scritto un libro intitolato The Art of Color. Questo testo, incredibilmente all’avanguardia per le nozioni presenti all’epoca, ha segnato il profondo cambiamento nella teoria del colore fino ad allora dominante. La nuova teoria che Itten presentava prevedeva delle variabili da considerare durante l’analisi di un colore, quali: La temperatura: i colori possono essere caldi o freddi; Il valore: i colori possono essere molto intensi o avere una bassa intensità. Di cosa si tratta e come individuare la propria stagione cromatica Come già anticipato, dunque, l’analisi armocromatica è semplicemente una valutazione delle proprie caratteristiche al fine di inserirsi in una stagione cromatica. Le stagioni cromatiche sono identiche a quelle dell’anno: primavera, estate, autunno e inverno e a ognuna di queste corrisponde una sottocategoria: Le sottocategorie della primavera sono: Light (chiaro); Warm (caldo); Bright (brillante); Puro; Quelle dell’estate sono: Light (chiaro); Cool (freddo); Soft (tenue); Puro Quelle dell’autunno, invece: Deep (profondo); Warm (caldo); Soft (tenue); Puro Infine, quelle dell’inverno: Deep (profondo); Cool (freddo); Bright (brillante); Puro Ad ognuna di queste stagioni cromatiche è abbinata una palette di “colori amici”. Questa tavolozza ci permetterà di illuminare il nostro viso, esaltarne le qualità, minimizzarne i difetti e le imperfezioni. Come l’armocromia ha influenzato il concetto di body positivity Questo genere di analisi, per quanto frivola possa apparire al primo sguardo, poggia su solide basi di body positivity. L’armocromia, infatti, ha adottato come leitmotiv il concetto secondo cui nessun essere umano può essere considerato “brutto”. Uno straordinario modello di self love della quale, in Italia, si fa prima portavoce Rossella Migliaccio, consulente d’immagine nata all’ombra del Vesuvio. Questa pratica, infatti, è un mezzo d’inclusività. C’è un importante cambio di paradigma che dice alle persone: non è il corpo che deve adattarsi all’abito alla ricerca di un ideale astratto e, spesso, irraggiungibile, ma è l’opposto. In base al corpo sceglieremo l’abito giusto. Questi piccoli accorgimenti aiutano a fare in modo che gli altri ci vedano migliori, ma principalmente aiutano a migliorare consapevolezza e autostima. Fonte immagine: cloeshop.it

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Voli Pindarici

La libertà di essere: anticonformismo e nudità

La libertà di essere Così sovente ci si proclama tolleranti, aperti e disposti ad accogliere la verità. Ma tolleranti per chi? Per cosa? Aperti a chi? A cosa? Probabilmente si finge o si crede d’essere “giusti”, “superpartes”, addirittura empatici. Ma davvero si è in grado di comprendere ciò che c’è lì fuori, di fronte a sé o dentro sé? Ecco, piuttosto che ergersi a giudici o filosofi di chissà poi quale astrusa ed ermetica verità, non sarebbe più opportuno scendere dal piedistallo dell’onniscienza, per provare, guardare e sentire davvero, sulla propria pelle, con gli occhi e il cuore, ciò che si crede di sentire e conoscere? Piuttosto che proclamarsi tolleranti, non sarebbe forse più opportuno diffondere il desiderio di libertà d’essere, urlando a gran voce lo slogan: “anticonformismo e nudità”? Sì, perché c’è sete di libertà, lungi da pregiudizi e giudizi. Ma cos’è questa tanto osannata libertà, così tanto vagheggiata e bramata? Ebbene, la libertà è nudità. Significa spogliarsi del perbenismo, dell’eccessiva prudenza, dell’inibizione. La libertà è un volto, quel volto che con orgoglio e coraggio si strappa via la maschera, quella spesso indossata per condurre un’esistenza appartata, nascosta dietro paure e fragilità, falsamente mostrate come sicurezza e forza. La libertà è donna, uomo, bambino, bambina, essere umano, persona. Non è attore sul palcoscenico della vita. Perché la vita è essa stessa teatralità e disinibizione, ma solo per vomitare fuori tutta l’arte e il talento raggomitolati quotidianamente nell’anima. E il trucco deve fungere da accessorio, vanto anche, ma mai seconda pelle, così da consentire ad una timida lacrima di poterlo anche sciogliere, quando dentro il cuore è spezzato ma un sorriso urla ancora desiderio di rinascita. Dunque cos’è la libertà, se non la capacità e la bellezza di saper essere due lati della stessa medaglia o tutte le sfumature, non solo dell’arcobaleno, ma di quanti pigmenti siano possibili in natura? Peccato e assoluzione. Oscurità e luce. Esagerazione e morigeratezza. Caos e logica. Logica del caos! Mente e cuore. Hulk e Heidi. Strega Salamandra e Fata Lina. Morgana e San Francesco. Demone e angelo. Rock e lirica. Passione e amore. Sesso e amore. Forza e fragilità. La libertà sta nella possibilità di poter decidere e scegliere chi e cosa essere anche ogni giorno, non rinunciando mai a capire prima chi si è, chi c’è dietro quei sacrifici e quella noiosa routine. La libertà è l’incarnazione degli opposti in grado di convivere e coesistere, attraverso la scintilla del possibile, dell’incredibile e del genio. La libertà risiede nella voglia di mostrare la propria psiche, gli angoli più reconditi dell’universo interiore, senza vergognarsene e solo a coloro che sanno scorgerli e comprenderli davvero, amarli, cullarli e accarezzarli. Ma la libertà o nudità sta anche nella voglia di rompere gli schemi, di infrangere le regole, di lanciarsi da una scogliera mirando non a precipitare, bensì a spiccare il volo. La nudità si sposa con la trasgressione, che impugna la bandiera di un erotismo e di una sessualità che esigono sempre nuova sperimentazione, il desiderio di […]

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Culturalmente

La Teoria della finestra rotta: studio sulla criminalità

La Teoria della finestra rotta è uno studio di carattere criminologico, secondo il quale i segni chiari del crimine, ma anche del comportamento antisociale e dei disordini civili, creano un ambiente urbano che incoraggia ulteriormente criminalità e disordine. Teoria della finestra rotta: gli ambienti degradati favoriscono la criminalità L’importante Teoria fu introdotta nel 1982 in un articolo basato sullo studio delle scienze sociali e demografiche a cura di James Q. Wilson e George L. Kelling. Cosa succede se si rompe un vetro di una finestra di un edificio (seppur fatiscente) e non viene riparato? La conseguenza è che probabilmente presto saranno rotti anche tutti gli altri. Lo stesso concetto può essere applicato alla società, o meglio, ad una comunità. Se quest’ultima presenta segni di disfacimento e degrado, senza che nessuno agisca, lasciando che tutto vada nel verso sbagliato, si genera criminalità. Prima dell’affermazione e lo sviluppo della tesi vera e propria, furono numerosi gli esperimenti e condotti sul campo soprattutto in America, e anche le ipotesi susseguitesi nel tempo. Diversi studi scientifici e di tipo psicologico, avvalorano la teoria della finestra rotta. È stato infatti sottolineato che un esempio di disordine, come ad esempio i graffiti o i rifiuti, può incoraggiarne altri come, ad esempio, il furto, o altri reati più gravi, dunque atteggiamenti inclini alla criminalità. In realtà, la teoria della finestra rotta, stabilisce che non sono gli ambienti in sé a determinare un atteggiamento di tipo criminale, ma la presenza in questi luoghi, di elementi “deleteri”, “fuori dal comune”, da emulare. In questo senso tutti quei fattori di degrado urbano e disfacimento e disordine sociale, contribuiscono e talvolta peggiorano la situazione, configurandosi come elementi da seguire ed imitare. La Teoria della finestra rotta ha sempre affascinato gli studiosi di ogni parte del mondo e ancora oggi ci si interroga sui vari fattori scatenanti, per provare a capirne di più e sulle considerazioni (opinabili e soggettive) che da essi scaturiscono. Nel corso del tempo sono stati condotti esperimenti di vario tipo, proprio per provare a capire bene in cosa consista tale Teoria. Uno degli esperimenti principali riguarda un parcheggio di biciclette accanto ad un recinto con un vistoso avviso “No Graffiti”. Ad ognuna delle biciclette parcheggiate viene appiccicato un volantino, in modo tale che il proprietario debba rimuoverlo per usare la bicicletta.  Se sul recinto non vi sono graffiti, il 33% getterà a terra il volantino; ma se invece vi sono graffiti, la percentuale salirà al 69%. Questo è solo uno degli esperimenti condotti, ma anche gli altri sono svolti su questa falsariga, alternando comportamenti corretti, moralmente e socialmente giusti, in luoghi degradati. Sicuramente si tratta di “prove sociali” basate su una forte impronta di tipo psicologico, oltre che comportamentale. Gli atteggiamenti di violenza e criminalità, secondo i due studiosi che svilupparono la Teoria della finestra rotta, creano un circolo vizioso, all’interno del quale le persone si dividono in due categorie: coloro che decidono di sottostare al sistema e quindi subiscono e coloro che invece ne fanno parte. In questo […]

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Voli Pindarici

Agnelli di sogni: vittime e prede di sogni inizialmente puri

Agnelli di sogni. Ladri di sogni. Divoratori di sogni. Prede di sogni. Assassini di sogni. Loro vittime. Vittime dei propri sogni! I sogni elevano l’animo umano, lanciandolo nell’iperuranio del possibile che spodesta l’impossibile. I sogni aprono i cuori, nutrono menti e felicità, proiettando l’anima all’immortalità. I sogni hanno a che fare con la parte più intima, fanciulla ed innocente del proprio io. La parte più vera e coraggiosa, quella testarda e un po’ capricciosa. Senza sogni non ci sarebbero conquiste, né ambizioni sane e mature, né speranza. La sfera più pura e trasgressiva insieme, che alimenta i caratteri e nutre la creatività. Che dono meraviglioso i sogni! Ma c’è chi non è in grado di saperli educare e domare quando occorre. C’è chi ne fa sconfitta, più che vittoria. C’è chi vi soccombe, esasperando quei sogni, in nome dei quali si lotta per afferrare e condividere qualcosa di migliore, in una vita troppo spesso crudele e razionale ai limiti dell’indecenza. C’è chi non è fatto per i sogni, pur ergendosi a seguace e paladino di essi. Ci sono gli agnelli di sogni, le vittime, quelli che perdono a un certo punto di vista la realtà, confondendo e mescolando i confini tra innocenza e perversione, tra il sogno e la realtà, tra un’anima pura e una abietta. Semplicemente ci sono coloro impreparati, quelli che non sono pronti a sognare, facendo convergere la propria indole verso la distruzione, più che verso la costruzione. Ma chi o cosa può essere un agnello di sogni? Agnelli di sogni Parigi 1968. Fleur Colette è una giovane universitaria appassionata ed emotiva, come suggerisce il significato dei due nomi che la identificano. È un animo eclettico: ora fortemente rivoluzionario e trasgressivo, ora succube dell’indistruttibile legame fisico-psicologico con suo fratello gemello. Dove va lui, arriva lei. In un istante si ammazzerebbero, ma l’istante successivo l’una prescinde dall’altro e viceversa, come fossero due amanti. Fleur condivide fortemente con suo fratello la passione rivoluzionaria che serpeggia in quegli anni nella capitale francese, fino ad esplodere in uno dei più famosi movimenti sociali del XX secolo. È il cosiddetto “Maggio francese”, una vasta rivolta spontanea di natura sociale, politica, culturale e filosofica, in nome di un’insofferenza contro il tradizionalismo, il capitalismo e l’imperialismo imperanti. Fleur è protagonista di quelle lotte giovanili, insieme a suo fratello e alla miriade di tanti giovani che come loro sognano la liberalizzazione dei costumi, una nuova era che denigra la società dei consumi e la maggior parte dei valori tradizionali. E nell’aria si respira appunto questa frenesia, che man mano raggiunge ogni luogo, città, Paese. La frenesia di un sogno da difendere e da diffondere. Un sogno ampiamente dibattuto in assemblee, comizi e riunioni informali, svolti in strada, nei teatri, nelle università e nei luoghi di cultura. Fleur unisce a questa fede, nella possibilità di una radicale trasformazione della vita, una viscerale passione per il cinema, che intenso, vero e audace riesce a creare una realtà altra, distante dalla corruzione e dal perbenismo, una realtà priva […]

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Culturalmente

Il carnevale degli animali: la celebre opera di Camille Saint-Saens

Il carnevale degli animali è un’opera molto celebre, composta da Camille Saint-Saens nel 1886, durante un periodo di riposo del compositore a Vienna. Camille Saint-Saens, fu un compositore, pianista e organista francese; la sua celebre opera fu eseguita pubblicamente per la prima volta nel 1922 diretta da Gabriel Pierné. Il carnevale degli animali: fascino senza tempo L’opera venne eseguita per la prima volta nel 1887, in forma strettamente privata, in occasione del martedì grasso. In realtà, l’idea di realizzarla in tale modo fu dell’autore stesso, il quale desiderava che l’opera fosse realizzata in pubblico solo dopo la sua morte. Secondo il compositore stesso e i critici del tempo, ma anche attuali, Il carnevale degli animali si contraddistingue per l’ironia e la forte retorica con cui paragona celebri artisti parigini a vari animali. L’opera si compone di quattordici brani, relativamente brevi e molto suggestivi, ciascuno dedicato ad un animale. Il primo componimento, La marcia reale del leone, descrive l’andamento sicuro e deciso dell’animale, sottolineato da accordi molto intensi. Il leone si prospetta come un animale fiero e forte, superiore agli altri, sui quali predomina. Con musicalità nettamente marcata si alternano archi e pianoforte. Il secondo brano che costituisce l’opera è Galline e galli. La musica rende orecchiabile anche lo starnazzare delle galline che chiassosamente cercano di farsi notare dai galli. Tutto è perfettamente reso con pianoforte, violini, viola e clarinetto. Il terzo brano è dedicato agli Emioni (degli animali velocissimi, asini e cavalli). La corsa veloce degli asini selvatici è resa dalla melodia sinfonica di due pianoforti, che con andamento rapido conducono agli arpeggi finali, altrettanti tali. Tartarughe è il simulacro dell’ironia propria dell’opera; quella nota simpatica e retorica soprattutto che la contraddistingue, rendendola immortale. Camille Saint-Saens sceglie il celebre Can-can dell’Orfeo all’Inferno di Jacques Offenbach, originariamente un travolgente balletto, proposto in versione lenta, in un certo senso adattato all’andatura di certo non rapida, delle tartarughe. Non manca un altro riferimento famoso nel quinto brano; si tratta de La Danza delle silfidi di Hector Berlioz, che anche in questo caso conferisce ironia al brano. Il protagonista è l’elefante che ovviamente è contrapposto alla leggiadria delle silfidi, creature leggiadre ed aggraziate: l’opposto rispetto al grande, goffo e simpatico elefante. Il sesto componimento è dedicato ai Canguri, i cui salti scattanti sono realizzati grazie a brevi successioni di note dei pianoforti; tutto è caratterizzato da un anelito di mistero e suggestione che accompagna e quasi “presenta” il brano successivo. Fraseggi, alpeggi, ma anche gli archi ed i pianoforti, accompagnano in un misterioso ed affascinante acquario, che dà il nome al settimo componimento. Gli strumenti scelti conferiscono briosità al brano, esprimendo musicalmente il suono onomatopeico delle bollicine che si intravedono nell’acqua, in un’atmosfera quasi onirica. Gli asini sono i protagonisti dell’ottavo componimento, il cui raglio è reso dall’alternanza tra note acute e basse, dei violini. Il titolo: Personaggi dalle orecchie lunghe può essere letto in chiave metaforica. Si allude ai critici che spesso si presentano con chiave saccente e saputa. A loro si riferisce il celebre […]

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Cucina e Salute

La Pastiera: la bontà ed il gusto della variante ischitana

La Pastiera, dolce tipico napoletano, tra i più apprezzati non solo in Campania, è stata riconosciuta come “Prodotto Agroalimentare Tradizionale”. Così come per ogni dolce, ne esistono molte varianti, ognuna con caratteristiche organolettiche diverse, in grado di catturare anche i palati più sopraffini. Rispetto alla ricetta napoletana, probabilmente in molti avranno assaggiato o sentito citare la variante ischitana, diversa da quella tradizionale. Pastiera ischitana e Pastiera napoletana: quali sono le differenze Gli ingredienti propri della ricetta tradizionale sono: la frolla, lo strutto (che spesso viene sostituito dal burro, soprattutto da chi sceglie una dieta vegetariana) e la crema col grano. Per quanto riguarda questo ingrediente, è stato attestato che storicamente veniva preparato esclusivamente in casa, quindi con tempi di ammollo e cottura molto lunghi. Etimologicamente, sembrerebbe che il nome ‘Pastiera’, derivi molto probabilmente dall’abitudine che un tempo prevedeva l’utilizzo della pasta cotta al posto del grano. Ad Ischia, conversando con le donne di un tempo, si scopre che in realtà non esiste una vera e propria ricetta standard, ma che ogni famiglia realizza la pastiera rifacendosi a vecchie tradizioni tramandate da generazioni.  Ed è così che ad ogni cucchiaio di grano si associa una buona dose di fantasia, storia e passione e anche qualche segreto, uniti a dolci ricordi.  La ricetta della Pastiera ischitana prevede una preparazione molto lunga, nella quale si annovera tra gli ingredienti, la crema pasticciera, aromatizzata con bucce d’arancia o di limone. Come abbiamo detto, il ripieno tradizionale napoletano, non prevede la crema pasticciera, ma, aggiungendola si otterrà un composto più omogeneo e ricco di sapore. Oltre alla realizzazione della crema pasticciera, che in tanti frullano per evitare grumi (soprattutto perché la consistenza del grano non piace a tutti) esistono alcuni alcuni accorgimenti sui quali ancora si dibatte. Qualcuno spennella sulla superficie della pastiera, il tuorlo dell’uovo, per renderla più lucida. Ad Ischia, così come dolcemente raccontano le tante persone che vivono sull’isola verde, questa tradizione è considerata una vera e propria eresia. Non si aggiunge né uovo, né zucchero a velo, e nemmeno la cannella, soprattutto perché in questo caso il dolce tipico pasquale rischierebbe di scurirsi e presentare un brutto aspetto. Sull’isola d’Ischia, e ovviamente in Campania, così come nel resto dell’Italia meridionale, mangiare è un momento importante, che va oltre la semplice necessità di nutrirsi. Indipendentemente dal culto religioso che si abbraccia, la Pastiera è un dolce che rappresenta una vera e propria “istituzione culinaria”. Il grano, le uova, la ricotta, la pasta frolla, le essenze, sono tutti elementi che s’intrecciano tra loro, creando un mix perfetto di storia, cultura e tradizione. Storia e tradizione in un dolce amato da tutti Storicamente, è noto che la ricetta originale della tradizione napoletana, prevede che la Pastiera sia nata in un convento, a San Gregorio Armeno: tutto grazie a una suora che, nel Settecento pensò di abbinare gli ingredienti simbolo della Pasqua cristiana alla ricotta e ad altri ingredienti da poco arrivati dall’Oriente, come la cannella. Inoltre, si narra che la Pastiera fece sorridere Maria Teresa […]

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Culturalmente

Donna etrusca, libertà ed emancipazione nel mondo antico

Non tutte le donne del mondo antico erano recluse in casa. La donna etrusca era ricca, libera e aveva gli stessi diritti degli uomini. «Le donne etrusche, a differenza di Penelope e Andromaca, non si accontentavano di attendere pazientemente a casa il ritorno degli sposi, ma prendevano legittimamente parte a tutti i piaceri della vita». Le parole dello storico francese Jean-Paul Thullier riassumono perfettamente la condizione particolare della donna etrusca, in un mondo non propriamente woman-friendly come quello antico. La libertà di cui godeva rappresenta l’eccezione in un contesto dove, in gran parte delle società antiche, alla donna venivano assegnati compiti che la escludevano dalla vita pubblica. Va però chiarito che questo scenario non si presentava in tutte le comunità etrusche (soprattutto in quelle a stretto contatto con la civiltà greco-romana, dove vigeva il modello della famiglia patriarcale), ma in Etruria, la vasta zona comprendente la Toscana, L’Umbria e l’Alto Lazio il cui sviluppo economico del VI secolo a.C. favorì la nascita di condizioni favorevoli all’ emancipazione femminile. Donna etrusca, le testimonianze storiche L’immagine di una donna libera ed emancipata provocava scandalo e ribrezzo presso gran parte dei contemporanei, che non si risparmiavano in giudizi spietati. Un esempio su tutti? Teopompo di Chio (IV secolo a.c.), storico greco che descriveva le donne etrusche con queste parole: «Le donne etrusche curano molto il loro corpo, spesso fanno ginnastica anche con gli uomini, e a volte da sole; non hanno vergogna a mostrarsi nude. E non banchettano con i propri mariti, ma accanto a chi capita e bevono alla salute di chi vogliono; sono anche grandi bevitrici e di bell’aspetto […] Non è riprovevole per i Tirreni abbandonarsi ad atti sessuali in pubblico o talora circondando i loro letti di paraventi fatti con rami intrecciati, sui quali stendono dei mantelli». Le parole di Teopompo, trascritte dallo scrittore di età imperiale Ateneo di Naucrati all’interno de I deipnosofisti, pur aiutando a comprendere la condizione “democratica” di cui godevano le donne etrusche, rasentano il moralismo più becero possibile, ma non solo: si possono considerare anche un ottimo esempio di fake news dell’età antica (un altro storico, Cornelio Nepote, definì Teopompo un «maldicente»), volte a sostenere come giusta l’immagine di una donna che invece doveva essere tagliata fuori dalla vita pubblica e dedita soltanto alla cura della casa e dei figli. La realtà era invece ben diversa, come dimostrano le tante testimonianze artistiche lasciate dal popolo etrusco. I nomi e i cognomi Di gran parte delle donne etrusche conosciamo i nomi. A differenza di quanto succedeva a Roma, dove la donna veniva identificata soltanto con il nome della famiglia (gens), in Etruria queste possedevano sia un nome che un cognome. A testimonianza di ciò ci sono le iscrizioni e le epigrafi non soltanto sulle tombe, ma anche su oggetti di uso quotidiano. Nel Museo Gregoriano Etrusco, all’interno dei Musei Vaticani, è conservata un’olletta, un recipiente che serviva a contenere gli alimenti, su cui si trova trascritta questa frase: “Io sono di Ramutha Kansinai”.  Un altro […]

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Riflessioni culturali

Baarack e la sua storia: il lato oscuro della selezione

Baarack, pecora sfuggita a un allevamento intensivo e ritrovata coperta da 35 kg di vello, ha messo in luce il lato oscuro della selezione. Circa un mese fa è stata ritrovata e soccorsa una pecora, reduce da anni di vagabondaggio in un bosco nello Stato di Victoria, in Australia, a circa 60 km a nord di Melbourne. Baarack, così come è stata chiamata dai volontari dell’Edgar’s Mission Farm Sanctuary vicino a Lancefield, dopo la segnalazione da parte di un cittadino, era scappata da un allevamento intensivo ed aveva girovagato allo stato brado; tuttavia, poiché le attuali specie ovine richiedono almeno una tosatura annuale per il loro benessere, questa pecora coraggiosa aveva accumulato circa 35 chili di vello sul suo manto, che le rendevano difficile muoversi, alimentarsi e perfino aprire gli occhi, sicché l’animale al suo ritrovamento era sottopeso e a stento in grado di adoperare la vista. Nonostante tali condizioni iniziali non del tutto felici l’animale, intenzionato a vivere libero nella foresta, è stato in primo luogo tosato: la lana ricavata – che, come già detto, senza una regolare tosatura continua a crescere in modo incontrollato, causando sofferenze all’animale – era pari alla quantità che, in condizioni normali, crescerebbe in circa cinque anni. Risollevatasi dal carico della lana in straordinario eccesso, Baarack ha iniziato gradualmente ad adattarsi alla temperatura circostante e familiarizzare con gli altri ovini presenti nella struttura, nella quale vivrà libera e fruirà delle cure necessarie. Che cos’è la selezione artificiale La storia della pecora Baarack è un prodotto diretto dell’allevamento selettivo umano per la lana, raccolta a scopo commerciale, ed ha mostrato al mondo come la selezione umana delle specie animali abbia alterato la loro vita. Gli animali, infatti, dopo le piante, sono state l’oggetto privilegiato della sete di predominio umano sul mondo: mentre in natura la selezione è operata spontaneamente in relazione alle varianti che consentano agli organismi viventi un migliore adattamento, la selezione artificiale è operata dall’uomo fin dai tempi più remoti in modo tale da isolare determinate caratteristiche a suo proprio beneficio; ciò consentirà, in agricoltura e in allevamento, di ottenere nuovi individui basandosi sul fenotipo, ovvero sulle caratteristiche visibili esteriormente, che siano ritenute migliori rispetto a quelle di origine. L’uomo, pertanto, è in grado di apportare cambiamenti negli esseri viventi che lo circondano; l’allevamento selettivo sia di specie vegetali che animali è stato praticato, infatti, fin dalla preistoria, finché fu istituzionalizzato come pratica scientifica durante la rivoluzione agricola britannica nel XVIII secolo, in special modo in relazione al programma di allevamento delle pecore. Baarack è riuscita coraggiosamente a sfuggire all’allevamento selettivo La coniazione della definizione di “allevamento selettivo” (selective breeding) si deve a Charles Darwin, quale pratica di allevamento intenzionale di animali e piante da individui dotati di caratteristiche desiderabili, a imitazione, dunque, del più ampio processo di selezione naturale alla base della teoria evoluzionistica. Tuttavia, la selezione artificiale ha dei rovinosi effetti collaterali sul fisico e sul comportamento degli animali destinati alla produzione massiva di carne, latte e uova: aspettative di vita […]

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Culturalmente

Le bambole down Miniland fra inclusività e accettazione di sé

Le bambole down dell’azienda spagnola Miniland vincono il prestigioso premio come “miglior giocattolo dell’anno 2020” e diventano simbolo di inclusività e di accettazione di sé A proposito delle bambole down, andiamo un po’ indietro nel tempo nella storia dei giocattoli educativi più noti. Fra il 2015 e il 2016, Rebecca Atkinson, giornalista sorda e ipovedente, Melissa Mostyn, mamma di una bimba sulla carrozzina e Karen Newell, mamma di un bimbo cieco, avevano lanciato l’hashtag Toy like me iniziando la produzione di bambole con caratteristiche simili a quelle dei propri figli e per tutti i bambini con diverse disabilità fisiche. Rebecca, Melissa e Karen avevano poi chiesto anche alle aziende produttrici di giocattoli di realizzare questi progetti e di ispirarsi alle idee “casalinghe” dei genitori di bambini disabili per portare sul mercato prodotti nei quali i figli potessero riconoscersi, al di là dei canoni “perfetti” dei soliti giocattoli. La necessaria risposta alle esigenze dei bambini e il bisogno di dare ad ogni bambino la possibilità di ritrovare nel giocattolo con cui gioca caratteristiche a lui vicine, e non per questo “diverse” in senso negativo, hanno portato nel corso degli anni a rivedere soprattutto l’ideologia dietro al giocattolo, tralasciando la strategia e le tattiche pubblicitarie (si pensi alle Barbie in sedia a rotelle o genderless, lanciate da Mattel come Creatable World). «La trasmissione dei valori come la tolleranza o il rispetto per la diversità sono aspetti che devono essere messi al centro della produzione di giochi». (sulle bambole down, Victoria Orruño, direttore marketing di Miniland al The Guardian)  Sull’onda dell’inclusività e dell’apprezzamento del mercato da parte delle famiglie, anche altri brand hanno annunciato collezioni inclusive e collaborazioni fruttuose: è il caso di Kmart in Australia e Nuova Zelanda, di Toyse in Spagna e dell’organizzazione spagnola per la sindrome di Down. A tale proposito, dopo alcuni anni, è stata premiata per l’ “obiettivo lavorare sulle diversità”, come “miglior giocattolo scelto dalla giuria dell’anno 2020” dall’Associazione spagnola di produttori di giocattoli (AEFJ), la linea di bambole con sindrome di Down prodotta da Miniland, originaria di Onil, nella provincia di Alicante in Spagna orientale. Queste bambole con diverso colore di pelle e tratti somatici internazionali (dall’asiatico al sudamericano) e di capelli (da poco sono stati introdotti capelli rossi e castani come annuncia El Mundo), hanno pienamente risposto alle richieste dei piccoli consumatori, arricchendo il catalogo e la scelta dei prodotti dell’azienda spagnola. Insieme ad altri giochi educativi (come una linea di giochi eco- friendly per la sensibilizzazione alla sostenibilità ambientale), la Miniland ha ottenuto l’ambito premio con una mini- collection di due bambole e di due bambolotti, di cui due di pelle scura e due chiara. L’obiettivo è quello di “normalizzare e integrare questi gruppi fin dall’infanzia”: le bambole vincitrici del premio, in vinile senza bpa (bisfenolo A) e ftaltati (agenti plastificanti), hanno pezzi intercambiabili per realizzare, in diverse espressioni del viso, le cinque emozioni fondamentali: gioia, paura, tristezza, rabbia e amore, cui sono associati dal bambino che ci gioca anche cinque colori della pancia. […]

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