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Eroica Fenice

La Tag: riflessioni culturali contiene 236 articoli

Riflessioni culturali

La storia si ripete. Corsi e ricorsi

“La storia si ripete”. Quanto spesso viene pronunciato questo mantra, riferendosi ad un evento storico che ritorna quanto mai contemporaneo, ad avvenimenti eclatanti, ad errori puntualmente ricommessi o a incontri ed esperienze che sorprendentemente si ripresentano, come esami ulteriori da superare! Il filosofo, storico e giurista Giambattista Vico del XVII secolo sviluppa a tal riguardo la teoria dei corsi e ricorsi storici, secondo cui appunto determinati eventi e avvenimenti vengono ciclicamente riproposti da madre storia, anche se ciascun ricorso comprende sempre il corso precedente, inglobandolo e superandolo, fino a completarlo, e magari peggiorarlo o migliorarlo. A tal proposito la storia diviene una sorta di madrina per l’uomo, dal momento che il suo studio e la sua conoscenza approfondita possono aiutarlo a comprendere meglio il proprio tempo e a fronteggiare con maggiore consapevolezza e audacia le problematiche che ritornano da epoche lontane, ripresentandosi con nuovo vigore e talvolta nuova ferocia. «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre!» (da I sommersi e i salvati di Primo Levi) Quali parole più vere e consapevoli! Perché a ritornare non sono soltanto le cose belle, le sorprese gioiose, gli amori e le speranze. A ritornare spesso sono proprio quegli eventi storici che il passato ha combattuto strenuamente, senza però riuscire a debellarli davvero. Ma l’età moderna ha qualcosa in più, qualcosa su cui il passato non poteva contare: la conoscenza, appunto! Quella che può dare dignità a chi in passato è stato travolto da quegli eventi repentini e devastanti, a chi non ha avuto il privilegio di poter guardare dietro sé e trovare gli esempi edificanti sui quali oggi si può contare. Ecco perché la memoria è così preziosa. Ed è tale solo se impregnata di impegno, e libera dall’apparenza e dalla superficialità. È tale solo se si capisce fino in fondo il ricordo ereditato. La conoscenza induce alla consapevolezza di ciò che accade o potrebbe accadere o ancora ripresentarsi come uno tsunami. Ma per quanto uno tsunami possa essere imprevedibile, conoscerne l’esistenza e comprendere le probabilità con cui possa presentarsi a scompigliare e distruggere, aiuta notevolmente a cercare soluzioni concrete per arginare quanto più possibile il disastro. Conoscere la storia può dunque aiutare a capire che può talvolta ritornare con un sorriso o con un violento ceffone! La storia si ripete. Eventi bellici e schiavitù Sono diversi gli eventi che ciclicamente ritornano. La storia si ripete attraverso le mode, gli stili, i gusti, così come drasticamente attraverso le guerre, le condizioni climatiche, le forme di schiavitù, carestie ed epidemie. Gli eventi bellici sono tra quelli più diffusi e ricorrenti nella storia. L’uomo, come afferma Thomas Hobbes, è “un lupo per un altro uomo” (Homo homini lupus), disposto a perdere se stesso, la propria coscienza e la propria dignità in nome di interessi economici, politici e in nome della religione. Quanto sangue è stato versato in nome di Dio! Dalle Crociate combattute tra l’XI e il XIII […]

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Attualità

Ruggenti anni Venti, un ritorno dell’edonismo dopo la pandemia?

Ruggenti anni Venti, torneremo in una situazione simile al periodo dopo la Grande Guerra nei prossimi anni? Ecco il parere di un sociologo Ad aprile del 2021, il quotidiano statunitense The New York Reporter immagina i “nuovi Ruggenti anni Venti” del XXI secolo dopo la pandemia di Covid19. In questo scenario immaginario, Alexandria Ocasio-Cortez sarà il primo presidente con origini latino-americane, lo sceneggiatore Lin-Manuel Miranda realizzerà un musical basato sul Grande Gatsby con un cast multietnico, Amy Adams vincerà il  Premio Oscar e gli “aperitivi a distanza” saranno vietati da una legge del governo americano. Tutto questo porta il lettore a porsi una domanda. Siamo all’inizio di un nuovo decennio di edonismo come “i Ruggenti Venti”? Gli anni Venti del XX e XXI secolo, cosa li accomuna ? L’ipotesi di un possibile ritorno ad una decade di felicità e di gioia è dovuto ad un confronto col passato. Nel 1918, prima ancora che la Grande Guerra terminasse, ci fu una pandemia di Influenza spagnola. Scoppiata in un campo militare in Kansas, la pandemia si diffuse nel mondo mentre gli Alleati e gli Imperi Centrali si combattevano tra Europa, Africa e Oceano Pacifico. Nel 1920, la pandemia terminò improvvisamente (all’epoca non esistevano vaccini, bisognerà aspettare il 1928 per la penicillina di Alexander Fleming) portando ad “un risveglio del piacere di vita” grazie “all’american style of living” (stile di vita in stile americano), ossia acquisto di automobili ma anche divertimenti sfrenati. Tale situazione potrebbe ripresentarsi nel post-Covid19? Nicholas Christakis “Un possibile ritorno dell’edonismo dopo la pandemia di Covid-19” Nicholas Christakis, sociologo greco-americano esperto di social network e docente di scienze sociali alla Yale University, ha ipotizzato che una situazione del genere potrebbe ripresentarsi. Nel suo ultimo libro, Apollo’s Arrow: The Profound and the Enduring impact of Coronavirus on the Way We Live (2020), ha descritto un “possibile ritorno allo stile di vita edonista dopo un periodo cupo dovuto alla pandemia.” Secondo il parere di Christakis, durante i tempi di crisi il sentimento religioso delle persone aumenta, diminuisce il desiderio di divertirsi e si comincia a risparmiare soldi. Inoltre, stando alle sue previsioni, nel 2024 “la pandemia di Covid-19 sarà un lontano brutto ricordo, le persone vorranno cercare aumentare le loro relazioni sociali, aumenteranno le abitudini sessuali licenziose e il sentimento religioso sarà messo da parte”. Insomma ci sarà una rinascita della gioia di vivere, aumenteranno le spese e dedicheremo molto tempo al divertimento presi da un senso di edonismo che attraverserà tutta la società. Un po’ come nel decennio dalla fine della Grande Guerra al Crollo di Wall Street (che testimoniò i limiti del capitalismo). Già negli Stati Uniti guidati da Joe Biden, il nuovo presidente sta seguendo una politica economica keysiana, ossia seguendo la teoria dove la domanda aggregata di un bene può garantire la piena occupazione; l’obiettivo è di adattare politiche fiscali espansive “senza far scattare automaticamente alcuna pressione inflazionistica e quindi senza provocare un rialzo dei tassi” come riportato da Business People. Invece nell’Eurozona è stato congelato il “Patto di […]

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Attualità

Nimby: un fenomeno d’opposizione in costante crescita

Nimby è un acronimo ormai diffuso anche in Italia, per indicare una forma di opposizione, accompagnata da manifestazioni pubbliche, volte a realizzare un’opera d’arte di forte impatto sociale. I fenomeni Nimby riguardano tradizionalmente l’avversione per la realizzazione di impianti industriali, ma anche tutte quelle infrastrutture per il trasporto, impianti di produzione di energia elettrica ed altro ancora. Il fenomeno Nimby in Italia: sindrome o movimento? Il termine Nimby è un acronimo inglese che significa letteralmente: “not in my back yard, non nel mio cortile”. Per quanto riguarda l’introduzione nel lessico italiano, le prime testimonianze relative alla presenza del termine tra i vocaboli utilizzati, risalgono ai primi anni Novanta. La vera e propria diffusione, probabilmente è avvenuta in concomitanza con la diffusione di tali forme di protesta e opposizione. Le opere di forte impatto, che per convenzione non dovrebbero causare forti problematiche, sono costantemente monitorate dall’Osservatorio Nimby Forum. In realtà, lo scopo primario del Nimby Forum, è quello di attuare una politica seria e rassicurante, che sappia dare le giuste risposte, in termini ambientali ma anche economici, ai cittadini. Il fenomeno Nimby, classificato in alcuni casi come una vera e propria sindrome, si pone l’obiettivo di valutare e quindi contestare tutte quelle costruzioni ed impianti che andrebbero a deturpare l’ambiente o ad ostacolare attività ecologiche, in netta discordanza con l’ambiente in cui sorgono. Quando si parla di sindrome, è chiaro che gli studiosi del settore si riferiscono al termine in senso strettamente patologico, identificando il fenomeno come se fosse una malattia. Invece, i veri “protagonisti del fenomeno” preferiscono parlare di “effetto Nimby”, inteso come atteggiamento produttivo che conduce ad un risultato concreto e soprattutto utile per la collettività. Attenzione alla qualità della vita e opposizione alle grandi opere Il movimento Nimby, secondo quanto ribadito più volte dagli stessi “protagonisti”, si oppone concretamente alle numerose realizzazioni massicce e pericolose sia per l’ambiente che per l’incolumità dei cittadini, che vi si oppongono. Ciò che preoccupa non è tanto l’impatto ambientale, ovviamente preso in considerazione, quanto la qualità della vita, che potrebbe nettamente peggiorare, subendo gravi conseguenze. Tra le ragioni della protesta “popolare”, secondo il rapporto annuale, è al primo posto l’impatto con l’ambiente, 30,1% degli intervistati. L’altra preoccupazione è la richiesta dei cittadini di una maggiore partecipazione attiva ai processi decisionali, 21,3% è la percentuale delle persone che non si sente coinvolta. Tutto ciò inevitabilmente scatena polemiche, soprattutto tra coloro che vedono nel movimento Nimby, una opposizione non produttiva e di carattere individualistico. Spesso infatti, la dicotomia e le polemiche con quelle che dovrebbero configurarsi come nuove opere strutturali, nasce da profondi motivi politici e si ricollega dunque a vere e proprie ideologie e prese di potere. Ricordiamo che in Italia, il dibattito pubblico prevede che ci si confronti su osservazioni, proposte e dubbi da parte dei cittadini, associazioni e istituzioni interessate durante le fasi preliminari di progettazione. Tuttavia, lo strumento è reso obbligatorio solo per le grandi opere pubbliche, per questo, probabilmente ciò che manca, (e viene meno anche alla base del movimento […]

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Riflessioni culturali

Stati Uniti: gli eredi politici della Roma antica?

Gli Stati Uniti sono gli eredi politici della Roma antica? Il professore Watts avvisa della situazione simile alla crisi repubblicana Gli Stati Uniti d’America sono gli eredi dell’Antica Roma? Questa è senza dubbio una domanda che ha sempre incuriosito molti storici, filosofi e politologi in merito alle somiglianze fra l’attuale superpotenza nordamericana e l’antica repubblica (e poi impero) che conquistò il Mediterraneo. Una storia molto simile, lo studio del professore Edward J. Watts In realtà la storia americana deve molto a quella classica già partendo dalle origini. George Washington e i Padri Fondatori si ispirarono alle repubblica romana pur di gettare le basi per una federazione di stati situata lungo le coste americane. D’altronde lo stesso Washington fu divinizzato dopo la sua morte come illustra un celebre affresco nella cupola del Campidoglio, un po’ come per molti imperatori romani (nelle isole Hawaii, la religione shintoista locale  ha accolto il primo presidente come kami; ossia divinità). Il tema è stato ripreso in chiave attuale anche dal docente universitario di storia Edward J Watts. Il professor Watts, che lavora presso l’Università di San Diego in California, si è occupato in un articolo sul quotidiano Times delle somiglianze fra la crisi della Repubblica Romana e gli attuali USA. La crisi di una repubblica e i suoi valori: Washington contro Weimar «For the past two years many have turned to Germany’s Weimar Republic and other failed European states of the 1930s to understand our current political crisis. But the Roman Republic is the more relevant model. Not only is the American republic the daughter of Rome’s, but, like first century Rome, it is now an old country whose citizens know no other form of government.» Con un paragone proveniente dal suo articolo, il docente di storia sottolinea che una “repubblica anziana” come quella romana poteva facilmente superare una crisi politica poiché i propri cittadini erano fedeli a tali ideali di libertà mentre una “repubblica giovane” come quella di Weimar fu soppiantata dal Reich nazista poiché i cittadini non conoscevano il concetto di libertà. La vera causa della crisi repubblicana e l’arrivo dei Gracchi La vera crisi della Roma repubblicana iniziò nel II secolo dopo Cristo; l’espansione nel Mediterraneo orientale e la conquista della Grecia, di Cartagine e della Siria aveva portato grandi ricchezze nelle casse statali. Aumentò il numero di cittadini ricchi che acquistarono terreni agricoli per la creazione di latifondi schiavistici mentre nuovi ceti sociali come i mercanti e gli armatori delle navi si imposero sulla scena politica e sociale. Il divario tra una popolazione sempre più ricca e i concittadini più poveri decretò un nuovo tipo di politica sempre più populistica. È il caso dei fratelli Gracchi, Caio e Tiberio, che proposero, nel proprio mandato di tribuni della plebe, una Lex Agraria. In seguito, i due Gracchi furono uccisi in due congiure a pochi anni di distanza poiché molti senatori temevano che tali tribuni potessero acquisire maggior potere e “aspirare alla monarchia”. Seguì l’epoca delle “grandi personalità” che misero da parte le […]

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Libri

Il principio della rana: individuo, massa, collettività

Il principio della rana è un testo scritto da Tiziana Cristiano per la casa editrice Scatole parlanti e tratto da un cortometraggio della stessa autrice dal titolo Lo sfratto. Il principio della rana: il testo Preso così, da solo, questo titolo può sembrare abbastanza enigmatico eppure alla mente riporta subito una simile dicitura: il principio della rana bollita di Noam Chomsky. Se l’autrice ne abbia fatto menzione diretta nel suo libro, lascio il “compito” di scoprirlo al lettore: ciò su cui vorrei riflettere seppur brevemente è il legame fra le due espressioni: il principio della rana e il principio della rana bollita. In un testo saggistico sull’influsso dei media sulla collettività, lo studioso Noam Chomsky utilizza la metafora della “rana bollita”; il principio suona più o meno così: se si immergesse una rana in una pentola con acqua bollente tale per cui lo sbalzo termico fra il corpo della rana e la temperatura dell’acqua fosse elevato, allora la rana “con un colpo di coda” salterebbe fuori, proverebbe ossia in tutti i modi a fuggire per salvarsi; al contrario, se la rana fosse messa in una pentola con dell’acqua fredda che solo lentamente viene riscaldata e poco a poco rendendo l’acqua fredda dapprima tiepida, poi più calda e infine bollente, la rana non avrebbe più la stessa forza di saltar fuori perché i passaggi intermedi – tepore, primo caldo – a cui era stata sottoposta e a cui si era abituata tollerando il disagio, l’avrebbero resa “mansueta” e incapace di reagire persino allo scopo della propria sopravvivenza. Una sorta di “anestesia alla vita”, di potente veleno ma somministrato poco alla volta, in grado di ottundere il senso di sopravvivenza e rendere infine supini ad ogni decisione: passaggio questo dalla consistenza compatta ma eterogenea della collettività all’amorfa consistenza solida della massa, “manipolabile” e “manovrabile”; principio fra l’altro d’indagine della psicologia delle masse, del concetto di responsabilità diffusa e risvolto negativo e sinistro della positiva attitudine naturale all’adattamento al cambiamento oltre che dell’influenza del medium di massa posto in analisi da Noam Chomsky. Tiziana Cristiano con il suo Il principio della rana ci mostra questo: fin dove il cinismo di un uomo può spingersi contro altri uomini e fin dove la disperazione di un uomo può spingersi contro l’altro? La trama Ad un centro per anziani è stato imposto uno sfratto esecutivo. Dalle autorità competenti viene inviato un giovane Assessore che mostra poca propensione alla vicenda; in un primo colloquio chiesto dal Presidente del centro per anziani, l’Assessore mostra disinteresse totale alla causa e tutto appare come la quiete prima della tempesta: è la stessa autrice a segnalarlo con l’eloquente incipit del testo: «Emilio Canali sedeva dietro al tavolo degli oratori impettito, con le mani giunte in grembo. Nulla della sua postura faceva presagire ciò che sarebbe successo, né tantomeno l’agilità felina che avrebbe rivelato di lì a poco»; incipit eloquente e strategico: Tiziana Cristiano dilata la narrazione e scopre solo dopo diverse pagine da quel punto incipitario quale fosse “l’agilità felina” che […]

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Napoli e Dintorni

Coltiviamo Gentilezza e la nuova Rete di negozi gentili

Coltiviamo Gentilezza è un progetto che mira al benessere della società e per farlo segue tutte le vie attualmente disponibili: la sfera concreta e la sfera digitale. L’educazione alla gentilezza è una fra le pratiche pedagogiche più conosciute: bambini educati e gentili diverranno adulti empatici e felici in grado di rendere felici il prossimo in un circolo virtuosissimo. Un’estetica della cordialità, richiamandoci al senso primigenio del termine: cordiale, con tutto il cuore. In ogni percorso formativo e cognitivo si è dimostrato, infatti, che l’emozione è necessaria ed ubiquitaria: senza emozione – disposizione di cuore in termini socio-psico-pedagogici – l’apprendimento e la riformulazione di schemi e prassi cognitive non riuscirebbe ad arrivare a vera e giusta maturazione; di cordialità come manifestazioni spontanee e sincere di affetto e di educazione alla gentilezza c’è bisogno. A tal proposito abbiamo intervistato i curatori di un’iniziativa gentile: la realizzazione di una rete di “negozi gentili”. Coltiviamo Gentilezza e la realizzazione di una rete di negozi gentili La costruzione di una rete di negozi gentili è una fra le azioni promosse dall’associazione di promozione sociale Coltiviamo Gentilezza, dall’Associazione Italiana Parchi Culturali (AiParc), dall’associazione Acove e Aicast (entrambe di Vico Equense); come e quando nasce il progetto della Rete di negozi gentili e com’è nata l’azione sociale di “Coltiviamo gentilezza”? Partiamo dall’inizio. Coltiviamo Gentilezza nasce come movimento dal basso di innovazione sociale, tra il 2017 e il 2018, dopo l’ennesimo episodio di bullismo nelle scuole che finisce nella cronaca e che ci colpisce profondamente. L’attuale presidente dell’Associazione di Promozione Sociale “Coltiviamo Gentilezza”, Viviana Hutter, autrice di libri creativi sulle emozioni e pedagogista, decide di iniziare quindi la stesura di un manuale per insegnare la gentilezza e diffonderla in tutti gli ambiti della società, a partire dalle scuole. Contemporaneamente il progetto si ingrandisce, la nostra vicepresidente Margherita Rizzuto coinvolge aziende e realtà locali, e sui social iniziamo a diffondere ogni giorno contenuti relativi all’educazione alla gentilezza, un tema caro a sempre più persone. Da lì, in pochi mesi, pensiamo a mettere su un vero e proprio Festival della Gentilezza che ha la sua prima edizione nel 2019 e che riesce a coinvolgere migliaia di persone da tutta Italia, con la creazione di centinaia di Angoli della Gentilezza e sempre più proposte attive. Scuole di ogni ordine e grado, aziende, ristoranti, negozi, associazioni, famiglie partecipano con un proprio evento o un atto di gentilezza. Anche nel 2020, la seconda edizione del Festival della Gentilezza, nonostante il lockdown e la pandemia, ha riscosso un grande successo e ha portato nuove idee e stimoli, così come l’evento del Natale Gentile, attraverso cui abbiamo raccolto centinaia di scatole da donare a chi ne aveva bisogno. Insomma, ogni giorno abbiamo la conferma che dobbiamo proseguire il nostro cammino e portare avanti la nostra missione, perché, nonostante i tempi bui, sono tantissime le persone che vogliono cambiare le cose. La Rete di Negozi Gentili nasce invece da uno stimolo di Mena Caccioppoli, nostra ambasciatrice per la penisola sorrentina, già aderente al progetto con la […]

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Culturalmente

Cappella degli Scrovegni, il tesoro del gotico italiano

La Cappella degli Scrovegni di Padova è uno dei monumenti più emblematici del gotico italiano, complice anche il tesoro che custodisce al suo interno: gli affreschi dipinti da Giotto di Bondone, il più importante pittore del periodo che ha lasciato un ampio pezzo della sua arte anche nella città veneta. Cappella degli Scrovegni, storia della sua costruzione Nel 1300 il banchiere Enrico degli Scrovegni acquistò da un nobile decaduto il terreno su cui si trovavano i resti dell’antica arena di Padova. Lì ricevette dal vescovo l’autorizzazione per far costruire una cappella intitolata a Santa Maria della Carità. L’edificio era adiacente al Palazzo degli Scrovegni (abbattuto nell‘800) e ne costituiva l’oratorio e il mausoleo privati della famiglia. Per molto tempo è circolata la credenza per cui Enrico fece costruire la Cappella degli Scrovegni per espiare i peccati commessi dal padre Rinaldo, collocato da Dante nel diciassettesimo canto dell’Inferno tra gli usurai. In realtà è più probabile che la costruzione dell’edificio fosse vista come un mezzo per guadagnarsi facilmente le simpatie della Chiesa, un’istituzione che pur condannando l’attività di banchieri ed usurai rientrava anche nella lista dei loro clienti più “affezionati”. La Cappella fu costruita e decorata in due anni, tra il 1303 e il 1305. È composta da una navata unica con una volta a botte chiusa da un arco, al di là del quale si trova una piccola abside con la tomba di Enrico. In origine l’abside doveva essere molto più grande, ma fu ridimensionato quando i frati eremitani, che avevano un convento nella stessa zona, protestarono con il vescovo di Padova. Il motivo fu il fatto che Enrico aveva fatto erigere un campanile, rendendo l’edificio una chiesa vera e propria, motivo per cui i frati temevano una possibile concorrenza. Il progetto fu rivisto e l’enorme abside eliminato, anche se ne è rimasta traccia nell’affresco del Giudizio Universale di Giotto dove lo stesso Enrico è raffigurato nell’atto di consegnare alla Madonna un modellino della cappella, comprendente anche una copia di quello che doveva essere l’abside originale. Le decorazioni interne Enrico degli Scrovegni aveva pensato in grande per quanto riguarda le decorazioni interne dell’edificio. Riuscì a coinvolgere nel progetto il meglio che l’arte gotica del ‘300 avesse da offrire: lo scultore Giovanni Pisano e Giotto.    Giovanni realizzò il sepolcro di Enrico e il gruppo scultoreo della Madonna con bambino e due angeli, un esempio dell’intensità espressiva del gotico che si riscontra nelle pieghe della veste della Vergine e nell’intenso sguardo che la madre e il figlio si scambiano. Ma la notorietà della Cappella degli Scrovegni è dovuta soprattutto al ciclo di affreschi dipinti da Giotto. Fino a quel momento l’allievo di Cimabue poteva vantare una carriera non da poco: aveva arricchito la basilica superiore di Assisi con i suoi affreschi e si era fatto un nome a Firenze dipingendo, tra le tante opere, il crocifisso della chiesa di Santa Maria Novella. Insomma, Giotto godeva dello status di una vera e propria celebrità e il suo nome era sinonimo di garanzia. […]

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Culturalmente

Sarchiapone: etimologie, acquaiuoli e altro

Con queste parole Sarchiapone si preannunciava sulla scena della Cantata dei pastori messa in scena da Roberto De Simone nel 1974: «Palummella, zompa e vola, | addò sta nennella mia…». Le scelte registiche del Maestro rimandano, attraverso la rievocazione della famosissima canzone anonima di fine Settecento, al solco della più viva e vera tradizione popolare napoletana. Non sempre, però, il personaggio di Sarchiapone ha designato uno dei caratteri innestati nell’immaginario partenopeo: si pensi che l’opera originale di Andrea Perrucci, edita con lo pseudonimo di Casimiro Ruggiero Ugone, Il vero lume tra le ombre, overo La spelonca arricchita per la nascita del Verbo umanato (1698), non recava il personaggio di Sarchiapone, ma fu ad essa aggiunto nel corso della rielaborazione e reinterpretazione effettuata proprio dall’immaginario popolare, il quale finì, tra l’altro, col nominare la sacra rappresentazione di Perrucci con l’oggi più noto titolo di Cantata dei pastori. Nella tradizione letteraria dialettale, esso assume a seconda dei contesti significati simili, ma con sfumature diverse: è ora il caso di Cola Sarchiapone, tra i protagonisti del poema eroicomico di Giulio Cesare Cortese (Lo Cerriglio ’ncantato, 1628), intento ad architettare stratagemmi per la conquista della già famosa osteria al fine di beneficare dei bottini culinari, per cui pare assumere significato di astuto e famelico, ora il caso di Giambattista Basile che nel suo Cunto de li cunti (1634-1636) usa tale appellativo per designare un proverbiale sempliciotto e fannullone (Peruonto, I,3). Cambiando registro e tempo, un altro noto “sarchiapone” della tradizione partenopea è il cavallo protagonista della poesia Ludovico e Sarchiapone, presente nella Livella (1964) di Totò, scritta in forma di dialogo tra animali, in cui in toni amari e malinconici si riflette sui vizi dell’uomo. Non solo: col termine “sarchiapone” si intendono una pluralità di concetti, dall’ambito proverbiale a quello culinario, attribuiti nel corso del tempo, che rendono ancora sfuggente il significato vero di questa parola. Non tanto a caso, dunque, forse, Walter Chiari nella sua famosa scena ironica si trovava in imbarazzo nello spiegare cosa fosse il “sarchiapone”. Riflessioni meta-etimologiche  Il termine “sarchiapone” risulta essere in uso, come testimoniano le fonti letterarie, fin dal XVII secolo e, a seconda del contesto, pare assumere significati molteplici. Etimologicamente, l’origine di “sarchiapone” risulta essere ancora imprecisata. C’è chi afferma che la parola abbia origini greche e nasca dalla fusione del termine σάρξ (sarx), ovvero “carne” in senso generico, e dal pronome personale ποιος (poiòs), ovvero “chi”, ipotizzando una traduzione con ellissi di verbo: “chi (è) di carne”. Tra i vari usi di “sarchiapone”, a tal proposito, figura anche quello di appellativo per indicare una persona corpulenta e, talvolta, deformata o esagerata nei suoi caratteri corporali. Una nota in margine all’etimologia presunta di “sarchiapone” potrebbe arricchirne il significato e l’uso che se n’è fatto e se ne fa in alcuni contesti. Il termine “sarx”, infatti, fu al centro di speculazioni teologiche che attribuivano ad esso un’accezione decadente e corruttibile, proprio della caduca natura fisica dell’uomo, a cui e contrapposto lo “spirito”, puro e incorruttibile; il motivo di […]

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Riflessioni culturali

Perché iscriversi al Liceo classico: motivi e falsi miti

Iscriversi al Liceo classico è una scelta che riguarda sempre più studenti; infatti, secondo alcuni studi recentemente realizzati, tra i ragazzi intervistati, una percentuale piuttosto alta rivela di aver scelto tale indirizzo di studio o di averlo frequentato. Si tratta di una scuola superiore di secondo grado che, grazie allo studio di materie umanistiche e scientifiche, rappresenta un connubio perfetto per riscoprire la storia, rintracciando i segni del passato nel presente. Ma perché iscriversi al Liceo classico?  In questo momento, sembrerebbe che proprio tale indirizzo di studio sia quello che meglio aiuti i ragazzi a prepararsi alle sfide che li attendono. Grazie all’insegnamento della filosofia, ma anche le tantissime ore dedicate allo studio dell’italiano, gli studenti che scelgono il liceo classico riescono ad ottenere una preparazione ad ampio spettro. Inoltre, sono tanti gli insegnanti che sottolineano quanto lo studio delle materie classiche aiuti a ridimensionare la propria visione del mondo, aprendo a nuovi orizzonti. La scuola costituisce un immenso patrimonio culturale e pedagogico, di notevole spessore e quindi la scelta, soprattutto della scuola secondaria, è di particolare importanza. Indipendentemente dalla scelta, un istituto superiore di secondo grado dev’essere in grado di coinvolgere ed invogliare gli studenti ad apprezzare l’enorme rilevanza della cultura, dal linguaggio alla lettura, dalla matematica alla fisica, all’italiano, dalle materie artistiche all’educazione fisica. Ovviamente, va da sé che ogni scuola possa presentare dei livelli di complessità differenti, come nel caso del suddetto liceo classico. Una volta iscritti, il liceo (in questo caso classico) diventerà una sorta di “seconda casa”, in un percorso sicuramente dinamico ed impegnativo. Inoltre, sarà possibile svolgere una serie di materie extra-scolastiche, che daranno vita ad un percorso di studio ancor più interessante e stimolante. Liceo classico: tra falsi miti e modernità Uno dei luoghi comuni più diffusi è la convinzione che al Liceo classico non si studi la matematica. Nulla di più errato: l’insegnamento di tale materia è ovviamente previsto, anche se si affianca alle materie tradizionali, quindi a quelle di indirizzo: latino e greco antico. Il Liceo Classico è sicuramente la scelta migliore per chi ama le materie umanistiche, ma durante il percorso di studi sono presenti anche scienze, matematica e fisica, oltre alle lingue straniere come l’inglese. Tante materie, molte discipline mnemoniche che però diventeranno sempre più apprezzate. Iscrivendosi al Liceo classico, ovviamente, la mole di studio aumenterà rispetto ad un altro istituto superiore, ma si raggiungeranno degli obiettivi sorprendenti; esercitando molto la mente, infatti, tutto diventerà ponderato, ragionato e qualsiasi situazione o scelta che si paleserà ai nostri occhi potrà apparire più semplice. Comprovato è che studiando il greco e il latino, e in particolare traducendo le cosiddette versioni, si abitua il cervello all’attenzione al dettaglio e alla risoluzione di problemi complessi. Dunque, grazie allo studio approfondito ed analitico del latino e del greco (verso i quali spesso converge la maggior parte dei dubbi circa la scelta di questo indirizzo di studio), delle materie letterarie e della storia si scoprirà la vera identità dell’essere umano, lontano da come lo si vede […]

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Riflessioni culturali

Come dimenticare un ex? Ecco cinque proposte

Come dimenticare un ex?  La risposta che tutti vorremmo avere, ma che nel momento del bisogno puntualmente tarda ad arrivare.  La fine di una relazione è un momento in cui il dolore ci paralizza, rendendoci fragili emotivamente e fisicamente, si perde la volontà di progettare, di prendere decisioni, perdiamo il senso di sicurezza e calore affettivo; ci crogioliamo in un circolo vizioso che ci risucchia in una fase di negativizzazione emotiva senza riuscire a superare la delusione delle aspettative e delle proiezioni con cui avevamo vestito l’altra persona.  Nasce una lotta quotidiana in cui bisogna sopravvivere a se stessi, al mondo che minaccia di crollarci addosso, ai ricordi delle emozioni passate che riaffiorano e spuntano nei momenti più improponibili del giorno e della notte, torturandoci senza darci tregua, alle emozioni non vissute, quelle che restano incastrate tra i sogni trattenuti dal cuscino.  Senza ombra di dubbio non è stato ancora inventato alcun farmaco capace di cestinare tutti i momenti trascorsi con una persona che adesso non fa più parte della nostra vita, e allora come bisogna agire? Come superare una delusione? Come uscire indenni da una relazione finita male? Come dimenticare un ex? Non esiste un modo giusto o sbagliato di reagire alla fine di una relazione, e rimettere insieme i pezzi di un cuore rotto non è così semplice come nei film, ma il tempo e una buona dose di lavoro su se stessi possono indubbiamente aiutare ad aumentare la nostra autostima, la fiducia verso gli altri, la consapevolezza sulle cose che cerchiamo e che soprattutto non vogliamo si ripropongano più in un’esperienza futura.  Innanzitutto dobbiamo imparare a convivere con la certezza che nessuno è perfetto: l’imprevedibilità delle relazioni ci dimostra che non possiamo avere pieno controllo su tutto, né permettere a qualcun altro di averne sulla nostra vita, e che a volte è meglio lasciar andare una persona piuttosto che restare ingabbiati in una relazione tossica.  Però mentre le pagine del calendario appeso alla parete cadono ed il tempo gira pigramente le lancette dell’orologio, ci rendiamo conto che dobbiamo riprendere in mano le redini della nostra vita e che possiamo farlo solo noi, senza ritrovarci così in balìa dei comportamenti altrui.   Cinque proposte su “come dimenticare un ex” (o almeno ci proviamo!)  1) DARE SPAZIO AL DOLORE nell’immediata fase della rottura, l’unica cosa che probabilmente siamo in grado di fare senza troppi sforzi è abbandonarci al pianto: il processo necessario per guarire le ferite di un cuore spezzato.  Piangere aiuta a metabolizzare il dolore, e scientificamente si dimostra che è di gran lunga preferibile per la mente ed il corpo gestire piccole dosi di sofferenza quotidiana rispetto ad evitare il dolore, che prolungato può incappare in forti forme di stress, ansia e aggressività.  Eludere un dolore quando si verifica l’allontanamento di una persona o la perdita di fiducia verso qualcuno che è stato un pilastro fondamentale nella nostra vita, può fortemente minare a lungo termine il nostro essere interiore. Il dolore va affrontato, elaborato, per imparare a possedere la sottile […]

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