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Eroica Fenice

La Tag: riflessioni culturali contiene 158 articoli

Culturalmente

Tradizioni giapponesi: la storia di un popolo tra ieri e oggi

Conoscere la cultura giapponese vuol dire conoscere il Giappone e i suoi abitanti. Si propone qui un viaggio attraverso le tradizioni giapponesi. Ancora oggi le tradizioni giapponesi restano alla base della vita del suo popolo, ma in un mondo multiculturale. Infatti, anche l’occidente sembra aver aperto le sue frontiere ad usi e costumi esteri, come quelli del Giappone. Tradizioni giapponesi: le più famose Una delle caratteristiche più iconiche del Giappone è la cosiddetta cerimonia del tè, chiamata “Sado” o “Cha no yu”. La storia della cerimonia risale a più di 1000 anni fa. Generalmente essa viene fatta con il Matcha o il Sencha, entrambi derivati dal tè, ma con foglie diverse: il primo deriva dal tè verde, mentre il secondo da foglie comuni di tè. La cosa più importante della cerimonia del tè è senz’altro come essa viene svolta. Esistono infatti due modi: “Omoto Senke” e “Ura Senke”. La differenza sostanziale è il modo in cui si tiene la tazza (chawan) e come si beve il tè. Durante la cerimonia sono in genere serviti anche dei dolci tipici (wagashi). È importante ricordare che alla cerimonia è possibile partecipare solo indossando un kimono. Un’altra tradizione importante è quella della disposizione dei fiori (Ikebana oppure Kado). La tradizione sembrerebbe risalire al VII secolo. Ad oggi ci sono più di 1000 scuole in tutto il mondo che la insegnano. I fiori vengono disposti in un vaso e tenuti insieme con una sorta di spilla (Kenzan), tenendo conto di colori, linee e forme. Questa tradizione, insieme a quella del tè in genere viene insegnata per lo più alle giovani spose prima del matrimonio. A proposito di matrimonio, esso viene celebrato con il rito shintoista. La cerimonia si svolge presso il santuario o la casa dello sposo. Ad ufficializzare il rito è un sacerdote con abiti tradizionali (veste bianca, cappello di taffettà e uno scettro). La sposa indossa il solito abito bianco o un colorato kimono ricamato. La donna in genere indossa anche un voluminoso copricapo di seta bianca, che simboleggia calma ed obbedienza. Lo sposo invece indossa un kimono cerimoniale con gonna-pantalone, un sotto kimono e un kimono con gli stemmi di famiglia. Prima di iniziare il rito, gli sposi e i parenti necessitano di una purificazione nell’acqua delle fontane all’ingresso del tempio. Durante la cerimonia gli sposi sono invitati a bere tre sorsi di sakè (bevanda alcolica al riso) da tre tazze di dimensioni diverse poste sull’altare, insieme a riso, frutta e sale. Anche i genitori degli sposi dovranno bere tale bevanda. Per ultimo, la coppia prima di recarsi al ricevimento, deve fare un’offerta agli dèi. Anche il judo rientra nelle tradizioni orientali. È da ricordare che esso compare nello sport olimpico ufficiale, oltre che essere una delle arti marziali più famose del Giappone. Esso viene praticato da uomini e donne, ed è fitto di tecniche e regole chiamate anche “waza”. L’arte della calligrafia chiamata anche “Shodo” è famosa in tutto il mondo. Diverse sono le scritture esistenti, ma le più famose restano […]

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Voli Pindarici

Diario di una quarantena. Il signor Peppe

Il Signor Peppe, storia di un uomo “strano” Un cappello di paglia con un nastro colorato (sembrerebbe blu), una sedia di quelle da spiaggia in tela verde, un sigaro e una salopette di jeans. Dal mio balcone vedo il “Signor Peppe”, così lo chiamano tutti, un uomo sulla settantina che ogni pomeriggio siede fuori al terrazzo di casa sua e fischietta, osservando chissà cosa. Qualcuno lo dà per matto, qualcun altro invece lo guarda di nascosto con curiosità in quella sua posa quasi scultorea, mentre i tiepidi raggi di sole di questa stagione strana e contaminata lo riscaldano. Il Signor Peppe è solito dare confidenza a nessuno. Non chiacchiera, non incrocia gli sguardi. Se ne sta lì, solo, a osservare e ad ascoltare sempre nella stessa posizione, in perfetta solitudine. L’altro giorno, per caso, i nostri sguardi si incrociarono e in un attimo mi parve di vedere il mare. Due grandi occhi chiari, color acqua, la carnagione scura, i capelli bianchi appoggiati delicatamente sulle spalle. Mi chiese una sigaretta, mostrandomi il suo pacchetto vuoto. Senza pensarci su mi avvicinai con discrezione e gliene porsi una. Lui accennò un timido sorriso, facendo cenno di sedermi su un muretto ricoperto di maioliche scolorite, accanto a lui. Trascorsero dei lunghi minuti in silenzio riempiti da sorrisi accennati, rapidissimi secondi durante i quali mi lasciai coinvolgere dai mille colori e suoni della natura primaverile, lasciandomi trasportare da tutto ciò che mi circondava. Minuti semplici e puri, che allontanarono dalla mia mente la paura del Coronavirus. Il virus c’è, esiste e purtroppo miete vittime: tante, troppe. Ma a volte, per stare bene, basterebbe accontentarsi di poco. Oltrepassare la soglia del proprio portone e catapultarsi altrove, dove solo l’immaginazione può arrivare. Il Signor Peppe mi ha concesso l’immensa possibilità di godere del proprio tempo, provando l’ebrezza di un nuovo sapore: quello della semplicità. Mi ha rassicurata senza parlare, con distacco, ma con lo sguardo di chi vorrebbe dire tante cose pur tacendo. Il Signor Peppe è sempre stato descritto come “n’omm stran”. Un uomo strano, seppur la maggior parte della gente sa poco di lui. Poiché casa mia è posizionata più su rispetto alla sua, l’ho sempre osservato dall’alto. Ho sempre aspettato che si girasse e non lo ha mai fatto, ma l’altro giorno improvvisamente ha scelto di dedicarmi il proprio tempo: un’occasione di crescita personale. In questi giorni ho ripensato più volte a quell’episodio, al motivo di quell’apertura nei miei confronti. Mi è capitato di leggere dei libri e improvvisamente riscoprire l’immagine del Signor Peppe, che si materializzava in quelle parole. Sembra quasi un personaggio di quelli che s’incontrano nei libri. Sarà per questo che, decisa a leggere Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, ho subito notato un uomo con cappello di paglia e salopette blu raffigurato sulla copertina. «Coincidenze», ho pensato. Proseguendo nella lettura dal mio balcone, quando il meteo lo permette e con il Signor Peppe, sempre nella propria posa statuaria, ho ritrovato un biglietto con un nome e una data: 1991, […]

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Culturalmente

Lanterninosofia. Il tentativo disperato di ascoltare le voci dell’oltre

Lanterninosofia: che cos’è e come possiamo comprenderla appieno attraverso la scrittura e i personaggi di Luigi Pirandello. Per dare un titolo a questo articolo di approfondimento sulla Lanterninosofia abbiamo preso in prestito le parole di Sergio Campailla, che nell’introduzione al romanzo Il Fu Mattia Pascal (edizione Grandi Tascabili della Newton Compton Editori), fa un’analisi critica complessa del romanzo e sintetizza poeticamente – e in maniera affascinante – il concetto filosofico della Lanterninosofia come «il tentativo disperato di ascoltare le voci dell’oltre». La parola “tentativo”, in questo caso indistricabile dalla parola “ascoltare”, è parola chiave della ricerca antropologica nell’abisso dell’animo umano, onnipresente nella poetica pirandelliana e mai abbandonata dallo scrittore siciliano; ricerca che, al contrario, tradisce, o meglio rispecchia, il senso che Pirandello dà agli uomini e alla loro esistenza: il tentativo ripetuto, che dura una vita, di spalancare le porte chiuse dell’incomunicabilità (ben oltre il semplice concetto di maschera) per dare voce all’infinito “io” che ci portiamo dentro e che bussa per essere ascoltato. Lanterninosofia: la teoria delle illusioni ne Il Fu Mattia Pascal Prova di vocazione al romanzo, a colmare la mediocrità di Pirandello nel comporre versi, Il Fu Mattia Pascal, apparso dapprima a puntate sulla rivista Nuova Antologia, viene pubblicato nel 1904. Capolavoro dell’umorismo, il romanzo finalmente abbandona lo schermo della terza persona e insieme ad esso il femminile de La Capinera (Romanzo d’esordio di Pirandello, costruito per intero al femminile) invertendo la declinazione de L’esclusa. L’escluso è in questo caso un uomo, la voce che dice «Io» è quella di Mattia Pascal, escluso dalla vita. Come e perché? Accadono a Mattia Pascal due casi straordinari: vince al casinò di Montecarlo un’ingente somma di denaro e nel mentre viene ritrovato al suo paese il corpo di un suicida che la moglie e la suocera si affrettano a riconoscere come il suo cadavere. Allora questo personaggio tragicomico ne approfitta per fare qualcosa che forse tutti nella vita, almeno una volta, abbiamo sognato di fare: si crea una nuova identità, continua a vivere oltre la morte anagrafica, reincarnandosi in Adriano Meis. Ma la nuova vita si palesa presto come una impietosa esclusione: la morte anagrafica diventa morte effettiva, poiché un uomo senza identità, alienato dal mondo, che non possiede che un nuovo nome, non ha diritto ad alcun legame, nemmeno possedere un cane da compagnia. Alla condizione di esiliato, sentimento comune a tutti i personaggi pirandelliani condannati all’alienazione, si affianca ne Il Fu Mattia Pascal quella dell’illuso. L’illusione che erode Adriano Meis, quella della sopravvivenza – la sua invenzione aleatoria di essere diventato un altro – si estende all’intera umanità. Ecco che allora l’espediente dell’illusione, nel capitolo tredicesimo, viene delineato da Anselmo Pelari che introduce la disciplina da lui definita, neologisticamente, come lanterninosofia. Il Signor Pelari, cultore di fenomeni spiritici e appassionato speculatore filosofico, accoglie provvisoriamente in casa sua Adriano Meis il quale, per coronare la sua strategia di fuga, ha subito un’operazione all’occhio strabico che lo ha costretto a un isolamento di quaranta giorni al buio. Per consolare il […]

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Culturalmente

Aforismi filosofici: 10 da conoscere

L’esistenza umana tende continuamente a nutrirsi di filosofia. Quanto spesso capita di interrogarsi sul senso del tempo, dell’amore, della vita! Persino nelle cose più semplici e quotidiane, la filosofia interviene saggia e sinuosa a risolvere interrogativi o porne di altri. E così ogni azione, pensiero, decisione trova riscontro nella miriade di aforismi filosofici, autentiche massime di vita per far luce sull’esistenza e infondere attenzione e serenità. Di seguito verranno descritte e analizzate dieci tra le massime più conosciute. Aforismi filosofici. Dieci tra i più saggi ed attuali « Per vivere con onore bisogna lottare, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttare via tutto, e di nuovo ricominciare e lottare e perdere eternamente. La calma è una vigliaccheria dell’anima » (Lev Tolstoj) Il noto filosofo e scrittore russo del XIX° secolo esprime un concetto tanto saggio quanto attuale. Non abbiamo mistero della viltà dell’animo. Quanto poco coraggio si impiega per vivere, per vivere davvero! Si è così impegnati a gestire e sopravvivere. Impegnati a lottare per non soccombere, per non fallire. Ma è questa la vera lotta? È qui che fiorisce la vitalità che scaccia l’inerzia? Ebbene no. Si è così poco abituati a perdere, riscoprendosi più fragili di quel che si crede. Sì. Perché la vera forza non risiede nel camminare senza inciampare mai, bensì nella capacità inedita di rialzarsi ad ogni caduta, di riprendere il volo dopo essere scivolati nel precipizio. Non è affatto semplice “mutare pelle, cuore e mente ad ogni stagione” ma è parte essenziale dell’essere umani. Non è onorevole resistere di fronte all’errore e ai sentieri impervi. È onorevole perdersi per ritrovarsi migliori di prima, più completi e consapevoli. È saggio ricominciare a sorridere, soprattutto quando la vita non sembra offrire la possibilità di farlo con gusto e voluttà. Ma se ci si abbandona alla pigrizia dell’anima, la viltà prenderà il sopravvento sul coraggio. Pertanto, occorre non smettere mai di mettersi in gioco e alla prova. E ad ogni gradino scalato e ad ogni ruscello saltato, il cuore sarà più vicino alla maturità e un punto sempre più prossimo alla felicità.  « Non cercare di sapere, interrogando le stelle, che cosa Dio ha in mente di fare: quello che decide su di te, lo decide sempre senza di te » (Lucio Anneo Seneca) Lo stoico filosofo romano del I° secolo esprime in uno dei nostri aforismi filosofici il connubio tra filosofia e fede. Spesso la nostra quotidianità è pervasa da detti che ben sostengono il concetto di Seneca, come ad esempio “Lascia fare a Dio”, che richiamano il fatalismo o la divina provvidenza, secondo la morale manzoniana. Ma quanto saggia e rassicurante è questa fede! Certo, gli agnostici storcerebbero il naso, ma per chi ha fede e crede in un “macro progetto” – che molto probabilmente non combacerà con la miriade di “micro progetti” che l’uomo testardamente costruisce – sarà giusto abbandonarsi al volere superiore, a quell’Àgape che è l’amore assoluto e incondizionato. Un amore che ha a cuore il nostro vero bene, quello che […]

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Culturalmente

Nomi napoletani, i dieci più famosi, da Gennaro a Carmela

I nomi napoletani sono numerosissimi, scelti in base alle diverse prospettive e punti di vista delle persone. In passato ad esempio, era tradizione, rinnovare il nome della madre della sposa, nel caso che nascesse una donna, e il nome del padre dello sposo, qualora il primogenito fosse un maschio. Tradizioni che col tempo sono andate perse, almeno in parte, perché a Napoli, è possibile stilare una lista, o meglio, una classifica con i dieci nomi più famosi e quindi di conseguenza quelli più diffusi. I 10 nomi napoletani più diffusi Al primo posto troviamo il nome Gennaro; esso deriva dal latino Ianuarius, che significa gennaio, mese che a sua volta prende il suo nome dal dio Giano. Il significato viene quindi interpretato come “nato a gennaio”, altre volte con “dedicato a Giano”. A Napoli, il nome Gennaro è collegato al Santo Patrono della città, appunto San Gennaro, veneratissimo e particolarmente amato e proprio questa impronta religiosa spiegherebbe perché in Campania, tale nome, al primo posto nella classifica dei dieci nomi più importanti, riveste il 65,4% delle presenze, ovvero delle persone così chiamate. Ma Napoli in fondo è anche questo, un susseguirsi di tradizioni, cultuali, artistiche, religiose, sociali, enogastronomiche, folkloristiche, musicali, e quindi una tale varietà di nomi, non sorprende, anzi, attira sempre più curiosi, studiosi e linguisti. Al secondo posto troviamo, Ciro; tale nome è legato alla devozione a San Ciro, patrono degli ammalati e della città di Portici. In Campania, circa il il 66,8% delle persone porta questo nome, anche se in questo caso, la regione partenopea è seguita dalla Puglia, dove si registra un’alta percentuale. Anche, in riferimento a questo nome, gran parte delle scelte relative ad esso, si ricollegano alla venerazione religiosa a San Ciro, un altro dei santi più venerati dal popolo napoletano, dopo San Gennaro. La sua etimologia è ignota ma sono stati ipotizzati diversi significati, fra i quali “lungimirante”, “giovane” o eroe. Al terzo posto troviamo finalmente un nome femminile, Anna; tale nome deriva dall’ebraico e vuol dire, grazia. Si tratta di nome biblico presente sia nell’Antico Testamento, dove Anna è la madre del profeta Samuele, e anche nel Nuovo Testamento. Una curiosità relativa a questo nome, riporta all’antico gioco della Tombola napoletana, dove il numero 26, richiama proprio “Nanninella”, ossia il diminutivo di Anna. Inoltre, il numero 26, risulta essere uno dei più giocati al lotto, per i diversi significati che vi si possono attribuire. Anna è un nome spesso utilizzato, associato ad altri nomi, come Anna Maria. Un’altra curiosità relativa a tale nome, è che si tratta di un palindromo, cioè se viene letto normalmente o al contrario, è identico. Il quarto nome più famoso ed usato ancora oggi, è Giuseppe; anch’esso è legato alla tradizione biblica. Ricordiamo però, che Giuseppe è stato il nome proprio maschile più diffuso in Italia nel ventesimo secolo, con una frequenza che man mano è andata calando, fino al 2017, quando in Italia è andato in disuso, mentre a Napoli continua ad avere una buona collocazione tra […]

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Culturalmente

Diomede, le imprese del valoroso guerriero greco divenuto immortale

Diomede, mitico figlio di Tideo e di Deipile, fu uno dei più valorosi guerrieri greci: uomo dalle grandi virtù guerresche, viene però ricordato anche come eroe della civilizzazione e promotore e difensore della stessa. La sua storia è costellata di imprese indimenticabili: fu tra i principali eroi achei che parteciparono alla battaglia degli Epigoni, fu al fianco di Ulisse in intrepide imprese come il furto del Palladio o l’incursione notturna nell’accampamento del re tracio Reso che Diomede stesso uccise nel sonno. Partecipò inoltre alla Guerra di Troia al fianco degli Achei e di Agamennone, distinguendosi in battaglia tra i più possenti uomini delle schiere achee in quanto affrontò in duello Enea arrivando a sfidare gli stessi Dei. Omero dedica a Diomede, uomo dal grande coraggio ma anche dalla grande intelligenza, un intero canto, il quinto, dell’Iliade in cui l’eroe assume un ruolo centrale. Per il suo valore e le sue virtù Diomede fu reso immortale, il suo culto si diffuse in tutto il mondo ellenico. Diomede: le sue imprese da Argo all’Italia La battaglia degli Epigoni Originario dell’Etolia, Diomede nacque ad Argo, costretto qui all’esilio insieme alla sua stirpe dopo che il trono di suo nonno Oineo regnante sulla città di Calidone, fu usurpato dal fratello Agrio. Rimasto orfano a Tebe, città posta sotto assedio, Diomede crebbe col desiderio di rivendicare la morte del padre e restituire al nonno il suo legittimo trono. Sin da giovane mostrò grande dedizione nell’arte della guerra, si allenò duramente insieme agli altri sei figli dei comandanti uccisi durante l’assedio di Tebe. Insieme formavano i Sette Epigoni che marciarono su Tebe per indire la seconda guerra contro la città uscendone vittoriosi. Come vuole la leggenda, i Sette Epigoni sconfissero da soli l’esercito di Tebe. Dopo aver vendicato la morte del padre, Diomede volle però restituire il trono al Nonno Oineo. Così si infiltrò a Calidone e uccise gli usurpatori del trono, i figli di Agrio che invece si tolse la vita. Ad Argo sposò Egialea, figlia orfana del re. Presto però, il grande guerriero dovette lasciare la sua casa e partire per la Guerra di Troia. La Guerra di Troia e il duello con Enea “Le gesta di Diomede” è, come anticipato, il titolo del V canto dell’Iliade a Diomede totalmente dedicato, che narra le vicende che lo videro protagonista durante la Guerra di Troia. «Allor Palla Minerva a Dïomede Forza infuse ed ardire, onde fra tutti Gli Achei splendesse glorïoso e chiaro. Lampi gli uscían dall’elmo e dallo scudo D’inestinguibil fiamma, al tremolío5 Simigliante del vivo astro d’autunno, Che lavato nel mar splende più bello. Tal mandava dal capo e dalle spalle Divin foco l’eroe, quando la Diva Lo sospinse nel mezzo ove più densa Ferve la mischia.» Il V canto prende le mosse dal punto in cui Diomede, ferito da Pandaro, riuscì a riprendere la battaglia grazie all’aiuto della dea Atena. Salito sul suo carro, il valoroso guerriero acheo sfidò ancora Pandaro uccidendolo con un colpo di giavellotto. Quindi ingaggiò un furioso duello […]

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Riflessioni culturali

Lingua napoletana: 6 imperdibili curiosità

La lingua napoletana, riconosciuta idioma dall’UNESCO, affascina da sempre filologi e studiosi, per la perfetta commistione tra suono e significato. La lingua napoletana è l’identità di Napoli e degli abitanti della città. Ma al contempo, rappresenta un incommensurabile patrimonio che si arricchisce di sfumature e soprattutto di curiosità differenti e al contempo utili. La lingua napoletana: curiosità Tra le prime curiosità, ricordiamo che il napoletano, così come l’italiano, deriva dal latino e dal greco. Le parole che compongono la lingua napoletana, hanno un legame profondo con il latino medievale. Proprio questa identità storica così importante, rimanda alla seconda curiosità sulla lingua napoletana, ossia, una notizia che rende orgogliosi: l’Università di Buenos Aires ha inserito nel proprio corso di studi, uno che si basa proprio sulla conoscenza del napoletano come lingua. Tutto ciò inteso come possibilità per gli studenti argentini di conoscere un idioma il cui lessico è molto simile allo spagnolo. La lingua napoletana, ha subito molteplici influenze, mantenendo però la propria forma originaria, la propria identità. Col trascorrere degli anni, la lingua napoletana è diventata principale componente, protagonista di opere artistiche, come le più famose canzoni di Murolo, Pavarotti, Ranieri, Villa. Canzoni, ancora oggi cantate in tutto il mondo e che insegnano quanto una lingua possa in realtà oltrepassare i confini, con semplicità, arrivando dritta al cuore. Sempre dal punto di vista prettamente linguistico, un’altra curiosità riguarda l’aspetto fonetico della lingua napoletana. Infatti, sembrerebbe esserci un accostamento con la fonetica tedesca. Il fenomeno potrebbe risalire all’influsso della breve denominazione austriaca dal 1707 al 1733. Si tratta della consonante – S che posizionata prima di determinate consonanti assume la pronuncia di sch. La quarta curiosità riguardante la lingua napoletana è l’esistenza di alcune parole intraducibili, ossia delle locuzioni ideologiche, dei proverbi o modi di dire di uso comune, appartenenti alla tradizione profondamente radicate nell’identità storica di una comunità. Tra queste, “intalliarsi”, che non ha una vera e propria definizione, ma significa perdere tempo, non fare ciò che si dovrebbe. Un’altra simpatica curiosità, che però fa riflettere molto, è quanto affermato in un’intervista dell’agosto del 2019, a Napoli, dalla diplomatica Mary Ellen Countryman, console degli Stati Uniti: «Il napoletano mi piace perché sembra che ti dia la possibilità di esprimere intere situazioni in pochissime parole. È molto sintetica. Ma l’elemento che mi attrae di più è la musicalità, resa famosa in tutto il mondo dalle canzoni».  Ricordiamo come ultima curiosità che l’Accademia della Crusca, dopo aver attentamente selezionato i termini chiave della lingua napoletana, ha preso in esame la redazione di un vocabolario, attualmente in commercio, e consultabile da tutti. Ciò a dimostrazione che la lingua dei napoletani, il dialetto, è qualcosa che non smette di affascinare ed incuriosire, e soprattutto è in costante aggiornamento. Immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/vectors/uomo-cerca-parole-libro-black-29749/

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Libri

Da Vinci su tre ruote: un libro di Alessandro Agostinelli

Da Vinci su tre ruote. In scooter alla scoperta del genio è un recente testo scritto da Alessandro Agostinelli (scrittore, poeta, storico delle arti visive) e pubblicato per la casa editrice Exorma. Da Vinci su tre ruote. In scooter alla scoperta del genio: il testo Come evincibile a chiare lettere dal sottotitolo scelto da Alessandro Agostinelli per il suo testo, Da Vinci su tre ruote. In scooter alla scoperta del genio tratta di Leonardo Da Vinci in una maniera inconsueta: un libro “itinerante”, odeporico, un viaggio nei luoghi – e attraverso i luoghi – di Leonardo da Vinci in sella a un ciclomotore: «Ho deciso che avrei compiuto un viaggio con uno scooter sulle orme di Leonardo da Vinci […] Oltre un anno fa mi sono messo in testa di ripercorrere le tappe importanti della vita di Leonardo da Vinci. Avevo deciso di fare il viaggio con uno scooter e un camper al seguito, con sopra la troupe per girare i video che avrebbero composto il docufilm sul viaggio di Leonardo», ci informa l’autore già dalle prime pagine del suo racconto. Narrazione odeporica, dicevo: si descrive minuziosamente il viaggio, si narrano le vicende occorse, si descrivono in dettaglio i luoghi visitati (naturali, antropici, di ristoro), si ripercorrono con dovizia di particolari gli incontri avvenuti in itinere; «Il viaggio è stato una lunga passeggiata in scooter nel senso della storia, della fama e della fortuna di questo personaggio», ricorda Agostinelli. Le fotografie a testimonianza della sua impresa, sembrano inequivocabilmente suggerire la passione per le moto (di fianco a quella per l’arte), così come i numerosi passi dedicati dallo storico dell’arte ai ciclomotori stessi. Il viaggio di Alessandro Agostinelli lungo i luoghi di Leonardo da Vinci è un viaggio a prima vista molto particolare, inconsueto, in sella al ciclomotore «MP3 500 hpe business» della Piaggio, (percorrendo chilometri su chilometri fra Italia e Francia, andata e ritorno) e con al seguito il suo gruppo di teleoperatori ed assistenti a bordo di un autoveicolo; lo stesso autore di Da Vinci su tre ruote. In scooter alla scoperta del genio ci spiega il motivo di questa scelta, rintracciando un personale tratto d’unione fra Leonardo da Vinci e il costruttore Corradino D’Ascanio: «Se è vero che sappiamo riconoscere un avvertimento, sapremmo stabilire altrettanto bene cosa passa tra una invenzione e un inventario? Difficile dirlo, perché spesso quella che sembra una nuova creazione di un fatto è un inventario di cose messe assieme che in apparenza non sembravano stare assieme. Quando l’ingegnere Corradino D’Ascanio creò la Vespa prese in prestito un pezzo del motore di un elicottero e disegnò una scocca che ricordava il corpo di una vespa. Ne venne fuori – è proprio il caso di dirlo – un miele di scooter. Anche Leonardo da Vinci aveva questa capacità, cioè quella di mettere insieme in maniera performante cose inventate da altri, macchinari e ingranaggi che altri avevano pensato e fabbricato, ma che nella sua inventiva venivano composti insieme in maniera più efficace, erano assemblati finché non […]

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Culturalmente

Alfons Mucha, il pioniere dell’Art Nouveau

Gli artisti rompono spesso i canoni per allargare i confini del conoscibile e, grazie alla loro sensibilità, spesso anticipano i tempi e sono per questo destinati ad ottenere un riconoscimento dopo la morte. Ma ci sono casi in cui la loro azione rivoluzionaria riesce ad essere riconosciuta quando gli autori sono ancora in vita. Alfons Mucha è stato sicuramente un artista capace di imporre una nuova prospettiva, stravolgendo ogni ambito artistico, e per questo viene riconosciuto come il promotore dell’Art Nouveau, definito anche stile Liberty o floreale, che si sviluppò durante la cosiddetta Belle Époque, e che coinvolse principalmente le arti applicate, figurative e l’architettura, in risposta al movimento inglese dell’Arts and Crafts, che promuoveva la creatività artistica in risposta all’alienante produzione in serie. Ma quanti lo conoscono realmente? Scopriamo insieme chi era e quali sono stati gli apporti rivoluzionari di questo grande artista della contemporaneità. Alfons Mucha, la vita di un grande artista Alfons Mucha nasce il 24 luglio del 1860 a Ivancice, in Moravia, nell’Impero austro-ungarico. Dimostra sin da subito una incredibile passione per il disegno che lo porta ben presto ad iscriversi ad un laboratorio di pittura, che produce in particolare scenografie teatrali. Viaggia in Europa ma rientra ben presto in patria dove ha la fortuna di entrare nelle grazie del conte Karl Khuen Belasi di Mikulov, il quale non solo gli commissiona delle opere, ma gli finanzia gli studi presso l’Accademia delle Belle Arti di Monaco. L’artista si trasferisce poi a Parigi, tappa obbligata per gli artisti dell’epoca, dove frequenta varie Accademie e conosce artisti tra i quali Paul Gauguin. Da qui inizia la sua ascesa: riceve l’incarico di illustrare “Scènes et épisodes de l’histoire d’Allemagne” di Charles Seignobos e nel 1894 dovrà creare un poster per promuovere l’opera teatrale di Victor Sardou “Gismonda”, con Sarah Bernhardt; è l’inizio del suo successo. Viene dato alle stampe il suo primo pannello decorativo, “Le quattro stagioni”, e ottiene incarichi nell’illustrazione pubblicitaria. Molti suoi lavori vengono esposti nella Galleria Bodiniére e qualche mese dopo allestisce un’esposizione personale al Salon des Vents. Nel 1899 ottiene l’incarico di ideare il manifesto per la partecipazione dell’impero austro-ungarico all’Esposizione internazionale di Parigi, punto di svolta nonché di trionfo per l’Art Nouveau. La pubblicazione dei “Documents Décoratifs”, un vero e proprio manuale per artigiani, ha come fine quello di testimoniare e trasmettere il proprio stile, al di là del  tempo, e definisce per la prima volta i canoni dell’Art Nouveau. Pubblicherà in seguito “Figures Décoratives“, quaranta tavole rappresentanti donne in forme geometriche e conoscerà Maria Chytilova, la sua futura moglie, che sposerà a Praga. Si stabilirà poi a New York dove il miliardario Charles R. Crane finanzierà la sua gigantesca opera “l’Epopea slava“, un ciclo pittorico volto a sostenere la causa slava e rappresentante le tappe cruciali della sua storia. Tornerà in seguito a Praga dove parteciperà alla decorazione di numerosi palazzi. Con l’indipendenza della Cecoslovacchia ottenuta al termine della Prima Guerra Mondiale, ad Alfons Mucha verrà affidato il compito di disegnare banconote, francobolli e documenti governativi […]

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Attualità

La Cultura non si Ferma di Maurizio de Giovanni

La cultura non si ferma! Maurizio de Giovanni, il famoso scrittore napoletano conosciuto ed apprezzato in tutta Italia per i suoi romanzi gialli avvincenti che scrive da oltre 10 anni, si impegna a contrastare la forte tristezza e paura che in questo periodo di epidemia del Coronavirus alberga nel cuore di tutti. Da persona colta comprende l’importanza di coinvolgere diverse generazioni in qualcosa di positivo e propositivo e lancia la nuova iniziativa socio-culturale online “La cultura non si ferma!” proponendo diverse tematiche e riunendo numerosi followers tramite dirette Facebook. Durante queste ha promesso di illustrare alcuni passi del suo nuovo interessante romanzo “Una lettera per Sara” edito da Rizzoli, la cui pubblicazione era prevista a marzo prima dell’emergenza sanitaria nazionale Coronavirus annunciata dal Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte. La Cultura non si Ferma di Maurizio de Giovanni: Di che si tratta? L’obiettivo dell’ iniziativa online “La Cultura non si ferma” mira a far divertire, riflettere ed unire tutte le persone, la maggior parte giovani che si sentono soli perché seguono il #iorestoacasa in queste settimane di permanenza a casa, per discutere in merito a diverse tematiche socio-culturali che possano spronare la mente ed il cuore contrastando cosi’ questo periodo nero che l’Italia sta vivendo. Oltre il #IoRestoaCasa divenuto virale sui social network, lo scrittore vuole esprimere un altro messaggio efficace: possiamo essere uniti anche se lontani, possiamo quindi stare insieme nello stesso tempo anche se a km di distanza. Tra i diversi obiettivo di questa iniziativa online lo scrittore Maurizio De Giovanni vuole dare impulso a tutti coloro hanno la passione per la lettura e per la scrittura, in particolar modo agli aspiranti romanzieri. La Cultura non si Ferma di Maurizio De Giovanni: Prima diretta La prima diretta che fa parte dell’ iniziativa online “La cultura non si ferma” è stata svolta dallo scrittore Maurizio de Giovanni sulla sua pagina Fanclub venerdì 13 marzo alle ore 17 ed ha ottenuto un successo incredibile perché seguita da oltre 300 persone tra cui molti giovanissimi. Solare e simpatico si presenta in diretta accogliendo con entusiasmo le numerose domande. Una tra le prime è “Ha intenzione di scrivere un romanzo sul Coronavirus? e lo scrittore risponde: “Non scriverò una storia sul Coronavirus perché il mio stile è quello di raccontare una storia, prendendo spunto dalla vita reale non descrivendo e riportando in un libro una storia totalmente vera. Consiglio ai giovanissimi di tenere un diario intimo non da pubblicare“. L’ invito dello scrittore Maurizio De Giovanni è quello di scrivere un diario personale dove la scrittura risulta essere un’ arma vincente per vincere la paura, per distrarre la mente e per fare un confronto tra passato e presente. Un’ altra domanda che viene rivolta allo scrittore è su quale musica predilige in questo momento e Maurizio De Giovanni risponde: “Grazie per la domanda è davvero molto importante in questo periodo ascoltare la musica personalmente preferisco quella jazz dalla sonorità calda, il pianoforte ed il sassofono. La musica è un ottimo rimedio […]

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