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Eroica Fenice

La Tag: riflessioni culturali contiene 143 articoli

Riflessioni culturali

Campi di concentramento: storia di ciò che è stato

I campi di concentramento erano delle strutture carcerarie all’aperto, utilizzate per la detenzione e lo sfruttamento di civili o militari. Il primo utilizzo dei campi di concentramento, nella storia contemporanea, è riconducibile all’insurrezione cubana del 1896 quando il generale dell’esercito spagnolo Valeriano Weyler, attuò quello che è stato definito un “riconcentramento” della popolazione. Furono bruciate abitazioni e campi coltivati, e poi si passò alla deportazione vera e propria, in zone dove era permesso costruire capanne, delimitate da una “trincea” al cui interno erano gettati tutti i rifiuti ed esternamente circondate da una recinzione di filo spinato, ai cui lati erano presenti solitamente due e o tre soldati. Col passare degli anni, anche in Sud Africa, dopo la seconda guerra boera, tra il 1900 e il 1902, il comandante britannico Kitchener, deportò in ben cinquantotto campi di concentramento 120.000 boeri, circa metà della popolazione, in gran parte morta, a causa delle scarse condizioni igienico-sanitarie, epidemie e denutrizione. La deportazione di civili e militari, non riguardò esclusivamente zone lontane dall’Italia, infatti, a seguito della Rotta di Caporetto circa 300.000 soldati italiani furono imprigionati dagli eserciti degli imperi centrali e fu avviata una vera e propria deportazione, in quelli che erano conosciuti come campi di concentramento, controllati dagli austro-ungarici e tedeschi. L’uso sistematico dei campi di sterminio o concentramento, si ebbe nell’URSS a partire dal 1917 quando Lenin annunciò che tutti i “nemici di classe”, dovevano in qualche modo esser puniti, proprio come con i criminali. Decisione sistematica e irremovibile che diede inizio all’epoca dei gulag ossia campi di internamento in cui i detenuti erano costretti a lavorare in condizioni disumane, fino alla morte. I più tristemente “famosi” campi di concentramento sono quelli creati dai nazisti, in Germania: un sistema di prigionia provvisoria, contraddistinta dalla dicitura “lager”, all’interno dei quali venivano rinchiusi oppositori e persone sgradite al regime, costretti ai lavori forzati fino allo sfinimento o alla morte. I prigionieri dei campi di concentramento, arrivavano stremati e stipati in vagoni ferroviari, dopo aver viaggiato in condizioni al limite della sopravvivenza, senza acqua, né cibo, al caldo o al gelo, in base al periodo. I più deboli, tra i quali tanti anziani e bambini, purtroppo non sopravvivevano a tutto ciò e morivano durante il viaggio. Arrivati ai campi di sterminio, si effettuava una “selezione”, coloro che erano ritenuti ancora abili al lavoro, venivano separati dai loro familiari e destinati alle baracche dei prigionieri, per essere sfruttati fino alla morte. Gli altri, soprattutto, anziani, donne, e bambini, erano condotti nelle camere a gas, dopo essere stati spogliati e depredati di ogni cosa, denti d’oro e capelli compresi; docce, o meglio, camere a gas, all’interno delle quali morivano, a causa dell’immissione di un pesticida letale. I cadaveri venivano poi eliminati nei cosiddetti forni crematori, che riducevano i corpi esanimi in cenere. All’orrore e alla devastazione fisica e psicologica, di quanto riuscivano a sopravvivere, si affiancò a partire dalla fine del 1941, la terribile rete dei campi di sterminio, studiati analiticamente, per l’eliminazione fisica degli ebrei e degli altri prigionieri. Uno […]

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Libri

Io e il signor Oz (e altri racconti) di Stefano Orlando Puracchio | Recensione

Io e il signor Oz (e altri racconti) è un recentissimo testo (pubblicato lo scorso settembre da Demian Edizioni) scritto da Stefano Orlando Puracchio (alla sua – com’egli stesso afferma – «prima “incursione” nel campo della narrativa»). Io e il signor Oz (e altri racconti): la storia Come evidentemente palesato dal titolo del libro, Io e il signor Oz (e altri racconti) è un libro narrato in prima persona: a raccontare le vicende, come un novello cantastorie, un immaginario sceriffo dal “fosco” passato che fra vari racconti districa pian piano, di pagina in pagina, dubbi e curiosità che spontaneamente sorgono nella mente del lettore (o degli ascoltatori, dato che il testo ben si presta, come ogni fiaba, alla “lettura ad alta voce”). Ciò che colpisce, fra l’altro, è la struttura che Stefano Orlando Puracchio ha dato al suo testo: storie nelle storie, che da un asse orizzontale centrale (la storia del protagonista) si dispongono verticalmente dilungandosi in storie su di esso imperniate; è questo il caso dei racconti scritti dopo la storia principale e nei quali Joe Sneaky Brown (questo il nome di fantasia scelto da Puracchio per il suo immaginario personaggio) spiega l’evoluzione delle proprie vicende personali e dei personaggi che “vivono” intorno a lui. Solo esempi, alcuni, dei vari “altri racconti” di questo testo strutturati lungo orizzontali e verticali secanti il centro della narrazione, che tanto – tantissimo – si avvicinano alla diegesi orale, e per questo fanno pensare al libro come una lunga fiaba che dovrebbe essere cantata e che è stata messa per iscritto. Dal mago di Oz al signor Oz: l’intento narrativo di Stefano Orlando Puracchio Io e il signor Oz (e altri racconti) ha l’intenzione di porsi come proseguimento ulteriore e altro alla storia de Il meraviglioso mago di Oz, come un’appendice a latere, del testo e delle sue varie (fedeli o liberamente tratte dall’originale) prosecuzioni; l’impostazione di fiaba, di storia nella storia, la forte connotazione orale del testo e il richiamo a più riprese di elementi e personaggi del testo di Lyman Frank Baum (la strada lastricata di mattoni gialli, il paese di smeraldi, lo spaventapasseri, le fiere del paese di Oz e le streghe dei regni), fanno del testo di Puracchio un’interessante fiaba che resta fedele all’impianto e alle volontà originali lette nell’opera di Lyman Frank Baum. E il merito di Puracchio, in questo suo testo, dev’essere soprattutto inteso nella messa in opera di un libro che poco si inserisce, di fatto, nella dimensione scritta e nei suoi canoni più veri e propri, per librarsi leggermente nei suoni e nelle consistenze volatili – e al tempo stesso, per taluni versi, solidissime – proprie dell’oralità. E allora Io e il signor Oz (e altri racconti) più che un testo scritto è un fiaba, un lungo racconto trapunto da racconti, a cui mai è possibile mettere la parola “fine”, perché infinita è la facondia e la fantasia dei racconti orali che tramandati lungo le direttrici del tempo (e forse non è un caso che il […]

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Culturalmente

Estinzione dinosauri. Come è avvenuta?

65 milioni di anni fa il nostro pianeta fu testimone di un drammatico avvenimento: l’estinzione dinosauri, gli enormi rettili che fino a quel momento avevano governato indisturbati la terra. Molte sono state le ipotesi avanzate dagli scienziati sull’estinzione dinosauri, tra il fantasioso e lo scientifico. Quella maggiormente affermatasi nella comunità di geologi e scienziati è la caduta di un’asteroide che provocò la fine di questi mastodontici animali. La storia prima della storia. Il mondo dei dinosauri Prima di entrare nel dettaglio è giusto soffermarci sul mondo in cui i dinosauri vivevano, che era il Cretaceo. Con questo nome si identifica la terza e ultima parte in cui è suddivisa l’era mesozoica, l’era in cui vissero i dinosauri. Il culmine di questa età è rappresentata dall’estinzione di questi ultimi e di alcune creature marine. L’origine del nome di quest’era deriva dalla parola francese craie, la quale indica un deposito calcareo ricco di fossili molto presente in Europa e per la precisione nel bacino di Parigi. Estinzione dinosauri, le ipotesi Le ipotesi sull’estinzione dei dinosauri accettate dalla comunità scientifica sono principalmente due. La prima, che è anche la più celebre, fu avanzata nel 1979 da Luis e Walter Álvarez e vedeva come causa principale l’impatto di un meteorite sulla terra. Come prova a sostegno di questa ipotesi c’è il ritrovamento all’interno della Gola del Bottaccione, nei pressi di Gubbio in Italia, di alcuni frammenti di iridio. Si tratta di un elemento presente all’interno dei meteoriti e tale tesi fu avvalorata dalla scoperta negli anni ’90 di quello che fu rinomato come cratere di Chicxulub nella penisola dello Yucatan, in Messico, largo 180 chilometri di diametro. Questo dato ha fatto ipotizzare che il meteorite che avrebbe colpito la terra doveva avere un diametro di 10 chilometri e che si sarebbe schiantato alla velocità di 30 chilometri al secondo, liberando un’energia pari a quella di diecimila bombe atomiche. L’impatto avrebbe causato il sollevamento nell’aria di polveri e nubi che oscurarono il sole per un lungo periodo di tempo, con conseguenze immaginabili: non essendoci più la luce solare le piante non poterono più nutrirsi tramite fotosintesi, i dinosauri erbivori morirono di fame e quelli carnivori non poterono nutrirsi di loro. Una vera e propria reazione a catena. La seconda ipotesi è più recente e ha tra i suoi sostenitori la ricercatrice Greta Keller. La causa dell’estinzione dei dinosauri non fu causata da un meteorite (quello di Chicxulub sarebbe caduto sulla terra 300 milioni di anni prima del Cretaceo), ma dall’eruzione dei vulcani nella regione del Deccan in India. L’emissione di sostanze chimiche resero l’aria irrespirabile e portò ad un drammatico cambiamento climatico, con la terra che non riusciva a disperdere l’eccesso di calore accumulato. Ciò avrebbe causato l’estinzione dei dinosauri in poco tempo Nel corso del tempo sono state avanzate altre teorie: i coniugi George e Roberta Poinar credono che la causa dell’estinzione dei dinosauri sia stata l’esplosione di un’epidemia batterica, mentre per altri scienziati l’ascesa dei primi mammiferi sulla terra che si cibavano di […]

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Culturalmente

Successione di Fibonacci: la bellezza aurea dei numeri

La successione di Fibonacci è un modello lineare ed omogeneo, di notevole importanza, introdotto da Leonardo Pisano, un famoso matematico italiano. Egli visse gran parte della propria vita ad Algeri, dove appese i principi dell’algebra dai maestri arabi. Viaggiò molto è proprio grazie ai tanti spostamenti, in Siria, Egitto, Grecia, ebbe modo di conoscere i più grandi ed importanti matematici musulmani. La successione di Fibonacci nacque da un problema concreto, proposto dall’Imperatore Federico II di Svevia a Pisa nel 1223 durante un torneo di matematici. L’interrogativo era il seguente: quante coppie di conigli si ottengono in un anno, salvo i casi di morte, supponendo che ogni coppia dia alla luce un’altra coppia ogni mese e che le coppie più giovani siano in grado di riprodursi già al secondo mese di vita?! Fibonacci fu il primo a rispondere al test, con una velocità tale da sorprendere tutti e suscitando qualche interrogativo. La risposta è: 1,1,2,3,5,8,13,21,34,55,89,144,233,377… Ogni numero della successione si ottiene prendendo la somma dei due che lo precedono, con l’esclusione dei primi due. Tuttavia, seppur la spiegazione piuttosto “semplice”, una delle caratteristica principale dei numeri, è che la successione in realtà non si coglie subito. Uno più uno, dà come risultato due, uno più due, dà tre, due più tre, dà cinque e via discorrendo. La successione di Fiboancci è menzionata nel dodicesimo capitolo del Liber Abaci, un ampio trattato di aritmetica, pubblicato nel 1202, all’interno del quale, non solo si studiano le proprietà delle quattro operazioni, ma anche le caratteristiche di numeri definiti particolari, come i numeri perfetti o i numeri primi. Il trattato fu di fondamentale importanza per la conoscenza e lo sviluppo della matematica nella cultura occidentale. La famosa successione, da sempre ha attirato l’attenzione di molte persone, poiché studiandola ed analizzandola, si trovano numerose corrispondenze con la natura, tanto da essere soprannominata anche ‘successione divina’. Ciò che sorprende, è l’esistenza di un legame tra la natura e i numeri di Fibonacci che ben si accostano tra loro. Una sorta di geometria sottostante nell’evoluzione degli esseri umani, data dai numeri. Le increspature di uno stagno, oppure il numero di dita alle estremità degli arti, sono tutti fattori collegati alla successione. Inoltre, ogni margherita ha 5 petali, 8 o 13 spirali ha invece una pigna, 8,13 o 21, sono le file parallele di punte su un ananas (questo è uno degli esempi più celebri di filotassi, ossia la disposizione delle foglie nel gambo di piante e fiori). I numeri di Fibonacci sono presenti anche nel numero di infiorescenze di ortaggi come ad esempio, il broccolo romanesco. Oltre alla fillotassi e alla natura, la successione di Fibonacci, ha assunto nel corso del tempo, particolare importanza anche dal punto di vista artistico, infatti, a tal proposito, secondo Pietro Armienti, docente dell’Università di Pisa, le geometrie presenti sulla facciata della chiesa di San Nicola a Pisa, potrebbero essere un chiaro riferimento alla successione del matematico. Oltre a ciò, è da sottolineare anche l’esempio di alcune installazioni luminose, sia a Barcellona, sia a Napoli: nella città partenopea,  in particolare […]

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Culturalmente

Il triangolo delle Bermuda: un mistero irrisolto

«Che cosa c’è in questo preciso spicchio di mondo che ha potuto distruggere centinaia di navi e aeroplani senza lasciare tracce?». Così scrive nel 1964 il giornalista americano Vincent Gaddis in un articolo in cui elenca, in modo suggestivo, una serie di sparizioni di navi ed aerei nella celebre e maledetta zona conosciuta come “triangolo delle Bermuda”. Quanto mistero aleggia intorno ad una leggenda, che nel tempo alimenta le fantasie di scrittori e studiosi, desiderosi di scavare a fondo o crogiolarsi nella suggestione del mito! Ma cos’è propriamente il triangolo delle Bermuda? È una zona dell’Oceano Atlantico settentrionale, recante la forma immaginaria di un triangolo, i cui vertici sono: il vertice Nord, ossia il punto più meridionale dell’isola principale dell’arcipelago delle Bermuda, da cui trae nome; il vertice Sud, ossia il punto più orientale dell’isola di Porto Rico; il vertice Ovest, ossia il punto più meridionale della penisola della Florida. Proprio in relazione a tale vasta zona marina, pari a 1.100.000 km2, il folklore alimenta il mistero legato a numerosi episodi di sparizioni di navi ed aerei, soprannominando pertanto l’area “Triangolo maledetto” o “Triangolo del Diavolo”. Ma fino a che punto tale leggenda viene considerata mistero nella cultura di massa? Quali le prove scientifiche atte ad avallarne o confutarne i presupposti? Il triangolo delle Bermuda: tra leggenda e filmografia Il mito del triangolo delle Bermuda, legato ad inusuali sparizioni, trae linfa da articoli e libri atti a divulgare ipotesi soprannaturali che spieghino le presunte sparizioni. Le prime notizie risalgono al 1950 ad opera del giornalista Edward Van Winkle Jones, in un articolo per Associated Press. Nel 1952 il Fate, magazine statunitense sui fenomeni paranormali, pubblica un breve articolo di George X. Sand, riportando la presunta sparizione di aerei e navi, come il Volo 19 e un gruppo di cinque navi della United States Navy. È qui che il mito trae origine, insieme alle prime ipotesi soprannaturali su un fenomeno che ancora fa parlare e fantasticare. Ma la leggenda assume reale spessore soprattutto a partire dalla pubblicazione del best seller Bermuda, il triangolo maledetto (The Bermuda Triangle), il suggestivo libro scritto nel 1974 dallo statunitense Charles Berlitz, in cui lo scrittore infittisce sapientemente il mistero, asserendo che nella zona circoscritta avverrebbero misteriosi fenomeni accostati al paranormale e a teorie aliene. La popolarità del capolavoro di Berlitz ispira successivamente la fantasia dei registi, autori di pellicole cinematografiche che hanno per oggetto civiltà scomparse, extraterrestri e avventure misteriose. A tal riguardo si menziona Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) di Steven Spielberg, in cui il mito delle sparizioni avvenute nel triangolo delle Bermuda sposa la tesi del rapimento alieno. La leggenda viene altresì menzionata nell’ultima puntata della prima stagione del telefilm Fringe, in cui Nina Sharp indica la zona come una delle prime sulla Terra dove alcune caratteristiche fisiche della materia inizierebbero ad indebolirsi, consentendo il passaggio tra ipotetici universi paralleli. In Italia il mito viene menzionato nel film Selvaggi (1995) di Carlo Vanzina, in cui il protagonista Ezio Greggio e i suoi […]

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Culturalmente

Caffè: il gusto che ci fa sentire ovunque a casa (più o meno)

C’è qualcosa nel mondo che, davvero, ci unisce tutti e ci fa sentire ovunque “a casa”(…più o meno), una tradizione multiforme apprezzata a destra e a manca, che ha ispirato la gente di ogni luogo e ogni tempo: il caffè Si tratta di una bevanda ottenuta dalla macinazione dei semi di alcune specie di piccoli alberi tropicali appartenenti al genere Coffea. Bach ha dedicato una cantata profana alla nostra pozione aromatica, la Kaffee – Kantate BWV211, che ci catapulta in un esilarante battibecco tra padre e figlia perché lui vorrebbe proibirle di assaporare la nuova bevanda in voga ai suoi tempi, ma lei si mostra decisa a non volervi rinunciare. All’epoca si considerava il caffè una vera e propria droga dannosa per la salute, per cui la giovane viene messa dinanzi a una scelta: o il caffè o la “zitellanza”. Fortunatamente, l’arguzia femminile è una fiumana in piena che non conosce argini e la ragazza farà firmare al suo fidanzato un contratto di nozze che lo obbligherà a lasciarla libera di bere caffè a volontà. Happy ending per la furbetta “assatanata”. Eh sì perché, per i suoi effetti energetici ed eccitanti, il nostro drink è stato considerato la “bevanda del diavolo” in passato. Addirittura, nel Quattrocento, alcuni sacerdoti hanno fatto pressione al Papa affinché vietasse l’uso del malefico liquido musulmano proveniente da Oriente, ma Papa Clemente VIII lo assaggiò, gli piacque e  decise di battezzarlo come “bevanda cristiana”. L’opinione del Papa piombò secca e decisa e fece sparire ogni dubbio in merito: “È così squisito che sarebbe un peccato lasciarlo bere esclusivamente agli infedeli”. Taac! Da “bevanda del diavolo” ad “acqua santa” è un attimo. Pare che proprio grazie alla benedizione del pontefice il caffè ebbe larghi consensi in Europa. Caffè, tra mito e realtà L’origine del consumo del caffè è controversa. Gli archeologi hanno trovato scritti risalenti al 900 d. C. su cui erano riportate le descrizioni riguardo il suo utilizzo in campo medico. Alcuni scritti evidenziano che l’inizio della storia del caffè avrebbe le radici in una bevanda medio orientale chiamata “vino d’Arabia”. Si narra anche che l’arcangelo Gabriele avesse fatto bere al profeta Maometto la nostra bibita prediletta per curarlo, utilizzandone le proprietà benefiche. Esiste, poi, la leggenda del pastore etiope Kaldi che notò che il suo gregge, dopo aver ingerito bacche di caffè, erano molto più attive. Così le assaggiò e constatò che avevano un effetto energetico. La gente del luogo fece delle bacche una bevanda, e questa iniziò a diffondersi. Pare che, nel 1617, la bibita abbia conquistato l’Europa grazie ai commercianti veneziani che seguivano le rotte marittime che univano l’Oriente con Venezia e Napoli. Successivamente, Venezia divenne un importante punto di riferimento anche per mercanti provenienti da altri Paesi dell’Europa centro-settentrionale. Ma la leggenda vuole che l’Occidente abbia scoperto il caffè grazie ad alcuni sacchi dimenticati dai turchi in ritirata da Vienna. Quando nascono le prime “botteghe del caffè”, quest’ultimo diviene una bevanda “sociale”. Sorgono eleganti caffetterie in moltissime città europee, che divengono luoghi […]

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Libri

A Natale un libro sospeso: Doctorammà di Graziella Lussu

Mercoledì 11 dicembre, nella sede CGIL Filcams in Piazza Garibaldi 101, Graziella Lussu ci presenterà il suo libro sospeso: Doctorammà Doctorammà segue L’armadio a muro, pubblicato nel 2018, ed è il secondo di una trilogia di romanzi autobiografici scritti da Graziella Lussu. Doctorammà è il racconto autobiografico, la testimonianza sotto forma di diario di una vita spesa per gli ultimi. Graziella sul finire degli anni ’60 entra a far parte della Congregazione delle suore della Redenzione e da allora la sua vita proseguirà nell’unico modo in cui Graziella sa contemplare Dio: cercandolo negli ultimi, in coloro che la società lascia ai margini, nelle ferite e nei segni che la povertà, l’indigenza, l’ignoranza, la solitudine lasciano nel corpo e nell’animo. Doctorammà racconta altri 20 anni di vita della Lussu: gli anni della formazione spirituale e intellettuale, gli anni in cui il suo sogno prende forma tra i banchi dell’università Cattolica di Roma e le lezioni di inglese a Londra. Dopo la laurea in Medicina alla Cattolica di Roma nel ’72, Graziella si specializza in Urologia, per poi volare a Londra. Qui, senza mai separarsi dall’amica e consorella Rita con la quale condividerà ogni momento e ogni fatica di questo intenso periodo di formazione, impara l’inglese per poi specializzarsi in Medicina Tropicale. Sul finire del ’76 Graziella è in India, tra la regione del Kerala e la città di Bangalore, in Karnataka, la sua “terra promessa”: qui rimarrà per anni come “medico di strada”, impegnata in campagne di educazione sanitaria e sensibilizzazione contro l’emarginazione dei malati di lebbra, e imparerà a conoscere che faccia ha vedhana, il dolore.  Nel romanzo di Graziella Lussu trovano spazio anche gli affetti familiari, le persone care, le figure che hanno avuto rilevanza fondamentale nella crescita, nella maturazione della sua persona e del suo sogno: la mamma Liuccia, donna colta, forte e indipendente, che ha portato sulle sue sole spalle, con indicibile abnegazione, il peso di una famiglia grande e complessa; la nonna, donna severa e inflessibile, la cui saggezza accompagnerà ogni momento della vita di Graziella; le sorelle e i fratelli dalle vite tortuose e in salita; un padre inadeguato, la cui presenza ha fatto danni e lasciato ferite più di quanto avrebbe potuto fare la sua assenza, un padre che ha speso, poi, una buona parte della sua vita a raccogliere e rimettere insieme i cocci lasciati a terra. A fare da sfondo a questi 20 anni di vita, tanti scenari diversi: una selvaggia Sardegna, Roma negli anni universitari, Londra, Milano e Parigi, e infine, il degrado e la sofferenza delle città e dei villaggi indiani. Mercoledì 11 dicembre, Graziella Lussu ci presenterà

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Culturalmente

Ate, figlia di Eris. La dea dell’inganno che fu cacciata dall’Olimpo

Ate, figlia di Eris. Cosa ci racconta la mitologia greca sulla dea dell’inganno. Figlia maggiore di Zeus ed Eris, dea della discordia, così viene definita Ate da Omero: « Antica figlia di Zeus, Ate rovinosa, che tutti acceca. » Il suo nome in greco antico significa inganno, rovina, scelleratezza. Ancora secondo Omero, ed anche secondo Esiodo, Ate sconvolge l’animo umano turbandolo con inganni, incubi e immagini sconcertanti. Perfino Zeus ne subì il colpo. Ate fa infatti parte della schiera di divinità minori che abitano l’Olimpo. O meglio, abitavano l’Olimpo, visto che Zeus decise di punirla cacciandola definitivamente dal monte degli dei. Ma cosa aveva fatto Ate per meritarsi una punizione del genere? Ate, figlia di Eris: il mito Tutto avvenne la notte della nascita di Eracle, figlio di Zeus e della mortale Alcmena (nipote di Perseo), quando il re dell’Olimpo si vantò che il nascituro, primo discendente della stirpe di Perseo, avrebbe regnato su Argo e sugli argivi, con la totale supremazia. Zeus fu però persuaso da Ate, sotto istigazione di Era, a trasformare quel vanto in giuramento. Così Era, viola d’invidia per essere stata tradita con Alcmena, tramite Ilizia, dea delle parti, fece sì che a nascere per primo non fosse più Eracle, di cui ritardò la nascita di tre mesi, ma Euristeo, ancora al settimo mese del concepimento. Euristeo, nato prematuramente e quindi primo nipote di Perseo, giovò della promessa di Zeus. Eracle fu invece a lui sottomesso e obbligato a compiere le “dodici fatiche”. Zeus, venuto a sapere della verità e colto da una collera furiosa, si scagliò contro Ate che lo aveva reso cieco all’inganno della moglie Era, poi la prese per i capelli e la scaraventò sulla terra, esiliandola per sempre dall’Olimpo. Stando a quello che racconta Apollodoro, Ate fu scagliata su una collina in Frigia, in una località che prese il suo nome. Nello stesso luogo Zeus vi scaraventò Palladio e Ilo vi fondò Troia. Da allora Ate vaga sulla terra, i suoi piedi non toccano il suolo, ella cammina sul capo dei mortali e come un angelo cattivo inosservata persuade e inganna gli uomini per indurli in errore. L’istante in cui domina Ate, la mente umana è offuscata, cieca e irrazionale, mossa appunto da una forza superiore. Tuttavia Zeus non le lasciò campo libero. Per contrastare i suoi danni, il dio dell’Olimpo generò le Preghiere; le così dette Litai avevano il compito di prendersi cura dei mortali compromessi da Ate. Coloro che si rivelavano sordi alle Preghiere venivano, per mezzo di Zeus, fatti perseguitare dalla stessa dea Ate. Spesso Ate viene confusa con Eris. Per alcuni non fu Eris, ma Ate a lasciar cadere durante il banchetto di nozze di Peleo e Teti, la mela d’oro destinata “alla più bella”. Sappiamo che con la mela della discordia nacque la disputa tra Era, Atena e Afrodite e che la mela andò a quest’ultima per mezzo del parere di Paride. Si erano gettate le premesse per la guerra di Troia. Il peccato di Hybris Il […]

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Culturalmente

Parole difficili: i vocaboli più evitati della lingua italiana

Le cosiddette parole difficili della lingua italiana sono tantissime, e quotidianamente può capitare d’imbattersi in termini sconosciuti o spesso non utilizzati. Innumerevoli parole, alcune semplici, altre antiche, o specifiche di una determinata area geografica e quindi proprie di un determinato dialetto. Ovviamente, le varie parole sono utilizzate in base ai contesti nei quali il parlante si trova, permettendogli di attivare un processo cognitivo nuovo, dato da nozioni mentali diverse ed ignorate. Ogni persona acquisisce sin da bambino un patrimonio verbale costituito da vocaboli di base che permettono di comunicare efficacemente, dopodiché può imparare e quindi scegliere di utilizzare dei linguaggi specifici che possono essere costituiti da parole difficili. In un vocabolario base sono contenute circa 160.000 parole, usate frequentemente e in modo semplice, nel quotidiano. Discorso nettamente diverso per le parole classificate come “difficili” di cui non tutti si avvalgono, soprattutto nel linguaggio di tutti i giorni e che necessitano, dal punto di vista prettamente linguistico e sintattico, di un’analisi più approfondita. Alcune parole difficili che potrebbe essere importante conoscere sono: fellone, incunambolo, espungere, asindeto, bolso, ma anche, epodo, menarca, omeostasi e altre ancora, si potrebbe continuare all’infinito in una lista ricca di termini desueti (escludendo ovviamente quelli tecnici). Le parole elencate, oltre ad essere considerate difficili, sono onomatopeicamente belle, almeno secondo quanti le hanno commentate sul web e risultano tra le più digitate sul web. Conoscere una parte cospicua, o tante parole difficili, permette al parlante di arricchire le proprie conoscenze, ma anche di classificare i vocaboli in base a vari criteri, tra i quali quelli legati ai problemi di comprensione e pronuncia. La linguistica è una disciplina affascinante, ma è al contempo piuttosto complicata. Continua ad affascinare la sempre più ricca gamma di vocaboli nuovi, grazie ai quali è possibile esprimersi. Spesso le cosiddette parole non utilizzate quotidianamente, e quindi difficili, vengono messe da parte o semplicemente ignorate, come una sorta di sconfitta a prescindere. Proprio in riferimento a ciò, sarebbe sufficiente, cercare e quindi imparare termini sconosciuti e ritenuti potenzialmente complicati, con curiosità, divertendosi a cercare tra le varie parole quelle che suscitano più interesse. In fondo, provare non costa nulla e utilizzare parole nuove in sostituzione ai termini usati quotidianamente consente di arricchire non solo il proprio bagaglio culturale ma anche il significato e il valore stesso della comunicazione. Ricordiamo inoltre che il processo mediante il quale si memorizzano parole nuove (ritenute e denotate spesso come difficili) si chiama mnemotecnica; essa si basa sulla visualizzazione e quindi sulla trasformazione delle parole in immagini, scomponendole poi in più parti. Un ‘trucchetto’ utile, soprattutto agli studenti che spesso temono di non ricordare parecchi vocaboli, anche se considerati difficili. In italiano tra le parole più difficili,  soprattutto da ricordare, spiccano:  sicofante, ampolloso, saccente, retrogrado e almanaccare, ma anche, foriero, entropia, areteico, tatofobia, avulso. Tutti i vocaboli della lingua italiana sono importanti, sia quelli considerati semplici e diretti, sia quelli considerati difficili e quindi abbandonati a se stessi; nonostante ciò, ogni parola, seppur complicata e apparentemente non pronunciabile, consente di arricchire il proprio bagaglio culturale e linguistico e conoscerne […]

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Culturalmente

Diotima di Mantinea: maestra di Socrate e dell’amore

«Ma adesso ti lascerò in pace. Dirò invece il discorso su Amore che ho ascoltato una volta da una donna di Mantinea, di nome Diotima, la quale era dotta su questa e molte altre questioni». Rientrato dal primo soggiorno in Sicilia, nel 387 a.C. Platone fonda l’Accademia e si dedica con rinnovato slancio agli studi di filosofia, orientando la sua riflessione verso la definizione della teoria delle idee. Nei dialoghi risalenti a questo fecondo periodo di studio, il filosofo rielabora in modo originale la lezione socratica, mettendo in luce il profondo legame interno alla sua filosofia tra conoscenza, etica e politica. Nello specifico, nel Simposio egli sviluppa un’analitica riflessione sulle modalità di conquista della conoscenza ideale da parte del soggetto e indica nell’amore la sola guida capace di condurre l’anima alla visione dell’idea di bello. Per presentare il tema dell’amore, cui attribuisce l’insostituibile ruolo di intermediario tra il filosofo e le idee, Platone sceglie come ambiente un banchetto, da cui il nome: riunitisi in casa del poeta Agatone per celebrare la sua vittoria in una gara di poesia, alcuni amici (tra cui vi è Socrate) decidono di celebrare, ciascuno con un personale elogio, le virtù dell’amore e uno dopo l’altro, tutti i commensali espongono la propria concezione dell’amore lasciando che sia Socrate a esprimersi per ultimo. Questo vivace affresco è composto da tutte le immagini dell’amore tipiche della cultura greca: la superiorità del delirio divino sulla razionalità, la presentazione dell’amore come atteggiamento che potenzia ogni forma di conoscenza e di azione, l’indicazione dell’atteggiamento contemplativo come vertice della conoscenza, la presentazione del filosofo come invasato dalla più alta forma di follia, l’amore di ciò che è ideale, sono temi sui quali il Simposio apre l’attenzione della filosofia. Diotima, maestra di Socrate, è introdotta da Platone nel Simposio per esporre la sua concezione dell’amore La forte aspettativa per il discorso di Socrate e l’intensità con cui egli mostra di aderire a quanto espone, rendono questo discorso la vera e propria enunciazione di una verità conclusiva: Eros è un’entità demonica generata dall’unione di Pòros (l’abbondanza) e Penìa (la povertà), e tale genesi accidentale è emblematica dell’indole contraddittoria di Eros, nella cui natura convivono le tensioni che nascono dal bisogno e dalla mancanza. Ne consegue che l’aspirazione a conoscere la bellezza sia una condizione destinata a rimanere uno stato di felicità solo potenziale: giacché il possesso della bellezza, precluso agli esseri umani, è prerogativa esclusiva della natura divina. Ma aspirare alla conoscenza, senza poterla possedere, è nella natura stessa della ricerca filosofica: l’amore si rivela, così, il privilegiato veicolo di conoscenza che il filosofo deve apprendere a orientare verso il bello ideale, «la bellezza in sé, pura, schietta, non toccata, non contagiata da carne umana, né da colori, né da altra vana frivolezza mortale». Socrate sceglie la forma dialogica per esporre il proprio «discorso» sull’amore. Nel suo encomio di Eros, infatti, il filosofo rievoca una conversazione avuta con la sacerdotessa Diotima, ricreando così l’atmosfera viva e aperta del suo dialogare: «Facendo fare dei sacrifici agli Ateniesi prima della peste, […]

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