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Eroica Fenice

La Tag: riflessioni culturali contiene 139 articoli

Culturalmente

Il triangolo delle Bermuda: un mistero irrisolto

«Che cosa c’è in questo preciso spicchio di mondo che ha potuto distruggere centinaia di navi e aeroplani senza lasciare tracce?». Così scrive nel 1964 il giornalista americano Vincent Gaddis in un articolo in cui elenca, in modo suggestivo, una serie di sparizioni di navi ed aerei nella celebre e maledetta zona conosciuta come “triangolo delle Bermuda”. Quanto mistero aleggia intorno ad una leggenda, che nel tempo alimenta le fantasie di scrittori e studiosi, desiderosi di scavare a fondo o crogiolarsi nella suggestione del mito! Ma cos’è propriamente il triangolo delle Bermuda? È una zona dell’Oceano Atlantico settentrionale, recante la forma immaginaria di un triangolo, i cui vertici sono: il vertice Nord, ossia il punto più meridionale dell’isola principale dell’arcipelago delle Bermuda, da cui trae nome; il vertice Sud, ossia il punto più orientale dell’isola di Porto Rico; il vertice Ovest, ossia il punto più meridionale della penisola della Florida. Proprio in relazione a tale vasta zona marina, pari a 1.100.000 km2, il folklore alimenta il mistero legato a numerosi episodi di sparizioni di navi ed aerei, soprannominando pertanto l’area “Triangolo maledetto” o “Triangolo del Diavolo”. Ma fino a che punto tale leggenda viene considerata mistero nella cultura di massa? Quali le prove scientifiche atte ad avallarne o confutarne i presupposti? Il triangolo delle Bermuda: tra leggenda e filmografia Il mito del triangolo delle Bermuda, legato ad inusuali sparizioni, trae linfa da articoli e libri atti a divulgare ipotesi soprannaturali che spieghino le presunte sparizioni. Le prime notizie risalgono al 1950 ad opera del giornalista Edward Van Winkle Jones, in un articolo per Associated Press. Nel 1952 il Fate, magazine statunitense sui fenomeni paranormali, pubblica un breve articolo di George X. Sand, riportando la presunta sparizione di aerei e navi, come il Volo 19 e un gruppo di cinque navi della United States Navy. È qui che il mito trae origine, insieme alle prime ipotesi soprannaturali su un fenomeno che ancora fa parlare e fantasticare. Ma la leggenda assume reale spessore soprattutto a partire dalla pubblicazione del best seller Bermuda, il triangolo maledetto (The Bermuda Triangle), il suggestivo libro scritto nel 1974 dallo statunitense Charles Berlitz, in cui lo scrittore infittisce sapientemente il mistero, asserendo che nella zona circoscritta avverrebbero misteriosi fenomeni accostati al paranormale e a teorie aliene. La popolarità del capolavoro di Berlitz ispira successivamente la fantasia dei registi, autori di pellicole cinematografiche che hanno per oggetto civiltà scomparse, extraterrestri e avventure misteriose. A tal riguardo si menziona Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) di Steven Spielberg, in cui il mito delle sparizioni avvenute nel triangolo delle Bermuda sposa la tesi del rapimento alieno. La leggenda viene altresì menzionata nell’ultima puntata della prima stagione del telefilm Fringe, in cui Nina Sharp indica la zona come una delle prime sulla Terra dove alcune caratteristiche fisiche della materia inizierebbero ad indebolirsi, consentendo il passaggio tra ipotetici universi paralleli. In Italia il mito viene menzionato nel film Selvaggi (1995) di Carlo Vanzina, in cui il protagonista Ezio Greggio e i suoi […]

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Culturalmente

Caffè: il gusto che ci fa sentire ovunque a casa (più o meno)

C’è qualcosa nel mondo che, davvero, ci unisce tutti e ci fa sentire ovunque “a casa”(…più o meno), una tradizione multiforme apprezzata a destra e a manca, che ha ispirato la gente di ogni luogo e ogni tempo: il caffè Si tratta di una bevanda ottenuta dalla macinazione dei semi di alcune specie di piccoli alberi tropicali appartenenti al genere Coffea. Bach ha dedicato una cantata profana alla nostra pozione aromatica, la Kaffee – Kantate BWV211, che ci catapulta in un esilarante battibecco tra padre e figlia perché lui vorrebbe proibirle di assaporare la nuova bevanda in voga ai suoi tempi, ma lei si mostra decisa a non volervi rinunciare. All’epoca si considerava il caffè una vera e propria droga dannosa per la salute, per cui la giovane viene messa dinanzi a una scelta: o il caffè o la “zitellanza”. Fortunatamente, l’arguzia femminile è una fiumana in piena che non conosce argini e la ragazza farà firmare al suo fidanzato un contratto di nozze che lo obbligherà a lasciarla libera di bere caffè a volontà. Happy ending per la furbetta “assatanata”. Eh sì perché, per i suoi effetti energetici ed eccitanti, il nostro drink è stato considerato la “bevanda del diavolo” in passato. Addirittura, nel Quattrocento, alcuni sacerdoti hanno fatto pressione al Papa affinché vietasse l’uso del malefico liquido musulmano proveniente da Oriente, ma Papa Clemente VIII lo assaggiò, gli piacque e  decise di battezzarlo come “bevanda cristiana”. L’opinione del Papa piombò secca e decisa e fece sparire ogni dubbio in merito: “È così squisito che sarebbe un peccato lasciarlo bere esclusivamente agli infedeli”. Taac! Da “bevanda del diavolo” ad “acqua santa” è un attimo. Pare che proprio grazie alla benedizione del pontefice il caffè ebbe larghi consensi in Europa. Caffè, tra mito e realtà L’origine del consumo del caffè è controversa. Gli archeologi hanno trovato scritti risalenti al 900 d. C. su cui erano riportate le descrizioni riguardo il suo utilizzo in campo medico. Alcuni scritti evidenziano che l’inizio della storia del caffè avrebbe le radici in una bevanda medio orientale chiamata “vino d’Arabia”. Si narra anche che l’arcangelo Gabriele avesse fatto bere al profeta Maometto la nostra bibita prediletta per curarlo, utilizzandone le proprietà benefiche. Esiste, poi, la leggenda del pastore etiope Kaldi che notò che il suo gregge, dopo aver ingerito bacche di caffè, erano molto più attive. Così le assaggiò e constatò che avevano un effetto energetico. La gente del luogo fece delle bacche una bevanda, e questa iniziò a diffondersi. Pare che, nel 1617, la bibita abbia conquistato l’Europa grazie ai commercianti veneziani che seguivano le rotte marittime che univano l’Oriente con Venezia e Napoli. Successivamente, Venezia divenne un importante punto di riferimento anche per mercanti provenienti da altri Paesi dell’Europa centro-settentrionale. Ma la leggenda vuole che l’Occidente abbia scoperto il caffè grazie ad alcuni sacchi dimenticati dai turchi in ritirata da Vienna. Quando nascono le prime “botteghe del caffè”, quest’ultimo diviene una bevanda “sociale”. Sorgono eleganti caffetterie in moltissime città europee, che divengono luoghi […]

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Libri

A Natale un libro sospeso: Doctorammà di Graziella Lussu

Mercoledì 11 dicembre, nella sede CGIL Filcams in Piazza Garibaldi 101, Graziella Lussu ci presenterà il suo libro sospeso: Doctorammà Doctorammà segue L’armadio a muro, pubblicato nel 2018, ed è il secondo di una trilogia di romanzi autobiografici scritti da Graziella Lussu. Doctorammà è il racconto autobiografico, la testimonianza sotto forma di diario di una vita spesa per gli ultimi. Graziella sul finire degli anni ’60 entra a far parte della Congregazione delle suore della Redenzione e da allora la sua vita proseguirà nell’unico modo in cui Graziella sa contemplare Dio: cercandolo negli ultimi, in coloro che la società lascia ai margini, nelle ferite e nei segni che la povertà, l’indigenza, l’ignoranza, la solitudine lasciano nel corpo e nell’animo. Doctorammà racconta altri 20 anni di vita della Lussu: gli anni della formazione spirituale e intellettuale, gli anni in cui il suo sogno prende forma tra i banchi dell’università Cattolica di Roma e le lezioni di inglese a Londra. Dopo la laurea in Medicina alla Cattolica di Roma nel ’72, Graziella si specializza in Urologia, per poi volare a Londra. Qui, senza mai separarsi dall’amica e consorella Rita con la quale condividerà ogni momento e ogni fatica di questo intenso periodo di formazione, impara l’inglese per poi specializzarsi in Medicina Tropicale. Sul finire del ’76 Graziella è in India, tra la regione del Kerala e la città di Bangalore, in Karnataka, la sua “terra promessa”: qui rimarrà per anni come “medico di strada”, impegnata in campagne di educazione sanitaria e sensibilizzazione contro l’emarginazione dei malati di lebbra, e imparerà a conoscere che faccia ha vedhana, il dolore.  Nel romanzo di Graziella Lussu trovano spazio anche gli affetti familiari, le persone care, le figure che hanno avuto rilevanza fondamentale nella crescita, nella maturazione della sua persona e del suo sogno: la mamma Liuccia, donna colta, forte e indipendente, che ha portato sulle sue sole spalle, con indicibile abnegazione, il peso di una famiglia grande e complessa; la nonna, donna severa e inflessibile, la cui saggezza accompagnerà ogni momento della vita di Graziella; le sorelle e i fratelli dalle vite tortuose e in salita; un padre inadeguato, la cui presenza ha fatto danni e lasciato ferite più di quanto avrebbe potuto fare la sua assenza, un padre che ha speso, poi, una buona parte della sua vita a raccogliere e rimettere insieme i cocci lasciati a terra. A fare da sfondo a questi 20 anni di vita, tanti scenari diversi: una selvaggia Sardegna, Roma negli anni universitari, Londra, Milano e Parigi, e infine, il degrado e la sofferenza delle città e dei villaggi indiani. Mercoledì 11 dicembre, Graziella Lussu ci presenterà

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Culturalmente

Ate, figlia di Eris. La dea dell’inganno che fu cacciata dall’Olimpo

Ate, figlia di Eris. Cosa ci racconta la mitologia greca sulla dea dell’inganno. Figlia maggiore di Zeus ed Eris, dea della discordia, così viene definita Ate da Omero: « Antica figlia di Zeus, Ate rovinosa, che tutti acceca. » Il suo nome in greco antico significa inganno, rovina, scelleratezza. Ancora secondo Omero, ed anche secondo Esiodo, Ate sconvolge l’animo umano turbandolo con inganni, incubi e immagini sconcertanti. Perfino Zeus ne subì il colpo. Ate fa infatti parte della schiera di divinità minori che abitano l’Olimpo. O meglio, abitavano l’Olimpo, visto che Zeus decise di punirla cacciandola definitivamente dal monte degli dei. Ma cosa aveva fatto Ate per meritarsi una punizione del genere? Ate, figlia di Eris: il mito Tutto avvenne la notte della nascita di Eracle, figlio di Zeus e della mortale Alcmena (nipote di Perseo), quando il re dell’Olimpo si vantò che il nascituro, primo discendente della stirpe di Perseo, avrebbe regnato su Argo e sugli argivi, con la totale supremazia. Zeus fu però persuaso da Ate, sotto istigazione di Era, a trasformare quel vanto in giuramento. Così Era, viola d’invidia per essere stata tradita con Alcmena, tramite Ilizia, dea delle parti, fece sì che a nascere per primo non fosse più Eracle, di cui ritardò la nascita di tre mesi, ma Euristeo, ancora al settimo mese del concepimento. Euristeo, nato prematuramente e quindi primo nipote di Perseo, giovò della promessa di Zeus. Eracle fu invece a lui sottomesso e obbligato a compiere le “dodici fatiche”. Zeus, venuto a sapere della verità e colto da una collera furiosa, si scagliò contro Ate che lo aveva reso cieco all’inganno della moglie Era, poi la prese per i capelli e la scaraventò sulla terra, esiliandola per sempre dall’Olimpo. Stando a quello che racconta Apollodoro, Ate fu scagliata su una collina in Frigia, in una località che prese il suo nome. Nello stesso luogo Zeus vi scaraventò Palladio e Ilo vi fondò Troia. Da allora Ate vaga sulla terra, i suoi piedi non toccano il suolo, ella cammina sul capo dei mortali e come un angelo cattivo inosservata persuade e inganna gli uomini per indurli in errore. L’istante in cui domina Ate, la mente umana è offuscata, cieca e irrazionale, mossa appunto da una forza superiore. Tuttavia Zeus non le lasciò campo libero. Per contrastare i suoi danni, il dio dell’Olimpo generò le Preghiere; le così dette Litai avevano il compito di prendersi cura dei mortali compromessi da Ate. Coloro che si rivelavano sordi alle Preghiere venivano, per mezzo di Zeus, fatti perseguitare dalla stessa dea Ate. Spesso Ate viene confusa con Eris. Per alcuni non fu Eris, ma Ate a lasciar cadere durante il banchetto di nozze di Peleo e Teti, la mela d’oro destinata “alla più bella”. Sappiamo che con la mela della discordia nacque la disputa tra Era, Atena e Afrodite e che la mela andò a quest’ultima per mezzo del parere di Paride. Si erano gettate le premesse per la guerra di Troia. Il peccato di Hybris Il […]

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Culturalmente

Parole difficili: i vocaboli più evitati della lingua italiana

Le cosiddette parole difficili della lingua italiana sono tantissime, e quotidianamente può capitare d’imbattersi in termini sconosciuti o spesso non utilizzati. Innumerevoli parole, alcune semplici, altre antiche, o specifiche di una determinata area geografica e quindi proprie di un determinato dialetto. Ovviamente, le varie parole sono utilizzate in base ai contesti nei quali il parlante si trova, permettendogli di attivare un processo cognitivo nuovo, dato da nozioni mentali diverse ed ignorate. Ogni persona acquisisce sin da bambino un patrimonio verbale costituito da vocaboli di base che permettono di comunicare efficacemente, dopodiché può imparare e quindi scegliere di utilizzare dei linguaggi specifici che possono essere costituiti da parole difficili. In un vocabolario base sono contenute circa 160.000 parole, usate frequentemente e in modo semplice, nel quotidiano. Discorso nettamente diverso per le parole classificate come “difficili” di cui non tutti si avvalgono, soprattutto nel linguaggio di tutti i giorni e che necessitano, dal punto di vista prettamente linguistico e sintattico, di un’analisi più approfondita. Alcune parole difficili che potrebbe essere importante conoscere sono: fellone, incunambolo, espungere, asindeto, bolso, ma anche, epodo, menarca, omeostasi e altre ancora, si potrebbe continuare all’infinito in una lista ricca di termini desueti (escludendo ovviamente quelli tecnici). Le parole elencate, oltre ad essere considerate difficili, sono onomatopeicamente belle, almeno secondo quanti le hanno commentate sul web e risultano tra le più digitate sul web. Conoscere una parte cospicua, o tante parole difficili, permette al parlante di arricchire le proprie conoscenze, ma anche di classificare i vocaboli in base a vari criteri, tra i quali quelli legati ai problemi di comprensione e pronuncia. La linguistica è una disciplina affascinante, ma è al contempo piuttosto complicata. Continua ad affascinare la sempre più ricca gamma di vocaboli nuovi, grazie ai quali è possibile esprimersi. Spesso le cosiddette parole non utilizzate quotidianamente, e quindi difficili, vengono messe da parte o semplicemente ignorate, come una sorta di sconfitta a prescindere. Proprio in riferimento a ciò, sarebbe sufficiente, cercare e quindi imparare termini sconosciuti e ritenuti potenzialmente complicati, con curiosità, divertendosi a cercare tra le varie parole quelle che suscitano più interesse. In fondo, provare non costa nulla e utilizzare parole nuove in sostituzione ai termini usati quotidianamente consente di arricchire non solo il proprio bagaglio culturale ma anche il significato e il valore stesso della comunicazione. Ricordiamo inoltre che il processo mediante il quale si memorizzano parole nuove (ritenute e denotate spesso come difficili) si chiama mnemotecnica; essa si basa sulla visualizzazione e quindi sulla trasformazione delle parole in immagini, scomponendole poi in più parti. Un ‘trucchetto’ utile, soprattutto agli studenti che spesso temono di non ricordare parecchi vocaboli, anche se considerati difficili. In italiano tra le parole più difficili,  soprattutto da ricordare, spiccano:  sicofante, ampolloso, saccente, retrogrado e almanaccare, ma anche, foriero, entropia, areteico, tatofobia, avulso. Tutti i vocaboli della lingua italiana sono importanti, sia quelli considerati semplici e diretti, sia quelli considerati difficili e quindi abbandonati a se stessi; nonostante ciò, ogni parola, seppur complicata e apparentemente non pronunciabile, consente di arricchire il proprio bagaglio culturale e linguistico e conoscerne […]

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Culturalmente

Diotima di Mantinea: maestra di Socrate e dell’amore

«Ma adesso ti lascerò in pace. Dirò invece il discorso su Amore che ho ascoltato una volta da una donna di Mantinea, di nome Diotima, la quale era dotta su questa e molte altre questioni». Rientrato dal primo soggiorno in Sicilia, nel 387 a.C. Platone fonda l’Accademia e si dedica con rinnovato slancio agli studi di filosofia, orientando la sua riflessione verso la definizione della teoria delle idee. Nei dialoghi risalenti a questo fecondo periodo di studio, il filosofo rielabora in modo originale la lezione socratica, mettendo in luce il profondo legame interno alla sua filosofia tra conoscenza, etica e politica. Nello specifico, nel Simposio egli sviluppa un’analitica riflessione sulle modalità di conquista della conoscenza ideale da parte del soggetto e indica nell’amore la sola guida capace di condurre l’anima alla visione dell’idea di bello. Per presentare il tema dell’amore, cui attribuisce l’insostituibile ruolo di intermediario tra il filosofo e le idee, Platone sceglie come ambiente un banchetto, da cui il nome: riunitisi in casa del poeta Agatone per celebrare la sua vittoria in una gara di poesia, alcuni amici (tra cui vi è Socrate) decidono di celebrare, ciascuno con un personale elogio, le virtù dell’amore e uno dopo l’altro, tutti i commensali espongono la propria concezione dell’amore lasciando che sia Socrate a esprimersi per ultimo. Questo vivace affresco è composto da tutte le immagini dell’amore tipiche della cultura greca: la superiorità del delirio divino sulla razionalità, la presentazione dell’amore come atteggiamento che potenzia ogni forma di conoscenza e di azione, l’indicazione dell’atteggiamento contemplativo come vertice della conoscenza, la presentazione del filosofo come invasato dalla più alta forma di follia, l’amore di ciò che è ideale, sono temi sui quali il Simposio apre l’attenzione della filosofia. Diotima, maestra di Socrate, è introdotta da Platone nel Simposio per esporre la sua concezione dell’amore La forte aspettativa per il discorso di Socrate e l’intensità con cui egli mostra di aderire a quanto espone, rendono questo discorso la vera e propria enunciazione di una verità conclusiva: Eros è un’entità demonica generata dall’unione di Pòros (l’abbondanza) e Penìa (la povertà), e tale genesi accidentale è emblematica dell’indole contraddittoria di Eros, nella cui natura convivono le tensioni che nascono dal bisogno e dalla mancanza. Ne consegue che l’aspirazione a conoscere la bellezza sia una condizione destinata a rimanere uno stato di felicità solo potenziale: giacché il possesso della bellezza, precluso agli esseri umani, è prerogativa esclusiva della natura divina. Ma aspirare alla conoscenza, senza poterla possedere, è nella natura stessa della ricerca filosofica: l’amore si rivela, così, il privilegiato veicolo di conoscenza che il filosofo deve apprendere a orientare verso il bello ideale, «la bellezza in sé, pura, schietta, non toccata, non contagiata da carne umana, né da colori, né da altra vana frivolezza mortale». Socrate sceglie la forma dialogica per esporre il proprio «discorso» sull’amore. Nel suo encomio di Eros, infatti, il filosofo rievoca una conversazione avuta con la sacerdotessa Diotima, ricreando così l’atmosfera viva e aperta del suo dialogare: «Facendo fare dei sacrifici agli Ateniesi prima della peste, […]

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Culturalmente

Moda anni ’70: stile e rivoluzione

La moda, così come la storia, presenta corsi e ricorsi. Gli eventi rivoluzionari segnano svolte significative in ambito socio-politico, economico, ripercuotendosi sugli stili di vita e sulla moda. E puntualmente, col trascorrere dei decenni, certe tendenze ritornano, proprio come la moda anni ’70. Ebbene ritornano i mitici pantaloni e jeans a zampa d’elefante, così come le scarpe con la zeppa, le fascette sulla fronte, i capelli lunghi con la riga in mezzo. Gli anni ’70 sono figli della rivoluzione giovanile esplosa negli anni ’60 attraverso la cultura “hippie”: un’autentica controcultura che abbraccia la rivoluzione sessuale e l’uso di stupefacenti, al fine di esplorare ed allargare lo stato di coscienza. L’ideale di pace e libertà è ben espresso nello slogan contro la guerra in Vietnman: “Fate l’amore, non la guerra”. I “figli dei fiori” con il loro “Flower Power” diffondono la rivoluzione non solo sulle idee e sulla cultura: esprimono il trionfo dell’amore e della sperimentazione attraverso una moda, che oggi torna ad imporsi con determinazione, così come attraverso la musica e l’arte in generale. Ebbene queste idee e queste tendenze si diffondono negli anni ’70 anche attraverso le icone cinematografiche come Tony Manero (John Travolta), adolescente italo-americano protagonista di una tra le pellicole cult più famose La febbre del sabato sera – Saturday Night Fever (1977), di John Badham, che porta sullo schermo dinamiche e problematiche culturali di quegli anni: dal razzismo alla droga, dall’emigrazione alla violenza sessuale. E la moda urla identità, attraverso l’uso di camicie attillate e pantaloni a zampa perfettamente abbinati, giacche di pelle e capelli un po’ più corti e meno cotonati, adatti a scatenarsi sulle piste disco, negli anni in cui imperversa la disco music. Un excursus storico Gli anni del boom economico, della conquistata agiatezza e del benessere diffuso negli anni ’50, conoscono un progressivo declino nel decennio successivo, fino ad esaurirsi del tutto all’inizio ormai degli anni ’70. Un decennio complicato, in cui l’ombra della guerra fredda (1947-1991) incombe sulla politica mondiale e sul commercio, la cui conclusione coincide simbolicamente e convenzionalmente con la caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989) –che incarnava la suddivisione tra democrazia capitalista e totalitarismo comunista– e la dissoluzione dell’Unione Sovietica (1991). Il tutto è acuito dalla guerra del Vietnam (1955-1975), che innesca un senso di opposizione e ribellione, soprattutto nel cuore dei giovani, espresso nelle nuove tendenze ideologiche e stilistiche. Per la moda, gli anni ’70 costituiscono un decennio in continuo fervore, nel corso del quale si spazia in varie e variegate direzioni: dal glamour, all’hippie, al punk, al fenomeno della disco music, fino a tornare verso la fine del decennio ad uno stile più classico e androgino, rivisitando la linea a clessidra dei decenni precedenti, proponendo larghe imbottiture per le spalle – fino ad attribuire al busto una forma a triangolo – attraverso l’uso di spalline cucite sotto vestiti e giacche, anticipazione della moda degli anni ’80. Con gli anni ’70 nasce la concezione di gusto personale e libera scelta estetica, con i giovani che […]

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Scultori famosi: un viaggio da Michelangelo a Canova

Gli scultori nel tempo hanno manifestato uno spiccato senso visivo, creando quelle che conosciamo come opere d’arte, con materiali quali: legno, metallo, argilla, pietra. Nel corso dei secoli, ogni scultore si è distinto per personalità, bravura, e soprattutto per la bellezza che scaturisce ancora oggi da tante opere. Per quanto riguarda la tradizione scultorea occidentale, essa ebbe inizio nell’Antica Grecia, soprattutto durante il periodo Classico. Ovviamente, nel corso dei secoli, i metodi scultorei sono mutati, arricchendosi di nuovi elementi, basati su nuove tendenze o linee di espressione. Tra gli scultori universalmente riconosciuti, una menzione di merito spetta sicuramente a Michelangelo Buonarroti. Considerato un genio artistico per eccellezna, fu uno scultore, pittore e architetto tra i più apprezzati, conosciuto soprattutto per “Il David” e “La Pietà”. Secondo Buonarroti, la scultura era già presente nel blocco di , il compito dello scultore era appunto quello di farla emergere, liberandola dal materiale in eccesso. Secondo questa teoria, il lavoro dello scultore, si traduce in due fasi, quella nella quale tramuta l’immagine che ha concepito mentalmente in un piccolo mondo e poi quella in cui trasferisce la forma nella pietra, fino a darle vita. Tutto ciò, secondo un canone che non si distaccasse mai troppo dalla realtà, dalla linearità e dalla classicità. Rientra in questa prospettiva “Il David”, una scultura in marmo, che rappresenta un giovane in postura fiera è concentrata sul gesto bellico contro il gigante Golia. L’aspetto è quello dell’eroe classico e infatti è scolpito nudo e muscoloso. “Il David”, col suo atteggiamento fiero e forte al tempo stesso, così realistico, diventò ben presto il simbolo di Firenze. Gli arti della scultura sembrano flettersi e distendersi in una configurazione posturale tipica della Grecia classica. Per questa scultura Michelangelo utilizzò un unico blocco di marmo. Un altro nome che figura tra gli scultori famosi, è Donatello, considerato il padre della scultura rinascimentale, abile con pietra, bronzo, marmo, stucco e argilla, dominando però anche il genere del bassorilievo. Famoso il suo “David”, ma anche “Giuditta e Oloferne”. Per quanto riguarda “Il David“, il personaggio è un giovane re e pastore che divenne il simbolo delle virtù civiche della Repubblica di Firenze.  Donatello fu un grande amico di Filippo Brunelleschi, col quale ideò di nuovi stili e linguaggi artistici. Non smise mai di sperimentare e seppe rinunciare in alcune sue composizioni alla perfezione dell’arte classica per creare delle immagini realistiche, quasi brutali nella loro essenza. Ovviamente, in questa prospettiva, è bene precisare, che l’antico non rappresentò mai un modello assoluto per gli scultori finora menzionati, bensì una strada maestra da seguire. Tra gli scultori famosi, va ricordato Antonio Canova, artista neoclassico ed esponente di una concezione dell’arte dalla valenza universale. Lo sculture di Canova è molto apprezzata, soprattutto per “Amore e Psiche”, di cui realizzò due versioni. L’opera si rifà al racconto contenuto nell’Asinus aureus di Apuleio. La maestosa scultura ha rappresentato un vero e proprio esempio nel corso degli anni, per diversi artisti, specie durante il periodo neoclassico. La bellezza dei due soggetti rappresentati, appare come se fosse […]

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Medicina tradizionale cinese: tutto ciò che c’è da sapere

La medicina tradizionale cinese è una tipologia di medicina nata nel bacino del Fiume Giallo oltre 2500 anni fa: questa pratica comprende varie forme di fitoterapia, agopuntura, massaggio (tuina), esercizio (qigong) e terapia dietetica. Il principio fondamentale della medicina tradizionale cinese è che ”l’energia vitale del corpo (qi) circola attraverso dei canali chiamati meridiani che si ramificano collegandosi agli organi e alle funzioni corporee”. Questo tipo di medicina si basa su un’interpretazione della fisiologia e dell’anatomia che non ha nessun riscontro medico ed empirico, ma si basa principalmente su principi filosofici; proprio per questo motivo essa rientra nella classe della ”medicina alternativa”. Medicina tradizionale cinese: strumenti e fondamenti principali La medicina cinese è differente da quella occidentale per il suo approccio olistico, in base al quale le malattie e le disfunzioni fisiche sono correlate agli aspetti psichici e spirituali della persona che ne soffre. Ne deriva un preciso sistema di collegamenti che fa uso di termini come Qi, Yin e Yang, Meridiani, Cinque Fasi… La medicina cinese si basa su un approccio deduttivo che mette al principio del proprio sistema terapeutico il fondamento filosofico del Tao, ossia l’Uno primordiale, situato oltre il tempo e lo spazio, da cui tutto ha origine. Il Tao si esplica in una coppia di forze complementari, una passiva e l’altra attiva, che dividendosi a loro volta, sono giunte a permeare ogni singolo elemento del creato. L’armonia universale del macrocosmo, a cui nel microcosmo corrisponde la salute dell’organismo umano, consiste nell’equilibrio tra queste forze parziali. Rielaborata e aggiornata, la medicina tradizionale oggi viene insegnata nelle università cinesi e praticata negli ospedali accanto alla medicina convenzionale. Essa ricorre principalmente ai seguenti strumenti terapeutici: la diagnostica energetica che consiste in un sistema di esame del paziente che usa come punti diagnostici polsi, occhi, cute, lingua o chiedere al paziente come si sente e altri simili; la farmacologia cinese che utilizza piante, minerali e animali in diverso modo da quello della medicina convenzionale; l’agopuntura, ovvero l’introduzione di sottili aghi in particolari punti dei meridiani, dove scorre l’energia; il massaggio che può agire sul sistema tendino-muscolare, osteo-articolare, dei meridiani e dei singoli punti di agopuntura; la ginnastica medica: il paziente esegue esercizi, sia lenti che vigorosi, coordinati ad una corretta respirazione. Sono inoltre previste tecniche complementari tra cui: la moxibustione ottenuta stimolando i punti di agopuntura col calore di un cannello di erbe (generalmente artemisia) infiammato chiamato moxa; la coppettazione: sulla pelle del paziente vengono applicate delle ”coppette”, dopo che l’aria al loro interno è stata riscaldata, in questo modo si crea una pressione negativa che solleva la cute come una ventosa; la digitopressione che interviene sui punti dei meridiani da trattare con la semplice pressione delle dita. Al giorno d’oggi esistono molti nuovi approcci della medicina tradizionale cinese che vanno dalla stimolazione elettrica (o laser), all’integrazione con altre terapie alternative come fitoterapia, omeopatia, fiori di Bach, osteopatia, yoga e shiatsu. Vasta ed ampia è la medicina tradizionale come vasta ed ampia è la cultura cinese. Fonte immagine: https://best5.it/post/medicina-cinese-i-5-concetti-fondamentali-2/

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Culturalmente

La festa di Samhain dalle tradizioni celtiche alle celebrazioni moderne

Legata ad una cultura antica e a tradizioni profondamente connesse ai cicli naturali, Samhain è la festività con cui i Celti festeggiavano la fine del periodo estivo e l’inizio di quello invernale. La festa di Samhain, le cui celebrazioni iniziavano tradizionalmente tra il tramonto del 31 Ottobre e quello del 1 Novembre, rappresentava per le popolazioni celtiche del Nord Europa l’inizio del nuovo anno segnando il passaggio dalla luce e dal calore dell’estate (samradh) al freddo e al buio dell’inverno (geimhredh). La conclusione dell’ultimo raccolto, il rientro delle greggi dai pascoli estivi e l’apparizione nel cielo della costellazione delle Pleiadi agli inizi di Novembre (oggi spostata in avanti nel calendario a causa della precessione degli equinozi) segnavano l’inizio del periodo più freddo e buio dell’anno. La festa di Samhain aveva, dunque, soprattutto un significato di celebrazione degli ultimi frutti donati dalla natura e di esorcizzazione delle difficoltà che avrebbero caratterizzato l’inverno. La partecipazione e condivisione dei riti avevano un’importanza fondamentale nella cultura celtica; Samhain segnava l’alternarsi delle stagioni e scandiva il tempo, restare esclusi dalla dimensione temporale in uno dei suoi momenti cardine era considerato malaugurante. Ma come in molte tradizioni celtiche, anche nelle celebrazioni di Samhain si nascondeva un duplice significato. Nella tradizione celtica Samhain rappresentava, infatti, un momento di passaggio non solo temporale, dal periodo di maggior luce a quello più oscuro dell’anno, ma anche fisico tra il mondo dei vivi e quello dei morti. La notte di Samhain era considerata il momento in cui il velo che separava il regno dell’oltretomba da quello dei vivi si assottigliava a tal punto da consentire ai morti di ritornare nei luoghi che avevano abitato durante la loro vita terrena. Samhain era, dunque, un momento di congiunzione e di passaggio tra mondi e tempi opposti, l’estate e l’inverno, il mondo terreno dei vivi e quello ultraterreno dei morti; Samhain era un punto fuori dal tempo e dallo spazio nel quale l’ordine naturale veniva sovvertito e diventava possibile ogni forma di comunicazione biunivoca tra il mondo reale e quello magico e divino. I riti tipici della festività di Samhain avevano nel fuoco, incarnazione del potere purificatore e protettivo, il loro elemento di maggiore simbolismo. Al calare delle tenebre tutti i fuochi venivano spenti mentre un fuoco sacro veniva acceso dai Druidi sulle colline vicine ai villaggi. Il fuoco sacro diveniva il tramite per pratiche divinatorie e propiziatorie e dal focolare principale si recuperano le braci per l’accensione dei focolari di tutte le famiglie del villaggio. La conquista dei territori celtici da parte dell’Impero Romano portò dapprima ad una condivisione di tradizioni. La festa di Samhain aveva infatti il suo equivalente nella tradizione romana nella festa dei Lemuralia, festività dedicata agli spiriti dei morti o Lemŭres che si celebrava tra il 9, 11 e 13 maggio. Successivamente, con la cristianizzazione dell’Impero Romano, le festività pagane associate al culto dei morti furono demonizzate e si cercò di riadattare le antiche tradizioni alla nuova simbologia religiosa. L’istituzione nel 835 d.C. della festa di Ognissanti da […]

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