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Eroica Fenice

La Tag: riflessioni culturali contiene 105 articoli

Culturalmente

Il Don Chisciotte fra labirinti e arabeschi compositivi

Il Don Chisciotte (il cui titolo originale completo è El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha) è fra le più conosciute e studiate opere dello scrittore spagnolo Miguel De Cervantes Saavedra. Composto tra il 1605 (prima parte) e il 1615 (seconda parte) il romanzo è imbastito su un telaio composito in cui trama e ordito, intrecciate strettamente, offrono un testo profondo e complesso, tanto dal punto di vista linguistico quanto dal punto di vista interpretativo. Per diversi motivi il Don Chisciotte si configura come notevolmente immerso nell’atmosfera letteraria del cosiddetto genere picaresco: avventure e “disavventure” che occorrono ai protagonisti (Don Chisciotte e il suo scudiero Sancho Panza) durante il loro itinerario cavalleresco ne sono il motivo più evidente. Il Don Chisciotte e la metamorfosi dell’uomo Il romanzo di Cervantes prende le mosse da uno spunto (e conseguentemente riflessione) che possiamo definire “metaletterario”: il nobiluomo Alonso Quijano, appassionatosi oltremodo ai romanzi cavallereschi (in particolare alle storie di Amadigi da Gaula) finisce per sovrapporre la fantasia alla realtà e, irrimediabilmente, perde il senno: equipaggiato di una vecchia armatura, di lance strappate alla polvere della rastrelliera espositiva e di un debole cavallo (il “destriero” Ronzinante), Alonso Quijano sveste i panni – e l’identità – di se stesso per calzare quelli di Don Chisciotte della Mancia, valoroso paladino alla ricerca dell’amore della bella e nobile Dulcinea del Toboso (che in realtà è una rozza contadina). Sceglie come scudiero il “semplice” Sancho Panza, contraltare “pragmatico” dell’ormai dissennato (ma idealista) hidalgo e con lui inizia il suo peregrinare fra genti, luoghi, storie. Fra “labirinti” e “arabeschi”compositivi Subito si notano due linee di forza lungo cui scorre il romanzo: una linea retta, data dallo svilupparsi delle storie sull’asse cronologico principale, e una linea curva, una spirale, che s’avvolge su se stessa lungo la quale corrono i vari episodi “inserti” che arricchiscono e rendono spessa in complessità la già ricca e spessa trama lineare; a proposito di tale spirale, si è parlato di “struttura a schidionata” con la quale si intende, letteralmente, la fila d’arrosti sullo spiedo (lo schidione): come questo costituisce elementi singoli infilati verticalmente sullo schidione orientato orizzontalmente sul fuoco, così si presentano questi inserti “verticali” nell’andamento narrativo “orizzontale”. In più, il ritornare, il ripetersi, il continuare di episodi iniziati e lasciati “in sospeso” curvano attraverso “giochi di forze” la linea orizzontale a cui tali “episodi verticali” si ritrovano intersecati fino a “rimodellarla” in una spirale ora di folli distratte risate ora di malinconie consapevoli e profondissime. E allora il Don Chisciotte è anche il romanzo delle simmetrie: alla metamorfosi identitaria di Alonso Quijano corrisponde una simile e contraria metamorfosi di Sancho Panza: mentre il primo da savio diventa folle, il secondo matura, come nei più alti percorsi di formazione, attraverso una peregrinatio animi, una straordinaria consapevolezza altrimenti preclusagli. La presa di coscienza a cui il lettore sembra chiamato già dalle prime pagine ma a sua insaputa, mi è sempre parsa la via di identificazione dello stesso lettore in Sancho Panza: noi che, intrapreso il […]

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Culturalmente

Boccaccio a Napoli: una riflessione sulle opere

Giovanni Boccaccio è sicuramente maggiormente conosciuto per il suo Decameron, ritratto vivissimo della casistica umana – commedia umana, fra l’altro definito il testo boccacciano, in una chiarissima corrispondenza con la dantesca commedia “divina” – e ricordato per le sue vicende legate all’amico Francesco Petrarca, ma il nome del Certaldese, oltre che ad essere legato alla cultura toscana del XIV secolo è vicinissimo alla cultura partenopea; non soltanto perché ancora nel Decameron, come si ricorda, sono affrescate vicende ambientate nel Regno di Napoli, ma anche perché Boccaccio soggiornò in questi luoghi e fu immerso nella vita della corte angioina a Napoli. Giovanni Boccaccio e il suo “noviziato” napoletano Nei primi decenni del 1300, Giovanni Boccaccio era nel pieno di quello che viene definito il suo noviziato letterario: a questo periodo risale la sua permanenza a Napoli e significativa la cosiddetta “epistola napoletana”, nella quale l’autore mette in scena un “gioco” di rifrazioni plurime e multiformi livelli: il gusto per la quotidianità e per le maschere alter ego dell’autore e onnipresenti – tanto in maniera latente quanto in maniera patente – nella sua produzione letteraria è, in altre parole, evidentissima fin da questa primissima attestazione letteraria. A questo periodo risalgono anche opere più lunghe e complesse: la Caccia di Diana, il Filocolo, il Filostrato e il Teseida delle nozze d’Emilia. La datazione, e di conseguenza l’ordine cronologico di composizione delle opere, resta al momento piuttosto incerta: molte le ipotesi ma pare inesistente, almeno per lo stato attuale delle ricerche, una prova certa e “risolutiva”; fra rimandi, indizi e ricerche filologiche pare più accreditata l’ipotesi per cui, su una linea cronologica le opere succitate possano situarsi in tal modo: Caccia di Diana, Filocolo, Filostrato, Teseida delle nozze d’Emilia, con un andamento tutt’altro che lineare dato che molto probabilmente il Filostrato fu redatto in più stesure e durante le pause di lavorazione del Teseida delle nozze d’Emilia; in ogni caso, personalissima idea è quella per cui le opere Filocolo, Filostrato e Teseida costituiscano una triade di opere ben ragionata e ponderata dall’autore che ne fanno una sorta di trittico in cui l’analisi di ogni singolo testo risulta imprescindibile dal contemporaneo vaglio delle altre due opere. Data la complessità della materia e dell’ingegno boccacciano, si comprende allora come la dicitura “noviziato” possa apparire più che altro una “convenzione” per distinguere questo periodo da quello più maturo e avanzato raggiunto con la stesura definitiva del Decameron. Boccaccio a Napoli: le opere Si è accennato alle opere napoletane e ai legami intercorrenti fra esse; ebbene, se nella Caccia di Diana la trama è volta a descrivere l’effetto benefico delle amorose donne sugli uomini – con il tramutarsi di questi da animali ad essere umani – nel Filostrato la trama segue vie contrarie: in esso né arti venatorie né catalogo di bellezze napoletane, bensì il campo di battaglia fra greci e troiani e gli effetti nefasti del “maledetto foco”. Col Filostrato, Boccaccio, insomma, mostra quali tremendi effetti può provocare un amore insano – non a caso, come già […]

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Culturalmente

Tsundoku: voce del verbo “accumulare libri senza leggerli”

Tsundoku: quando acquistare libri in modo compulsivo si trasforma in una vera dipendenza! Se state leggendo questo articolo sullo tsundoku significa che vi siete ritrovati fra chi “accumula libri serialmente senza leggerli”. E soprattutto siete fra chi entra in tutte le librerie che incontra acquistando libri per poi impilarli sugli scaffali o sul comodino in attesa di un momento libero dalla routine lavorativa o universitaria. Solo che quel momento, molto spesso, non arriva mai. Dunque, se avete a casa pile di libri che mettono in pericolo l’incolumità mentale dei vostri coinquilini o anche vostra, sì, presentate tutti i sintomi e siete affetti dalla sindrome di tsundoku, un termine coniato in Giappone proprio per descrivere questa abitudine. La notizia positiva è che non è contagiosa, ma può diventarlo. Anzi, è auspicabile che ciò avvenga. La parola tsundoku è nata, secondo il professore Andrew Gerstle, docente di giapponese pre-moderno all’Università di Londra, in epoca Meiji (1868-1912) e usata nello slang giapponese: infatti, presente in un testo del 1879, questo termine era probabilmente già in uso prima di tale anno. Essa è costituita dai termini tsunde e oku che indicherebbero l’“impilare tante cose” (da tsumu) e rimandare o “abbandonare momentaneamente (o per sempre)”. Oggi entrata a far parte del vocabolario italiano fra altre parole giapponesi come sudoku, sushi o ikebana, secondo alcuni linguisti, combina il verbo tsun con doku che significa invece “leggere”: di qui, l’espressione completa che assume il significato di “impilare libri e metterli da parte per il momento”. Nonostante solo nella lingua giapponese sia stato ideato un unico termine per indicare tale abitudine – mentre nelle altre lingue è usata una perifrasi, in inglese ci sono alcune parole che descrivono atteggiamenti simili come abibliophobia, ovvero la paura di rimanere senza niente da leggere, e  bibliotaph o bibliotaphist, che invece è colui che ammassa libri o li nasconde (dal termine greco τάφος, ”tomba”). Nota fin dal Medioevo, quando tale pratica accumulatoria di libri era tipica delle popolazioni arabe e condannata dagli occidentali, durante l’Illuminismo essa era considerata contraria ai principi di trasmissione e accesso al sapere altrui, dal momento che ciascun lettore conservava per sé preziosi testi e conoscenze che invece dovevano essere diffusi e condivisi. Nel XIX e XX secolo, invece, possedere una ricca e variegata biblioteca significava non solo apprezzare la cultura, ma rendere manifesta la propria ricchezza non solo libraria. Descritta anche dallo scrittore inglese Thomas Frognall Dibdin nel suo romanzo Bibliomania (1809) in cui i due protagonisti manifestano un atteggiamento quasi malato e ossessivo verso la letteratura (la bibliomania del titolo), oggi caratterizza i booklovers più accaniti come una sorta di fame continua a divorare testi, come un’“ansia” – nella sua accezione positiva – di non avere abbastanza libri da leggere e un prolungato desiderio di possedere un testo (e/o più edizioni di uno stesso testo), perché “non ho mai abbastanza libri”, o perché è appena uscito in libreria l’ultimo lavoro di uno scrittore noto e prima che tutti lo acquistino e lo leggano, si sente il bisogno di prenderlo […]

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Napoli e Dintorni

Solfatara di Pozzuoli: notizie storiche e curiosità

La Solfatara, sita a circa tre chilometri dal centro di Pozzuoli, è un antico cratere vulcanico – uno dei quaranta vulcani dell’area flegrea – attualmente ancora attivo, ma quiescente, che rappresenta oggi una sorta di sfiatatoio del magma presente al di sotto dei Campi Flegrei, riuscendo a preservare una pressione costante dei gas sotterranei mediante fenomeni di vulcanismo secondario perduranti da circa due millenni, come fumarole di vapore acqueo, mofete (esalazioni di CO2), solfatare (emissioni calde di composti gassosi dello zolfo) e vulcanetti di fango che eruttano argilla, trasportata in superficie da emissioni di gas. I pozzi di fango bollente che si formano all’interno di esso sprigionano esalazioni tossiche a base di anidride carbonica e idrogeno solforato. Dalla principale fumarola della Solfatara, la Bocca Grande, fuoriescono vapori fortemente tossici; tali esalazioni si depositano sulle rocce circostanti, conferendo una colorazione giallo-rossastra. La sua formazione è avvenuta circa quattromila anni fa: chiamata da Plinio il Vecchio Colles o Fontes Leucogei (dal greco λευκός, “bianco”), con riferimento alle terre biancastre dovute all’azione disgregante del vapore acqueo sulle rocce magmatiche, e considerata da Strabone come la dimora del dio Vulcano e l’ingresso per gli Inferi, la Solfatara è già nota in età imperiale, allorquando diventa oggetto di una attività mineraria per l’estrazione di bianchetto, impiegato come stucco. Tale attività estrattiva raggiunge il suo culmine nel Medioevo, fase in cui si estraggono la polvere d’Ischia, il rosso di Pozzuoli, la terra gialla, la piombina, il bianchetto e lo zolfo. Nell’Ottocento l’area si trasforma in un rinomato stabilimento termale, grazie a vapori, fanghi ed acqua ritenuti terapeutici: infatti, a seguito delle precipitazioni meteorologiche, sono riemerse le fondamenta di piccoli edifici, riferibili agli impianti destinati ai frequentatori che vi giungevano per curarsi. In effetti il suo fango, utilizzato per fini termali, è ricco di minerali quali boro, sodio, magnesio, vanadio, arsenico, zinco, iodio, antimonio, rubidio. La sua acqua termominerale era considerata prodigiosa per la cura della sterilità femminile: in miniatura del Codice Angelico si notano donne immerse fino alla vita in una vasca, mentre tra le rocce un personaggio alimenta le fiamme e le esalazioni provenienti da varie fumarole. Quest’acqua, inoltre, era impiegata per alleviare i sintomi del vomito e dei dolori allo stomaco, per favorire la guarigione dalla scabbia, distendere i nervi, acuire la vista e lenire i brividi della febbre. A tale scopo, sempre nell’Ottocento sono realizzate delle Stufe – chiamate una “del Purgatorio” e l’altra “dell’Inferno” a causa della variazione di temperatura tra le due – ricavate da due grotte naturali rivestite di mattoni, sfruttate ai fini termali grazie ai vapori delle fumarole: oggi non sono più utilizzate, ma nel periodo di piena attività delle cure termali esse consentivano agli avventori di sostare all’interno per pochi minuti, al fine di inalarne i vapori solfurei ritenuti ottimali per la cura di patologie delle vie respiratorie e della pelle.  La Solfatara e il fenomeno del bradisismo Tale attività termale, unitamente all’estrazione mineraria, conosce un graduale declino a seguito dei progressi della scienza medica, fino all’interruzione definitiva […]

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Culturalmente

I mitici Dioscuri: Castore e Polluce fra arte e mitologia

Con il termine di mitici Dioscuri, vengono identificati Castore e Polluce, mitici figli di Zeus e di Leda, fratelli che alternano la loro esistenza fra l’Olimpo e l’Erebo. I mitici Dioscuri: la storia Castore e Polluce, secondo una fra le più antiche favole del mito classico, furono generati (insieme con Elena) dall’unione di Leda con Zeus, trasformatosi in cigno: i mitici Dioscuri, quindi, nacquero da Leda in un uovo di cigno. Domatore di cavalli, l’uno (Castore) e pugile, l’altro (Polluce), i Dioscuri presero parte al ratto delle Leucippidi; in quell’occasione, Castore perse la vita e Polluce riuscì ad ottenere dal padre Zeus una particolare condizione: i due fratelli sarebbero stati sempre uniti, mai divisi, ma un giorno sarebbero stati ammessi nell’altissimo Olimpo e il successivo sarebbero precipitati nell’orrido Erebo, in un eterno ciclo alternato di ascese e ritorni. Un altro mito, o meglio, una versione più tarda della leggenda or ora ricordata, considera Castore e Polluce fratellastri: Polluce figlio di Zeus e Leda; e Castore figlio di Leda e suo marito Tindaro (per tale motivo i Dioscuri vengono riconosciuti anche con l’appellativo di Tindaridi); data la diversa condizione (uomo Castore e semidio Polluce), Polluce decise di rendere eterna l’esistenza del fratello sacrificando parte della sua immortalità. Entrambe le versioni, quindi, sono espressione del profondissimo amore fraterno dei due mitici Dioscuri. Inoltre, per l’identità loro attribuita (domitore e pugile), i due erano considerati sacri negli agoni ginnici e nelle gare equestri e venivano festeggiati, oltre che in Grecia (in particolare nelle regioni della Laconia ove il mito ebbe origine), in alcune zone di Roma. I Dioscuri, inoltre, venivano sentiti come divinità della luce e sotto forma di astri (solari e notturni) protettori dei naviganti e dei naufraghi. Castore e Polluce, oltre che dalla mitologia sono ricordati anche dall’astronomia moderna: a loro, infatti, allude la costellazione dei Gemelli, le cui stelle principali sono nominate Castore (α Geminorum) e Polluce (β Geminorum). In astrologia, vengono identificati come appartenenti al segno zodiacale dei Gemelli (nonostante il fenomeno delle precessione degli equinozi che non permette odiernamente l’identificazione fra costellazione astronomica e computo zodiacale) i nati fra il 21 maggio e il 21 giugno. I Dioscuri: fra mito, letteratura e arte figurativa Il culto dei Dioscuri, come si diceva, ebbe origine nelle zone della Laconia ma era diffuso nella quasi totalità della Grecia e nelle colonie doriche della Magna Grecia; il culto veniva spesso associato anche al culto di Elena venendo considerati i tre come fratelli. Una fra le versioni più trasmesse del mito riporta le vicende del ratto delle Leucippidi: Ilaira e Febe, le due figlie del re di Messenia Leucippo, promesse spose a Ida e Linceo, figli di Afareo, vennero rapite da Castore e Polluce; ciò ingenerò una lotta che vide i Dioscuri fronteggiare gli Afaridi: in tale duello, Castore e Linceo caddero sotto i colpi avversari e da qui la preghiera di Polluce a Zeus per ridare la vita a suo fratello. Secondo un’altra versione (forse a quella precedente), i lacedemoni Castore e Polluce ingaggiano […]

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Culturalmente

Pietrasanta. Capoluogo artistico della Versilia

Pietrasanta. Gioiello incastonato nel meraviglioso paesaggio toscano della Versilia. Terra di marmo, di artisti e di naturale bellezza. Terra di fascino ed arte che si respira in ogni angolo della città. Terra di contrasti e complementarietà di storia, cultura e tradizione. «Quel che mi piace è Pietrasanta: bellissima cittadina, con piazza unica, una cattedrale da grande città, e, sfondo, le Alpi Apuane. E che paese all’intorno! Che monti, che verde, che ombre, che fiumi, che ruscelli risonanti freschi di castagni e gli olivi fra il verde!» (Giosuè Carducci) Culla di artisti, primo tra tutti il poeta e scrittore Giosuè Carducci (1835-1907), del quale è terra natia. Ma tra i più famosi figli di Pietrasanta vanno annoverati Stagio Stagi (1479-1561), scultore e ornamentista, e lo scultore e storico Vincenzo Santini (1807-1876), primo direttore della scuola d’arte locale e autore di Commenti storici sulla Versilia centrale. Da sempre considerata come la piccola Atene, Pietrasanta possiede anche una rete di cunicoli sotterranei, oltre a opere difensive strategiche, come le mura di cinta, ben visibili dalla piazza – affascinanti quando illuminate di sera – e raggiungibili grazie a un sentiero che termina alla Rocca di Sala, dalla quale è possibile ammirare la piana versiliese da Viareggio a Forte dei Marmi e, nelle giornate più limpide, visibili anche alcune isole dell’Arcipelago Toscano. Da non dimenticare il Teatro La Versiliana con il Caffè di Romano Battaglia e tutte le mostre, botteghe e musei presenti sul territorio. Pietrasanta: alcuni cenni storici Le origini della città risalgono al 1255, quando un nobile milanese, Guiscardo da Pietrasanta, signore della provincia di Lucca, le diede il nome e lo stemma nobiliare, dando ai suoi cittadini i medesimi diritti e privilegi dei cittadini di Lucca. Segue il dominio di Castruccio Castracani, duca di Lucca, dopo il quale la città viene data in pegno ai genovesi. Conquistata dai francesi e restituita poi al Comune di Lucca, Pietrasanta conobbe un rapido sviluppo economico, diventando una delle principali mete artistiche e culturali a livello mondiale. Architettura e Scultura Ovunque a Pietrasanta si respira e ammira arte. Bellezze architettoniche e scultoree adornano la perla versiliese, dagli edifici religiosi a sculture d’arte moderna, che vivacizzano e colorano il borgo, rendendolo calamita culturale per turisti e visitatori. La splendida Piazza Duomo è senza dubbio il valore indiscusso della città. Qui si ergono la Cattedrale di San Martino, con il suo particolarissimo campanile in mattoni rossi, la Chiesa di Sant’Agostino e la Torre delle Ore. Tra gli altri importanti edifici del centro storico si annovera la Chiesa di Sant’Antonio Abate, che ospita due grandi affreschi dell’artista Fernando Botero. Ma ciò che rende davvero irresistibile Pietrasanta agli occhi degli osservatori catturandone il cuore è il pullulare di sculture marmoree e bronzee, che impreziosiscono la città e veicolano l’economia grazie alla loro lavorazione. Diventata punto di riferimento e luogo d’incontro sempre più importante per gli scultori provenienti da tutto il mondo, per apprendere l’arte della lavorazione artistica del marmo e del bronzo. Il fervore artistico investe anche l’animo più ritroso, perché […]

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Culturalmente

Arnolfo scultore toscano del 200: fra noviziato e maturità

Arnolfo scultore toscano del 200: uno fra i grandi artisti del XIII secolo. Arnolfo di Cambio, scultore e architetto toscano del XIII secolo, nacque a Colle di Val d’Elsa (in provincia di Siena) intorno alla prima metà del 1200. Non sono state ritrovate, allo stato attuale delle ricerche, testimonianze dirette o indirette che possano rendere possibile una datazione più precisa; in ogni caso, prendendo come termine di riferimento una lettera in cui Arnolfo di Cambio è definito discipulus di Nicola Pisano, sembrerebbe possibile datare la nascita di Arnolfo di Cambio intorno agli anni 30-40 del 1200. Arnolfo scultore toscano del 200: i maestri Arnolfo di Cambio fu scultore e architetto; artista “completo”, che ricevette la propria formazione artistica nella bottega di Nicola Pisano: con il suo maestro, inoltre, fra il 1265 e il 1267 lavorò alla costruzione del pulpito nel Duomo di Siena (realizzato, fra l’altro, insieme al figlio di quegli, Giovanni Pisano) mostrando, benché ancora discipulus, alcune scelte artistiche riguardanti rigore volumetrico e panneggi che si distanziano dall’operato del maestro. Proprio queste particolari concezioni volumetriche fanno ipotizzare una formazione artistica, oltre che nella bottega di Andrea Pisano, in una scuola cistercense; vicinanze col maestro, invece, si notano nell’uso particolarissimo dei fregi di trascrizioni antiche. Successivo è il monumento funebre del cardinale Guglielmo De Braye (realizzato nella Chiesa di San Domenico, ad Orvieto), ove si riscontrano numerosi elementi arnolfiani: uno fra tutti, la lavorazione cava del marmo ottenuta a scalpello. Oltre agli influssi e stilemi traditi dal noviziato con Andrea Pisano e dalla possibile esperienza cistercense, Arnolfo di Cambio mostra, nella realizzazione delle proprie opere, tracce visibili di tecniche cosmatesche, stili ornamentali che sembrerebbero legare Arnolfo di Cambio a collaboratori romani. Se Arnolfo ebbe un illustre maestro artistico quale Andrea Pisano, allo stesso modo, in un cerchio d’armonie artistiche, egli stesso fu “maestro” (e “allievo”) di un altro illustre artista: Giotto. L’occasione in cui i due, Arnolfo e Giotto, si furono potuti “confrontare” e “scambiare” visioni artistiche potrebbe essere stata data dai lavori ad Assisi o a Roma; il dato artistico-filologico che appare termine di sicurezza dello “scambio mutuo” stilistico dei due artisti sembra ravvisarsi nelle modificate concezioni volumetriche corporali dei soggetti rappresentati da Arnolfo di Cambio: esempi visivi di questo, fra gli altri, sono offerti dal ciborio di Santa Cecilia, a Roma (realizzato nel 1293) e dal monumento a Bonifacio VIII. Arnolfo di Cambio: le opere Fra le opere attribuite ad Arnolfo di Cambio, oltre ai già citati lavori al Pulpito del Duomo di Siena (1265–1267), al monumento funebre del cardinale De Braye (Duomo di Orvieto, intorno al 1282), al Ciborio di Santa Cecilia (a Trastevere, Roma, nel 1293)  si ricordino: intorno al 1277 la statua del Campidoglio per Carlo d’Angiò (la cui realizzazione attribuita ad Arnolfo è però, ad onor del vero, ancora dubbia); fra il 1277 e il 1281 la fontana minore a Perugia; nel 1282 il Ciborio di San Paolo, a Roma; intorno ai primi anni del 1290 la realizzazione del monumento funerario ad Annibaldi (nella […]

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Culturalmente

Sigieri di Brabante, filosofo della doppia verità?

Sigieri di Brabante, scopriamo di più sul filosofo della doppia verità. Nella Divina Commedia Dante incontra Sigieri di Brabante in Paradiso (Canto X), nel Quarto cielo, tra gli Spiriti Sapienti: «Questi onde a me ritorna il tuo riguardo, è ‘l lume d’uno spirto che ‘n pensieri gravi a morir li parve venir tardo: essa è la luce etterna di Sigieri, che, leggendo nel Vico de li Strami, silogizzò invidiosi veri. » Molto si è dibattuto sul perché Dante collochi la figura di un filosofo («luce etterna») in bilico tra ragione e fede ( e che «silogizzò invidiosi veri» ossia verità che lo misero in cattiva luce rispetto alla Chiesa), nella cerchia dei teologi celesti da lui ben diversi per personalità e pensiero e su come sia proprio S. Tommaso a lodarlo. Sicuramente, quella di Sigieri fu la stessa dualità che visse anche il giovane Dante che del filosofo di Brabante apprezzò la spregiudicatezza filosofica. Nonostante il dubbio sia ancora irrisolto, cerchiamo di scoprire qualcosa in più su Sigieri di Brabante. Chi è Sigieri di Brabante: la vita Filosofo fiammingo, non si hanno di lui notizie biografiche precise. Sigieri di Brabante nacque a Brabante, in Belgio, tra il 1230 e il 1240. Tra il 1255 e il 1260 fu a Parigi per compiere i suoi studi alla Facoltà di Arti liberali dove, diventato “maestro d’arti”, insegnò tra il 1266 e il 1277. Sono questi gli anni più produttivi e difficili per il filosofo. Nel 1266 compose le Questiones in tertium de anima in cui sostenne il monopsichismo, mostrandosi in linea con il pensiero razionale aristotelico. Fu condannato per le sue posizioni per la prima volta nel 1270 dal vescovo di Parigi, Stefano Tempier poi da Etienne Tempier nel 1277, anno in cui gli fu proibito di insegnare all’università. Per non bastare, Sigieri fu citato in tribunale dall’inquisitore di Francia, Simone du Val, ma non si presentò: era già presso la corte pontificia, ad Orvieto, con l’intento di appellarsi a Papa Martino IV per difendersi. Fu proprio nella città umbra che, in attesa della sentenza del pontefice, fu assassinato brutalmente da un chierico impazzito, suo segretario. Era forse il 1282. L’unità dell’intelletto e la doppia verità Secondo la tradizione, Sigieri fu un radicale sostenitore dei “maestri delle arti”, in particolare di quella loro tendenza a sostenere e accettare le dottrine aristoteliche – averroistiche. Punto di partenza della ricerca filosofica di Sigieri fu uno studio approfondito delle opere aristoteliche con la volontà di dimostrare l’inconciliabilità tra le teorie di Aristotele e le concezioni ortodosse del cristianesimo. Considerando Aristotele il vero filosofo, Sigieri ne condivide varie tesi: il mondo è eterno come eterna è la sua Causa prima, Dio. Tra le tesi vi è anche quella della trascendenza totale dell’intelletto che risente dell’interpretazione averroistica di Aristotele. L’unità dell’intelletto Nel Quaestiones in III De anima (1265-1266), Sigieri si propone di discutere riguardo al concetto dell’unicità dell’intelletto e della sua separazione dal corpo. Già espressa nel Commento grande al De anima di Averroè, Sigieri fa sua […]

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Filosofi famosi: da Pitagora a Freud

I filosofi famosi sono accomunati da una ricerca comunitaria di saggezza, che costituisce una costante nell’approccio alla filosofia. Comprendere il significato, le scelte etiche, storiche e psicologiche, al di sopra di tutto, può essere un primo passo per definire il compito di un filosofo, la  filosofia nella Grecia del VI secolo a.C. ,  ma secondo la tradizione storica, il primo filosofo ad utilizzare tale parola fu Pitagora. Tensione, amore, desiderio incessante di sapienza e verità ma mai completo possesso, comprensione, sono questi i temi principali che definiscono e hanno caratterizzato i diversi filosofi della storia. Per dare una definizione classica, o tradizionale, si può definire filosofo, colui che contempla in modo disinteressato la realtà deducendo dai propri pensieri e riflessioni, delle norme di comportamento che possano guidare la vita nella giusta direzione. I filosofi famosi sono tanti, elencarli tutti, sarebbe impossibile; solitamente invece, quelli studiati tra i banchi di scuola, rappresentano solo una piccola parte, tra quelli esistenti. Fin dal principio, ogni essere umano si è posto delle domande, e si è interrogato e si interroga ancora sull’essenza e sull’esistenza delle cose, in una prospettiva ampia che può comunque, essere definita di tipo filosofico; in questa visione, indubbiamente soggettiva, trova spazio il concetto riferito allo “spirito delle cose”, ossia l’idea che una persona ha, di una determinata cosa, aspetto, caratteristica della realtà. Filosofi famosi: ecco quelli da conoscere!  Tra i filosofi famosi, colui che ha sviluppato questo concetto, collegandosi alla “filosofia dello spirito”, è Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Secondo il filosofo tedesco, la filosofia rappresenta la conoscenza più alta e difficile, associata ad un altro concetto piuttosto complicato, lo studio dell’idea, che dopo essersi estraniata da se sparisce come natura (cioè come esteriorità), per farsi soggettività e libertà. Secondo Hegel, lo spirito può essere soggettivo e oggettivo (in questa seconda categoria rientra anche il concetto di moralità); una duplice identità di un concetto ben definito, che ancora oggi trova spazio nella vita di tutti i giorni. I filosofi, nel corso della storia, hanno provato a riconoscere ciò che accomuna determinate cose, costituendone, al di là delle loro accidentali differenze individuali, il vero essere che le identifica per quelle che sono. La conoscenza delle cose avviene mediante il ragionamento, quindi grazie ad una profonda analisi dei limiti e delle prospettive della ragione. Immanuel Kant, rappresenta sicuramente un’altra figura importantissima, nella lista dei filosofi più famosi. Egli operò una distinzione tra: ragione pura e ragione pratica; non a caso, le sue tre opere maggior s’intitolano: Critica della ragione pura, Critica della ragione pratica e Critica del giudizio, e ancora oggi si studiano tra i banchi di scuola. Per Kant, i limiti della ragione tendono a coincidere con quelli dell’uomo: volerli varcare in nome di presunte capacità superiori alla ragione significa avventurarsi in sogni arbitrari o fantastici. Inoltre, altro aspetto importante, secondo il filosofo, noto esponente dell’Illuminismo tedesco, la conoscenza umana, ed in particolare la scienza, offre il tipico esempio di principi assoluti, ossia verità universali e quindi necessarie, che valgono ovunque e […]

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Culturalmente

Che cos’è la filosofia: scienza, disciplina e meraviglia

La filosofia è l’arte di formare, osservare, fabbricare, concetti e idee, visioni e realtà. Nel corso del tempo e della storia, diversi pensatori, critici, storici e filosofi, hanno determinato cosa sia la filosofia, dandone un concetto preciso; tra questi, Nietzche ha determinato il compito della filosofia, affermando che i filosofi non devono limitarsi a ricevere i concetti, a purificarli, a rischiarli, ma devono cominciare col farli e crearli, cercando di trasmettere le proprie idee. La filosofia come scienza, disciplina o ambito d’interesse La filosofia come ambito d’interesse rimanda sempre ad un campo aperto a qualsiasi persona che medita e riflette, a partire da un uso rigoroso delle proprie facoltà intellettuali. Per questo, definire in modo preciso cos’è la filosofia non è facile; essa, sicuramente può appartenere a tutti, appartiene a tutti, o meglio a chiunque voglia esserne inebriato e “accarezzato”, in un ambito generalmente vasto, che comprende anche altre sfumature di significato e altri temi. Le domande che spesso caratterizzano l’esistenza si collegano indubbiamente con l’applicazione e la conoscenza della filosofia, intesa come disciplina, in riferimento ad una concatenazione di interrogativi e tentativi di fornire risposte soddisfacenti; domande e risposte non sempre facili da riconoscere ed interpretare. Chiedersi “che cos’è la filosofia”, implica un ampio sguardo sul mondo, sulla società nella quale viviamo e un’analisi degli elementi che la caratterizzano, al di là di ogni superficialità. Interpretarla ieri e oggi In riferimento alla filosofia di oggi, occorre fare una distinzione, rifacendosi ad un concetto storico; infatti, un conto è definire che cosa essa sia in riferimento alla sua nascita, un altro conto è definirla oggigiorno. Si può affermare che oggi rappresenti una disciplina fra le altre discipline che indagano determinati aspetti della realtà, spesso parecchio ampi. Inizialmente, il concetto filosofico e l’ambito in cui esso si inseriva, era la conoscenza in “toto”; ogni forma di apprendimento forniva risposte filosofiche, da attribuire poi a diversi sfere o settori. Amore per il sapere e ambiti di applicazione La semplice traduzione dal termine greco, “amore per il sapere”, non è sufficiente a rendere l’idea, e soprattutto a fornire una definizione concreta e completa del concetto cardine. La difficoltà deriva in particolare dal fatto che la filosofia, a differenza dalle altre scienze che studiano un campo ben definito, circoscritto, è una riflessione che riguarda un pensiero e un modo di pensare circa quel determinato aspetto, quindi notevolmente vasto, quasi illimitato. Nell’applicazione della filosofia, rientra la ricerca comune della verità, nelle sue varie forme, attraverso la spiegazione dei vari concetti filosofici, i quali si materializzano in una serie di riflessioni, che si susseguono per arrivare ad una possibile spiegazione del mondo nel quale viviamo e delle relative regole vigenti. Studiare la filosofia aiuta ad arricchire la mente, attraverso la conoscenza, l’analisi e la riflessione analitica di vari ambiti del sapere. Conoscere per capire, catalogare i cosiddetti tasselli filosofici per capire e carpirne il senso e la funzione, ma soprattutto la bellezza della filosofia e la sua relativa essenza. La meraviglia del pensiero filosofico La filosofia, […]

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