Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La Tag: riflessioni culturali contiene 183 articoli

Libri

Elogio del silenzio. Come sfuggire al rumore del mondo

Elogio del silenzio. Come sfuggire al rumore del mondo è un libro a carattere saggistico-divulgativo scritto da John Biguenet e tradotto in italiano da Naike Agata La Biunda. Il testo pubblicato da Il Saggiatore e inserito nella collana Piccola Cultura è stato presente fra i testi che la casa editrice ha proposto in fruizione digitale gratuita in seno all’iniziativa “Solidarietà digitale”. Elogio del silenzio. Come sfuggire al rumore del mondo Il testo di Biguenet riflette sui significati attribuiti dalla psiche umana – e dall’istinto animale, generalizzando alcuni aspetti della questione – al silenzio. Cos’è il silenzio? Domanda semplice, ma solo nell’apparenza: il silenzio è concentrazione, calma, riflessione, pace, equilibrio interiore, e, al contempo, è mistero, ansia, paura, angoscia: esso è e non è, contemporaneamente, la sua essenza come presenza e come assenza, come bene e come male, come gioia e come dolore. Il silenzio come sospensione della parola, implica, per contralto, che la parola vi conviva, coesista. Cos’è il silenzio? Ponendoci questa domanda, ben presto comprendiamo che ci stiamo avventurando in quell’intricatissimo – e umanamente inconcepibile – labirinto che è il vertiginoso abisso del silenzio. Comprendiamo che la mente, la ragione, la ratio umana incespica, inciampa, arranca, arretra, lungo l’erto e faticosissimo sentiero non tracciato del significato e della significanza del lessema “silenzio”. La psiche attribuisce plurimi significati alla manifestazione silenziosa e plurime associazioni costruisce, secondo logiche attributive, predittive, socialmente partecipate (perché socio-culturalmente indotte e psico-evoluzionisticamente tradotte) o personalissime, individuali. In questa selva ospitale ma scurissima ci si introduce, quando con lumino fra le ombre alla mano, si cercano i nodi fra le sinuose maglie della rete del silenzio che ci avvolge. Suono, rumore, silenzio Cos’è il silenzio? John Biguenet si sofferma sulla medaglia e i suoi rovesci, osserva la luna e il lato oscuro della casta diva inargentata: il silenzio come sospensione volontaria della parola e il silenzio come solitudine (nei casi estremi il silenzio come abbandono, coercizione). Il silenzio rappresentato dalla parola impone, coarta, e il silenzio rappresentato dall’annullamento della parola, il silenzio “solido” della nostalgia e della melanconia. Il testo Elogio del silenzio. Come sfuggire al rumore del mondo, si sofferma anche sul valore e sul senso che il significato del silenzio assume nell’arte – iconica, musicale, letteraria, drammatica – e sulla primaria importanza della gestualità, della mimica nella comunicazione del silenzio. In questo solco d’indagine divulgativa che l’autore percorre, credo possano bene inserirsi anche i paragrafi dedicati al silenzio nostalgico della fotografia e al silenzio indifferente e imperturbabile – per questo altamente perturbante – delle bambole e degli oggetti inanimati antropomorfizzati. E ancora, la parola come rafforzamento del silenzio («mettere a tacere»), il silenzio come rafforzamento di patti, di legami (il silenzio e il mistero, il silenzio e il segreto…): non vi è silenzio senza parola e non vi è parola senza silenzio. La loro esistenza è duplice e mutua, coesiste nella scansione ritmica di pausa e suono, parola e silenzio: la presenza di una segna la preesistenza dell’altra e viceversa, scambievolmente. Il suono può esistere solo […]

... continua la lettura
Culturalmente

Ischia letteraria: i versi dei letterati dedicati all’isola

Ischia è un’isola del Golfo di Napoli, conosciuta sin dall’epoca romana per le innumerevoli caratteristiche del territorio, il clima mite e la forte presenza termale e, soprattutto, per essere stata decantata nel corso del tempo da letterati e poeti che hanno creato l’immagine di Ischia letteraria. Giovanni Boccaccio: prima testimonianza letteraria di Ischia-Ponte La prima testimonianza letteraria su Ischia è di Giovanni Boccaccio; il poeta del Decameron, descrisse la bellezza dell’isola con parole semplici e toccanti al tempo stesso. “Ischia è una isola assai vicina di Napoli, nella quale fu già tra l’altre una giovinetta bella e lieta molto, il cui nome fu Restituta, e figliuola d’un gentil uom dell’isola, che Marin Bòlgaro avea nome”. La magnificenza dell’isola è descritta da Boccaccio proprio nella sua opera più celebre, il Decameron, attraverso la storia di Pampinea, narrata nella quinta giornata dell’opera. La storia è tratta dalla leggenda di Fiorio e Biancifiore, leggenda che Boccaccio aveva già raccontato nel Filocolo. Il re Federigo d’Aragona chiuse la bella Restituta nel palazzo arabo-normanno che porta il nome di Cuba. Sulle tracce della donna amata, Gianni arrivò a Palermo e intravide Restituta dietro una finestra del palazzo. Durante la notte Federigo scoprì i due amanti addormentati e ordinò che fossero legati ed esposti nudi sulla pubblica piazza, prima di essere arsi vivi. Grazie alla testimonianza dell’ammiraglio Ruggeri di Lauria, i due giovani furono perdonati perché identificati come la figlia di Marin Bòlgaro e il nipote di Gian di Procida, sostenitore degli Aragonesi e uno dei capi della rivolta dei Vespri. A tal proposito, chiunque raggiunga Ischia recandosi poi ad Ischia Ponte, di cui è simbolo il celebre Castello Aragonese, potrà notare che una delle piazzette è dedicata proprio al Boccaccio. Ricordiamo che proprio il Castello Aragonese fu un centro culturale, artistico e storico, soprattutto a partire dal ‘500, con la ricca produzione letteraria di Vittoria Colonna; ella, come altri animi nobilmente letterari, scelse Ischia come fonte di ispirazione per le proprie opere. Vittoria Colonna è una figura emblematica per la storia di Ischia letteraria; trascorse quasi un trentennio nel Castello Aragonese, fonte di ispirazione per i propri sonetti che rappresentano un tassello del ciclo delle poesie d’amore. Si tratta di opere giovanili, semplici e spontanee, il cui corpus narrativo principale è costituito dalle rime in morte dello sposo Ferrante d’Avalos (sposato nel 1509). Ricordiamo che Le Rime di Vittoria Colonna hanno una storia editoriale un po’ complessa, poiché la poetessa non ne autorizzò mai la stampa e circolavano solo attraverso uno scambio privato di codici manoscritti inviati in dono a importanti personaggi dell’epoca. Ciò ha reso difficoltosa anche una sistemazione cronologica delle rime, generalmente distinte “amorose” e “spirituali”. I tanti volti letterari di Ischia Oltre alla forte impronta culturale e storica del Castello Aragonese, è importante menzionare anche tutti quegli scenari che possono essere definiti  veri e propri luoghi letterari su un’isola che si tinge di diverse sfumature. In ogni angolo, in ogni prospettiva, è possibile ascoltare l’eco di un passato che fa ancora rumore, […]

... continua la lettura
Culturalmente

Horcrux. Il simbolo più oscuro e affascinante della magia nera nell’universo di Harry Potter

Com’è noto, quella di Harry Potter è tra le serie di romanzi fantasy (poi cinematograficamente trasposta) più famose e remunerative. Nata dalla penna di J. K. Rowling e pubblicata tra il 1997 e il 2007, la storia del giovane mago ha affascinato adulti e ragazzi, grazie al sapiente intreccio narrativo e al racconto delle vicende sullo schermo ricche di colpi di scena, via via più complesse ed enigmatiche ad ogni successivo capitolo. Se ne contano infatti sette, un numero ricorrente e fortemente simbolico. In ciascuno dei sette capitoli della saga più seguita si affrontano le rocambolesche storie del protagonista Harry Potter, ambientate nella Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, che, insieme agli amici Ron, Hermione, Hagrid, l’elfo domestico Dobby e il Preside della Scuola Albus Silente, affronterà il suo destino, scoprendo e affinando le sue capacità per combattere e sconfiggere l’acerrimo rivale Lord Voldemort, il più grande Mago Oscuro di tutti i tempi. E uno dei misteri più interessanti della saga di Harry Potter riguarda proprio le magie oscure che Voldemort ha realizzato con lo scopo di diventare il mago più potente e temuto del mondo. Tra queste la creazione degli Horcrux, da sempre oggetto di fascinazione e oscurità, che ha incantato i fan della saga. L’argomento Horcrux è da sempre bandito alla Scuola di Hogwarts: è proibito parlarne, in quanto considerata tra le più terribili ed immorali delle magie. Gli Horcrux si palesano nella trama degli ultimi due capitoli della saga: Il Principe Mezzosangue e I Doni della Morte. Scovarne i misteri è tutt’altro che semplice. Occorrerà pazienza, capacità, intelligenza, coraggio e tenacia per disseppellirne i segreti, ma attraverso numerose ricerche e avventure il valoroso protagonista, con l’aiuto degli amici, riuscirà a far trionfare il bene. Horcrux: origine, significato e poteri Horcrux, unico termine, grande leggenda. Un tale mistero delle Arti Oscure che la maggior parte dei maghi non ne ha mai sentito parlare, e, tra i pochi che ne sanno qualcosa, una minima parte ne sa davvero abbastanza. La stessa etimologia del nome è controversa. Considerando che la Rowling si sia ispirata per altri nomi alla lingua sassone, la saggista Marina Lenti ha ipotizzato che possa derivare dal sostantivo horh, tra i cui significati c’è quello di “umore” quale fluido, e cruce, piccolo contenitore destinato a contenere liquidi. Dunque, da tale etimologia potrebbe derivare il significato di “contenitore di essenza”, intesa come “anima”. Vediamo perché, cosa sia in realtà un Horcrux e quali poteri sia in grado di sprigionare. Un Horcrux è un oggetto (o anche un essere animato) in cui un Mago Oscuro ha nascosto un frammento della propria anima con lo scopo di raggiungere l’immortalità. La sua creazione è considerata la forma più orribile di magia, in quanto viola le leggi della natura e della moralità, richiedendo per la sua realizzazione l’orribile atto di omicidio. Il primo Horcrux fu creato da Herpo, un abile Mago Oscuro dell’antica Grecia. I suoi reiterati e perversi esperimenti sulla Magia Oscura, nonché il suo chiaro squilibrio mentale, gli valsero […]

... continua la lettura
Culturalmente

La danza: meravigliosa forma d’espressione e bellezza

Cos’è la danza, se non una combinazione perfetta di aria e fuoco! È poesia, è la forma d’arte più intensa e appassionata, sublime, carismatica attraverso cui il corpo esprime le sensazioni più ermetiche e recondite. La danza è assoluta libertà, spogliando la mente da qualunque limite e inibizione. La musica si avvia, lo spazio e il tempo cominciano ad assumere una forma infinita e indefinita, l’anima sembra staccarsi per un istante dal corpo o forse richiama a sé il corpo in una dimensione inedita, altra dalla mediocre convenzionalità. I piedi cominciano a disegnare geometrie e traiettorie, rispondendo al solo comando del cuore, che pulsa più forte e comincia ad emanare luce propria, come una stella. Il corpo brucia di bellezza e passione. L’io timido e introverso cede il posto ad un io audace, sincero, invincibile e colmo di vita e adrenalina da far esplodere. L’essere, da tempo assopito, diviene più forte, scatenato, dolce, infrangibile, delicato, appassionato, inviolato, pudico ed erotico. Tutto questo la danza tira fuori rendendo quel corpo, fino a un istante prima pigro e riluttante, protagonista dell’armonia cosmica, spingendo fuori l’impossibile e vomitando tutto ciò che non è amore. Perché quel corpo danzando diviene piuma portata dal vento dei sentimenti e arde senza mai bruciare davvero, come fuoco divino che si autoalimenta senza distruggere. Tutto questo può la danza, e oltre. Cos’è la danza: origini ed espressione La danza è un’arte attraverso cui il corpo esprime anima, emozioni e pensieri, muovendosi con armonia e seguendo il ritmo della musica, eseguendo uno schema ben definito di passi, detto coreografia, o abbandonandosi semplicemente all’estro dell’improvvisazione. Tale particolare arte affonda le sue radici nell’era preistorica, quando le tribù eseguivano rituali e preghiere al ritmo di formule intonate e movimenti simbolici. La danza nasce dunque come momento sacro e di aggregazione, divenendo nel corso del tempo una forma d’intrattenimento e spettacolo sempre più compiuta. Nell’antica Grecia costituiva un prezioso elemento all’interno di tragedie e commedie, dove il coro si esprimeva principalmente danzando nello spazio antistante l’edificio scenico denominato orchestra, termine derivante etimologicamente dal verbo greco orchéomai (danzare). Ma emblematico anche il motivo per cui i termini che si riferiscono alla danza, come il già citato coreografia. rechino in sé l’etimo greco chóros. Il termine italiano danzare deriva invece dal francese antico danser, da cui il francese odierno danse e l’inglese dance. Ed è proprio in Francia che, a partire dal XVII° secolo, la danza comincerà ad assumere la forma compiuta e tecnica, così come è oggi nota e studiata. Infatti lo sviluppo della musica strumentale in quel periodo storico portò la danza nelle più facoltose corti europee, dove cominciava ad essere considerata un’arte raffinata ed esclusiva. Allora la danza occidentale conobbe il suo massimo splendore, con la composizione delle prime coreografie che per tutto l’Ottocento vennero rappresentate nei più prestigiosi teatri europei, come l’Opéra di Parigi, il Bolshoi di Mosca e il Teatro alla Scala di Milano. Durante la sua evoluzione, la danza ha conosciuto molteplici trasformazioni, definendosi nei più disparati generi, […]

... continua la lettura
Culturalmente

Filostrato di Boccaccio, riflessioni su Pandaro

Il Filostrato di Boccaccio è fra le opere più “misteriose”: incerta storia filologica, incerta attribuzione delle fonti (intese in senso stretto), incerta identità dei personaggi. Il testo di seguito proposto è tratto, fortemente riassunto e rimodulato dal contributo assai più esteso e approfondito Le vie indiscrete della passione: riflessioni sul Pandaro del Filostrato (e proposte sul Filostrato del Decameron), presentato in occasione del seminario internazionale di Studi intorno a Boccaccio (Boccaccio e dintorni, quinta edizione). In tale contributo si è cercato di rintracciare alcuni fili genetici, che possano almeno in parte avvicinarci al canovaccio compositivo tenuto in mente dal Certaldese. Il Filostrato di Boccaccio: riflessioni su Pandaro Nell’economia delle ottave del Filostrato, il personaggio di Pandaro riveste un ruolo importantissimo per lo svolgimento dell’azione narrativa. Contraltare di Troiolo nella visione delle “mondane cose”, per certi versi prefigurazione – con le dovute cautele e differenze – del cortigiano ante litteram (fedele secretarium e confidente del suo amico-signore) e al tempo stesso carattere tipico da commedia, il personaggio di Pandaro resta tratteggiato dal suo autore – come del resto nella tecnica che lo contraddistingue – come non categorizzabile: immerso nelle “antiche istorie” (da cui l’autore, per sua stessa ammissione, ha tratto la materia del suo libello), ma lontanissimo dall’epos, Boccaccio lo dipinge come giovane dal carattere modernissimo, forgiato dall’esperienza; abile affabulatore, dote (o vizio) che lo innalza a ruolo di comprimario, sicuramente figura imprescindibile al fine della realizzazione, seppur breve, dell’esperienza amorosa di Criseida e Troiolo. Il personaggio ha origini misteriose; suggestive vicinanze sembrano intravedersi, invece, nel Pandaro dell’Iliade (per somiglianza di interessantissimi schemi psicologici) e – seppur con le chiarissime differenze naturali – nel Mercurio dell’Eneide (nel sensus circoscritto che assume nella vicenda amorosa del libro IV del poema). La collisione fra eros ed epos – fra passio e ratio – viene evidenziata proprio dal Certaldese, che, più tardi, nelle sue Genealogia deorum gentilium, parlando della poesia cita un esempio significativo: «[…] intendit Virgilius per totum opus ostendere quibus passionibus humana fragilitas infestetur, et quibus viribus a constanti viro superetur. Et cum iam non nullas ostendisset, volens demonstrare quibus ex causis ab appetitu concupiscibili in lasciviam rapiamur, introducit Dydonem generosi tate sanguinis claram, etate iuvenem, forma spectabilem, morbus insignem, divitiis abundantem, castitate famosam, prudentia atque eloquentia circumspectam, civitati sue et populo imperantem, et viduam, quasi ab experientia Veneris concupiscientie aptiorem. Que omnia generosi cuiuscunque hominis habent animorum irritare, nedum exulis atque naufragi, et in incognitam regionem deiecti atque subsidio indigentis. Et sic intendit pro Dydone concupiscibilem et attractivam potentiam, oportunitatibus omnibus armatam; Eneam autem pro quocunque ad lubricum apto et demum capto. Tandem ostenso quo trahamur in scelus ludibrio, qua via in virtutem revehamur, ostendit, inducens Mercurium, deorum interpretem, Eneam ob illecebra increpantem atque ad gloriosa exhortantem. Per quem Virgilius sentit seu conscientie proprie morsum, seu amici et eloquentis hominis redargutionem, a quibus, dormientes in luto turpitudinum, excitamur, et in rectum pulchrumque revocamur iter, id est ad gloriam.» Nel passo, Boccaccio spiega chiaramente come la vicenda di Enea e Didone serva […]

... continua la lettura
Culturalmente

Strumenti a corda: tipologie e sonorità

Strumenti a corda: cosa sono e quali sono? Gli strumenti a corda, definiti anche come cordofoni, sono strumenti musicali che permettono all’aria di trasformarsi in suono al passaggio attraverso le vibrazioni delle corde che li compongono; il corpo vibrante di tali strumenti è dunque un apparato di corde. Cordofoni: descrizione e alcuni esempi Gli strumenti a corda possono essere classificati, in base alla natura della vibrazione prodotta, in strumenti a corde sfregate, strumenti a corde pizzicate e strumenti a corde percosse. L’elemento principe dei cordofoni è, palesemente, la corda che vibrando tonicamente conferisce all’aria i caratteristici suoni; gli strumenti a corde si presentano di solito come formati da un insieme di corde – la cordiera – dalle cui vibrazioni complesse, il suono fuoriesce polifonico. Anticamente le casse degli strumenti muniti di corde erano costituite da gusci scavati e vuoti, da ossi, da testuggini e da legname derivato dagli archi da caccia; oggi esse sono soprattutto in legno, resine e materiali vari; oltre alle corde, lo stesso materiale delle casse contribuisce alla resa fonico-musicale dell’aria: in altre parole, la qualità del suono prodotto risente tanto della vibrazione tonica delle corde tonali quanto della struttura – forma, materiale – della cassa armonica. Fra gli strumenti a corde figurano, ad esempio, gli archi (cordofoni nei quali il suono è prodotto dallo sfregamento meccanico ottenuto con un archetto monoidiocorde o polidiocorde), il pianoforte (a percussione, in quanto il suono si produce attraverso la percussione meccanica delle corde attraverso i martelletti), le cetre, l’arpa, il cembalo, la ghironda, le viole, la tromba marina. Particolari cordofoni sono la cetra di Eolo, in cui le corde sono messe in vibrazione dal vento, e la mandochira (ideata dall’associazione La bottega del mandolino e venduta presso la storica Ditta di strumenti Giuseppe Miletti, sita in via San Sebastiano, a Napoli), strumento a tipiche corde pizzicate, “nato” dalla congiunzione di una chitarra e di un mandolino; la particolarità di questo strumento risiede nella cassa armonica che è rigonfia come nei mandolini ma segue la forma di quella delle chitarre: ciò consente la produzione idi suoni struggenti (come quelli del mandolino) e avvolgenti (come quelli della chitarra). Strumenti a corda: alcuni elementi costitutivi Fondamentale per la risonanza musicale è – per questo tipo di strumento – la parte concava dell’intera cassa; tali strumenti sono costituiti, inoltre, da martelletti (nel caso di cordofoni a percussione) e da tastiere; fra gli elementi caratteristici troviamo il capotasto (segmento su cui sono fissate le corde e posto al principio della tastiera dei cordofoni), il ponte (elemento su cui è possibile tener tese le corde), i pioli (elementi in genere in legno o in metallo attorno a cui è avvolta la corda e la cui funzione è quella di rendere abbastanza tesa la corda stessa, affinché essa possa permettere correttamente la produzione del suono), la paletta (porzione terminale degli strumenti a corda muniti di manico); fra gli arnesi di ausilio alla produzione di suono, ricordiamo l’archetto (tipico per la produzione di suono negli strumenti a corde […]

... continua la lettura
Culturalmente

Ritratti a matita: quando nascono e come si realizzano

Ritratti a matita: cosa sono e quando sono nati I ritratti a matita sono delle rappresentazioni solitamente, come suggerisce il nome stesso, di volti, di persone, particolarmente realistici. Il ritratto è definito come una rappresentazione di un modello reale, di un essere (una persona) da parte di un artista che si impegna a riprodurre i tratti o le espressioni caratteristiche. Ricordiamo che la matita, strumento fondamentale per la realizzazione dei ritratti, come è conosciuta attualmente, fu creata nella seconda metà del XVI secolo, in Inghilterra, dove venne scoperto un giacimento di grafite pura. L’attuale forma della matita si deve a due italiani, Simonio e Lyndiana Bernacotti. Si tratta di una anima di grafite inserita in un profilo cilindrico o esagonale, solitamente di pioppo. Per quanto concerne le matite colorate, esse hanno fatto la loro comparsa solo all’inizio del XX secolo. Prima, si usavano dei pastelli di cera colorati. Le matite colorate sono state inventate da un altro produttore tedesco (la cui azienda è tuttora leader nel mercato), Johann-Sebastian Staedtler. Nell’arte, il ritratto a matita non è esclusivamente una mera riproduzione meccanica delle fattezze, ma un vero e proprio processo creativo, che mette in gioco anche la sensibilità artistica di chi lo realizza. Storicamente, il ritratto si è affermato in epoca medievale fino a raggiungere una completa dignità artistica nel Rinascimento, soprattutto grazie ai pittori italiani e dell’Europa settentrionale. Naturalmente nel corso del tempo si è evoluto, in base a tecniche e formule stilistiche differenti e sempre più avanzate. L’uso della “sanguigna”, la matita più utilizzata per i ritratti Una delle tecniche più utilizzate per realizzare dei ritratti a matita, è quella con la matita sanguigna. La tecnica nasce nel Rinascimento e l’esempio più conosciuto è l’autoritratto di Leonardo Da Vinci, famosissimo, e soprattutto molto importante poiché ha cambiato per sempre il significato di quel genere artistico. Proprio la matita, da molti artisti è stata definita una sorta di “bacchetta magica” che consente di realizzare e “toccare”, con caratteri pari alla realtà, perfettamente collimanti tra loro, oltre che lo sguardo (nel caso di un ritratto) anche l’anima nascosta dietro ad esso. Come si realizzano i ritratti a matita? Per disegnare dei ritratti a matita è necessario avere una buona concentrazione, sfruttare bene la luce a disposizione e provare e riprovare con tenacia, affinando man mano la propria tecnica. Non esistono delle regole ben precise: il disegno è un’abilità per la quale si è portati o meno, è questione di predisposizione o inclinazione alla materia, ma è possibile, tramite un buon corso, migliorare e realizzare progetti sempre più ambiziosi! Dopo aver cominciato a delineare un ritratto, bisogna captare attentamente i punti di luce attraverso le zone più luminose che permetteranno di risaltare i caratteri somatici della persona ritratta. Nei ritratti a matita, la luminosità ma anche le zone d’ombra sono molto importanti, poiché determinano il successo dell’opera, dandole un tocco di originalità. Quando si disegna un ritratto a matita bisogna utilizzare un tratto leggero che non sarà poi difficile da cancellare qualora ci […]

... continua la lettura
Riflessioni culturali

Teoria delle emozioni: riflessioni e strategie

La teoria delle emozioni e il nesso fra competenze cognitive e competenze emotive La riflessione che propongo è tratta, fortemente riassunta e rimodulata, dall’elaborato Un incommensurabile attaccamento alla vita: emozioni, apprendimento, bisogni affettivi, presentato per il corso d’alta formazione per educatori socio-pedagogici. Teoria delle emozioni: una premessa Le emozioni sono parte integrante di noi stessi; profondamente connesse alle esperienze intime e sociali, influenzano le azioni, le reazioni, gli assetti e gli sviluppi cognitivi e i processi di adattamento evolutivi, finanche spingendo l’individuo a forgiare per sé una maschera di apparenze, avvertita come protezione verso l’esterno, manufatto dell’individuo e segno di più o meno profondi e lesivi disagi emotivi psico-sociali. Le emozioni, fondamentali per lo sviluppo del Sé e per la socializzazione, risultano anche correlate alla salute e all’apprendimento: sul nesso emozione-salute, le indagini delle scienze psicosomatiche e delle neuroscienze hanno potuto dimostrare che esistono fattori emotivi che influenzano taluni meccanismi ormonali e il loro corretto funzionamento; sul nesso emozione-apprendimento, numerose ricerche dagli esiti positivi fanno ritenere fondamentale l’influenza che le emozioni possono svolgere nei processi cognitivi dell’attenzione, della memoria, dell’apprendimento: attraverso indagini mirate è emerso, infatti, che i soggetti con buone competenze emotive hanno maggiori possibilità di raggiungere migliori risultati nell’acquisizione di conoscenze rispetto a soggetti con deficit emotivi. L’intelligenza emotiva sembra possedere, inoltre, capacità adattive, attraverso le quali l’individuo può mantenere una buona salute mentale. Il costrutto – e l’individuazione completa del meccanismo di funzionamento – dell’intelligenza emotiva risulta in fieri, tutto in fase di studio e definizione: secondo alcuni ricercatori l’intelligenza emotiva sarebbe identificabile come abilità determinata (intesa quindi come intelligenza pura), secondo altri l’intelligenza emotiva sarebbe identificabile come insieme di abilità cognitive e di aspetti della personalità (intesa quindi come intelligenza mista). Le ricerche nel campo delle neuroscienze hanno rilevato che le emozioni individuali e le abilità sociali dipendono da complesse reti neurali afferenti a diversi comportamenti, interconnessi al funzionamento dell’intelligenza generale: emozione ed abilità cognitiva, dunque, risulterebbero profondamente correlate ed uno squilibrio in uno dei due sistemi creerebbe conseguenti malfunzionamenti all’altro e viceversa. Le indagini neurobiologiche hanno individuato, inoltre, nell’amigdala, il centro di elaborazione emotiva ed è stato possibile tracciare, così, i percorsi di trasmissione delle informazioni emotive: percorsi plurimi, che interessano varie aree del cervello che convogliano, fanno confluire verso l’amigdala i dati “raccolti” tanto da stimoli interni (ricordi, esperienze) che da stimoli esterni (variabili ambientali). Le emozioni lasciano tracce mnestiche all’interno dell’amigdala che influenzano le successive risposte emotive attraverso il rilascio di noradrenalina e serotonina (ormoni neurotrasmettitori) che mediano – e modulano – la comunicazione neuronale operando il legame dei recettori sinaptici alla classe di neuroni affusolati di natura proteica (neuropeptidi della corteccia cingolata anteriore): in tal modo, avviene la regolazione del substrato fisiologico delle emozioni. È stato dimostrato che malfunzionamenti dei regolari meccanismi di comunicazione neurale (cause genetiche e indotte da condizionamenti post-traumatici) incidono sui disturbi alessitimici e sui disagi anedonici: definito come scarto fra l’emozione vissuta e la sua adeguata e normale espressione, il termine “alessitimia” risulta l’esito di un analfabetismo emotivo, […]

... continua la lettura
Culturalmente

Gotico in Italia: un viaggio tra i più suggestivi capolavori della penisola

Il gotico in Italia si trova in maniera diversa rispetto al luogo di origine ovvero la Francia, ma soprattutto si diffuse molto tempo dopo gli altri stati europei. Il vettore principale è costituito dagli edifici dell’ordine benedettino cistercense, che dalla zona di origine borgognona, in Francia, si è espanso in tutta l’Europa occidentale. Ma il gotico italiano, o anche ” gotico temperato ”, assume caratteristiche diverse rispetto non solo alla Francia, ma anche all’Inghilterra, alla Germania e alla Spagna. In particolare non viene recepita l’innovazione tecnica e l’arditezza strutturale delle cattedrali francesi, preferendo mantenere la tradizione costruttiva consolidata nei secoli precedenti ed anche dal punto di vista estetico non trova un grande sviluppo lo slancio verticale di questa architettura. Se vogliamo collocare questo stile in un arco temporale possiamo dire che vi è una fase iniziale nel XII secolo con lo sviluppo dell’architettura cistercense, seguita da una seconda fase, dal 1228 al 1290 di ” primo gotico ”, per poi passare ad una terza fase, dal 1290 al 1385 di ” gotico maturo ” e concludere con l’ultima fase dal 1385 al XVI secolo, il cosiddetto ” tardo gotico ”. Gotico in Italia: le tre basiliche più belle ed affascinanti Fra le opere più interessanti di gotico c’è certamente la Basilica Cattedrale di Santa Maria Assunta, il principale luogo di culto cattolico di Orvieto, in provincia di Terni, capolavoro dell’architettura gotica in Italia centrale. La costruzione fu avviata nel 1290 per volontà di papa Niccolò IV con lo scopo di dare degna collocazione al Corporale del miracolo di Bolsena. Disegnato in stile romanico da un artista sconosciuto, in principio la direzione dei lavori fu affidata a fra Bevignate da Perugia a cui succedette ben presto, prima della fine del secolo, Giovanni di Uguccione, che introdusse le prime forme gotiche. Ai primi anni del Trecento, lo scultore ed architetto senese Lorenzo Maitani assunse il ruolo di capomastro dell’opera. Questi ampliò in forme gotiche l’abside ed il transetto e caratterizzò, pur non terminandola, l’aspetto della facciata come appare ancora oggi. Alla morte del Maitani, avvenuta nel 1330, i lavori erano tutt’altro che conclusi. Il ruolo di capomastro venne assunto da vari architetti-scultori che si succedettero nel corso degli anni, spesso per brevi periodi. La Basilica o il Monastero di Santa Chiara, è invece uno degli edifici più importanti e complessi del culto monumentale napoletano. Situata in via Benedetto Croce, si tratta della più grande basilica gotico-angioina della città; è caratterizzata da un monastero che comprende quattro chiostri monumentali, gli scavi archeologici dell’area circostante e diverse altre sale nelle quali è ospitato l’omonimo Museo dell’Opera, che a sua volta comprende nella visita anche il coro delle monache, con resti di affreschi di Giotto, un grande refettorio, la sacrestia ed altri ambienti basilicali. Si ricordi poi la Basilica di San Petronio, la chiesa più grande di Bologna: domina l’antistante piazza Maggiore e, nonostante sia ampiamente incompiuta, è una delle chiese più vaste d’Europa. Le sue imponenti dimensioni (132 metri di lunghezza, 60 di larghezza, con […]

... continua la lettura
Culturalmente

Strumenti a fiato: tipologie e sonorità

Strumenti a fiato: cosa sono e quali sono? Gli strumenti a fiato, definiti anche aerofoni, sono strumenti musicali che permettono all’aria di trasformarsi in suono al passaggio attraverso la loro struttura interna; il corpo vibrante di tali strumenti è dunque una colonna d’aria. Quella degli aerofoni costituisce una delle cinque macrocategorie in cui vengono classificati gli strumenti musicali: oltre a questi strumenti troviamo, infatti, i cordofoni (suono prodotto attraverso corde vibrate), i membranofoni (suono prodotto attraverso membrane vibrate), gli idiofoni (suono prodotto dal corpo stesso dello strumento privo di membrane e di corde e prodotto senza l’ausilio di colonne d’aria, come invece per gli aerofoni) e gli elettrofoni (suono è generato da una fonte elettrica, che può essere un sintetizzatore elettronico o un dispositivo elettromagnetico). Le quattro macrocategorie (a cui successivamente è stata aggiunta la quinta degli elettrofoni), trovano una corrispondenza nella classificazione di Hornbostel-Sachs, attraverso le cui molteplici ramificazioni, dalle macrocategorie si giunge ai singoli strumenti musicali in esse collocate. Aerofoni: descrizione ed esempi Le sostanziali differenze di suono prodotte dai vari strumenti a fiato dipendono in maniera preponderante e principale dalla struttura – forma e materiali – degli strumenti stessi; a proposito dei materiali, tali strumenti concepiscono una classificazione ulteriore nelle sottocategorie di ottoni e legni (palesemente derivante dal materiale di costruzione). Gli aerofoni si classificano, inoltre, in aerofoni liberi e aerofoni risonanti. La differenza, grosso modo, consiste nella sede di espressione sonora: negli aerofoni liberi (come l’armonica a bocca) l’onda sonora è generata intorno allo strumento, negli aerofoni risonanti il suono è generato dal passaggio all’interno del corpo cavo dello strumento. Fra gli strumenti a fiato figurano, ad esempio: i flauti, le trombe, il sassofono, le cornamuse, il clarinetto, l’oboe, i fagotti, l’ottavino, il piffero, le armoniche. Strumenti a fiato: alcuni elementi costitutivi Elemento costitutivo fondamentale degli aerofoni è, naturalmente, l’aria, che viene soffiata – o insufflata –  direttamente nello strumento oppure trattenuta in appositi serbatoi o camere d’aria (come accade ad esempio per le zampogne dei pastori e per gli organi a canne) o caricata attraverso appositi mantici (come accade ad esempio per le fisarmoniche). Gli aerofoni, inoltre, sono costituiti da un’ancia (o due: in tal caso si parla di strumenti a fiato ad ancia doppia), una sottile lamina di materiale diverso – legno, metallo, canna – attraverso la cui vibrazione si produce il suono degli aerofoni. Fonte immagine in evidenza: https://it.wikipedia.org/wiki/Aerofoni#/media/File:Shinobue_and_other_flutes.jpg

... continua la lettura