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Eroica Fenice

La Tag: storia contiene 8 articoli

Riflessioni culturali

Anabattisti: storia del movimento religioso

Gli Anabattisti furono i componenti di un movimento religioso nato nell’ambito della Riforma Protestante; il nome dei membri del movimento nasce dall’uso di ribattezzare gli adepti. Storia dell’anabattismo: elementi cardine e caratteristiche  In Italia, l’Anabattismo si diffuse a partire dal 1549, espandendosi rapidamente soprattutto nei territori del centro Italia. Ciò accadde soprattutto perché dal punto di vista prettamente religioso, proprio nel nostro Paese, la Riforma Protestante giunse molto precocemente; già dagli anni Venti del Cinquecento, infatti, circolavano i libri dei riformatori.  La predicazione di Martin Lutero non rimase circoscritta esclusivamente alla Germania ma si estese a tutta l’Europa ed ebbe due conseguenze principali: la nascita di nuove dottrine e l’adozione di quest’ultime in diversi Stati. Tra le nuove dottrine, spicca l’Anabattismo, diffuso inizialmente soprattutto in Svizzera e anche in Germania, con un andamento diverso.  I primi anabattisti, furono guidati a Zurigo da Conrad Grebel e si opposero fortemente alle idee del riformatore Ulrich Zwingli. Una serie di questioni, di cui almeno quattro rintracciabili, riguardano vari fattori. La prima si concentrava sul rifiuto del battesimo dei bambini, ritenuto “sbagliato” poiché un bambino non ne comprende il significato vero e proprio e quindi in un certo senso è “costretto” a riceverlo. La seconda opposizione, invece, riguardava la netta separazione tra l’autorità dello Stato e quella della chiesa; la terza sosteneva un più rapido e radicale processo di de-cattolicizzazione, rispetto ai tempi proposti da Zwingli e dai suoi collaboratori. Infine, la quarta questione riguardava la non violenza, e il rifiuto di qualsiasi azione armata. Si trattava certamente di persone colte, intellettuali, per quanto concerne i gruppi formatisi in alcune città; nelle campagne invece, andò concretizzandosi un profondissimo settarismo che condusse poi ad una vera e propria riforma sociale. Ovviamente questo dualismo tra cosiddetti colti e popolo, giustifica le diverse e tante contraddizioni che caratterizzano il movimento Anabattista. In modo molto simile a quello dei luterani, gli Anabattisti sottolineavano l’importanza della fede personale in Dio opponendosi a ogni ritualismo; si organizzarono in comunità di convertiti dal nuovo battesimo con connotazioni fortemente egualitarie e antigerarchiche. Forti della loro condizione di veri credenti, puri e incontaminati, gli anabattisti rifiutavano di riconoscersi cittadini d’uno Stato e di riconoscere a esso un qualsiasi potere in materia religiosa. Anabattisti: diffusione rapida ma “a macchia d’olio” Mentre si diffondeva velocemente in questi territori, alcuni anabattisti abbandonarono gradualmente il concetto della non-violenza, impadronendosi con la forza della città di Münster dove fu imposto il battesimo a tutti i cittadini adulti. Coloro che rifiutavano il sacramento vennero cacciati dalla città. Ricordiamo che il movimento anabattista fu duramente perseguitato dalle classi aristocratiche e dai primi riformatori; Lutero e Zwingli utilizzarono la stessa parola “Anabattista” come termine spregiativo per indicare ogni gruppo protestante radicale di tendenza eterodossa (ossia riguardanti gruppi di persone che professano dottrine ma anche opinioni, diverse da quelle accolte come vere e quindi giuste). La parola Anabattista col tempo perse il reale significato, e da esso nacquero altre chiese come quella degli Amish, dei Mennoniti. La posizione degli anabattisti comportava una frattura […]

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Voli Pindarici

Il Novecento è davvero finito? La fine di un’epoca

“É finito il Novecento”. Quante volte l’abbiamo sentito dire, nell’ultimo anno! Ce lo hanno ripetuto (e magari lo abbiamo ripetuto) quasi come una litania, quasi ad esorcizzare il senso di smarrimento che proviamo di fronte a questi cambiamenti epocali, suggellati dalla pandemia da Covid-19. Quasi a trovare un senso storico alla pandemia stessa, a fissare preventivamente nel tempo un futuro che – spiace dirlo – oggi non possiamo essere in grado di fissare in alcun modo. É finito il Novecento con la morte di Luis Sepúlveda, protagonista indiscusso della “letteratura per ragazzi” e di un pezzo di Storia (come civile e come combattente al fianco del Presidente Allende) del Cile, suo paese natìo. É finito il Novecento quando ci ha lasciati Ennio Morricone, autore delle colonne sonore di un Cinema che sembra altro, antico: l’attesa polverosa e quasi dolce della “scena degli spari”, quando Joe-Clint Eastwood torna a San Miguel per la “resa dei conti” con Ramòn (Gian Maria Volontè) in Per un pugno di dollari; le romanticissime note che accompagnano Robert De Niro e il grande amore della sua vita, Deborah (Elizabeth McGovern), nel ristorante sul mare in cui le chiederà di sposarlo in “C’era una volta in America”; l’indimenticabile sottofondo per la pellicola di Alfredo – con tutti i baci censurati da don Adelfio – nella scena finale di Nuovo Cinema Paradiso. É finito il Novecento nell’ultimo sospiro di Rossana Rossanda, ragazza del secolo scorso, “Miranda”, partigiana giovanissima della Resistenza Italiana, responsabile della politica culturale del PCI, fondatrice de il Manifesto, deputata, movimentista e femminista, radiata dal suo stesso Partito per le sue idee, per le quali ha convintamente e duramente lottato. É finito il Novecento con la fine della vita di Diego Armando Maradona, e l’inizio della leggenda di un ragazzino nato nel 1960 nella provincia di Buenos Aires: in sessant’anni ha ispirato il mondo intero, con irriverenza e genio calcistico, con umanità al limiti del disumano, con la rabbia brillante del riscatto sociale e degli schiaffi o, meglio, delle pallonate dritte contro il potere, le ingiustizie, le contraddizioni del pianeta. Che sia il sogno del Cile Socialista brutalmente scomposto dal golpe e dalla successiva dittatura di Pinochet, controfirmata dagli Stati Uniti d’America; che sia la rappresentazione del proibizionismo e del post-proibizionismo Americano; che siano gli ancora difficili conti con la Storia e la Politica del dopoguerra in Italia; che sia la commistione indissolubile tra lo sport popolare e gli uomini, tutti gli uomini, che tifano, gioiscono e creano comunità attorno all’idea di un’altro mondo possibile, la Storia del secolo scorso ci è piombata addosso con tutte le sue contraddizioni, imponendoci di guardarla con l’occhio freddo e distante di chi sta vivendo un tempo completamente nuovo. Il Novecento è finito. E non è l’anno, non è lo scorrere del tempo e il susseguirsi degli eventi, è la conoscenza e la consapevolezza storica degli uomini a determinarlo. É finito il secolo di Roosevelt e Churchill; il secolo in cui nascono il Premio Nobel, il Tour de France, il […]

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Musica

Riproduzione musicale: dal carillon a Spotify | Parte 2

Nella puntata precedente siamo partiti dagli albori della riproduzione musicale per arrivare al secondo dopoguerra, corrispondente al momento della nascita della globalizzazione del mercato discografico. Sempre per ripercorrere quello detto in precedenza è giusto ricordare come tutti i sistemi di riproduzione analizzati si basassero su di uno schema che si è fedelmente ripetuto: la successione di incisione e riproduzione. Questo algoritmo resterà una costante anche per questa seconda puntata, seppur adattato a contesti tecnologicamente più avanzati. Quindi, ora che è stata recuperata la valigia contenente gli strumenti base per poter proseguire il percorso nella storia della riproduzione musicale, è giusto che si vada avanti. Ci eravamo lasciati con microfoni e nastri magnetici, e da lì ripartiremo. Anche perché, a dirla tutta, qualcos’altro da aggiungere c’è. Un esempio su tutti: nel 1963 la Philips rilascia sul mercato le prime musicassette. L’impatto che ebbero sul mercato all’inizio non fu travolgente, il vinile continuò per diversi anni ad essere il mezzo più adoperato. Nonostante ciò però la nascita della musicassetta segnò l’inizio di un altro cambiamento epocale. La musicassetta infatti trascinò con sé una serie di innovazioni che crearono uno tsunami tecnologico destinato a modificare profondamente i connotati della routine dell’epoca. Nel 1968 sempre la Philips infatti rilascia sul mercato le prime autoradio capaci di leggere le musicassette. Quest’ultime grazie alla loro maneggevolezza condussero per la prima volta alla possibilità di poter ascoltare comodamente la musica fuori casa. L’utilizzo su larga scala dell’elettricità e del magnetismo per la riproduzione permisero di superare l’ingombro di strumenti capaci di “leggere” un disco solo seguendo le traiettorie imposte da un’incisione fisica. Nel 1979 la Sony introdusse il primo walkman, il precursore dell’iPod. Questa successione di avvenimenti permetterà di comprendere come fosse possibile che la vendita di musicassette stentò i primi anni per poi acquisire un’impennata successivamente. Infatti non fu solo la semplicità di incisione ad influire, ma soprattutto la possibilità di poter ascoltare ovunque la musica senza le restrizioni imposte dagli strumenti di riproduzione. Le innovazioni di questi anni ovviamente sono enormi ed ebbero un impatto devastante sulla quotidianità, anche se in quello stesso anno, il 1979, ci fu un’altra scoperta destinata ad alterare profondamente il mercato discografico: il CD. La paternità del compact disc è divisa tra Philips e DuPont, il primo disco reso commerciabile in questo formato fu la “Sinfonia delle Alpi” di Strauss mentre il primo disco pop fu “The Visitors” degli ABBA. Come più volte accennato nella prima parte di questo percorso, i sistemi di riproduzione devono essere prima incisi e poi riprodotti. E’ questa la costante che ci stiamo trascinando a partire dalle incisioni dei blocchi di cera dell’800 fino ad arrivare ai CD degli anni ’80. Per capire come scalfire questo nuovo oggetto per prima cosa è necessario capire di cosa si sta parlando. Il compact disc non è altro che un pezzo di plastica policarbonata. Nel processo di creazione la plastica viene deformata generando dei piccolissimi buchi (detti bumps) che ne determineranno l’incisione. A questo punto si arriva al […]

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Musica

Riproduzione musicale: dal carillon a Spotify | Parte 1

Dal carillon a Spotify: storia della riproduzione musicale. Era meglio quando si stava peggio? Proviamo a rispondere ad una delle più classiche domande esistenziali dell’uomo vedendola dal punto di vista del misterioso mondo della riproduzione musicale. Gli anni ’20 del 2000 sono un’epoca nella quale si ha a disposizione tutto. Non appena si ha l’intenzione di riprodurre un brano istantaneamente basta fare una ricerca Spotify, e quindi che si tratti dell’ultimo disco di Sfera Ebbasta o di una sonata di Bach, basta digitare il nome del brano richiesto sulla barra di ricerca, tasto play e il gioco è fatto. È stato in pratica realizzato il sogno di qualunque ragazzino degli anni ’90, quando nacque lo streaming e si cercava in tutti i modi di fregare il potere forte delle case discografiche trovando soluzioni alternative che non obbligassero all’acquisto del CD. Perfetto, tutto stupendo. Eppure qualche dubbio sul fatto che oggi si sia assolutamente liberi di potersi aprire a qualsiasi orizzonte musicale comunque rimane. Vediamo un attimo per quale motivo. Immaginiamo un cliente in una pizzeria. Cosa c’entra la pizzeria in tutto questo? Datemi un secondo. Si siede, arriva il cameriere col menù e lo poggia sulla tavola raffinatamente addobbata. È un manuale di 50 pagine che a confronto l’Ulisse di Joyce sembra una lista della spesa. A quel punto succede l’inevitabile:  sommerso da un’overdose di lieviti, ordina una margherita. «Quale delle nostre 37 margherite differenti?», potrebbe obiettare il malcapitato cameriere che le ha dovute imparare tutte a memoria. «Facciamo una cosa, scegli tu, mi fido di te.» Ed ecco scaricata la patata bollente della selezione dei 37 differenti tipi di pizza margherita. Tornando finalmente alla spinosa questione della riproduzione musicale: è veramente certo il fatto che avere a disposizione un’infinità di materiale multimediale aiuti effettivamente la variabilità nella selezione musicale? Non è che forse, come in pizzeria, appiattito dalla marea di materiale a disposizione, l’utente in realtà trovi conforto nel porto sicuro della top 100 Spotify? Un attimo, ovviamente la riflessione non ha come conclusione quella che si dovrebbe imporre un regresso tecnologico e riportare tutti gli ascoltatori all’ancestrale acquisto del materiale discografico. È che, come spesso accade nelle grandi svolte, ci sono dei pro e dei contro, e a volte questa distinzione non appare nitidamente ai nostri occhi. Per questo motivo la prima cosa da fare è cercare di capire prima cosa sia accaduto. Quindi a questo punto, dato che ci troviamo, prendiamola molto alla larga. Storia della riproduzione musicale in pillole La più antica forma di riproduzione musicale è senza alcun dubbio quella del pentagramma, la quale vede i suoi albori già in epoca medievale. Ovviamente mediante questa tecnica era possibile, seguendo la grammatica musicale, riprodurre un brano seguendo le indicazioni tramandate all’interno del pentagramma stesso. Siamo ancora molto lontani quindi dal concetto moderno di “riproduzione musicale”. Ci si inizia ad avvicinare nel ‘700, quando per la prima volta si svilupparono oggetti che automaticamente erano in grado di poter riprodurre un determinato brano, i carillon. Nel 2020 il carillon […]

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Riflessioni culturali

Campi di concentramento: storia di ciò che è stato

I campi di concentramento erano delle strutture carcerarie all’aperto, utilizzate per la detenzione e lo sfruttamento di civili o militari. Il primo utilizzo dei campi di concentramento, nella storia contemporanea, è riconducibile all’insurrezione cubana del 1896 quando il generale dell’esercito spagnolo Valeriano Weyler, attuò quello che è stato definito un “riconcentramento” della popolazione. Furono bruciate abitazioni e campi coltivati, e poi si passò alla deportazione vera e propria, in zone dove era permesso costruire capanne, delimitate da una “trincea” al cui interno erano gettati tutti i rifiuti ed esternamente circondate da una recinzione di filo spinato, ai cui lati erano presenti solitamente due e o tre soldati. Col passare degli anni, anche in Sud Africa, dopo la seconda guerra boera, tra il 1900 e il 1902, il comandante britannico Kitchener, deportò in ben cinquantotto campi di concentramento 120.000 boeri, circa metà della popolazione, in gran parte morta, a causa delle scarse condizioni igienico-sanitarie, epidemie e denutrizione. La deportazione di civili e militari, non riguardò esclusivamente zone lontane dall’Italia, infatti, a seguito della Rotta di Caporetto circa 300.000 soldati italiani furono imprigionati dagli eserciti degli imperi centrali e fu avviata una vera e propria deportazione, in quelli che erano conosciuti come campi di concentramento, controllati dagli austro-ungarici e tedeschi. L’uso sistematico dei campi di sterminio o concentramento, si ebbe nell’URSS a partire dal 1917 quando Lenin annunciò che tutti i “nemici di classe”, dovevano in qualche modo esser puniti, proprio come con i criminali. Decisione sistematica e irremovibile che diede inizio all’epoca dei gulag ossia campi di internamento in cui i detenuti erano costretti a lavorare in condizioni disumane, fino alla morte. I più tristemente “famosi” campi di concentramento sono quelli creati dai nazisti, in Germania: un sistema di prigionia provvisoria, contraddistinta dalla dicitura “lager”, all’interno dei quali venivano rinchiusi oppositori e persone sgradite al regime, costretti ai lavori forzati fino allo sfinimento o alla morte. I prigionieri dei campi di concentramento, arrivavano stremati e stipati in vagoni ferroviari, dopo aver viaggiato in condizioni al limite della sopravvivenza, senza acqua, né cibo, al caldo o al gelo, in base al periodo. I più deboli, tra i quali tanti anziani e bambini, purtroppo non sopravvivevano a tutto ciò e morivano durante il viaggio. Arrivati ai campi di sterminio, si effettuava una “selezione”, coloro che erano ritenuti ancora abili al lavoro, venivano separati dai loro familiari e destinati alle baracche dei prigionieri, per essere sfruttati fino alla morte. Gli altri, soprattutto, anziani, donne, e bambini, erano condotti nelle camere a gas, dopo essere stati spogliati e depredati di ogni cosa, denti d’oro e capelli compresi; docce, o meglio, camere a gas, all’interno delle quali morivano, a causa dell’immissione di un pesticida letale. I cadaveri venivano poi eliminati nei cosiddetti forni crematori, che riducevano i corpi esanimi in cenere. All’orrore e alla devastazione fisica e psicologica, di quanto riuscivano a sopravvivere, si affiancò a partire dalla fine del 1941, la terribile rete dei campi di sterminio, studiati analiticamente, per l’eliminazione fisica degli ebrei e degli altri prigionieri. Uno […]

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Culturalmente

Estinzione dinosauri. Come è avvenuta?

65 milioni di anni fa il nostro pianeta fu testimone di un drammatico avvenimento: l’estinzione dinosauri, gli enormi rettili che fino a quel momento avevano governato indisturbati la terra. Molte sono state le ipotesi avanzate dagli scienziati sull’estinzione dinosauri, tra il fantasioso e lo scientifico. Quella maggiormente affermatasi nella comunità di geologi e scienziati è la caduta di un’asteroide che provocò la fine di questi mastodontici animali. La storia prima della storia. Il mondo dei dinosauri Prima di entrare nel dettaglio è giusto soffermarci sul mondo in cui i dinosauri vivevano, che era il Cretaceo. Con questo nome si identifica la terza e ultima parte in cui è suddivisa l’era mesozoica, l’era in cui vissero i dinosauri. Il culmine di questa età è rappresentata dall’estinzione di questi ultimi e di alcune creature marine. L’origine del nome di quest’era deriva dalla parola francese craie, la quale indica un deposito calcareo ricco di fossili molto presente in Europa e per la precisione nel bacino di Parigi. Estinzione dinosauri, le ipotesi Le ipotesi sull’estinzione dei dinosauri accettate dalla comunità scientifica sono principalmente due. La prima, che è anche la più celebre, fu avanzata nel 1979 da Luis e Walter Álvarez e vedeva come causa principale l’impatto di un meteorite sulla terra. Come prova a sostegno di questa ipotesi c’è il ritrovamento all’interno della Gola del Bottaccione, nei pressi di Gubbio in Italia, di alcuni frammenti di iridio. Si tratta di un elemento presente all’interno dei meteoriti e tale tesi fu avvalorata dalla scoperta negli anni ’90 di quello che fu rinomato come cratere di Chicxulub nella penisola dello Yucatan, in Messico, largo 180 chilometri di diametro. Questo dato ha fatto ipotizzare che il meteorite che avrebbe colpito la terra doveva avere un diametro di 10 chilometri e che si sarebbe schiantato alla velocità di 30 chilometri al secondo, liberando un’energia pari a quella di diecimila bombe atomiche. L’impatto avrebbe causato il sollevamento nell’aria di polveri e nubi che oscurarono il sole per un lungo periodo di tempo, con conseguenze immaginabili: non essendoci più la luce solare le piante non poterono più nutrirsi tramite fotosintesi, i dinosauri erbivori morirono di fame e quelli carnivori non poterono nutrirsi di loro. Una vera e propria reazione a catena. La seconda ipotesi è più recente e ha tra i suoi sostenitori la ricercatrice Greta Keller. La causa dell’estinzione dei dinosauri non fu causata da un meteorite (quello di Chicxulub sarebbe caduto sulla terra 300 milioni di anni prima del Cretaceo), ma dall’eruzione dei vulcani nella regione del Deccan in India. L’emissione di sostanze chimiche resero l’aria irrespirabile e portò ad un drammatico cambiamento climatico, con la terra che non riusciva a disperdere l’eccesso di calore accumulato. Ciò avrebbe causato l’estinzione dei dinosauri in poco tempo Nel corso del tempo sono state avanzate altre teorie: i coniugi George e Roberta Poinar credono che la causa dell’estinzione dei dinosauri sia stata l’esplosione di un’epidemia batterica, mentre per altri scienziati l’ascesa dei primi mammiferi sulla terra che si cibavano di […]

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Culturalmente

Medicina nel mondo antico: storia, sviluppi e pregiudizi

È convenzione che ogni indagine sulle origini del pensiero medico occidentale abbia come punto di partenza il grado di evoluzione raggiunto dalla medicina nella civiltà greca arcaica. In realtà, le nozioni di malattia e medicina, prima di raggiungere la connotazione di “scienza” che caratterizzano l’opera di Ippocrate e i primi testi conservatici della letteratura medica occidentale risalenti al V secolo a.C., avevano già raggiunto un livello notevole in Oriente: infatti, i primi medici di cui abbiamo notizia provengono dalla Mesopotamia, come documentano i sigilli di medici professionisti risalenti al III millennio a.C.; ancora, nel codice di Hammurabi – dell’inizio del II millennio a.C. – sono contenute disposizioni precise su come un medico dovesse essere ricompensato o punito a seconda degli esiti delle sue prestazioni professionali. Fu però nell’antico Egitto che i medici, eredi della figura complessa del divino Imhotep/Asclepio, venerato per secoli come dio della medicina, praticarono un’arte evoluta, di cui resta ampia traccia nei sofisticati metodi d’imbalsamazione dei cadaveri. Significativa e copiosa è la letteratura medica tramandata dai papiri egiziani: il famoso Papiro Ebers, risalente al 1500 a.C., è il più antico testo medico che si conosca e contiene circa novecento ricette dedicate alla cura delle malattie più varie, combattute con il ricorso ad un’accorta farmacopea, ma anche con l’aiuto di formule magiche e di scongiuri. La pratica della medicina in Grecia e a Roma Le pratiche della medicina primitiva in Grecia non furono molto diverse da quelle in uso nel mondo orientale, dove gli uomini si affidavano ai rituali e alle piante prodigiose, per fronteggiare pestilenze e malattie inviate dalle divinità. È nell’azione di Ippocrate – il vero fondatore della medicina, in quanto aveva saputo separarla dalla filosofia e si era distinto per competenza medica e talento letterario – che è ricondotta la maturazione del pensiero medico nel V secolo a.C. La medicina razionale greca conobbe il suo pieno sviluppo ad Alessandria d’Egitto, la città fondata da Alessandro Magno sulla costa del Mediterraneo nel 331 a.C.: l’ambiente cosmopolita della nuova capitale della dinastia lagide, insediatasi dopo la dissoluzione dell’Impero macedone, offrì ai medici greci emigrati le condizioni ideali per condurre in piena libertà le loro ricerche anatomiche, che favorirono i progressi della scienza medica. Tuttavia, si era ben lontani dal concetto moderno di eziologia e di terapia causale, giacché Ippocrate si limitò a proporre l’uso di blandi medicamenti associandoli alle pratiche del clistere e del salasso; per spiegare questa sua profonda avversione per la chirurgia, è opportuno ricordare che, a quell’epoca, era sconosciuta ogni pratica anestesiologica e antisettica, con conseguenze fatali per i pazienti. La medicina a Roma, invece, si affermò relativamente tardi e, come in altri campi fondamentali della vita culturale e sociale, si sviluppò nel III secolo a.C.  grazie agli stimoli provenienti dal mondo greco. Tuttavia, essa si giovava di un sapere medico prescientifico e preletterario – con caratteristiche diverse a seconda dei vari popoli italici, per i quali la magia giocava un ruolo non secondario – che ha influito notevolmente nel successivo processo di valutazione critica, […]

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Culturalmente

CalcioNapoli, storia e curiosità del club partenopeo

Il CalcioNapoli è da sempre spesso associato all’espressione dei tifosi “la mia lei è del 1926”. In realtà, in principio fu la polisportiva “Virtus Partenopoea” a partecipare ai tornei calcistici FGNI. E, nel 1905, fu annunciata la fondazione di una squadra di calcio cittadina, il “Football Club Partenopeo”, in cui giocavano i figli dei fondatori de Il Mattino, Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao. La squadra disputava le gare al Vomero, presso la funicolare di Chiaia. L’affermazione del gioco del calcio a Napoli risale, invece, al novembre del 1905, con la fondazione della sezione Reale Club Canottieri Italia, che l’anno seguente cambiò il proprio nome in Naples Foot-Ball Club. Il Naples vinse alcune competizioni minori come la Coppa Lipton, la Coppa Salsi e la Coppa Noli da Costa, disputò alcuni campionati ufficiali della Federazione di Seconda e di Terza Categoria e fu successivamente ammessa al campionato di Prima Categoria, con la decisione della F.I.G.C. di aprire alle squadre del centro-sud. Dopo la sospensione del campionato a causa della Prima Guerra mondiale, il giovane industriale napoletano, Giorgio Ascarelli, che aveva ereditato la società calcistica da Emilio Reale, decise di costituire l’Associazione CalcioNapoli, della quale fu il primo Presidente nella storia, ma la cui prima stagione nella Divisione Nazionale fu di estrema pochezza. I sostenitori della squadra, infatti, decisero di sostituire il cavallo rampante nello stemma della società con un modesto somaro, ancora oggi simbolo della squadra partenopea. Dopo la morte di Ascarelli, negli anni ’30, il Napoli si rinforzò ingaggiando all’incredibile cifra di 250.000 lire il calciatore Enrico Colombari, da allora soprannominato “banco e’ Napule” dai tifosi partenopei. Il campionato 1932-1933 fu il primo in cui gli azzurri sfiorarono lo scudetto. Nel 1936 la società fu rilevata dall’armatore Achille Lauro che, per risanare il bilancio, a cedette i calciatori più importanti, sancendo così la retrocessione della squadra in Serie B. Nel frattempo lo Stadio “Arturo Collana” del Vomero divenne la nuova “casa” della squadra. In seguito allo scioglimento della società dovuto alle difficoltà riscontrate durante la Seconda Guerra mondiale, ne nacquero due distinte: la Società Sportiva Napoli, promossa dal giornalista Arturo Collana, e la Società Polisportiva Napoli, fondata dal dott. Gigino Scuotto, dalla cui fusione nel gennaio del 1945 si costituì l’Associazione Polisportiva Napoli, che riprese poi la denominazione definitiva di A.C. Napoli. Il 6 dicembre del 1959, il Napoli inaugurò il nuovo Stadio “San Paolo” (per la partita Napoli – Juventus) a Fuorigrotta e, proprio in quegli anni, conquistò la Coppa Italia, il primo trofeo della storia della squadra. Nel 1969, finita la grande stagione di potere della famiglia Lauro, Corrado Ferlaino assunse la presidenza della società ormai ridotta sull’orlo del dissesto finanziario. Nonostante le difficoltà, la squadra riuscì a vincere la sua seconda Coppa Italia e la Coppa di Lega Italo-Inglese, primo successo dei partenopei in ambito internazionale. L’inizio degli anni 1980 fu segnato dalla riapertura ai giocatori stranieri. Il Napoli ingaggiò dal Vancouver il libero Ruud Krol, già campione d’Europa con l’Ajax e pilastro difensivo dei Paesi Bassi. Ma non bastò. Il Presidente Ferlaino era deciso a portare la […]

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