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Eroica Fenice

La Tag: teatro mercadante contiene 23 articoli

Food

50 Top Pizza, la guida on-line delle migliori pizzerie del mondo

Fatte ‘na pizza c’a pummarola ‘ncoppa vedrai che il mondo poi ti sorriderà. (Pino Daniele) Fritta, al forno, tradizionale o gourmet, la pizza è da sempre uno degli alimenti più amati in Italia e nel mondo, grazie al connubio di ingredienti genuini, impasto soffice e gusto inconfondibile. Negli ultimi anni è salito sempre di più il livello delle pizzerie in tutto il territorio nazionale ed ha acquistato sempre più prestigio la figura professionale del pizzaiolo, vera e propria “rock star” degli chef. 50 Top Pizza, premi speciali e riconoscimenti alle migliori pizzerie d’Italia e del mondo Non poteva mancare un riconoscimento per la miglior pizzeria d’Italia e del mondo: si tratta di 50 Top Pizza, una delle più importanti guide on-line del settore firmata Barbara Guerra, Albert Sapere e Luciano Pignataro, rinomato giornalista enogastronomico. L’evento di premiazione ha avuto luogo il 24 luglio presso il Teatro Mercadante di Napoli, sul cui palco sono saliti i vari pizzaioli a ritirare il premio, conferito in base a diversi parametri tra cui prodotto, servizio, arredamento, carta dei vini, delle birre e degli oli extra vergine d’oliva. A giudicare la qualità delle pizzerie sono stati chiamati 100 ispettori, che hanno dato il loro giudizio critico nel totale anonimato e pagando regolarmente il conto. Al termine di questa accurata selezione, è stata stilata la classifica delle top 50, oltre ad 8 riconoscimenti internazionali conferiti a pizzerie dei 5 continenti: Premio Olitalia Migliore Pizzeria in Asia 2018: ‘Ciak Concept’ – Shop 265, 2F Cityplaza, Taikoo Shing – Hong Kong Premio Solania Migliore Pizzeria in Giappone 2018: ‘Da Isa’ – 1-28-9 Aobadai, Meguro 153-0042, Tokyo – Giappone Premio Consorzio di Tutela della Doc Prosecco Migliore Pizzeria in Sud America 2018: ‘Pizzeria Guerrin’ – AV. Corrientes 1368, Buenos Aires – Argentina Premio Birrificio Valsugana Migliore pizzeria in Oceania 2018: ‘400 Gradi’ – 99 Lygon Street Brunswick East, 3057 VIC Melbourne, Victoria – Australia Premio D’Amico Migliore Pizzeria in Nord Europa 2018: ‘Pizzeria Luca’ – Lauttasaarentie 28, 00200 Helsinki – Finlandia Premio De Nigris 1889 Migliore Pizzeria New York Style 2018: ‘Patsy’s Pizzeria’ -2287 1st Avenue and East 117th Street, East Harlem, New York – USA Premio Consorzio Tutela Provolone Valpadana Migliore Pizzeria Chicago Style 2018: ‘Lou Malnati’s Pizzeria’ – 439 N Wells St, Chicago – USA Premio Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana Dop Migliore Pizzeria Napoletana fuori dall’Italia 2018: ‘Spaccanapoli’, 1769 W. Sunnyside Ave. Chicago – USA Tra le migliori pizzerie italiane, secondo 50 Top Pizza, spiccano quelle campane, una supremazia del tutto naturale e comprensibile secondo il giudizio di Luciano Pignataro, data l’origine del prodotto e la selezione degli ingredienti, in primis la mozzarella di bufala. Dopo un’attenta e difficile selezione, ecco chi si classifica nella top 10, conquistandosi un posto nell’olimpo delle pizzerie d’Italia: 1 Pepe In Grani – Caiazzo (CE) – Campania 2 I Masanielli – Francesco Martucci – Caserta – Campania 3 50 Kalò di Ciro Salvo – Napoli – Campania 4 I Tigli – San Bonifacio (VR) – Veneto 5 Pizzaria La […]

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Teatro

La nuova stagione del Teatro Stabile 2018-2019 presentata al Mercadante

Nell’elegantissima cornice del Teatro Mercadante si è tenuta la conferenza stampa per la presentazione della  nuova stagione del Teatro Stabile di Napoli. Il presidente Filippo Patroni Griffi e il direttore artistico Luca De Fusco hanno interagito con pubblico e artisti al fine di illustrare il prossimo ricco tabellone teatrale, all’insegna di proposte che variano dai classici fino ad arrivare ai contemporanei, passando attraverso la danza. I grandi successi del Teatro Stabile di Napoli Il presidente ha espresso con orgoglio la riconferma del primato del Teatro Stabile a Teatro Nazionale, tra i più importanti nel Mezzogiorno d’Italia. In un momento politico davvero difficile, la cultura deve essere la risposta a qualsiasi domanda: “Siamo pronti a valorizzare l’offerta, ricca e diversificata, della nuova stagione teatrale” ha affermato Filippo Patroni Griffi. Nonostante le numerose difficoltà economiche, dettate soprattutto da uno scarso finanziamento della regione, lo Stabile ha saputo destreggiarsi con le proprie risorse e passare dal sedicesimo al sesto posto nella lista dei più importanti teatri italiani. La nuova stagione teatrale non vede protagonisti solo i classici della grande letteratura e del grande teatro, ma si distingue anche e soprattutto per l’impronta napoletana dei suoi spettacoli: ancora una volta è la città la vera protagonista della scena culturale, declinata in tutte le sue diverse sfaccettature. Ma non solo. Il vero tentativo è quello di riuscire a coniugare la realtà cittadina con le realtà esterne. Di conseguenza, importare ed esportare sono termini chiave, volti a instaurare un dialogo ininterrotto tra il fuori e il dentro, tra Napoli e Italia (e addirittura estero!). È dunque necessario mettere in risalto ciò che di positivamente rilevante accade in una città così contraddittoria come Napoli e non scegliere solamente di raccontare gli accadimenti nefasti del presente, come ha affermato lo stesso direttore. Ancora una volta, infatti, il teatro si è confermato tra i migliori per offerta in Campania e in Italia soprattutto. L’orgoglio per un primato così importante come quello del Teatro Stabile è assolutamente lecito se immerso all’interno di una situazione problematica come talvolta può apparire quella della città. Durante la conferenza, inoltre, si sono toccati altri temi importantissimi come quello della scuola teatrale del Mercadante. Nata sotto il segno della famiglia De Filippo, continuerà a operare sul territorio, assicurano Griffi e De Fusco, malgrado le numerose difficoltà. Anche la scelta di inserire nel cartellone spettacoli di danza, settore in lento decadimento in Italia, rappresenta una precisa volontà: quella di gettare un’ancora di salvataggio a un tipo di intrattenimento che predilige le emozioni e non l’intelletto. La programmazione della nuova stagione del Teatro Stabile Il direttore Luca De Fusco ha asserito: “Abbiamo cercato di far coincidere la conferma a Teatro Nazionale con un cartellone particolarmente gioioso. Uso questo termine non perché presentiamo solo spettacoli divertenti: sarebbe contrario alla stessa filosofia di un teatro pubblico. La gioia di cui parlo è quella dell’amore per il teatro, perché in questa stagione non c’è genere teatrale o linguaggio scenico che venga trascurata“. Al Mercadante: 24 ottobre-11 novembre 2018 : Salomé di Oscar Wilde, […]

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Recensioni

Il Deserto dei Tartari, Buzzati al Teatro Mercadante

Continua la stagione del Teatro Stabile di Napoli, continua la stagione del Teatro Mercadante. In scena, dal 17 al 22 aprile, troviamo “Il Deserto dei Tartari“, opera letteraria di Dino Buzzati, qui riadattata e diretta da Paolo Valerio, per la produzione del Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale e con un nutritissimo cast in scena: Leonardo De Colle, Alessandro Dinuzzi, Simone Faloppa, Marina La Placa (theremin), Marco Morellini, Roberto Petruzzelli, Mario Piluso (pianoforte e fisarmonica), Christian Poggioni, Stefano Scandaletti, Paolo Valerio. Il Deserto dei Tartari, l’eclissi di un uomo Il 17 dicembre 1819, Giacomo Leopardi scrive a Giordani, parlando, in tale lettera, della fanciullezza: “Dato che l’andamento e le usanze e gli avvenimenti e luoghi della mia vita sono ancora infantili,  io tengo afferrati con ambe le mani questi ultimi avanzi di quel benedetto e beato tempo in cui dov’io sperava e sognava la felicità […] è finito il mondo per me e per tutti quelli che pensano e sentono; sicché non vivono fino alla morte se non quei morti che restano fanciulli tutta la vita” Si può riassumere in tal modo la vita di Giovanni Drogo, la creatura di Dino Buzzati, il giovane tenente con appena un piede fuori dalla fase più pura della fanciullezza, destinato, senza averlo nemmeno chiesto, a raggiungere quella dislocata, isolata Fortezza Bastiani. Il viaggio è arduo, trovare la Fortezza sembra complesso; sarà guidato, proprio come tocca a tutti i figli, da qualcuno più in alto di lui ed una volta lì, nonostante il suo desiderio di fare subito ritorno in città e alla vita, invitato a restare, a passare almeno un po’ di quel suo tempo che, quando si è giovani, sembra infinito. L’adattamento e la regia di Paolo Valerio non regala grosse emozioni, ma, va detto, neppure disastrose delusioni. Valerio sembra scegliere di muoversi sul teso filo del racconto, prendendo a piene mani dalla potenza poetica e narrativa dell’opera di Buzzati, senza voler infilare al suo interno troppo di proprio. Rinarrando, si potrebbe dire, ciò che è stato già narrato una volta. Ci mostrano, Valerio e i suoi attori, quel che Buzzati voleva mostrarci. Questo curioso, variegato gruppo di uomini stipati e stretti in un confine da cui sembra non debba mai passare nessuno, eppure, proprio come Vladimiro e Estragone di Beckett attendevano e credevano fermamente nell’arrivo di Godot, costoro credono nello scoppiare di un imminente guerra. Sia che fossero di guardia, o a sbrigare le loro faccende o a maledire, rigirandosi nel letto, il fastidioso e perenne tintinnio della cisterna dell’acqua che non li faceva dormire, tutti loro aspettano, incessantamente, quel qualcosa che hanno atteso tutta la vita.  

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Teatro

Prometeo, il titano in catene che sfidò Zeus

Agli estremi confini eccoci giunti già della terra, in un deserto impervio tramite de la Scizia. Ed ora, Efesto, compier tu devi gli ordini che il padre a te commise: a queste rupi eccelse entro catene adamantine stringere quest’empio, in ceppi che non mai si frangano: ch’esso il tuo fiore, il folgorio del fuoco padre d’ogni arte, t’involò, lo diede ai mortali. Ai Celesti ora la pena paghi di questa frodolenza, e apprenda a rispettar la signoria di Giove, a desister dal troppo amor degli uomini. Il mito di Prometeo si colloca agli albori del mondo, quando Chrònos e Zeus si contendevano il regno. Sopravvissuto al diluvio mandato dagli dei per punire la tracotanza dei suoi fratelli, Prometeo è accolto da Zeus sull’Olimpo. Per volontà di questo diventa demiurgo, dando origine all’uomo dal fango, nel quale instilla la vita con il fuoco divino, soffiandoci dentro. Fatali saranno la sua generosità e compartecipazione al destino umano. Fatale sarà il furto del fuoco dall’officina di Efesto per donarlo agli uomini, come mezzo di innalzamento dalla barbarie. Si scatenerà su di lui l’ira di Zeus.  Prometeo sarà, infatti, incatenato ad una roccia ai confini del mondo, sotto la custodia di Efesto, di Kratos e Bìa. Con questa scena ha inizio la tragedia eschilea. In tutta l’opera è costante la centralità del personaggio di Prometeo, un ribelle incapace di accettare l’ordine imposto da Zeus e dalle nuove divinità. Centrale è il punto di vista del protagonista, portatore di un valore che non può non suscitare simpatia nello spettatore: la solidarietà verso gli uomini e la volontà di aiutarli a progredire facendo loro conoscere il fuoco. Prometeo, dunque, come portatore di luce e di progresso, anche a costo di sfidare la volontà di Zeus, metafora del pensiero libero, svincolato dal mito e dalle false e bugiarde mitologie. È l’eroe che insegue “virtute e canoscenza”. Il dramma del titano, dopo il grande successo riscosso durante la prima edizione della rassegna Pompeii Theatrum Mundi, torna al Teatro Mercadante, dal 4 al 15 aprile, interpretato da Luca Lazzareschi, che, nei toni sofferti della sua voce, lascia ben scorgere il dolore dell’eroe solitario che, pur mostrandosi altezzoso al cospetto dei suoi torturatori, si abbandona ai lamenti quando è solo. Emerge il suo carattere ribelle nei dialoghi con Oceano (Tonino Taiuti), con Ermes (Gigi Savoia), a suo avviso, servo di Zeus. Durate la sua prigionia, incontra anche Io (Alessandra D’Elia), alla quale profetizza un futuro di  sofferenze, ma anche di riscatto. Non saranno le catene a placare la sua indole, seppur consapevole di poter nulla contro la necessità. «Tutto quanto il futuro io conosco perfettamente fin d’ora, né mi giungerà inatteso alcun dolore. Bisogna sopportare il meglio possibile la porzione di sorte che ci è assegnata, sapendo che invincibile è la forza della necessità». Prometeo, il dramma di un eroe romantico Facile per lo spettatore identificarsi in Prometeo, trascinato nel suo dolore anche dalla voce ipnotizzante del coro (Flo), in quanto il titano, come l’uomo aspira ad un di più che non gli è concesso. Prometeo appare così […]

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Recensioni

L’anatra all’arancia di Luca Barbareschi al Teatro Mercadante

Commedia d’autore sul palco del Teatro Mercadante con L’anatra all’arancia, in scena dal 7 al 18 febbraio. Tratta da un’opera del drammaturgo scozzese William Douglas Home dal titolo The Secretary Bird, uno straordinario Luca Barbareschi, nel ruolo di regista e attore, porta in scena una traduzione dell’adattamento francese realizzato da Marc Gilbert Sauvajon, riproponendo, in chiave moderna, uno spettacolo cult del teatro comico. L’opera di Home, nata nella Scozia degli anni Settanta e riadattata per la Francia degli anni Ottanta (con il titolo di Le Canard à l’orange) da Sauvajon, è ripensata da Barbareschi per le quattro mura di una villa di San Vittore Olona, in provincia di Milano, dove prende forma l’intreccio rocambolesco che vede come protagonosta il matrimonio, ormai al capolinea, tra i coniugi Ferrari: Gilberto (Luca Barbareschi), uomo egocentrico ed incline al tradimento, e Lisa (Chiara Noschese), fragile vaso di Murano tra le mani di uomo egoista e bugiardo. Proprio a causa della difficile ed insoddisfacente vita coniugale, Lisa si innamora di Volodia Smirnov (Gerardo Maffei), un russo aristocratico dall’animo romantico, con il quale progetta una fuga amorosa a Parigi ed una vita idilliaca in Lucania, nei poderi della famiglia Smirnov. Ma dinanzi al disastro imminente, Gilberto non si arrende ed architetta un piano perfetto per riconquistare sua moglie: la geniale idea di un week-end a quattro, con la complicità di Chanel Pizziconi (Margerita Laterza), segretaria tanto sexy quanto stupida – seppure con rari picchi di assoluta genialità, che innesca una vorticosa spirale di equivoci ed imprevisti. L’anatra all’arancia di Luca Barbareschi: un piano geniale L’incontro tra personaggi così diversi, rinchiusi all’interno di un appartamento, dà vita ad una caotica situazione di tutti contro tutti che ricorda Le dieu du carnage di Yasmina Reza (noto anche nella versione cinematografica di Roman Polański, Carnage), ma la personalità poliedrica di Gilberto domina la scena e proprio il suo comportamento da clown – complice l’altare consacrato agli alcolici che la fa da protagonista – mette a nudo tutti i difetti di Livia dinanzi agli occhi di Volodia e, allo stesso tempo, risveglia la gelosia della moglie con la complicità della Pizziconi. Una comicità frizzante e sempre elegante, fatta di dialoghi divertenti e sapientemente conditi da un sottile cinismo, accompagna il susseguirsi concitato degli eventi, che, in due ore ricche di imprevisti e colpi di scena, portano al lieto fine e alla riconciliazione tra Gilberto e Livia, il tutto condito dalle improvvise apparizioni di un’anatra sulla scena, quella che Gennaro (Ernesto Mahieux), fedele domestico dai tratti caricaturali, ha il compito di cucinare per cena, ma che, di fatto, non verrà mai servita. Due universi a confronto: uomini e donne ne L’anatra all’arancia L’anatra all’arancia mette in scena l’universo femminile e quello maschile a confronto, in un incontro-scontro che lascia emergere tutte le nevrosi e gli equilibri precari che ne caratterizzano il rapporto. Con una scrittura che si avvale dell’apporto di «due grandi scienze, la psicologia e l’antropologia, studiando atteggiamenti, movimenti e nevrosi che caratterizzano le nostre abitudini», come spiega Luca Barbareschi, […]

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Teatro

Masquerade di Rimas Tuminas al Mercadante, tra Shakespeare e il gelo

Il Teatro Stabile di Napoli ospita per sole due date, il 27 e 28 gennaio, “Masquerade“, opera teatrale che approda per la prima volta in Italia, diretta da Rimas Tuminas, direttore del Teatro Vakhtangov di Mosca, uno dei maggiori teatri russi. In scena gli attori russi: Evgeny Knyazev, Mariia Volkova, Leonid Bichevin, Lidia Velezhova, Yury Shlykov, Alexander Pavlov, Aleksandr Ryshchenkov, Andrey Zaretskiy, Mikhail Vaskov, Oleg Lopukhov, Maria Berdinskikh, Ekaterina Simonova, Aleksandra Streltsina, Maria Shastina, Irina Dymchenko, Olga Nemogay, Vladimir Beldiyan, Yury Kraskov, Evgenii Piliugin, Evgeny Kosyrev. La scenografia è di Adomas Jacovskis, i costumi di Maxim Obrezkov, le luci di Maya Shavdatuashvilli, la musica di Faustas Latenas The Waltz di Aram Khachaturyan. L’intera opera, al fine di una corretta comprensione, è sovratitolata. Masquerade di Rimas Tuminas, tra il bianco e il nero “Odio ed amo. Perché lo faccia, mi chiedi forse./ Non lo so, ma sento che succede e mi struggo” – Catullo. Volando, su e giù, riportato a terra ogni tanto da una fitta coltre di neve, capace solo di far solo riscaldare di più il sangue di Eugene Arbenine, Masquerade mette assieme i suoi pezzi, si compone, come musica antica, destinata, nel sentire il suo amaro e prevedibile testo, a far ritrovare in sé tante altre persone. La sua natura più esplicita, ovvia, viene rivelata al pubblico attraverso un semplice foglietto svolazzante che vien dato a mò di vademecum allo spettatore all’entrata. L’Otello russo, così spesso viene definita quest’opera, tratta dal dramma in versi di Mikhail Lermontov, nel XIX secolo, e poi messo in scena da Rimas Tuminas per il Teatro Vakhtangov. Niente di più falso, se non per quel che riguarda l’epidermide, stratto di carne destinato a rigenerarsi in maniera volontaria di volta in volta, poiché Masquerade, al suo interno, lì dove possiamo tastare le dure ossa, è assai diverso. Mai, mai Eugene Arbenine riesce a toccare quel fuoco, quell’anima in fiamma, confusa, folle e sperduta dell’Otello shakespariano. Persino nei suoi momenti più cupi, quando il furore sembra dover fargli saltare via il cappello tanto è forte la pressione del sangue al capo, quel perfetto rappresentante di un’epoca e di un modo di essere sembra perdere quell’aplomb, quell’assoluto gelo, capace di governare tanto il cielo quanto la sua anima. Raccontando una società borghese, apparentemente scomparsa, Eugene ci guida, col suo dolore, per vedere quanto sono profonde le bassezze di un uomo, quanto male può fare, perfino quando tutto, sempre, anche nei momenti più atroci, sembra esser solo un gioco, in cui tutti i partecipanti recitano un ruolo nel ruolo. Persino quando il sangue è veramente bollente, rosso cremisi, capace di insozzare persino la più candida neve, un’altra lento, implacabile, ammasso di note comincia a prendere forma in lontananza. Un altro ballo inizia, di quelli che non piacciono a nessuno, che non fanno ridere di cuore nessuno, ma che servono a tutti, per continuare a muoversi, fingere gioia e allegria, per far si che tutto questo bianco non ci accechi tutti.

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Recensioni

Le Baccanti, Andrea De Rosa rilegge in chiave rock Euripide

Le baccanti di Euripide. Gemiti. Danze. Sospiri primordiali di donne. Urla di dolore, rabbia e piacere si mescono in una sola onda sonora che accompagna i loro movimenti ferini. Erano di Tebe, ora appartengo a Dionisio. Erano donne, ora sono baccanti. Si apre così Le Baccanti, originale rilettura di una delle più note tragedie del greco Euripide, andata in scena ieri al Teatro Mercadante di Napoli.  Andrea De Rosa, regista e curatore dell’adattamento dell’opera, dopo la Fedra, Le Troiane e l’Agamennone, decide di mettere in scena un testo terribilmente complesso e ricco di contraddizioni e stridule dissonanze. E sceglie di farlo in chiave moderna, rivestendo Dioniso (Federica Rossellini), figlio di Zeus abbandonato dal padre tra i mortali, di una patina rock. Lo rende, se possibile, ancora più crudele e ingiusto. La sua vittima e interlocutore principale, il re di Tebe Penteo (Lino Musella), si presenta nelle fasi iniziali della piéce seduto su una poltroncina rossa, che dà le spalle al pubblico. Non curante dell’indovino Tiresia (Marco Cavicchioli) e del saggio nonno Cadmo (Ruggero Dondi) con presunzione continua a diffidare della sua divinità, motivazione per il quale Dioniso aveva punito il regno trasformando in baccanti tutte le donne – tra cui anche la madre Agave (Cristina Donadio). Questo scontro dialettico nasconde tra le righe un vasto ventaglio di possibilità interpretative. I due, infatti, si fanno portatori di significanti e significati antitetici. Dionisio – interpretato non a caso da una donna – può rappresentare sia la religiosità, il cui non rispetto porta caos e distruzione – sia la forza vitale della terra, alle cui radici, però, non siamo più degni di tornare. Dio è morto ma non è mai stato così vivo. Ne paga le spese Penteo, deriso, umiliato e infinite ucciso proprio da colei che lo aveva generato.  Andrea De Rosa, tra Nietzsche ed Euripide Tutte ne “Le Baccanti” di Andrea De Rosa ha funzionato alla perfezione. La scenografia di Simone Mannino e soprattutto l’originale comparto sonoro di G.U.P. Alcaro e Davide Tomat hanno enfatizzato il pathos e scandito con vigore i tempi narrativi. Per quanto concerne gli attori, il registra napoletano è andato sul sicuro con interpreti d’esperienza e consolidato talento quali Lino Musella, Cristina Donadio, Ruggero Dondi e Marco Cavicchioli. Sorpresa – ma non per gli addetti ai lavori – è stata la giovane Federica Rossellino, novella vincitrice dell’IMAE Talent Award,  che ha vestito gli androgini panni divini con eccezionale carisma. Dopo l’enorme successo Al Teatro Grande di Pompei, con conseguente sold out anche per il debutto di ieri al Teatro Mercadante di Napoli, Le Baccanti di Andrea De Rosa hanno stregato anche la platea napoletana, lasciando nei presenti un forte quanto amaro senso di inquietudine. Al nichilismo e l’olocausto emozionale di una vita privata di un Dio in senso nietzschiano, la risposta si può celare nella accettazione della nostra inadeguatezza, del nostro essere alla stregua di pupazzi gettati del caos. Ma una certezza a cui aggrapparci rimane. Non ci sono solo il vino, la danza, la musica e il sesso a poterci […]

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Teatro

Eccoci…la nuova stagione del Teatro Stabile

Il Teatro Stabile come anima della città. Mi piace pensarlo così, come un luogo della cultura e della legalità, ma come uno spazio dove va in scena l’anima di Napoli. Tutta la programmazione della nuova stagione teatrale è densa di pathos. Non solo quello tragico. Si ride, si piange, si riflette, perché l’anima di Napoli ha mille colori. Una pluralità di registri e di messaggi, un mix di culture e di scuole di pensiero. In una parola, va in scena l’inclusione. In una città di marcata identità storica e culturale, popolata da cittadini del mondo, anzi, per dirla con Erri de Luca, da N-apolidi, cittadini di nessun mondo. Queste le parole spese per la presentazione di ECCOCI, titolo con il quale il Teatro Stabile di Napoli-Teatro Nazionale, presieduta da Filippo Patroni Griffi e diretto da Luca De Fusco, annuncia alla città la sua nuova Stagione Teatrale. Una Stagione ricca di testi che spaziano dai grandi classici ai moderni, ai maestri del Novecento, ai contemporanei fino ai giorni nostri. Tra produzioni, coproduzioni e ospitalità, sono oltre venti le opere che animeranno il Mercadante e il San Ferdinando, presentate ieri, 29 giugno, che vedranno sul palco volti e voci di interpreti straordinari, diretti dai registi Luca De Fusco, Andrea De Rosa, Peter Stein, Claudio Tolcachir, Andrea Renzi, Mimmo Borrelli e tanti altri. 18 ottobre-5 novembre Uscita d’emergenza, di Manlio Santanelli, interpretato da Mariano Rigillo e Claudio Di Palma, che ne firma anche la regia (Teatro San Ferdinando). 25 ottobre- 12 novembre Sei personaggi in cerca d’autore, di Luigi Pirandello, diretto da Luca De Fusco e interpretato da Eros Pagni, Angela Pagano, Gaia Aprea, Paolo Serra, Enzo Turrin, Giacinto Palmarini (Teatro Mercadante) 22 novembre-3 dicembre Le Baccanti, di Euripide, nell’adattamento e nella regia di Andrea De Rosa (Teatro Mercadante). 5-10 dicembre Riccardo II, di William Shakespeare, diretto da Peter Stein e interpretato da Maddalena Crippa (Teatro Mercadante). 12-17 dicembre Emilia, di Claudio Tolcachir e interpretato da Giulia Lazzarin (Teatro San Ferdinando). 20 dicembre- 7 gennaio Ragazze sole con qualche esperienza, di Enzo Moscato, messo in scena dal regista Francesco Saponaro e interpretato da Veronica Mazza, Carmine Paternoster, Salvatore Striano e Lara Sansone. 10-21 gennaio Il Servo, dal romanzo omonimo di Robin Maugham, con la regia di Pierpaolo Sepe e Andrea Renzi (Teatro Mercadante). 24 gennaio-4 febbraio Desideri mortali, oratorio profano per Giuseppe Tomasi di Lampedusa, diretto da Ruggero Cappuccio e interpretato da Claudio Di Palma (Teatro San Ferdinando). 27-28 gennaio  Masquerade, dramma del poeta russo Mikhail Lermontov, diretto dal regista Rimas Tuminas, vincitore del prestigioso premio teatrale russo, la Maschera d’Oro (Teatro Mercadante). 30 gennaio-4 febbraio Intrigo e amore, di Friedrich Schiller, con la regia di Marco Sciaccaluga (Teatro Mercadante). 6-8 febbraio Dieci storie proprio così, progetto teatrale dedicato alle vittime conosciute e sconosciute della criminalità organizzata, nato da un’idea di Giulia Minoli, con la regia di Emanuela Giorndano (Teatro San Ferdinando). 7-18 febbraio L’anatra all’arancia, dal testo The Secretary Bird di William Douglas-Home, versione francese di Marc-Gilbert Sauvajon, con regia e interpretazione di Luca […]

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Teatro

Peppino Mazzotta al Ridotto del Mercadante: la storia di “Giuseppe Z.”

  Dal 14 al 19 marzo, Peppino Mazzotta, noto braccio destro del Commissario Montalbano, porta in scena, in prima nazionale al Ridotto del Mercadante, “Giuseppe Z.”. A fare da cornice allo spettacolo, di cui il famoso attore di origine calabrese è autore, regista e interprete nel ruolo del protagonista, è la scenografia, minima ma essenziale, realizzata dalla Cattedra di Scenografia del prof. Luigi Ferrigno dell’Accademia di Belle Arti di Napoli. Giuseppe Z. non è un anarchico, Giuseppe Z. non è un comunista. Sebbene chiunque intorno a lui cerchi di definire e classificare il suo comportamento, Giuseppe con la politica non ha proprio niente a che fare. L’unica condanna di Giuseppe è quella di appartenere al mondo dei poveri, quel mondo nel quale è nato lui, e prima di lui suo padre, e dal quale ha tentato di fuggire tredici anni prima, lasciando “’u paese” e imbarcandosi su un piroscafo diretto verso l’oltreoceano. Ma la speranza di un una vita migliore lascia subito il posto alla nuda e cruda realtà, alla quale Giuseppe, emigrato semianalfabeta, non ha intenzione di piegarsi. Ed è con un gesto di ribellione che la sua piccola ed umile storia entra in contatto con la storia grande, quella dei potenti e dei ricchi del mondo, ed assume i contorni di una missione universale di riscatto. Per tutti i poveri del mondo, per tutti i sottomessi, Giuseppe spara cinque colpi di pistola in un parco, dove sta per tenere un discorso il Presidente, con quella pistola nascosta sotto il materasso ed acquistata non per essere utilizzata, ma “per farsi ascoltare”. La vicenda di Giuseppe (Peppino Mazzotta) in una società dominata dalla logica capitalistica In un mondo governato dal dio denaro e in cui gli umili sono abbandonati al loro destino, Giuseppe rappresenta il grido disperato di chi non ci sta a far parte di questa realtà e rifiuta di essere un ingranaggio nella macchina dei potenti del mondo. Il suo non è altro che un atto simbolico, un “no” urlato in faccia ai fautori di quell’ideologia che tratta tutto alla stregua di “merce”, dalla quale è possibile salvarsi solo uscendo dalla Storia e potendo finalmente affermare: «Da qui in avanti, da me in avanti. Io cambio.» Sulle note del famoso trombettista napoletano Ciro Riccardi, gli attori (lo stesso Mazzotta, Marco Di Prima, Salvatore d’Onofrio, Giulia Pica) si avvicendano sulla scena in un chiaroscuro di luci ed ombre (curate da Cesare Accetta) che contribuiscono a rendere le scene (di Grazia Iannino) suggestivamente malinconiche e, insieme ai costumi (di Marianna Carbone), ci portano indietro nel tempo attraverso la vicenda di Giuseppe, “uno di quegli incredibili, inconcepibili, inammissibili matti che non si possono rieducare né paternamente legittimare”, ma per il quale è impossibile non provare una bonaria e sincera simpatia.

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Recensioni

Le Troiane: Euripide secondo Valery Fokin e Nikolay Roshchin al Teatro Mercadante

Le Troiane, da Euripide a Valery Fokin e di Nikolay Roshchin. Il rumore dei passi dei soldati in ronda riempie l’aria di tensione. Come api con il loro alveare, i militari gravitano intorno ad una lunga tavolata in attesa di un cenno di Taltìbio che arriva poco dopo dando inizio allo spettacolo. I troiani sono appena stati sconfitti e il superbo Ilïón fu combusto. Come prassi le donne della città vengono assegnate ai vincitori della guerra: Cassandra ad Agamennone, Andromaca a Neottolemo, figlio dell’assasino di suo marito, Ecuba ad Odisseo. Sulla scena le tre donne e altre sette troiane sono condotte dai loro aguzzini con la forza. Il fetido odore dei cadaveri, trasportati in sacchi grigiastri proprio sotto il loro naso, è premonizione dell’infausto destino che le attende. Le Troiane, andato in scena ieri al Teatro Mercadante, parte da qui, dalla tragedia di Euripide messa in scena per la prima volta nel 415 a.C., ma qui non si ferma. La volontà di attualizzare le vicende, rendendole più attinenti alla realtà odierna, è evidente fin dalla prima scena. I soldati achei (interpretati dai giovani attori della Scuola del Teatro Stabile di Napoli) infatti posano gli elmi con cresta e si rivelano come poliziotti in tenuta antisommossa, che hanno il compito di tenere le prigioniere in un campo militare che ricorda un lager. Le troiane, focalizzazione interna ed esterna Per quanto non ci siano variazioni degne di nota nella trama – il testo, invece, è stato notevolmente ridotto e semplificato – la pièce riesce grazie alla notevole inventiva scenografica nell’intento di fornire una chiave moderna di lettura e di visione della tragedia, l’unica del ciclo troiano dell’autore giuntaci nella sua interezza. Il pannello, posto in cima ad una scala antincendio, su cui si proiettano in bianco e nero i primi piani delle donne, ne è emblematico esempio. Il pubblico è infatti spettatore delle drammatiche vicende, che vedono protagoniste le barbarie dei soldati – dopo aver perso l’elmo, essi sono privati dei vestiti e tornano allo stato ferino – che tirano i fili di troiane ormai marionette nelle loro mani sia dal punto di vista dei vincitori che attraverso gli occhi affranti delle sconfitte. Una doppia focalizzazione questa, che si innesta su un allestimento scenico non privo di citazioni e simbolismi. La grande tavolata, su cui troiane e soldati bevono in modo sincronico e quasi robotico vino, ricorda quella dell’ultima cena, che precede la cattura e la crocifissione dell’egualmente innocente Cristo. Elena e Menelao, seduti a capotavola ai due estremi opposti, sono coloro che quella tavola l’hanno imbandita e hanno determinato con le loro scelte il destino delle loro convitate. Euripide secondo Valery Fokin e Nikolay Roshchin Questo spettacolo porta la firma di Valery Fokin e di Nikolay Roshchin (curatore anche di scene e costumi insieme ad Andrei Kalinin) e nasce in Russia; in Italia è stato tradotto da Monica Centanni, che ha lasciato inalterati i dialoghi e i monologhi rivestiti di una patina di antichità, atta a non sminuire la portata tragica delle quattro protagoniste. La follia delirante di Cassandra (Autilia […]

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