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Eroica Fenice

La Tag: teatro contiene 82 articoli

Recensioni

La resa dei conti: gli interrogativi senza tempo in scena al Piccolo Bellini

Arriva al Piccolo Bellini di Napoli dal 21 al 26 gennaio 2020, lo spettacolo di Michele Santeramo, ” La resa dei conti ”  per la regia di Peppino Mazzotta  con Daniele Russo e Andrea Di Casa.  La resa dei conti: enigmi, esistenza, salvezza Il testo di Michele Santeramo porta sul palcoscenico del Piccolo Bellini  interrogativi enigmatici senza tempo e senza risposta in un dialogo tra due uomini che riflettono sull’esistenza e sulla possibilità di salvezza di ogni essere umano. I due protagonisti condividono lo stesso ambiente, senza finestre e porte, per volere di uno dei due che tenta di ”salvare” l’altro credendo di essere Gesù. Giochi d’identità e continue menzogne: due vite di sconosciuti che iniziano ad intrecciarsi e di cui entrambi sentono il tremendo peso e, allo stesso tempo, l’estenuante voglia di liberarsi da un’esistenza che non riconoscono più come propria. Colpevoli e consapevoli dei loro peccati, cercano un’altra ed ultima possibilità di salvezza. Salvarsi per evitare la condanna: la condanna di una vita  priva di scopo. Cercano di capire come sia stato possibile essere arrivati a quel punto e di riprendere la propria esistenza in mano, cambiando identità e facendo in modo che siano in primis loro stessi e poi gli altri. Il cambiamento radicale parte proprio dalla riflessione che ognuno di noi fa con se stesso, proprio dall’esatto punto in cui parte la ”resa dei conti”. Il punto in cui tutte le carte ormai sono in tavola, in cui arriva quel momento preciso in cui si necessita di un cambiamento, di una rivincita sul passato. ”Che fai? Dormi? Qua dormono tutti!” Con questa frase chiave, con questo paragone che fa intendere quanto l’uomo sia cieco nei confronti di ciò che gli accade intorno, inizia lo spettacolo di Michele Santeramo che riesce a trascinare lo spettatore in un vortice di domande, problemi e tentativi di soluzione. Lo scenario è semplice ma ben curato, il che rende ancora più enigmatico il dialogo tra i due protagonisti rinchiusi in questa stanza senza finestre, porte, tempo. Eccezionale la regia di Peppino Mazzotta e l’interpretazione dei due attori (Andrea Di Casa e Daniele Russo) che riescono a mandare segnali forti, a lasciare segni indelebili e, soprattutto, a rendere vive e reali quelle che sono domande esistenziali che si cerca spesso di eludere. Domande e perplessità che ogni persona porta con sé ma che spesso vengono rimandate, soffocate e, in apparenza, dimenticate. Fonte immagine: http://www.teatrobellini.it/spettacoli/329/la-resa-dei-conti

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Teatro

La rosa del mio giardino: Lorca e Dalì, ultimo ballo a Fuente Grande

La rosa del mio giardino: Lorca e Dalì, storia di un incontro tra poesia ed arte “La rosa del mio giardino – Lorca e Dalì: ultimo ballo a Fuente Grande” è un spettacolo scritto e diretto da Claudio Finelli e Mario Gelardi. Dopo la prima di ieri sera al Museo Madre (Sala Clemente, primo piano) lo spettacolo andrà in scena stasera, sabato 18 gennaio alle ore 21.00, e domenica 19 alle ore 18.00. La pièce si avvale delle interpretazioni dei giovani attori e protagonisti Simone Borrelli e Riccardo Ciccarelli. Con musiche eseguite dal vivo da Arcangelo Michele Caso (violoncello), coreografie di Danilo Di Leo e costumi di Rachele Nuzzo. Poesia, pittura, amicizia, sentimenti che sfiorano l’amore, in un rincorrersi di parole e disegni: nove anni di corrispondenza, reale e immaginaria, tra Salvador Dalì e Federico García Lorca, partendo dalle lettere ritrovate indirizzate dall’artista all’amico pittore. Due tra le menti più creative della cultura non solo iberica ma europea e mondiale, personalità brillanti e all’avanguardia in un’epoca di chiusura ideale dei confini e di rinascita dei revanscismi di varia natura. È il 1923 quando alla Residencia de Estudiantes, famoso collegio di Madrid che ospitava rampolli dell’alta borghesia spagnola, arriva Salvador Dalì, un giovane impacciato, con l’aria un po’ trasognata e l’aspetto singolare. Ha 18 anni e fa il pittore. Il giovane attira subito l’attenzione di Federico Garcia Lorca, all’epoca un poeta di poco più grande di lui e molto in vista alla Residencia. Tra i due nasce un’amicizia fatta soprattutto di intesa intellettuale. Ultimo ballo a Fuente Grande Sono spiriti affini che vedono il mondo con gli stessi occhi. È difficile dare un nome al tipo di rapporto che univa i due artisti. Non si hanno prove di una vera e propria relazione romantica tra loro. Lorca scrisse la celebre Ode a Salvador Dalí, dove è ben chiaro l’affetto che provava per l’amico e l’ammirazione per il suo genio artistico. Lo definisce, appunto, “rosa del giardino”. Lasciata la scuola, inizia tra i due un epistolario durato fino alla fucilazione del poeta, avvenuta nel 1936 da parte della milizia franchista. Della fitta corrispondenza tra loro sono sopravvissute quaranta lettere scritte dal pittore a Lorca, mentre sono rimaste solo sette lettere di Lorca a Dalì. La spiegazione sembra si trovi in un certo atteggiamento ostile nei confronti di Lorca sia da parte della sorella di Dalì, che della moglie. «Abbiamo voluto lasciare inalterata la separazione (anche fisica) tra i due artisti, — spiega il regista Mario Gelardi — nonostante il legame, mai diventato vero amore, così come agognato da Lorca. Le lettere di Dalì, inviate all’amico, ci raccontano di un rapporto cinico che si scontrava con una disperata ricerca d’amore. La messa in scena è essenziale, le lettere vengono restituite nella loro purezza, accompagnate dalla struggente musica del maestro Arcangelo Michele Caso. L’ultimo incontro, l’ultimo ballo tra i due segna la fine di un’amicizia, forse di un amore, sicuramente la fine di una vita». Con il debutto dello spettacolo prosegue la collaborazione tra la Fondazione Donnaregina per le […]

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Al Caos Teatro, Paolo Cresta in “Uno, nessuno e centomila”

Sabato 14 e domenica 15 dicembre è andato in scena presso il Caos Teatro di Villaricca (NA), lo spettacolo “Uno, nessuno e centomila”, un adattamento della famosa opera di Luigi Pirandello curato, diretto ed interpretato magistralmente dall’attore Paolo Cresta. È il secondo appuntamento di “Frammenti”, quarta stagione teatrale del Caos Teatro. Siamo tutti Uno, Nessuno e centomila Protagonista della famosa opera pirandelliana è Vitangelo Moscarda, chiamato Gengè dalla moglie Dida, un uomo qualunque, come si definisce lui stesso, una persona ordinaria. Vitangelo è un trentenne che ha ereditato la banca del padre e vive di rendita. Un giorno come un altro, riceve un’osservazione da parte della moglie: “Guardatelo bene il naso, ti pende verso destra”. Una frase apparentemente innocua che tuttavia scatena in lui una forte crisi di identità, trascinandolo in abissi  di riflessioni e considerazioni che lo portano a rendersi conto che lui non è unico. Il suo viaggio interiore lo induce a cambiare vita. Vitangelo rinuncia al suo lavoro di usuraio – così lo definisce la gente – anche a costo della propria rovina economica e contro il volere della moglie che nel frattempo è andata via di casa. Una scelta, quella di Gengè, pensata per fare un’opera di carità, ma anche per non apparire più agli occhi della moglie come una marionetta. In questo gli viene in aiuto Anna Rosa, un’amica della moglie, che lui conosce poco, la quale gli racconta di aver fatto di tutto per far intendere a sua moglie che Vitangelo non era lo sciocco che lei immaginava e che non c’era in lui il male. Tuttavia, alla fine, il protagonista arriverà alla follia e verrà internato in un ospizio, dove però si sentirà finalmente libero da ogni regola e inizierà a vedere il mondo da un’altra prospettiva. Inoltre, arriva ad affermare che non ha più bisogno di un nome, perché i nomi convengono ai morti, a chi ha concluso. Lui è vivo, e non conclude. Per uscire dalla prigione in cui la vita rinchiude – dice Vitangelo – non basta cambiare nome, perché la vita è una continua evoluzione, il nome rappresenta la morte. Bisogna vivere attimo per attimo la vita, rinascendo continuamente in modo diverso. “La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola, domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo”. La storia di Vitangelo Moscarda è la storia di una presa di coscienza: l’uomo non è Uno e la realtà non è oggettiva. Il protagonista passa dal considerarsi unico per tutti (Uno, appunto) a concepire che egli è un nulla (Nessuno), tramite la consapevolezza dei diversi se stesso che via via diventa nel suo rapporto con gli altri (Centomila). In questo modo la realtà perde la sua oggettività, tutto diventa relativo. Nel suo tentativo di distruggere le centomila concezioni che gli altri hanno di lui, il protagonista viene preso per pazzo dalla gente, che non vuole accettare che il mondo sia diverso da […]

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In girum imus nocte et consumimur igni: la deriva dell’uomo postmoderno

In girum imus nocte et consumimur igni, Roberto Castello e ALDES presentano l’epopea dell’uomo postmoderno al ridotto Bellini. Il 3 volte Premio UBU Roberto Castello porta sul palcoscenico del Piccolo Bellini con In girum imus nocte et consumimur igni(Andiamo in giro la notte e siamo consumati dal fuoco), uno spettacolo di danza, cinema e teatro, che prende il titolo da un enigmatico palindromo latino di incerta origine, e che affronta, in modo del tutto inedito e sperimentale, la crisi dell’uomo. ALDES è una sorta di compagnia acefala, priva di un capocomico, una compagnia di artisti e operatori culturali che dal 1993 si occupa di sperimentazione artistica. ALDES, sotto la direzione di Roberto Castelli,  fonde le arti, abbatte i muri tra cinema, teatro, danza, musica nella convinzione che l’arte possa parlare a tutti di tutto. L’arte può e deve parlare di ciò che artistico non è, come la confusione, lo smarrimento e il disorientamento dell’uomo nel presente. Quattro attori vestiti di nero (Alice Giuliani, Mariano Nieddu, Giselda Ranieri, Stefano Questorio) si muovono convulsamente, scompostamente, come in trance. Non c’è colore, non ci sono parole: una luce bianca, fredda, illumina a tratti, taglia la scena, crea immensi bui, vertiginosi coni d’ombra. Una danza frenetica, ritmata ma convulsa occupa la scena: 60 minuti di musica, un loop elettronico, assordante e ossessivo, accompagna il naufragio dell’uomo, della società, dell’Italia contemporanea. Lo spettatore, ipnotizzato dalla musica e dalle immagini, si immedesima negli eroi di una tragedia: una tragedia in cui non c’è violenza, non c’è sangue, ma solo smarrimento, caos, perdizione. Gli eroi di questa tragedia non combattono, non aspirano, non corrono: si muovono a vuoto, sbattono come mosche in un barattolo, cercando un dio nel denaro e nella vanità e stanchi, sfiniti e avviliti smarriscono la strada. In girum imus nocte et consumimur igni è il commovente ed empatico ritratto della misera condizione umana, un ritratto che non vuole condannare, stigmatizzare, che non ha la presunzione di offrire soluzioni, vie d’uscita o di fuga, ma solo vuole testimoniare, riferire, fotografare, gettare luce sul presente. É, dunque, lo spettacolo a dare un senso al titolo e non viceversa: il palindromo latino di incerta derivazione, nello spettacolo di Roberto Castello, prende la forma di un girovagare nelle tenebre, alla vana ricerca di una luce. foto: comunicato stampa

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Il maestro e Margherita: in scena l’umano e il sovrumano

Al Mercadante, dal 10 al 15 dicembre, va in scena Il Maestro e Margherita, romanzo dalle immagini potenti e oniriche di Bulgakov, riscritto da Letizia Russo. Chiunque abbia letto Il maestro e Margherita andrà a teatro incuriosito e allo stesso tempo prevenuto; si siederà sulla sua sediolina di velluto con lo sguardo di chi pensa: “non ce la faranno mai!”. Poi lo spettacolo ha inizio e, nell’arco di quasi 3 ore, ondate di immagini, suoni, parole e colori investono lo spettatore, lo stordiscono. Ventuno personaggi, undici porte che danno su una scena scarna, spoglia, essenziale. Undici porte ingoiano e risputano continuamente personaggi, oggetti, voci, storie. Bulgakov ci propone una verità poco plausibile, troppo assurda per risultare credibile, troppo terrificante da poter accettare: è la verità del sovrumano. Solo un’architettura impressionante, complessa e solida come quella costruita dalla regia di Andrea Baracco e dalla scenografia di Marta Crisolini Malatesta poteva rendere efficacemente la terrificante assurdità del sovrumano. A sigillare i pezzi di questa mirabile e funambolica architettura, una sequenza di immagini di rara potenza: una Pietà in cui sono le braccia di Ponzio Pilato (Francesco Bonomo) a tenere il corpo morto di Jeshua (Oskar Winiarski); anime dannate per l’eternità sfilano su passerelle di legno; una corda diventa le onde di un fiume; un treno in corsa, dalle luci accecanti che invadono la sala, mozza il capo di Berlioz (Francesco Bolo Rossini). «La magia nera non è poi così nera per un popolo che ha rinunciato al mistero», denuncia Margherita. Satana è a Mosca e presto tutta la città se ne accorgerà. Il perturbante e seduttivo Woland, che ha la voce e il corpo di un magnetico Michele Riondino, con il suo seguito demoniaco composto dal gatto Behemoth (Giordano Agrusta), il mago/ maggiordomo Korov’ev (Alessandro Pezzali) e la pestifera strega Hella (Carolina Balucani), ha tutta l’intenzione di portare scompiglio e disordine, nella Russia comunista, in un mondo ormai appiattito, disidratato dall’avidità e dalla cupidigia. Nel mondo di Bulgakov l’unico Dio è Satana: è lui a decidere il corso degli eventi, è lui a decidere cosa ne sarà di ogni personaggio. Woland, come un Dio capriccioso e ammaliatore, gioca con le persone, le manipola, le confonde, taglia e cuce a suo piacimento il tempo e lo spazio. I personaggi, da questo gioco, ne escono scossi, provati, sfibrati. Solo Margherita riesce a muoversi con sicurezza in un mondo di ombre e forze demoniache, a guardare in faccia, senza paura, la terrificante realtà del sovrumano. “Questa pace che non è pace è la sola cosa che mi fa paura” Per Margherita la vita senza il Maestro, l’uomo a cui è legata da un amore irriducibile, è una prospettiva spaventosa, agghiacciante, è una pace che non è pace: dunque, quando Satana, un Dio che ama gli uomini nella loro libertà, le darà la possibilità di scegliere, Margherita preferirà l’Inferno ai doni di Dio. Abbiate letto o meno Il maestro e Margherita, andate al Mercadante e immergetevi nel mondo pirotecnico e caleidoscopico di Bulgakov! foto: https://www.teatrostabilenapoli.it/  

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Teatro

ArsNova Napoli e Assurd, come zingari a bordo di una roulotte

Il 9 dicembre sono arrivati sul palco del Piccolo Bellini di Napoli due formazioni diverse coniugate dall’immortalità della musica popolare: gli ArsNova Napoli e Assurd. L’evento fa parte della rassegna BeQuiet concerti al Piccolo Bellini organizzato sotto la direzione artistica di Apogeo Records e dallo stesso collettivo BeQuiet di Giovanni Block.  Protagonisti Gianluca Fusco (voce e chitarra), Antonino Anastasia (tamburi e percussioni), Marcello Squillante (voce e fisarmonica), Bruno Belardi (contrabbasso), Michelangelo Nusco (violino) e Vincenzo Racioppi (charango e mandolino) di ArsNova Napoli e Cristina Veltrone e Lorella Monti di Assurd, un progetto musicale nato negli anni Novanta. Un evento dalla portata eccezionale, tanto che registra sold out a pochi giorni dalla messa in vendita dei biglietti. Si tratta della concretizzazione di un sogno, quello dei giovani polistrumentisti partenopei di suonare in concerto con chi, prima di loro, si è lasciato sedurre dalla cultura contadina, dalle sonorità mediterranee e dai ritmi passionali e impetuosi delle tammorre e dei tamburelli.  Tra una tarantella campana e una pizzica pugliese, l’alchimia della serata viene alimentata dalla presenza di Alessandro De Carolis al flauto, Marcello Smigliante Gentile al mandolino e Davide Chimenti, l’autore che fa capolino sul palco per raccontare la storia de “La Catalana”, il brano che ha anticipato l’uscita dell’ultimo disco degli ArsNova Napoli, dal titolo E senza l’acqua la terra more (per l’etichetta Apogeo Records). La catalana  fu scritta da Davide una ventina di anni fa, durante un viaggio con gli storici Scetavajasse, tra la Svizzera e il Piemonte. Il fatto curioso è l’origine dell’impulso per la composizione del pezzo. Davide si lasciò ispirare dal ritmo di musiche tradizionali iberiche suonate da gitani che ascoltò da un vinile…trovato in un bidone della spazzatura a Ginevra. ArsNova Napoli e Assurd, la fusione in una dimensione onirica La voce calda e corposa di una delle due “scugnizze” di Assurd si alza sul palco: «Stasera c’hann assittati…Ch’sufferenza!» Ma l’entusiasmo dei musicisti non implode, tutt’altro. Scoppia e zampilla ovunque. Arriva fino in platea. L’eccitazione è carica dei colori del Mediterraneo, dalle sfumature brillanti e sfaccettate, che sembrano colare dalla tavolozza di un pittore impressionista pronto a dipingere ogni volto e a trasformare ogni cosa. Così, il palco sfuma e le poltrone evaporano. Lasciano il posto alla strada – il palcoscenico naturale di ArsNova Napoli e Assurd- che si materializza sui frantumi del teatro ormai inesistente. Una riga bianca in mezzo alla via sfreccia insieme a noi che, nel frattempo, prendiamo le sembianze di zingari e veniamo catapultati a bordo di una roulotte insieme ai musicisti. Mare, monti, colline e distese di ulivi si dispiegano sullo sfondo dei nostri finestrini. Non abbiamo tappe obbligate, ci limitiamo a godere della purezza della strada e del dialetto locale che riecheggia a ogni fermata. Sincronizziamo le nostre mani a ritmo di musica, e si viaggia. Drogati dal mix esplosivo del sound made in Sud di ArsNova Napoli e Assurd, siamo tutti figli della terra, viaggiamo a bordo di una roulotte a una velocità incredibile e ci dirigiamo sempre più a sud, […]

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Teatro

Gea Martire al Teatro Civico 14: Il motore di Roselena

Gea Martire, nota attrice campana, e Antonio Pascale, scrittore e giornalista, sono andati in scena al Teatro Civico 14 di Caserta con lo spettacolo Il motore di Roselena. Grande successo, sabato 7 e domenica 8 dicembre, per Il motore di Roselena, lo spettacolo in prosa del giornalista e scrittore Antonio Pascale e dell’attrice Gea Martire in scena al Teatro Civico 14 di Caserta. La storia dell’emancipazione femminile di Roselena All’accensione delle luci, colpisce immediatamente la scenografia essenziale ma efficace, costituita da un telaio della macchina e da una ruota bianche appese al soffitto, un tavolo e una sedia. In questo piccolo spazio Roselena, interpretata da una magistrale Gea Martire, muove il racconto della sua vita. La prima battuta, quella con cui la protagonista entra in scena, è pronunciata con tono da litania e pare quasi condensare questa storia di emancipazione femminile: «A varca dint ‘u puorto sta cchiù sicura overamente, ma nun l’hanno custruita pe’ sta ferma. ‘E capit, Roselena?». Roselena è nata e cresciuta dietro al Vesuvio, dove si sta fin troppo riparati dal «vento del cambiamento», che perciò sembra non arrivare mai. La donna è infiammata da una grandissima passione per le macchine: da bambina veniva acquietata non dalle favole o dalla ninna nanna ma soltanto dal suono ruggente dei motori; distingue i propri famigliari in base al tipo e alla marca di automobile che le ricordano; e ancora, immagina che nella testa, al posto del cervello e della materia grigia, ci sia un motore che funziona proprio come quello delle macchine. Al contrario di chi si sogna dentro un elegante abito da sposa, con un marito al proprio fianco e dei figli da educare o in un tailleur manageriale, lei spera di poter indossare una tuta da pilota e sfrecciare in pista. Crescendo, il linguaggio dialettale, sgrammaticato e colorito – capace di far sorridere non poco il pubblico presente – diventa adeguato, calzante, perfetto quando narra di motori, carburatori, testate e pistoni. E non importa se ancora c’è chi, credendo che la passione per i motori riguardi soltanto gli uomini, si mostra stupito o la prende in giro. Sono «cose inutili, senza fantasia, luoghi comuni» che Roselena sorpassa. D’altronde, come ha imparato all’officina dello zio, bisogna saper aggiustare i motori scassati, mettere insieme i pezzi e ripartire. Questa però non è soltanto la storia di un’emancipazione. È anche il racconto di una passione assecondata con determinazione, grande sforzo interiore, sfruttando qualsiasi mezzo a disposizione. Così, se il vento del cambiamento non soffia, è la protagonista stessa a diventare quel vento: dall’officina che le pare una biblioteca – dove le riviste sui motori diventano l’unica e vera letteratura – alle piste improvvisate sul Vesuvio, dall’AlfaSud all’importante incarico di Modena. E poi dritto verso la fine, condotta da quella macchina che tutti chiamiamo destino e che procede, giorno per giorno, ignorando i nostri comandi. Ma Roselena avrà comunque vinto, perché si è messa in gioco, ha sfidato, combattuto e, si può star certi, non si è annoiata. La biografia […]

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Opera talk show: riparte al teatro Diana la rassegna lirica con L’Otello

Opera talk show è la rassegna lirica, a cura del regista Riccardo Canessa che è ripartita al teatro Diana con l’Otello di Giuseppe Verdi Mercoledì, 4 dicembre al teatro Diana il regista Riccardo Canessa ha inaugurato la terza stagione di “Opera talk show”, una rassegna lirica finalizzata alla divulgazione del melodramma, che ha aperto i battenti di questa nuova stagione con l’Otello di Giuseppe Verdi. Lo scopo dell’autore dello spettacolo è quello di riuscire a rendere comprensibile la grande tradizione operistica, utilizzando un linguaggio comunicativo moderno e pop, accessibile a tutti, distanziandosi dal solito modo di divulgare il melodramma, propriamente tecnico e riservato ad un pubblico di poche persone esperte di musica classica, profondamente elitario. L’avventura del regista è iniziata nel 2015 nella scuola media Carlo Poerio, presentando il melodramma ad un pubblico di soli giovani. In un secondo momento, ottenuto un notevole successo, ha deciso di portare lo spettacolo divulgativo (che in un primo momento aveva luogo in ville e palazzi signorili) a teatro, cavalcando i più importanti palcoscenici della città di Napoli: dal San Carlo al Sannazaro, passando per il teatro Diana. Utilizza un linguaggio decisamente pop e inserisce dei brevi approfondimenti video sul melodramma che si focalizzano sui cambiamenti tonali e sulle melodie evocative, ragionando  sull’utilizzo sapiente della strumentazione delle opere; tutto ciò con coinvolgimento e amore viscerale del melodramma ottocentesco che trasuda dal suo particolare modo di attirare l’attenzione col quale trasporta il pubblico  tra gli interstizi dei recitativi e delle arie, smascherando l’opera della solita maschera tediosa che gli è stata affibbiata e invitando magistralmente lo spettatore a calarsi  nella magia senza tempo del melodramma, tra i suoi arabeschi musicali e tra le melodie  passionali di note feroci e scottanti e pregne di eterno.   Riccarco Canessa presenta l’Otello di Giuseppe Verdi al teatro Diana per l’Opera Talk Show «Esultate ! L’orgoglio Musulmano sepolto è in mar; nostra e del ciel è gloria! Dopo l’armi lo vinse l’uragano!» Otello, giunto all’isola di Cipro, proclama la vittoria contro i Turchi e intona L’Esultate!. Da come si evince, il brano, intonato dopo la sortita alle truppe del nemico musulmano, è ad apertura del I atto. Un uragano fu ciò che aiutò  il comandante moro, capo delle truppe veneziane, a sconfiggere i turchi; così come un uragano stesso sarà anche ciò che investirà l’animo di Otello, sbaragliando ogni certezza, sradicando la fiducia verso la sua amata Desdemona, un uragano di diverso tipo, composto da un turbinio di passioni, da un’onda di gelosia che si infrangerà sulla battigia della ragione riducendola a brandelli. Canessa ci ha tenuto a presentare l’Otello come un flusso musicale continuo, in cui l’assenza della classica forma chiusa, della romanza, di melodie indipendenti dall’insieme, appunto, è un filo conduttore che man mano tende a strutturare il melodramma con un costante crescendo di passioni distruttive, con melodie che finiranno con l’essere sempre più introspettive, fino a spingersi nelle voragini dell’animo ferito del protagonista. La rovina dell’eroe sorge da un profondo inganno ordito dall’alfiere Iago che, nutrendo per […]

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Teatro

La Bella Addormentata al Teatro Bellini: la magia del balletto

L’incanto è reale in sala al Teatro Bellini la sera del 4 Dicembre durante la messinscena della rappresentazione de La Bella Addormentata, con coreografia curata da Fredy Franzutti, scene di Francesco Palma e musiche di  Čajkovskij. La realizzazione del balletto è stata ispirata alla storia del napoletano Gian Battista Basile, il quale aveva scritto una versione di questa fiaba intitolata “Sole, Luna e Talia”, pubblicata poi postuma nel 1636. Tuttavia rispetto alla versione originale, il coreografo ha apportato delle modifiche riadattando e impregnando la storia della magia del Salento. Questa trasposizione geografica, risultato dell’intervento creativo di Franzutti, ha reso ancor più interessante la storia della principessa Aurora, allontanando i fumi del mito dal suo personaggio e dandole un corpo reale e tangibile ai sensi dello spettatore. La storia de La Bella Addormentata copre un arco temporale molto vasto che va dagli ultimi anni ’40 ai primi 2000 e la prima scena che si svela all’apertura del sipario è quella della notte della nascita di Aurora. I colori delle vesti dei danzatori sono scuri quanto quelli delle tenebre, il futuro padre percorre a gran falcate quasi tutta l’area del parco, snervato dall’attesa e dalla paura. Ma a squarciare il velo della notte, insieme all’incedere dell’alba, è un fiocco rosa: è nata Aurora. A ciò segue il battesimo cristiano e successivamente, come da tradizione, un’iniziazione pagana che avrebbe dovuto augurare una buona sorte alla bambina. Per il rito viene chiamata una zingara che, come viene ricordato, non è la maga ufficiale del paese. In mezzo ad una folla confusa, appare la strega Carabosse, l’aria diventa sempre più pesante e intrisa dei fumi del mistero della magia. Nonostante gli altri si fossero dimenticati di chiamarla, anche la chiromante vuole offrire un dono alla piccola Aurora. Si svela sotto gli occhi dei presenti una premonizione: al compiere dei suoi sedici anni, Aurora incontrerà nel suo cammino una tessitrice, si pungerà e per questo morirà. Ma nei sedici anni successivi, cercando di prendere qualsiasi misura precauzionale, la minaccia non sembra essere più una cosa reale. Gli animi si distendono, la vita prosegue felice e i colori dei vestiti si accendono di rosa e celeste. Arriva anche il giorno del sedicesimo compleanno di Aurora. I festeggiamenti sono tanti, la bellezza della ragazza attira gli occhi di molti giovani che la invitano continuamente a danzare e roteare leggiadra sul palco. Arriva anche la maga che porge alla principessa una scatola graziosa al cui interno vi è la terribile tessitrice: una tarantola. Bellissimo l’utilizzo dell’immagine del ragno, caro ai racconti folkloristici pugliesi, che trova una piacevole coerenza con la fiaba. La premonizione trova il suo compimento, ma grazie all’intervento della zingara convocata al battesimo che si svela essere una potente fata, Aurora non morirà e cadrà in un lungo sonno. La storia si riallaccia fedelmente al classico svolgersi degli eventi. Infatti passeranno cinquanta anni prima dell’arrivo di un principe, Ernesto, il quale allontanerà finalmente la minaccia della malefica Carabosse, ormai troppo vecchia per lottare, e darà il bacio […]

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La panne: l’opera surreale di Friedrich Dürrenmatt al Teatro Mercadante

Al Mercadante dal 27 novembre all’8 dicembre va in scena la surreale trama de La panne Esistono ancora storie possibili? È questo l’interrogativo con cui si apre La panne, opera surreale tratta dall’omonimo romanzo di Friedrich Dürrenmatt. Una storia impossibile, perché non vera, diventerà possibile, quasi reale. La panne, testo riadattato e diretto da Alessandro Maggi, affronta un tema di capitale importanza: la verità. La verità ne La panne diventa un concetto opinabile: può risultare vero anche ciò che non lo è, nemmeno parzialmente. Può risultare credibile, fino al punto da sembrare vero, anche ciò che non è mai accaduto. Alfredo Traps, interpretato da Giacinto Palmarini, è un ordinarissimo agente di commercio, la cui vita è scandita da un modesto lavoro, che conduce non senza ricorrere a mezzucci e piccoli imbrogli, una moglie, quattro figli e qualche adulterio. Traps rimasto bloccato perchè la sua costosa studebaker è in panne, trova ospitalità presso la villa del signor Werge (Stefano Jotti), giudice in pensione che, per sopravvivere al tedio e alla lenta decadenza fisica e mentale alla quale il pensionamento conduce, assieme ad altri ex giuristi ogni sera “gioca al tribunale”. Le cause di solito sono incentrate su personaggi storici: So­crate, Gesù, Giovanna d’Arco, Dreyfus. Ma avere a disposizione “materia viva” sarà per loro un gioco ancora più divertente perchè più perverso e reale. Traps non ha commesso nessun crimine: la verità dei fatti è questa. Ma il gioco dei quattro pensionati non necessita di fatti, evidenze, verità incontrovertibili. Zorn, ex pubblico ministero interpretato da Nando Paone, riuscirà a dimostrare che Traps è un assassino: un assassino così abile da aver ucciso il suo principale, il signor Gygax, senza versare una goccia di sangue. Mentre il gioco, che si svolge durante una cena luculliana, si fa sempre più divertente per gli ex giuristi, per Traps diventa sempre più reale. Traps si sente costretto nella sua ordinaria e modesta vita di agente di commercio e vede in questo omicidio così sapientemente architettato la possibilità di rendere «più difficile, più eroica, più preziosa» la sua meschina vita di imbrogli e adul­teri. L’esito sarà dei più tragici: tanto tragico quanto surreale. In un clima leggero e goliardico, quello di una cena tra uomini, Dürrenmatt pone una domanda all’apparenza facile: esiste una verità unica, oggettiva,  immutabile, oppure ognuno può costruire una propria realtà dei fatti, ricostruire a proprio piacimento il passato e la verità? foto: https://www.teatrostabilenapoli.it/evento/la-panne/#gallery/91f068198a6788320fdec74cd167277c/2991

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