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Eroica Fenice

La Tag: teatro contiene 88 articoli

Teatro

Teatro Bellini e il suo Piano Be per la nuova stagione autunnale

Il Teatro Bellini riapre i battenti – in seguito ai lunghi mesi di lockdown – con un piano B (o, meglio, “piano Be”) per la nuova stagione autunnale. La presentazione è avvenuta in conferenza stampa, nel pomeriggio di venerdì 26 giugno, in presenza e in streaming – nel rispetto delle norme anti-Covid -. A fare gli onori di casa, i co-direttori artistici del Teatro, Daniele e Gabriele Russo. Come per gli altri teatri (e per il mondo dello spettacolo in generale), anche il Teatro Bellini ha dovuto reinventarsi nell’immaginare la “ripartenza” e affrontare non solo le difficoltà di gestione che le misure precauzionali e sanitarie impongono, ma anche il senso di incertezza e di immobilismo che caratterizza questa nuova fase della pandemia. « Mi piace guardare alla nostra proposta, Il “Piano Be”, a cui volutamente non segue il dubitativo “or not to BE” – spiega Gabriele Russo –  come se lo osservassimo dal futuro, come se fra vent’anni, guardandoci indietro, ci chiedessimo: cos’hanno fatto gli artisti, le maestranze, il pubblico, il teatro tutto per rispondere alla distanza sociale richiesta dalle misure sanitarie? » Quello che ha fatto il Teatro Bellini è, innanzitutto, annullare tutta la programmazione per la prossima stagione e, subito dopo, costruirne una nuova a partire dal “Glob(e)al Shakespeare” del 2017, chiamando il pubblico a partecipare ad un’esperienza complessiva fatta di spettacoli e artisti fra i più innovativi della scena contemporanea. L’obiettivo è, innanzitutto, rendere il teatro un vero e proprio rifugio e non un luogo tabù durante la pandemia.   « Per chi guida un’Istituzione Culturale – prosegue Daniele Russo – è difficile immaginare nuove prospettive che abbiano valore artistico e che, al tempo stesso, possano generare nuove opportunità sia lavorative che di incontro. » Per questo, il Teatro Bellini, ha scelto di ripensare i propri spazi, re-immaginare la presenza del pubblico in termini di orari e rafforzare le collaborazioni, arrivando ad un totale di 54 giorni di programmazione, con 15 spettacoli per 99 repliche in sala grande, 9 spettacoli per 40 repliche al Piccolo Bellini, 9 spettacoli di danza e 9 spettacoli per ragazzi, 8 concerti, 27 appuntamenti con il progetto “Adiacente possibile”, 2 teatri “ospiti” che gestiranno una sala e circa 150 tra artisti e tecnici impegnati nei lavori.   Teatro Bellini, i progetti: Adiacente Possibile, Be Jennifer, Piccolo Bellini, BeQui “Adiacente Possibile” sarà uno dei punti cardine della stagione autunnale, sotto la cura di Agostino Riitano, che spiega così il progetto: « L’adiacente possibile è una specie di futuro in sospensione dello stato delle cose, un insieme di nessi causali da intrecciare per reinventare il presente. Si sostanzierà in uno schermo che, come uno squarcio nello spazio fisico del teatro, darà libero accesso al tempo presente, accogliendo e restituendo immagini in presa diretta: un flusso di realtà che non imbriglieremo nelle convenzioni dei linguaggi performativi, ma proveremo ad utilizzare per verificare collettivamente le infinite possibilità di ricombinazione della realtà. » Nel “Piano Be” del Teatro Bellini sarà, inoltre, previsto lo spettacolo “Le cinque rose di Jennifer” […]

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Culturalmente

Eduardo De Filippo compie 120 anni e torna in onda sulla Rai

In occasione del suo centoventesimo compleanno, la Rai ritrasmette le opere di Eduardo De Filippo, un viaggio nel pensiero dell’artista napoletano Eduardo De Filippo o più semplicemente: Eduardo Perché di Eduardo ce n’è uno. Il solo nome, infatti, è sufficiente ad identificare quella che è stata una delle migliori menti del panorama italiano. Drammaturgo, attore, scrittore, regista, pensatore, comunicatore. È forse l’ultima di queste parole che meglio descrive Eduardo De Filippo, nato a Napoli il 24 maggio del 1900. Quando si parla di Eduardo, il rischio è quello di cadere nella difficoltà, nell’imbarazzo, di dover descrivere qualcosa di indescrivibile e che, seppur descritto, perda almeno metà del suo valore. La stessa difficoltà che si ha nel racconto di un mito o di un amore, per intenderci. Impossibile da comunicare, per farlo, ci vorrebbe Eduardo. Nessuno è infatti riuscito altrettanto abilmente a portare sulle rumorose tavole di legno quell’umorismo che è “la parte amara della risata“, come lo definiva lui stesso. Eduardo ha riso e pianto sul palco, ha divertito e commosso. Non vi era singola parola che non fosse studiata, nella sua scrittura e nella sua pronuncia, né gesto lasciato al caso, né espressione non ricercata. “Sulla scena non c’è nessuno in Europa che gli si possa anche solo avvicinare“, così affermava Orson Welles, riferendosi all’autore napoletano. Il teatro di Eduardo, tra Cantate e umorismo “Chi per primo coniò l’espressione ‘non sentire il peso degli anni’ dovette sicuramente prendere Eduardo De Filippo come metro di giudizio”. Nel suo caso, infatti, il lascito artistico testimonia tutto, tranne i 120 anni che lo separano dalla sua nascita. Profondamente segnato dagli eventi del XX secolo, la sua evoluzione dal teatro macchiettistico (di forte influenza scarpettiana) a quello squisitamente umoristico, sicuramente più vicino al Maestro Pirandello (con cui collaborerà nella scrittura a 4 mani di L’abito Nuovo ma non solo: De Filippo riporterà in scena una versione napoletana de ‘Il Berretto A Sonagli’), ne testimonia grandezza e spirito di osservazione del  suo tempo. Ma anche grande intuito, apertura verso il nuovo, come dimostra il fatto che l’autore sia stato tra i primi a utilizzare il meccanismo televisivo in funzione del teatro, inaugurando per l’appunto il ciclo Rai “il Teatro di Eduardo”. Sicuramente, nell’ampia produzione teatrale di Eduardo (si parla di più di 60 opere scritte di suo pugno), è d’obbligo ricordare le due Cantate, raccolte di commedie selezionate dallo stesso De Filippo, che meglio permettono di entrare in quello che è uno dei mondi più interessanti mai raccontati. Nella Cantata Dei Giorni Dispari i temi si fanno sicuramente più cupi con l’incomunicabilità di Le voci di dentro, il dramma in Filumena Marturano, la disgregazione della famiglia presente in Gli Esami Non Finiscono Mai e Napoli Milionaria!, l’ingiustizia sociale che emerge in De Pretore Vincenzo e Il Sindaco Del Rione Sanità. È forse questa la produzione più ricordata e replicata di Eduardo, anche di recente, prendendo ad esempio La grande Magia, portata in scena da Lluìs Pasqual Il suo è un teatro malinconico, che sfrutta l’umorismo per […]

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Teatro

Il concorso Le Cortigiane torna quest’anno in modalità online

Abbiamo intervistato la compagnia La Corte dei SognatTori che organizza il concorso “Le Cortigiane” per scoprire le novità dell’edizione 2020, come partecipare e soprattutto come si svolge un concorso di teatro fuori dal teatro. Torna anche quest’anno Le Cortigiane, il concorso per corti teatrali a tema femminile ideato e diretto da Tiziana Tirrito con la compagnia teatrale La Corte dei SognatTori, fondata nel 2001 dalla Tirrito e dai professionisti dello spettacolo Vincenzo Borrelli, Cristina Casale, Domenico Orsini e Barbara Risi. Le prescrizioni di distanziamento sociale dovute al Covid 19 hanno portato gli organizzatori a spostare il concorso dal palco del teatro al web: in adesione alla campagna Mibact #iorestoacasa, quest’anno Le Cortigiane sarà online, ma come sempre gratuito, aperto ad entrambi i sessi senza limiti di età o nazionalità, e valuterà lavori che siano necessariamente incentrati sull’universo femminile. Le modalità di partecipazione e la deadline Storie edite o inedite, originali o liberi adattamenti di un testo letterario esistente, in italiano o in vernacolo, di durata della pièce di 10 minuti: le candidature per Le Cortigiane devono pervenire agli organizzatori entro il 30 giugno 2020, secondo le modalità indicate nel bando. I corti pervenuti saranno selezionati dalla Giuria Tecnica e il 15 luglio saranno caricati sul canale Youtube del concorso, dove il pubblico potrà votare il corto preferito attraverso i “like” fino al 31 agosto. Il 15 settembre saranno svelati i nomi dei finalisti, in vista del match finale a fine mese con l’auspicio che possa svolgersi dal vivo. I Premi de Le Cortigiane Il premio per l’attrice o attore vincente è un manufatto artistico della linea “SHIT by Chreo” realizzato dall’orafa Daniela Montella. Sarà premiato anche l’autore del miglior testo con un’opera di arte grafica realizzata da Daniela Montella. Infine la direzione artistica de “I Corti della Formica“, tra i più longevi e accreditati festival di corti teatrali, selezionerà, a sua insindacabile discrezione, una o più opere che entreranno di diritto nella prossima edizione festival. Abbiamo intervistato gli organizzatori de Le Cortigiane per farci descrivere il nuovo scenario di un concorso teatrale fuori teatro e per avere qualche consiglio per gli aspiranti candidati. Alla fine dell’intervista troverete i link ai canali ufficiali de Le Cortigiane. L’intervista alla compagnia La Corte dei SognatTori Le Cortigiane è già alla sua terza edizione. Che cosa si propone l’edizione 2020? L’intento della manifestazione è quello di dar vita a sinergie e sodalizi artistici e nel contempo di dar spazio ad un repertorio, originale e innovativo, che sia appetibile anche per un pubblico non prettamente teatrale, ma sensibile al fascino delle tematiche e del clima culturale che si intende promuovere dentro ed intorno al teatro. Le Cortigiane ha sempre cercato, inoltre, di rispondere all’impellente bisogno di trovare nuovi spazi ed opportunità perché il teatro possa continuare a fare la propria parte nel contesto socio-culturale del nostro Paese. In tal senso, vista l’attuale situazione di emergenza e in adesione alla campagna del Mibact #iorestoacasa, abbiamo pensato ad una terza edizione 2020 che si svolga on-line… Sappiamo […]

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Culturalmente

Artika: nasce il polo virtuale per lo streaming delle arti

Artika: in arrivo un polo per lo streaming degli spettacoli dal vivo Si calcola che ad oggi la pandemia di Coronavirus sia costata svariati miliardi di euro di perdite per il mondo dell’arte. Cinema, teatri, luoghi di fruizione di performance sono chiusi dal primo decreto emanato tra il 10 e l’11 marzo. In verità, molti spettacoli erano già stati rimandati nelle settimane immediatamente prima il conclamarsi dell’emergenza: compagnie teatrali ed attori erano spesso impossibilitati a raggiungere teatri spesso posti in angoli lontani d’Italia e d’Europa. Facile immaginare quali tempi difficili corrano per gli attori, le compagnie teatrali ma anche gestori di teatri, produttori… una intera “filiera produttiva” artistica messa letteralmente in ginocchio In questo clima di incertezza si vuole “imporre” – in senso assolutamente positivo, s’intende – Artika: il polo virtuale per lo streaming delle arti. Già dallo scorso settembre 2019 l’agenzia Invitalia approva il progetto Artika, per il godimento e la divulgazione dell’arte e dello spettacolo dal vivo. Una intuizione che si rivela quanto mai fortuita in questo momento: l’esigenza di recuperare un momento “corale” come la fruizione di performance artistiche in un momento difficile, drammatico come la pandemia di Coronavirus è molto forte. Per capirci qualcosa di più, abbiamo intervistato uno dei fondatori di Artika. Intervista ad Antonio Gargiulo, tra i fondatori di Artika Ciao! Per il pubblico di Eroica Fenice, ti chiediamo di presentarti in tre righe Napoletano di nascita e virtù, il mio è un percorso articolato. Laurea in Legge (errori di gioventù!) e diploma di Mimo Lirico Concertistico, Master in Gestione di Impresa e insieme fondazione di gruppi teatrali, Festival internazionali e riviste di settore. Sempre a conciliare Arte e sostenibilità. Parliamo adesso del progetto Artika. Inizialmente, fu pensato per le persone che – per svariati problemi logistici – non potevano usufruire di un vero e proprio “posto in poltrona” a teatro… Come è nato e come è stato finanziato? Artika, come idea, nasce nel 2013. Erano tempi in cui si cominciava a bisbigliare di questo nuovo player, “Netflix”, che sarebbe di lì a poco arrivato anche in Italia. E nasce per rispondere a due diverse esigenze che nel corso delle mie attività ho sentito emergere. Quella, cioè, di rendere Arte e Spettacolo dal vivo veramente sostenibili e solidi per tutti i protagonisti del settore e quella di accompagnare, arrivando a “scovare” gli spettatori che negli anni, per ragioni logistiche o anche economiche, erano stati dimenticati. Approfondito il caso studio di Netflix, ecco che ho formulato la proposta: una WebTv delle Arti che fungesse come ideale prolungamento della tenuta degli spettacoli, sempre più ridotta come numero di date e piazze raggiunte. In questo modo non soltanto si genera ulteriore indotto per le compagnie e le produzioni, che quindi possono godere di ulteriore sostegno alle loro attività, ma permette a chiunque di poter fruire della vivacissima produzione culturale oltre, ovviamente, che sfruttarla per fini didattici e di studio. Ho cercato per un paio di anni il partner tecnologico adatto e l’ho trovato in Stefano Cavaliero, mio vecchio […]

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Musica

L’arte al tempo del Covid-19: per gli invisibili non andrà tutto bene

Sono gli artisti: i musicisti, i ballerini, i teatranti, gli organizzatori e gli operatori, gli stessi che con il proprio lavoro rendono la macchina dello spettacolo fruibile a tutti. Sono gli stessi che in questa quarantena e nella vita di tutti i giorni accompagnano con la propria arte ciascuno di noi e rendono possibile la realizzazione di quest’ultima. Esseri umani che si trovano in balia delle onde, ora più che mai, nel periodo di pandemia, durante il quale sono emersi i complessi meccanismi organizzativi e tutelativi che minacciano una categoria lavorativa, poco sistematizzata e desiderosa di un riconoscimento a livello economico ed assistenziale. Colpiti dall’effetto economico del Covid-19, i lavoratori del mondo dello spettacolo sono stati i primi a dover ridefinire l’assetto della propria occupazione, non potendo del tutto contare sui provvedimenti presi dallo Stato, né su tutele finanziare, in quanto le indennità Covid-19 sono rivolte ai lavoratori dello spettacolo iscritti al Fondo pensioni dello spettacolo, aventi almeno 30 contributi giornalieri versati nell’anno 2019 all’interno del Fondo, con un reddito annuo non superiore a 50.000 euro, come stabilisce l’indennità lavoratori dello spettacolo (art. 38, decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18). La potente macchina dell’arte paga infatti lo scotto di avere numerose figure non riconosciute, lavoratori cosiddetti “a nero”, artisti che per vivere della propria musica, ad esempio, hanno portato avanti la propria professione senza tutele a livello contributivo, fiscale e senza garanzie; sono proprio questi professionisti a pagare a caro prezzo l’intera emergenza. Ad oggi qualsiasi mestiere indipendente che abbraccia il comparto dello spettacolo è paralizzato, con un futuro incerto, senza possibilità di organizzazioni prossime: la prospettiva di ripresa a breve termine non prevede una data stabile per realtà come cinema, teatri, stadi, palazzetti, club, luoghi essenziali per lo svolgimento dello show; ma non solo, il danno sarà anche, psicologicamente parlando, ritornare alla mentalità pre-covid, al gusto dell’assembramento ad un concerto, al sedersi accanto ad uno sconosciuto in teatro. Cosa succederà post Covid-19? Quando riprenderà un tecnico di palco, un fonico, un musicista, un attore a poter svolgere il proprio lavoro con dignità (non parlate di dignità indicando i concerti al drive-in) e con le giuste tutele giuridico-finanziare? È questo forse il tempo per stabilizzare una norma, istituire un albo, un’organizzazione che difenda un intero mondo lavorativo, per troppi anni avvitato su se stesso, lasciato ai propri compromessi interni? Se l’arte è riscatto, allora è giunto il momento che la macchina dello spettacolo sia ri-organizzata tutta: dalla punta dell’iceberg fino a tutto ciò che è sommerso. La musica e la figura del musicista, del cantante, dell’operatore dello spettacolo al tempo del Covid-19, messa a dura prova, anche a causa delle poche agevolazioni e sovvenzioni per questa categoria. Ti va di esporre le tue paure, esigenze in quanto musicista, operatore dello spettacolo e la tua opinione riguardo ciò che si andrà ad affrontare? Risponde Elisabetta Serio, musicista, pianista, compositrice: Tempi veramente duri per chi lavora nel mondo dello spettacolo. È vero che si ha più tempo a disposizione per realizzare tutte quelle cose […]

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Libri

I Monologhi della vagina: nuova edizione del capolavoro di Eve Ensler

I Monologhi della vagina, di Eve Ensler | Recensione A vent’anni dalla prima pubblicazione, ilSaggiatore presenta la nuova edizione dei “Monologhi della vagina” con una nuova prefazione, nuovi contributi e testi mai letti prima. I “Monologhi” si sviluppano intorno agli argomenti naturalmente associati alla protagonista del libro (sesso, mestruazioni, parto) come a quelli, dolorosi e scottanti, dell’attualità (violenze, pulizia etnica). La riedizione de “I Monologhi della vagina” Il libro si apre con un interessante prefazione di Jacqueline Woodson, in cui, fin dal primo momento, si evincono le differenze culturali e temporali che dividono eventi e storie di ieri ed oggi. Ad illustrare tali differenze è senz’altro il discorso sul ciclo mestruale. La Woodson, infatti, evidenzia un fatto fondamentale: se prima l’arrivo del ciclo era un fatto increscioso e di cui vergognarsi, col tempo, come è successo con sua figlia, è diventato un evento il cui festeggiamento sembrerebbe essere d’obbligo. Il passaggio da tabù a risorsa di vita, come possibilità di mettere al mondo un figlio e di diventare una donna, è stato lungo e doloroso ma di fatto oggi appare come una realtà stabile. Il libro si pone come obiettivo principale quello di sdoganare il concetto vagina, o la parola stessa, dai tabù sociali autoimposti. La parola viene spesso ripetuta, talvolta appare quasi ridondante, ma il suo essere così presente in diverse pagine svela tutta la forza e la voglia di essere considerata normale, alla stregua di tutte le parole usate nei discorsi pubblici. La Ensler sembra raggiungere il suo scopo, poiché, se all’inizio del libro c’è un po’ di disorientamento nel ripeterla più e più volte, arrivando alla fine il termine diventa di uso abituale. La prima rappresentazione de “I Monologhi della vagina”, che nasce come spettacolo teatrale, si è tenuta al Downtown a Manhattan. Le prime degli spettacoli iniziali erano seguite da poche persone in piccoli teatri ma, col tempo, la potenza dell’opera ha raggiunto le vite di molti, diventando di fatto uno spettacolo di fama mondiale. Interessante è il risvolto sociale legato al V-Day. All’interno del libro ci sono diversi momenti dedicati alla nascita dell’organizzazione, un movimento attivista globale, nato da un’idea di Eve Ensler, rivolto ad abbattere ogni forma di violenza su donne e bambine, che ha accolto, nel tempo, il sostegno di persone di ogni sesso ed etnia. Il V-Day promuove eventi di sensibilizzazione e consente esibizioni gratuite ispirate a “I Monologhi della Vagina“. La data in cui ricorre l’anniversario della creazione dell’organizzazione è senz’altro iconica. Infatti, il 14 Febbraio, se da un lato è testimone di orde di innamorati che festeggiano San Valentino, dall’altro vede milioni di persone celebrare la causa femminista.  La V sta per Vittoria, Valentino e Vagina. All’interno del libro c’è anche un racconto specifico sul flash mob internazionale “One Billion Rising”. La campagna OBR invita a levarsi ed insorgere contro la violenza attraverso l’atto liberatorio della danza. Ogni anno, il flash mob ha un tema preventivamente scelto. La narrazione si divide in capitoli intensi e capitoli quasi informativi. L’intestazione -alcuni fatti–, ad […]

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Recensioni

Animali da bar in scena al Teatro Bellini

Martedì 18 febbraio è andato in scena Animali da bar, l’ultimo spettacolo targato Carrozzeria Orfeo al teatro Bellini di Napoli: uno spettacolo divertente, dissacrante, che indaga dentro ognuno di noi ma, soprattutto, mette a nudo le pieghe della società. Sei in sala, seduto, in attesa che lo spettacolo cominci: proprio quando le luci cominciano ad affievolirsi, ecco che una voce fuori campo, maschile e cavernosa, ti avverte con tono di minaccia e utilizzando espressioni molto colorite, di spegnere il cellulare, che lo spettacolo sta per iniziare. Si apre il sipario, e ti ritrovi in uno di quei trasandati e un po’ malfamati bar di provincia, popolato dei suoi tipici animali, o soliti avventori: già Stefano Benni, negli anni 70, con il suo Bar Sport ci aveva illustrato e insegnato tutta l’architettura e la microsocietà presente in questa tipologia di esercizi commerciali e, negli anni, nulla sembra essere cambiato. I personaggi che ruotano attorno a questo bancone sono Mirka, la barista ucraina, appassionata di canzoni e cartoni animati Disney, che per arrotondare affitta il suo utero e fa da badante al vecchio proprietario del bar, un misantropo razzista che ormai non esce più di casa, e del quale, proprio per questo, sentiremo per tutto lo spettacolo solo la voce fuori campo; c’è poi Swarovski, uno scrittore alcolizzato, fallito e nichilista fino all’estremo, costretto dal suo editore a scrivere un libro sulla Grande Guerra; Sciacallo, un giovane ragazzo bipolare storpio che, dietro indicazioni di Mirka, svaligia le case dei defunti; Milo, il nipote del proprietario del bar, imprenditore di un’azienda di pompe funebri per animali di piccola taglia; e infine Colpo di Frusta, un attivista buddista, pacifista e ‘melariano’, padre biologico del figlio che Mirka aspetta, che però subisce le violenze domestiche della moglie. Animal da bar, dal bancone del bar al sottosuolo I sei personaggi ruotano attorno a quel bancone raccontando di sé, delle proprie vite, esperienze, illusioni e speranze per il futuro. Costituiscono un’umanità grottesca, estrema, ma soprattutto cruda. Come in “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij, i personaggi, uniti dal fatto di essere dei ‘perdenti’ e ai margini delle buone consuetudini della società, analizzano in maniera sempre crudele e senza fronzoli, tutte le azioni e le circostanze che li hanno  portati ad essere quelli che sono: reietti, inetti. Persone profondamente infelici e insoddisfatte, di loro stesse e della società che le circonda. «Il teatro non è altro che il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita» Vale dunque la pena andare a teatro e immergersi in tutto questo? Sì, sì e ancora sì: fatevi prendere per mano da questi strampalati personaggi, veri e propri animali da bar, e fatevi guidare in un viaggio attraverso le pulsioni e i pensieri e i sentimenti più reconditi dell’uomo, mettendo in gioco voi stessi. Magistrale il lavoro degli attori, dei registi, degli autori e di tutti componenti della compagnia teatrale Carrozzeria Orfeo, che annuncia anche un futuro spettacolo in arrivo, in collaborazione proprio con il Teatro Bellini di Napoli. In attesa che […]

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Culturalmente

Goldoni, manoscritto inedito ritrovato a Dresda

Il Goldoni della Commedia dell’Arte, antecedente alla Riforma del Teatro, viene fuori da un inedito manoscritto della commedia “Il cavaliere e la dama”, ritrovato dal professore Riccardo Drusi dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, durante una ricerca alla Sächsische Landesbibliothek di Dresda. È un Goldoni poco conosciuto e documentato quello de “Il cavaliere e la dama“, la commedia, scritta e rappresentata nel 1749, tratta le vicende di Donna Eleonora, virtuosa signora dell’aristocrazia napoletana che, dopo l’esilio del marito accusato di omicidio, si trova a fare i conti con l’insistenza dei suoi spasimanti e i pettegolezzi di chi scommette sui suoi cedimenti. In seguito, con l’aiuto del vecchio mercante Anselmo, riuscirà a trovare l’amore nel cavaliere Rodrigo, un uomo goffo ma perbene. Il manoscritto settecentesco ritrovato da Drusi è una redazione diversa da quella stampata e rispecchia, con ogni probabilità, la forma più fedele al testo che Goldoni aveva inizialmente concepito per la rappresentazione. «Se infatti nelle edizioni a stampa – spiega il docente di Letteratura italiana nel Dipartimento di Studi Umanistici dell’Ateneo lagunare – l’autore si premura di dichiarare che, rispetto all’originale portato in scena nel 1749, ha  proceduto alla sostituzione delle maschere dialettali con altrettanti personaggi che parlano in lingua, la redazione di Dresda vede invece agire alcuni personaggi (come Arlecchino, Pantalone etc.) nell’idioma che gli è più tipico». Già per queste varianti, «il manoscritto appare come un tassello molto importante per ricostruire quelle fasi più remote della scrittura goldoniana che l’autore stesso efficacemente occultò in nome della sua Riforma Teatrale». Una Riforma con cui Goldoni modificò la struttura della commedia, mirando alla semplicità e alla naturalezza, caratteristiche fondamentali della cultura arcadica e razionalistica, e affidandosi ai due libri fondamentali per mettere in scena la realtà che il pubblico richiedeva e in cui poteva riflettersi: il Mondo e il Teatro. Un equilibrio tra Mondo e Teatro poteva essere solo garantito dalla stesura di un copione (inizialmente soltanto per il protagonista così da ‘abituare’ impresari e pubblico alla novità della Riforma), che descrivesse con cura ogni azione che l’attore era tenuto a seguire fedelmente. Inoltre, Goldoni mirò all’innovazione dei caratteri teatrali a discapito delle solite maschere che limitavano l’analisi psicologica e comportamentale del personaggio. Ma perché il manoscritto è stato trovato a Dresda? Fino alla caduta del muro di Berlino, la Biblioteca della città era di difficile accesso, ma successivamente molti cataloghi sono stati resi pubblici e agli studiosi si sono aperte infinite possibilità di ricerca. Le compagnie teatrali del passato, infatti, partivano in tour nelle capitali Europee, tra le quali Dresda era una delle mete predilette, portandosi dietro il manoscritto. Fonte immagine: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Alessandro_Longhi_-_Ritratto_di_Carlo_Goldoni_(c_1757)_Ca_Goldoni_Venezia.jpg

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Teatro

Al TRAM, In fondo agli occhi dà nuova luce alla cecità

In fondo agli occhi in scena al TRAM sabato 15 e domenica 16 febbraio. Leggi qui la nostra recensione! Sabato 15 e domenica 16 febbraio il teatro TRAM ha presentato lo spettacolo “In fondo agli occhi” della prestigiosa compagnia Berardi Casolari, che vanta la presenza del vincitore del Premio UBU come “Miglior attore” nel 2018 con la regia di César Brie (Promo dello spettacolo). La storia racconta della cecità bipartita tra Tiresia (il cui nome dell’indovino cieco dell’Antigone), ipovedente, inscenato da Gianfranco Berardi, non vedente nella realtà, e Italia, interpretata da Gabriella Casolari, una barista delusa dalla sua vita, amante dell’uomo. L’invalidità di Tiresia-Gianfranco è da subito capovolta: salta, balla e canta, inneggiando allo “spoliticamente scorretto”, invitando il suo pubblico ad approfittare di questa situazione per cedere all’istintività animalesca del giudizio e del disprezzo, vanta tutta la sua fragilità e sventola a testa alta il terzo dito, simbolo della sua autonomia. Deride se stesso per deridere gli altri, tutti quelli che credono di vedere solo perché dotati di occhi. Ma nel mondo attuale, l’universo virtuale, quello costruito sulle impression e sui like, i cechi sono gli unici che ci vedono, capaci di oltrepassare il buio accecante e di camminare a tentoni, con le mani in avanti, senza paura degli spigoli. La malattia non è più in fondo agli occhi. È tutta nelle cose che ci circondano. E così pervade anche Italia-Gabriella, che schiacciata dalla sua storia, dai suoi rapporti e dalla sua posizione, lamenta continuamente di voler scappare ma di non essere in grado di trovare una via d’uscita, incapace di ambire anche solo alla mediocrità. Questa donna in crisi è l’incarnazione del nostro paese, rappresentato in tutta la sua immobilità, decantatore dell’amore vigliacco per la libertà. Così, ancora una volta il teatro TRAM dimostra che sensibilità e attenzione sono alla base del loro progetto: “Il percorso artistico e biografico di Berardi e Casolari rappresenta bene il valore della ricerca teatrale, di quanto sia importante essere se stessi e continuare ad esserlo anche dopo aver raggiunto il successo – commenta Mirko Di Martino, direttore artistico della sala di via Port’Alba -. Il TRAM si muove in questa linea, ospitando le compagnie teatrali con l’identità artistica più coerente. Siamo felici che questo incontro con Berardi e Casolari, a cui abbiamo lavorato a lungo con pazienza e perseveranza, sia stato possibile”. “In fondo agli occhi” è una storia reale, che grida forte e si fa sentire; una storia attuale che evita la retorica ed arriva diretta e con sincerità; è una storia che ci lascia il giusto spazio per riconoscerci, di volta in volta, nei due personaggi e nei loro problemi. Ed è una storia che arriva nella miglior maniera possibile: facendoci ridere e piangere senza delicatezza, ma invadendoci e rendendoci partecipi. Il vero messaggio, l’inno che risuona fino all’ultima scena dello spettacolo è la speranza: non perde la luce chi possiede l’amore e chi, con coraggio, attraversa le proprie invalidità, fisiche e, soprattutto, mentali. Fonte immagine: Ufficio Stampa.

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Recensioni

Ferrovecchio, in scena al Piccolo Bellini il dramma dell’incomunicabilità

Con Ferrovecchio va in scena il dramma della solitudine e della disperata urgenza di comunicazione che accomuna due individui ai margini della società. In programma dal 11 al 16 Febbraio al Piccolo Bellini, Ferrovecchio è il primo dei testi della Tetralogia del dissenno firmati da Rino Marino e portati in scena dalla Compagnia Marino – Ferracane. Su una scena piena di oggetti ma spoglia di emozioni, un uomo dall’aspetto vinto e rassegnato attende, intorno a lui i segni inequivocabili di un mestiere e di una vita che non gli appartengono più. Un catino, una poltrona sdrucita, imposte scolorite dal tempo sono il desolante scenario dei suoi pensieri tinti. Alle sue spalle il cigolio di una vecchia bicicletta rompe il silenzio preannunciando l’entrata in scena di un vagabondo senza nome e senza identità. Nenti ha canciatu, nelle parole del vagabondo e nel suo incessante elenco di oggetti e dettagli che gli passano davanti agli occhi, lo spettatore riconosce con maggior forza l’assoluta immobilità della scena. Tutto è fermo ad un istante ben preciso del passato, ad una vita che non esiste più e al momento esatto in cui il legame tra i due uomini e il resto del mondo si è irrimediabilmente spezzato. E nell’immobile lontananza del passato, il vagabondo scava tirando fuori in forma confusa frammenti di ricordi in cui la dimensione temporale sembra assolutamente relativa. Un vagabondare avanti e indietro nel tempo che suona come una sfida al diffidente mutismo dell’interlocutore. Ne nasce, tra i due personaggi, un confronto che oscilla costantemente tra il più duro realismo e il più ironico surrealismo, un dialogo che si sparge come acqua alimentata dalla sorgente agitata del vagabondo, un fiume di parole a cui il barbiere progressivamente si abbandona vincendo le iniziali ritrosie. I due personaggi si scambiano la pelle e i ricordi riconoscendo, l’uno nell’altro, attraverso uno specchio, la profonda solitudine che li accomuna. In fondo e in forme diverse sono entrambi due vagabondi, due esistenze perdute che vivono ai margini del mondo reale, rinchiusi dal resto dell’umanità in una gabbia di incomunicabilità e isolamento. Le pareti del carcere come l’isolamento del disagio mentale sono i muri che il mondo ha costruito intorno a loro, relegandoli ad una dimensione surreale e marginale; le parole che il mondo gli nega ritrovano ora vita in un discorso sconclusionato che, nell’estrema necessità di comunicazione cui dà voce, restituisce senso e vitalità alle loro esistenze sbiadite. Nell’essenzialità della scena emerge vivida la potenza del dramma cui Ferracane e Marino danno voce e la scena di colpo non appare più così spoglia, bensì si riempie di quell’empatia che i due attori riescono a comunicare. La solitudine e il disagio, il rifiuto e la diffidenza, infine il bisogno disperato di comunicazione sono sensazioni tangibili, immagini reali che prendono forma attraverso le parole dei due attori in un’autenticità che solo la madrelingua siciliana sa restituire. Fonte immagine: http://www.teatrobellini.it/spettacoli/332/ferrovecchio

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