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Eroica Fenice

La Tag: teatro contiene 114 articoli

Teatro

Il Sogno di una notte di mezza estate firmato Demiurgo

C’è tutto quello che si può chiedere al teatro in questa domenica sera di fine giugno, il calore del giorno che lascia un po’ di tregua e preannuncia una serata di allegria e leggerezza, il mare che si intravede dietro i raggi del sole e gli archi del porticato, uno scenario magico e sospeso nel tempo come solo il Miglio d’oro può regalare e una compagnia di giovani attori che ci hanno ormai abituato alla sorprendente modernità dei grandi classici. In un’atmosfera così non può che essere meraviglioso vivere questa originale e frizzante riproposizione di Sogno di una notte di mezza estate che la compagnia il Demiurgo porta in scena al Romitaggio di Villa Campolieto. Nella rivisitazione che Franco Nappi, regista e interprete, e la compagnia del Demiurgo ci regalano la scena è spostata alla corte di re Ferdinando di Borbone alla vigilia delle sue nozze con Maria Carolina d’Asburgo, interpretata da Sara Missaglia. Il timido e diffidente incontro tra il re Lazzarone e l’austera regina austriaca segna l’inizio di un sogno in cui si alternano personaggi e intrecci ben noti del capolavoro shakespeariano riproposti sotto una luce nuova, più autentica anche se non per questo meno onirica. Ritroviamo così la compagnia strampalata di attori che preparano uno spettacolo per le nozze dei sovrani, le due coppie di amanti i cui alterni amori si sciolgono e si riannodano seguendo i magici intrecci del folletto Puck e infine Oberon e Titania, re e regina del regno delle fate ai cui contrasti si intrecciano le vicende di tutti i personaggi. Il risultato è un’atmosfera onirica nella quale si muovono esseri magici dai contorni reali e personaggi storici circondati da un’aura di magia. L’ambientazione di Sogno di una notte di mezza estate nella Napoli del ‘700 dà a Franco Nappi il pretesto per una trasposizione del testo in una nuova chiave linguistica; ma il Sogno che la compagnia del Demiurgo ci regala non si limita alla definizione di nuove forme e sonorità per le parole del bardo, bensì investe tutti i personaggi di una luce più moderna e vicina ai nostri sogni. Il sogno del Demiurgo è un sogno popolato di personaggi buffi e surreali, ma allo stesso tempo vivi e animati da passioni forti, un sogno sospeso a metà tra realtà e dimensione onirica, un sogno che prende in prestito dalla realtà parole ed emozioni colorandole della magia che solo i sogni sanno regalare ma restituendole infine agli spettatori vive e autentiche.   Fonte immagine: Il Demiurgo

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Culturalmente

Sarchiapone: etimologie, acquaiuoli e altro

Con queste parole Sarchiapone si preannunciava sulla scena della Cantata dei pastori messa in scena da Roberto De Simone nel 1974: «Palummella, zompa e vola, | addò sta nennella mia…». Le scelte registiche del Maestro rimandano, attraverso la rievocazione della famosissima canzone anonima di fine Settecento, al solco della più viva e vera tradizione popolare napoletana. Non sempre, però, il personaggio di Sarchiapone ha designato uno dei caratteri innestati nell’immaginario partenopeo: si pensi che l’opera originale di Andrea Perrucci, edita con lo pseudonimo di Casimiro Ruggiero Ugone, Il vero lume tra le ombre, overo La spelonca arricchita per la nascita del Verbo umanato (1698), non recava il personaggio di Sarchiapone, ma fu ad essa aggiunto nel corso della rielaborazione e reinterpretazione effettuata proprio dall’immaginario popolare, il quale finì, tra l’altro, col nominare la sacra rappresentazione di Perrucci con l’oggi più noto titolo di Cantata dei pastori. Nella tradizione letteraria dialettale, esso assume a seconda dei contesti significati simili, ma con sfumature diverse: è ora il caso di Cola Sarchiapone, tra i protagonisti del poema eroicomico di Giulio Cesare Cortese (Lo Cerriglio ’ncantato, 1628), intento ad architettare stratagemmi per la conquista della già famosa osteria al fine di beneficare dei bottini culinari, per cui pare assumere significato di astuto e famelico, ora il caso di Giambattista Basile che nel suo Cunto de li cunti (1634-1636) usa tale appellativo per designare un proverbiale sempliciotto e fannullone (Peruonto, I,3). Cambiando registro e tempo, un altro noto “sarchiapone” della tradizione partenopea è il cavallo protagonista della poesia Ludovico e Sarchiapone, presente nella Livella (1964) di Totò, scritta in forma di dialogo tra animali, in cui in toni amari e malinconici si riflette sui vizi dell’uomo. Non solo: col termine “sarchiapone” si intendono una pluralità di concetti, dall’ambito proverbiale a quello culinario, attribuiti nel corso del tempo, che rendono ancora sfuggente il significato vero di questa parola. Non tanto a caso, dunque, forse, Walter Chiari nella sua famosa scena ironica si trovava in imbarazzo nello spiegare cosa fosse il “sarchiapone”. Riflessioni meta-etimologiche  Il termine “sarchiapone” risulta essere in uso, come testimoniano le fonti letterarie, fin dal XVII secolo e, a seconda del contesto, pare assumere significati molteplici. Etimologicamente, l’origine di “sarchiapone” risulta essere ancora imprecisata. C’è chi afferma che la parola abbia origini greche e nasca dalla fusione del termine σάρξ (sarx), ovvero “carne” in senso generico, e dal pronome personale ποιος (poiòs), ovvero “chi”, ipotizzando una traduzione con ellissi di verbo: “chi (è) di carne”. Tra i vari usi di “sarchiapone”, a tal proposito, figura anche quello di appellativo per indicare una persona corpulenta e, talvolta, deformata o esagerata nei suoi caratteri corporali. Una nota in margine all’etimologia presunta di “sarchiapone” potrebbe arricchirne il significato e l’uso che se n’è fatto e se ne fa in alcuni contesti. Il termine “sarx”, infatti, fu al centro di speculazioni teologiche che attribuivano ad esso un’accezione decadente e corruttibile, proprio della caduca natura fisica dell’uomo, a cui e contrapposto lo “spirito”, puro e incorruttibile; il motivo di […]

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Culturalmente

Donne e impresa teatrale, intervista a Stefania Bruno

“Donne e impresa teatrale” è il titolo del convegno online svoltosi il 10 e l’11 giugno, con la partecipazione di numerose protagoniste del mondo teatrale Italiano. L’evento, organizzato sulla piattaforma Zoom dalla Cooperativa En Kai Pan, in collaborazione con l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, è stato dedicato a “La nascita delle cooperative teatrali dagli anni ’70 a oggi” e alla “Ridefinizione dei ruoli femminili all’interno dei nuovi scenari organizzativi, produttivi e artistici”. Il seminario è stato parte del progetto di ricerca interdisciplinare Talking about a Revolution – Donne e impresa teatrale, ideato e progettato da En Kai Pan con il sostegno di Coopfond, per stimolare il dialogo tra la comunità accademica, il mondo delle imprese culturali e quello del lavoro, contribuendo alla costruzione di una cultura femminile del lavoro. Dalle cooperative teatrali, infatti, provengono attrici e drammaturghe come Laura Curino e Mariella Fabbris (Teatro Settimo), registe come Cora Herrendorf (Teatro Nucleo), esperienze territoriali che, nate in condizioni di marginalità, sono diventate centri culturali per l’intera regione, come la cooperativa Sardegna Teatro, divenuta Teatro Nazionale, e Teatro Koreja in Puglia o Teatri Uniti in Campania. Il ruolo delle donne nella cooperazione teatrale è potente e vario, eppure non sempre raccontato, sia in rapporto alle questioni di genere e al teatro femminista, sia alla nascita di nuove forme produttive e organizzative, alla visione artistica e alle pratiche teatrali.   Al convegno, dopo i saluti istituzionali di Roberto Tottoli, Rettore dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, e di Carmela Maria Laudando, Direttrice del Dipartimento di Studi Letterari, Linguistici e Comparati, sono state affrontate e discusse le tematiche relative al ruolo della donna nella cooperazione teatrale e culturale, mettendo in risalto le prospettive storiche, sociologiche ed economiche e dedicando spazio agli esempi di teatro femminista in Italia. Tra gli interventi Susanna Camusso, Sindacato CGIL, Giovanna Barni, Presidente CulTurMedia Nazionale, Anna Ceprano, Presidente Legacoop Campania, Fabiana Sciarelli, Economia e gestione delle imprese internazionali – Unior, Laura Angiulli, Teatro Galleria Toledo, Costanza Boccardi, Teatri Uniti, Napoli, e molti altri. Donne e impresa teatrale, due chiacchiere con Stefania Bruno Abbiamo intervistato Stefania Bruno, della Cooperativa En Kai Pan, tra le organizzatrici del convegno. En Kai Pan si occupa di “ideazione e diffusione di progetti sociali e culturali”. Ma com’è nata la vostra cooperativa e in che modo si realizza il vostro lavoro quotidianamente? En Kai Pan è stata costituita formalmente a marzo 2014. L’idea di fondare una cooperativa è nata per rispondere all’esigenza di professionalizzarsi. Tutti noi soci fondatori venivamo da percorsi di formazione molto lunghi e il rischio, dopo la crisi finanziaria e le conseguenti riforme strutturali, era di rimanere tagliati fuori dal mondo del lavoro, ritrovarsi esodati a trent’anni. Abbiamo deciso, così, di fare un salto di qualità, a cui è corrisposto anche un forte rischio, e di iniziare a realizzare da soli le nostre idee. Ci siamo dedicate negli anni alla produzione e all’organizzazione di festival di Commedia dell’Arte contemporanea, di formazione di giovani attori, di progetti di ricerca, di teatro sociale e di formazione del pubblico. Ciò che […]

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Riflessioni culturali

Riforma goldoniana: la rivoluzione del Teatro

La Riforma goldoniana è un importantissimo progetto teatrale promosso da Carlo Goldoni, uno degli autori più fecondi della letteratura italiana –oltre centosessanta titoli- mossi dall’intento di rivoluzionare la commedia tradizionale. I tratti più significativi della Riforma goldoniana Innanzitutto la Riforma goldoniana si oppone alla cosiddetta Commedia dell’arte, rivolta ad un pubblico ampio e finalizzata esclusivamente al divertimento; tale Commedia si basava su schemi fissi, predefiniti, spesso ritenuti banali, con forme di comicità volgari e grossolane. L’intento principale di Carlo Goldoni e della Riforma da egli promossa, fu quello di correggere i caratteri errati della Commedia dell’arte. Superare quella standardizzazione era di fondamentale importanza, soprattutto per dare valore ed identità al teatro, rivoluzionandolo. Ovviamente il cambiamento proposto da Goldoni avanzò in modo graduale, per far sì che il popolo, gli spettatori si abituassero a qualcosa di nuovo, sconosciuto. Quali furono le principali novità? Goldoni innanzitutto abbandonò il canovaccio, un breve riassunto della trama, partendo dal quale poi, gli attori si trovavano ad improvvisare la trama. A sostituirlo il copione, un testo scritto, in cui erano riportate integralmente le battute che l’attore doveva imparare a memoria. Altra novità importante riguardò le maschere tipiche della Commedia dell’arte, sostituite da personaggi veri, psicologicamente definiti, nati grazie alla reale osservazione della società. Sparirono i ben conosciuti personaggi stereotipati, che il pubblico era abituato a vedere in scena; tra questi Pulcinella, Arlecchino. Un altro aspetto profondamente rivoluzionato, nell’ambito della Riforma goldoniana, riguarda il linguaggio. Anch’esso infatti, si basò sull’esigenza di realismo propinata da Goldoni, ossia all’intento di rendere quanto avviene sulla scena, quanto più collimante con la realtà e dunque con la vita reale. Una lingua chiara e semplice, senza mai scadere nella volgarità, e nel gergo. “Il teatro deve essere apprezzato da tutti”, e quindi non solo dai ceti bassi, ma anche dai borghesi. Man mano prenderà piede sempre più il dialetto veneziano, lingua d’arte, usato soprattutto nell’ultima fase della produzione goldoniana. In tal senso, si spiega anche la scelta dei personaggi; essi derivano direttamente dalla realtà nella quale Goldoni vive, la realtà storica della Serenissima, governata dall’aristocrazia, fortemente osteggiata. La classe sociale che l’autore sceglie nell’ambito della propria Riforma è la borghesia, ritenuta valida, l’unica in grado di governare Venezia e nei confronti della quale Goldoni nutre una profonda stima. Ricordiamo che a Venezia il teatro era molto radicato, sia per la presenza di sale sia per le compagnie che vi lavoravano. La Riforma goldoniana infatti, non intende solo modificare un genere letterario ma piuttosto “rivoluzionare” seppur gradualmente, lo spettacolo, intervenendo direttamente su esso e sui rapporti con il mondo esterno, con la società. Per Goldoni, il teatro è una sorta di impresa commerciale che deve obbedire a determinate “leggi di mercato”, provando a soddisfare i gusti e le richieste del pubblico. Per quanto concerne i contenuti, profondamente collegati al linguaggio scelto, Goldoni costruisce dialoghi non fondati su battute autosufficienti, ma basati sull’interazione comunicativa, proprio come avviene nei reali. La Riforma goldoniana prese il via con la celebre opera intitolata “Momolo cortesan”, una commedia […]

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Teatro

Raccontami Shakespeare: una rivoluzione teatrale

Raccontami Shakespeare, spettacolo di debutto della compagnia teatrale campana Cercamond, semifinalista del Roma Fringe Festival e messo in scena il 22 Aprile sulla piattaforma streaming teatro.it. Il nucleo della compagnia Cercamond è costituito da Sara Guardascione e Andrea Cioffi, nonché protagonisti della pièce teatrale Raccontami Shakespeare, interpretando rispettivamente i fratelli Mary e Charles Lamb. Recensione di Raccontami Shakespeare Siamo nel primo decennio del 1800 a Londra, Charles e Mary presentano ad un editore il loro coraggioso progetto: una riscrittura delle opere di  Shakespeare in forma narrativa, con l’intento di far appassionare i giovani ai personaggi e alle storie che hanno reso tanto famoso il teatro inglese. Un progetto innovativo ma anche rischioso, in quanto mette in discussione lo stesso sistema scolastico del tempo ed è quindi un oggetto facile a critiche e rifiuti. Il progetto editoriale sarà anche un pretesto per raccontare il singolare rapporto di stima e affetto tra i fratelli Lamb. Charles e Mary filtrano il mondo che li circonda con una sensibilità precorritrice, mettendoli inevitabilmente in contrasto con le etichette sociali e morali. Mary Lamb è una donna molto intelligente ed emancipata. Tra i suoi progetti per il futuro non compare la ricerca di un marito e questo la porterà ad avere delle accese discussioni con la madre, che è tutto fuorché affettuosa, incarnando il simbolo di un femminile oppresso e incattivito dalla società.   Anche Charles Lamb è vittima dell’epoca in cui è nato che lo relega nella sola funzione di capo di famiglia, in cui i sentimenti di fragilità e malinconia non sono ammessi. Mostrando la sua sensibilità, che materialmente si esprime anche nella sua balbuzie, egli verrà costretto ad un anno in manicomio, per sanare il suo spirito troppo vagabondo. A seguito di eventi traumatici, i fratelli Lamb si avvicineranno ancora di più con la volontà di proteggere l’un l’altro dalle barbarie di un sistema che vuole appiattire e semplificare l’animo delle persone. La loro promessa riecheggerà in sala molte volte: “fino all’ultimo istante”. Questa promessa che porta conforto, ma diventa anche condanna, prende forma ed espressione  nella narrazione che i fratelli Lamb fanno delle opere di Shakespeare. In quei frangenti, i fasci di luce colpiscono i personaggi dall’alto, inombrando il viso e dando spazio unicamente alle parole. Lo stesso Charles Lamb non balbetta più quando declama e recita le opere di Shakespeare, e la sorella lo segue e lo accompagna nell’interpretazione, facendo proprie e intime le immagini di un teatro che sembra perduto, un teatro vero in cui le fragilità della carne e i voli pindarici dello spirito erano ammessi. Raccontami Shakespeare è uno spettacolo che racchiude in sé molte riflessioni, mettendo a nudo il precario equilibrio in cui gli uomini e le donne si giostrano per sopravvivere e rimanere fedeli al proprio io nel tessuto sociale, utilizzando lo strumento del teatro e della narrativa come generatore primario di realtà e bellezza.   Fonte Immagine: Ufficio Stampa 

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Teatro

Teatro Patologico e Odissea: un viaggio nel viaggio

Alla scoperta del Teatro Patologico, fondato nel 1992 da Dario D’Ambrosi Gli uomini non nascono tutti uguali. Una profonda diversità li caratterizza fin dalla nascita, purtroppo o per fortuna. Per fortuna, la diversità è ricchezza. Purtroppo, è più spesso intesa come mancanza.  Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale […] È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana: così recita l’art. 3 della nostra Costituzione. In teoria belle parole, nei fatti solo parole.  Correva l’anno 1978 quando la legge Basaglia imponeva la chiusura dei manicomi e il recupero della dignità dei malati in essi reclusi. L’obiettivo era ridare valore alla singola persona, porla al centro di un processo maieutico capace di tirar fuori da ognuno il meglio, spesso annichilito dai farmaci e, ancor più spesso, dal pregiudizio della diagnosi. Prima della legge 180, venivano internate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale. Tra i soggetti deviati non solo i malati di mente, ma anche le prostitute, i delinquenti, i sovversivi e gli omosessuali. Soggetti considerati pericolosi, da legare, sedare, emarginare. Rivoluzionario dunque l’approccio di Basaglia che vedeva, non nella reclusione, ma nella relazione con il mondo esterno possibilità di cura, possibilità di ritrovare il filo perduto dell’esistenza.  Tanta strada è stata fatta in cinquant’anni, ma, sebbene si parli sempre più di inclusione, del valore della diversità, tanta ancora resta da farne. La disabilità fisica e mentale, ancora oggi, è un ostacolo spesso invalicabile, ma capita, a volte, che alle mancanze delle istituzioni si sostituisca quanto di più prezioso oggi ci resta: la solidarietà umana.  E proprio nella solidarietà umana, nella filantropia, affonda le sue radici una realtà incredibile nata, a Roma, grazie a Dario D’Ambrosi: il Teatro Patologico. E, in effetti, quale luogo migliore delle tavole di un palcoscenico, per uscire dall’isolamento e annullare la distanza tra sé e l’altro? Il teatro diventa allora viaggio, terapia, senso del vivere. Venerdì 2 aprile, la Rai ha acceso i riflettori sull’encomiabile lavoro che nelle mura del Teatro Patologico getta, ostinato, un ponte tra la disabilità e l’avventurosa ricerca di quella normalità negata. Con grande delicatezza, Domenico Iannacone racconta la storia di una rappresentazione teatrale: l’Odissea. Un metaviaggio: il doloroso nostos di Odisseo verso la sua Itaca come specchio della quotidiana sfida della malattia mentale, i versi omerici fanno eco alle vite di chi li ha messi in scena. E allora, con quella magia di cui il Teatro è maestro, la finzione si fonde con la realtà, facendo crollare il castello di carta, quel sottilissimo confine tra sanità e follia.  Impossibile non emozionarsi entrando nel mondo di Paolo, Fabio, Claudia, Marina, Andrea, che hanno trovato nel teatro uno scopo, che è sempre importante avere, che è vitale quando si ha una fragilità mentale, e non solo. Il Teatro Patologico ha assunto per loro le fattezze di Itaca, il porto sicuro in cui tornare e riconoscersi. Un film-documentario (visibile su […]

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Teatro

Pompeii Theatrum Mundi: quest’anno s’ha da fare

Presentazione della Conferenza Stampa del Pompeii Theatrum Mundi Mai come questa volta tornare a teatro segna un possibile ritorno alla vita. Mai come adesso il teatro è il luogo cui è delegata la possibilità di raccontare le mutazioni di cui non siamo ancora consapevoli, e Pompei è lì, a testimoniare, emblematicamente, in ogni sua singola pietra, l’istinto cruciale, il prima e il dopo della nostra storia di uomini.  Venerdì 26 marzo, in modalità online, si è tenuta la conferenza stampa di presentazione del Pompeii Theatrum Mundi, rassegna che, dal 2017, riempie la cavea del Teatro Grande di Pompei.  Presenti il Direttore del Teatro Stabile di Napoli Roberto Andò, il Direttore Generale dei Musei Massimo Osanna, il Direttore Generale del Parco Archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel, il Direttore del Campania Teatro Festival Ruggero Cappuccio, il Direttore Generale per le Politiche Culturali e il Turismo Regione Campania Rosanna Romano. Presenti anche gli artisti che prenderanno parte alla rassegna.  Una grande festa i cui fili conduttori, prima ancora che la presentazione degli spettacoli in cartellone, sono stati l’emozione dei partecipanti, l’entusiasmo, la consapevolezza dell’impossibilità, la speranza. Una grande festa resa possibile dalla sinergia delle Istituzioni della Regione Campania che hanno voluto fortemente questo ritorno, finanziando e investendo nella cultura.  A fare da apripista per la riapertura dei teatri in autunno, cinque spettacoli. Il programma di quest’anno non si ferma al classico antico, come ha affermato Roberto Andò: «Quest’anno tentiamo l’esperimento di ospitare testi non legati alla classicità antica, credendo nel valore prezioso degli autori viventi. I cinque titoli hanno un fil rouge, quello che unisce l’idea di catastrofe con quella di resurrezione, mai tanto attuale». Un programma quindi che, dal 24 giugno al 25 luglio, porterà in scena il nuovo, cinque prime teatrali, con titoli inediti, adattamenti e riscritture di grande interesse.  «Vogliamo affrontare con “l’ottimismo della volontà” – dichiara il Presidente Filippo Patroni Griffi – la sfida della quarta edizione di Pompeii Theatrum Mundi, confidando che da giugno vi sia l’inizio di una nuova stagione per il nostro Paese che possa coincidere con la ripresa di tutte le attività in presenza.» Aprirà la rassegna lo spettacolo Resurrexit Cassandra, testo di Ruggero Cappuccio, regia  e scenografia di Jan Fabre. Seguiranno Il purgatorio. La notte lava la mente di Mario Luzi, con la regia di Federico Tiezzi;  Pupo di Zucchero di Emma Dante e, ancora, Quinta stagione di Franco Marcoaldi. Infine, grande chiusura con Le cerisaie/Il giardino dei ciliegi di Anton Checov, con la regia di Tiago Rodrigues.  Grandi registi e grandi interpreti per cinque prime nazionali: noi siamo pronti!  Fonte foto: Napoli Magazine

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Teatro

27 marzo, Giornata Mondiale del Teatro

Oggi, 27 marzo 2021, si celebra la Giornata Mondiale del Teatro Teatro s. m. [dal lat. theatrum, e questo dal gr. ϑέατρον, der. del tema di ϑεάομαι «guardare, essere spettatore»; la parola greca indicava, oltre che l’edificio per le rappresentazioni drammatiche, anche quello per assemblee e per pronunciare orazioni]. Alla lettera T, dell’enciclopedia Treccani, c’è il lemma teatro, parola che risale al VI secolo a. C., parola che sembra essere assente nei vocabolari della nostra classe dirigente, da un anno a questa parte.  Eppure ad Atene la classe politica pagava i cittadini per andare a teatro: il teatro era così importante che lo Stato, pur di permettere a tutti di parteciparvi, istituì un fondo statale, il theorikòn. Sì, in altre parole un sussidio. Anche oggi lo Stato ha istituito un sussidio, ma per tenerlo chiuso il Teatro. Quella nobile arte, considerata un tempo imprescindibile strumento di educazione, veicolo di idee politiche, religiose e sociali, oggi è costretta ad elemosinare ristori, a reinventarsi in pallide copie di sé attraverso lo streaming. Il motivo? Considerata “bene non essenziale”. Che fare Teatro fosse cosa non semplice nel nostro bel paese, più che in altri, era risaputo. Meno risaputo era che fare Teatro sarebbe diventata cosa impossibile, nel nostro bel paese, più che in altri, in barba a ogni tentativo di sopravvivenza con le dovute restrizioni imposte da uno sconosciuto virus. Perché la domenica nei centri commerciali sì, in platea distanziati e con mascherina no. Perché in fila per ricevere il corpo di Cristo sì, disposti a scacchiera per nutrirsi di cultura no. Perché ammassati in metro sì, in pochi nei palchetti no. Oggi, 27 marzo, mentre Medea, Antigone, Edipo, Amleto si girano i pollici in attesa di tornare a emozionare ancora, a scuotere animi intorpiditi, a riempire quegli occhi oggi ciechi dinanzi alla cultura, si celebra la Giornata Mondiale del Teatro. Istituita a Vienna nel 1961, ha un sapore particolarmente amaro oggi questa ricorrenza, che cerca di dare lustro a quello che Eduardo De Filippo definiva il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita. E mai come in questo momento in cui le nostre esistenze sembrano sospese, in cui si è smesso di vivere per continuare a vivere, l’uomo ha bisogno dell’uomo, di guardarsi quando si alza il sipario, e di porsi domande e cercare risposte quando questo si cala. Mai come in questo momento, l’uomo ha bisogno del Teatro.   Fonte immagine: Pixabay.

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Teatro

Fabio Canciello e Giovanni Chiacchio in Un’ora senza regole

Show teatrale online: Un’ora senza regole Da ieri 25 marzo al 23 aprile i due giovani attori Fabio Canciello e Giovanni Chiacchio di anni 19 e 23 anni saranno protagonisti dello show teatrale Un’ora senza regole, in diretta su OnTheatre con lo scopo di portare una leggera allegria e tanti sorrisi, sdrammatizzando un clima pandemico grigio come le nuvole scure.   Questo show teatrale rappresenta una forte reazione alla chiusura prolungata dei teatri tramite i nuovi metodi digitali in streaming particolarmente agevoli per tutti. Lo spettacolo si apre con la raffica di eventi negativi che si sono abbattuti sul mondo teatrale. Lo performance teatrale si traduce in un’ ora di sana ribellione tra una lacrima ed sorriso, rendendo piacevole e diversa almeno un’ora del nostro monotono lockdown. L’intervista  Con piacere abbiamo intervistato i due giovanissimi protagonisti di questo show teatrale napoletano che con grande ironia ci hanno illustrato dettagli inediti.  Un’ora senza regole è un titolo provocatorio e che dà una forte idea di libertà. Perché avete deciso di intitolare così il vostro show teatrale online? La prima cosa che vogliamo dire è che non riusciamo a spiegare ciò che facciamo, per cui per capirlo l’unica strada è vedere lo show. Provocatoria è l’arte che proponiamo, amiamo vestire panni diversi ed in quest’ora non rispetteremo né minutaggio né logica. Abbiamo un solo obiettivo fare Arte… A modo nostro.  Che cosa rappresenta per voi il maestro del teatro Eduardo de Filippo al quale dedicate un omaggio finale? Il MaestroEduardononrappresentama “è” per noi un vero e proprio punto di non arrivo: inarrivabile per ciò che ha fatto, ma stimolante nel tentativo illusorio di accostarsi minimamente a lui. La sua delicatezza nell’unire momenti totalmente comici a momenti prevalentemente drammatici…questo è il nostro obiettivo. Quanto vi manca il contatto con il pubblico? Tanto, ma grazie alla piattaforma On Theatre abbiamo rivissuto la magia che solo in teatro si può provare. Per noi questo show rappresenta, grazie a questa piattaforma, la possibilità di essere visti da tutti in tutta Italia. Non vediamo l’ora. Tre buoni motivi per vedere assolutamente il vostro show Pace, amore e fantasia. Scherzi a parte, da spettatori saremo curiosi di vedere uno spettacolo senza regole e che per poco tempo ci allontani da questa assurda normalità. Ultimo consiglio: guardando questo spettacolo vi innamorerete de I SENZA REGOLE, perché non li comprenderete. Ringraziamo il nostro partner ufficiale Legea e le altre nostre collaborazioni: Teatro bellavista, Suburbia studio e Macaia boat.  Show teatrale online: Un’ora senza regole  Dalle domande si può dedurre che Un’ora senza Regole é uno spettacolo da non perdere, pieno di senso di libertà ed utilissimo per chi vuole evadere da questo periodo di grande incertezza. I giovani protagonisti recitano e si impegnano davvero per far divertire e riflettere contemporaneamente il pubblico, proponendo una performance teatrale napoletana dalla grande vis comica.  Fonte immagine:  http://www.synpress44.com/

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Teatro

Nude verità: nuovo spettacolo per il Tram di Napoli

Nude verità è il nuovo inedito spettacolo in streaming proposto dal Teatro Tram di Napoli; andato in onda venerdì 5 marzo. Lo spettacolo è inscenato dalla compagnia Teatro dell’Osso, da un’idea del direttore artistico Mirko Di Martino, con la regia di Vittorio Passaro. Uno spettacolo particolarmente suggestivo; quattro protagonisti, ognuno con una propria identità e con alle spalle un bagaglio talvolta pesante da sopportare che viene fuori in monologhi così suggestivi da togliere il fiato. Nude verità mette in scena ciò che probabilmente troppo spesso si prova a nascondere, per convenzione, o semplicemente perché “funziona così”. Lo spettacolo si rivela un vero e proprio “atto creativo”, così come uno dei quattro protagonisti afferma con convinzione. I protagonisti, rivelano con passione e dolore, con interpretazioni struggenti e realistiche al tempo stesso, quattro diverse storie. La prima si intitola Eric Live Show: di Francesco Rivieccio, con Angela Bertamino. Un testo fortemente allusivo, ricco di metafore, contraddizioni, usi, costumi, vizi, nel corso del quale viene fuori semplicemente una persona, indipendentemente dalle convenzioni che si ostinano a vederla e classificarla come uomo o donna. Una persona che esiste indipendentemente da tutto e da tutti, che si muove con padronanza e con tono deciso su una scena scarna, essenziale, senza troppi fronzoli. La seconda storia si chiama Invito a cena di Angela Rosa D’Auria, con Guido Di Geronimo. Un personaggio misterioso, a tratti inquietante, che sorride di e con… gusto. Metodico, ossessivo, cinico, coinvolgerà in una riflessione dal sapore amaro, quasi paurosa. Anche in questo caso, la scenografia è essenziale, pochi gli oggetti con cui l’attore si destreggia, oltre ovviamente a quelli utili a delineare la sua “presenza virtuale”, ma anche il suo indomito comportamento. Abel di Michele Danubio, con Vittorio Passaro è la terza storia. Il protagonista Abel, soffre di Gimnofobia, ossia la paura di restare nudi. Immerso tra quadri e quaderni dei quali non riesce a fare a meno, racconterà di sé, a voce alta, come qualcuno che si confida con un amico. Probabilmente è proprio questa la bellezza insita in uno spettacolo in streaming,  la possibilità di osservare i protagonisti di una storia, nella propria confort-zone. Assaporando scena dopo scena, parola dopo parola, tutto ciò che gli occhi, ma anche le gesta, le attitudini degli attori, hanno da rivelare. Ovviamente nulla mette in discussione la bellezza e la suggestione delle sale teatrali o cinematografiche, ma riuscire a creare un ambiente “sicuro”, e arrivare proprio a casa delle persone, è qualcosa di indubbiamente significativo. Il terzo protagonista dello spettacolo Nude verità, si rifugia «nell’arte, che non contamina, in un armonioso rapporto con l’ignoto». Racconta di ciò che è stato e che non doveva essere. Infine, Specchio di Patrizia Di Martino, con Vincenzo Coppola è l’ultima storia. Il quarto protagonista ha sulle proprie spalle una vera e propria eredità da sopportare. Siamo in epoca fascista. Lui è, o almeno così crede il padre, ma anche la famiglia, (in particolar modo l’amata madre) il figlio maschio, l’uomo di casa, soggiogato però all’autorità paterna. Anche in questo […]

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