Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La Tag: teatro contiene 44 articoli

Recensioni

Il paradiso perduto. Leela debutta al Teatro Grande di Pompei

Un micro cosmo bicolore, fatto di ombre, voci soffocate e corpi. “Il paradiso perduto. Leela”, una produzione del Teatro Stabile di Napoli, con coreografie di Noa Wertheim in collaborazione con la Vertigo Dance Company, ha debuttato l’11 luglio 2019 al Teatro Grande di Pompei e sarà in scena fino al 13. Il titolo, un calco del poema seicentesco del poeta inglese John Milton, ne richiama il tema della caduta dell’uomo dall’Eden, con tutte le conseguenze legate al conflitto individuale tra libera volontà e condizionamento sociale. Le forze primordiali del desiderio e della tentazione esplodono e invadono la platea attraverso una danza che coinvolge ogni parte del corpo, oltre che dell’anima. Un conflitto, che però talvolta è comunione, unione, fusione. La volontà di emanciparsi da una forza esterna e coatta è estremamente evidente. Il paradiso perduto: la danza delle anime La scena si apre con una diagonale di corpi e anime che sfilano lungo un fascio di luce. Il primo contatto è quello del volto, delle menti, degli occhi, prima ancora che quello delle mani. A due a due i corpi si toccano ed è come se il fascio di energia vitale, che parte da ognuno, si scontrasse con quello con il quale viene a contatto, dando vita talvolta ad uno scontro, altre volte a una vera e propria fusione. E quelle mani che si uniscono per scontrarsi, talvolta si fanno da parte, nella ricerca spasmodica di contatti corporali, di abbracci tra corpi che si ritrovano uniti nello stesso destino di caduta e, forse, di perdizione. Prima un uomo e una donna che lottano, unendosi e respingendosi di continuo, poi donna e donna, uomo e uomo. Nelle coppie non v’è distinzione e l’energia che emanano è identica. La lotta è senza tregua, e il cuore, il centro propulsore della forza vitale, batte fino a materializzarsi al di fuori del corpo stesso attraverso un movimento ondulatorio che lo fa precipitare verso il basso. Non sono solo i corpi a vibrare, ma le anime stesse, in movimenti che da fluidi diventano concitati, così interiori da proseguire al di là delle note; la danza, forma d’arte inscindibile dalla base musicale, è spesso in questo micro-cosmo, indipendente, e i movimenti non si interrompono, come a rispecchiare e richiamare una melodia interiore, una danza silenziosa ma mai muta. Il conflitto, da lotta interiore si esteriorizza attraverso il contatto: le mani di tutti vanno a sovrapporsi, e la testa, la mente, il centro propulsore della razionalità, il contrario dell’istinto rappresentato dal cuore che batte, diviene il centro del contatto. Le mani, come fili conduttori, costringono la mente sotto il proprio giogo, e solo per brevi istanti il corpo riesce a distaccarsene, allontanandosi. Ma un’attrazione magnetica lo richiama a sé. La lotta per l’emancipazione dell’io è continua e impervia. Man mano ogni corpo se ne distacca, lasciando perplesso lo spettatore su quanto tale scelta implichi un condizionamento portato a compimento, o un vero e proprio distacco. La scena si colora in un unico momento, quello emblematico della fusione di […]

... continua la lettura
Culturalmente

Kamishibai, l’arte narrativa giapponese per sviluppare la creatività

Kamishibai: scopri di più sull’arte narrativa giapponese, la risposta alla tecnologia e all’intrattenimento “sbagliato” dei bambini anche in età pre-scolare! In occasione dell’incontro “Il futuro delle ossa si costruisce da bambini”, che si è svolto a Milano il 19 giugno scorso, i medici ortopedici della Società italiana di ortopedia e traumatologia (Siot) hanno diffuso dati sconcertanti sull’aumento, solo negli ultimi 10 anni, del 700 % dei casi di cifosi nelle scuole medie inferiori. La responsabilità di questo atteggiamento cifotico, che comporterebbe l’incapacità dei bambini a mantenere in posizione eretta la colonna vertebrale, risiederebbe nell’uso frequente (per non dire continuo) di smartphone, tablet e pc, fin da piccoli (dai 3-4 anni di età). Il prolungato intrattenimento peggiora, infatti, questo disturbo spesso sottovalutato, portando gradualmente i bambini a dover indossare un busto ortopedico o addirittura a ricorrere alla chirurgia. È arrivata, però, dal Giappone, patria delle tecnologie più avanzate ma anche delle tradizioni più longeve, una nuova tecnica di narrazione che aiuta non solo lo sviluppo della creatività, ma anche delle “mappe mentali”: il kamishibai. Il kamishibai, letteralmente “spettacolo teatrale (shibai-teatro) di carta (kami)”, affonda le sue radici nel XII secolo quando i monaci buddisti si spostavano di villaggio in villaggio per istruire la popolazione analfabeta, narrando le storie su Buddha, usando gli emakimono  (opere narrative su rotoli), sempre caratterizzate da una morale e da contenuti a sfondo sociale. Tra il 1920 e il 1950, poi, aumentarono, ‘arruolati’ dal Kashimoto,  i Gaito kamishibaiya (ben 50.000 in Giappone e 2.500 solo a Tokyo), veri e propri “narratori a pedali” che, battendo i due hyoshigi, bastoncini di legno oggi utili a mostrare i punti salienti in una narrazione, annunciavano il proprio arrivo in città. Sistemati i bambini e dopo aver assegnato i posti in prima fila ai golosi acquirenti di caramelle dal narratore, iniziava lo spettacolo. Posizionato sul sellino della sua bicicletta il Gaito kamishibaiya mostrava una serie di disegni in un piccolo teatrino di legno, una sorta di televisione artigianale dinanzi alla quale, incantati, i bambini seguivano il corso della storia fra i disegni originali (alcuni, molto antichi, sono oggi conservati al Kyoto Museum) che si avvicendavano l’uno dopo l’altro, e i rumori creati da alcuni strumenti a percussione, a volte montati sulla bicicletta. Ogni spettacolo comprendeva un episodio: in questo modo la serialità del racconto assicurava al narratore la partecipazione allo spettacolo successivo. E ogni ciclo di storie non presentava solo contenuti rivolti ai più piccoli, ma anche riferimenti alla politica e all’attualità, come una sorta di “Carosello di carta” ma anche di “telegiornale” che spesso sfruttava la grande popolarità di questa tradizione per fare propaganda o satira politica (tanto che alcune storie sono poi state inserite in manga e anime). Con la nascita del cinema sonoro (infatti molti di questi narratori, detti benshi, prestavano le proprie voci ai protagonisti dei film muti) e della televisione, questa tecnica narrativa sembrava scomparsa negli anni ’50, fin quando non è stata rivalutata per lo sviluppo della creatività e dell’importanza della narrazione ‘viva’, nelle biblioteche e […]

... continua la lettura
Teatro

The Handmaid’s Tale, racconto distopico di una donna-oggetto

È andato in scena il 6 luglio alla Galleria Toledo The Handmaid’s Tale- Il racconto dell’Ancella, spettacolo tratto dal romanzo di Margaret Atwood, con la regia di Graziano Piazza. Non ci sono dialoghi ma solo un lungo, intenso monologo, recitato dalla talentuosa Viola Graziosi, che con grande pathos trasporta lo spettatore nel distopico mondo di Gilead, dove la donna è tale solo se in grado di partorire un figlio. Le altre sono non-donne, ribelli, amorali, usurpatrici indegne di un corpo fatto esclusivamente per generare vite. The Handmaid’s Tale e la lotta per la rivendicazione del corpo femminile A Gilead, la famiglia non può certo dirsi “tradizionale”: è composta da un Capitano, una moglie sterile e un’ancella fertile, utilizzata come mero strumento di concepimento. Una volta adempiuto al loro dovere, le ancelle vengono allontanate dal bambino che hanno messo al mondo, che diventa a pieno titolo figlio “legittimo” dei padroni. Difred è l’Ancella del Capitano Fred Waterford, sposato con Serena Joy, e come tutte le altre indossa un lungo abito rosso, il colore del sangue, e un cappellino bianco con le alette che servono a coprire il volto, mascherando la sua femminilità. Le ancelle passeggiano  due a due, con il capo chino, rompendo il silenzio per pronunciare espressioni come Benedetto il frutto, Possa il signore schiudere, Il signore ci ha mandato bel tempo, Sia lode. Un repertorio di frasi di circostanza che diventa l’unico modo per comunicare, dato che i libri sono stati mandati al rogo e scrivere è severamente vietato. L’unica lettura concessa è la Bibbia, testo ritenuto utile per l’educazione di donne devote e sottomesse all’autorità del pater familias. June lavora nel campo dell’editoria, è sposata con Luke ed è madre di una bambina. Immagina di comprare una casa grande col giardino e l’altalena, poco importa il fatto che non può permettersela: è una giovane donna libera, padrona del suo corpo e della sua mente, piena di entusiasmo, passione e curiosità, circondata dalle persone che ama. Dopo una guerra civile la vita di June viene completamente stravolta, perché il regime teocratico totalitario di Gilead prende il comando nella zona un tempo conosciuta come Stati Uniti e le donne in età fertile vengono allontanate dalle loro famiglie per trasformarsi in incubatrici a servizio di ricchi senza scrupoli. È così che June diventa (proprietà) Di-Fred, costretta a subire la mortificazione del suo corpo di donna attraverso un atto sessuale che non può essere chiamato copulazione, dato che manca il consenso di entrambi i partner, né stupro, in quanto è stato sottoscritto un accordo. Il tutto sotto gli occhi di Serena, che a differenza delle altre mogli non prova malvagia soddisfazione ma solo inerme disgusto e repulsione. Chi di noi sta peggio, lei o io?  Viola Graziosi portavoce dei diritti delle donne La scena si apre con una serie di scarpe rosse disposte sul palco, richiamando l’immagine delle manifestazioni contro la violenza sulle donne. Ed è proprio di violenza che si parla ne Il racconto dell’ancella, lettura scenica elaborata da Loredana Lipperini per […]

... continua la lettura
Recensioni

Orgoglio e pregiudizio, attualità di un amore per la regia di Arturo Cirillo

Nell’ambito della rassegna Napoli Teatro Festival è andato in scena il 4 luglio, al Teatro Mercadante, Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen con l’adattamento teatrale di Antonio Piccolo e la regia di Arturo Cirillo. Perché riproporre ancora una volta un classico così noto? La risposta è insita nella domanda: come afferma Calvino, infatti, un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. E la storia di Elizabeth Bennet e Fitzwilliam Darcy ha ancora tanto da raccontare. Orgoglio e pregiudizio, lo spirito anticonformista di Elizabeth Per una ragazza, nascere nell’Inghilterra dell’Ottocento significa avere come unico obiettivo nella vita quello di trovare marito, meglio ancora se ricco e con un nome rispettabile. Lezioni di piano, canto, cucito, francese, tutto finalizzato a costruire l’immagine della moglie educata, devota e remissiva. Comprendere le dinamiche distorte di questa impalcatura sociale costa grande fatica ad Elizabeth, giovane donna intelligente ed ironica, che guarda alla società che la circonda con uno sguardo critico che smonta poco a poco la gabbia dorata dentro cui si trova intrappolata. A tessere le fila della tela è la signora Bennet, interpretata magistralmente da Alessandra de Santis, che spinta dall’avidità mira a sistemare le sue figlie con matrimoni vantaggiosi, per potersi così vantare della fortuna e del successo della sua famiglia. Cosa importa se Jane, la figlia maggiore, rischia di ammalarsi di polmonite per raggiungere la casa dei Bingley sotto la pioggia, o se Lizzy è costretta a sposare lo squallido Collins per salvaguardare la proprietà dei Bennet: tutto questo sarà servito a conquistare la tanto agognata posizione in società, che conta più del vero amore e della realizzazione personale. Elizabeth diventa la portavoce fuori dal coro del punto di vista della Austen, che con il suo sguardo acuto e distaccato si sottrae a questo mondo fatto di ipocrisia e di apparenza, prendendo in giro i suoi personaggi e ridacchiando tra sé stando nascosta dietro le quinte di questa veritiera messa in scena. Elizabeth e Darcy, un amore che rompe gli schemi Due persone che apparentemente non hanno nulla da dirsi, che si fraintendono continuamente, che vivono il ballo come l’ennesima pantomima finiscono per innamorarsi l’uno dell’altra. Quella di Elizabeth e Darcy è una delle coppie più male assortite e conflittuali che la letteratura abbia prodotto, eppure una delle più amate. I due, interpretati da Valentina Picello e Riccardo Buffonini, incarnano l’una l’orgoglio, l’altro il pregiudizio: come sposare colui che è artefice dell’infelicità della sorella? Come legare il proprio destino ad una donna noncurante delle opinioni altrui, testarda, priva di patrimonio e con una madre dalla condotta discutibile? Spogliandosi di tutte le sovrastrutture, andando contro le convenzioni sociali e le imposizioni familiari, superando i propri preconcetti per ritrovarsi nello spirito comune di ribelli anticonformisti.  Grande prova d’attore per Arturo Cirillo, interprete del signor Bennet e di Lady Catherine De Bourgh, che ha riscosso il plauso del pubblico con senso dell’umorismo e battute di spirito, il tutto coadiuvato dai costumi di Gianluca Falaschi, che ha […]

... continua la lettura
Recensioni

Il tempo è veleno: Tony Laudadio gioca con il tempo

Il tempo è veleno: Tony Laudadio al Sannazzaro Per il Napoli Teatro Festival, va in scena al Sannazzaro “Il tempo è veleno” di Tony Laudadio, per la regia di Francesco Saponaro: un gioco di incastri, di vertiginosi salti temporali dagli anni ’70 ad oggi. “Napoli all’inizio ha le braccia conserte, ma dopo un po’ si apre“: una Napoli un po’ diffidente e guardinga è la città che ospita le varie generazioni di una famiglia controversa e turbolenta, ma tutto sommato legata anche nella lontananza, presente anche nell’assenza, una famiglia per la quale “il tempo è veleno“. Bianca è una donna “dannosa” che ha paura del futuro, delle scelte fatte, di quelle ancora da fare, della sua gravidanza, di se stessa. Paco è un uomo leggero, nonostante il peso dei suoi segreti, dotato di un inossidabile ottimismo che cerca, invano, di trasmettere alla moglie Bianca.  Sara e Marta sono le due figlie che nasceranno da questa unione e che dovranno poi, in età adolescenziale, affrontare la perdita dei genitori. Sara è una primogenita immatura e irrisolta, che cerca scorciatoie, che non percepisce i danni causati dalle sue scelte sbagliate. Marta è posata fino al punto di risultare inquadrata, è ancorata al passato, disperatamente intenzionata a non perdere ciò che resta del suo nido. Negli anni ’70 si dipanano classiche dinamiche familiari, domestiche, consueti giochi di ruolo tra Bianca e Paco: maschio/femmina, marito/moglie, madre ansiosa/padre irresponsabile. Piani temporali si intersecano, generazioni si susseguono, persone che non ci sono più manifestano ancora la loro presenza, coloro che sopravvivono affrontano le perdite e le verità che dal passato riemergono in modo diverso. Sulla scena convivono personaggi calati in piani temporali diversi, madri giovani e figlie ormai adolescenti o addirittura mature, gli anni ’70 e la caduta del muro di Berlino, Craxi e la guerra in Jugoslavia, un mutuo da accendere e una casa ormai vecchia da mettere in vendita. L’incontro con un, solo apparentemente sconosciuto, possibile acquirente della casa di famiglia, tale Ennio, porterà la Marta ormai matura a confessarsi, a riaprire ferite che il tempo non ha sanato, a fare i conti con i suoi fantasmi. Il tempo di questa commedia amara e melanconica è un tempo che non sana, ma lascia, invece, evidenti cicatrici; è un tempo “velenoso” che alimenta morbosamente il ricordo. Marta nelle sua negazione del dolore continuerà a “coltivare i suoi fantasmi“, ad accoglierli in casa, a nutrirli con la bellezza, con l’affetto, con il dolore, con la memoria. Ad avvelenare i rapporti e le persone non è solo il tempo: i rapporti si inquinano con bugie, segreti, frasi infelici, scelte non condivise e non condivisibili. I fantasmi abitano il passato nella forma dei ricordi, abitano il futuro nella forma dei desideri repressi, delle passioni e dei sogni frustrati, delle strade non battute; abitano, infine, il presente nella forma di verità dure da accettare e rancori difficili da sciogliere.   Foto in evidenza: https://www.napoliteatrofestival.it/

... continua la lettura
Teatro

Finir en beauté: un percorso tra le macerie dell’esistenza in Sala Assoli

Dopo la rivelazione al Festival di Avignone nel 2015, arriva al Napoli Teatro Festival, in scena il 25 ed il 26 giugno in Sala Assoli, Finir en beauté: un percorso introspettivo tra le macerie dell’esistenza. Protagonista assoluto Mohamed El Khatib, attore francese di origini marocchine, che in circa 50 minuti è riuscito a portare il pubblico in un vortice di emozioni, sensazioni, voglia di ricostruire e, soprattutto, di ricominciare. Spettacolo interamente in francese con sopratitoli in italiano, realizzato con la collaborazione de ”La Francia in scena” e con il sostegno dell’Institut Français e della Fondazione Nuovi Mecenati. Finir en beauté: ricerca interiore tra teatro e sociologia Un percorso, quello dell’artista, che dura da molti anni. Un percorso fatto di ricerche tra teatro e sociologia, in cui lui si immerge e cerca di far rientrare anche aspetti personali. Egli, per questo spettacolo, analizza i movimenti e le azioni della sua famiglia in un determinato momento della loro vita (la morte della madre) e cerca di mettere in scena ogni piccola sfumatura. Dalla voce registrata della madre sul letto di un ospedale, alle sentenze dei medici fino alle condoglianze dei parenti intervenuti al funerale della defunta. Una riflessione interiore che porta alla conoscenza dei tratti più crudi e mai banali della nostra esistenza. Ogni discorso, ogni frase, ogni parola detta in un determinato momento, il significato che vi è dietro ognuna di esse e tutto ciò che possono trasmettere all’altro. L’attenzione che vi è nel dirle, ma allo stesso tempo la potenza con la quale arrivano; tutti questi piccoli dettagli che arricchiscono l’azione e la rendono parte integrante di un processo personale e, allo stesso tempo, condiviso. Finir en beauté è uno spettacolo intrinseco di emozioni in cui ogni spettatore può sentire, capire e, interiormente, commuoversi. ”Mi sento colpevole di averlo detto? Non penso.” Un’effettiva esplorazione del dialogo che parte dalla parola maceria e si collega a ciò che resta di una madre e di un figlio dopo un evento così definitivo come la morte. La ricostruzione dalle macerie di una storia, di scenari, di un rapporto inserito contemporaneamente nella ricostruzione di una lingua madre (l’arabo), della scrittura teatrale e di ogni piccola sfumatura dietro i significati delle parole. Finir en beauté è lo sviluppo di una scrittura intima, secondo l’attore, che tenta di esplorare i modi differenti di esposizione anti-spettacolari. Ma è stato proprio durante la sua ricerca che qualcosa è andato storto poiché mentre lui, nel lontano 2012, realizzava queste analisi registrando la voce della madre per uno scopo linguistico nel tentativo di comprendere il passaggio dall’arabo alla lingua teatrale, il decesso di quest’ultima ha completamente stravolto le intenzioni del lavoro artistico di El Khatib, creandone così uno degli spettacoli più intensi ed emotivamente forti del panorama artistico internazionale.

... continua la lettura
Teatro

Franco Mastrogiovanni, il maestro più alto del mondo

La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere. Franco Basaglia, Che cos’è la Psichiatria, 1967   31 luglio 2009, Pollica, comune di Salerno, 2338 abitanti.  Franco Mastrogiovanni, maestro elementare, viene sorpreso a guidare oltre i limiti di velocità. Un reato che segnerà l’inizio della fine per uno come lui. I carabinieri non bastano per uno come lui. Animato da idealismo e anarchia è considerato pericoloso uno come lui. Il sindaco di Pollica riterrà necessario un TSO per uno come lui. Addirittura si ricorrerà alla contenzione per uno come lui. Lacci ai polsi e alle caviglie per uno come lui. Ottantasette ore senza cibo e acqua per uno come lui.  4 agosto 2009, ospedale di San Luca, Vallo della Lucania Franco Mastrogiovanni, maestro elementare, viene sorpreso morto. La contenzione, per uno come lui, supera la vita e da morto resta legato per altre sei ore, prima che i medici si accorgano che il suo cuore ha smesso di battere. Ucciso dall’indifferenza dei camici bianchi prima, da un edema polmonare poi. Un edema da cui poteva essere salvato. Certo, se non fosse stato costretto al letto della follia. Respira – diciamo alle persone in difficoltà – l’aria è vita. Quell’aria che avrebbe potuto inspirare meglio, col solo essere seduto. Respira, l’aria è vita. Le ultime ore di Franco Mastrogiovanni in un lager psichiatrico Un quadrato nero, grate di legno e un uomo al centro. Un allarmismo rompe il silenzio: carabinieri, guarda costiera e sindaco stanno inseguendo un soggetto pericolosissimo, un mite maestro elementare che la sera prima ha guidato con eccesso di velocità. Un eccesso che l’uomo cilentano, che i suoi alunni, in omaggio ai suoi 193 cm d’altezza chiamavano il maestro più alto del mondo, paga con un TSO, trattamento sanitario obbligatorio che, come tutto ciò che deriva da un obbligo, è uno strumento esposto per natura ad abusi. Contenzione e nessuno che raccolga la sua disperata voglia di libertà. Queste sono le coordinate in cui si consumano le ultime ore di Franco Mastrogiovanni, raccontate nello spettacolo Il maestro più alto del mondo. Morte di un matto, in scena ieri alla Galleria Toledo (per la rassegna Napoli Teatro Festival), scritto e diretto da Mirko Di Martino, che, con occhio cinico e sarcastico, indaga il difficile rapporto tra cura e detenzione, salute e follia, e interpretato da Orazio Cerino.  Una storia che, inevitabilmente, conduce il pensiero a Stefano Cucchi e che, ancora più inevitabilmente, getta ombra e dubbi sulla sicurezza di cui si fa portavoce lo Stato. Uno Stato che prima fa danni e poi pretende di giudicarli e di distribuire assoluzioni e condanne. Uno Stato in cui la diversità è considerata follia e la follia un pericolo da tenere a bada. Tenere […]

... continua la lettura
Teatro

Filippo Giardina chiude la stagione di Stand Up Comedy al Kestè

Sarà Filippo Giardina a chiudere la rassegna annuale di Stand Up Comedy del Kestè, domenica 9 giugno, salendo sul palco con il laboratorio di “Stand up Comedy Napoli”, nato a novembre 2018 e già diventato una realtà solida che sta scovando i migliori talenti partenopei da far esibire sul palco di Abbash, l’hub culturale del centro antico di Napoli, ormai punto di riferimento italiano per la Stand Up Comedy. Vincenzo De Luca Bossa insieme al fondatore del Kestè Fabrizio Caliendo e a Luciano Labrano ha dato vita a una stagione unica nelle viscere del Kestè, in quel luogo chiamato Abbash, per l’appunto,  che è un unicum per la produzione artistica, le mostre, la musica e la sperimentazione. Il nuovo hub culturale ha prodotto una stagione densa di ogni tipo di eventi. C’è stato spazio per la musica dal vivo, per il teatro, per le mostre, per i dibattiti culturali, per le presentazioni di libri e dischi, per la sperimentazione e tanto altro, ma su tutto lo spazio underground del centro storico di Napoli si è contraddistinto per essere divenuto la casa della Stand Up Comedy. Così il Kestè ha deciso di dedicare proprio alla Stand Up Comedy la chiusura di questa prima, importante e densa stagione artistica. «Nel momento che io mi stavo buttando dal decimo piano di un palazzo per suicidarmi, è passato un uccello, mi ha preso e mi ha riportato a terra.» È così che Filippo Giardina ci ha descritto il suo percorso comico. Prima di diventare cibo per vermi, Filippo avrebbe dovuto lasciare il segno, e ci è riuscito egregiamente, divenendo il padre fondatore della Stand Up Comedy in Italia. Il suo ultimo spettacolo “Lo ha già detto Gesù” ha attualmente superato le quaranta repliche toccando una trentina di città, registrando Sold Out, tra gli altri, al Teatro Sala Umberto di Roma, al Teatro Fontana di Milano, Teatro A L’avogaria di Venezia e al Teatro della Tosse di Genova. A giugno è in tour con lo spettacolo a Caserta, Bari, Trapani, Palermo, Milano, Brescia e Roma. Eroica Fenice ha avuto il piacere e l’onore di scambiare due chiacchiere con questo big della comicità italiana in occasione dell’appuntamento con la Stand Up Comedy di domenica 9 giugno. Il binomio Napoli/Stand Up Comedy “Toda joia… toda munnezza” a parte, quest’anno sono successe un sacco di cose belle a Napoli. Per la precisione, in un “posto magico”. È così che Filippo Giardina definisce il Kestè durante l’intervista. L’avventura nel mondo della Stand Up Comedy al Kestè inizia quattro anni fa, con le prime serate in sala San Gennaro, con Maurizio Capuano e il collettivo napoletano “Satirarum”. Negli anni, il Kestè si è impegnato a portare a Napoli quasi tutti gli artisti della scena nazionale, alcuni addirittura per la prima volta al Sud Italia. Il primo è stato Filippo Giardina, il fondatore di “Satiriasi”, con tutto il gruppo allora ancora unito. Proprio dopo un ennesimo spettacolo di Filippo Giardina organizzato dal Kestè al Maschio Angioino a luglio 2018, nasce il […]

... continua la lettura
Recensioni

Shakespeare amore mio: in viaggio nell’umanità di Shakespeare con Maximilian Nisi

Shakespeare amore mio: lo spettacolo di Maximilian Nisi che mette in scena l’umanità dei personaggi shakespeariani Con “Shakespeare amore mio”, interpretato dall’attore Maximilian Nisi, si è conclusa la rassegna “Tutto il mondo è palcoscenico” diretta da Gianmarco Cesario e ambientata nel suggestivo scenario del Succorpo Vanvitelliano della Basilica della Santissima Annunziata Maggiore di Napoli. La rassegna teatrale, ormai giunta alla sua quarta edizione, è un omaggio all’opera di William Shakespeare e alla sua così moderna capacità di scandagliare l’animo umano e i controversi sentimenti che lo dominano. Accompagnata dalle dolcissime note dell’arpa del maestro Gianluca Rovinello, l’emozionante voce di Nisi ci conduce per mano in un viaggio dentro i dubbi esistenziali e le travolgenti emozioni dell’animo umano. Su uno sfondo di immobili e geometriche simmetrie, prendono vita alcuni degli umanissimi drammi nati dal genio del drammaturgo inglese. Ma ad essere messi in scena non sono semplicemente i personaggi shakespeariani bensì le loro personalità, i desideri che animano le loro azioni, i drammi e i dubbi che turbano le loro coscienze. Attraverso le parole di Romeo, Amleto, Otello, Macbeth, Riccardo II e Marco Antonio, Nisi dà corpo alle loro molteplici e complesse psicologie, invitando lo spettatore a guardare nel fondo di esse. È, dunque, un percorso intimista quello proposto da Nisi, un viaggio nel poliedrico universo umano che ripercorre le “sette età della vita” e mette a nudo i più contrastanti stati dell’animo che turbano ciascuna di esse. Così sulla scena si susseguono la passione prima sublime e poi disperata di Romeo, l’esasperata ricerca della verità assoluta di Amleto, la sincerità e l’autenticità di Otello, che nutre la sua ossessione per la verità e ne arma la mano, la manipolatrice ambizione di Marco Antonio, che indossa il velo dell’affettuoso cordoglio. Ogni personaggio è uno specchio attraverso il quale lo spettatore riscopre se stesso, le sue ansie, le sue aspirazioni, i suoi sentimenti più vili e più umani. “Shakespeare amore mio” di Maximilian Nisi: una dichiarazione d’amore al grande bardo Nel dettaglio, lo spettacolo ha previsto estratti dalle opere: ‘Come vi piace’ – Atto II, Scena 7 ‘Romeo e Giulietta’ – Atto I, Scena 4 Atto II, Scena 2 – Atto III, Scena 3 ‘Amleto’ – Atto I, Scena 2 – Atto II, Scena 2 – Atto III, Scena 1 ‘Otello’ – Atto I, Scena 3 ‘Macbeth’ – Atto V, Scene 3 – 5 ‘Sonetti’ – LXVI LV CX ‘Sogno di una notte di mezza estate’ – Atto II, Scena 1 ‘Riccardo II’ – Atto IV, Scena 1 ‘Giulio Cesare’ – Atto III, Scena 2 ‘La tempesta’ – Atto V, Scena 1 ‘Sonetto CXXII’. Ne viene fuori un’appassionata celebrazione del genio di Shakespeare e della sua capacità di raccontare l’essere umano. La maestria del bardo nell’indagare la psiche umana e descriverne le infinite sfaccettature appare, nell’interpretazione di Nisi, in tutta la sua sorprendente contemporaneità. I personaggi portati in scena da Nisi si mostrano in tutta la loro umanità, così uguale alla nostra così come l’aveva immaginata Shakespeare più di 400 anni fa. Immagine: Ufficio stampa

... continua la lettura
Teatro

Storie d’Amore e Morte al Parco Virgiliano

Il 25 maggio si è tenuta la visita storica teatralizzata notturna del parco Virgiliano, dove gli spettri di donn’Anna Carafa e della regina Giovanna II hanno svelato le verità circa le loro storie d’Amore e Morte, lasciando agli spettatori, come da tradizione, i numeri legati alla loro apparizione. Una serata tenebrosa, in un posto solitario e suggestivo, dai contorni ridisegnati dal maltempo. In un luogo che ha assunto sembianze davvero oscure grazie alle narrazioni appassionate della storica Laura Miriello e alle talentuose interpretazioni dell’attrice Adelaide Oliano. A tu per tu con gli spiriti della collina maledetta di Posillipo: Storie d’Amore e Morte Napoli. Ci troviamo a strapiombo sul mare nella zona collinare di Posillipo, nome che deriva dal latino Pausillypon, “luogo di pace e di ritrovo”. (Certo, come no!) Siamo immersi in questa macchia mediterranea, mentre in cielo i colori si espandono, il sole viene inghiottito dal mare e, improvvisamente, comincia a piovere. Come a volerci avvisare di stringerci gli uni con gli altri sotto i nostri piccoli ombrelli. Come a volerci suggerire di stare più vicini tra noi lungo i viali del Parco Virgiliano, nel quale ci stiamo addentrando. Pare che di notte, infatti, dalle acque partenopee emerga, da secoli, una folla di spiriti inquieti con il loro bagaglio di storie d’Amore e Morte, per infestare il dedalo di sentieri di questo posto. Siamo, appunto, nel quartiere di Napoli in cui sono avvenuti più suicidi e più omicidi che non hanno una soluzione. È chiaro che c’è qualcosa che non va con il nome di “Pausillypon”, spiega Laura Miriello, dal momento che i luoghi meravigliosi di questa collina, anziché calmare l’anima, sembra che, in qualche maniera, occultassero da moltissimi secoli coloro che ci abitano in un alone di depressione e tristezza, tanto da spingerli persino a suicidarsi, dopo essere stati travolti da una valanga di sfortune e disastri personali. Il cantante napoletano Liberato, di questa situazione, ne ha fatto una canzone. “Gaiola Portafortuna”. Un canto d’amore moderno piuttosto coraggioso, che sembra sfidare la maledizione che aleggia nella misteriosa isola situata di fronte a Posillipo, al centro del Parco Sommerso, con lo scopo di spezzarne l’incantesimo. Leggende e miti a parte, è noto che la collina di Posillipo si crea attraverso l’ennesima eruzione tufacea e la cava, che si protende da Pozzuoli fino alla costa di Posillipo, ha quasi la forma di una sirena e, come una sirena o come una donna gravida (così la vedevano all’epoca gli antichi), raccoglie nel suo seno, un’area di forza geomagnetica. Quest’area è la Valle dei re del Parco Virgiliano. Moltissimi speleologi e studiosi hanno confermato che quest’unione tra fuoco, aria e acqua creerebbe una sorta di alchimia propria degli elementi naturali che spingerebbe, probabilmente, gli abitanti del luogo a vivere stati emotivi al limite. Prima che il parco fosse inaugurato, le genti di Posillipo arrivavano nella zona per pregare, meditare e passeggiare, ed è proprio nella Valle dei re che al tramonto vi è da sempre il maggior numero di apparizioni di figure […]

... continua la lettura