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Eroica Fenice

La Tag: teatro contiene 22 articoli

Teatro

This is not what it is in scena al TRAM

This is not what it is è lo spettacolo andato in scena al TRAM dal 15 al 17 febbraio. Di e con Marco Sanna e Francesca Ventriglia, This is not what it is è un omaggio ironico e tagliente all’Otello di Shakespeare, ma anche alla noia, al trash, alla stupidità e alla spazzatura che ogni giorno ci troviamo ad affrontare. This is not what it is, non sei più ciò che sei I due attori sono soli sulla scena; un’isola, Cipro,  la loro location immaginaria, metafora in cui si condensa il raccoglimento e la concentrazione dell’attore durante la messa a punto di uno spettacolo, luogo di studio e di fatica interiore. Marco Sanna più volte cerca di iniziare un monologo ispirato all’Otello, più volte diminuisce la distanza che si crea tra il suo corpo e il microfono, ma altrettante molteplici volte la sua partner sul palco, Francesca Ventriglia, lo deride, lo interrompe, ridicolizzando il suo tentativo di costruire una piece “impegnata” e “impegnativa”. L’esigenza di parlare con parole semplici, derivanti dal quotidiano, che si immergono nel fango volgare della lingua colloquiale, si accompagna all’urgenza di lasciare da parte questioni troppo difficili e incomprensibili. “La gente vuole vedere e sentire cose più leggere” sembra essere il Leitmotiv dello spettacolo. E in effetti This is not what it is è un calderone pieno di temi attuali, che vanno dalla banalizzazione del tutto che stiamo vivendo nei giorni d’oggi, passando al desiderio dell’affermazione di sé, arrivando infine alla parodia della cultura di massa che ci porta lentamente alla spersonalizzazione dell’individuo. Così, in un’ora, si toccano motivi di riflessione in maniera vorticosa, stravagante e al limite del nonsenso, attraverso un linguaggio vivo e quotidiano, plasmato con giochi di parole e scambi, talmente esplosivo da poter essere considerato un terzo protagonista sulla scena insieme ai due attori. Shakespeare e il suo Otello sono i testimoni muti di una cultura ormai troppo vecchia, smessa e lasciata giacere inerte come un soprabito troppo vecchio e démodé per essere ancora indossato. Le passioni vorticose e folli raccontate nell’Otello sono oramai troppo lontane dagli amori tiepidi a cui ci si è abituati gradualmente. Insomma This is not what it is è uno spettacolo vivo, indomabile e indomato, proprio come l’uomo d’oggi che corre sempre più veloce e non ha il tempo di aprire gli occhi, fermarsi e riflettere. Fonte immagine: https://www.meridianozero.org/this-is-not-what-it-is/  

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Teatro

Luca Ravenna, tripudio di risate e applausi al Kestè

Sabato 16 febbraio, la comicità dello stand up comedian Luca Ravenna ha fatto tappa a Napoli, in Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, al Kestè. La sala “Abbash” del locale del centro storico partenopeo, unico nel suo genere e dall’aria familiare e accogliente, si è riempita di un cospicuo numero di persone, avendo ospitato, ancora una volta, un genere di commedia che mira a distruggere luoghi comuni e certezze e che non ha nessun tipo di filtro e censura. Una tipologia di spettacolo che affonda le sue radici nel mondo anglosassone e che, da qualche tempo, è approdato in Italia, che fa ridere e fa riflettere e si basa sulla sola presenza di un comico che si esibisce stando in piedi di fronte al pubblico, trattando argomenti che vanno dal politico al sociale, alle introspezioni personali. Lo spettacolo di Luca Ravenna Ad abbattere le barriere del politically correct ci hanno pensato Stefano Viggiani, Dylan Selina e Daniele Tinti, i talentuosi comici ai quali è stata affidata l’apertura dello spettacolo di Luca Ravenna, che hanno offerto al pubblico un piccolo assaggio di Stand Up Comedy, conquistandolo, e preparando il terreno all’umorismo del comico milanese. Luca Ravenna ha partecipato a due edizioni di Natural Born Comedians e due di Stand Up Comedy su Comedy Central. È stato protagonista della web-serie Non c’è problema su Repubblica.it. Ha collaborato con il collettivo The Pills. È stato componente del cast della trasmissione Quelli che il calcio e di quello di Natural Born Comedians. Luca è un comico dal gran carattere, oltre che un autore, uno sceneggiatore e un attore e si distingue per l’originalità del suo modo d’essere, le sue ineccepibili imitazioni, la leggerezza intrinseca della sua sfilza di battute e il suo sguardo comico spalancato sul mondo. La comicità di Luca Ravenna è un flusso di coscienza garbato, ma irriverente, privo di perbenismi e orpelli, che scava nelle sue personali esperienze e strappa la risata di un’intera platea. La sua mimica facciale, la sua ironia e geniale autoironia fanno della vita quotidiana una parodia e il suo occhio attento riesce a trovare dell’umorismo negli argomenti più disparati. Luca Ravenna porta sul palco il suo vissuto, mettendosi a nudo. Relazioni disastrose con soggetti che sono l’antisesso. La scoperta dell’amore nel letto di fianco al suo. Il rapporto della madre con il tema della droga. Quello con un padre che parla come Dario Fo. Il fanatismo religioso. La banalità di un rito come la confessione per i cattolici. Il razzismo all’italiana. La vita di un trentunenne che vede nascere i figli degli amici. La paura delle emozioni. Un’analisi piuttosto suggestiva sulle differenze di genere delle funzioni cerebrali degli uomini e delle donne. Il desiderio di reincarnarsi in una marmotta. La sintesi di tutto questo è un tripudio di risate e applausi, che sanciscono quella di Luca Ravenna come una delle più perfide performance comiche, di quelle che provocano crampi alla mandibola e agli addominali degli spettatori, a fine spettacolo. Insomma, se pensi che la vita duri troppo poco. […]

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Teatro

Montanini: ruggiti e sterzate di fruste al Teatro Nuovo di Napoli

Incastonato nel cuore pulsante di Napoli, il Teatro Nuovo ieri sera ha ospitato l’ottavo monologo, dal titolo Quando stavo da nessuna parte, di un gigante della Stand up Comedy, Giorgio Montanini. Il palco si trasfigura in un posto vero e autentico, dove la recita paradossalmente non è recita rispetto a quella che noi spettatori, per un paio d’ore circa, ci lasciamo alle spalle, fuori, nella vita “reale”. Giorgio Montanini e il suo spettacolo “Quando stavo da nessuna parte” Giorgio Montanini si laurea in Scienze della Comunicazione di Impresa e Marketing. A ventisette anni lascia tutto e inizia a fare l’attore. Poi si annoia nuovamente, molla e si mette a fare il comico. Giorgio è uno spirito indomito. In apertura, il comico toscano Andrea Paone inizia a “fare amicizia” col pubblico con una carrellata di battute black humor, calandolo nel pieno spirito della comicità della Stand Up, per presentare uno dei più famosi e irriverenti stand-up comedian italiani, Giorgio Montanini. Giorgio entra in scena sorseggiando una Tennent’s e, di una cosa sono certa, c’è sempre da fidarsi di un uomo con la bocca piena di birra, “santa libagione di sincerità”, non a caso, il brusio della platea cala in men che non si dica. Montanini traccia un quadro inquietante della nostra società, una società in cui crediamo di essere liberi, ma non siamo che una massa informe di schiavi. Con ferocia, il comico accusa la banalità che avanza incontrastata, grazie a tutti i dopo-lavoristi senza talento che, illudendosi di non essere schiavi del proprio lavoro, hanno la pretesa di “fare arte”. Insomma, siamo tutti rumorosi, nessuno in grado di farsi notare. Siamo gli uni contro gli altri, divisi in circoli autoreferenziali ed elitari, dagli ambientalisti agli animalisti ai vegani e ai sindacalisti, eppure sbraitiamo contro lo stesso nemico. Leggi, convenzioni, impostazioni culturali e religione non ci aiutano. Crediamo senza capire e non ci evolviamo mai. Le parole di Montanini si mutano in bambine ribelli e dispettose, che sputano nelle orecchie del pubblico dormiente. Inizi a guardarti intorno e ti irriti, mentre un uragano ti trapassa la pelle, ti scompone e ti solletica. Storci il naso, ma poi sorridi, e ridi. Ridi perché Giorgio Montanini sembra indemoniato e con lo sguardo di uno spiritato punta il dito contro il pubblico cavernicolo. Perché, come nel mito platonico, noi viviamo in una caverna, seduti e incatenati, con lo sguardo rivolto verso la parete, che ha funzione di schermo. Su di essa la luce di un gran fuoco illumina e proietta le immagini di alcuni oggetti portati in testa dalle persone all’ingresso, ma noi scambiamo le ombre proiettate per verità e l’eco delle voci degli uomini per voci reali. Fuori, intanto, ci sono le stelle, la luna e il sole, ma noi non ce ne rendiamo conto. L’esibizione di Montanini è caratterizzata da una forte e sana irriverenza, che fa riflettere, oltre che ridere. Non una “risata di pancia”, bensì una “risata di testa” è l’unica finalità del comico marchigiano. È come se il teatro […]

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Teatro

Open – mic con Valerio Lundini / Intervista

Open – mic con Valerio Lundini al Kestè Venerdì 8 febbraio si è svolta al Kestè in Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli una serata all’insegna del divertimento,  dell’impegno sociale e del black humor. Lo spettacolo ha avuto inizio con l’immancabile Gina Luongo, che ha inaugurato la serata proponendo al pubblico una “moneta alternativa”, utile non solo per il commercio ma anche come ricompensa per la galanteria maschile. Dopo aver scaldato il pubblico Gina ha lasciato il palco ad un altro volto noto degli Open – mic, Stefano Viggiani, che ha parlato di razzismo e intolleranza utilizzando come pretesto l’argomento della masturbazione e della pornografia, giungendo alla conclusione che troppo spesso vengono colpevolizzati ingiustamente. Il testimone è passato poi ad Adriano Sacchettini, un altro habituè del Kestè che resta in tema portando sul palco le difficoltà legate alla proprietà del membro maschile. Lo spettacolo è continuato prima con Dylan Selina e poi con Vincenzo Comunale che, presentati da Gina Luongo in veste di Pippo Baudo, hanno portato sul palco la discriminazione razziale fatta nei confronti dei meridionali e dei migranti. Dopo aver abbattuto tutti i tabù razziali e sessuali, è stata la volta del politcally correct demolito dalle battute one-liner di Davide DDL e da Flavio Verdino capace di fare comicità sulla somiglianza fra Dio ed Hitler e sul difficile tema dell’aborto.”  Ciliegina sulla torta è stato Valerio Lundini, con uno stile unico ed elaborato, ma allo stesso tempo immediato ed esilarante. Abbiamo chiacchierato un po’ con lui per tentare di scoprire il suo segreto: Valerio Lundini – L’intervista Come hai iniziato a fare stand up comedy? Io nasco come autore in radio e in TV per altri comici come Lillo & Greg e Nino Frassica talvolta. Inoltre ho una band dove suoniamo brani molto comici e surreali, ed in questo modo mi sono avvicinato alla comicità e al palcoscenico. Avendo molto materiale scritto da me anche per riviste come Linus o per diversi magazine online, ho scritto molti sketch, ho iniziato ad usarli…inizialmente leggevo dei racconti in pubblico in piccoli posti, poi ho messo su degli spettacoli. Più che stand up comedy io faccio degli sketch, delle piccole situazioni dove ci sono io con altri elementi che disturbano la performance con dei rumori fuori campo, tipo dei tuoni o delle distrazioni che creo precedentemente… una sorta di piccolo spettacolo teatrale. Ed ho iniziato perché sentivo l’esigenza di fare cose che mi divertivano che non potevo far fare ad altri. Come sei entrato nel mondo della radio e dello spettacolo? Io facevo degli sketch che caricavo su internet, e questi sketch li aveva visti Nino Frassica che mi ha chiesto di andare da lui in trasmissione a fare l’autore o un personaggio in radio…già conoscevo Lillo & Greg perché suonavamo negli stessi locali, e mi hanno chiamato in seguito a fare l’autore per la loro trasmissione. Ho avuto la fortuna di essere chiamato ecco. Hai collaborato con nomi affermati dello spettacolo. Com’è lavorare con loro? Mi sono sempre trovato bene, non ho mai avvertito disagio. Sono persone con […]

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Teatro

Ramona Tripodi e Marco Messina: Paradiso Mancato

Paradiso Mancato di Ramona Tripodi e Marco Messina in scena al TIN: la nostra recensione Paradiso Mancato è il titolo dell’opera teatrale scritta a quattro mani da Ramona Tripodi e Marco Messina (responsabile della drammaturgia sonora) con Marco Palumbo, Adriana D’Agostino, e Raffaele Ausiello (in videoproiezione).  Lo spettacolo, autoprodotto da Inbilico Teatro in collaborazione con l’Asilo, è andato in scena sabato 3 e domenica 4 febbraio al TIN di Napoli, il Teatro Instabile fondato da Michele Del Grosso. L’elogio della dannazione In scena, nella penombra del palcoscenico del piccolo Teatro Instabile (location perfetta per creare le suggestioni dell’inferno dantesco), solo un grande letto posto al centro e un musicista taciturno ai comandi elettronici. Siamo nell’altro mondo, precisamente all’Inferno: è da qui che comincia un viaggio conosciuto ai più, quello del poeta Dante che, guidato da Virgilio e mosso dalla ricerca di Madonna Conoscenza, intraprenderà un percorso negli abissi della perdizione morale e intellettuale tra le anime del secondo cerchio, quello dei lussuriosi, presieduto dal demone Minosse. Ma quella di Ramona Tripodi e Marco Messina non è una messa in scena della Divina Commedia, né tanto meno un’esaltazione delle virtù umane e dell’amore: al contrario, è un elogio della dannazione che ha come protagonista un Dante insolito ed eccentrico, con cappello e cappotto di pelliccia. Un punto di vista diverso, quello della regista Ramona Tripodi, che pone il focus sulla dannazione dell’anima che brucia per passione (o forse per amore?) o, ancor peggio, per l’assenza di entrambi. Protagonisti di questo amore mancato, non possono che essere loro, Paolo e Francesca, personaggi chiave del V canto dell’Inferno di Dante, condannati ad essere travolti in eterno da una bufera incessante. L’Inferno o Paradiso Mancato di Ramona Tripodi e Marco Messina Ma nel Paradiso Mancato, la pena dei due amanti è forse ancora più terribile di quella inflitta dall’Inferno dantesco: Paolo e Francesca giacciono nello stesso letto, ma l’uno non c’è per l’altra, non si possono vedere né toccare, sentono solo le proprie voci riecheggiare nelle tenebre della casa di Minosse, colui che vede e conosce tutto, il burattinaio infernale che manovra i vivi e i morti. E proprio Dante, vivo tra i morti, è il veicolo attraverso il quale Minosse gioca tra realtà e illusioni, ponendo tutti i personaggi di fronte alla proiezione di se stessi o a ciò che essi credono reale. In questo, anche Beatrice, musa e ispiratrice di Dante, avrà un ruolo centrale: sarà lei a guidare il cammino interiore del Poeta, alla ricerca della verità. L’intera trama è giocata su una doppia vicenda: da un lato Dante, spinto dall’amor cortese per Beatrice, che compie un cammino di redenzione alla ricerca della conoscenza; dall’altro Francesca e Paolo, condannati a scontare la pena per non essere riusciti a resistere alle tentazioni della carne. Il letto posto al centro della scena è la prigione oscura dei due amanti, il luogo in cui si consuma la punizione di Francesca, in preda a una sofferenza senza fine nella quale non può fare a meno di dannarsi […]

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Culturalmente

Commedia dell’arte: storia e peculiarità

La commedia dell’arte: indagine sulla sua storia e sulle sue peculiarità. La commedia dell’arte, o commedia all’italiana, è un genere teatrale molto particolare, che si sviluppò in Italia a partire dal XVI secolo. È una tipologia teatrale definita appunto “particolare” in quanto si contraddistingue per l’assenza di un copione. Gli attori, otto uomini e due donne, basavano la propria interpretazione su un canovaccio (trama) e improvvisavano in scena, seguendo le regole di quella che oggi viene chiamata ‘recitazione a soggetto’. La commedia dell’arte si è sviluppata con successo, fino agli anni della cosiddetta riforma goldoniana, quindi fino alla metà del XVIII secolo. La peculiarità della commedia dell’arte era la forte empatia che si instaurava tra gli attori e il pubblico che assisteva alle rappresentazioni; ogni persona si sentiva rappresentata e al contempo si divertiva a riconoscersi nei personaggi della scena. Quando nasce la Commedia dell’arte La prima volta che viene utilizzata la denominazione “commedia dell’arte” risale al 1750 ne Il teatro comico di Carlo Goldoni. In quest’opera, l’autore descrive quegli attori, professionisti, che recitano riempiendo la scena, usando delle maschere e improvvisando le loro parti ed usa la parola “arte” intesa come vera professione, mestiere, ovvero l’insieme di quanti esercitano tale attività-lavoro. La commedia dell’arte affonda le sue radici nella tradizione dei giullari medievali che, in occasione di ricorrenze o festività, allietavano corti e piazze con farse o barzellette, raccontate ed interpretate da attori solisti, in un modo abbastanza ridicolo e satirico. La funzione scenica degli attori della commedia dell’arte Nella commedia dell’arte, gli attori, oltre a saper recitare, dovevano dimostrare di avere doti in ambito musicale, scenico, acrobatico, affinché la recitazione non fosse un’azione scarna ma ogni personaggio diventasse interprete di una scena. L’arte che scaturisce da questa tipologia teatrale ha una forte funzione scenica, volta a mettere in rapporto, e al tempo stesso contrastare, gli aspetti propri della quotidianità, che sulla scena si susseguono e nei quali chi assiste, si riconosce. Una delle caratteristiche principali di tale commedia è la tipizzazione dei personaggi, ognuno dei quali si esprime mediante un linguaggio dialettale, con la lingua della propria regione di appartenenza; tutto ciò per abolire quella barriera che spesso intercorreva tra attori e pubblico. La commedia dell’arte andrà a sostituire, in Italia, “la commedia colta” per due secoli e si diffonderà rapidamente anche in Europa, influenzando poi altri autori come Molière e Shakespeare, che però indirizzeranno il teatro verso altre direzioni. Molti degli attori della commedia dell’arte si travestivano da Arlecchino, Brighella, Pulcinella, Pantalone, Rugantino, Capitan Fracassa, riscuotendo molto successo alle corti di Londra, di Pietroburgo, di Madrid, di Parigi e di Vienna. Quando recitavano, gli attori si esprimevano con la mimica dell’intero corpo; alcuni di essi erano soliti indossare una maschera che copriva la parte superiore del volto, ma che lasciava libera la bocca. La commedia dell’arte, col passare del tempo, è diventata troppo scontata e ripetitiva, motivo per il quale è stata poi soppiantata da altri generi teatrali, certamente più moderni, e con una serie di elementi fondamentali, […]

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Teatro

Comicissimi fratelli, Gianfranco e Massimiliano Gallo tornano all’Augusteo

Da venerdì 11 gennaio andrà in scena presso il teatro Augusteo di Napoli Comicissimi fratelli, l’esilarante show scritto da Gianfranco Gallo, da cui viene anche interpretato insieme al fratello Massimiliano. Sulla scena i due attori saranno accompagnati da Gianluca di Gennaro, Bianca Gallo, Franco Pinelli, Arduino Speranza e Marco Palmieri. Lo spettacolo rimarrà a teatro fino al 20 gennaio. Comicissimi fratelli all’Augusteo, Gianfranco e Massimiliano Gallo conquistano il teatro Per i due fratelli Gallo non c’è bisogno di presentazione. Entrambi sono attori che vantano nella loro carriera spettacoli, film e commedie spesso molto apprezzate dal grande pubblico. Comicissimi fratelli darà loro l’opportunità di cimentarsi in ruoli e caratteri diversi rispetto a quelli che di solito sono abituati a interpretare nel piccolo schermo. La brutalità e la malinconia vengono messi da parte per lasciare il posto all’interpretazione di personaggi frizzanti, dinamici, esplosivi, in una parola comici, che dominano la scena grazie a spiritosissime gag. La trama è molto semplice: due fratelli attori nello stesso teatro partenopeo, sono tuttavia in cattivi rapporti a causa dell’abbandono del teatro da parte di uno dei due per raggiungere la compagnia teatrale di Eduardo Scarpetta, molto più rinomata e di successo. Questo allontanamento viene visto dall’altro come un vero e proprio tradimento nei confronti del Teatro Tradizionale. Tuttavia, quando uno dei due si troverà in difficoltà a causa della defezione dell’intera compagnia teatrale che doveva mettere in scena la tragedia Francesca da Rimini di Silvio Pellico, l’altro accorrerà in suo aiuto, tra innumerevoli incertezze, e insieme riusciranno a salvare la soirée, tra sketch divertenti e una riproduzione spassosissima della tragedia, che sì riesce a far piangere il pubblico, ma dalle risate. Massimiliano e Gianfranco Gallo si trovano perfettamente a loro agio sul palco, si muovono in una dimensione tagliata a misura per loro. La trama risulta essere in effetti il pretesto per mettere in sequenza una dopo l’altra scenette comiche basate per lo più su giochi di parole, gestualità esagerata ed esilaranti equivoci, tutto espresso con una lingua fluida, vitale, espressionistica come solo il napoletano può essere. E quando alla fine si cerca di ricreare la Francesca da Rimini tutto il pubblico è in deliquio, proprio per l’effetto esageratamente comico che i Massimiliano e Gianfranco riescono a conferire al dramma, il quale viene stritolato e dilaniato, per far posto a qualcosa di ancora più innovativo. Comicissimi fratelli è un’operazione di buonumore prima ancora di essere definita commedia, che miscela insieme più generi ottenendo un effetto esplosivo, divertente, ma soprattutto leggero. Scorre via velocemente, a metà strada tra la tradizione e l’innovazione, tra il passato e il futuro. Fonte foto: gazzettadinapoli.it

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Teatro

Il Gioco dell’Amore e del Caso. Siamo vittime degli eventi o dei sentimenti?

Il Gioco dell’Amore e del Caso sarà in scena al TRAM di Napoli fino al 6 gennaio. La celebre commedia illuminista dell’autore francese Pierre de Marivaux, adattata per il pubblico dal regista Mirko Di Martino, mette in scena i fraintendimenti degli uomini e le ragioni del caso. Sul palco troviamo Antonio Buonanno, reduce dal successo de L’Amica Geniale, nei panni del nobile padre Orgone e Antonella Liguoro, Tommaso Sabia, Alessia Thomas e Gabriele Savarese che interpretano quattro giovani i cui sentimenti vengono stravolti dal caso. Giocare è sinonimo di agire: l’Amore è frutto di un’azione Tutto è pronto in casa del nobile Orgone per l’arrivo del promesso sposo di sua figlia Silvia, il giovane Dorante. La ragazza è però dubbiosa, vuole essere certa di desiderare l’uomo che sposerà e soprattutto di essere desiderata da lui stesso. E così inscena “una commedia delle parti” grazie all’aiuto del padre e della cameriera Lisetta. Sarà Silvia a interpretare il ruolo della cameriera e Lisetta a far finta di essere la padrona di casa. Solo così la giovane promessa sposa potrà capire se Dorante nutre dei sentimenti veri nei suoi confronti e se le sarà fedele per la vita. Ma il gioco si presenterà più fitto di quanto la ragazza possa immaginare. Anche Dorante, infatti, ha chiesto al suo servo di scambiarsi i ruoli e così, appena arrivato in casa dell’amata, dà inizio a una serie di fraintendimenti e comici momenti che avranno fine solo quando si vedrà costretto a confessare i propri sentimenti. Il Gioco dell’Amore e del Caso: quattro giovani in preda all’irrazionalità dell’Amore e guidati da un padre regista Il ruolo di Orgone è fondamentale per la risoluzione del misunderstanding. L’uomo, infatti, è il solo che conosce tutti i fatti. Sa che anche Dorante vuole mettere alla prova Silvia e per questo finge di essere un servo. Potresti fare a meno di parlarmi d’amore. E tu potresti fare a meno di farmi innamorare. Nemmeno la differenza di ceto sociale, di stile e portamento induce i quattro giovani a fuggire dalle grinfie della “fiera dei Sentimenti”. L’Amore è un essere istintivo che combatte la Ragione. I giochi lo divertono ma fino ad un certo punto. I colori pastello e crema degli abiti dei giovani rispecchiano la loro innocenza davanti ai poteri del dio della passione. Per quanto possano armarsi di furbizia e mefistofelici piani, la potenza del dio è così forte da spazzare via ogni loro resistenza. Solo Orgone potrà guidarli attraverso il percorso che gli è stato assegnato. L’uomo, infatti, copre i ruoli di padrone di casa, regista della storia, spettatore divertito e padre premuroso. Ed è proprio questo sua ultima immagine che ci colpisce. L’interpretazione di Buonanno, infatti, va messa a confronto con quella di “padre padrone” che interpreta nella fiction L’Amica Geniale. Le urla di disprezzo e superiorità di genere del cruento uomo napoletano sono qui sostituite da risatine buffe, quasi isteriche e in preda al divertimento masochista. Il senso di protezione che egli nutre nei confronti della figlia è […]

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Teatro

Il senso del dolore di Maurizio de Giovanni al San Ferdinando

Debutta la sera di S. Stefano al teatro San Ferdinando, dove resterà fino al 13 gennaio, lo spettacolo Il senso del dolore, con la regia di Claudio di Palma, trasposizione teatrale del celebre giallo di Maurizio De Giovanni (Einaudi, 2007) appartenente al ciclo del Commissario Ricciardi, il commissario che, muovendosi nella Napoli degli anni ’30, risolve brillantemente i casi lui sottoposti affidandosi a quella che, più che una benedizione, è una vera e propria maledizione, ciò che lui chiama “Il Fatto” e che lo ossessiona fin da quando era bambino: l’abilità di sentire dentro la propria testa – come ossessivamente ripete Claudio Di Palma, che in scena veste i panni del Commissario Ricciardi – le ultime parole dei defunti, ne coglie le espressioni, gli ultimi gesti mentre la vita va via, eppure continua a persistere, nelle parole e nei suoi atti estremi, anche dopo la morte, che altro non è che un velo attraverso il quale un occhio attento può scorgere ciò che nasconde. Il senso del dolore di Maurizio De Giovanni: la dolorosa percezione della persistenza della vita anche dopo la morte Ciò che il Commissario Luigi Alfredo Ricciardi chiama “Il Fatto”, quasi a voler esorcizzare una particolare sensibilità che egli stesso vive come una maledizione, è la netta percezione della persistenza della vita, che si rinnova in continuo nei suoi momenti estremi, anche dopo la morte, lasciando risuonare la sua voce nella testa di chi riesce a squarciare il velo tra i due mondi: non il gioioso prosieguo della vita ultraterrena che aspettano i fedeli, ma il senso del dolore, il presentimento di questo, che continua anche dopo la morte nelle anime che non avranno mai requie. Dolore che il Commissario Ricciardi, testimone sensoriale della persistenza dei defunti, fa proprio e rivive in ogni vittima, in ogni anima che incontra: ne Il senso del dolore, Ricciardi indaga sulla morte del tenore Arnaldo Vezzi, amico del Duce, genio della musica ma uomo detestabile, sgozzato nel suo camerino del Teatro San Carlo mentre si preparava ad andare in scena con lo spettacolo “I Pagliacci” e ritrovato lì, riverso in un lago di sangue, mentre Ricciardi ne ancora l’ultima risata e le ultime note del suo canto. Molti avrebbero avuto più di un movente per uccidere il tenore, come scopre dalle dichiarazioni di Don Pierino, sacerdote appassionato conoscitore dell’opera, degli addetti ai lavori del teatro, del suo agente e della stessa vedova. Molti avrebbero avuto più di un movente, ma nessuno ne avrebbe tratto alcun vantaggio. Sarà proprio “Il Fatto”, maledizione e insieme fondamentale alleato nella risoluzione di ogni caso, unito alla ferma convinzione che ogni azione umana, in particolare quelle delittuose, è spinta dalla fame o dall’amore, a guidare il Commissario Ricciardi verso lo scioglimento del caso, che si presenta agli occhi dello spettatore in tutto il suo realismo, la sua crudezza, il suo dolore che persiste anche in seguito alla risoluzione: dolore del quale Ricciardi non si libera, dolore del quale Ricciardi è schiavo e che vive e rivive dentro […]

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Teatro

Il cielo in una stanza al Piccolo Bellini, la Napoli racchiusa tra quattro mura

Dal 26 dicembre al 6 gennaio,  andrà in scena Il cielo in una stanza al Piccolo Bellini, nuova fatica della compagnia teatrale partenopea Punta Corsara. Scritto e diretto da Emanuele Valenti, l’opera vede al testo la collaborazione di Armando Pirozzi, ed è interpretato da  Giuseppina Cervizzi, Christian Giroso, Sergio Longobardi, Valeria Pollice, Emanuele Valenti, Gianni Vastarella. Lo spettacolo è prodotto da  Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, 369gradi. Il cielo in una stanza al Piccolo Bellini: quando gli alberi sono caduti […]Napule r’ ‘u Priatorio, Napule lapetiate, Napule r’ ‘u scuretorio, Napule ce sta o’ sole[…] Tratto da Napucalisse di Mimmo Borelli Non si perderà qui tempo a parlare della Napoletanità e della sua presunta esistenza, d’altronde non gli concedono alcunché gli autori e gli attori della pièce. Parleremo, molto sommariamente, della vita di un Napoletano posta in condizione di essere in confronto alla vita di qualunque, qualunque altro abitante di una qualsiasi città di questo nostro bel paese. Si discuterà, approfondirà la natura di un uomo quando esso, nonostante tutta la sua buona volontà e predisposizione mentale e culturale alla vita savia, viene spinto, relegato ad uno status primitivo dell’essere. S’osserveranno i riti a cui esso si attiene con precisa ripetizione ogni giorno, sia esso stare attento a non spingere troppo una porta per non vedergli cadere addosso l’intero soffitto o cominciare fermamente a credere in ogni cosa, pure la più stupida, improbabile e, sì, primitiva, pur di poter continuare a campare, pur di poter continuare a trovare un senso in quel suo vivere, in quella sua esistenza che paragonata a quella altrui latita di ogni ragione e logica. Con Il cielo in una stanza al Piccolo Bellini, non ci sarà spettacolo in questi giorni, ma trattato, apologia di una parte onesta di un popolo, confrontata con la sua parte e i suoi istinti peggiori, al fine proprio di dimostrarne la più concreta differenza. Nessuno sarà libero di andarsene finché l’ultima riga non sarà posta sul foglio e la penna posata, ammettendo sempre che sia possibile porre una fine all’infinita storia di un popolo. Seppur sommersi, sconfitti, abbattuti, certi umani sanno trovare in se stessi forze oscure al momento giusto, quasi soprannaturali, per trovare per se stessi una forma di giustizia, di pace, che ad altri può apparire solo come pura follia o grottesca realtà. Questo è il peso dell’eredità di un Napoletano, il quale canta e balla nel momento più nero della sua vita, non perché ci creda chissà poi quanto veramente, ma perché così gli è stato insegnato a fare.

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