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Eroica Fenice

La Tag: teatro contiene 249 articoli

Teatro

“Fortuna” di Alessandro Sesti al TRAM: storia di un ossimoro

Giovedì 17 maggio è andato in scena Fortuna al TRAM, Teatro Ricerca Arte Musica, quinto spettacolo all’interno della rassegna del festival TrentaTram, che prevede undici spettacoli nei quali si esibiscono tutte compagnie under 30. Lo spettacolo è interamente scritto e interpretato da Alessandro Sesti,  accompagnato con la chitarra da Nicola Papapietro; entrambi fanno parte della compagnia umbra SMG. “Fortuna” di Alessandro Sesti al TRAM, omertà e silenzio Chi non ricorda la storia della piccola Fortuna? Stuprata più volte dal compagno della madre, muore a sei anni, uccisa dal mostro che puntualmente usava violenza su di lei e anche sugli altri suoi amichetti. La vicenda è emersa nel 2016, dopo due anni di silenzio e di omertà, due anni in cui tutti sapevano ciò che stava accadendo al Parco Verde di Caivano, ma in cui nessuno osava proferire parola sull’orrore che si stava consumando. Senza alcuna pretesa di condanna, senza la retorica che avrebbe rischiato di rendere finto il messaggio, Alessandro Sesti ci racconta del Parco e dei fantasmi che vi abitano: il giovane extracomunitario ucciso perché pretendeva un contratto di lavoro regolare, Paolina, la signora un po’ ritardata sopravvissuta agli innumerevoli disastri della sua vita, le due signore che stanno sempre al balcone e conoscono i fatti di tutti quanti. Non si sa se siano veri o fittizi questi personaggi e forse non interessa nemmeno tanto: il punto è che rendono verosimile la trama, equilibrando momenti di ironia e momenti di tensione. Proprio le parole che potevano salvare la piccola Fortuna ed Antonio Giglio, suo compagno di disavventure, fluiscono velocemente dalla bocca dell’attore, in un lungo monologo che amalgama ironia, dolore, tensione, tenerezza e rabbia. Tutta la sofferenza viene sputata via, come un male da cui è necessario curarsi in fretta: è l’indifferenza il veleno che rende torbidi gli animi che sono coinvolti nella vicenda, rende belve feroci e assassine non tanto meno di chi ha alzato le mani e se l’è sporcate. Lo spettacolo Fortuna al TRAM manda un messaggio alla coscienza di tutti Singolare è inoltre il fatto che una compagnia non napoletana abbia deciso di scegliere una vicenda nostrana. È un segnale forte e tangibile: non serve essere campani per percepire la disperazione della nostra terra; una disperazione che è estesa anche su tutto il resto dell’Italia. Fortuna al Tram è una rappresentazione contro il silenzio e l’omertà, che non coinvolgono necessariamente gli episodi di violenza domestica, molto spesso considerati meno gravi rispetto ai fatti di mafia; estende il suo discorso a tutto il sistema di favoritismi e di illegalità che avvizzisce tutto il Paese. “Cerchiamo di dare una scossa a questa situazione, nel nostro piccolo, attraverso il teatro” spiegano Alessandro e Nicola alla fine della rappresentazione. È la coscienza di tutti gli spettatori il destinatario vero e proprio di Fortuna, affinché casi come questi divengano a poco a poco una minoranza, per non dover più tenere dentro dei mostri che ci arrovellano lo stomaco e ci mangiano da dentro.  

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Potrebbe avere effetti indesiderati di Rebecca Furfaro e Raimonda Maraviglia al TrentaTram Festival

Quarto appuntamento con il TrentaTram, il primo festival teatrale del Tram (Teatro Ricerca Arte Musica) che porta in scena 11 spettacoli di compagnie under 30 dal 10 al 27 maggio 2018. Domenica 13 maggio è stata la volta di Potrebbe avere effetti indesiderati, una pièce teatrale scritta e diretta da due giovani donne, Rebecca Furfaro e Raimonda Maraviglia, che affronta una problematica umana, troppo umana: il rapporto con l’altro, alla luce dei molteplici io e delle svariate personalità che abitano ciascun individuo. Tutto si svolge nella cornice di una scenografia minima, lo studio di una psicologa (Raimonda Maraviglia) dalla quale si reca la signorina F., una giovane donna piuttosto ‘confusa’ (Rebecca Furfaro). Solo una scrivania divide le due donne, apparentemente sole in quello studio, ma nell’ombra siedono altri quattro personaggi, piuttosto singolari e diversi tra loro. Quella che inizia come una semplice seduta di analisi, si trasforma ben presto in un viaggio che porta all’esplorazione dei meandri più nascosti della mente della signorina F., un percorso al quale prendono parte le diverse personalità che abitano la donna, ma che, ad un’attenta analisi, sono parte integrante della psiche di ciascun essere umano. Potrebbe avere effetti indesiderati di Rebecca Furfaro e Raimonda Maraviglia e l’uguaglianza teatro-vita E se ciascuno di noi fosse abitato da molteplici personalità che la vita ci costringe a reprimere ogni volta che applichiamo etichette e definizioni a noi stessi, indefinibili per natura? Questo ed altri sono gli interrogativi che emergono da uno spettacolo che intende portare sulla scena, attraverso il teatro, la pluridimensionalità della mente dell’essere umano. E per fare ciò, tutte le diverse componenti della personalità della signorina F. prendono vita sulla scena: dal rapporto ossessivo con la madre (personificato da Chiara Cucca), al masochismo nel rapporto con l’altro (Daniele Sannino), passando per il senso di inadeguatezza (Teresa Raiano) e l’effetto Truman show di vivere in un mondo di finzione (Gaetano Balzano). In una realtà che sembra impedire all’individuo di assecondare ciascuna delle personalità che lo compongono, di essere tutto contemporaneamente, l’unica via d’uscita è il teatro, in cui tutte le anime che abitano il meraviglioso mondo della psiche possono assumere concretezza e vivere sulla scena. Uno spettacolo che tocca tematiche di estremo interesse ed offre molti, talvolta troppi, spunti di riflessione, che lo spettatore si affanna a rincorrere, afferrando qua e là i fili di una trama intricata ed eterogenea, così come in modo intricato ed eterogeneo si intrecciano le svariate personalità che ogni giorno si incontrano e si scontrano nella psiche di ogni individuo.

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Teatro

I Miserabili, da Victor Hugo a Luca Doninelli, al Mercadante

I Miserabili di Victor Hugo, grande romanzo storico ambientato a Parigi negli anni successivi alla Restaurazione, va in scena in prima nazionale dal 25 aprile al 6 maggio al Teatro Mercadante di Napoli, nell’adattamento teatrale di Luca Doninelli e con la regia di Franco Però. “Quella di portare I Miserabili sulle tavole di un teatro di prosa è un’impresa temeraria, una sfida per chiunque sia disposto a sopportare un grande insuccesso piuttosto che un successo mediocre. Millecinquecento pagine che appartengono alla storia non solo della letteratura, ma del genere umano. Come l’Odissea, come la Commedia, il Chisciotte o Guerra e Pace.” afferma Luca Doninelli a proposito dell’audace impresa di portare in scena il capolavoro di Victor Hugo, attuale come non mai, com’è proprio di ogni grande classico, nel portare in scena il labile confine tra ciò che è bene e ciò che è male, il divario tra chi ha tutto e chi non ha nulla, tra chi ha il suo ruolo nella società e chi vive ai margini di essa, emarginato, escluso, miserabile. “I Miserabili” di Luca Doninelli, specchio di una società dilaniata dai contrasti Miserabile è chi non riesce ad integrarsi in una società per cui è un reietto, un escluso, un emarginato. Un miserabile non è mai al suo posto, mai al posto giusto, perché non esiste un posto giusto. Miserabile è chi fugge da tutto e da tutti, ma soprattutto da sé stesso. Miserabile è Jean Valjean (Franco Branciaroli), un uomo che ha passato vent’anni in carcere per aver rubato poco più che bambino, in preda ai morsi della fame, una pagnotta. Miserabile è Jean Valjean, che miserabile nell’animo lo è diventato nel corso di vent’anni di lavori forzati, che lo hanno cambiato e reso un uomo diverso. Miserabile è Jean Valjean che, una volta riconquistata la libertà con appiccicata addosso un’etichetta che non gli apparteneva, non ha trovato altra via che il furto, ma un vescovo (Alessandro Albertin), donandogli dell’argento da rivendere, con la sua generosità gratuita lo ha riammesso al mondo. Miserabile è Jean Valjean, che, rinnegato il suo nome ed il bagno penale, costruitosi una nuova identità di sindaco e uomo giusto, vero benefattore, trema tuttavia dinnanzi alla miseria che ben conosce e all’ipotesi che questa possa tornare a perseguitarlo. I Miserabili è una storia di peccato e redenzione, che indaga la miseria insita non soltanto negli stadi più bassi della società di metà ottocento francese, tra galeotti ex-prostitute, accattoni, modelli di strada e studenti squattrinati, ma anche negli stadi più alti. Forse miserabile è il commissario Javert (Francesco Migliaccio) che, dall’alto della sua posizione sociale, guarda con disdegno la miseria umana attorno a sé ossessionato dalla figura di Jean Valjean, ne fa l’emblema della criminalità e, credendolo capace di ogni nefandezza, nella cieca ricerca di giustizia a tutti i costi dedica la sua intera vita alla persecuzione di quest’uomo che, tra mille cambi d’identità, fugge per non dover fare i conti con sé stesso. Miserabile è, forse, chi non crede nella redenzione e […]

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Teatro

La nuova stagione del Teatro Stabile 2018-2019 presentata al Mercadante

Nell’elegantissima cornice del Teatro Mercadante si è tenuta la conferenza stampa per la presentazione della  nuova stagione del Teatro Stabile di Napoli. Il presidente Filippo Patroni Griffi e il direttore artistico Luca De Fusco hanno interagito con pubblico e artisti al fine di illustrare il prossimo ricco tabellone teatrale, all’insegna di proposte che variano dai classici fino ad arrivare ai contemporanei, passando attraverso la danza. I grandi successi del Teatro Stabile di Napoli Il presidente ha espresso con orgoglio la riconferma del primato del Teatro Stabile a Teatro Nazionale, tra i più importanti nel Mezzogiorno d’Italia. In un momento politico davvero difficile, la cultura deve essere la risposta a qualsiasi domanda: “Siamo pronti a valorizzare l’offerta, ricca e diversificata, della nuova stagione teatrale” ha affermato Filippo Patroni Griffi. Nonostante le numerose difficoltà economiche, dettate soprattutto da uno scarso finanziamento della regione, lo Stabile ha saputo destreggiarsi con le proprie risorse e passare dal sedicesimo al sesto posto nella lista dei più importanti teatri italiani. La nuova stagione teatrale non vede protagonisti solo i classici della grande letteratura e del grande teatro, ma si distingue anche e soprattutto per l’impronta napoletana dei suoi spettacoli: ancora una volta è la città la vera protagonista della scena culturale, declinata in tutte le sue diverse sfaccettature. Ma non solo. Il vero tentativo è quello di riuscire a coniugare la realtà cittadina con le realtà esterne. Di conseguenza, importare ed esportare sono termini chiave, volti a instaurare un dialogo ininterrotto tra il fuori e il dentro, tra Napoli e Italia (e addirittura estero!). È dunque necessario mettere in risalto ciò che di positivamente rilevante accade in una città così contraddittoria come Napoli e non scegliere solamente di raccontare gli accadimenti nefasti del presente, come ha affermato lo stesso direttore. Ancora una volta, infatti, il teatro si è confermato tra i migliori per offerta in Campania e in Italia soprattutto. L’orgoglio per un primato così importante come quello del Teatro Stabile è assolutamente lecito se immerso all’interno di una situazione problematica come talvolta può apparire quella della città. Durante la conferenza, inoltre, si sono toccati altri temi importantissimi come quello della scuola teatrale del Mercadante. Nata sotto il segno della famiglia De Filippo, continuerà a operare sul territorio, assicurano Griffi e De Fusco, malgrado le numerose difficoltà. Anche la scelta di inserire nel cartellone spettacoli di danza, settore in lento decadimento in Italia, rappresenta una precisa volontà: quella di gettare un’ancora di salvataggio a un tipo di intrattenimento che predilige le emozioni e non l’intelletto. La programmazione della nuova stagione del Teatro Stabile Il direttore Luca De Fusco ha asserito: “Abbiamo cercato di far coincidere la conferma a Teatro Nazionale con un cartellone particolarmente gioioso. Uso questo termine non perché presentiamo solo spettacoli divertenti: sarebbe contrario alla stessa filosofia di un teatro pubblico. La gioia di cui parlo è quella dell’amore per il teatro, perché in questa stagione non c’è genere teatrale o linguaggio scenico che venga trascurata“. Al Mercadante: 24 ottobre-11 novembre 2018 : Salomé di Oscar Wilde, […]

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Teatro

Al Pacone, un avarissimo boss al TRAM

Al Pacone, una rilettura di Molière Massimo Maraviglia ritorna al Teatro TRAM fino al 22 aprile. Dopo lo Strafaust, il regista napoletano scrive e dirige a modo suo un’altra figura celeberrima dell’immaginario collettivo artistico e figurativo. Se nella precedente elaborazione era stata la volta di Faust e Mefistofele, stavolta è l’Avaro di Molière a subire una trasposizione. Il personaggio del vecchio avaro è una figura estremamente ricorrente nella storia del teatro classico. Fu Plauto a darne una prima elaborazione con Euclione nella sua Aulularia, ispirando proprio Molière secoli dopo. Un personaggio che, con i suoi vizi, offre lo spunto per numerose situazioni comiche, ma che spesso è stato il pretesto per analizzare tematiche più complesse. Quegli avari avevano però un rapporto molto infantile con il denaro. Euclione e Arpagone sono semplicemente ossessionati dal timore di essere derubati. Entrambi, compenetrati nella loro ossessione, non possono danneggiare nessuno. Al più fanno fanno sorridere, che è questo lo scopo semplicistico della commedia. Avarissimo boss Così si giunge alla rilettura di Massimo Maraviglia. Arpagone diventa Al Pacone, che non è solo una rima ma anche un’assonanza di Al Capone, celeberrimo gangster americano. Un simbolo, suo malgrado, della mafia newyorchese del primo dopoguerra. Idolatrato anche da personaggi che con la mafia non hanno mai avuto niente  a che fare, al punto da divenire il protagonista di film e romanzi. Proprio questo è il presupposto sul quale si basa l’intera vicenda. Il ruolo dell’avaro viene preso da un boss. Due figure che sembrano apparentemente simili ma che in realtà presentano numerose differenze. L’avaro ha un rapporto compulsivo ma egoistico con il denaro, pensa solo a come e quanto arricchirsi. L’avarizia dei boss prende invece il sopravvento su tutto quello che gira intorno. E così la sete di denaro di Al Pacone si scatena su tutta la sua famiglia e diviene il fulcro dello spettacolo. Al Pacone (Antonio Torino) è un personaggio che sente l’influenza dei classici avari del teatro ma che riesce a vivere di vita propria. Di Plauto si sente senz’altro l’influsso della commedia degli equivoci. Il malinteso tra il boss e il proprio figlio Geruzzo (Giovanni Scotti) sul matrimonio con Gloriosa Assunta (Alessandra Sass0) diverte e commuove allo stesso tempo. Come in Molière, quello dell’avarizia è solo un pretesto per approfondire altre tematiche. Molière e Plauto rivivono in Al Palcone Estremamente riuscita è infatti la scelta di trasporre la figura di Arpagone in un boss criminale. Al Pacone ridicolizza tutte quelle figure del crimine che al giorno d’oggi televisione e cinema mettono in risalto. Personaggi che, per definizione, dovrebbero essere anti-eroi e che invece vengono trattati all’esatto opposto. La parlata a tratti incomprensibile e il costume popolare completano poi la maschera più riuscita della messinscena, quella interpretata da Antonio Torino. Al Pacone è anche un antidoto contro tutta questa serietà e importanza che viene data a determinate figure. La compagnia Asylum Anteatro ai Vergini continua così una duplice e proficua collaborazione, non solo con Massimo Maraviglia, cui va dato atto di aver riletto in maniera estremamente originale […]

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Teatro

Teatro in pillole all’Hart: giochi teatrali con Pirandello

Ritorna presso l’Hart l’appuntamento mensile di Teatro in Pillole, ideato e diretto da Stefania Russo. Il format, alla sua quarta edizione, vede cambiare la sua location e il suo tema di volta in volta. Giovedì 12 aprile è stato scelto come topic quello del Così è se vi pare, tratto da una famosissima commedia di Luigi Pirandello. Ospiti speciali Gabriella Cerino, direttrice del teatro Diana, e il pittore Massimiliano Mirabella, autore a fine serata di un vero e proprio tableau vivant. Teatro in pillole all’Hart, la verità pirandelliana In un’atmosfera molto informale, va in scena un vero e proprio contest teatrale: si sfidano tre attori amatoriali e tre attori professionisti e sarà poi il pubblico a decidere il vincitore di entrambe  le categorie. Tra un piatto di pasta e un bicchiere di vino si è assistito, comodamente seduti sulle poltrone del teatro, alla sfida a colpi di battute, intervallata dal commosso monologo sulla solitudine delle donne di Gabriella Cerino. Teatro in pillole all’Hart, attori amatoriali sfidano attori professionisti Per la categoria amatoriali Stefania Ciancio e Paolo Amodio hanno interpretato una coppia in crisi nella quale non si capisce bene chi sia la vittima e chi il carnefice; Paolo Alfaro ha portato sulla scena un monologo di Checov molto intenso sui danni del tabagismo, che in realtà si presenta più come pretesto per esprimere tutta la sofferenza dell’autore russo e la sua voglia di scappare lontano; Mariangela Saggese e Ivan Valentinelli sono stati invece due neo sposini all’apparenza molto innamorati. Per la categoria professionisti, invece, la spassosissima scenetta del Mago Sasà, prestigiatore e ventriloquo ha dato un tocco di leggerezza alla serata; a seguire Marcello Cozzolino con il suo racconto di com’è morto infilandosi un calzino. Infine, Paolo Gentile nel ruolo di un attore pronto a sacrificare tutto per ottenere fama, dimenticandosi tuttavia delle cose più essenziali. Come se si ritrovassero dopo molto tempo e decidessero di passare la serata a giocare al gioco da bambini “facciamo che io ero”, di volta in volta i personaggi hanno regalato performance diverse unite dal  fil rouge pirandelliano della verità sfuggente. Le scenette, infatti, erano accomunate dal fatto che lo spettatore pensasse che ciò che veniva inscenato non avesse segreti o seconde interpretazioni. In realtà, tutto era velato dalla sottile patina dell’apparenza e sotto sotto, andando a scavare nel profondo, la verità era altra da quella puramente estetica. Come insegna il caro Pirandello, non può esistere un’unica interpretazione del contingente, questa deve essere invece plurima, molteplice, cangiante. È una, nessuna e centomila. Teatro in pillole all’Hart, ma non solo Sono previste in tutto 10 cene-spettacolo alla fine delle quali i vincitori di ciascuna serata si sfideranno per il superamento della prova finale e il conseguimento del super premio. Per ulteriori informazioni sugli spettacoli visitate la pagina Facebook del gruppo Teatro in pillole.        

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La paranza dei bambini al Teatro Trianon Viviani

« E ti pare che io mi metto paura di un bambino come te? Io per diventare bambino c’ho messo dieci anni, per spararti in faccia ci metto un secondo. » Saviano e Gelardi con La paranza dei bambini al Trianon Dopo la felice esperienza di Gomorra, Roberto Saviano e Mario Gelardi tornano con un nuovo progetto teatrale. La paranza dei bambini sarà in scena al Trianon fino al 9 aprile. Un ritorno attesissimo a Napoli dopo il brillante debutto al Nuovo Teatro Sanità degli scorsi mesi. Tra le menti partenopee più brillanti partorite negli ultimi anni, il duo continua così una proficua collaborazione. Lo scenario è ancora una volta la loro città natale, sempre ricca di contraddizioni e così adatta con i suoi luoghi a subire analisi e trasposizioni artistiche. La paranza dei bambini si ispira all’omonimo romanzo di Saviano, pubblicato nel 2016,prima opera completamente di finzione dell’autore partenopeo. Il progetto teatrale narra la controversa ascesa di un giovane gruppo criminale verso il potere. Un successo apparentemente inarrestabile, a metà tra la tragedia shakespeariana e il buio dei fumetti di Frank Miller. Saviano e Gelardi ci portano direttamente in medias res. Dei personaggi si sanno poche e frammentate informazioni. Il leader della paranza, Nicolas (Riccardo Ceccarelli), detto Maraja, è probabilmente un universitario, accecato dal potere e dai soldi facili del crimine. Anche degli altri componenti, nulla farebbe pensare a famiglie disagiate. Una scelta stilistica evidentemente in contrapposizione con il romanzo. La paranza viene dal mare Lollipop, Dentino, Drone, Dumbo. Quindicenni dai soprannomi innocui, con le scarpe firmate e il nome delle ragazze tatuato sulla pelle. La paranza non ha paura di niente, né del domani né della morte. Questi adolescenti sanno che bisogna giocare sul rischio, puntando tutto e subito. Guidati dal capo Nicolas Fiorillo, imparano a sparare con le pistole semiautomatiche e gli AK-47. Seminano il terrore per le vie del centro di Napoli. A poco a poco prendono il controllo dei quartieri. Stringono alleanze con i vecchi boss in declino e distruggono le paranze avversarie. Gestiscono piazze di spaccio che fatturano migliaia di euro. Una pesca a strascico che non tiene conto di niente e nessuno. Non a caso “paranza”, che in gergo camorristico indica un gruppo criminale, è un termine di origine marinaresca.  Le “Paranze” sono infatti le piccole imbarcazioni che con le reti pescano pesci per la frittura. Questi giovani sono corvi neri, senza scrupoli, violenti nelle parole ma soprattutto nei fatti. Saviano e Gelardi sono abili a fotografarli in un momento chiave, quello della crescita, il passaggio ancestrale dall’infanzia all’età adulta. Un’ascesa irrefrenabile, una sete di potere che finirà per inghiottire Nicolas in un accostamento ideale con Riccardo III. Il sangue bagna Napoli La paranza dei bambini è un dramma puro. Davvero sorprendente è  la resa teatrale del testo di Saviano. Un’opera che incredibilmente appare più profonda se vissuta a teatro. Assistere infatti alle interpretazioni degli attori in scena è godimento puro. Non si può non evidenziare la prova di Riccardo Ciccarelli, il giovane attore partenopeo merita una citazione […]

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“Per strada”, Francesco Brandi rilegge Kerouac al Piccolo Bellini

Il copioso incedere della neve. Le auto si fermano, le ruote arrancano, le catene inciampano. Due sconosciuti si incontrano. E sotto la tormenta riusciranno, forse per la prima volta, a mettere a nudo i loro drammi, quelli di una generazione drammaticamente povera di identità. Questa è la storia raccontata da “Per strada“, spettacolo che segna il debutto alla regia di Raphael Tobia Vogel, e che ieri ha catalizzato l’attenzione degli spettacoli del Piccolo Bellini. Il testo di Francesco Brandi, che vede lui stesso e Francesco Sferrazza Papa protagonisti, si focalizza sulle vicende di due personaggi apparentemente antitetici, Paul e Jack, ma soprattutto sui disagi, i timori e le paure dei trentenni di oggi. Tra riso e dramma, tra tensione e innocenti battute, la strada che i due percorrono è una sorta di tapis roulant emotivo. Esausti nella loro immobilità, i due rappresentano classi sociali diverse ma che condividono l’incapacità cronica di affrontare la realtà secondo le proprie esigenze, di assecondare il proprio sentire. Jack, il cui unico amico è un cane di pezza, biasima per la sua situazione e per le ansie che lo assalgono il padre fedifrago e poi la compagna, mentre Paul è incatenato nei ranghi di una perfezione apparente che cela rapporti forzati e insoddisfacenti. Il tentativo di suicidio del primo e il matrimonio alle porte per il secondo non sono altro che la firma, la pietra tombale che può finalmente suggellare la loro sconfitta. “Per strada”: non c’è Kerouac ma Francesco Brandi So let it out and let it in, hey Jude, begin, You’re waiting for someone to perform with. And don’t you know that it’s just you, hey Jude? You’ll do, the movement you need is on your shoulder. Nessuna danza, nessun pazzo da seguire, nessuna luce abbagliante ad illuminare la notte, né fuoco d’artificio da guardare con stupore. Le strade di Francesco Brandi non sono più quelle di Kerouac. Ridotte ai minimi termini le emozioni, enfatizzate allo stremo le apparenze, tutto ciò che rimane è un cumulo enorme di noia. Noia da cui Jack e Paul sapranno evadere solo invertendo i ruoli, mettendosi l’uno nei panni dell’altro. Lo spettacolo, che sarà in scena fino a domenica 8 aprile, alterna note comiche e tragiche, ed è ben realizzato sotto tutti i punti di vista. Le installazioni hanno offerto un forte senso di immersività e profondità alla scena, contribuendo alla creazione di un’atmosfera dal forte impatto emozionale, che accompagna lo scorrere degli eventi, insieme ad un timer che di tanto in tanto appare sullo sfondo, scandendo il ritmo di quelle vite intrappolate in una noia paralizzante. Di grande spessore le interpretazioni dei due attori, calati in ruoli di non poca difficoltà, che riescono a coinvolgere il pubblico in una perfetta sincronia emotiva con i personaggi, seminando dietro di sè diversi ed interessanti spunti di riflessione. Consigliato.

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Teatro

Il caso Malaussène con Daniel Pennac in scena al MANN

Nella splendida sala della Meridiana all’interno del MANN -Museo Archeologico Nazionale di Napoli – domenica 25 marzo è andato in scena lo spettacolo Il caso Malaussène. Mi hanno incastrato ideato e scritto da Daniel Pennac. Sul palco lo vediamo assieme a Massimiliano Barbini e Pako Ioffredo. Lo spettacolo fa parte del FestivalMann. Muse al museo, nella sua seconda edizione, che in 8 giorni dal 21 al 28 marzo, vede radunati più di 100 importantissimi ospiti facenti parte del mondo dello spettacolo e della musica. Lo scrittore ha guadagnato la fama internazionale grazie al clamoroso successo de Il paradiso degli orchi e La fata carabina, facenti parte della saga che vede protagonisti i membri della famiglia Malaussène, il cui seguito è stato tuttavia a lungo sospeso. Lo spettacolo è stato tratto dall’omonimo libro, pubblicato da Feltrinelli nel 2017. Il caso Malaussène: dalla narrazione alla scena Il palcoscenico presenta una scena scarna, arredata da pochi elementi che di volta in volta saranno utilizzati dagli attori durante l’evolversi della vicenda, per creare ambienti diversi aiutati anche da un pizzico di fantasia. La storia, raccontata attraverso il reading teatrale, viene suddivisa in singole, spassosissime, scene il cui inizio viene sancito da un sonoro ciak, proprio come nei film. Si entra subito nel vivo della narrazione, che vede protagonista George Lapietà, ex ministro e uomo d’affari, e il suo rapimento, avvenuto mentre si recava in banca a ritirare un assegno ottenuto chiudendo tutte le filiali del gruppo LAVA e licenziandone tutti i dipendenti. Prima in un salotto, poi in una macchina, infine seduti ai tavolini di un bar, Pennac e i suoi ripercorrono brevemente il giallo della scomparsa, facendo solamente un brevissimo accenno ai componenti della famiglia Malaussène, ma regalando una performance gustosissima e contraddistinta da risate a denti stretti, suscitate dall’humor e l’ironia che sono cifra del suo stile. Il caso è tuttavia irrisolto nel reading, quasi un’esortazione e leggere per intero il romanzo e a trovarvi le risposte che la piece sembra non essere in grado di fornire. Un po’ in italiano, un po’ in francese, la performance assume sin a subito i connotati di un gioco tra vecchi amici a cui il pubblico assiste tra il divertito e l’incuriosito, ma silenzioso, come quando ci si vuole nascondere da qualcuno per non far notare la propria presenza. Si respira un clima intimo, di cordialità, anche a fine spettacolo, quando Pennac, Barbini e Ioffredo assicurano del fatto che sì, sanno che il pubblico è lì e si rivolgono direttamente ad esso. Viene raccontato quindi un aneddoto che riguarda un giovanissimo Pennac, scolaro poco diligente, che trova la sua strada e la sua passione attraverso la letteratura e “l’amicizia” con Vladimir Nabokov, il quale gli impartisce una lezione sull’importanza de l’azard, il caso, in letteratura. Umorismo francese e divertimento assicurato.

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Ora di pranzo di Giulia Lombezzi: l’io, l’altro e l’incomunicabilità

Dal 23 al 25 marzo in scena alla Sala Ichòs – Teatro di drammaturgia moderna e di ricerca, di San Giovanni a Teduccio, nella zona orientale di Napoli, il tema dell’incomunicabilità e della difficoltà delle relazioni interpersonali in Ora di pranzo di Giulia Lombezzi, con la regia di Pietro Juliano. Una famiglia qualunque si ricongiunge a tavola ogni giorno, ad ora di pranzo, in un momento di convivialità tradizionalmente dedicato al dialogo, alla comunicazione ed al reciproco confronto. Ma ogni aspettativa è subito delusa. Prigionieri dei propri mondi ed egoismi personali, ciascuno dei membri della famiglia volge le spalle all’altro, intorno ad un tavolo sul quale incombe la presenza costante del gatto di famiglia, immobile spettatore del turbine di deliri e fraintendimenti che intorno a lui prendono vita. Sulle tre sedie, un padre distratto (Giuseppe Giannelli), assorbito dal lavoro e dai social network, una madre stanca e insoddisfatta (Teresa Addeo), una figlia ribelle (Angela Rosa D’Auria) che continuamente interferisce nel rapporto tra i genitori. A completare il quadro, una nonna affetta da demenza senile (Cinzia Annunziata), che rimbalza da una parte all’altra della scena, mettendo a dura prova l’equilibrio psichico già precario dei membri della famiglia. Ora di pranzo di Giulia Lombezzi: egoismi quotidiani di un microcosmo familiare Impossibile qualsiasi tipo di comunicazione: domande senza risposte, accuse reciproche, telefoni che squillano ed il mondo esterno che irrompe prepotentemente in una sala da pranzo in cui delle persone si ritrovano sedute intorno ad un tavolo contemporaneamente, ma non insieme. La giovane drammaturga Giulia Lombezzi affronta un tema da sempre centrale nella riflessione letteraria e drammaturgica, eppure sempre di grandissima attualità, quello della mancanza di comunicazione e della tendenza all’isolamento, riflesso di una società sempre più schiava dei propri bisogni personali ed incapace di ascolto ed apertura verso l’altro. E lo fa osservando, con estrema lucidità e momenti di spontanea comicità, una delle situazioni più comuni ed usuali della quotidianità di ciascuna famiglia, attraverso il buco della serratura di una casa qualunque, in cui, come un ciclo che continuamente si ripete, equilibri e dinamiche interpersonali si infrangono e si ricompongono ogni ora, ogni giorno. Ora di pranzo rappresenta, mediante un rituale semplice come quello dell’ora di pranzo in famiglia, quei muri che ogni giorno ciascun individuo costruisce intorno a sé, seppure inconsciamente, ponendo se stesso al centro del mondo e perdendo la percezione di tutto ciò che c’è intorno. Ed il microcosmo familiare non è altro che una cartina di tornasole che rivela in piccolo una tendenza costante della società attuale, ulteriormente acuita e stigmatizzata dall’avvento dei social network. Proprio come un cerchio che sembra chiudersi, ma sempre si riapre, lo spettacolo si conclude con la ripresa di una domanda che, durante le battute iniziali, la figlia pone al padre sul significato del termine lapalissiano. Un quesito che resta lì, sospeso a mezz’aria, e chiude momentaneamente il turbine degli eventi, ma per il quale è impossibile dire se arriverà mai una risposta.

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