Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La Tag: teatro contiene 39 articoli

Teatro

Finir en beauté: un percorso tra le macerie dell’esistenza in Sala Assoli

Dopo la rivelazione al Festival di Avignone nel 2015, arriva al Napoli Teatro Festival, in scena il 25 ed il 26 giugno in Sala Assoli, Finir en beauté: un percorso introspettivo tra le macerie dell’esistenza. Protagonista assoluto Mohamed El Khatib, attore francese di origini marocchine, che in circa 50 minuti è riuscito a portare il pubblico in un vortice di emozioni, sensazioni, voglia di ricostruire e, soprattutto, di ricominciare. Spettacolo interamente in francese con sopratitoli in italiano, realizzato con la collaborazione de ”La Francia in scena” e con il sostegno dell’Institut Français e della Fondazione Nuovi Mecenati. Finir en beauté: ricerca interiore tra teatro e sociologia Un percorso, quello dell’artista, che dura da molti anni. Un percorso fatto di ricerche tra teatro e sociologia, in cui lui si immerge e cerca di far rientrare anche aspetti personali. Egli, per questo spettacolo, analizza i movimenti e le azioni della sua famiglia in un determinato momento della loro vita (la morte della madre) e cerca di mettere in scena ogni piccola sfumatura. Dalla voce registrata della madre sul letto di un ospedale, alle sentenze dei medici fino alle condoglianze dei parenti intervenuti al funerale della defunta. Una riflessione interiore che porta alla conoscenza dei tratti più crudi e mai banali della nostra esistenza. Ogni discorso, ogni frase, ogni parola detta in un determinato momento, il significato che vi è dietro ognuna di esse e tutto ciò che possono trasmettere all’altro. L’attenzione che vi è nel dirle, ma allo stesso tempo la potenza con la quale arrivano; tutti questi piccoli dettagli che arricchiscono l’azione e la rendono parte integrante di un processo personale e, allo stesso tempo, condiviso. Finir en beauté è uno spettacolo intrinseco di emozioni in cui ogni spettatore può sentire, capire e, interiormente, commuoversi. ”Mi sento colpevole di averlo detto? Non penso.” Un’effettiva esplorazione del dialogo che parte dalla parola maceria e si collega a ciò che resta di una madre e di un figlio dopo un evento così definitivo come la morte. La ricostruzione dalle macerie di una storia, di scenari, di un rapporto inserito contemporaneamente nella ricostruzione di una lingua madre (l’arabo), della scrittura teatrale e di ogni piccola sfumatura dietro i significati delle parole. Finir en beauté è lo sviluppo di una scrittura intima, secondo l’attore, che tenta di esplorare i modi differenti di esposizione anti-spettacolari. Ma è stato proprio durante la sua ricerca che qualcosa è andato storto poiché mentre lui, nel lontano 2012, realizzava queste analisi registrando la voce della madre per uno scopo linguistico nel tentativo di comprendere il passaggio dall’arabo alla lingua teatrale, il decesso di quest’ultima ha completamente stravolto le intenzioni del lavoro artistico di El Khatib, creandone così uno degli spettacoli più intensi ed emotivamente forti del panorama artistico internazionale.

... continua la lettura
Teatro

Franco Mastrogiovanni, il maestro più alto del mondo

La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere. Franco Basaglia, Che cos’è la Psichiatria, 1967   31 luglio 2009, Pollica, comune di Salerno, 2338 abitanti.  Franco Mastrogiovanni, maestro elementare, viene sorpreso a guidare oltre i limiti di velocità. Un reato che segnerà l’inizio della fine per uno come lui. I carabinieri non bastano per uno come lui. Animato da idealismo e anarchia è considerato pericoloso uno come lui. Il sindaco di Pollica riterrà necessario un TSO per uno come lui. Addirittura si ricorrerà alla contenzione per uno come lui. Lacci ai polsi e alle caviglie per uno come lui. Ottantasette ore senza cibo e acqua per uno come lui.  4 agosto 2009, ospedale di San Luca, Vallo della Lucania Franco Mastrogiovanni, maestro elementare, viene sorpreso morto. La contenzione, per uno come lui, supera la vita e da morto resta legato per altre sei ore, prima che i medici si accorgano che il suo cuore ha smesso di battere. Ucciso dall’indifferenza dei camici bianchi prima, da un edema polmonare poi. Un edema da cui poteva essere salvato. Certo, se non fosse stato costretto al letto della follia. Respira – diciamo alle persone in difficoltà – l’aria è vita. Quell’aria che avrebbe potuto inspirare meglio, col solo essere seduto. Respira, l’aria è vita. Le ultime ore di Franco Mastrogiovanni in un lager psichiatrico Un quadrato nero, grate di legno e un uomo al centro. Un allarmismo rompe il silenzio: carabinieri, guarda costiera e sindaco stanno inseguendo un soggetto pericolosissimo, un mite maestro elementare che la sera prima ha guidato con eccesso di velocità. Un eccesso che l’uomo cilentano, che i suoi alunni, in omaggio ai suoi 193 cm d’altezza chiamavano il maestro più alto del mondo, paga con un TSO, trattamento sanitario obbligatorio che, come tutto ciò che deriva da un obbligo, è uno strumento esposto per natura ad abusi. Contenzione e nessuno che raccolga la sua disperata voglia di libertà. Queste sono le coordinate in cui si consumano le ultime ore di Franco Mastrogiovanni, raccontate nello spettacolo Il maestro più alto del mondo. Morte di un matto, in scena ieri alla Galleria Toledo (per la rassegna Napoli Teatro Festival), scritto e diretto da Mirko Di Martino, che, con occhio cinico e sarcastico, indaga il difficile rapporto tra cura e detenzione, salute e follia, e interpretato da Orazio Cerino.  Una storia che, inevitabilmente, conduce il pensiero a Stefano Cucchi e che, ancora più inevitabilmente, getta ombra e dubbi sulla sicurezza di cui si fa portavoce lo Stato. Uno Stato che prima fa danni e poi pretende di giudicarli e di distribuire assoluzioni e condanne. Uno Stato in cui la diversità è considerata follia e la follia un pericolo da tenere a bada. Tenere […]

... continua la lettura
Teatro

Filippo Giardina chiude la stagione di Stand Up Comedy al Kestè

Sarà Filippo Giardina a chiudere la rassegna annuale di Stand Up Comedy del Kestè, domenica 9 giugno, salendo sul palco con il laboratorio di “Stand up Comedy Napoli”, nato a novembre 2018 e già diventato una realtà solida che sta scovando i migliori talenti partenopei da far esibire sul palco di Abbash, l’hub culturale del centro antico di Napoli, ormai punto di riferimento italiano per la Stand Up Comedy. Vincenzo De Luca Bossa insieme al fondatore del Kestè Fabrizio Caliendo e a Luciano Labrano ha dato vita a una stagione unica nelle viscere del Kestè, in quel luogo chiamato Abbash, per l’appunto,  che è un unicum per la produzione artistica, le mostre, la musica e la sperimentazione. Il nuovo hub culturale ha prodotto una stagione densa di ogni tipo di eventi. C’è stato spazio per la musica dal vivo, per il teatro, per le mostre, per i dibattiti culturali, per le presentazioni di libri e dischi, per la sperimentazione e tanto altro, ma su tutto lo spazio underground del centro storico di Napoli si è contraddistinto per essere divenuto la casa della Stand Up Comedy. Così il Kestè ha deciso di dedicare proprio alla Stand Up Comedy la chiusura di questa prima, importante e densa stagione artistica. «Nel momento che io mi stavo buttando dal decimo piano di un palazzo per suicidarmi, è passato un uccello, mi ha preso e mi ha riportato a terra.» È così che Filippo Giardina ci ha descritto il suo percorso comico. Prima di diventare cibo per vermi, Filippo avrebbe dovuto lasciare il segno, e ci è riuscito egregiamente, divenendo il padre fondatore della Stand Up Comedy in Italia. Il suo ultimo spettacolo “Lo ha già detto Gesù” ha attualmente superato le quaranta repliche toccando una trentina di città, registrando Sold Out, tra gli altri, al Teatro Sala Umberto di Roma, al Teatro Fontana di Milano, Teatro A L’avogaria di Venezia e al Teatro della Tosse di Genova. A giugno è in tour con lo spettacolo a Caserta, Bari, Trapani, Palermo, Milano, Brescia e Roma. Eroica Fenice ha avuto il piacere e l’onore di scambiare due chiacchiere con questo big della comicità italiana in occasione dell’appuntamento con la Stand Up Comedy di domenica 9 giugno. Il binomio Napoli/Stand Up Comedy “Toda joia… toda munnezza” a parte, quest’anno sono successe un sacco di cose belle a Napoli. Per la precisione, in un “posto magico”. È così che Filippo Giardina definisce il Kestè durante l’intervista. L’avventura nel mondo della Stand Up Comedy al Kestè inizia quattro anni fa, con le prime serate in sala San Gennaro, con Maurizio Capuano e il collettivo napoletano “Satirarum”. Negli anni, il Kestè si è impegnato a portare a Napoli quasi tutti gli artisti della scena nazionale, alcuni addirittura per la prima volta al Sud Italia. Il primo è stato Filippo Giardina, il fondatore di “Satiriasi”, con tutto il gruppo allora ancora unito. Proprio dopo un ennesimo spettacolo di Filippo Giardina organizzato dal Kestè al Maschio Angioino a luglio 2018, nasce il […]

... continua la lettura
Recensioni

Shakespeare amore mio: in viaggio nell’umanità di Shakespeare con Maximilian Nisi

Shakespeare amore mio: lo spettacolo di Maximilian Nisi che mette in scena l’umanità dei personaggi shakespeariani Con “Shakespeare amore mio”, interpretato dall’attore Maximilian Nisi, si è conclusa la rassegna “Tutto il mondo è palcoscenico” diretta da Gianmarco Cesario e ambientata nel suggestivo scenario del Succorpo Vanvitelliano della Basilica della Santissima Annunziata Maggiore di Napoli. La rassegna teatrale, ormai giunta alla sua quarta edizione, è un omaggio all’opera di William Shakespeare e alla sua così moderna capacità di scandagliare l’animo umano e i controversi sentimenti che lo dominano. Accompagnata dalle dolcissime note dell’arpa del maestro Gianluca Rovinello, l’emozionante voce di Nisi ci conduce per mano in un viaggio dentro i dubbi esistenziali e le travolgenti emozioni dell’animo umano. Su uno sfondo di immobili e geometriche simmetrie, prendono vita alcuni degli umanissimi drammi nati dal genio del drammaturgo inglese. Ma ad essere messi in scena non sono semplicemente i personaggi shakespeariani bensì le loro personalità, i desideri che animano le loro azioni, i drammi e i dubbi che turbano le loro coscienze. Attraverso le parole di Romeo, Amleto, Otello, Macbeth, Riccardo II e Marco Antonio, Nisi dà corpo alle loro molteplici e complesse psicologie, invitando lo spettatore a guardare nel fondo di esse. È, dunque, un percorso intimista quello proposto da Nisi, un viaggio nel poliedrico universo umano che ripercorre le “sette età della vita” e mette a nudo i più contrastanti stati dell’animo che turbano ciascuna di esse. Così sulla scena si susseguono la passione prima sublime e poi disperata di Romeo, l’esasperata ricerca della verità assoluta di Amleto, la sincerità e l’autenticità di Otello, che nutre la sua ossessione per la verità e ne arma la mano, la manipolatrice ambizione di Marco Antonio, che indossa il velo dell’affettuoso cordoglio. Ogni personaggio è uno specchio attraverso il quale lo spettatore riscopre se stesso, le sue ansie, le sue aspirazioni, i suoi sentimenti più vili e più umani. “Shakespeare amore mio” di Maximilian Nisi: una dichiarazione d’amore al grande bardo Nel dettaglio, lo spettacolo ha previsto estratti dalle opere: ‘Come vi piace’ – Atto II, Scena 7 ‘Romeo e Giulietta’ – Atto I, Scena 4 Atto II, Scena 2 – Atto III, Scena 3 ‘Amleto’ – Atto I, Scena 2 – Atto II, Scena 2 – Atto III, Scena 1 ‘Otello’ – Atto I, Scena 3 ‘Macbeth’ – Atto V, Scene 3 – 5 ‘Sonetti’ – LXVI LV CX ‘Sogno di una notte di mezza estate’ – Atto II, Scena 1 ‘Riccardo II’ – Atto IV, Scena 1 ‘Giulio Cesare’ – Atto III, Scena 2 ‘La tempesta’ – Atto V, Scena 1 ‘Sonetto CXXII’. Ne viene fuori un’appassionata celebrazione del genio di Shakespeare e della sua capacità di raccontare l’essere umano. La maestria del bardo nell’indagare la psiche umana e descriverne le infinite sfaccettature appare, nell’interpretazione di Nisi, in tutta la sua sorprendente contemporaneità. I personaggi portati in scena da Nisi si mostrano in tutta la loro umanità, così uguale alla nostra così come l’aveva immaginata Shakespeare più di 400 anni fa. Immagine: Ufficio stampa

... continua la lettura
Teatro

Storie d’Amore e Morte al Parco Virgiliano

Il 25 maggio si è tenuta la visita storica teatralizzata notturna del parco Virgiliano, dove gli spettri di donn’Anna Carafa e della regina Giovanna II hanno svelato le verità circa le loro storie d’Amore e Morte, lasciando agli spettatori, come da tradizione, i numeri legati alla loro apparizione. Una serata tenebrosa, in un posto solitario e suggestivo, dai contorni ridisegnati dal maltempo. In un luogo che ha assunto sembianze davvero oscure grazie alle narrazioni appassionate della storica Laura Miriello e alle talentuose interpretazioni dell’attrice Adelaide Oliano. A tu per tu con gli spiriti della collina maledetta di Posillipo: Storie d’Amore e Morte Napoli. Ci troviamo a strapiombo sul mare nella zona collinare di Posillipo, nome che deriva dal latino Pausillypon, “luogo di pace e di ritrovo”. (Certo, come no!) Siamo immersi in questa macchia mediterranea, mentre in cielo i colori si espandono, il sole viene inghiottito dal mare e, improvvisamente, comincia a piovere. Come a volerci avvisare di stringerci gli uni con gli altri sotto i nostri piccoli ombrelli. Come a volerci suggerire di stare più vicini tra noi lungo i viali del Parco Virgiliano, nel quale ci stiamo addentrando. Pare che di notte, infatti, dalle acque partenopee emerga, da secoli, una folla di spiriti inquieti con il loro bagaglio di storie d’Amore e Morte, per infestare il dedalo di sentieri di questo posto. Siamo, appunto, nel quartiere di Napoli in cui sono avvenuti più suicidi e più omicidi che non hanno una soluzione. È chiaro che c’è qualcosa che non va con il nome di “Pausillypon”, spiega Laura Miriello, dal momento che i luoghi meravigliosi di questa collina, anziché calmare l’anima, sembra che, in qualche maniera, occultassero da moltissimi secoli coloro che ci abitano in un alone di depressione e tristezza, tanto da spingerli persino a suicidarsi, dopo essere stati travolti da una valanga di sfortune e disastri personali. Il cantante napoletano Liberato, di questa situazione, ne ha fatto una canzone. “Gaiola Portafortuna”. Un canto d’amore moderno piuttosto coraggioso, che sembra sfidare la maledizione che aleggia nella misteriosa isola situata di fronte a Posillipo, al centro del Parco Sommerso, con lo scopo di spezzarne l’incantesimo. Leggende e miti a parte, è noto che la collina di Posillipo si crea attraverso l’ennesima eruzione tufacea e la cava, che si protende da Pozzuoli fino alla costa di Posillipo, ha quasi la forma di una sirena e, come una sirena o come una donna gravida (così la vedevano all’epoca gli antichi), raccoglie nel suo seno, un’area di forza geomagnetica. Quest’area è la Valle dei re del Parco Virgiliano. Moltissimi speleologi e studiosi hanno confermato che quest’unione tra fuoco, aria e acqua creerebbe una sorta di alchimia propria degli elementi naturali che spingerebbe, probabilmente, gli abitanti del luogo a vivere stati emotivi al limite. Prima che il parco fosse inaugurato, le genti di Posillipo arrivavano nella zona per pregare, meditare e passeggiare, ed è proprio nella Valle dei re che al tramonto vi è da sempre il maggior numero di apparizioni di figure […]

... continua la lettura
Teatro

Manco per sogno al Tan, una risata vi seppellirà

Il 10 e 11 maggio, al TAN – Teatro Area Nord, è andato in scena “Manco per sogno“, spettacolo prodotto dalla compagnia teatrale Diapason. Lo spettacolo, scritto da Antonio Colursi e Gianpaolo Pasqualino, vede in scena gli stessi insieme a Tano Mongeri, Eleonora Pace e Giulia Mancini. Manco per sogno, qualcosa per cui vivere Se si studia il latino, cosa che ci sentiamo di consigliare a tutti, non si può non soffermarsi, oltre che sugli aspetti linguistici, sulla straordinaria letteratura che ci ha lasciato in eredità. Il teatro latino, ad esempio, è fondamentale per cogliere le evoluzioni e la storia di ciò che vediamo in scena oggi. Una differenza fondamentale, per i latini, era quella tra il dramma e la commedia. Il primo era considerato un teatro “alto”, mentre la commedia era quello “basso”. Ad oggi, la concezione di dramma e commedia sono assai diverse e spesso assistiamo a produzioni dove la differenza tra le due anime è talmente sottile da essere quasi invisibile. Questa trasformazione la dobbiamo al lavoro e alle opere lasciate da tanti artisti nel corso del tempo. “Manco per sogno” si può tranquillamente collocare nel filone della commedia che non è fine a se stessa e non è semplicemente l’occasione per del buon riso. Approfittando, con saggezza, dell’innata vivacità dei dialetti italici, “Manco per sogno” racconta la storia di Noemi, influencer d’assalto, del suo agente e del suo compagno tra il desiderio della prima di maggiore clamore pubblico e il desiderio d’intimità dell’ultimo. Quello che si nota è la scelta degli autori di un fare uso particolare della forte comicità intrinseca nel testo. Se è evidente che il lavoro del duo artistico Pasqualino/Colursi è improntato sul dare all’opera un retrogusto dolce e piacevole, è altrettanto chiara la presenza di un’altra nota di sapore. Allo spettatore vengono posti, seppur come sottotraccia, problematiche reali, concrete e tragiche come quella  della perdita dell’identità e della dipendenza dai social. Ogni cosa però viene mostrata attraverso il gioco di specchi, come il bimbo che osserva il sole posando l’occhio su un vetro affumicato per non bruciarsi. Il destino di Noemi è appeso ad un filo, un filo governato da un vento di like e condivisioni. Solo lo spettatore può decidere quale fine farà, solo a loro è concesso di mettere realmente la parola fine all’opera. Fonte immagine: Ufficio Stampa.    

... continua la lettura
Teatro

Luciano al Politeama, l’ultimo lavoro di Danio Manfredini

La collaborazione tra il TAN (Teatro Area Nord) e il Teatro Politeama ha fatto sì che il 27 e il 28 aprile, il pluripremiato UBU Danio Manfredini portasse a Napoli il suo ultimo lavoro teatrale: Luciano.  In scena, oltre a Manfredini, ci sono Ivano Bruner, Cristian Conti, Vincenzo Del Prete, Darioush Forooghi e Giuseppe Semeraro. Luciano, un ultimo atto d’amore La summa. Luciano non è altro che questo, il sunto di un discorso cominciato tantissimi anni fa (con Tre studi per una Crocifissione o, probabilmente, ancora prima) e poi portato avanti, mutato col tempo, cambiato, rivoluzionato per restare al passo con la storia, per capirla e coglierla questa corrente d’innovazione. Il mondo è cambiato, Danio Manfredini pure, ma la sua arte continua a possedere quell’estasi della vocazione ineluttabile. Noi tutti andremo, prima o dopo, mentre il suo teatro resterà. Zampillo di una sorgente lì dove non v’è altro che deserto. Incancellabile dalle menti e i cuori di chi l’ha veduto, l’ha udito, l’ha conosciuto. Danio Manfredini è arte, indubbiamente, eppure bisognerebbe ricordare a molti che resta un uomo di carne, sangue e sogni. Il problema dell’idolo è che quando indica la luna, gli altri non guardano il dito, ma solo lui. Le sue topiche diventano utopiche, per citare qualcuno, e tutto ciò che dice, narra e fa, diventa parte di un contesto più grande, di un meritevole passato che sovrasta il presente e il futuro. Nel narrare il male, nel raccontarla con leggerezza di chi ne conosce il peso specifico e cerca di ridurlo per portarselo alle spalle, la gente ride di gusto e il messaggio è bello che perduto. I mondi creati da Manfredini nei suoi spettacoli, sempre così uniti e aderenti al nostro, per la prima volta appaiono lontani dalla collisione, solamente suoi. Così, mentre il performer assoluto del teatro italiano svolge come sempre più che egregiamente il suo compito sul palco, portando con sé validi compagni a fargli da fondale delle sue emozioni e della sua storia, non si riesce a comunicarci più come le altre volte. Per la prima volta, Danio Manfredini appare lontano, irraggiungibile. Luciano resta un buon spettacolo, anche per i neofiti del maestro che potranno cominciare a coglierne la siffatta bellezza, ma appare irrimediabilmente compromesso nel momento in cui quel palco che è sempre sembrato vicino, ora appare per quel che è: dimensione ristretta all’autore e all’opera. Fonte immagine: Ufficio Stampa.

... continua la lettura
Teatro

Emanuele Tirelli parla di amore al Caos Teatro

Sabato 6 e domenica 7 aprile è andato in scena lo spettacolo L’amore è bello, l’amore fa schifo (e le donne in Shakespeare) di e con Emanuele Tirelli, ultimo appuntamento della stagione teatrale del CaosTeatro di Villaricca (NA), che chiude così come aveva aperto, con una rappresentazione sull’amore. A lezione d’amore da Emanuele Tirelli L’amore è bello, l’amore fa schifo è una lezione-spettacolo sull’amore. Più che a teatro, infatti, sembra di essere in un’aula didattica. Emanuele Tirelli, autore e giornalista, porta in scena un’interessante lettura del grande sentimento, durante la quale mescola paradossali ed esilaranti vicende personali ai personaggi delle tragedie shakespeariane – con particolare riferimento alle figure femminili minori (Ofelia, Desdemona, Cordelia, Ermione) – e alle riflessioni sul desiderio e sulla coppia di noti filosofi quali Deleuze, Lacan, Nietzsche e Schopenhauer. Ad accompagnare Tirelli sul palco, il musicista Ciro Staro che partecipa alla conversazione con suoni, battute e simpatiche espressioni facciali. Entrambi indossano t-shirt con illustrazioni di Giuseppe Cristiano, tra i più grandi illustratori e storyboard artist d’Europa (ha lavorato, tra le altre cose, a video di Moby, Madonna e Radiohead, e a serie come CSI NY), e curatore della locandina dello spettacolo. Che cos’è l’amore? Come si può definire l’amore e ciò che comporta?  Come si fa a capire se si ama realmente qualcuno? Da questi apparentemente semplici interrogativi e dalla passione per le opere shakespeariane nasce il lavoro di Emanuele Tirelli. Attraverso una chiave diretta e conviviale e con l’ausilio dei personaggi del Bardo, l’autore si avventura nell’ardua impresa di decifrare quell’immenso sentimento che è l’amore. «Tutto – spiega lui – in una dimensione pop. Lo stesso Shakespeare era pop e, al Globe Theater di Londra, del quale era socio e partecipava felicemente agli utili, i suoi spettacoli erano seguiti anche dalla parte economicamente e culturalmente più bassa della popolazione. Oggi, invece, lo consideriamo una materia pienamente comprensibile solo per le persone più colte, con la cultura che non apre alla sua bellezza ma si chiude in sé stessa: un discrimine che si discrimina da solo». Ne scaturisce un’impegnativa, ma al contempo originale e divertente riflessione che conduce ad una sola certezza: l’amore non ha definizioni. È praticamente impossibile arrivare a dare un’unica definizione all’amore. L’amore può condurti in paradiso ma anche scaraventarti all’inferno, può essere meraviglioso o fare schifo; può renderci raggianti e invincibili oppure rappresentare la tragedia più grande e noiosa che ci sia mai capitata.  E chi meglio di Shakespeare, grande drammaturgo, ma in un certo senso anche fine psicologo, ha saputo interpretare le contraddizioni dell’amore? Ecco che Tirelli si sofferma sulle donne delle grandi tragedie del drammaturgo e poeta inglese e sulla loro visione dell’amore. Si parte da Ofelia, uno dei personaggi femminili della tragedia Amleto. La giovane aristocratica ha una visione idilliaca dell’amore, finché non resta delusa da Amleto, il quale rinnegherà i suoi sentimenti per lei, invitandola a chiudersi in convento. Anche Desdemona era innamorata di Otello, fin quando non si rende conto di chi fosse davvero suo marito e muore per […]

... continua la lettura
Teatro

Pietro Sparacino e il suo Open Mic al Kestè

Domenica 7 aprile sono andati in scena al Kestè in Largo san Giovanni Maggiore Pignatelli Pietro Sparacino e i partecipanti al suo workshop, regalando ai presenti una serata piena di risate e di satira, ingredienti principali della Stand Up Comedy. Open Mic con Pietro Sparacino La serata è stata condotta da Pietro Sparacino, volto noto della Stand Up Comedy italiana, che facendo le veci di presentatore ha scaldato il pubblico in sala con le sue nuove freddure e ha dato il via allo spettacolo, introducendo i comedians che hanno partecipato al suo workshop di due giorni: il primo della lista è stato Vincenzo Comunale, habitué del Kestè che ha portato in scena la sua ipocondria, rinnovando il concetto di art attack. Dopo è stato il turno di Simone Del Re, che per inaugurare la sua prima volta sul palco ha parlato del singolare disturbo che gli conferisce capacità fuori dal comune: l’anorgasmia. Il testimone è poi passato ad Adriano Sacchettini, che ha suscitato ilarità nel pubblico ammettendo di aver portato «un monologo mancato» basato sulla sfiga, elemento caratterizzante della sua vita. Dopo è toccato a Flavio Verdino, che ha fatto un tuffo nel passato portandoci nella sua infanzia dominata dalla presenza di Alberto Manzi con Non è mai troppo tardi, passando poi per la pubertà con il monologo di Bruno Chessa e l’iniziazione che ogni giovane uomo affronta con il preservativo. Unica donna della serata e reginetta del Kestè Abbash, Gina Luongo ha “difeso” la politica del ministro degli Interni spiegando le vere motivazioni alle base delle sue scelte, parlandoci anche del suo approccio al buddhismo. Gina ha poi lasciato il palco ad un nuovo e promettente volto della Stand Up Comedy: Davide Pariante, che facendo del suo cognome una garanzia ha spiegato al pubblico le regole ferree che vigono tra i militari. Restando sempre in tema di imposizioni, Davide DDL ha intrattenuto il pubblico parlandoci del flagello di chi costringe gli altri ad ascoltare messaggi vocali lunghissimi e, conscio di far parte di questa categoria, ha coinvolto il pubblico in uno scherzo che probabilmente minerà l’amicizia con il suo migliore amico. Altro volto noto agli avventori del Kestè è Stefano Viggiani, che ha parlato della disoccupazione come strumento di rivolta verso la società e di come ha coinvolto in questa ribellione anche i genitori, educandoli al nuovo credo. A concludere la serata è stato Dylan Selina con un monologo sull’omosessualità, mettendo in scena gli stereotipi legati alla sua sua sessualità ma anche i lati comici legati a questi concetti. Ancora una volta la Stand Up Comedy ha saputo far divertire senza però scadere nel banale o nella comicità fine a se stessa, dimostrando anche l’utilità che il workshop di Pietro Sparacino ha avuto sia sui nuovi comedians che sui veterani.   Fonte foto: https://www.facebook.com/events/1840872796019049/  

... continua la lettura
Teatro

13 assassine in scena al Teatro TRAM dal 2 al 14 aprile

13 assassine al Teatro Tram: viaggio nel torbido della mente 13 assassine, 13 autrici, 13 spettacoli al Teatro TRAM da scegliere e ricomporre come un puzzle dalle tinte fosche. 13 assassine, ognuna col suo identikit fatto di sangue, lame affilate, raptus repentini o omicidi pianificati freddamente, con la stessa lucidità meticolosa con cui si prepara la lista per la spesa. 13 assassine, da un’idea di Mirko Di Martino, analizza le storie al femminile che hanno macchiato la cronaca italiana con la loro sostanza vischiosa, con la loro ambivalenza e il loro alito di morte: Leonarda Cianciulli, la strage di Erba, Pia Bellentani, il delitto di Chiavenna,  Rina Fort, Erika De Nardo, Mascia Torelli, l’omicidio Nadia Roccia, Sonya Caleffi, Daniela Cecchin, Franca Bauso, Beatrice Cenci. E c’è anche uno spettacolo che si svincola dalle maglie della mera cronaca italiana, quello imperniato sulla figura di Lucrezia Borgia, rinascimentale dama dei veleni, dal fascino mortale e conturbante. La sera del 2 aprile sono andate in scena le storie di Daniela Cecchin, Erika De Nardo, Lucrezia Borgia e Franca Bauso, che si sono srotolate, come un lungo tappeto intarsiato di sangue, dalle 19:30 alle 22:20. Allo spettatore la scelta di seguire tutti e quattro gli spettacoli della serata oppure no.  13 assassine: quando oltrepassiamo il limite tra umanità e mostruosità? Le danze macabre partono il 2 aprile, alle 19:30, con la storia di Daniela Cecchin. Lo spettacolo, con la regia di Silvia Brandi, e il testo di Raimonda Maraviglia e Alessia  Thomas, ha visto come interpreti Sabrina Gallo e le stesse Maraviglia e Thomas. L’antefatto è questo: l’8 novembre 2003 Daniela Cecchin uccide con una coltellata alla gola Rossana D’Aniello nella sua casa a Firenze per “invidia”. Gli interrogativi che affastellano la mente dello spettatore di fronte a questo dramma, che riecheggia di invidia e denti digrignati, sono purulenti e cupi: quando si arriva a scorporarsi dalla propria mente, fino al punto di sdoppiarsi e saltare quel burrone che delimita i confini del lecito? Perché si arriva a fluttuare in quel confine drammatico, in quel limbo tra il pensiero omicida e l’azione che lo dispiega e concretizza? Gli interrogativi esplodono come petardi silenti nella sala del Tram, che si fa buia caverna per raccogliere i sussulti taciuti di ogni spettatore, che si chiede come si possa arrivare ad armare la propria mano caricandola col veleno giallo ed emaciato dell’invidia. Erika De Nardo: “Mia madre era una stupida e una bigotta” Daniela Cecchin, la prima delle assassine, esce di scena, e alle 20:15 il palcoscenico del TRAM si incupisce ancor di più. S’incupisce di un buio smorto, mellifluo e senza spessore. Una ragazza dai capelli legati e tirati indietro, dalle braccia muscolose e dal volto spigoloso calca la scena portando con sé un pallone da basket, che fa rimbalzare sul palco con una violenza repressa e una rabbia che si sprigiona dalla pelle del pallone. Ogni rimbalzo del pallone tradisce scatti d’ira inconsueti, che ogni spettatore sente sulla propria guancia con la forza di uno […]

... continua la lettura