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Eroica Fenice

La Tag: teatro contiene 101 articoli

Teatro

Trapanaterra al Piccolo Bellini: odissea di emigranti

Con Trapanaterra, atto unico di Dino Lopardo in scena dal 22 al 25 Ottobre, riparte la programmazione del Piccolo Bellini e prende il via la sfida del Piano Be nel suo ambizioso tentativo di ripensare l’esperienza teatrale e la partecipazione del pubblico. Sulla scia dello spirito di collaborazione artistica che da sempre ha caratterizzato il prestigioso teatro partenopeo, la nuova stagione teatrale vedrà il palcoscenico del Piccolo Bellini ospitare eccezionalmente la programmazione di due giovani realtà teatrali, Il Nuovo Teatro Sanità e Mutamenti/Teatro Civico 14 di Caserta. Apre questo ciclo di collaborazioni uno spettacolo che affonda le radici nella meridionalità affrontando uno dei suoi volti più duri, il legame con la terra natia e il doloroso dualismo di chi parte alla ricerca di un futuro migliore e chi resta a lottare. La scena si apre su una giornata qualunque di un operaio, in una raffineria assordante di rumori metallici e maleodorante. Siamo al sud, in una terra che si riconosce immediatamente per la trappola travestita da opportunità e bonus idrocarburi in cui è caduta. La pausa pranzo di un operaio è interrotta dall’arrivo del fratello emigrante che ritorna festante al nido, cingendo tra le mani un organetto. Torna da bohémienne pieno di nostalgia verso la sua terra e la sua casa, verso quegli affetti che si è lasciato alle spalle quando è partito in cerca di miglior fortuna. Il ritorno a casa è però un ritorno amaro, la terra natia non è più quella che l’emigrante ha lasciato anni addietro. I volti familiari riemergono confusamente nei ricordi d’infanzia dei due fratelli, molti di loro non ci sono più. Tutto è cambiato, l’aria che si respira, i rapporti umani e le abitudini, tutto è stato sacrificato in nome di una promessa di riscatto tradita dal malaffare. Non c’è più allegria ad alleviare il sacrificio di chi è rimasto, non c’è più musica ad allietare le feste di paese, solo un odore nauseante che rende l’aria irrespirabile e rumore di trivelle che copre ogni altra musica. L’incontro-scontro tra i due fratelli, interpretati con intensità e ironia da Dino Lopardo e Mario Russo, è un alternarsi di dolci ricordi d’infanzia e aspre accuse di abbandono e tradimento. Nei loro diversi destini i due fratelli portano dentro un dolore ugualmente grande. È immenso il dolore di chi è andato via portando dentro di sé la nostalgia e il ricordo degli affetti lontani, delle relazioni umane autentiche e genuine, dell’allegria delle feste, ma che ora ritorna in una terra completamente stravolta. È struggente il dolore di chi è rimasto, rinunciando a tutto quello che il mondo può offrire lontano dalla amata maledetta terra natale ed è rimasto inerme a guardare tutte le speranze infrangersi. L’uno nell’abbraccio dell’altro, i due fratelli si riscoprono figli di quella stessa terra che ha dato loro radici troppo forti da sradicare e rami troppi piccoli per poter crescere e progredire. Trapanaterra è un viaggio verso e dentro il sud, è una ricerca che si addentra tra le pieghe di quell’identità […]

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Recensioni

Stand-up Comedy Napoli allo Slash+

A distanza di un bel po’ di tempo, si torna ad una serata di Stand-up Comedy, che si è svolta giovedì 15 Ottobre allo Slash+, per sentire i nuovi pezzi del pacchetto di comici “quattro più uno”: Vincenzo Comunale, Adriano Sacchettini, Davide DDL, Flavio Verdino ed Elena Mormile. Oltre ad esibirsi, questi ragazzi organizzano serate open-mic per Stand-up Comedy Napoli, il format locale gestito da The Comedy Club, che cura anche il management di comici come Filippo Giardina e Pietro Sparacino. Il lavoro, svolto in primis da The Comedy Club e dai ragazzi di Stand-up Comedy Napoli, sta portando a  grandi risultati nel panorama della stand-up comedy in Italia, spostando l’epicentro di questi spettacoli sempre più verso il meridione. Inoltre è interessante notare come nelle serate open-mic organizzate da Stand-up Comedy Napoli, ovvero spettacoli in cui le persone possono provare pezzi nuovi e inediti previa prenotazione, l’affluenza dei volti sul palco è molto eterogenea e con una grande rappresentatività di genere. Stand-up comedy allo Slash+ Torniamo adesso allo Slash+ e al quintetto protagonista della serata “Sentite questa puzza? C’è aria di lockdown”. Impossibile dare torto a questo dubbio che si sta insinuando silenziosamente nelle menti di molti e che proprio per questo motivo ha reso ancora più elettrizzante la sfida degli stand-up comedian. L’atmosfera tuttavia è quella giusta. Intima, luci soffuse, il palco e il microfono in mezzo. Trenta persone a distanza di sicurezza e il servizio impeccabile di cocktails del locale. Tra il pubblico si nota una certa familiarità e tra gli habitués anche qualche volto nuovo e incuriosito. A scaldare il pubblico ci pensa Vincenzo Comunale, chiarendo senza mezzi termini ai neofiti ciò a cui andranno incontro: una bella dose di sarcasmo e parole scurrili. Vincenzo Comunale è il comico del gruppo con più esperienza: oltre ad aver vinto per due anni consecutivi il “Premio Massimo Troisi”, di recente ha partecipato insieme a Valerio Lundini al programma “Battute” trasmesso su Rai2. Cavalleria vuole che ad aprire lo spettacolo sia proprio l’unica donna della serata, Elena Mormile, che in pochi minuti mette a tacere gli uomini in sala portando alla luce un aspetto risaputo ma taciuto della nostra quotidianità: il sexting durante il lockdown. I temi di Elena si fanno via via più pungenti, fino ad addentrarsi nei problemi tipici di un rapporto tra coniugi. A seguire Flavio Verdino e il suo rapporto con la droga. Sembra di vedere un ispettore della guida Michelin che enumera le qualità e i difetti di ciascuna delle sostanze. Le combinazioni che si possono fare sono numerosissime e coloratissime.  Punto centrale del suo monologo è rappresentato dalla difficoltà di togliersi di dosso le etichette che ci vengono assegnate. Lo switch di tema è rapido, sale sul palco Davide DDL. Sempre molto attento ai fenomeni politici e sociali, parla del concetto di “eterofobia”. Sottile, intellettuale e incisivo. Lo stile della narrazione è diretto e interessante. Adriano Sacchettini a seguire. L’uomo troppo buono che viene spesso friend-zonato ha trovato una soluzione: la pornografia. Un Don […]

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Teatro

Don Giuann de Il Demiurgo, tra seduzione, resistenza e nichilismo

Breve recensione dello spettacolo Don Giuann della compagnia “Il Demiurgo” Resistere. Re – esistere. Esistere di nuovo, nonostante una fiumana di forze avverse vi si opponga. Il teatro oggi è uno dei correlativi oggettivi di questo verbo. E ogni spettacolo che riesce ad essere rappresentato è una vittoria per la cultura e per la collettività. Il 15 ottobre, la compagnia “Il Demiurgo” ha contributo a questa goccia oceanica di speranza con una pièce ben riuscita, a tratti meravigliosa, e che si è trascinata con sé una notevole quantità di risate e applausi. Nel perfetto rispetto delle regole anti-contagio la compagnia ha portato in scena, al Teatro Sannazaro, Don Giuann, una riscrittura molto interessante ed egregiamente diretta del Don Giovanni di Molière. A fare da sfondo alle vicende una Napoli simil onirica costellata di anime erranti, tutte alla spasmodica ricerca del loro baricentro. La scelta è stata estremamente funzionale per la caratterizzazione dei personaggi che hanno così assunto una patina più moderna e spendibile per la platea del 2020. Franco Nappi ha, inoltre, snellito il testo, eliminando i due atti finali, e dato alla conclusione un frustrante, quanto ineccepibile, messaggio malinconico e al suo protagonista una verve vagamente tragica. La vanità del possesso come risposta necessaria al vuoto cosmico. La bugia e il gioco della conquista come pedine di una scacchiera degradata e avvilente. Le acrobatiche peripezie amorose di Don Giovanni sono l’appiglio di un bambino nichilista che applica alla lettera, pur di sopravvivere alla pochezza della realtà, uno dei consigli de Il Principe di Machiavelli: il fine giustifica i mezzi. E allora che sia, che inizi un nuovo spettacolo. Il tendone non può essere chiuso. C’è troppo silenzio da coprire. Troppo. Don Giuann de Il Demiurgo, missione riuscita! Esilarante e coinvolgente, il Don Giuann de “Il Demiurgo” ha visto performance eccellenti da parte di tutti gli attori coinvolti. In primo luogo dalla coppia Cioffi (Sganarello) – Balletta (Don Giovanni), la cui comicità farsesca ma mai sopra le righe ha colpito per freschezza e vivacità tecnica. Discorso analogo può essere fatto per i due “villici”, Roberta Astuti e Daniele Acerra che hanno portato in dote tantissime risate. Menzione va anche a Chiara Vitiello (donna Elvira) che è stata eccezionale, specialmente nel suo breve  ma intensissimo monologo. Bravi anche gli altri, bravi tutti, compresi gli spettatori che, muniti di mascherina, hanno contribuito ad alimentare la macchina teatrale. Bravi tutti, e in bocca al lupo per la vostra, la nostra, operazione di resistenza.

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Culturalmente

Attrici italiane: da Eleonora Duse a Monica Bellucci

Le attrici italiane sono tante e, soprattutto quelle del passato, hanno lasciato un’eredità importante che percorre due direzioni differenti: una riguarda l’elaborazione di elementi recitativi precorritori connotati dal genere, mentre l’altra la capacità di intrattenere il pubblico. Sicuramente ogni attrice possiede in sé l’arte di piacere, data dalla commistione di diversi elementi tra i quali, la bravura, la spontaneità, la propensione alla recitazione, l’interpretazione. Le prime attrici di fama, da Carlotta Marchionni ad Eleonora Duse Le attrici italiane che hanno fatto la storia del Paese sono tante, a partire dal Settecento con Carlotta Marchionni. Ella inaugurò il paradigma dell’attrice moderna, con tutte le caratteristiche umane e psicologiche collegate alla recitazione e quindi all’interpretazione. Ma le menzioni si arricchiscono con Giacinta Pezzana nell’Ottocento, esponente del tardo Romanticismo, considerata l’attrice più propensa e vicina all’emancipazione, fortemente impegnata anche nel sociale e con una ricca carriera. Infine come non citare, tra le attrici italiane del passato che hanno fortemente condizionato il mondo dello spettacolo attuale, Eleonora Duse, figura innovativa di attrice-artista, da molti considerata piuttosto controversa e ricca di sfumature diverse. Ricordiamo che il mondo dello spettacolo, il cinema e il teatro, hanno subito nel corso del tempo, dei notevoli sviluppi, a passo con il progresso tecnologico e collegabili al forte impatto di tipo psicologico, sociale e culturale che un’attrice può avere sul pubblico. Oggi chi recita è consapevole dell’aurea e delle responsabilità che riversa in un certo modo, sullo spettatore. Le interpretazioni sono ricche di pathos, di sentimento, e talvolta toccano temi importanti. C’è da dire che sicuramente il ruolo della donna-attrice è mutato nel tempo, anche grazie agli effetti dell’emancipazione femminile, che ha permesso di interpretare ruoli diversi da quelli canonici di figlia, moglie o sorella sempre “sottomessi” o “nascosti” dietro ad una figura maschile. I canoni artistici e la bellezza delle attrici italiane del passato Tra le attrici italiane più conosciute abbiamo Sophia Loren, Gina Lollobrigida e Virna Lisi, che risultano essere le più menzionate sia sul web che nell’ambito di classifiche o interviste; meravigliose donne del passato che ancora oggi portano alla mente, grazie alle vecchie pellicole, ricordi di un mondo lontano, semplice e puro, senza troppi fronzoli. Sophia Loren rispecchia una filosofia definibile pragmatica, di tipo neorealista, che va al di là di ogni bellezza estetica, per approdare alla tradizione vera e propria, cruda nei suoi dettagli più veri. Gina Lollobrigida è ricordata come la “bersagliera” in Pane, Amore e Fantasia. Vincitrice di numerosi premi, tra i quali il Golden Globe nel 1961 con il film Torna a Settembre. La “Lollo”, così come oggi è giocosamente chiamata, ha attraversato ogni arte e in ognuna di esse ha lasciato il segno. Ecco perché, quando si parla di lei, non c’è gossip che tenga: ciò che veramente conta è la sua grandezza immensa. In questa sede è impossibile non citare anche la grande Anna Magnani, definita da Totò “donna di cappa e spada”: una donna di grande forza, che amava improvvisare. Tra le sue caratteristiche principali la voracità e l’autoironia […]

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Teatro

Misura per misura, la banalità del male e dell’amore

Recensione dello spettacolo Misura per misura, regia di Diego Maht, pièce di debutto dell’edizione 2020 della rassegna Classico Contemporaneo «Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». Così Italo Calvino in uno dei suoi saggi più famosi asserisce in merito all’importanza e al valore dei classici nella letteratura e nella vita emotiva e civile di ogni lettore. Discorso analogo, naturalmente, lo si può applicare per alcuni testi teatrali che, nonostante lo scandire implacabile del tempo, rimangono fonte vivida e profonda di spunti, riflessioni e dilemmi. E così, l’idea di riportarli – con adeguati e talvolta necessari adattamenti – sulla scena è un’operazione quantomai utile e necessaria, soprattutto nella sterilità culturale ed intellettuale del post lockdown. Per fortuna, allora, esistono rassegne come quella organizzata dal Teatro TRAM, che, con il suo “Classico Contemporaneo”, anche quest’anno, si prefigge l’arduo compito di distrarre dalla calura estiva i napoletani intrattenendoli a suon di spettacoli, concerti e momenti di confronto. Ieri, 9 agosto, si è tenuto il suo spettacolo di debutto, l’adattamento del giovane regista Diego Maht, Misura per misura, una delle meno conosciute problem plays di Shakespeare. Misura per misura, «lo Stato sono io» Nella splendida cornice del cortile di San Domenico Maggiore, una voce irrompe sulla scena. È il Duca (Marcello Gravina) che, stanco dal suo ruolo, decide di affidarlo momentaneamente ad Angelo (Giuseppe Di Gennaro), uomo incredibilmente ligio alla dottrina politica. In questo semplice quanto celere passaggio di consegne si innesta il gomitolo di criticità etiche, morali e legislative che andrà ad accalappiare tutto lo svolgersi delle vicende. Il nuovo sovrano, infatti, applicherà alla lettera, senza alcuna remora, le leggi lasciategli in dote, anche quelle più severe, potenzialmente ingiuste. E ai fischi del popolo risponderà con un semplice, quanto efficace, «lo Stato sono io, lo faccio per il vostro bene». Il suo atteggiamento, tecnicamente inappuntabile e irreprensibile, sarà però minato dal subinaneo amore per Isabella (Germana Di Marino) che, pur di salvare il fratello Claudio (Vincenzo Coppola), condannato a morte per un cavillo mai utilizzato prima, si renderà persino disponibile a giacere con lui. Al di là del dualismo servo-padrone e del ruolo emblematico che il fidato Lucio ha nell’economia del testo (o meglio, nella sua riscrittura), è interessante osservare come il male e l’amore abbiano, in uno strano sliding doors concettuale, le stesse sfumature arendtiane di banalità in quest’opera. Il male non è altro che la perpetuazione pedissequa di dettami imposti dalla giurisprudenza, dalle regole, necessari gioghi in cui racchiudere il viver civile mentre l’amore un empatico cedere agli istinti primordiali, potenzialmente in grado di riscrivere anche le più malvagie dittature. Dov’è quindi il problema? Nelle leggi e nella loro stesura, nella loro più o meno stringente applicazione, nei sentimenti che possono portare a pericolose quanto ovvie eccezioni, o nel concetto stesso di morale? Tante domande, e come spesso accade con i testi del drammaturgo inglese, neanche l’ombra di una risposta. Misura per misura, buona la prima per Diego Maht! Quel che è certo […]

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Napoli e Dintorni

Iliade – la Guerra di Troia, in scena al Castello Lancellotti

 Iliade – la Guerra di Troia: un classico in chiave moderna in scena al Castello Lancellotti  Le porte del Castello Lancellotti si aprono in una ventilata sera di fine luglio, per prestare le proprie mura a quelle più famose della storia: “Iliade – la Guerra di Troia” è il titolo dello spettacolo andato in scena sabato 25 luglio, con drammaturgia di Franco Nappi e Daniele Acerra, regia di Franco Nappi e con Chiara Vitiello, Franco Nappi, Daniele Acerra, Marco Serra e Andrea Cioffi. Un numero esiguo di attori (al fine di rispettare le norme relative all’emergenza sanitaria ancora in atto) reinterpreta il poema omerico in chiave modernizzante, tenendo sempre sotto braccio la falsariga antica: “Cantami, o Diva, del Pelide Achille, l’ira funesta“, i celebri versi dell’Iliade riecheggiano all’inizio e al termine dello spettacolo, ma poi il ceco narratore prende la parola e parla a noi, uomini del ventunesimo secolo, con parole attuali delle gesta lontane, radici da cui si innalza e si dirama tutta la poetica occidentale. Lo spettacolo è stato realizzato grazie alla collaborazione de Il Demiurgo con le associazioni Pro Lauro, Pro Loco e Feir. Iliade: la Guerra di Troia Attraverso la voce del ceco narratore i versi del poema prendono forma. In scena anche i due protagonisti e artefici del mitico scontro: Paride, figlio di Priamo nonché principe di Troia, e Menelao, re di Sparta, legittimo consorte di Elena, il pomo della discordia. Il volere divino ha stabilito che Paride, il principe valente, decidesse chi fosse la più bella tra le dee; lui sceglie però Elena e, innamoratosi di lei, la rapisce. Paride e Menelao dividono la scena e si alternano in un monologo che insieme benedice e maledice la donna amata da entrambi, strappata dall’uno all’altro. Elena è solo evocata ma presente nel drappo rosso che i due stringono: Paride con languido amore, Menelao con fame di vendetta. Un’altra donna funge, però, da bagliore che illumina la narrazione: rosse le sue vesti, morbide le ciocche, stringe al petto un fagotto nero, suo figlio. Una melodia anticipa i suoi passi; la sua ninna nanna è malinconica perché i suoi versi evocano un passato lontano, eroico ma tragico. La donna è Andromaca, moglie del valoroso Ettore, figlio di Priamo e fratello di Paride nonché capo dell’esercito troiano. La ninna nanna è la rievocazione di ciò che è accaduto, il ricordo del valore dei troiani e soprattutto di suo padre Ettore. Di lì innanzi, i protagonisti si alternano in scena come spettri di un passato già scritto dal fato. Nonostante questo però, come lo stesso narratore ricorda, questa è una storia di carne e sangue e quindi anche di cuori che battono, di sentimenti, di valori. Gli scontri, le alleanze e i patti rievocati seguono tutti le passioni degli uomini più che degli eroi: la decisione di scendere in guerra di Menelao e Agamennone, suo fratello e re di Micene, risponde all’esigenza di vendicarsi del torto subito ma soprattutto a quella di assediare e radere al suolo Troia; a […]

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Teatro

Gianni Farina al NTF: Buona permanenza al mondo, il caso Majakovskij

In occasione della tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia, nella fascinosa cornice del Real Bosco di Capodimonte, Gianni Farina insieme alla compagnia faentina Menoventi, porta in scena Buona permanenza al mondo, Majakovskij BPM: la messinscena di un anelito, l’ultimo, quello del poeta rivoluzionario russo, rivolto ai posteri. Il battito di un cuore, musica funebre e già aleggia un senso di morte su un palco illuminato a stento. I colori: rosso e nero. Sullo schermo una planimetria: è il passaggio Lubjanskij, quattro stanze più lo studio di Majakovskij, dove la mattina del 14 aprile 1930 il poeta si toglie la vita con un colpo di rivoltella al cuore. Il messaggio di addio («A tutti») così comincia: «Della mia morte non incolpate nessuno e, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non poteva soffrirli. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi: non è una soluzione (e non la consiglio ad altri), ma non ho vie d’uscita […] La barca dell’amore si è schiantata contro l’esistenza quotidiana. Io e la vita siamo pari. E a nulla serve l’elenco dei reciproci dolori, disastri, offese. BUONA PERMANENZA AL MONDO». In scena un’immagine distopica che viene dal futuro: è la Donna Fosforescente (Consuelo Battiston), l’ultima fantascientifica creazione teatrale di Vladimir Majakovskij che ci introduce in un tempo di sospetto, intrighi, documentazioni e testimonianze anonime innescando un movimento repentino di cambi di scena e di ruolo dei vari attori, confondendo e intrecciando le possibili giustificazioni di un suicidio dai significati e dalle motivazioni plurimi, risucchiando gli spettatori in un viaggio nel tempo costruito intorno al “pettegolezzo” . Siamo nel futuro, è già avvenuta la morte di Majakovskij. In uno studio televisivo, una doppia scena, il palco e lo schermo sullo sfondo, inquadrature da primo piano di mani agitate, una donna anonima dal viso coperto, poi l’interrogatorio all’attrice Veronika (Nora) Polonskaja: l’ultimo amore di Majakovskij, l’ultima persona ad aver incontrato il poeta prima del suicidio. Era veramente sull’uscio della porta pronta per andarsene dopo averlo rifiutato? O in camera con lui al momento dello sparo? Lo ha premuto proprio Nora quel grilletto? Allora è omicidio. E suo marito, coinvolto anche lui? Una cospirazione? I suoi cambi di umore improvvisi – ora appare sconvolta e in lacrime, ora lucida e agghiacciante – gestiti con estrema maestria da Federica Garavaglia, ci confondono e ci insospettiscono. Siamo trasportati dalla dinamica incontrollabile della scena, dal rapido movimento degli attori, verso l’oblio; i sospetti si moltiplicano, il mistero si fa fitto intorno al caso Majakovskij. Gianni Farina al NTFI: «la poesia di Majakovskij è eterna» Nella ricostruzione rapida e pignola del suicidio di Majakovskij messa in scena da Gianni Farina vi è un riferimento letterario importante che è Il defunto odiava i pettegolezzi di Serena Vitale (2015): quella del regista e drammaturgo è una riscrittura che si serve dello spazio scenico e della sua potenza visiva per creare una mise en éspace, a metà tra una lettura e uno spettacolo, dai continui salti temporali che si costruisce cinematograficamente per immagini. L’intera scena si slaccia intorno a una […]

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Teatro

David di Joele Anastasi, la forza utopica dell’ideale

In occasione del Napoli Teatro Festival 2020 (NTFI), i Vucciria Teatro tornano a Napoli, portando in scena, nella maestosa cornice di Capodimonte, David (11 e 12 luglio). Drammaturgia e regia di Joele Anastasi. Silenzio. Figure che si muovono sulla scena, che si cercano senza trovarsi. Che si trovano senza cercarsi. Ancora silenzio. Dalla stasi la genesi improvvisa di un corpo nudo, quello di David (Joele Anastasi), statuario nelle sue pose plastiche. Dalla morte la vita, dal dolore la grazia che riempie il vuoto di un dramma familiare. Un uomo e una donna, una moglie e un marito che trascinano quel che resta delle loro esistenze in un solco di ricordi e sensi di colpa. Antonino (Eugenio Papalia), un figlio, unico e tuttavia fratello, che annaspa nel mare della sua solitudine aggrappandosi alla forza salvifica dell’immaginazione. Una vicenda familiare sapientemente costruita sull’alternarsi di punti di vista che si incrociano senza mai incontrarsi.  David è una storia d’amore. L’amore di una madre (Federica Carruba Toscano), che fa del silenzio lo scudo al suo dolore, che non perdona, che non si perdona per quel figlio che non è mai stato e che continua ad essere. L’amore di un padre (Enrico Sortino), che prova a cancellare la sua responsabilità di morte, piantando vita e fiori nel suo orticello. L’amore di un fratello, che partorisce con la sua immaginazione quel bambino mai uscito dall’utero materno, sangue del suo sangue. David è una storia di assenza. David, figlio respinto, sconfigge ancora una volta Golia, sconfigge l’oblio continuando a vivere pur non essendo mai nato, continuando a sedere a quella tavola imbandita cui non è mai stato invitato, continuando ad essere presente nella sua ingombrante assenza. David è ovunque, nella ricercata agonia della madre, nel tentativo di espiazione del padre, negli occhi di Antonino, che frantuma la sua solitudine dando essenza e forma a quel fratello tanto desiderato, tanto amato da essere odiato.  Una storia in cui il reale si rifugia nell’ideale, lo insegue, ci si specchia. Perché io sono te. Perché tu, sei me. Vieni qua, fratello mio. Vieni da me.  Ancora una volta i Vucciria Teatro, interessantissima realtà teatrale siciliana, si impongono sulla scena con il linguaggio dei corpi. Corpi che comunicano pur stando in silenzio, che emozionano pur nella loro fissità. La nudità è un elemento caratterizzante, metafora ora della bellezza della vita, reale o utopica che sia, ora della maternità negata a seni che non hanno bocche da allattare. Di forte impatto visivo, al centro della scena, una vasca piena d’acqua, elemento primordiale che crea, trasforma e distrugge. D’acqua le lacrime, d’acqua il mare, d’acqua il non-luogo in cui torna David, dissolvendosi come il busto di gesso che ha tra le mani.  Senza alcun risparmio, gli attori siciliani si donano completamente e meravigliosamente sulla scena, con quella loro intensità solita che scuote lo spettatore nella sua comoda seduta, raccontando l’amore nelle sue infinite sfaccettature: quell’amore a volte pesante come una pietra al collo, che costringe giù nell’abisso. E tuttavia anche lì, nell’abisso, è […]

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Teatro

Il Colloquio di Eduardo Di Pietro al Napoli Teatro Festival 2020

Il Colloquio di Eduardo Di Pietro: recensione dello spettacolo presentato al NTFI 2020 Torna in scena durante la tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia 2020 (NTFI) “Il Colloquio” del Collettivo Lunazione e prodotto dalla Fondazione Teatri di Napoli – Teatro Bellini. Lo spettacolo, vincitore del Premio Scenario Periferie 2019, progettato e diretto da Eduardo Di Pietro, sbarca finalmente a Napoli dopo un tour che conta repliche a Milano, Roma e Bologna e seguirà in autunno la stagione del Teatro Bellini. Non poteva essere altrimenti, in quanto la realtà presentata e descritta nello spettacolo è quella del carcere di Poggioreale, nello specifico la situazione sospesa dell’attesa dei colloqui periodici con i detenuti. Un tempo che non passa né dentro alla cella, né fuori. Saranno per sempre le 6.30 nella vita di chi è condannato ad attendere il turno per incontrare il proprio caro, detenuto in carcere. Questo è un tempo in cui si dispiegano i desideri e i sogni, in cui si desidera ardentemente un’alternativa alla propria esistenza. Proprio quando i pensieri diventano dolci, il tempo torna imperioso a scandire la realtà e l’entrata al carcere, a suon di violino, ricorda ai personaggi la vana attesa e l’immobilità dell’esistenza. I personaggi de Il Colloquio sono tre donne, interpretate da Renato Bisogni, Alessandro Errico e Marco Montecatino, tre donne che sono collegate e attratte come da una forza centripeta al luogo del carcere. Tra di loro c’è chi sta in fila da anni ogni settimana e chi da pochi mesi, ma le sensazioni sono le stesse: sulle tre figure femminili gravita la pesantezza dell’inevitabilità del destino, il respiro corto di chi vorrebbe fuggire e cambiare la propria vita ma poi non ci riesce, non vuole o non può. Queste donne sono state plasmate e forgiate dalle difficoltà della vita così tanto da non avere più sembianze femminili, bensì maschili, proprio perché gli uomini della loro casa, per motivi diversi, hanno subito la condanna della reclusione, lasciandole sole nelle responsabilità e difficoltà. Tutte e tre vestono qualcosa di rosso, quasi a simboleggiare un filo che le lega e che marca ancora di più la ciclicità del tempo che sono destinate a vivere, un tempo che non vuole cambiare e trova il proprio compimento nella sua natura immutabile. Di fronte a noi abbiamo una scenografia vuota, scarna che si riempie del racconto dei personaggi, fino a strabordare nel dramma della vita. La voce e il corpo vengono utilizzati nella loro totalità dagli attori, rendendo ancora più reale la storia e le emozioni dei loro personaggi. Il lavoro del regista Eduardo Di Pietro mostra grande studio e sensibilità verso l’argomento trattato e ciò rende ancor più piacevole l’esperienza di vedere “Il Colloquio”.   Per maggiori informazioni sulla tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival, consultare il seguente link  Ph© Ufficio Stampa: Sabrina Sabatino

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Attualità

Al Castello Lancellotti il debutto di Riccardo III

Riccardo III di William Shakespeare messo in scena l’11 luglio ha regalato agli spettatori un ricordo sognante in una cornice suggestiva come quella del Castello Lancellotti di Lauro, l’ambientazione perfetta per l’interpretazione regale, nella tiepida atmosfera di una sera d’estate. Un quadrato di stelle a chiudere la scena incorniciata dalle mura del castello. L’evento apre il festival Shakespeare’s summer dream, interamente dedicato alla figura di William Shakespeare, progetto estivo de Il Demiurgo in collaborazione con Pro Loco Lauro. Il Castello Lancellotti apre le sue porte, come già gli anni scorsi, e si converte in palcoscenico en plain air per una reinterpretazione modernizzante, a tratti ironica e scanzonata, del classico Riccardo III di Shakesperare. Il Castello sorge a pochi chilometri da Nola, su una collina del Vallo di Lauro, risalente addirittura all’anno 1000, la prima testimonianza concreta però è databile intorno al 1277. Riccardo III al Castello Lancellotti Il riadattamento del dramma shakespeariano pone al centro dell’attenzione il sovrano spietato e senza remore Riccardo III. La regia è di Andrea Cioffi e Francescoantonio Nappi. Il palcoscenico sono i gradini d’entrata del cortile del castello, poche luci ad illuminare la scena e lo sfondo dell’imponente torre del castello. Solo cinque attori –Franco Nappi, Alessandro Balletta, Sara Guardascione, Andrea Cioffi e Antonio D’Avino– si calano di volta in volta nelle vesti degli svariati personaggi del dramma: lo storpio sovrano, i fratelli re Giorgio e re Edoardo, le regine madri, il duca di Buckingham, Lord Hastings. Riccardo III sappiamo essere il dramma che chiude la tetralogia dedicata al regno di Enrico VI d’Inghilterra. Lo sfondo storico è quello dei conflitti di potere per la successione al trono d’Inghilterra che seguono la fine della Guerra delle due Rose, tra i Lancaster e gli York nel 1400. La scena si apre infatti con la regina madre mentre, come spettri, gli attori si aggirano al canto di “Dispera e muori” preludio della conclusione del dramma. Riccardo, duca di Gloucester, sembra apparentemente elogiare e sostenere il fratello nonché sovrano Edoardo; in realtà svelerà sin da subito i suoi pensieri più reconditi di invidia e sete di sangue, palesati ancor prima che lo diventino attraverso le sue azioni, attraverso i monologhi che avvicinano il personaggio al pubblico. Le trame affinché Riccardo possa finalmente ascendere al trono includono dunque l’assassinio di chiunque intralci il suo percorso; per questo arriverà a mettere fratello contro fratello; Giorgio verrà imprigionato su ordine del fratello Edoardo e quindi messo fuori gioco dallo stesso Riccardo. La perversione e il fascino del male si concretizzano nel suo matrimonio con Lady Anna, vedova Lancaster: assassinati il marito e il suocero, riesce a sedurre la donna e a sposarla, per poi ucciderla non appena avrà la possibilità di stipulare un matrimonio più conveniente. L’ascesa al trono non è ancora compiuta e di conseguenza non lo è la scia di sangue che Riccardo sembra trascinare assieme alla gamba storpia; dopo la morte del fratello e sovrano Edoardo ordinerà la morte dei figli ancora in fasce e arriverà a sbarazzarsi anche […]

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