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Eroica Fenice

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Vincenzo Comunale prestissimo sul palco del Kestè | Intervista

In questa difficile era dei social, dove molti ragazzi credono di far ridere i propri followers (senza riuscirci nemmeno per sbaglio), dove vanno forti i tormentoni e vige quel tipo di umorismo da pacche sulle spalle fondato su aberranti stereotipi, si accende una speranza: Vincenzo Comunale.

Un monologhista napoletano di ventitré anni che, con determinazione e umiltà, ha sempre studiato e continua  a farlo per non profanare l’arte della comicità e alimentare i suoi talenti e le sue passioni.

Abbiamo avuto il piacere di ascoltare un pezzo di Vincenzo Comunale al Kestè proprio di recente, e Napoli può ritenersi orgogliosa dei figli che mette al mondo. La comicità di Vincenzo, infatti, le somiglia: semplice, luminosa, alla portata di tutti e dall’ironia trascinante. Ma soprattutto matura, e in pieno stile Stand Up.

In occasione del suo prossimo spettacolo, che si terrà venerdì 19 aprile al Kestè, ho scambiato due chiacchiere con lui.

L’intervista a Vincenzo Comunale

Se dovessi rappresentarti con un personaggio di una serie tv comica, quale sarebbe il primo a venirti in mente?

Domanda difficile! Il primo che mi viene in mente è Chuck Burtowsky, della serie tv “Chuck” (action-comedy): un nerd che viene costretto dal “destino” a tirar fuori la parte migliore di sé.
In realtà, credo ci sia un po’ di ognuno di noi anche nei vari personaggi di “How I Met Your Mother”: sognatori come Ted Mosby, determinati come Robin, innamorati e fedeli come Lily e Marshall… mi piacerebbe dire di essere anche Barney Stinson, ma l’unica cosa che condividiamo sono le cravatte orribili.

Giovane e stracolmo di passione. Come hai trovato la tua strada?

In maniera naturale, spontanea. È questo il bello delle passioni: non te le vai a cercare, sono loro che all’improvviso bussano alla tua porta e ti fanno capire che non puoi farne a meno per essere felice. Sono salito sul palco per la prima volta a dodici anni e non sono voluto più scendere. Ho scoperto nella Stand Up Comedy la forma d’arte a me più congeniale per esprimere ciò che avevo da dire e ho iniziato a scrivere i miei pezzi. Veicolare dei messaggi attraverso la risata è un lavoro difficile e soddisfacente. Non c’è niente di più bello di sentire la gente ridere (a meno che tu non sia nudo).

Regista, sceneggiatore, attore, autore e comico. Quali sono i panni in cui ti senti più a tuo agio?

D’istinto, mi verrebbe da dirti in quelli del “comico”, perché è il ruolo nel quale mi identifico meglio, che sento più “mio”. La comicità è una dimensione nella quale riesco a muovermi più agilmente; salire sul palco e fare il comico mi rende felice. In realtà, però, la cosa importante per me è esprimermi, mostrare il mio punto di vista, i miei contenuti; farlo tramite un monologo comico è ciò a cui sono più abituato, ma il cinema resta la “grande ambizione”; sento di poterci riuscire anche rivestendo il ruolo di regista e sceneggiatore (cosa che, anche se in piccolo, sperimento già con i cortometraggi). Il percorso di riferimento, per intenderci, è quello “alla Woody Allen”: autore e stand up comedian prima, regista e sceneggiatore poi; anziché tra i palazzoni di Manhattan, posso guardare alle “colonne” di Giugliano in Campania.

Dammi quattro buoni motivi per studiare recitazione.

1- Studiare è sempre utile, anzi necessario; il talento, da solo, non basta.
2-Vedi il punto numero 1.
3-Vedi il punto numero 2.
4-Vedi il.. vabbè, ci siamo capiti.

E per scrivere?

Ci sono milioni di motivi per scrivere. Quello delle “parole” è un universo fantastico, nel quale mi piace muovermi e sperimentare, creare. C’è chi scrive per far ridere, chi per far emozionare, chi semplicemente per comunicare e chi per rispondere ad un’intervista in cui gli chiedono “E per scrivere?”. In ogni caso, è qualcosa di magico: un puzzle di parole che riesce a trasmettere qualcosa, anche semplicemente il fatto che, ancora una volta, sono riuscito a non dire quattro buoni motivi come mi avevi chiesto.

La tua esperienza a Zelig in una metafora.

Un bambino che va per la prima volta al Luna Park: viene incantato da mille luci, colori ed attrazioni fantastiche.
Avevo sempre guardato Zelig in TV, da spettatore. Ritrovarmi a condividere il camerino con il Mago Forest e Ale & Franz è stato pazzesco, pensavo di continuo – Cioè, io questi li guardavo in televisione, e ora sto in camerino con loro?! – Ero così felice per tutto questo che quasi mi sono dimenticato di stare in ansia per la mia esibizione; “quasi”… perché poi ho visto la platea di tremila persone e l’ansia è tornata, ma per fortuna la felicità ha avuto la meglio.
L’esperienza con Zelig non è ancora finita: dopo canale 5 ho continuato a far parte di questo grande gruppo; attualmente lavoro a “Zelig Tv”, come monologhista (Zelig ha sempre aperto le porte anche agli stand up comedian) e come inviato per “People From”.

Perché una volta che un bambino prova le montagne russe, poi non vuole più scendere.

Su quali assiomi si fonda la tua comicità?

Trasparenza, osservazione, messaggio.
“Trasparenza” perché penso che si debba essere “onesti” col pubblico, nel modo di porsi, nel proprio stile e con la propria “maschera comica”;
“Osservazione” perché anche nella comicità per poter raccontare, secondo me, bisogna prima saper guardare veramente;
“Messaggio”, nel senso di contenuto: per come intendo io la comicità, un comico deve prima di tutto avere qualcosa da dire (un punto di vista, una critica, una storia da raccontare); poi, semplicemente, sceglie di dirlo attraverso l’ironia.

C’è una necessità particolare a innescare i temi che svisceri nei tuoi monologhi?

Sì, la voglia di comunicare e l’incapacità cronica di stare zitto. Come dicevo prima, tutto parte da un “contenuto”, qualcosa che vuoi dire veramente; poi, nel mio caso, lavoro per incanalarlo in un monologo comico. È qualcosa di comune a tutte le forme d’arte.

Parliamo dei tuoi modelli comici di riferimento. Ti hanno effettivamente aiutato a sviluppare la versione migliore di te stesso?

In parte. Avere dei modelli, dei punti di riferimento, è fondamentale (in ogni ambito artistico, dunque anche nella comicità). Poi però bisogna imparare ad ascoltare anche se stessi, a trovare quella che gli americani chiamano “comedy voice”, la propria voce comica, che viene fuori “da dentro”.
Il mio mito è Massimo Troisi, credo sia uno dei più grandi geni della storia della comicità. Altri modelli sono sicuramente Gigi Proietti, Vincenzo Salemme, il già citato Woody Allen e Jim Carrey.

Cosa pensi della comicità italiana attuale?

Ce l’hai quattro/cinque ore?
Ci sarebbe da fare un lunghissimo discorso, per non rischiare di dare una risposta superficiale, ma ci provo. Secondo me siamo in un momento molto delicato, forse “di transizione”. Il mondo intero sta cambiando molto velocemente (basti pensare a internet e ai social network) e di conseguenza anche l’arte prova a “seguire” questo ritmo frenetico. La comicità, in quanto forma d’arte (una delle più difficili e più “vere”, a mio avviso) non è esclusa da questo discorso, chiaramente. Alcuni cambiamenti sono positivi (il pubblico diventa più esigente e questo è un bene: vuole ridere con dei contenuti, non più solo con “macchiette” e ripetizioni); ma allo stesso tempo si rischia di confondere la “modernità” con un’ostentata “trasgressione” e la voglia di eccedere a tutti i costi (parlo proprio del panorama della stand up).
Il comico è tale se sa far ridere il pubblico, prima di tutto. Questo dobbiamo ricordarcelo.
Detto ciò, da un punto di vista di “mercato”, la comicità sta vivendo un periodo un po’ buio, secondo me. Si definiscono “comici” persone che comici non sono (ad esempio chi fa video divertenti sul web, che, per carità è un attività complessa, ma ciò non significa che quella persona poi sia in grado di stare su di un palco, live, davanti a un pubblico). Il numero di followers sembra essere diventato più importante della capacità di stare sul palco: questo è drammatico. È la fase di “transizione” di cui parlavo prima a cui, forse, c’è bisogno che segua una fase di “assestamento”.

Quali sono i consigli che Vincenzo Comunale darebbe a un suo coetaneo desideroso di trasformare la propria passione in lavoro?

“Chiedi a uno più bravo di me!”

Scherzi a parte, non mi sento di poter già dare consigli. Totò diceva che un comico comincia a diventare interessante a 40 anni; io ne ho 23! Capisci che di strada ne devo fare ancora.
L’unica cosa che mi sento di consigliare, nel mio piccolo, è quella di provare, testare continuamente, mettersi alla prova. Scrivere, osservare, scrivere di nuovo e poi salire sul palco, davanti a quanti più pubblici diversi possibili. La cosa che mi ha aiutato (e mi aiuta tutt’oggi) a migliorare è proprio la varietà di contesti e di serate (locali, teatri, ecc) in cui mi sono esibito. È formativo. Se poi c’è una cosa che credo di aver capito di questo mestiere è che la differenza la fanno i “no” e non i “sì”; bisogna dire “sì” alle cose giuste, anche se dire “no” è più difficile.

Il segreto per il successo secondo Vincenzo Comunale.

Il segreto del successo è: non rivelare il segreto del successo (ma io comunque ‘sto segreto non lo conosco, quindi il problema non sussiste).

Cosa significa avere ventitré anni ed essere annoverato fra i più giovani comici italiani?

Significa che in molti hanno grosse aspettative su di te e quindi tu… non vedi l’ora di crescere! Un’altra cosa curiosa poi è che la maggior parte dei miei colleghi (che poi, in molti casi, diventano anche degli amici) sono più grandi di me. Questa cosa mi fa piacere, mi sono sempre trovato più a mio agio nel confrontarmi con persone più grandi.

Cosa dobbiamo aspettarci dal tuo spettacolo programmato per il 19 aprile, al Kestè?

Cercherò di far divertire il pubblico portando semplicemente me stesso sul palco, le mie idee, le mie battute e i miei punti di vista; parleremo di argomenti “delicati” come ansia, religione, politica e razzismo, ma ci saranno anche dei momenti più “leggeri”, dedicati a una comicità di osservazione. Insomma, guagliù (mo parlo direttamente ai napoletani, consentimi): la stand up non è solo quella “SUB ITA” che vedete su Netflix o YouTube, ci stanno “guagliuni” che la fanno in italiano e, nel caso mio, anche un po’ in napoletano.

Il sogno nel cassetto della scrivania di Vincenzo Comunale.

Potrei fare la solita battuta dicendo che nel cassetto ci tengo i calzini e non i sogni, ma no… anche perché i calzini comunque non so mai dove siano (sospetto che nella mia lavatrice ci sia un buco nero che tira a sé tutti i calzini…ma solo uno per volta).
Ho la fortuna, da un paio d’anni, di aver reso questa mia passione il mio lavoro. Il mio sogno è quello di continuare a farlo anche in futuro, sempre meglio e migliorando sempre di più, sul palco e nelle interviste (come vedi, sono prolisso, troppo).
Il sogno nel cassetto, poi, è il cinema: fare dei miei film, poterli curare a 360 gradi, per esprimere il mio modo di fare comicità e… oh, ecco i calzini!

Grazie a Vincenzo Comunale. Ci vediamo venerdì 19 aprile al Kestè!

Siate pronti a ridere fino a sentire dolore agli addominali.

 

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