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Eroica Fenice

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Voli Pindarici

TRESY G. – episodio 2: Amici, amici…e po’t’fott’n la bici!

“Tresy Gambacorta”, la rubrica narrativa seriale lucana ambientata a Tito. Tresy Gambacorta, Episodio 2 Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale. È alla Spinosa, nella casa in campagna della sorella Felina, che la Manilunga aveva deciso di festeggiare il battesimo della figlia. L’organizzazione meticolosa del banchetto avrebbe fatto impallidire persino gli alti dignitari di corte che, in passato, partecipavano ai party delle più illustri dinastie. Mariannina aveva trascorso mesi a confezionare bomboniere, a scegliere il menu del celebre giorno e gli allestimenti fioriti per la chiesa. Era stata così impegnata che quasi non faceva più caso alla perenne assenza di mastu Cicciu. Ma ciò che le aveva praticamente tolto il sonno fu la scelta “d’ li cumbari”. Ci teneva che fosse Felina a far da madrina a Tresy, ma si sa, il comparatico è quasi più importante della parentela, va oltre il rapporto di sangue, è una specie di alleanza, una cosa sacra. Talmente sacra che quando la scelta ricadde sull’amica d’infanzia, Carmelina, quest’ultima pensò bene di suggellare ‘sto legame speciale invitando un po’più spesso mastu Cicciu da lei. Suo marito Tonino stava ormai con un piede sulla Terra e un altro nell’oltretomba, considerato il suo stato di salute sempre più cagionevole. C’era da decidere se prenotare una lapide in granito o una lapide in marmo, per omaggiare il futuro defunto. Ed è così che si fa tra compari, ci si promettono a vicenda favori e disponibilità, motivo per cui mastu Cicciu prese davvero a cuore l’immagine di Tonino che avrebbero lasciato ai posteri. In onore d’ “lu cumbariziu”, assunse persino l’abitudine di non rincasare più: del sepolcro c’era da studiare la forma, e poi il colore, e le incisioni, e le decorazioni, e le immagini…non erano assolutamente scelte facili, quelle. Ma tutto questo pareva non tangere Mariannina, presa com’era con i preparativi della cerimonia che avrebbe inflitto il nome di Teresa alla sua piccina a forza di getti d’acqua benedetta sul capo. Il gran giorno – quando il prete tracciò il segno della croce sulla fronte di Tresy – Carmelina, incredibilmente emozionata, sbattette le sue ciglia, e un paio di lacrime rigarono il suo trucco alla Moira Orfei. La bocca di mastu Cicciu si aprì come una caverna per liberare uno sbadiglio, nell’impresa titanica di reagire allo stato di torpore nel quale era sprofondato, e Mariannina – in preda a palpitazioni improvvise, vertigini e dolori al petto – urlò, esausta ed esaurita. Le corna che aveva in testa iniziavano a farsi pesanti e, inaspettatamente, il suo corpo decise di non riuscire a reggerle più. Il prete aveva appena finito di dire: «CARA TERESA, CON GRANDE GIOIA LA NOSTRA COMUNITÀ CRISTIANA TI ACCOGLIE!» e Sant’ Antonio da Padova – dall’alto del suo altare policromo tardo barocco nella navata laterale del Convento – parve inarcare le sopracciglia e mettersi le mani nei capelli.   Fonte immagine: Maria Giosa

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Fun e Tech

Le tappe fondamentali dell’evoluzione del coding

Se è possibile pensare all’informatica come a uno dei pilastri del mondo lavorativo moderno, viene spontaneo fare riferimento al coding come lo strumento utile per plasmarlo e per espanderlo, in grado di accrescere continuamente le opportunità, dandoci la possibilità di migliorare le nostre vite. Il coding ci permette di vivere e lavorare nella maniera più efficiente possibile, e di aggiungere un grado sempre maggiore di flessibilità alle nostre esistenze. E non è un caso che la programmazione sia una delle professioni che ha riscontrato il tasso di crescita maggiore negli ultimi 10 anni. La comunità di coder è sempre più folta e nutrita e la richiesta per i prossimi anni è destinata a crescere ancora. In questo contesto il corso Hackademy organizzato da aulab – una full immersion intensiva con una formazione attenta sulle tecnologie più moderne utilizzate nello sviluppo web –  rappresenta sia un modo per costruire le proprie competenze per essere in grado di inserirsi in questo contesto lavorativo, ma anche per aggiornare le competenze di chi ha già delle basi della programmazione, grazie a un metodo di lavoro innovativo e strutturato in grado di migliorare la propria produttività e diversificare l’approccio con questo tipo di attività.   Abbiamo parlato della rilevanza attuale a futura del coding, ma quali sono le tappe fondamentali che hanno reso la programmazione quello che è al giorno d’oggi? Ada Lovelace e gli albori della programmazione La matematica inglese, nata a Londra nel 1815, è indicata da più parti come la prima vera programmatrice della storia. Dopo l’incontro con Charles Babbage – l’inventore della macchina analitica – la scienziata rimase letteralmente folgorata, tanto da impegnarsi anima e corpo sullo studio di quello che rappresenterà di fatto il primo algoritmo pensato per essere processato da una macchina. Alan Turing  vs Enigma Un altro contributo fondamentale al mondo del coding è stato offerto da un altro matematico britannico, Alan Turing. Nel 1923 l’esercito tedesco aveva creato una macchina in grado di comunicare in maniera segreta usando messaggi in codice: l’Enigma. Turing riuscì a violare questi codici, dando un contributo decisivo per abbreviare la durata dello scontro bellico, salvando quindi tantissime vite umane. Il concetto venne poi sviluppato dallo stesso scienziato con la creazione di macchina in grado di compiere più di un task, grazie alla sua capacità di leggere istruzioni multiple all’interno di un sistema binario. L’unico vero inconveniente del sistema era che questo era in grado di leggere le istruzioni tramite enormi bobine cartacee, una modalità particolarmente scomoda che venne risolta da alcuni ricercatori della Manchester University, con l’introduzione della prima memoria elettronica. La macchina creata dai ricercatori inglesi aveva una capacità di 128 byte ed aveva delle dimensioni esagerate, tali da riempire una stanza. Anni ’50 e ‘60: linguaggi di programmazione e altre invenzioni fondamentali La fine degli anni ’50 è contrassegnata dall’invenzione di linguaggi di programmazione in parta ancora usati ai giorni nostri, come COBOL, LISP e FORTRAN.  Negli anni ’60 nasce il primo mouse, viene sviluppato il primo concetto di gaming tramite […]

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Attualità

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I distributori automatici: l’evoluzione del vending

Negli ultimi anni, in Italia, il mercato dei distributori automatici risulta essere uno dei più redditizi che sta dilagando e raggiungendo notevoli sviluppi. I distributori automatici rappresentano un vero e proprio sostegno per tutti coloro i quali vogliono fermarsi un attimo a sorseggiare un caffè o mangiare uno spuntino al volo prima di dedicarsi ai propri impegni: può trattarsi di un’agevolazione per i clienti o per i propri dipendenti in quanto consente di gestire in maniera flessibile impegni ed orari, con il beneficio di far combaciare anche un breve break. Le origini dei distributori automatici La storia della distribuzione automatica affonda le sue radici nell’antica Grecia grazie al noto matematico ed ingegnere Erone di Alessandria, che realizzò tramite diversi congegni meccanici il primo erogatore d’acqua santa, posto all’ingresso dei templi, il cui funzionamento era consentito in seguito all’inserimento di una moneta. Una storia di uomini e “macchinette” che giungono in Italia intorno agli anni ’40 dello scorso secolo per installare prima i distributori automatici della “Coca-Cola” per poi trasformarsi successivamente in pionieri del caffè in grani e infine stabilizzarsi con il principio dell’infusione tramite il quale si ottiene l’estrazione delle sostanze aromatiche del caffè Le sane abitudini nella selezione dei prodotti Ad oggi il grande mondo della distribuzione automatica spazia anche sul vasto tema della corretta alimentazione; ha invogliato le persone a nutrirsi con una consapevolezza maggiore, sperimentando e sensibilizzando le abitudini alimentari più sane: oltre alle classiche barrette di cioccolato e patatine in busta, si propongono prodotti biologici come frutta e verdura fresca, frutta essiccata o yogurt da bere, al di là di prodotti appositi per celiaci o qualsiasi altro tipo di intolleranza. Il settore del vending è stato approvato a pieni voti anche dagli psicologi, i quali hanno constatato che avere vicina un’area di ristoro a disposizione influisce positivamente sullo stato mentale delle persone. La capacità di prendere decisioni è infatti influenzata dalla stanchezza, nel corso della giornata lavorativa, inoltre, concedersi un caffè o uno spuntino aiuterebbe il cervello a ritrovare la giusta motivazione e di conseguenza a lavorare meglio. La risposta del vending al covid-19 Le macchinette svolgono inoltre nel particolare contesto “covid-19” un sostegno indispensabile, poiché azzerano al massimo quelli che sono i contatti umani: grazie ai distributori automatici vengono evitate le lunghe folle che si accalcano ai bar, dimezzando così le interazioni tra persone. Alcune aziende di vending infatti hanno deciso di attrezzarsi al meglio per garantire ai propri clienti una pausa più sicura, tramite un apposito programma di igienizzazione. Al passo con i nuovi sviluppi tecnologici, il vending non è solo relegato all’ambito di uffici, aziende o strutture pubbliche, ma diventa un vero e proprio motore di nuove applicazioni: ai classici pulsanti vengono sostituiti tablet touch screen che agevolano la selezione dei prodotti; veri e propri computer che segnano il passaggio della nuova era di questo settore. Eppure questa attività che di giorno in giorno compie passi da gigante è ancora poco conosciuta, occorre dunque far emergere l’affascinante forza imprenditoriale della distribuzione automatica e […]

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Attualità

Artisti 7607, uniti in lotta per un equo compenso

Contro lo sfruttamento delle piattafome streaming, il grido di denuncia della Cooperativa Artisti 7607 «Gli stati membri provvedono a che gli autori e gli artisti (interpreti ed esecutori), se concedono in licenza o trasferiscono i loro diritti esclusivi per lo sfruttamento delle loro opere o altri materiali, abbiano il diritto di ricevere una remunerazione adeguata e proporzionata. Gli stati membri provvedano a che gli autori e gli artisti (interpreti o esecutori) ricevano, almeno una volta all’anno e tenendo conto delle specificità di ciascun settore, informazioni aggiornate, pertinenti e complete sullo sfruttamento delle loro opere ed esecuzioni da parte di coloro ai quali hanno concesso in licenza o trasferito i diritti oppure da parte degli aventi causa, in particolare per quanto riguarda le modalità di sfruttamento, tutti i proventi generati e la remunerazione dovuta.» Questo è quanto si legge negli articoli 18 e 19 della Direttiva UE 2019/790 sui diritti d’autore e sui diritti connessi nel mercato unico digitale. Parole che dovrebbero garantire remunerazione adeguata, proporzionata e obbligo di trasparenza. Dovrebbero.  A tutela delle infrazioni perpetrate ai danni di interpreti ed esecutori, la Cooperativa italiana degli Artisti, ARTISTI 7607, che dal 2013 svolge attività di amministrazione e intermediazione dei diritti connessi ai diritti d’autore spettanti agli artisti interpreti ed esecutori, fa sentire la propria voce, denunciando lo sfruttamento delle piattaforme streaming che, nonostante la loro crescita esponenziale, omettendo i dati completi degli utilizzi, concedono compensi irrisori, non corrispondendo i diritti connessi degli artisti. Per diritti connessi al diritto d’autore si intende il

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LOL- Chi ride è fuori: analisi del fenomeno del momento

“LOL: Chi ride è fuori”, nettamente il programma del momento. A cosa è dovuto il successo di tale format? Cerchiamo di scoprirlo in 5 punti. “Chi non ride mai non è una persona seria.” -Chopin (probabilmente dopo aver visto LOL) Prendete l’idea più semplice del mondo. Reclutate 10 comici. Scaricateli in una sala del Grande Fratello. Ditegli di non ridere. Godetevi lo spettacolo. Questo è il mega-riassunto di “LOL- Chi ride è fuori”, format presentato su Prime Video il 1 Aprile, che ha già conquistato il cuore di molti. Discusso, chiacchierato, condiviso, commentato; tutti i giornali ne parlano, tutto il mondo del web lo osserva, tutti (o quasi) lo hanno visto. Alcuni lo osannano, molti lo apprezzano, qualcuno lo critica aspramente. Questa sorprendente centralità del programma nei discorsi più svariati, ci costringe ad un’analisi più approfondita del tema. Cosa ha davvero funzionato? Perché “LOL- Chi ride è fuori” ha ottenuto questa risonanza così forte? Tenteremo in questo articolo di rispondere a tali quesiti, in cinque punti. E siccome repetita iuvant, (o se semplicemente vivete come eremiti e non conoscete il programma), partiamo dal primo punto e approfittiamone per capire meglio l’oggetto di discussione. In cosa consiste il “gioco” del momento?   1 ) LOL-Chi ride è fuori: l’idea E iniziamo a soffermarci proprio sul termine “gioco”. LOL è in primis, una competizione. Condotto da Fedez, coadiuvato dall’highlander Mara Maionchi. Il programma si presenta come una vera e propria gara tra pari; dieci comici, catapultati in una sala chiusa, dovranno resistere alla tentazione di ridere, cercando però nello stesso momento di far cadere in errore gli avversari/colleghi. Un limite di tempo (6 ore), nessuna restrizione, e un solo vincitore. Ripresi da numerosissime videocamere, ogni loro reazione sarà monitorata e giudicata dagli sguardi attenti dei due conduttori, comodamente seduti in una sala di controllo accanto. Sarà compito di quest’ultimi infatti, ammonire e successivamente eliminare i concorrenti che non rispetteranno le regole fondamentali del gioco: non ridere; partecipare attivamente senza estraniarsi. Il premio? 100.000 euro da donare in beneficenza. Il risultato? Uno spasso. L’idea per quanto semplice, è senza dubbio originale. Nulla è più divertente di osservare qualcuno che trattiene una risata, sapendo di poter ridere al suo posto. E’ la costrizione stessa, la principale fonte di divertimento. Si impara da piccoli: è l’idea del divieto, che porta ad infrangerlo. Se a questo aggiungiamo le innumerevoli esibizioni, il fattore improvvisazione, e un cast ben costruito (di cui parleremo tra poco), l’efficacia è garantita. In un mercato saturo di game-show, o di programmi dichiaratamente comedy, che però presentano sempre la medesima formula, “LOL- Chi ride è fuori” rappresenta una ventata di aria fresca. La sensazione “reality” (nel suo termine puro) amplifica la spontaneità del tutto, e l’impressione che si ha è di una forte genuinità. 2) Il cast Perché la ricetta può essere buonissima, ma senza le giuste materie prime, il risultato sarebbe compromesso. Ma fortunatamente in LOL questo non accade. La scelta dei concorrenti è forse il punto forte dell’intero lavoro. Dieci comici, […]

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Principe Filippo Mountbatten a un passo dai 100 anni

Principe Filippo Mountbatten a un passo dai 100 anni Il principe d’Inghilterra Filippo, precedentemente duca di Edimburgo, vanta una storia personale di grande interesse. Nato a Corfù in Grecia, imparentato con tutte le famiglie reali d’Europa, 73 anni fa per sposare la futura regina d’Inghilterra Elisabetta II rinunciò alla successione al trono e si allontanò dalla carriera della Marina Militare. Uomo severo e di principi saldi, nonostante non fosse cittadino inglese di nascita, ebbe la cittadinanza britannica e si convertì alla religione anglicana. Padre di 4 figli, il primo figlio Carlo, principe di Galles, e futuro erede al trono nacque nel 1948. Dopo il principe Carlo la figlia Anna classe 1950, Andrea classe 1960 ed Edoardo classe 1964. Tutti credono che il principe Filippo abbia nobili origini britanniche, giusto? In realtà il principe Filippo ha subito la perdita della sua famiglia in giovane età. Figlio del principe Andrea di Grecia e della principessa Alice di Battenberg per eredità sin da giovane ha ottenuto il titolo di principe di Grecia e Danimarca. Per essere accolto dalla Chiesa d’Inghilterra converte il suo cognome con quello dello zio materno, Mountbatten. Da principe di Danimarca a principe d’Inghilterra Il principe Filippo ha ottenuto con grande onore e orgoglio il suo titolo nel 1957 ed è proprio la regina Elisabetta II, dopo 18 anni di matrimonio, che gli assegna il titolo con una cerimonia regale. Il principe d’Inghilterra Filippo Mountbatten è stato anche patrono di una serie di organizzazioni tra cui The Duke of Edinburgh’s Award, ed è stato uno dei membri fondatori della Cambridge University di Edimburgo. Nel 1961 (esattamente 60 anni fa) divenne presidente del WWF per il Regno Unito. Durante il giubileo d’oro di Elisabetta II, 19 anni fa nel 2002 il ruolo del principe del Regno Unito Filippo Mountbatten è stato fondamentale, infatti gli attribuirono l’onore di essere principe per 50 anni come consorte della Regina Elisabetta II. Nel 2013 è stato proclamato Compagno straordinario dell’Ordine del Canada, poiché è storicamente riconosciuto abbia avuto rapporti stretti con le Forze Armate del Canada. Attraverso le sue numerose visite in Canada, sia da solo sia in compagnia di sua moglie, ha mostrato la sua cura per lo sviluppo del Canada. Il 4 Maggio 2017, dopo ben 65 anni di servizio e circa 22.000 impegni ufficiali, il principe Filippo si congeda dalla vita politica reale con una cerimonia nei giardini di Buckingham Palace. Principe Filippo Mountbatten a un passo dai 100 anni – Lutto per il  popolo inglese Tutti i cittadini inglesi erano pronti a festeggiare i 100 anni di Filippo Mountbatten il 10 Giugno 2021. Nel suo castello di Windsor era già in corso l’organizzazione di una cerimonia in grande stile in suo onore. Il principe d’Inghilterra oltre che per il suo prestigio sempre accanto alla moglie Regina Elisabetta II per oltre 60 anni di regno è conosciuto da tutto il mondo per essere un amante di corse equestri e di polo e per essere definito il Principe Gaffeur. Ha fatto spesso notizia […]

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Cinema e Serie tv

Cinema e Serie tv

Leonardo. La fiction Rai sul grande genio del Rinascimento italiano

Dopo il glorioso successo della fiction I Medici, la Rai pone i riflettori su un altro grande personaggio, protagonista del panorama artistico rinascimentale italiano: Leonardo da Vinci. Nasce così la nuova fiction Leonardo, ideata da Frank Spotnitz e Stephen Thompson. Diretta da Daniel Percival e Alexis Sweet, la nuova serie debuttante il 23 marzo 2021 su Rai1 è una co-produzione internazionale, scegliendo come protagonista l’affascinante Aidan Turner, a cui si affianca un cast brillante, tra cui la venticinquenne Matilda De Angelis (nel ruolo di Caterina da Cremona, personaggio semi-creato) e Freddie Highmore (nel ruolo costruito dell’ambizioso ufficiale del Ducato di Milano Stefano Giraldi). Annunciata nel 2018, la fiction pone al centro la vita del genio intramontabile Leonardo da Vinci, focalizzando l’attenzione sulla creazione delle sue opere, sui tormenti e i dissidi interiori che ne accompagnano la creazione, e soprattutto sul carattere ermetico e tenacemente ambizioso dell’artista toscano. Come suggerisce la stessa terminologia del genere televisivo, la serie trae ispirazione da fonti, personaggi e fatti storici, ma sugli schermi viene comunque proposta una storia originale e soprattutto romanzata, tra l’altro girata non sul suolo toscano, bensì tra gli Studi di Formello (dov’è stata accuratamente ricostruita la Firenze del Rinascimento), Tivoli e la Lombardia, e accompagnata dalle piacevoli note di John Paesano. Progetto ambizioso e coraggioso la fiction Rai Leonardo, dovendo competere con i precedenti mirabilmente realizzati e riusciti, tra cui La vita di Leonardo da Vinci (1971) di Renato Castellani, e Io, Leonardo (2019) di Jesus Garcés Lambert. Ancora ampiamente presente ne Il codice da Vinci (2006) diretto da Ron Howard sul soggetto di Dan Brown. Insomma il poliedrico artista nativo di Vinci ha interessato nel tempo scrittori, registi e produttori, affascinando contemporanei e posteri con la sua vita colma di genio e successo, pur tra ombre, dissidi e incomprensioni, a causa della sua personalità eterea, ambiziosa e precocemente brillante. Ecco perché l’obiettivo di Spotnitz e Thompson diviene quasi una sfida, attirando non poche critiche per alcune scelte effettuate e per vari elementi che si discostano dalla realtà storica. Tutto comincia proprio dalla trama… Leonardo. Trama Una trama originale nella cornice e in alcuni riferimenti storico-biografici. Milano 1506. Leonardo da Vinci viene accusato dell’omicidio di Caterina da Cremona. Così comincia quest’inedita storia ideata da Spotnitz e Thompson. Il famoso artista viene dunque interrogato da Stefano Giraldi, l’ufficiale del Ducato di Milano, a cui inizia a raccontare la sua vita, proprio a partire dal suo primo incontro con Caterina nella bottega di Andrea del Verrocchio. Giraldi, affascinato dall’incredibile personalità dell’artista, sospetta la sua possibile innocenza, e determinato indaga per scoprire l’assoluta verità sull’omicidio. Ma analizziamo le controversie… Leonardo. Le deformazioni storico-biografiche della fiction e la realtà storica La fiction in onda su Rai1 ha riscosso un notevole successo, se si contano i quasi sette milioni di telespettatori incollati allo schermo, curiosi di seguire le vicende del più grande maestro di tutti i tempi. Ma la stessa ha attirato, come anticipato, non poche polemiche, concernenti l’attinenza ai fatti storico-biografici dell’artista, la spettacolarizzazione della […]

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Cinema e Serie tv

Ted Mosby e la ricerca del vero amore

Ted Mosby: chi è? Ted Mosby è il personaggio della sitcom americana “How I Met Your Mother”, interpretato dall’attore Josh Randor. La sua storia melodrammatica ha accompagnato le serate, i pomeriggi e forse un’intera generazione di persone con la sua personalità alquanto particolare, facendo diventare lo stesso Ted Mosby un tipo di personalità. Ted è un architetto di New York e vive con i suoi migliori amici, Marshall e Lily. Il suo sogno è progettare un grande edificio nella Big Apple, ma la cosa che più cerca e brama è l’amore. Quell’amore folle e folgorante che incanta che porta al matrimonio e alla creazione di una famiglia, l’amore eterno. Pensa di averlo trovato non appena conosce Robin Scherbatsky, una giornalista canadese trasferitasi a New York. Ma non appena Ted le dice “Ti amo” al primo appuntamento, lei lo respinge, eppure lui, caparbio, fa di tutto per conquistarla e alla fine si fidanzano ma, tra le varie peripezie dei diversi episodi, capiranno di essere troppo diversi per stare insieme e si lasceranno. Da quel corno blu regalatole per riconquistarle il cuore, la serie proseguirà alla ricerca del suo vero amore. L’evoluzione di Ted Da qui in poi seguiranno una serie infinita di amori che Ted pensa di aver trovato, l’anima gemella in tutte le dozzine di donne che incontrerà e per cui perderà la testa. Tra queste, la sua futura sposa e madre dei suoi figli, Tracy McConnell, è il motore narrativo di tutta la serie. Viene mostrata per la prima volta nell’episodio finale dell’8a stagione, anche se viene nominata fin dal primo episodio, e vari “indizi” sulla sua identità e che la riguardano sono rivelate nel corso della serie. Ted le aveva già intravisto i piedi nell’appartamento di una sua studentessa con la quale esce per qualche tempo, e aveva per sbaglio preso il suo ombrello giallo. Ma Ted la vede per la prima volta al matrimonio di Barney e Robin, in cui è la bassista della band: i due si parleranno alla stazione di Farhampton e due giorni dopo inizieranno a uscire insieme. Ted le chiederà di sposarlo al faro di Farhampton, anche se i due si sposeranno solo nel 2020. Lei morirà a causa di una malattia nel 2024. Eppure, nonostante il tempo, egli non smetterà, nel suo cuore, di amare Robin. Spinto dai figli, alla fine dell’ottava stagione, si presenta sotto casa della donna con in mano il corno blu che aveva rubato il giorno del loro primo appuntamento, facendo intuire che i due hanno ancora una possibilità di avere un futuro insieme. L’amore e Ted Ted è innamorato dell’amore stesso, ha disperatamente bisogno di questo sentimento, tanto da elemosinarlo in ogni persona che incontra. Questa sua personalità lo porta ad essere quasi un parassita dell’amore, mente a se stesso pur di provare questo sentimento, a volte anche a discapito degli altri. Il personaggio però, si evolve tra le stagioni, magari odiato o amato dal pubblico, e lo si vede crescere e raggiungere una più acuta consapevolezza […]

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Cinema e Serie tv

Perché il “binge watching” non è sempre la scelta predominante

Netflix ha cominciato nel 2013 a pubblicare le serie tutte-e-subito, iniziando con la prima stagione di House of Cards, fu una mossa molto azzardata e poco compresa ai tempi, ma ora con le conoscenze che abbiamo adesso si può dire che il fenomeno del binge watching, vale a dire la visione consecutiva di più episodi della stessa serie, ha preso sempre più piede e ad ora è una scelta molto diffusa dalle piattaforme di streaming. Alcune persone hanno addirittura pensato che dopo l’ultimo episodio di Game of Thrones, non ci sarebbero più state serie con uscita settimanale nell’arco di più anni come eravamo abituati fino a quel momento, ma per il momento la tendenza non sembra assolutamente quella. Sono numerosissime le serie che sono uscite ultimamente con cadenza settimanale, con uno o due episodi alla volta, come è successo ad esempio per The Mandalorian eWandaVision, due serie di Disney+ che hanno avuto un ottimo seguito da parte del pubblico. Le serie che si possono assaporare poco alla volta sono quindi salve ed è probabilissimo che una variabile molto significativa è il fattore economico, infatti le serie divise in più anni hanno il tempo di racimolare i capitali necessari per produrla di anno in anno, magari si potesse sempre vincere su Slot Gratis per avere un super budget ogni volta. La svolta di Netflix Prima di Netflix per potersi fare una maratona di serie TV bisognava o comprare i DVD oppure aspettare le maratone televisive dedicate al recupero delle stagioni vecchie. Poi però la svolta, con Netflix che in quattro e quattr’otto mise online tutta la prima stagione di House of Cards e tutti a Hollywood pensavano fosse una follia, ma invece l’idea piacque talmente tanto agli spettatori che fu la carta vincente del colosso di streaming, pubblicando così anche tutte le stagioni successive e dopo di essa tutte le sue produzioni. La tradizionale programmazione settimanale è comunque prevalente sulla TV vera e propria, più che nei servizi legati allo streaming, ma ad esempio di recente Amazon Prime Video, che è sempre stata della scuola “serie disponibili tutto-e-subito, ha provato con alcune produzioni, come la seconda stagione di The Boys, a caricare gli episodi online a cadenza settimanale e ha avuto molto successo. Il fatto che certe serie stiano uscendo alla vecchia maniera e che quasi di certo continueranno a farlo per anni, non vuol dire necessariamente che il modello pensato per il binge watching non sia efficace, anzi ci sono serie per cui le maratone sono consigliate. La scelta tra programmazione one-shot e quella tradizionale è molto difficile per i produttori, ma sono tutte questioni di gusti del pubblico, infatti c’è chi si è lamentato dell’uscita settimanale di WandaVision, ma c’è anche chi si è trovato a fare binge watching, anni dopo l’uscita di serie come ad esempio Friends che ai tempi era stata pensata per essere vista in maniera del tutto diversa.

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Cinema e Serie tv

L’ultimo paradiso, su Netflix dal 5 febbraio

Recensione de L’ultimo paradiso di Rocco Ricciardulli La bellezza sa essere, a volte, un’arma a doppio taglio. Una luce che oscura la bravura. Non è il caso di Riccardo Scamarcio, celebre attore italiano, che ha dimostrato di avere, oltre a bellezza e fascino, grande bravura. Dopo aver vestito i panni di Vincenzo, nel film Il ladro di giorni di Guido Lombardi, approda su Netflix, come produttore, co-sceneggiatore e attore protagonista de L’ultimo paradiso di Rocco Ricciardulli (su piattaforma dal 5 febbraio). In pochi giorni si è piazzato tra i titoli più visti, fotografando scorci di un Sud soffocato dall’oppressione del caporalato, ma animato dalla ribellione dei braccianti. Ciccio Paradiso (interpretato da Riccardo Scamarcio) è un contadino intrappolato in un sistema che ha origini in un passato senza tempo, ma è soprattutto un sognatore, uno sciupafemmine innamorato delle donne e della vita, che cerca, a caro prezzo, di spogliarsi della sua condizione di lavoratore oppresso e marito infelice.  Siamo negli anni Cinquanta in Puglia, in un profondo Sud, baciato e bruciato dal sole, dove i padroni fanno il buono e il cattivo tempo. Compare Schettino (Antonio Gerardi) non è solo il padrone di Ciccio, ma è anche il padre di Bianca (Gaia Bermani Amaral), giovanissima donna di cui lui è innamorato: amore, sogni e diritti per cui combattere sono i fili narrativi di una vicenda che rimanda, inevitabilmente, a realtà ancora presente. Come afferma lo stesso Scamarcio: «La storia di questo film, pur essendo ambientata negli anni Cinquanta, non è così distante dalla nostra realtà. Lo sfruttamento esiste ancora oggi, solo che a pagarne le conseguenze sono gli extracomunitari che ricevono un salario pari a due euro all’ora.» Forse troppi gli spunti narrativi, forse per questo tutti poco sviluppati e spesso tendenti al cliché. Lasciati in superficie personaggi, vicende, aspetti che andrebbero approfonditi, o comunque meglio definiti, come Antonio (interpretato dallo stesso Scamarcio), fratello di Ciccio che, dopo sviluppi inattesi della sua storia, lascia il Nord, risucchiato dalla sua terra, dal suo passato e dalla necessità di rivalsa verso il suo stesso sangue. In una realtà ancestrale che non ammette cambiamento, in cui la vendetta resta l’unico modo di farsi giustizia, la sola via concessa è il vagheggiamento nel sogno, reso nel film da un finale dal sapore visionario.  Fonte foto: Netflix  

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

Mal di schiena: quali cause? I rimedi per alleviare il dolore

Le cause che possono indurre il mal di schiena possono essere davvero tante. Non a caso, secondo recenti studi, il mal di schiena è un disturbo talmente diffuso che risulta essere la terza causa di assenza dal lavoro. Ne soffrono circa il 25% dei lavoratori e negli individui con più di 50 anni la percentuale di chi ha dolori alla schiena si alza molto, oscillando tra il 60 e l’80%. Si tratta di un problema piuttosto comune che spesso può essere risolto semplicemente ricorrendo ad una gamma di prodotti antinfiammatori per dolori alla schiena.   Le possibili cause Il mal di schiena, come detto, può avere matrici diverse. Può essere generato ad esempio da un trauma a seguito di un infortunio o un movimento sbagliato. In questo caso è semplice individuare la causa perché il paziente si accorge del momento in cui succede. In questi casi il dolore è molto intenso e localizzato, si sentono delle fitte alla schiena e si ha difficoltà a stare seduti o in piedi (posizioni in carico).   Diverso invece è il mal di schiena cronico che limita molto il paziente nella vita di tutti giorni e influisce negativamente sul suo umore. Un mal di schiena cronico può derivare da abitudini posturali scorrette al lavoro, a casa o in macchina, se si guida tanto; la sedentarietà, perché viene meno l’elasticità della colonna. Anche l’attività sportiva svolta male, perché si carica in modo sbagliato la colonna vertebrale.   Esistono però anche cause viscerali come la frequente colite, o il colon irritabile. Ricordiamo che l’intestino è avvolto dal peritoneo, il quale ha rapporti con la colonna vertebrale.   Anche la predisposizione purtroppo è una causa di dolore alla schiena. C’è chi è più propenso “all’usura” delle vertebre o dei dischi intervertebrali. Senza dimenticare le patologie che influiscono sulla schiena come l’ernia del disco. L’ernia discale si ha quando la porzione più esterna del disco (anello fibroso o anulus) compreso tra due vertebre si fessura e ne fuoriesce del materiale discale (nucleo polposo). Se questo materiale comprime dei nervi, oltre al forte dolore si possono avere altri sintomi come il formicolio o sintomi più gravi. In alcuni casi si può arrivare al temuto deficit di forza (“paresi periferica”) di un movimento specifico. Ad esempio, l’impossibilità di camminare sulle punte dei piedi oppure sui talloni.   I rimedi I rimedi, come le cause, possono essere diversi. Se il dolore è tutto sommato sopportabile si possono utilizzare prodotti antinfiammatori, mentre se il dolore fosse molto acuto potrebbero essere necessarie terapie strumentali come la Laserterapia o la Tecarterapia che aiutano a ridurre l’infiammazione e il dolore. Per l’ernia del disco si può ricorrere all’Ozonoterapia che spesso da buoni risultati dopo 3-4 settimane. Superata la fase acuta diventano fondamentali una idonea terapia manuale e/o un trattamento osteopatico, per migliorare le contratture muscolari ed i rapporti articolari. La terza e altrettanto importante fase è quella del rinforzo muscolare, con esercizi per il mal di schiena specifici e guidati dal fisioterapista.

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Cucina e Salute

La Pastiera: la bontà ed il gusto della variante ischitana

La Pastiera, dolce tipico napoletano, tra i più apprezzati non solo in Campania, è stata riconosciuta come “Prodotto Agroalimentare Tradizionale”. Così come per ogni dolce, ne esistono molte varianti, ognuna con caratteristiche organolettiche diverse, in grado di catturare anche i palati più sopraffini. Rispetto alla ricetta napoletana, probabilmente in molti avranno assaggiato o sentito citare la variante ischitana, diversa da quella tradizionale. Pastiera ischitana e Pastiera napoletana: quali sono le differenze Gli ingredienti propri della ricetta tradizionale sono: la frolla, lo strutto (che spesso viene sostituito dal burro, soprattutto da chi sceglie una dieta vegetariana) e la crema col grano. Per quanto riguarda questo ingrediente, è stato attestato che storicamente veniva preparato esclusivamente in casa, quindi con tempi di ammollo e cottura molto lunghi. Etimologicamente, sembrerebbe che il nome ‘Pastiera’, derivi molto probabilmente dall’abitudine che un tempo prevedeva l’utilizzo della pasta cotta al posto del grano. Ad Ischia, conversando con le donne di un tempo, si scopre che in realtà non esiste una vera e propria ricetta standard, ma che ogni famiglia realizza la pastiera rifacendosi a vecchie tradizioni tramandate da generazioni.  Ed è così che ad ogni cucchiaio di grano si associa una buona dose di fantasia, storia e passione e anche qualche segreto, uniti a dolci ricordi.  La ricetta della Pastiera ischitana prevede una preparazione molto lunga, nella quale si annovera tra gli ingredienti, la crema pasticciera, aromatizzata con bucce d’arancia o di limone. Come abbiamo detto, il ripieno tradizionale napoletano, non prevede la crema pasticciera, ma, aggiungendola si otterrà un composto più omogeneo e ricco di sapore. Oltre alla realizzazione della crema pasticciera, che in tanti frullano per evitare grumi (soprattutto perché la consistenza del grano non piace a tutti) esistono alcuni alcuni accorgimenti sui quali ancora si dibatte. Qualcuno spennella sulla superficie della pastiera, il tuorlo dell’uovo, per renderla più lucida. Ad Ischia, così come dolcemente raccontano le tante persone che vivono sull’isola verde, questa tradizione è considerata una vera e propria eresia. Non si aggiunge né uovo, né zucchero a velo, e nemmeno la cannella, soprattutto perché in questo caso il dolce tipico pasquale rischierebbe di scurirsi e presentare un brutto aspetto. Sull’isola d’Ischia, e ovviamente in Campania, così come nel resto dell’Italia meridionale, mangiare è un momento importante, che va oltre la semplice necessità di nutrirsi. Indipendentemente dal culto religioso che si abbraccia, la Pastiera è un dolce che rappresenta una vera e propria “istituzione culinaria”. Il grano, le uova, la ricotta, la pasta frolla, le essenze, sono tutti elementi che s’intrecciano tra loro, creando un mix perfetto di storia, cultura e tradizione. Storia e tradizione in un dolce amato da tutti Storicamente, è noto che la ricetta originale della tradizione napoletana, prevede che la Pastiera sia nata in un convento, a San Gregorio Armeno: tutto grazie a una suora che, nel Settecento pensò di abbinare gli ingredienti simbolo della Pasqua cristiana alla ricotta e ad altri ingredienti da poco arrivati dall’Oriente, come la cannella. Inoltre, si narra che la Pastiera fece sorridere Maria Teresa […]

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Cucina e Salute

L’importanza del bere acqua per una buona idratazione

Perché è importante bere tanta acqua? La Dott.ssa Martina Chiurazzi, biologa nutrizionista e PhD Student in Terapie Avanzate Biomediche e chirurgiche presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” spiega quali sono i benefici di una ricca idratazione L’acqua è considerata una componente importante del corpo umano (circa il 60% del nostro corpo è composto da acqua) ed è coinvolta in numerosissimi importanti attività fisiologiche.  L’assunzione e l’eliminazione di acqua dal corpo umano sono in un equilibrio dinamico: un’assunzione insufficiente di acqua, infatti, influenza lo stato di idratazione del corpo umano che, a sua volta, influisce negativamente sullo stato di salute. Per questa ragione, è fondamentale prestare attenzione a ciò che beviamo per assicurarci di soddisfare il nostro fabbisogno giornaliero di acqua. Non farlo potrebbe avere effetti negativi sulla nostra salute. Biomarcatori dell’urina e del plasma sanguigno oppure un esame bioimpedenziometrico sono in grado di valutare lo stato di idratazione del corpo. In risposta alla disidratazione, l’uomo sviluppa la sensazione di sete,  fondamentale per la sopravvivenza in quanto motiva il bere, con successiva correzione del deficit di liquidi. Secondo i Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti (LARN) in Italia, l’assunzione adeguata per un uomo adulto (>18 anni) dovrebbe essere di  2500 ml/die  mentre per una donna adulta (>18 anni) 2000 ml/die di acqua. I LARN variano a seconda delle fasi della vita e del sesso, quindi è importante prendere sempre come riferimento le tabelle dei LARN per valutare l’assunzione raccomandata e il Livello massimo tollerabile di assunzione. Le fonti idriche possono essere di 3 tipi: –l’acqua che introduciamo bevendo, –quella che introduciamo con gli alimenti e -quella che produciamo come risultato dell’ossidazione di macronutrienti. Spesso però introduciamo liquidi non per dissetarci, ma attraverso bevande consumate per puro piacere (caffè,  alcol o bevande zuccherate) e soprattutto perché aiutano l’interazione sociale. Il consumo di queste bevande può essere vantaggioso perché permette di sostituire le perdite d’acqua prima che si verifichi una disidratazione che induce lo stimolo della sete ma allo stesso tempo comporta alcuni svantaggi in quanto bere liquidi diversi dall’acqua può contribuire a un apporto di nutrienti calorici superiore al fabbisogno. Inoltre, il consumo di alcol in alcune persone può provocare dipendenza con conseguenti problematiche di salute. Per questo motivo il mio consiglio è quello di preferire acqua naturale o minerale limitando invece tutte le altre bevande. Inoltre, poiché capita spesso di dimenticarsi di bere se assorbiti da un impegno, suggerisco di impostare un promemoria che vi aiuti a ricordare di bere e a monitorare la quantità di acqua ingerita, soprattutto se si ha uno stile di vita attivo e si pratica regolarmente sport. Alcuni studi che hanno confrontato le risposte di sete e l’ingestione di liquidi tra le persone anziane e i giovani hanno rivelato che, in seguito alla mancanza di acqua, le persone anziane hanno meno sete e bevono meno liquidi rispetto ai giovani e sembra che la diminuzione del consumo di liquidi sia principalmente dovuto ad una diminuzione della sete poiché il rapporto tra sete e assunzione di […]

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Hygge e i sinonimi di benessere e relax

«Che cos’è la felicità? Una casa con dentro le persone che ami». Amy Bretley Hygge è un sostantivo danese, ma usato anche nella lingua norvegese, che indica un concetto legato ad un’atmosfera o una sensazione connesse al senso di accoglienza, di benessere fisico e psichico e quindi di comodità e relax. Questa parola, dall’etimologia connessa al germanico hyggja (letteralmente sentirsi soddisfatti), al norvegese hugge (abbracciarsi, in inglese hug) o al norreno hygga (consolare), sembra sia apparsa solo nel XIX secolo nella lingua danese e da essa è derivato anche un verbo (omografo del sostantivo) e l’aggettivo hyggeligt. Data la difficoltà di esprimere in altre lingue significati connessi alla cultura nordica, si è cercato nell’inglese hominess e nel tedesco Gemütlichkeit un corrispettivo di questa parola inserita nell’Oxford Dictionary fra le nuove parole del 2016. La ricerca dell’hygge è da connettersi al bisogno dei popoli nordici di creare un ambiente accogliente, familiare, comodo, caratterizzato dal calore intimo delle abitazioni in una situazione di scarsa luminosità e pungente freddo. Una delle caratteristiche dell’hygge è proprio la luce, infatti. Il senso profondo di comunità, di aggregazione e di coesione e il soddisfacimento dei bisogni primari hanno poi spinto i nord europei a dedicarsi alla propria personale condizione di benessere. Le sensazioni create da ambienti hyggeligt portano ad una situazione di felicità semplice, costruita quotidianamente e gradualmente nella propria casa, secondo elemento fondamentale di questa “filosofia” di vita. Si tratta quindi di un piccolo nido le cui porte sono sempre aperte per gli amici con cui stare insieme (sì, è questa la terza componente dell’hygge). Anche in estate, fra falò in spiaggia, festival di strada, mercatini delle pulci e pic nic nel bosco. Hygge: cosa ci fa stare bene? Quali sono i fattori irrinunciabili della quotidianità e della felicità di ciascuno? A queste domande risponde un decalogo da noi rielaborato di questa pratica da perseguire quotidianamente: 1-2-3. Luci e atmosfera, Desiderio di comfort, Senso di sicurezza Le luci da preferire per ricreare un senso di comfort zone sono quelle con una luminosità bassa e calda, magari regalate da abatjour posizionate in più punti della stanza o da candele non intensamente profumate (scegliete sentori di rosa, lavanda, vaniglia, melissa, sandalo) o, se ne avete in salotto, da un camino. Sedetevi su una comoda poltrona per dormire, leggere un libro di viaggi, ascoltare musica rilassante e con i suoni della natura: mettete in pausa i pensieri e le preoccupazioni. Oppure fate un bagno caldo o, ancora, uscite a fare un giro in bicicletta, soprattutto se avete montato un cestino in vimini sul manubrio e dovete comprare il pane di segale. 4-5-6. Stare insieme, Accoglienza di quello che si ha, Armonia Dopo aver spento dispositivi e “silenziato i rumori”, godetevi una chiacchierata con i familiari, con gli amici, giocate con i Lego oppure coccolate il vostro animaletto domestico, magari preparando per voi stessi o per loro comfort food da assaggiare insieme. Ricreare un ambiente in cui tutti si sentono a proprio agio, azzera anche le preoccupazioni e le ansie da stress […]

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Culturalmente

Comunicati stampa

Documentario La gente di Napoli: fruizione gratuita

Il documentario La gente di Napoli si inserisce come la prosecuzione naturale di un progetto interessante di indagine sociale condotto da alcuni giovani studiosi che ho avuto modo di conoscere qualche anno fa. Ho seguito personalmente alcune delle fasi salienti che hanno interessato le ricerche di Vincenzo De Simone e del suo gruppo di colleghi collaboratori, attenti alle dinamiche psico-sociali dei napoletani e di Napoli. Mi trovo qui, a distanza di qualche tempo, a riparlarne, questa volta in occasione di un’appendice – per così dire – al progetto fotografico: un documentario complesso realizzato con gli stessi intenti che avevano mosso il progetto fotografico prima e la pubblicazione del libro illustrato poi. Ecco di seguito il comunicato stampa e il collegamento ipertestuale per la fruizione del documentario: Dall’omonimo progetto fotografico e di indagine psicosociale di Vincenzo De Simone, La gente di Napoli – Humans of Naples è un viaggio esclusivo tra cibo, arte, musica, teatro e calcio: l’obiettivo è quello di rafforzare e rilanciare l’immagine della città di Napoli sullo scenario internazionale attraverso gli occhi e le parole di chi la vive, soprattutto attraverso i volti di chi decide di restare o di chi è stato costretto a lasciarla. Nello svolgersi di una giornata a Napoli, i suoi personaggi raccontano le storie e le contraddizioni della loro città: tra questi Enzo Avitabile descrive la città come una casa madre, un punto da cui si parte per poi ritornarvi inesorabilmente; Laura Bouchè, emigrata a Londra, della capacità del napoletano di adattarsi a nuovi contesti; ancora Cristina Donadio sottolinea come Napoli sia avvolta da luci e ombre che spesso cerchiamo di nascondere; infine Christian Giroso, nato e cresciuto a Scampia, racconta del laboratorio teatrale Arrevuoto al quale partecipano i ragazzi della periferia di Napoli.               La carica innovativa di questo documentario rappresenta un occhio permanente sulle diverse sfaccettature della città, un sistema di connessioni tra le persone e il territorio con l’ambizione di metterli in correlazione, studiare in particolare un luogo ricco di risorse, al fine di migliorarle e di non disperderle. Si vogliono rafforzare così i rapporti d’interazione e di scambio con chi continua a impegnarsi e ad investire nella crescita di Napoli, una straordinaria possibilità per “la gente di Napoli” di essere finalmente altro rispetto agli stereotipi che la affliggono. L’amore del napoletano per la sua città è unico al mondo.               Il cast è composto da Carlo Alvino, Enzo Avitabile, Laura Bouchè, Sara Caiazzo, Sal Da Vinci, Luigi de Magistris, Cristina Donadio, Marco Ferrigno, Luciano Filangieri, Sara Gentile, Christian Giroso, Emanuela Marchese, I Nati con la Camicia, Gianni Parisi, Teresanna Pugliese, Luigi Reale, Patrizio Rispo, Pasquale Ruocco, Mario Scippa, Veronica Simioli, Ciro Vitiello.                 Le musiche di Enzo Avitabile, Andrea Sannino, LePuc, Roberto Ormanni & Il Quartet. Il documentario è disponibile sul canale YouTube e sul sito del progetto “La gente di Napoli” poiché è nostra volontà renderlo gratuito e accessibile a tutti, per sempre: un segnale positivo per dimostrare che Napoli è viva e sogna ancora nonostante le problematiche affrontate […]

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Culturalmente

La Teoria della finestra rotta: studio sulla criminalità

La Teoria della finestra rotta è uno studio di carattere criminologico, secondo il quale i segni chiari del crimine, ma anche del comportamento antisociale e dei disordini civili, creano un ambiente urbano che incoraggia ulteriormente criminalità e disordine. Teoria della finestra rotta: gli ambienti degradati favoriscono la criminalità L’importante Teoria fu introdotta nel 1982 in un articolo basato sullo studio delle scienze sociali e demografiche a cura di James Q. Wilson e George L. Kelling. Cosa succede se si rompe un vetro di una finestra di un edificio (seppur fatiscente) e non viene riparato? La conseguenza è che probabilmente presto saranno rotti anche tutti gli altri. Lo stesso concetto può essere applicato alla società, o meglio, ad una comunità. Se quest’ultima presenta segni di disfacimento e degrado, senza che nessuno agisca, lasciando che tutto vada nel verso sbagliato, si genera criminalità. Prima dell’affermazione e lo sviluppo della tesi vera e propria, furono numerosi gli esperimenti e condotti sul campo soprattutto in America, e anche le ipotesi susseguitesi nel tempo. Diversi studi scientifici e di tipo psicologico, avvalorano la teoria della finestra rotta. È stato infatti sottolineato che un esempio di disordine, come ad esempio i graffiti o i rifiuti, può incoraggiarne altri come, ad esempio, il furto, o altri reati più gravi, dunque atteggiamenti inclini alla criminalità. In realtà, la teoria della finestra rotta, stabilisce che non sono gli ambienti in sé a determinare un atteggiamento di tipo criminale, ma la presenza in questi luoghi, di elementi “deleteri”, “fuori dal comune”, da emulare. In questo senso tutti quei fattori di degrado urbano e disfacimento e disordine sociale, contribuiscono e talvolta peggiorano la situazione, configurandosi come elementi da seguire ed imitare. La Teoria della finestra rotta ha sempre affascinato gli studiosi di ogni parte del mondo e ancora oggi ci si interroga sui vari fattori scatenanti, per provare a capirne di più e sulle considerazioni (opinabili e soggettive) che da essi scaturiscono. Nel corso del tempo sono stati condotti esperimenti di vario tipo, proprio per provare a capire bene in cosa consista tale Teoria. Uno degli esperimenti principali riguarda un parcheggio di biciclette accanto ad un recinto con un vistoso avviso “No Graffiti”. Ad ognuna delle biciclette parcheggiate viene appiccicato un volantino, in modo tale che il proprietario debba rimuoverlo per usare la bicicletta.  Se sul recinto non vi sono graffiti, il 33% getterà a terra il volantino; ma se invece vi sono graffiti, la percentuale salirà al 69%. Questo è solo uno degli esperimenti condotti, ma anche gli altri sono svolti su questa falsariga, alternando comportamenti corretti, moralmente e socialmente giusti, in luoghi degradati. Sicuramente si tratta di “prove sociali” basate su una forte impronta di tipo psicologico, oltre che comportamentale. Gli atteggiamenti di violenza e criminalità, secondo i due studiosi che svilupparono la Teoria della finestra rotta, creano un circolo vizioso, all’interno del quale le persone si dividono in due categorie: coloro che decidono di sottostare al sistema e quindi subiscono e coloro che invece ne fanno parte. In questo […]

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Culturalmente

Cromofobia. Storia della paura del colore

Cromofobia di David Batchelor, artista e scrittore scozzese, vissuto intorno al 1955, analizza la storia e i motivi della cromofobia, dai suoi inizi, attraverso gli esempi letterari del XIX secolo, all’architettura e la filmografia del XX secolo, la Pop art, il minimalismo, l’arte e l’architettura dei nostri giorni. Lui spiega come la paura della contaminazione attraverso il colore sia una costante all’interno della storia dell’Occidente. Si cerca di eliminare il colore da ogni tipo di raffigurazione artistica, rimpiazzandolo con il bianco. Cromofobia: l’uso del bianco Questo bianco era bianco in maniera aggressiva. Imponeva la sua influenza su tutto quello che gli era attorno, e niente gli sfuggiva. Il bianco puro di cui era impossibile per l’Occidente liberarsene, in molti testi prevale solo ed esclusivamente il bianco; Cuore di tenebra è colorato quasi esclusivamente di neri e bianchi. Una contrapposizione, questa, che non coincide con l’altra grande contrapposizione su cui è costruito il racconto, quella fra tenebra e luce, ma che vuole accentuare elementi di bianchezza che diventano lo snodo fondamentale del racconto. dalla “grande balena bianca” di Melville al “Viaggio verso est” di Le Corbusier, agli esperimenti con la mescalina di Huxley, ai viaggi di Dorothy nel Regno di Oz; il tutto “in connessione agli esperimenti di artisti contemporanei con i materiali e le vernici industriali e che riflettono l’uso del bianco da parte dell’Occidente”. L’uso del colore La cromofobia si manifesta nei tanti e vari tentativi di respingere il colore dalla cultura, di svalutare il colore, di diminuirne la rilevanza, di negarne la complessità. Più specificamente: questa liberazione dal colore è di solito realizzata in due modi. Nella prima, il colore viene considerato come proprietà di un qualche corpo “estraneo”: di solito il femminile, l’orientale, il primitivo, l’infantile, il volgare, il bizzarro o il patologico. Nella seconda, il colore viene relegato al regno del superficiale, del supplementare, dell’inessenziale o del cosmetico. Nell’una, il colore è guardato come alieno e perciò pericoloso; nell’altra, è percepito soltanto come una qualità secondaria dell’esperienza, e quindi non meritevole di seria considerazione. Il colore è pericoloso, è banale. “In entrambi i casi, comunque, il colore è di solito escluso dalle più elevate occupazioni della Mente. È altro rispetto ai più alti valori della cultura occidentale. O forse è la cultura che è altro rispetto ai più alti valori del colore. O il colore è la corruzione della cultura”.

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Culturalmente

Il carnevale degli animali: la celebre opera di Camille Saint-Saens

Il carnevale degli animali è un’opera molto celebre, composta da Camille Saint-Saens nel 1886, durante un periodo di riposo del compositore a Vienna. Camille Saint-Saens, fu un compositore, pianista e organista francese; la sua celebre opera fu eseguita pubblicamente per la prima volta nel 1922 diretta da Gabriel Pierné. Il carnevale degli animali: fascino senza tempo L’opera venne eseguita per la prima volta nel 1887, in forma strettamente privata, in occasione del martedì grasso. In realtà, l’idea di realizzarla in tale modo fu dell’autore stesso, il quale desiderava che l’opera fosse realizzata in pubblico solo dopo la sua morte. Secondo il compositore stesso e i critici del tempo, ma anche attuali, Il carnevale degli animali si contraddistingue per l’ironia e la forte retorica con cui paragona celebri artisti parigini a vari animali. L’opera si compone di quattordici brani, relativamente brevi e molto suggestivi, ciascuno dedicato ad un animale. Il primo componimento, La marcia reale del leone, descrive l’andamento sicuro e deciso dell’animale, sottolineato da accordi molto intensi. Il leone si prospetta come un animale fiero e forte, superiore agli altri, sui quali predomina. Con musicalità nettamente marcata si alternano archi e pianoforte. Il secondo brano che costituisce l’opera è Galline e galli. La musica rende orecchiabile anche lo starnazzare delle galline che chiassosamente cercano di farsi notare dai galli. Tutto è perfettamente reso con pianoforte, violini, viola e clarinetto. Il terzo brano è dedicato agli Emioni (degli animali velocissimi, asini e cavalli). La corsa veloce degli asini selvatici è resa dalla melodia sinfonica di due pianoforti, che con andamento rapido conducono agli arpeggi finali, altrettanti tali. Tartarughe è il simulacro dell’ironia propria dell’opera; quella nota simpatica e retorica soprattutto che la contraddistingue, rendendola immortale. Camille Saint-Saens sceglie il celebre Can-can dell’Orfeo all’Inferno di Jacques Offenbach, originariamente un travolgente balletto, proposto in versione lenta, in un certo senso adattato all’andatura di certo non rapida, delle tartarughe. Non manca un altro riferimento famoso nel quinto brano; si tratta de La Danza delle silfidi di Hector Berlioz, che anche in questo caso conferisce ironia al brano. Il protagonista è l’elefante che ovviamente è contrapposto alla leggiadria delle silfidi, creature leggiadre ed aggraziate: l’opposto rispetto al grande, goffo e simpatico elefante. Il sesto componimento è dedicato ai Canguri, i cui salti scattanti sono realizzati grazie a brevi successioni di note dei pianoforti; tutto è caratterizzato da un anelito di mistero e suggestione che accompagna e quasi “presenta” il brano successivo. Fraseggi, alpeggi, ma anche gli archi ed i pianoforti, accompagnano in un misterioso ed affascinante acquario, che dà il nome al settimo componimento. Gli strumenti scelti conferiscono briosità al brano, esprimendo musicalmente il suono onomatopeico delle bollicine che si intravedono nell’acqua, in un’atmosfera quasi onirica. Gli asini sono i protagonisti dell’ottavo componimento, il cui raglio è reso dall’alternanza tra note acute e basse, dei violini. Il titolo: Personaggi dalle orecchie lunghe può essere letto in chiave metaforica. Si allude ai critici che spesso si presentano con chiave saccente e saputa. A loro si riferisce il celebre […]

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Cosa fare quando si riceve una casa in eredità

Decidere di vendere una casa ricevuta in eredità può essere difficile e richiedere tanto impegno e pazienza, ma si tratta probabilmente della scelta più saggia, soprattutto se si ha già un’abitazione di proprietà. Si tratta di un piccolo tesoro, magari arrivato inaspettatamente, che deve essere valorizzato il più possibile. Per fare ciò è meglio scegliere la migliore agenzia immobiliare della vostra zona per avere un supporto continuo da parte di professionisti che sappiano muoversi e dare consigli utili in ogni step del processo di vendita. Ecco però alcuni aspetti da non sottovalutare prima di mettere la casa sul mercato. Luci accese Una delle cose da fare dopo che la casa è entrata nella nostra disponibilità è fare dei passi che tutelino il bene. Prima di tutto la casa deve sembrare occupata per non attirare le attenzioni di ladri e malintenzionati in genere. Lasciare delle luci accese può essere un’ottima soluzione. Per fare ciò sarà opportuno dare un’occhiata allo stato dei contratti di luce, acqua e gas, eliminando quelli che si ritengono non necessario. Il primo è decisamente più importante degli altri due se non si ha l’intenzione di abitare nella casa. Attenzione anche alle eventuali rate del mutuo e alle tasse comunali.   Mantenimento delle condizioni Una delle cose che risultano essere più seccanti è la pulizia di una casa in cui non si vive, come se non bastasse quella giornaliera degli ambienti in cui abitiamo regolarmente. Si tratta di un aspetto fondamentale per mantenere inalterato il valore dell’immobile, e che anzi, con qualche piccolo lavoretto extra, potrebbe portare anche un guadagno superiore alle attese. In maniera analoga, riuscire a trovare una sistemazione a tutte le cose presenti all’interno della casa può non essere semplice.  Una strada potrebbe essere quella di invitare qualche parente dandogli la possibilità di portarsi via quello che vuole. In alternativa esistono dei mercatini dell’usato che possono mettere in vendita mobili e accessori tenendoli in esposizione in spazi propri, dietro il pagamento di una percentuale a vendita conclusa. In certi casi liberarsi delle cose appartenenti al defunto può essere doloroso, ma evitare di farlo non potrà che diventare un peso che si trascinerà fino alla concretizzazione della vendita della casa.   Alternative alla vendita Se invece non si ha intenzione di vendere l’immobile ereditato esistono altre due strade, ognuna delle quali comporta dei pro e dei contro. Usare la casa come nuova abitazione Se si sceglie di utilizzare l’immobile ereditato come nuova casa sarà necessario effettuare prima di tutto una ricognizione delle condizioni dello stesso in modo da accertarsi che si tutto nella norma e che quindi non siano necessari lavori di manutenzione extra e riparazioni. In caso di comunione ereditaria bisognerà mettersi d’accordo con i comproprietari, sincerandosi che il trasferimento sia ben accetto, evitando quindi la nascita di problemi fastidiosi. C’è sempre la possibilità di optare per una compravendita delle quote ereditarie per acquisire l’intera proprietà della casa, ma questo spesso richiede somme di denaro ingenti.   Optare per la locazione per generare reddito Se […]

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Aochuan Gimbal Smart XR, una vera rivelazione | Recensione e opinioni

Recensione del gimbal Smart XR dell’azienda Aochuan Stabilizzare e rendere fluidi i filmati è un’esigenza sempre più sentita da parte degli utenti dei social e soprattutto dai content creator che li popolano e animano. Gli smartphone stanno raggiungendo una qualità incredibile nel settore video e la loro praticità e facilità d’utilizzo sta facendo sì che vengano preferiti alle più ingombranti fotocamere reflex. Un problema rimane però: la stabilizzazione. Troppo spesso, infatti, i sensori dei cellulari non sono otticamente stabilizzati e ciò comporta una serie di problemi che la tecnologia EIS non è stata ancora in grado di sopperire. E anche modelli di fascia più alta, come l’Iphone 12 Pro o lo Xiaomi Mi 11, non riescono a garantire sempre riprese ultra steady. Per questo, molti brand stanno investendo sforzi e risorse per i gimbal per mobile, un prodotto ancora di nicchia, specialmente in Italia, ma che risulta ormai essenziale per creare contenuti di alto profilo. Aochuan, azienda che da pochi anni dalla sua creazione sta già riscuotendo un discreto successo nel campo degli accessori per fotografi, con il suo Gimbal Smart XR ha fatto davvero un ottimo lavoro. Aochuan, potenzialità da vendere Prima di addentrarci nella recensione del Gimbal Smart XR, c’è una premessa da fare. Aochuan è un brand quasi nuovo, la sua fondazione risale al 2018, e solo nel 2019 ha dato vita al suo primo prodotto, lo Smart S1. L’ottima qualità di questo stabilizzatore le ha permesso di farsi conoscere e apprezzare sin da subito nel mercato tanto che, nel marzo 2020, è stata premiata tra le prime dieci aziende di gimbal in Cina. La sua mission è semplice: prodotti di alto livello, al giusto prezzo, semplice da usare. Una missione non certo facile ma che sta riuscendo a Aochuan, viste le numerose e ottime recensioni delle sue meraviglie tecnologiche. Aochuan Gimbal Smart XR | Specifiche tecniche e unboxing Nella confezione troviamo, oltre chiaramente al gimbal, un manuale, una custodia di stoffa, il caricatore usb type-C, una cordina e un treppiedi. Quest’ultimo, molto robusto ma leggero, risulta particolarmente utile, sia per i timelapse (in movimento o statici che siano) sia come grip aggiuntivo. Per quanto concerne lo Aochuan Gimbal Smart XR in sé, è composto da una clip in cui inserire il telefono e un braccio che può essere bloccato nella parte frontale. Sui lati troviamo, invece, la rotella per lo zoom manuale e due tasti per controllarne la profondità, un un piccolo quanto essenziale display che mostra lo stato della batteria e le modalità in cui si trova lo stabilizzatore, un joystick per cambiare la posizione del braccio, un tasto per avviare foto e video, uno per cambiare modalità e uno di accensione e spegnimento. Nella parte inferiore si trova il mount per il treppiedi o altri accessori. In quanto alla qualità costruttiva c’è da dire che il Aochuan Gimbal Smart XR, che pesa soltanto 375 grammi e può essere facilmente trasportato in tasca, risulta solido, la gomma di cui è rivestito permette una stabile presa […]

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Voglia di shopping in lockdown? Consigli per gli acquisti

Si sa, poche cose risollevano il morale quanto una sana giornata di shopping. Secondo alcuni studi, lo shopping (a meno che non diventi compulsivo e dunque patologico) potrebbe rivelarsi addirittura terapeutico: fare compere allontana ansia, stress e malumore ed indossare abiti che ci fanno stare bene e ci stanno bene aumenta l’autostima, per non parlare degli incredibili vantaggi in termini di occasioni sociali che lo shopping porta con sé. Lo shopping è, a tutti gli effetti, un modo per prendersi cura di sé stessi ed un’occasione di convivialità – niente di meglio che fare shopping con le amiche, per molte donne – che allontana problemi e preoccupazioni ed offre una valvola di sfogo dalla quotidianità. Oggi più che mai abbiamo bisogno di leggerezza e di quel senso di serenità, per quanto effimera e passeggera, che lo shopping sa donare. Ma come soddisfare al tempo del lockdown questa esigenza? Cosa può sostituire lo shopping in lockdown? Internet può soddisfare l’esigenza di shopping, spesso risparmiando rispetto al commercio tradizionale al dettaglio e, al contempo, rivelarsi un’ottima strategia per tirarci fuori dalla tristezza da pandemia: acquistare capi per la bella stagione rivela la speranza di poterli indossare, immaginando dunque un futuro prossimo più roseo del presente che viviamo. Shopping in lockdown: oltre Amazon Indubbiamente il colosso di Jeff Bezos, Amazon, domina il mercato virtuale mondiale, soprattutto per quanto concerne la tecnologia ed i libri, ma per uno shopping in lockdown che sia soddisfacente e di qualità vale la pena di conoscere le alternative, non meno convenienti dal punto di vista della qualità, dell’efficienza del servizio e dei costi! Per l’abbigliamento di qualità ed il Made in Italy, sono imbattibili store online come Zalando e Stileo dov’è possibile acquistare a prezzi scontati articoli di abbigliamento ed accessori dei più noti marchi mondiali. Stileo non è un vero e proprio store online, come Zalando, ma un sito aggregatore, che reindirizza gli utenti ai siti web dei negozi dov’è possibile acquistare i prodotti scelti. Notevole, su Stileo, la sezione dedicata al Made in Italy, una vetrina che espone i marchi più conosciuti della moda italiana, apprezzata in tutto il mondo, con sconti che possono superare il 70%. Se gli acquisti online perdono sicuramente qualcosa in termini di convivialità, possiamo senza dubbio affermare che compensano ampiamente questa mancanza proponendo offerte imbattibili che il commercio tradizionale non offre neppure in periodo di saldi! Shein è tra i siti preferiti delle giovanissime: abbigliamento low cost, per essere sempre di tendenza a prezzi decisamente competitivi. Il sito cinese ha magazzini europei ed è dedicato soprattutto al commercio in Europa e negli USA, ragion per cui le taglie sono conformi alle nostre. Il sito si rivela, oltretutto, una validissima risorsa per le curvy più giovani – troppo spesso condannate dal mondo della moda ad uno stile che non si addice alla loro età e le mortifica – offrendo una scelta ampia e variegata negli stili e nei modelli. Le spedizioni sono piuttosto rapide (una o due settimane di attesa) se confrontate con […]

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Crittografia e sicurezza informatica: come funziona?

La crittografia – letteralmente “scrittura nascosta” – è un sistema pensato per rendere illeggibile un messaggio per coloro che non possiedono la chiave per decodificarlo. I primi metodi crittografici tramandatici risalgono all’Antica Grecia perché fanno capo a un bisogno, quello della privacy, antico quanto l’uomo. La crittografia oggigiorno rappresenta uno strumento fondamentale nella lotta contro il cybercrime. Diversi sistemi sono infatti utilizzati per proteggere i nostri dati e per garantire la nostra privacy. Nel mondo dell’informatica, la crittografia indica dunque la conversione dei dati da un formato leggibile in un formato codificato, decodificabile solo con la chiave opportuna. L’approdo della crittografia nel campo informatico Uno dei primi metodi crittografici veri e propri e che si trova alla base della crittografia moderna è il Cifrario di Cesare, un sistema utilizzato da Giulio Cesare per cifrare i suoi messaggi sostituendo di tre posti la lettera del testo in chiaro con quella del testo cifrato. È ben immaginabile che, dall’epoca di Cesare, la crittografia ha avuto delle notevoli evoluzioni – basti pensare alla complessità dei cifrari di Vigenère – e ciò ha permesso il suo impiego in campi in cui il diritto alla privacy è irrinunciabile. Impiegata sia dai singoli utenti che dalle grandi aziende, la crittografia è oggi ampiamente utilizzata su Internet per tutelare le informazioni scambiate, che possono essere dati di pagamento o anche informazioni personali. La comunicazione ha acquisito un ruolo sempre più centrale nella vita degli uomini e, di pari passo, ha generato il bisogno di un sistema per tutelare la sua segretezza nella rete. La cifratura informatica è infatti un sistema in continua evoluzione che, anno dopo anno, deve essere aggiornato per far fronte a standard sempre più elevati. Il metodo crittografico nell’informatica è un sistema che, tramite l’utilizzo di un algoritmo matematico, agisce sulla sequenza di caratteri che vengono inviati, cifrandoli in base ad una chiave segreta, che corrisponde al parametro stesso della cifratura e decifratura. La validità del metodo si misura sulla sicurezza di questa chiave. La prima classificazione possibile in tale ambito di applicazione è proprio data dalla chiave, che può essere simmetrica o asimmetrica. Nel primo caso essa è unica e usata sia per criptare che per decriptare, mentre nel secondo caso è duplice: quest’ultimo metodo è anche detto “a chiave pubblica” perché si compone di una chiave pubblica per la cifratura e una privata per decifrare il messaggio. È chiaro che la crittografica simmetrica risulta molto più veloce, sebbene non altrettanto efficace. L’algoritmo più diffuso a chiave simmetrica è l’Advanced Encryption Standard (AES), sviluppato alla fine degli anni ’90 dai crittografi belgi Joean Daemen e Vincent Rijmen per il National Institute of Standards and Technology. Ma lo svantaggio della crittografia simmetrica è che le parti coinvolte devono scambiarsi la chiave per poter criptare e decriptare il messaggio e questa esigenza di distribuire un alto numero di chiavi implica la necessità di fare uso anche di altri tipi di cifratura. Al contrario, gli algoritmi asimmetrici, più complessi e più lenti, presentano una chiave pubblica […]

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Hard Cash Valley, il nuovo poliziesco di B. Panowich

Hard Cash Valley (tradotto da Matteo Camporesi ed edito in Italia da Enne Enne) è un romanzo di Brian Panowich. Brian Panowich, autore di Hard Cash Valley, è stato per anni un musicista itinerante prima di fermarsi in Georgia, dove ha lavorato come pompiere e vive tuttora.  Dopo Bull Mountain (Enne Enne editore, 2017) finalista nella categoria Mystery/Thriller del Los Angeles Times Book Prize nel 2016 e il suo sequel Come Leoni (Enne Enne Editore, 2018), Brian Panowich torna in questi giorni nelle librerie con un altro romanzo poliziesco ambientato a Bull Mountain, in Oregon, nella contea di Washington.  Hard Cash Valley: sinossi Dane Kirby è un detective di Bull Mountain (Georgia del Nord) che viene ingaggiato dall’Fbi per indagare su un omicidio che poi si capirà essere collegato a scommesse su combattimenti clandestini di galli ad Hard Cash Valley. L’Fbi decide di coinvolgerlo nelle indagini perché conosce bene il territorio di Bull Mountain e le sue regole dove tutti, sia delinquenti che poliziotti, sono cresciuti insieme e dove il confine tra “giusto” e “sbagliato” è decisamente labile.  Dane Kirby ha avuto un passato difficile: ha perso la moglie e la figlia in un incidente stradale e da allora non si è mai completamente ripreso, malgrado abbia una nuova compagna e una nuova vita. I fantasmi del passato continuano a tormentarlo ogni giorno e ogni notte. L’indagine coinvolgerà i suoi amici del passato come Ned, finito in carcere per sbaglio, e William, un bambino affetto dalla sindrome di Asperger, la cui scomparsa influirà in maniera determinante sullo svolgersi della vicenda.  Il fiuto di detective di Dane che gli consentirà di risolvere brillantemente il caso, gli darà anche la possibilità di  riscattarsi e di dimostrare una volta per tutte il suo valore. E a liberarsi di quel peso che portava dentro da tempo. “La pistola era pesante, e iniziò a pensare al concetto di peso e a quello di forza. Aveva dovuto sopportare quel peso, un peso così grande, per un periodo così lungo, che si sentiva ormai definito dalla forza necessaria a sopportarlo. In quel momento, nonostante la pesante pistola che impugnava, lì fermo in mezzo al campo Dane si sentiva leggerissimo, come un frammento di cenere sospeso nell’aria dopo un incendio spento da tempo, e capì che la vera questione che si era trascinato dietro non era portare quel peso sulle sue spalle, ma trovare la forza di posarlo a terra. Di lasciarlo andare.” Hard Cash Valley è un romanzo dalla trama avvincente,  nel quale i personaggi sono tutti ben caratterizzati e di grande spessore psicologico. Da non perdere!  Fonte immagine: Ufficio Stampa.    

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Il falso manoscritto: il nuovo romanzo di Jesùs Valero

Il falso manoscritto è il nuovo romanzo dell’autore Jesús Valero edito da Newton Compton Editori. Trama del romanzo e breve sinossi Mentre lavora al restauro di un’antica chiesa di Donostia, Marta Arbide ritrova un manoscritto antico celato dietro ad una falsa parete. È il diario di Jean de la Croix, un monaco medievale al quale, mille anni prima, fu affidata la missione di portare al sicuro una misteriosa reliquia, nascondendola ai sicari che, per ordine di papa Innocenzo III, volevano impossessarsene. Il contenuto di quelle pagine è così sconvolgente che Marta decide di far luce sulla storia di Jean, aiutata nelle ricerche da un sacerdote dal passato oscuro, Inigo Etxarri. Dalla ricerca di indizi, e con numerosi (forse troppi) interrogativi, nascerà un viaggio attraverso i secoli, che condurrà i due personaggi cardine del romanzo, fino all’anno trentatré, a poche ore prima della morte di Gesù. Un viaggio di parole, fatto di misteri e tanti dubbi, accompagnerà il lettore sin dalle prime pagine. Chiese, antichi tasselli del passato, elementi di via quotidiana, costellano la ricca ed avvincente narrazione, facendo luce su scorci di inesorabile bellezza, avvolti in una densa nube di mistero: tutto ciò condurrà il lettore in un’epoca storicamente lontana, ma ricca di mistero e suggestione. Il falso manoscritto: mistero e suggestione La lettura de Il falso manoscritto è dinamica: la trama, abilmente costruita su fatti storici e personaggi ricchi di pathos, rende tutto particolarmente misterioso. Facile la comprensione del testo, che si snoda tra periodi storici (essenzialmente tre) molto diversi tra loro. Tale caratteristica però, non costituisce affatto un problema, anzi: gran parte degli elementi di vivacità del romanzo, infatti, sono dati dai tasselli e da quanto appartiene e contraddistingue, identificandole, le varie epoche storiche. Un oggetto misterioso, riesce a dare vita ad una serie di intrecci ed interconnessioni, ma anche a varie “coincidenze” di carattere storico e non storico, che accompagnano in una lettura diversa dal solito. Il falso manoscritto può essere definito un thriller di ambientazione storica, adatto non solo a chi ama il genere, ma perfettamente adattabile ai gusti di tutti. Il falso manoscritto sollecita la curiosità del lettore, proponendo un intreccio essenziale ed utilizzando il ragionamento come “metodo d’indagine”: pagina dopo pagina, si prosegue in modo imprevedibile, per provare a scoprire la verità su un oggetto misterioso. Si può sicuramente dire che nulla è lasciato al caso, nemmeno il finale, probabile preludio di un secondo libro. Ma soprattutto, quell’oggetto tanto ricercato, potrebbe semplicemente non esistere ed aver suggestionato, con un forte velo di curiosità, i protagonisti. Sicuramente un romanzo dalle tante facce, definibile quasi “tridimensionale”. Il binomio perfetto tra storia e realtà, al quale però si aggiunge un terzo fattore, il mistero. Attraverso i dialoghi fra i personaggi (non solo quelli principali) e le ambientazioni sembra quasi di calarsi nelle epoche storiche visitate nel tempo. Un romanzo, Il falso manoscritto, che potrebbe rivoluzionare la storia della chiesa, così come potrebbe certamente cambiare la visione di quanti credono di non amare il genere.   Immagine in evidenza: […]

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Un tè a Chaverton House, recensione del romanzo

È uscito per Garzanti Un tè a Chaverton House, il nuovo romanzo “highly British” di Alessia Gazzola: una storia romantica sospesa nel tempo – dal Novecento ad oggi – e nello spazio, tra la Sicilia del dopoguerra e l’Inghilterra dei giorni nostri, Brexit inclusa. «Un angolino dello splendore di un villaggio della campagna inglese: è tutto ciò che si possa desiderare in questa nostra vita»: è con una citazione scelta ad hoc dal romanzo di Gill Hornby “Miss Austen: A Novel of the Austen Sisters” (in italiano edito da Neri Pozza, 2020) che si apre la nuova deliziosa avventura di Alessia Gazzola, “Un tè a Chaverton House”, pubblicato da Garzanti. La scrittrice messinese, autrice de L’allieva – alle cui vicende di Alice Allevi ha dato volto televisivo Alessandra Mastronardi -, torna alla ribalta con una vicenda in perfetto stile british con magiche e sognanti atmosfere à-la-Downton Abbey. Un tè a Chaverton House, trama Angelica Bentivegna è una ventisettenne milanese con una passione a tutto tondo per l’inglese. Il suo essere buffa, carina ed intrinsecamente adorabile ne fa una perfetta eroina gazzoliana. Lasciata dal fidanzato Davide, licenziata dalla panetteria in cui lavora e dove sforna golosi cornetti, si appassiona ad una storia di famiglia raccontatale da un’iconica prozia Edvige, docente di filosofia in pensione che vive da sola col suo gatto Parmenide e si interroga sulla misteriosa scomparsa del padre. Un romanzo ideale da leggere in un pomeriggio in lockdown con un plaid sulle gambe ed una tazza fumante di british tea. Recensione Si chiamava Angelo il padre di Edvige, il bisnonno di Angelica alla ricerca del quale comincia un’avventura effervescente che, dalle grigie nebbie di Milano, trasporta direttamente nelle campagne inglesi del Dorset più autentico. Angelo fu catturato dagli inglesi e dichiarato morto in guerra. Lasciò moglie e figlie tra Palermo e Mondello, che lasciarono poi in favore di Milano. Che fine fece Angelo? Quale verità scoprì sua moglie, tanto ingombrante da non volerla condividere con le sue stesse figlie? Angelica prende a cuore la questione che, pur a distanza di decenni, ancora continua ad inquietare la prozia filosofa. Ed è così che l’impianto narrativo si snoda in un doppio binario: il passato ormai stanco e lontano in Italia, più che remoto nel dopoguerra siciliano, altrettanto cristallizzato a Milano, ed un presente che da quella staticità vuole affrancarsi, e lo fa cercando un nuovo dinamismo all’estero, in Inghilterra, seguendo la lingua tanto amata e le tracce dell’avo perduto in terra straniera. La terra stessa assume un significato filosofico, essendo – da un lato – l’occupazione del bisnonno Angelo, contadino a Chaverton House a fedele servizio del Lord della tenuta, e dall’altro l’humus stesso dell’esistenza di Angelica, che in quell’antenato sente evocare il suo stesso nome e fremere una voglia irredimibile di dare una scossa, una direzione “altra” alla sua grama vita. «Tutti hanno tra le proprie conoscenze qualcuno che è uscito dagli schemi, che hai preso per pazzo perché con niente in mano è partito per la Nuova Zelanda e ci […]

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Prontuario per candidato sindaco di Enrico Parolisi

Prontuario per candidato sindaco. 99 frasi ad effetto per la tua campagna elettorale a Napoli, sempre pronte all’uso per ogni occasione è un testo sui generis (come confermato dal prefatore Nico Falco che lo definisce un «non-libro») scritto da Enrico Parolisi, edito da Edizioni MEA. Prontuario per candidato sindaco: il testo Prontuario per candidato sindaco. 99 frasi ad effetto per la tua campagna elettorale a Napoli, sempre pronte all’uso per ogni occasione si presenta come un libro particolare, a tratti vuoto e in ciò trova il suo senso (che è, nei fatti, un non senso): un libro che esiste nel suo contrario e che mette in luce le ombre e l’arido nulla di certe inique pratiche da politicante. Enrico Parolisi con frasi secche e asciutte prende di mira tutto ciò e scrive di un tema ormai tanto abusato da chi, nei fatti, nulla ne sa né ha intenzione di sapere (se non per mettere le mani sulle ricchezze potenziali): Napoli. La tipica ironia partenopea e la tipica dote della concretezza, del guardare in faccia alla realtà del vero napoletano – tanto lontane dal vizio di chi si nasconde dietro un dito – e la cronaca eloquente sono sotto gli occhi di tutti, non più solo degli studiosi e degli storici – con la brutta abitudine di offendere gli altri (nonostante i propri scheletri, le tante – troppe – mancanze). Parolisi scrive di candidati sindaci a Napoli (o sedicenti tali se si interpreta oltre lo strato più superficiale delle parole e delle intenzioni), ma se sostituiamo le precompilate e trite parole propagandistiche al di là della città partenopea, ecco che si può scrivere un prontuario per politicanti settentrionali, ad esempio. Il messaggio che vuol dare il giornalista è: svuotiamoci tutti del vuoto, ma non come parola estemporanea, piuttosto come filosofia di vita al fine di uscire da un abbrutimento della politica che è principalmente abbrutimento dell’uomo e del cittadino. Ferale appare la sferzata data da questa lapidaria frase di Nico Falco, apposta in calce, come post scriptum, alla prefazione di questo Prontuario per candidato sindaco: «sul centinaio di frasi citate ce ne sono un paio che non sono state realmente usate per la propaganda. E la parte più brutta di questa storia è che sono impossibili da distinguere dalle altre». Sono molte, troppe (per certi versi), come si è detto, le frasi propagandistiche elencate da Enrico Parolisi e scandite in un susseguirsi di pagine alterne, una scritta e una bianca in cui non si sa se più vuote e inutili sono quelle riempiete a inchiostro stampato o quelle lasciate bianche e tolte alla vita arboricola: in questo il senso profondo di questo «non-libro». Ne elenca tante e qui in maniera esemplare ne cito una, fra le tante: «Abbiamo fatto tanto, ma non basta»; io aggiungo: che sia stato fatto tanto ho i miei dubbi, che non basta è sicuro. Enrico Parolisi: l’autore del testo Enrico Parolisi è giornalista specializzato in comunicazione con i media e strategie digitali integrate. Nella sua carriera, […]

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Napoli e Dintorni

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La Tomba di Agrippina torna ad accogliere i visitatori

La Tomba di Agrippina, da sempre meta dei viaggiatori del Grand Tour In un primo momento pensò al veleno, ma dopo l’avvelenamento di Britannico la sua morte non sarebbe apparsa accidentale […] Gli offrì un’idea ingegnosa il liberto Aniceto, capo della flotta di stanza al capo Miseno e precettore di Nerone fanciullo, odioso ad Agrippina, che era da lui ricambiata di pari odio. Costui informò il principe che si poteva costruire una nave, una parte della quale, in alto mare, si sarebbe aperta per un apposito congegno ed avrebbe fatto affogare Agrippina, colta di sorpresa. Nulla più del mare offriva possibilità di disgrazie accidentali e se Agrippina fosse stata portata via da un naufragio, chi sarebbe mai stato tanto iniquo da attribuire ad un delitto ciò che i venti e le onde avevano compiuto? […] Nerone, sulla spiaggia mosse incontro a lei che veniva dalla sua villa di Anzio ed avendola presa per mano l’abbracciò e la condusse a Bauli. Questo è il nome di una villa che è lambita dal mare, nell’arco del lido tra il promontorio Miseno e l’insenatura di Baia. […] In attesa della notizia che il delitto era stato consumato, apprese, invece, che Agrippina si era salvata con una lieve ferita. […] I sicari circondarono il letto e primo il triarca la colpì con un bastone sul capo. Al centurione che brandiva il pugnale per ferirla, protendendo il grembo gridò: <<Colpisci al ventre>> e cadde trafitta da molte ferite.  Con queste parole Tacito, storico di età imperiale, negli Annales (14, 2-10), racconta le dinamiche con cui si consumò l’uccisione della persona a Nerone più vicina: sua madre Agrippina.  Da un’erronea lettura e interpretazioni delle fonti, il luogo di sepoltura di cui parla lo scrittore è stato identificato con un teatro-ninfeo che affaccia sul mare di Bacoli. Si tratta, in realtà, della parte di una villa di epoca romana quasi completamente distrutta e costretta, dalla mancanza di fondi, ad uno stato di abbandono da più di vent’anni. Qualunque sia la reale locazione della Tomba di Agrippina, grazie al finanziamento di un privato, Antonio Del Prete, imprenditore di Frattamaggiore, sarà finalmente riaperta al pubblico.  Una notizia bellissima data dal sindaco Josi Gerardo della Ragione che parla di un atto di mecenatismo, frutto della sinergia tra il Parco Archeologico dei Campi Flegrei, il Comune di Bacoli ed il gruppo Mecdab, dei fratelli Rocco, Antonio, Carmela e Benito Del Prete. Presto, quindi, i resti presenti nella Marina Grande di Bacoli, saranno sottoposti a un lavoro di riqualifica e illumineranno anche di notte il piccolo borgo, accrescendo il fascino che da sempre caratterizza l’area flegrea tutta, in cui labile è il confine tra storia e mito. Un’iniziativa che lascia ben sperare in un, seppure lento, recupero dei tanti echi di antichità di cui porta traccia ogni pietra della cittadina flegrea. Un’iniziativa che si spera sia solo, appunto, un inizio. Se ne sente davvero il bisogno.  Fonte foto: Napoli-turistica.com  

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Anacapri, oltre l’aperitivo in piazzetta

Esplorando Anacapri, affascinante borgo dell’isola di Capri Il mare è una creatura strana, a volte unisce, a volte separa. Lo sanno bene gli abitanti delle isole, spesso costretti a immaginare soltanto cosa ci sia oltre l’orizzonte, avvolti nel blu di un abbraccio. Abbraccio talvolta stretto, ma pensiero costante quando manca.  Sono tre le isole che abitano le acque campane: la selvaggia Procida, la vulcanica Ischia, l’elegante Capri, ognuna con una sua precisa identità. L’isola di Capri, la cui bellezza sedusse a tal punto l’imperatore Tiberio che decise di ritirarvisi a vita privata, è troppo spesso oscurata dalle luci dei suoi hotel di lusso e dei sofisticati ristoranti. In realtà, spingendosi oltre le boutique e gli aperitivi in piazzetta, si può ancora scorgere il suo fascino originario. Salendo dal porto, ogni curva regala scorci pittoreschi e, tra stradine strette e case imbiancate a calce, si scopre, sotto la copertina patinata dell’isola, un borgo immerso nella campagna e forse la sua parte più autentica: Anacapri.    Anacapri, così la chiamarono i Greci, letteralmente la Capri di sopra, è collegata alla Marina grande dalla scala fenicia, una scalinata scalpellata nella roccia. Ovunque sono presenti resti di epoca romana, come Villa Damecuta; la stessa Villa San Michele, residenza del medico svedese Axel Munthe, che domina la costa, sorge sui resti di una villa romana. Tracce del passaggio dei Romani sono state rinvenute anche nella Grotta Azzurra, icona dell’isola, che con le sue particolari luci e rifrazioni incanta da sempre gli occhi di tutto il mondo.  Per conoscere realmente un posto, bisogna camminarci coi piedi di chi ci vive, guardarlo con i suoi occhi, leggerlo attraverso le sue parole. E così, se hai la fortuna di avere un punto di riferimento speciale, puoi addentrarti nei segreti di un luogo, conoscerne la parte più intima e tutto ciò che raramente trova spazio nel cartaceo delle guide. Percorrendo Via Orlandi, tra le caretteristiche case bianche, si impone allo sguardo una singolare costruzione dalle pareti rosso pompeiano: la Casa Rossa, appartenuta al colonnello americano John Clay Mackowen. Sorprendente la commistione di più stili architettonici: le finestre bifore e le merlature le conferiscono un fascino orientaleggiante.  Al suo interno sono presenti anche statue romane ritrovate nella Grotta Azzurra.  La ricchezza di Anacapri non lascia deluso neppure chi è animato dalla passione per i luoghi di culto. Proseguendo per via Orlandi, infatti, si arriva a Piazza San Nicola, che ospita la Chiesa di San Michele, una chiesa a pianta ottagonale, di epoca barocca, preziosa per il pavimento maiolicato in cui sono raffigurati Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre. Ancora, a pochi passi, si affaccia su Piazza Armando Diaz la Chiesa di Santa Sofia, eretta nel 1510. Conosciuto anche con il nome di Acchiappanuvole è il Monte Solaro, la cima più alta dell’isola di Capri, raggiungibile attraverso percorsi di trekking o una seggiovia d’epoca, che con la sua imponenza apre il film Capri-Revolution, in cui il grande Mario Martone racconta una Capri diversa, un’isola in cui la natura predomina ancora incontaminata e spontanea. […]

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Attualità

La Mostra d’Oltremare compie 81 anni

La Mostra d’Oltremare, il più grande centro congressi e di espansioni di Napoli, compie 81 anni. La prima realizzazione risale al 1939 secondo la planimetria dell’ architetto Chiaromonte. Il Padiglione fu danneggiato dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1952 fu denominato il Padiglione della Marina Mercantile. Fino agli anni 2000 è stato la sede dell’ Istituto Superiore di Eduzione Fisica. La Mostra d’ Oltremare al suo interno possiede 54 edifici ed un’altissima Torre del Partito di circa 40 metri. Durante le riprese dell’ inaugurazione nel 1940 dalla torre del Partito era possibile vedere l’attuale teatro Mediterraneo, le fontane, la piscina ed anche elementi che oggi non sono presenti come la statua della Vittoria e la riproduzione a grandezza naturale di una nave della battaglia di Lepanto.  Dal 2012 la Mostra d’Oltremare ha ristrutturato l’intera struttura per adibirla ad attività congressuali. Il Palacongressi è articolato su una superficie complessiva calpestabile di circa 6000 mq e vanta 9 sale convegni e numerosi espositori per le aree sponsor. La Mostra d’Oltremare è il più grande spazio espositivo di Napoli, in cui cittadini e turisti possono fruire di una struttura del ‘900, del parco naturale e di spazi espositivi per il tempo libero, la cultura e lo sport. La Mostra d’Oltremare compie 81 anni – Importanti fiere e manifestazioni  Numerose e molto celebri sono le fiere che la Mostra d’Oltremare ha ospitato con successo di ingressi. Presentiamo le più importanti: NauticSud Si tratta del Salone Internazionale della Nautica da diporto ospitato dalla Mostra d’ Oltremare in cui yacht, gommoni, motori marini, accessori per la nautica, vela, canoe, moto d’acqua sono esposti. Nel 2003 il Presidente della Mostra d’Oltremare Cercola decise di aggiungere un’ulteriore area espositiva situata presso il “Molo di Sopraflutto Sannazzaro” con un sistema temporaneo di pontili galleggianti. Grande innovazione é rappresentata dalla possibilità di provare in acqua le imbarcazioni esposte. Non esiste un unico obiettivo a questa iniziativa: oltre alla compravendita vi é anche il continuo tentativo di sviluppare la portualità turistica. Questo Salone espositivo risulta essere un punto di riferimento per la nautica del Centro e del Sud dell’Italia. Fiera della Casa Una tra le fiere della Mostra d’ Oltremare più apprezzate é la Fiera della Casa. Accoglie numerosissimi stand di arredamento, arredo giardino, antiquariato, casalinghi, oggettistica, prodotti tipici, sapori, tempo libero. enogastronomia, prodotto tipici locali. Viene considerata una fiera-evento consumer, rivolta al grande pubblico, che rappresenta un appuntamento di particolare aggregazione per i napoletani da oltre 60 anni ed é una delle Fiere più longeve del Sud Italia. Dieci giorni da vivere intensamente per campani e turisti che possono partecipare a questa festa della città, tutti i giorni ad ingresso gratuito. Napoli Bike Festival Questo festival è stato ospitato dall’ enorme spazio e parco verde della Mostra D’Oltremare. Appuntamento di rilevanza nazionale dedicato alla promozione della cultura della bicicletta con numerose aree expo, permette ai partecipanti del concorso Bike Designers di godere di svariati spettacoli musicali, prevede un’ area kids e soprattutto diverse tipologie di Bike Tours per 10 […]

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La Casina Vanvitelliana, gioiello di età borbonica

Alla scoperta di un luogo incantato: la Casina Vanvitelliana. A Nord di Napoli, lungo il versante occidentale dei Campi Flegrei, in un’area vulcanica, si estende il lago Fusaro, usato dagli Angioini per la macerazione della canapa (il suo nome deriva infatti dal lemma latino infusarium, inzuppato d’acqua, ‘nfuso) e, prima ancora, usato dalle genti greche e romane per l’allevamento di ostriche e mitili.  Era il 1752 quando Carlo di Borbone decise di acquistare il Lago Fusaro, facendovi costruire nel mezzo una casetta ottagonale, destinata alla caccia e alla pesca. Trent’anni dopo, nel 1782, Ferdinando IV di Borbone affidò all’architetto Carlo Vanvitelli, figlio di Luigi, l’incarico di costruire la casina Reale del Fusaro, nota ai più come la Casina Vanvitelliana. Collegata alla riva del lago da un lungo pontile in legno, l’opera del Vanvitelli presenta una struttura assai particolare, una pianta composta da tre corpi ottagonali che si intersecano l’uno alla sommità dell’altro con finestre disposte su due livelli. Al piano terra si estende la Sala Circolare, che era destinata a serate ed eventi di gala; salendo si accede al Piano Nobile, riservato solo al Re o a un suo ospite, e alla Sala delle Meraviglie, così chiamata per il meraviglioso gioco di prospettive creato tra le finestre e le tele sulle pareti raffiguranti le quattro stagioni, che oggi possiamo solo immaginare, essendo state trafugate durante i moti rivoluzionari giacobini.     Un vero gioiello architettonico, impreziosito all’interno da svariate opere d’arte, che all’ora del tramonto, con i suoi colori freddi, si fonde con le tinte calde del cielo, creando un ossimorico abbraccio mozzafiato sullo specchio d’acqua formatosi dalla chiusura del tratto di mare tra Cuma e Torregaveta, che il mito vuole essere la palude infernale del fiume Acheronte.  Nel corso dei secoli ha accolto numerosi personaggi illustri come Gioacchino Rossini, lo Zar di Russia, Vittorio Emanuele III ed è stata spesso location cinematografica, si pensi a Ferdinando e Carolina della grande Lina Wertmüller, Luca il contrabbandiere di Lucio Fulci e L’imbroglio nel lenzuolo di Alfonso Arau. Erroneamente confusa, per anni, con la palafitta incantata della Fata Turchina del celebre sceneggiato del ’72 di Luigi Comencini, è stata ribattezzata La casa di Pinocchio e i più fedeli continuano a chiamarla così. In effetti, l’atmosfera da favola c’è.  Oggi la Casina Vanvitelliana, la cui sala dell’Ostrichina in questi giorni è stata  adibita a centro per la campagna di vaccinazione Anti-Covid, oltre ad essere un’importante meta turistica, ospita riti nuziali. Percorrere il suo pontile, lasciarsi incantare dai suoi colori e dall’atmosfera di fantasticheria in cui è immersa sono solo uno dei tanti validi motivi per visitare Baia, Bacoli e i Campi Flegrei tutti, da sempre terra di storia e leggende, da sempre terra di fuoco e mito. Fonte foto: © Angelo Re Barone – angelo_re_barone (IG)        

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Non lo so: la musica sessuale di Sibode DJ

L’11 Maggio Simone Marzocchi, in arte Sibode DJ, pubblicherà per la casa discografica Brutture Moderne il suo terzo lavoro da solista, “Non lo so”. Il disco è dedicato a Mirko Bertuccioli, il compianto membro dei Camillas, una delle band di riferimento del pop psichedelico italiano. Il percorso che ha portato al disco è senza alcun dubbio tortuoso. Si parte innanzitutto dalla difficile coesistenza tra l’esuberanza artistica di Simone Marzocchi ed il rigore che contraddistingue la sua figura professionale. Sì, perché prima di essere Sibode DJ questo misterioso uomo, quando più gli fa comodo, assume le sembianze di compositore e musicista per l’orchestra Corelli e per il Teatro delle Albe di Ravenna. Questa esigenza espressiva si è ben presto tramutata in una necessità quasi epidermica, fino a divenire un’appendice dell’inerme corpo del povero Simone Marzocchi, ormai incapace di tenere a freno Sibode DJ che, in questo processo quasi di scissione molecolare, prende vita e “sibodizza” tutto ciò che lo circonda. Per capire che cosa si può trovare all’interno di questo disco si possono utilizzare le parole dell’autore stesso: “Roba forte, roba da ballare, roba da cantare e gridare, roba da stare lì piccoli piccoli, roba che ti fa respirare un po’ più profondo come quando mandi giù un pianto che non esce ma che c’è, roba scema, roba che fa ridere, roba che ci fai quello che vuoi, roba sexy, roba giusta”. Ed in effetti sono proprio tutte queste robe che si trovano dentro. Nel suo nuovo progetto infatti non c’è nessun riferimento classico, non c’è posto per la compostezza e il politically correct. E’ un folle flusso di coscienza, disordinato, a tratti affascinante, a tratti fastidioso ma, anche nel fastidio, si è colti da una sorta di fascino per l’oscuro perché, c’è poco da fare, per ascoltare questo disco bisogna rimboccarsi le maniche, sporcarsi la camicia ed entrare nell’oscura grotta che Sibode DJ ha progettato con le sue folli e psichedeliche sovrastrutture musicali. Il disco sin dalle prime note presenta interessantissimi riferimenti ad ambienti completamente disparati. Il brano di apertura ha delle melodie quasi classicheggianti, con un organo di vago ricordo bachiano di sottofondo ed un testo irriverente a fare da contorno. Segue “Sbagliato o No”, un bel brano che strizza l’occhio al cantautorato anni 70, con tanto di moog tipico di quell’epoca. “Meno male” ha una melodia tipicamente di pop psichedelico (e qui ci si riallaccia in qualche modo anche alla dedica al cantautore dei Camillas, venuto a mancare di recente causa covid) con un video ed una melodia molto anni ’80. “Suko” vede un altro stravolgimento sul tema proponendo una melodia che potrebbe funzionare perfettamente come sigla per un cartone animato giapponese dei primi anni 2000. “Gli Animali della Giungla” è invece un brano jazzato; sia le melodie che il testo riprendono fedelmente il tema annunciato nel titolo del brano tanto che i fiati presenti sembrano quasi simulare dei versi di elefanti. Già a questo punto del disco sono state raggiunte importanti vette di follia, stranamente però il […]

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BOAVISTA: il pop romantico dei nostri tempi

Titolo emblematico, scenografico, decisamente romantico: “Li dove ci sono le stelle” che in realtà ha forti richiami letterari più che tradizioni pop da cassetta. Tuttavia se il primo fosse stato un obiettivo da raggiungere, diciamo che non era questo il modo migliore visto il livello culturale della massa popolare. E sfogliando poi la tracklist di questo primo disco dei BOAVISTA diciamo che il pop magistralmente confezionato che si dipana al centro del tutto non aiuta a venir fuori dai cliché che il primo impatto regala. Disco che però mette in scena una gustosissima qualità, di trame ben fatte, di amore vissuto e di perseveranza quotidiana, di solitudine anche… se il suono si fa “Ruggine” per non mollare la presa, spesso lascia anche spazio a dolcissimi voli a planare per l’emozione che soltanto il bel pop d’autore macchiato di rock sa come mescolare. Perché questo esordio dei BOAVISTA mescola il suono alla vita di tutti i giorni… Esordio romantico e decisamente rock. Anzi direi severo nel romanticismo e dolce nel suo essere rock. Che ne pensate? Potremmo essere decisamente più rock, ma siamo esattamente quello che suoniamo a volte riflessivi e a volte più graffianti. Per scrivere d’amore devi forse arrivare ad odiare l’amore stesso. Che poi a parte i primi momenti, per il resto il disco è assai dolce nelle soluzioni… perché non avete mantenuto un tiro assai “radiofonico”? Me lo sarei atteso… Questo disco è il nostro modo di vedere e di pensare alle cose, non abbiamo badato molto a come comunicare quello che stavamo vivendo ma, ci siamo concentrati su cosa…ma prendiamo lo spunto Direi che un’altra parola affine è metropolitano. Quanto dovete alla città che avete attorno? A Bologna dobbiamo tanto soprattutto per averci fatto incontrare, ma dobbiamo tanto a tante altre città come: Savona; Roma; Céglie Messápica che hanno lasciato il segno dentro Ma soprattutto… quanto all’evasione dalla città che avete attorno? Più che altro dalle cose che non vanno di molte città ma a noi basta una sala prove ed essere tutti insieme…non esiste evasione migliore Il rock liquido e acido che arriva dall’Inghilterra è sicuramente un riferimento. Lo si legge spesso associato al vostro nome. Chi è il vostro vero riferimento? Non saprei darti una risposta precisa di chi sia il riferimento, siamo la somma di tanti ascolti dal rock al pop all’indie. Abbiamo ascoltato U2, Blur, The Killers ma anche tanto altro E dopo “Ruggine”? Stiamo scrivendo molto in questo momento, non so ancora bene quando, ma ci sarà un nuovo singolo a breve e forse anche un disco nel 2021, non pensavamo di avere così tante canzoni nel cassetto. Abbiamo un nuovo video fuori “Lí dove ci sono le stelle” per ora ci godiamo il momento e continuiamo a guardare avanti. Paolo Tocco

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Sfera Ebbasta non è l’artista italiano di punta: perché?

Sfera Ebbasta è l’artista italiano che ha venduto di più degli ultimi 10 anni. Così titolavano moltissimi articoli comparsi su diverse riviste musicali degli ultimi mesi. Ok lo straordinario successo di Sfera Ebbasta, ok l’incredibile lavoro di merchandising che c’è dietro le sue ultime pubblicazioni, ma addirittura arrivare a superare in vendite di artisti come Jovanotti, Tiziano Ferro, Vasco Rossi (insomma persone che negli ultimi anni hanno riempito stadi), è un qualcosa di quantomeno sospetto. Controllando nel dettaglio la metodologia utilizzata per l’attribuzione delle vendite ci si rende conto che il sospetto è più che fondato, anzi, sarebbe opportuno dire anche che i titoloni relativi alle vendite degli artisti negli ultimi  2/3 anni sono decisamente fuorvianti. Innanzitutto, risulta necessario specificare chi si occupa della gestione di questi numeri. La suddetta gestione è appannaggio della FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana), società che attraverso dei precisi modelli (che verranno a breve illustrati)  valuta il numero di copie vendute per ogni artista relativo sia ai singoli che agli album. La FIMI è anche la società che si occupa della attribuzione dei famosi dischi d’oro, di platino e di diamante, e quindi è inevitabilmente anche la società che fissa il numero di copie necessarie per potersi forgiare dei suddetti titoli. A causa della diffusione capillare dello streaming, il numero di copie fisiche vendute è però sceso drasticamente; motivo per il quale le vendite necessarie per ottenere un disco d’oro oggi sono lontane anni luce da quelle del passato. Per dare un’idea: prima del 1974 l’oro equivaleva ad un milione di copie, il platino a 10 milioni. Negli anni ’80 ci fu un primo collasso dell’industria discografica che portò l’oro ad essere attribuito per 250 000 copie ed il platino per 500 000. Oggi l’oro viene attribuito per 25 000 copie e il platino per 50 000. Per arrivare alla determinazione delle copie però il percorso è un po’ più tortuoso di quello del passato. La FIMI infatti nel 2019 ha pubblicato una nuova nota metodologica, facilmente consultabile sul suo sito ufficiale. Nella nota è specificato in che modo vengono conteggiati i risultati in termini di vendite degli artisti. Il numero di  copie vendute è ottenuto sommando il numero di copie fisiche, di quelle digitali e il numero di ascolti realizzati tramite gli abbonamenti streaming. E in che modo si tiene conto degli ascolti sulle varie piattaforme streaming? Dalla nota metodologica emerge che il conteggio viene effettuato considerando gli ascolti solo su servizi streaming in abbonamento premium, quindi sono esclusi tutti gli streaming gratuiti. Una volta fatto ciò si sommano gli ascolti relativi ai singoli brani di ogni disco, il numero ottenuto sarà diviso per un conversion rate di 1300, necessario per uniformare gli ascolti streaming alle copie vendute. L’unica eccezione è rappresentata dal caso nel quale c’è un disco che presenta un’unica traccia che ha più del 70% degli stream dell’intero album, in questo caso la traccia viene scartata per poter favorire una stima relativa all’ascolto dell’intero album e non di un singolo. Quindi, […]

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Grilli è l’ultima uscita di Lou Mornero

Il ritorno di Lou Mornero con Grilli Lou Mornero, cantautore milanese, è da poco uscito con un nuovo lavoro, “Grilli“, a cinque anni di distanza dall’omonimo EP, tra i prodotti più interessanti della recente scena indipendente italiana. “Grilli” è il frutto di nuova collaborazione con lo storico produttore di Lou, Andrea Mottadelli, e promette di ripetere il successo di quanto fatto in passato. Eroica Fenice ha avuto il piacere di parlare con Lou Mornero del suo nuovo disco, disponibile su tutte le maggiori piattaforme digitali, e quanto segue è il breve resoconto di quanto detto. Ciao Lou, come è nato “Grilli”? Raccontaci la genesi dell’album. Ciao Matteo, come forse sai, è passato del tempo dal precedente lavoro, si parla del 2017 e si trattava di un EP composto da cinque brani. E’ semplicemente riaffiorata la volontà di condividere canzoni inedite in un formato che ne contenesse un numero maggiore e così ne ho confezionate otto nella raccolta intitolata “Grilli”. Non si tratta esclusivamente di materiale nuovo; alcune canzoni infatti arrivano dal passato, anche parecchio in là, ma hanno trovato la giusta collocazione solo oggi. Qual è stato l’aspetto più complesso nel registrare l’album? Hai avuto qualche influenza in particolare? Sicuramente il fatto di lavorare a distanza con Andrea, la mente dietro agli arrangiamenti e alla produzione, non facilita le cose. Io a Milano e lui a Londra, immersi in lunghe sessioni di video call e con l’utilizzo di software che permettono di connettere i pc a distanza. In questo modo ne siamo venuti a capo prendendoci il tempo che ci è voluto, senza particolari pressioni. Questo forse l’aspetto più complesso, se si considera che tutto, eccetto “Ouverture”, è stato suonato e registrato nei nostri home studio evitando agilmente eventuali ostacoli dovuti alle recenti restrizioni che conosciamo bene. Parlando invece di influenze non me la cavo mai granché bene a citare nomi e cognomi. Ascoltando tanta musica diversa pesco inconsciamente un po’ di qua e po’ di là ed è un lato del mio far musica che reputo essenziale. Mi piace mischiare epoche, razze, culture e generi e fortunatamente è un approccio condiviso in egual misura anche da Andrea: per entrambi la musica è una questione che va oltre i generi e i tempi, appunto. C’è un filo comune che lega le canzoni di “Grilli”? Hai un processo creativo ben preciso che ti porta a modellare la tua musica? Il grande nesso tra le canzoni è la vita, di chi le scrive, che si narra al loro interno, l’intenzione sincera e umile di sviscerare i propri mondi attraverso un gusto e una poetica. Anche le musiche, pur spaziando ed esplorando sonorità diverse che ben si amalgamano tra loro, mantengono identità distinte e peculiari accomunate alla base dal livello di produzione che si rivela attraverso la varietà di suoni, accorgimenti e soluzioni che Andrea ha realizzato durante lo sviluppo di ogni canzone. Processi creativi consolidati non ne ho, nasce sempre un po’ tutto dal caso e dalla dose d’ispirazione che mi attraversa […]

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Teatro Patologico e Odissea: un viaggio nel viaggio

Alla scoperta del Teatro Patologico, fondato nel 1992 da Dario D’Ambrosi Gli uomini non nascono tutti uguali. Una profonda diversità li caratterizza fin dalla nascita, purtroppo o per fortuna. Per fortuna, la diversità è ricchezza. Purtroppo, è più spesso intesa come mancanza.  Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale […] È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana: così recita l’art. 3 della nostra Costituzione. In teoria belle parole, nei fatti solo parole.  Correva l’anno 1978 quando la legge Basaglia imponeva la chiusura dei manicomi e il recupero della dignità dei malati in essi reclusi. L’obiettivo era ridare valore alla singola persona, porla al centro di un processo maieutico capace di tirar fuori da ognuno il meglio, spesso annichilito dai farmaci e, ancor più spesso, dal pregiudizio della diagnosi. Prima della legge 180, venivano internate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale. Tra i soggetti deviati non solo i malati di mente, ma anche le prostitute, i delinquenti, i sovversivi e gli omosessuali. Soggetti considerati pericolosi, da legare, sedare, emarginare. Rivoluzionario dunque l’approccio di Basaglia che vedeva, non nella reclusione, ma nella relazione con il mondo esterno possibilità di cura, possibilità di ritrovare il filo perduto dell’esistenza.  Tanta strada è stata fatta in cinquant’anni, ma, sebbene si parli sempre più di inclusione, del valore della diversità, tanta ancora resta da farne. La disabilità fisica e mentale, ancora oggi, è un ostacolo spesso invalicabile, ma capita, a volte, che alle mancanze delle istituzioni si sostituisca quanto di più prezioso oggi ci resta: la solidarietà umana.  E proprio nella solidarietà umana, nella filantropia, affonda le sue radici una realtà incredibile nata, a Roma, grazie a Dario D’Ambrosi: il Teatro Patologico. E, in effetti, quale luogo migliore delle tavole di un palcoscenico, per uscire dall’isolamento e annullare la distanza tra sé e l’altro? Il teatro diventa allora viaggio, terapia, senso del vivere. Venerdì 2 aprile, la Rai ha acceso i riflettori sull’encomiabile lavoro che nelle mura del Teatro Patologico getta, ostinato, un ponte tra la disabilità e l’avventurosa ricerca di quella normalità negata. Con grande delicatezza, Domenico Iannacone racconta la storia di una rappresentazione teatrale: l’Odissea. Un metaviaggio: il doloroso nostos di Odisseo verso la sua Itaca come specchio della quotidiana sfida della malattia mentale, i versi omerici fanno eco alle vite di chi li ha messi in scena. E allora, con quella magia di cui il Teatro è maestro, la finzione si fonde con la realtà, facendo crollare il castello di carta, quel sottilissimo confine tra sanità e follia.  Impossibile non emozionarsi entrando nel mondo di Paolo, Fabio, Claudia, Marina, Andrea, che hanno trovato nel teatro uno scopo, che è sempre importante avere, che è vitale quando si ha una fragilità mentale, e non solo. Il Teatro Patologico ha assunto per loro le fattezze di Itaca, il porto sicuro in cui tornare e riconoscersi. Un film-documentario (visibile su […]

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Pompeii Theatrum Mundi: quest’anno s’ha da fare

Presentazione della Conferenza Stampa del Pompeii Theatrum Mundi Mai come questa volta tornare a teatro segna un possibile ritorno alla vita. Mai come adesso il teatro è il luogo cui è delegata la possibilità di raccontare le mutazioni di cui non siamo ancora consapevoli, e Pompei è lì, a testimoniare, emblematicamente, in ogni sua singola pietra, l’istinto cruciale, il prima e il dopo della nostra storia di uomini.  Venerdì 26 marzo, in modalità online, si è tenuta la conferenza stampa di presentazione del Pompeii Theatrum Mundi, rassegna che, dal 2017, riempie la cavea del Teatro Grande di Pompei.  Presenti il Direttore del Teatro Stabile di Napoli Roberto Andò, il Direttore Generale dei Musei Massimo Osanna, il Direttore Generale del Parco Archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel, il Direttore del Campania Teatro Festival Ruggero Cappuccio, il Direttore Generale per le Politiche Culturali e il Turismo Regione Campania Rosanna Romano. Presenti anche gli artisti che prenderanno parte alla rassegna.  Una grande festa i cui fili conduttori, prima ancora che la presentazione degli spettacoli in cartellone, sono stati l’emozione dei partecipanti, l’entusiasmo, la consapevolezza dell’impossibilità, la speranza. Una grande festa resa possibile dalla sinergia delle Istituzioni della Regione Campania che hanno voluto fortemente questo ritorno, finanziando e investendo nella cultura.  A fare da apripista per la riapertura dei teatri in autunno, cinque spettacoli. Il programma di quest’anno non si ferma al classico antico, come ha affermato Roberto Andò: «Quest’anno tentiamo l’esperimento di ospitare testi non legati alla classicità antica, credendo nel valore prezioso degli autori viventi. I cinque titoli hanno un fil rouge, quello che unisce l’idea di catastrofe con quella di resurrezione, mai tanto attuale». Un programma quindi che, dal 24 giugno al 25 luglio, porterà in scena il nuovo, cinque prime teatrali, con titoli inediti, adattamenti e riscritture di grande interesse.  «Vogliamo affrontare con “l’ottimismo della volontà” – dichiara il Presidente Filippo Patroni Griffi – la sfida della quarta edizione di Pompeii Theatrum Mundi, confidando che da giugno vi sia l’inizio di una nuova stagione per il nostro Paese che possa coincidere con la ripresa di tutte le attività in presenza.» Aprirà la rassegna lo spettacolo Resurrexit Cassandra, testo di Ruggero Cappuccio, regia  e scenografia di Jan Fabre. Seguiranno Il purgatorio. La notte lava la mente di Mario Luzi, con la regia di Federico Tiezzi;  Pupo di Zucchero di Emma Dante e, ancora, Quinta stagione di Franco Marcoaldi. Infine, grande chiusura con Le cerisaie/Il giardino dei ciliegi di Anton Checov, con la regia di Tiago Rodrigues.  Grandi registi e grandi interpreti per cinque prime nazionali: noi siamo pronti!  Fonte foto: Napoli Magazine

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Teatro

27 marzo, Giornata Mondiale del Teatro

Oggi, 27 marzo 2021, si celebra la Giornata Mondiale del Teatro Teatro s. m. [dal lat. theatrum, e questo dal gr. ϑέατρον, der. del tema di ϑεάομαι «guardare, essere spettatore»; la parola greca indicava, oltre che l’edificio per le rappresentazioni drammatiche, anche quello per assemblee e per pronunciare orazioni]. Alla lettera T, dell’enciclopedia Treccani, c’è il lemma teatro, parola che risale al VI secolo a. C., parola che sembra essere assente nei vocabolari della nostra classe dirigente, da un anno a questa parte.  Eppure ad Atene la classe politica pagava i cittadini per andare a teatro: il teatro era così importante che lo Stato, pur di permettere a tutti di parteciparvi, istituì un fondo statale, il theorikòn. Sì, in altre parole un sussidio. Anche oggi lo Stato ha istituito un sussidio, ma per tenerlo chiuso il Teatro. Quella nobile arte, considerata un tempo imprescindibile strumento di educazione, veicolo di idee politiche, religiose e sociali, oggi è costretta ad elemosinare ristori, a reinventarsi in pallide copie di sé attraverso lo streaming. Il motivo? Considerata “bene non essenziale”. Che fare Teatro fosse cosa non semplice nel nostro bel paese, più che in altri, era risaputo. Meno risaputo era che fare Teatro sarebbe diventata cosa impossibile, nel nostro bel paese, più che in altri, in barba a ogni tentativo di sopravvivenza con le dovute restrizioni imposte da uno sconosciuto virus. Perché la domenica nei centri commerciali sì, in platea distanziati e con mascherina no. Perché in fila per ricevere il corpo di Cristo sì, disposti a scacchiera per nutrirsi di cultura no. Perché ammassati in metro sì, in pochi nei palchetti no. Oggi, 27 marzo, mentre Medea, Antigone, Edipo, Amleto si girano i pollici in attesa di tornare a emozionare ancora, a scuotere animi intorpiditi, a riempire quegli occhi oggi ciechi dinanzi alla cultura, si celebra la Giornata Mondiale del Teatro. Istituita a Vienna nel 1961, ha un sapore particolarmente amaro oggi questa ricorrenza, che cerca di dare lustro a quello che Eduardo De Filippo definiva il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita. E mai come in questo momento in cui le nostre esistenze sembrano sospese, in cui si è smesso di vivere per continuare a vivere, l’uomo ha bisogno dell’uomo, di guardarsi quando si alza il sipario, e di porsi domande e cercare risposte quando questo si cala. Mai come in questo momento, l’uomo ha bisogno del Teatro.   Fonte immagine: Pixabay.

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Teatro

Fabio Canciello e Giovanni Chiacchio in Un’ora senza regole

Show teatrale online: Un’ora senza regole Da ieri 25 marzo al 23 aprile i due giovani attori Fabio Canciello e Giovanni Chiacchio di anni 19 e 23 anni saranno protagonisti dello show teatrale Un’ora senza regole, in diretta su OnTheatre con lo scopo di portare una leggera allegria e tanti sorrisi, sdrammatizzando un clima pandemico grigio come le nuvole scure.   Questo show teatrale rappresenta una forte reazione alla chiusura prolungata dei teatri tramite i nuovi metodi digitali in streaming particolarmente agevoli per tutti. Lo spettacolo si apre con la raffica di eventi negativi che si sono abbattuti sul mondo teatrale. Lo performance teatrale si traduce in un’ ora di sana ribellione tra una lacrima ed sorriso, rendendo piacevole e diversa almeno un’ora del nostro monotono lockdown. L’intervista  Con piacere abbiamo intervistato i due giovanissimi protagonisti di questo show teatrale napoletano che con grande ironia ci hanno illustrato dettagli inediti.  Un’ora senza regole è un titolo provocatorio e che dà una forte idea di libertà. Perché avete deciso di intitolare così il vostro show teatrale online? La prima cosa che vogliamo dire è che non riusciamo a spiegare ciò che facciamo, per cui per capirlo l’unica strada è vedere lo show. Provocatoria è l’arte che proponiamo, amiamo vestire panni diversi ed in quest’ora non rispetteremo né minutaggio né logica. Abbiamo un solo obiettivo fare Arte… A modo nostro.  Che cosa rappresenta per voi il maestro del teatro Eduardo de Filippo al quale dedicate un omaggio finale? Il MaestroEduardononrappresentama “è” per noi un vero e proprio punto di non arrivo: inarrivabile per ciò che ha fatto, ma stimolante nel tentativo illusorio di accostarsi minimamente a lui. La sua delicatezza nell’unire momenti totalmente comici a momenti prevalentemente drammatici…questo è il nostro obiettivo. Quanto vi manca il contatto con il pubblico? Tanto, ma grazie alla piattaforma On Theatre abbiamo rivissuto la magia che solo in teatro si può provare. Per noi questo show rappresenta, grazie a questa piattaforma, la possibilità di essere visti da tutti in tutta Italia. Non vediamo l’ora. Tre buoni motivi per vedere assolutamente il vostro show Pace, amore e fantasia. Scherzi a parte, da spettatori saremo curiosi di vedere uno spettacolo senza regole e che per poco tempo ci allontani da questa assurda normalità. Ultimo consiglio: guardando questo spettacolo vi innamorerete de I SENZA REGOLE, perché non li comprenderete. Ringraziamo il nostro partner ufficiale Legea e le altre nostre collaborazioni: Teatro bellavista, Suburbia studio e Macaia boat.  Show teatrale online: Un’ora senza regole  Dalle domande si può dedurre che Un’ora senza Regole é uno spettacolo da non perdere, pieno di senso di libertà ed utilissimo per chi vuole evadere da questo periodo di grande incertezza. I giovani protagonisti recitano e si impegnano davvero per far divertire e riflettere contemporaneamente il pubblico, proponendo una performance teatrale napoletana dalla grande vis comica.  Fonte immagine:  http://www.synpress44.com/

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

La libertà di essere: anticonformismo e nudità

La libertà di essere Così sovente ci si proclama tolleranti, aperti e disposti ad accogliere la verità. Ma tolleranti per chi? Per cosa? Aperti a chi? A cosa? Probabilmente si finge o si crede d’essere “giusti”, “superpartes”, addirittura empatici. Ma davvero si è in grado di comprendere ciò che c’è lì fuori, di fronte a sé o dentro sé? Ecco, piuttosto che ergersi a giudici o filosofi di chissà poi quale astrusa ed ermetica verità, non sarebbe più opportuno scendere dal piedistallo dell’onniscienza, per provare, guardare e sentire davvero, sulla propria pelle, con gli occhi e il cuore, ciò che si crede di sentire e conoscere? Piuttosto che proclamarsi tolleranti, non sarebbe forse più opportuno diffondere il desiderio di libertà d’essere, urlando a gran voce lo slogan: “anticonformismo e nudità”? Sì, perché c’è sete di libertà, lungi da pregiudizi e giudizi. Ma cos’è questa tanto osannata libertà, così tanto vagheggiata e bramata? Ebbene, la libertà è nudità. Significa spogliarsi del perbenismo, dell’eccessiva prudenza, dell’inibizione. La libertà è un volto, quel volto che con orgoglio e coraggio si strappa via la maschera, quella spesso indossata per condurre un’esistenza appartata, nascosta dietro paure e fragilità, falsamente mostrate come sicurezza e forza. La libertà è donna, uomo, bambino, bambina, essere umano, persona. Non è attore sul palcoscenico della vita. Perché la vita è essa stessa teatralità e disinibizione, ma solo per vomitare fuori tutta l’arte e il talento raggomitolati quotidianamente nell’anima. E il trucco deve fungere da accessorio, vanto anche, ma mai seconda pelle, così da consentire ad una timida lacrima di poterlo anche sciogliere, quando dentro il cuore è spezzato ma un sorriso urla ancora desiderio di rinascita. Dunque cos’è la libertà, se non la capacità e la bellezza di saper essere due lati della stessa medaglia o tutte le sfumature, non solo dell’arcobaleno, ma di quanti pigmenti siano possibili in natura? Peccato e assoluzione. Oscurità e luce. Esagerazione e morigeratezza. Caos e logica. Logica del caos! Mente e cuore. Hulk e Heidi. Strega Salamandra e Fata Lina. Morgana e San Francesco. Demone e angelo. Rock e lirica. Passione e amore. Sesso e amore. Forza e fragilità. La libertà sta nella possibilità di poter decidere e scegliere chi e cosa essere anche ogni giorno, non rinunciando mai a capire prima chi si è, chi c’è dietro quei sacrifici e quella noiosa routine. La libertà è l’incarnazione degli opposti in grado di convivere e coesistere, attraverso la scintilla del possibile, dell’incredibile e del genio. La libertà risiede nella voglia di mostrare la propria psiche, gli angoli più reconditi dell’universo interiore, senza vergognarsene e solo a coloro che sanno scorgerli e comprenderli davvero, amarli, cullarli e accarezzarli. Ma la libertà o nudità sta anche nella voglia di rompere gli schemi, di infrangere le regole, di lanciarsi da una scogliera mirando non a precipitare, bensì a spiccare il volo. La nudità si sposa con la trasgressione, che impugna la bandiera di un erotismo e di una sessualità che esigono sempre nuova sperimentazione, il desiderio di […]

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Agnelli di sogni: vittime e prede di sogni inizialmente puri

Agnelli di sogni. Ladri di sogni. Divoratori di sogni. Prede di sogni. Assassini di sogni. Loro vittime. Vittime dei propri sogni! I sogni elevano l’animo umano, lanciandolo nell’iperuranio del possibile che spodesta l’impossibile. I sogni aprono i cuori, nutrono menti e felicità, proiettando l’anima all’immortalità. I sogni hanno a che fare con la parte più intima, fanciulla ed innocente del proprio io. La parte più vera e coraggiosa, quella testarda e un po’ capricciosa. Senza sogni non ci sarebbero conquiste, né ambizioni sane e mature, né speranza. La sfera più pura e trasgressiva insieme, che alimenta i caratteri e nutre la creatività. Che dono meraviglioso i sogni! Ma c’è chi non è in grado di saperli educare e domare quando occorre. C’è chi ne fa sconfitta, più che vittoria. C’è chi vi soccombe, esasperando quei sogni, in nome dei quali si lotta per afferrare e condividere qualcosa di migliore, in una vita troppo spesso crudele e razionale ai limiti dell’indecenza. C’è chi non è fatto per i sogni, pur ergendosi a seguace e paladino di essi. Ci sono gli agnelli di sogni, le vittime, quelli che perdono a un certo punto di vista la realtà, confondendo e mescolando i confini tra innocenza e perversione, tra il sogno e la realtà, tra un’anima pura e una abietta. Semplicemente ci sono coloro impreparati, quelli che non sono pronti a sognare, facendo convergere la propria indole verso la distruzione, più che verso la costruzione. Ma chi o cosa può essere un agnello di sogni? Agnelli di sogni Parigi 1968. Fleur Colette è una giovane universitaria appassionata ed emotiva, come suggerisce il significato dei due nomi che la identificano. È un animo eclettico: ora fortemente rivoluzionario e trasgressivo, ora succube dell’indistruttibile legame fisico-psicologico con suo fratello gemello. Dove va lui, arriva lei. In un istante si ammazzerebbero, ma l’istante successivo l’una prescinde dall’altro e viceversa, come fossero due amanti. Fleur condivide fortemente con suo fratello la passione rivoluzionaria che serpeggia in quegli anni nella capitale francese, fino ad esplodere in uno dei più famosi movimenti sociali del XX secolo. È il cosiddetto “Maggio francese”, una vasta rivolta spontanea di natura sociale, politica, culturale e filosofica, in nome di un’insofferenza contro il tradizionalismo, il capitalismo e l’imperialismo imperanti. Fleur è protagonista di quelle lotte giovanili, insieme a suo fratello e alla miriade di tanti giovani che come loro sognano la liberalizzazione dei costumi, una nuova era che denigra la società dei consumi e la maggior parte dei valori tradizionali. E nell’aria si respira appunto questa frenesia, che man mano raggiunge ogni luogo, città, Paese. La frenesia di un sogno da difendere e da diffondere. Un sogno ampiamente dibattuto in assemblee, comizi e riunioni informali, svolti in strada, nei teatri, nelle università e nei luoghi di cultura. Fleur unisce a questa fede, nella possibilità di una radicale trasformazione della vita, una viscerale passione per il cinema, che intenso, vero e audace riesce a creare una realtà altra, distante dalla corruzione e dal perbenismo, una realtà priva […]

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TRESY GAMBACORTA – episodio 1: Che travagliu!

“TRESY GAMBACORTA” è il nome della rubrica narrativa seriale che – tramite la finzione – andrà a indagare prototipi umani, difetti, pregi e particolarità di un territorio specifico, “lu Titu”. Tito è un piccolo centro, un borgo montano lucano, sito in provincia di Potenza. Un lucano fuori regione si ritrova sempre a puntualizzare: Ma che hai capito?! Non vengo da Lugano… Non sono un “basilichese”! Ma nooo, neanche un “basilico”!!! La Basilicata è, di fatto, una terra ancora tutta da scoprire. Poco si conosce del suo popolo, della sua genuina cultura contadina, delle sue tradizioni, delle sue suggestive lande desertiche e altri paesaggi che si presentano, tutt’oggi, nudi e crudi ai nostri occhi. Tresy Gambacorta, Episodio 1 Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale. Nome: Teresa. Per gli amici: Trёsina. Quelli stretti: Tresy. Cognome: Gambacorta. Età: psicologica. Occhi: azzurri. Pelle: cerea. Pel: di carota. Insofferenza: al pettine. Tresy è stata partorita in casa da Mariannina “la manilunga”, in una notte di febbraio alle 3.00 in punto, mentre fuori scrosciava un acquazzone impetuoso. Il sonno tranquillo de “la manilunga” fu rotto dalle prime contrazioni. Era sola. Era sempre sola quando aveva bisogno di qualcuno, e rubava per questo quando andava a far la spesa, perché in cuor suo si era sedimentata l’idea che il mondo le doveva qualcosa. Aveva sposato un buon uomo, Mariannina; lei ci credeva fermamente. Il problema di mastu Cicciu era il bar della piazza, tutto qui. Quando usciva, beveva sempre abbondantemente e con smisurato piacere, poi tornava a casa e lei non lo riconosceva più, perché diventava un altro: attaccabrighe, arrogante, spavaldo. Si autoproclamava “lu rrè” e iniziava a tiraneggiare senza porsi alcun limite, come se – puntualmente – quella messa in scena nella vita gli servisse per consolarsi un po’, e per ricaricarsi. Mastu Cicciu era conosciuto da tutti come “lu beccamortu” e la morte altrui era per lui fonte di reddito, fonte di vita. Al suo cospetto, i maschietti venivano sempre sopraffatti da un incontrollabile prurito nelle mutande e le fanciulle non facevano altro che molestarsi la tetta sinistra. Nessuno gli dava corda, erano tutti molto freddi con lui. Più freddi del gelo del marmo dei tavoli nei sotterranei dell’ospedale di Potenza, dove il sole “lu beccamortu” non lo aveva mai visto. Mariannina era sola nel letto, quella notte. Come sempre, quando aveva bisogno di qualcuno. Non aveva un telefono fisso, non potevano permetterselo lei e suo marito, e al suo cellulare mancava il credito. Allora si alzò, si rimboccò le maniche e sterilizzò un paio di forbici da cucina. Riempì la vasca da bagno con acqua tiepida e prese due asciugamani – uno da mordere e uno per avvolgere il neonato – e, quando le contrazioni si fecero più fitte, iniziò a spingere. Sapeva benissimo come comportarsi perché la sorella Felina, Internet, ce l’aveva! E quando andava a trovarla ai Calangoni, trascorreva ore ed ore su YouTube a guardare parti, perché aveva sempre sognato di essere mamma, ma il Signore pareva non […]

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Voli Pindarici

Ciò che siamo

Ciò che siamo veramente. La sveglia suona. Apri gli occhi un po’ riluttante. I muscoli ancora addormentati invocano Morfeo, come te, come la tua mente, come le voglie e i desideri assopiti. Tiri un sospiro deciso, un sospiro che decreta la fine di quell’intorpidimento notturno, come se l’anima si fosse staccata dal corpo in quelle ore, per volare e sognare chissà dove, per inseguire ciò che le membra di giorno dimenticano e accantonano, persino il cuore, per poi ricongiungervisi, ritornare e tentare di instillare nuova ispirazione. Per qualche istante resti seduto in mezzo al letto, quasi ancora incosciente di ciò che accada, di ciò che vada fatto, anche oggi. Ti alzi e osservi la tua immagine riflessa allo specchio. Quasi fatichi a riconoscerti. Le prime rughe solcano alcuni tratti del volto. Ti guardi con più attenzione e più introspezione, chiedendoti chi sei. Chi sei veramente? Già. Chi siamo veramente? Siamo proprio noi o qualcosa che vive in funzione dei doveri che ci impongono, che noi stessi ci imponiamo? Siamo medici, insegnanti, scrittori, artisti. Siamo infermieri, avvocati, camerieri, imprenditori. Siamo agenti, giudici, netturbini, cassieri, pensatori e filosofi. Ma chi e cosa siamo in realtà? Cosa ci tiene realmente in vita? Cosa fa pulsare il caldo sangue nelle nostre vene? Cosa celiamo ormai sempre più sovente nel cuore e nell’anima? Cosa seppelliamo ogni giorno in nome di un’identità imposta ed autoimposta, che dà progressivamente forma a individui, più che a persone, uomini e donne degni di tale essenza e sostanza? Ebbene, non viviamo forse noi tutti (o almeno in gran parte!) come burattini, come se qualcuno o qualcosa scrivesse un copione che siamo impeccabilmente chiamati a recitare, e muovesse costantemente i fili delle nostre azioni, delle nostre decisioni, persino dei nostri pensieri? Conduciamo la nostra esistenza come spettatori di un film, di un’opera lirica, di un repertorio di balletto, di un musical, rinunciando ad essere noi i protagonisti, dimenticando cosa si prova a calcare il palcoscenico della vera vita, quella scaldata da emozioni irripetibili, da azioni guidate dal cuore e dalle passioni. Noi possediamo il dono più prezioso che potesse esserci concesso. Noi abbiamo la vita, ma dimentichiamo di viverla! Ci svegliamo, facciamo colazione, ci prepariamo ad affrontare ogni giorno nuove sfide, facciamo programmi e ci chiediamo cosa possiamo fare oggi per il mondo, dimenticando di chiederci cosa oggi il mondo può fare per noi, cosa noi possiamo fare per noi. Andiamo a lavoro, a scuola, studiamo, ci impegniamo nelle faccende domestiche e ci immergiamo a capofitto in compiti e doveri quotidiani. Ma dov’è la scintilla divina? Dove la soffochiamo ogni giorno? Molte donne dedicano corpo e anima alla casa, ai propri figli, ai partner, alla carriera. Ma cosa fanno per loro? Dove finisce il tempo da dedicarsi? Siamo genitori, siamo figli. Ma cosa siamo prima di questo? Siamo studenti e professori. Ma quale il nostro compito più prezioso? Siamo impiegati immersi in una miriade di scartoffie fredde ed insensibili, tra protocolli, burocrazia e planning. Ma è questa la nostra missione di […]

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