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Eroica Fenice

Libri

LO SPARO NELLA NOTTE, un libro di Riccardo Rosa

Lo sparo nella notte. Sulla morte di Davide Bifolco, ucciso da un carabiniere è il libro scritto da Riccardo Rosa e edito da Napoli Monitor, con la copertina timbrata a mano dai famosi artisti partenopei cyop&kaf. Il libro apre al lettore una finestra sulla vicenda e suoi luoghi dove, purtroppo, ha perso la vita Davide Bifolco, il giovane non ancora diciassettenne morto per mano del carabiniere Giovanni Macchiarolo. Lo sparo nella notte non è solo il racconto di quel tragico episodio, è anche il racconto delle storie di chi vive il Rione Traiano, di chi è nato e cresciunto int’ ‘o rione. La pubblicazione è una preziosa testimonianza non solo su ciò che accadde, ma è anche soprattutto un documento che descrive il luogo in cui morì Davide Bifolco. Il libro sarebbe risultato una banale ricostruzione dei fatti senza le pagine dove viene messo a nudo il Rione Traiano. Riccardo Rosa ha seguito il caso fin dall’inizio. Lo sparo nella notte è frutto di una ricerca meticolosa che ha portato il narratore ad incontrare i protagonisti del suo racconto. Il libro è una profonda testimonianza delle vicende che ruotano attorno alla vita di Davide Bifolco purtroppo spenta nella notte del 5 settembre 2014. I racconti di chi vive là, fanno capire al lettore che la tragedia è figlia di quei luoghi. Il narratore è riuscito a raccontare la triste vicenda anche grazie al rapporto costruito con chi ha vissuto il tragico evento in prima persona. La fitta rete di contatti, dai familiari a chi semplicemente abita nel rione, ha dato un grande contributo per la realizzazione del libro. “Lo sparo nella notte” è composto da quattro capitoli che permettono di percorrere rigo dopo rigo le strade luogo della morte di Davide Bifolco. Il racconto dei fatti è racchiuso nel capitolo denominato “Una notte qualsiasi“, poi c’è “La città, il quartiere, la famiglia“, quello dove il racconto si concentra per definire l’identità dei luoghi. Il terzo, “Altre storie“, è quello dove sono scritti i racconti di chi vive quei luoghi ed in fine “Il processo“. Riccardo Rosa ha saputo dialogare con i luoghi e i protagonisti della triste vicenda, scrivendo soprattutto un’opera che riesce a coinvolgere il lettore.

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Napoli & Dintorni

Torna Operazione San Gennaro Art 2017 alla sua VII edizione

Al secondo piano del Museo del Tesoro di San Gennaro al lato del Duomo di Napoli, è stata inaugurata la VII edizione della mostra “Operazione San Gennaro Art” 2017. La mostra sarà aperta al pubblico fino al 2 ottobre tutti i giorni dalle 9.30 alle 14.00 con ingresso libero. Gli artisti che espongono all’Operazione San Gennaro sono: Renato Aiello, Ciro Di Costanzo, Lucia Vecchiarelli, Giovanni Di Cecca, Loretta Bartoli, Roger Peeraerts, Ena Villani, Pasquale Manzo, Stefania Colizzi, Chrisophe Mourey, Vittorio Musella, Pina Catino, Massimo Maci, Daniele Galdiero, Francisco Antonio Basile Pasquale, Camilla De Falco, Annamaria Balzano, Fortunato Danise, Arturo Vastarelli, Pasquale Gatta, Marisa Perrotta, Aurora Micieli De Biase. Il professor Fortunato Danise, presidente del Club per l’Unesco di Napoli, ha presentato l’iniziativa come la possibilità per dar visibilità agli artisti di ogni età e caratura. Scultori, poeti, fotografi e pittori sono presenti con le loro opere presso l’Appartamento Storico del Domenichino in via Duomo 149. La professoressa Margherita Calò, storica e critica d’arte, ha elogiato l’operazione. «La mostra realizzata con la collaborazione della Deputazione della Real Cappella del Tesoro di San Gennaro, e con il patrocinio morale del Comune di Napoli, è riuscita a restituire un’espressione dell’arte organica e completa». Tanti tra i più grandi artisti si sono cimentati nella riproduzione dell’immagine di San Gennaro. Esistono infatti tante opere di grande valore che sono custodite proprio dal popolo napoletano, anche e soprattutto nell’immagine culturale che viene da sempre restituita. Operazione San Gennaro Art 2017 è un’occasione per riuscir a ritrovare il filo rosso che collega l’iconografia del Santo Patrono con la cultura partenopea. La titolazione dell’evento è stata pensata per richiamare la famosa “Operazione San Gennaro”, pellicola di Dino Risi con Nino Manfredi, con la quale viene palesato un vero e proprio rapporto carnale tra il popolo napoletano e il Santo, una commistione di rispetto e familiarità.  Operazione San Gennaro sarà in mostra proprio durante le giornate promosse dall’Unesco, una dedicata al patrimonio e l’altra per la pace. Il Club per l’Unesco di Napoli ha dato una forte contributo per partecipare alle manifestazioni promosse dall’organizzazione.  Il presidente Fortunato Danise ha spiegato che non poteva esserci modo migliore per partecipare se non aderendo con un’evento per rinnovare il legame tra il popolo e le sue radici.

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Voli Pindarici

Sale a mare. Desiderio per una stella cadente

Mi sveglio con uno strano sapore in bocca come di sangue misto a sale… Penso di aver bevuto dell’acqua salata. Non capisco dove mi trovo, ho solo tanto freddo ed ho i vestiti fradici. Sono nella penombra e sento uno strano odore che punge nel naso… benzina! No: nafta misto a orina, ecco cos’è. Faccio forza sui gomiti e da sdraiato riesco a sedermi. Mi fa male la faccia, ho pochi ricordi, ma è da quelli che devo ripartire. Dalla spiaggia alla barca, un attimo e colpisco la sponda di resina, un piede in fallo, forse un sasso e sono caduto in avanti, ma con le ultime forze sono risalito, pensando al saluto di mio padre, alle lacrime di mia madre. Sento qualcuno che piange, c’è chi invece ha il sopraffiato di chi trema, e c’è anche chi prega. Siamo in tanti, troppi per poco spazio. Qualche bambino strilla perché ha fame. Acqua, tanta acqua, riesco finalmente a mettere a fuoco. Il rumore di fondo che pian piano si sostituisce al ronzio nella mia testa è quello delle onde contro lo scafo. Chi sono persone attorno a me? Hanno gli sguardi pieni di sale soffiato dal vento che si alza dal mare. Segnati da lacrime amare, i loro occhi guardano ovunque ma non si cercano per non dover scrutare la paura nell’altro. Faccio lo stesso, forse più per vergogna. Capisco che non c’è nessuna nuvola sopra di noi, capisco ch’è notte, perché vedo tante stelle brillare. È pericoloso muoverci perché l’imbarcazione sembra essere in equilibrio precario. Ci muoviamo piano, riesco a ricordare il giorno in cui tutto è iniziato, il deserto, le città dove bisognava arrangiarsi, dove un pezzo di pane era una grande risorsa. È passato qualche anno e di molti miei amici non ho saputo più nulla e, purtroppo, di molti ho solo saputo che non potrò mai più rivederli. Ora mi ritrovo qui, con il motore spento perché non vuol mettersi nessuno al timone. Mi dissero che l’Italia sarebbe stata la nostra meta. Penso che arrivato a terra non dovrò fermarmi lì. Voglio raggiungere mio fratello in Francia. Ricordo la sua ultima lettera dove diceva di star male perché seppur circondato da fratelli era da solo contro il mondo. In questo mare una mia lacrima aggiunge sale al sale, perché una stella cadente mi dà speranza… Le lascio una preghiera. Vorrei arrivare vivo perché non sono pronto per essere pasto di questo mare. Vorrei che nessuno più come me debba bruciare le frontiere perché vorrei che non esistessero più i confini… … in fondo siamo tutti fratelli della stessa Terra…

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Eventi/Mostre/Convegni

Napoli Expò Art Polis, al PAN è in mostra la napoletanità

Al via la terza edizione della rassegna artistica Napoli Expò Art Polis, con il tema Miti Storie e Leggende della Nostra Città, dalla Magna Grecia ad oggi. L’idea è stata curata da Daniela Wollman dell’associazione CreativiAttivi. Le collaborazioni per realizzare questo grande progetto sono molte dal giornalista Luigi Necco allo lo storico e critico d’arte Gianpasquale Greco, con Bruno Cuomo per le referenze fotografiche e l’allestimento e con la direzione artistica di Alessandro Incerto. La curatrice Daniela Wollmann spiega come N.e.a.polis aggiunge una grande offerta culturale all’estate Napoletana già ricca di eventi. «La volontà è stata quella di portare in mostra la storia della Magna Grecia e di Napoli in particolare. Napoli Expò Art Polis ha come grande obiettivo quello di dare visibilità agli artisti napoletani. Abbiamo voluto mettere insieme la ricchezza artistica della nostra città, partendo dal mito di Partenope per arrivare allo sfottò di Patanè nei confronti del Calcio Napoli. Tutto quello che identifica il napoletano, dal sacro al profano, è in mostra nelle sale del PAN». Nella grande collettiva, per la qualità dei lavori, ad alcuni artisti presentano una loro personale, un grande valore aggiunto che sottolinea il grande livello qualitativo delle opere in mostra. «Gli artisti in mostra sono tanti, più di settanta! A qualcuno di loro è stato dedicato più spazio. Salvatore Ciaurro con cinque temi con i quali costruisce i suoi percorsi visivi e Francesco Verio con le sue opere di omaggio a Totò. In una delle sale è possibile trovare inoltre il “libero autodidatta” Pasquale Manzo che con il suo circo dei Pucinovo gioca con il carattere rivoluzionario della maschera napoletana e la sua ricerca dell’essere per elevarsi con leggerezza». Tra gli artisti che sicuramente suscitano più interesse e curiosità, al Napoli Expò Art Polis è in mostra Edoardo Bennato. Pochi conoscono l’architetto/musicista anche per le sue produzione nel campo dell’arte figurativa. «Edoardo Bennato è un artista eclettico che qui ha presentato una serie dai suoi lavori degli anni ’80, tra le quali la copertina de “La Torre di Babele“. Tra  più recenti dell’artista ci sono due opere della serie “In Cammino” dedicato al fenomeno dei migranti. In occasione di una prossima personale al Napoli Expò Art Polis è in mostra Adele Ceraudo, Lady Bic, che presenta un suo lavoro con il quale tocca il tema delle donne violate». La possibilità di accedere a Napoli Expò Art Polis è stata data a chiunque ha avuto la volontà di mettersi in gioco sottoponendo il proprio lavoro all’associazione CreativiAttivi. «Napoli Expò Art Polis è anche una vetrina che dà grande visibilità a chi riesce ad essere selezionato per parteciparvi. Numerosi sono gli artisti che grazie a quest’iniziativa hanno avuto la possibilità di crescere». «Il lavoro dei CreativiAttivi non si ferma mai. Dal 26 settembre al 1 ottobre sarà esposta Napoli Arte e Rivoluzione dove tutte le rivolte di Napoli, da Masaniello ad oggi, saranno le protagoniste dei progetti che gli artisti potranno presentare fino al 15 settembre». Oltre all’esposizione con in mostra 72 artisti fino al 26 agosto, […]

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Napoli & Dintorni

Mojoca Festival, colore e passione a Moio della Civitella

Dal 4 al 5 agosto 2017 si terrà l’undicesima edizione del Mojoca Festival. Il festival degli artisti di strada ogni anno allieta le serate del piccolo comune di Moio della Civitella (SA) con grandi e validi spettacoli. Durante il primo fine settimana di agosto interverranno oltre cento artisti, circa trenta spettacoli si susseguiranno in contemporanea e saranno a titolo gratuito. Dalle 21.00 alle 2.00 di ognuna delle tre serate sono previste le performance che animeranno vie, vicoli e piazze. (MAPPA MOJOCA FESTIVAL) Un unico grande festival sotto le stelle per riuscire a dar il miglior benvenuto a chi si appresterà a raggiungere il paese poco distante da Vallo della Lucania. Ogni anno il Mojoca riesce ad attrarre nel piccolo borgo circa 35mila spettatori. Ogni attività si svolge nel rispetto dell’area. tutto nella più completa sintonia con il luogo. Durante le giornate del festival vengono infatti rispettati l’ambiente e le persone con un efficiente sistema di ricezione, prevedendo anche un’ampia area campeggio.  Il termine Mojoca deriva dall’unione della parola Moio, il paese cilentano che ospita la manifestazione, e joca, che in cilentano significa gioca. Anagrammando le due parole si ottiene Mojoca, adesso gioca! L’associazione nata nel 2007  è riuscita a rendere sempre più vivo e partecipato il Mojoca Festival per riuscir a far partecipare sempre più artisti provenienti da tutto il mondo. Il Mojoca Festival ha un’organizzazione che non ha nulla da invidiare ai più grandi e noti eventi della nostra penisola. L’associazione che organizza il Mojoca Festival, organizza anche molte attività collaterali che arricchiscono i tre giorni di spettacoli. Durante le ore pomeridiane dalle, 18.00 alle 20.00, avranno luogo le attività laboratoriali attinenti alle arti di strada. Questa sezione è dedicata principalmente ai più piccoli comprende laboratori per costruire oggetti sonori, bolle giganti, giocoleria, teatro, e danze per tutti i gusti. (PROGRAMMA ufficiale) Durante le giornate del Mojoca Festival, gli spettatori potranno anche godere della fiera dedicata all’artigianato. Questo progetto è riuscito a crescere negli anni, riuscendo ad apportare alla manifestazione un grande contributo. È possibile inoltre partecipare al concorso dedicato a chi ha la passione per l’immagine. L’associazione culturale Mojoca organizza per gli appassionati di fotografia “Scatta Mojoca” (link al REGOLAMENTO DEL CONCORSO), dedicato a professionisti e non.  Per giungere a Moio della Civitella durante lo svolgimento della manifestazione, l’associazione ha messo a disposizione un servizio NAVETTA per tutte le serate del Mojoca Festival. Tra gli scopi  dell’associazione Mojoca c’è stato fin dall’inizio quello di rendere il Cilento un crocevia degli artisti di strada. Dal 2009 il Mojoca è infatti socio-promotore della FNAS, Federazione Nazionale Arte di Strada. Pochi sono gli esempi come il Mojoca che riescono a mantenere vivo un centro storico, basandosi soprattutto sul lavoro che include la gran parte dei cittadini del piccolo comune cilentano. Mojoca è un Festival partecipato per riuscir a rivitalizzare un piccolo centro storico. Una grande offerta culturale che rappresenta una strategia vincente per poter rendere Moio della Civitella un grande attrattore.

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Napoli & Dintorni

Dalisi, pensieri dai sogni. Intervista all’artista

Riccardo Dalisi è un architetto nato a Potenza il primo maggio 1931. Ha insegnato metodologia della progettazione alla facoltà di architettura di Napoli e fu il direttore della Scuola di Specializzazione in Disegno Industriale dell’Università di Napoli Federico II; è stato membro fondatore del gruppo Global Tool e di una scuola sperimentale di artigianato Arti minime. Nel 1975 diede inizio alla sua attività di designer collaborando con aziende quali Baleri e Zanotta; i suoi laboratori si sono sempre contraddistinti perché spesso si lavorava per strada, assieme alle persone, con chi avrebbe poi usufruito delle architetture progettate. “Dalisi è abbastanza esplicito. La tecnica povera contesta la sottrazione progressiva ed ineluttabile della partecipazione attiva dell’uomo alla modellazione, alla costruzione dei propri progetti, del proprio spazio. La tecnica povera non si schiera sul fronte delle poetiche che sfruttano la povertà per ricostruire oggetti, manufatti, abitazioni  e neppure lungo gli argini dell’”edilizia della miseria”. È un linguaggio che non privilegia l’artigianato (o si dà come artigianato, ancora peggio) nè ha in odio la tecnologia in una rinnovata estasi pauperistica, francescana. La tecnica povera, nel rieducare gli strumenti sensori e percettivi, vuole rifondare la ricerca tecnica e scientifica: presuppone un rinnovamento del senso e del ruolo della scienza“. Dalla prefazione “L’ascolto del politico” a cura di Angelo Trimarco, cat. 82  Centro di, febbraio 1977. Oggi questa maniera di progettare è chiamata condivisa e partecipata, allora era semplicemente il modo di Dalisi di mettersi in gioco senza nessuna presunzione, senza alcuna voglia di porsi come l’ostentazione del professionista da accademia, senza il bisogno di realizzare indagini, slide, strategie, ricerche-azioni o quant’altro. I numeri che contavano  erano i sorrisi delle persone. Questa forma di pensiero è rimasta nell’Artista, che da architetto scelse la via più difficile per poter comunicare le proprie idee. Riccardo Dalisi è ricordato soprattutto per il suo Compasso d’Oro del 1981, riconoscimento mondiale per il design che ricevette grazie a “Pulci” la caffettiera napoletana disegnata per Alessi. Ha sempre sorriso il Professore, durante l’intervista la domanda legata al luogo delle sue idee ha trovato una risposta. «Questa è una domanda domandosa! Come faccio a ritrovare le cose che si trovano disseminate nel marasma del mio studio? Sai cosa rispondo? Sono le cose che trovano me». Riccardo Dalisi parla di sè come una persona particolare, spiega che il legame che ha con le sue opere nasce dai suoi sogni. Quasi sobbalzo dallo sgabello dopo che il Professore sbatte le mani facendo dei versi con la bocca, ricordandomi gli scritti sulle esperienze di Munari. «Ogni individuo ha molti modi per esprimersi. Adesso sto adoperando i colori, sono materia, volume, sto scrivendo infatti un libro sui colori che si muovooaaaaaaaaaaaaano. Mi colpisce una cosa, me la ricordo magari dormendo, ne percepisco la melodia, la sento napoletana. Siamo circondati da melodie. Praticamente sono napoletano a tutti gli effetti e Napoli non può che essere il motivo di ispirazione con la sua musicalità». Accennando alle sue caffettiere, il professore si sente attanagliato da un dubbio legato alle sue scelte, forse in […]

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Documentaria, cento anni dell’Unione Industriali di Napoli

Fino al 13 luglio presso Palazzo Partanna, la sede dell’Unione degli Industriali di Napoli, sarà possibile visitare la mostra Documentaria realizzata con i patrocini del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e della Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Campania. Il 27 luglio del 1917 fu fondata la prima associazione che fu denominata l’Unione Industriale Regionale. L’associazione nacque anche grazie al periodo positivo per l’economia di tutto il sud Italia, soprattutto grazie alle commesse belliche.  Dopo la soppressione che avvenne il 10 dicembre 1943, l’associazione fu ricostituita il 22 gennaio 1944 e allora prese il nome di Unione Industriali della Provincia di Napoli. Dalla rappresentanza ai servizi di consulenza, l’associazione svolge attività che mirano ai rapporti e alle esigenze delle imprese industriali nelle diverse aree di attività. Quest’anno ricorre il centenario dell’Unione Industriali Napoli ed è la prima associazione del mezzogiorno a tagliare tale traguardo. Il centenario è un evento che vuol riportare al centro dell’attenzione tutto ciò che ha rappresentato la città di Napoli, dalla sua storia al suo ingegno, dalla sua cultura alla visione di un futuro nel quale tutti potranno ritrovare il senso di appartenenza alla città partenopea. Un ciclo di eventi è stato programmato per celebrare la nascita dell’Unione Industriali Napoli, uno di questi è  stato denominato”Documentaria” Al secondo piano di Palazzo Partanna in Piazza Dei Martiri, come un percorso tra storia e cultura, è stata allestita un’esposizione di numerosi documenti che narrano la storia che ha accompagnato l’associazione. Documentaria non è solo un’importante raccolta di documenti che riescono a far rivivere la storia che ha fatto grandi le imprese del mezzogiorno, è anche e soprattutto uno dei tasselli che rendono evidente l’importanza dell’associazione sul territorio campano. Alle fonti documentarie di natura istituzionale infatti sono state affiancate quelle rese disponibili dalle aziende associate alcune delle quali hanno per la prima volta aperto alla consultazione archivi storici strutturati o raccolte di documenti che si relazionano al prezioso materiale fotografico. Per i cento anni dell’associazione si è deciso di accompagnare gli eventi con un’immagine che deve rappresentare il lavoro svolto fino ad oggi e scelta con il concorso denominato “100 anni d’imprese – Unione Industriali Napoli – 1917-2017“. La giuria, composta dall’imprenditore Giovanni Cotroneo, dal Presidente del Gruppo Tecnico Cultura di Confindustria, Renzo Iorio, dal Responsabile del Domenicale del Sole 24 Ore, Armando Massarenti, dal Presidente di Pomilio Blumm, Franco Pomilio e dal critico d’arte Ludovico Pratesi, hanno deciso di premiare Helga Aversa per la sua opera “N’Ovo“. È stato assegnato inoltre  un premio speciale all’opera “Elettronatura” di Roberto Izzo. Le opere vincitrici, assieme a quelle realizzate dai dieci finalisti del concorso, fanno parte anch’esse della mostra Documentaria, ne aprono infatti il percorso con un grande totem  che le racconta. Il presidente dell’Unione Industriali della Provincia di Napoli, Ambrogio Prezioso, ha dato una giusta definizione all’esposizione: «Documentaria  è un ponte tra passato e futuro».

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Napoli & Dintorni

PedalòNA, una traversata in pedalò per l’ambiente

‘A Pedivella e l’Associazione Culturale Habibì domenica 18 giugno si faranno promotrici dell’iniziativa denominata ‘a PedalòNA, con il patrocinio di Cicloverdi FIAB Napoli, Legambiente Campania Onlus e WWF Napoli. La traversata ciclistica sarà effettuata con un pedalò, attraversando le acque del canale di Procida percorrendo i 5Km che separano l’isola flegrea dal Monte di Procida. La Capitaneria di porto ha fin da subito dato il nullaosta nei confronti dell’iniziativa, controllando che tutto procederà senza intoppi ed assicurandosi che le manovre saranno sempre sicure. Gli organizzatori lanciano uno slogan per promuovere la loro PedalòNA «La bicicletta non deve avere ostacoli». Habibì che aveva come luogo di aggregazione ‘a Pedivella, il ciclocafè di piazzetta Nilo a Napoli, è l’associazione che promuove da sempre una mobilità sostenibile ed alternativa, così come chi ha deciso di patrocinare ‘a PedalòNA. Dalle ore sette del mattino, prevedendo una durata di circa tre ore e mezza, i membri delle associazioni promotrici partiranno con un pedalò scortato da un gommone, per salvaguardare la sicurezza dell’iniziativa. Sarà lanciato un forte messaggio riferito alla necessità di una mobilità sostenibile. La scelta del piccolo tratto di mare non è stata casuale. È necessario sensibilizzare i cittadini all’uso della bicicletta anche durante il periodo delle vacanze estive, promuovendo l’uso del mezzo con incentivi. In molti Paesi il trasporto della bici sulle navi, sui treni, aerei e qualsiasi altro mezzo di trasporto, non prevede alcun costo aggiuntivo. Da molti anni ormai la bicicletta sembra per fortuna essere entrata di prepotenza tra gli usi e costumi dei Partenopei, complici forse le dinamiche innescate dalle amministrazioni comunali, che con l’incremento delle ZTL e con la realizzazione del cosiddetto “lungomare liberato” hanno incentivato l’uso del mezzo di trasporto che proprio quest’anno compie 200 anni. Ma non ci si può accontentare, i risultati si vedono ma sono ancora pochi.  Se lo zampino delle amministrazioni potrebbe essere anche messo in discussione, sicuramente le associazioni quali Habibì, hanno lavorato per portare culturalmente in auge nel Golfo di Napoli la bicicletta, favorendo in tutti i sensi il benessere fisico dei cittadini.  Non bisogna però trascurare inoltre l’operato delle ciclofficine, che fanno scuola su tutto ciò che riguarda la cultura della bicicletta: la macchina che a parità di lavoro disperde meno energia in assoluto e il mezzo che facilmente tutti possono imparare ad aggiustare. Un lavoro pulito quindi, NO OIL, che coinvolge trasversalmente la cittadinanza e chi amministra il territorio; è necessario l’uso delle biciclette, per un futuro più verde. «La bici aerea, leggera, quasi trasparente, è una miniera di esperienza, di gesti possibili, di cortesie e situazioni imprevedibili, è una generatrice di contatti umani, d’incontri. È, finalmente e di nuovo, l’avventura, il pellegrinaggio, la parola che acquista peso e senso nell’andare».  Emilio Rigatti, Minima Pedalia, Ediciclo, 2004  

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Napoli & Dintorni

San Gaudioso e La Paranza della Sanità

Dopo circa un anno di lavori, si è concluso il restauro della cripta di San Gaudioso della basilica di Santa Maria della Sanità nonché accesso alle catacombe del Santo. La Paranza con le sue guide dà la possibilità ai visitatori di ammirare ciò che racchiude il cuore di Napoli. Una visita ogni ora, tutti i giorni dalle 10.00 alle 13.00. Il biglietto d’ingresso è valido anche per la visita alle catacombe di San Gennaro.  Costato circa 400 mila euro, il restauro ha interessato tutto il succorpo presente al di sotto del presbiterio della basilica. Da qualche settimana si possono ammirare come rinnovati da nuova luce dagli affreschi nelle nicchie ai marmi policromi che adornano la cripta, dove ha riacquistato la sede la madonna alla quale è intitolata la basilica che spesso viene erroneamente indicata come quella d’O Monacone, San Vincenzo Ferrer. La cripta, già ambiente ipogeo, e le catacombe di San Gaudioso, furono scavate nelle lave della Sanità. È costituita da dodici altari affrescati a cavallo del 1700, che raffigurano gli atti eroici dei santi, su un lato gli uomini e sull’altro le donne, ad opera di Bernardino Fera allievo più promettente di Francesco Solimena. Il vecchio ambulacro delle catacombe di San Gaudioso custodisce un importante dipinto scoperto nel 1559, che si dice sanasse i mali del corpo e dell’anima, da ciò Santa Maria alla Sanità. Prima della visita alle catacombe di San Gaudioso, viene celebrato un matrimonio. Il prete spiega ai fedeli che sarà uno dei primi durante il quale gli sposi potranno ricevere la benedizione della Madonna nella cripta da poco restaurata. L’intervento del restauro alla cripta delle catacombe di San Gaudioso è uno dei tanti elementi che costituiscono il riscatto di un quartiere che fu diviso tra chi voleva cambiare città e chi lavora ancora oggi per cambiare la città. Le catacombe prendono il nome da Settimo Celio Gaudioso, detto Gaudioso di Napoli o Gaudioso l’africano, perchè vescovo di Abitine in Tunisia. I Vandali lo vollero morto perchè non si piegò al loro volere, ma la zattera alla deriva sulla quale si trovò, approdò a Napoli dove morì intorno al 452 d.C. dove fu seppellito. Le catacombe nascono tra il IV e il V sec. d.C. ad opera dei fossores che ne scavavano le gallerie e vi seppellirono i morti. I loculi, rispetto alle catacombe di San Gennaro, sono costruiti e non scavati. Le Catacombe erano affrescate per la maggior parte della superficie. Le simbologie presenti nelle catacombe sono molteplici, dalla croce gemmata simbolo del prezzo della passione di Cristo, al quadrato iscritto nel cerchio, l’infinita perfezione di Cristo con la vita dell’uomo che dipende dallo spazio e dal tempo. I cunicoli delle catacombe di San Gaudioso, oggi visitabili, presentano tante nicchie nei muri, i seditoi, scolatoi o in napoletano “cantarelle”. Nel 1600 venne praticata la scolatura. I corpi venivano calati dalla cripta e seduti con il cranio incastrato nelle pareti. La pratica di “schiattarli” ha dato il nome napoletano alla professione del becchino, ‘o schiattamurte. Inoltre brutta cosa […]

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Scarrafunera con Roberto Azzurro al Pausilypon

Durante il secondo appuntamento della IX stagione della rassegna “Suggestioni all’imbrunire” curata da Stefano Scognamiglio e Francesco Capriello, presso il Parco Archeologico del Pausilypon, è stato messo in scena lo spettacolo teatrale “Scarrafunera” di Cristian Izzo e con Roberto Azzurro. La rassegna riesce a far vivere allo spettatore la commistione tra musica, teatro, natura e soprattutto la bellezza del sito archeologico che fa da cornice, grazie al lavoro del Centro Studi Interdisciplinari Gaiola onlus che si prefigge l’obiettivo di studiare, tutelare e valorizzare l’immenso patrimonio naturalistico e storico-archeologico dell’area a ridosso della collina di Posillipo. Ogni appuntamento di “Suggestioni all’imbrunire” inizia con la scoperta della grotta di Seiano, grazie ad un percorso guidato che fa apprezzare quella che fu una delle tre più grandi vie di comunicazione che portavano fuori dalla città fin dal I sec. a.C. Il visitatore viene accompagnato sino al cuore del Parco Archeologico del Pausilypon, sito dove fu costruita Villa d’Otium con il suo sistema di teatri. Più che una villa si trattava di una vera e propria cittadella, un ricco villaggio, che animava la collina di Posillipo e di proprietà di Publio Vedio Pollione, uno schiavo che divenne ricco cavaliere romano e consigliere dell’imperatore Augusto, suo amico che poi ereditò il complesso. Uno dei teatri della Villa, l’Odeion, è stato inaugurato in occasione della rassegna, dopo il difficile recupero che l’ha visto protagonista. Il 3 giugno 2017 è avvenuto il taglio del nastro alla presenza di Giuliano Volpe, Presidente del Consiglio Superiore di Beni culturali e paesaggistici, dando la possibilità al pubblico di apprezzare lo spettacolo teatrale Scarrafunera. “Comme schifo a sta’ rinta a stu buco ‘e merda!” Il prosimetro, con protagonista Roberto Azzurro, porta in scena l’immagine dell’umanità come un’eterna Scarrafunera, citando da Pino Daniele a Salvatore Di Giacomo. Livello dopo livello ognuno di noi cerca di migliorare la propria condizione, spesso calpestando chi ci sta intorno, spesso approfittando della situazione di disagio che qualcuno che ci sta intorno può vivere o, che purtroppo, sta già vivendo. “…e mo so mille e treciento. Nun è nu vico. È na scarrafunera”. ‘O Fonneco, S. Di Giacomo Come scarrafoni ci agitiamo, gli uni sugli altri come una grande immensa massa, noncuranti della nostra condizione, non volendo forse riconoscerne il reale peso, per non accettarlo, nè condividerlo. Vogliamo solo elevarci, partire, prendendo le distanze da ciò che ci ha da sempre circondati, ma salendo, guardando gli altri dall’alto in basso, ci accorgeremo che il cambiamento non è possibile se il nostro atteggiamento rimarrà tal quale. Uno solo è il risultato di questo continuo muoversi nel mondo che ci costruiamo intorno: l’individuo scarrafone rimarrà per sempre immobile e pur sempre in movimento.

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Luca Iovino al PAN con “Noi che siamo carne”

Dal primo al 19 giugno al PAN è in esposizione “Noi che siamo carne“, la mostra fotografica di Luca Iovino, in collaborazione con L’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli e ad ingresso gratuito. “Dei bambini giocano sotto il Cristo in croce insanguinato dove i dannati sono rappresentati avvolti dalle fiamme del purgatorio”. Così scrisse Hans C. Andersen in una sua lettera da Napoli, descrivendo ciò che vedeva osservando dalla finestra della sua abitazione in via Speranzella, così come le immagini che Luca Iovino ha portato in mostra descrive parte di un’identità, quella forte che parla di ognuno di noi, radicata fin dalla nascita e che risponde a ciò che fin da sempre appartiene a Napoli e ai suoi popoli. Conosciamo bene il tema delle edicole sante a Napoli, come mai Luca Iovino ha voluto affrontarlo e soprattutto come ha realizzato un racconto fotografico riferendosi ad un tema cosi vasto e complesso? «Il mio intento nella realizzazione di questo progetto è stato quello di raccontare un aspetto così “sociale” della cultura napoletana, il suo rapporto con la fede e quella venatura di misticismo e spiritualità che da sempre lo permea, attraverso l’aspetto urbanistico della città. Quello che mi ha sempre interessato è lo stretto rapporto tra uomo e città. Sono sempre più convinto che i paesaggi urbani raccontino tantissimo dell’essere umano, come l’uomo trasforma il paesaggio che lo circonda e come il paesaggio stesso radicalizzi drasticamente l’uomo, al punto tale da intersecarsi ineluttabilmente. Ciò che resta di quest’incontro rimane latente nelle pieghe della città, sono piccole tracce, impronte che noi lasciamo e che sono destinate a rimanere invisibili, fino a quando non riusciamo a porci la giusta attenzione. Credo che questo atteggiamento mi abbia aiutato in questo progetto a rivedere sotto una luce nuova quel senso di appartenenza al territorio che è insito nel popolo napoletano». Con quale linguaggio hai deciso di intraprendere la strada che ci porta a riconoscere Napoli nei tuoi scatti e, soprattutto, cosa ti ha fatto prediligere un metodo ad un altro? «Sin da quando mi sono avvicinato al mezzo fotografico ho quasi sempre scattato in pellicola, specialmente in bianco e nero, per avere maggior controllo poi in camera oscura. Alla nascita di questo progetto ho trovato naturale affrontarlo in questo modo, quasi per mantenere inalterato il mio approccio al soggetto/oggetto che mi sono poi trovato davanti». Luca Iovino ha voluto rendere visibile ciò che lega tutti noi alla nostra terra Quali e quanti tipi di ricerca hai dovuto affrontare prima di poter riportare alla luce le immagini che ci raccontano di una delle tante identità della città partenopea? «Tendo ad avere un approccio piuttosto culturale quando decido di cominciare un progetto. Cerco letture, documentazioni e riferimenti cinematografici e letterari per assimilare sempre più impressioni che in qualche modo possano influenzare poi il mio sguardo. Nel caso di “Noi che siamo Carne” ho cercato il più possibile di approcciarmi prendendo dei punti di riferimento, dei punctum che secondo me erano il punto nevralgico del rapporto tra il […]

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Napoli & Dintorni

Infinity, nata dall’amore di Luigi D’Auria per la pizza

Luigi D’Auria ha presentato ieri sera il giro di pizza Infinity, in una gustosa serata dove il pizzaiolo di Mondo Pizza (via Francesco Netti 1, Napoli) ci ha raccontato, tra un assaggio e l’altro, del suo lavoro e di quanta passione vi impiega. Il patron ha accolto numerosi giornalisti, food blogger, influencer e food photographer, tra i quali c’era Eroica Fenice! Ma cosa rende essenzialmente diversa Infinity dal resto del vasto panorama delle pizze che possiamo gustare nella patria della pizza e affini? «Sostanzialmente il mio impasto è ottenuto dopo 48 ore di lievitazione ed è costituito dalla biga, lievito madre e farine con poco glutine. Chiaramente tutte materie di altissima qualità che mi permettono di ottenere una pizza estremamente digeribile. La trovata brillante, l’ingrediente che non è mai stato adoperato per realizzare una pizza così, è lo yogurt greco, fresco e cremoso, con il quale realizzo una crema molto neutra». Un prodotto innovativo ma che riesce a strizzare l’occhio alla tradizione. Luigi D’Auria ha realizzato un prodotto nuovo nel sapore e nell’immagine, ma badando al contenuto con estrema sensibilità. Come pensi potrà reagire il pubblico che ama la pizza dopo l’uscita di Infinity? «In realtà già sto testando Infinity, solo da oggi raggiungerò il grande pubblico. Il mio giro di pizza è apprezzatissimo. Le persone si accorgono fin da subito di quanta dedizione c’è dietro ogni piatto. Dai pomodorini all’olio, penso anche alla pala che uso per infornare, di vero legno dal mare». Luigi ha 40 anni, 27 dei quali li ha passati lavorando in pizzeria, maturando una grande esperienza nel settore. Lavora sempre con tanto amore verso ciò che produce. Infinity ne è la prova. Figlio d’arte, da tre generazioni di panificatori e pizzaioli, oltre a Mondo Pizza il lavoro di Luigi D’Auria è quello di trasmettere le sue conoscenze grazie alla scuola che sta aprendo. Ha ricevuto numerosi premi e riconoscenze, tra i quali il riconoscimento dal Ministro dell’Agricoltura per la Vera Pizza Napoletana nel mondo. Parlando con Luigi D’Auria emerge anche il suo lato sensibile, quello filosofico, che supera il concetto di pizza come noi la conosciamo, gli risulta infatti difficile definire la sua pizza come un prodotto. «La pizza è come gli esseri umani e come noi è fatta d’acqua. Considero la pizza come un essere vivo e quando lavoro penso agli insegnamenti di Masaru Emoto. L’acqua viene influenzata da ciò che la circonda, e di conseguenza trasferisce ciò che riceve anche nella pizza». Luigi preferisce trascurare per un po’ il suo forno, la sala gremita di media che lo attendono, per dare la possibilità ad Eroica Fenice di divulgare il suo pensiero. «Fare la pizza è un’arte che plasma materia viva. Non possiamo trattare l’impasto in modo meccanico, bisogna trasmettere energie positive, perchè l’energia che sarà trasferita, arriverà dal pizzaiolo a chi avrà il piacere di degustare il suo lavoro». Foto: Marcello Affuso

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Scampìa Felix, un documentario sui colori di Scampia

Scampìa Felix nasce con la voglia di contrastare un’immagine. Nasce con la necessità di poter consegnare alle generazioni future il sapere, quello di Felice Pignataro che vive ancora lì a Scampia, nei suoi murales, nelle sue idee, nei volti dei suoi amici, nei sorrisi di chi ha imparato a costruire qualcosa perchè qualcuno gliel’ha insegnato. Il film uscirà ufficialmente il 20 maggio 2017 e sarà proiettato all’Auditorium “Fabrizio De Andrè” di Scampia e sarà disponibile in download on demand dal sito Openddb.it. Francesco Di Martino capì cosa c’è a Scampia e ha voluto raccontarlo con un documentario. Nella pagina web dedicata al film c’è scritto che sei un fotografo freelance, non ti senti regista? «Nasco come fotografo però sono diventato un cineasta, un documentarista – più che regista – con il mio primo documentario. Subito dopo il 2006, seguendo un gruppo di amici per i quali fui il fotografo di scena, scoprii il mondo dell’immagine in movimento, il cinema, e lì, sono rimasto fottuto praticamente!» Come mai hai lasciato così tanto spazio alle immagini, ai suoni, anzichè alle parole, per lanciare la campagna di crowdfunding di Scampìa Felix aperta fino al 19 maggio? «Penso semplicemente che le immagini a volte siano molto più potenti delle parole, quindi la mia scelta di montare il trailer solo con la musica degli ‘o Rom, che tra l’altro è il gruppo napoletano che ha composto  il  brano “Scampìa Felix”, è stata dettata proprio da questo. Ho avuto voglia di far incuriosire la gente che purtroppo ha sempre la stessa idea di Scampia. Non riesco a dimenticare tutte le volte che qualcuno sapeva che andavo a Scampia, al mio ritorno mi chiedeva se era andato tutto bene, se avessi trovato qualche problema, se era vero quello che si dice. Far vedere queste immagini di una Scampia colorata e in festa è stata una delle cose principali su cui ho voluto puntare anche nel trailer, qualcosa che nessuno si aspetta perchè tutti conoscono l’immagine di una Scampia già raccontata». Come sei arrivato a Scampia? «Come sono arrivato a Scampia? Nel 2009 fui invitato al cineforum del Gridas per presentare il mio primo documentario che era da poco uscito. Bisogna ricordare che era il periodo in cui si parlava tanto di Gomorra, il libro di Saviano. Avevo un’idea ben precisa di Scampia: un quartiere difficile, poco sicuro, ovvero ciò che si sapeva. Martina Pignataro e Mirella La Magna, accogliendomi, mi fecero conoscere Scampia, facendomi entrare in contatto con tutte le realtà associative che lavorano lì. Entrai subito in contatto con la figura di Felice Pignataro, il padre di Martina, attraverso le tracce che lasciò e le persone che con lui hanno lavorato a Scampia. Quando rientrai in Sicilia capii che se non fossi mai andato, avrei per sempre avuto un’immagine di Scampia, quella che sempre ci hanno raccontato». Scampìa Felix non è solo un documentario sul carnevale del Gridas, è soprattutto l’immagine della voglia di far conoscere i colori di Scampia Pur non facendo parte della comunità locale di Scampia, come ti sei approcciato a quei luoghi e come hai decodificato […]

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Napoli & Dintorni

MATERIA UMANA, giovani talenti al PRAC

Fino al 13 maggio al PRAC è in mostra Materia Umana, un’esposizione collettiva e trasversale di quattordici artisti napoletani a cura di Federica Gubitosi, con la direzione artistica di Francesca Strino e con il progetto grafico di Gianfranco Campo. Il PRAC, la galleria d’arte contemporanea dedicata all’arte figurativa diretta dall’architetto Piero Renna, ospita una mostra ricca di visioni sull’umana conoscenza. I quattordici artisti della collettiva Materia Umana, hanno intrapreso un viaggio durante il quale espongono la loro voglia di definire una nuova strada. Non rimangono seduti al finestrino per osservare il mondo che stanno attraversando, bensì con molto coraggio, vincono le battaglie sul percorso intrapreso. Riescono a scendere in campo riuscendo a partecipare attivamente nel campo dell’arte con le loro opere.  Materia Umana è ricca di sguardi fatti da giovani talenti che hanno la voglia di emergere riuscendo a trovare la propria strada nel mondo dell’arte Valentina Campo lascia parlare le sue ossessioni con le pennellate sulla tela. Elena Carax con il suo lavoro ci permette di osservare i suoi corpi catturati nell’intimità. Rosa Casapullo riesce a restituire l’immagine della passione attraverso le tensioni che l’accompagnano. Legen Dario ha portato in mostra le raffigurazioni pittoriche di due grandi sculture modificandole per poterne mutare il significato espressivo. Adriano De Simone riesce a sedurci con le sue colorate passioni. Beatrice Del Guercio lascia trasparire le sue emozioni con i suoi toni vivaci e le ombre cupe. Emma Di Fiore lascia immaginare luoghi che ci riportano a fotografie di altri tempi.  Annamaria Docimo riesce a coniugare la pittura e la musica, accostandoli e rendendo visibile al pubblico il loro innegabile rapporto. Francesco Giaquinto descrive gli attimi sfuggenti con un gesto che fissa gli scorci impercettibili delle nostre azioni.  Federica Gubitosi si prefigge di rendere evidente l’anima della realtà. Samuele Laezza traduce il suo stato onirico con le pennellate sulla tela, rendendo visibili i suoi sogni e tangibili i suoi pensieri. Michele Ricci nei suoi dipinti riesce a rendere indossatrici dei suoi pensieri le sue modelle. Cristiano Verde asseconda le outline della nostra realtà facendole emergere nei suoi spaccati fedeli a ciò che riesce a vedere nei suoi viaggi. Federica Strino vuol donare al pubblico di Materia Umana la leggerezza che ogni individuo si merita. Gli artisti di Materia Umana rispondono con estrema incisività alla direzione artistica, rendendo la mostra fruibile e gradevole La galleria PRAC ha ospitato tante grandi mostre riuscendo a dare anche tanto spazio ad artisti emergenti, Materia Umana non è da meno e sarà visitabile dal martedì al sabato, dalle 17.00 alle 19.30 e su appuntamento. 

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Napoli & Dintorni

IN-TAGLIO, la costruzione di un’opera parte dai frammenti che la compongono

IN-TAGLIO è una collettiva che sarà in mostra fino al 15 maggio, curata da Liz Gordon; le opere animeranno Villa Di Donato, in piazza Sant’Eframo Vecchia a Napoli. Presentata da Art 1307, istituzione culturale fondata nel 2007 a Napoli e che si occupa di promuovere le arti visive a livello internazionale, IN-TAGLIO fa emergere la potenza delle abilità manuali degli artisti chiamati in causa: italiani, giapponesi e statunitensi.  Dal 2007 al 2017, dieci anni di attività segnati dal profondo legame con l’arte e gli artisti che ne sono fautori, Art 1307 festeggia con IN-TAGLIO il suo lavoro  Nicola Torcoli, nella grande sala attigua all’ingresso, espone le sue opere che sono il frutto di un lavoro di ricucitura tra parti di tele colorate. Le opere composte da tante strisce colorate raccontano, come con tanti frame, una storia nuova, anche di città immaginarie. Nella stessa sala, il californiano Richard Aber ha portato in mostra i suoi tessuti ricuciti come scandole. Scompone lo spazio cercando di rendere visibili anche le linee sghembe, suggerendo, con le sue policromie, luci ed ombre che sottolineano un lungo lavoro di studio legato alla scomposizione delle superfici in uno spazio a tre dimensioni. Seguendo il percorso suggerito dall’allestimento degli artisti di IN-TAGLIO, si arriva ad una parete dove una lunga linea spezzata viene piegata segnando con i suoi frammenti colorati la scansione temporale per la sua percorrenza con lo sguardo. Syuta Mitomo ci dà la possibilità di creare il nostro viaggio personale, lungo una strada colorata e adeguatamente calibrata allo spazio che lo ospita. Emilia Castioni con il taglio laser seziona le sue fotografie, le rende scomposizioni possibili, con realtà immaginarie che impongono una riflessione verso il surrealismo. Figure mobili escono dalle foto per essere riadattate in paesaggi fittizi. Emergono idee e pensieri quasi onirici. Vengono  mescolate le tecniche per l’elaborazione proprie della fotografia digitale alla realtà tangibile, fuori dallo schermo di un PC. Carla Viparelli con la sua installazione video ci riporta alla visione della necessità di una realtà da ricostruire partendo dalla natura e da ciò che essa ci offre. La ricostruzione dopo la demolizione, l’unione dopo la separazione, sembrano essere i suoi temi nell’intervento per IN-TAGLIO. Come una gradita sorpresa osserviamo con attenzione le opere nella sala d’ingresso, scopriamo di trovarci in un percorso verso le origini. Diane Silver chiude, e apre allo stesso tempo, l’esposizione. I ritagli che fuoriescono dai tubi, quasi come a voler richiamare una fontana monumentale, riportano la sintesi del codice binario. Le sue opere a parete sono un chiaro riferimento alle acque del Mediterraneo che bagnano la città partenopea.

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Cucina & Salute

Pastiera napoletana: la regina della Pasqua dei fratelli Calemma

Casatiello e Tortano sono d’obbligo, ma che Pasqua sarebbe senza la Pastiera napoletana? La sua storia ha origini antiche accompagnata da una leggenda incredibile e da aneddoti che profumano di fiori d’arancio. Partenope, la sirena dalla quale prese il nome Napoli, ogni anno a primavera usciva dal mare per salutare ed allietare con i suoi canti la popolazione che abitava nel golfo. Il canto della sirena era così bello che gli abitanti vollero ringraziarla  con doni che simboleggiavano tutta l’ammirazione che provavano per lei. Scelte tra le più belle, sette fanciulle portarono a Partenope i doni dei villaggi: la farina che rappresenta la forza e la ricchezza della campagna, la ricotta, omaggio dai pastori, le uova come simbolo della rinascita, il grano bollito nel latte a prova dei due regni della natura, l’acqua di fiori d’arancio, dono dei profumi della terra, le spezie per rappresentare tutti i popoli e lo zucchero perché tanta era la dolcezza di Partenope.  La sirena tornò felice dai suoi dei, ai piedi dei quali pose i doni di Napoli, ed essi li mescolarono inebriati dal canto, trasformandoli nella prima Pastiera. Com’è certo che la pastiera napoletana nacque per festeggiare nei riti pagani l’avvento della primavera, la rinascita della vita, è sicuro che le suore del convento di San Gregorio Armeno nel periodo pasquale erano maestre nella realizzazione della pastiera per le famiglie della ricca borghesia. Cariche di simbolismi, le leggende e le storie legate alla regina della Pasqua parlano soprattutto di bontà e maestria, come quella dei fratelli Calemma che con la loro passione da circa dieci anni lavorano nei Quartieri Spagnoli regalandoci Dolci Momenti, come accade durante le festività di Pasqua soprattutto con la loro Pastiera napoletana. Savio, il maggiore, che sta in pasticceria fin da quando aveva tredici anni, assieme ad Alessandro oggi lavora tutti i giorni per sfornare, dalla colazione agli spuntini, ogni sorta di bontà. «Ingredienti buoni, tanta fatica, passione e tanta, tanta pacienza» Dalla prima fetta, fin dal primo morso, si capisce che la Pastiera napoletana è la tradizione della pasticceria napoletana Per la pasta frolla: 200g di Farina, 200g di zucchero, 200g di strutto e 3 uova intere Disporre la farina e lo zucchero a fontana con al centro lo strutto, i tuorli d’uovo e la buccia grattugiata di mezzo limone. Sbattere con una forchetta le uova al centro della fontana mescolandole pian piano con la farina, lo strutto e lo zucchero. Quando sarà tutto ben amalgamato, lavorare la pasta pressandola fin quando il colore non sarà uniforme. Far riposare almeno mezzora l’impasto coperto con un canovaccio umido. È importante non lavorare troppo la pasta frolla per non farle perdere la friabilità. Riuscire a dosare bene gli ingredienti è importante per poter dare equilibrio alla vita. La Pastiera napoletana chiaramente richiede di rispettare questa regola e  la crema è il cuore, il sentimento che fa davvero la differenza tra la pastiera ed un altro dolce. Per la crema: 700g di ricotta, 600g di zucchero, 400g di grano cotto, 80g di cedro candito, 80g di arancia candita, 50g […]

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Napoli & Dintorni

Parade a Napoli, Picasso torna dove trovò l’ispirazione

Fino al 10 luglio è in mostra presso il Museo di Capodimonte Picasso e Napoli: Parade a cura di Sylvain Bellenger, Direttore generale del Museo e Real Bosco di Capodimonte, e di Luigi Gallo. La mostra può essere letta come il racconto in primo luogo di un viaggio, la tappa di un percorso che Picasso fece per raggiungere ciò che oggi ben conosciamo. La narrazione è soprattutto la restituzione grafica del periodo di permanenza nell’area napoletana: schizzi, fotografie, dipinti e souvenir. L’insieme di tante fonti d’ispirazione per Parade, ma non solo, basti pensare agli spunti del toro per la Guernica. Parade è un balletto di un sol atto scritto da Léonide Massine, su poema di Jean Cocteau, musiche di Satie e costumi e scenografie di Picasso. La Prima Guerra Mondiale aveva la miccia più che accesa, era il 1917. Picasso lavorò con la voglia di ricercare la soglia di rottura con le avanguardie del primo ventennio del ‘900, con la volontà di riaffacciarsi ad una forma d’arte che necessariamente doveva guardare al futuro con leggerezza, pur strizzando l’occhio al passato, quasi come una forma di adulazione. Picasso, Parade e il nuovo linguaggio Quando Picasso iniziò a lavorare a Parade era il 1916, era già famoso per il suo cubismo, sentì la necessità di parlare d’altro, con un altro linguaggio. I suoi amici Braque e Apollinaire furono chiamati alle armi, e la sua Eva morì improvvisamente. Nell’autunno del 1905 decise di iniziare a lavorare con Cocteau ad un balletto, anche grazie a i legami instaurati nel tempo con i Ballets Russes e l’impresario Sergej Diaghilev. Nella mostra i bozzetti provenienti dal Musèe Picasso di Parigi riescono a far seguire il percorso creativo che portò l’artista alla realizzazione dell’opera. Un cavallo, la ragazzina americana, il cinese, l’acrobata e i managers, sono i protagonisti della Parade rievocando le parate di un tempo, quelle che ritroviamo anche nel mondo felliniano – famosa è quella di Otto e mezzo. Parade è anche la più grande delle opere di Picasso esposta nel salone del Museo di Capodimonte, 17m di lunghezza per 11m di altezza. Il salone da ballo, con le sue pareti decorate e gli immensi lampadari, è tutto dedicato al sipario del balletto che fu messo in scena il 18 maggio 1917 al Théatre du Chalet di Parigi. Picasso durante il suo soggiorno in Italia si stabilì a Roma, visitò anche Napoli assieme al suo amico Cocteau che lo invogliò con una ormai celebre frase: «Sì è vero, a Roma c’è il Papa, ma a Napoli c’è Dio». A Napoli era molto diffuso il teatro di strada, con gli spettacoli di pupi e marionette. Si avvicinarono inoltre all’arte pompeiana e alla tradizione iconografica partenopea. A Napoli Picasso riconobbe il valore dell’antico e riuscì a guardarlo come un tutt’uno con la cultura popolare. Nel sipario di Parade, si ritrova tutto il suo viaggio italiano: la commedia dell’arte, i drappi rossi che fungevano da quinte nelle rappresentazioni con le marionette, le colonne classiche, si scorge persino l’essenza del […]

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