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Eroica Fenice

Cinema & Serie tv

In punta di piedi. Storia di coraggio e bellezza

La Rai accende i riflettori su una storia di coraggio e bellezza, attraverso il film In punta di piedi, in onda il 5 febbraio con la regia di Alessandro d’Alatri, dopo il successo I bastardi di Pizzofalcone 2, e prodotto da Luca Barbareschi in collaborazione con Rai Fiction e Casanova. Un film anticamorra, in cui le scarpette di danza diventano protagoniste della lotta contro il buio della malavita. Già più volte è stata portata sugli schermi la battaglia contro la piovra e il crimine organizzato, attraverso storie di eroi, vittime mai sconfitte. Ma la peculiarità di questo film è il contrasto che risalta tra orrore e bellezza. Emerge la speranza, e soprattutto il coraggio di dire basta offrendo, ad un destino già segnato, la possibilità di riscatto. In punta di piedi: la trama In punta di piedi è ispirato ad una storia vera, ma non in senso stretto e al centro c’è il coraggio di quanti hanno deciso di anteporre la libertà alla schiavitù mentale della corruzione. Protagonista assoluta Angela (Giorgia Agata), una ragazza di undici anni che vive a Secondigliano, nell’entroterra napoletano. In una, dunque, tra le varie località partenopee inquinata dal veleno della malavita organizzata, che sembra non lasciare spazio a sogni di libertà e giustizia. Il sogno di Angela è quello di diventare una ballerina di danza classica professionista. Una passione sbocciata grazie anche alla pura amicizia che la lega alla sua coetanea Lucia. Angela prende a seguire lezioni di danza in una piccola scuola diretta da Lorenza (Bianca Guaccero), la quale non tarda a notare il talento innato della piccola. Ma Angela vive una realtà difficile, tra intrighi e terrore in un ambiente poco sicuro per una famiglia al centro di lotte tra clan. Suo padre Vincenzo (Marco Palvetti) è infatti capo piazza dei Peluso, che decide di tradire per entrare nelle file del clan avversario. Braccato dai suoi “vecchi amici”, Vincenzo costringe così la sua famiglia ad una vita di reclusione. Angela vede il suo sogno sgretolarsi, piombando nella disperazione. Ma contro tutto e tutti, e soprattutto contro il volere di Vincenzo, Nunzia (Cristiana dell’Anna), madre di Angela, dopo un’iniziale resistenza e rassegnazione ad una vita passiva, prende coscienza del dolore che attanaglia Angela, come tutte le vittime di un ambiente marcio e colluso. Nunzia intende concedere alla figlia una speranza di salvezza, consentendole, tra sacrifici e turbamenti, di realizzare il suo sogno e costruirsi una brillante carriera lontana dalla violenza della camorra, divenendo una famosa étoile. In punta di piedi. Il coraggio e la bellezza Angela riesce a forgiare un destino diverso da quello segnato in partenza. Ma ciò è reso possibile dal sacrificio e dal coraggio delle sue due eroine, la madre Nunzia e la maestra di danza Lorenza. Entrambe lotteranno per garantire alla piccola un futuro migliore, che spesso, in certi ambienti, stenta a realizzarsi. Esemplare, dunque, il coraggio di sua madre che, con sprezzo del pericolo e tra mille rischi, vuole regalare a sua figlia Angela una vita degna di essere […]

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Cinema & Serie tv

Made in Italy, Il nuovo film di Ligabue è già un successo!

Recensione del nuovo film di Ligabue: Made in Italy!  Made in Italy è la terza regia di Luciano Ligabue, dopo Radiofreccia (1998) e Da zero a dieci (2002), distribuito nelle sale cinematografiche il 25 gennaio 2018. Prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci, si ispira all’omonimo album del cantautore di Correggio, uscito nel novembre 2016 e definito “concept disc”. Si tratta di un album composto da quattordici brani legati da una storia che ruota intorno al protagonista Riko, definito da Ligabue un suo “alter ego”: «Una delle vite che avrei potuto fare io se non fossi diventato un cantante». Riko, diminutivo di Riccardo, è tra l’altro il secondo nome di Luciano. Made in Italy. La trama del nuovo film di Ligabue Il cinquantenne Riko (Stefano Accorsi) vive a Correggio, una cittadina emiliana, racchiuso nella bolla di una vita preimpostata: operaio nel salumificio dove lavorava suo padre e marito di Sara (Kasia Smutniak), che ha sposato molto giovane. Riko si sente come intrappolato in una vita media, con un lavoro che non ha scelto e in grado a malapena di mantenere la casa di famiglia. Il suo orgoglio più grande è Pietro, il figlio che di lì a breve andrà a studiare al DAMS, primo membro della famiglia ad andare all’università. Ad alleviare il suo malessere è il gruppo di amici di una vita, in particolare Carnevale, così soprannominato per la leggerezza e il divertimento che scandiscono la sua vita. Una vita tranquilla, ma quando anche le uniche certezze che Riko possiede si sgretolano, non gli resta che reagire e riprendere in mano la sua vita, darle un senso. Made in Italy. Dal concept disc al film Il nuovo film di Ligabue nasce prima come concept album, tre volte disco di platino. Si tratta del primo concept disc nella carriera del cantante, che lui definisce come «una dichiarazione d’amore frustrata verso questo Paese raccontata attraverso la storia di un personaggio». E quel personaggio diviene protagonista del film, che narra l’amore per il Bel Paese e dei luoghi natii, non senza quell’angoscia di immobilità di fronte ad un’esistenza come “catena di montaggio”, in cui ogni giorno è uguale a quello precedente. Made in Italy. Panoramica e considerazioni Per il suo terzo successo cinematografico la scelta di Ligabue ricade sul medesimo protagonista (Stefano Accorsi) del film d’esordio Radiofreccia. Il primo capolavoro del cantautore come regista che vanta vari riconoscimenti, quali tre David e due Nastri d’Argento, ed entrato nell’archivio cinematografico del MoMA di New York. Se vent’anni fa Ligabue raccontava la provincia degli ’70, con la libertà delle radio libere e il dramma dell’eroina, con Made in Italy focalizza l’attenzione sui disagi della contemporaneità. Luciano racconta il dramma di Riko, di una vita cristallizzata, fine a se stessa, con un forte desiderio di cambiamento: «Non voglio che te lo fai andare bene! È un attimo farsi andare bene tutto!». E lo racconta con quella sincerità e autenticità che da sempre caratterizzano Ligabue. La peculiarità del film è la semplicità dei personaggi e del loro modo […]

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Cinema & Serie tv

Chiamami col tuo nome. L’ultimo capolavoro della trilogia di Guadagnino

Chiamami col tuo nome (il cui titolo originale è Call me by your name), diretto da Luca Guadagnino, nelle sale dal 25 gennaio 2018, è l’ultimo film della “trilogia del desiderio” del regista italiano, dopo Io sono l’amore (2009) e A Bigger Splash (2015). Il terzo capolavoro tuttavia rappresenta un allontanamento dal suo precedente lavoro, in quanto meno “aggressivo” e il “più calmo” che abbia mai realizzato. Chiamami col tuo nome. Trama Il nuovo film di Guadagnino si basa sul famoso romanzo omonimo dello scrittore statunitense André Aciman, pubblicato nel 2007. È una struggente e speciale storia di amicizia, divenuta amore, tra il diciassettenne italo-americano di origine ebraica Elio (Timothée Chalamet) ed Oliver (Armie Hammer), uno studente americano ebreo ventiquattrenne. La vicenda si svolge sullo sfondo della bassa padana (Crema) durante una calda estate del 1983. Nonostante la sua giovane età, Elio si dimostra più maturo e saggio dei suoi coetanei. Appassionato di musica, trascorre l’estate trascrivendo e modificando pezzi di musica classica, tra letture, divertimento giovanile e flirt con la sua amica Marzia (Esther Garrel), è figlio di un eminente professore universitario (Michael Stuhlbarg), specializzato nella cultura greco-romana, che ogni anno ospita nella sua tenuta estiva del XVII uno studente straniero impegnato nella stesura della tesi di post dottorato. In questo contesto avviene l’incontro e la conoscenza tra i due ragazzi. Elio, inizialmente infastidito e quasi minacciato dalla bellezza ed incredibile disinvoltura di Oliver, giunge poi a provarne ammirazione, subendone inevitabilmente tutto il fascino. I due protagonisti trascorreranno un’estate tra lunghe passeggiate, bagni al lago, chiacchierate profonde fino a diventare più intime, giungendo alla scoperta di un sentimento che li travolgerà e cambierà le loro vite. Chiamami col tuo nome. Panorama e colonna sonora A differenza dei due precedenti prodotti di Guadagnino, Chiamami col tuo nome è stato girato con un budget limitato e senza attori notoriamente conosciuti. Ma basta l’efficacia e la potenza dell’interpretazione a rendere Timothée e Armie non più così sconosciuti. Nonostante le aspettative, il film è subito stato amato dalla critica e dipinto come capolavoro, con tre nomination ai Golden Globe, quattro ai BAFTA e candidato a quattro premi Oscar per il 2018 come miglior film, miglior attore, miglior canzone e miglior sceneggiatura non originale. E per un film di speciale spessore occorreva una colonna sonora che ne fosse all’altezza. Oltre a brani di musica pop italiana degli anni ’80 e a brani di musicisti moderni e classici, come Ravel e Bach, il regista si è rivolto anche a Sufjan Stevens, cantautore e musicista statunitense, la cui musica si caratterizza per la commistione di diversi generi, quali il folk, il jazz e lo swing. Nascono così per il film ben tre colonne sonore: Mystery of love (che accompagna un viaggio in pullman di Elio ed Oliver), Visions of Gideon (per i titoli di coda) e Futile Devices, tratta dall’album The Age of Adz del 2010. Stevens riesce con la sua musica delicata e coinvolgente a trasportare i telespettatori nelle vicende dei protagonisti, giungendo ad immedesimarsi […]

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Culturalmente

Tra guerra e memoria. Annichilimento e speranza

L’umanità ha sperimentato lungo il suo percorso storico varie forme di crudeltà. Così come la capacità di offrire memoria di grandiose scoperte e creazioni meravigliose. In particolare, gli anni ’40 del Novecento costituiscono uno dei periodi storici più singolari, e al contempo uno tra i più bui di cui l’umanità abbia memoria. Konrad Zuse inventa il primo computer, ovvero lo Z3 (1941). Viene sviluppata la tecnologia nucleare, che porterà allo sviluppo sia di una nuova fonte di energia sia di nuove armi di distruzione di massa, come la bomba atomica (1942). La stessa verrà utilizzata infatti come controffensiva da parte degli Stati Uniti sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki (1945). In difesa del bombardamento a sorpresa a Pearl Harbor, la più importante base navale della marina americana, perpetrato dai giapponesi (1941). Il 2 giugno del 1946 l’Italia diviene Repubblica. Nel 1948 viene approvata dalle Nazioni Unite la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, attacchi, invenzioni, l’avvento della dittatura. Ma gli anni ’40 offrono purtroppo memoria di un abominio peggiore della stessa guerra: l’Olocausto. Con tale termine si indica il terribile genocidio perpetrato dalla Germania nazista di Adolf Hitler e dai suoi alleati nei confronti degli ebrei tedeschi prima, poi esteso a tutta l’Europa occupata dal Terzo Reich, con la deportazione e lo sterminio di massa di ebrei, in particolar modo, e di tutte le categorie ritenute “indesiderabili” (prigionieri di guerra sovietici, zingari, testimoni di Geova, omosessuali, malati di mente e portatori di handicap). Paradossalmente, il termine Olocausto nasce come attributo religioso. Derivando dal greco “bruciato interamente”, indicava inizialmente la più retta forma di sacrificio prevista dal giudaismo. Ma proprio a causa del significato religioso del termine, gli ebrei trovano inappropriato l’uso dello stesso, giudicando offensivo paragonare l’uccisione di milioni di ebrei ad un’”offerta a Dio”. Per cui, il termine più correttamente utilizzato per indicare una tale distruzione di massa diviene Shoah, dall’ebraico “catastrofe”, “distruzione”. Gli anni della Seconda Guerra Mondiale offrono pertanto memoria di una delle colpe più gravi di cui l’uomo si sia macchiato. Il genocidio degli ebrei perpetrato attraverso i campi di concentramento e sterminio, attraverso l’impiego di forni crematori e l’utilizzo di camere a gas non sembra avere eguali nella storia. La memoria tra annichilimento e speranza Svariate sono state le testimonianze di ebrei deportati e sopravvissuti al massacro e alle malattie che, insieme al fuoco, gas e colpi di fucile, hanno falciato milioni di vittime. Eventi ad oggi conosciuti ed approfonditi. Ma uno spunto singolare può essere colto – attraverso racconti, libri e pellicole cinematografiche – nel modo in cui sentimenti e caratteri siano stati alterati, forgiati o semplicemente emersi in seguito alla terribile esperienza offerta dalla guerra e dalla shoah. Alcuni cuori non hanno mai perso la speranza nella liberazione e nella vita che continua; altri sono stati condannati dall’orrore e dal dolore ad un’estrema durezza. Alcune, tra le milioni di vittime, hanno continuato a credere nella bontà, nonostante tutto il male vissuto; altre si sono incattivite, decidendo di […]

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Culturalmente

La vera Cenerentola è la napoletana Zezolla

A tutti, adulti e bambini, è nota la fiaba di Cenerentola. Ma pochi forse sanno che la Cenerentola di Charles Perrault e dei fratelli Grimm, oppure la versione per piccini prodotta da Walt Disney, è in realtà il riadattamento della fiaba napoletana La Gatta Cenerentola. Tale è contenuta nella straordinaria raccolta di favole Lo cunto de li cunti, overo lo trattenemiento de peccerille (1634-1636), scritta dal letterato e scrittore napoletano Giambattista Basile. La Gatta Cenerentola e il Pentamerone di Giambattista Basile La Gatta Cenerentola risulta essere una delle più maestose e complesse opere in Lingua Napoletana, e, insieme alle altre, successivamente tradotta dal filosofo Benedetto Croce. Tale versione originale in napoletano è stata resa nota al pubblico grazie alla rappresentazione teatrale di Roberto De Simone, ripresa anche da Peppe Barra. L’opera di Basile in cui si inserisce la fiaba è nota anche con il titolo di Pentamerone, seguendo il modello del Decameron di Boccaccio. La raccolta è costituita infatti da 50 fiabe, scritte in lingua napoletana, raccontate da 50 novellatrici in cinque giorni. A differenza dell’opera boccacciana, quella di Basile attinge a temi diversi e soprattutto utilizza toni fiabeschi. Non novelle, ma fiabe. Tuttavia le fiabe di Basile, sebbene lascino intendere di esser rivolte ad un pubblico infantile, risultano in alcuni tratti abbastanza crude. Pertanto la raccolta è destinata ad un pubblico di adulti, in quanto la fiaba è la forma di espressione popolare scelta da Basile per rendere immediati e fruibili una materia abbastanza complessa e l’insegnamento che se ne deduce. A differenza della Cenerentola di Walt Disney e dei fratelli Grimm, la protagonista della fiaba di Basile, Zezolla, si macchia dell’omicidio della matrigna, persuasa dall’amabile maestra, che diventerà per lei una matrigna peggiore della prima. I toni risultano dunque abbastanza forti. La stessa protagonista eroina, per un attimo, viene dipinta con un’anima dark, spinta al misfatto dalla disperazione e ancor più dalle mire di quella maestra che si finge inizialmente amorevole solo per concretizzare i suoi piani di ricchezza, sfoderando poi pura cattiveria e il più cupo egoismo. Non è la versione conosciuta dalle bambine. Ma è quella originale, in cui Basile riesce magistralmente a porre l’accento sul reale, e non solo sulla fantasia, trasmettendo al pubblico messaggi di verità attraverso la semplicità e i toni fanciulleschi. Zezolla, la Gatta Cenerentola. Orgoglio partenopeo Ma a rendere così interessante quest’opera non è certamente solo il contenuto: la ciliegina è offerta dalla veste linguistica! È straordinario pensare infatti che la prima versione in assoluto della fiaba Cenerentola sia stata scritta in lingua napoletana da un napoletano. Non a caso viene utilizzato il sostantivo “lingua” e non “dialetto”, dal momento che l’Unesco riconosce ormai il napoletano come lingua a tutti gli effetti. Questo riconoscimento, nazionale e mondiale, è dovuto alla sua lunga tradizione artistica e culturale. Il napoletano, a differenza di altri dialetti, ha una sua forma scritta, con una sua grammatica, affermatasi attraverso lo sviluppo di una letteratura tutta partenopea, composta da opere, canzoni e poesie che ne hanno sancito […]

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Attualità

Foto di minori sui social. Sanzioni in arrivo per i genitori

Foto di minori sui social spiattellate a cuor leggero da genitori social media addicted. Una social dipendenza cresciuta a dismisura negli ultimi anni, in concomitanza con il boom tecnologico e con il dannoso utilizzo dei dispositivi in connessione planetaria. Bambini immortalati durante una passeggiata al parco,fratellini fotografati su una spiaggia, ragazzini intenti a gustare un gelato o ripresi in attività ludiche. Se in passato fotografare assumeva in maniera congeniale il significato di tramandare un ricordo, un’azione, espressioni nel tempo; oggi, con lo smodato utilizzo dei social network, la parola “privacy”, connessa al concetto “fotografia”, sembra davvero sopravvalutata. Sempre minor peso sembra attribuirsi al pericolo che può innescarsi con la condivisione ostentata sul web di foto e video personali. Foto di minori sui social e pedopornografia in rete I soggetti maggiormente esposti a pericolo sono i minori. Bambini e ragazzini fotografati e mostrati (al mondo!) nelle loro azioni e abitudini quotidiane. È vero. Nei loro primi mesi di vita le loro faccine vengono sostituite da graziose emoticon con occhietti a cuoricino e dolci sorrisini. Sembra che i genitori abbiano a cuore la loro privacy e sicurezza! Ma dopo qualche tempo, quest’attenzione cede posto all’immaturità e all’ignoranza. Il desiderio di apparire e mostrare i propri “figli-trofeo” trionfa sulla deontologia genitoriale. Genitori sempre più presi dal proprio ego, sembrano ignorare il mastodontico pericolo – confermato anche dal garante della Privacy Antonello Soro in una relazione presentata in Parlamento -, a cui espongono ogni giorno i propri figli, con la smania di condividere e apparire. Nonostante le reiterate tragedie e molestie riportate dai notiziari, i genitori sembrano non prendere in dovuta considerazione la “pedopornografia” in rete, in crescita vertiginosa. Una pratica diffusa tra persone disturbate, concernente nell’appropriarsi delle immagini di minori pubblicate nell’infosfera, ritoccarle e servirsene per scopi pornografici. Un pericolo virtuale che non ne esclude l’attuazione nella realtà. Casi di sparizioni e molestie si ripetono tragicamente, eppure ci sono genitori ancora abbastanza superficiali nel trattamento dei dati e delle immagini dei propri figli. Foto di minori sui social. Sanzioni e consenso di entrambi i genitori Ma la legislazione riesce finalmente a porre un limite a cotanta leggerezza e negligenza. Già lo scorso novembre il Tribunale di Mantova – su ricorso presentato da un coniuge separato circa la tutela dell’immagine dei propri figli e la possibilità di rivederne l’affido -, tramite una sentenza firmata dal giudice Mauro Bernardi, sembra colmare finalmente un vuoto legislativo che fino ad oggi ha lasciato ampio spazio a comportamenti soggettivi, già moralmente criticati dall’opinione pubblica. Tale sentenza stabilisce che le foto dei figli minorenni non possono essere postate sui social network senza il consenso di entrambi i genitori. Un ulteriore provvedimento giunge dal Tribunale di Roma con un’ordinanza emessa lo scorso 23 dicembre 2017. Con la medesima, il Tribunale ha condannato una madre a rimuovere le foto del figlio minorenne pubblicate sui social. Il mancato adempimento dell’obbligo corrisponderà ad una sanzione pecuniaria pari a 10.000 euro, che la donna dovrà versare al minore, tramite il tutore, e al marito. […]

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Cinema & Serie tv

La febbre del sabato sera. Il ritorno di una leggenda

In occasione del suo 40° anniversario, La febbre del sabato sera irrompe nelle sale in versione restaurata. A presentarlo lo scorso 1° luglio è la Cineteca di Bologna, in occasione del festival Il Cinema Ritrovato. Nelle sale arriva la versione originale del film, il cui restauro in 4K è stato curato personalmente dal regista Bradham in collaborazione con Paramount, presso i laboratori Technicolor e Deluxe, a partire dal negativo originale 35 mm. La febbre del sabato sera: le origini del film La febbre del sabato sera viene distribuito la prima volta nelle sale americane il 16 dicembre 1977 con il titolo originale Saturday Night Fever. Giungerà in Italia il 13 marzo 1978. La storia del diciannovenne Tony Manero (interpretato da John Travolta), giovane italo-americano della working class di Brooklyn, trae origine da un articolo apparso nel giugno 1976 sul New York Magazine intitolato Tribal Rites of the new Saturday Night, scritto dal critico inglese Nick Cohn. Il giornalista descrisse la vita dei giovani italo-americani di Bay Ridge, lavoratori di giorno e di notte padroni delle piste della discoteca 2001 Odissey. Nick Cohn fu contattato dal produttore Robert Stigwood, già famoso per la realizzazione a Broadway di musical di successo come Jesus Christ Superstar, Hair e Grease. L’idea era quella di trasformare il reportage di Cohn in un film. Nacque senza dubbio una leggenda, un film cult che fece conquistare a John Travolta la sua prima nomination agli Oscar. Una pellicola entusiasmante e carica di energia, accompagnata dalle note dei Bee Gees e i The Trammps. Indimenticabile la scena d’apertura, che vede Tony Manero attraversare Bay Ridge a Brooklyn con l’inimitabile passo danzante sulle note di Stayin’ Alive, mentre mangia due tranci di pizza presi da Lenny’s (ancora oggi esistente). La febbre del sabato sera: le tematiche del film La febbre del sabato sera sembra proporre come tematica principale la musica. In effetti l’uscita del film segnò la nascita e diffusione della Disco Music, che scalciando riuscì a guadagnare successo su altri generi musicali in voga inizialmente negli anni ’70, come la musica Punk (segnata dall’aggressività e irruenza del malessere giovanile) e la Fusion (nata dall’incontro del jazz contaminato dal rock e dalla musica orientale). Tuttavia La febbre del sabato sera non è solo musica. La pellicola pone l’accento sulla complessità psicologica del protagonista Tony Manero e sui problemi che sembrano schiacciare e destabilizzare fortemente gli amici e tutti quanti lo circondano. Gli anni ’70 sono gli anni della rivoluzione sessuale giovanile. Gli anni della droga e delle prime amare consapevolezze sulla vita da parte dei giovani. E seppur senza scene esplicite, il film affronta con durezza i temi del razzismo e delle rivalità tra bande. A tal proposito sono ricorrenti gli sprezzi nei confronti dei connazionali portoricani. Molto sentita è anche la questione religiosa, con l’ossessione morbosa della madre di Tony per il fratello maggiore del protagonista, divenuto prete, deludendo poi i genitori nel momento in cui decide di abbandonare il sacerdozio. Si raccontano ancora i disagi sociali rappresentati da uno […]

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Napoli & Dintorni

Pizza napoletana patrimonio Unesco e ottava meraviglia italiana

La pizza napoletana ottiene finalmente il meritato riconoscimento internazionale, divenendo Bene Immateriale del Patrimonio dell’Unesco. La notizia giunge direttamente dall’isola di Jeju nella Corea del Sud. Ad annunciarla la delegazione italiana, lì presente per il 12° Comitato per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco. Tra i presenti ad attendere la proclamazione il Presidente della Fondazione UniVerde Alfonso Pecoraro Scanio, pioniere del tanto atteso orgoglio partenopeo. Fu lui infatti ad annunciare nel 2014, in occasione del Napoli Pizza Village, l’avvio della “World Petition #pizzaUnesco”, ossia della petizione a sostegno dell’Arte del pizzaiuolo napoletano come Patrimonio Unesco. La notizia, urlata a gran voce sui social network, sta già percorrendo le Nazioni, giungendo in tutto il mondo. E il 9 dicembre, con la conclusione dei lavori del Comitato Unesco, l’Arte del Pizzaiuolo si inscrive ufficialmente nella Lista dei Beni Immateriali del Patrimonio Unesco. Pizza napoletana: Vittoria Italiana, Orgoglio Partenopeo È la vittoria dell’Italia nel mondo. È un orgoglio tutto partenopeo. Napoli è ancora una volta in testa alla classifica delle meraviglie, raggiungendo un risultato straordinario proprio alla vigilia del 2018, proclamato l’anno internazionale del cibo italiano nel mondo. Che la cucina italiana fosse già ampiamente apprezzata a livello mondiale, con i suoi genuini e tradizionali prodotti mediterranei, non è un mistero. Ma questa vittoria ne sottoscrive il primato indiscusso. È la riaffermazione di una tradizione storica, del sentimento di identità partenopea e coesione sociale. La pizza non è una pietanza comune, ma un’arte viva che si tramanda di padre in figlio, di generazione in generazione. Il tradizionale forno a legna e il bancone su cui i pizzaiuoli lavorano l’impasto costituiscono il palcoscenico di questa straordinaria arte culinaria. Qualunque straniero, turista o artista di fama mondiale, resta estasiato dalla bontà e semplicità della pizza napoletana, portando con sé il calore e i colori che sciolgono il cuore, il calore verace della generosità del popolo napoletano. La pizza napoletana e la sua tradizione È già festa nel cuore di Napoli. In particolare presso alcune pizzerie tra le più rinomate sul suolo partenopeo, quale Pizzeria Sorbillo, e in particolare l’Antica Pizzeria Brandi, in via Chiaia, dove i pizzaiuoli diventano artisti, esibendosi in numeri acrobatici con il ritorno della tradizione della “pizza sospesa”, offerta a quanti non possono pagarla. Pizza napoletana offerta per le strade e nelle piazze. E la leggenda vuole che proprio presso l’Antica Pizzeria Brandi, il cuoco Raffaele Esposito nel 1889 fu convocato al Palazzo di Capodimonte, residenza estiva della famiglia reale, affinché preparasse per sua Maestà la Regina Margherita di Savoia la sua famosa pizza. Da qui la tradizionale ed unica “Pizza Margherita”, realizzata con i colori che rappresentano la bandiera italiana: il rosso fiammante del pomodoro, il bianco della deliziosa mozzarella e il verde del fresco basilico. Tre colori che simboleggiano tre peculiarità italiane, e in special modo napoletane, quali la passione, la genuinità e la speranza. E questa volta la speranza non è stata delusa. Grazie all’impegno, alla dedizione, alla bravura e alla maestria (e grazie soprattutto alla passione) che […]

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Cinema & Serie tv

“Sirene”, la fantasia incontra la realtà nella serie tv Rai

La Rai realizza il suo ennesimo successo con la fiction Sirene. In onda dal 26 ottobre 2017 e trasmessa in sei puntate, la serie fantasy – prodotta da Cross Productions, Beta Film, 21 Srl in collaborazione con Rai Fiction – nasce dalla fantasia di Ivan Cotroneo e Monica Rametta, per la regia di Davide Marengo. Sirene: la serie tv Rai Una commedia italiana coinvolgente, divertente, che è riuscita a dare toni realistici al genere fantasy. Protagoniste quattro sirene, la madre con le sue tre figlie, che approdano sulle coste napoletane per riportare il tritone Ares, promesso della maggiore delle figlie, negli abissi. Colto da una crisi d’identità e stanco della vita marina – dove le sirene costituiscono a tutti gli effetti il sesso forte -, fugge sulla terra attratto dalla possibilità di condurre un’esistenza da essere umano. La genialità e creatività di Cotroneo risiedono proprio nella capacità di trasporre i problemi delle creature marine nella realtà universale e quotidiana. Problemi di cuore, crisi d’identità, delusioni e complicati rapporti genitori-figli si uniscono all’obiettivo di salvaguardare una specie in via di estinzione. Quale problema più attuale ed umano dunque, quale la lotta per la salvaguardia dell’ambiente sempre più minacciato dall’inquinamento protratto dall’uomo. Ma Sirene è anche la serie leggera e magica raccontata attraverso una città dai paesaggi mozzafiato, unici e meravigliosi, quale è Napoli. E questa volta ci si sofferma sulla Napoli delle meraviglie. Colorata, folcloristica, animata da un caleidoscopio di musiche, tradizioni e genuinità. Una Napoli su cui non si accendono i riflettori della criminalità. Le avventure vissute dalle protagoniste saranno innumerevoli. E, se le sirene per antonomasia sono le creature ammaliatrici, che con i loro canti incatenano i cuori umani, saranno loro in questa serie rapite dalla bellezza e dalla normalità dell’esistenza umana. La stessa sirenetta maggiore Yara (Valentina Bellé), ricorrendo all’aiuto di Salvatore (Luca Argentero), l’umano con cui intratterrà inizialmente un rapporto di amicizia, per riconquistare il suo promesso tritone Ares (Michele Morrone), finirà con l’innamorarsene. Un amore che creerà non pochi problemi, sconvolgendo le loro vite. Ma nonostante le paure e le incomprensioni, la coppia finirà per ritrovarsi. Yara deciderà di seguire il cuore, abbandonandosi ad un sentimento mai provato in tutta la sua vita. SIRENE: I LUOGHI DELLA FICTION A fare da sfondo a questa serie tv Rai, come accennato, è la splendida città di Napoli. Protagonista di opere d’arte, canzoni, dipinti e pellicole, e questa volta scelta da Cotroneo per accompagnare i telespettatori nei meandri della realtà fantastica, ricreata magistralmente attraverso la semplicità mista alla potente bellezza. Le quattro sirene ci accompagnano nel tour di una Napoli da cartolina: la prima puntata si apre con uno dei luoghi più ipnotici, la stazione della metropolitana di Toledo (progettata dall’architetto spagnolo Óscar Tusquets), definita la più bella d’Europa. La sua architettura è un continuo inno al mare, con i mosaici azzurri che creano la straordinaria sensazione di essere davvero sui fondali marini. Nella serie compaiono altri luoghi storici, come Piazza Bellini (apparsa anche nel film Matrimonio all’italiana del 1964, […]

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Musica

Amore che torni, l’album “fenice” dei Negramaro

Il 17 novembre 2017 la Sugar Music pubblica il nuovo album dei Negramaro Amore che torni. Settimo dei precedenti album, che hanno reso celebre la band salentina, viene presentato nel Planetario di Pino Torinese, location in tema con la copertina, che rende l’idea di una costellazione atta ad incorniciare un volto stilizzato, probabilmente quello della nipotina del frontman Giuliano, Maria Sole Sangiorgi, prestavoce di due brani. Amore che torni ha un sapore nuovo. Un album diverso da quelli pubblicati in precedenza. I 12 brani inediti sembrano creare toni altalenanti, muovendosi tra inquietudine, paure e speranza.  Amore che torni, la crisi La scintilla che funge da motore per Amore che torni è data da una crisi, mai dichiarata pubblicamente, che aveva provocato un momentaneo scioglimento della band. Nel novembre 2016, dopo una serie di litigi e malintesi, Giuliano Sangiorgi e il tastierista e programmatore Andrea Mariano si mandano letteralmente a quel paese. Sangiorgi vive un periodo di riflessione a New York, dove sperimenta un’acuta e gelida solitudine, resa ancor più incalzante in quel periodo dall’innalzamento delle frontiere americane contro l’immigrazione, attuato dal Presidente Trump. Dopo due mesi circa, Giuliano torna a casa. Decide di mettere da parte l’orgoglio contattando Andrea e scoprendo, dopo avergli fatto ascoltare uno dei testi scritti a New York, che il tastierista sarebbe diventato padre. Con un abbraccio sanciscono la rinascita del gruppo, proprio come una fenice rinasce dalle proprie ceneri. All’inquietante inverno segue il sole della speranza e della serenità. FINO ALL’IMBRUNIRE E IL SIGNIFICATO DELL’ALBUM “Oggi possiamo raccontarvi di un amore che non è finito e anzi vive un nuovo inizio”. Così parla il frontman Giuliano durante la presentazione dell’album. E aggiunge “Questo disco ha una luce incredibile proprio perché viene dal buio, da un buco nero”. Non a caso Amore che torni si apre con il singolo che ne ha già preceduto la pubblicazione Fino all’imbrunire. Un brano che comunica subito il concetto di buio, paura e travaglio, per poi raggiungere in volo la luce della speranza. Emblematica la scelta del cantautore di servirsi della voce della nipotina (simbolo della fresca genuinità della vita), che così recita all’interno del brano, creando uno straordinario featuring con lo zio: «Torneranno anche gli uccelli. Ci diranno come volare. Per raggiungere orizzonti più lontani al di là del mare». Intertesto che racchiude simbolicamente tutto il significato dell’intero album. Compare appunto quel binomio dialettico buio-luce, che alla fine si realizza in un’aspettativa positiva, una vittoria su quel tunnel negativo in cui Giuliano e gli altri componenti della band stavano precipitando. Amore che torni, un focus sui testi  Non è un caso che l’album si apra con la parola “Torneranno” e si chiuda con le tre “un nuovo inizio”. Un pendolo che oscilla tra il turbamento e la felicità. Ma l’altalena sembra fermarsi infine proprio sul terreno della rivalsa e della rinascita. Il cambiamento e il desiderio di speranza sembrano percorrere l’album, con il genere rock elettronico che ricorda a volte il vecchio album dei Negramaro Casa 69. È simbolica e […]

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Cinema & Serie tv

Napule è: quando la Giustizia trionfa sullo Stato

La Rai è di nuovo protagonista della messa in onda di una Fiction con al centro una delle tematiche più temute e dibattute: il male identificato con la Mafia, che sfida la giustizia. Nella serie televisiva in questione, intitolata Sotto copertura – La cattura di Zagaria, la gigantesca piovra assume il nome di Camorra, essendo ambientata in territorio napoletano. Prodotta da Lux Vide e trasmessa dal 16 ottobre 2017 in quattro puntate, la serie (che segue alla prima già trasmessa nel novembre 2015 e ispirata alla cattura del boss del Clan dei Casalesi Antonio Iovine avvenuta nel 2010) racconta la vicenda delle indagini che porteranno nel 2011 (13 mesi dopo l’arresto di Iovine) alla cattura del successivo boss latitante dei Casalesi Michele Zagaria, soprannominato Capastorta (già condannato nel 2008 all’ergastolo nel processo d’appello del maxiprocesso Spartacus). Ottima interpretazione offerta dall’attore Alessandro Preziosi, che ne veste i panni, il quale racconta di essersi ispirato per la parte a Il Camorrista di Giuseppe Tornatore, interpretato da Ben Gazzara e doppiato da Mariano Rigillo. La storia al centro della Fiction racconta la strenua lotta della giustizia anteposta all’ingiustizia, dove però i confini tra legalità e malavita non risultano sempre chiari e definiti. È ormai noto come la collusione dello Stato con la Mafia costituisca l’unico vero ostacolo alla sua definitiva morte. Ma non sono ignoti gli sforzi e le lotte profuse da uomini d’onore (quelli veri!), uomini giusti, Magistrati, poliziotti e giornalisti che nella giustizia hanno sempre creduto e per i quali i compromessi non costituivano la soluzione. A tal proposito, a mio parere, il vero e grande protagonista di Sotto copertura è Claudio Gioè (già magistralmente interprete nel ruolo del cattivo del boss corleonese di Cosa Nostra Totò Riina ne Il Capo dei Capi – altra Fiction di grande successo e spessore trasmessa nel 2007), che interpreta il ruolo del commissario Michele Romano a capo della squadra mobile di Napoli e ispirato alla figura di Vittorio Pisani. Cittadino al servizio dello Stato, marito e padre amorevole, il cui onore e la cui dignità la Procura di Napoli ha cercato di ledere per due anni. Accusato di aver rivelato informazioni riservate a un imprenditore (nella realtà Salvatore «o capitone», a capo del Clan Lo Russo) finito sotto inchiesta e presunto colluso con la Camorra, in cambio di denaro. I sospetti a favore del presunto tradimento di Romano trovano falsa fondatezza in prove atte ad incastrare il commissario, affinché fosse allontanato dalle indagini. Ricompare il personaggio scomodo per lo Stato (più che per la Mafia), così come lo era stato a suo tempo il magistrato siciliano Giovanni Falcone. Ma i rapporti di uomini come Romano con collusi e pentiti hanno un sapore tutt’altro che illecito. Nella Fiction in questione, Romano riceve informazioni, per far luce sulle indagini ed incastrare finalmente il temibile boss Zagaria, da Lucia Franzese, affiliata alla malavita e bollata poi come infame come tutti i pentiti che decidono di collaborare con la giustizia. E Lucia non è stata altro che un’informatrice, […]

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