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Eroica Fenice

Libri

Intervista a Pino Imperatore e la sua pungente satira

In occasione della fiera Ricomincio dai Libri, che quest’anno si terrà a Napoli dal 29 settembre al 1°ottobre, l’autore e giornalista Pino Imperatore ha concesso a Eroica Fenice un’intervista. Lo scrittore napoletano tiene particolarmente al rapporto con i giovani, ragione per la quale ha dedicato l’anno scorso ogni fine settimana a una scuola diversa, tra superiori, medie, elementari ed università, e ha frequentato associazioni culturali giovanili. L’autore ha sentito la necessità di sottolineare l’importanza dell’arrivo dell’evento (senza scopo di lucro e che vivrà dei fondi richiesti tramite la piattaforma Meridonare) a Napoli, dopo un periodo “pioneristico” vissuto a San Giorgio a Cremano. Il comune campano ha ospitato fino al 2011 un importantissimo riconoscimento, il premio Massimo Troisi, che Pino Imperatore ha conseguito nel 2001, ricoprendo poi il ruolo di responsabile della Scrittura comica. Quest’anno – finalmente – riprenderà, nelle mani del Direttore artistico Paolo Caiazzo (proprio originario di San Giorgio, tra l’altro) che ha affidato nuovamente a lui l’onere (e l’onore) della categoria. La notizia non è ancora ufficiale, ma lo sarà a breve e prevederà una novità: vi sarà come sempre la sezione per racconti inediti (dando spazio quindi agli aspiranti scrittori), ma questa volta anche quella dedicata alla narrativa edita, per chi voglia valorizzare la letteratura comico-umoristica di cui il nostro paese ha una grande tradizione. Per descriverlo con le sue parole: “nella vita nulla accade per caso”. Intervista a Pino Imperatore: il coraggio di trattare con umorismo i drammatici temi della nostra attualità Giornalista e poi autore umoristico-satirico. Come è avvenuta la svolta? In effetti l’attività giornalistica non l’ho mai abbandonata perché continuo a svolgerla ancora oggi presso il Comune di Napoli, essendo Dirigente del Servizio Comunicazioni istituzionale e del Servizio Portale web e Social Media. Mi è servita, come attività, per affinare la mia scrittura, per puntare all’essenziale, raccontare fatti reali e quindi per entrare con maggiore forza ed energia nei fatti stessi, nei personaggi che sono diventati alla fine protagonisti delle mie storie. È stata per me un’esperienza fondamentale anche perché ho avuto degli ottimi maestri e, fra questi, i compianti Amato Lamberti e Giancarlo Siani. Come ha pensato quindi di associare camorra e umorismo come in Benvenuti in casa Esposito? L’esperienza che ho avuto, sia prima che dopo l’uccisione di Giancarlo Siani, ha portato a impegnarmi di più nel sociale, per far sì che i fenomeni camorristici e criminali venissero compresi di più dalla popolazione, dal pubblico e dai cittadini (soprattutto napoletani e campani) e, utilizzando lo strumento mio, proprio, l’ironia, perché venissero ridicolizzati i comportamenti camorristici. Questa è stata l’operazione che ho fatto fin dall’inizio. L’idea di associare la mia scrittura comica a un fenomeno così grave come la criminalità organizzata è stata una sfida, quasi un azzardo. Non sapevamo a cosa potesse portare tutto questo e fortunatamente il pubblico ha capito l’operazione, i libri sono andati benissimo e anche la commedia successivamente… Siamo stati in scena per tre anni, commedia che ho scritto con Alessandro Siani e Paolo Caiazzo e ancora oggi, a […]

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Libri

Emiliano Fittipaldi e l’inchiesta contro il potere corrotto

Dal 29 settembre al 1° ottobre si terrà – questa volta nel centro storico di Napoli – “Ricomincio dai Libri”, la fiera del libro, precisamente all’ex Ospedale della Pace in Via dei Tribunali 227. È un progetto senza scopo di lucro, che si basa sulla donazione di fondi (attraverso la piattaforma Meridonare) e sulla partecipazione gratuita di ospiti e visitatori. Le associazioni Librincircolo, La Bottega delle Parole, Cooperativa Sociale Sepofà e Parole Alate sono le organizzatrici dell’evento a cui parteciperanno, come ogni anno, personalità di spicco. Tra questi, Emiliano Fittipaldi, giornalista d’inchiesta e scrittore, napoletano e laureato alla facoltà di Lettere Moderne della Federico II, che ha concesso ad Eroica Fenice un’intervista. Emiliano Fittipaldi e le sue “scomode” inchieste Cosa l’ha spinta a fare giornalismo d’inchiesta? Il giornalismo si può fare in tanti modi. Si può raccontare semplicemente quello che accade tutti i giorni, si può dare voce alla gente comune. Ci sono tanti settori: la cronaca, la politica… A me piaceva quello di “cercare segreti”, quelli che i potenti non vogliono che le persone comuni, che l’opinione pubblica conosca. E quello di volerli svelare al lettore o allo spettatore, in caso di tv, è una cosa che ho capito quando, molto tardi, ho deciso di fare il giornalista. Perché tardi? Perché di solito si dice che il mestiere di giornalista uno ce l’ha nel sangue, ma io facevo l’attore a teatro e volevo fare il regista teatrale. Poi il professore universitario. Alla fine, da grande lettore di giornali, ho pensato di provare questo mestiere, quindi mi sono iscritto alla Luiss e fare il Master di giornalismo. Già là ho capito, leggendo molto, soprattutto La Repubblica e Giuseppe D’Avanzo – che per me è un mito assoluto –, napoletano pure lui, che avrei voluto provare a fare quel tipo di giornalismo: inchieste su potere. Qualsiasi potere sia. Come ha affrontato i temi di Avarizia e Lussuria? Non ha temuto le ripercussioni? Sai, se tu ti preoccupi delle ripercussioni che ci possono essere – se fai inchieste sul potere, ad esempio il Vaticano – meglio lasciar stare. Il potere si difende sempre da chi lo attacca, anche attraverso la penna, dato che questa ha un potere superiore a quella di qualsiasi arma, soprattutto se si è coerenti e si riesce, non attraverso l’invettiva o la polemica e nemmeno l’opinione, ma attraverso il semplice elenco di fatti, a unire le false promesse del potente di turno. Sia in Lussuria che in Avarizia – e in questo caso nel libro ancora non uscito a Napoli (uscirà tra il 25 e il 26 settembre) Gli impostori – il mio obiettivo è proprio quello di spiegare come un giornalista, anche con fonti aperte e non per forza avendo relazioni straordinarie con fonti chiuse, che ovviamente pochi riusciamo ad avere, può creare a un potere corrotto molti problemi. Cosa consiglierebbe ai futuri laureati in Lettere Moderne che vogliano intraprendere lo stesso percorso? Il consiglio maggiore è quello di lavorare tanto, di non lagnarsi delle difficoltà che […]

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Interviste vip

Vita con Lloyd, intervista a un autore onesto

Ormai è difficile trovare qualcuno che non conosca le avventure di un uomo alle prese con il proprio maggiordomo immaginario: lo dimostrano il sito web, la pagina Facebook seguita da quasi 100.000 utenti e il libro Vita con Lloyd, pubblicato per la prima volta il 17 novembre 2016 e alla sua quarta ristampa. Non è impossibile invece poter venire a conoscenza della mente che si nasconde dietro i dialoghi tra Lloyd e Sir. L’unica pecca è che non è immediatamente intuitivo: Simone Tempia, un giovane scrittore originario di Biella, non desidera un pubblico ma “lettori di Vita con Lloyd”. Sembra un concetto semplice, ma nasconde l’aspirazione di poter mettere sempre in primo piano il proprio prodotto (come tale e non come profitto), perché venga apprezzato singolarmente e nella sua onestà. È, per lui, sbagliato affermare che un libro sia la proiezione di uno scrittore. Ci ha concesso un’intervista, tra l’altro estremamente divertente, svelando qualcosa anche di sé oltre che di uno dei suoi personaggi più conosciuti. Intervista all’autore di un libro che vuole essere onesto: Vita con Lloyd La prima domanda di rito: chi è Lloyd? È un maggiordomo immaginario. Niente più, niente meno. Se poi vogliamo cercare di trovare una sua identità, al di fuori di quella di servizio, è una voce, un collettore di voci, un insieme di consigli che nella vita abbiamo ricevuto almeno una volta dalle persone più sagge di noi. E tutta questa – non so se proprio definirla saggezza, perché il saggio sa di vecchio, sa di stantio – visione dall’esterno che abbiamo di noi – e di me in particolare – confluisce nella figura di Lloyd. Sono le mie sensazioni, quando il sottotitolo recita “la mia vita con un maggiordomo immaginario di nome Lloyd” intende proprio la mia vita, la mia di Simone Tempia. È naturalmente la mia quotidianità; le persone che mi conoscono e leggono Vita con Lloyd si fanno le “ghignate”, sanno cosa sta succedendo e come rielaboro le cose. Quanto è imbarazzante? Pochissimo. Fortunatamente ho ricevuto questa “grazia” enorme, che è quella di saper astrarre un pochino le mie miserie e dal particolare trasformarle nell’universale. È ciò che fanno i grandi scrittori. Questa capacità – che io non ho perché sono alle prime armi, anche se scrivo da quando avevo 14 anni – ogni tanto riesco a farla venire fuori. Ho un’emotività vulcanica, quando mi succede qualcosa sono un libro aperto e mi piace “scrivermi” e mostrarlo agli altri. Allora la seconda, ugualmente importante: chi è Simone Tempia? È un 34enne, che da vent’anni vuole fare solo una cosa nella vita: lo scrittore. Che ha sempre lottato per poterlo fare, nonostante io per primo sono – ed ero quando ho iniziato questa carriera – cosciente non sia la via per l’arricchimento né per la stabilità economica e mentale. Sono laureato in Giurisprudenza, arrivo dalla provincia del nord-ovest, che è Biella, ma ho viaggiato un po’. Sono stato sei anni all’Università di Pavia, poi a Bologna per tre anni. Mi sono un […]

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Libri

Dente per dente, il nuovo libro di Francesco Muzzopappa

Dente per dente è il nuovo romanzo dello scrittore barese Francesco Muzzopappa, già conosciuto per gli apprezzatissimi Una posizione scomoda (l’opera d’esordio) e Affari di famiglia. Edito dalla Fazi Editore uscirà il 22 giugno nelle librerie di tutta Italia. Leo è un ragazzo di ventotto anni come tanti e in cui è facile immedesimarsi: un lavoro semplice, una vita semplice con la certezza di una solida storia d’amore e un amico comunista che vorrebbe vederlo almeno una volta partecipare alle attività del “circolo”. Sente la mancanza quindi di poche cose, ma non delle due dita perse in un incidente quando era appena adolescente. Un po’ come per tutti, però, la vita non è esattamente una semplice discesa e qualcosa andrà inevitabilmente storto. Occhio per occhio, dente per dente (Levitico 24, 19-20) Dente per dente, esattamente come recita il Levitico (ossia il terzo libro dell’Antico Testamento), sancisce, assieme ad “occhio per occhio”, la sacralità della legge del taglione di biblica memoria. Il romanzo, infatti, è un’opera che parla di vendetta, nei termini più bassi della normalità della natura umana: mi hai profondamente ferito e ora dovrai essere ripagato con la stessa identica moneta. E sempre in termini biblici, questa vendetta avrà qualcosa di mistico, al passo con i dieci comandamenti. Dalle premesse sembra quindi tutto perfetto, se non fosse che i piani divini vengono spesso interrotti o modificati da un elemento che gli esseri umani sentono di possedere intrinsecamente alla propria natura: la sfiga. Come se non fosse già abbastanza convincente tutto ciò, il romanzo è ricco di passione per i motori e le macchine di lusso e per l’arte, soprattutto contemporanea: nasce dal genio di Muzzopappa il MU.CO., il fantomatico museo d’arte contemporanea di Varese, ricco di opere di grandissimi e riconosciutissimi autori. Peccato però che ad essere esposte sono quelle meno conosciute e più improbabili. Il tutto innaffiato da un umorismo sagace e pungente che l’autore regala al pubblico a partire dalla collaborazione con il fumettista italiano Simone “Sio” Albrigi in Fiabe brevi che finiscono malissimo. Vale quindi la pena immergersi in una lettura del genere, insomma, in quest’opera di vendetta e di umana semplicità.

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Libri

Edward mani di forbice diventa una graphic novel NPE

Chi l’ha vista non può dimenticare la pellicola firmata Tim Burton Edward mani di forbice, uscita nelle sale nel 1990 e interpretata da un magistrale Johnny Depp e una giovanissima Winona Ryder. È la storia di un automa per il quale il suo creatore ha la pretesa di creare un vero e proprio uomo con tanto di cuore e cervello. All’inizio Edward è costituito interamente da parti meccaniche e ferraglia; successivamente queste vengono sostituite da componenti umane: l’unica eccezione è per le mani, dato che lo scienziato muore prima di aver completato la sua migliore opera. Un essere buono Edward, che viene però visto con estrema diffidenza dall’intera cittadina data la sua natura mostruosa e l’aspetto inquietante. L’unica persona che riesce a vedere in lui molto più del suo aspetto è l’adolescente Kimberly Boggs, che alla fine – pur di proteggerlo – lo costringe a rimanere confinato nel castello dove è nato. Edward mani di forbice: il sequel a fumetti La graphic novel è ambientata negli stessi luoghi, forse in chiave più moderna, e si riallaccia propria alla scena finale del film, quando un’adulta Kim racconta dell’uomo rinchiuso nel suo castello e di come ogni anno cominci a nevicare grazie alle sue sculture di ghiaccio. A raccogliere la sua eredità è la nipote Megan. La madre della ragazza ormai ha rifiutato le storie raccontate dalla nonna, vedendo – come il resto della cittadina – in Edward un assassino. Di lui non si sa più nulla e il castello sembra disabitato. Kim, ormai defunta, viene adorata dalla nipote, che si è accorta che dalla sua morte non nevica ormai più. Intenzionata a scoprire la verità Meg trova le chiavi per raggiungere Edward, ma la sparizione di un bambino aizza nuovamente la cittadina contro l’uomo. Quello che non sanno è che Edward non è l’unica opera dello scienziato né l’unico abitante del castello: dopo moltissimi anni Eli è attivo e drammaticamente spietato. I disegni sono perfettamente in tema con l’ambientazione gotica e burtoniana, ma hanno anche quella dolcezza tipica del mondo Disney. L’artista è Drew Rausch mentre i testi sono opera di Kate Leth, con la traduzione di Gloria Grieco. L’opera, edita dalla Nicola Pesce Editore, è quindi perfetta per i nostalgici, ma anche per coloro che sentono il desiderio di accostarsi al mondo di Tim Burton in maniera leggera e sensibile: Edward è lì, malinconico e triste nonostante siano passati ormai molti anni dalla perdita di Kim. Ancora una volta ci spinge dolcemente a schierarci al suo fianco, per lottare contro il pregiudizio che lo vede colpevole.

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Libri

L’esoterico Blues del fumettista Sergio Toppi

Blues è una delle graphic novel pubblicate nel 2017 dalla Nicola Pesce Editore e contenute nella collana interamente dedicata a uno dei maestri del fumetto italiani: Sergio Toppi. Autore compianto ormai dal 21 agosto 2012, Toppi è anche la mano sapiente delle linee orientali e decise di Sheraz-De. Da quest’ultimo il tema si discosta, seppur lasci una traccia evidente della passione del fumettista per l’esoterismo e il mondo mitico. Blues è diviso in due racconti, che hanno come cornice il genere musicale reso inconfondibile dal proprio ritmo e dalla dolcezza delle blue note. Il primo, omonimo dell’opera, racconta la storia di un sassofonista costretto ad allontanarsi dai propri affetti per la causa più nobile di tutte, ovvero aiutare il prossimo, che si mostri esso meritevole o meno. Il secondo, invece, riprende il sapore esoterico di Sheraz-De, con un demone come protagonista, egomane come qualsiasi divinità e senza la minima pietà. Quest’ultimo sarà però costretto a trovarsi faccia a faccia con la propria umanità, quella che ha abbandonato troppo tempo prima e che lo ha ricondotto da lui a distanza di anni attraverso una cupa melodia blues. Blues, le amare note dalle umili origini Le radici del blues trovarono terreno fertile nelle comunità di afroamericani che, da schiavi, lavoravano nelle piantagioni degli stati meridionali degli Stati Uniti d’America. Allo stesso modo Toppi richiama questa antica cultura e predilige – nero su bianco – personaggi afroamericani, dalla pelle ebano e dai lineamenti spigolosi. L’uso proprio delle blue note, caratteristiche di questo genere, rendono la categoria affine alle forme musicali dell’Africa occidentale, che all’interno dei racconti del fumettista arrivano prepotenti alla propria immaginazione. I tratti continuano a essere nervosi e decisi, mentre ritagliano il proprio spazio nei riquadri della storia. Bianco e nero continuano a contrapporsi con violenza, aumentando la fierezza dei racconti e la profonda dignità dei personaggi. Luoghi desolati e deserti si mischiano a personaggi melliflui e ambigui, in calcolate contrapposizioni o accostamenti. Diventa necessario, al termine di ogni opera di Toppi, osservare i personaggi con attenzione e non offrirgli mai, per nessuna ragione, le spalle.

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Attualità

Violazione dei diritti umani? Il caso Riina – parte 2

Per la prima parte clicca qui. Riina durante la sua lunga detenzione non si è mai mostrato pentito o intenzionato a cercare alcuna forma di redenzione, anzi: raggiunto dal giornalista Michele Carlino, rilasciò nel ’94 dichiarazioni minacciose contro il procuratore Giancarlo Caselli e altri rappresentanti delle istituzioni. Si lamentò, inoltre, delle severe condizioni in cui versava. Questo portò all’apertura di un provvedimento disciplinare da parte del Consiglio Superiore della Magistratura contro il pubblico ministero Salvatore Boemi, accusato di non aver vigilato sul detenuto. Nel 2013 ripartono le minacce, questa volta nei confronti del pm Antonino Di Matteo e successivamente anche nei confronti di Don Luigi Ciotti. Tale excursus è necessario per comprendere la pericolosità del personaggio, che ha tolto la vita o commissionato l’omicidio di uomini, donne e bambini senza il minimo rimorso. Tra le confessioni più shockanti (e toccanti) divulgate dalle testate giornalistiche nazionali c’è quella di Nicola Di Matteo, figlio di pentito e fratello di Giuseppe, il bimbo che fu rapito da alcuni mafiosi tra cui si ipotizzava lo stesso Riina. D’altronde il Corleonese non si vergognava ad affermare apertamente che “Chi vede il sole al mattino lo deve a me. E solo me deve ringraziare”. Riina: violazione dei diritti o incoscienza? Nella primavera del 2003  arrivano per Totò Riina i primi problemi cardiaci: subisce un intervento chirurgico e poco dopo viene ricoverato nell’ospedale di Ascoli Piceno per un infarto per ben due volte. Trasferito nel carcere milanese di Opera, viene nuovamente ricoverato all’Ospedale San Paolo di Milano. Attualmente, a 86 anni, è molto malato: ai gravi problemi cardiaci sono subentrati anche quelli renali, oltre a essergli stato diagnosticato il parkinsonismo vascolare. Arrivando finalmente a tempi recentissimi, a un mese di distanza dall’anniversario della Strage di Capaci, a giugno di quest’anno la prima sezione penale della Corte di Cassazione ha deciso di accogliere l’istanza di Salvatore Riina e ha ordinato al Tribunale di sorveglianza di Bologna di motivare meglio la negazione del differimento della pena a suo vantaggio, sottolineando il diritto di Riina a “morire dignitosamente”. Ecco, qui risiede il nocciolo della questione largamente dibattuta negli ultimi giorni: il tribunale di Bologna dovrà quindi decidere come muoversi e se (ma soprattutto come) continuare a respingere la richiesta del difensore del boss, Luca Cianferoni, durante l’udienza fissata il prossimo 7 luglio. La problematica principale – ciò che ha maggiormente indignato l’opinione pubblica – è che dopo l’udienza il prigioniero “rischi” di ottenere gli arresti domiciliari. C’è da specificare che il rischio ovviamente è il nostro, non di Riina, se – come molti altri – il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri ha ragione nel sostenere che già isolato e a distanza continua a manovrare molte situazioni. Ci si trova quindi davanti a una fortissima contraddizione, che potrebbe fare veramente la differenza. La nostra Costituzione all’articolo 27 è chiara e le pene devono rispettare il senso di umanità. In questo non c’è nulla di sbagliato: si tratta appunto della civiltà che ci contraddistingue rispetto a tutti gli altri esseri viventi. È altresì […]

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Attualità

Violazione dei diritti umani? Il caso Riina – parte 1

Totò Riina è un nome che ultimamente si trova spesso sul web, ai telegiornali, sui giornali. L’ultima volta che se n’è parlato così fittamente è stato probabilmente al suo arresto, avvenuto il 15 gennaio 1993. Salvatore Riina fu considerato dal 1982 il capo dell’organizzazione mafiosa Cosa nostra. Uno tra i tanti soprannomi assegnatigli è particolarmente emblematico: La Belva, che trova il suo significato nella riconosciuta ferocia sanguinaria dell’uomo. Salvatore Riina: chi è il mandante dei più efferati crimini di mafia Riina si è macchiato di numerosissimi crimini efferati, che gli hanno riservato molteplici condanne all’ergastolo: tra i più conosciuti troviamo l’omicidio del capitano Emanuele Basile, del boss Vincenzo Puccio, del tenente colonnello Giuseppe Russo, dei commissari Beppe Montana e Ninni Cassarà, di Piersanti Mattarella, Pio La Torre e Michele Reina. Ancora per l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del capo della mobile Boris Giuliano e del professor Paolo Giaccone. È stato giudicato coinvolto nella Strage di Capaci in cui persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tutta la scorta (Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo), nella Strage di via D’Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque dei suoi uomini di scorta (Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina) e nell’omicidio del giudice Cesare Terranova e del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto. Nel 2000 siamo più o meno al suo decimo ergastolo per l’attentato in Via dei Georgofili, in cui persero la vita 5 persone e subirono enormi danni musei e chiese, oltre che per gli attentati di Milano e Roma. Ancora una condanna per l’omicidio del giudice Alberto Giacomelli, del giudice Rocco Chinnici, per la Strage di Pizzolungo (in cui persero la vita Barbara Rizzo e i suoi figli Salvatore e Giuseppe Asta, nient’altro che due bimbi di 6 anni), la Strage di viale Lazio e per l’omicidio di Giovanni Mungiovino, politico della DC, Giuseppe Cammarata e Salvatore Saitta. Nel suo curriculum c’è però anche qualche assoluzione: la causa è la mancanza di prove che la Corte d’Assise di Palermo ha stabilito per l’omicidio del giornalista Mauro De Mauro e quella di Firenze per la Strage del Rapido 904. Un uomo insomma che per scontare tutte le pene stabilite dovrebbe avere a disposizione millenni interi. La soluzione è stata confinarlo di volta in volta in diverse carceri (Sardegna, Milano e dal 2013 a Parma), destinandogli il regime previsto dall’articolo 41-bis inserito regolarmente nell’ordinamento penitenziario nel 1975: tale formula, che dagli anni Novanta è stata destinata per lo più ai condannati per mafia ed è comunemente conosciuto come “carcere duro”, prevede il totale isolamento del prigioniero. Ha una durata di “soli” tre anni, ma nel corso del tempo – con l’esclusione di alcuni momenti – gli è stata prorogata di anno in anno. Continua…Per la seconda parte qui.

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Attualità

Scommesse in Italia? Sì, ma meglio andare sul sicuro

Il mondo delle scommesse sportive è diventato, nel corso del tempo, un micro-universo pieno di possibilità e di occasioni: dal pronostico di un avvenimento futuro alla scommessa live, dai centri abilitati all’online è una dimensione a portata di tutti gli utenti maggiorenni che vogliono partecipare in maniera diversa – e consapevole – alla propria passione. Le scommesse fanno parte, a tutti gli effetti, del gioco d’azzardo e come tale posseggono in nuce innocenti opportunità o pericoli: sta all’utente riuscire a mantenere il giusto equilibrio e non superare il labile confine che separa le due dimensioni. Di cosa si tratta? In linea di massima – e in maniera a dir poco semplicistica – uno scommettitore decide di impegnare una quantità di denaro “x”; un bookmaker (o allibratore regolarmente autorizzato) accetta la scommessa e vi applica delle “quote” che permettano poi di calcolare la somma finale che lo scommettitore potrà accaparrarsi in caso di vincita. Da questo principio basilare poi si possono prendere in considerazione le varie tipologie di scommesse (singola, doppia, tripla, ecc.) che variano anche a seconda dello sport su cui si scommette. Le più diffuse sono sicuramente quelle che hanno per oggetto il calcio o i centri ippici, ma si hanno acquisito una certa attrattiva anche quelle sul ciclismo, la Moto GP, la Formula1, la pallacanestro, il golf e numerose altre discipline. Scommesse: il gioco legale è in netto aumento Dallo studio compiuto dall’Osservatorio Gioco Online del Politecnico di Milano, assieme all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM) e a Sogei, emerge un aumento consistente del gioco d’azzardo legalizzato. Il dato fondamentale è che il suo sviluppo arriva congiuntamente al contrasto di quello, invece, irregolare. La regolamentazione attualmente in vigore ha permesso la creazione di una lista contenente più di 6.000 siti web non riconosciuti. In termini più materialistici, nel 2016 il valore del mercato dei giochi online regolamentati è stato pari a 1,03 miliardi di euro; in termini più specifici e tecnici si è registrata una crescita del 25% rispetto all’anno precedente, con un’incidenza del 5,4% sul valore complessivo del gioco. In un contesto del genere a fare la differenza è anche la possibilità di affidarsi a veri e propri intermediari, siti e servizi come BettingTop10 Italia, che garantiscano una forma di sicurezza necessaria in un mondo tanto vasto come le scommesse online. Se si è convinti delle proprie capacità statistiche o semplicemente ci si vuole concedere quel brivido che offre l’affidarsi alla “fortuna” non c’è che da assecondare i propri sentimenti, ma responsabilmente e in tutta sicurezza.

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Attualità

Cecenia e diritti, quando bisogna riconoscere di aver fatto un passo indietro

In Cecenia sono momenti drammatici, mentre la notizia è trapelata poco dalla Russia e ha faticato a conquistare la fiducia generale. Quando l’ha fatto i quotidiani hanno cominciato a parlarne, abusando a volte del diritto all’informazione e divulgando notizie erronee o omettendone di essenziali. Molte comunità e gruppi umanitari, con estrema cautela, stanno combattendo sul campo e contemporaneamente cercano di sensibilizzare l’opinione pubblica. Tra questi c’è Bossy, una comunità di divulgazione che sostiene i pari diritti, compresi quelli LGBT. Sull’argomento ci ha concesso un’intervista, sottolineando l’importanza di una presa di coscienza che tutti dovremmo fare. Bossy: una voce forte e chiara per la tutela di tutti i diritti Se ne parla poco o se ne parla troppo, ci sono argomenti che per quanto importanti sono estremamente delicati. Bossy tende a dar voce a molti di questi argomenti, tra cui quanto sta accadendo in Cecenia. Puoi parlarci più dettagliatamente del progetto? Con femminismo si intende “la posizione o atteggiamento di chi sostiene la parità politica, economica e sociale tra i sessi” e Bossy è senza dubbio un progetto femminista, dal momento che, da due anni e mezzo, si occupa di discriminazione e disuguaglianze di genere, di diritti LGBT e di fenomeni di violenze e abusi. Per trattare questo tipo di argomenti è necessaria l’informazione e noi cerchiamo di dare informazioni nel modo più esatto ed esaustivo possibile. Anche per questo motivo Bossy ha lanciato due hashtag per diffondere la notizia di ciò che sta accadendo in questo momento in Cecenia: #StopHomocaust e #NotAgain. L’abbiamo fatto perché la maggior parte dei media non ne parla, sembra che le persone che stanno subendo questa enorme violazione dei diritti umani non esistano e, se non esistono, non hanno diritti. Oltre alla campagna con hashtag e un logo ben preciso, un triangolo rosa, Bossy ha emanato un comunicato stampa ufficiale in tre lingue (italiano, inglese e russo) proprio per spiegare sinteticamente quale sia effettivamente la situazione in Cecenia. La campagna e il comunicato stampa sono stati anticipati da un articolo in cui viene spiegato più nel dettaglio, sulla base di fonti certe, quali sono i motivi per cui queste persone vengono arrestate e quali torture subiscono, con riflessioni ragionate a riguardo. L’obiettivo è quello di informare più persone possibili, dato che, come già accennato, i fatti stanno avendo una rilevanza molto inferiore rispetto alla loro portata. Informare e rendere consapevoli, smuovere le coscienze e le menti di quanta più gente possibile. Le prime notizie sono state diffuse dalla testata russa Novaya Gazeta, ma sembra che con il passaggio dell’informazione la situazione stia sfuggendo di mano. Quanto può essere nociva una cattiva informazione su un argomento così importante? Come parzialmente già detto nella risposta precedente, è indubbio che della situazione in Cecenia si stia parlando pochissimo, soprattutto considerando la gravità dei fatti. Nemmeno in Russia inizialmente sembrava che la notizia fosse nota, nonostante la denuncia sia partita da lì. Fino a pochi giorni fa un nostro lettore che vive in Russia ci diceva che non aveva […]

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Cinema & Serie tv

David di Donatello 2017: miglior film e regia a La pazza gioia di Virzì

Il 27 marzo si è tenuta la consueta cerimonia di premiazione dell’Accademia del Cinema italiano: i David di Donatello 2017. L’idea ha origine nel 1950, a Roma, con la fondazione dell’Open Gate Club. Terminata  la guerra, si cercava di alimentare e favorire l’arte e il turismo (soprattutto della capitale) come meglio si poteva. Nell’ambito dell’Open Gate Club sorgevano, pochi anni dopo, il Comitato per l’Arte e la Cultura e il Circolo Internazionale del Cinema. Quest’ultimo, appena rinominato nel 1955 Club Internazionale del Cinema, istituisce i Premi David di Donatello, destinati alla migliore produzione cinematografica italiana e straniera. I criteri di valutazione erano gli stessi pensati per i Premi Oscar di Hollywood, ma serviva un simbolo che richiamasse le sue radici italiane: si pensò allora alla prestigiosa statua del David scolpita a Firenze da Donatello. Come impreziosirla più di quanto non fosse già? Affidando la sua riproduzione -in oro, tra l’altro- direttamente a Bulgari. Inizialmente Roma e poi Taormina sono state le città che hanno accolto per prime l’evento, poi due volte Firenze e nuovamente Roma: insomma, la manifestazione ha voluto sempre celebrare le specificità italiane in tutta la loro peculiarità. Le categorie, da quelle più conosciute e tradizionali, sono mano a mano aumentate, dando spazio a nuovi orizzonti cinematografici e a nuovi premi: l’Europeo, il Visconti, il René Clair, il Cristaldi, il Vittorio De Sica. David di Donatello 2017: oltre la storia, le candidature e le vittorie italiane Le nomination e le premiazioni dei David di Donatello 2017, hanno lasciato quest’anno posto a nuove candidature e nuovi talenti. Il premio come miglior film della sessantunesima edizione se lo aggiudica La pazza gioia (trailer), con la migliore regia per Paolo Virzì, il premio come migliore attrice per Valeria Bruni Tedeschi, il miglior sceneggiatore per Tonino Zera e il miglior acconciatore per Daniela Tartari. Il premio come migliore regista esordiente va a Marco Danieli per il film La ragazza del mondo, conteso con Michele Vannucci  (Il più grande sogno), Marco Segato (La pelle dell’orso), Fabio Guaglione e Fabio Resinaro (Mine) e Lorenzo Corvino (WAX: We are the X). Il miglior attore non protagonista è Valerio Mastandrea con il film Fiore. Indivisibili di Edoardo De Angelis ha conquistato invece la giuria nelle categorie miglior sceneggiatura originale (Nicola Guaglianone, Barbara Petronio ed Edoardo De Angelis), miglior produttore (Attilio De Razza e Pierpaolo Verga), migliore attrice non protagonista ad Antonia Truppo, migliore musicista a Enzo Avitabile, così come Abbi pietà di noi (musica, testi di Enzo Avitabile interpretata da Enzo Avitabile, Angela e Marianna Fontana) come migliore canzone originale e infine miglior costumista a Massimo Cantini Parrini. Migliore sceneggiatura adattata (Gianfranco Cabiddu, Ugo Chiti e Salvatore De Mola) invece per il film La stoffa dei sogni, regia di Gianfranco Cabiddu e ispirato a L’Arte della commedia di eduardiana memoria. Manca, quindi, il premio miglior attore protagonista che quest’anno si è accaparrato il talentuosissimo Stefano Accorsi in Veloce come il vento, un film che ha meritato anche altri cinque riconoscimenti: miglior autore della fotografia (Michele D’Attanasio), migliore truccatore (Luca Mazzoccoli), migliore […]

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Recensioni

Viaggio al centro della terra, la graphic novel di Napoli e Lirini

Viaggio al centro della Terra è una graphic novel distribuita da Nicola Pesce Editore e che prende vita grazie a Claudio Napoli e Marco Lirini. Disegni morbidi, bianco e nero, immagini a tratti dolci e sfocate che danno l’impressione di percorrere un viaggio di natura onirica tra le pagine: questa è la struttura su cui si basa una storia solida e comprovata, fatta di scoperte, fiducia in se stessi e superamento dei propri limiti in cambio di grandissime soddisfazioni, riconoscimenti e gratificazioni. Assieme ad Axel, Otto e Hans sarà difficile non voler percorrere questo viaggio entusiasmante e a tratti folle e coraggioso. Loro sono i protagonisti di una storia che ha il sapore del topos del “mondo perduto” e della continua scoperta. Otto Lidenbrock è un professore di mineralogia che ha rinvenuto una pergamena dagli strani simboli e una pietra dall’ignota composizione e provenienza. Ad aiutarlo nella comprensione delle rune è il brillante ma insicuro nipote Axel: insieme intuiranno che non sono semplici incisioni, ma una vera e propria mappa per raggiungere luoghi inesplorati e inimmaginati. A guidarli un islandese taciturno ed esperto, Hans, che farà anch’esso tesoro di un viaggio inequiparabile. Questa avventura sarà per loro anche un’occasione per comprendere se stessi e inoltrarsi nelle profondità delle proprie paure. Viaggio al centro della Terra, dalla fantasia di Jules Verne La storia trae ispirazione dal romanzo fantastico di Jules Verne, il celeberrimo Viaggio al centro della Terra. L’autore francese ottocentesco è considerato tra i padri della moderna fantascienza e tra i più influenti scrittori di “romanzi scientifici” e per ragazzi. Proprio la sua fantasia gli è valsa la caratteristica di essere considerato preveggente e citato in numerosi romanzi o film (tra cui, ad esempio, Ritorno al Futuro, diretto da Robert Zemeckis nel 1985). Allo stesso modo, dei suoi romanzi sono stati effettuati adattamenti cinematografici e televisivi, dove tra i più recenti troviamo la pellicola Viaggio al centro della Terra 3d del 2008, con Brendan Fraser. Persino un asteroide, il 5231 Verne, prende – per l’appunto – il suo nome. Sottomarini, missili, sbarchi lunari, esplorazioni oceaniche, pistole elettriche e videoconferenze sono solo alcune delle “anticipazioni” che Jules Verne avrebbe immaginato più di un secolo fa. Insomma, era inevitabile che di un tale successo venisse prodotta anche un’opera a fumetti, semplice e avvincente che costringe a immergersi nella storia così come Axel, Otto e Hans si sono introdotti all’interno di cunicoli e gallerie per raggiungere il centro della terra: sorpresa, curiosità, incertezza e gioia sono solo alcuni dei sentimenti che accompagnano l’avventura così come i personaggi la vivono. Bisognerà solo sapersi orientare, non scoraggiarsi e lasciarsi anche un po’ trascinare dall’istinto.

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Recensioni

Lillo e Greg e l’espediente del metateatro al Cilea

Un cadavere, un castello, un investigatore, quattro sospettati: a Lillo e Greg non mancano gli ingredienti per costruire un  giallo secondo le regole ferree dettate da maestri del genere come Agatha Christie e Arthur Conan Doyle. Persino l’ambientazione (una campagna londinese) è tipica della struttura narrativa citata. E sembra procedere per il meglio, soprattutto quando sulla scena un Greg/personaggio, da regista, autore e pure attore, deve mettere in piedi una pièce che fa “acqua da tutte le parti” e che dà luce agli egoismi di tutta la compagnia. Sarà possibile assistervi al Teatro Cilea fino al 18 febbraio alle 21.00 e al 19 febbraio alle 18.00. Il Mistero dell’assassino misterioso nasce da un’idea di Claudio Gregori (in arte Greg), messo poi nero su bianco con l’aiuto di Pasquale “Lillo” Petrolo. Entrambi hanno curato la regia. Lillo e Greg e l’espediente del teatro nel teatro La tecnica utilizzata – e cara alla coppia – è proprio quella del metateatro: il sipario si apre e con una scenica presentazione vediamo descritti i presenti come i principali sospettati dell’omicidio della contessa Worthington. Greg (nonché detective Mallory) li ha riuniti per esporre il caso e ricostruire gli eventi al fine di catturare il colpevole: l’infermiera tedesca Greta (Dora Romano), gli eredi della contessa, come la provocante figlia (Vania Della Bidia) e il nipote (Danilo De Santis), e il giovane amante. Ma un imprevisto mette la compagnia in difficoltà, chiamando sul palco Lillo perché intervenga. Greg si mostra estremamente testardo, al punto da non cedere alle proposte di rimandare lo spettacolo. Questo perché è interessato alla presenza di un importante produttore che, gira voce, cerchi proprio un “detective” per una nuova fiction televisiva: questa informazione spinge tutti gli attori sul palco a mostrare i loro reali interessi, il loro egoismo e la propria ambizione. Monologhi, morti plurime, battute errate e flashback che ricostruiscono in maniera a volte confusa le ipotesi del detective Mallory: tutta la compagnia non tarda a manifestare il proprio scontento, a giudicare le scelte del “regista” come “trite e ritrite”, banali, scontate e ad affermare che loro avrebbero potuto fare di meglio. Greg si muove con estrema sicurezza, davanti e dietro il sipario, costruendo con meticolosità una situazione piena di gag umoristiche, battute semplici ma efficaci, fingendo di doversi seriamente destreggiare tra le difficoltà incontrate sul palco e un pubblico da accontentare. Tutti gli attori, in realtà, sono stati estremamente spontanei nel cercare di occupare il ruolo predominante sulla scena, mettere in secondo piano il sedicente capocomico/regista, cercare di farsi notare, mostrare il proprio talento. Lillo, in particolar modo, è entrato come un uragano ed è uscito come tale, catturando l’ilarità della platea mentre vestiva i panni di un attore estremamente goffo e imbranato, un pesce fuor d’acqua in un ambiente del genere. Si può dire che a Lillo e Greg (coppia comica più che comprovata sia dentro che fuori l’ambiente teatrale) l’espediente sia riuscito alla perfezione e la platea non sia stata affatto avara di applausi e risate.

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Attualità

Guerriglia, violenza e proteste studentesche a Bologna

Dopo un’intera giornata trascorsa tra proteste e tensione, il 9 febbraio la polizia sgombera, in serata, piazza Verdi a Bologna e si fa largo fino alla biblioteca occupata dagli studenti. Il contenzioso? L’installazione di tornelli che limitavano l’accesso dei fruitori della biblioteca tramite badge: una misura cautelare ritenuta necessaria dall’Università di Bologna e consequenziale alla decisione di prolungare l’orario di chiusura della struttura fino a mezzanotte. «Tornelli non ne vogliamo più, colpo su colpo li tireremo giù» è lo slogan che i ragazzi, dopo l’assemblea plenaria conclusasi alle 13 del giorno precedente, hanno cominciato a urlare a gran voce. Gli studenti intervenuti appartengono al Cua (Collettivo universitario autonomo) e a Làbas occupato e dalla sede di Via Zamboni 36 della facoltà di Lettere hanno lanciato la loro protesta e richiesto una giustizia legata alla possibilità di usufruire liberamente di uno spazio “pubblico”. Da proteste a tafferugli: la guerriglia studentesca di Via Zambino 36 La situazione, diventata indubbiamente più di un semplice confronto, ha visto l’arrivo della polizia, armata di caschi blu, scudi e manganelli e chiamata dall’Università, che – di contro – aveva ricevuto sfide e provocazioni dai manifestanti: sembra abbiano infatti smontato la porta a vetri dell’edificio assieme ai tornelli e portato i pezzi, a scopo dimostrativo, in Rettorato e al rettore dell’Alma Mater Francesco Ubertini. La risposta è stata la chiusura dell’ateneo e da lì l’occupazione a tutti gli effetti. «L’università vigliacca chiude il 36», «Il 36 torna libero. Chiediamo da subito che l’università ci dia delle risposte concrete» sono i messaggi, molto chiari, degli studenti che non si sarebbero mossi senza aver ottenuto ciò che chiedevano. Con l’arrivo della polizia, però, le proteste si sono trasformate in veri e propri scontri. Nelle aule, fuori da esse, nelle strade. A farla da padrone la violenza, con manganellate da un lato e tiri di sanpietrini dall’altro: un quadro che prospettava tutto fuorché il dialogo inizialmente richiesto. L’intervento armato ha permesso intanto lo sgombero e la liberazione delle aree occupate, mentre sul web girano fotografie e video registrati anche dagli stessi studenti coinvolti. Alle 16 del 10 febbraio è stato organizzato un corteo da Piazza Verdi, cuore della protesta, con a capo uno striscione che richiede la libertà per il “36”. L’opinione pubblica e la divisione sugli scontri bolognesi L’opinione, però, si divide. Le accuse di abuso delle forze armate e di vandalismo dei collettivi si bilanciano, in uno sdegno che non ha la stessa compattezza delle tragiche vicende conservate nella memoria collettiva e studentesca avvenute in passato. Niente che solleciti un disappunto omogeneo, dai liberi cittadini alla politica: persino sulle pagine pubbliche dei collettivi si chiede maggiore chiarezza. Dove invece la situazione è stata interpretata senza dubbi, c’è stato un fioccare di giudizi. «Perché l’università è un’istituzione pubblica?!?», lasciando intendere che recarvisi è un diritto per chiunque e «l’accesso alle strutture dell’università designate agli ISCRITTI deve essere controllato» esprimono perfettamente il clima controverso venutosi a creare. In fondo ciò avrebbe permesso l’apertura prolungata di un luogo che normalmente altrove […]

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Teatro

BEN HUR una (tragicomica) storia di ordinaria periferia al Cilea

Roma, un’unica scena e tre protagonisti. Il dramma dell’immigrazione e della sopravvivenza in una tragicommedia che ha tanto di salato e pungente, ma che sa regalare anche sorrisi e qualche risata di gusto. BEN HUR Una storia di ordinaria periferia è una pièce di Gianni Clementi, con la regia e la splendida interpretazione di Nicola Pistoia, affiancato da un energico e poliglotta Paolo Triestino e un’intensa Elisabetta De Vito. Già apprezzato e comprovato da una pellicola cinematografica, oltre che da un alto numero di repliche (370 precisamente) nei teatri sparsi su tutto il territorio nazionale, il testo ha ricevuto i complimenti della platea napoletana nonostante i dialoghi fossero in romanesco, bielorusso e in un italiano strascicato da immigrato. Il contesto, infatti, è quello di una Roma attuale, con un doppio punto di vista sull’Italia che ci rappresenta: nazionale ed estero. Sarà in scena al Teatro Cilea fino al 22 gennaio. Ben Hur, una trama di “ordinaria periferia” Sergio (Nicola Pistoia), ex stuntman e separato con due figli, vive con la sorella Maria (Elisabetta De Vito) che a sua volta ha alle spalle un matrimonio non esattamente riuscito. Il primo lavora come cenurione romano, la seconda arrotonda lavorando per una chat erotica; quando quest’ultima viene chiusa dalla finanza, sopraggiunge la disperazione di una situazione già all’estremo. Nella loro vita, proprio in questo momento, entra come un ariete Milan (Paolo Triestino), un ingegnere bielorusso che afferma di conoscere tutta la cultura italiana, da Sanremo a Toto Cotugno, e di non pretendere altro che lavorare. Sergio, quindi, si sente di approfittare di questa opportunità, offrendo per un breve periodo di tempo a Milan il proprio posto da centurione, mentre lui potrà dedicarsi alla rinfrescata di un appartamento.  Il pover’uomo è ben felice di accettare, dimostrando di valere anche più del suo improvvisato datore di lavoro. Questo è l’inizio di un rapporto che, tra drammi e realtà, porterà i tre protagonisti a mettere in piedi una “società” basata sul lavoro a nero e sulle capacità contabili, manuali e inventive di Milan che riuscirà a destare anche l’interesse di Maria. Peccato che la vita non è quasi mai così semplice e dovranno affrontare ben più di un problema, uno dei quali generato all’interno dello stesso piccolo nucleo familiare creatosi. Il dramma, dietro la commedia Una sola scena e un gioco di luci e proiettore nei momenti chiave e negli snodi della storia. Un romanaccio doc che si affanna per trovare un guadagno semplice e potersi permettere una BMW usata e dai sedili in pelle bianca: sarà per lui facile sfruttare un immigrato, per di più clandestino, a cui concederà solo il 30% dei suoi sforzi trattenendosi il restante. Bugie e vendette però sono dietro l’angolo, pronte a manifestarsi nel momento meno appropriato. La comicità è molto semplice, quasi genuina, tipica delle vicende quotidiane, che stempera la pesantezza delle condizioni che affliggono molte realtà umane: la fuga dalla povertà, l’immigrazione, il desiderio di riscatto e anche un po’ di avidità umana. Un contorno molto salato che […]

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Libri

Sharaz-De, una donna da Le mille e una notte

Sharaz-De Le mille e una notte è una graphic novel pubblicata nel 2016 ed edita da Nicola Pesce Editore. L’artista, appellativo più appropriato per indicare l’autore dell’opera, è Sergio Toppi, fumettista e illustratore milanese, che ha esordito negli anni cinquanta, per vedere curata poi dalla NPE una collezione a lui dedicata. Tratti decisi, che si intersecano tra loro rendendo ogni singolo elemento un blocco unico, una fusione di concetti ed esperienze, di messaggi chiari ma anche di non detti, che stuzzicano costantemente la curiosità del lettore e spingono a divorare pagina dopo pagina. Un volume che inizia con una prefazione molto accorata di Matteo Stefanelli e termina con un’intervista di Mariangela Rado; entrambi raccolgono la memoria, il pensiero e la genialità che Toppi ha lasciato. Sharaz-De continua la tradizione e – fatta eccezione per il Collezionista – rappresenta uno dei tanti personaggi “occasionali” dell’illustratore, una delle tante facce della sua arte. Sharaz-De, la caparbietà dalla voce “calda” fino all’alba successiva Potrebbe essere difficile trovare qualcuno che non abbia mai sentito parlare de Le mille e una notte, un insieme di leggende popolari persiane trascritte tra l’VIII e il X secolo. Un insieme, quindi, di racconti che parlano di lezioni d’umanità esemplari, sovrani, deserti, demoni e geni, ricchezze, creature mostruose, donne, lussuria, tradimenti, uomini empi e persone rette e terre sconfinate con immensi e sontuosi palazzi. A raccogliere l’insieme apparentemente scordinato è una cornice, è la storia di un sovrano, tradito come suo fratello dalla moglie, che decide di vendicarsi giacendo con tutte le giovani donne del reame e facendole uccidere il mattino seguente. Fino a Sharaz-De, che non aveva previsto: una donna bella, giovane, saggia, coraggiosa e caparbia. A differenza di tutte le altre si offre volontariamente e si fa condurre, accompagnata da un padre rassegnato, dal re. Dopo aver giaciuto con il sovrano, giunto il momento della propria esecuzione, riesce a catturare il suo interesse, cominciando a raccontargli una storia. Poi un’altra e un’altra ancora, prolungando la propria vita. Undici in totale sono trattenute nella raccolta di Toppi e ispirate alle antiche leggende. Colori forti, prepotenti, fino a che non subentra il nero a contrastare con il bianco della carta e a contrapporre immagini luminose e immagini cupe. Figure mostruose e donne dai lineamenti voluttuosi e morbidi, stregoni e demoni ossuti e bestie piene d’espressione quanto i volti umani, deformati dalla superbia, dalla cupidigia, dalla cattiveria o dal terrore. Qualche volta colti dallo stupore e dalla gioia. Un insieme di emozioni e di storie che possono soddisfarci o lasciarci con l’amaro in bocca: l’incertezza è dietro l’angolo e non si può evitare di accoglierla costantemente con il fiato sospeso, soprattutto nell’attesa di comprendere le sorti della prode Sharaz-De. Ma vale decisamente la pena rimanere per un po’ in apnea.

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Culturalmente

A-yellow, un giallo che diventa una misteriosa webserie

Per il digitale e il virtuale la passione e l’interesse stanno aumentando progressivamente: hanno da offrire infatti diffusione, visibilità e rapidità di trasmissione di un messaggio, cosa difficilmente eguagliabile attraverso altri mezzi. Forse questa è la ragione per cui, da qualche anno a questa parte, c’è un nuovo tipo di produzione videoludica, spesso basata su risorse e capitali pressoché inesistenti o comunque autonomi. Ciò non è però certamente foriero di cattiva qualità, anzi: molti nomi hanno dimostrato la capacità di giovani e meno giovani di veder nascere e far crescere progetti di un certo livello, basati solo sul proprio entusiasmo e la propria bravura. Uno di questi è A-yellow, la nuova webserie pubblicizzata e promossa sulla sua pagina facebook con un gran numero di frame e tanto, tanto mistero. Non ci sono trame né grandi indicazioni se non un paio di indizi e qualche informazione ben lanciata. Mariano Torricelli, scrittore, cosceneggiatore e attore della serie, ha deciso di condividere qualcosa in più, rilasciando a Eroica Fenice un’intervista. Un giallo che ha inizio ancor prima di cominciare: mistero e riservatezza sono il punto di forza della webserie A-yellow A-yellow, un titolo decisamente curioso. Può essere un indizio sul contenuto della serie? Come suggerito dal titolo è un giallo, di quelli con indagini, sospetti, indizi e poliziotti che brancolano nel buio e pian piano arrivano alle conclusioni vincenti. Ho cercato però di mantenere le dinamiche con cui si arriva a queste conclusioni il meno banali possibile. Nonostante il tono e le tematiche toccate siano legati al mondo poliziesco e della malavita, non manca la vena comica. I personaggi sono infatti costruiti ad hoc e contestualizzati con attenzione perché non risultino “macchiettistici”. Ti va allora di svelarci qualcosa sui personaggi? Ce n’è uno in particolare attorno a cui la trama gira? E gli altri presentano un profilo specifico o dovranno essere scoperti man mano? Il protagonista è un poliziotto, Gabriele Aiello, scontroso e disilluso, che si cimenterà in un’indagine che pian piano lo appassionerà così tanto da stravolgergli la vita… È il tipico antieroe, all’inizio disinteressato a tutto e profondamente critico. I personaggi sono tanti (ben 21) ed abbracciano un’enorme gamma di ruoli: da ragazze della porta accanto a “femmine” procaci, da poliziotti zelanti a coloro che nemmeno si preoccupano della propria carriera, dalla manovalanza malavitosa all’avvocato benestante… Ogni volta che un personaggio, però, sembra incarnare uno stereotipo riconoscibile al pubblico, viene del tutto sovvertito dagli sviluppi dell’indagine. A questo punto è doveroso domandare se i personaggi siano inseriti o meno in una location specifica. O questa parte è lasciata all’immaginazione? Affatto. Il tutto si svolge quasi esclusivamente al centro di Napoli, con una napoletanità “reale” e quindi chiave, dove nessuno suona il mandolino ma neanche gestisce una piazza di spaccio, una Napoli dove i vicoli uniscono personaggi “socialmente” lontanissimi con rapporti di amicizia sinceri (talvolta accostando poliziotti e spacciatori); dove la frenetica vita della metropoli c’è, ma anche il sacrosanto momento, quasi catartico, del relax davanti a un caffè, qualcosa che insomma […]

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