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Eroica Fenice

Libri

Royal City: Jeff Lemire per Bao Publishing | Recensione

Royal City è una graphic novel in serie di Jeff Lemire, edita in Italia dalla Bao Publishing. Ancora non si sa quanto sarà lunga, ma al momento sono usciti i primi due volumi, in cartonato e a colori. È una delle opere a fumetti dello sceneggiatore e disegnatore canadese, che con la stessa casa editrice ha pubblicato anche Descender (2015), Plutona (2016), Black Hammer (2017), Sherlock Frankenstein e la Legione del male, A.D. – After Death e Niente da perdere. Molte sono collaborazioni alle quali ha donato la propria creatività, o attraverso i disegni o attraverso le sceneggiature. Royal City, assieme a Niente da perdere, sono le due opere di cui Jeff Lemire è autore completo. Royal City di Jeff Lemire: la trama Protagonista indiretta del racconto è Royal City, una piccola cittadina del New Jersey che ormai sta “invecchiando”: i giovani se ne allontanano, attratti dalla speranza di una vita diversa. Tra questi, i figli di Peter e Patty Pike, che – ormai cresciuti – hanno preso le proprie strade: qualcuno è rimasto, qualcuno se n’è andato e qualcun altro si è perso. La storia coinvolge, tra una serie di stralci del presente e alcuni importanti flashback, tutti e cinque i membri della famiglia, più uno. Quest’ultimo è stata una presenza mite e silenziosa fino al 1993, quando perde la vita e diventa nell’esistenza dei suoi cari estremamente pesante. Era infatti l’ultimo dei fratelli, ma il suo fantasma li accompagna uno a uno nostalgicamente, assumendo il calibro delle loro aspettative. Una storia intensa e nostalgica Una caratteristica fondamentale di quest’opera è l’intensità delle emozioni e del vissuto dei singoli personaggi: Peter, Patty, Pat, Tara, Richie e Tommy. Ognuno ha la propria percezione del passato, inevitabilmente legato alla cittadina di Royal City: chi lo rifiuta e chi lo accetta con ottusità, senza volersi guardare alle spalle. Un nuovo evento drammatico però riunisce la famiglia che si ritrova costretta a fare i conti con i sospesi, con le incomprensioni e con i non detti. Devono smettere di evitarsi, fermarsi e cercare di rimettere a posto le proprie vite, che non sono mai decollate serenamente dopo la perdita di Tommy. Toni acquerello e tratti morbidi Un fumetto profondamente toccante, nella scelta dei colori, dei disegni e delle singole parole. I tratti di Jeff Lemire, morbidi e apparentemente insicuri, raccolgono tonalità acquerellate calde per i personaggi e fredde per gli sfondi. I ricordi sono sfumati, mentre il presente risulta vividissimo sulle pagine lucide e spesse. La storia ha una evoluzione graduale, intervallata da ricordi fondamentali che spiegano gli atteggiamenti di ogni singolo personaggio, che lasciano comprendere i loro sentimenti e tutte le sfumature del loro dolore. Non si può fare a meno di immedesimarsi, di volerli comprendere e di affezionarsi. È impossibile, al termine della lettura di entrambi i volumi, non avvertire il profondo desiderio di andare avanti, di volerne ancora.

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Libri

Sergio Toppi in Lo spazio dentro il corpo per NPE (recensione)

Lo spazio dentro il corpo è una raccolta in cartonato bianco e nero di alcune tavole disegnate dal maestro italiano del fumetto Sergio Toppi. Edito dalla Nicola Pesce Editore, fa parte della collana a lui interamente dedicata, assieme alle opere complete e apprezzatissime come Sharaz-De e Blues. Questa è la quarta uscita della collana dedicata al maestro e nasce come una specie di catalogo di una esposizione avvenuta alla Biennale di Rimini proprio in memoria di Toppi. Si avvale quindi del patrocinio del comune (con l’introduzione proprio dell’Assessore alla Cultura di Rimini Massimo Pulini) e della cura di Egisto Quinti Seriacopi. Si colloca così come un chiaro approfondimento dell’opera di uno dei più talentuosi esponenti della Nona Arte italiana. Sergio Toppi e Lo spazio dentro il corpo A contribuire all’analisi dei suoi lavori anche personalità internazionali come Michel Jans, editore per una quindicina d’anni dal 1995 di Toppi. Ne parla con nostalgia e affetto, ripercorrendo il loro percorso editoriale e artistico che ha proprio con Sharaz-De il suo «giro di boa». Si sperava infatti in un seguito che l’artista però vedeva con estrema titubanza. Ciò che emerge è sempre stata l’estrema fiducia e libertà accordata al maestro: in rari casi ha infatti ottenuto specifiche commissioni e limiti di lunghezzaper le proprie storie. In più laprolificità è uno degli elementi che lo ha caratterizzato sempre, persino e soprattutto dopo la malattia. Toppi era un turbinare continuo di idee e proposte, dimostrando – con i suoi lavori – non solo una grande sapienza tecnica, ma anche un estremo piacere nel creare e scrivere storie, nel dedicarsi anche alla loro sceneggiatura. L’insieme: la capacità di unire l’eterogeneo Come la stessa raccolta sottolinea, Sergio Toppi ha ricevuto onori e premiazioni di alta caratura, anche internazionali. Oltre a essere un fine scrittore e un incomparabile disegnatore, nelle sue opere ha sempre mostrato tuttala sua conoscenza e il suo eccletismo. Non è difficile intuirlo dalle storie, sempre permeate dalla multiculturalità, mai fossilizzata in singoli e ormai conosciuti elementi. L’Oriente e il Vecchio West, ad esempio, si pongono l’uno di fronte all’altro,mostrando l’abilità del maestro di padroneggiare perfettamente entrambi i contesti e farvi muovere i suoi personaggi alla perfezione. E oltre alla conoscenza degli spazi e dei territori,di mondi differenti, mostra anche quella dell’antropologia e persino della zoologia. Il miglior esempio ne è il Bestiario, che mette in mostra il perfetto realismo con cui Toppi manifesta la propria fascinazione verso il mondo dei volatili. Lo spazio dentro il corpo: i disegni che superano ogni struttura All’interno della raccolta Lo spazio dentro il corpo, ogni saggio accuratamente scelto ha ad accompagnarlo tavole esplicative prese dalle opere di Toppi. Nulla è al caso, ogni singola immagine descrive la spiegazione precedente senza avarizia nel mostrare i preziosi contenuti delle opere del maestro. Tra le spiegazioni più significative e affascinanti ci sono quelle legate alle tecniche artistiche, in particolar modo alla scelta del fumettista di ricreare – con china e pennino – sempre figure capaci di occupare spazi importanti all’interno del […]

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Musica

FIRST di Matthew S: il producer e dj veneto torna con INRI

Già intervistato da Eroica Fenice, promessa della musica elettronica e Best New Generation 2015 agli MTV Digital Days è il producer e dj veneto Matthew S (alias di Matteo Scapin), che torna pubblicando il suo primo LP. FIRST di Matthew S è in uscita dal 15 giugno per INRI. Il debut album contiene ben sei tracce oltre a due remix di DiscoBall, firmati da Amparø e lovewithme. FIRST di Matthew S, il debut album Nato dalla mente di Matthew, il disco ha richiesto la costruzione di rapporti di collaborazione ben ponderati per assecondare le perfette linee vocali dei brani. Touch, infatti, lanciato prima dell’uscita dell’intero album, è accarezzato dalla voce di Leiner Riflessi (ex Dear Jack), dando un tono più house e commerciale al pezzo. Il video è a cura di Daniele Sciolla e ne asseconda il ritmo con colori sgargianti, luminosi e sequenze di immagini rapide e fortemente emblematiche. Don’t Bring Me Down si sposa invece perfettamente con la voce di IVYE avvicinandosi maggiormente alla dance. Island non potrebbe trovare migliore madrina di Tullia Mantella, cantautrice vicentina, che ha prestato la propria voce per una traccia molto più avvolgente e perturbante. All’interno è presente la già conosciuta e apprezzata Inside come bonus track, EP lanciata nel 2016. D’altronde la musica elettronica è per Matthew S il modo di accostare più stili e più esperienze, dando vita a un prodotto decisamente originale. Persino la cover è un lavoro grafico capace di tradurre in immagini i diversi universi musicali all’interno di FIRST. Raindrops e Humor non fanno eccezione richiamando i ritmi con cui ci si è abituati ad associare Matthew S: coinvolgenti e dalle sonorità incalzanti sanno ben differenziarsi e costituire un lavoro originale nella loro individualità. La prima sembra caratterizzata proprio da gocce di pioggia, incessanti, che si riversano sul suolo creando una musicalità che ipnotizza; la seconda, invece, offre ritmi più umorali e cangevoli. Matthew S ha saputo sfruttare il proprio talento, mettendolo a disposizione di un nuovo e valido progetto da lui creato e prodotto. TRACKLIST:     Touch – ft. Leiner     Disco Ball     Raindrops     Humor     Don’t Bring Me Down – ft.IVYE     Island – ft.Tullia     Disco Ball (Amparø Remix)     Disco Ball (lovewithme Remix)     Inside (bonus track)

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Libri

Francesco Muzzopappa ritorna con Heidi per la Fazi editore (recensione)

Francesco Muzzopappa e Fazi Editore di nuovo insieme: è uscito Heidi   Heidi di Francesco Muzzopappa, dopo Dente per dente, è il quarto romanzo dello scrittore pugliese, ormai naturalizzato nel Nord Italia. Il romanzo è edito (come i precedenti) dalla Fazi Editore. Dal 14 giugno è nelle librerie di tutta la penisola. Collabora con il fumettista Simone “Sio” Albrigi per creare le particolarissime storie dell’irriverente e geniale Scottecs Megazine. Questa volta la protagonista è una trentacinquenne in cui ognuno di noi potrebbe immedesimarsi: piena di ansie, timori e una buona dose di cinismo e scetticismo in proporzioni variabili. Francesco Muzzopappa: un elogio della realtà in Heidi Chiara è una ragazza di 35 anni che lavora, a Milano, per un’agenzia che crea format per la televisione e procura per ogni singolo programma i suoi particolarissimi protagonisti. Il suo compito è infatti quello di provinare lunghissime file di aspiranti attori e performer, la cui maggior parte non vanta alcun talento reale. Nonostante ciò, molti trovano ugualmente un inserimento e ognuno ha la sua collocazione, a seconda delle proprie stravaganti peculiarità. La sua vita procede secondo una scaletta ben precisa, da “workaholic”, ovvero dipendente a tutti gli effetti dal lavoro. È infatti quasi priva di vita sociale ed è costretta a rimanere in azienda per otto ore o più. Almeno fino all’arrivo di una telefonata: il padre, affetto da demenza, non è più ospite gradito nella casa di cura in cui era ricoverato dall’inizio della malattia. Da questo momento in poi la vita di Chiara subisce uno scossone, ma questo le dà la spinta giusta per comprendere che non tutti i cambiamenti possono essere negativi. Heidi di Francesco Muzzopappa è un romanzo umoristico intriso di drammatica realtà: la preoccupazione di perdere il proprio lavoro, di non essere in grado di badare al proprio padre malato, di non saper ricambiare un affetto che in gioventù non ha mai ricevuto dal proprio genitore. È infatti spaventata, fragile, ipocondriaca e tanto disperata da aggrapparsi a qualsiasi appiglio, anche a costo di chiudere un occhio davanti ai sani principi morali. Un altro piccolo capolavoro dello scrittore che snocciola, tra le righe, le sue impressioni sulla vita milanese. Heidi di Francesco Muzzopappa

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Interviste vip

Intervista a Francesco Muzzopappa, dalla lettura alla scrittura

Francesco Muzzopappa in libreria dal 14 giugno con Heidi Autore ormai di quattro romanzi tutti apprezzatissimi dal pubblico, Francesco Muzzopappa è tra i giovani scrittori italiani più conosciuti. La sua peculiarità è quella di sfornare opere sempre ricche di sagace umorismo e sorprendenti nella loro trama e nello sviluppo della storia. I personaggi, poi, sono talmente ben caratterizzati da sembrar vivere autonomamente. Tra i più conosciuti, ovviamente, Madame la Comtesse. Francesco Muzzopappa ci ha concesso un’intervista per anticipare l’uscita del suo ultimo libro, Heidi, dopo Una posizione scomoda, Affari di famiglia e Dente per dente. Francesco Muzzopappa: uno sguardo ai suoi personaggi e alla sua scrittura Come hai iniziato la carriera di scrittore? Ho sempre scritto e letto moltissimo, ma non avevo ancora una voce. L’ha individuata Raul Montanari durante il suo corso di scrittura, incoraggiandomi a irrobustirla. I tuoi personaggi: è stata per tutti una spasmodica ricerca o un’improvvisa e sorprendente intuizione? I protagonisti e i personaggi spalla sono costruiti meticolosamente scendendo fin nei dettagli, ispirati per lo più a gente reale che incontro e da cui rubo molto, esasperando. I personaggi di contorno sono spesso tratteggiati in velocità per essere immediatamente al servizio della storia. Poi nelle stesure successive ci aggiungo ulteriori scavi. A quale, tra loro, sei più affezionato? Forse alla contessa Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna, protagonista di Affari di famiglia, il mio secondo romanzo. Perché è stato complicatissimo mettere in scena tutte le sue manie, costruirle una storia che avesse i tempi teatrali che immaginavo per lei, e che si staccasse totalmente dal protagonista di Una posizione scomoda, un romanzo che è andato molto bene e poteva diventare una gabbia. Il secondo romanzo, si sa, è il più difficile. Sugli altri ho lavorato con più tranquillità, ma questo non vuol dire che non ami i loro personaggi, anzi. Ormai trasferitoti al Nord, ti manca molto casa? Come dico spesso, il cordone ombelicale non si spezza ma si allunga. Cucino pugliese, penso pugliese e tento di vivere “pugliese”, rallentando (quando posso) i ritmi forsennati milanesi. Ci sono progetti futuri di cui vuoi e puoi renderci partecipi? Ho molte idee e tanti progetti, alcuni già iniziati. Dipende da cosa prende il sopravvento e guida il cucchiaino di materia grigia che mi è rimasto in testa. Dato che è appena uscito il tuo quarto romanzo, ti aspettavi il riscontro che hai ottenuto? Sto lavorando sodo per poter continuare a dire la mia. È un ambito difficile, quello editoriale, e proprio per questo continuo a essere immensamente grato alla mia casa editrice e a chi mi sta seguendo negli anni per la fiducia che viene di continuo riposta nella mia scrittura. Dato ciò che scrivo e come lo scrivo, non lo reputo mai scontato. Heidi è un elenco di programmi trash di altissima qualità. Non hai pensato di lavorare davvero per la televisione? Certo che ci ho pensato! C’ho anche provato, anni fa. Ma forse il lavoro in team non fa per me. Da battitore libero me la […]

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Libri

Non so chi sei di Cristina Portolano, Rizzoli Lizard

Non so chi sei di Cristina Portolano è una graphic novel leggermente sui generis rispetto a quelle che si è comunemente abituati a leggere o semplicemente a sfogliare. Pubblicata da Rizzoli Lizard, descrive con estremo realismo il rapporto che ha una donna con il mondo superficiale e leggero degli incontri occasionali. Il mezzo è quello sempre più diffuso dell’impiego di un’app per incontri che permette di controllare gli approcci con il partner quasi nella loro totalità. Non so chi sei di Cristina Portolano: un affaccio sull’universo della leggerezza Dichiaratamente autobiografico, la protagonista vive una dolorosa separazione, quella dalla sua compagna, con cui aveva da lungo tempo intrecciato una relazione. I motivi della rottura sono ininfluenti, ma è ben chiaro che entrambe siano state un punto di riferimento per l’altra e ora – nel loro allontanamento – un nuovo punto di partenza. Da questo momento in poi Cristina avverte uno spiccato interesse nel volersi nuovamente approcciare agli uomini, dopo un lunghissimo rapporto con una donna. Per farlo si convince di dover scaricare Tinder e iniziare un’avventura completamente diversa, scevra dalle responsabilità e dalle preoccupazioni di dover condividere la propria quotidianità. Inizialmente è un esplorare e aspettare i primi “match”, ma le basta poi poco per abituarsi a quel nuovo stile di vita. Ha infatti voglia di dedicarsi a più uomini e non instaurare con nessuno di loro un rapporto preferenziale. Per lei è necessario trattarsi con distacco e seguire un iter ben specifico: messaggio, aperitivo, casa o albergo e, alla fine, la sublimazione dell’incontro e la separazione. Contemporaneamente Cristina è costretta a combattere i pregiudizi delle persone che la circondano e le continue domande che seguono e che cercano spiegazioni. Non basta quindi dimostrare di essere perfettamente consapevoli di ciò che si sta facendo e di avere – comunque – la situazione sotto il proprio controllo. Un flusso di coscienza e un pensiero più profondo e al femminile sulle relazioni Tutto il testo di Cristina Portolano è un flusso di coscienza che ti travolge e ti spinge nella stessa direzione della protagonista: lo stesso dolore, lo stesso dubbio, lo stesso stupore ti pervadono ogni volta che il dialogo si sofferma su un pensiero o un giudizio appena maturati. Le linee dei disegni sono morbidi e danno l’impressione di vivere la storia come se appartenesse ai propri ricordi. Una volta giunti all’ultima pagina ci si sente infatti vuoti, prosciugati. Le scene di sesso (molto frequenti) sono esplicite ed estremamente realistiche, dando perfettamente l’idea della consapevolezza del sesso e del riconoscimento di una donna attraverso di esso, senza tabù e senza limiti o pregiudizi. Nei colori, a volte più tenui e a vote più accesi, del rosa, a creare ricercati contrasti, ci si immedesima vedendo nella fine di una lunga relazione solo il desiderio di riscatto e di un po’ di calore umano senza pretese. Diventa però inevitabile anche domandarsi se, alla fine, tutto ciò possa davvero essere curativo e apportare un significativo contributo alla nostra esistenza. Più probabilmente è solo un modo, […]

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Interviste vip

Da Alici come prima a Le Iene: un’intervista ad Andrea Rossi

Intervista ad Andrea Rossi, ideatore del progetto Alici come prima Affezionatissimo alla sua Napoli e costretto ad allontanarvisi per coltivare i propri sogni, Andrea Rossi è la mente (e il volto) dietro il progetto Alici come prima. Ironico e socievole come tradizione partenopea richiede, dal 2013 è conosciuto per le sue video-inchieste e le “interviste” fatte durante serate e compleanni. Ad oggi fa la spola tra Napoli e Milano, ritenendosi uno dei “pochi” che ha la fortuna di essersi trasferito ma poter lavorare in entrambe le città. Da Alici come prima a Le iene: la volontà di fare la differenza Come è iniziato il progetto Alici come prima? Io scrivo su dei giornali da quando avevo quattordici anni, a partire dal giornalino della scuola. Poi una volta diplomato ho cominciato a scrivere per un giornale locale, Lo strillo, e successivamente sul Roma. C’è stato poi un evento particolare, nel 2013: l’incendio a Città della Scienza. E per me, da napoletano verace, fu terribile. Sentii di dover fare qualcosa. Lo strillo però era un mensile, avrei dovuto quindi aspettare tre settimane prima dell’uscita della notizia, quando tutti ne avevano già parlato. Quindi pensai che dovevo rendermi indipendente. Contemporaneamente ritenni che il modo più veloce per raggiungere le persone fosse il video, perché nessuno legge ormai più, né libri né giornali. E dopo una notte insonne ho deciso di creare una pagina Facebook. Scesi a comprare una telecamera e il giorno successivo feci il primo video. In tre giorni ho fatto tutto. E come sei passato alla tipologia di video legata al mondo delle discoteche e delle feste di compleanno? Nelle discoteche e agli eventi ci sono, in realtà, capitato per caso. Sono partito dalla strada, andavo in giro. Approfittando poi della popolarità di Alici come prima qualcuno ha deciso di portarmi agli eventi. Quindi ho semplicemente trasportato il format dalla strada alle discoteche. Non è bullismo, lo dico rispondendo a ciò che a volte mi hanno detto. Non c’è volontà di evidenziare l’ignoranza dei napoletani, io sono innamorato di questa città. Figuriamoci. E proprio per questo vorrei che fosse uno scossone, prenderli e dire “Guagliù, sveglia! Vi rendete conto che i ragazzi di diciotto anni non conoscono Pino Daniele? Vi rendete conto che i ragazzi di diciotto anni non sanno cosa voglia dire lungimirante?” O “cagionevole”, “poliedrico”, parole di uso comune. E quando mi è capitato che venissero ragazzi vicino a me dicendo “Sai, grazie a te ho imparato il significato della parola ‘autoctono’” per me è stata una grande vittoria. Quel servizio ha avuto uno scopo sociale, pedagogico. Poi mi è capitato anche di non farlo intenzionalmente. Magari di chiedere di raccontarmi un aneddoto sulla festeggiata e loro non sapevano nemmeno cosa significasse “aneddoto”. Ti fa piacere il fatto che molte frasi dei tuoi video siano diventati dei tormentoni? Ovviamente mi fa piacere che nascano i tormentoni. Quando mi incontrano in mezzo alla strada e mi dicono “Dai, facciamo un video dicendo ‘Cavall dall’ a ber’” io posso assicurarti che […]

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Libri

L’animale femmina di Emanuela Canepa, Einaudi Editore

L’animale femmina di Emanuela Canepa è il primo romanzo della bibliotecaria, romana d’origine e padovana d’adozione. È edito da Einaudi e ha raggiunto un grande successo, oltre al conseguimento, assegnato all’unanimità, del Premio Calvino 2017. Il romanzo è un’indagine, profonda, dell’animo umano, apparentemente suddivisa in una classificazione di genere ma così unita nella sua fragilità. L’enorme pregio è infatti quello di poter seguire l’evoluzione di una ragazza che tenta di diventare donna e che, per farlo, è costretta a minare le certezze di una semplicità al maschile. L’animale femmina di Emanuela Canepa: di prigionia in prigionia Rosita Mulè è una ragazza di ventisei anni, costretta a migrare dalla provincia di Caserta a Padova, per realizzare il suo sogno: diventare medico. Nella sua terra natìa era perennemente ostacolata dalle premure e dalle eccessive attenzioni di una donna di vecchio stampo, la madre, convinta che la sua istruzione fosse solo una perdita di tempo. Il distacco non avviene senza dolore e ogni giorno Rosita ne porta il peso come un senso di colpa. D’altronde il resto della sua vita non va certamente come sperava: è al settimo anno di università, indietro con gli esami, incastrata in un lavoro full-time senza prospettive e possibilità di dedicare tempo allo studio e in una relazione senza sbocchi, con un uomo sposato. Tutto sembra cambiare, nel punto di maggiore crisi della sua vita, quando è sul punto di mollare tutto. Dopo un gesto di disinteressato altruismo entra nella vita di Rosita un settantenne molto particolare. All’inizio cerca di convincersi che questa opportunità sia una benedizione, ignara del fatto di starsi infilando in una nuova gabbia, seppur dalle sbarre dorate. L’animale femmina di Emanuela Canepa è la dimostrazione che uomini e donne, quando si tratta di sentimenti, sono un unicum. Probabilmente cambia il modo di processare gli eventi, ma all’amore, all’orgoglio, alla gelosia, alla paura e all’impazienza non si comanda. È la dimostrazione che gli stereotipi esistono ma non è detto che ogni individuo ne sia la rappresentazione vivente: ognuno è fatto di molteplici sfumature e deve solo scoprire fin dove arrivano i propri limiti. E superarli.

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Libri

Tinder Generation: due chiacchiere con lo scrittore Ciro Zecca

Questa è la Tinder generation: è così facile spingere con il proprio pollice a destra o a sinistra, per apprezzare o meno un potenziale partner. È una vetrina che pone inevitabilmente una distanza fra i soggetti. Se da un lato semplifica le cose, perché sei certo – senza equivoci – che le intenzioni sono più o meno le medesime tra coloro che interagiscono, dall’altro vede un’alienazione dei protagonisti, che finiscono per sentirsi in dovere di non rispettare più la persona con cui si sta interagendo. Comincia infatti a sparire l’empatia e le cose diventano più facili, ma anche più fredde, più distaccate, più meccaniche. Serve davvero questo? C’è chi afferma di arricchirsi ugualmente, attraverso l’incontro di nuove persone e nuovi punti di vista; c’è chi invece si sente terribilmente vuoto, dopo che l’”ennesima” persona è entrata nella propria vita e poi ne è immediatamente uscita. Della Tinder generation e delle nuove tendenze correlate abbiamo parlato con Ciro Zecca, scrittore per il cinema, che attualmente lavora per la Lucky Red. Probabilmente vedremo presto sul grande schermo un altro film (il terzo) scritto da lui e prodotto da Medusa. Tinder generation, una chiacchiera con Ciro Zecca sulle nuove tendenze nel campo delle relazioni Lo hai detto tra le righe del tuo libro, Diario di un bastardo su Tinder, ma ribadiamolo chiaramente: cos’è Tinder per te? Penso che il successo che ha avuto lo abbia avuto perché risponde a varie necessità e vari desideri degli utenti: avere un’ampia scelta, una facilità di approccio, il potersi nascondere dietro un telefono… Tantissimi vantaggi dà Tinder. Poi a me, lo hai visto anche nel libro, ciò che più ha colpito tra gli effetti collaterali è il fatto di alienarmi. Prima di Tinder mi era più facile vedere una ragazza carina e avvicinarmi. Dopo è stato più difficile. È come se volessi uno schermo pure lì, vuoi accertarti di piacerle. Ti dà una grande sicurezza il fatto che abbia messo “mi piace” alle tue foto. Ti allontana dalla vita vera. Consiglierei a tutti di usarlo un po’ e poi di cancellarlo. È un peccato se uno non lo prova come molte cose nella vita. Alla lunga non fa bene. Solo quando non hai chance, può darti una mano. Per me è come la dipendenza da alcool. Oggi le app di dating sono particolarmente diffuse. Persino Facebook ha dichiarato di voler implementare le proprie funzioni in tal senso. Cosa ne pensa Ciro Zecca? Mah, penso che sia comunque una cosa positiva. Anche se mi stanno dicendo che in tal senso, rispetto a Instagram, sta diventando più obsoleto. Il dating è una delle principali funzioni che ha dato Facebook. Prima di Tinder c’era Facebook e lo usavamo per rimorchiare. Anche se poi si è creato quasi subito un certo scetticismo da parte delle ragazze soprattutto. A me non ha aiutato tantissimo, ma se sei famoso invece sì. Ghosting e zombieng, due prestiti stranieri. Cosa ne pensi del fenomeno che rappresentano? Beh siamo dei vigliacchi. Anche io l’ho fatto delle volte. […]

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Libri

“Diario di un bastardo su Tinder”, l’esordio di Ciro Zecca con la Marlin Editore

Diario di un bastardo su Tinder è il primo romanzo di Ciro Zecca, scrittore per il cinema originario di Sondrio. È pubblicato dalla casa editrice Marlin editore ed è un testo davvero inaspettato. Tale premessa è necessaria per approcciarvisi convinti, erroneamente, si tratti di un teen drama. La scrittura è cruda, essenziale, efficace: non ci sono mezzi termini, anche i dettagli a sfondo sessuale sono trattati con semplicità e senza la minima ombra di imbarazzo. Sono tanti ma – leggendo il contenuto – appaiono immediatamente necessari al lettore, che finirà per immedesimarsi pienamente con quanto descritto. Diario di un bastardo su Tinder: uno scorcio sulla Tinder Generation Cos’è Tinder? Banalmente è un’applicazione per incontri (in inglese dating) che, nell’80% dei casi, non ha molto a che fare con il romanticismo. Ciò non significa però che chiunque voglia iscriversi non possa cercare la propria anima gemella, ma per farlo è necessario essere chiari da subito ed essere pronti a dover “switchare” molte, moltissime volte. Il testo è un’autobiografia, una presa di coscienza profonda di un impenitente collezionista di incontri casuali e fini a se stessi. Non è certamente un’apologia, ma è il tentativo – lucido – di ripercorrere la propria vita, il proprio passato e le motivazioni che hanno indotto il protagonista stesso a scegliere un approccio del genere con il gentil sesso. Si parla di sesso, quindi, nella maniera più esplicita, senza considerare che spesso è ancora un argomento trattato con distanza e ritrosia, indipendentemente dal proprio orientamento o dal proprio genere sessuale. L’approccio è scevro di bugie, infatti entrambi sanno che l’incontro raramente prevederà una replica. Ciò rende probabilmente non veritiero l’autoappellativo di “bastardo”: per il protagonista, forse, il solo non provare affezione e non desiderare legami di alcun tipo è sufficiente per sentirsi al di fuori della normalità. Ciro infatti ci ha provato, ha tentato anche di allontanarsi da Tinder, ma – alla fine – nonostante il senso di solitudine e di incompletezza della propria esistenza non riesce a farne a meno o a privarsene così facilmente. Ogni esperienza, che descrive in maniera minuziosa, porta però con sé qualche insegnamento e l’idea che anche degli incontri effimeri possono avere qualcosa da regalare. Se proprio nulla, almeno l’adrenalina pre-incontro. Diario di un bastardo su Tinder, quindi, è un libro davvero ben scritto e appassionato, ma non ha nulla a che vedere con l’essere bastardi. Tratta di affetto, disillusione, desiderio e superficialità, ma l’essere bastardi è altra cosa. Essere bastardi è dichiarare di volere una relazione e poi sparire (lasciare attraverso un sms è ormai diventato, banalmente, una via di mezzo quasi giustificabile); è scomparire dopo un mese, tagliare corto, con improbabili scuse come “non riesco ad avere una relazione in questo momento” e impegnarsi con qualcun altro il mese successivo; essere bastardi è raccontare bugie sui propri sentimenti, non cercare di apparire migliori davanti a qualcuno in quell’ora di sesso; essere bastardi è mostrare un interesse a scadenza, peggio ancora solo di natura virtuale; essere bastardi è non lasciare […]

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Cinema & Serie tv

Un posto al sole, ambientata a Napoli, è la serie più longeva italiana

Quando parliamo di serie televisive estremamente longeve la prima a venirci in mente è sicuramente Beautiful, prodotta negli Stati Uniti. L’Italia però ha anch’essa un primato ed è legata all’altrettanto conosciuta soap opera di Un posto al sole: è la prima serie italiana che vanta quasi le 5000 puntate. Un numero effettivamente sbalorditivo per la serie prodotta da Rai Fiction, Fremantle Media Italia e Centro di produzione Rai di Napoli, ormai trasmessa su Rai 3 da lunedì 21 ottobre 1996. Napoli: l’ambientazione tutta partenopea di Un posto al sole La storia è incentrata sulle vicende degli inquilini di Palazzo Palladini, situato sulla collina partenopea di Posillipo, di fronte al mare e, inevitabilmente, allo splendido Vesuvio. In principio l’abitazione apparteneva al conte Giacomo Palladini, un aristocratico napoletano; la famiglia di quest’ultimo è costituita dal nipote Tancredi con la moglie Federica e i figli Alberto, un avvocato, e Alessandro. La terza figlia, al momento, è in Inghilterra. Alla morte del conte l’appartamento più ambito viene lasciato in eredità alla figlia naturale, Anna Boschi, avuta con la governante. La giovane si trasferisce in compagnia di un’amica, del cugino di quest’ultima, di un aspirante giornalista e una modella. La contessa Federica cerca di rendere difficile con ogni mezzo la vita della ragazza, che si vede contesa tra l’altro tra i due giovani Palladini. Ovviamente nel corso della lunghissima serie, le varie vicende si dipanano facendo uscire di scena alcuni protagonisti e introducendone altri che permetterà alla storia di allontanarsi un po’ dal filone originario e dalla faida familiare iniziale. La struttura della serie, curiosità e novità introdotte Un posto al sole è ideato e scritto in Italia da Wayne Doyle con la collaborazione di Adam Bowen e Gino Ventriglia. Il format di riferimento è quello di Neighbours, una serie australiana che segue le storie di alcune famiglie che vivono nell’immaginaria “Ramsay Street”. Il contenuto è variegato al punto da rendere difficile incanalarla in un genere preciso. Tratta infatti temi rosa, ma anche storie di cronaca nera, problemi sociali e casi tipici delle serie poliziesche, come omicidi, tentati omicidi, rapine, sequestri di persona e vicende di camorra. Il tutto intervallato anche da situazioni comiche e grottesche. Queste ultime sono interpretate da alcuni attori appositamente scelti e selezionati come Patrizio Rispo, Marzio Honorato, Lucio Allocca, Carmen Scivittaro e Germano Bellavia. I frequenti sketch tra Patrizio Rispo e Marzio Honorato ricordano intenzionalmente quelli tra Totò e Peppino De Filippo. La storica sigla nel 2015 è stata cambiata, mentre le immagini al suo interno venivano già regolarmente mutate per dare modo agli attori del cast fisso di spiccare di volta in volta prima di dover abbandonare la serie. Accanto a loro, semplicemente menzionati,  i “guest”, ovvero personaggi secondari interpretati da attori come Martina Melani, Raffaello Balzo, Laura Chiatti, Massimo Poggio o Manuela Ruggiero. Insomma, una serie che promette di regalare ai propri spettatori ancora molti anni di colpi di scena e siparietti ilari. Se vuoi essere aggiornato sulle novità di un Posto al sole ti consigliamo di visitare […]

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Libri

Il piccolo vagabondo di Crystal Kung: una storia senza dialoghi della Bao Publishing

Il piccolo vagabondo di Crystal Kung è una delle graphic novel targate Bao Publishing, entrata soltanto da pochissimi mesi a pieno diritto nel loro “parterre”. Il titolo originale è The Little Drifter, mentre la traduzione in italiano è stata affidata a Elisabetta Bellizio. Per la casa editrice è la prima opera proveniente da Taiwan, ma questa non è la sua unica esclusività: è anche il primo lavoro “muto” su cui la Bao Publishing ha deciso di lavorare, inaugurando il 2018 con questa eccezionalità. Il piccolo vagabondo di Crystal Kung: un’opera quasi muta Ciò che effettivamente manca all’interno delle vignette è il dialogo; questo dettaglio non si mostra come un difetto, bensì un punto di forza senza precedenti: i disegni sono fortemente espressivi e nessun particolare è lasciato sospeso. È sparsa solo qualche didascalia per ogni inizio di capitolo e qualche messaggio preciso che la fumettista ha voluto riservare al lettore, sottolineando l’intimità che l’opera vuole mantenere. I colori, a seconda delle circostanze, assumono tonalità più intense o, al contrario, tendenti al pastello. La scelta è sicuramente sempre armoniosa e visibilmente ponderata con estrema attenzione. La rilegatura del fumetto è brossurata, accogliendo con cura le pagine spesse e lucide. «Tutti hanno un piccolo vagabondo nel proprio cuore» è la frase che accompagna il disegno posto in incipit: è collocato ancor prima dell’indice dei vari capitoli ed è un indizio per ciò che si incontrerà nelle pagine seguenti. Non c’è una trama su cui la storia si sviluppa: ogni capitolo costituisce una narrazione a sé con un protagonista comune per ogni vicenda, ovvero un piccolo vagabondo. È un bambino, sorridente, rubicondo e dagli occhi vispi, che appare nei momenti più inaspettati e in qualsiasi parte del mondo. La raccolta è infatti un insieme di vicende che hanno luogo in luoghi dislocati nel mondo, come New York, il Tibet o Xinjiang. È lì per una ragione: donare speranza o offrire un aiuto a coloro che si sentono sconfortati, demotivati o, peggio ancora, persi. Nient’altro che una proiezione di sé tra i lavori Bao Publishing Il piccolo vagabondo, confessa l’autrice, non è nient’altro che la sua proiezione: una piccola donna che come una stella indica la strada ai viandanti e non appartiene veramente a nessun luogo. La simbologia è forte, dal primo all’ultimo capitolo, mentre la storia si conclude proprio a Tapei, capitale del Taiwan da cui la fumettista proviene.

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Libri

Bestiario di Sergio Toppi: un mondo animale ferino e affascinante

Bestiario di Sergio Toppi è un’opera a fumetti del compianto illustratore italiano, pubblicato – per la collana a lui dedicata – dalla Nicola Pesce Editore. È una raccolta a colori in cui il meraviglioso disegno di Toppi si esprime al meglio descrivendo il suo soggetto preferito: il mondo animale in correlazione con gli essere umani. Questo rapporto è infatti affrontato spesso nei suoi lavori, da Sheraz-De a Blues, ma questa volta in maniera più evidente e marcata, senza una storia a fare da cornice. L’introduzione, tradotta come il resto dei testi da Stefano Andrea Cresti, è curata dallo stesso autore, che spiega i motivi della sua profonda fascinazione nei confronti della fauna e ci regala dettagli autobiografici. Contrapposizione e associazione nel Bestiario di Sergio Toppi L’eccezionalità di questo lavoro è la raffigurazione di esemplari maestosi e fieri intervallati da figure mitologiche che infestano l’immaginario umano o il mondo onirico, come l’incontro tra Teseo e il Minotauro o il disegno di un centauro illuminato da una Luna “personificata”. Sotto è evidente il profondo lavoro antropologico che relaziona indomite bestie con l’essere umano, entrambi colti in un momento di estrema contrapposizione o di associazione. Una delle figure più emblematiche è quella della donna che spicca il volo accompagnata da un uccellino che rappresenta perfettamente il concetto di somiglianza tra i soggetti, oltre a manifestare tutta la bravura artistica di Toppi. Una delle principali caratteristiche e modalità d’espressione artistica del fumettista è quella di non rinchiudere i propri disegni nella canonica quadratura di una vignetta: sono infatti liberi di muoversi, vivere e invadere lo spazio, seguendo linee geometriche perfette come triangoli, quadrati e rettangoli. Le tavole, alcune in bianco e nero, altre con i colori forti che contraddistinguono le scelte stilistiche del maestro Toppi, sono intervallate da brevi saggi che hanno valore introduttivo ed esemplificativo delle opere. Queste parlano della vita e della formazione dell’artista, dei suoi riconoscimenti, dei premi che ha conseguito nella sua carriera e dei debiti che ha la storia del fumetto nei suoi confronti. A dire la propria sono chiamati Marco D’Angelo e Sara Valle, Pierre Yves Lador (che ha anche creato le didascalie ai disegni), Gianni Brunoro e Michel Jans. Nelle ultime pagine viene spiegato da dove ogni singolo disegno della raccolta è stato preso, sottolineando l’impegno profuso del maestro come illustratore: le commissioni sono giunte da riviste, testi, libri come Fantastici rapaci di Federico Cauli, «Archéo», Grogh, storia di un castoro, I tarocchi delle origini e molti altri.

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Interviste

Mega Superbattito: chi è Gazzelle?

Non è timido, solo estremamente riservato: è Flavio, in arte Gazzelle, cantautore romano e baluardo del sexy pop. Di cosa si tratta? È un genere musicale la cui definizione «è nata al bar, è nata così, per giocare, perché con Antonio (dell’etichetta discografica Maciste Dischi) ero in procinto di far uscire il disco e servivano per il comunicato stampa delle piccole frasi per la sua introduzione; mi ha chiesto di scrivere qualche riga per autodefinire il lavoro». Gazzelle sembra avere le idee molto chiare su questo particolare nuovo genere: in questo modo indica quel tipo di musica che vorrebbe le coppie ascoltassero durante i momenti di intimità, proprio perché sexy nella musicalità e nei testi. Sostenuto dalla famiglia e aiutato inizialmente dal fratello, che ha uno studio di registrazione, oggi può vantare un anniversario importante: l’uscita di Superbattito, avvenuta nel marzo 2017. Ottenuto poi “il disco d’oro”, sono usciti anche Nero (2017) e Mega Superbattito (2018). Inoltre, durante il suo tour, ha fatto moltissimi sold out alcuni dei quali a Napoli, all’Atlantico di Roma e a Milano. Gazzelle: l’intervista Come è nato Gazzelle? E come è arrivato a collaborare con la Maciste Dischi? Gazzelle artisticamente è nato da piccolo, quand’ero bambino. Alle elementari ho scritto la mia prima canzone, grazie a mio padre che mi aveva regalato una tastiera, e mi sono avvicinato alla musica in maniera abbastanza naturale. Poi ho continuato a scrivere, pure e soprattutto al liceo. Ed era una cosa che sapevo solo io, non la dicevo a nessuno. Lo sapeva solo il mio migliore amico. Però non mi andava di espormi, finché qualcuno non mi ha iniziato a dire “Fla ma che le scrivi a fa’ se te le devi tene’ pe’ tte?” e a 22 anni ho preso coraggio e ho fatto il mio primo concertino chitarra e voce, in un localino in un sottoscala di un pub a Trastevere, dove sono venuti solo i miei amici, una trentina di persone. Nessuno lo sapeva, è stato uno shock per tutti. E gli è pure piaciuto, mi sono un po’ fomentato e ho iniziato a fare dei piccoli live solo a Roma. Poi ho voluto una band e ho cominciato a cercare musicisti, ci ho messo un po’. Ho scritto un po’ di canzoni nuove e ho deciso di registrarle perché mi ero stufato che rimanessero così. Ho registrato un demo con quattro canzoni, tipo Non sei tu, Zucchero filato, Quella te e Non mi ricordi più il mare, e l’ho mandato a tutti quelli che trovavo perché non avevo idea di come funzionasse. Prima alle grandi major e poi alle etichette indipendenti. Mi è capitato per caso Maciste Dischi su Facebook, che non mi ha risposto. Poi dopo due mesi, mentre io ero in giro, mi squilla il telefono, mi chiama Antonio e inizia a farmi i complimenti. Quanto c’è di autobiografico nelle tue canzoni? Hai voluto creare un personaggio o ciò che leggiamo e vediamo sei proprio tu, un po’ naif? Di base è […]

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Libri

L’età adulta è l’inferno: il maestro dell’horror Lovecraft spaventato dall’amore

H.P. Lovecraft è considerato il maestro dell’horror e il più grande creatore di misteri del Novecento pressoché all’unanimità: ne ha mutato la concezione e ha creato – dal punto di vista temporale e spaziale – un universo ineguagliabile, racchiuso in opere come il Necronomicon, ad oggi tra i lavori più affascinanti del genere. Non molti però conoscono tutti i dettagli della sua vita: un personaggio particolare, austero, rigoroso, ma dotato di una buona dose di sagacia. Come se non bastasse, figlio del suo tempo, era antisemita, xenofobo e misogino. Anche fortemente misantropo, seppur intrattenesse fittissimi rapporti epistolari con destinatari che ha raramente conosciuto. Lovecraft e il suo epistolario autobiografico Le lettere che spediva, spesso anche di una quarantina o cinquantina di pagine, custodiscono la biografia di Lovecraft, il quale – come tutti gli esseri umani – dimostra di essere fallibile e terribilmente incoerente. Nonostante le sue idee politiche e sociali, uno dei suoi migliori amici era indiscutibilmente ebreo (Samuel Loveman), così come l’unica donna che lui abbia mai amato (e sposato): donna, ebrea e ucraina, tutte caratteristiche che normalmente lo avrebbero fatto inorridire. Alla sua visione rigida si contrapponevano solo la madre e le zie, considerate donne dalla vita encomiabile. «Mia madre […] era l’unica persona che mi capisse perfettamente. Era una persona di una forza di carattere e di un fascino rari e inusuali, esperta di letteratura come di belle arti; una studiosa di formazione francese, una musicista, una pittrice a olio. Con tutta probabilità, non incontrerò mai più una mente altrettanto ammirabile sotto ogni punto di vista». Dei vari carteggi inviati ad amici e ammiratori manca sicuramente la parte legata all’amore cieco che provava proprio per Sofia Haft Greene, finita bruciata dalla stessa dopo il loro divorzio. L’età adulta è l’inferno è la raccolta, curata da Marco Peano e pubblicata nel 2018 da L’Orma Editore, che dà la possibilità – attraverso un’accurata selezione delle parti più significative delle produzioni lovecraftiane e una piccola introduzione esplicativa a ciascuna lettera – di conoscere l’autore nella sua intimità. La possibilità di comprendere che il più grande autore di libri dell’orrore era un uomo comune, nostalgico dell’età infantile e consapevole di non essere fatto per l’amore benché sua moglie lo meritasse. Poche pagine nella profondità di un uomo come tanti eppure unico nel suo genere.

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L’odore dei ragazzi affamati di Peeters e Phang

L’odore dei ragazzi affamati (titolo originale L’odeur des garçons affamés) è una graphic novel creata dal fumettista Frederik Peeters e dalla scrittrice e sceneggiatrice Loo Hui Phang, tradotta da Maria Teresa Segat e pubblicata dalla BAO Publishing (già editrice di Macerie prime e La giusta mezura). Un’opera in cartonato, di 112 pagine, a colori: le tinte sono forti e vivide, i colori si contrappongono nelle accese tonalità del rosso o dell’azzurro, a seconda che ci si trovi sul piano reale o su quello onirico. I disegni sono accurati, meticolosi, espliciti. «Esci dall’acqua e rimettiti quegli stracci. È strano parlare con una persona nuda quando si è vestiti.» «Perché?» «A me dà fastidio. O si è entrambi nudi, o entrambi vestiti. Si chiama parità.» «…E non c’è niente di più bello dell’odore dei ragazzi affamati» A fare da sfondo un’ambientazione western post secessionista, nel polveroso e desertico Texas. I protagonisti sono tre, un gruppo male assortito di individui di cui (se dovessero malauguratamente sparire) non si sentirebbe la mancanza: sono stati ingaggiati da uno sconosciuto multimiliardario per svolgere uno studio approfondito sulla comunità di nativi americani Comanche. Ognuno di loro (Milton, Oscar e il Signor Stingley) nasconde un segreto profondo e porta con sé una quantità poco invidiabile di demoni. Stingley sottolinea quanto il loro gruppo sia una società in scala ridotta, di cui lui sarebbe l’elemento primario con potere decisionale e depositario del sapere tecnico, Oscar Forrest l’elemento secondario con funzione esecutiva e Milton quello terziario, che non deterrebbe alcun sapere e il cui ruolo sarebbe “puramente domestico”. Anche nelle più strutturate società, però, bisogna tener conto delle individualità e delle proprie capacità, spesso tenute nascoste fino alla necessità di doverle manifestare, magari per amore. Allo stesso modo non bisogna sottovalutare un altro importantissimo elemento: l’”immenso, insolente, innegabile” desiderio che pervade l’essere umano, che muove i protagonisti e il mondo stesso, condizionandolo costantemente nelle sue scelte e nelle sue azioni. E non importa che si indentifichi strettamente nella sessualità o più largamente nell’avidità e nel desiderio di possesso. I protagonisti impareranno a conoscersi, affronteranno moltissimi pericoli, sfuggiranno a un cacciatore di taglie e dovranno sopravvivere a una mandria imbizzarrita di mustang diretta verso di loro. Dovranno stringersi forte o imparare a riconoscere chi tenere lontano, mentre scopriranno moltissime verità indagando su se stessi e sulle proprie pulsioni. «Siamo ancora vivi?» «Più vivi che mai»

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La piccola Parigi, il romanzo di Alessandro Tonoli

La piccola Parigi – Leggende di Cabiate è un romanzo scritto da un giovanissimo studente, Alessandro Tonoli, e pubblicato da GWMAX Editore. A cosa faccia riferimento il titolo non è chiaro nemmeno ai protagonisti della storia, che decidono di attribuire tale nome a volte a una piccola e sconosciuta bambina, a volte alla città di Cabiate. O a entrambe. La cosa certa è che è una storia d’amore, tutt’altro che ordinaria e convenzionale. La piccola Parigi, una storia di sogni e desideri Cabiate è un piccolo comune in provincia di Como. Qualcuno lo chiama la “Piccola Parigi”, qualcun altro attribuisce il nome a una dolcissima bambina che gironzola saltellando per la città, vestita di rosso. Nessuno sa chi sia, ma tutti la conoscono: è colei che parla sempre con tutti e ha un sogno quasi surreale ma rispettato con assoluta dignità dagli abitanti della cittadina. La piccola vorrebbe far crescere un seme molto particolare al centro dell’unico spazio verde di Cabiate. A raccontare questa vicenda è il nonno di Chiara, che dopo la morte della propria compagna di vita, sente di dover svelare un segreto alla sua nipotina di 10 anni. Chiara, come tutti i bambini della sua età, si mostra inizialmente irrequieta e reticente, ma le basta percepire quanto ciò sia importante per il nonno da sedersi buona e restare immobile prima di dover fare i compiti. Poche parole e la sua attenzione viene completamente catturata: ascolta con espressione solenne, introducendosi prudentemente quando sente di tradire la propria infantile curiosità. Lei assomiglia terribilmente alla Piccola Parigi e, come assorbe tutta la storia, si ritrova improvvisamente a condividere con il nonno qualcosa di estremamente importante, forse più di quanto lei stessa possa comprendere. A colpirla è la consapevolezza del peso di una vita fatta d’amore e devozione, di un affetto talmente profondo da legare due persone in maniera indissolubile, persino dopo la morte. Chiara sarà felice, nonostante il romanzo porti, al suo completamento, strascichi di pura amarezza, di quelli difficili da mandar via.

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