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Eroica Fenice

Libri

Tu che colori la mia ombra, il secondo romanzo di Elle Eloise (Delrai Edizioni)

Tu che colori la mia ombra della talentuosa autrice italiana Elle Eloise, è il secondo romanzo – il primo è Apri gli occhi e comincia ad amare – della serie How to Disappear Completely pubblicato da Delrai Edizioni – il terzo e ultimo, Il tuo sorriso controvento, è uscito lo scorso luglio. Nonostante si tratti di una serie, i tre romanzi sono, in realtà, autoconclusivi e il fil rouge che li accomuna è la presenza in essi di tre personaggi principali su quali Elle Eloise ha costruito ciascuna storia. Tu che colori la mia ombra è incentrato su Paolo – incontrato nel primo libro – un ragazzo turbolento e infelice, rientrato in Italia dopo aver salutato la sua amica – ed ex cotta – Sara che ha lasciato in Austria intenta a ricostruirsi una vita con il suo ragazzo Isaak. Paolo è distrutto, solo, perseguitato dagli incubi sulla morte dell’amica Monica, con la quale aveva una storia, incapace di andare avanti come stanno facendo gli altri per non mancare di rispetto a lei che è scomparsa tragicamente così presto, così giovane. Sarà una vecchia conoscenza, Noemi, rincontrata per caso – o per uno strano scherzo del destino – ad aiutarlo a ricominciare a vivere non senza dover però affrontare e superare le tante difficoltà che incontreranno lungo questo cammino che li porterà inevitabilmente a legarsi l’uno all’altra. Tu che colori la mia ombra è il secondo romanzo di Elle Eloise pubblicato da Delrai Edizioni In Tu che colori la mia ombra, edito dalla casa editrice Delrai Edizioni, Elle Eloise propone una storia coinvolgente che, dalle iniziali tinte fosche dei primi capitoli, si evolve colorandosi vivacemente come il cielo dopo una tempesta. Ed è proprio la tempesta emotiva uno dei temi centrali da lei trattato e sviluppato nel suo romanzo con i personaggi – anche quelli secondari rivestono un ruolo importante per raggiungere questo scopo – che si lasciano andare alle loro emozioni vivendole appieno e intensamente. Ottima anche la scelta di affidare la narrazione a Paolo e Noemi che alternano le loro voci esprimendo ognuno le proprie sensazioni riguardo le situazioni che li vedono coinvolti sia direttamente che indirettamente. Questi due ragazzi, con un vissuto problematico e non certo facile come facile non sarà il loro percorso insieme, mostrano ai lettori il loro meglio e, soprattutto, il loro peggio senza lasciare nulla nell’ombra. Le loro storie passate e quella presente che li vede scoprirsi e unirsi, scorrono fluide dinanzi agli occhi di chi le legge grazie a uno stile lineare e mai appesantito che attraversa e fa vibrare senza sosta in un continuo crescendo le oltre 400 pagine di cui si compone il libro. Tu che colori la mia ombra è un romanzo penetrante da – letteralmente – divorare dal primo all’ultimo capitolo perché pieno di vita e, soprattutto, di speranza; una coloratissima speranza capace di illuminare anche le tenebre più oscure che si annidano nell’animo umano.

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Cinema & Serie tv

Justice League, Zack Snyder dirige un’intera squadra di supereroi

In programmazione nelle sale italiane, Justice League è l’ultimo film basato su un soggetto scritto da Chriss Terrio e Joss Whedon, diretto dal regista Zack Snyder. La storia si svolge in seguito alle vicende di Batman v Superman: Dawn of Justice – del 2016 sempre per la regia di Snyder – e vede Bruce Wayne/Batman (Ben Affleck) e Diana Prince/Wonder Woman (Gal Gadot) alle prese con Steppenwolf (Ciarán Hinds), un malvagio alieno che minaccia la Terra insieme al suo esercito di parademoni. Dopo la morte di Clark Kent/Superman (Henry Cavill), il potere delle tre scatole madri si è riattivato richiamando a sé Steppenwolf che intende impadronirsene. Quest’ultimo riesce a prendere prima quella custodita dalle Amazzoni che avvisano Diana la quale, insieme a Bruce – sempre aiutato dal fedele Alfred (Jeremy Irons), convincerà a unirsi a loro altri tre supereroi: Barry Allen/Flash (Ezra Miller), Victor Stone/Cyborg (Ray Fisher) e Arthur Curry/Aquaman (Jason Momoa). Il gruppo si compatta definitivamente quando l’alieno riesce a impossessarsi anche della scatola degli Atlantidei e Bruce propone di riportare in vita Clark utilizzando l’energia dell’ultima scatola in loro possesso. Dopo un’iniziale perplessità, gli altri decidono di mettere in pratica il suo piano riuscendo nel loro intento; tuttavia, non riconoscendo i compagni, il supereroe kryptoniano li attacca e soltanto l’intervento della sua amata Lois Lane (Amy Adams) lo fa rinsavire evitando il peggio. Steppenwolf, richiamato ancora una volta dal potere della scatola, riesce a prenderla e lo scontro finale tra lui e la lega dei supereroi con Superman al loro fianco sarà inevitabile. Justice League, non tutti i supereroi sono poi così “super” Justice League, il cui promo è stato presentato al San Diego Comic-Con International del 2016 – si mostra al pubblico in una veste più leggera rispetto ai precedenti lavori targati D.C. Sostituita la serietà con una buona dose di battute e gag comiche – Ezra Miller e Jason Momoa conquistano per la loro simpatia, goffa nel caso del primo e più sfrontata per il secondo – il nuovo film di Zach Snyder ha però dei difetti che sono alquanto evidenti. Partendo dagli effetti speciali che non soddisfano appieno – anche se su alcuni, come la resa del personaggio di Steppenwolf e Cyborg ad esempio, ci si sarebbe dovuti concentrare di più – la pellicola in sé stessa sembra quasi “doversi sbrigare”. I nuovi personaggi vengono introdotti con poche e sommarie spiegazioni, i dialoghi presentano inutili ripetizioni e palese è l’intenzione di emulare – malamente – la Marvel. A dare credito e credibilità alla squadra, vengono in soccorso dei nuovi arrivati i veterani Wayne/Affleck, Prince/Gadot e Kent/Cavill ormai probabilmente più avvezzi a vestire i panni dei loro supereroi. In definitiva, Justice League è ben lontano dall’essere portatore di quella perfezione cinematografica riscontrabile nei film del genere che l’hanno preceduto e in alcuni più recenti. Tuttavia, si sa, il mondo è sempre soggetto a nuove minacce perciò non resta che sperare che, nel frattempo, i suoi supereroi e chi li dirige non si facciano trovare impreparati.

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Cinema & Serie tv

Mudbound: fango, sudore e sangue su Netflix

Presentato in anteprima a gennaio al Sundance Film Festival 2017, Mudbound è stato distribuito dalla famosa piattaforma di streaming Netflix dal 16 novembre. È il 1939 quando l’insegnante trentunenne Laura Chappell (Carey Mulligan) incontra Henry McAllan (Jason Clarke), il suo futuro marito. Una volta sposati i due vivono felicemente a Memphis insieme alle due figlie nate nei primi anni del matrimonio, fino a quando Henry non le comunica che si trasferiranno in una fattoria del Mississippi nella quale andrà a vivere anche l’odioso padre di lui (Jonathan Banks). La vita di Laura viene letteralmente stravolta arrivata lì e il suo unico conforto è la conoscenza di Florence (Mary J. Blige), moglie di Hap Jackson (Rob Morgan) il loro mezzadro. I rapporti, però, non sono facili a causa dal diffuso razzismo che domina in quei luoghi; i Jackson, infatti, sono una famiglia di colore. Nel frattempo, oltreoceano, infuria la Seconda Guerra Mondiale e, in seguito all’attacco dell’Impero giapponese alle basi americane di Pearl Harbor, anche gli Stati Uniti entrano attivamente nel conflitto. Due membri delle rispettive famiglie si arruolano nell’esercito: Jamie McAllan (Garrett Hedlund), fratello minore di Henry e Ronsel Jackson (Jason Mitchell), il figlio maggiore di Florence e Hap. Fortunatamente entrambi ritornano sani e salvi dalla guerra ma, entrambi, portano dentro di loro i segni delle profonde ferite e dei traumi che li accomunano avvicinandoli. Questa amicizia, però, non può essere tollerata dalla comunità in cui vivono e i due giovani subiranno le brutali conseguenze del loro legame proibito che muteranno irreversibilmente non soltanto le loro vite ma anche quelle dei loro familiari. Mudbound e la durezza di una terra ingrata Diretto dal regista Dee Rees e con la sceneggiatura di Virgil Williams, il film è l’adattamento cinematografico del romanzo di Hillary Jordan, Fiori nel fango, pubblicato nel 2008. Così come la versione cartacea, anche quella filmica ripropone – con maggiore forza dato che il pubblico vede e sente i personaggi che la animano – una storia che colpisce sin dall’inizio perché emotivamente coinvolgente e valida. Dalle ambientazioni che ben rendono l’idea dell’America rurale di quegli anni alle sorprendenti performances di tutti gli attori; dalle musiche che enfatizzano i momenti più significativi alla riproduzione curata e fedele delle scene belliche e di quelle a sfondo razziale, nulla è stato lasciato al caso e il tutto fa presagire che la pellicola concorra agli Oscar 2018. Eccellente la scelta di far parlare individualmente i protagonisti che, in questo modo, offrono agli spettatori una visione più completa dei loro personaggi creando un legame più intimo e profondo che enfatizza le vicende che interpretano e che, alla fine, ruotano sempre intorno a lei, la terra: la vera star del film. “Hanno lavorato questa terra per tutta la vita, questa terra che non sarebbe mai stata loro. Hanno lavorato fino a sudare. Hanno sudato fino a sanguinare e hanno sanguinato fino a morire. Sono morti lavorando quella dura terra bruna che non sarebbe mai stata loro.” La terra intesa non soltanto come possedimento dal quale […]

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Cinema & Serie tv

Il libro di Henry, l’ultimo (quasi) riuscito lavoro di Colin Trevorrow

In uscita al cinema il 23 novembre, Il libro di Henry è un film nel quale il regista Colin Trevorrow ha deciso di unire i generi drammatico e thriller ottenendo un prodotto non del tutto convincente perché il risultato finale è alquanto confuso. Susan Carpenter (Naomi Watts) è una madre single che si occupa dei suoi due figli: l’undicenne Henry (Jaeden Lieberher) e il piccolo Peter (Jacob Tremblay). Mentre quest’ultimo è un bambino tenero – normale se paragonato al fratello maggiore -, Henry è dotato di un cervello geniale e di una maturità fuori dal comune. È lui, infatti, “l’uomo di casa” che si occupa di tenere in ordine i conti, di consigliare la madre sostituendosi spesso a lei come l’adulto responsabile tra i due, di aiutare e difendere Peter prendendosene sempre e pazientemente cura difendendolo dai bulletti che a scuola si approfittano di lui perché indifeso. D’altronde Henry è fortemente convinto che, di fronte a qualsiasi ingiustizia, non si debba rimanere indifferenti ma sia doveroso per chiunque agire. Per questo motivo escogiterà un piano minuzioso, perfetto nei minimi particolari, per aiutare la coetanea e vicina di casa Christina Sikleman (Maddie Ziegler) a liberarsi una volta per tutte del patrigno Glenn (Dean Norris) che abusa di lei e che nessuno crede capace di un simile crimine perché è un poliziotto. La vita, però, ha in serbo ben altro per il giovane Henry e sarà dalla scoperta di un mostro di diversa natura e impossibile da sconfiggere che, a doversi occupare di Christina, sarà proprio una distrutta ma determinata Susan che seguirà tutte le istruzioni annotate per lei dal figlio nel libro che le ha lasciato. Il libro di Henry : quando il troppo stroppia Malgrado le buone intenzioni di Trevorrow (sua è la regia di Safety Not Guaranteed del 2012 e Jurassic World del 2015), Il libro di Henry non è stato accolto positivamente dalla critica. In effetti, nonostante un cast di tutto rispetto che ha impreziosito la pellicola con delle interpretazioni notevoli sia da parte degli attori più grandi che dei più piccoli, lo spettatore si perde tra i momenti drammatici prima e quelli di suspense propri del thriller poi. La narrazione sembra non seguire un vero e proprio filo logico proseguendo a “saltarello” e, di conseguenza, anche le emozioni suscitate dalle scene più importanti sono discontinue, scoordinate e subito sostituite dalle successive. Questa confusione è stata data dall’aver voluto esagerare aggiungendo fin troppi elementi diversi tra loro a una trama che, se fosse stata meno elaborata e ambiziosa o quantomeno coerente dall’inizio alla fine, sarebbe stata impeccabile e avrebbe fatto de Il libro di Henry un film pienamente riuscito.

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Cinema & Serie tv

La signora dello zoo di Varsavia con Jessica Chastain

Basato sul libro dell’autrice americana Diane Ackerman (The Zookeeper’s Wife: A War Story – 2007), La signora dello zoo di Varsavia è in programmazione nelle sale italiane dal 16 novembre. Siamo a Varsavia nell’estate del 1939 e la notizia di un’imminente invasione da parte della Germania nazista guidata da Hitler è ormai sulla bocca di buona parte della popolazione polacca. Questa voce raggiunge anche i coniugi Żabiński, il dottor Jan (Johan Heldenbergh) e sua moglie Antonina (Jessica Chastain) che gestiscono lo zoo della loro città con grande dedizione prendendosi cura di tutti gli animali che ospita. Tuttavia, in seguito ai bombardamenti e all’occupazione nazista, la coppia è costretta a obbedire al capo zoologo nominato dal Reich, Herr Lutz Heck (Daniel Brühl), il quale inizia col prelevare le specie più rare per trasferirle a Berlino con il pretesto che lì saranno al sicuro e, una volta entrato nell’esercito tedesco, tornerà insieme ai soldati che ne prenderanno possesso. Non potendo più far niente per salvare i loro amati animali, Antonina e Jan, coscienti di quanto sta accadendo ai loro connazionali di religione ebraica, trasformano lo zoo in un rifugio segreto nel quale nascondere più persone possibili nella speranza di aiutarle a far lasciare loro il Paese salvandole così dal crudele destino che le attenderebbe se vi rimanessero. La signora dello zoo di Varsavia, la storia vera di un’eroina comune Se l’autrice Diane Ackerman ha riportato alla luce la storia di Antonina Żabińska scrivendo un libro su quanto fece più di sessant’anni fa – ciò è stato possibile grazie alle informazioni contenute nel suo diario e grazie anche a un’accurata ricerca tra le varie fonti storiche su questo particolare e, fortunatamente, non isolato episodio – la regista neozelandese Niki Caro ha adempiuto al non facile compito di dirigere il film tratto dal romanzo. A completare questo quartetto di donne speciali, si è aggiunta l’attrice Jessica Chastain che della Żabińska ha vestito i panni contribuendo così a rafforzare l’incredibilità della persona divenuta personaggio. La sua brillante interpretazione, così come quella dei colleghi Heldenbergh e Heck, è di quelle che lasciano senza fiato tanto – per usare un’espressione tipica dell’ambiente cinematografico – “buchi lo schermo” arrivando a far sentire partecipe lo spettatore del suo sentire: del dolore che prova prima per la perdita dei suoi animali che tratta come delle persone a lei care e poi per delle persone che non conosce ma che cerca disperatamente di salvare dal fare la fine di animali mandati al macello. La signora dello zoo di Varsavia è un film drammatico la cui drammaticità è acuita dall’essere tratto da una storia vera, quella di una donna comune che ha fatto del suo coraggio e della sua compassione un esempio di umanità rara in un periodo durante il quale proprio il termine “umanità” è rimasto sconosciuto a tanti, troppi che sono diventati ciechi, sordi e muti di fronte agli orrori che sono stati impunemente perpetrati durante i sei lunghi anni della Seconda Guerra Mondiale.

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Libri

Storia di Roque Rey, l’ultimo romanzo di Ricardo Romero

Ricardo Romero, classe 1976, è una delle migliori penne del panorama letterario argentino contemporaneo ed è tornato in libreria con Storia di Roque Rey, il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia da Fazi Editore nella collana Le Strade. Ambientato nella città di Paranà in Argentina, la trama ha per protagonista Roque Rey, messo al mondo nell’autunno del ’57 da una madre single che non sapeva nemmeno di aspettarlo e che, dopo appena un paio di mesi dalla sua nascita, lo “affida” – anche se “abbandona” è il termine corretto – alle cure della sorella e del cognato. Cresciuto dalla zia Elsa e dallo zio Pedro, Roque fantastica sui propri genitori: sul padre, ignaro di esserlo diventato, e sulla madre che si limita a inviargli cartoline per il giorno del compleanno sbagliandone addirittura la data. È uno studente modello e si comporta bene come ci si aspetterebbe da un ragazzino educato a dovere. A cambiare il corso di questa sua esistenza stabile e tranquilla è la morte dello zio quando lui ha dodici anni. Il giorno del funerale Roque, come chiestogli dalla zia, indossa le scarpe nuove e perciò dure del marito per ammorbidirle consentendo così al defunto di giungere agevolmente nell’aldilà senza fermarsi. A non fermarsi, tuttavia, sarà proprio il giovane protagonista che, una volta uscito di casa per adempiere al suo compito, inizierà un viaggio lungo quarant’anni che lo condurrà in giro per tutto il Paese e durante il quale incontrerà tante e diverse persone che lo aiuteranno a crescere e a scoprire meglio se stesso. Storia di Roque Rey, un romanzo ambizioso e completo Suddiviso in nove capitoli, ognuno dedicato a un episodio significativo della sua esistenza, Storia di Roque Rey è un romanzo denso di informazioni e riflessioni da leggere con molta attenzione senza saltarne neanche un passaggio. Questo perché, alla narrazione delle vicende del protagonista con tanto di analisi intima delle sue sensazioni e dei suoi pensieri, si aggiungono quelle degli innumerevoli personaggi – vivi e non – che conoscerà lungo il suo cammino. Dall’anziano Umberto, prete epilettico e parricida, a i Los Espectros dei musicisti itineranti che lo accoglieranno tra di loro facendo di lui un ballerino; dal dissoluto bohémien Marcos Vryzas a Mariana Gallardo con la quale scoprirà l’amore; dalla piccola Natalia fino alla moglie Inés, tutti lasceranno in Roque qualcosa che lo aiuterà a maturare. Molta rilevanza, inoltre, viene data ai morti con i quali il protagonista entrerà in contatto a causa del suo lavoro presso l’Obitorio Giudiziario di Buenos Aires e dei quali calzerà le scarpe che, ogni volta, gli mostreranno la via da seguire. Quest’ultimo è, senza alcun dubbio, l’elemento che più conferisce forza e particolarità alla trama perché evidenzia l’intenzione dell’autore a voler eliminare, valicandolo, il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti così da permettere a Roque di andare più a fondo nel suo intimo sentire interpretandolo – a suo modo e quando possibile – attraverso un’esperienza altra. Con Storia di Roque Rey, Ricardo Romero ha offerto […]

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Cinema & Serie tv

Capitan Mutanda-Il film: un nuovo (improbabile) supereroe è arrivato in città

Basato sull’omonima serie di libri per bambini ideata nel 1997 dallo scrittore statunitense Dav Pilkey, Capitan Mutanda-Il film prodotto dalla DreamWorks Animation è uscito il primo novembre nelle sale italiane. George e Harold, migliori amici sin dall’asilo, frequentano la quarta elementare e da anni sono i responsabili degli scherzi che hanno avuto per vittime il corpo docenti e il preside della scuola, il burbero e irascibile Signor Grugno. Scoperti dopo l’ultima birbonata, i due stanno per essere separati per punizione in due classi diverse e, vedendo messa a repentaglio la loro amicizia, provano – riuscendoci – a ipnotizzare il preside facendogli credere di essere il supereroe da loro creato che anima i fumetti che i due bambini si divertono a realizzare durante il tempo libero: Capitan Mutanda. Così, con un semplice schiocco di dita, il Signor Grugno “sveste” – è proprio il caso di dirlo visto e considerato che il suo costume si compone di un mantello di poliestere rosso e un paio di ridicoli mutandoni – i panni di questo simpatico e atipico eroe rimanendo sotto l’effetto dell’ipnosi fino a quando non viene bagnato con dell’acqua fredda. Quello che George e Harold non sospettano minimamente è che un cattivo, il Professor P., si farà assumere come insegnante nella loro scuola per portare a termine il suo folle piano che consiste nell’eliminare definitivamente il riso dai bambini e toccherà proprio al loro Capitan Mutanda salvarli da questa minaccia. Capitan Mutanda-Il film : spazio alla fantasia Dopo aver vinto il Disney Adventures Kids Choice Award nel 2007, essere stata tradotta in 20 lingue, aver venduto oltre 70 milioni di copie per un totale di 11 libri pubblicati fino a ora ed essersi guadagnata un posto nell’elenco dei “libri più proibiti” d’America, la serie di Capitan Mutanda – la DreamWorks Animation ha mantenuto la parola data 6 anni fa – ha esordito con l’inizio della serie al cinema. Fresco, divertente e irriverente quanto basta, Capitan Mutanda-Il film contagia sin da subito con la sua allegria e vivacità. L’idea di base è semplice, senza le esagerazioni visive a cui il pubblico è ormai abituato ed è proprio la semplicità, condita con la giusta dose di humor, a essere la carta vincente del lungometraggio. Realizzato con diverse tecniche d’animazione – grafica computerizzata, animazione tradizionale, puppet animation e la sorprendente flip-o-rama – il film non ha davvero nulla da invidiare alle altre pellicole del genere. Lo sceneggiatore Nicholas Stoller e il regista David Soren, attraverso la spiccata fantasia e spontaneità dei suoi due piccoli protagonisti e grazie al susseguirsi di gag comiche, nonsense e paradossi, hanno trasposto alla perfezione la storia dalla carta stampata al grande schermo. Stoller e Soren sono riusciti a inserire anche un breve ma intenso momento di grande profondità e sensibilità tutte umane, dove una seria riflessione prende il posto della leggera spensieratezza che pervade il film: la scoperta da parte di George e Harold della solitudine in cui vive il loro preside. Quest’ultimo, segretamente innamorato di Edith, la cuoca della […]

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Cinema & Serie tv

Gifted-Il dono del talento, l’ultimo film diretto da Marc Webb

Proiettato nelle sale americane lo scorso aprile, Gifted-Il dono del talento è uscito il primo novembre in quelle italiane per la regia dello statunitense Marc Webb. Ambientata in una cittadina vicino Tampa, nello stato della Florida, la pellicola ha per protagonista Mary Adler (Mckenna Grace), una bambina di quasi 7 anni, che vive insieme all’aitante e single zio Frank (Chris Evans) da quando la madre e sorella di lui, Diane, si è suicidata. Frank, che adesso ripara barche mentre prima era docente di filosofia all’università, si è preso cura di lei sin da allora aiutato nel difficile compito di crescerla da Roberta Taylor (il premio Oscar Octavia Spencer), una loro buona e affezionata vicina. Difficile non soltanto per quanto riguarda gli aspetti più “pratici” dell’occuparsi di un’altra persona; quanto e maggiormente perché Mary non è affatto come i suoi coetanei. Così come la mamma, la bimba è un vero e proprio prodigio della matematica ed è talmente geniale da impressionare, sin dal primo giorno di scuola, la maestra Bonnie Stevenson (Jenny Slate). Quest’ultima, convinta di agire per il bene della piccola, parla del suo talento con la preside la quale è disposta a offrirle una borsa di studio per una scuola prestigiosa dove le sue capacità verranno seguite e curate al meglio. Il rifiuto di questa generosa proposta da parte di Frank sarà, però, la causa scatenante dei suoi problemi. La preside, infatti, contatterà Evelyn Adler (Lindsay Duncan), la nonna materna di Mary, contro la quale il giovane inizierà una battaglia legale senza esclusioni di colpi per l’affidamento della nipote. Gifted-Il dono del talento, un intimo dramma familiare Messi da parte i film sui supereroi, Marc Webb – suoi sono The Amazing Spider-Man (2012) e The Amazing Spider-Man 2-Il potere di Electro (2014) – con Gifted-Il dono del talento opta per il genere drammatico con una storia diretta, semplice e pulita che fa subito breccia nel cuore dello spettatore. A imporsi su tutto e tutti è la giovanissima attrice Mckenna Grace, un talento naturale – della recitazione si intende – che, con la sua interpretazione divertente, irriverente, particolare e sentita, risulta convincente in ogni gesto e in ogni parola lasciando senza fiato tante sono le emozioni che è capace di suscitare dall’inizio alla fine del film. Ad affiancarla impeccabilmente, Chris Evans che, a differenza di Webb che i supereroi si è limitato a dirigerli, ha smesso i panni de La Torcia Umana e Capitan America per calarsi alla perfezione in quelli di uno zio preoccupato unicamente del benessere della nipote e in costante dubbio tra il “fare bene e fare male”. La complicità instauratasi tra i due durante le riprese è talmente tanta da poterla avvertire al punto di avere l’impressione di trovarsi realmente ad assistere alle vicende di due consanguinei. Notevole anche il lavoro svolto dalla Duncan, la Spencer e la Stevenson che danno quel tocco in più utile a rendere la pellicola effettivamente riuscita, oltre che per la trama intima, la splendida fotografia, i primi piani mirati e […]

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Libri

Dei nostri fratelli feriti, la storia di un idealista

Sarà pubblicato il 26 ottobre da Fazi Editore nella collana Le Strade, Dei nostri fratelli feriti, lo scioccante romanzo-verità del giovane scrittore francese Joseph Andras. L’opera è basata sulla storia vera dell’operaio e militante comunista e anticolonialista francese Fernand Iveton, l’unico europeo a essere giustiziato dopo un fallito tentativo di sabotaggio, durante la guerra d’Algeria scoppiata nel 1954, per proclamare l’indipendenza dell’Algeria dalla Francia colonialista. L’autore inizia la narrazione nel 1956. Fernand ha trent’anni, è sposato con Héléne, lavora come operaio in una fabbrica del gas e ha aderito, non soltanto ideologicamente ma anche attivamente, al Front de Libération Nationale – FNL – algerino. Intenzionato ad agire, non per fare del male a degli innocenti come successe in altri attentati verificatisi in quegli anni, Iveton accetta di piazzare una bomba nella fabbrica dove lavora per lanciare un messaggio chiaro e forte non soltanto al governo francese quanto, soprattutto, all’intera collettività. Gli eventi, tuttavia, prendono una piega diversa da quella attesa giungendo, in capo a un solo anno, a una conclusione dolorosamente tragica. Dei nostri fratelli feriti : l’ingiusta giustizia Vincitore del Premio Goncourt Opera Prima del 2016 – riconoscimento rifiutato da Andras con la motivazione che “La competizione, la concorrenza e la rivalità per me sono nozioni estranee alla scrittura e alla creazione.” – Dei nostri fratelli feriti è un romanzo interamente pervaso dallo spirito e dal fermento politico di quell’epoca. Lo stile è realistico nella sua accezione più alta e pura, privato di qualsiasi ornamento o artificio, in fondo superflui considerato il soggetto trattato nel romanzo. Le parole si susseguono libere da qualsiasi tipo di costrizione o regola – non vi è, ad esempio, alcun segno di interpunzione per distinguere il discorso diretto da quello indiretto; esse sono soltanto il mezzo di cui Andras si è servito per ridare voce a Fernand Iveton: un idealista immolato a una causa. Significativa e chiarificatrice riguardo la sua posizione e il suo pensiero politici, è una frase di quando ricorda episodi di protesta raccontategli da alcuni arabi: “La morte è una cosa, ma l’umiliazione… quella ti entra dentro, sotto la pelle, e deposita minuscoli semi di rabbia che poi rimangono lì e distruggono tutto, per intere generazioni”. Di umiliazione, così come di torture, Iveton ne riceverà fin troppe dopo l’arresto da parte delle forze di polizia e durante il periodo di prigionia al quale i comunisti lo abbandoneranno senza muovere un dito in sua difesa dopo la condanna alla pena capitale. Esemplari, infine, sono le sue ultime parole. Le prime, “Viva l’Algeria”, gridate nei corridoi del carcere di Barberousse quando, nel febbraio del 1957, viene prelevato dalla sua cella per essere condotto nell’ufficio amministrativo della prigione per “seguire la procedura”. Le seconde sono la rappresentazione della reale convinzione nell’ideale in cui ha creduto fino alla fine e Andras, riportandole, ne ha degnamente omaggiato la memoria riabilitandolo ed evidenziandone l’onore: “La vita di un uomo, la mia, conta poco. Quello che conta è l’Algeria, il suo futuro. E l’Algeria domani sarà libera. Sono […]

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Libri

Il primo fiore di zafferano, romanzo di Laila Ibrahim

Il primo fiore di zafferano (Yellow crocus), edito da Amazon Crossing, è il romanzo con cui la scrittrice americana Laila Ibrahim ha esordito sulla scena letteraria contemporanea sebbene la sua opera sia ambientata nel passato. Siamo alla fine degli anni ’30 del diciannovesimo secolo nella Virginia schiavista, più precisamente nella grande piantagione di tabacco posseduta dalla ricca famiglia dei Wainwright dove la giovane padrona sta per dare alla luce il suo primogenito. È in un giorno di aprile che Mattie, una delle schiave divenuta anche lei madre da soli tre mesi del piccolo Samuel, è costretta ad adempiere ai suoi doveri di balia nei confronti della neonata Miss Elizabeth affidando il figlio alle cure dei suoi parenti. Tra la ragazza di colore e la sua padroncina – che lei chiama affettuosamente “Lisbeth” – si instaura da subito un legame talmente forte e profondo da dare quasi l’impressione che si tratti proprio di quello che esiste tra una madre naturale e la propria creatura. Passano gli anni e le due sono sempre più unite ma, una serie di eventi, le separerà fino al momento in cui potranno ricongiungersi, malgrado i tanti mutamenti che hanno modificato il corso delle loro esistenze. Il primo fiore di zafferano : una storia di amore e conquista della libertà Il romanzo ruota attorno alle vite delle due protagoniste delle quali il lettore impara sin da subito ad apprezzare, anzi, ammirare il carattere determinato, nonostante i loro ruoli siano all’opposto. Entrambi dolci e premurose, danno l’idea di essere destinate, ancor prima di conoscersi, a instaurare un legame duraturo. Tuttavia, mentre Mattie mostra da principio la propria determinazione, salda e ben radicata, poiché ha subito una condizione vergognosa impostale dalla nascita ma non intende portarsela dietro fino alla fine dei suoi giorni; Lisbeth acquisisce consapevolezza di sé e di cosa sia giusto e sbagliato crescendo e grazie alla sua adorata balia dalla quale trae linfa vitale, non solo attraverso il latte con cui la nutre da piccola ma, soprattutto, attraverso i gesti, le parole e gli insegnamenti che le rivolge e che faranno di lei un’altra giovane donna forte, indipendente e anticonformista, capace di affrontare ciò che l’attende lungo il suo cammino. Il primo fiore di zafferano è davvero un bellissimo romanzo denso di dolci emozioni e amare verità che, malgrado concentri l’attenzione su Mattie e Lisbeth, non fa mai perdere di vista il grande tema centrale nell’opera: subire, equivale ad accettare e, di fronte alle ingiustizie, come è stato lo schiavismo e come tanto altro accade ai giorni nostri, non bisogna chinare il capo o voltarlo facendo finta di niente. Bisogna lottare perché una vita senza libertà e dignità è una vita sprecata e priva del suo senso.

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Libri

Amori e altri soprusi: Domenico Cacopardo stupisce ancora

Il prolifico scrittore siciliano ottantunenne Domenico Cacopardo torna nelle librerie italiane con il suo ultimo romanzo – il sedicesimo – Amori e altri soprusi pubblicato da Marsilio Editori nella collana Farfalle il 14 settembre scorso. La storia è ambientata tra il paesino di Letojanni in provincia di Messina, Roma e, in conclusione, Milano. Al centro dei fatti narrati, vi sono le figure dell’avvocato Sebastiano Bellopede, detto Jano, e la dipendente statale Gloria Laguidara. I due si sono conosciuti da giovani, lei bellissima diciottenne e lui ventiduenne innamorato. Dopo un periodo di corteggiamento, Jano e Gloria si sposano nella capitale dove iniziano la loro vita coniugale. Il loro rapporto si delinea sin da subito e ciò che ne esce fuori è la relazione tra una sadica e un maschilista. Difatti, la fascinosa e disinibita moglie del protagonista non disdegna, anzi, va alla continua ricerca, di amanti più giovani e anche più vecchi di lei e – ecco cosa ne mostra la tendenza al sadismo – non ne fa assolutamente mistero al marito. Quest’ultimo, proprio perché ne è follemente innamorato, arrivando al punto di soffrire a causa dei suoi continui tradimenti, non riesce a lasciarla se non dopo molti anni trascorsi nel dolore. Jano e Gloria sono ormai separati quando lui riceve una telefonata che lo informa della morte violenta della donna. È da qui che, tra il susseguirsi e il concatenarsi di ricordi del passato ed eventi presenti, si sviluppa la trama nella quale verranno smascherate le tante menzogne di una vita intera  e sarà svelata una sorprendente verità. Amori e altri soprusi , l’amore malato Se non fosse per la forma romanzata, l’opera di Cacopardo sembrerebbe un vero e proprio saggio volto a proporre due esempi personificati di sadismo e masochismo. In quest’ottica, i personaggi di Gloria e, in particolar modo, quello di Jano ne risulterebbero essere l’esatta riproduzione. Lei fascinosa, ammaliatrice, spregiudicata tanto con i suoi amanti quanto- e anche di più- con il marito; lui mite, corretto e tanto, troppo innamorato da risultare passivo a ogni sopruso ricevuto. “Non avendo carattere né spina dorsale, mi sono dato un metodo, sbagliato, eppure efficace… Il mio metodo è stato quello di subire, di accettare tutto da Gloria, non senza battere ciglio, ma rilevando, inutilmente, di tanto in tanto, ciò che non mi piaceva e non andava nel suo modo di comportarsi nei confronti miei e degli altri.” Le parole di Jano, caratterizzate da una lucida e fredda ironia, ribadiscono il suo inutile reagire a ciò che la moglie gli fa ed evidenziano  un’impotenza della quale lui stesso è responsabile perché “affetto da amore malato”. Grazie a un’approfondita descrizione dei caratteri, l’autore offre al pubblico dei personaggi dalla psicologia contorta ma nonostante tutto uniforme. Amori e altri soprusi, difatti, è un romanzo vero e prepotentemente accattivante che incuriosisce e fa in modo che il lettore necessiti di risposte che non tardano ad arrivare in un finale esplicativo tutto umano e comprensibile.

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Libri

Il club delle seconde occasioni di Dana Reinhardt

Edito da DeAgostini, Il club delle seconde occasioni della scrittrice americana Dana Reinhardt è un romanzo che rientra, visto il soggetto in esso trattato, nel genere Young Adult. Finalista della 36ͣ edizione del prestigioso Premio Andersen per gli autori di libri per ragazzi nella categoria “Miglior libro oltre i 15 anni” – a vincere è stato l’italiano Gabriele Clima con il suo Il sole fra le dita pubblicato da San Paolo Edizioni – Il club delle seconde occasioni è un piccolo, grande esempio di romanzo di formazione leggero ma non banale. Protagonista della storia è River un diciassettenne di Los Angeles alle prese con la prima delusione amorosa. Penny, la sua ragazza, lo ha infatti lasciato senza neanche dargli una valida spiegazione dopo quello che avrebbe dovuto essere un giro romantico al lago di Echo Park. Trovatosi da solo, lontano da casa e senza un passaggio, River decide di tornare a casa a piedi riflettendo su quanto è accaduto. Durante il tragitto si imbatte in un’insegna che cattura la sua attenzione e che il giovane interpreta come un segno vista la sua condizione di smarrimento e sconforto: «Club delle seconde occasioni. Qui: è il luogo a cui appartieni. Questo: è il posto dove inizia il cambiamento. Ora: è il momento. Entra.» Senza pensarci su, River dirige i suoi passi all’interno dell’edificio ritrovandosi in una sala con altri coetanei seduti in cerchio insieme a Everett, il moderatore del gruppo. Qui cominciano a parlare delle loro dipendenze: il cibo, la droga, l’alcool, il furto. Costretto a inventarne una pur di rimanere e per non ammettere di essere capitato lì per caso dopo aver rotto con la sua fidanzata, confessa di fare uso di marijuana. Dopo quella prima volta, River, fermamente intenzionato ad avere la sua seconda occasione, continua ad andare agli incontri dove farà amicizia con Mason (bulimico), Cristopher (drogato) e la bella ispanica Daphne (cleptomane) costruendo, tuttavia, non soltanto con loro ma anche con i suoi familiari e amici di sempre una vita parallela fondata su una sfilza di bugie delle quali, alla fine, dovrà rendere conto a se stesso oltre che agli altri. Il club delle seconde occasioni e le problematiche adolescenziali La Reinhardt con il suo romanzo dalla trama semplice ma al contempo complessa considerati i temi che approfondisce, conquista i lettori grazie al personaggio di River. Quest’ultimo è un giovane di buona famiglia, una famiglia formata da una madre amorevole, un patrigno che ha sostituito appieno e meglio il suo vero padre che lo ha abbandonato e una sorellina che adora. È un ragazzo sveglio, rispettoso, genuino ma, ancora, immaturo e il suo ingresso nel “Club delle seconde occasioni” rappresenterà per lui la svolta che stava aspettando da tempo senza neanche saperlo. Questo perché sarà costretto, dopo anni di passiva accettazione di quella che è stata fino ad allora la sua “perfetta” vita, a fare i conti con i propri problemi e, finalmente, a crescere che è ciò di cui ha sempre avuto bisogno. Il protagonista sarà in […]

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Portami nel tuo inferno, il romanzo di Brizzi-Argeadi

Pubblicato da Les Flâneurs Edizioni, Portami nel tuo inferno è un romanzo a tema mitologico, nato dalla collaborazione tra due giovani autori italiani: il torinese Yvan Argeadi e la pisana Diletta Brizzi. Lasciatisi alle spalle l’aspra e lunga lotta contro i Titani, Zeus e gli altri dei conducono una tranquilla esistenza sull’Olimpo. La pace, però, viene turbata da un evento che costringerà le divinità a dare nuovamente battaglia, stavolta contro il fratello maggiore del loro padre celeste: Ade, il Dio degli Inferi. Quest’ultimo, dopo essere stato condannato alla solitudine in un mondo fatto di tenebra, scatena l’ira di Zeus rapendone la figlia Persefone per farne la sua sposa perché da sempre innamorato di lei. La giovane, inizialmente restia a un sentimento che non ricambia, col tempo, inizia a comprendere la vera e più profonda natura del suo rapitore fino ad arrivare ad amarlo con la stessa forza e intensità divenendo la sua consorte. Passano i millenni e i due sovrani dell’Oltretomba possono tornare insieme a calcare il suolo terrestre e olimpico – Ade, malgrado avesse vinto la guerra scaturita dal ratto di Persefone, ne era poi stato bandito – in occasione delle nozze tra la dea della bellezza, Afrodite – sorella di sua moglie – e il dio della guerra Ares. Il lieto evento, tuttavia, è interrotto da una tremenda minaccia a cui tutte le divinità, del cielo e degli inferi, dovranno far fronte finendo col fare i conti con i mostri del loro passato. Portami nel tuo inferno : storia moderna di un mito Sebbene le figure di Ade e Persefone – identificati nella mitologia latina con Plutone e Proserpina – sono quelle su cui i due autori hanno costruito l’intera trama focalizzando l’attenzione sul sentimento, l’amore, nato tra di loro e fortemente osteggiato dagli altri, grande spazio è stato dato soprattutto al Dio. Della storia delle due divinità si è scritto, dipinto e scolpito tanto nel corso dei secoli così da diventare una delle più famose; eppure, l’Argeadi e la Brizzi sono riusciti a presentare una novità del tutto inaspettata per i lettori: un’Ade che possiede poteri e facoltà divini ma ha una sensibilità e un’emotività tutte umane. Ecco perché, abituati a leggere della natura capricciosa, egocentrica e narcisistica degli olimpici, il pubblico troverà nel protagonista uno degli indubbi punti di forza dell’opera. Un altro è l’accurata descrizione dei luoghi in essa riportati così come la scorrevolezza che caratterizza i dialoghi tra i personaggi. Portami nel tuo inferno è un romanzo originale frutto dell’indovinata scelta da parte dei due scrittori di proporre ai lettori un mito classico in chiave psicologicamente moderna dove a spiccare è sí la fantasia, ma anche, e maggiormente, la realtà.  

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La figlia perfetta, un romanzo di Amanda Prowse

La figlia perfetta è uno dei tanti bestseller della prolifica autrice britannica Amanda Prowse pubblicato in Italia da Newton Compton Editori. A narrare i fatti in esso contenuti è Jacqueline “Jacks” Morgan, casalinga trentaseienne, moglie di Peter e madre di Martha e Jonty. La trama si intreccia su due diversi livelli temporali: il passato e il presente. Nei capitoli dedicati a 19 anni prima, il lettore fa la conoscenza di una giovane Jacqueline in procinto di terminare il liceo e con tanti sogni da realizzare. Primo fra tutti, quello di andarsene dalla monotona e provinciale cittadina balneare inglese di Weston-super-Mare insieme al suo primo amore, il coetaneo di origini svedesi Sven. Nelle parti in cui Jacks parla del presente, la si ritrova insoddisfatta, incastrata in una vita fatta di responsabilità familiari – oltre a dover far quadrare i conti con i pochi soldi a disposizione, deve anche prendersi cura della madre Ida affetta da demenza senile – e di rimpianti. Per tutte queste ragioni, la protagonista proietta sulla sua primogenita le vecchie ambizioni mai dimenticate di realizzazione e riscatto di quanto è mancato a lei convincendosi che, soltanto in questo modo, tutti i sacrifici fatti non saranno stati vani. Jacks, però, non ha messo in conto che Martha, la sua figlia perfetta, ha una volontà propria così come dei desideri con i quali, complici gli avvenimenti, l’intera famiglia sarà costretta a fare i conti. La figlia perfetta, un viaggio introspettivo lungo una vita Attraverso il personaggio di Jacks e la sua storia personale prima e familiare poi, Amanda Prowse accompagna il lettore in un viaggio introspettivo che lo coinvolge sin dalle prime pagine del romanzo fino alla sua conclusione. Le reazioni emozionali che ne conseguono, dalla gioia alla tristezza, dalla comprensione all’incomprensione, dal compatimento all’insofferenza, hanno come fine ultimo quello della riflessione. Riflessione sugli errori commessi, sul rapporto genitori-figli, sulle implicazioni connesse alla malattia di una persona cara, sull’imprevedibilità degli eventi e, più rilevante fra tutti, sull’importanza del rendersi conto e apprezzare ciò che di buono e prezioso si ha avuto la fortuna di avere nella propria vita. L’autrice, grazie a una trama ben costruita, a uno stile semplice e scorrevole e a dei personaggi diversi l’uno dall’altro ma dalle peculiarità e dai caratteri che ben si amalgamano arrivando a compensarsi e completarsi, ha raggiunto il suo scopo: creare un’opera accattivante e toccante dove largo spazio è dato al ruolo predominante degli affetti e dei sentimenti. La figlia perfetta è un romanzo commovente il cui principale punto di forza è rappresentato dal ruolo fondamentale che vi occupa la felicità; una felicità che non è necessariamente connessa a una persona o a una situazione o condizione perfetta ma che è spesso racchiusa proprio nelle imperfezioni di cui la nostra esistenza è piena e aspetta soltanto di essere da noi riconosciuta per darle così senso, un duraturo, vero e pieno senso.

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Eternity, il primo capitolo della saga di Lenah Beaudonte

Pubblicato da Sperling & Kupfer, Eternity  (2010) è il primo capitolo di cui si compone la trilogia yung adult dalle tinte urban in cui si mescolano il fantasy e il gotico intitolata “Vampire Queen Novels” scritta dall’americana Rebecca Maizel. Lenah Beaudonte non dimostra più di sedici anni quando si risveglia a Wickham in compagnia di Rhode, il vampiro che l’ha trasformata 592 anni addietro per farne la sua compagna. Eppure, adesso, c’è qualcosa di diverso in lei. Rhode, infatti, ha compiuto un antichissimo rituale magico sacrificando se stesso pur di permetterle di realizzare il suo più grande desiderio: tornare a essere umana. Ed è questo che è Lenah nel ventunesimo secolo, una “normale” adolescente che si sta apprestando a iniziare la scuola. È a Wickham, dopo essere rimasta sola in seguito alla morte del suo amato Rhode, che conosce Tony, un talentuoso artista, con il quale instaura sin da subito un rapporto di amicizia. Ma, ben presto, un altro ragazzo mostrerà interesse per lei: Justin, uno tra i più belli e popolari del college dove studiano. Per Lenah, inizia così un periodo fatto di spensieratezza, di nuove esperienze e sensazioni e, soprattutto, di un pieno godimento di quell’esistenza tanto agognata e divenuta ora realtà. Tuttavia, qualcuno minaccia la felicità della giovane e la sua incolumità così come quella delle persone che, adesso, sono divenute care al suo cuore. Eternity e il vampirismo all’inverso La Maizel, propone un elemento nuovo e alquanto innovativo nel genere horror e, più precisamente, nel filone vampiresco: la protagonista, infatti, non ambisce ardentemente all’immortalità ma, con una sconcertante semplicità tutta umana, vuole poter riconquistare la mortalità perduta. Dopo aver provato la condizione di essere dannata e condannata a infliggere dolore pur di alleviare la propria sofferenza interiore, Lenah non ce la fa più e decide di rinunciare alla “perfezione” pur di sentirsi viva e poter così riassaporare anche le più piccole cose alle quali ha rinunciato secoli fa. Della sua esistenza di vampira, il lettore viene informato attraverso alcuni episodi riproposti sotto forma di flashback ben inseriti all’interno della narrazione al presente, utili per confrontare la “nuova” con la “vecchia” Lenah e seguirla – senza perdersi nessun passaggio e nessun aneddoto rilevante – nei vari cambiamenti che sopraggiungono insieme alla ritrovata condizione di essere umano. Grazie all’originale espediente del vampirismo all’inverso, a uno stile narrativo semplice e scorrevole e una trama intrigante, Eternity è realmente un romanzo piacevole che si legge capitolo dopo capitolo senza annoiarsi.  

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La pianista di Auschwitz, un romanzo di Suzy Zail

  La talentuosa scrittrice Suzy Zail torna in libreria con il suo ultimo romanzo edito da Newton Compton Editori, La pianista di Auschwitz, dopo il clamoroso successo del suo precedente lavoro divenuto un bestseller, Il bambino di Auschwitz. Come si può evincere dai titoli dei due libri, in entrambi i casi la Zail tratta un argomento ancora oggi spinoso e doloroso per la coscienza mondiale, ossia, l’Olocausto. Hanna Mendel ha quindici anni quando nel giugno del 1944 è costretta ad abbandonare insieme alla sua famiglia la città natale di Debrecen in Ungheria, per arrivare dopo giorni di viaggio in condizioni inumane in un luogo a loro sconosciuto chiamato Auschwitz-Birkenau. È qui, come in tanti luoghi simili a questo in diverse nazioni europee, che i nazisti hanno deportato in massa ebrei, zingari, omosessuali, prigionieri di guerra e dissidenti politici affinché lavorino per il Reich. Ben presto Hanna, sua sorella maggiore Erika, i loro genitori e gli altri detenuti comprenderanno che ben altri sono i motivi della loro presenza in quel luogo dimenticato da Dio e dagli uomini. Nel campo inizia così per la protagonista una lotta per la vita resa possibile grazie al suo talento di musicista che le varrà il posto di pianista nella villa del temibile comandante Jager, dove quest’ultimo vive insieme al figlio Karl. Giorno dopo giorno Hanna si scontrerà con una realtà difficile da contrastare supportata soltanto dalla sua amata musica, da aiuti insperati e dalla ferrea volontà a sopravvivere per poter, una volta finita la guerra, adempiere alla promessa fatta al padre di raccontare le atrocità di cui sono stati oggetto i prigionieri. La pianista di Auschwitz, “Per i bambini mandati a sinistra” Dell’Olocausto si è parlato e si parla ancora oggi molto. Eppure, per poter realmente comprendere e, soprattutto, non dimenticare, si dovrebbe venire a conoscenza di tutte le milioni di storie celate dietro le vite di quelle persone che in quegli oscuri anni divennero soltanto dei numeri per dare nomi, volti e trascorsi a ognuno di loro come dovrebbe essere non perché giusto ma per fare giustizia. La Zail, attraverso Hanna, la sua famiglia e gli altri personaggi del romanzo, aggiunge un altro pezzo a un puzzle di grandi dimensioni e che, forse, rimarrà incompleto malgrado gli sforzi di storici, autori e sopravvissuti che come lei vorrebbero poterlo completare per lasciare una testimonianza che sia da monito al genere umano. La pianista di Auschwitz è un romanzo che descrive con dovizia di particolari agghiaccianti e terribili, le condizioni e gli stati d’animo delle vittime di una tra le follie peggiori che siano mai state concepite da mente umana. La storia, però, è anche portatrice di speranza: una speranza alimentata dal coraggio, dall’amore e dalla voglia di vivere della protagonista che, nonostante le tante avversità, non dimentica e rinnega la propria identità, non si lascia piegare da niente e da nessuno e prosegue lungo l’oscuro tunnel che ha di fronte a sé con la determinazione di arrivare alla fine per poter tornare a rivedere la tanto agognata […]

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I tre giorni di Pompei, un libro di Alberto Angela

Pubblicato da Rizzoli Editore nel novembre del 2014, I tre giorni di Pompei (23-25 ottobre 79 d.C.: ora per ora, la più grande tragedia dell’antichità) è il dettagliato romanzo, scritto dal noto giornalista e divulgatore scientifico Alberto Angela, della tragedia che colpì la città di Pompei quasi duemila anni fa. L’attenzione dello studioso, tuttavia, non è rivolta alla sola Pompei ma anche alle altre zone limitrofe colpite dall’eruzione del Vesuvio come Ercolano, Oplontis, Boscoreale, Terzigno e Stabia, delle quali non manca di fornire descrizioni ricche di particolari. Attraverso le voci di sette sopravvissuti a questa catastrofe che costò la vita a migliaia di persone, Angela riporta i lettori indietro nel tempo proiettandoli sensorialmente in queste cittadine ricche di storia e tradizione spazzate via, nell’arco di poche ore, dalla furia implacabile del vulcano. Alcuni anni prima, un violento terremoto aveva provocato altri ingenti danni nella zona, ma sarà il Vesuvio a seppellire per sempre queste rigogliose civiltà consegnandole ai posteri come si possono “ammirare” recandosi sul posto: luoghi silenti, costruzioni in rovine, oggetti inutilizzati e corpi immobilizzati nelle posizioni più disparate nell’ultimo, disperato e vano tentativo di proteggersi dalla sciagura che si abbatté su di loro uccidendoli. I tre giorni di Pompei : cronaca di una fine inevitabile Quello di Alberto Angela è un vero e proprio viaggio, seppur virtuale, tra le strade, le splendide domus e tutti gli esercizi commerciali e di ritrovo dell’epoca. Si tratta, come lo stesso autore precisa, di ricostruzioni verosimili di ciò che videro, fecero e provarono le genti di quei luoghi prima, durante e dopo la catastrofe a cui pochi, pochissimi riuscirono a scampare. In questo modo, grazie alla variegata gamma di personaggi presentati e incontrati sfogliando le pagine del libro – dalla nobildonna Rectina, al famoso scrittore latino Plinio il Vecchio, dal liberto di Stabia Flavio Cresto, alla famosa attrice Novella Primigenia, dall’usuraia Faustilla al tribuno Tito Suedio Clemente – si viene a conoscenza degli usi e dei costumi vigenti nell’impero romano. Angela sceglie e utilizza i termini più appropriati alla delicatezza dell’argomento trattato nella sua opera, senza mancare di inserire aneddoti e commenti personali che riescono anche a far sorridere. Tante, inoltre, sono le spiegazioni rivolte ai non competenti del settore per quanto riguarda i fenomeni naturali verificatisi, segno del suo voler far comprendere a chiunque quanto riportato nel libro. I tre giorni di Pompei è un romanzo storico che cattura l’attenzione sin dalle prime battute senza mai annoiare ma, al contrario, continuando ad appassionare fino alla sua drammatica e funesta conclusione che, a distanza di secoli, è sempre presente, impressionandoci e affascinandoci, nella nostra memoria.

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