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Eroica Fenice

Libri

La pianista di Auschwitz, un romanzo di Suzy Zail

  La talentuosa scrittrice Suzy Zail torna in libreria con il suo ultimo romanzo edito da Newton Compton Editori, La pianista di Auschwitz, dopo il clamoroso successo del suo precedente lavoro divenuto un bestseller, Il bambino di Auschwitz. Come si può evincere dai titoli dei due libri, in entrambi i casi la Zail tratta un argomento ancora oggi spinoso e doloroso per la coscienza mondiale, ossia, l’Olocausto. Hanna Mendel ha quindici anni quando nel giugno del 1944 è costretta ad abbandonare insieme alla sua famiglia la città natale di Debrecen in Ungheria, per arrivare dopo giorni di viaggio in condizioni inumane in un luogo a loro sconosciuto chiamato Auschwitz-Birkenau. È qui, come in tanti luoghi simili a questo in diverse nazioni europee, che i nazisti hanno deportato in massa ebrei, zingari, omosessuali, prigionieri di guerra e dissidenti politici affinché lavorino per il Reich. Ben presto Hanna, sua sorella maggiore Erika, i loro genitori e gli altri detenuti comprenderanno che ben altri sono i motivi della loro presenza in quel luogo dimenticato da Dio e dagli uomini. Nel campo inizia così per la protagonista una lotta per la vita resa possibile grazie al suo talento di musicista che le varrà il posto di pianista nella villa del temibile comandante Jager, dove quest’ultimo vive insieme al figlio Karl. Giorno dopo giorno Hanna si scontrerà con una realtà difficile da contrastare supportata soltanto dalla sua amata musica, da aiuti insperati e dalla ferrea volontà a sopravvivere per poter, una volta finita la guerra, adempiere alla promessa fatta al padre di raccontare le atrocità di cui sono stati oggetto i prigionieri. La pianista di Auschwitz, “Per i bambini mandati a sinistra” Dell’Olocausto si è parlato e si parla ancora oggi molto. Eppure, per poter realmente comprendere e, soprattutto, non dimenticare, si dovrebbe venire a conoscenza di tutte le milioni di storie celate dietro le vite di quelle persone che in quegli oscuri anni divennero soltanto dei numeri per dare nomi, volti e trascorsi a ognuno di loro come dovrebbe essere non perché giusto ma per fare giustizia. La Zail, attraverso Hanna, la sua famiglia e gli altri personaggi del romanzo, aggiunge un altro pezzo a un puzzle di grandi dimensioni e che, forse, rimarrà incompleto malgrado gli sforzi di storici, autori e sopravvissuti che come lei vorrebbero poterlo completare per lasciare una testimonianza che sia da monito al genere umano. La pianista di Auschwitz è un romanzo che descrive con dovizia di particolari agghiaccianti e terribili, le condizioni e gli stati d’animo delle vittime di una tra le follie peggiori che siano mai state concepite da mente umana. La storia, però, è anche portatrice di speranza: una speranza alimentata dal coraggio, dall’amore e dalla voglia di vivere della protagonista che, nonostante le tante avversità, non dimentica e rinnega la propria identità, non si lascia piegare da niente e da nessuno e prosegue lungo l’oscuro tunnel che ha di fronte a sé con la determinazione di arrivare alla fine per poter tornare a rivedere la tanto agognata […]

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Libri

I tre giorni di Pompei, un libro di Alberto Angela

Pubblicato da Rizzoli Editore nel novembre del 2014, I tre giorni di Pompei (23-25 ottobre 79 d.C.: ora per ora, la più grande tragedia dell’antichità) è il dettagliato romanzo, scritto dal noto giornalista e divulgatore scientifico Alberto Angela, della tragedia che colpì la città di Pompei quasi duemila anni fa. L’attenzione dello studioso, tuttavia, non è rivolta alla sola Pompei ma anche alle altre zone limitrofe colpite dall’eruzione del Vesuvio come Ercolano, Oplontis, Boscoreale, Terzigno e Stabia, delle quali non manca di fornire descrizioni ricche di particolari. Attraverso le voci di sette sopravvissuti a questa catastrofe che costò la vita a migliaia di persone, Angela riporta i lettori indietro nel tempo proiettandoli sensorialmente in queste cittadine ricche di storia e tradizione spazzate via, nell’arco di poche ore, dalla furia implacabile del vulcano. Alcuni anni prima, un violento terremoto aveva provocato altri ingenti danni nella zona, ma sarà il Vesuvio a seppellire per sempre queste rigogliose civiltà consegnandole ai posteri come si possono “ammirare” recandosi sul posto: luoghi silenti, costruzioni in rovine, oggetti inutilizzati e corpi immobilizzati nelle posizioni più disparate nell’ultimo, disperato e vano tentativo di proteggersi dalla sciagura che si abbatté su di loro uccidendoli. I tre giorni di Pompei : cronaca di una fine inevitabile Quello di Alberto Angela è un vero e proprio viaggio, seppur virtuale, tra le strade, le splendide domus e tutti gli esercizi commerciali e di ritrovo dell’epoca. Si tratta, come lo stesso autore precisa, di ricostruzioni verosimili di ciò che videro, fecero e provarono le genti di quei luoghi prima, durante e dopo la catastrofe a cui pochi, pochissimi riuscirono a scampare. In questo modo, grazie alla variegata gamma di personaggi presentati e incontrati sfogliando le pagine del libro – dalla nobildonna Rectina, al famoso scrittore latino Plinio il Vecchio, dal liberto di Stabia Flavio Cresto, alla famosa attrice Novella Primigenia, dall’usuraia Faustilla al tribuno Tito Suedio Clemente – si viene a conoscenza degli usi e dei costumi vigenti nell’impero romano. Angela sceglie e utilizza i termini più appropriati alla delicatezza dell’argomento trattato nella sua opera, senza mancare di inserire aneddoti e commenti personali che riescono anche a far sorridere. Tante, inoltre, sono le spiegazioni rivolte ai non competenti del settore per quanto riguarda i fenomeni naturali verificatisi, segno del suo voler far comprendere a chiunque quanto riportato nel libro. I tre giorni di Pompei è un romanzo storico che cattura l’attenzione sin dalle prime battute senza mai annoiare ma, al contrario, continuando ad appassionare fino alla sua drammatica e funesta conclusione che, a distanza di secoli, è sempre presente, impressionandoci e affascinandoci, nella nostra memoria.

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Libri

Un’estate ad Anzio, un romanzo di Maurizio Giannini

Edito a maggio di quest’anno da Aracne Editrice, Un’estate ad Anzio (ed erano gli anni Sessanta) è un romanzo dell’autore romano Maurizio Giannini, il quale ha preso spunto da storie autobiografiche per dare vita alla sua opera. Quest’ultima, riproposta dopo ben trentuno anni dalla prima pubblicazione, si apre con un’approfondita premessa curata dal direttore della collana Brigadoon Antonio Lanza, tra l’altro protagonista dei fatti in essa raccontati. Siamo ad Anzio, durante gli indimenticabili anni ’60, ed è agosto. È qui che, ogni anno, si ritrovano presso lo stabilimento balneare Dea Fortuna gli amici dello scrittore-narratore – ai tempi studente universitario – per trascorrere le tanto attese vacanze estive. Uno a uno, con i loro soprannomi e le loro caratteristiche individuali, vengono presentati i componenti della comitiva come Roberto detto il Piovra, Loredana (il flirt dell’autore dell’anno precedente), Franco detto il Peloso, Antonio detto il Falco e gli altri protagonisti che animano le pagine del romanzo. Insieme e grazie a loro, il lettore viene catapultato in un vero e proprio viaggio a ritroso nel tempo, in uno dei periodi più dolci della storia italiana. Alla dolcezza del ricordo, si aggiunge poi la semplicità tipica dei giovani di quegli anni che, tra le mattinate in spiaggia, le feste da ballo casalinghe, le gite a Nettuno, le cacce al tesoro e i pomeriggi trascorsi alla rotonda sul mare, assaporano e vivono l’amicizia e l’amore con una genuinità disarmante e una spensieratezza oggi dimenticate. Il tutto con, in sottofondo, le note delle canzoni allora in voga di Rita Pavone, Fred Bongusto, Bobby Solo e dei numerosi cantanti allora di successo, a fare da colonna sonora alla loro estate così come a quella dei loro coetanei. Un’estate ad Anzio e il dolce sapore salato della nostalgia secondo Maurizio Giannini Maurizio Giannini, rinomato scrittore di romanzi rivolti ai ragazzi, riesce, con il suo stile diretto, fluido, semplice ma incisivo, a rievocare nella mente di chi ha vissuto il periodo da lui descritto in Un’estate ad Anzio un’epoca e un’Italia ormai scomparse perché passate. La nostalgia che scaturisce dalle sue pagine, non riaffiora soltanto nella sua generazione che, indubbiamente, si ritrova in quanto in esse riportato ma anche in quelle successive che possono immaginare nitidamente quello spaccato di vita pur non serbandone memoria. Tutto ciò è possibile grazie all’accuratezza dei dettagli, alla precisione con cui vengono spiegate emozioni e sensazioni perdute, alla naturalezza che caratterizzava i comportamenti. Per tutte queste ragioni, Un’estate ad Anzio è un romanzo intramontabile, fresco capace di catturare l’attenzione dei giovani di oggi e di chi giovane non lo è più anagraficamente ma lo è ancora dentro e grazie a quest’opera può tornare a esserlo.

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Libri

Baby Blues, un romanzo di Elisa Albert

Edito di recente da Marsilio Editori, Baby Blues è il terzo romanzo della scrittrice statunitense Elisa Albert. Ari è ormai madre da un anno del piccolo Walker avuto dal marito Paul, professore universitario più grande di lei. Trasferitisi dalla caotica New York nella tranquilla ma noiosa provincia americana, lui è sempre più immerso nel proprio lavoro e a fare carriera mentre lei arranca dietro una tesi di dottorato, che sembra essere destinata a non avere una conclusione, e i suoi doveri di mamma. Il vero problema di Ari, tuttavia, non è il suo essere indietro con i suoi progetti personali a causa della maternità, quanto, e anche le persone intorno a lei se ne rendono conto chiedendole continuamente come sta e dandole consigli non richiesti, ciò che prova dal parto – un cesareo che l’ha traumatizzata a tal punto da farle ricordare l’esperienza come se avesse subito una vera e propria violenza – la malinconia che non l’ha abbandonata dalla nascita del figlio. Questa malinconia, baby blues appunto, la perseguita senza abbandonarla mai, lasciandola sempre in bilico tra l’amore incondizionato per il suo bambino e un’intolleranza nei suoi confronti che la porta a desiderare di non averlo messo al mondo. “A volte sono con il bambino e penso: sei il mio cuore e la mia anima, morirei per te. Altre volte penso: piccolo stronzo, lasciami in pace, così posso tagliarmi le vene nella vasca da bagno e morire serena.” Questo suo sentire non è riservato soltanto alla sua condizione poiché, in effetti, rivolge la stessa commiserazione, che sfocia più spesso in ferocia che in comprensione, anche verso le coetanee che, come lei, hanno avuto o stanno per avere un figlio. Una pausa, o meglio, un diversivo nella vita di Ari da questo malessere che ha radici e motivazioni altre e più profonde oltre alla gravidanza e al parto, è rappresentato dall’arrivo di una nuova vicina nel quartiere in cui abita. Si tratta di Mina Morris ex bassista delle Mysoginists, una rock band al femminile divenuta famosa negli anni ’80, adesso incinta e in procinto di partorire. Il loro incontro e il modo in cui Ari la considera, quasi idealizzandola come il prototipo di futura madre e amica perfetta, servirà alla protagonista per un cambiamento nella sua vita. Baby Blues e la malinconia post-parto Elisa Albert nel suo ultimo romanzo – valutato come uno dei migliori di quest’anno da diverse riviste americane – tratta con un’energia rabbiosa al limite dell’eccesso descrittivo e narrativo quello che diventa un vero e proprio problema per molte donne dopo il parto. Numerosi sono infatti i dialoghi con gli altri personaggi ma, in particolar modo, i pensieri interiori della protagonista in cui l’argomento viene sviscerato più volte e in una maniera talmente cruda da rasentare l’eccesso. Ari è una giovane donna divisa tra ciò che deve, vuole e sente di essere. Il risultato è un’esistenza problematica nella quale non si ritrova più proprio perché incapace di scegliere un ruolo e rivestirlo totalmente senza alcun ripensamento o tentennamento […]

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Libri

Strade di notte, il romanzo autobiografico di Gajto Gazdanov

Fazi Editore pubblica nella collana Le Strade, dopo Ritrovarsi a Parigi (2016), l’ultimo romanzo dello scrittore russo Gajto Gazdanov, Strade di notte. Siamo nella Parigi degli anni ’30 e Gzdanov, autore nonché spettatore dei fatti presentati nel libro, descrive con cura e abbondanza di dettagli la sua esperienza come tassista nella ville lumière. Dentro l’abitacolo del suo taxi e, soprattutto, fuori, per le strade della capitale francese, la voce narrante fa vivere al lettore un viaggio unico e irripetibile tra la miseria, lo squallore e la povertà di alcolizzati, prostitute e nobili ormai decaduti, figure incontrate nel corso degli anni tra i vicoli, i bar e i café cittadini. È così che prende forma e vita propria Strade di notte, che si contraddistingue per la profondità con cui Gazdanov osserva e analizza la variegata psicologia umana con cui viene a contatto notte dopo notte giudicandola, spesso, in maniera aspra ma sempre lucida. Parigi fa da scenario a questa analisi ma, vivida nei ricordi dell’esule russo, vi è sempre la grande madre Patria ormai perduta che resta sullo sfondo, nel cuore, negli occhi e nei ricordi con un’ammaliante fascino intriso di malinconica dolcezza. Strade di notte : la voce degli ultimi Tra i personaggi che ricorrono sovente nel romanzo, troviamo uomini e donne che vivono ai margini della società: dalle prostitute (Suzanne, Jeanne Raldi, Alice) agli alcolizzati (Platone, così soprannominato perché amante della filosofia), dagli operai (come il compatriota Federcenko) ad altri clienti e incontri occasionali; di tutti l’autore racconta i drammi che li hanno avuti per protagonisti. E queste vicende drammatiche gli saranno da monito e ricordo di quella terra non sua, ma nella quale ormai vive dopo aver svolto i lavori più umili, fino all’ultimo come tassista.  È interessante notare quanto Gazdanov parli tanto degli altri e poco di se stesso. Difatti, nelle pagine del libro, rari sono i riferimenti al suo passato e anche alla sua vita contemporanea al tempo del racconto della quale si evincono alcuni particolari salienti soltanto in risposta alle rare domande che le sue conoscenze gli porgono. L’attenzione è tutta incentrata su questi ultimi che ascolta, dipinge e giudica con occhio critico ma compassionevole al tempo stesso perché, forse, non si sente poi molto lontano da loro. Protagonisti dell’opera, dunque, sono questi personaggi le cui storie non solo si intrecciano, ma sono anche strettamente legate alle strade di una Parigi splendida e terribile insieme; dove la loro cupezza e tristezza viene abilmente descritta con una delicatezza inaspettata ma dovuta. In fondo si tratta pur sempre di esseri umani condannati a vivere come dei poveri diavoli per le ragioni più disparate in quella che, agli occhi di un osservatore inesperto e poco avvezzo a una vita dura e inclemente, è una delle città più ricche e meravigliose sulla faccia della Terra. ——————————- Strade di notte è disponibile su Amazon.

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Libri

Nero Caravaggio, un thriller di Max e Francesco Morini

Pubblicato da Newton Compton Editori nella sezione GialloItalia, Nero Caravaggio è un romanzo scritto a quattro mani da Max e Francesco Morini. Ambientata in Italia, nella capitale, al centro della storia vi è il misterioso assassinio di Paolo Moretti, il cui corpo è stato ritrovato all’interno della basilica di Sant’Agostino, a pochi passi da Piazza Navona, di fronte a uno dei più famosi capolavori dell’artista maledetto cinquecentesco Michelangelo Merisi “Caravaggio”, la Madonna dei pellegrini. Del caso si occupa ufficialmente il burbero ispettore Ceratti, accompagnato dall’ilare agente Cammarata mentre, in via ufficiosa lo affianca e aiuta nella ricerca del colpevole il libraio Ettore Misericordia insieme al suo amico e collaboratore “Fango”. È quest’ultimo a narrare l’intera vicenda inserendo, oltre ai dettagli relativi alle indagini, tanta ironia e molti riferimenti e spiegazioni riguardanti Roma e la “grande bellezza” celata dietro i luoghi e le personalità che a essa sono legati. È con Fango, dunque, che il lettore apprende e scopre non soltanto i retroscena dell’omicidio della vittima, quanto e soprattutto quelli nascosti dietro la carismatica e brillante figura del libraio-detective Misericordia e della città eterna. Nero Caravaggio: tra arte e mistero Max e Francesco Morini con Nero Caravaggio propongono un giallo dalle tinte tenui e non eccessivamente accese e cruente come, spesso, sono dipinte le storie appartenenti a questo genere. Grazie a una trama ben costruita e lineare, a uno stile scorrevole e a personaggi diversi tra loro ma, per questo, portatori di aspetti unici e tutt’affatto fuori luogo, la lettura risulta nel complesso appassionante e interessante. Intreccio narrativo, colpi di scena e rivelazioni a parte, la storia intriga molto in particolar modo per i tanti aneddoti su Roma che i due autori vi hanno inserito. Questo, insieme al riferimento al Caravaggio, una delle figure tra le più affascinanti del panorama artistico e umano italiano, ha indubbiamente contribuito ad aggiungere quel qualcosa in più che non guasta ma convince e piace. Ottima anche la scelta di contrapporre due coppie investigative diversissime tra loro. Difatti, se da un lato abbiamo Ceratti e Cammarata che ricordano un po’ il commissario Montalbano e il simpatico Catarella del nostrano Andrea Camilleri; dall’altro, Misericordia e Fango rimandano agli inseparabili Sherlock Holmes e Watson dello scozzese Sir Arthur Conan Doyle. Per tutte queste ragioni, Nero Caravaggio è un romanzo gradevole e avvincente capace anche di far sorridere, da leggere non soltanto per scoprire l’identità e il movente dell’assassino ma anche per lasciarsi trasportare in una Roma sconosciuta che fa da sfondo al thriller ma ne è anche indiscussa protagonista.

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Libri

La Santa piccola, un romanzo di Vincenzo Restivo

Pubblicato a marzo di questo anno da Milena Edizioni, La Santa piccola è il quinto, nonché l’ultimo, romanzo dello scrittore trentaquattrenne casertano Vincenzo Restivo. Siamo a Forcella, uno dei quartieri popolari della città di Napoli, ed è qui tra le mura di queste palazzine vecchie e maleodoranti che vivono i protagonisti-narratori della storia. Si tratta di tre adolescenti, Mario, Lino e Assia, i quali devono affrontare ogni giorno una realtà dura, violenta che li fa crescere male e in fretta in una costante inversione di ruoli dove da vittima si diventa carnefice e viceversa. I due ragazzi a causa dei problemi economici che affliggono le loro famiglie si prostituiscono; ma, mentre Lino è innamorato e fidanzato con Assia, Mario – che afferma più volte di non essere “ricchione” – nutre un sentimento per l’amico che maschera a fatica anche a se stesso. Un altro personaggio chiave è Annaluce, una bambina di soli nove anni che nel quartiere tutti chiamano e conoscono come La Santa piccola perché ha visto la Madonna e ha le stigmate. È a lei che si rivolgono gli abitanti di Forcella per un miracolo ed è sempre lei a nascondere la peggiore tra le crude verità narrate nel romanzo. La Santa piccola: uno spaccato di vita vera L’autore in poco più di un centinaio di pagine e con un italiano sgrammaticato intriso di scurrilità e termini dialettali offre una storia-testimonianza di quella che è la realtà di episodi che trovano riscontro nella vita vera e non restano intrappolati nell’universo spesso romanzato dei libri. Leggendo si ha l’impressione di vederli con i propri occhi questi giovani abbandonati a loro stessi, costretti ad arrangiarsi nei peggiori dei modi pur di non soccombere a una società che li ha relegati ai suoi margini quasi non fossero degni di considerazione, di vivere come i loro coetanei senza problemi, di farne parte, di esistere. Al tema dell’infanzia e dell’adolescenza disagiata, maltrattata e sfruttata, Restivo affianca, sviluppandolo al meglio, quello legato al filone LGBT (la sigla comunemente viene usata per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender). L’attenzione di Mario per Lino – che “ha gli occhi azzurri come Napoli” – è carnale e spirituale allo stesso tempo e sprigiona una passione e una tenerezza tali da colpire più per questi aspetti che per la drammaticità nella quale è nato e soggiace silente ma non troppo. Dolce e sincero è l’amore che Lino ha per la sua Assia, la quale gli si dona anima e corpo con fiducia incurante delle conseguenze, incurante del divieto genitoriale a frequentarlo, incurante di tutto e tutti come solo la spensieratezza e l’innocenza sanno essere. In tutto questo amore non ricambiato e contrastato ma forte e profondo, la vera nota di dolore, il vero grido disperato di aiuto che resta inascoltato perché muto è proprio quello della Santa piccola. Annaluce, infatti, non è soltanto schiacciata e resa vittima e martire dalla società e dal degrado che la circonda, ma è sacrificata dalla sua stessa famiglia. La Santa […]

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Cinema & Serie tv

Sette minuti dopo la mezzanotte, un film di Juan Antonio Bayona

Sette minuti dopo la mezzanotte (A Monster Calls) è l’ultimo film diretto dal regista spagnolo Juan Antonio Bayona, famoso per le sue due precedenti pellicole, l’horror The Orphanage (2007) e il drammatico The Impossible (2012). Con Sette minuti dopo la mezzanotte, Bayona riprende il genere drammatico unendolo al fantastico; d’altronde, si tratta dell’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo dello scrittore britannico Patrick Ness – tra l’altro, sceneggiatore del film – pubblicato nel 2011 e divenuto un successo editoriale arrivando a vincere, l’anno seguente, due importanti premi per gli autori di libri per bambini: la Carnegie Medal e la Kate Greenway Medal. Protagonista della storia è Conor O’Malley (Lewis MacDougall), un ragazzino di dodici anni alle prese con una realtà non facile. Sua madre Lizzie (Felicity Jones) è malata e il cancro che la sta consumando è, ormai, arrivato allo stadio terminale. A scuola è oggetto di bullismo; il padre (Toby Kebbell) si è rifatto una vita in America e il rapporto con la nonna materna (Sigourney Weaver) non è dei migliori. Dotato nel disegno, Conor trova in questo svago la sua unica fonte di felicità nonché una via di fuga da una vita troppo difficile e dura per un bambino della sua età. Una sera, il piccolo riceve la visita di un mostro, un gigantesco albero di tasso dalle sembianze umane (doppiato dal premio Oscar Liam Neeson nella versione in lingua originale), il quale gli annuncia che gli racconterà tre storie così che poi Conor farà lo stesso narrandogliene una quarta, ossia, l’incubo che lo perseguita e la verità in esso celata. Non potendo tirarsi indietro, il bambino ogni notte, sette minuti dopo la mezzanotte, ascolterà le storie reagendo a queste ultime nel mondo reale fino alla fine che arriverà inesorabile. Sette minuti dopo la mezzanotte, non tutte le favole sono per i bambini Vincitore di ben 9 premi Goya e del Platinum Gold Prize della 19ª Edizione del Future Film Festival di Bologna, il film è un lavoro di pregio che ha pienamente meritato questi e altri riconoscimenti. Attraverso la presenza della componente fantastica, la trama – un po’ come l’intero filone dei film per bambini dove dentro a ogni favola o storia favolosa è inserita una morale – si alleggerisce, malgrado la gravità delle tematiche in esse presenti come la perdita di un genitore e il bullismo, senza però perdere di qualità. Al contrario, per tutta la durata della pellicola, gli spettatori hanno ben chiaro cosa stiano guardando comprendendo i messaggi che in essa sono veicolati. Inoltre, l’inserimento dei disegni – così vengono proposte le storie narrate dal mostro-albero – contribuisce a rendere più efficace e di maggiore impatto visivo l’intento formativo addolcito, grazie alla fantasia, da degli acquerelli animati realizzati con una tecnica semplice ma curata. Sette minuti dopo la mezzanotte è un viaggio di formazione che il protagonista è costretto a intraprendere per evitare di perdersi nel dolore vero che prova e nelle menzogne che si racconta pur di non soccombere alla realtà che lo opprime. “Tu credi a bugie confortanti mentre sai chiaramente che la verità dolorosa rende necessaria quelle bugie. Alla fine, Conor, non è importante quello […]

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Cinema & Serie tv

Scappa – Get Out, un film di Jordan Peele

Scappa – Get Out è l’ultimo film, uscito nei nostri cinema il 18 maggio, scritto e diretto dall’attore, regista e sceneggiatore statunitense Jordan Peele. Chris Washington (Daniel Kaluuya) è un giovane fotografo afroamericano fidanzato da qualche mese con Rose Armitage (Allison Williams), caucasica. I due partono per raggiungere la famiglia di lei in modo tale da poter conoscere i suoi genitori, il neurochirurgo Dean (Bradley Whitford) e la psichiatra Missy (Catherine Keener), nonché suo fratello Jeremy (Caleb Landry Jones). Nonostante l’iniziale titubanza di Chris a questo incontro causata dal fatto che i familiari di Rose non sono a conoscenza del suo essere di colore, alimentata dal parere negativo dell’amico Rod (Lil Red Howery), per amore della fidanzata decide di accontentarla. Gli Armitage sembrano accoglierlo con calore e affetto in casa loro ma ben presto il ragazzo – dopo aver realizzato di essere, a eccezione di due domestici dagli strani comportamenti, l’unico nero della zona e dopo essere venuto a contatto con gli amici della famiglia altrettanto singolari – capirà che qualcosa non va come dovrebbe e dovrà fare ricorso a tutte le proprie energie fisiche e psichiche in una cruenta lotta alla sopravvivenza nella quale solo il più forte potrà vincere. Scappa – Get Out, un mix vincente di generi diversi Accolto positivamente dalla critica e dal pubblico, Scappa – Get Out è un misto tra il genere horror e il thriller con una vena satirica a fargli da sfondo che lo rende ancora più particolare. Senza calcare troppo la mano sull’aspetto orrorifico, interessanti sono gli approfondimenti puramente psicologici e politici – la satira contenuta nel film è infatti apertamente rivolta all’ipocrita liberalismo statunitense – che conferiscono originalità alla trama. Quest’ultima si concentra molto sul razzismo ancora vigente e vivo nella società americana, accompagnando la riflessione sociale con intensi momenti di pura ansia e tensione, alleggeriti di tanto in tanto da una comicità mirata e niente affatto fuori luogo. Per essere stata la prima volta dietro la macchina da presa Jordan Peele con la sua opera ha ottenuto un buon risultato di cui andare fiero. La pellicola merita, soprattutto perché impegnata ma non impegnativa e pesante, con una storia che scorre fluida sequenza dopo sequenza senza arrancare o annoiare lo spettatore. A darle manforte sono stati anche gli attori con le loro interpretazioni di valore, le musiche che ben enfatizzano le scene a più alto tasso ansiogeno e le inquadrature mirate, evidentemente frutto di una selezionata fotografia. Scappa – Get Out è un film riuscito sotto ogni aspetto che potrebbe far cambiare idea ai tanti che hanno ancora paura solo dell’uomo nero, quando piuttosto dovrebbero averne anche del bianco.

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Libri

Ferro e sangue, il ritorno della First Lady del giallo svedese

Edito Marsilio Editori nella collana Farfalle, Ferro e sangue è l’ultimo capitolo della fortunata e acclamata serie poliziesca ideata dalla scrittrice e giornalista svedese Liza Marklund. Quest’ultima, non per niente soprannominata la First Lady del giallo svedese, grazie ai suoi romanzi, ha raggiunto il successo in ambito letterario a livello internazionale con la pubblicazione delle sue opere in ben 30 Paesi. In questo volume ritroviamo la reporter-investigatrice del quotidiano La Stampa della sera, Annika Bengtzon alle prese con diversi problemi da risolvere. Innanzitutto, rendere giustizia a Josefin Liljeberg, una giovane assassinata quindici anni prima e della cui morte non è stato ancora stato trovato il responsabile. A questo caso irrisolto, si aggiungono le preoccupazioni per la possibile perdita del posto di lavoro, vista l’intenzione del giornale di investire sulla pubblicazione digitale; in più la misteriosa scomparsa della sorella minore Birgitta dopo aver ricevuto alcuni suoi messaggi alquanto allarmanti. Un’altra indagine, inoltre, la vede coinvolta insieme all’amica e poliziotta Nina Hoffman, intenzionata come lei, a venire a capo di una storia complicata nella quale nessun elemento può essere tralasciato perché un pericoloso e spietato assassino deve essere assicurato alla polizia. Ferro e sangue : donne che difendono e lottano per altre donne Liza Marklund, reporter di cronaca nera ed editrice, è da sempre interessata e impegnata attivamente nel sociale, in particolare nella difesa dei diritti dei bambini e delle donne. Non è dunque un caso se, anche nelle veste di scrittrice, abbia deciso di mettere al centro dei suoi gialli, dei casi che avessero come soggetto la violenza sulle donne. Il personaggio di Annika, infatti, è animato da un forte senso della giustizia che la porta a buttarsi senza risparmiarsi anche in indagini che mettono a repentaglio la sua stessa incolumità pur di scoprire la verità e far sì che i colpevoli paghino per i loro crimini. La Marklund segue e fa seguire ad Annika questa linea di condotta sin dal primo libro della serie – Delitto a Stoccolma, Mondadori (1998) – e, via via che si è andati avanti, i lettori hanno iniziato a conoscere e a comprendere meglio la protagonista. Quest’ultima, in Ferro e sangue, non deve solo affrontare i demoni del presente, ma anche quelli del suo passato che tornano a perseguitarla costringendola a farci i conti. Tra questi, emergono i sensi di colpa per un gesto drammatico compiuto molti anni addietro, i problemi familiari derivati dal difficile rapporto con la madre e il distacco dalla sorella Birgitta portano Annika a una condizione di disagio della quale risente adesso che la sua vita sembra aver preso la giusta direzione. Indovinata, inoltre, la scelta di alternare le voci narranti così da offrire diversi punti di vista che aiutano a non perdersi nel dedalo di nomi, informazioni, luoghi e situazioni dei quali, spesso, abbondano – a volte esageratamente – altri lavori letterari di questi filone. Ferro e sangue non è soltanto un libro giallo, ma è un’opera nella quale diversi elementi ben più profondi si fondono tra di loro dando vita a una storia ammaliante capace di tenere il lettore con il fiato sospeso fino alla fine, regalandogli colpi di scena […]

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Cinema & Serie tv

Gold – La grande truffa, un film di Stephen Garghan

In programmazione nelle sale cinematografiche italiane dal 4 maggio, Gold – La grande truffa è un film diretto dal regista e sceneggiatore statunitense Stephen Garghan. La pellicola è ispirata alla storia vera dell’uomo d’affari David Walsh e allo scandalo che scoppiò nel 1993 coinvolgendo e travolgendo un gruppo di compagnie minerarie canadesi riunite sotto il nome Bre-X. Siamo nel Nevada negli anni ’80, Kenny Wells (Matthew McConaughey) lavora presso la Washoe Mining, la compagnia mineraria di famiglia, ed è lui stesso a narrare la storia che lo vede coinvolto alternando i momenti passati a quelli presenti. Dopo essere stato costretto per problemi economici a trasferire la sede della società in un bar pur di non doverla chiudere definitivamente, seguito da alcuni fedeli dipendenti, Kenny è intenzionato a risollevarne le sorti buttandosi a capofitto in un’avventurosa quanto rischiosa ricerca dell’oro in Indonesia. Per poter realizzare il suo progetto, però, ha bisogno dell’aiuto e della competenza del brillante e quotato geologo Michael Acosta (Édgar Ramirez) che contatta e raggiunge per esporgli le sue intenzioni riuscendo a convincerlo a collaborare con lui. Dopo un percorso tutt’altro che semplice i due cercatori troveranno il giacimento aurifero ma, con esso, inizieranno ad arrivare anche i problemi che una simile e inaspettata fortuna porta inevitabilmente con sé. Gold – La grande truffa, o meglio, Gold – Il grande flop Stroncato dalla critica americana, debole negli incassi e poco reclamizzato, Gold – La grande truffa – sarebbe stato meglio, per l’Italia, lasciare soltanto la parola “Gold” del titolo originale – sembra proprio volesse rifarsi al The Wolf of Wall Street del 2013 con Leonardo Di Caprio senza, però, riuscirci. Mentre il film di Martin Scorsese – anch’esso basato su una storia vera – è risultato essere un successo, il lavoro di Garghan non decolla se non per l’incredibile interpretazione del premio Oscar Matthew McConaughey e, va detto, anche del collega Édgar Ramirez. Difatti, nonostante la trama poggi sull’ennesima vicenda di fallimento e vittoria sul quale è costruito lo spirito del sogno americano – con impegno, sacrificio e volontà “nulla” è impossibile – la conclusione potrebbe apparire, dopo le rocambolesche vicissitudini proposte, fin troppo banale e scontata. Il film, inoltre, concentra in maniera esagerata la propria attenzione sul rapporto che viene a instaurarsi tra i due protagonisti portandolo più vicino al filone bromance – lo stretto legame, non di carattere sessuale, che nasce tra due uomini – piuttosto che continuare a mantenerlo lungo la direzione del genere drammatico. “L’ultima carta che giri è l’unica che ha importanza.” Questa frase viene pronunciata dal personaggio di McConaughey e potrebbe ben riassumere quanto il regista avrebbe dovuto fare, magari giocando meglio l’intera partita senza affidarsi esclusivamente all’ultima mano, per far sì che la pellicola vincesse la sfida contro le aspettative della critica e del pubblico.

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Libri

Nudi come siamo stati, l’ultimo romanzo di Ivano Porpora

Edito di recente da Marsilio Editori nella collana Romanzi e Racconti, Nudi come siamo stati è l’ultimo libro dello scrittore lombardo Ivano Porpora che torna in libreria dopo cinque anni dal suo esordio letterario con La conservazione metodica del dolore (Einaudi, 2012). Come e, forse, quanto più del suo precedente lavoro, Nudi come siamo stati è un testo corposo, ricco soprattutto di intensità tematica e profondità narrativa. L’autore – che nel romanzo si definisce un “amanuense” il cui compito è stato quello di vergare su carta i fatti in esso raccontati – divide la sua opera in tre parti. Nella prima, Severo, uno dei personaggi, si presenta al lettore comunicandogli le proprie intenzioni e che quanto dirà è una storia vera. Torniamo indietro nel tempo, a un giorno imprecisato della fine del 2005. Severo è un giovane pittore originario di Viadana, un piccolo paese della provincia mantovana, che vive con Anita. Nel loro stesso palazzo, qualche piano più sotto, abita il padre di lui, Armando, costretto su una sedia a rotelle e con il quale il figlio non comunica se non attraverso dei messaggi scritti perché non lo vede da anni. Severo ha perso la madre da piccolo e il rapporto con l’altro genitore non è stato semplice a causa di un’incapacità a comunicare, a instaurare un rapporto padre-figlio che consentisse a entrambi di rivestire ognuno il proprio ruolo naturalmente e non per obbligo. L’altra figura simbolo per Severo è quella dell’uomo che diventerà il suo maestro, l’artista di fama mondiale Arsène Jamet, il quale non gli impartirà soltanto lezioni di pittura ma anche di vita. Arsène, infatti, con i suoi metodi anticonvenzionali, mette l’allievo a nudo e, compiendo questo procedimento su di lui, attua la medesima azione anche su sé stesso. È da qui che prende avvio la seconda parte del romanzo nella quale, con un altro salto indietro nel tempo, è presentato un Arsène bambino a Collobrières, un paese del sud della Francia. In queste pagine prende forma la sua infanzia segnata da un evento doloroso del quale il piccolo, e in seguito l’adulto, si incolpa arrivando a perdere la propria felicità che egli sostituisce con un cinismo esasperato ed esasperante. L’ultima parte torna al presente narrativo per poi concludersi in un finale compiuto, ma aperto a diverse riflessioni. Nudi come siamo stati : un romanzo credibile e, per questo, potente Ivano Porpora affronta in maniera approfondita, intensa e nient’affatto banale temi importanti. Quelli che colpiscono maggiormente producendo una duratura eco emotiva sono, senza alcun dubbio, quelli che sono alla base dello scandagliare l’animo umano che -come l’autore stesso richiama nel titolo- vengono e devono essere esternati nudi e crudi come sono stati e sono sentiti da ciascun personaggio per poter essere accettati, compresi e affrontati. Esponendo dolori, ricordi, rimpianti essi divengono reali agli occhi dei lettori che si trovano come catapultati a una mostra d’arte dove i quadri rappresentano ciascuno qualcosa. Un qualcosa facilmente riconoscibile perché non estraneo a ognuno di noi. Tutto ciò fa di Nudi come siamo stati un romanzo evocativo e tangibile al tempo stesso da gustare senza fretta lasciandosi andare a […]

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Cinema & Serie tv

L’eccezione alla regola, un film di Warren Beatty

Attualmente nelle nostre sale cinematografiche, L’eccezione alla regola (qui il trailer) è un film scritto, diretto e interpretato da Warren Beatty, una delle leggende che hanno contribuito a rendere grande il cinema americano. Siamo alla fine degli anni ’50 ad Hollywood dove l’ambizioso Frank Forbes (Aiden Ehrenreich) lavora come autista per il magnate Howard Hughes (Warren Beatty), accompagnando le attrici scritturate dalla RKO – la casa di produzione e distribuzione cinematografica di Hughes – dalle loro abitazioni agli studios. Tra di loro, Frank conosce, e ne rimane colpito, Marla Mabrey (Lily Collins), attrice promettente giunta nella Mecca del cinema per poter realizzare il proprio sogno di diventare una star del grande schermo. Malgrado delle rigide regole impongano ai dipendenti di non socializzare tra loro, i due giovani finiscono con innamorarsi l’uno dell’altra. Tuttavia, coinvolti e travolti dalla forte personalità del miliardario, vengono separati per poi ritrovarsi a distanza di 6 anni di nuovo insieme prossimi a una conclusione della storia che li ha visti protagonisti. L’eccezione alla regola : una commedia sentimentale dai diversi spunti di riflessione Warren Beatty torna alla regia – dopo quasi vent’anni dal suo ultimo lavoro dietro la macchina da presa – per dedicarsi a una commedia romantica nella quale non manca l’inserimento e la trattazione di temi che offrono vari spunti di riflessione. Tralasciando la figura eccentrica e controversa del poliedrico Howard Hughes, che viene ben riproposto nelle sue tante sfaccettature, degni di nota sono la volontà di mostrare i retroscena e le meccaniche sottostanti al dorato mondo hollywoodiano, l’interesse verso l’evoluzione della condizione sociale della donna, in atto in quegli anni, e le diversità relative all’appartenenza religiosa che sfocia in una morale messa alla prova dai sentimenti e delle convenzioni dell’epoca. Frank e Marla, infatti, appartengono a due orientamenti religiosi diversi: metodista lui, battista lei, si trovano costretti a dover fare i conti con le proprie credenze e convinzioni inculcategli dalla fede che saranno ulteriore motivo di ostacolo alla loro storia d’amore. Purtroppo, malgrado le intenzioni fossero buone, il film non si può definire entusiasmante perché non si capisce quali siano state le reali intenzioni di Beatty. Diviso tra il riportare sotto i riflettori una tra le figura più carismatiche del panorama cinematografico – e non solo – statunitense e l’inserimento della storia d’amore, L’eccezione alla regola resta in bilico tra l’una e l’altra direzione. In oltre due ore di girato, lo spettatore si perde un po’ dietro la giovane coppia di innamorati alle prese con le loro aspirazioni, il loro bagaglio esperenziale e il sentimento che li unisce, e la presenza di una figura tanto ingombrante quanto quella di Hughes che, spesso, eclissa loro e il resto. Sarebbe stato meglio per il regista concentrarsi su uno dei due aspetti, il biografico o il sentimentale, in modo tale da ottenere un film coeso e coerente con le peculiarità di uno dei due generi. L’eccezione alla regola è, comunque, un film gradevole grazie a un cast d’eccezione, alla cura dei costumi, delle ambientazioni e di una selezionata colonna sonora, che riporta indietro nel tempo il pubblico infondendogli un senso di […]

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Tanna, storia di un amore selvaggio

Presentato nel 2015 alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e candidato agli Oscar 2017 nella categoria Miglior film straniero – il premio è poi stato vinto da Il cliente dell’iraniano Asghar Farhadi – Tanna è un film diretto dai due australiani Martin Butler e Bentley Dean dal 4 maggio al cinema. Ambientata sulla piccola isola di Tanna situata nell’Oceano Pacifico nell’arcipelago di Vanuatu, la storia ha per protagonisti due giovani della tribù Yakel: Dain e Wawa. Lui è il nipote del capo tribù, mentre lei quella del loro sciamano. Dain e Wawa sono innamorati ma per scongiurare un’eventuale guerra con il clan rivale dei violenti Imedin la ragazza viene promessa in sposa a uno di loro come simbolo di pace e unione tra le due comunità. Agli amanti non resta che fuggire per non dover essere costretti a separarsi secondo la legge dei matrimoni combinati nel loro Kastom – la tradizione – andando incontro insieme all’inesorabile destino che li attende sulle vette del vulcano che domina l’isola. Tanna : meravigliosamente unico! I due documentaristi Butler e Dean decidono di cimentarsi nella loro prima prova di “finzione” filmica con un soggetto nuovo per alcuni aspetti e noto per altri. La novità che risulta più evidente è che Tanna è il primo lungometraggio esistente interpretato in lingua bislama. Sull’isola, dove nel lontano 1774 sbarcò l’esploratore britannico James Cook, non mancano, oltre agli aborigeni, anche degli insediamenti cristiani che ricordano fino a quali confini si sia diffusa la civiltà occidentale ma i protagonisti fanno parte di quella percentuale di abitanti che continua a vivere allo stato selvaggio. Per questo motivo un’altra nota a favore è il grande valore etnografico della pellicola che mostra il vero, offrendo una testimonianza di qualità degli usi e dei costumi di un popolo che vive a stretto contatto con una natura selvaggia e magnifica. Di impressionante bellezza sono i luoghi dell’isola: la verdeggiante e rigogliosa foresta, le acque cristalline e le distese pianeggianti che si perdono all’orizzonte e poi lui, il maestoso vulcano attivo che fa da sfondo con le sue eruzioni infuocate dalle tinte porpora e oro ad alcune tra le scene migliori e più importanti del film. Toccanti e coinvolgenti sono anche i due interpreti, Mungau Dain e Marie Wawa, due oceanici e seminudi Romeo e Giulietta. In loro tutto irradia amore e dolcezza: parole, gesti e soprattutto sguardi; ogni loro esternazione trasmette al pubblico la forza e la purezza del loro sentimento e la commozione e il coinvolgimento sono inevitabili. A tutto ciò va aggiunto che la storia da loro interpretata si basa su fatti realmente accaduti verso la fine degli anni ’80 e questo contribuisce a dare maggiore credibilità e potenza alla trama. Tanna è un film suggestivo e trascinante che trasporta con delicatezza lo spettatore nei suoi luoghi incantati, rendendolo partecipe di una trama conosciuta per il tema e i sui risvolti, ma che comunque gli rimarrà bene impressa nella memoria e negli occhi.

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L’amore criminale, il debutto alla regia di Denise Di Novi

L’amore criminale (Unforgettable) è il film, dal 27 aprile nei nostri cinema, con il quale ha debuttato dietro la macchina da presa la produttrice americana Denise Di Novi. Julia Banks (Rosario Dawson), caporedattrice di un web magazine, è in procinto di sposarsi con il suo fidanzato David Connover (Geoff Stults), un imprenditore di successo. Trasferitasi a casa sua per iniziare la loro vita insieme, Julia avrà modo di conoscere e frequentare la figlia del suo futuro marito, Lily (Isabella Rice) e, di conseguenza, anche la sua ex moglie Tessa (Katherine Heigl). Quest’ultima non ha accettato il divorzio e, gelosa della nuova compagna di David, farà di tutto pur di riprendersi la propria famiglia, aiutata nell’intento dall’ex compagno di Julia, Miguel Vargas (Simon Kassianedis), tornato in libertà dopo essere finito in prigione perché accusato da lei di violenza domestica. L’amore criminale, un thriller poco convincente La Di Novi, per la sua prima prova come regista, sceglie il tema della gelosia che sfocia in vendetta per costruire l’intreccio del film. Quest’ultimo ha inizio nel presente per poi fare un salto a ritroso negli eventi passati permettendo così allo spettatore di venire a conoscenza dei retroscena della storia. La trama, tuttavia, è alquanto scontata e, sebbene la contrapposizione tra le due figure femminili risulti visivamente passabile, si perde in una risoluzione fin troppo rapida considerata la durata della pellicola. Buona la scelta di mettere l’una contro l’altra due grandi attrici come la Dawson, vittima inizialmente ignara e passiva e in seguito consapevole e attiva, e la Heigl, carnefice e orchestratrice minuziosa dei tanti inganni e delle varie macchinazioni ai danni della rivale. La prima risulta più credibile nel ruolo affidatole; la seconda, invece, per quanto sia in più momenti detestabile e disturbante, non è cattiva nel vero senso della parola: Tessa è più instabile mentalmente, più patologica che realmente malvagia! Le scene violente e le battute condite di insulti non mancano di certo, ma non bastano a conferire quel qualcosa in più al soggetto – peraltro non nuovo in campo cinematografico – che perde, per questo, colpi arrivando a fatica a una conclusione.  L’amore criminale pecca di trascuratezza nei colpi di scena, di ripetitività in alcuni momenti e nel riproporre qualcosa di stereotipato visto e rivisto invece di approfondire aspetti che sarebbero risultati essere di maggiore interesse. Peccato perché, in effetti, si sarebbe potuto ottenere, con qualche attenzione in più, un prodotto finale di gran lunga più originale e meno banale di quello risultante a fine visione. Ad eccezione delle interpretazioni della Dawson e della Heigl – Geoff Stults, invece, è poco incisivo perché il suo personaggio è stato troppo trascurato quando avrebbe potuto essere decisivo per la trama – la pellicola passa inosservata ed è un vero peccato: le carte in regola per una una sua totale riuscita c’erano tutte. 

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Un sacchetto di biglie, un film di Christian Duguay

Un sacchetto di biglie è l’ultimo lavoro diretto dal regista canadese Christian Duguay. Il film, al cinema dal 13 aprile, è il secondo adattamento cinematografico – il primo è stato realizzato nel 1975 per la regia di Jacques Doillon – del romanzo storico e autobiografico dello scrittore francese Joseph Joffo pubblicato nel 1973 e divenuto un bestseller ( in Italia è stato pubblicato dalla casa editrice BUR). La storia ha inizio nella Parigi degli anni ’40 e ha per protagonisti due giovanissimi fratelli ebrei, Joseph (Dorian Le Clech) e Maurice (Batyste Fleurial), che si divertono e amano giocare con le biglie. All’indomani dell’occupazione del Paese da parte delle truppe naziste durante la Seconda Guerra Mondiale, i due ragazzini iniziano a essere trattati diversamente già dai loro compagni di classe che non esitano a insultarli e picchiarli a causa della loro religione. Joseph e Maurice saranno perciò costretti a rinunciare alla propria spensieratezza e a separarsi dalla loro famiglia per intraprendere un viaggio che li condurrà in lungo e in largo per tutta la Francia, così da poter fuggire alla persecuzione antisemita e raggiungere la “terra libera” della quale ha tanto parlato loro il padre. Sarà soltanto grazie a molto coraggio e a una buona dose di accortezza e intelligenza se i due piccoli protagonisti riusciranno a sopravvivere alle crudeltà di cui è stato oggetto il popolo ebraico ricongiungendosi, non senza aver subito delle perdite, ai propri cari. Un sacchetto di biglie, un’importante testimonianza di vita vissuta Dopo aver portato sul grande schermo le avventure di Belle & Sebastien tratte dai romanzi di Cécile Aubry – il primo film è del 2013 e il sequel del 2015 – Duguay cambia genere, narrativo e dunque anche filmico, per dirigere una pellicola drammaticamente impegnativa. Impegnativa perché si tratta di una storia vera, quella dell’autore Joseph Joffo e della sua famiglia; impegnativa perché offre un’ulteriore testimonianza di una tra le pagine più terribili e vergognose che la storia mondiale abbia mai scritto; impegnativa, dunque, perché non è stata un’impresa da poco tenendo conto dei due elementi sui quali poggia e ruota l’intera trama. Quest’ultima è intensa e commovente; la storia arriva dritto al cuore e alle coscienze degli spettatori costringendoli a riflettere sulle ingiustizie e le brutture, purtroppo ancora attuali, che alcuni popoli sono stati e sono costretti a subire. Quella di Joseph e Maurice è un’avventura/disavventura dal sapore amaro eppure, al contempo, dolce perché portatrice di speranza. La speranza di poter combattere contro le avversità con tutti i mezzi a propria disposizione una lotta per la sopravvivenza che servirà ai due protagonisti – interpretati con grande bravura dai giovani attori, così come notevole è stato il lavoro svolto dal resto del cast – per crescere, maturare e vivere in un mondo che è loro ostile. Duguay – anche grazie a un’accurata e mirata scelta dei luoghi tra i quali non mancano alcuni tra i migliori paesaggi rurali e urbani francesi – ha portato sul grande schermo una storia di forte impatto emotivo che, oltre a mostrare fatti realmente accaduti, è un ulteriore contributo artistico dell’orrore che […]

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Baby Boss, l’ultimo nato della famiglia DreamWorks

Baby Boss è l’ultimo lungometraggio d’animazione prodotto dallo studio cinematografico americano DreamWorks Animation e diretto dal regista Thomas McGrath. A introdurre la storia è il protagonista ormai diventato adulto, Tim, il quale ripercorre a ritroso uno degli avvenimenti tra i più rilevanti e traumatici della propria infanzia: l’arrivo in casa del fratellino. Il nuovo arrivato è Baby Boss, un bebè che fa il suo ingresso nella famiglia Templeton con tanto di giacca e cravatta, orologio d’oro al polso e una valigetta ventiquattrore. Mentre i suoi genitori non trovano affatto strana la cosa, Tim inizia a tenere d’occhio il bambino, fino a essere coinvolto in un’operazione segreta che si spingerà ben oltre quanto la sua già fervida immaginazione avrebbe mai potuto elaborare. Baby Boss e la messa in cartone delle paure dei figli, non più, unici Malgrado si tratti di un film che ha per protagonisti dei bambini e sia rivolto ai bambini, Baby Boss non è affatto un concentrato di canzoncine e tenerume. Lo spettatore adulto vi riconosce subito tematiche ben più mature e i genitori, soprattutto, vi troveranno alcune dinamiche a loro note. Ma, più di tutti, saranno i fratelli e le sorelle maggiori che, molto probabilmente, si immedesimeranno nel personaggio di Tim. Quest’ultimo, dopo aver goduto per 7 anni dell’amore e delle attenzioni incontrastati dei suoi genitori, è costretto a dividere ciò che è stato soltanto suo con un fratellino che non ha voluto. Per di più, oltre a dover rinunciare a qualcosa, il primogenito deve anche assumersi le responsabilità che l’essere il più grande comporta. Quello che scatta, dunque, è un vero e proprio meccanismo di crescita accelerata dal mutare della situazione familiare.  McGrath, attraverso il personaggio di Baby Boss, tuttavia, ha reso per Tim meno traumatici – almeno dopo che il bambino viene a conoscenza della reale missione dell’ingessato e dispotico frugoletto – i tanti cambiamenti intervenuti nella sua vita. La trama – che riprende le avventure tratte dal libro illustrato dell’autrice Marla Frazee The Boss Baby – è fantasiosa, ritmata, divertente e non perde un colpo suscitando ilarità nello spettatore. Il regista ha poi inserito diverse citazioni del mondo del cinema e della musica con un risultato che ha dello straordinario. Baby Boss : c’è un po’ di Pixar in casa DreamWorks Tom McGrath – regista della fortunata serie di Madagascar (iniziata nel 2005) e di Megamind (2010) – in questa pellicola mostra di aver preso in prestito qualcosa dalla Pixar. In tipico stile DreamWorks Animation, invece, vi è l’alternanza tra il 3d e il 2d; mentre, un elemento nuovo, ma che rimanda agli anni ’50, è l’uso della tecnica utilizzata dal designer e pubblicitario americano Saul Bass impiegata da quest’ultimo soprattutto per la creazione delle locandine cinematografiche. A prescindere dall’innovazione, dai rimandi o dai prestiti, Baby Boss è un bel cartone animato dotato di humour sottile ma allo stesso tempo mirato che, come qualsiasi film per bambini che si rispetti, veicola diversi messaggi. Il più importante fra tutti è sicuramente quello dell’importanza e del valore dell’amore fraterno che, superati i primi ostacoli dell’infanzia, si trasforma in quello tra i più duraturi, sinceri e solidi […]

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