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Eroica Fenice

Cinema & Serie tv

L’unica – Irreplaceable You, un film originale Netflix

Disponibile su Netflix dal 16 febbraio, L’unica – Irrepleceable You è un film sentimentale dalle tinte drammatiche diretto dalla produttrice televisiva Stephanie Laing. Abbie (Gugu Mbatha-Raw) è una giovane donna in procinto di convolare a nozze con Sam (Michiel Huisman), l’unico fidanzato che abbia mai avuto, conosciuto all’età di otto anni e con il quale ha iniziato una bellissima storia d’amore. Decisi a compiere il grande passo dopo essere andati a vivere insieme e incoraggiati anche dalla probabilità di un’eventuale gravidanza, i due organizzano il loro matrimonio ritagliandosi degli spazi dai loro rispettivi lavori. Tuttavia, durante la visita ginecologica di Abbie, i loro sogni sulla vita futura che li aspetta vengono infranti perché è lì che scoprono che la ragazza non è incinta ma ha un grave tumore. Inizia così il calvario delle cure che debilitano la protagonista nel fisico rendendola consapevole di quanto accadrà di lì a pochi mesi: non ci sarà più e Sam, il suo Sam, che ha avuto solo lei e non ne sa nulla di questioni di cuore, resterà solo. Determinata più che mai a trovargli una nuova compagna che possa “rimpiazzarla”. Abbie si dedica totalmente a questa ricerca dimenticandosi, però, di fare quello che realmente dovrebbe e che Myron (Christopher Walken), un malato terminale come lei con il quale ha fatto amicizia al “club dell’uncinetto”, le rammenta durante ogni loro incontro: godersi il più possibile gli ultimi momenti apprezzando il bello che la circonda. L’unica – Irreplaceable You e l’insostituibilità della persona amata Puntando non tanto sulla componente drammatica della trama, quanto su ciò che di positivo la anima, la Laing – al suo debutto con un lungometraggio – mira a trasmettere un messaggio ben preciso al pubblico: quando si ama davvero qualcuno, nessuno può sostituirlo perché quella persona è unica, l’unica. Da qui, l’interesse a mostrare quanto poco, anzi, nulla contino gli sforzi eccessivi compiuti dalla protagonista nell’affannarsi in una ricerca di una nuova partner per l’innamorato che non vuole perché non può neanche sentir parlare di un’altra che non sia lei. La carica tragica viene smorzata da parentesi comiche e personaggi secondari – come il premio Oscar Christopher Walken – che alleggeriscono la storia inserendo delle pause nel dramma utili a non rendere il tutto eccessivamente pesante. Ottime le interpretazioni della Mbatha-Raw, perfetta nel suo ruolo di premurosa, piena di vita, ossessiva e malata donna innamorata e del suo collega Huisman che ne interpreta la metà (im)perfetta con una naturalezza e goffaggine disarmanti. L’unica – Irreplaceable You è una storia che fa breccia nei cuori degli spettatori toccandone le corde più intime e sensibili lasciandovi a diffondere una melodia triste eppure dolce che racchiude in sé l’unicità dei ricordi del passato, la forza del dolore del presente, ma soprattutto, la speranza di amare ancora del futuro.

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Cinema & Serie tv

La forma dell’acqua – the shape of water, il nuovo film di Guillermo Del Toro

Candidato a ben tredici premi Oscar, vincitore di due Golden Globes e del Leone d’oro come Miglior film alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, La forma dell’acqua – The Shape of Water è l’ultimo incredibile lavoro diretto dal regista messicano Guillermo del Toro, uscito nei nostri cinema il 14 febbraio. Elisa Esposito (Sally Hawkins), muta sin da bambina, è impiegata come addetta alle pulizie in un laboratorio governativo nella Baltimora del 1962. Insieme alla sua collega Zelda (Octavia Spencer) è testimone dell’arrivo di una creatura anfibia (Doug Jones) catturata dal colonnello Strickland (Michael Shannon) per essere studiata dagli scienziati che vi lavorano. Mossa dalla curiosità e dalla solitudine, Elisa inizia a instaurare un legame con questo essere che, a poco a poco, impara a conoscere fino a innamorarsene. Organizzata la fuga con l’aiuto dell’amica, del vicino Giles (Richard Jenkins) e del Dottor Hoffstetler (Michael Stuhlbarg), dopo aver saputo dell’intenzione di eliminarlo perché considerato un mostro, Elisa decide di nasconderlo nel suo appartamento aspettando il momento propizio per rendergli, anche se a malincuore, la libertà. La forma dell’acqua – The Shape of Water, l’amore di Guillermo Del Toro non ha forme Affascinato da Il mostro della laguna nera, un film horror fantascientifico in bianco e nero del 1954 diretto da Jack Arnold, Guillermo del Toro ha dichiarato di aver creato il suo come finale per la storia di Gill-Man e Kay, i protagonisti della precedente pellicola. Scegliendo gli anni della Guerra fredda con gli Stati Uniti in perenne contrasto con la Russia, del Toro mostra al pubblico quanta fosse l’ambizione americana e quanto grande fosse il desiderio da parte della Nazione intera di primeggiare sui suoi avversari non badando a spese per i propri esperimenti e non risparmiandosi in termini di orrori pur di raggiungere i propri obiettivi. È in questa gara senza esclusione di colpi che trovano spazio temi come la lotta per l’affermazione dei diritti di una donna di colore – Zelda – all’interno di una società bianca e di un matrimonio dove a dominare è l’uomo, l’emarginazione degli omosessuali – è il caso di Giles – e la possibilità per gli ultimi di vivere secondo i propri desideri senza dover sottostare a delle assurde regole imposte da altri. E, infine, l’amore tra diversi osteggiato da chi non comprende che, questo sentimento, non conosce confini, forme e generi perché imprevedibile e non certo controllabile o ascrivibile a un qualcosa di definito e prefissato. Questo concetto viene ben descritto da una meravigliosa poesia citata nel film: “Incapace di percepire la tua forma, ti ritrovo tutto intorno a me. La tua presenza mi riempie gli occhi del tuo amore, onora il mio cuore perché sei ovunque.” La forma dell’acqua – The Shape of Water è, prima ancora che un film fantastico dai contorni drammatici, un’opera dedicata all’amore, l’amore vero che va oltre tutto e tutti assumendo a volte forme inusuali e inaspettate ma non per questo meno profonde di quelle considerate tradizionali.

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Cinema & Serie tv

Final Portrait – L’arte di essere amici, il film sullo scultore Alberto Giacometti

Presentato fuori concorso al Festival di Berlino 2017, Final Portrait – L’arte di essere amici è l’ultimo film diretto e sceneggiato dal regista statunitense Stanley Tucci in programmazione nelle nostre sale cinematografiche dall’8 febbraio. Ambientata nella Parigi degli anni ’60, la pellicola è incentrata sugli ultimi due anni di vita dell’incisore, pittore e scultore svizzero Alberto Giacometti (Geoffrey Rush) il quale, in questo periodo, è impegnato nella realizzazione del suo ultimo ritratto che ha per soggetto l’amico e scrittore americano James Lord (Armie Hammer). La trama segue con cadenza giornaliera il lavoro di Giacometti inoltrandosi intimamente nella sua sregolata vita privata piuttosto che focalizzarsi su quella pubblica. La risultante finale è una maggiore conoscenza di una delle figure tra le più controverse del panorama artistico di quell’epoca di indiscusse fama e particolarità; una figura eclettica e forte che incuriosisce e affascina proprio grazie a queste sue qualità. Final Portrait – L’arte di essere amici, un lavoro compiuto incentrato sull’incompiutezza dell’opera d’arte dello scultore Alberto Giacometti Stanley Tucci per il soggetto del suo film prende le mosse dal diario di James Lord “A Giacometti Portrait” nel quale il giovane scrittore descrisse con dovizia di particolari i 18 giorni trascorsi nell’atelier parigino dell’artista posando per un ritratto che, alla fine, rimase incompiuto. Per gli appassionati e i conoscitori di Giacometti questa non è certo una novità poiché, durante la sua intera carriera artistica, il famoso pittore svizzero fu sempre insoddisfatto delle sue creazioni al punto da arrivare a farle e disfarle più volte senza raggiungere i risultati da lui voluti. Geoffrey Rush ha riportato in vita sul grande schermo le movenze, l’espressività e l’eccentricità dell’uomo oltre che dell’artista incarnando i panni di Alberto Giacometti alla perfezione. A fargli da spalla, il giovane Armie Hammer – interprete dell’acclamato Chiamami col tuo nome dell’italiano Luca Guadagnino – che ben si contrappone con la sua calma e la sua pazienza al dominante personaggio di Rush. A loro fanno da corollario gli altri interpreti che popolano la scena e grazie ai quali risalta il protagonista come Annette (Sylvie Testud) la moglie di Giacometti, Diego (Tony Shaloub) il fratello e Caroline (Clémence Poésy) la prostituta che fu a lungo la sua amante. Precisa e profonda la fotografia affidata all’inglese Danny Cohen, che proietta l’attenzione dello spettatore sugli interni dell’atelier, della casa e dei luoghi frequentati abitualmente dall’artista facendolo sentire presente e parte di quei luoghi. Final Portrait – L’arte di essere amici è un’opera compiuta che parla di amicizia, genialità e arte naturalmente e senza alcun artificio che, visto il soggetto, sarebbe stato del tutto inutile perché superfluo.

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Libri

Disordine e ordine, il secondo romanzo di Alessio Tropeano

Pubblicato dalla casa editrice Aracne lo scorso giugno nella collana NarrativAracne, Disordine e ordine è il secondo romanzo dello scrittore campano Alessio Tropeano. Ambientata in un irreale paesino montano situato nell’entroterra abruzzese, la storia ha per protagonista, nonché voce narrante, il parroco Don Luca Pacioli. A quest’ultimo viene affidato il non facile compito di tener nascosto al piccolo Mattia, genio della matematica, l’identità del suo vero padre e il misterioso legame che si cela dietro le sue origini strettamente connesse alla materia che tanto lo appassiona. Aiutato nell’impresa dalla madre del bambino, l’intrigante e seducente nobildonna Laetitia de Sorbis, e da Maria, la signora che gestisce l’osteria dove è solito andare a mangiare, Don Luca resta sin da subito affascinato dal ragazzino e dal suo mondo fatto di numeri e congetture. Mattia, che nel corso della storia cresce divenendo una calamita per adulti e coetanei grazie al suo essere così unico – proprio come un numero primo, è tormentato e risente molto della separazione dei suoi genitori e sembra trovare conforto soltanto nei suoi amati calcoli, nella relazione con la bella e intelligente Annarita e, in particolar modo, nell’interesse a ritrovare il manoscritto di un prete nel quale sarebbero contenute alcune delle soluzioni ai problemi matematici ancora irrisolti. Don Luca e Mattia si dedicheranno così a un’avvincente ricerca durante la quale non mancheranno emozioni e sorprese. Disordine e ordine : il sottile confine tra il mondo onirico e quello reale secondo Alessio Tropeano Alessio Tropeano popola il suo romanzo di enigmi – sogni che rasentano la realtà, numeri e figure alquanto ambigue dai contorni talora definiti e più spesso indefiniti – intrigando il lettore che, pagina dopo pagina, si lascia coinvolgere da quella che è una narrazione irreale. La ragione viene spesso messa a dura prova da fatti e spiegazioni che hanno dell’incredibile e che, fermandosi a una lettura superficiale, sembrano non avere alcun nesso logico e un filo conduttore a legarli gli uni agli altri. Eppure, grazie a un’attenta e più profonda analisi, quello che appare come un caos di parole, pensieri e situazioni, prende forma dando all’apparente disordine un ordine. L’autore, ricorrendo all’onirico, al surrealismo e a una giusta dose di colpi di scena, crea e plasma l’argomento della sua opera la cui principale attrattiva è l’essere al di sopra dei canoni letterari convenzionali. Disordine e ordine, per questi motivi, è un lavoro al quale conviene approcciarsi lasciando da parte la razionalità lasciandosi liberamente andare a un sogno dove è l’inconscio a farla da padrone.

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Libri

“Da duemila anni” di Mihail Sebastian, diario di un ebreo romeno

Pubblicato il 25 gennaio da Fazi Editore nella collana Le strade, Da duemila anni è il diario dell’intellettuale ebreo romeno Mihail Sebastian. Siamo in Romania negli anni ’20 e il protagonista, un giovane studente ebreo dell’Università di Bucarest si trova a fare i conti con il diffuso antisemitismo che sta prendendo piede nel suo Paese così come nel resto d’Europa. Costretto a subire le ingiustizie che i suoi colleghi rivolgono a lui e agli altri studenti ebrei, il giovane tenta, servendosi di un diario, di riportare giorno per giorno quanto ha saputo e vissuto riguardo la condizione che lo affligge per provare a rintracciarne le cause. Grazie alla propria esperienza e all’instaurarsi di relazioni durature e profonde con le persone che entrano a far parte della sua vita, l’io narrante non soltanto apre le porte del suo mondo e del suo modo di pensare al lettore ma fornisce ulteriori punti di vista sul grande interrogativo – rimasto tuttora senza risposta – sul perché di tanto odio nei confronti del popolo ebraico. Quest’odio, che dura ormai da duemila anni, ha radici profonde, talmente profonde da essere diventato una costante per tutti gli ebrei sparsi nel mondo quasi si trattasse di un’estensione naturale del loro essere dal quale non possono più a prendere le distanze. Da duemila anni di Mihail Sebastian, la remissiva accettazione di un’insensata e infame condizione Mihail Sebastian, avvocato, autore teatrale e critico letterario originario di Bucarest, grazie a una prosa acuta e densa di complessità e provocazioni, ha fatto del suo diario un’impeccabile testimonianza, oltre che della condizione degli ebrei nei primi decenni del secolo scorso, anche e in particolar modo, dei tormenti interiori da loro provati. All’interno della sua opera, infatti, vi sono rimandi all’ebreo errante – una figura leggendaria che, dopo averlo deriso non riconoscendo in lui il Messia, fu maledetto da Gesù che lo condannò a vagare in eterno sulla terra – e molte riflessioni più nello specifico sull’intellettuale ebreo “[…] scalzato per ben due volte dal gioco attivo dell’esistenza, la prima in quanto intellettuale e la seconda in quanto ebreo.” Un altro punto ricorrente nella lucida e attenta analisi di Mihail Sebastian sulla situazione in cui versano gli ebrei è legato alla constatazione del loro isolamento dovuto all’allontanamento da parte dei credenti di altre religioni perché contaminati da un peccato ben più serio e, soprattutto, imperdonabile e irreparabile del peccato originale cristiano. Una macchia indelebile che si portano dietro da duemila anni e che li condanna al disprezzo e alla ghettizzazione. Da duemila anni è un’opera intelligente e ironica, un documento di inestimabile interesse e valore storico, la cui prima pubblicazione avvenuta nel 1934, scatenò reazioni contrastanti e per lo più violente e questo basta a darne l’idea del valore perché, in fondo, soltanto un’autentica verità può risultare scomoda e pericolosa.

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Cinema & Serie tv

L’ora più buia, il film di Joe Wright su Winston Churchill

In programmazione nelle sale italiane dal 18 gennaio, L’ora più buia (Darkest Hour) è l’ultimo film diretto dal regista e produttore cinematografico inglese Joe Wright. È il 1940, la Germania nazista di Hitler procede l’avanzata bellica alla conquista dell’Europa Occidentale ed è allora, nel maggio di quell’anno, che il Primo ministro inglese in carica Neville Chamberlain (Ronald Pickup) rassegna le sue dimissioni in favore di Winston Churchill (Gary Oldman). Quest’ultimo si trova a dover prendere una tra le decisioni più importanti e sofferte per il suo Paese in quel preciso momento storico: negoziare la pace con il nemico tedesco o continuare la guerra con la consapevolezza di dover sacrificare un alto numero di vite umane pur di difendere la libertà della Nazione. Supportato dalla moglie Clementine “Clemmie” (Kristin Scott Thomas) e dalla sua dattilografa Elizabeth Layton (Lily James), osteggiato dal suo stesso partito – i Conservatori – e da un’inizialmente scettico re Giorgio VI (Ben Mendelsohn), il nuovo Primo ministro dovrà fare appello a tutto il suo carisma e alla sua forza per superare l’ora più buia della sua intera carriera. L’ora più buia di Joe Wright:“sangue, fatica, lacrime e sudore” nella speranza di un’“ora più bella” Presentato al Telluride Film Festival lo scorso settembre e, in seguito, al Toronto International Film Festival, la pellicola ha ricevuto numerose candidature a diversi premi dell’ambito cinematografico compresi i Golden Globes dell’8 gennaio. A questi ultimi, il premio Oscar Gary Oldman ha conquistato, proprio grazie alla sua formidabile interpretazione nel lavoro di Wright, il premio come Miglior attore in un film drammatico. Oldman ha più che meritato la vittoria di questo prestigioso premio non soltanto perché ha vestito i panni del protagonista del film ma, soprattutto, perché in quei panni si ci è talmente immedesimato da dare l’impressione di trovarsi realmente di fronte al controverso, particolare e sagace Primo ministro britannico. All’attore il regista ha poi affiancato colleghi – in particolar modo la Thomas – che, con la loro bravura, hanno contribuito a esaltarne il valore recitativo con una naturalezza disarmante. Ottima, infine, la scelta di riportare nei dialoghi le parole pronunciate dal vero Churchill durante alcuni dei suoi discorsi rivolti ai parlamentari della Camera dei Comuni (House of Commons) tra i quali, indubbiamente, spiccano il primo dopo aver accettato l’incarico assegnatogli: “Non ho altro da offrirvi che sangue, fatica, lacrime e sudore. […] Se chiedete quale sia la nostra politica risponderò: di muover guerra, per terra, mare e aria, con tutto il nostro potere e con tutta la forza che Dio ci dà […] Se chiedete quale sia il nostro obiettivo vi rispondo con una parola: la vittoria, la vittoria ad ogni costo, la vittoria malgrado ogni terrore, la vittoria per quanto lunga ed aspra possa essere la via; perché senza vittoria non vi è sopravvivenza.” E, ancora di più, le parole conclusive a quello immediatamente precedente l’imminente aggressione della Germania all’Inghilterra: “Stringiamoci dunque al nostro dovere e comportiamoci in modo che se il Commonwealth e l’Impero britannico dureranno per un migliaio d’anni gli uomini diranno […]

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Cinema & Serie tv

Il re della polka, un film con Jack Black

Il re della polka, una produzione originale Netflix, è l’ultima commedia basata su una storia vera con protagonista l’attore, musicista e comico americano Jack Black. Jan Lewan (Jack Black) è un immigrato polacco che, nella Pennsylvania dei primi anni ’90, cerca con difficoltà di sbarcare il lunario svolgendo numerosi lavori saltuari e mal retribuiti. Dopo l’incontro con il polistrumentista Mickey Pizzazz (Jason Schwartzman), i due decidono di formare una band grazie alla quale Jan diventa “Il re della polka della Pennsylvania” mentre il suo amico ne è il clarinettista. Appoggiato in questo espediente – come nei tanti altri perlopiù strampalati – dalla moglie Marla (Jenny Slate), Jan non è visto invece di buon occhio dalla suocera Barb (Jacki Weaver) che vorrebbe si trovasse un’occupazione seria così da poter mantenere la famiglia, smettendo di vivere nella precarietà. Intenzionato a tutti i costi a continuare la carriera musicale nonostante le difficoltà economiche perché convinto di poter realizzare “il sogno americano”, Jan propone al suo pubblico – formato per la maggioranza da persone anziane – di investire nei suoi stravaganti progetti ingenti somme di denaro, finendo tuttavia con il violare la legge americana, con il ritrovarsi indebitato per diversi milioni di dollari e nell’impossibilità di restituire i soldi ricevuti. Il re della polka, una truffa tutta da ridere Diretto dalla regista Maya Forbes, che ha scritto la sceneggiatura in collaborazione con Wallace Wolodarsky, il film è ispirato al documentario del 2007 “The Man who would be Polka King” incentrato sulla vera storia di Jan Lewan. Quest’ultimo, per raggirare i suoi fan, fece ricorso al famoso “schema Ponzi” – assicurare alti guadagni sul capitale investito dalle vittime a patto che convincano altre persone a unirsi “all’affare” – finendo con l’essere denunciato e arrestato per frode nel 2001 e venire poi scarcerato nel 2009. La pellicola, bisogna ammetterlo, si poggia e ruota soprattutto sul protagonista interpretato da un irresistibile Jack Black – impeccabile anche nel parlare un inglese sgrammaticato con un marcato accento polacco – che, come sempre, non manca di far sorridere e ridere insieme. L’effetto comico è poi accentuato dal fatto che alcuni episodi raccontati nel film, e che hanno dell’incredibile tanto appaiono surreali, sono accaduti per davvero. A Black si affiancano gli altri attori che, malgrado la centralità del suo personaggio, non restano ai margini; anzi, contribuiscono a valorizzarne – senza renderlo però eccessivamente ridicolo – l’esilarante lavoro. Il re della polka è un film tragicomico il cui grande pregio, durante i suoi 95 minuti, è quello di intrattenere piacevolmente il pubblico facendolo divertire e riflettere al contempo senza risultare eccessivo né in una direzione né nell’altra.

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Milada, biografia di un’eroica attivista

Disponibile sulla piattaforma di streaming Netflix dal 12 gennaio, Milada è il film biografico sulla politica e attivista per i diritti umani cecoslovacca Milada Horáková. Siamo negli anni ’30 a Praga dove la giovane giurista Milada Horáková (Ayelet Zurer), membro del partito socialista nazionale cecoslovacco prima e impiegata presso il dipartimento delle attività sociali poi, è anche attivista dei diritti civili e delle donne. Sposata con il compagno di partito Bohuslav Horák (Robert Gant) e madre della piccola Jana, durante l’occupazione nazista del suo Paese del 1939 aderisce al movimento clandestino della resistenza divenendone uno dei membri più importanti. Arrestata l’anno dopo dalla Gestapo e condannata a morte, successivamente, la sua pena viene trasformata in ergastolo con il seguente trasferimento, insieme al marito, nel campo di concentramento di Theresienstadt e poi in altre prigioni tedesche rimanendo in stato di reclusione per cinque anni. Milada, finita la guerra, entra attivamente in politica e sotto il regime comunista, viene nuovamente incarcerata con l’accusa di spionaggio per poi essere condannata all’impiccagione nel 1950. Milada è l’omaggio cinematografico a un simbolo di rara coerenza Diretto dal giovane regista cecoslovacco David Mrnka il film segue passo passo – rimanendo fedele ai fatti storici dell’epoca oltre che a quelli vissuti dalla protagonista – l’evolversi di ciò che una donna, colpevole di essere fedele ai propri principi, fu costretta a subire e sopportare durante anni di indicibili e indescrivibili difficoltà e instabilità non soltanto per quanto riguardava la politica. Quest’ultima viene aspramente criticata perché, d’altronde, un’ingiustizia resta comunque tale a prescindere dall’ideologia o il movimento politico durante la quale sia stata perpetrata. Nel caso della Horáková – ma nella storia si trovano esempi simili se non peggiori – l’ingiustizia subita pesa il doppio. Ottima l’interpretazione dell’acclamata e talentuosa attrice israeliana Ayelet Zurer che, grazie a un’intensa espressività, ha realmente fatto sua la parte assegnatale riuscendo a trasmettere tutta la forza e la determinazione possedute da Milada. Ben curati, inoltre, i costumi, le musiche e le ambientazioni così come i dialoghi che rappresentano un indubbio valore aggiunto per la pellicola. Milada si presenta in tutta la sua drammaticità agli occhi dello spettatore che ne riconosce e apprezza l’omaggio a una martire divenuta uno dei tanti simboli della lotta contro qualsiasi forma di vessazione e oppressione a livello nazionale e internazionale; una donna, figlia, sorella, moglie e madre che, svestitasi di tutti i suoi ruoli, ha sacrificato la sua vita pur di rimanere coerente al proprio sentire con una dignità e un coraggio tutti umani ma nient’affatto comuni.

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Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh

Scritto e diretto da Martin McDonagh, il film Tre manifesti a Ebbing, Missouri arriva nelle sale cinematografiche italiane oggi 11 gennaio. Mildred Hayes (Frances McDormand) ha perso in modo tragico la figlia Angela (Kathryn Newton), violentata e uccisa dal suo assalitore che ne ha bruciato il corpo in una strada poco trafficata non lontana dalla cittadina di Ebbing, nello Stato del Missouri. Ed è su quella strada che Mildred, affittandone lo spazio dal giovane pubblicitario Red Welby (Caleb Landry Jones), commissiona tre grandi manifesti contenenti una chiara provocazione rivolta al capo della polizia William Willoughby (Woody Harrelson), formulando nei suoi confronti – e in generale verso l’intero corpo di polizia – tre semplici ma significative frasi: Violentata mentre stava morendo. E ancora nessun arresto? Come mai, capo Willoughby? L’azione della donna ha un solo intento: far sì che le indagini vengano riaperte così da scovare e mettere in prigione l’assassino della figlia. Willoughby, malato di cancro e amato dalla comunità di Ebbing, decide di avvalersi dell’aiuto dell’agente e suo secondo Jason Dixon (Sam Rockwell); sarà proprio quest’ultimo a dover affrontare questo e altri spinosi problemi sollevati e, in qualche modo, legati all’omicidio della giovane Angela Hayes. Tre manifesti a Ebbing, Missouri e il trionfo ai Golden Globes dell’8 gennaio Premiato con ben quattro statuette durante la serata dei Golden Globes dell’8 gennaio – Miglior film drammatico, Migliore attrice in un film drammatico per la McDormand, Migliore attore non protagonista a Rockwell e, infine, Migliore sceneggiatura – Tre manifesti a Ebbing, Missouri ha fatto incetta di premi anche oltreoceano – come, per citare i più importanti, il premio Miglior sceneggiatura alla 74ͣ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e il premio del pubblico al Toronto Film Festival e al San Sebastián International Film Festival tutti del 2017. Il film ha tutte le caratteristiche per essere definito un prodotto di qualità: ottima sceneggiatura, un cast in cui ogni attore – spiccano la McDormand, Warrelson e Rockwell – recita alla perfezione la propria parte e una giusta dose di scurrilità verbali e violenza, che ben rendono e accentuano l’effetto drammatico della pellicola. Martin McDonagh – regista della commedia noir 7 psicopatici del 2012 e della commedia poliziesca In Bruges-La coscienza dell’assassino del 2008 – non lascia nulla d’intentato pur di trasmettere agli spettatori la drammaticità che permea l’intera trama. Una trama densa, priva di pause o vuoti in cui le scene si susseguono una dietro l’altra riempiendo letteralmente lo schermo e provocando un avvicendarsi di emozioni diverse eppure collegate tra loro. Più che meritati, dunque, per Tre manifesti a Ebbing, Missouri i tanti riconoscimenti ottenuti per aver proposto una storia realmente tragica con una naturalezza che non ha nulla dell’artificioso a cui, troppo spesso, il cinema contemporaneo si lascia andare perdendo di verità e onestà verso il suo pubblico.

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Cinema & Serie tv

“Coco” di Lee Unkrich, l’ultimo sorprendente film d’animazione targato Pixar

Uscito nelle sale italiane il 28 dicembre, Coco è l’ultimo film prodotto da Pixar Animation Studios e distribuito da Walt Disney Studios Motion Pictures candidato ai prossimi Golden Globes dell’8 gennaio. Miguel Rivera, un bambino messicano che vive nella città di Santa Cecilia, è cresciuto in una famiglia di calzolai nella quale è stata bandita la musica. La motivazione di questa decisione estrema,risale alla trisavola Imelda, rimasta sola con la figlioletta Coco dopo che il marito ha deciso di andarsene per inseguire il suo sogno: diventare un musicista di successo. Coco è la bisnonna di Miguel ed è l’unica, malgrado l’età avanzata, a mantenere ancora vivo il ricordo del padre scomparso. Durante la celebrazione del Día de Muertos – la tradizionale festa messicana in onore dei defunti – Miguel scopre, riconoscendone la chitarra da una vecchia foto, che il suo trisavolo altri non è che il famoso Ernesto de la Cruz, il suo idolo. Intenzionato a partecipare a una gara per talenti, il ragazzino incorre però nelle ire della nonna che, per impedirglielo, rompe l’unica chitarra in suo possesso. Tuttavia, Miguel non si perde d’animo e decide di prendere in prestito dal mausoleo di de la Cruz il suo strumento ma, al primo accordo, si ritrova nel mondo dei morti in compagnia del fedele Dante, un randagio che rimarrà al suo fianco durante tutto il suo fantastico viaggio. Coco di Lee Unkrich: famiglia, musica e ricordi Diretto da Lee Unkrich con Adrian Molina come co-regista, Coco è un omaggio animato alla famiglia. Quest’ultima è al centro dell’intera pellicola con i suoi contrasti, le sue aspettative, i suoi doveri e, soprattutto, con la grande importanza data al rispetto per ogni suo componente, vivo o morto che sia. La continuazione dell’esperienza familiare di Miguel, grazie all’incontro con i parenti scomparsi, serve a introdurre la tematica del regno dell’oltretomba. Quest’ultima non è certo nuova al grande schermo. Un valido predecessore è sicuramente Il libro della vita, altro film d’animazione del 2014 prodotto da Reel FX Animation Studios, diretto da Jorge R. Gutierriez e interamente incentrato sul Día de Muertos; eppure, la pellicola della Pixar non teme confronti. Tra canzoni, ambientazioni fantastiche, alebrijes fluo – creature del folklore messicano -, un divertente omaggio alla pittrice Frida Khalo, genuine risate e intensi momenti di commozione, il film ha davvero una marcia in più. Coco di Lee Unkrich è un coloratissimo viaggio che ha inizio con la voglia di un ragazzino di inseguire un sogno sfidando la disapprovazione della sua famiglia, quella stessa famiglia che (ri)scoprirà e riuscirà a riunire, nella vita così come nella morte, grazie a una passione che lo anima perché radicata nel suo sangue.

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Libri

Playlist-L’amore è imprevedibile, recensione

Pubblicato lo scorso maggio dalla casa editrice DeA nella collana Le Gemme, Playlist-L’amore è imprevedibile è il romanzo di genere young adult della sceneggiatrice televisiva americana Jen Klein. Playlist-L’amore è imprevedibile, sinossi June Rafferty ha diciassette anni, sta per iniziare l’ultimo anno alla Robin High e, nonostante la giovane età, ha le idee ben chiare: la scuola rappresenta soltanto l’ultimo momento di passaggio prima di entrare nella vita adulta, la vita vera. A provare a dissuaderla da questa sua radicata convinzione è Oliver Flagg, l’atleta più popolare della scuola nonché figlio di una tra le più care amiche della madre. Per il coetaneo, che ogni mattina la passa a prendere per accompagnarla al liceo dove entrambi studiano, le idee di June sono esattamente all’opposto delle sue e sarà a colpi di musica che i due, malgrado si conoscano sin da bambini, inizieranno ad aprirsi e a conoscersi al punto da arrivare a cambiare le rispettive opinioni l’uno sul conto dell’altra. Un’innocente sfida lanciata per il controllo della radio li porterà così a instaurare un’amicizia talmente speciale, perché sincera, da trasformarsi in qualcosa che né June né Oliver avrebbero potuto immaginare neanche lontanamente. Playlist-L’amore è imprevedibile, quando gli opposti si attraggono Jen Klein, in quasi quattrocento pagine, offre ai lettori una storia leggera che cattura l’attenzione sin dalle prime battute. Grazie soprattutto ai due giovani protagonisti che, inizialmente, appaiono realmente essere due opposti inconciliabili sotto molti punti di vista: amicizie, modi di pensare e di vivere e- l’elemento che li unirà facendoli (ri)scoprire per quelli che sono- gusti musicali profondamente diversi. Eppure, proprio grazie alla musica, riusciranno a mettersi a nudo lasciando che la loro vera essenza venga alla luce giorno dopo giorno, fino a non aver più bisogno neanche di parlare per capirsi. Grazie a dei dialoghi serrati con scambi di battute argute e divertenti, a una scrittura scorrevole, a dei personaggi secondari, nient’affatto scontati o banali, e alla giusta dose di sentimentalismo e serietà, ne risulta un romanzo la cui lettura è piacevole oltre che interessante. Interessante perché, considerato anche il genere in cui quest’ultimo si inserisce, l’autrice non tratta dell’adolescenza in maniera stereotipata ma la ripropone in una maniera del tutto nuova e, proprio per questo, accattivante. Playlist-L’amore è imprevedibile è un libro sincero che si mostra per quello che è così come i personaggi che ne fanno parte. Il tutto è accompagnato da una playlist che fa da sottofondo a un’adolescenza non tanto spensierata ma, senza alcun dubbio, desiderosa di rapporti veri tanto nell’amicizia quanto nell’amore.

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Libri

L’illusione di una vita migliore: esordio di Camilla Monticelli

Pubblicato lo scorso maggio da Edizioni Koi Press, L’illusione di una vita migliore è il primo romanzo scritto dall’italiana Camilla Monticelli. È un caldo giorno di maggio del 1988 quando Valeria Montefusco, una giovane marsalese di ventiquattro anni vincitrice di un concorso per opere inedite organizzato dalla casa editrice trapanese Edizioni Leonardi, attende con una sola valigia la persona che dovrà accompagnarla durante il tour promozionale del romanzo fino alla tappa conclusiva al Salone del Libro a Torino. La persona che si presenta all’appuntamento, a bordo di un vecchio furgoncino Volkswagen azzurro, è il responsabile della casa editrice ma, con grande sorpresa della ragazza, non sarà lui a farle da guida ma sua nipote Giulia. Le due iniziano il loro viaggio on the road, tuttavia, sin da subito, Valeria capisce di non avere nulla in comune con Giulia sia dal punto di vista caratteriale che da quello di estrazione sociale. Sarà a causa di alcuni imprevisti che capiteranno loro durante il percorso da compiere per giungere e Torino che le due avranno modo di conoscersi meglio confidandosi e confrontandosi l’una con l’altra fino a scoprirsi, alla fine, più simili di quanto avessero potuto immaginare. L’illusione di una vita migliore: un viaggio interiore lungo centinaia di chilometri L’autrice, già dalle descrizioni iniziali dei personaggi principali, propone al lettore due giovani donne che sono l’una l’opposto dell’altra. Da un lato c’è Valeria che è insicura, dimessa, segnata da un doppio lutto familiare che l’ha costretta a rinunciare agli studi per prendersi cura della sorella minore e della nonna e che soltanto nella scrittura trova conforto; dall’altro, invece, c’è l’altezzosa, disincantata e noncurante Giulia che ha avuto tutto dalla vita e, soprattutto nelle prime pagine del libro, fa di tutto per rovinare – a parole ma anche con i fatti – quella che per la sua compagna di viaggio è la prima esperienza significativa dopo anni di nulla. Soltanto andando avanti nella lettura la vera natura di Giulia viene rivelata ed è quello a essere il punto più forte dell’intera trama perché i tanti dubbi su di lei vengono sciolti fino a mutare l’antipatia suscitata inizialmente in comprensione e simpatia. L’illusione di una vita migliore è un coinvolgente romanzo di (ri)scoperta e di (ri)nascita dove un ruolo primario viene attribuito alla dura realtà e, soprattutto, all’importanza del saperla affrontare senza lasciarsi mai abbattere dalle difficoltà che si incontrano lungo il proprio cammino con la speranza di essere ricompensati un giorno con una vita migliore.

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Niente di male, un romanzo dalle tinte noir di Adam Rossi

Pubblicato dalla casa editrice digitale goWare nella collana Pesci Rossi, Niente di male è il secondo romanzo dell’autore Adam Rossi – pseudonimo di Andrea Rossi – il quale ha esordito sulla scena letteraria nel 2014 con Dimmi la verità edito sempre da goWare. La storia si apre nel settembre del 2014 a Milano. Eddi e sua figlia Martina trovano la loro vicina di casa, la giovane e solitaria Lisa, di fronte la porta di casa sua in condizioni che non lasciano presagire nulla di buono. Preoccupato per la ragazza, Eddi decide, nonostante la figlia e sua moglie Vanessa non capiscano il perché del suo comportamento, di interessarsi alla giovane cercando per quello che può di starle accanto. Poche pagine dopo la narrazione fa un salto indietro nel tempo, al 1989, nei mesi in cui un ragazzo italiano soprannominato dagli amici londinesi “Garibaldi” sta svolgendo uno stage nella grande metropoli inglese. All’apparenza sembra non ci sia alcun collegamento tra gli eventi passati e quelli presenti ma, in realtà, un filo rosso lega i fatti avvenuti tanti anni prima a quelli che si stanno ripetendo – anche se con protagonisti e situazioni diverse – a distanza di tempo e che soltanto con il proseguire della lettura verranno finalmente rivelati. Niente di male di Adam Rossi e il senso di colpa figlio dell’indifferenza Quante volte ci è capitato di essere stati indifferenti verso persone che non conoscevamo quando avremmo potuto, malgrado si trattasse di estranei, rivolgere loro una parola o un gesto che gli avrebbe portato, seppure in piccola parte, sollievo? Quante volte abbiamo distolto lo sguardo da situazioni difficili pensando che fosse meglio farsi i fatti propri per il nostro quieto vivere? Ognuno di noi risponderà in maniera diversa a queste e a tante altre domande simili e, in base alle proprie risposte, potrà onestamente definirsi una persona che si interessa e preoccupa del prossimo o meno. È questo il concetto, anzi, il fulcro su cui poggia la trama di Niente di male, un romanzo noir reale tanto per le ambientazioni e le sensazioni in esso contenute quanto per la storia che narra. Una storia che l’autore propone ai lettori in uno stile semplice e scorrevole e che, sin da subito, cattura la loro attenzione incuriosendoli pagina dopo pagina. Niente di male è uno di quei libri che costringono a fare i conti con se stessi prima e con gli altri poi, in un crescendo di emozioni che tengono con il fiato sospeso fino alle fine e lasciano un segno profondo negli animi di coloro che le hanno provate.

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La canzone delle ombre, il ritorno del detective Charlie Parker

Dopo la sua ultima avventura ne Il lupo in inverno (2014), l’ex detective della polizia di New York Charlie “Bird” Parker torna nel nuovo romanzo – il tredicesimo che lo ha per protagonista – dello scrittore irlandese John Connolly, La canzone delle ombre, pubblicato in Italia dalla casa editrice TimeCrime della romana Fanucci Editore. In convalescenza in seguito alle gravi ferite riportate dopo la sua ultima indagine che avrebbe potuto costargli la vita, Charlie Parker si trova a Boreas, una tranquilla cittadina del Maine nella quale si è stabilito da poco per potersi curare nella clinica del luogo. Insieme a lui e a un notevole numero di altri personaggi secondari ma importanti per lo svolgimento della trama, ad affiancare Charlie – assumendo un ruolo primario nella narrazione – sono le sue vicine di casa, Ruth e Amanda Winter, rispettivamente madre e figlia traferitesi dalla poco distante Pirna in seguito a degli avvenimenti misteriosi. Malgrado le difficoltà che il detective sta incontrando durante il suo lento e doloroso percorso di riabilitazione, sarà per l’incolumità delle due donne che dovrà impegnarsi a risolvere l’enigma che si cela dietro il loro passato perché, da questo, dipenderà la loro salvezza. La canzone delle ombre, un thriller intriso di suspense Basato su una trama intricata ma non dispersiva, su un’ambientazione descritta nei minimi particolari non solo per quanto riguarda i luoghi ma anche per quanto concerne usi e mentalità e su personaggi particolari e ben caratterizzati, La canzone delle ombre è un thriller completo sotto ogni punto di vista. John Connolly non tralascia niente e non dà nulla per scontato accompagnando il lettore – sia che si tratti di un fan del detective da lui creato sia che si tratti di un lettore che si trova a leggere per la prima volta una sua opera – per tutta la durata del romanzo così che non si perda tra le sue tante sfaccettature e le varie storie secondarie che si inseriscono in quella principale. In esso, poi, convergono diversi temi oltre a quello puramente investigativo caratteristico dei gialli in generale. All’interno della storia, infatti, si ritrovano elementi storici – relativi alla Seconda Guerra Mondiale – e sovrannaturali che ben si amalgamano tra di loro contribuendo a rendere l’atmosfera del romanzo ancora più densa e particolare. La canzone delle ombre è un libro che cattura l’attenzione e stimola la curiosità grazie a un soggetto originale, un ritmo inizialmente lento ma via via sempre più incalzante, uno stile lineare e ricco e, soprattutto, un protagonista che conquista prima per la sua capacità di essere una persona con la stessa forza e vulnerabilità di tante altre e solo in seguito per le sue indiscutibili doti investigative.

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Per quieto vivere, torna Massimiliano Smeriglio

Pubblicato a novembre da Fazi Editore, Per quieto vivere è l’ultimo – il terzo per la precisione – romanzo di Massimiliano Smeriglio. La storia è ambientata a Roma, in un grande condominio abitato da persone diverse, ognuna alle prese con la propria vita. Il personaggio principale, sul quale ruota gran parte della narrazione, è il portiere dello stabile, presentato come un personaggio indifferente, privo di buone intenzioni. Il suo scopo è quello di scoprire chi tra i condomini possa essere collegato alla morte della nonna paterna – anch’ella portiera lì come il padre – avvenuta nel 1944. È così che, a uno a uno, gli altri personaggi vengono introdotti, parlando, a volte, anche di loro stessi: una donna anziana considerata pazza, uno spacciatore con la figlia adolescente, un giornalista malato accudito dal figlio e un altro figlio indifferente al lutto che ha colpito la sua famiglia. Tra loro, il morboso portiere è convinto che si celi il colpevole – colpevole perché parente di chi ha commesso il crimine settanta anni fa – della scomparsa della nonna che deve essere punito. Tra salti temporali nel passato e nel presente, voci narranti che si susseguono e alternano e il fatiscente palazzone a fare sempre da sfondo alle loro vicende, tutti i personaggi saranno chiamati in causa fino ad arrivare alla risoluzione di un vecchio mistero rimasto nel dimenticatoio per troppo tempo. Per quieto vivere: un’indagine di Massimiliano Smeriglio  sugli individui e la società contemporanei Docente universitario, giornalista e, attualmente, vicepresidente della regione Lazio, Massimiliano Smeriglio nel suo Per Quieto vivere dipinge un gruppo di persone – non troppo difficili da immaginare nella realtà viste le descrizioni accurate, soprattutto, dei loro caratteri – con storie diverse tuttavia accomunate da una lotta interiore che combattono da sempre e quotidianamente. Centrale e forte l’individualismo che i personaggi condividono, nato o accresciuto dalle vicende passate e presenti che li hanno toccati, segnandoli e contribuendo a cambiarli nel profondo. In Per quieto vivere non vi è nulla che rimandi a una tranquillità reale ma soltanto a una calma finta, conveniente, per evitare ulteriori e inutili problemi. Tanta, troppa è l’inquietudine che, fin troppo prepotentemente, anima i protagonisti che si muovono tra le loro esistenze problematiche le quali, a tratti, si intersecano tra di loro con una tetraggine e un grigiore onnipresenti, come a voler rimarcare la gravità della trama. Quest’ultima, di cui il portiere – una figura alquanto detestabile e che non suscita in tutto il romanzo alcuna simpatia “grazie” a dosi elevate di egoismo, menefreghismo e razzismo – scorre fluida nonostante i salti temporali e l’alternarsi delle voci narranti che, in effetti, soddisfano la curiosità del lettore che vuole saperne di più di ciò che turba gli altri personaggi, spingendoli a comportarsi in una determinata maniera, piuttosto che in un’altra. Per quieto vivere è un romanzo disincantato che si mostra per quello che è senza curarsi di turbare il “quieto vivere” di chi lo legge, in grado di offrire vari spunti di riflessione su tematiche sociali […]

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Tu che colori la mia ombra, il secondo romanzo di Elle Eloise (Delrai Edizioni)

Tu che colori la mia ombra della talentuosa autrice italiana Elle Eloise, è il secondo romanzo – il primo è Apri gli occhi e comincia ad amare – della serie How to Disappear Completely pubblicato da Delrai Edizioni – il terzo e ultimo, Il tuo sorriso controvento, è uscito lo scorso luglio. Nonostante si tratti di una serie, i tre romanzi sono, in realtà, autoconclusivi e il fil rouge che li accomuna è la presenza in essi di tre personaggi principali su quali Elle Eloise ha costruito ciascuna storia. Tu che colori la mia ombra è incentrato su Paolo – incontrato nel primo libro – un ragazzo turbolento e infelice, rientrato in Italia dopo aver salutato la sua amica – ed ex cotta – Sara che ha lasciato in Austria intenta a ricostruirsi una vita con il suo ragazzo Isaak. Paolo è distrutto, solo, perseguitato dagli incubi sulla morte dell’amica Monica, con la quale aveva una storia, incapace di andare avanti come stanno facendo gli altri per non mancare di rispetto a lei che è scomparsa tragicamente così presto, così giovane. Sarà una vecchia conoscenza, Noemi, rincontrata per caso – o per uno strano scherzo del destino – ad aiutarlo a ricominciare a vivere non senza dover però affrontare e superare le tante difficoltà che incontreranno lungo questo cammino che li porterà inevitabilmente a legarsi l’uno all’altra. Tu che colori la mia ombra è il secondo romanzo di Elle Eloise pubblicato da Delrai Edizioni In Tu che colori la mia ombra, edito dalla casa editrice Delrai Edizioni, Elle Eloise propone una storia coinvolgente che, dalle iniziali tinte fosche dei primi capitoli, si evolve colorandosi vivacemente come il cielo dopo una tempesta. Ed è proprio la tempesta emotiva uno dei temi centrali da lei trattato e sviluppato nel suo romanzo con i personaggi – anche quelli secondari rivestono un ruolo importante per raggiungere questo scopo – che si lasciano andare alle loro emozioni vivendole appieno e intensamente. Ottima anche la scelta di affidare la narrazione a Paolo e Noemi che alternano le loro voci esprimendo ognuno le proprie sensazioni riguardo le situazioni che li vedono coinvolti sia direttamente che indirettamente. Questi due ragazzi, con un vissuto problematico e non certo facile come facile non sarà il loro percorso insieme, mostrano ai lettori il loro meglio e, soprattutto, il loro peggio senza lasciare nulla nell’ombra. Le loro storie passate e quella presente che li vede scoprirsi e unirsi, scorrono fluide dinanzi agli occhi di chi le legge grazie a uno stile lineare e mai appesantito che attraversa e fa vibrare senza sosta in un continuo crescendo le oltre 400 pagine di cui si compone il libro. Tu che colori la mia ombra è un romanzo penetrante da – letteralmente – divorare dal primo all’ultimo capitolo perché pieno di vita e, soprattutto, di speranza; una coloratissima speranza capace di illuminare anche le tenebre più oscure che si annidano nell’animo umano.

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Cinema & Serie tv

Justice League, Zack Snyder dirige un’intera squadra di supereroi

In programmazione nelle sale italiane, Justice League è l’ultimo film basato su un soggetto scritto da Chriss Terrio e Joss Whedon, diretto dal regista Zack Snyder. La storia si svolge in seguito alle vicende di Batman v Superman: Dawn of Justice – del 2016 sempre per la regia di Snyder – e vede Bruce Wayne/Batman (Ben Affleck) e Diana Prince/Wonder Woman (Gal Gadot) alle prese con Steppenwolf (Ciarán Hinds), un malvagio alieno che minaccia la Terra insieme al suo esercito di parademoni. Dopo la morte di Clark Kent/Superman (Henry Cavill), il potere delle tre scatole madri si è riattivato richiamando a sé Steppenwolf che intende impadronirsene. Quest’ultimo riesce a prendere prima quella custodita dalle Amazzoni che avvisano Diana la quale, insieme a Bruce – sempre aiutato dal fedele Alfred (Jeremy Irons), convincerà a unirsi a loro altri tre supereroi: Barry Allen/Flash (Ezra Miller), Victor Stone/Cyborg (Ray Fisher) e Arthur Curry/Aquaman (Jason Momoa). Il gruppo si compatta definitivamente quando l’alieno riesce a impossessarsi anche della scatola degli Atlantidei e Bruce propone di riportare in vita Clark utilizzando l’energia dell’ultima scatola in loro possesso. Dopo un’iniziale perplessità, gli altri decidono di mettere in pratica il suo piano riuscendo nel loro intento; tuttavia, non riconoscendo i compagni, il supereroe kryptoniano li attacca e soltanto l’intervento della sua amata Lois Lane (Amy Adams) lo fa rinsavire evitando il peggio. Steppenwolf, richiamato ancora una volta dal potere della scatola, riesce a prenderla e lo scontro finale tra lui e la lega dei supereroi con Superman al loro fianco sarà inevitabile. Justice League, non tutti i supereroi sono poi così “super” Justice League, il cui promo è stato presentato al San Diego Comic-Con International del 2016 – si mostra al pubblico in una veste più leggera rispetto ai precedenti lavori targati D.C. Sostituita la serietà con una buona dose di battute e gag comiche – Ezra Miller e Jason Momoa conquistano per la loro simpatia, goffa nel caso del primo e più sfrontata per il secondo – il nuovo film di Zach Snyder ha però dei difetti che sono alquanto evidenti. Partendo dagli effetti speciali che non soddisfano appieno – anche se su alcuni, come la resa del personaggio di Steppenwolf e Cyborg ad esempio, ci si sarebbe dovuti concentrare di più – la pellicola in sé stessa sembra quasi “doversi sbrigare”. I nuovi personaggi vengono introdotti con poche e sommarie spiegazioni, i dialoghi presentano inutili ripetizioni e palese è l’intenzione di emulare – malamente – la Marvel. A dare credito e credibilità alla squadra, vengono in soccorso dei nuovi arrivati i veterani Wayne/Affleck, Prince/Gadot e Kent/Cavill ormai probabilmente più avvezzi a vestire i panni dei loro supereroi. In definitiva, Justice League è ben lontano dall’essere portatore di quella perfezione cinematografica riscontrabile nei film del genere che l’hanno preceduto e in alcuni più recenti. Tuttavia, si sa, il mondo è sempre soggetto a nuove minacce perciò non resta che sperare che, nel frattempo, i suoi supereroi e chi li dirige non si facciano trovare impreparati.

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