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Eroica Fenice

Libri

Lamentation, il romanzo d’apertura alla “Jay Porter Series” di Joe Clifford

Disponibile nelle nostre librerie dal 3 maggio grazie a CasaSirio Editore e all’impeccabile traduzione di Alessandra Brunetti, Lamentation è il romanzo – uscito nel 2014 – che apre la serie che ha per protagonista Jay Porter, scritta dall’acclamato autore americano Joe Clifford. Siamo nell’anonima cittadina di provincia di Ashton dove vive, da solo ormai da anni, il giovane Jay Porter cercando di sopravvivere onestamente con dei lavori saltuari. Lasciato dall’unica ragazza che abbia mai amato – e ami – Jenny che ha portato con sé Aiden, il loro figlioletto di quasi due anni e che ora convive con il compagno Brody, Jay può contare unicamente sull’amico di infanzia Charlie dopo l’incidente nel quale sono morti i genitori e la sparizione del fratello maggiore Chris diventato un tossicodipendente. È proprio quest’ultimo a tornare nella sua vita con una sconvolgente scoperta che coinvolgerà il protagonista in una storia rocambolesca ammantata di mistero; un mistero che Jay, inizialmente restio a crederci visti i burrascosi trascorsi con il fratello paranoico e problematico, deciderà di risolvere a tutti i costi pur di aiutare, per l’ennesima volta, Chris a smascherare la potente e influente famiglia locale dei Lombardi. “Lamentation” di Joe Clifford : il riscatto degli ultimi Scritto con uno stile discorsivo scorrevole e semplice, il lavoro di Joe Clifford scopre sin da subito le sue carte in quanto a intenti: portare l’attenzione dei lettori sulla dipendenza. Dipendenza non soltanto dalla droga – che l’autore conosce bene visti i suoi trascorsi con l’eroina seguiti dal lungo e difficile percorso della riabilitazione affrontato per disintossicarsi – ma, anche, la dipendenza nell’ostinarsi a insistere nell’adottare comportamenti sbagliati e dai legami familiari. Per quanto riguarda la prima, centrale è il personaggio di Chris, al quale si affiancano altre figure di giovani che, come lui, si sono persi a causa della droga; mentre, in relazione alle altre due, è Jay a esserne l’esempio lampante. Il protagonista, infatti, sa di dover lasciar perdere il fratello per il quale ha perso tanto nella vita; eppure, proprio per il loro legame di sangue, non riesce a disinteressarsi di lui lasciandolo a se stesso e ai suoi problemi. Il tema principale del romanzo – a cui fa da sfondo il minaccioso monte Lamentation – si sviluppa ed evolve in una maniera unica e trasudante suspense grazie a una trama in cui non mancano giochi di potere, aggressioni, omicidi e segreti inconfessabili che, se resi di pubblico dominio, provocherebbero dei danni irreparabili. L’arduo compito di Jay sarà proprio quello di fare giustizia non soltanto per il bene delle persone a lui care ma anche per quello dell’intera comunità ignara dell’altro mostro, oltre a quello della droga, che agisce indisturbato ad Ashton provocando dolore alle sue innocenti vittime. Lamentation è un’opera matura nella quale gli ultimi riescono, seppur faticosamente, a ottenere il loro riscatto in un mondo che, troppo spesso, volta loro le spalle emarginandoli e facendoli sentire inutili quando, invece, a ogni vita umana, persino quando si tratti della più derelitta, dovrebbe essere riconosciuto il proprio incalcolabile valore.

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Libri

“Ripley Bogle” di Robert McLiam Wilson, (auto)biografia di un giovane senzatetto irlandese

In uscita oggi per la Fazi Editore, Ripley Bogle è il romanzo d’esordio dello scrittore nordirlandese Robert McLiam Wilson. La storia ha per protagonista Ripley Bogle, un ventiduenne originario di Belfast finito a vivere come un barbone a Londra. Incallito bevitore e fumatore, il giovane racconta in prima persona, rivolgendosi in maniera schietta e diretta al lettore, episodi della sua vita presente e passata descrivendo con incredibile lucidità e precisione i luoghi da lui visti e frequentati, le persone conosciute e, in particolar modo, i suoi stati fisici e mentali. Figlio di una prostituta irlandese e di un alcolizzato gallese, il Ripley bambino ha da subito dovuto fare i conti con la problematica e violenta realtà del suo Paese coinvolto, dalla fine degli anni ’60 alla fine degli anni ‘90, in quelli che furono definiti “The Troubles” (“i disordini”) che vedevano contrapporsi i cattolici ai protestanti in una guerriglia sanguinosa e quotidiana. Scacciato a sedici anni per il suo amore proibito verso una ragazza protestante, Ripley finisce in strada. Una piccola parentesi di “normalità” il protagonista sembra trovarla durante il semestre come studente del facoltoso Trinity College di Cambridge dal quale, tuttavia, verrà allontanato perché reputato non adatto a quell’ambiente troppo bene e troppo aristocratico per uno come lui. È a Londra che, l’inesorabile declino iniziato anni addietro, riprende da dove si era interrotto e del quale lui stesso non fa mistero ma, anzi, parla senza celare i contrastanti sentimenti che lo agitano al rievocarne i dettagli conducendo delle riflessioni profonde e impressionanti. “Ripley Bogle” di McLiam Wilson, “Il dolore è il latte versato del rimpianto” Edito per la prima volta nel 1989 in Gran Bretagna, il romanzo di McLiam Wilson si aggiudicò il prestigioso Rooney Prize per la letteratura irlandese per poi essere adattato, per ben due volte, per il teatro. Nell’opera, che l’autore scrisse a soli 23 anni, si riscontrano molte somiglianze tra il creatore e il suo personaggio: entrambi sono nati a Belfast, hanno frequentato l’università di Cambridge per poi lasciarla e hanno vissuto per strada. Queste analogie servono a chiarire l’origine della forza narrativa che pervade il romanzo – la cui narrazione si sviluppa nell’arco temporale di quattro giorni – perché solo chi ha vissuto sulla propria pelle una determinata esperienza è in grado di descriverla in una maniera tale da farla risultare di grande impatto. Questo impatto è poi aumentato ed enfatizzato dal linguaggio di Ripley: crudo, triviale, in altre parole, vero. Vero come sono le sue emozioni, i suoi rimorsi e i suoi rimpianti che, come la sua condizione, sono fonte di un dolore che non si attenua, che non lo abbandona un solo istante della sua miserabile vita di reietto posto ai margini della società come i personaggi di Charles Dickens da lui stesso spesso citati. Tuttavia, per il giovane, intelligente e bel Ripley Bogle dagli occhi verdi non c’è alcun riscatto sociale ma soltanto un lento procedere nella foschia di Trafalgar Square, con una sigaretta tra le labbra e uno stomaco vuoto da dover […]

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Cinema & Serie tv

A Beautiful Day – You Were Never Really Here, un film con Joaquin Phoenix

Presentato in anteprima e in concorso alla 70ͣ edizione del Festival di Cannes dello scorso maggio, A Beautiful Day – You Were Never Really Here è un film scritto e diretto dalla regista, sceneggiatrice e produttrice cinematografica scozzese Lynne Ramsay basato sul libro dello scrittore americano Jonathan Ames Non sei mai stato qui. Joe (Joaquin Phoenix) è un veterano di guerra che vive insieme all’anziana madre malata (Judith Roberts) di cui si prende amorevolmente cura. Il suo lavoro, in una New York corrotta e traviata, è quello di sicario al soldo di chiunque sia disposto a pagare per fargli sporcare le mani al suo posto. Ingaggiato tramite il suo contatto John McLean (John Doman) dal Senatore Votto (Alex Manette) per ritrovarne la figlia adolescente Nina (Ekaterina Samsonov), abituata a scappare di casa dopo la morte della madre. Joe scoprirà che la ragazzina è finita in un giro esclusivo di pedofilia e prostituzione minorile per clienti ricchi e influenti. Intenzionato a portare a termine il suo incarico e salvarla, Joe non esiterà a ricorrere alla brutalità per la quale è conosciuto trovandosi, tuttavia, non soltanto a fare i conti con i demoni che lo perseguitano dall’infanzia e dall’esperienza come soldato ma a dover aggiungere e sopportare altro dolore a quello che prova ormai da tutta la vita. A Beautiful Day – You Were Never Really Here: violenza chiama violenza Vincitore al Festival di Cannes dei premi per il Miglior Attore e per la Migliore sceneggiatura, il thriller drammatico della Ramsay si affida oltre che a una macchina da presa il cui occhio vuole cogliere e riprodurre ogni minimo dettaglio anche alla bellissima fotografia di Thomas Townend. Se, tuttavia, la trama non spicca per originalità – il richiamo a film come Taxi Driver (1976), Léon (1994) e Drive (2011) si nota sin da subito – a risaltare è senza alcun dubbio l’interpretazione di un formidabile, disturbato e disturbante Joaquin Phoenix che, dopo aver interpretato Gesù Cristo nel recentissimo Maria Maddalena di Garth Davis, fa un’inversione di ruolo totale. Il suo Joe non è mai realmente presente a se stesso mentalmente e fisicamente – da qui il suo continuo comparire e scomparire sulla scena con un martello insanguinato tra le mani che, in fondo, rimanda al titolo dell’opera di Ames. La bravura dell’attore si riscontra negli sguardi persi in traumatici ricordi lontani, nelle azioni ripetute con lentezza esasperante, nella violenza che domina il suo essere che, come quello di Nina e delle altre piccole vittime di mostri crudeli, è quello di un bambino abusato. A Beautiful Day – You Were Never Really Here è un film complesso tanto quanto la psicologia contorta e deviata dei suoi personaggi. Eppure è proprio attraverso e grazie a essa se si possono comprendere meglio i danni che la violenza fisica e, in particolar modo, psicologica arreca a soggetti indifesi come i bambini.  

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Libri

Grande Madre Acqua, il toccante romanzo di Živko Čingo

Pubblicato da CasaSirio Editore il 3 maggio, Grande Madre Acqua è il toccante romanzo dell’autore Živko Čingo dal quale, nel 2004, è stato anche tratto l’omonimo film Golemata Voda (The Great Water) scritto e diretto dal regista Ivo Trajkov. A narrare i fatti in prima persona rievocando i ricordi della sua infanzia è Lem, un orfano “accolto” nell’orfanotrofio chiamato “Chiarezza” – un istituto in cui prima venivano curate le persone con problemi mentali conosciuto come “Città della Pace” – che torna indietro nel tempo e agli anni in cui visse lì insieme ai tanti altri bambini soli o abbandonati del secondo dopoguerra. Compito di strutture come la “Chiarezza” nella Jugoslavia del presidente Tito, era quello di formare all’obbedienza e all’uniformazione grazie all’instaurazione di un clima di puro terrore al loro interno. A occuparsi di far vigere l’ordine, servendosi di metodi e modi discutibili, erano la compagna Olivera Srezoska, educatrice e assistente del direttore dell’orfanotrofio e, quest’ultimo, il compagno Ariton Iakovleski chiamato da tutti Piccolo Padre. Entrambi temuti perché capaci di una crudeltà al di fuori dell’ordinario, i due dettavano la loro legge e quella del regime a suon di punizioni corporali e umiliazioni di ogni sorta volte a piegare gli animi e la volontà dei piccoli divisi, anche tra di loro, in vittime e aguzzini. L’arrivo di Keïten, un ragazzino dal riso facile, sognatore, forte e carismatico, sarà da stimolo e da sostegno a Lem che, grazie a lui alla Grande Madre Acqua della quale riecheggia il richiamo al di là dell’altissimo muro che li imprigiona, non perderà la speranza in un futuro migliore e libero. Grande Madre Acqua, la testimonianza di un’infanzia abbandonata e maltrattata L’opera dello scrittore macedone Živko Čingo – autore, tra l’altro, di diversi racconti e pièce teatrali – indaga, nel profondo, la disperazione e il senso di impotenza di bambini inermi costretti a subire ogni tipo di ingiustizia da quegli adulti che, considerata la tenera età e la loro condizione di orfani, avrebbero dovuto sì educarli e prepararli al mondo esterno ma anche, e soprattutto, accudirli e proteggerli. È sconcertante vedere con quanta lucidità la voce narrante che, non va dimenticato, è quella di un bambino, descriva situazioni inconcepibili lasciando trasparire tutta la rabbia, la frustrazione e l’infelicità radicate nel profondo del suo animo e di quello dei suoi coetanei. Le sensazioni dolorose che Grande Madre Acqua provoca sono intensificate dalla consapevolezza di star leggendo una storia che, purtroppo, non è solo quella di Lem, di Keïten e degli altri bambini jugoslavi della “Chiarezza” all’indomani del secondo conflitto mondiale, di una storia, dunque, unica e sola fissata in un preciso momento storico. La loro è la storia di tutti gli orfani di ogni Paese ed epoca che, in fondo, come ogni essere umano, chiedono di poter sognare, di essere liberi e di ricevere l’amore di una famiglia e il calore di una Madre che, come l’acqua, li culli tra le sue braccia riportandoli alla vita.

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Cinema & Serie tv

Nella tana dei lupi, l’ultimo film con l’ex spartano Gerard Butler

Uscito il 5 aprile nei nostri cinema, Nella tana dei lupi (Den of Thieves) è il film scritto e diretto dallo sceneggiatore, regista e produttore cinematografico americano Christian Gudegast. Ambientato a Los Angeles, la città con il più alto tasso di rapine in banca a livello mondiale, la trama ha per protagonisti una squadra anticrimine con a capo lo sceriffo Nick O’Brien (Gerard Butler) impegnati nella risoluzione di un caso particolarmente complicato e sanguinoso che vede coinvolti una banda di criminali ben organizzati e specializzati nelle rapine alle banche. Di quest’ultima fa parte il barista Donnie Wilson (O’Shea Jackson Jr.) assoldato da Ray Merrimen (Pablo Schreimer) e i suoi uomini per le sue doti di abile guidatore che O’Brien interroga per avere informazioni sui prossimi piani criminosi dei suoi complici. L’ambizioso colpo che hanno intenzione di mettere a segno ha per obiettivo la Federal Reserve Bank, un palazzo governativo impenetrabile a causa dei rigidi controlli di sicurezza per accedervi, con l’intento di rubare trenta milioni di dollari fuori circolazione, e quindi eliminati dal database della banca e irrintracciabili, prima che vengano distrutti. Dopo essere stati distratti da un diversivo, O’Brien e i suoi capiscono le reali intenzioni della banda di Merrimen dando inizio a una corsa contro il tempo per cercare di sventarne il colpo. Nella tana dei lupi : sparatorie e testosterone a profusione Dimenticatevi il Gerard Butler tutto muscoli, integrità e onore nei panni del mitico re spartano Leonida di 300 e preparatevi a questa nuova versione fisicamente più “rilassata”, tatuata, verbalmente sboccata e, dal punto di vista morale nonché lavorativo – stiamo parlando qui di un tutore della legge – talmente discutibile e privo di scrupoli da far pensare che sia lui il cattivo della storia. Affiancato da un cast composto da attori più conosciuti e altri meno – il rapper 50 Cent, O’Shea Jackson Jr. figlio di un altro rapper famoso Ice Cube – Butler e i suoi colleghi sono un concentrato di testosterone e “machismo” che sfociano nello stereotipo, tanto i personaggi da loro interpretati sono al limite dell’eccessivo. Se si considera poi che il film dura quasi due ore e mezza – durante le quali anche le sparatorie sono fin troppe e fin troppo esagerate – la sopportazione di tanta mascolinità raggiunge davvero il culmine. Mettendo da parte – anche se non è facile perché onnipresenti – questi aspetti, quello che realmente – e piacevolmente – colpisce è, a parte la storia che segue il filo logico e il canovaccio tipico del genere poliziesco con la sceneggiatura curata da Paul T. Scheuring (creatore della popolare serie tv Prison Break), il colpo di scena finale che, a quanto pare per ora, è valso alla pellicola il sequel. Nella tana dei lupi è un film poco impegnativo che consente agli spettatori a cui ovviamente piace il genere – e anche molto – di fare indigestione di azione e distrarsi per un paio d’ore.

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Libri

La casa in riva al lago, un romanzo della scrittrice australiana Ella Carey

La casa in riva al lago è un romanzo di genere sentimentale dell’autrice australiana Ella Carey pubblicato da Newton Compton Editori. Anna è una giovane donna che gestisce con successo il suo Italian Café insieme all’amica e socia Cass nella città di San Francisco conducendo una vita tranquilla dedita al lavoro e al prendersi cura dell’amato nonno novantaquattrenne Max. Fuggito dalla Germania orientale negli Stati Uniti, in seguito all’invasione sovietica negli anni della Seconda Guerra Mondiale, l’uomo non le ha mai raccontato nulla del suo passato fino a quando, oppresso dal peso dei ricordi dolorosi a esso legati, non le fa una richiesta particolare, anzi, bizzarra, che Anna non si sente tuttavia di rifiutare considerato il profondo affetto che la lega a lui e anche la sua età. Max vuole che la nipote si rechi nei luoghi della sua giovinezza, nel castello appartenuto alla sua aristocratica famiglia, per recuperare un oggetto di valore da lui nascosto nella sua vecchia camera e riportarglielo. Titubante, eppure fortemente intenzionata a esaudire il desiderio del nonno, Anna affronta il lungo viaggio che l’attende trovandosi a fare i conti con l’ostilità degli abitanti del luogo al solo sentir pronunciare il nome di Max Albrecht e un avvocato berlinese che si occupa per conto dei nuovi proprietari del luogo: l’avvenente Wil Jager, disposto, dopo aver ascoltato le sue motivazioni, ad aiutarla a ritrovare l’oggetto misterioso e a ricostruire insieme a lei una storia incredibile ed emozionante iniziata nel lontano 1934. La casa in riva al lago, storia di un amore mai passato Grazie all’alternanza temporale che costruisce l’intreccio narrativo, passando dagli anni ’30 del secolo scorso al 2010 e viceversa, vengono presentati sia gli avvenimenti ormai appartenenti al passato – resti tuttavia vividi e ben definiti da una descrizione accurata e ricca di particolari sui modi, i linguaggio e lo spirito di quell’epoca – sia quelli inerenti al presente anch’essi ben tratteggiati. La storia è quella di un amore senza tempo rimasto vivo in un ricordo difficile da dimenticare e, per questo motivo, ancora più doloroso da sopportare. A questo amore vanno ad aggiungersene altri come quello per la famiglia, la propria Patria e gli ideali, tutti fonte di rammarico perché carichi di rimorsi e di rimpianti. La Carey, grazie a un’ambientazione da favola altamente suggestiva – quella dell’irreale Schloss Siegel e dei luoghi della Germania dell’Est – a una trama densa di emozioni resa scorrevole anche perché scritta nella maniera più semplice e diretta possibile, a dei personaggi ben caratterizzati, ha creato un romanzo affascinante e trascinante che rende il lettore partecipe di un amore talmente forte da non essere mai passato.

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Cinema & Serie tv

Tonya, il film biografico sulla pattinatrice Tonya Harding

Presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival, Tonya è nelle sale italiane dal 29 marzo. Basato sulla storia vera della pattinatrice sul ghiaccio Tonya Harding, il film, diretto dal regista australiano Craig Gillespie, ne ripropone la vita da quando era bambina fino ai primi anni ’90 che la videro coinvolta in uno scandalo che le costò la carriera. La pellicola alterna avvenimenti passati, con una Tonya bambina (interpretata dalla giovanissima e dotata Mckenna Grace) spronata al limite dell’ossessivo dall’anaffettiva madre LaVona (Allison Janney) a impegnarsi sempre più nel pattinaggio; alle interviste nel presente ai protagonisti svolte in seguito agli accadimenti che accesero i riflettori sulla Harding. Passano gli anni e Tonya (Margot Robbie) è un’adolescente problematica e competitiva che non riesce ad accettare di essere discriminata, durante le gare, a causa delle sue umili origini che non le consentono di presentarsi al meglio alle competizioni come, invece, potevano permettersi le sue avversarie benestanti. È durante questo periodo che la ragazza incontra Jeff Gillooly (Sebastian Stan), di qualche anno più grande di lei, che sposerà dopo poco tempo e con il quale resterà, nonostante i continui maltrattamenti e violenze, per poi divorziare da lui nel 1993. Ma è l’anno seguente a essere cruciale per la storia di questa giovane promessa del pattinaggio. Infatti, pur di partecipare ai campionati nazionali per i quali l’America aveva un’altra stella come sua rappresentante – Nancy Kerrigan (Caitlin Carver) – Tonya, d’accordo con Jeff e aiutati dall’amico di lui Shawn Eckhardt (Paul Walter Hauser), assoldano un uomo per ferire la rivale al ginocchio così che lei potesse prenderne il posto. Soltanto in seguito si seppe cosa avevano fatto e fu per questo motivo, più che per le sue prodezze sportive, purtroppo, che il nome di Tonya Harding è ancora oggi ricordato. Talento e ambizione: la storia di Tonya Harding Portare sul grande schermo le vicende di un personaggio problematico non è mai un’impresa semplice. Craig Gillespie, aiutato dall’interpretazione eccellente della Robbie oltre che degli altri attori – Allison Janney, grazie a questo film ha vinto, tra i premi più importanti, l’Oscar e il Golden Globe come Migliore attrice non protagonista – è riuscito a mostrare in maniera impeccabile le tante e controverse sfaccettature della vera Tonya Harding. Quest’ultima viene presentata per quello che è stata senza alcuna modificazione né degli atteggiamenti – aggressivi, irriverenti, di vittima oltre che di carnefice – né delle azioni che, se da un lato le valsero il riconoscimento di essere stata la prima americana a eseguire il difficilissimo triplo axel durante una competizione ufficiale, dall’altro la portarono dall’ascesa a una rovinosa caduta come risultante di un’ambizione smodata e incontrollata affamata di gloria. La figura della Harding suscita emozioni diverse e contrastanti tra loro nello spettatore – compassione, simpatia, pena, insofferenza – che si alternano o coesistono in base a ciò che sta passando in quello specifico periodo della sua esistenza e anche in virtù di chi le sta accanto influenzandola. Alla fine, ci si trova a essere tra l’assoluzione per […]

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Cinema & Serie tv

Rachel, un film con Rachel Weisz e Sam Claflin

In programmazione nelle sale italiane dal 15 marzo, Rachel è l’ultimo film scritto e diretto dal regista sudafricano Roger Michell basato sul romanzo My Cousin Rachel della scrittrice, drammaturga e poetessa inglese Daphne du Maurier pubblicato nel 1951. Quello di Michell è il secondo adattamento cinematografico dell’opera; il primo, del 1952, è di Henry Koster che ha curato anche la serie televisiva trasmessa nel 1983. Ambientata nella Cornovaglia degli anni ’30 del XIX secolo, la trama ha per protagonista il giovane orfano Philip Ashley (Sam Claflin) cresciuto, dopo la morte dei genitori, dall’adorato cugino Ambrose. Quest’ultimo, scapolo impenitente, partito alla volta dell’Italia, scrive al suo protetto di essersi sposato, cogliendo lui e chiunque lo conosca di sorpresa. Con il passare del tempo, le lettere di Ambrose non soltanto diventano sporadiche ma anche preoccupanti circa la reale natura della moglie. A ciò si aggiunge la morte dell’uomo, avvenuta in circostanze misteriose in Toscana, seguita dall’imminente arrivo in Inghilterra della sua vedova. Philip, deciso a smascherarla, accoglie con distacco la giovane e bella cugina Rachel (Rachel Weisz) che, al contrario, si dimostra attenta e affettuosa nei suoi confronti. La convivenza permetterà ai due di conoscersi e aprirsi l’una con l’altro instaurando così un legame speciale destinato, tuttavia, a spezzarsi a causa di un nuovo e terribile dubbio che si fa strada nella mente e nel cuore del protagonista. Rachel, un discreto thriller sentimentale in costume Roger Michell, messe da parte le commedie romantiche dalle smielate sfumature rosa – sua è la famosissima Notting Hill (1999) – opta per un cambio radicale tingendo di nero il suo ultimo lavoro. Decisione, si può dire, obbligata, considerando l’autrice da lui scelta per essere riproposta sul grande schermo. Daphne du Maurier, infatti, ha ispirato con i suoi romanzi il grande “maestro del brivido” Alfred Hitchcock che realizzò ben tre pellicole basandosi su di essi: La taverna della Giamaica (1939), Rebecca, la prima moglie (1940) e Gli uccelli (1963). In Rachel spicca l’attrice premio Oscar Rachel Weisz che, aiutata dalla sua bellezza e bravura, recita ad arte la parte della misteriosa cugina Rachel che, grazie proprio a questa sua indefinitezza, conquista senza alcuna difficoltà l’ingenuo, leale e puro Philip. Quest’ultimo, interpretato da un Sam Claflin che ne ha reso al meglio il carattere e il sentire, suscita comprensione e compassione nello spettatore che, come lui, si trova in difficoltà nel credere a ciò che pensa o a ciò che prova nei confronti del personaggio della Weisz, sulla cui ambiguità poggia l’intera storia. Incantevoli e suggestive ambientazioni, trama rallentata, costumi particolari e ricchi, esigua colonna sonora, impeccabile lavoro svolto dall’intero cast, tutti questi elementi fanno di Rachel un film discreto e denso di fascino ma non così tanto da ammaliare lo spettatore al punto tale da volerlo promuovere con il massimo dei voti.

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Libri

Il violinista del diavolo e altri racconti, un libro di Marco Conti

Pubblicato dalla casa editrice AmicoLibro, Il violinista del diavolo e altri racconti è la suggestiva raccolta, di racconti appunto, del giovane scrittore sardo Marco Conti. Basati tutti su storie vere, i nove racconti hanno come sfondo una società problematica, fatta di ombre piuttosto che di luci nella quale si inseriscono le vicende più disparate di decadimento e impoverimento morale dei personaggi che le popolano. Introdotti dalle note de L’avvelenata del cantautore modenese Francesco Guccini, i racconti dell’autore quartese si susseguono uno dietro l’altro senza sosta lasciando al lettore un sapore amaro nel cuore scaturito dall’impietosa presa di coscienza del fatto che ognuno di noi provoca e subisce sofferenza. Grazie a una prosa cinica, secca e pungente – Conti non ha nessuna intenzione di impietosire chi legge o tantomeno ergersi a moralizzatore – si scivola da una storia all’altra con enorme facilità proprio perché, anche se diverse, sono collegate tra di loro. Accanto al Violinista del Diavolo, l’altro grande testimone delle vicissitudini dei protagonisti è Dio. Dio, o chi per lui, che osserva le sue creature subire ogni sorta di crudeltà senza far nulla; Dio, o chi per lui, che resta sordo al loro grido d’aiuto; Dio, o chi per lui, che tutto può ma nulla fa e lascia che la disperazione, l’ingiustizia e la violenza imperino senza freni inquinando e distruggendo vite umane. Il violinista del diavolo e altri racconti di Marco Conti, storie di contemporanei abbandoni e solitudini Impregnato in ogni parola e frase di una realtà talmente cruda e forte da risultare quasi insostenibile, l’opera di Marco Conti colpisce in pieno, investendoli, i sensi e le coscienze di chi la legge. Ogni racconto, infatti, costringe a fare i conti con quella che, ormai, è la quotidianità che ci circonda fatta di abbandono e solitudine ingigantiti, perché costantemente nutriti, dall’indifferenza dei tanti verso il disagio sociale dei troppi. Eppure, in ogni storia, una traccia di Speranza – l’antica Speme cantata e invocata dagli autori delle diverse epoche e delle varie correnti letterarie – è lì, accanto ai disperati protagonisti narrati dal Violinista del Diavolo in attesa di un insperato intervento che, chissà, potrebbe sopraggiungere non tanto da Dio quanto da “chi per lui”. Da ciò, ben si capisce l’influenza nel libro di Marco Conti del suo altro lavoro – o vocazione – di assistente sociale dedito agli altri e speranzoso di un cambiamento possibile ma di difficile attuazione perché, la storia lo insegna, “L’uomo è lupo per l’altro uomo” e ne Il violinista del diavolo e altri racconti questa espressione calza a pennello in ogni racconto in esso contenuto.

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Cinema & Serie tv

L’unica – Irreplaceable You, un film originale Netflix

Disponibile su Netflix dal 16 febbraio, L’unica – Irrepleceable You è un film sentimentale dalle tinte drammatiche diretto dalla produttrice televisiva Stephanie Laing. Abbie (Gugu Mbatha-Raw) è una giovane donna in procinto di convolare a nozze con Sam (Michiel Huisman), l’unico fidanzato che abbia mai avuto, conosciuto all’età di otto anni e con il quale ha iniziato una bellissima storia d’amore. Decisi a compiere il grande passo dopo essere andati a vivere insieme e incoraggiati anche dalla probabilità di un’eventuale gravidanza, i due organizzano il loro matrimonio ritagliandosi degli spazi dai loro rispettivi lavori. Tuttavia, durante la visita ginecologica di Abbie, i loro sogni sulla vita futura che li aspetta vengono infranti perché è lì che scoprono che la ragazza non è incinta ma ha un grave tumore. Inizia così il calvario delle cure che debilitano la protagonista nel fisico rendendola consapevole di quanto accadrà di lì a pochi mesi: non ci sarà più e Sam, il suo Sam, che ha avuto solo lei e non ne sa nulla di questioni di cuore, resterà solo. Determinata più che mai a trovargli una nuova compagna che possa “rimpiazzarla”. Abbie si dedica totalmente a questa ricerca dimenticandosi, però, di fare quello che realmente dovrebbe e che Myron (Christopher Walken), un malato terminale come lei con il quale ha fatto amicizia al “club dell’uncinetto”, le rammenta durante ogni loro incontro: godersi il più possibile gli ultimi momenti apprezzando il bello che la circonda. L’unica – Irreplaceable You e l’insostituibilità della persona amata Puntando non tanto sulla componente drammatica della trama, quanto su ciò che di positivo la anima, la Laing – al suo debutto con un lungometraggio – mira a trasmettere un messaggio ben preciso al pubblico: quando si ama davvero qualcuno, nessuno può sostituirlo perché quella persona è unica, l’unica. Da qui, l’interesse a mostrare quanto poco, anzi, nulla contino gli sforzi eccessivi compiuti dalla protagonista nell’affannarsi in una ricerca di una nuova partner per l’innamorato che non vuole perché non può neanche sentir parlare di un’altra che non sia lei. La carica tragica viene smorzata da parentesi comiche e personaggi secondari – come il premio Oscar Christopher Walken – che alleggeriscono la storia inserendo delle pause nel dramma utili a non rendere il tutto eccessivamente pesante. Ottime le interpretazioni della Mbatha-Raw, perfetta nel suo ruolo di premurosa, piena di vita, ossessiva e malata donna innamorata e del suo collega Huisman che ne interpreta la metà (im)perfetta con una naturalezza e goffaggine disarmanti. L’unica – Irreplaceable You è una storia che fa breccia nei cuori degli spettatori toccandone le corde più intime e sensibili lasciandovi a diffondere una melodia triste eppure dolce che racchiude in sé l’unicità dei ricordi del passato, la forza del dolore del presente, ma soprattutto, la speranza di amare ancora del futuro.

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La forma dell’acqua – the shape of water, il nuovo film di Guillermo Del Toro

Candidato a ben tredici premi Oscar, vincitore di due Golden Globes e del Leone d’oro come Miglior film alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, La forma dell’acqua – The Shape of Water è l’ultimo incredibile lavoro diretto dal regista messicano Guillermo del Toro, uscito nei nostri cinema il 14 febbraio. Elisa Esposito (Sally Hawkins), muta sin da bambina, è impiegata come addetta alle pulizie in un laboratorio governativo nella Baltimora del 1962. Insieme alla sua collega Zelda (Octavia Spencer) è testimone dell’arrivo di una creatura anfibia (Doug Jones) catturata dal colonnello Strickland (Michael Shannon) per essere studiata dagli scienziati che vi lavorano. Mossa dalla curiosità e dalla solitudine, Elisa inizia a instaurare un legame con questo essere che, a poco a poco, impara a conoscere fino a innamorarsene. Organizzata la fuga con l’aiuto dell’amica, del vicino Giles (Richard Jenkins) e del Dottor Hoffstetler (Michael Stuhlbarg), dopo aver saputo dell’intenzione di eliminarlo perché considerato un mostro, Elisa decide di nasconderlo nel suo appartamento aspettando il momento propizio per rendergli, anche se a malincuore, la libertà. La forma dell’acqua – The Shape of Water, l’amore di Guillermo Del Toro non ha forme Affascinato da Il mostro della laguna nera, un film horror fantascientifico in bianco e nero del 1954 diretto da Jack Arnold, Guillermo del Toro ha dichiarato di aver creato il suo come finale per la storia di Gill-Man e Kay, i protagonisti della precedente pellicola. Scegliendo gli anni della Guerra fredda con gli Stati Uniti in perenne contrasto con la Russia, del Toro mostra al pubblico quanta fosse l’ambizione americana e quanto grande fosse il desiderio da parte della Nazione intera di primeggiare sui suoi avversari non badando a spese per i propri esperimenti e non risparmiandosi in termini di orrori pur di raggiungere i propri obiettivi. È in questa gara senza esclusione di colpi che trovano spazio temi come la lotta per l’affermazione dei diritti di una donna di colore – Zelda – all’interno di una società bianca e di un matrimonio dove a dominare è l’uomo, l’emarginazione degli omosessuali – è il caso di Giles – e la possibilità per gli ultimi di vivere secondo i propri desideri senza dover sottostare a delle assurde regole imposte da altri. E, infine, l’amore tra diversi osteggiato da chi non comprende che, questo sentimento, non conosce confini, forme e generi perché imprevedibile e non certo controllabile o ascrivibile a un qualcosa di definito e prefissato. Questo concetto viene ben descritto da una meravigliosa poesia citata nel film: “Incapace di percepire la tua forma, ti ritrovo tutto intorno a me. La tua presenza mi riempie gli occhi del tuo amore, onora il mio cuore perché sei ovunque.” La forma dell’acqua – The Shape of Water è, prima ancora che un film fantastico dai contorni drammatici, un’opera dedicata all’amore, l’amore vero che va oltre tutto e tutti assumendo a volte forme inusuali e inaspettate ma non per questo meno profonde di quelle considerate tradizionali.

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Cinema & Serie tv

Final Portrait – L’arte di essere amici, il film sullo scultore Alberto Giacometti

Presentato fuori concorso al Festival di Berlino 2017, Final Portrait – L’arte di essere amici è l’ultimo film diretto e sceneggiato dal regista statunitense Stanley Tucci in programmazione nelle nostre sale cinematografiche dall’8 febbraio. Ambientata nella Parigi degli anni ’60, la pellicola è incentrata sugli ultimi due anni di vita dell’incisore, pittore e scultore svizzero Alberto Giacometti (Geoffrey Rush) il quale, in questo periodo, è impegnato nella realizzazione del suo ultimo ritratto che ha per soggetto l’amico e scrittore americano James Lord (Armie Hammer). La trama segue con cadenza giornaliera il lavoro di Giacometti inoltrandosi intimamente nella sua sregolata vita privata piuttosto che focalizzarsi su quella pubblica. La risultante finale è una maggiore conoscenza di una delle figure tra le più controverse del panorama artistico di quell’epoca di indiscusse fama e particolarità; una figura eclettica e forte che incuriosisce e affascina proprio grazie a queste sue qualità. Final Portrait – L’arte di essere amici, un lavoro compiuto incentrato sull’incompiutezza dell’opera d’arte dello scultore Alberto Giacometti Stanley Tucci per il soggetto del suo film prende le mosse dal diario di James Lord “A Giacometti Portrait” nel quale il giovane scrittore descrisse con dovizia di particolari i 18 giorni trascorsi nell’atelier parigino dell’artista posando per un ritratto che, alla fine, rimase incompiuto. Per gli appassionati e i conoscitori dello scultore Giacometti questa non è certo una novità poiché, durante la sua intera carriera artistica, il famoso pittore svizzero fu sempre insoddisfatto delle sue creazioni al punto da arrivare a farle e disfarle più volte senza raggiungere i risultati da lui voluti. Geoffrey Rush ha riportato in vita sul grande schermo le movenze, l’espressività e l’eccentricità dell’uomo oltre che dell’artista incarnando i panni di Alberto Giacometti alla perfezione. A fargli da spalla, il giovane Armie Hammer – interprete dell’acclamato Chiamami col tuo nome dell’italiano Luca Guadagnino – che ben si contrappone con la sua calma e la sua pazienza al dominante personaggio di Rush. A loro fanno da corollario gli altri interpreti che popolano la scena e grazie ai quali risalta il protagonista come Annette (Sylvie Testud) la moglie di Giacometti, Diego (Tony Shaloub) il fratello e Caroline (Clémence Poésy) la prostituta che fu a lungo la sua amante. Precisa e profonda la fotografia affidata all’inglese Danny Cohen, che proietta l’attenzione dello spettatore sugli interni dell’atelier, della casa e dei luoghi frequentati abitualmente dall’artista facendolo sentire presente e parte di quei luoghi. Final Portrait – L’arte di essere amici è un’opera compiuta che parla di amicizia, genialità e arte naturalmente e senza alcun artificio che, visto il soggetto, sarebbe stato del tutto inutile perché superfluo.

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Libri

Disordine e ordine, il secondo romanzo di Alessio Tropeano

Pubblicato dalla casa editrice Aracne lo scorso giugno nella collana NarrativAracne, Disordine e ordine è il secondo romanzo dello scrittore campano Alessio Tropeano. Ambientata in un irreale paesino montano situato nell’entroterra abruzzese, la storia ha per protagonista, nonché voce narrante, il parroco Don Luca Pacioli. A quest’ultimo viene affidato il non facile compito di tener nascosto al piccolo Mattia, genio della matematica, l’identità del suo vero padre e il misterioso legame che si cela dietro le sue origini strettamente connesse alla materia che tanto lo appassiona. Aiutato nell’impresa dalla madre del bambino, l’intrigante e seducente nobildonna Laetitia de Sorbis, e da Maria, la signora che gestisce l’osteria dove è solito andare a mangiare, Don Luca resta sin da subito affascinato dal ragazzino e dal suo mondo fatto di numeri e congetture. Mattia, che nel corso della storia cresce divenendo una calamita per adulti e coetanei grazie al suo essere così unico – proprio come un numero primo, è tormentato e risente molto della separazione dei suoi genitori e sembra trovare conforto soltanto nei suoi amati calcoli, nella relazione con la bella e intelligente Annarita e, in particolar modo, nell’interesse a ritrovare il manoscritto di un prete nel quale sarebbero contenute alcune delle soluzioni ai problemi matematici ancora irrisolti. Don Luca e Mattia si dedicheranno così a un’avvincente ricerca durante la quale non mancheranno emozioni e sorprese. Disordine e ordine : il sottile confine tra il mondo onirico e quello reale secondo Alessio Tropeano Alessio Tropeano popola il suo romanzo di enigmi – sogni che rasentano la realtà, numeri e figure alquanto ambigue dai contorni talora definiti e più spesso indefiniti – intrigando il lettore che, pagina dopo pagina, si lascia coinvolgere da quella che è una narrazione irreale. La ragione viene spesso messa a dura prova da fatti e spiegazioni che hanno dell’incredibile e che, fermandosi a una lettura superficiale, sembrano non avere alcun nesso logico e un filo conduttore a legarli gli uni agli altri. Eppure, grazie a un’attenta e più profonda analisi, quello che appare come un caos di parole, pensieri e situazioni, prende forma dando all’apparente disordine un ordine. L’autore, ricorrendo all’onirico, al surrealismo e a una giusta dose di colpi di scena, crea e plasma l’argomento della sua opera la cui principale attrattiva è l’essere al di sopra dei canoni letterari convenzionali. Disordine e ordine, per questi motivi, è un lavoro al quale conviene approcciarsi lasciando da parte la razionalità lasciandosi liberamente andare a un sogno dove è l’inconscio a farla da padrone.

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Libri

“Da duemila anni” di Mihail Sebastian, diario di un ebreo romeno

Pubblicato il 25 gennaio da Fazi Editore nella collana Le strade, Da duemila anni è il diario dell’intellettuale ebreo romeno Mihail Sebastian. Siamo in Romania negli anni ’20 e il protagonista, un giovane studente ebreo dell’Università di Bucarest si trova a fare i conti con il diffuso antisemitismo che sta prendendo piede nel suo Paese così come nel resto d’Europa. Costretto a subire le ingiustizie che i suoi colleghi rivolgono a lui e agli altri studenti ebrei, il giovane tenta, servendosi di un diario, di riportare giorno per giorno quanto ha saputo e vissuto riguardo la condizione che lo affligge per provare a rintracciarne le cause. Grazie alla propria esperienza e all’instaurarsi di relazioni durature e profonde con le persone che entrano a far parte della sua vita, l’io narrante non soltanto apre le porte del suo mondo e del suo modo di pensare al lettore ma fornisce ulteriori punti di vista sul grande interrogativo – rimasto tuttora senza risposta – sul perché di tanto odio nei confronti del popolo ebraico. Quest’odio, che dura ormai da duemila anni, ha radici profonde, talmente profonde da essere diventato una costante per tutti gli ebrei sparsi nel mondo quasi si trattasse di un’estensione naturale del loro essere dal quale non possono più a prendere le distanze. Da duemila anni di Mihail Sebastian, la remissiva accettazione di un’insensata e infame condizione Mihail Sebastian, avvocato, autore teatrale e critico letterario originario di Bucarest, grazie a una prosa acuta e densa di complessità e provocazioni, ha fatto del suo diario un’impeccabile testimonianza, oltre che della condizione degli ebrei nei primi decenni del secolo scorso, anche e in particolar modo, dei tormenti interiori da loro provati. All’interno della sua opera, infatti, vi sono rimandi all’ebreo errante – una figura leggendaria che, dopo averlo deriso non riconoscendo in lui il Messia, fu maledetto da Gesù che lo condannò a vagare in eterno sulla terra – e molte riflessioni più nello specifico sull’intellettuale ebreo “[…] scalzato per ben due volte dal gioco attivo dell’esistenza, la prima in quanto intellettuale e la seconda in quanto ebreo.” Un altro punto ricorrente nella lucida e attenta analisi di Mihail Sebastian sulla situazione in cui versano gli ebrei è legato alla constatazione del loro isolamento dovuto all’allontanamento da parte dei credenti di altre religioni perché contaminati da un peccato ben più serio e, soprattutto, imperdonabile e irreparabile del peccato originale cristiano. Una macchia indelebile che si portano dietro da duemila anni e che li condanna al disprezzo e alla ghettizzazione. Da duemila anni è un’opera intelligente e ironica, un documento di inestimabile interesse e valore storico, la cui prima pubblicazione avvenuta nel 1934, scatenò reazioni contrastanti e per lo più violente e questo basta a darne l’idea del valore perché, in fondo, soltanto un’autentica verità può risultare scomoda e pericolosa.

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Cinema & Serie tv

L’ora più buia, il film di Joe Wright su Winston Churchill

In programmazione nelle sale italiane dal 18 gennaio, L’ora più buia (Darkest Hour) è l’ultimo film diretto dal regista e produttore cinematografico inglese Joe Wright. È il 1940, la Germania nazista di Hitler procede l’avanzata bellica alla conquista dell’Europa Occidentale ed è allora, nel maggio di quell’anno, che il Primo ministro inglese in carica Neville Chamberlain (Ronald Pickup) rassegna le sue dimissioni in favore di Winston Churchill (Gary Oldman). Quest’ultimo si trova a dover prendere una tra le decisioni più importanti e sofferte per il suo Paese in quel preciso momento storico: negoziare la pace con il nemico tedesco o continuare la guerra con la consapevolezza di dover sacrificare un alto numero di vite umane pur di difendere la libertà della Nazione. Supportato dalla moglie Clementine “Clemmie” (Kristin Scott Thomas) e dalla sua dattilografa Elizabeth Layton (Lily James), osteggiato dal suo stesso partito – i Conservatori – e da un’inizialmente scettico re Giorgio VI (Ben Mendelsohn), il nuovo Primo ministro dovrà fare appello a tutto il suo carisma e alla sua forza per superare l’ora più buia della sua intera carriera. L’ora più buia di Joe Wright:“sangue, fatica, lacrime e sudore” nella speranza di un’“ora più bella” Presentato al Telluride Film Festival lo scorso settembre e, in seguito, al Toronto International Film Festival, la pellicola ha ricevuto numerose candidature a diversi premi dell’ambito cinematografico compresi i Golden Globes dell’8 gennaio. A questi ultimi, il premio Oscar Gary Oldman ha conquistato, proprio grazie alla sua formidabile interpretazione nel lavoro di Wright, il premio come Miglior attore in un film drammatico. Oldman ha più che meritato la vittoria di questo prestigioso premio non soltanto perché ha vestito i panni del protagonista del film ma, soprattutto, perché in quei panni si ci è talmente immedesimato da dare l’impressione di trovarsi realmente di fronte al controverso, particolare e sagace Primo ministro britannico. All’attore il regista ha poi affiancato colleghi – in particolar modo la Thomas – che, con la loro bravura, hanno contribuito a esaltarne il valore recitativo con una naturalezza disarmante. Ottima, infine, la scelta di riportare nei dialoghi le parole pronunciate dal vero Churchill durante alcuni dei suoi discorsi rivolti ai parlamentari della Camera dei Comuni (House of Commons) tra i quali, indubbiamente, spiccano il primo dopo aver accettato l’incarico assegnatogli: “Non ho altro da offrirvi che sangue, fatica, lacrime e sudore. […] Se chiedete quale sia la nostra politica risponderò: di muover guerra, per terra, mare e aria, con tutto il nostro potere e con tutta la forza che Dio ci dà […] Se chiedete quale sia il nostro obiettivo vi rispondo con una parola: la vittoria, la vittoria ad ogni costo, la vittoria malgrado ogni terrore, la vittoria per quanto lunga ed aspra possa essere la via; perché senza vittoria non vi è sopravvivenza.” E, ancora di più, le parole conclusive a quello immediatamente precedente l’imminente aggressione della Germania all’Inghilterra: “Stringiamoci dunque al nostro dovere e comportiamoci in modo che se il Commonwealth e l’Impero britannico dureranno per un migliaio d’anni gli uomini diranno […]

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Il re della polka, un film con Jack Black

Il re della polka, una produzione originale Netflix, è l’ultima commedia basata su una storia vera con protagonista l’attore, musicista e comico americano Jack Black. Jan Lewan (Jack Black) è un immigrato polacco che, nella Pennsylvania dei primi anni ’90, cerca con difficoltà di sbarcare il lunario svolgendo numerosi lavori saltuari e mal retribuiti. Dopo l’incontro con il polistrumentista Mickey Pizzazz (Jason Schwartzman), i due decidono di formare una band grazie alla quale Jan diventa “Il re della polka della Pennsylvania” mentre il suo amico ne è il clarinettista. Appoggiato in questo espediente – come nei tanti altri perlopiù strampalati – dalla moglie Marla (Jenny Slate), Jan non è visto invece di buon occhio dalla suocera Barb (Jacki Weaver) che vorrebbe si trovasse un’occupazione seria così da poter mantenere la famiglia, smettendo di vivere nella precarietà. Intenzionato a tutti i costi a continuare la carriera musicale nonostante le difficoltà economiche perché convinto di poter realizzare “il sogno americano”, Jan propone al suo pubblico – formato per la maggioranza da persone anziane – di investire nei suoi stravaganti progetti ingenti somme di denaro, finendo tuttavia con il violare la legge americana, con il ritrovarsi indebitato per diversi milioni di dollari e nell’impossibilità di restituire i soldi ricevuti. Il re della polka, una truffa tutta da ridere Diretto dalla regista Maya Forbes, che ha scritto la sceneggiatura in collaborazione con Wallace Wolodarsky, il film è ispirato al documentario del 2007 “The Man who would be Polka King” incentrato sulla vera storia di Jan Lewan. Quest’ultimo, per raggirare i suoi fan, fece ricorso al famoso “schema Ponzi” – assicurare alti guadagni sul capitale investito dalle vittime a patto che convincano altre persone a unirsi “all’affare” – finendo con l’essere denunciato e arrestato per frode nel 2001 e venire poi scarcerato nel 2009. La pellicola, bisogna ammetterlo, si poggia e ruota soprattutto sul protagonista interpretato da un irresistibile Jack Black – impeccabile anche nel parlare un inglese sgrammaticato con un marcato accento polacco – che, come sempre, non manca di far sorridere e ridere insieme. L’effetto comico è poi accentuato dal fatto che alcuni episodi raccontati nel film, e che hanno dell’incredibile tanto appaiono surreali, sono accaduti per davvero. A Black si affiancano gli altri attori che, malgrado la centralità del suo personaggio, non restano ai margini; anzi, contribuiscono a valorizzarne – senza renderlo però eccessivamente ridicolo – l’esilarante lavoro. Il re della polka è un film tragicomico il cui grande pregio, durante i suoi 95 minuti, è quello di intrattenere piacevolmente il pubblico facendolo divertire e riflettere al contempo senza risultare eccessivo né in una direzione né nell’altra.

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Cinema & Serie tv

Milada, biografia di un’eroica attivista

Disponibile sulla piattaforma di streaming Netflix dal 12 gennaio, Milada è il film biografico sulla politica e attivista per i diritti umani cecoslovacca Milada Horáková. Siamo negli anni ’30 a Praga dove la giovane giurista Milada Horáková (Ayelet Zurer), membro del partito socialista nazionale cecoslovacco prima e impiegata presso il dipartimento delle attività sociali poi, è anche attivista dei diritti civili e delle donne. Sposata con il compagno di partito Bohuslav Horák (Robert Gant) e madre della piccola Jana, durante l’occupazione nazista del suo Paese del 1939 aderisce al movimento clandestino della resistenza divenendone uno dei membri più importanti. Arrestata l’anno dopo dalla Gestapo e condannata a morte, successivamente, la sua pena viene trasformata in ergastolo con il seguente trasferimento, insieme al marito, nel campo di concentramento di Theresienstadt e poi in altre prigioni tedesche rimanendo in stato di reclusione per cinque anni. Milada, finita la guerra, entra attivamente in politica e sotto il regime comunista, viene nuovamente incarcerata con l’accusa di spionaggio per poi essere condannata all’impiccagione nel 1950. Milada è l’omaggio cinematografico a un simbolo di rara coerenza Diretto dal giovane regista cecoslovacco David Mrnka il film segue passo passo – rimanendo fedele ai fatti storici dell’epoca oltre che a quelli vissuti dalla protagonista – l’evolversi di ciò che una donna, colpevole di essere fedele ai propri principi, fu costretta a subire e sopportare durante anni di indicibili e indescrivibili difficoltà e instabilità non soltanto per quanto riguardava la politica. Quest’ultima viene aspramente criticata perché, d’altronde, un’ingiustizia resta comunque tale a prescindere dall’ideologia o il movimento politico durante la quale sia stata perpetrata. Nel caso della Horáková – ma nella storia si trovano esempi simili se non peggiori – l’ingiustizia subita pesa il doppio. Ottima l’interpretazione dell’acclamata e talentuosa attrice israeliana Ayelet Zurer che, grazie a un’intensa espressività, ha realmente fatto sua la parte assegnatale riuscendo a trasmettere tutta la forza e la determinazione possedute da Milada. Ben curati, inoltre, i costumi, le musiche e le ambientazioni così come i dialoghi che rappresentano un indubbio valore aggiunto per la pellicola. Milada si presenta in tutta la sua drammaticità agli occhi dello spettatore che ne riconosce e apprezza l’omaggio a una martire divenuta uno dei tanti simboli della lotta contro qualsiasi forma di vessazione e oppressione a livello nazionale e internazionale; una donna, figlia, sorella, moglie e madre che, svestitasi di tutti i suoi ruoli, ha sacrificato la sua vita pur di rimanere coerente al proprio sentire con una dignità e un coraggio tutti umani ma nient’affatto comuni.

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