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Eroica Fenice

Libri

Le costellazioni dello zodiaco in alchimia, un’opera di Alessandro Orlandi

Edito lo scorso marzo dalla partenopea Stamperia del Valentino nella collana I polifemi, Le costellazioni dello zodiaco in alchimia. Con particolare riferimento ad alcuni bassorilievi delle cattedrali gotiche è l’affascinante volume del poliedrico scrittore romano Alessandro Orlandi. Il grande interesse dell’autore, così come la sua vasta conoscenza del tema da lui affrontato, è evidente sin dalle prime battute del libro. Di quest’ultimo l’aspetto che si constata immediatamente durante la lettura è – soggetto che incuriosisce e mentalmente stimolante a parte – il ritrovare a ogni passo la dedizione e passione di Alessandro Orlandi nei confronti di ciò che scrive. Suddiviso in due parti, ognuna preceduta e presentata da un’introduzione, il testo è una vivace e densa di particolari e rimandi esposizione del nesso esistente tra l’Astrologia e l’Alchimia per una possibile definizione della personalità umana. La loro attinenza è supportata non soltanto dalla citazione di diversi studiosi di entrambi gli ambiti, ma anche da una serie di immagini – si tratta di alcuni bassorilievi delle cattedrali gotiche francesi di Amiens, Chartres e della parigina Notre-Dame – grazie alle quali viene offerta una chiara e migliore interpretazione delle considerazioni esposte nel libro. L’intenzione, d’altronde, non è certo quella di “ … trattare i 12 segni dello zodiaco come avviene in molti testi di Astrologia…” ma, piuttosto, è evidente la volontà di “ … partire per un viaggio nello zodiaco e nel cielo interiore dell’uomo” in modo tale da capire a quali operazioni alchemiche e stagioni dell’anima corrisponda, “incarnandole”, ciascun segno. È così che, cominciando con L’Ariete, archetipo di ogni inizio possibile, si passa al Toro emblema di stabilità. Seguono poi i Gemelli, il periodo in cui si stabiliscono le direzioni individuali; il Cancro, dove a essere predominanti sono il simbolismo delle origini e i legami di sangue, con la memoria e con il passato. L’energia qui individuata viene poi, nel Leone, a essere emanata verso l’esterno definendolo come un “portatore di luce” capace di amare, creativo e generoso. Alla Vergine spetta il non semplice compito di dubitare e compiere un’autoanalisi attraverso l’introspezione e il senso critico. Procedendo come per la prima metà, anche per i restanti 6 segni un’accurata spiegazione viene proposta permettendo di delinearne le caratteristiche che li determinano e definiscono. Le costellazioni dello zodiaco in alchimia di Alessandro Orlandi: la disvelazione del cielo e dell’Opera alchemica Le costellazioni dello zodiaco in alchimia di Alessandro Orlandi propone al lettore un approccio magico e seducente, ponderato e largamente argomentato che si manifesta più nitidamente e senza alcuna fretta ai suoi occhi in tutta la sua forte e intesa carica rivelatrice. Possibile conseguenza di questa rivelazione nuova, potrebbe essere una cosciente riappropriazione del sé proprio grazie a una maggiore comprensione del cielo astrologico unita alle fasi dell’Opus alchemicum.

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Libri

Marlene, il secondo capolavoro dell’autrice Hanni Münzer

Dopo l’incredibile successo ottenuto da Musica per un amore proibito, la talentuosa scrittrice tedesca Hanni Münzer torna in libreria con Marlene, l’attesa continuazione del suo bestseller pubblicato in Italia – come il precedente – da Giunti Editore. In questo secondo libro la Münzer affida il ruolo di protagonista a un personaggio incontrato – e poi lasciato – nel testo precedente: la bellissima Anna von Dürkheim, più conosciuta con il nome Marlene. Arrivata alla veneranda età di 97 anni, la donna, appartenente a una famiglia ebraica dell’aristocrazia polacca, durante la Seconda Guerra Mondiale era diventata una spia partigiana per poi, finito il conflitto, fare carriera come attrice divenendo una star del cinema. È alla sua travagliata giovinezza che, l’incontro con delle persone a lei care che non vede da anni, torna la sua memoria e dal presente – siamo a Cracovia nel dicembre del 2012 – il lettore viene riportato a Monaco di Baviera nel luglio del 1944. Marlene, allora poco più che ventenne, è riuscita a sopravvivere a un attacco aereo americano che ha distrutto la città ed è intenzionata a continuare la lotta contro i nazisti. Travestitasi da crocerossina, insieme alla giovanissima Trudi, parte per la Polonia per portare a termine la missione affidatale ma, riconosciuta dall’odiato Obersturmbannführer – comandante superiore di battaglione – Albrecht Brunnmann, finisce per essere deportata nel campo di concentramento di Auschwitz. Qui, con l’amica e tante altre donne sfortunate, è costretta a subire abusi e violenze indicibili prostituendosi per i nazisti. Le possibilità di fuga e di sopravvivenza sono poche, eppure, grazie alla tenacia, alla speranza e all’aiuto del dottore Peter Friehling del quale la giovane si innamora, riesce a evadere dal campo. La tanto agognata libertà ottenuta avrà un caro e amaro prezzo che Marlene dovrà decidere di pagare, rinunciando all’amore, o di non pagare voltando le spalle a tutto quello per cui ha tanto combattuto e sofferto. Marlene : il romanzo-tributo di Hanni Münzer a tutte le partigiane Attraverso il carismatico personaggio di Marlene, Hanni Münzer costruisce un vero e proprio elogio rivolto alle coraggiose e fiere partigiane della Seconda Guerra Mondiale oltre a ricostruire gli eventi storici di quel periodo. Il romanzo è interamente incentrato sulla descrizione di ciò a cui, uomini e donne, andarono incontro decidendo di votare le proprie esistenze a una causa alta e nobile: sacrificarsi in nome di un’ideale di libertà universale. Marlene – che ben continua e termina la storia iniziata con Musica per un amore proibito – è un ottimo esempio di testimonianza storica arricchito da informazioni attestate, citazioni e aneddoti che la rendono un’imperdibile opera letteraria completa. Hanni Münzer, libri

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Libri

L’amore non è mai come sembra, un romanzo di Francesca Redolfi (Recensione)

Pubblicato da LibroMania, L’amore non è mai come sembra è il romanzo scritto dalla giornalista pubblicista e redattrice lombarda Francesca Redolfi. La giovane ventiquattrenne protagonista, Gaia Pollìni, vive a Milano dove studia Lettere all’università mentre coltiva con dedizione e passione il grande sogno di diventare una giornalista professionista. Per raggiungere il suo obiettivo lavora come collaboratrice da circa due anni presso La Voce di Milano, un grande giornale quotidiano locale, dove spera di essere assunta per poter iniziare il praticantato, sostenere in seguito l’esame di stato e potersi finalmente iscrivere all’ordine professionale dei giornalisti. Come lei anche Vittorio, il suo ragazzo, lavora nel settore come redattore al Metropoli, la testata concorrente de La Voce. Quando ai tanti collaboratori in attesa di assunzione si aggiunge il misterioso – nonché talentuoso e affascinante – Dario Nibali, Gaia vede affidare a lui gli articoli migliori sentendosi messa da parte e iniziando a perdere le speranze di ottenere il posto tanto desiderato. A ciò si aggiunge un’inspiegabile serie di fughe di notizie riservate nelle quali Lorenzo – il direttore – individua in lei, vista la sua relazione con un collega del quotidiano rivale, la possibile spia. La giovane, abbattuta ma intenzionata a provare la propria innocenza, inizia, dopo aver osservato bene l’ultimo arrivato, a credere che possa esserci lui dietro le accuse che le sono state mosse ed è pronta a tutto pur di smascherarlo. Gaia scoprirà qualcosa che non avrebbe mai neanche lontanamente potuto immaginare sul conto di Diego ma, inaspettatamente, sarà proprio grazie a lui se potrà fare chiarezza su se stessa e su ciò che realmente vuole dalla vita. L’amore non è mai come sembra di Francesca Redolfi, un delizioso romanzo romantico Francesca Redolfi crea una storia semplice e scanzonata dove il messaggio che passa attraverso lo sviluppo di situazioni diverse – oltre all’amore suggerito già nel titolo – è che non bisogna mai fermarsi alle apparenze ma si deve sempre andare oltre per capire, oltre che di se stessi, qualcosa in più anche degli altri. I personaggi, in particolar modo la protagonista combattuta tra cuore e ragione, aspettative e realtà, possiedono tutti un lato nascosto che viene disvelato a poco a poco con l’evolversi della trama. Incentrato sul comprendere cosa si voglia e chi si voglia essere, sull’aprire gli occhi e guardare alla propria vita e alle scelte che la influenzeranno cambiandone il corso con una maturità nuova, L’amore non è mai come sembra risulta essere un testo capace di trasmettere significati molto apprezzabili in maniera diretta e limpida senza camuffarli spacciandoli poi per quello che non sono.

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Volo di paglia, il primo romanzo di Laura Fusconi (Recensione)

Inserito nella collana “Le Strade”, Volo di paglia è la prima opera letteraria della giovane scrittrice Laura Fusconi pubblicato di recente dalla Fazi editore. Suddiviso in tre parti, il romanzo si apre con un brevissimo prologo datato 28 settembre 1946 per poi andare indietro nel tempo a un giorno di festa dell’agosto del 1942. Due bambini, Tommaso e Camillo, attendono con impazienza di partecipare ai festeggiamenti organizzati nel loro paese e ai due inseparabili amici si unisce Lia, la compagna di classe della quale Camillo è innamorato. Figlia del temuto e detestato ras fascista della zona Gerardo Draghi e della maestra Ada, la piccola è all’oscuro delle malefatte del padre che, oltre a comandare nella casa di famiglia, soprannominata “La Valle”, è a capo di un gruppo di camicie nere che detta legge in quelle zone della campagna piacentina. In seguito alla scomparsa del loro compagno Franco Bartali, avvenuta dopo un furioso litigio tra il padre del ragazzino e Draghi, si innescano una serie di avvenimenti che avranno delle conseguenze irreversibili e che ricadranno sui giovani protagonisti. A distanza di più di cinquant’anni in quegli stessi luoghi e tra le rovine dell’imponente dimora dei Draghi, altri due piccoli grandi amici, Lidia e Luca, avranno modo di venire a contatto con quel passato lontano eppure ancora così vivido e presente da infestare e annebbiare le loro menti e quelle dei loro predecessori. Volo di paglia di Laura Fusconi: la dura realtà degli adulti contro l’innocente immaginazione dei bambini Scritto con uno stile ben definito, lineare e semplice, il romanzo di Laura Fusconi si presenta tanto maturo nel trattare i temi che riguardano le problematiche della vita adulta quanto privo di malizia e spontaneo nell’affrontare quelli concernenti la vita infantile. I due mondi, quello “dei grandi” e quello “dei piccoli”, vengono a contatto tra loro a causa delle vicende che coinvolgono tutti i protagonisti della storia; eppure, tra di essi, esiste una separazione netta grazie alla quale un minimo di spensieratezza sembra essere possibile. L’innocenza si perde quando, messi di fronte all’evidenza e nonostante ci si ostini a non voler credere a quella che è la realtà, si fanno i conti con gli errori e le storture di chi ha spadroneggiato incontrastato per poi essere punito aspramente e nel peggiore dei modi. Laura Fusconi ha dimostrato di avere tanta fantasia quanto i bambini del suo romanzo oltre che una sana dose di severità contro i personaggi adulti che ha saputo descrivere senza risparmiare loro le giuste conseguenze per le azioni compiute. Volo di paglia – il titolo del libro rimanda a un gioco dietro cui si nascondono significati ben più seri – è un’opera attenta e ricca, dove grande importanza è data al voler dimostrare che le azioni di alcuni influenzano le reazioni di altri, lasciando una traccia indelebile nel tempo.

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Libri

La bambina che guardava i treni partire, l’esordio narrativo del saggista Ruperto Long

Ispirato a fatti realmente accaduti, La bambina che guardava i treni partire, pubblicato da Newton Compton Editori, segna l’esordio nel genere della narrativa dell’ingegnere, politico e scrittore saggista uruguaiano Ruperto Long. La trama – che ha inizio nel dicembre del 1938 – ha come protagonista principale la piccola Charlotte figlia, insieme al fratello maggiore Raymond, di una coppia di ebrei di Liegi di origine polacca, Léon e Blima costretti, in seguito alle prime persecuzioni contro gli ebrei, a scappare dal proprio Paese sotto il falso cognome Wins. È così che, per evitare la deportazione e andare incontro a morte certa, la famiglia parte alla volta di Parigi che, tuttavia, non è affatto sicura e, per questo motivo, li costringe a spostarsi nuovamente a Lione da dove tenteranno di raggiungere la Svizzera. Costretti a tornare indietro in seguito a un episodio che colpisce duramente i loro spiriti indebolendo ulteriormente le possibilità di mettersi in salvo, i Wins continuano a nascondersi seppure mal sopportino i tanti anni di fughe, privazioni e stenti. Consapevoli, però, della necessità di quella amara sofferenza che ben vale l’alto prezzo delle loro vite, Charlotte e i suoi familiari riusciranno a non lasciarsi travolgere dalla disperazione e saranno guidati nel difficile e terribile percorso che li mette costantemente alla prova grazie all’amore che li lega e alla salda speranza che la fine dell’orrore che perseguita loro e il popolo ebraico arrivi presto. La bambina che guardava i treni partire di Ruperto Long, un romanzo a più voci Ruperto Long sceglie di costruire la sua opera sulle testimonianze di tanti personaggi coinvolti, direttamente o indirettamente, nei fatti narrati. È in questo modo che, oltre che attraverso gli occhi, le esperienze e il sentire di Charlotte, i lettori vengono a contatto con altri punti di vista: da quelli di altri ebrei a quelli di chi li ha aiutati; da quelli dei soldati nazisti a quelli di altri militari arruolatisi da ogni parte del mondo pur di dare il loro contributo a liberare l’Europa – e il mondo intero – dalla minaccia rappresentata da Hitler. Queste testimonianze, inoltre, assumono maggiore significato grazie a foto, lettere e altri documenti dell’epoca che contribuiscono a rendere più tangibile e forte la gravità e potenza di quanto accadde in quegli anni. Tra le tante foto, indubbiamente, colpisce quella del vagone di un treno per il trasporto di animali dal quale si scorgono volti e braccia protese verso l’esterno. Si tratta di uno dei tanti convogli, che un’ignara Charlotte, guarda partire senza comprendere il perché vi siano degli esseri umani al suo interno e senza sapere dove siano diretti. Molti altri, a quel tempo, non erano a conoscenza del perché a quelle persone venisse rivolto un trattamento talmente bestiale; molti altri ancora ne erano consapevoli e rimasero in silenzio a guardare. La bambina che guardava i treni partire è un romanzo notevolmente interessante, molto ben scritto da Ruperto Long e, soprattutto, ricco di informazioni degne di essere ricordate perché legate a degli individui, chi è sopravvissuto e chi […]

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Libri

La rocca di carta, un romanzo di Salvatore Giambelluca

Pubblicato da Koi Press Edizioni, La rocca di carta è il secondo romanzo del giovane scrittore palermitano Salvatore Giambelluca. Ambientata nella bellissima Cefalù, nella trama si intrecciano le vicende di Pietro, Melo e Giovanni, amici da sempre che si ritrovano nel paese natio dopo dieci anni di separazione per il matrimonio di quest’ultimo con la fidanzata Valentina. Nel corso dei giorni antecedenti la cerimonia, i tre hanno modo di riflettere su quella che è la loro vita adesso che hanno trent’anni, rinsaldare la loro storica amicizia che a causa del distacco non sembrava più essere quella di una volta e tirarsi fuori da un brutto guaio nel quale il futuro sposo è rimasto invischiato coinvolgendo anche gli altri due. È così che, tra gustosissimi cartocci – dolci tipici della pasticceria siciliana farciti con crema di ricotta – sotterfugi, confessioni e riavvicinamenti, Giovanni, Melo e Pietro finiranno col fare i conti con chi erano e con chi sono diventati riscoprendo se stessi e rivalutando il profondo e sincero sentimento che li ha uniti da piccoli e li unisce ancora nonostante la lunga separazione. La rocca di carta e l’amicizia, quella vera Il romanzo parte con un inizio che ha il sapore dolce-amaro a tratti imbarazzato e imbarazzante del ritrovarsi di questi amici così diversi l’uno dall’altro che, tuttavia, non sono tanto dissimili dopo che si è avuto modo di conoscerli attraverso le autoanalisi che ciascuno compie su se stesso e quanto traspare da ciò che gli altri pensano e dicono di loro. Sembra quasi che non sia rimasto nulla del profondo legame che li ha avvicinati e uniti tanti anni prima ma, proprio nel momento dove la tensione narrativa raggiunge il culmine, quel legame torna a farsi sentire più forte e indistruttibile che mai. Quel momento di unione serve a tingere di giallo il lavoro di Giambelluca che, servendosene ad arte, lo utilizza come se si trattasse di un test per mettere alla prova i suoi giovani personaggi spingendoli ad andare oltre il tempo, la distanza e ciò che sono diventati a trent’anni. Un’età, questa, che pare essere diventata problematica quanto, se non più, la tanto discussa adolescenza perché, riferendosi ai trentenni di oggi, l’autore li fa descrivere in questi termini da Pietro che di mestiere – neanche a dirlo – fa lo scrittore: «Ci sono fiori che nascono in prati perfetti per loro, che sin da subito ricevono cure e attenzioni per sbocciare al meglio affinché chi li guarda possa ammirarne la bellezza, e altri che crescono nei bordi delle strade, vicino a dei binari, che però non si scoraggiano e che continuano a fiorire la primavera dopo.”» La rocca di carta è un romanzo in cui l’introspezione, in primis, e il sentimento dell’amicizia – quella vera – la fanno da padrone in una Sicilia che si staglia sullo sfondo tutta da scoprire e vivere nella più totale spensieratezza.

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Cinema & Serie tv

12 Soldiers: un film di Nicolai Fuglsig tratto da un’incredibile storia vera

Uscito in Italia l’11 luglio, 12 Soldiers segna l’esordio alla regia di un lungometraggio per il danese Nicolai Fuglsig. All’indomani degli attentati dell’11 settembre del 2001, l’esercito statunitense si prepara a reagire alla minaccia rappresentata da Osama Bin Laden e dal movimento terroristico da lui fondato, Al-Qaeda, che rivendica i terribili attacchi condotti quel giorno in America. Il capitano Mitch Nelson (Chris Hemsworth), che nell’esercito ha sempre svolto mansioni di stratega senza mai scendere in campo a combattere, grazie all’aiuto del compagno Cal Spencer (Michael Shannon), riesce a farsi assegnare una squadra composta da lui e altri undici soldati delle Forze Speciali che verrà mandata immediatamente nel deserto roccioso dell’Afghanistan. Il loro compito – un’impresa impossibile e di dubbia riuscita – sarà quello di mettersi in contatto, in un Paese a loro ostile e ormai nelle mani dei feroci e sanguinari talebani, con il generale uzbeko Abdul Rashid Dostum (Navid Negahban), per poter ricostituire l’Alleanza del Nord e lottare uniti contro il nemico comune. 12 Soldiers, la guerra raccontata da chi l’ha fatta e da chi l’ha vista Nicolai Fuglsig, ex reporter di guerra, adatta per il grande schermo il libro Horse Soldiers del giornalista Doug Stanton ,che narra quanto vissuto dall’agente della CIA nonché militare delle Forze Speciali Mark Nutsch a un mese dall’attentato alle Torri Gemelle. La storia di Nutsch e dei suoi valorosi uomini, che si ritrovarono a dover combattere in inferiorità numerica – 5000 nemici per ognuno di loro – e con poco tempo a disposizione – si parla di 21 giorni – è rimasta sconosciuta ai più per poi essere svelata al mondo. Della pellicola colpiscono, in particolar modo, le scene dei combattimenti girate sapientemente e con la camera sempre pronta, capace di cogliere anche i più piccoli particolari. Ammirevole anche l’impeccabile fotografia che cattura i paesaggi di una terra impervia e selvaggia ammantandola di fascino e bellezza malgrado la devastazione che l’ha impietosamente colpita. Il tutto è costantemente accompagnato da una colonna sonora essenziale ma d’impatto. Per quanto riguarda gli attori, Chris Hemsworth non delude le aspettative e il suo personaggio viene supportato, oltre che dai colleghi che interpretano i compagni d’impresa, soprattutto da Navid Negahban che si rivela essere la chiave di volta per far comprendere ciò che anima il suo popolo e ciò che realmente serve a un soldato come il capitano Nelson per diventare un vero guerriero. 12 Soldiers non è soltanto un film di guerra tutto esplosioni, strategie e uccisioni, ma è innanzitutto una storia vera che ha dell’incredibile per ciò che dodici uomini sono riusciti a fare con l’intento – purtroppo non realizzatosi visto che la minaccia del terrorismo, assumendo volti e nomi nuovi, non è stata ancora estirpata  – di compiere il loro dovere verso se stessi, le loro famiglie e la loro Patria.

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Libri

Quattro madri, un romanzo di Shifra Horn sul coraggio delle donne sole

Fazi Editore, dopo aver tradotto e pubblicato alcune delle sue opere, propone l’ultima edizione del primo romanzo della famosa e pluripremiata autrice israeliana Shifra Horn, Quattro madri. Ambientato a Gerusalemme, il romanzo segue le vicende di quattro generazioni di donne appartenenti alla stessa famiglia. La storia, narrata da Amal, inizia dal racconto della sua nascita, avvenuta nel 1948 nel letto di ottone della bisnonna Sarah, per poi procedere a ritroso nel tempo. È così che il lettore fa la conoscenza di Mazal, la capostipite e madre di Sarah, che allevò da sola la figlia dopo averla fatta nascere quando era poco più che una ragazzina. Ed è con lei che comincia la maledizione di queste donne così diverse l’una dall’altra ma destinate, dopo l’arrivo di una femmina nella loro casa, a essere abbandonate dai mariti. Questa stessa sorte, infatti, tocca a Sarah – la più bella tra le donne di Gerusalemme – che con i suoi lunghi capelli dorati seduce chiunque la veda ed è capace di curare gli altri oltre che occuparsi da sola dei figli. Pnina Mazal, la sua secondogenita, riesce a comunicare con i suoi interlocutori in qualsiasi lingua le parlino; mentre, la figlia Gheula, dai capelli rossi, ribelle e selvaggia come una volpe, è un avvocato che dedica la propria vita ad aiutare i diseredati. Quattro madri : la forza è donna Shifra Horn incanta grazie a una prosa che scorre in maniera ritmata e senza interruzioni sotto gli occhi dei lettori. Le sue parole e ciò che evocano dipingono nella mente immagini e lasciano percepire odori e sensazioni difficili da dimenticare. Dall’acqua di rose di Sarah – il vero fulcro su cui poggia il passato e il presente delle donne della sua famiglia – al sapore dei frutti del suo gelso, dal rituale per la purificazione nel mikveh ai colori e ai suoni di una Gerusalemme lontana; tutto, in Quattro madri, contribuisce a risvegliare i sensi così da diventare parte della storia. Una storia tutta al femminile dove è il gentil sesso a essere protagonista con le sue debolezze, i suoi desideri, i suoi bisogni e, soprattutto, la sua determinazione, la sua forza; una forza straordinaria che le donne, in particolar modo le madri, posseggono e alla quale attingono giorno dopo giorno come si farebbe da una fonte inesauribile. Quattro madri è un romanzo appassionato, tenero e dolce; uno stupefacente esempio letterario che incoraggia le donne a non dimenticare che la loro forza non ha eguali ed è da sempre il sostegno dell’umanità.

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Cinema & Serie tv

Stronger – Io sono più forte, la storia vera di Jeff Bauman

Uscito il 4 luglio nei nostri cinema, Stronger – Io sono più forte (qui il trailer) è l’ultimo lavoro drammatico diretto dal regista, produttore e sceneggiatore cinematografico americano David Gordon Green. Basato sull’omonimo libro autobiografico scritto da Jeff Bauman in collaborazione con Bret Witter, il film ha per protagonista proprio Bauman (interpretato da Jake Gyllenhaal) il quale, in seguito all’attentato avvenuto durante la maratona di Boston il 15 aprile 2013, perse entrambe le gambe. Jeff, all’epoca ventottenne, si era recato all’evento per incitare l’ex-ragazza Erin (Tatiana Maslany) che partecipava alla competizione, aspettandola al traguardo e dandole così prova dell’amore che provava per lei e della sua intenzione a tornare insieme. L’esplosione di due ordigni rudimentali a distanza di pochi secondi l’uno dall’altro getta la folla nel caos lasciando dietro di sé morti e feriti. Tra questi ultimi c’è anche Jeff che si risveglia in ospedale senza le gambe, stordito per quanto è accaduto – eppure pronto a fornire una descrizione di uno degli attentatori – con al suo fianco i familiari, gli amici ed Erin che si sente responsabile per ciò che gli è accaduto. Determinata a non abbandonarlo, la giovane decide di trasferirsi da lui che vive ancora con la madre Patty (Miranda Richardson) – un’incallita bevitrice e fumatrice pronta a organizzare gli eventi mediatici cui il figlio dovrà prendere parte perché divenuto il simbolo del movimento Boston Strong e che non vede di buon occhio la loro relazione amorosa; Erin rinuncia a tutto pur di stargli accanto e prendersene cura. Tuttavia, la ragazza non dovrà occuparsi soltanto delle difficoltà pratiche sopravvenute con la condizione di invalido di Jeff ma, piuttosto, dovrà confrontarsi con il grave e forte trauma psicologico da lui subito e che rischierà di mettere nuovamente in discussione la loro relazione e il loro futuro. Stronger – Io sono più forte : strepitoso Jake Gyllenhaal Trama toccante a parte – le storie vere hanno sempre quella marcia in più che fa da subito presa sull’animo degli spettatori – la pellicola di Green deve gran parte, se non tutto, il suo successo alla perfetta interpretazione di un irriconoscibile Jake Gyllenhaal. Che questo attore si sia affermato nel panorama cinematografico internazionale distinguendosi per la sua bravura – molti lo ricorderanno nel ruolo del cowboy gay in I segreti di Brokeback Mountain del 2005 accanto al talentuoso collega scomparso prematuramente Heath Ledger – è ormai noto, ma che riuscisse a sorprendere trasformandosi come per questo ruolo è stata una vera e propria rivelazione. A dare maggiore risalto alla sua prova hanno contribuito le due figure femminili che spiccano nel film per importanza e per il loro essere antitetiche l’una all’altra: l’espressiva Tatiana Maslany e l’impeccabile, nel suo essere una madre complicata, Miranda Richardson. Stronger – Io sono più forte parte da un evento drammatico che ha cambiato irreversibilmente chi è stato vittima del terrore insensato di quel 15 aprile di cinque anni fa, si sviluppa sulle conseguenze concentrandosi più sulla forza dell’amore e della dedizione che sul dolore e […]

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Libri

Lo sapevi che I MISS YOU, il capitolo conclusivo della trilogia DIMILY di Estelle Maskame

Pubblicato da Salani Editore, Lo sapevi che I MISS YOU? è il terzo capitolo, quello conclusivo, della saga di romanzi young adult   DIMILY – il primo è Lo sapevi che I LOVE YOU? e il secondo Lo sapevi che I NEED YOU? editi sempre da Salani – della giovanissima autrice scozzese Estelle Maskame. Eden Munro non è più la ragazza spensierata di qualche anno fa. Da quando si è innamorata del fratellastro Tyler Bruce, la sua vita ha subito dei cambiamenti radicali a causa di questo amore impossibile osteggiato, in particolar modo, dal padre di lei che non riesce a perdonarle l’essersi innamorata di Tyler. Quest’ultimo è sempre stato un ragazzo problematico, dipendete dall’alcool e dalla droga, considerati  gli unici mezzi per superare gli abusi subiti da bambino che lo hanno portato a essere sempre arrabbiato, instabile e scostante. Solo con Eden il giovane era riuscito, o almeno così sembrava, a far pace con i demoni che lo tormentavano dall’infanzia. Eppure, quando ormai, decisi e nuovamente riuniti, avevano detto ad amici e familiari della loro storia, Tyler abbandona la ragazza a Santa Monica per ritrovare se stesso. Eden, rimasta sola ad affrontare lo sdegno e l’incredulità di chi non era a conoscenza della loro relazione, detesta il suo amore e non riesce a perdonare ciò che le ha fatto passare. Sarà il ritorno di Tyler in città a costringerla a fare i conti con quello che prova e a capire se i suoi sentimenti per lui sono realmente svaniti o meno. Lo sapevi che I MISS YOU? di Estelle Maskame, un romanzo genuino e mai scontato Estelle Maskame, grazie a uno stile scorrevole e dei personaggi ben caratterizzati nel loro essere e nel loro agire, è riuscita a proporre una trama intrigante che tratta dell’amore particolare, ma non impossibile, tra due fratellastri che non hanno potuto contrastare il sentimento nato spontaneamente tra loro. Le figure di Eden e Tyler si evolvono, nel corso dei tre libri che li vedono protagonisti, come singoli individui e come coppia camminando a tratti divisi e a tratti di pari passo. Entrambi si ritrovano a doversi confrontare con la propria maturazione interiore oltre che con i cambiamenti che investono il loro rapporto ed è interessante vederli crescere separati oltre che insieme superando le difficoltà – nei libri si parla di temi attuali come il bullismo, la dipendenza da alcool e droghe, la violenza sui minori – che si presentano lungo il cammino che hanno intrapreso. Lo sapevi che I MISS YOU? è un romanzo giovane che ben mostra le mutevoli dinamiche che animano i cuori dei due protagonisti la cui storia coinvolge e sorprende i lettori tenendoli incollati alle pagine fino alla fine.  

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Libri

Furio Colombo torna con “Clandestino” (Recensione)

Pubblicato dalla casa editrice La Nave di Teseo nella collana Le onde, è uscito oggi in libreria Clandestino. La caccia è aperta del noto giornalista, scrittore e politico italiano Furio Colombo. Il libro è una raccolta delle lettere pubblicate da “Il Fatto Quotidiano” nella rubrica tenuta dall’autore, nel periodo che va dal 3 Febbraio  2016 al 30 Settembre 2017, alle quali Colombo ha risposto con chiarezza, precisione e con un’apertura e un’onestà disarmanti visto il delicato e spinoso argomento in esse contenuto. Il filo conduttore che lega gli interventi dei lettori è quello relativo la questione, della quale si parla e si sente parlare ormai da anni – anche se le radici di questo tema sono ben più profonde tanto da riempire le pagine della storia sin dai suoi albori – dell’immigrazione. Le intenzioni di Colombo si trovano subito esposte nella frase contenuta nell’ Avvertenza in apertura al libro: “Tutto quello che vi hanno raccontato sul traffico in mare, di soldi, barche, navi, soccorso, vita e malavita dei migranti, non è vero: in nessun tempo, in nessun luogo, in nessun punto.” Bastano queste poche parole, che non lasciano certo spazio a fraintendimenti, a invogliare a proseguire la lettura con curiosità e, soprattutto, con il desiderio di saperne di più in modo tale da capire, confrontare il proprio e l’altrui punto di vista e/o posizione scoprendo verità – e, spesso, le ulteriori verità – per cui l’autore ha optato di esordire con un’affermazione simile. Clandestino di Furio Colombo: domande e risposte a un’umanità, oramai, in alto mare È emblematico – ma non certo programmato – che il testo di Furio Colombo sia uscito pochi giorni dopo la vicenda relativa alla nave da ricerca e soccorso dell’organizzazione non governativa internazionale italo-franco-tedesca SOS Méditerranée – Medici Senza Frontiere – Aquarius. A bordo di quest’ultima si trovavano 629 migranti che, rifiutati da Malta prima e dall’Italia poi, vista la decisione di non autorizzare l’ingresso della nave in un porto italiano da parte dell’attuale Ministro dell’Interno e Vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini – peraltro più volte citato nel testo insieme al suo predecessore Marco Minniti – sono stati “accettati” dalla Spagna verso la quale sono partiti dopo giorni di attesa in acqua. In questa occasione, come è stato per quelle passate e come sarà per quelle future, nel Paese si è creata una spaccatura tra coloro i quali erano soddisfatti e sollevati del rifiuto e chi non avrebbe esitato a far sbarcare i migranti. È a questi italiani, quelli che guardano al loro prossimo scappato dalle atrocità degli abusi, delle carestie e delle guerre affrontando un viaggio insidioso dopo essersi affidati a mercenari di vite privi di scrupoli che Colombo risponde. E, a ogni lettera, risponde con la sua penna che buca il foglio lasciando a ogni parola una scia rossa dietro di sé come rosso è il colore del sangue – uguale in tutti gli uomini e tutte le donne del mondo – perso in mare da questi disperati in cerca di sopravvivenza “perché nessuno […]

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Cinema & Serie tv

End of Justice – Nessuno è innocente, un film di Dan Gilroy (Recensione)

Presentato in anteprima al Toronto International Film Festival, End of Justice – Nessuno è innocente è l’ultimo film drammatico scritto e diretto dal regista statunitense Dan Gilroy in programmazione nei nostri cinema dal 31 maggio. Roman J. Israel (Denzel Washington), fervente e appassionato attivista per i diritti civili sin dagli anni ‘70, svolge la professione di avvocato a Los Angeles presso uno studio legale nel quale si occupa di studiare i vari casi mentre il suo socio li dibatte nei tribunali. Alla morte di quest’ultimo Roman si ritrova disoccupato e, a causa delle ristrettezze economiche e gli infruttuosi risultati nella ricerca di una nuova occupazione, decide di accettare l’offerta del giovane e ambizioso collega George Pierce (Colin Farrell) di andare a lavorare per lui. Sarà a causa di uno dei nuovi incarichi affidatigli che il protagonista, difensore di un ragazzo accusato di omicidio, metterà in discussione tutto ciò in cui ha fino ad allora creduto e per cui ha duramente e instancabilmente lottato in nome di una realtà che non gli appartiene e che finirà per fagocitarlo senza nessuna pietà costringendolo a fare i conti con chi era e chi è diventato. End of Justice – Nessuno è innocente : il peso della coscienza tradita Il regista Dan Gilroy punta – a ragione e con cognizione di causa – sulla spiccata indole trasformista dell’impeccabile Denzel Washington candidato, grazie a questo ruolo, all’ultima edizione del Premio Oscar come Migliore attore protagonista – ad aggiudicarsi la statuetta è stato l’attore brittanico Gary Oldman per la sua interpretazione in L’ora più buia. Il protagonista veste i panni – ormai fuori moda non soltanto per quanto riguarda acconciatura e abiti, ma soprattutto per i modi di pensare e gli atteggiamenti – di un personaggio eccezionale: dai modi bizzarri, di una precisione maniacale, dotato di una memoria straordinaria, fervente credente nell’universale e inviolabile diritto alla giustizia. Una giustizia che deve essere garantita a tutti perché tutti devono sì pagare per i reati da loro commessi ma devono farlo dopo aver ricevuto la giusta pena. «Se non puoi cambiare la legge, sfida il sistema». Questa è la grande utopia di Roman J. Israel che, vissuto troppo a lungo dietro la scrivania tra tomi e scaffali e sempre meno nel tempo presente che è andato avanti lasciandolo indietro, perde se stesso nel momento in cui decide di voltare le spalle a tutto ciò su cui ha costruito la sua vita e la sua carriera. End of Justice – Nessuno è innocente è un film che poggia principalmente – forse in maniera eccessiva – sulla bravura dell’attore protagonista eppure, la trama, funziona perché infonde speranza in un cambiamento che, anche se tardivo, può sempre arrivare.

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Libri

Lamentation, il romanzo d’apertura alla “Jay Porter Series” di Joe Clifford

Disponibile nelle nostre librerie dal 3 maggio grazie a CasaSirio Editore e all’impeccabile traduzione di Alessandra Brunetti, Lamentation è il romanzo – uscito nel 2014 – che apre la serie che ha per protagonista Jay Porter, scritta dall’acclamato autore americano Joe Clifford. Siamo nell’anonima cittadina di provincia di Ashton dove vive, da solo ormai da anni, il giovane Jay Porter cercando di sopravvivere onestamente con dei lavori saltuari. Lasciato dall’unica ragazza che abbia mai amato – e ami – Jenny che ha portato con sé Aiden, il loro figlioletto di quasi due anni e che ora convive con il compagno Brody, Jay può contare unicamente sull’amico di infanzia Charlie dopo l’incidente nel quale sono morti i genitori e la sparizione del fratello maggiore Chris diventato un tossicodipendente. È proprio quest’ultimo a tornare nella sua vita con una sconvolgente scoperta che coinvolgerà il protagonista in una storia rocambolesca ammantata di mistero; un mistero che Jay, inizialmente restio a crederci visti i burrascosi trascorsi con il fratello paranoico e problematico, deciderà di risolvere a tutti i costi pur di aiutare, per l’ennesima volta, Chris a smascherare la potente e influente famiglia locale dei Lombardi. “Lamentation” di Joe Clifford : il riscatto degli ultimi Scritto con uno stile discorsivo scorrevole e semplice, il lavoro di Joe Clifford scopre sin da subito le sue carte in quanto a intenti: portare l’attenzione dei lettori sulla dipendenza. Dipendenza non soltanto dalla droga – che l’autore conosce bene visti i suoi trascorsi con l’eroina seguiti dal lungo e difficile percorso della riabilitazione affrontato per disintossicarsi – ma, anche, la dipendenza nell’ostinarsi a insistere nell’adottare comportamenti sbagliati e dai legami familiari. Per quanto riguarda la prima, centrale è il personaggio di Chris, al quale si affiancano altre figure di giovani che, come lui, si sono persi a causa della droga; mentre, in relazione alle altre due, è Jay a esserne l’esempio lampante. Il protagonista, infatti, sa di dover lasciar perdere il fratello per il quale ha perso tanto nella vita; eppure, proprio per il loro legame di sangue, non riesce a disinteressarsi di lui lasciandolo a se stesso e ai suoi problemi. Il tema principale del romanzo – a cui fa da sfondo il minaccioso monte Lamentation – si sviluppa ed evolve in una maniera unica e trasudante suspense grazie a una trama in cui non mancano giochi di potere, aggressioni, omicidi e segreti inconfessabili che, se resi di pubblico dominio, provocherebbero dei danni irreparabili. L’arduo compito di Jay sarà proprio quello di fare giustizia non soltanto per il bene delle persone a lui care ma anche per quello dell’intera comunità ignara dell’altro mostro, oltre a quello della droga, che agisce indisturbato ad Ashton provocando dolore alle sue innocenti vittime. Lamentation è un’opera matura nella quale gli ultimi riescono, seppur faticosamente, a ottenere il loro riscatto in un mondo che, troppo spesso, volta loro le spalle emarginandoli e facendoli sentire inutili quando, invece, a ogni vita umana, persino quando si tratti della più derelitta, dovrebbe essere riconosciuto il proprio incalcolabile valore.

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Libri

“Ripley Bogle” di Robert McLiam Wilson, (auto)biografia di un giovane senzatetto irlandese

In uscita oggi per la Fazi Editore, Ripley Bogle è il romanzo d’esordio dello scrittore nordirlandese Robert McLiam Wilson. La storia ha per protagonista Ripley Bogle, un ventiduenne originario di Belfast finito a vivere come un barbone a Londra. Incallito bevitore e fumatore, il giovane racconta in prima persona, rivolgendosi in maniera schietta e diretta al lettore, episodi della sua vita presente e passata descrivendo con incredibile lucidità e precisione i luoghi da lui visti e frequentati, le persone conosciute e, in particolar modo, i suoi stati fisici e mentali. Figlio di una prostituta irlandese e di un alcolizzato gallese, il Ripley bambino ha da subito dovuto fare i conti con la problematica e violenta realtà del suo Paese coinvolto, dalla fine degli anni ’60 alla fine degli anni ‘90, in quelli che furono definiti “The Troubles” (“i disordini”) che vedevano contrapporsi i cattolici ai protestanti in una guerriglia sanguinosa e quotidiana. Scacciato a sedici anni per il suo amore proibito verso una ragazza protestante, Ripley finisce in strada. Una piccola parentesi di “normalità” il protagonista sembra trovarla durante il semestre come studente del facoltoso Trinity College di Cambridge dal quale, tuttavia, verrà allontanato perché reputato non adatto a quell’ambiente troppo bene e troppo aristocratico per uno come lui. È a Londra che, l’inesorabile declino iniziato anni addietro, riprende da dove si era interrotto e del quale lui stesso non fa mistero ma, anzi, parla senza celare i contrastanti sentimenti che lo agitano al rievocarne i dettagli conducendo delle riflessioni profonde e impressionanti. “Ripley Bogle” di McLiam Wilson, “Il dolore è il latte versato del rimpianto” Edito per la prima volta nel 1989 in Gran Bretagna, il romanzo di McLiam Wilson si aggiudicò il prestigioso Rooney Prize per la letteratura irlandese per poi essere adattato, per ben due volte, per il teatro. Nell’opera, che l’autore scrisse a soli 23 anni, si riscontrano molte somiglianze tra il creatore e il suo personaggio: entrambi sono nati a Belfast, hanno frequentato l’università di Cambridge per poi lasciarla e hanno vissuto per strada. Queste analogie servono a chiarire l’origine della forza narrativa che pervade il romanzo – la cui narrazione si sviluppa nell’arco temporale di quattro giorni – perché solo chi ha vissuto sulla propria pelle una determinata esperienza è in grado di descriverla in una maniera tale da farla risultare di grande impatto. Questo impatto è poi aumentato ed enfatizzato dal linguaggio di Ripley: crudo, triviale, in altre parole, vero. Vero come sono le sue emozioni, i suoi rimorsi e i suoi rimpianti che, come la sua condizione, sono fonte di un dolore che non si attenua, che non lo abbandona un solo istante della sua miserabile vita di reietto posto ai margini della società come i personaggi di Charles Dickens da lui stesso spesso citati. Tuttavia, per il giovane, intelligente e bel Ripley Bogle dagli occhi verdi non c’è alcun riscatto sociale ma soltanto un lento procedere nella foschia di Trafalgar Square, con una sigaretta tra le labbra e uno stomaco vuoto da dover […]

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Cinema & Serie tv

A Beautiful Day – You Were Never Really Here, un film con Joaquin Phoenix

Presentato in anteprima e in concorso alla 70ͣ edizione del Festival di Cannes dello scorso maggio, A Beautiful Day – You Were Never Really Here è un film scritto e diretto dalla regista, sceneggiatrice e produttrice cinematografica scozzese Lynne Ramsay basato sul libro dello scrittore americano Jonathan Ames Non sei mai stato qui. Joe (Joaquin Phoenix) è un veterano di guerra che vive insieme all’anziana madre malata (Judith Roberts) di cui si prende amorevolmente cura. Il suo lavoro, in una New York corrotta e traviata, è quello di sicario al soldo di chiunque sia disposto a pagare per fargli sporcare le mani al suo posto. Ingaggiato tramite il suo contatto John McLean (John Doman) dal Senatore Votto (Alex Manette) per ritrovarne la figlia adolescente Nina (Ekaterina Samsonov), abituata a scappare di casa dopo la morte della madre. Joe scoprirà che la ragazzina è finita in un giro esclusivo di pedofilia e prostituzione minorile per clienti ricchi e influenti. Intenzionato a portare a termine il suo incarico e salvarla, Joe non esiterà a ricorrere alla brutalità per la quale è conosciuto trovandosi, tuttavia, non soltanto a fare i conti con i demoni che lo perseguitano dall’infanzia e dall’esperienza come soldato ma a dover aggiungere e sopportare altro dolore a quello che prova ormai da tutta la vita. A Beautiful Day – You Were Never Really Here: violenza chiama violenza Vincitore al Festival di Cannes dei premi per il Miglior Attore e per la Migliore sceneggiatura, il thriller drammatico della Ramsay si affida oltre che a una macchina da presa il cui occhio vuole cogliere e riprodurre ogni minimo dettaglio anche alla bellissima fotografia di Thomas Townend. Se, tuttavia, la trama non spicca per originalità – il richiamo a film come Taxi Driver (1976), Léon (1994) e Drive (2011) si nota sin da subito – a risaltare è senza alcun dubbio l’interpretazione di un formidabile, disturbato e disturbante Joaquin Phoenix che, dopo aver interpretato Gesù Cristo nel recentissimo Maria Maddalena di Garth Davis, fa un’inversione di ruolo totale. Il suo Joe non è mai realmente presente a se stesso mentalmente e fisicamente – da qui il suo continuo comparire e scomparire sulla scena con un martello insanguinato tra le mani che, in fondo, rimanda al titolo dell’opera di Ames. La bravura dell’attore si riscontra negli sguardi persi in traumatici ricordi lontani, nelle azioni ripetute con lentezza esasperante, nella violenza che domina il suo essere che, come quello di Nina e delle altre piccole vittime di mostri crudeli, è quello di un bambino abusato. A Beautiful Day – You Were Never Really Here è un film complesso tanto quanto la psicologia contorta e deviata dei suoi personaggi. Eppure è proprio attraverso e grazie a essa se si possono comprendere meglio i danni che la violenza fisica e, in particolar modo, psicologica arreca a soggetti indifesi come i bambini.  

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Libri

Grande Madre Acqua, il toccante romanzo di Živko Čingo

Pubblicato da CasaSirio Editore il 3 maggio, Grande Madre Acqua è il toccante romanzo dell’autore Živko Čingo dal quale, nel 2004, è stato anche tratto l’omonimo film Golemata Voda (The Great Water) scritto e diretto dal regista Ivo Trajkov. A narrare i fatti in prima persona rievocando i ricordi della sua infanzia è Lem, un orfano “accolto” nell’orfanotrofio chiamato “Chiarezza” – un istituto in cui prima venivano curate le persone con problemi mentali conosciuto come “Città della Pace” – che torna indietro nel tempo e agli anni in cui visse lì insieme ai tanti altri bambini soli o abbandonati del secondo dopoguerra. Compito di strutture come la “Chiarezza” nella Jugoslavia del presidente Tito, era quello di formare all’obbedienza e all’uniformazione grazie all’instaurazione di un clima di puro terrore al loro interno. A occuparsi di far vigere l’ordine, servendosi di metodi e modi discutibili, erano la compagna Olivera Srezoska, educatrice e assistente del direttore dell’orfanotrofio e, quest’ultimo, il compagno Ariton Iakovleski chiamato da tutti Piccolo Padre. Entrambi temuti perché capaci di una crudeltà al di fuori dell’ordinario, i due dettavano la loro legge e quella del regime a suon di punizioni corporali e umiliazioni di ogni sorta volte a piegare gli animi e la volontà dei piccoli divisi, anche tra di loro, in vittime e aguzzini. L’arrivo di Keïten, un ragazzino dal riso facile, sognatore, forte e carismatico, sarà da stimolo e da sostegno a Lem che, grazie a lui alla Grande Madre Acqua della quale riecheggia il richiamo al di là dell’altissimo muro che li imprigiona, non perderà la speranza in un futuro migliore e libero. Grande Madre Acqua, la testimonianza di un’infanzia abbandonata e maltrattata L’opera dello scrittore macedone Živko Čingo – autore, tra l’altro, di diversi racconti e pièce teatrali – indaga, nel profondo, la disperazione e il senso di impotenza di bambini inermi costretti a subire ogni tipo di ingiustizia da quegli adulti che, considerata la tenera età e la loro condizione di orfani, avrebbero dovuto sì educarli e prepararli al mondo esterno ma anche, e soprattutto, accudirli e proteggerli. È sconcertante vedere con quanta lucidità la voce narrante che, non va dimenticato, è quella di un bambino, descriva situazioni inconcepibili lasciando trasparire tutta la rabbia, la frustrazione e l’infelicità radicate nel profondo del suo animo e di quello dei suoi coetanei. Le sensazioni dolorose che Grande Madre Acqua provoca sono intensificate dalla consapevolezza di star leggendo una storia che, purtroppo, non è solo quella di Lem, di Keïten e degli altri bambini jugoslavi della “Chiarezza” all’indomani del secondo conflitto mondiale, di una storia, dunque, unica e sola fissata in un preciso momento storico. La loro è la storia di tutti gli orfani di ogni Paese ed epoca che, in fondo, come ogni essere umano, chiedono di poter sognare, di essere liberi e di ricevere l’amore di una famiglia e il calore di una Madre che, come l’acqua, li culli tra le sue braccia riportandoli alla vita.

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Nella tana dei lupi, l’ultimo film con l’ex spartano Gerard Butler

Uscito il 5 aprile nei nostri cinema, Nella tana dei lupi (Den of Thieves) è il film scritto e diretto dallo sceneggiatore, regista e produttore cinematografico americano Christian Gudegast. Ambientato a Los Angeles, la città con il più alto tasso di rapine in banca a livello mondiale, la trama ha per protagonisti una squadra anticrimine con a capo lo sceriffo Nick O’Brien (Gerard Butler) impegnati nella risoluzione di un caso particolarmente complicato e sanguinoso che vede coinvolti una banda di criminali ben organizzati e specializzati nelle rapine alle banche. Di quest’ultima fa parte il barista Donnie Wilson (O’Shea Jackson Jr.) assoldato da Ray Merrimen (Pablo Schreimer) e i suoi uomini per le sue doti di abile guidatore che O’Brien interroga per avere informazioni sui prossimi piani criminosi dei suoi complici. L’ambizioso colpo che hanno intenzione di mettere a segno ha per obiettivo la Federal Reserve Bank, un palazzo governativo impenetrabile a causa dei rigidi controlli di sicurezza per accedervi, con l’intento di rubare trenta milioni di dollari fuori circolazione, e quindi eliminati dal database della banca e irrintracciabili, prima che vengano distrutti. Dopo essere stati distratti da un diversivo, O’Brien e i suoi capiscono le reali intenzioni della banda di Merrimen dando inizio a una corsa contro il tempo per cercare di sventarne il colpo. Nella tana dei lupi : sparatorie e testosterone a profusione Dimenticatevi il Gerard Butler tutto muscoli, integrità e onore nei panni del mitico re spartano Leonida di 300 e preparatevi a questa nuova versione fisicamente più “rilassata”, tatuata, verbalmente sboccata e, dal punto di vista morale nonché lavorativo – stiamo parlando qui di un tutore della legge – talmente discutibile e privo di scrupoli da far pensare che sia lui il cattivo della storia. Affiancato da un cast composto da attori più conosciuti e altri meno – il rapper 50 Cent, O’Shea Jackson Jr. figlio di un altro rapper famoso Ice Cube – Butler e i suoi colleghi sono un concentrato di testosterone e “machismo” che sfociano nello stereotipo, tanto i personaggi da loro interpretati sono al limite dell’eccessivo. Se si considera poi che il film dura quasi due ore e mezza – durante le quali anche le sparatorie sono fin troppe e fin troppo esagerate – la sopportazione di tanta mascolinità raggiunge davvero il culmine. Mettendo da parte – anche se non è facile perché onnipresenti – questi aspetti, quello che realmente – e piacevolmente – colpisce è, a parte la storia che segue il filo logico e il canovaccio tipico del genere poliziesco con la sceneggiatura curata da Paul T. Scheuring (creatore della popolare serie tv Prison Break), il colpo di scena finale che, a quanto pare per ora, è valso alla pellicola il sequel. Nella tana dei lupi è un film poco impegnativo che consente agli spettatori a cui ovviamente piace il genere – e anche molto – di fare indigestione di azione e distrarsi per un paio d’ore.

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