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Eroica Fenice

Uno, nessuno e centomila: individuo e società

Uno, nessuno e centomila fu scritto da Luigi Pirandello come summa delle sue idee sulla vita, sull’uomo e sulla società e reca come anno di prima edizione il 1926. Pirandello stesso definisce tale sua opera come il romanzo “più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita”. Il carattere amaro, “tragico”, di questo romanzo si evince proprio analizzando cosa vuol dire l’umorismo per l’autore: esso è da intendersi come un sentimento di tristezza che nasce nell’animo umano nel momento in cui oltre il velo dello “avvertimento del contrario”, che suscita comicità, si svela, tramite il “sentimento del contrario”, quel “velo di Maya” di matrice schopenhaueriana. Si scopre, così, lo stesso animo umano, la sofferenza che si cela dietro un comportamento “strano”, “illogico”, “umoristico” appunto e, di conseguenza, profondamente doloroso per un uomo che assume quel comportamento e che viene, pertanto, tacciato di follia perché non si omologa alla codifica comportamentale propria, secondo l’indagine di Pirandello, della società borghese del secolo XX.

In Uno, nessuno e centomila il protagonista inizia ad accorgersi che ogni persona ha una sua propria idea su di lui e sugli altri e matura, così, la consapevolezza per la quale ogni uomo è, nel contempo, “uno”, in quanto unica è l’identità fisica di ciascun individuo, “nessuno”, in quanto vedendo ognuno a proprio modo chiunque, nessuno conosce davvero bene ed in maniera univoca nessuno, e “centomila”, proprio perché questi assume varie identità per ogni membro della compagine umana.

Legata all’idea del binomio antitetico tra individuo e società, inoltre, è l’idea di Pirandello della “trappola” con la quale la realtà della vita sociale viene considerata come una prigione immutabile retta dalla “statica società borghese” che condanna l’individuo ad una omologazione secondo il suo proprio metro di giudizio e considera pazzo chi vuole ad essa ribellarsi.

Chi prende coscienza di ciò diviene, così, “forestiere della vita”, il quale, compreso il “gioco delle parti e delle maschere”, se ne vorrebbe allontanare. Analizza, così, la vita secondo la pirandelliana “filosofia del lontano”, estraniandosi dalla varietà frantumata della realtà e di conseguenza dalla stessa “frantumazione dell’io” che la “frantumazione sociale” reca con sé inscindibilmente.

Funzione principale, inoltre, in Uno, nessuno e centomila e in molte altre opere di Pirandello, è lo specchio, assurto a simbolo di una fusione tra lo “uno” ed i “centomila”: l’uomo che vi si riflette si vede “uno” ma cerca di scoprire quali siano i “centomila” sé che la società vede in lui. “[…] presto l’atroce mio dramma si complicò: con la scoperta dei centomila Moscarda ch’io ero non solo per gli altri ma anche per me […] tutti dentro questo mio povero corpo ch’era uno anch’esso, uno e nessuno ahimè, se me lo mettevo davanti allo specchio e me lo guardavo fisso e immobile negli occhi, abolendo in esso ogni sentimento e ogni volontà. […]”

Uno, nessuno e centomila diventa, così, metafora di un divenire dell’uomo e della vita stessa, che viene ad identificarsi come un perpetuo movimento, come un flusso continuo che l’uomo, indossando le “maschere” per volontà propria o per volontà imposta dalla società, tende a voler dare una forma imprigionando, per Pirandello, la libertà della vita individuale in statiche e immutabili forme sociali. La vita per l’autore diventa, così, metafora profonda del concetto del Pánta rhêi che ben definisce la filosofia eraclitea del divenire e, di conseguenza, metafora di una vita che fa divenire ella stessa l’uomo uno, nel suo rapporto con se stesso, e centomila, nel suo rapporto con gli altri. I centomila modi di essere per la società costituiscono, così, le “centomila maschere” che l’uomo indossa nella vita ed il voler “spogliarsi” da tutte le maschere porta inesorabilmente l’uomo ad indossarne una nuova, simbolo di una personalità che sorge dalle ceneri di una precedente in un cambio continuo ed eterno di maschere infinite.

Allontanarsi dalla società per Pirandello, quindi, vuol dire allontanarsi per l’uomo da se stesso: da questa contraddizione nasce l’impossibilità di abbandonare le maschere e la trappola. Leggendo Uno, nessuno e centomila si nota come l’unica via d’uscita è liberare l’anima alla speculazione filosofica, è l’utopia della autarkeia del filosofo che “da solo basta a se stesso” e che nella quotidianità dell’esistenza può raggiungersi tramite un equilibrato distacco tra ciò che l’individuo vuole veramente e ciò che la società borghese pensa. L’uomo arriva, così, a compiere un ribaltamento che porta il “pazzo” a divenire l’unico saggio tra la “saggia società” che diventa, a sua volta, l’unica veramente “pazza”. 

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