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Eroica Fenice

La categoria Attualità contiene 1114 articoli

Attualità

Smartphone: la dipendenza dalle notifiche come dall’oppio

«La dipendenza dall’uso di smartphone inizia a formare connessioni neurologiche nel cervello in modo simile a quelle che si sviluppano in coloro che acquisiscono una dipendenza da farmaci oppioidi per alleviare il dolore». Queste le parole di Erik Peper, professore di educazione alla salute presso l’università di San Francisco e autore dello studio condotto su questo tema. I risultati di sondaggi e statistiche, pubblicati dal giornale NeuroRegulation, fanno suonare il campanello d’allarme… di nuovo! Le notifiche dello smartphone creano dipendenza proprio come l’oppio Uso o abuso? Uno dei temi più ricorrenti della nostra società è legato proprio ai pro e i contro dell’utilizzo delle nuove tecnologie. Per ogni fattore positivo la questione ne ha uno negativo e il risvolto del progresso tecnologico, in  questo caso, è legato alla dipendenza. A evidenziare come l’abuso di smartphone sia simile a quello di sostanze stupefacenti è NeuroRegulation, giornale ufficiale dell’ International Society of Neurofeedback and researches. Erik Peper – primo autore di questo studio – ha condotto un sondaggio su 135 studenti prima di giungere a delle conclusioni piuttosto radicali. Di questi 135 studenti, quelli che usavano continuamente il cellulare avevano livelli più elevati di senso di isolamento, depressione e ansia. Inoltre, mentre compivano attività abituali come mangiare e studiare, guardavano sempre lo smartphone, distraendosi e ottenendo un rendimento dimezzato per entrambe le occupazioni. Causa di questo comportamento sarebbe l’arrivo di push e notifiche che ci fanno sentire come se fossimo obbligati a guardarle. Il nostro cervello, stimolato dagli impulsi delle notifiche del cellulare , avverte il messaggio di pericolo imminente. L’SOS però, in questo caso, ci avvisa delle cose più banali e, come ha affermato Erik Peper, ci dirotta. Sfruttando così i nostri recettori di pericolo, usiamo nel modo sbagliato quello che prima era sfruttato per la sopravvivenza. Non a caso il sondaggio condotto in questo ambito dimostra che la maggior parte di persone che hanno questo comportamento soffrono d’ansia. Phoneliness: la solitudine da smartphone Gli smartphone ormai sono parte integrante della nostra vita, basti pensare che guardare lo schermo del nostro cellulare è probabilmente l’ultima cosa che facciamo prima di addormentaci e la prima al risveglio. Il risultato degli ultimi studi dimostra che la dipendenza creata da queste nuove tecnologie rende queste ultime una vera  propria droga e quindi, quella che finora era pronunciata come sentenza apocalittica, adesso ha anche una base scientifica. Lo studio dà rilievo ad un’importante patologia sviluppatasi di pari passo alla diffusione degli smartphone  ovvero la cosiddetta phoneliness.  La “phone-loneliness” è però curabile. Non possiamo aspettarci che il mercato faccia qualcosa: del resto i segnali neurologici che il nostro cervello ci invia quando arriva una notifica sono pilotati proprio da chi ha la possibilità di farci leva per guadagnare. Dunque il primo passo per disintossicarci sarà riconoscere le nostre potenzialità e capire che, così come possiamo smettere di fumare, possiamo anche disattivare le notifiche sul nostro smartphone e controllarle quando più opportuno.

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D’amore e baccalà di Alessio Romano

D’amore e baccalà, è difficile spiegarlo. Non è un romanzo, non è un diario di viaggio, non è un guida turistica. Eppure, il nuovo lavoro di Alessio Romano, edito da EDT, è tutto questo insieme. D’amore e baccalà si presenta come un prodotto unico nel suo genere, in grado di unire una trama divertente e leggera a notizie utili per chi volesse intraprendere un viaggio alla scoperta della vera protagonista del libro, Lisbona. La capitale portoghese, infatti, con i suoi profumi, sapori e colori è la vera regina di questa colorata narrazione. Alessio Romano, evidentemente innamorato di ciò che Lisbona è e rappresenta, dispensa al lettore una serie di consigli pratici, ovviamente soprattutto gastronomici, ma anche riguardanti musei, negozi e attrazioni, così che il suo libro diventi, come detto, un prodotto a metà strada fra la narrazione di viaggio, la guida turistica e il puro romanzo narrativo. Al centro, l’amore. Amore in tutte le sue forme: per il cibo, per le tradizioni di un popolo antico e fiero, per le donne, per la vita. Scritto in prima persona, D’amore e baccalà racconta, per prima cosa, di un viaggio: protagonista è Alessio, un giovane scrittore, giunto a Lisbona per esplorarne le peculiarità gastronomiche. Appena arrivato, però, ha la disavventura di cadere dal tram numero 28, quello che, per tradizione, si dovrebbe prendere al volo per visitare le bellezze della città. La botta gli procura un bernoccolo che, di quando in quando, gli causerà una serie di allucinazioni, durante le quali incontrerà la regina del Fado Amalia Rodriguez, Fernando Pessoa e altri personaggi della cultura portoghese, oltre al nostro Antonio Tabucchi. La caduta dal tram lo porterà anche a fare la conoscenza della bella Beatriz. Alessio si innamora a prima vista, lei no. Lui la insegue per tutta la città e, pur incontrando sulla sua strada nuovi amici, continua a cercare quella donna che, con un solo sguardo, gli ha rapito il cuore. Infine, Alessio e Beatriz si trovano, ma un nuovo momento allucinatorio, spinge il protagonista a chiedersi se la bella Beatriz sia mai stata reale o meno. D’amore e baccalà: un libro sospeso tra sogno e realtà. Alessio Romano costruisce questo suo racconto come un continuo altalenare tra due dimensioni, quella immaginifica e quella reale, che si compenetrano, rendendo quasi impossibile, in alcuni momenti, capire dove inizi l’una e dove l’altra finisca. Il protagonista della vicenda e, insieme a lui, il lettore, si trova ad essere sottoposto ad una continua oscillazione tra sogno e realtà e, nell’uno e nell’altro caso, sono le sensazioni a farla da padrone. Più che per la storia, di per sé abbastanza leggera, sebbene godibile grazie allo stile ironico e fresco, è l’elemento impressionista che permea tutto il libro a renderlo interessante: leggendo D’amore e baccalà, sono le “impressioni” a dominare. Quindi è come se l’autore invitasse il lettore, o il viaggiatore, a scoprire il mondo che lo circonda non solo attraverso la vista, ma mediante tutti i sensi. Così, insieme al protagonista, ascoltiamo il dolce e struggente canto del Fado; con lui ci […]

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In Costarica la natura fa miracoli: da una discarica nasce una foresta

A prima vista quello che si è verificato in Costarica appare un miracolo. Può una foresta rigogliosa sorgere da un terreno sterile, usato come discarica? Può. Per miracolo, o meglio per l’ineccepibile potenza della natura. Una storia quasi miracolosa in Costarica Negli anni Novanta la ditta Del Oro, azienda produttrice di succhi commerciali, era alla ricerca di una sede dove riversare i suoi scarti di arancia. Due ecologisti dell’Università della Pennsylvania, Daniel Janzen e Winnie Hallwachs, ebbero a quel punto un’intuizione decisiva: dato che l’azienda Del Oro confinava con l’Área de Conservación Guanacaste in Costarica dove loro lavoravano come consulenti, offrirono un’area dove scaricare le bucce di arancia prodotte. In cambio, la ditta Del Oro avrebbe dovuto donare al parco di Guanacaste una porzione dei loro terreni boschivi. L’area proposta dai consulenti Janzen e Hallwachs per essere utilizzata come discarica era una zona arida, quasi desertica. Dopo l’accordo, nel 1998, più di mille camion vi riversarono un’ingentissima quantità di scarti di arancia. Tuttavia l’azienda Del Oro fu denunciata da una ditta rivale (la TicoFruit) per aver inquinato con rifiuti organici il parco di Guanacaste, patrimonio dell’Unesco. La discarica fu dunque abbandonata in seguito alla delibera della Corte Suprema del Costarica. Ed è qui che si colloca il “miracolo” compiuto dalla natura. Janzen, uno dei due consulenti dell’Area de Conservación Guanacaste della Costarica, nel 2013 decise di verificare cosa ne fosse stato del luogo. Come mai? Timothy Treuer, laureando a Princeton, aveva contattato i consulenti per scrivere una tesi proprio sull’evoluzione di quella zona arida. Janzen, giunto sul luogo, scoprì che il miracolo era avvenuto davvero: al posto dell’area degradata ceduta all’azienda Del Oro nel 1998, rinvenne una foresta florida e in pieno sviluppo. In cosa consiste il “miracolo”? Le bucce di arancia hanno arricchito il suolo di micronutrienti, arginando la desertificazione del luogo. Da questa concimazione spontanea è sorta una foresta miracolosa, di alberi rigogliosi. A costo zero, la natura ha provveduto a riabilitare un’area arida, in cui nessuno riponeva più speranze. Gli scarti organici hanno aumentato del 176% la biomassa in quasi metà del terreno dove sono stati riversati. Una differenza abissale rispetto all’area utilizzata come discarica di un’azienda produttrice nel 1998, tanto da far apparire lo stesso luogo negli anni “due ecosistemi diversi”. La rivista Restoration Ecology ha pubblicato gli studi effettuati dai biologi Timothy Treuer e Jonathan Choi su questo incredibile sviluppo. Si è occupato di studiare questa singolare vicenda anche David Wilcove, che ha sottolineato l’importanza della collaborazione tra aziende private e associazioni ambientali al fine di darsi a questa intelligente forma di riciclaggio, che utilizza gli scarti produttivi per riabilitare aree naturali non valorizzate. Una vicenda unica ed emozionante, che dimostra ancora una volta di quanto la natura sopravanzi l’uomo, sostituendo la sua opera per realizzare degli autentici miracoli.

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Arriva lo Street store a Napoli per i senzatetto: cos’è e perché è importante

Non bisognerebbe mai frenare l’istinto di generosità e solidarietà che anima il buon cuore, men che meno bisognerebbe farlo giovedì 19 aprile: nel pomeriggio, verrà temporaneamente allestito nella facilmente e comodamente raggiungibile piazza Garibaldi, uno Street Store a Napoli per le persone senza fissa dimora. Si tratta a tutti gli effetti di un negozio di strada (lo Street Store a Napoli sarà il 753esimo al mondo) messo in piedi con le donazioni di abiti (e non solo) che chiunque può destinare ai senzatetto e a chi ne abbia bisogno. L’iniziativa è partita dall’associazione Leo Club (l’associazione giovanile del Lions Clubs International) del Distretto 108Ya, dalla sua nascita impegnata nell’ambito della cittadinanza attiva e dell’assistenza nelle realtà sociali più deboli e in difficoltà. Cosa c’è da sapere sullo Street Store a Napoli Abbiamo fatto qualche domanda a Mariapia Napoletano, studentessa e giovanissimo membro del Leo Club di Aversa, che ci ha detto qualcosa in più sul viaggio dello Street Store a Napoli, partendo dall’origine dell’iniziativa. Dov’è nata l’idea dello street store? E soprattutto, dov’è nata quella di esportarlo anche a Napoli? L’idea degli street store è nata a livello globale in Sud Africa. Lì i senzatetto hanno grandissime necessità e scarsissima assistenza sociale, per questo i volontari hanno dato vita a questa idea. Io l’ho vista in un corso sull’innovazione sociale che ho seguito online e me ne sono innamorata, proprio perché l’idea di base è quella di restituire dignità a queste persone, dato che anche quando vengono donati loro degli abiti, glieli buttano addosso, non li ricevono mai in modi appropriati. Questo è un modo per coinvolgere pubblicamente più persone a donare e per rendere anche le persone beneficiarie totalmente partecipi ad iniziative di questo tipo. È un’idea finalizzata ad influire in modo positivo anche a livello morale sull’umore di queste persone. Non appena ne sono venuta a conoscenza non ho potuto non pensare di portarla anche a Napoli. Anche perché ogni giovedì, i Leo e Lions organizzano in piazza Garibaldi a Napoli, dietro la stazione, l’evento Stelle in strada, che consiste nella distribuzione di pasti caldi e medicinali, vestiti quando ce ne sono, molto spesso anche visite mediche. Allora, conoscendo già la situazione che c’è alla stazione centrale non potevo perdere quest’occasione di coinvolgere più persone e spingerle a partecipare. Più persone possono venire più persone possono essere aiutate. Parlaci del Leo club, qual è il ruolo che ha svolto e svolgerà in questa iniziativa? Il Leo club è un’associazione no profit che si trova in tutto il mondo. C’è ad Aversa, c’è a Napoli e nei paesi di provincia, tanto di Napoli quanto di Caserta. Si occupa di tutte le tematiche relative alla cittadinanza attiva, il nostro obiettivo principale è quello di migliorare la società, in tutti i modi possibili: io sono socia da 6 anni e ho avuto modo di vedere tutti i lati di questa associazione. In questo caso, il ruolo di Leo club è quello di creazione e supporto del progetto. Come si svolgerà, nei fatti, […]

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Aurora Station: il primo hotel di lusso tra le stelle

Vacanze pluristellari e turismo spaziale? Ormai sembra non essere più un sogno ad occhi aperti. Il futuro sensazionale hotel nello spazio ha già una firma: Aurora Station. Un modulo spaziale con un diametro di 4 metri e 20 centimetri e una lunghezza di 10 metri, che dovrebbe appunto rappresentare il primo hotel di lusso nello spazio a 320 Km di distanza dalla Terra. Dietro al progetto la Orion Span di Houston, una società texana fondata da Frank Bunger che dichiara di voler investire sul turismo spaziale, in quanto lo spazio rappresenterebbe l’ultima frontiera della civiltà umana. Il primo soggiorno rigorosamente stellare dovrebbe essere offerto tra pochissimo tempo, entro il biennio 2021/2022. Prima di Aurora Station: il progetto del MIT premiato dalla NASA Ma l’Aurora Station non è certo il primo progetto diretto verso le stelle. Un’idea simile, ancora irrealizzata, è stata partorita da giovani studenti laureati del MIT (Massachusetts Institute of Technology) ipotizzando Marina (Managed reconfigurable in-space nodal assembly). Un porticciolo spaziale per far attraccare moduli privati ospitante stanze con vista mozzafiato sul nostro pianeta. Questa spaziale e fantasmagorica idea è stata premiata dalla NASA come miglior progetto in concorso tra le università, culle di nuove idee nel campo dei sistemi aerospaziali. Marina prevedeva otto stanze con bar, ristorante e palestra. Niente di nuovo per un’offerta standard di un comune hotel terrestre. Ma a rendere speciale ed irrinunciabile il progetto era senz’altro l’incredibile emozione di sorvolare il nostro amato pianeta soggiornando tra le stelle; privilegio finora di astronauti e pionieri spaziali. Ma gli studenti del MIT hanno anche immaginato di andare oltre, presentando Marina come approdo e punto di partenza per altri viaggi verso Marte. Insomma, se con l’avvento di Internet le interconnessioni informatico-digitali viaggiano ormai alla velocità della luce, il futuro sembra non incontrare barriere nemmeno in campo fisico-aerospaziale. Aurora Station: organizzazione e addestramento Il geniale progetto della Orion Span prevede la possibilità di soggiornare su Aurora Station per dodici giorni, per un costo pari a 9,5 milioni di dollari a persona, per quasi 800.000 dollari a notte. Frank Bunger apre le prenotazioni, con possibilità di versare un acconto di 80.000 dollari, per quanti intendano sperimentare una vacanza elitaria, all’insegna di emozioni mozzafiato mai vissute prima. Il modulo sarà in grado di ospitare sei persone, di cui due membri dell’equipaggio. Ma i futuri turisti spaziali potranno immergersi in questa sensazionale avventura non prima di essersi sottoposti ad un addestramento, ridotto alla durata di tre mesi, contro i ventiquattro di norma necessari, così da contenere ulteriormente le spese. È fondamentalmente prioritario infatti acquisire alcune nozioni di meccanica orbitale, volo spaziale e soprattutto di microgravità, trovandosi in ambienti pressurizzati. Costi stellari e lavoro d’addestramento. Ne varrà davvero la pena? Per una delle esperienze più incredibili per l’esistenza umana assolutamente sì. Se finora era inimmaginabile poter tenere la mano del nostro partner fluttuando tra le stelle, al cospetto del panorama più spettacolare di cui l’uomo abbia mai fatto esperienza, adesso ciò non è più fantascienza. La vacanza dei sogni diviene realtà, salvo […]

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Suicidio alla Federico II, l’emblema di un forte disagio

Giada ha 26 anni ed è iscritta alla facoltà di scienze naturali alla Federico II. Tra cinque mesi si sposerà con il suo fidanzato e a parenti e amici ha comunicato che il 9 aprile si laurea. Tutti sono pronti, entusiasti all’idea che quella ragazza originaria di Sesto Campano stia per raggiungere uno dei traguardi più importanti della sua vita. Ma quel giorno non c’è nessuna seduta di laurea: Giada decide di rinunciare ai propri sogni e affida la sua disperazione al suicidio. Così si lancia dall’ultimo piano della sede universitaria di Monte Sant’Angelo, in pieno pomeriggio, davanti a studenti, professori e personale che lavora all’università. Suicidio alla Federico II, una tragedia enorme, che ha spinto il rettore Gaetano Manfredi (sotto richiesta delle associazioni studentesche) a sospendere le elezioni studentesche che si sarebbero dovute tenere oggi e domani, nonché qualunque altra attività culturale che era prevista in giornata. Suicidio alla Federico II: unica, tragica via Ci troviamo davanti all’ennesimo caso di disagio giovanile, che raggiunge il culmine estremo con il suicidio. Giada, che la famiglia definiva una ragazza dolce e solare, è una delle tante vittime di questa piaga che colpisce persone fragili come il vetro più delicato. Persone che si sentono bloccate, come se un entità oscura le divorasse dall’interno distruggendo ogni forza vitale. Sono tanti i casi di giovani universitari che, sentendo di aver deluso le aspettative dei genitori, scelgono la via del suicidio. Si può citare il caso di Fulvio, studente della Suor Orsola Benincasa, morto suicida gettandosi anche lui dall’ultimo piano dell’università. O ancora quello studente di Chieti iscritto a giurisprudenza, che ha mentito ai propri genitori annunciandogli la sua imminente laurea per poi suicidarsi. Sono solo due di tanti casi che hanno un tragico comune denominatore con quello di Giada: la delusione delle aspettative. La necessità di ascoltare il malessere degli altri, in un mondo anafettivo e freddo Giada era una ragazza come noi, una coetanea che avremmo potuto conoscere durante una qualche lezione o  una pausa caffè mentre preparavamo qualche esame. Era una persona che forse sentiva il peso gravoso delle aspettative e il non averle soddisfatte come una colpa imperdonabile all’interno di una società sempre più veloce e insensibile, dove i giovani sono considerati numeri di un codice a barre a cui vengono imposti modelli da seguire: “Devi laurearti il prima possibile, altrimenti non troverai lavoro“, “Devi trovarti un ragazzo/una ragazza al più presto, così potrai farti una famiglia“, “Devi avere successo nella vita, altrimenti deluderai i tuoi genitori“.  Siamo continuamente messi sotto pressione da un mondo che non ammette la fragilità nell’essere umano, esigendone la perfezione assoluta in ogni singolo dettaglio. Le parole di troppo di qualche genitore, parente o amico fanno da carburante a questo stile di vita malato, che viene fatto passare per giusto anche a chi non riesce ad adattarvisi. Questa è la condanna della nostra generazione, in bilico tra un futuro pieno di vicoli bui e la speranza di trovare qualche via illuminata lungo la strada. Giada non ha […]

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Don Silverio Mura, la battaglia per la verità di Diego Esposito

Una giornata primaverile dal sapore estivo e i turisti che fotografano la cattedrale di Santa Maria Assunta fanno da sfondo a quella che sembra una mattinata qualsiasi a via Duomo, se non fosse per la presenza di tre figure mascherate di bianco, due uomini e una donna. Uno di loro indossa la maschera di Guy Fawkes, il protagonista della graphic novel V per vendetta, che nasconde il volto di Diego Esposito, una delle vittime di don Silverio Mura. La vicenda di Diego Esposito, una vittima di Don Silverio Mura La storia di Diego inizia a 13 anni quando don Silverio, all’epoca suo insegnante di religione, lo invita a casa sua. Da lì inizia una serie di abusi lunga 3 anni e un difficile percorso per trovare la forza di denunciarlo. Una denuncia che Diego compie a 35 anni e che segna l’inizio di una battaglia con la curia di Napoli, la quale sembra aver fatto di tutto per insabbiare la vicenda. Nel 2013 Diego espone il caso a papa Francesco, il quale gli comunica l’intenzione di occuparsene personalmente. Nel 2015 Diego scrive al cardinale Crescenzo Sepe, chiedendo informazioni sul processo in corso e minacciando di togliersi la vita in mancanza di risposte. Il cardinale fa girare la mail alla prefettura, con la conseguenza che Diego perde il lavoro. Nel 2016 invia una mail nuovamente a papa Francesco nella quale, appellandosi anche ad un provvedimento di un anno prima in cui viene legittimata la denuncia delle vittime di abusi sessuali commessi dai sacerdoti,  accusa il cardinale di aver coperto don Silverio. Il cardinale, per tutta risposta, comunica il nome di Diego a tutta la stampa ed egli, coadiuvato dal proprio avvocato, nel 2019 darà inizio ad un processo contro la curia per violazione della privacy. Grazie a dei recenti servizi della trasmissione televisiva Le Iene, si è scoperto che don Silverio si è trasferito nel paesino di Montù Beccaria in provincia di Pavia (a 800 km di distanza da Napoli), dove fa catechismo a 40 minori sotto il falso nome di “Saverio Aversano”. Dopo la messa in onda di tali servizi, inoltre, Don Silverio Mura è sparito dal paese. Giustizia per chi è stato privato della propria innocenza Una storia, quella di Diego, che sottolinea in modo drammatico come la piaga della pedofilia sia lontana dall’essere sradicata dagli ambienti clericali. «Chiedo al papa di intervenire e di far dimettere immediatamente il cardinale Sepe per gravi motivi»: questa è la richiesta che Diego fa al santo padre affinché venga riconosciuta giustizia a chi è vittima ma passa per la parte del colpevole e dove i veri colpevoli godono addirittura di protezione da parte di chi dovrebbe usare il pugno di ferro verso gli autori di spiacevoli episodi che hanno come vittime i minori.

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Il giudice respinge il ricorso della mamma lavoratrice licenziata da Ikea: la lotta di Marica Ricutti

Ai primi di questo Aprile, è stata emessa dal tribunale di Milano la sentenza che sembra aver messo un punto alla discussa vicenda di Marica Ricutti, la mamma di due bimbi, di cui uno affetto da disabilità, ex impiegata dell’Ikea, licenziata per non aver rispettato più volte i turni di lavoro. Ritenute ingiuste le motivazioni addotte dal colosso svedese come giustificazione per la decisione presa, la donna ha impugnato il licenziamento e fatto ricorso, chiedendo, col sostegno del sindacato e dei suoi colleghi, il reintegro e il risarcimento del danno. Il giudice, però, ha rigettato l’appello di Marica, valutando non discriminatorio il licenziamento della donna. Sembra, e non è cosa certa, che si sia giunti all’epilogo dell’accaduto, e non solo per i numerosi riscontri negativi che la sentenza ha avuto nell’opinione pubblica, ma soprattutto perché Marica e i suoi sostenitori non intendono arrendersi. Ma com’è nata l’epopea di Marica? E perché si è trasformata nella lotta di ogni lavoratrice madre? Dal licenziamento disciplinare di Marica Ricutti al sostegno di sindacati e colleghi Innanzitutto, chi è Marica Ricutti? Il riferimento “madre lavoratrice” dice già tanto: Marica Ricutti è una donna di 39 anni, separata e madre di due bambini, di cui uno disabile, che ha lavorato per ben 17 anni presso l’Ikea di Corsico, fin quando, il 21 novembre dello scorso anno, non è stata licenziata. L’accento va necessariamente posto sull’invalidità del figlio, perché è per questa ragione che la signora Ricutti ha potuto usufruire della cosiddetta 104, cioè dei particolari benefici (previsti, appunto, dalla legge quadro 104/92) per i familiari conviventi con un portatore di handicap. L’Ikea era, senz’altro, al corrente delle necessità della donna, così come non era passato inosservato l’impegno della lavoratrice, che l’ha portata alla promozione da addetta al bistrot a coordinatrice del ristorante. Un avanzamento di carriera che Marica ha con piacere accettato, chiedendo però che non le venissero cambiati gli orari dei turni, grazie ai quali riusciva a conciliare il suo impiego con le terapie seguite dal figlio. Una richiesta, da quanto emerge, non pienamente accolta dai suoi responsabili, poiché i turni sono stati effettivamente ridimensionati. Per due volte, così, Marica sarebbe arrivata sul posto di lavoro con qualche ora di ritardo, inadempienza che le è costata prima un richiamo, poi il licenziamento. Stando alle dichiarazioni dell’azienda svedese, infatti, si tratterebbe di licenziamento disciplinare, nello specifico a causa del mancato rispetto dei turni. “Negli ultimi 8 mesi la signora Ricutti ha lavorato meno di 7 giorni al mese e, per circa la metà dei giorni lavorati, ha usufruito di cambi di turno e spostamenti di orario, concordati con i colleghi e con la direzione del negozio, (…) in più occasioni, la lavoratrice, per sua stessa ammissione, si è autodeterminata l’orario di lavoro senza alcun preavviso né comunicazione di sorta, mettendo in gravi difficoltà i servizi dell’area che coordinava e il lavoro dei colleghi, creando disagi ai clienti e disservizi evidenti e non tollerabili”, ha dichiarato l’Ikea, non mancando di sottolineare che gran parte delle assenze […]

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Harry Potter The exhibition arriva a Milano

I fan di Harry Potter, il giovane mago che ha conquistato il mondo intero con le sue avventure, non dovranno più limitarsi a sognare il mondo incantato nato dalla penna della Rowling, perché dal 12 maggio al 9 Settembre, la fabbrica del vapore di Milano ospiterà Harry Potter The Exhibition, una straordinaria mostra, interamente dedicata all’universo Potteriano. Milano pronta ad accogliere Harry Potter The exhibition  La mostra, che avrà sede nella fabbrica del vapore, (situata in Via Giulio Cesare Procaccini, 4),  si svilupperà su una superficie di circa 1.600 metri quadri, all’interno dei quali, grazie ad oggetti ed artefatti provenienti direttamente dai set dei films, verranno ricreati gli ambienti più suggestivi ed amati del mondo del maghetto. I visitatori potranno vivere la straordinaria emozione di passeggiare all’interno della scuola di magia di Hogwarts, esplorando stanze come la sala comune ed il dormitorio di Grifondoro, le aule di pozioni ed erbologia ed inoltre luoghi come la capanna di Hagrid e la spaventosa Foresta oscura. Tutte le ambientazioni, saranno realizzate a regola d’arte, mediante l’utilizzo di installazioni e tecnologie interattive, così da permettere ai visitatori di calarsi il più possibile nel magico mondo di Harry Potter. Oltre ai meravigliosi scenari, accuratamente ricostruiti, la mostra offrirà ai fans di Potter, la possibilità di dilettarsi in una serie di divertenti attività uniche nel loro genere, quali ad esempio il lancio della Pluffa nell’area Quidditch e lo sradicamento della propria Mandragola durante la lezione di erbologia. Inoltre i visitatori potranno provare ad accomodarsi sulla gigantesca poltrona di Hagrid. La mostra (la cui durata è di un’ora circa) sarà aperta tutti i giorni nelle seguenti fasce orarie: Lunedì ( dalle 15.00 alle 22.00), Martedì, mercoledì e giovedì (dalle 10.00 alle 22.00), venerdì, sabato e domenica (dalle 10.00 alle 23.00). I biglietti (a partire dai 16 euro) possono essere acquistati in loco, ma per assicurarsi la possibilità di accedere alla exhibition, gli organizzatori consigliano di acquistare il proprio biglietto in anticipo, tramite il sito ticketone.it. Harry potter The exhibition sarà un occasione unica per tutti i fan italiani del magico mondo del giovane maghetto.  

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Cisti endometriosica, un disturbo femminile da conoscere e gestire

Il mese di marzo, che tradizionalmente omaggia la donna, è anche rivolto alla più diffusa consapevolezza, prevenzione e cura di un disturbo femminile alquanto diffuso, ovvero l’endometriosi. Difatti, dopo l’istituzione della prima Giornata Mondiale dell’Endometriosi nel marzo 2014, promossa su impulso di un progetto sorto negli Stati Uniti, si è resa consuetudinaria, per le associazioni relative alla malattia in oltre 50 capitali mondiali, incrementare nel mese di marzo le iniziative volte a una più capillare conoscenza e informazioni riguardo a tale patologia femminile. Anche l’Italia ha aderito alla Million Woman March for Endometriosis e quest’anno l’incontro si è svolto lo scorso 19 marzo a Roma; nell’arco di questo mese si sono susseguiti molteplici eventi, curati dalle volontarie dell’A.P.E. Onlus, in primis la Settimana Europea della Consapevolezza dell’Endometriosi, giunta nel 2018 alla sua dodicesima edizione. Sarebbe bene, dunque, avere un quadro più chiaro di questo disturbo e approfittare dell’interesse rivolto questo mese per dedicarsi maggiore spazio per eventuali controlli ed esami di approfondimento. Che cos’è l’endometriosi e quali sono i fattori di rischio  L’endometriosi o malattia endometriosica è una condizione cronica caratterizzata dalla presenza anomala del tessuto che ricopre la parete interna dell’utero, chiamato appunto endometrio, in sedi in cui quest’ultimo non dovrebbe normalmente trovarsi, ovvero al di fuori dell’utero. Durante l’arco del ciclo mestruale, l’endometrio ectopico subisce, a opera degli estrogeni prodotti dall’ovaio, le stesse modificazioni dell’endometrio uterino, dunque il tessuto installatosi in sede anomala può produrre un sanguinamento interno: ciò, dando luogo a cisti, infiammazioni croniche degli organi, tessuto cicatriziale, aderenze e talvolta infertilità, rappresenta la causa dei sintomi e dei segni clinici che contraddistinguono la patologia. L’endometriosi può colpire donne di qualsiasi età; tuttavia, dimostra di avere una particolare predilezione per i soggetti femminili in età fertile tra i 30 e i 40 anni. Essa, inoltre, rappresenta una delle cause più comuni di dolore cronico pelvico femminile: di conseguenza, l’infiammazione dei tessuti interessati dalla patologia può incidere fastidiosamente sulla qualità di vita della donna, giacché il dolore correlato invalida lo svolgimento delle attività quotidiane, i rapporti interpersonali e di coppia. Purtroppo, frequentemente tali dolori possono essere scorrettamente associati alla sindrome del colon irritabile o a stress: proprio per questo è indispensabile una diagnosi tempestiva. Tuttavia, l’endometriosi resta ancora oggi in gran parte poco conosciuta, nonostante il grande interesse clinico che suscita e la sua elevata incidenza: secondo le più attendibili ricerche statistiche effettuate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, il numero di donne affette da malattia endometriosica rappresenterebbe il 6-10% della popolazione generale di sesso femminile, per un totale di circa 3 milioni di donne affette in Italia, di circa 14 milioni in Unione Europea e di circa 150 milioni in tutto il mondo. Secondo gli esperti, costituiscono fattori di rischio l’assenza di gravidanze, il menarca in età precoce, la menopausa in età molto avanzata, i cicli mestruali brevi, gli alti livelli di estrogeni, il consumo ingente di alcool e la presenza di anomalie uterine. Consigli di stile di vita sano per alleviare i sintomi della cisti endometriosica  Al fine […]

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