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Eroica Fenice

La categoria Attualità contiene 1000 articoli

Attualità

Roman Horoberts e i corpi del reato: il suicidio nelle carceri

Il corpo di Roman Horoberts è stato ritrovato da un secondino lo scorso 17 luglio nel carcere di Ferrara: suicidio. Roman aveva trent’anni, si trovava in prigione da meno di 24 ore e si era impiccato alle sbarre della cella con i suoi stessi jeans. Durante la mattinata di domenica 16 luglio, in preda ad uno scatto d’ira, aveva preso a pugni una macchina distributrice di caffè in una palestra del ferrarese. Tanto è bastato per allertare le forze dell’ordine che, giunte sul luogo, hanno arrestato il giovane per i reati di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale e minacce aggravate. Il caso Horoberts: la rabbia, l’arresto, il suicidio. Come hanno sostenuto esperti dell’ambito giuridico, secondo la legge italiana per uno scatto d’ira non sussistono gli estremi per un TSO (trattamento sanitario obbligatorio). L’intervento delle forze dell’ordine sarebbe stato lecito ad una condizione: che, come la legge italiana prevede in tal caso, si sarebbe perlomeno dovuta assicurare al detenuto l’assistenza psicologica necessaria. Il caso di Roman Horoberts è singolare, ma non è un caso isolato. L’anatomia di uno scatto d’ira esula dalla definizione molto più estesa di pazzia. La presunta imprevedibilità del pazzo lo ha fatto per secoli percepire come pericoloso per sé e per gli altri (definizione ancora presente nella legislazione di quasi tutti i paesi, fuorchè l’italia, per giustificare trattamenti coatti a suo carico) e dunque destinatario di provvedimenti allo stesso tempo di cura e custodia.  A patto però che sia dimostrato clinicamente il disturbo psicologico che affligge il soggetto in questione: cosa che nel caso di Horoberts non è accaduta. La stessa rabbia di Horoberts è stata commissariata. Sui pochi giornali locali che hanno parlato della sua morte è stato costantemente apostrofato come “lo straniero”, poiché Roman aveva origini ucraine: che l’ossessione securitaria notamente e abilmente coltivata in tutte le democrazie occidentali, abbia giocato il suo ruolo?  Che ancora un volta la paura sia servita a mascherare le crescenti insicurezze reali dovute alla perdita di coesione sociale, alle inesistenti prospettive di futuro per intere generazioni, alla erosione di reddito, lavoro, diritti? Sappiamo per certo che nell’attesa di conoscere una pena che si è tradotta in suicidio, il suo stesso corpo è diventato corpo del reato. Morti, ammazzati di carcere. Il suicidio nelle carceri italiane. Il 18 luglio, il giorno seguente il suicidio di Roman a Ferrara, nella Casa Circondariale di Avellino anche Luigi Della Valle, 43 anni, ristretto per il reato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, si è impiccato nella propria cella. I suicidi in carcere non fanno notizia. Forse perchè, sebbene siano 20 volte più frequenti rispetto al complesso della società italiana, sono normalizzati e giustificati dalla “inevitabile sofferenza” della detenzione. Anche tra il Personale di Polizia Penitenziaria la frequenza dei suicidi è 3 volte superiore alla norma: negli ultimi 10 anni quasi 100 poliziotti si sono uccisi. Eppure, ogni anno gli agenti ed i compagni di cella salvano oltre 1.000 persone da morte certa, quasi sempre per impiccagione. Senza questi interventi provvidenziali, le […]

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Estinzione globale: sull’orlo della sesta

Le prime stime della “Sesta estinzione globale”, come è stata definita dal recente contributo “Proceedings of the National Academy of Sciences” firmato da Gerardo Ceballos della Universidad Nacional Autonoma de Mexico, da Paul Ehrlich e Rodolfo Dirzo della Stanford University, pubblicato sulla rivista scientifica Science Advances, registrano uno spopolamento spropositato di molte specie animali, in alcuni casi del tutto scomparse da alcune aree geografiche. Dopo le “Big Five”  registratesi nel lontano passato geologico, ovvero le grandi ecatombi causate da super eruzioni vulcaniche, oscillazioni climatiche, cambiamenti nella composizione dell’atmosfera e impatti di asteroidi sulla terra, la biosfera sta ora attraversando, ad un ritmo allarmante, un’ennesima catastrofe su scala globale, considerando i ritmi vertiginosi dell’estinzione delle specie indotti dalle attività umane negli ultimi secoli. La vera differenza è che stavolta è tutta colpa nostra: tra le cause principali vi sono, infatti, la perdita di habitat, la scarsità di prede e il conflitto diretto con gli esseri umani. L’agghiacciante termine tecnico coniato da Rodolfo Dirzo per descrivere il fenomeno del depauperamento progressivo di vertebrati è «defaunizzazione dell’Antropocene»: stiamo defaunando il pianeta. Adeguando al gergo scientifico la definizione informale, proposto da Paul Crutzen nel 2002, di “Antropocene”, l’epoca geologica attuale è stata correlata ad una specie esclusiva, l’Homo sapiens, in grado in un pugno di secoli di alterare la composizione gassosa dell’atmosfera e trasformare la superficie del pianeta, producendo un vero e proprio «annichilimento biologico». Estinzione dei vertebrati e perdita della biodiversità Per capire meglio a che punto siamo nel nostro processo di autodistruzione, i ricercatori hanno analizzato la distribuzione geografica di 27.600 specie di vertebrati e, utilizzando la riduzione dei luoghi in cui essi si distribuiscono, hanno concluso che più del 30% dei vertebrati è in declino, sia in termini di dimensioni che di distribuzione geografica; inoltre, tutti hanno perso almeno il 30% delle proprie aree di residenza e oltre il 40% ne ha abbandonato più dell’80%. A soffrirne di più sono le zone tropicali del globo, dove la fauna ha lasciato ampi spazi liberi; oltre agli ecosistemi rimasti isolati a lungo, molto vulnerabili sono anche le specie con un areale di diffusione ristretto, che vivono in un solo luogo al mondo; tra le specie maggiormente coinvolte vi sono il ghepardo, l’elefante e il leone africano, il rinoceronte nero e l’orangotango, sia del Borneo che del Sumatra. Si tratta, secondo gli autori, di una «massiccia erosione della più grande biodiversità mai esistita sulla Terra». La variabilità genetica delle popolazioni e delle specie è il motore dell’evoluzione, un’assicurazione gratuita contro le malattie e gli attacchi da agenti patogeni: nell’Antropocene si sta perdendo la diversità genetica. La perdita di biodiversità si proietta inscindibilmente sugli ecosistemi, che stanno diventando sempre meno efficienti nell’assicurare servizi, come la depurazione delle acque, il ciclo dei nutrienti, la manutenzione del terreno, l’impollinazione dei fiori da parte delle api e il controllo delle specie infestanti. «L’enorme declino di popolazioni e di specie riflette la nostra mancanza di empatia verso tutti gli animali selvatici, che sono stati nostri compagni fin dalle origini dell’umanità», ha concluso Ceballos. […]

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Vindolanda: nuove scoperte nel forte romano in Britannia

È di poche settimane fa la scoperta di ulteriori venticinque tavolette in legno provenienti dal forte romano di Vindolanda, in Northumbria, nel Nord dell’Inghilterra. Le nuove scoperte vanno ad aggiungersi ai già noti ritrovamenti avvenuti a partire dal 1973, i più copiosi dei quali si datano al 1992 grazie all’attività di Robin Birley, archeologo e direttore degli scavi; il figlio Andrew, seguendo le orme del padre, ha sempre sperato che ancora vi si celasse qualche reperto maggiormente sorprendente e, sotto la sua direzione, il suo team ha recuperato le nuove tavolette, pronte per essere decifrate grazie alle moderne tecnologie: un ritrovamento «che aspettavo da una vita» dichiara Birley, dopo aver brindato con i suoi collaboratori. Proprio come i precedenti, i documenti in legno contengono singolari quadretti della vita militare del I secolo d.C. Un po’ di archeostoria del forte di Vindolanda Le tavolette di Vindolanda, i più antichi documenti scritti a mano tra quelli rinvenuti al di là della Manica, sono senza dubbio tra i reperti di maggiore fascino conservati nella sezione del British Museum di Londra dedicata alla dominazione romana in Gran Bretagna. Vindolanda fu un forte Romano in Britannia, costruito in legno prima del 90 d.C., a sud della linea del Vallo di Adriano, che segnava il confine tra la provincia romana della Britannia e la tremebonda Caledonia, corrispondente all’odierna Scozia. Nel periodo intercorso tra la ritirata delle truppe romane dalla Scozia e la costruzione del Vallo, Vindolanda fu un sito strategico della frontiera romana proprio per la posizione tra i due punti chiave di Solway e Tyne, oggi Stanegate. Le scoperte archeologiche sono straordinarie, perché ci restituiscono uno spaccato di vita militare assolutamente unico e decisamente privato, costituito dalla corrispondenza dei soldati al fronte con i propri cari, su sottili tavolette in legno, appositamente preparate per lo scopo scrittorio. Al momento, solo l’8% del sito è stato indagato, ma sono già venuti alla luce oltre mille testi relativi al periodo di occupazione del forte tra il 90 e il 120 d.C. Le preziose tavolette, circa un centinaio, sono sottilissimi frammenti, derivati dal legno di betulla, ontano e quercia, che ci offrono una chiara visione di quella che era la vita delle legioni romane nelle province a nord dell’Impero e del grado di istruzione dei soldati di stanza in tale presidio. I testi ritrovati variano dalla corrispondenza pubblica e privata dell’esercito, ai rapporti giornalieri degli ufficiali al prefetto; vi è perfino un pridianum, ovvero un rapporto ufficiale della cohors I Tungrorum, contenente elenchi di provviste varie consegnate ai diversi membri della guarnigione. Questo corpus di documenti, ad oggi il più antico archivio di lettere della Gran Bretagna, ci illumina, pertanto, sulla vita nel limes dell’Impero e sulla tipologia di linguaggio dell’esercito romano sul finire del I secolo d.C.: un esempio eloquente in tal senso è rappresentato dalla tavoletta N. 291, contenente un invito alla sua festa di compleanno da parte di Claudia Severa, moglie di uno dei comandanti, destinato all’amica Sulpicia Lepidina; le tavolette, inoltre, sono scritte prevalentemente in corsivo, e rivelano […]

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Matematica: nessuno vuol più insegnarla

La matematica è da sempre la bestia nera degli studenti italiani: ma a quanto pare essa continua a spaventare questi studenti quando, una volta adulti, compiono le loro scelte e s’immettono nel mondo del lavoro. Essa sembra non attirare più neppure i professori, o almeno non abbastanza professori da coprire le quattromila cattedre vuote in tutta Italia. Nessuno sogna più di diventare insegnante di matematica. Il problema si avverte principalmente alle scuole medie, dove le cattedre restano vuote in tantissime regioni italiane, soprattutto al Nord, e neppure i vincitori del Concorso Scuola 2016 riusciranno a colmare questa assenza: si calcola che saranno pronti a ricoprire il ruolo un numero di docenti di matematica che copre appena la metà delle cattedre vuote. Cattedre di matematica vuote: le cause Sono molteplici le cause che hanno portato a questo allarmante abbandono di massa della docenza da parte dei laureati in matematica e discipline scientifiche affini, devastante crollo numerico del quale risentiranno, ancora una volta, gli studenti italiani, costretti alla preparazione discontinua di supplenti, che per altro non sarà neppure così facile trovare: i bocciati al concorso superano, in gran parte delle regioni italiane, i promossi. In Lombardia per matematica e scienze alle medie i promossi sono stati 372 per 915 posti, in Piemonte sono stati 234 su 552 posti, in Toscana e in Sardegna 39 su rispettivamente 197 e 99 posti. Il problema agita presidi e sindacati. Si esprime a riguardo il Ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli: “La mancanza di alcune professionalità nella scuola è anche il frutto dello svilimento, negli anni, del valore della docenza dovuto alla scarsa attenzione che c’è stata nei confronti del sistema di istruzione, sia in termini di investimenti, che di capacità di visione.” Di certo oggi la scuola non è più il porto sicuro che è stata in passato e sono sempre meno i giovani col sogno dell’insegnamento e della cattedra, che oggi sembra lontana e irraggiungibile come non mai. Agli aspiranti docenti vien ricordato, fin dagli anni universitari, che quello dell’istruzione è ormai un mondo saturo, incapace di assorbire le nuove leve. Vengono mostrate agli aspiranti docenti le privazioni, i sacrifici cui ci si espone se si intraprende una strada che oggi è definita rischiosa e spesso diretta al precariato. Ma, se per le facoltà umanistiche resta ancora una larga fetta di studenti interessata all’insegnamento, non si può dire lo stesso per quelle scientifiche, in cui gli studenti desiderano lavorare nella ricerca o nell’impresa, allettati anche da guadagni e condizioni lavorative probabilmente più gratificanti di quelle che otterrebbero come insegnanti. Il mercato del lavoro, e soprattutto quello della ricerca, sottrae i matematici alla docenza e, se non si può costringere nessuno ad intraprendere una carriera che non desidera, bisogna comunque notare le allarmanti conseguenze di questo fenomeno. Giorgio Bolondi, ordinario di Matematica alla Libera Università di Bolzano, osserva le responsabilità che l’istituzione universitaria ha in questo fenomeno: “L’università deve farsi carico del problema: non laureiamo abbastanza matematici, i nostri corsi di laurea vedono ancora l’insegnante come un sottoprodotto […]

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Diario di un disoccupato: il libro di Mario Migliara

Il mondo del lavoro è un mondo complesso, diviso tra sacrifici e soddisfazioni. Una sfera di vetro, una parentesi, croce e delizia della vita di ogni uomo. Da qualche anno a questa parte questo mondo sembra essere diventato una realtà parallela, impossibile da valicare, soprattutto se il paese in questione è l’Italia. La parola d’ordine è diventata disoccupazione, la via d’uscita da questo tunnel buio richiede costanza e una forte creatività, poiché molto spesso è necessario ripiegare in un piano B, un fuori programma lontano dalle aspirazioni e gli obbiettivi iniziali. Diario di un disoccupato, uno sguardo interno di chi si trova al margine Il lavoro resta “questo sconosciuto” proprio come recita il libro di Mario Migliara Dario di un disoccupato – edito da 13Lab – he con grande lucidità ed ironia affronta un argomento più attuale che mai. La forma stilistica scelta da Migliara è quella del diario, un diario di bordo scritto da chi si trova al margine, sul fondo, ma proprio per questo riesce ad avere una visione più completa della realtà che lo circonda. Migliara nella premessa parla di plurale maiestatis, definendo la condizione di disoccupazione un problema di tutti, di cui bisogna esserne a conoscenza ed avere i mezzi giusti per formare una propria coscienza sulla tematica. Raccontata l’avventura di chi un lavoro non lo ha, con modi alle volte anche al limite del grottesco, che fanno nascere numerose domande e dubbi, ma è questo che rende il libro interessante. Scorrendo tra le pagine del libro è possibile trovare aforismi, citazioni appartenenti a mondi diversi dell’arte: da Carboni a Borges, ma anche uomini che appartengono alla sfera della quotidianità. Incuriosisce il sottotitolo “Straniero in terra propria”, accattivante nella sua concezione ossimorica, conserva al suo interno il vero cuore della riflessione del testo: ciò che dovrebbe essere normalità, diviene lotta, conquista, ostacolo. Una verità difficile, una pillola amara da ingoiare, che mette in ginocchio più generazioni e lascia costantemente una sensazione di vuoto.

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In mare la nave “identitaria” che vuole respingere i migranti in Libia

Treccani definisce la parola ”emergenza” come “c Allo stesso tempo, l’equilibrio politico italiano si sposta costantemente verso posizioni sempre più intolleranti nei confronti dei migranti. Risale a pochi giorni fa la polemica seguita alla pubblicazione su Facebook da parte del leader del Partito Democratico Matteo Renzi, di un estratto del suo libro che termina con il famoso motto di fattura leghista “aiutiamoli a casa loro”. Generazione Identitaria nasce in Italia nel novembre del 2012 sulla scia della Génération Identitaire francese, poi diffusasi in molte altre nazioni europee. È un movimento che si definisce a-politico, a-partitico, a-nazionalista. Il fulcro della sua attività è la salvaguardia delle identità locali, ritenute ben definite, stabili e immutabili: un glorioso passato da salvaguardare. Il concetto è stato elaborato dallo scrittore francese Renaud Camus – condannato nel 2014 per incitamento all’odio razziale – secondo il quale sarebbe in corso in Francia e in Europa una colonizzazione da parte di migranti islamici provenienti da Medio Oriente e Africa, che minaccia di mutare permanentemente il paese – la Francia – e la sua cultura. Tra le soluzioni proposte dal movimento per la salvaguardia dell’identità, oltre a quella del blocco totale dell’arrivo di migranti sul suolo europeo, vi è il “rimpatrio di tutti gli immigrati extraeuropei attualmente presenti nei nostri territori”. La nave “identitaria” si prepara a respingere i migranti in Libia I migranti, in attesa dell’apertura di sicuri canali di spostamento, si trovano così sempre più stretti tra Scilla e Cariddi: da una parte la povertà, le carceri e le torture della Libia, dall’altra un pericolosissimo viaggio verso un’Europa sempre più restia ad accoglierli.

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Muore Pelosi, ma ancora nessuna verità sulla morte di Pasolini

Giuseppe Pelosi è morto a 58 anni, il 20 luglio 2017. Aveva scontato una pena pari a nove anni di reclusione per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Pino Pelosi, in verità, è morto a 17 anni, il 2 novembre 1975. Perché quella notte, insieme a quella di Pasolini, è finita anche la sua vita. Pierpaolo Pasolini fu ucciso da un “ragazzo di vita” per ragioni omosessuali. Sineddoche nella vita e nella morte dell’intellettuale di Casarsa: il sesso, la parte, che diventa il tutto. Perlomeno, così ha stabilito la legge italiana, scevra di giustizia, durante un processo che non ha convinto nessuno e che si è fatto specchio dell’aggravarsi dei sintomi di disagio politico nella società e nelle istituzioni durante gli Anni di Piombo. E, ripercorrendo gli ultimi giorni e le ultime ore di vita di Pasolini, è facile comprenderne il perché. Durante le prime ore del giorno dedicato alla commemorazione dei defunti del 1975, una pattuglia dei carabinieri ferma un’automobile contromano sul lungomare di Ostia. Alla sua guida c’è Pino Pelosi, 17 anni, che viene arrestato per furto d’auto. Infatti quell’Alfa Romeo era l’auto di Pier Paolo Pasolini che, intanto, giaceva a terra sulla sabbia sporca di sangue, accanto ad un campetto di calcio al Molo di Ostia, accerchiato da un gruppetto di curiosi. Pelosi in carcere confessa al suo compagno di cella: “Ho ammazzato Pasolini”. 2 Novrembre 1975: la celebrazione dei morti e la passione di un blasfemo, Pasolini Il corpo martoriato di Pasolini fu ritrovato alle 6:30 da una donna di borgata, che lo aveva scambiato per un mucchio di spazzatura. La polizia giunge sul luogo del delitto e conduce indagini superficiali. Permette alla folla di avvicinarsi al corpo, ai ragazzini di giocare a calcio nel campetto adiacente e rilancia con un calcio il pallone quando giunge nello squallido spiazzo dove giace il corpo. Ironia della sorte, della morte. Crudeltà di tempo e spazio. Pasolini muore nel giorno in cui la chiesa celebra i fedeli defunti. Il suo corpo è dilaniato: un “grumo di sangue”, ha dieci costole rotte, il volto irriconoscibile. Passione di un blasfemo. Nel 1949 era stato cacciato dal PCI per via della sua omosessualità. Nel ‘63 era stato accusato di vilipendio alla religione di Stato per il corto “La Ricotta”, epopea e morte dei poveri cristi contenuta in RoGoPaG. Muore a due passi da un campetto da calcio, ucciso da un ragazzo di vita: ciò che aveva caratterizzato la sua vita, segna la sua morte. Il calcio “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo” e i ragazzi delle borgate di cui, nella sua vasta opera, ci restituisce la dignità e il dolore. Comincia il processo. Al primo grado di giudizio il giudice, fratello di Aldo Moro, sentenzia che Pelosi è colpevole ma “non ha agito da solo”. La Corte d’Appello conferma la condanna per omicidio, ma non dà credito all’ipotesi dei complici. Nel 1979 la Cassazione conferma la sentenza. Omicidio omosessuale: Pelosi, per difendersi, ha ucciso Pasolini che voleva costringerlo ad avere una prestazione sessuale […]

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Complottista, ovvero: “guida alla diffusione delle bugie”

Dite la verità, conoscete pure voi l’amico o il parente che crede di vivere in un mondo dove tutto è già prestabilito, dove ogni attentato e ogni manovra presa del governo siano frutto di un contorto e complesso complotto. Tutti noi, volenti o nolenti, abbiamo a che fare con lui: il complottista. Definizione di “Complottista” Il dizionario Treccani definisce il complottista come colui “che ritiene che dietro molti accadimenti si nascondano cospirazioni, trame e complotti occulti“.  In parole povere, si tratta di un individuo che vive la vita come un film di fantascienza, con sfumature da thriller dispotico. Ogni cosa che sappiamo è falsa. Ecco alcuni esempi: –   L’allunaggio del 1969 non è mai avvenuto ed è stato girato in studio da Stanley Kubrick. –   Il nostro pianeta non è una sfera, bensì un disco piatto (la teoria del “terrapiattismo”). –   L’attentato alle torri gemelle dell’ 11 settembre se lo sono inflitti gli stessi USA. –   Alcuni alieni noti come “rettiliani” vivono in mezzo noi e si sono inseriti nel mondo della politica e dello spettacolo. –   Le canzoni rock e pop contengono messaggi massonico/satanisti, volti a corrompere la gioventù. Il calderone del complottista, come si evince, è in continua ebolizione: a questa zuppa di enciclopedismo alternativo si aggiungono ogni giorno ingredienti sempre nuovi, senza però alterarne l’inspido sapore. Il meccanismo complottista .. Il lavoro effettuato dal complottista segue un credo basilare: Rinnegate e dimenticate ogni cosa con cui i giornali e le università, sotto il controllo delle demoniache “lobby”, vi   imbottiscono la mente ogni giorno. La verità sulla scienza, sulla storia e sulla politica è nelle mani di pochi eletti, privi di titoli accademici  che si sono istruiti rifiutando le vie considerate “ufficiali” del sapere. Ora vi starete chiedendo: “Ma se chi crede nei complotti rifiuta gli insegnamenti di quelle istituzioni che considera nemiche, in che modo si informa?”. La risposta è semplice: con internet. Vi è mai capitato di trovare sulla home di Facebook, scorrendo tra i vari post, un link ad un articolo di giornale o ad un video di You Tube con titoli in maiuscolo come “ECCO COME SE LA SPASSANO I PROFUGHI” oppure “WALT DISNEY ERA ANTISEMITA!!”? Ecco, la maggior parte di quelle notizie sono in realtà false. Queste notizie, dette “bufale” (o “fake news“), vengono prese da siti che con il giornalismo hanno ben poco a che fare (come “Il fatto quotidaino” o “Il giomale”) e senza neanche verificare le fonti, il complottista le condivide. Ne deriva così una meccanismo di reazione a catena. L’utente che legge quella notizia e non si degna di verificarne la veridicità la condivide sulla sua bacheca e a sua volta un altro utente la legge e la condivide sulla sua di bacheca e così via. .. e le sue conseguenze Il meccanismo descritto è dannatamente efficace, se il suo scopo principale è soprattutto quello di infondere inutilmente paura e terrore psicologico, di cui ne approfittano alcuni personaggi per affermare le proprie tesi […]

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Modella arrestata perchè camminava in minigonna a Riyadh

La modella, rilasciata poco dopo, era stata accusata di aver violato la rigida morale del Paese La libertà ha sempre un prezzo da pagare, specie se si ha a che fare con Paesi islamici, e a ricordarcelo questa volta è stata una modella, il cui nome è Khulood, che nei giorni scorsi era protagonista di un video su twitter nel quale camminava serenamente in minigonna tra le strade di Riyadh, capitale della rigidissima Arabia Saudita. L’agenzia Reuters, citando il canale televisivo di stato Ekhbariya, ha comunicato che la modella Khulood, dopo aver scatenato l’opinione pubblica saudita, aveva infine portato la polizia di Riyadh ad arrestare la modella ed a consegnarla al pubblico ministero. Come si sa, l’Arabia Saudita, che si ispira alla rigida condotta dei wahabiti, corrente del ceppo sunnita del credo islamico, vieta rigorosamente alle donne di indossare qualsiasi indumento che non sia il tradizionale “abaya”, velo nero che copre integralmente il  corpo della donna musulmana. “Una ragazza non possiede altro che il suo velo e la sua tomba”, dice un proverbio saudita, e il caso dimostra che tale proverbio venga preso esattamente alla lettera dal credo e dalla popolazione saudita. In Arabia Saudita, così come in altri Stati del Golfo, sono numerosissime le limitazioni che si trovano innanzi le donne, dalla proibizione della guida dell’auto, alla possibilità di lavorare e studiare, fino all’assenso familiare prima di partire per l’estero. Libertà soppresse per le donne islamiche La rigida legge della Shaaria regola il vivere non solo religioso ma anche quello civile e sociale in un’orbita rigorosamente stretta e ritenuta, dai maestri dell’Islam, in linea con i principi esposti all’interno del Corano. La Shaaria non è presente in tutti i paesi islamici, che a volte si mostrano particolarmente “aperti” all’occidentalizzazione cercando di contingentare le regole dell’Islam al lato religioso e non all’aspetto civile. Per quelli che invece decidono di introdurre tale codice civile viene instaurata una società di diritto che si basa sulla violazione sistematica dei diritti fondamentali e sulle limitazioni della persona in numerosi settori, con particolari obblighi e doveri che gravano sulle donne di detti Paesi. Se torniamo al caso della modella Khulood, l’agenzia di stampa Agence France Press ha dichiarato che la Procura di Riyadh, a seguito di alcune ore di interrogatorio, ha chiuso il caso ed ha lasciato libera la donna, dichiarando per altro di non essere a conoscenza che il suo video fosse stato pubblicato su Twitter. Ma un caso andato bene non giustifica centinaia di casi, di violazioni dei diritti fondamentali che ogni giorno opprimono la popolazione locale. Resta da concludere in seguito a questo “fortunato” caso, che l’Islam abbia ancora tanta strada da compiere prima di poter superare la definizione che molti storici le attribuiscono, ossia di un credo “al di qua della modernità”.

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Ratisbona, abusi e violenze sui bambini del coro cattolico

In seguito alle numerose denunce, presentate dai bambini del coro di Ratisbona, è finalmente emerso con tutto il suo orrore l’ennesimo scandalo, macchia indelebile per la reputazione della Chiesa Cattolica. Sulla base delle indagini svolte, è stato infatti scoperto che sono più di 500 i minori che nel corso degli anni sono stati sottoposti a violenze ed abusi sessuali. L’inchiesta, diretta dall’avvocato Ulrich Weber, ha avuto luogo su istanza della diocesi di Ratisbona, la quale ha cercato di fare luce sulle pesanti accuse che nel corso del tempo si sono accumulate contro la scuola privata cattolica di cui facevano parte i ragazzi del famoso coro. Stando alla ricostruzione operata da Weber, all’interno della scuola, non solo i bambini venivano picchiati e maltrattati ma in molti casi, addirittura, vi sono stati abusi di natura sessuale. Tra gli autori di questi crimini sono stati individuati molti soggetti, identificati fra insegnanti e religiosi. L’incresciosa vicenda ottiene finalmente oggi la giusta attenzione, ed è descritta in un apposito fascicolo in cui sono raccolte tutte le testimonianze degli abusi e delle violenze subite dai giovani membri del coro. La lettura della relativa documentazione non sarà probabilmente facile, poiché è impossibile accettare che dei bambini abbiano dovuto subire torture fisiche e psicologiche talmente atroci. Lo scandalo di Ratisbona ed il fratello dell’ex Papa, Georg Ratzinger Ad accrescere la gravità della vicenda, vi è poi la considerazione che per 30 anni, dal 1964 al 1994, quel coro è stato diretto da Georg Ratzinger, fratello dell’ex Papa Benedetto XVI. Georg, in una serie di dichiarazioni pubbliche, ha affermato che, pur essendo consapevole degli episodi di violenza che si sono verificati a causa dell’eccessiva severità dei mezzi di insegnamento adoperati, era comunque all’oscuro degli abusi sessuali. Ovviamente non è possibile a priori valutare la sincerità di queste parole, ma appare di certo inverosimile, che in tanti anni, egli non abbia mai avuto notizia degli orrori che avevano luogo nella scuola. Di conseguenza viene spontaneo domandarsi se per evitare scandali questi abbia deciso di occultare la vicenda. Riportando le parole di Weber, a G. Ratzinger va “rinfacciato di aver fatto finta di non vedere, e di non essere intervenuto nonostante sapesse”. Di fronte alle prove degli abusi commessi, l’attuale vescovo di Ratisbona, Rudolf Voderholzer, ha reso nota la sua volontà di disporre un risarcimento pecuniario tra i 5 ed i 20 mila euro a favore di ciascuna vittima. Ma ovviamente questa non sarà che una misera e vana consolazione. Le conseguenze negative di certe esperienze non si cancellano con il denaro, le vite di quei bambini saranno segnate per sempre, e questo peso dovrà pendere sulla coscienza della Chiesa, che in quanto istituzione avrebbe dovuto vigilare in modo adeguato sull’operato di coloro che agiscono in sua vece.

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