Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La Tag: Libri da Leggere contiene 172 articoli

Libri

La Gente – Viaggio nell’Italia del risentimento di Leonardo Bianchi

Edito da Minimum Fax, La Gente – Viaggio nell’Italia del risentimento è il primo libro di Leonardo Bianchi, giornalista e blogger che, oltre ad essere news editor di Vice Italia, ha collaborato con Valigia Blu e Internazionale. Che cosa è il gentismo di cui parla Bianchi nel suo libro? Nel capitolo introduttivo l’autore propone diverse definizioni di “gentismo” che evidenziano aspetti differenti di un fenomeno difficilmente inquadrabile. Non a caso l’autore scrive che il gentismo è «un fenomeno complesso e sfaccettato, dotato di una sua specificità, che ha accompagnato la Seconda Repubblica come un’ombra. Ed è proprio fissando questa ombra che si possono capire meglio le ambiguità, le contraddizioni e le pulsioni profonde della politica e della società italiana». Dunque, quali sono le caratteristiche del gentismo? Sono sostanzialmente tre: la contrapposizione tra la Gente e la Kasta, l’indignazione o l’esasperazione come fattori primari di mobilitazione del «cittadino indignato» e la creazione di “realtà parallele” che non solo strutturano una visione del mondo antitetica alla “realtà ufficiale”, ma hanno la capacità di provocare effetti concreti. Secondo Leonardo Bianchi le origini del gentismo vanno ricercate nei primi anni novanta. In quel frammento di storia la Piazza inizia a prevalere sul Palazzo e salta qualsiasi tipo di mediazione. La Gente, per la prima volta nella storia repubblicana, inizia a non riconoscere alcun tipo di autorevolezza nelle forze partitiche tradizionali mentre le trasmissioni televisive e gli spettacoli teatrali (si pensi a quelli di Beppe Grillo degli anni ‘90) che danno voce alla Piazza acquistano progressivamente consenso. Nel giro di vent’anni anche la mediazione dei giornali e delle televisioni verrà messa in discussione dando vita ad un fenomeno per cui chiunque può mettere in discussione tutto. Come si è visto il gentismo parte da lontano e tanti sono i passaggi che contribuiscono alla sua evoluzione: l’uscita del libro La casta di Stella e Rizzo, la crisi economica, l’emergere del Movimento 5 Stelle. Tra i tanti fattori ce n’è però uno particolarmente importante: l’apparente uscita di scena di Berlusconi. Questo punto è fondamentale perché, al di là dei giudizi di valore che si possono attribuire al berlusconismo, è un dato di fatto che un tratto caratterizzante dello stesso sia stata la forte polarizzazione tra sostenitori e detrattori. Con il momentaneo arretramento di Berlusconi una parte del Paese si è ritrovata senza un nemico da combattere e ha spostato le attenzioni verso altri fenomeni. La caratteristica principale de La Gente è che l’autore parte da fatti di cronaca recenti per tracciare i contorni di un fenomeno più vasto che sarebbe altrimenti difficile da comprendere. Le definizioni non riescono ad inglobare le molteplici sfaccettature del gentismo che, infatti, va spiegato dalle sue manifestazioni più concrete. È esattamente quello che fa Bianchi. Attraverso una narrazione scorrevole e precisa viene tracciata una linea che collega idealmente il movimento dei Forconi, le periferie italiane, l’associazionismo cattolico, le teorie complottiste e l’emergere di una Alt-Right italiana. Da cosa sono legati questi eventi? Dal risentimento di un segmento della società che schiacciato dalla […]

... continua la lettura
Libri

Le tre del mattino, l’ultimo romanzo di Carofiglio

“Le tre del mattino”, ultimo romanzo dello scrittore Gianrico Carofiglio è la storia di un padre e di un figlio che si ritrovano. Lui è un adolescente arrabbiato col mondo -come tutti a quell’età- alle prese con un problema più grande di lui, il padre è un matematico con la passione per la musica.  Per anni padre e figlio sono stati distanti, anche a causa della separazione dei genitori; un evento imprevedibile sconvolgerà le loro vite e li costringerà a stare insieme per due giorni e per due notti (insonni) che trascorreranno a Marsiglia, in Francia. Superati gli imbarazzi iniziali, Antonio e il padre, avranno modo di parlare davvero, di confrontarsi sulla vita, sui sogni e sulle illusioni. In quelle notti bianche padre e figlio si guarderanno per la prima volta dentro e si conosceranno attraverso gli incontri di quei giorni, fatti di musica, leggerezza, prime esperienze, di “vita”. A Marsiglia passeranno per quartieri malfamati, spiagge incantevoli, locali notturni raccontandosi l’un l’altro qualcosa di sé, condividendo nuove esperienze che li segneranno per sempre. “E papà suonò da solo. Io non lo avrei confessato nemmeno a me stesso, ma ero orgoglioso e fiero di lui, e avrei voluto dire a chi mi stava vicino che il signore alto, magro, dall’aspetto elegante che era seduto al piano e sembrava molto più giovane dei suoi cinquantun anni, era mio padre.” Le tre del mattino e gli altri romanzi di Gianrico Carofiglio “Le tre del mattino”, edito da Einuadi, è un romanzo intimo, un viaggio ricco e imprevedibile tra due generazioni diverse ma accomunate dagli stessi ideali, dagli stessi sogni e dall’amore. Il linguaggio è semplice e delicato, commovente in alcuni passaggi, come lo ritroviamo negli altri romanzi di Carofiglio, dei quali Eroica Fenice ha già recensito “L’estate fredda”. Altri romanzi dello scrittore barese vedono come protagonista l’avvocato Guerrieri (l’ultimo si intitola “La regola dell’equilibrio, 2014, Einaudi) e l’avvocato Fenoglio (“L’estate fredda” è l’ultimo). Da entrambe le saghe emerge l’esperienza di Carofiglio come magistrato. Tra gli altri romanzi dello scrittore ricordiamo: “Il silenzio dell’onda” (2011) e “Il bordo vertiginoso delle cose” (02014) editi entrambi da Rizzoli.  

... continua la lettura
Libri

Il Paradiso che vorrei, il viaggio eterno verso mondi infiniti di Pier Giorgio Lelli

Come sarà il Paradiso? Questa è la domanda che si pone Pier Giorgio Lelli, autore del romanzo-saggio ‘‘Il Paradiso che vorrei”. Edito da Aracne, il romanzo propone una diversa idea di Aldilà, totalmente differente rispetto a quella radicata nell’immaginario collettivo. L’idea da cui parte l’autore è quella della morte come un viaggio eterno verso mondi infiniti, popolati da creature terrestri e provenienti da universi differenti. A metà tra i racconti di esperienze premorte e il celeberrimo viaggio intrapreso dal Piccolo Principe di Saint-Exupéry, questo romanzo apre a nuovi scenari filosofico-religiosi, andando a prefigurare una vita ultraterrena piena di gioia e luce: il romanzo può, infatti, essere idealmente diviso in due sezioni, che potremmo chiamare “il viaggio” e “l’approdo”. Nella prima parte, che più ricorda il girovagare del Piccolo Principe, Lelli vaga di pianeta in pianeta, descrivendo ciò che vede; la seconda parte, invece, rappresenta il raggiungimento della meta ultima di queste peregrinazioni, ovvero il ricongiungersi con Dio. Questa è la sezione più spirituale, quella in cui si avverte maggiormente lo spirito da credente dell’autore, il quale immagina di essere ammesso al cospetto del Creatore, ascendendo a Lui accompagnato da cori angelici. Il paradiso che vorrei. Molti pregi e qualche pecca  Con il suo linguaggio scorrevole e colloquiale, “Il Paradiso che vorrei” mostra l’amore di Dio verso tutti i suoi figli, ai quali anche dopo la morte concede la possibilità di vivere e aspirare alla crescita interiore, seppure in una forma diversa. L’Aldilà di Pier Giorgio Lelli ha poco a che vedere con quello biblico: niente distinzione tra Inferno e Paradiso, né tra peccatori e santi. Anche con Dante ha poco a che vedere, dal momento che “Il Paradiso che vorrei” non fa accenno alle terribili punizioni divine di cui è pregna la Commedia. L’idea – o meglio il desiderio – di Lelli è innovativa e fortemente intrisa di religione, ma di una religiosità genuina, non intaccata dai retaggi culturali medievali cui la Chiesa è ancora troppo legata. Lelli parte dal presupposto che Dio è amore e, in quanto amore, non può praticare altro che il perdono verso tutti i suoi figli. Ecco perché “Il Paradiso che vorrei” non contempla l’esistenza del Purgatorio, né tanto meno dell’Inferno: Dio perdona tutti e, per coloro che hanno commesso dei peccati, l’unica punizione è quella di non poter godere della vista del Signore fino alla loro completa purificazione. In questo senso, il viaggio immaginato dall’autore si presenta come una metafora del percorso che bisogna compiere sulla Terra: un viaggio come percorso di conoscenza e di auto-miglioramento, così da vivere pienamente ogni secondo. Il pregio fondamentale del romanzo è proprio quello di portare una visione dell’Aldilà che, non essendo strettamente ancorata a una specifica religione, riesce ad arrivare al cuore di tutti, credenti e non credenti, per infondere la speranza che vi sia un mondo migliore dopo la morte. Nonostante l’estrema brevità del testo, “Il Paradiso che vorrei” è un romanzo scorrevole e ben scritto. Anzi, l’unica pecca potrebbe essere proprio la troppa concisione, soprattutto nella prima metà dell’opera che […]

... continua la lettura
Libri

Il castello Rackrent, epopea di una generazione

Irlanda, terra di castelli. Uno di questi è scenario del romanzo “Il castello Rackrent” di Maria Edgeworth, pubblicato per la prima volta agli inizi dell’Ottocento e riedito dalla casa editrice Fazi. Corredato anche da un glossario, voluto dall’autrice stessa per agevolare i lettori non irlandesi, Il castello Rackrent è, di fatto, il primo romanzo storico europeo. Un romanzo storico sui generis però, dal momento che le vicende del castello e dei suoi abitanti non sono raccontati con l’occhio critico e imparziale dello storico, bensì da quello, ben più inaffidabile, del “vecchio Thady”, servitore dei Rackrent. Thady descrive i Rackrent uno dopo l’altro, seguendo l’albero genealogico ereditario: Sir Patrick, che riempie la casa di ospiti e si ubriaca fino alla morte; Sir Murtagh, il suo erede, un “grande avvocato” che rifiuta di pagare i debiti di Sir Patrick; Sir Kit, giocatore incallito che, alla fine, è costretto a vendere la proprietà proprio al figlio di Thady che diviene, alla fine, il nuovo signore del castello. Ambientato “prima del 1783”, il castello Rackrent tratteggia sapientemente vizi (tanti) e virtù (poche) della società Irlandese di fine Settecento, nel periodo immediatamente precedente all’unione politica tra Irlanda ed Inghilterra. Attraverso il linguaggio colorito e, a tratti, arcaico del vecchio inserviente, l’autrice riporta alla luce una società ormai decaduta, con valori ben differenti rispetto a quelli dell’Inghilterra del suo tempo. il castello Rackrent e le sue storie di altri tempi Gli abitanti del castello di Rackrent fanno parte di un mondo in cui l’apparenza conta più di ogni altra cosa, un mondo in cui si spende più di quanto si guadagna, si beve fino a svenire e si fa festa per tutta la notte. In questo mondo, il castello Rackrent è scenario e simbolo di un passaggio sociale: è il suicidio di una certa aristocrazia che disperde denaro e salute correndo dietro alle perversioni più disparate mentre un nuovo ceto più povero ma più istruito tenta il sorpasso. Il castello, descritto dal vecchio Thady, unico caso in tutto il romanzo, porta su di sé gli effetti del passare del tempo e rappresenta, anche visivamente, la decadenza sociale dei suoi abitatori: attraverso piccoli dettagli come il crollo delle pietre sull’ingresso principale, il soffitto fatiscente, il teatro smantellato per avere legna da ardere mostra la mutevolezza del mondo e il passaggio del testimone dalla vecchia alla nuova società. Il castello diventa, agli occhi del lettore, il simbolo della parabola discendente del potere arcaico basato sulla proprietà terriera e su un impianto economico di tipo medievale: prima lo sfarzo, l’abbellimento per le feste, sotto il regno di Sir Patrick; poi la ristrettezza e il risparmio, con Sir Murtagh; infine la miseria e il crollo definitivo. Come sottolinea la stessa autrice nella prefazione originale all’opera, ”le Nazioni, come gli individui, perdono a poco a poco ogni attaccamento alla loro identità, e l’attuale generazione trova divertente, invece che offensivo, che vengano ridicolizzati i suoi antenati”. Ed è proprio in questa ironia tragicomica, che permea il racconto, che troviamo la cifra più identificativa del romanzo della Edgeworth […]

... continua la lettura
Libri

Mangiando il fegato di Bukowski a Posillipo di Francesco Amoruso

Francesco Amoruso: un artista versatile Il 1 ottobre, alla fiera Ricomincio dai libri (tenutasi al centro storico partenopeo tra il 29 settembre e il 1 ottobre), Francesco Amoruso ha presentato una nuova raccolta di racconti: Mangiando il fegato di Bukowsi a Posillipo. Nuova, perché lo scrittore si è presentato ai lettori napoletani e italiani già nell’anno 2010 con il romanzo “Il ciclo della vita“. Amoruso ha un’altra grande passione: la musica, ha pubblicato nel 2014 l’album “Il gallo canterino“, oltre ad essere autore di varie compilation, canzoni e raccolte di racconti. Mangiando il fegato di Bukowski a Posillipo Di recente pubblicazione è la sua nuova raccolta di racconti, prima uscita della collana Racconti in viaggio (progetto editoriale promosso da La bottega delle parole). Il titolo rimanda nell’immediato al poeta e scrittore tedesco Charles Bukowski e alla città di Napoli. Un connubio metaforico di cui lo stesso autore svela il nesso:  «Bukowski e Napoli sono a mio parere legati nello stesso modo in cui sono legati rabbia e cinismo, sarcasmo e cattiveria. Ho scelto l’immagine metaforica del fegato spappolato perché “ti si spappola il fegato” ogni volta che hai a che fare con Napoli, una città tanto bella quanto piena di retorica contraddizione». I quattro racconti di Mangiando il fegato di Bukowski a Posillipo sono ambientati proprio a Napoli, la città che forse, più di ogni altra, suscita nei visitatori, e ancora di più nei suoi stessi cittadini, quel contraddittorio sentimento di amore e odio, tanto che ad un occhio esterno potrebbe tranquillamente trattarsi di due luoghi diversi, invece è sempre lo stesso: Napoli con i suoi due volti da sempre in perenne contrasto. Un viaggio per le strade di Napoli Il centro storico con le sue mille viuzze intersecate, Secondigliano, la Napoli bene. I racconti di Mangiando il fegato di Bukowski a Posillipo viaggiano per le strade di Partenope, con spensieratezza, diffidenza, stupore. La si guarda, la si difende, si spera per lei, la si odia, la si ama, la si attende che si decida a smettere di brancolare nel buio «perché se un uomo non sa attendere per sempre, le donne sanno almeno provarci. Troppo innamorata, per non aspettarla, tutti i giorni, da dietro a una finestra, oltre la nebbia». Amori, quelli che danno la forza di aspettare, di riprovarci; quelli passionali, mai paghi; quelli possessivi e timorosi; e i giovanili e i maturi, vengono raccontati da Francesco Amoruso, attraverso la descrizione di viaggi, quelli interiori, in cui non c’è bisogno di salire su un aereo e volare tra le nuvole, viaggi che ogni persona compie dentro di sé, amandosi e odiandosi al tempo stesse per le scelte prese, proprio come quella città dai due volti in perenne contrasto.

... continua la lettura
Libri

Dei nostri fratelli feriti, la storia di un idealista

Sarà pubblicato il 26 ottobre da Fazi Editore nella collana Le Strade, Dei nostri fratelli feriti, lo scioccante romanzo-verità del giovane scrittore francese Joseph Andras. L’opera è basata sulla storia vera dell’operaio e militante comunista e anticolonialista francese Fernand Iveton, l’unico europeo a essere giustiziato dopo un fallito tentativo di sabotaggio, durante la guerra d’Algeria scoppiata nel 1954, per proclamare l’indipendenza dell’Algeria dalla Francia colonialista. L’autore inizia la narrazione nel 1956. Fernand ha trent’anni, è sposato con Héléne, lavora come operaio in una fabbrica del gas e ha aderito, non soltanto ideologicamente ma anche attivamente, al Front de Libération Nationale – FNL – algerino. Intenzionato ad agire, non per fare del male a degli innocenti come successe in altri attentati verificatisi in quegli anni, Iveton accetta di piazzare una bomba nella fabbrica dove lavora per lanciare un messaggio chiaro e forte non soltanto al governo francese quanto, soprattutto, all’intera collettività. Gli eventi, tuttavia, prendono una piega diversa da quella attesa giungendo, in capo a un solo anno, a una conclusione dolorosamente tragica. Dei nostri fratelli feriti : l’ingiusta giustizia Vincitore del Premio Goncourt Opera Prima del 2016 – riconoscimento rifiutato da Andras con la motivazione che “La competizione, la concorrenza e la rivalità per me sono nozioni estranee alla scrittura e alla creazione.” – Dei nostri fratelli feriti è un romanzo interamente pervaso dallo spirito e dal fermento politico di quell’epoca. Lo stile è realistico nella sua accezione più alta e pura, privato di qualsiasi ornamento o artificio, in fondo superflui considerato il soggetto trattato nel romanzo. Le parole si susseguono libere da qualsiasi tipo di costrizione o regola – non vi è, ad esempio, alcun segno di interpunzione per distinguere il discorso diretto da quello indiretto; esse sono soltanto il mezzo di cui Andras si è servito per ridare voce a Fernand Iveton: un idealista immolato a una causa. Significativa e chiarificatrice riguardo la sua posizione e il suo pensiero politici, è una frase di quando ricorda episodi di protesta raccontategli da alcuni arabi: “La morte è una cosa, ma l’umiliazione… quella ti entra dentro, sotto la pelle, e deposita minuscoli semi di rabbia che poi rimangono lì e distruggono tutto, per intere generazioni”. Di umiliazione, così come di torture, Iveton ne riceverà fin troppe dopo l’arresto da parte delle forze di polizia e durante il periodo di prigionia al quale i comunisti lo abbandoneranno senza muovere un dito in sua difesa dopo la condanna alla pena capitale. Esemplari, infine, sono le sue ultime parole. Le prime, “Viva l’Algeria”, gridate nei corridoi del carcere di Barberousse quando, nel febbraio del 1957, viene prelevato dalla sua cella per essere condotto nell’ufficio amministrativo della prigione per “seguire la procedura”. Le seconde sono la rappresentazione della reale convinzione nell’ideale in cui ha creduto fino alla fine e Andras, riportandole, ne ha degnamente omaggiato la memoria riabilitandolo ed evidenziandone l’onore: “La vita di un uomo, la mia, conta poco. Quello che conta è l’Algeria, il suo futuro. E l’Algeria domani sarà libera. Sono […]

... continua la lettura
Libri

Looking for Naomi, il nuovo romanzo di Mattia Lattanzi

La casa editrice 13 Lab Editore dà alla luce un nuovo romanzo di Mattia Lattanzi: Looking for Naomi. È una sorta di spin-off del suo primo romanzo “Oltre l’apocalisse”, edito nel 2014 da Arduino Sacco Editore,oppure, come lo ha definito l’autore, “il suo delirio personale”. Un passo indietro: Oltre l’apocalisse Nel primo romanzo di Mattia Lattanzi, un virus sconvolge e rischia di distruggere l’intera razza umana:  un morbo misterioso che trasforma i morti in zombie. Alcuni sopravvissuti si incontrano per tentare di combattere e continuare a vivere. Ora di libri, film e serie tv sugli zombie ne hanno prodotti a bizzeffe (e continueranno a farlo perché al grande pubblico piacciono), ma il mondo creato da Lattanzi ha qualcosa di diverso, mescola l’horror e la suspense all’amore e quest’ultimo è quello che più di tutto, alla fine, coinvolge il lettore. Non è necessario conoscere il primo romanzo per leggere e comprendere Looking for Naomi ma, sicuramente, aiuta a capire il mondo descritto all’interno del secondo, lo stile e il modo di narrare dello scrittore. Looking for Naomi: la trama Il secondo romanzo di Lattanzi ha inizio con una telefonata che annuncia al protagonista Mattia che il suo libro “Oltre l’apocalisse” è stato scelto da un importante produttore statunitense per essere trasportato nel mondo cinematografico. Purtroppo questo evento non si concretizza perché il bellissimo capoluogo della Toscana, e il resto del mondo, vengono colpiti da un virus che uccide parte della popolazione e da una serie di zombie che vagano per le strade in cerca di carne umana. Per Mattia e i suoi amici ha inizio un’avventura inverosimile che li porterà sulla strada della paura, della fuga, della morte. Il loro obiettivo è trovare Naomi, l’unica in grado di sconfiggere il virus e salvare l’umanità, per cui la minaccia dei morti viventi passa quasi in secondo piano, soppiantata dalla febbrile ricerca della salvatrice. Lo stile di Mattia Lattanzi Lattanzi ha un modo di narrare diretto, crudo, essenziale. I continui salti temporali tra la vita passata di Mattia, il suo presente e l’alternarsi tra sogni e realtà funzionano bene nel gioco narrativo dello scrittore, il cui intento è ovviamente quello di coinvolgere i lettori nel mondo che ha creato.  Ci riesce indubbiamente bene. L’amore manca, questa volta. Metaforicamente si intende, perché vengono narrati diversi amori: quelli che riemergono dai continui flashback del protagonista e quelli incontrati durante la sua avventura.  Si trattano però di passioni, sesso sfrenato ma l’amore, quello che con il suo primo libro mi ha coinvolto totalmente, non sono riuscita a trovarlo tra le pagine di questo nuovo romanzo. Per acquistare Looking for Naomi, clicca qui.  

... continua la lettura
Libri

Il primo fiore di zafferano, romanzo di Laila Ibrahim

Il primo fiore di zafferano (Yellow crocus), edito da Amazon Crossing, è il romanzo con cui la scrittrice americana Laila Ibrahim ha esordito sulla scena letteraria contemporanea sebbene la sua opera sia ambientata nel passato. Siamo alla fine degli anni ’30 del diciannovesimo secolo nella Virginia schiavista, più precisamente nella grande piantagione di tabacco posseduta dalla ricca famiglia dei Wainwright dove la giovane padrona sta per dare alla luce il suo primogenito. È in un giorno di aprile che Mattie, una delle schiave divenuta anche lei madre da soli tre mesi del piccolo Samuel, è costretta ad adempiere ai suoi doveri di balia nei confronti della neonata Miss Elizabeth affidando il figlio alle cure dei suoi parenti. Tra la ragazza di colore e la sua padroncina – che lei chiama affettuosamente “Lisbeth” – si instaura da subito un legame talmente forte e profondo da dare quasi l’impressione che si tratti proprio di quello che esiste tra una madre naturale e la propria creatura. Passano gli anni e le due sono sempre più unite ma, una serie di eventi, le separerà fino al momento in cui potranno ricongiungersi, malgrado i tanti mutamenti che hanno modificato il corso delle loro esistenze. Il primo fiore di zafferano : una storia di amore e conquista della libertà Il romanzo ruota attorno alle vite delle due protagoniste delle quali il lettore impara sin da subito ad apprezzare, anzi, ammirare il carattere determinato, nonostante i loro ruoli siano all’opposto. Entrambi dolci e premurose, danno l’idea di essere destinate, ancor prima di conoscersi, a instaurare un legame duraturo. Tuttavia, mentre Mattie mostra da principio la propria determinazione, salda e ben radicata, poiché ha subito una condizione vergognosa impostale dalla nascita ma non intende portarsela dietro fino alla fine dei suoi giorni; Lisbeth acquisisce consapevolezza di sé e di cosa sia giusto e sbagliato crescendo e grazie alla sua adorata balia dalla quale trae linfa vitale, non solo attraverso il latte con cui la nutre da piccola ma, soprattutto, attraverso i gesti, le parole e gli insegnamenti che le rivolge e che faranno di lei un’altra giovane donna forte, indipendente e anticonformista, capace di affrontare ciò che l’attende lungo il suo cammino. Il primo fiore di zafferano è davvero un bellissimo romanzo denso di dolci emozioni e amare verità che, malgrado concentri l’attenzione su Mattie e Lisbeth, non fa mai perdere di vista il grande tema centrale nell’opera: subire, equivale ad accettare e, di fronte alle ingiustizie, come è stato lo schiavismo e come tanto altro accade ai giorni nostri, non bisogna chinare il capo o voltarlo facendo finta di niente. Bisogna lottare perché una vita senza libertà e dignità è una vita sprecata e priva del suo senso.

... continua la lettura
Libri

Bagliori a San Pietroburgo, tra le memorie di Brokken

Leggere Jan Brokken è come viaggiare. Significa perdersi in un mondo che ti appartiene solo da lontano, se non sei un fervido appassionato della civiltà nordeuropea, quella che egli stesso tanto ama. Già da “Anime Baltiche” e “Il giardino dei cosacchi”, Brokken immerge il lettore in quella così problematica ma intensa cultura, spaziando dalla letteratura alla musica, che da olandese sente fortemente propria, tanto da farne il protagonista assoluto dei suoi racconti. E ritorna con il nuovo libro Bagliori a San Pietroburgo, anche questo edito in Italia da Iperborea e tradotto da Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo. “È strano, a nessuna città mi sento tanto legato quanto a San Pietroburgo, e al tempo stesso nessuna mi incute altrettanto timore”. La San Pietroburgo di Brokken, tra arte, letteratura e musica Ogni ricordo, ogni incipit di Bagliori a San Pietroburgo parte da un unico viaggio che Brokken fece nel 1975 appunto a San Pietroburgo, allora chiamata Leningrado. Anche se dalla Rivoluzione Russa sono passati decenni, l’autore sottolinea come la città fosse ancora fortemente influenzata, anche implicitamente, dagli strascichi che comportò il governo di Lenin e i successivi stravolgimenti storici. Un Paese duro, omertoso e corrotto in quei lunghi anni, violento, e allo stesso tempo così profondamente malinconico e sentimentale: Bagliori a San Pietroburgo è un’opera evocativa, perché attraverso gli occhi di uno “straniero” come Brokken, possiamo comprendere quanto poco conosciamo una cultura che non è la nostra, così intimamente bella come ce la descrivono due occhi, ed un cuore, innamorati. Leggere Brokken è anche viaggiare nel tempo. Con attenzione quasi filologica, l’autore racconta degli artisti che hanno reso San Pietroburgo una città splendente, toccando persino il periodo storico zarista. Folli geni, musicisti ribelli, anime controcorrente che hanno nella propria arte espresso l’amore/odio verso la propria terra. Così, non dimenticando di coinvolgere il lettore nelle sensazioni personali che l’arte di questi personaggi gli hanno suscitato per tutta la sua vita e continuano a farlo, Brokken ci trasporta nel passato, insieme ad Anna Achmatova (“ero innamorato della sua raffinatezza. […] Niente era comune in lei”), Gogol’, alla pittura di Malevič, alla musica tormentata di Čajkovskij, Marija Judina, Stravinskij e Šostakovič, poi Brodskij, Esenin, Rachmaninov. Fino ad arrivare a due poli opposti ma della stessa medaglia letteraria, Nabokov e Dostoevskij, per cui l’olandese non nasconde una profonda e dolce ammirazione, sia come scrittore che come uomo (“Dostoevskij scriveva, forse per primo nella letteratura mondiale, dal punto di vista dei suoi personaggi, […] esprimeva la loro grettezza, collera, malvagità, il loro disprezzo, i loro piaceri ed espedienti e la loro piccola ed esitante poesia”). Sembra che Brokken rifletta e racconti attraverso una lente da obiettivo biografo – curiosissimo è il racconto dell’assassinio di Rasputin per mano del principe Jusupov, che fuggì dalla Russia con “un Rembrandt sottobraccio” – ma lo fa da scrittore, quindi ricco di sentimentalismi e sensazioni, che rendono Bagliori a San Pietroburgo un libro personale, prospettico, poetico se vogliamo, appassionante. “Se San Pietroburgo non fosse esistita, avrei inventato io questa città che sonnecchia […]

... continua la lettura
Recensioni

“Ritratto dell’atto di accusa come pornografia giudiziaria” di Altan Ahmet

“Ritratto dell’atto di accusa come pornografia giudiziaria” è un pamphlet dello scrittore e giornalista turco Ahmet Altan, arrestato in seguito al fallito colpo di stato in Turchia del 15 luglio 2016. Il pamphlet è uscito con il numero speciale di Internazionale in edicola il 29 settembre. Ahmet Altan, classe 1950, è un giornalista e scrittore turco. Nel novembre del 2007 fonda “Taraf” (“Lato” in turco), un quotidiano liberale di sinistra che tratta problemi spinosi come il genocidio degli armeni, la questione curda e si oppone all’ingerenza dei militari turchi nella vita politica e sociale. Si dimette dall’incarico di direttore ed editorialista nel dicembre del 2012.  È autore di cinque romanzi di successo nel suo paese e in Italia, nel 2016, le Edizioni E/O hanno pubblicato Scrittore e assassino. Ahmet Altan è in galera dal settembre 2016 e rischia l’ergastolo per “la conoscenza di uomini accusati di conoscere gli uomini accusati di essere a capo del colpo di stato”: se non si trattasse di una questione giudiziaria che potrebbe rovinare la vita di un uomo si potrebbe avere l’impressione di trovarsi dinanzi ad una farsa dai contorni grotteschi. L’intera accusa si basa su testimonianze contraddittorie, se non chiaramente false, e opinioni che divengono prove. L’autore definisce l’atto d’accusa come una “nebbia indistinta di bugie” e afferma che il sistema giudiziario turco è divenuto un “mattatoio del diritto”. «Stando alla legge, non è possibile imbastire un processo senza prove, basandosi unicamente sulle impressioni di un pubblico ministero. Eppure è ciò che sta accadendo qui. E ci troviamo costretti a controbattere a queste sciocchezze». Quella di Altan è una risposta forte e necessaria che scaturisce dalla volontà di lasciare una testimonianza per i giorni in cui l’oppressione finirà e la legge farà ritorno. L’autore risponde alle accuse con una contraccusa al pubblico ministero che dimostra la sospensione dello stato di diritto. Non potendosi tutelare attraverso la legge, lo scrittore turco usa la penna per difendersi. È sicuramente un modo per far sapere al resto del mondo ciò che accade in Turchia ma è anche, come spiega lo stesso autore, un modo per documentare tutto “in vista del giorno in cui la legge si risveglierà”. La lettura di questo pamphlet è, però, interessante perché nel difendersi lo scrittone ripercorre una serie di eventi che sono cruciali per la comprensione dell’attuale situazione turca e offre anche una chiave di lettura per ciò che potrebbe accadere in futuro. Secondo lo scrittore «la Turchia si sta rapidamente avviando verso il crollo totale» e questo porterà Erdoğan a perdere le prossime elezioni. Tuttavia, l’analisi che riguarda la Turchia è valida per molti altri contesti. «Nelle nazioni prive di credibilità e in cui non vige lo stato di diritto gli investimenti interni e stranieri si interrompono. L’economia comincia ad arretrare. L’inflazione e la disoccupazione vanno fuori controllo. La gente non riesce a mettere nel piatto un po’ di carne […] Alla fine non riescono più a sopportare gli occhi affamati dei loro figli e votano contro i politici che hanno provocato […]

... continua la lettura