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Eroica Fenice

Notizie curiose

Segni zodiacali cinesi, alla scoperta dell’oroscopo orientale

Segni zodiacali cinesi, quali sono e come è nato l’oroscopo made in China. Lo Sheng Xiao, cioè l’oroscopo cinese, è basato su 12 segni zodiacali, ognuno dei quali è rappresentato da un animale con specifiche caratteristiche ed un significato simbolico. Segni zodiacali cinesi Questi sono i segni zodiacali cinesi: Topo: primo dei segni cinesi, gran lavoratore, capace di attrarre facilmente chi ha intorno. È dotato di grande saggezza. Bue: paziente ma poco loquace, nonostante trasmetta grande fiducia. Tigre: la sua migliore qualità è il coraggio, oltre che una grande sensibilità a profondità di pensiero. Coniglio: ambizioso ma molto prudente. Drago: li contraddistingue forza, energia e buona salute. Il difetto prevalente è la testardaggine. Serpente: Di poche parole ma di grande agilità e generosità. Cavallo: gioiosi e simpatici, la loro dote è la lungimiranza. Capra: eleganza e spirito artistico li caratterizzano. Scimmia: fanno parte di loro imprevedibilità, flessibilità, agilità. Gallo: la loro dote è la costanza. Cane: amabili grazie alla loro fedeltà e lealtà. Maiale: gentili, coraggiosi e cavallereschi. Ad ogni anno corrisponde un animale, e passati 12 anni il ciclo si ripete. La differenza fondamentale tra l’oroscopo cinese (e i relativi segni zodiacali cinesi) e lo zodiaco occidentale è l’osservazione dei movimenti della Luna rispetto al globo terrestre, e non quelli del Sole. Il capodanno cinese, infatti, coincide con l’arrivo della prima luna nuova dell’anno, che non sempre si verifica il primo gennaio: la data infatti può variare tra i mesi di gennaio e febbraio. Oroscopo cinese, la leggenda Pare che all’origine della scelta di questi animali, che andranno a comporre lo zodiaco cinese, ci sia una leggenda buddista: «Il Buddha nel presentimento della sua fine terrena, chiamò a raccolta tutti gli animali della terra, ma di questi solo 12 andarono a offrire il loro saluto. Come premio dunque per la loro fedeltà il Buddha decise di chiamare ogni anno del ciclo lunare con il nome di ciascuno dei 12 animali accorsi. Il topo, furbo e veloce di natura, arrivò per primo. Il diligente bue arrivò secondo, seguito dall’intrepida tigre e dal pacifico coniglio. Il drago arrivò quinto seguito subito dal suo fratello minore, ovvero il serpente. L’atletico cavallo fu settimo e l’elegante pecora ottava, subito dopo arrivò l’astuta scimmia, e poi ancora il coloratissimo gallo, il fedele cane per poi finire con il fortunato maiale che arrivò appena in tempo per salutare anch’egli il Buddha.» In realtà la maggior parte degli animali vennero scelti probabilmente perché considerati animali domestici, parte della vita quotidiana del popolo cinese. Altri invece, come ad esempio il drago, erano addirittura venerati come simboli di fortuna e prosperità. Trova il tuo anno di nascita e scopri qual è il tuo segno zodiacale cinese: Topo: 2020, 2008, 1996, 1984, 1972, 1960, 1948 Bue: 2021, 2009, 1997, 1985, 1973, 1961, 1949 Tigre: 2022, 2010, 1998, 1986, 1974, 1962, 1950 Coniglio: 2023, 2011, 1999, 1987, 1975, 1963, 1951 Drago: 2024, 2012, 2000, 1988, 1976, 1964, 1952 Serpente: 2025 2013, 2001, 1989, 1977, 1965, 1953 Cavallo: 2026, 2014, 2002, […]

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Libri

Francesco Russo e le sue 15 piccole spade (Recensione)

Basta il titolo di questa nuova raccolta di racconti firmata Francesco Russo, 15 piccole spade, per coglierne il retrogusto più profondo: 15 short stories, l’una indipendente dall’altra, affilate come lame di piccole spade. Pochi dettagli, finali inaspettati, una scorrevolezza e comprensibilità disarmanti: questo lo stile attraverso cui l’autore non si perde in inutili fronzoli ed arriva dritto al punto. Lo scrittore ci mette in guardia fin dalle prime pagine: “Con questi racconti ho voluto parlare delle miserie umane perché, ci piaccia o no e per quanto ci sforziamo di negarlo, il mondo è popolato anche (e forse soprattutto) da persone meschine, maligne, cattive”. 15 piccole spade di Francesco Russo e la “non felicità” Se è l’happy ending che cercate nel finale di una storia, questo non è chiaramente il libro per voi. Tutto ciò che troverete sfogliando le pagine del breve volume, infatti, è verità: la verità più cruda, amara, spiacevole che si possa immaginare. Perché se spesso è più comodo coprirsi gli occhi e provare ad ignorare i sentimenti negativi che la vita ci riserva, Francesco Russo ci invita a fare l’esatto contrario: scoprirci nella nostra debolezza più intima ed affrontare noi stessi e le nostre paure. Così il lettore si trova immerso in universi e situazioni verosimili, a volte perfino comuni: il brivido di panico quando non si riesce più a trovare una via d’uscita, il sapore agrodolce della vendetta dopo un tradimento inaspettato, il dolore per una perdita insuperabile. Ciò permette a chi legge di avere la duplice possibilità sia di immedesimarsi in uno o più personaggi e calarsi completamente nella storia, sia di rimanere se stesso e ricordare vicende analoghe, simili o possibili, vissute realmente o che avrebbe potuto vivere. Il grande vanto di questo libro è proprio questo: suscitare nel lettore una grande vicinanza emotiva ai protagonisti, per cui spesso si arriva a provare addirittura pietà o complicità. Ciò che collega le varie storie, infatti, è la grande umanità dei personaggi, il loro mettersi a nudo anche se ognuno in un modo profondamente diverso dall’altro. Una cosa è certa: giunti all’ultima riga di ogni racconto, resta un senso di irrisolutezza che ci spinge a riflettere su quanto letto e a chiederci “io, al suo posto, cosa avrei fatto?”. Una risposta corretta, ovviamente, non esiste. La soggettività e l’elaborazione personale sono la chiave di lettura di questo lavoro, che rifiuta la distanza dalla quotidianità del mondo reale e anzi ne coglie e mostra l’essenza. Il libro, edito da Ferrari Editore nel 2018, è il quarto della carriera dell’autore, preceduto da Tutto scorre (2008), Prima dell’ultimo tuono (2010) e Sulle orme di quattro percorsi (2013). [amazon_link asins=’8899971579′ template=’ProductCarousel’ store=’eroifenu-21′ marketplace=’IT’ link_id=’785da504-7dd1-11e8-9742-e31011012de7′]

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Napoli e Dintorni

AIESEC Italia – Tra volontariato e futuro

Nasce in Belgio nel 1948 dall’idea di sette ragazzi provenienti da sette differenti paesi, ma oggi è diventata il più grande network giovanile al mondo: AIESEC (Associazione Internazionale degli Studenti nelle Scienze Economiche e Commerciali). Un’associazione interamente gestita da giovani, soprattutto studenti universitari, che hanno in comune gli stessi obiettivi: il dialogo, la collaborazione, la cooperazione internazionale. Incuriositi da questo progetto abbiamo intervistato Luca Bianco, uno dei responsabili marketing del comitato di Napoli, che ci ha spiegato di più riguardo iniziative e obiettivi dell’organizzazione. Intervista a Luca Bianco di AIESEC Italia Quali sono gli obiettivi e i valori su cui si fonda AIESEC? L’obiettivo principale dell’associazione è dare la possibilità ai ragazzi di mettersi in gioco, di avere un impatto nella vita di persone distanti o diverse da noi. Sviluppare le proprie potenzialità in un ambiente internazionale permette di formarsi e migliorare, sia al livello personale che professionale. Per questo offriamo diversi tipi di progetti, dal volontariato a veri e propri stage professionali. In che tipo di esperienze consistono i progetti di AIESEC Italia? Come dicevo ci sono tre tipi diversi di progetto, tutti destinati ad un target che va dai 18 ai 30 anni: Il Global Volunteer, che ha una durata di 6-8 settimane e consiste nel prestare aiuto volontario presso NGO, supporto in Scuole o Biblioteche in base alle esigenze del posto. Il Global Entrepreneur, che per un periodo di 6-12 settimane prevede volontariato presso Startup. Il Global Talent, che è invece un vero e proprio stage retribuito, della durata di 3-12 mesi. E per quanto riguarda la preparazione alla partenza? Il ragazzo che decide di partire viene seguito per l’intero percorso, sia dal comitato del paese di origine che da quello del paese di destinazione. Gli viene perfino assegnato un “Buddy”, cioè una persona incaricata che per l’intera esperienza sarà il suo punto di riferimento e a cui potrà rivolgersi per qualsiasi problema. Ovviamente AIESEC oltre a tutto ciò garantisce vitto e alloggio, in ostello o in una famiglia ospitante, a seguito di una minima quota associativa. Questa esperienza, anche se come semplice volontariato, può essere utile a livello lavorativo? Sicuramente, un’ esperienza all’estero viene sempre valutata molto positivamente e noi consigliamo di inserirla in curriculum. Non a caso l’impegno di AIESEC è proprio quello di formare la nuova generazione di leader internazionali. Nei nostri progetti, infatti, ci si trova a contatto con persone da tanti paesi diversi, e ciò permette di sviluppare capacità molto richieste a livello lavorativo: lavorare in gruppo, saper parlare in pubblico e ovviamente di migliorare la conoscenza e l’uso dell’inglese. Oltre alle ore di lavoro previste, come si svolge la giornata di un volontario AIESEC? Una volta svolte le ore di lavoro previste si è completamente liberi di visitare città, monumenti, locali. Di solito viene a formarsi un vero e proprio gruppo composto da ragazzi provenienti da ogni parte del mondo. Ti faccio l’esempio di un progetto che si è svolto a Napoli, con un gruppo volontari che erano ospitati nello stesso alloggio e […]

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Notizie curiose

Tatuaggi dispari: perché portano fortuna?

Per i più superstiziosi è una legge: avere tatuaggi in numero pari porta sfortuna. Ma perché? Da cosa deriva la superstizione dei tatuaggi dispari? A quanto pare tutto nasce da una leggenda marinaresca. Tatuaggi dispari. La storia Durante l’Ottocento si diffuse tra i marinai europei l’arte del tatuaggio, interpretato come “buon auspicio” e protezione durante i lunghi viaggi. In realtà però questa pratica non era natìa dell’Europa: fu infatti il celebre esploratore britannico James Cook che, approdato a Tahiti, osservò le tradizioni della popolazione locale e trascrisse l’espressione “tattaw”, che significa “incidere, decorare”, e stava proprio ad indicare i segni che quegli uomini portavano sulla pelle. Esportati così nel Vecchio Continente e diventati pratica tipica di marinai e navigatori, i tatuaggi non venivano fatti casualmente, bensì secondo una logica precisa. Il primo veniva fatto prima della partenza, in patria, mentre il secondo una volta giunti a destinazione. Al momento del ritorno a casa, infine, veniva fatto un terzo tatuaggio. E così via, un tatuaggio per ogni partenza e ogni ritorno. In questo modo, ogni qual volta il marinaio avesse avuto un numero dispari di tatuaggi, si sarebbe trovato nella sua terra, circondato dai propri cari e lontano dai pericoli del mare. Mentre avere i tatuaggi pari voleva dire non essere ancora riuscito a fare ritorno. Questa usanza ha lasciato le sue tracce nelle credenze popolari di oggi, che l’hanno riassunta in “fortuna” per i tatuaggi dispari e “sfortuna” per quelli pari. Tatuaggi marinareschi. Il significato Ovviamente, anche le figure che i marinai si tatuavano non erano casuali, ma scelte per un loro significato preciso. Alcuni di questi simboli, che ovviamente ricordano il mondo del mare, sono ancora diffusissimi al giorno d’oggi. Tatuarsi l’àncora, per esempio, stava a significare di aver attraversato l’Oceano Pacifico. Lo squalo invece veniva tatuato proprio per scongiurare eventuali attacchi di squali durante il viaggio. Ci si tatuava un drago quando si era arrivati a navigare in Cina, e una tartaruga quando si attraversava l’equatore. Non è difficile quindi notare come il passato abbia influenzato questa particolare arte fino ai giorni nostri, in cui il tatuaggio vive un momento di grande rinascita, soprattutto tra i più giovani. Che abbia valenza puramente estetica, che sia collegato ad un ricordo o ad un momento importante della nostra vita, che sia interpretato come moda o che rappresenti un particolare modo di pensare, il tatuaggio si è finalmente quasi del tutto liberato da pregiudizi e tabù che per anni lo avevano intrappolato ed è ormai diventato una caratteristica molto comune.

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Cinema e Serie tv

The Moment, quando lo spettatore diventa il regista del film

Avete mai immaginato di guardare un film e poter modificare concretamente ciò che avviene sullo schermo? Grazie a Richard Ramchurn adesso è possibile. Si intitola The Moment ed è l’unico film che cambia in base alla reazione dello spettatore. The Moment: come funziona? Il processo avviene tramite speciali apparecchi simili ad auricolari, i NeuroSky MindWave. Una volta che il pubblico li ha indossati, questi ne rilevano l’attività cerebrale e la soglia di attenzione durante l’intera visione. I dati vengono poi trasmessi ad un software realizzato da Ramchurn che modifica trama, musica e dialoghi del film a seconda del riscontro ottenuto. Basta quindi la naturale sensazione dei presenti a trasformare completamente il filmato. In questo modo, secondo il regista, le combinazioni possibili sono circa 101 bilioni. Non a caso il lavoro di realizzazione del progetto è stato lungo e complesso: sono state girate tre volte il numero di immagini normalmente necessarie, e sei volte l’audio solitamente richiesto. La proiezione, della durata di 27 minuti, è però prevista per un numero limitato di spettatori: solo dalle sei alle otto persone infatti possono guardare il film in contemporanea. Il lungometraggio sarà presentato allo Sheffield International Documentary Festival nel mese di giugno, mentre il trailer è già stato diffuso online (clicca qui per guardarlo). Non è la prima volta che Richard Ramchurn, 39 anni, laureato all’Università di Nottingham (Regno Unito) si occupa di un progetto di questo tipo. Anzi, è ormai dal 2000 che realizza documentari e cortometraggi utilizzando l’interfaccia cervello-computer. Quello di The Moment è solo uno dei tanti esempi a dimostrazione della vera e propria rivoluzione in atto nel mondo del cinema, che si allontana sempre di più dai canoni delle pellicole tradizionali e si appresta a diventare simile ad un gioco interattivo; basti pensare ai film in 3D e 4D, ormai entrati a far parte della nostra quotidianità e adorati dal pubblico. Non basta più entrare nelle scene e viverle da comprimari, in modo sempre più realistico, come nelle proiezioni 4D o, prendere decisioni che possono influire sulle sorti dei protagonisti come nei film interattivi. Adesso, si assiste a un salto di qualità: sono le nostre onde cerebrali a dettare le regole. Tutto questo grazie alla tecnologia Brian Computer Interface e agli auricolari EEG. Nel mezzo di questo processo di continua modernizzazione non sappiamo quindi quali altre novità aspettarci, ma siamo sicuramente curiosi di provare il nuovo esperimento di The Moment.

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