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Eroica Fenice

Libri

Valentina D’Urbano, intervista all’autrice di “Isola di Neve”

Con il suo ultimo romanzo “Isola di Neve“, edito da Longanesi e disponibile in libreria dal 13 settembre, Valentina D’Urbano si riconferma una delle voci più interessanti della narrativa moderna. Ma chi è davvero Valentina D’Urbano? Per scoprire qualche curiosità in più sul suo lavoro e sulla sua personalità, abbiamo deciso di intervistarla. Valentina D’Urbano – Intervista Buongiorno, Valentina, e grazie per la tua disponibilità, innanzitutto parliamo un po’ del tuo approccio alla scrittura. Si sa che ogni scrittore cerca di racchiudere parte di sé stesso nei suoi personaggi. Ma c’è uno di loro che ti assomiglia di più? In chi possiamo davvero leggere Valentina? Beatrice è quella che mi assomiglia di più. Quando ho scritto “Il rumore dei tuoi passi” avevo ventitré anni, ero arrabbiata, ero giovane, non ero tanto brava a nascondermi dentro i miei personaggi, come faccio adesso, con dieci anni di esperienza sulle spalle. Bea è me, com’ero a ventitré anni. Poi sono cresciuta. Non so se ci assomigliamo ancora, non so com’è Beatrice adesso. L’ho lasciata andare, ma forse siamo ancora molto simili, soprattutto nel carattere spigoloso. Ormai sei arrivata a quota 6 romanzi, hai un preferito tra tutti? Il preferito è sempre l’ultimo arrivato! La maggior parte dei tuoi lettori è immensamente affezionata ad Alfredo, ma in realtà spesso nei tuoi romanzi il ruolo fondamentale è affidato a figure femminili. Come mai questa scelta? Sono donna, mi piace scrivere di donne anche quando si parla di uomini. Sono le donne che tengono le fila delle mie storie. Se ci pensi, l’affetto che un lettore prova per Alfredo è merito di Bea. È lei che ce lo racconta, lei che lo dipinge in quel modo. È lei che lo influenza. Alfredo non sarebbe Alfredo senza Beatrice! Si potrebbe erroneamente pensare che il protagonista dei tuoi libri sia l’amore, in realtà l’amore fa solo da cornice a vicende molto più ampie. Ma come mai è un elemento a cui non rinunci quasi mai? Non esiste una vita senza amore? Se parliamo di amore in senso universale, secondo me no, non esiste una vita senza amore. Siamo fatti per amare qualcosa o qualcuno, persone, gatti, libri, luoghi. È proprio nella nostra natura (la mia è quella di amare i gatti, per esempio. Non esiste una vita senza amore per i gatti) Parliamo di “Isola di Neve”. Due storie che si intrecciano, come se il destino avesse finalmente deciso di sottrarre all’oblio del tempo i misteri celati sull’isola. Tu al destino ci credi? Pensi di essere stata “destinata” ad arrivare fin qui? Oddio, no. A me il concetto di destino fa paura. Non posso pensare che mentre io qui cambio idea mille volte al giorno, alla fine del percorso c’è una volontà superiore che ha già deciso per me. Preferisco pensare che tutto sia in evoluzione, che tutto cambi in base alle mie scelte. E che ogni errore e ogni passo falso sia recuperabile. Neve sembra quasi imprigionata in una terra che non sente sua, sogna di scappare in […]

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Notizie curiose

Serial killer americani, i peggiori della storia

Gli Stati Uniti celano numerosissime storie inquietanti di assassini senza scrupoli arrivati ad uccidere in maniera compulsiva, senza un’apparente ragione, spesso seguendo un preciso modus operandi. Casi di serial killer americani ma conosciuti in tutto il mondo, i cui delitti fanno rabbrividire. Serial killer americani – i peggiori della storia Theodore Robert Bundy Nacque nel Vermont nel 1946 e fu soprannominato il Lady Killer, perché le sue vittime furono soprattutto giovani studentesse. Fu ritenuto responsabile di almeno 30-35 omicidi. Già durante l’infanzia Bundy aveva comportamenti strani e spaventosi: la nonna Julia ha raccontato di essersi svegliata un giorno circondata da coltelli mentre Ted, all’epoca un bambino di soli 3 anni, la guardava sorridente. Appostandosi di solito nei pressi di college e università, l’assassino cercava di conquistare la fiducia delle sue prede per avvicinarle: spesso si fingeva un disabile in cerca di aiuto per riporre degli oggetti in auto. Cascata nel tranello, la malcapitata di turno si ritrovava rinchiusa in una macchina con le portiere bloccate. Le vittime venivano di solito uccise per strangolamento o con diversi tipi di armi. Spesso il loro corpo veniva violentato, anche successivamente al decesso. Il processo che condannò Bundy alla pena capitale fu seguito dai media di tutto il mondo, fino a quando il 24 gennaio 1989 il killer fu giustiziato tramite la sedia elettrica. Edmund Kemper Segnato da una terribile infanzia, il serial killer conta 10 vittime accertate, ma si sospetta siano molte di più. Nato in California nel 1948, fin da bambino mostrò i segni di gravi problemi psichici: disturbi della personalità, tendenza alla violenza e alla necrofilia. Non lo aiutò il rapporto con la madre, donna violenta che si divertiva ad umiliarlo continuamente. Mise in atto una serie di omicidi tra il 1964 e il 1973 e le sue prime vittime furono i nonni: uccisi senza apparente ragione a colpi di pistola. Successivamente, soprattutto agli inizi degli anni ’70, si concentrò sulla zona di Santa Cruz (California), offrendo passaggi alle autostoppiste del posto per poi ucciderle brutalmente, accoltellandole o strangolandole. Di solito conservava i cadaveri in casa, spesso abusandone e/o sezionandoli. Durante il processo, al seguito del quale sarà condannato all’ergastolo, ammetterà di aver compiuto atti di cannibalismo. È tutt’ora detenuto presso la California State Prison. Albert Fish Uno dei più temuti serial killer americani della storia, data la crudeltà e violenza dei suoi crimini. Conosciuto anche come L’Uomo Grigio o Il Vampiro di Brooklyn, nacque a Washington nel 1870. Le sue vittime per eccellenza furono i bambini: si vantò di averne molestati più di 400 e uccisi più di 100. Il caso al quale deve la sua fama è quello della piccola Grace Budd, bimba di 10 anni incontrata nel 1928. Fish si presentò a casa di Grace con la scusa di un annuncio di lavoro pubblicato dalla famiglia e, conquistata la loro fiducia, ottenne il permesso di accompagnare la piccola ad una festa di compleanno. Da quel momento la bimba sparì senza fare ritorno. La polizia si concentrò su sospettati […]

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Cinema & Serie tv

Ritorno al bosco dei 100 acri, Winnie The Pooh in live action (Recensione)

Ancora una volta la Disney riesce ad incantare e stupire, regalando il sorriso a grandi e piccini: è la volta di Winnie The Pooh, che con Ritorno al bosco dei 100 acri arriva insieme ai suoi amici sul grande schermo grazie alla regia di Marc Forster. Disponibile nelle sale dal 30 agosto, il live action (ovvero recitato da “attori in carne ed ossa”, e non realizzato tramite animazioni) è una sorta di sequel della storia dell’orsetto Winnie così come la conosciamo. “Ritorno al bosco dei 100 acri” di Marc Forster, la trama Ritroviamo infatti il personaggio di Christofer Robin, interpretato da Ewan McGregor, che ormai non è più il bambino pronto a vivere mille avventure nel bosco con i suoi animaletti di pezza. Christofer è ora un uomo adulto, troppo dedito al lavoro e con poco tempo per sé stesso e per la sua famiglia. Gli anni della spensieratezza, dei giochi e dell’immaginazione sono ormai un lontanissimo ricordo, che lui stesso sembra voler ignorare. E’ perciò per lui uno shock trovarsi improvvisamente circondato da Winnie, Pimpi, Tigro e Ih-Oh, che si trovano catapultati nel caos di Londra dopo aver combinato guai nel bosco. Eppure sarà proprio l’arrivo degli amici d’infanzia ad aprire gli occhi di Christofer, a far tornare centrale uno dei temi più amati e discussi dalla Disney: l’opposizione tra la maturità dell’età adulta e l’indole di bambino che ognuno conserva dentro di sé. In Ritorno al bosco dei 100 acri il contrasto è espresso perfettamente, anche grazie alla variazione del colore e della luce nel corso della pellicola: l’inizio grigio e malinconico del film lascia piano piano il posto a colori accesi e più luminosi, riprendendo i tratti tipici della favola. Ovviamente il vero personaggio chiave è Winnie, che con il suo fare dolce e infantile, permetterà a Christofer di comprendere il valore di ciò che ha intorno, di trovare un compromesso tra i doveri dell’uomo che è e le gioie che l’amore, la famiglia e gli amici hanno da offrire. Non senza regalarci, ogni tanto, una delle sue pillole: molte delle quali sono tratte direttamente dal cartone animato Le avventure di Winnie The Pooh. «Io arrivo sempre dove voglio andare solo allontanandomi da dove sono» ci ricorda, per esempio, quando si trova perso nella nebbia del bosco con Christofer. Per i più nostalgici ed affezionati, dunque, sarà sicuramente un piacere cogliere le varie scene ispirate alla serie animata, e la perfetta somiglianza (fisica e caratteriale) tra i personaggi del film e quelli del cartoon. Sono perfino stati scelti i medesimi doppiatori, per rendere le due storie, appunto, il più possibile l’una il continuo dell’altra. Sembra, quindi, che il ritorno al cinema di personaggi già amati e ampiamente conosciuti sia un successo: Ritorno al bosco dei cento acri ne è l’ennesima prova, essendo stato accolto con entusiasmo da pubblico e critica. Sarà per questo che la Disney sembra avere già in programma, nei mesi a venire, l’uscita di vari prequel, sequel o remake di film già conosciuti: è il caso di Gli […]

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Libri

5 bei libri da leggere d’estate, i migliori sotto l’ombrellone

La tanto attesa estate è finalmente arrivata e, come ogni lettore sa, con lei arriva anche il momento di scegliere quali libri portare in vacanza. Al mare, in montagna, al parco dietro casa o su un’isola dall’altra parte del mondo: non importa dove, ma cosa leggere durante le giornate afose di agosto. Ecco perché Eroica Fenice ha stilato una lista dei migliori 5 libri belli da leggere d’estate, i più indicati da sfogliare “sotto l’ombrellone”, che spaziano dai classici intramontabili alle ultime uscite in libreria. I cinque libri belli da leggere quest’estate Sulla strada, Jack Kerouac Inserito tra i 100 romanzi migliori del XXI secolo, è il libro adatto agli amanti dei viaggi on the road. Racconta la storia di Sal Paradise, pseudonimo che sta ad indicare l’autore stesso, e si basa su una serie di viaggi in auto attraverso gli Stati Uniti durante gli anni ’40. “Ero un giovane scrittore e volevo andare lontano. Sapevo che a un certo punto di quel viaggio ci sarebbero state ragazze, visioni, tutto; sapevo che a un certo punto di quel viaggio avrei ricevuto la perla.” Divorare il cielo, Paolo Giordano Un altro libro da leggere è dell’autore del pluripremiato La solitudine dei numeri primi, arrivato in libreria a maggio 2018.La storia è ambientata nella campagna pugliese e coinvolge quattro giovani vite: Teresa e i “tre ragazzi della masseria”, che la coinvolgeranno nel loro stile di vita differente, nella fede in Dio, nella terra, nella reincarnazione. Un rapporto intenso e coinvolgente, che si modificherà radicalmente nel corso del tempo. “- Loro sono diversi. Sono cresciuti con le radici troppo corte. Prima o poi una folata di vento li strappa e li porta via. Ma Cosimo non sapeva quello che sapevamo noi: che le piante cresciute al sicuro nei vasi, con le radici lunghe che girano tutto intorno, non si adattano alla terra. Soltanto quelle con le radici libere, estirpate giovani in inverno, ce la fanno. Come noi.” Non lasciarmi, Kazuo Ishiguro Romanzo del celebre autore vincitore del premio Nobel per la letteratura 2017, ne è stato tratto un omonimo film. La storia, ambientata in una realtà distopica, ci viene descritta tramite flashback dalla protagonista, Kathy. A metà tra una storia d’amore e un romanzo politico, l’obiettivo di non lasciarmi e sicuramente quello di ricordarci la fragilità e finitezza di qualunque vita.  “La prima volta che cogli l’immagine di te attraverso gli occhi di una persona simile, è una sensazione tremenda. È come passare davanti a uno specchio davanti al quale sei passata ogni giorno della tua vita, e che all’improvviso riflette qualcos’altro, qualcosa di strano ed inquietante.” Il gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa Romanzo storico ambientato nella Sicilia del post-risorgimento, racconta le trasformazioni della vita e società della regione dalla fine del regime borbonico alla nascita del Regno d’Italia. Un classico, uno dei libri belli da leggere assolutamente. “I siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria.” Questa storia, […]

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Recensioni

La Bella e la Bestia all’Aperia della Reggia di Caserta

Il 21 e 22 Luglio 2018, L’Aperia della Reggia di Caserta ha fatto da cornice allo splendido spettacolo messo in scena da Il Demiurgo, La Bella e la Bestia. La rappresentazione è basata sulla prima versione della fiaba, quella narrata da Madame Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve. In un piccolo villaggio della Francia del ‘700 la vita scorre serena e monotona. Un piccolo mondo rassicurante che sta stretto a Belle, giovane donna sognatrice e caparbia. Un giorno, il suo destino si intreccia con quello di un’orrida bestia che governa un castello nascosto nei boschi. Per amore di suo padre, Belle si offre come prigioniera ma, come in ogni fiaba che si rispetti, nulla è ciò che sembra: e combattendo contro il pregiudizio del volgo, un’antica maledizione e un aspetto mostruoso “la Bella e la Bestia” finiscono per innamorarsi. Ma la strada per il classico, e noto a tutti, “e vissero tutti felici e contenti” è lunga e complicata. Il grande merito de La Bella e la Bestia è stato sicuramente riuscire a fondere egregiamente nella tradizionale trama della storia elementi di modernità e ilarità, con personaggi dalla battuta sempre pronta a far sorridere, apprezzatissimi dagli spettatori. L’opera infatti ha incantato grandi e piccini, che col tramontar del sole si sono trovati trasportati nella più classiche delle fiabe. Senza dubbio uno spettacolo dalla piacevole leggerezza in cui il ballo, il canto e la musica hanno accompagnato una recitazione impeccabile. Degna di nota soprattutto la performance del personaggio di Lumière (Andrea Cioffi), candelabro dall’accento francese che ha tenuto viva la vivacità dell’opera, così come Tockins (Peppe Romano) e Gaston (Massimo Polito). Senza dimenticare ovviamente i due protagonisti, Angelo Sepe nel misterioso ruolo della Bestia e Chiara Vitiello che con la sua dolcezza è riuscita perfettamente ad impersonare Belle. A rendere il tutto più suggestivo è stata poi la location, L’Aperia che, posta alla sommità dello splendido giardino inglese, ha svolto il ruolo di naturale scenografia. Magnifica, dunque, la magnifica iniziativa de Il Demiurgo  e da tenere d’occhio i prossimi eventi: presso l’Aperia della Reggia di Caserta il 28 e 29 luglio si svolgerà la rappresentazione di Alice nel paese delle meraviglie, mentre il 25 agosto sarà la volta di Il ritratto di Dorian Gray. La Bella e la Bestia- 21/22 luglio: Coreografie: Federica di Benedetto Belle: Chiara Vitiello Bestia: Angelo Sepe Lumiere: Andrea Cioffi Tockins: Peppe Romano Madame. Duvet: Federica Di Benedetto Madame Plume: Manuela Urga Madame Teapot: Mariachiara Vigoriti Monsieur chien: Antonio Ferraro MadameChat: Valeria Napolitano Gaston: Massimo Polito Le Tont: Gabriele Borriello Mourice: Roberto Ingenito Audry: Ester Esposito Didier: Antonio Torino Comelacittà

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Notizie curiose

Segni zodiacali cinesi, alla scoperta dell’oroscopo orientale

Segni zodiacali cinesi, quali sono e come è nato l’oroscopo made in China. Lo Sheng Xiao, cioè l’oroscopo cinese, è basato su 12 segni zodiacali, ognuno dei quali è rappresentato da un animale con specifiche caratteristiche ed un significato simbolico. Segni zodiacali cinesi Questi sono i segni zodiacali cinesi: Topo: primo dei segni cinesi, gran lavoratore, capace di attrarre facilmente chi ha intorno. È dotato di grande saggezza. Bue: paziente ma poco loquace, nonostante trasmetta grande fiducia. Tigre: la sua migliore qualità è il coraggio, oltre che una grande sensibilità a profondità di pensiero. Coniglio: ambizioso ma molto prudente. Drago: li contraddistingue forza, energia e buona salute. Il difetto prevalente è la testardaggine. Serpente: Di poche parole ma di grande agilità e generosità. Cavallo: gioiosi e simpatici, la loro dote è la lungimiranza. Capra: eleganza e spirito artistico li caratterizzano. Scimmia: fanno parte di loro imprevedibilità, flessibilità, agilità. Gallo: la loro dote è la costanza. Cane: amabili grazie alla loro fedeltà e lealtà. Maiale: gentili, coraggiosi e cavallereschi. Ad ogni anno corrisponde un animale, e passati 12 anni il ciclo si ripete. La differenza fondamentale tra l’oroscopo cinese (e i relativi segni zodiacali cinesi) e lo zodiaco occidentale è l’osservazione dei movimenti della Luna rispetto al globo terrestre, e non quelli del Sole. Il capodanno cinese, infatti, coincide con l’arrivo della prima luna nuova dell’anno, che non sempre si verifica il primo gennaio: la data infatti può variare tra i mesi di gennaio e febbraio. Oroscopo cinese, la leggenda Pare che all’origine della scelta di questi animali, che andranno a comporre lo zodiaco cinese, ci sia una leggenda buddista: «Il Buddha nel presentimento della sua fine terrena, chiamò a raccolta tutti gli animali della terra, ma di questi solo 12 andarono a offrire il loro saluto. Come premio dunque per la loro fedeltà il Buddha decise di chiamare ogni anno del ciclo lunare con il nome di ciascuno dei 12 animali accorsi. Il topo, furbo e veloce di natura, arrivò per primo. Il diligente bue arrivò secondo, seguito dall’intrepida tigre e dal pacifico coniglio. Il drago arrivò quinto seguito subito dal suo fratello minore, ovvero il serpente. L’atletico cavallo fu settimo e l’elegante pecora ottava, subito dopo arrivò l’astuta scimmia, e poi ancora il coloratissimo gallo, il fedele cane per poi finire con il fortunato maiale che arrivò appena in tempo per salutare anch’egli il Buddha.» In realtà la maggior parte degli animali vennero scelti probabilmente perché considerati animali domestici, parte della vita quotidiana del popolo cinese. Altri invece, come ad esempio il drago, erano addirittura venerati come simboli di fortuna e prosperità. Trova il tuo anno di nascita e scopri qual è il tuo segno zodiacale cinese: Topo: 2020, 2008, 1996, 1984, 1972, 1960, 1948 Bue: 2021, 2009, 1997, 1985, 1973, 1961, 1949 Tigre: 2022, 2010, 1998, 1986, 1974, 1962, 1950 Coniglio: 2023, 2011, 1999, 1987, 1975, 1963, 1951 Drago: 2024, 2012, 2000, 1988, 1976, 1964, 1952 Serpente: 2025 2013, 2001, 1989, 1977, 1965, 1953 Cavallo: 2026, 2014, 2002, […]

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Libri

Francesco Russo e le sue 15 piccole spade (Recensione)

Basta il titolo di questa nuova raccolta di racconti firmata Francesco Russo, 15 piccole spade, per coglierne il retrogusto più profondo: 15 short stories, l’una indipendente dall’altra, affilate come lame di piccole spade. Pochi dettagli, finali inaspettati, una scorrevolezza e comprensibilità disarmanti: questo lo stile attraverso cui l’autore non si perde in inutili fronzoli ed arriva dritto al punto. Lo scrittore ci mette in guardia fin dalle prime pagine: “Con questi racconti ho voluto parlare delle miserie umane perché, ci piaccia o no e per quanto ci sforziamo di negarlo, il mondo è popolato anche (e forse soprattutto) da persone meschine, maligne, cattive”. 15 piccole spade di Francesco Russo e la “non felicità” Se è l’happy ending che cercate nel finale di una storia, questo non è chiaramente il libro per voi. Tutto ciò che troverete sfogliando le pagine del breve volume, infatti, è verità: la verità più cruda, amara, spiacevole che si possa immaginare. Perché se spesso è più comodo coprirsi gli occhi e provare ad ignorare i sentimenti negativi che la vita ci riserva, Francesco Russo ci invita a fare l’esatto contrario: scoprirci nella nostra debolezza più intima ed affrontare noi stessi e le nostre paure. Così il lettore si trova immerso in universi e situazioni verosimili, a volte perfino comuni: il brivido di panico quando non si riesce più a trovare una via d’uscita, il sapore agrodolce della vendetta dopo un tradimento inaspettato, il dolore per una perdita insuperabile. Ciò permette a chi legge di avere la duplice possibilità sia di immedesimarsi in uno o più personaggi e calarsi completamente nella storia, sia di rimanere se stesso e ricordare vicende analoghe, simili o possibili, vissute realmente o che avrebbe potuto vivere. Il grande vanto di questo libro è proprio questo: suscitare nel lettore una grande vicinanza emotiva ai protagonisti, per cui spesso si arriva a provare addirittura pietà o complicità. Ciò che collega le varie storie, infatti, è la grande umanità dei personaggi, il loro mettersi a nudo anche se ognuno in un modo profondamente diverso dall’altro. Una cosa è certa: giunti all’ultima riga di ogni racconto, resta un senso di irrisolutezza che ci spinge a riflettere su quanto letto e a chiederci “io, al suo posto, cosa avrei fatto?”. Una risposta corretta, ovviamente, non esiste. La soggettività e l’elaborazione personale sono la chiave di lettura di questo lavoro, che rifiuta la distanza dalla quotidianità del mondo reale e anzi ne coglie e mostra l’essenza. Il libro, edito da Ferrari Editore nel 2018, è il quarto della carriera dell’autore, preceduto da Tutto scorre (2008), Prima dell’ultimo tuono (2010) e Sulle orme di quattro percorsi (2013).

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Napoli & Dintorni

AIESEC Italia – Tra volontariato e futuro

Nasce in Belgio nel 1948 dall’idea di sette ragazzi provenienti da sette differenti paesi, ma oggi è diventata il più grande network giovanile al mondo: AIESEC (Associazione Internazionale degli Studenti nelle Scienze Economiche e Commerciali). Un’associazione interamente gestita da giovani, soprattutto studenti universitari, che hanno in comune gli stessi obiettivi: il dialogo, la collaborazione, la cooperazione internazionale. Incuriositi da questo progetto abbiamo intervistato Luca Bianco, uno dei responsabili marketing del comitato di Napoli, che ci ha spiegato di più riguardo iniziative e obiettivi dell’organizzazione. Intervista a Luca Bianco di AIESEC Italia Quali sono gli obiettivi e i valori su cui si fonda AIESEC? L’obiettivo principale dell’associazione è dare la possibilità ai ragazzi di mettersi in gioco, di avere un impatto nella vita di persone distanti o diverse da noi. Sviluppare le proprie potenzialità in un ambiente internazionale permette di formarsi e migliorare, sia al livello personale che professionale. Per questo offriamo diversi tipi di progetti, dal volontariato a veri e propri stage professionali. In che tipo di esperienze consistono i progetti di AIESEC Italia? Come dicevo ci sono tre tipi diversi di progetto, tutti destinati ad un target che va dai 18 ai 30 anni: Il Global Volunteer, che ha una durata di 6-8 settimane e consiste nel prestare aiuto volontario presso NGO, supporto in Scuole o Biblioteche in base alle esigenze del posto. Il Global Entrepreneur, che per un periodo di 6-12 settimane prevede volontariato presso Startup. Il Global Talent, che è invece un vero e proprio stage retribuito, della durata di 3-12 mesi. E per quanto riguarda la preparazione alla partenza? Il ragazzo che decide di partire viene seguito per l’intero percorso, sia dal comitato del paese di origine che da quello del paese di destinazione. Gli viene perfino assegnato un “Buddy”, cioè una persona incaricata che per l’intera esperienza sarà il suo punto di riferimento e a cui potrà rivolgersi per qualsiasi problema. Ovviamente AIESEC oltre a tutto ciò garantisce vitto e alloggio, in ostello o in una famiglia ospitante, a seguito di una minima quota associativa. Questa esperienza, anche se come semplice volontariato, può essere utile a livello lavorativo? Sicuramente, un’ esperienza all’estero viene sempre valutata molto positivamente e noi consigliamo di inserirla in curriculum. Non a caso l’impegno di AIESEC è proprio quello di formare la nuova generazione di leader internazionali. Nei nostri progetti, infatti, ci si trova a contatto con persone da tanti paesi diversi, e ciò permette di sviluppare capacità molto richieste a livello lavorativo: lavorare in gruppo, saper parlare in pubblico e ovviamente di migliorare la conoscenza e l’uso dell’inglese. Oltre alle ore di lavoro previste, come si svolge la giornata di un volontario AIESEC? Una volta svolte le ore di lavoro previste si è completamente liberi di visitare città, monumenti, locali. Di solito viene a formarsi un vero e proprio gruppo composto da ragazzi provenienti da ogni parte del mondo. Ti faccio l’esempio di un progetto che si è svolto a Napoli, con un gruppo volontari che erano ospitati nello stesso alloggio e […]

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Notizie curiose

Tatuaggi dispari: perché portano fortuna?

Per i più superstiziosi è una legge: avere tatuaggi in numero pari porta sfortuna. Ma perché? Da cosa deriva la superstizione dei tatuaggi dispari? A quanto pare tutto nasce da una leggenda marinaresca. Tatuaggi dispari. La storia Durante l’Ottocento si diffuse tra i marinai europei l’arte del tatuaggio, interpretato come “buon auspicio” e protezione durante i lunghi viaggi. In realtà però questa pratica non era natìa dell’Europa: fu infatti il celebre esploratore britannico James Cook che, approdato a Tahiti, osservò le tradizioni della popolazione locale e trascrisse l’espressione “tattaw”, che significa “incidere, decorare”, e stava proprio ad indicare i segni che quegli uomini portavano sulla pelle. Esportati così nel Vecchio Continente e diventati pratica tipica di marinai e navigatori, i tatuaggi non venivano fatti casualmente, bensì secondo una logica precisa. Il primo veniva fatto prima della partenza, in patria, mentre il secondo una volta giunti a destinazione. Al momento del ritorno a casa, infine, veniva fatto un terzo tatuaggio. E così via, un tatuaggio per ogni partenza e ogni ritorno. In questo modo, ogni qual volta il marinaio avesse avuto un numero dispari di tatuaggi, si sarebbe trovato nella sua terra, circondato dai propri cari e lontano dai pericoli del mare. Mentre avere i tatuaggi pari voleva dire non essere ancora riuscito a fare ritorno. Questa usanza ha lasciato le sue tracce nelle credenze popolari di oggi, che l’hanno riassunta in “fortuna” per i tatuaggi dispari e “sfortuna” per quelli pari. Tatuaggi marinareschi. Il significato Ovviamente, anche le figure che i marinai si tatuavano non erano casuali, ma scelte per un loro significato preciso. Alcuni di questi simboli, che ovviamente ricordano il mondo del mare, sono ancora diffusissimi al giorno d’oggi. Tatuarsi l’àncora, per esempio, stava a significare di aver attraversato l’Oceano Pacifico. Lo squalo invece veniva tatuato proprio per scongiurare eventuali attacchi di squali durante il viaggio. Ci si tatuava un drago quando si era arrivati a navigare in Cina, e una tartaruga quando si attraversava l’equatore. Non è difficile quindi notare come il passato abbia influenzato questa particolare arte fino ai giorni nostri, in cui il tatuaggio vive un momento di grande rinascita, soprattutto tra i più giovani. Che abbia valenza puramente estetica, che sia collegato ad un ricordo o ad un momento importante della nostra vita, che sia interpretato come moda o che rappresenti un particolare modo di pensare, il tatuaggio si è finalmente quasi del tutto liberato da pregiudizi e tabù che per anni lo avevano intrappolato ed è ormai diventato una caratteristica molto comune.

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Cinema & Serie tv

The Moment, quando lo spettatore diventa il regista del film

Avete mai immaginato di guardare un film e poter modificare concretamente ciò che avviene sullo schermo? Grazie a Richard Ramchurn adesso è possibile. Si intitola The Moment ed è l’unico film che cambia in base alla reazione dello spettatore. The Moment: come funziona? Il processo avviene tramite speciali apparecchi simili ad auricolari, i NeuroSky MindWave. Una volta che il pubblico li ha indossati, questi ne rilevano l’attività cerebrale e la soglia di attenzione durante l’intera visione. I dati vengono poi trasmessi ad un software realizzato da Ramchurn che modifica trama, musica e dialoghi del film a seconda del riscontro ottenuto. Basta quindi la naturale sensazione dei presenti a trasformare completamente il filmato. In questo modo, secondo il regista, le combinazioni possibili sono circa 101 bilioni. Non a caso il lavoro di realizzazione del progetto è stato lungo e complesso: sono state girate tre volte il numero di immagini normalmente necessarie, e sei volte l’audio solitamente richiesto. La proiezione, della durata di 27 minuti, è però prevista per un numero limitato di spettatori: solo dalle sei alle otto persone infatti possono guardare il film in contemporanea. Il lungometraggio sarà presentato allo Sheffield International Documentary Festival nel mese di giugno, mentre il trailer è già stato diffuso online (clicca qui per guardarlo). Non è la prima volta che Richard Ramchurn, 39 anni, laureato all’Università di Nottingham (Regno Unito) si occupa di un progetto di questo tipo. Anzi, è ormai dal 2000 che realizza documentari e cortometraggi utilizzando l’interfaccia cervello-computer. Quello di The Moment è solo uno dei tanti esempi a dimostrazione della vera e propria rivoluzione in atto nel mondo del cinema, che si allontana sempre di più dai canoni delle pellicole tradizionali e si appresta a diventare simile ad un gioco interattivo; basti pensare ai film in 3D e 4D, ormai entrati a far parte della nostra quotidianità e adorati dal pubblico. Non basta più entrare nelle scene e viverle da comprimari, in modo sempre più realistico, come nelle proiezioni 4D o, prendere decisioni che possono influire sulle sorti dei protagonisti come nei film interattivi. Adesso, si assiste a un salto di qualità: sono le nostre onde cerebrali a dettare le regole. Tutto questo grazie alla tecnologia Brian Computer Interface e agli auricolari EEG. Nel mezzo di questo processo di continua modernizzazione non sappiamo quindi quali altre novità aspettarci, ma siamo sicuramente curiosi di provare il nuovo esperimento di The Moment.

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