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Eroica Fenice

Attualità

Come affrontare la quarantena, i consigli della dottoressa Gaetana Polo

Vi proponiamo di seguito la nostra intervista alla psicologa e psicoterapeuta Gaetana Polo, impegnata da anni in ambito clinico, forense e delle cooperative sociali, per affrontare con più serenità questo periodo di isolamento. È un momento difficile. L’essere umano è per natura un essere sociale. La frenesia della vita quotidiana ci risucchia in una spirale di impegni e faccende che spesso ci allontanano dal nostro io più profondo, ed è per questo che in situazioni di emergenza, come quella che ci troviamo a vivere oggi a causa del Coronavirus, siamo spesso disorientati e la paura prende il sopravvento. L’isolamento forzato a cui siamo costretti, per quando sia per il nostro bene, ci mette di fronte al confronto con noi stessi, quello che spesso ci spaventa più di tutti. Ma non tutti i mali vengono per nuocere, e spesso cercare aiuto in persone competenti come psicologi e psicoterapeuti può essere una vera e propria salvezza. In un momento come questo, più che mai, l’aiuto di un esperto può essere fondamentale come lo è la dottoressa Gaetana Polo, la quale ci ha concesso la seguente intervista. Come affrontare la quarantena, l’intervista alla psicologa Gaetana Polo -L’essere umano è per natura spinto alla socialità; la mancanza di contatto sociale in che modo influisce sul benessere del singolo? L’essere umano è di per sé un individuo che, durante la sua evoluzione, ha sviluppato un comportamento collettivo che lo induce a intrattenere delle relazioni interpersonali e a sentirsi pienamente realizzato se è in relazione. Sicuramente esse sono fonte di appagamento e senso di sicurezza. La “mancanza di contatto sociale” a cui ci sta costringendo la presenza del COVID-19 incide sul benessere del singolo creando un innalzamento dei livelli di stress emotivo. In questo momento è normale sentirsi spaventati, soli e confusi, quindi bisogna trovare un nuovo adattamento a questo cambiamento spazio-temporale. Fortunatamente dentro ognuno di noi si attivano delle modalità di reazione che ci permettono di tollerare lo stress. Basti pensare alle persone che in questo momento si dedicano di più ai propri hobby, a cucinare o alle tante iniziative che si stanno diffondendo (flash mob), all’utilizzo dei social che in qualche modo mantengono il “senso di collettività” e di “contatto” in un modo diverso. -Cosa possiamo fare per non essere sopraffatti dalla negatività delle informazioni che ci arrivano? Sicuramente la capacità di adattarsi a questo cambiamento di vita dipende da vari fattori, tra cui anche l’agente stressante. Se quest’ultimo viene amplificato notevolmente con numerosi stimoli informativi, tendiamo a essere sovraccaricati e a sentirci sopraffatti, in quanto stiamo ancora costruendo il nostro nuovo adattamento essendo una situazione ancora in fase di emergenza. Pertanto bisognerebbe attenersi solo alle notizie divulgate dalle testate giornalistiche nazionali e rifarsi solo a fonti scientifiche per comprendere al meglio la problematica e il rischio in modo da poter poi prendere precauzioni ragionevoli. Bisognerebbe, in ogni modo, ridurre il tempo che si trascorre a guardare o ascoltare informazioni che possiamo percepire come spaventosi, al fine di limitare anche la preoccupazione e l’agitazione. […]

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Culturalmente

Alfons Mucha, il pioniere dell’Art Nouveau

Gli artisti rompono spesso i canoni per allargare i confini del conoscibile e, grazie alla loro sensibilità, spesso anticipano i tempi e sono per questo destinati ad ottenere un riconoscimento dopo la morte. Ma ci sono casi in cui la loro azione rivoluzionaria riesce ad essere riconosciuta quando gli autori sono ancora in vita. Alfons Mucha è stato sicuramente un artista capace di imporre una nuova prospettiva, stravolgendo ogni ambito artistico, e per questo viene riconosciuto come il promotore dell’Art Nouveau, definito anche stile Liberty o floreale, che si sviluppò durante la cosiddetta Belle Époque, e che coinvolse principalmente le arti applicate, figurative e l’architettura, in risposta al movimento inglese dell’Arts and Crafts, che promuoveva la creatività artistica in risposta all’alienante produzione in serie. Ma quanti lo conoscono realmente? Scopriamo insieme chi era e quali sono stati gli apporti rivoluzionari di questo grande artista della contemporaneità. Alfons Mucha, la vita di un grande artista Alfons Mucha nasce il 24 luglio del 1860 a Ivancice, in Moravia, nell’Impero austro-ungarico. Dimostra sin da subito una incredibile passione per il disegno che lo porta ben presto ad iscriversi ad un laboratorio di pittura, che produce in particolare scenografie teatrali. Viaggia in Europa ma rientra ben presto in patria dove ha la fortuna di entrare nelle grazie del conte Karl Khuen Belasi di Mikulov, il quale non solo gli commissiona delle opere, ma gli finanzia gli studi presso l’Accademia delle Belle Arti di Monaco. L’artista si trasferisce poi a Parigi, tappa obbligata per gli artisti dell’epoca, dove frequenta varie Accademie e conosce artisti tra i quali Paul Gauguin. Da qui inizia la sua ascesa: riceve l’incarico di illustrare “Scènes et épisodes de l’histoire d’Allemagne” di Charles Seignobos e nel 1894 dovrà creare un poster per promuovere l’opera teatrale di Victor Sardou “Gismonda”, con Sarah Bernhardt; è l’inizio del suo successo. Viene dato alle stampe il suo primo pannello decorativo, “Le quattro stagioni”, e ottiene incarichi nell’illustrazione pubblicitaria. Molti suoi lavori vengono esposti nella Galleria Bodiniére e qualche mese dopo allestisce un’esposizione personale al Salon des Vents. Nel 1899 ottiene l’incarico di ideare il manifesto per la partecipazione dell’impero austro-ungarico all’Esposizione internazionale di Parigi, punto di svolta nonché di trionfo per l’Art Nouveau. La pubblicazione dei “Documents Décoratifs”, un vero e proprio manuale per artigiani, ha come fine quello di testimoniare e trasmettere il proprio stile, al di là del  tempo, e definisce per la prima volta i canoni dell’Art Nouveau. Pubblicherà in seguito “Figures Décoratives“, quaranta tavole rappresentanti donne in forme geometriche e conoscerà Maria Chytilova, la sua futura moglie, che sposerà a Praga. Si stabilirà poi a New York dove il miliardario Charles R. Crane finanzierà la sua gigantesca opera “l’Epopea slava“, un ciclo pittorico volto a sostenere la causa slava e rappresentante le tappe cruciali della sua storia. Tornerà in seguito a Praga dove parteciperà alla decorazione di numerosi palazzi. Con l’indipendenza della Cecoslovacchia ottenuta al termine della Prima Guerra Mondiale, ad Alfons Mucha verrà affidato il compito di disegnare banconote, francobolli e documenti governativi […]

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Recensioni

I ragazzi che si amano di Gabriele Lavia al Teatro Nuovo

Una panchina verde, lampioni, qualche foglia morta, un tavolo con dei fiori e qualche sedia. Un uomo vestito di grigio, con un impermeabile e un cappello, in mano una Gauloise “papier mais”. Parigi, deve essere Parigi. Le parole dell’uomo, i suoi versi, ci riportano nell’atmosfera magica d’una sera parigina, l’ambientazione tipica di una delle più celebri poesie d’amore. Ma no, l’uomo rompe l’incanto. Siamo a teatro, precisamente al Teatro Nuovo di Napoli; l’attore e sceneggiatore è Gabriele Lavia, che presenta il suo recital ispirato al beneamato poeta Jacques Prevért intitolato I ragazzi che si amano (in scena fino all’8 marzo). L’intento dell’autore è quello di rileggere i versi del poeta d’amore sotto una veste diversa; al centro le poesie, contorniate da una prosa che, come afferma lo stesso Lavia, si adatta di volta in volta al pubblico a cui si rivolge. L’amore la fa da padrone. Quello che però viene messo in rilievo è il contesto dal quale le poesie di Prevért partono. Una Parigi novecentesca ed esistenzialista, dove è il monumentale Jean-Paul Sartre a farla da padrone, che sembra fare a pugni con la semplicità delle poesie di Prevért; sarà sempre a lui che il poeta si rivolgerà. Lavia però sembra sollevare il velo del senso letterale delle sue poesie, per portare in auge qualcosa di più profondo e concreto, partendo da quella più famosa: I ragazzi che si amano si baciano in piedi Contro le porte della notte E i passanti che passano li segnano a dito Ma i ragazzi che si amano Non ci sono per nessuno Ed è la loro ombra soltanto Che trema nella notte Stimolando la rabbia dei passanti La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno Essi sono altrove molto più lontano della notte Molto più in alto del giorno Nell’abbagliante splendore del loro primo amore. Sotto il linguaggio semplice e spontaneo, apparentemente lontano dalla profondità esistenzialista, l’attore riscopre un mondo che affonda le sue radici nel mito fondatore della cultura occidentale: il platonico mito della caverna. Rileggendo la poesia d’amore, le immagini del mito sono tutte lì: la luce del giorno, le ombre proiettate, e poi un amore che si fa universale e che non smette di ripetere ciò che ha scoperto, anche se gli altri non lo comprendono. Ma gli amanti sono altrove. E partendo dalla lingua originaria della poesia, “les enfants“, ingiustamente tradotto con “i ragazzi“, sembra riecheggiare il primo verso della Marsigliese, e allora non è traducibile con due entità circoscrivibili, né bambini né ragazzi, bensì l’umanità intera, che si ama, baciandosi in piedi, opponendosi alle tenebre, ultimo baluardo/barricata di fronte al buio dell’esistenza. E l’uomo è come la rosa, che vive e basta, senza un perché, per natura destinato a farsi attraversare dall’amore e dall’odio. L’amore, declinato dall’attore attraverso i versi del poeta, è sempre universale e quotidiano, è la vita stessa, come nella poesia Canzone: Che giorno siamo noi Noi siamo tutti i giorni […]

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Libri

La ragazza con la macchina da scrivere di Desy Icardi | Recensione

La ragazza con la macchina da scrivere è il nuovo romanzo di Desy Icardi, edito per la Fazi editore. Dopo il successo ottenuto con L’annusatrice di libri, l’autrice ci offre un nuovo viaggio sensoriale nel mondo della scrittura e non solo; la protagonista del libro, Dalia, è una dattilografa e il senso del tatto la fa da padrone nel romanzo, fino a divenire il punto di contatto di una memoria che ha subìto un corto circuito. Nel nuovo romanzo della Icardi i ricordi per essere rivissuti devono passare necessariamente per i tasti della Olivetti rossa della protagonista, mettendo in rilievo quello che è il ruolo fondamentale della scrittura: custode di ciò che l’ingiuria del tempo inevitabilmente tende a distruggere. La trama del libro di Desy Icardi La nuova storia di Desy Icardi parte dalla memoria sbiadita di una donna ancora piacente nonostante l’età avanzata. Se il suo passato è chiaro e lucido nei suoi ricordi, quello che è venuto meno è il ricordo dell’ultimo mese, quello in cui ha avuto “un piccolo incidente”, che solo a lettura avanzata scopriremo essere stato un ictus. La narrazione procede a tempi alterni; i capitoli relativi al presente si alternano ai ricordi del passato, nel tentativo di ricostruire ciò che è avvenuto nel buco temporale; i ricordi sono quelli di una giovane di buona famiglia che ha dovuto trovare lavoro come dattilografa in seguito al fallimento dell’azienda del padre e alla fuga della madre. La vita di Dalia si svolge a cavallo della sua bici e sempre in compagnia della sua Olivetti MP1, che avrebbe dovuto essere di un comunissimo avorio ma che per errore o come segno del destino è invece rossa. Dalia è la dattilografa del ragionier Borio, e vive in un piccolo paesino abitato da famiglie aristocratiche in rovina; lavora per giovani donne terrorizzate dallo stigma della zitella, pronte ad accaparrarsi un buon partito e per uomini che tentano di arricchirsi in maniera illecita. Lo sfondo è quello di un’Italia che si prepara all’imminente guerra, e il governo fascista con i suoi amari provvedimenti fa capolino anche nella calma apparente del paesino; le ondate di violenza delle camicie nere e le leggi razziali arrivano a sconvolgere tutti, e a poco a poco le minacce velate diventano imposizioni che orientano i destini dei personaggi; Ester, la migliore amica di Dalia, è costretta gradualmente ad abbandonare le proprie abitudini, fino ad arrivare ad abbandonare la sua stessa amica, lasciandole però in eredità i suoi beni più preziosi. In contemporanea alla sferzata di violenza arriva in paese un aitante scrittore vicino al partito fascista, Nuto Cerri, che risiede in affitto in quella che, in tempi migliori, era stata la villa di famiglia della protagonista. Ben presto Dalia diventerà la dattilografa dello scrittore, e gli incontri “al buio” dei due diverranno sempre più personali fino a quando una proposta inaspettata cambierà il corso della storia, proprio quando il suo amico d’infanzia Gianni torna in paese. La vita della giovane dattilografa cambia rotta in maniera repentina, […]

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Recensioni

Orgoglio e pregiudizio di Arturo Cirillo al Mercadante

Il 19 febbraio ha fatto il suo debutto al Teatro Mercadante di Napoli Orgoglio e Pregiudizio; dal romanzo del 1813 di Jane Austen, per la regia di Arturo Cirillo, con adattamento teatrale di Antonio Piccolo, lo spettacolo, che resterà in scena fino al 1 marzo, si allontana dalla classica austerità del romanzo, sottolineandone la sagacità dei dialoghi e tagliando fuori dalle tavole del palcoscenico il superfluo, mettendo in scena un’opera che è una commedia musicale, un po’ anche riscrittura e parodia, ma che allo stesso tempo riesce a mantenere in piedi gli aspetti di novità e originalità dell’opera originaria mettendone in risalto le qualità. L’opera di Cirillo prende ispirazione dall’azione teatrale di Annibale Ruccello, come afferma lo stesso regista nonché attore; il confine tra l’ottocento inglese e la Napoli ruccelliana è labile. La scena è essenziale, a spiccare sono i protagonisti dagli abiti sgargianti e i quattro specchi che seguono i movimenti e i tempi di scena in una danza che scandisce i cambiamenti spaziali e quelli relativi all’animo dei personaggi. La musica, infatti, è fondamentale accompagnamento delle azioni, oltre ad essere, anche nel romanzo della Austen, l’espediente per eccellenza dello scambio relazionale tra uomini e donne che “si conoscono danzando, si innamorano conversando“. Tutto cambia, pur restando immutato. Orgoglio e Pregiudizio: la trama I protagonisti della vicenda sono il signore e la signora Bennet (Arturo Cirillo e Alessandra De Santis): lui indolente e disilluso, lei invadente e civettuola, divertono sin da subito per i battibecchi continui, procedono su binari divergenti. La signora Bennet non ha altro desiderio che quello di sposare la sua primogenita Jane (Sara Putignano), con un uomo ricco e facoltoso. Il signor Charles Bingley (Giacomo Vigentini), il nuovo vicino dei Bennet, è l’obiettivo prescelto dalla madre; quale miglior occasione del ballo organizzato a casa Bingley per sfoggiare il suo diamante grezzo, Jane, con la speranza che Bingley se ne innamori al primo sguardo? Al ballo prendono parte anche la secondogenita Elizabeth (Valentina Picello),o Lizzie, denigrata dalla madre per le sue scarse doti estetiche, ma elogiata dal padre che le riconosce le sue doti intellettive, nonché la loro vicina di casa Charlotte (Giulia Trippetta). Bingley sembra subito prediligere Jane e tra i due scatta qualcosa, per la felicità della madre. Al ballo è presente anche un amico di Bingley, il signor Darcy (Riccardo Buffonini), uomo solitario e altezzoso, contrario non solo a quelle manifestazioni di pubblica convivialità, bensì anche alla vicinanza dell’amico con Jane, di condizione sociale ed economica inferiore. Darcy è inoltre scostante e giudica la secondogenita Bennet “appena passabile”, frase che offende profondamente Elizabeth, facendo sorgere in lei un forte astio nonché pregiudizio nei confronti di Darcy. Gli espedienti della signora Bennet per avvicinare la figlia al facoltoso Bingley vanno in porto e quando Jane si ritroverà costretta a casa dell’amato, la sorella Elizabeth non attenderà molto a raggiungerla. In quella casa dovrà passare sotto la lente della sorella di Bingley, Caroline (Giulia Trippetta) e a difendersi dalle stoccate di Darcy. Lizzie è pronta ad ogni […]

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Libri

Le creature di Massimiliano Virgilio: bambini invisibili

Creatura è un termine che in italiano significa “tutto ciò che è stato creato, vicino al creatore”. In napoletano, invece, questo termine  indica nello specifico i bambini, per antonomasia gli esseri più puri e incontaminati. Una carta bianca sulla quale gli adulti, nonché la società che li circonda, segna con inchiostro indelebile le tracce che comporranno la loro storia. Cosa avviene però se quei segni diventano marchi per quei bambini abbandonati a se stessi, che hanno sì un tetto sulla testa, e qualche volta qualcosa nello stomaco, ma nessuno che li abbracci, che se ne prenda cura? Massimiliano Virigilio lo racconta  nel suo nuovo romanzo Le creature edito per Rizzoli. Storie di periferia, come vengono definite durante la presentazione dell’11 febbraio presso la Feltrinelli di Pomigliano d’Arco, ma una periferia dell’anima cucita addosso a questi bambini e senza precisi riferimenti geografici . L’intento dell’autore e giornalista napoletano infatti è proprio quello di scrivere un racconto universale perché universalmente valido; non solo perché ambientato in un posto che potrebbe essere tranquillamente un altro, nel quale varrebbero le stesse regole, ma soprattutto perché parla indistintamente di ogni bambino, mostrando come, proprio attraverso le reciproche differenze, di colore e di “regolarità”, essi vivono comunemente la condizione di sradicamento e d’imperfezione che alla fine è propria di ogni individuo. Le creature, la storia La pensione si trova nei pressi dell’aeroporto di Capodichino e il rumore dei motori di chi viene e va si sente forte da lì. Qui i figli degli irregolari, mai clandestini per Virgilio, (tutti siamo clandestini per qualcun altro), vengono lasciati da genitori che non possono crescerli. Fiori senza radici, ma che si ostinano ad aggrapparsi alla vita con tutte le proprie forze. Han è un bambino cinese. La mamma lo porta alla pensione, paga, e la Leonessa dice che i soldi basteranno fino a Ferragosto. Tornerà, dice. Han spegne il cuore, aspettando un messaggio che non arriverà. La Leonessa la chiamano così perché è vistosa e violenta, come tutte le creature che nascondono un dolore non risolto. E chi non si lascia attraversare dal dolore diventa spaventoso, ripete Virgilio. La sua cicatrice mai rimarginata è il gemello che ha perso quando era solo un bambino. Quello che sopravvive va in carcere. L’autore ci svela che la storia della leonessa si ispira a una donna che ha incontrato molti anni prima; aveva perso un bambino, il dolore forse più grande, e da allora non riusciva a rivolgere la parola a nessun altro bambino. Allo stesso modo la Leonessa aveva aperto la pensione, senza però mai occuparsi realmente dei bambini che accoglieva. Non cucinava mai. Così questi figli di nessuno, i fantasmini, (nome che riecheggia i calzini estivi, fastidiosi e invisibili) si aggirano per le strade della città come cani randagi in cerca di cibo, frequentando i posti più squallidi, vivendo come possono, come nessuno gli ha insegnato a fare. E per quanto la violenza e la crudezza non viene risparmiata mai, il libro di Massimiliano Virigilio non accusa ma denuncia e, attraverso la parola, avvicina […]

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Culturalmente

Uomini del bosco: scopriamo queste figure sospese tra mito e realtà

Spesso il mito si confonde con la realtà, fino a dimenticare dove inizia l’uno e termina l’altra. Così è avvenuto per i cosiddetti uomini del bosco, o uomini selvatici, miticamente conosciuti per essere delle creature schive e scontrose che vivono nei boschi, lontano dalla civiltà, allo stato brado. Spesso viene loro conferita una dimensione quasi divina; nelle favole, infatti, le creature del bosco hanno caratteristiche magiche o spaventose, legate al loro vivere appartate, avvolte da un alone di mistero e oscurità, attributi tipici del bosco archetipo, luogo dell’incognita ma anche dell’avvicinamento alla natura originaria e ancestrale. Ma scopriamo insieme quali sono le caratteristiche di queste emblematiche figure, che si muovono spesso tra realtà e leggenda. Uomini del bosco, tra realtà e tradizione mitica Gli uomini del bosco sono figure topiche presenti in numerose culture; in quella europea, per esempio, popolerebbero le Alpi italiane, svizzere e austriache, ma anche i monti polacchi e catalani. Anche nella cultura asiatica sono presenti creature simili, quali lo Yeti (tibetano), nonché nel Nord America (Bigfoot) e in Oceania, anche se non sempre questi personaggi assumono le caratteristiche tipiche dell’uomo selvatico, bensì divengono veri e propri primati poco evoluti. Nella cultura europea, invece, hanno un loro antenato nel fauno della cultura romana, personaggio mitico dell’ambiente agreste, o nel satiro, che però si avvicina maggiormente ad un animale. Le caratteristiche tipiche degli uomini del bosco si stabilizzano nel Medioevo, diventando archetipiche per le tradizioni successive. Nei poemi dei classici latini, tra cui le opere di Orazio e di Virgilio, queste figure assumono caratteristiche positive, diventando simili a protettori, più vicine al mito del buon selvaggio, che diverrà determinante con la teoria del Primitivismo e poi durante il Romanticismo, in particolare nelle opere di Jean Jaques Rousseau. Secondo il filosofo francese, in particolare, il “selvaggio” è un modello positivo, inteso come creatura incontaminata e pura, in stretto contatto con la natura, ma soprattutto non corrotta dal progresso. Via via tale figura va assumendo caratteristiche stereotipate, comuni nelle differenti culture. Caratteristiche tipiche Gli uomini del bosco vanno configurandosi come immagini simboliche tipicamente distaccate dalla civiltà, che vivono in maniera selvaggia e primitiva, isolati da tutti o in clan, ovvero gruppi di individui con i quali condividono le abitudini di vita. Le caratteristiche fisiche degli uomini del bosco sono accentuate dal contatto con la natura, mentre l’isolamento porta le qualità psichiche ad una progressiva attenuazione. La loro immagine è imbarbarita, la pelle è ricoperta di peluria simile al manto degli animali. Non hanno una dimora fissa, sono nomadi e, in condizioni atmosferiche avverse, si riparano in rifugi naturali o di fortuna. Spesso si specializzano, però, nella lavorazione e nella coltivazione di alcuni alimenti, oltre che nella caccia. Personaggi di questo genere diventano topici in letteratura. In Francia spesso assumono connotazioni positive più che negative: nel romanzo Yvain di Chrétien de Troyes, per esempio, l’uomo che si allontana dalla corte diventa selvaggio e vive nel bosco allo stato brado ma è proprio questa esperienza a permettergli di ridiventare un uomo degno […]

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Culturalmente

La danza della pioggia: scopri di più su questo rituale antico

La “Danza della pioggia” è una tradizione che affonda le sue radici nella cultura egizia, ma ne troviamo tracce consistenti anche presso i nativi americani, in particolare quelli del sud-ovest, dove le lunghe estati provocavano periodi di siccità molto prolungati, che comportavano ingenti perdite per la popolazione, la cui alimentazione si basava principalmente sul raccolto, ma anche e soprattutto per l’acqua, elemento essenziale per la sopravvivenza. Nonostante la considerevole distanza, è possibile trovare tracce di tale rituale anche presso le popolazioni dei Balcani e nelle culture slave. Scopriamo insieme in cosa consiste questo antichissimo rituale.  Cos’è la danza della pioggia I nativi americani eseguivano il rituale in particolare durante i periodi più secchi dell’anno, tra la metà e la fine di agosto. Era un momento di vera e propria coesione sociale: a questo rituale prendevano parte indistintamente uomini e donne, e ciò comportava un’eccezione, essendo le donne spesso escluse da altri tipi di liturgie. Come ogni rito che si rispetti, i partecipanti indossavano specifici costumi; gli uomini dovevano ondeggiare i lunghi capelli tenuti sciolti, mentre le donne li portavano legati ai lati della testa. I primi inoltre indossavano una speciale maschera colorata di azzurro, blu, giallo e rosso, insieme a piume nella parte alta. Il colore turchese era sempre presente, simboleggiando appunto la pioggia, come anche le piume, simbolo del vento. La maschera delle donne variava solo per i colori, col bianco al posto dell’azzurro. Gli uomini avevano il corpo dipinto con simboli tribali, e portavano pelli di animali come abiti, e calzature turchesi. Le donne indossavano invece abiti neri che coprivano interamente il corpo, tranne i piedi, che rimanevano nudi. Indossavano inoltre uno scialle dai colori brillanti. La danza si praticava tutti in fila, nel centro del villaggio, o spesso in cerchio, e si accompagnavano i gesti della danza con musiche tribali e canti pronunciati dai partecipanti alla danza. Il sociologo Robert K. Merton afferma che la danza della pioggia ha una doppia funzione: quella manifesta, di provocare appunto la pioggia con un fine ben specifico, e quella latente che riguarda il sancire attraverso questo rituale l’appartenenza a un dato gruppo o stirpe, che condivide gli stessi modelli di appartenenza, e gli stessi valori. Al di là della pioggia Per alcune tribù del nord America, come i Cherokee, tale danza aveva un duplice significato: si propiziava l’avvento della pioggia per irrigare i campi, ma la pioggia aveva inoltre uno scopo apotropaico: le goccioline d’acqua erano in realtà gli spiriti dei combattenti valorosi morti durante le battaglie, invocati a purificare la terra e in grado di sconfiggere e scacciare quelli malvagi. fonte immagine: https://it.freepik.com/foto-gratuito/pioggia-fuori-dalle-finestre-della-villa_2441313.htm#page=1&query= pioggia&position=28

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Eventi/Mostre/Convegni

Layla di Massimo Piccolo apre la terza edizione di Marigliano Letteart

Layla di Massimo Piccolo | Recensione | A 14 giorni dall’inizio del nuovo anno a Marigliano, comune della provincia napoletana, si inaugura la terza edizione di “Marigliano Letterart“, la rassegna culturale che propone interessanti e stimolanti incontri letterari, ideata e organizzata da Deborah Daniele, con il sostegno di associazioni come il Circolo letterario anastasiano di Giuseppe Vetromile, Clarae musae di Vittoria Caso e I colori della poesia di Annamaria Pianese, oltre al patrocinio del Comune di Marigliano. Il primo incontro si è svolto nella sala del Pato’ Lounge Bar di Marigliano, luogo scelto appositamente per avvicinare un pubblico variegato di lettori, al fine di promuovere in maniera ampia questa iniziativa culturale. Ad inaugurare il ciclo di incontri è Massimo Piccolo, autore dalla personalità poliedrica essendo non solo scrittore, bensì anche regista, giornalista e fotografo. Per la casa editrice  napoletana Cuzzolin, l’autore aveva già pubblicato la favola moderna “Estelle“. L’incontro si apre con la presentazione del suo romanzo “Layla” ambientato, come ci spiega l’autore, in una Napoli diversa da quella che siamo abituati a conoscere attraverso gli autori contemporanei; non è la Napoli dei commissari, né quella di un tempo lontano o dei quartieri difficili e malfamati. L’autore ha voluto scavare più a fondo, arrivando a sviscerare tradizioni plurisecolari, per toccare temi nascosti e mistici; uno degli aspetti che caratterizza la città è quello dell’esoterismo, dei culti nascosti che si stratificano col tempo nelle mille sfaccettature che essa assume in base a come ognuno sceglie di guardarla; nessuna città più di Napoli, centro nevralgico di tradizioni e culti plurimillenari, avrebbe potuto fungere da palcoscenico letterario per il romanzo di Massimo Piccolo. La volontà dell’autore è quella di portare alla luce la bellezza del patrimonio napoletano, non solo in ciò che è evidente e sotto gli occhi di tutti, bensì in ciò che i simboli, le strade e le numerose chiese e cappelle della città nascondono. Questi solo alcuni dei temi sviscerati durante la presentazione di un libro che arriva a toccare numerose sfaccettature dell’animo umano e non solo. La presentazione di Deborah Daniele fa emergere la perplessità del lettore una volta arrivato all’ultima pagina del libro, in un finale forse volutamente aperto alle più svariate interpretazioni. Un romanzo che lascia dubbi e nessuna certezza, solo come i grandi libri sanno fare, secondo Deborah Daniele. I protagonisti I protagonisti del romanzo sono ragazzi che si accingono a varcare il limite tra l’adolescenza e l’età adulta, con tutte le crisi del caso e i problemi legati ad un mondo che inizia a svelarsi e a far cadere il velo che lo ha fino a quel momento ricoperto, mostrandone i fantasmi reali e irreali. Layla, una giovane e timida studentessa al penultimo anno di liceo, nel romanzo si spoglia delle sue incertezze e delle sue fragilità, facendo emergere anche la sua forza. Nella copertina del romanzo in primo piano il volto di una ragazza, fotografata dall’autore stesso, richiama l’attenzione col suo sguardo volutamente enigmatico, che cattura e inquieta, prefigurazione del mistero che avvolge il […]

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Culturalmente

Idem con patate: uso e origine della frase idiomatica

Molti sono i modi di dire o le frasi idiomatiche utilizzate in tutta la penisola, alcune che denunciano apertamente la propria origine e provenienza, altre che, col passare del tempo, perdono le proprie radici pur restando nel linguaggio comune a tutti. Moltissimi inoltre sono i termini derivanti dal latino che restano immutati nella nostra lingua, come il comunissimo idem, utilizzato per esprimere la ripetitività o l’assenso rispetto a quanto affermato prima. Altra espressione tipicamente utilizzata è “idem con patate”, con l’intento forse di rafforzare la concordanza e talvolta utilizzato col fine di sottolineare ironicamente l’ordinarietà dell’affermazione. Curiosa l’origine di tale modo di dire; scopriamo insieme le varie proposte. L’origine del modo di dire Idem con patate Questo curioso modo di dire presenta una probabile tripla origine che proponiamo di seguito. La barzelletta Secondo alcuni la frase idiomatica deriverebbe da una barzelletta nella quale si racconta di una famiglia di umili origini che si concede il lusso per una sera di una cena al ristorante. Essendo analfabeti e incapaci di interpretare le pietanze elencate nel menù, il capofamiglia ordina a caso, e gli viene così servito un comunissimo piatto di fagioli. La moglie, più scaltra, origlia l’ordinazione di una coppia seduta accanto a loro, dove una signora, dopo aver ordinato “idem con patate”, indicando il piatto del suo commensale, vede arrivare al suo tavolo un appetitoso arrosto con patate. La signora dunque replica l’ordinazione, ripetendo anch’ella “idem con patate”; purtroppo però il suo “idem” erano i fagioli del marito, accompagnati dalle patate, appunto. L’origine nordica Una seconda versione dell’origine del detto sarebbe legata alle trattorie del nord Italia, dove era solito essere servito un unico piatto al giorno, che veniva comunemente accompagnato dalle patate, contorno economico e molto diffuso, soprattutto nelle zone vicine alle regioni nordiche, in particolar modo la Germania. Nel Novecento la frase idiomatica si sarebbe poi diffusa nell’intera penisola. La paretimologia latina Un terza origine richiamerebbe a una paretimologia dal latino, ovvero “idem comparate“, storpiato in italiano in “idem con patate”, in tono canzonatorio e ironico, mantenendo però lo stesso significato di “lo stesso di, come sopra”. Esempi dell’uso del detto: “Cosa hai fatto ieri sera?” “Nulla, sono stato a casa a guardare la tv, e tu?” “Idem con patate!“. “Stamattina c’era un gran traffico a causa delle spese natalizie; idem con patate stasera quando sono tornata a casa!” “Vorrei tanto andare in vacanza alle Maldive quest’anno!” “Idem con patate!” Dagli esempi riportati si nota come spesso il modo di dire, a differenza del classico “idem” utilizzato per indicare la comunanza di pensiero, aggiunge una sfumatura ironica al comune assenso, com’è tipico delle frasi idiomatiche. [Fonte immagine: https://www.publicdomainpictures.net/it/view-image.php?image=274585&picture=vecchio-libro]

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Culturalmente

Radici e desinenze: la composizione della parola

Il nome è tra i componenti più importanti della frase, quello che ci permette di comprendere di cosa si parla, intorno a quale argomento volge la discussione, facendo riferimento a qualcosa di concreto nella realtà. Quest’ultimo, insieme ai verbi che si riferiscono invece alle azioni che il soggetto compie, e a tutte le categorie variabili del discorso, sono scomponibili nella lingua italiana in due parti: radici e desinenze, le quali ci permettono oltretutto di distinguere l’appartenenza di due o più parole alla stessa famiglia etimologica, pur essendo parti del discorso differenti; in quel caso sarà proprio la radice della parola ad indicarci l’appartenenza di quest’ultima. Rivediamo insieme la scomposizione della parola nelle due categorie di radice e desinenza. Differenza tra radici e desinenze La radice è quindi quella parte invariabile della parola che contiene il significato fondamentale di quest’ultima e che ci permette di comprenderne la derivazione etimologica (esattamente allo stesso modo in cui le radici sono le parti fondanti di un albero). Nella parola casa, per esempio, la radice sarà cas-, dalla quale abbiamo svariate possibilità di composizione, in base alla desinenza aggiunta. Sarà infatti quest’ultima a connotare la parola e ad indicarci l’appartenenza di essa a una determinata parte del discorso. La desinenza, nel caso di variabilità della parola, sarà dunque l’elemento che ci fornirà le informazioni riguardanti il numero (singolare o plurale) nonché il genere (maschile o femminile) e dunque in questo modo ci permetterà di comprendere l’esatto referente della parola (la desinenza quindi rappresenterà i rami e le foglie di un albero, soggetti al mutamento). Aggiungendo quindi alla radice cas- la desinenza -a sapremo che ci stiamo riferendo a un termine singolare femminile. Le parole saranno dunque variabili se, col mutare della desinenza, cambiano il genere e il numero dei referenti, o invariabili nel caso in cui la desinenza non cambi, e dunque la parola rimarrà la stessa col variare del numero. La parola città, per esempio, è invariabile, quindi la sua desinenza non varierà col cambiare del numero delle città alle quali facciamo riferimento. Nel caso dei verbi il variare della desinenza ci fornirà anche indicazioni sul tempo, il modo e la persona; così alla radice del verbo cantare, ovvero cant- a seconda della desinenza -o, -a. -i potremmo comprendere se ci stiamo riferendo alla prima persona singolare del presente indicativo, alla seconda, alla terza e così via. Nei nomi, negli aggettivi, negli articoli e nei pronomi le desinenze maggiormente usate sono: -a per il singolare femminile, -o per il singolare maschile, -e per il plurale femminile, -i per il plurale maschile. Nei verbi la variazione è maggiore, riguardando anche il tempo e il modo del verbo. [Fonte immagine: https://pixabay.com/it/photos/abc-dizionario-parole-lettere-390026/]

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Recensioni

Cyrano, la magica fiaba moderna, dopo 40 anni all’Augusteo

“Battersi per un fiore, per un fiore morire”. Luci spente, un solo fascio illumina il centro esatto del palcoscenico. Il sipario è calato, un uomo si presenta al pubblico in sala con le sue sole parole, e sulle malinconiche note della “Canzone di Cyrano” veste i panni dell’eroe spadaccino “dal naso strano”, che “lo rende forse meno uomo, ma come personaggio lo fa immortale”. Così Cyrano torna ad incantare il pubblico con la prima nazionale, in scena dal 6 al 15 dicembre al Teatro Augusteo di Napoli, dopo quaranta anni esatti dalla messa in scena a Roma della commedia musicale scritta da Riccardo Pazzaglia e Domenico Modugno. Come non riconoscere l’impronta profonda di quella indimenticabile voce che grazie all’estro di Gennaro Cannavacciuolo riprende vita in quello che è davvero un personaggio senza tempo. Accompagnato dalla bellissima Cosima Coppola e dal giovane Gianluca Di Gennaro, nei panni di Rossana e Cristiano, il pubblico si interfaccia con una scena che riprende fedelmente quella di un quarantennio fa, con scenari reali e non proiezioni, con 25 artisti tra attori, acrobati e ballerini, rendendo omaggio a un modo di far teatro che è quello tipico della Commedia Musicale Italiana, secondo l’idea del regista Bruno Garofalo, che con l’associazione “Immaginando Produzioni” diretta da Rosario Imparato, hanno riportato in auge un teatro classico nel senso calviniano del non smettere mai di dire ciò che ha da dire, sempre contemporaneo e attuale, con un coinvolgimento e una piena partecipazione degli spettatori nell’atmosfera allo stesso tempo reale e fantastica che solo un’opera come “Cyrano” può rievocare. Sinossi La storia si ispira all’opera post-romantica “Cyrano de Bergerac” di Edmond Rostand, che prende le mosse dalla figura realmente esistita di Savinien Cyrano de Bergerac, poliedrico scrittore e filosofo del seicento francese. La commedia originale rappresenta una summa del romanticismo, col trionfo del sentimento e delle passioni umane. Cyrano è un abile spadaccino, conosciuto per il suo coraggio e per il suo spirito indipendente e anarchico, capace di battere chiunque non solo a colpi di fioretto, bensì anche di parole. Nel clima di ascesa culturale che si respira in quel tempo, Cyrano è un visionario, uno spirito altro e più alto, talvolta scontroso ma mai avaro; è infatti sempre pronto a soccorrere amici in difficoltà, anche quando c’è da affrontare centinaia di uomini. Il suo carattere burbero, come spesso accade, nasconde un difetto mal digerito: il suo naso particolarmente pronunciato, apparentemente difeso ad ogni costo dal protagonista. E, come sarà egli stesso a dire, di chi poteva innamorarsi, nonostante il suo naso, se non della dama più bella? E proprio quando Rossana, la donna che ama, gli chiede un incontro ed egli crederà di essere ricambiato, ella svelerà a Cyrano di amare Cristiano, un giovane cadetto, bellissimo ma che si scoprirà essere ben poco intelligente. Rossana, inconsapevolmente, chiede dunque a Cyrano ciò che nessun amante vorrebbe mai sentire, ovvero di fare da intermediario tra lei e l’amato. Cyrano accetterà l’incarico, arrivando a proporre al “rivale” di prestargli le sue parole, il […]

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Attualità

Act Lab 3.0, un’alternativa culturale e artistica per i giovani del rione Sanità di Napoli

In queste giornate cupe e grigie di novembre, illuminate solo dalle precoci e intermittenti illuminazioni natalizie che fanno capolino in alcune strade cittadine, un ulteriore spiraglio di luce si irradia dal cuore di Napoli, quello che sembra tenersi su da sé, talvolta abbandonato a se stesso; è dal rione Sanità che, per il terzo anno consecutivo le attività del “Laboratorio di Artigianato, Creatività e Tradizioni-ACT Lab 3.0” propone un modello alternativo di società a partire dai più piccoli, offrendo una speranza di vita concreta e differente. Il tutto è possibile grazie all’attività dell’associazione “Napoli inVita – Persone, Idee, Opere per lo sviluppo sociale della Città” sostenuti dai fondi dell’Otto per mille alla Chiesa Valdese, in collaborazione con l’associazione “Crescere insieme“, il collettivo teatrale “Delirio Creativo“ e l’istituto scolastico Maestre Pie Filippini, come ci spiga in presidente della associazione capofila Luigi Mingrone. Tanti i progetti già consolidati come corsi di ceramica e arte presepiale, artigianato della carta, teatro e canto, oltre a quelli nascenti, che puntano alla riscoperta del territorio napoletano attraverso un laboratorio outdoor volto a promuovere un turismo responsabile, grazie all’intervento di guide turistiche esperte che promuoveranno la conoscenza dello straordinario patrimonio storico artistico partenopeo da parte dei giovani che potranno poi sviluppare una documentazione autonoma del materiale raccolto e delle esperienze a diretto contatto con ciò che li circonda. Uno sguardo attento e vigile quello dei collaboratori a questo straordinario progetto che preservano e insegnano come accudire ciò che di più prezioso ci viene donato: le nostre radici, accogliendo non solo i ragazzi per rubarli alla strada, ma chiunque sia respinto ai margini della società, offrendo una possibilità concreta per impiegare il proprio tempo trasmettendo il sapere e i mestieri antichi, che come quello degli artigiani presepiali, affondando le proprie radici nella nostra città. Il progetto si pone come una vera e propria attività terapeutica e una possibilità alternativa, perché nessuno si senta mai condannato a un destino che non è quello che avrebbe scelto. Attraverso l’arte dunque si strappa il fiore della gioventù napoletana a una corruzione epidemica ma non insanabile come dimostrano le parole e gli sguardi di coloro che si impegnano ogni giorno in queste attività, nonché gli splendidi risultati artistici di questi laboratori, da quelli materiali quali pastori e vere e proprie sculture in ceramica, all’artigianato in carta, ai disegni multicolori dei bambini che prendono parte ai laboratori, capaci in questo modo di esternare l’arcobaleno di colori che si portano dentro. “Sembra sempre impossibile finché non viene fatto” è lo slogan dell’associazione “Napoli inVita”, che sembra concretizzarsi nelle azioni di queste associazioni che sono realmente idee persone e opere, dimostrando che la cultura, etimologicamente “coltivare, prendersi cura”, ha bisogno di pazienza per attecchire, ma che piantando piccoli semi e irrigandoli a piccole dosi si può ottenere un grande risultato. E come un vento che si insinua lento tra i vicoli stretti e affollati del rione Sanità, l’ACT Lab 3.0 sparge tutt’intorno piccoli semi di luce che sanano, appunto. Il segreto che ci trasmettono è […]

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Libri

Aspettando il treno di mezzanotte, Aldo Vetere | Recensione

Il nuovo libro di Aldo Vetere “Aspettando il treno di mezzanotte”, pubblicato da Graus edizioni, è un intrigante giallo che lascia col fiato sospeso fino all’inaspettata scena finale, grazie all’incalzante e unica voce narrante del racconto; e, dato che ogni libro nasce da un desiderio, il movente di “Aspettando il treno di mezzanotte” è stato quello di cimentarsi con una tecnica narrativa unica nel suo genere come il racconto ad una voce, come afferma l’autore stesso. La trama di Aspettando il treno di mezzanotte Una serata tranquilla nella stazione di Napoli. Un uomo si avvicina ad un altro in attesa con un piccolo bagaglio, e chiede di poter sedere accanto a lui. Inizia così un monologo che durerà fino all’epilogo della narrazione, in cui l’uomo rivela di essere un ex psicologo, mestiere che, un po’ come quello dello scrittore, consiste nell’entrare nella mente delle persone. Lui sembra essere particolarmente abile, e inizia come per gioco ad indovinare quello che pensa l’uomo in attesa, la destinazione del suo viaggio e le sue motivazioni. L’altro resta impassibile, quasi seccato. Ma piano piano la narrazione si fa più concitata e l’uomo rivela dettagli della sua vita che nessuno potrebbe conoscere. Si giustifica affermando che ne è a conoscenza a causa del suo lavoro di archivista che, per quanto noioso, lo ha condotto a indagare sulla vita del suo “interlocutore”, e sulle ragioni che lo hanno spinto a commettere azioni efferate, uscendone sempre incolume. Cosa lo ha spinto ad agire come ha agito? L’uomo, di cui ignoriamo il nome fino al termine della narrazione, sembra conoscere i pensieri passati dell’altro, persino le sue sensazioni, e arriva a ipotizzare che il possibile movente delle sue azioni sia un trauma passato che, da bambino, lo avrebbe messo di fronte alla paura della morte e dell’abbandono. L’uomo resta in silenzio, anche quando riceve accuse spaventose o quando l’altro tocca corde profonde relative alla sua infanzia e ai suoi rapporti familiari. Lui resta impassibile e l’uomo non smette di narrare, in maniera sempre più intima e concitata, rivelando di aver avuto anche modo di conversare con persone a lui vicine, confrontandosi con queste ultime al fine di comprendere il perché di determinati comportamenti e come possa sempre averla fatta franca. Ma come mai lui resta impassibile? E chi è quest’uomo invadente che sembra addirittura aver indagato su di lui, senza un ragionevole motivo? L’ultima pagina si conclude con l’arrivo del treno di mezzanotte atteso dall’uomo, ma al rumore del treno si aggiunge un rumore differente e inaspettato. Due facce della stessa medaglia Lo psicologo anticipa sempre la prossima mossa dell’uomo, e come una sorta di voce della coscienza afferma di conoscere il perché delle sue azioni e lo accusa, senza mai prenderne le parti né entrando in empatia con lui; il “lei” con il quale si rivolge all’uomo è infatti evidenziato lungo tutta la narrazione, come a rimarcare la distanza tra i due, che però con lo sbrogliarsi dei fili del racconto sembrano avvicinarli sempre di più. Sembrano […]

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Libri

Buongiorno ragazzi, il libro di Valentino Ronchi

Esce oggi per la Fazi Editore il nuovo libro di Valentino Ronchi, “Buongiorno ragazzi”. Tutti gli scrittori, o i poeti, come in questo caso, iniziano spesso a scrivere spinti dalla volontà di “sfogar l’interna doglia” attraverso le parole. La morte inaspettata del professore di greco, che ha indubbiamente influenzato il percorso dell’autore, è la scintilla che spinge il Ronchi a intraprendere un viaggio introspettivo e l’autore, come i grandi poeti che studiava al liceo, lo rende noto nel “proemio”, la sede topica della comunicazione delle intenzioni dell’autore.  La notizia dà “il La” ad un viaggio a ritroso tra i ricordi che legano i giovani adulti, compagni di classe, che si ritrovano insieme dopo aver appena imboccato ognuno la propria strada, “con i figli nei telefonini e nei portafogli”. L‘evento porta però involontariamente a riguardare i propri compagni come una volta, “con il Rocci sotto al braccio, che nello zaino proprio non ci entra”. E così, come nella mente si accavallano pensieri suscitati da stimoli diversi, esattamente allo stesso modo si distribuiscono le parole sulla pagina del Ronchi. La poesia sembra quasi una prosa spezzata, che deve andare a capo e che talvolta deve interrompersi, per continuare alla pagina seguente, o dopo un po’, come a seguire il flusso incostante del pensiero; le emozioni del passato comportano un salto indietro e si alternano al presente, in un continuo tira e molla; sembrano venir fuori e concretizzarsi nei versi come un’esigenza impellente che ha bisogno di essere espressa esattamente come la si prova. I dettagli di un passato neanche troppo lontano, che sembra anzi a portata di mano, sono vividi e si presentano al lettore esattamente come nella mente e nell’animo del poeta. Come spesso accade, è la morte l’unica in grado di spezzare la quotidianità e capace di avvicinare persone altrimenti inevitabilmente distanti. Buongiorno ragazzi, lo stile dell’autore Il linguaggio dell’autore non è distante da quello quotidiano, anzi talvolta si riduce all’ essenziale, come quello di un dialogo interno e personale con se stessi, ridotto all’osso e per niente poetico; la rima è bandita, e qualora ci sia, è scusata dall’autore, come a ribadire la sua inadeguatezza. Nella poesia del Ronchi il passato sembra subire una rilettura a posteriori, come se alcuni momenti fossero premonizioni di ciò che avverrà nel presente, come nel caso del corteo degli studenti che sembra prefigurare quello in cui si ritroveranno insieme molti anni dopo, in nome del professore venuto a mancare.  Il verso diviene prosa libera, che include vecchi discorsi diretti che divengono parte integrante della prosa-verso. E il passato diviene presente nella figlia di un vecchio amore che porta il nome che avrebbero dato alla loro, di figlia. L’incontro tra i vecchi compagni è una continua evocazione di un passato comune, che si fonde con il presente, come fosse accaduto solo un momento fa. E tutto viene letto “alla Omero”, come il professore aveva tentato allora di insegnare, come forse solo oggi, da adulti, riescono a comprendere. E Laura, uno dei personaggi femminili che […]

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Culturalmente

Pentesilea, la regina delle Amazzoni

La mitologia greca è il luogo in cui è possibile incontrare i personaggi dai caratteri più disparati. L‘Illiade, il poema epico fulcro della letteratura greca e di quella futura, tradizionalmente attribuito ad Omero, oltre alla narrazione delle vicende della guerra tra greci e troiani, è costellata da un universo di personaggi secondari, dalle fugaci e talvolta indimenticabili apparizioni. Personaggio sicuramente singolare e intrigante è Pentesilea, regina delle Amazzoni, che in seguito alla morte di Ettore, eroe di parte troiana, accorre in aiuto a questi ultimi contro il temibile Achille, dal quale verrà a sua volta uccisa. Secondo alcuni tale mito trarrebbe le sue primordiali origini dal Aithiopìs di Arktinos. Scopriamo insieme la storia di Pentesilea, la regina delle Amazzoni. Pentesilea, regina delle Amazzoni Le Amazzoni erano, secondo la leggenda, un popolo di donne guerriere, che abitavano la Scizia, antica regione dell’Asia Minore. Pentesilea, nel decimo anno della guerra di Troia, si troverà a soccorrere col suo esercito il popolo troiano, in svantaggio a causa della morte del loro eroe, Ettore, nonostante secondo il padre Piramo, i due popoli fossero stati un tempo nemici. Se il mito vuole che, nonostante lo scompiglio dovuto all’arrivo di Pentesilea, quest’ultima cadesse vittima dell’eroe Acheo Achille, secondo una variante, fu Achille ad essere colpito a morte dalla regina e in seguito resuscitato da Zeus grazie all’intercessione della madre Teti. La regina delle Amazzoni, prima del suo intervento nella guerra di Troia, porta con sé un passato tragico e di sciagura; fu infatti l’assassina della sorella Ippolita, morta durante il matrimonio di Fedra e Teseo, trafitta per errore da una lancia tirata da Pentesilea che per questo si ritiene l’inventrice dell’ascia da guerra e dell’alabandra. Per purificarsi dal misfatto, la regina si rifugiò a Troia presso Priamo. Ma al suo arrivo lo scenario era devastante, e Ettore già cadavere. Fu inoltre condannata da Afrodite ad essere violentata da tutti gli uomini che avesse incontrato, motivo per il quale si coprì con un’armatura, sinonimo della sua audacia e tenacia nonostante i fati avversi. La condanna degli dei però la seguì anche dopo la morte; una volta trafitta da Achille si narra infatti che quando questi scoprì la sua vera natura, sfilandole l’elmo, se ne innamorò nel momento stesso in cui le toglieva la vita, e per questo non potette fare a meno di violarne le spoglie in atto di necrofilia. Si narra inoltre che Achille uccise con un solo pugno Tersite che lo avrebbe deriso per l’atto abominevole; ciò provocò l’ira dei greci, e il cugino Diomede vendicò Tersite gettando il corpo di Pentesilea in pasto ai pesci. Pentesilea, come degna regina delle donne guerriere, prima di essere trafitta dall’eroe acheo, combatté con onore al fianco dei troiani, uccidendo innumerevoli avversari greci. La fortuna del mito di Pentesilea La fortuna della regina delle Amazzoni è indiscussa e continua fino alla contemporaneità. Innumerevoli gli autori che ne hanno ripreso il mito nonché la storia, talvolta riadattandola. Dante la cita nel Limbo tra i grandi spiriti. Boccaccio ne riprende le vicende nel De mulieribus […]

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Culturalmente

Aspasia: il mito di una donna indipendente

Aspasia, donna celebrata da poeti e filosofi antichi e moderni, è un esempio di donna intraprendente e libera, le cui notizie biografiche sono intessute in sparute testimonianze letterarie, motivo per il quale risulta essere una sorta di fantasma mitico che ricompare negli scritti di importanti uomini del tempo, quali Plutarco, Platone, Senofonte e Aristofane. Scopriamo insieme l’intrigante vicenda biografica di una donna che fa discutere ancora a distanza di secoli, come tutte le donne brillanti. La discussa vita di  Aspasia, una donna-mito Aspasia nasce a Mileto nel V secolo a.C., probabilmente da una famiglia mediamente benestante. Le notizie biografiche che la riguardano sono alquanto contrastanti, e si alternano testimonianze che la vedono legata all’uomo politico più importante del tempo, ovvero Pericle, ad altre che collegano la sua indipendenza al suo essere un’etera, ovvero una cortigiana acculturata, forse sinonimo di un pregiudizio maschilista che non conosce tempo, non potendo incasellare Aspasia nella perfetta categoria di femminilità del tempo: una donna silente e taciturna, che si occupa dei figli e del marito, oltre che delle faccende domestiche. Aspasia rompe gli schemi, essendo, se diamo per vera la prima ipotesi, la compagna di un influente uomo politico, che però aveva rotto il suo precedente matrimonio per lei, e con il quale conviveva, senza essere sposata. Pericle aveva inoltre promulgato una legge sul diritto di cittadinanza che la vedeva non solo straniera ad Atene, ma che le impediva inoltre di avere una progenie legittima. Nonostante ciò Aspasia diede a Pericle un figlio, chiamandolo come il padre. Nella Vita di Pericle, Plutarco ci racconta di Aspasi, e di quanto il compagno l’amasse e lo dimostrasse anche in pubblico, senza però riuscire a spiegarsi cosa trovasse di così fuori dal comune nella donna. Aspasia non è infatti ricordata per la sua bellezza straordinaria, bensì per il suo fascino e il suo carisma in grado di incantare alcuni dei più grandi filosofi del tempo quali Socrate e Senofonte, che la ricordano nelle loro opere con una sorta di venerazione dovuta al suo spirito libero e indipendente. Sono invece i poeti comici ad attaccarla e a rappresentarla come un’etera e una cortigiana ammaliatrice. Da Cratino, in una satira, è definita “Giunone libertina”. Gli attacchi non saranno però meramente letterari: la donna verrà portata in tribunale con l’accusa di empietà e lenocinio e solo le lacrime di Pericle potranno salvarla. Alla morte di Pericle, sopraggiunta qualche anno dopo, la donna non si perderà d’animo sposando Lisicle, uomo meno importante del primo, ma comunque in grado di garantirle una certa stabilità. La sua memoria sopravvive inoltre nei dialoghi socratici di Eschine e Antistene. In nessun caso Aspasia risulta essere una donna priva di risorse e sembra uscire vittoriosa anche dagli avvenimenti più infausti. Il suo amore per Pericle assurge a modello di amore indipendente e più forte di qualsiasi necessità di legittimazione, e forse è proprio in questo che si esplica la carica di modernità e di indipendenza di una donna che per queste due sole caratteristiche è sopravvissuta al […]

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