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Nocciole Papa: il primo store consacrato alla nocciola

Nocciole Papa: il primo store interamente dedicato alla nocciola | Opinioni A San Vitaliano, un paesino della provincia napoletana, “Nocciole Papa store”, il primo store interamente dedicato alla nocciola, frutto tipico di questa zona e prodotto d’eccellenza campano, festeggia i primi 6 mesi di attività. Siamo stati lì per celebrare questo lieto evento e per conoscere meglio questo frutto, tipico delle nostre zone e delizioso in tutte le sue sfaccettature. Veniamo accolti da Pasquale Papa, l’ideatore dello store, nonché nipote del produttore primo, quindi terza generazione di produttori, dal 1970 siti a Roccarainola, che dopo il proseguimento dell’attività da parte del padre, sta dando un nuovo volto all’azienda, al passo con le nuove tecnologie e con il fine ultimo di diffondere il prodotto campano, nonché valorizzarlo nella terra  dalla quale trae le sue remote origini. Infatti Pasquale Papa ci tiene a sottolineare che il nome originario dell’albero da frutto è Corylus avellana, conservando nell’etimologia l’origine della pianta stessa, ovvero Avella, un paesino della provincia di Avellino, a scapito della falsa attribuzione piemontese. La passione della famiglia e la volontà, al contempo, di preservare e diffondere il valore di questo prodotto traspare in tutte le scelte attuate dall’ideatore. L’attenzione è al minimo dettaglio, come è evidente varcando la soglia dello store, che ci conduce in una dimensione al contempo naturalistica e di design ultra moderno, conciliando, dunque, tradizione e contemporaneità; l’arredamento infatti richiama la pianta originaria del nocciolo, con una ramificazione in legno che, partendo dalle radici, del parquet, si dirama fino al soffitto, per culminare in due rami che, esattamente come in natura, sorreggono il frutto. Il verde e il legno sono i colori dominanti e la sensazione è esattamente quella di penetrare in un vero e proprio noccioleto. Nonostante il trascorrere delle generazioni, tale scelta dimostra l’attaccamento del nipote alla propria famiglia. Nulla è lasciato al caso e, per rimarcare l’origine della nocciola, la linea dei prodotti in box reca sul fronte, con un logo fine ed elegante, la regione d’origine del prodotto stesso, la nostra Campania. Le nocciole Papa appartengono a diverse varietà, tutte campane appunto, delle quali la più famosa nonché certificata è la Giffoni e si sta lavorando per certificare anche le altre varietà. Nocciole Papa: tra gusto e salute L’idea dello store non è solo quella di rimarcare e dunque valorizzare le origini del prodotto ma vi è anche la volontà di proporre un prodotto nostrano e soprattutto a km 0, che ha notevoli vantaggi sulla salute, come ci ricorda il medico chirurgo Antonio Notaro, riportando studi condotti su centenari che consumavano prevalentemente prodotti provenienti dal proprio paese d’origine. La frutta secca in particolare, nelle giuste dosi, è un prodotto che può essere consumato e declinato a tutto pasto, oltre che per la sua duttilità e capacità di adattarsi a pietanze dolci e salate, anche per i nutrienti che contiene. Abbiamo inoltre avuto l’occasione di avere un saggio di tale peculiarità della nocciola, grazie alla bravura dello chef Marco C. Merola, della nuova Pasticceria Contemporanea di […]

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Culturalmente

Errori ortografici: i più comuni e la rispettiva correzione

La lingua italiana, come ogni sistema linguistico, per funzionare, ricorre a norme che ne regolarizzano l’uso. Ma, se è vero che ogni regola ha la sua eccezione, anche il sistema più perfetto presenta le sue falle. Gli errori ortografici ne sono un esempio lampante ed evidente. Questi non sono del tutto avvertibili nel parlato, ma lo sono nello scritto. Il termine “ortografia” deriva infatti dal greco, e significa “scrittura corretta”: scrivere bene non è, però, sempre scontato. In effetti tali errori sono il sintomo di cedimenti del sistema, che creano confusione anche nei parlanti madrelingua. Ma quali sono gli errori ortografici più comuni e commessi nella lingua italiana? Scopriamone insieme qualcuno, e sveliamone il giusto esito. Gli errori ortografici più comuni Alcuni errori ortografici, comunissimi nello scritto, riguardano l’uso delle doppie; spesso infatti nel parlato avviene che, a causa di influssi del dialetto o dell’accento d’origine, alcune parole vengono pronunciate con una sillaba raddoppiata o scempiata, e questo comporta la riproposizione dell’errore anche nello scritto. Per esempio: scrivere “robba” piuttosto che “roba”. Tale errore ortografico è molto comune anche nelle parole che terminano in -zione, -gione, -bile che, grammaticalmente non richiedono il raddoppiamento della prima consonante, tranne per alcune specifiche eccezioni. Un altro errore comunissimo nello scritto è la vicendevole confusione nell’uso dell’accento e dell’apostrofo: “qual è”, che va scritto senza apostrofo, è sicuramente tra i più comuni, forse perché confuso con la forma “quale”; in realtà va associato al pronome “tal”, che va scritto così come “qual”, senza aggiunta di apostrofo. Un caso contrario invece è quello di “un po’“, scritto con l’apostrofo e non con l’accento, perché risultato di un troncamento, (po’>poco), spesso scritto scorrettamente con l’accento, *pò. L’uso dell’apostrofo che segue l’articolo indeterminativo “un” presenta un ulteriore oggetto di dubbio. Se esso è posto dinnanzi ad un sostantivo femminile, richiede l’apostrofo (un’amica), ma non lo richiede nel caso di un sostantivo maschile (un amico); questo perché nel primo caso l’articolo “un” deriva da “una”, e la “a” cade per elisione davanti alla vocale del termine successivo. Nel secondo caso invece la “o” di “uno” cade per troncamento, indipendentemente da come inizia il vocabolo successivo, e dunque non richiede l’apostrofo, come nel caso di qual. Errore ortografico molto diffuso è relativo all’uso dell’accento. Esso infatti è spesso posto indiscriminatamente su parole monosillabiche; va invece è utilizzato solo per distinguere parole omografe, ci0é che si scrivono allo stesso modo, ma che hanno significati diversi, come nel caso di “dà” verbo, distinto da “da” preposizione semplice, o “là” avverbio differente da “la” articolo. L’utilizzo della consonante “h” è allo stesso tempo confusionario. A trarre in inganno sono spesso le parole che, essendo omofone, ovvero pronunciate allo stesso modo, a causa del fatto che il suono “h” è sempre muto in italiano,  vengono rese nello scritto omettendo la “h” dove in realtà ci vorrebbe, come nel comunissimo caso della declinazione del verbo avere (hanno>anno, ho>o). Errore ortografico molto comune è quello che coinvolge la sillaba -sce, che di norma non richiede […]

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Libri

Daniel Albizzati e il suo esordio: Le avventure di Mercuzio

Le avventure di Mercuzio è il libro d’esordio di Daniel Albizzati per la Fazi Editore Mercuzio, giovane di ventitré anni, è il protagonista di una vicenda ambientata a Roma, la città eterna e, come appare in maniera evidente lungo tutto il romanzo, degli eterni contrasti. Quale scenario migliore, dunque, per muovere le fila di quello che sin da subito ci appare un personaggio volutamente anacronistico e antisociale, che vive in una stanza-cella dalle pareti singolari, composte da libri che si arrampicano fino al soffitto, e che addirittura impediscono la deambulazione all’interno della stanza, talmente è fitta la loro presenza. Il protagonista ne è circondato esternamente, ma al contempo sembra essere stato risucchiato dalle pagine che divora avidamente ogni giorno, e che sembrano essere la sua unica occupazione. In ogni parola che pronuncia vi è il riferimento ai maestri del sapere letterario, filosofico e storico. Ogni cosa che il protagonista tocca sembra assumere per osmosi letterarietà. Il suo vivere all’intero dei romanzi lo porta a vestirsi e ad atteggiarsi come i famosi hidalgos delle avventure che legge ogni giorno, e come non riconoscere in lui il folle Mercuzio shakespeariano, o il protagonista delle avventure narrate da Cervantes. Indubbiamente questo personaggio stride enormemente con la realtà nella quale dice di vivere; il romanzo, infatti, non è affatto ambientato nel XVIII o XIX secolo, bensì nell’epoca contemporanea, della quale Mercuzio sembra essere totalmente ignaro, come se avesse troncato ogni rapporto con il mondo esterno. I suoi occhi, così abituati ai mondi di finzione dei romanzi classici, una volta che il protagonista deciderà di immergersi nella realtà esterna, percepiranno la Roma contemporanea come una vera e propria giungla, popolata da indigeni appartenenti a chissà quale tribù selvaggia. In questo mondo così distante dai suoi libri, il Mercuzio di Daniel Albizzati sembrerà sprofondare nel più nero degli abissi, ma il provvidenziale intervento di un peculiare fornaio, Virgilio, lo risolleverà, guidandolo per i meandri di questa ingestibile realtà. Tra locali stravaganti, diciottesimi, zone poco raccomandabili, popolate da personaggi di dubbia connotazione, Mercuzio ci propone una nuova lettura della nostra realtà, mettendone in luce le intrinseche contraddizioni. Nel delirio di danze ipnotiche, al pari di un girone qualsiasi dell’inferno dantesco, anche Mercuzio incontrerà la sua Beatrice, che sembrerà rappresentare allo stesso modo una visione salvifica e irreale. A questo punto Virgilio impiegherà tutte le sue forze per rieducare Mercuzio alla società contemporanea, alla conquista tramite i social, che sembrano aver cambiato i sentimenti stessi delle persone, tutte volte a creare un improbabile avatar virtuale privo di qualsiasi difetto, e mentre «la tv una volta accesa, spegne le persone», Mercuzio impara che «una foto non scattata è un ricordo che non c’è» e che in giro vi è un nuovo tipo di droga, i like su Facebook. Mercuzio è sempre più spaesato, ma la presenza di Virgilio lo condurrà al porto sperato. Al contempo però il loro rapporto si fa sempre più ambiguo; chi è in realtà Virgilio? Perché dedica tutto il suo tempo a Mercuzio, arrivando ad […]

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Cinema e Serie tv

I film più belli di Audrey Hepburn, meravigliosa attrice senza tempo

Scopriamo insieme la nostra selezione dei film più belli di Audrey Hepburn, questa meravigliosa attrice senza tempo, nonché le curiosità legate a questi ultimi. Audrey Kathleen Ruston, conosciuta come Hepburn, dal cognome della nonna materna, è stata sicuramente una delle attrici più conosciute e amate di tutti i tempi. Vincitrice dei più ambiti premi cinematografici, tra i quali due premi Oscar, diversi Golden Globe, Emmy, Grammy, BAFTA e David di Donatello, è stata inoltre annoverata sul podio delle più grandi star della storia del cinema. In seguito al successo ottenuto negli anni ’50, ha lavorato al fianco dei più grandi attori dell’epoca, tra i quali Gregory Peck, Humphrey Bogart, Gary Cooper, Cary Grant, Sean Connery ed altri. Alcune scene dei suoi film, nonché gli abiti da lei indossati (anche in seguito al sodalizio con la raffinata casa di moda fracese Givenchy), sono divenute topiche e hanno segnato la memoria degli appassionati, nonché un vero e proprio codice di bellezza che si rivoluziona: un viso pulito, con due occhi enormi e scuri, come i capelli che lo incorniciano, che risulta bello qualsiasi espressione ella assuma. Nasce come ballerina, ma i suoi ruoli prima teatrali e in seguito cinematografici non possono che dare lustro alle sue indiscutibili doti di attrice carismatica ed elegante. Sarà la scrittrice Colette a volerla a tutti i costi come protagonista della versione teatrale del suo romanzo “Gigi”, e da qui la sua ascesa fu formidabile. La sua ultima apparizione sul grande schermo sarà negli anni ’80, e in seguito a tale scelta l’attrice si dedicherà alla famiglia, oltre che all’assiduo lavoro umanitario, ottenendo la nomina di ambasciatrice dell’UNICEF, grazie al suo instancabile ruolo nel sostegno delle popolazioni meno fortunate. I film più belli di Audrey Hepburn Vacanze Romane (1952) Oltre ad essere il film che sancirà il debutto dell’attrice nel panorama hollywoodiano, la sua interpretazione le valse la vittoria del premio Oscar come migliore attrice protagonista. La Hepburn interpreta il ruolo di una principessa che, stanca del suo ruolo nobiliare, decide di immergersi nella caotica vitalità romana, dove incontrerà un giornalista che ben presto si scoprirà innamorato di lei, ma che dovrà decidere se salvarsi la carriera, a scapito dell’innamorata. Topica è l’immagine della Hepburn in giro per le stradine della capitale sulla vespa guidata dal meraviglioso Gregory Peck, che ha fatto sognare intere generazioni, e continua a farlo. La magia della città eterna è lo scenario perfetto per l’interpretazione dei due magistrali attori, e la Hepburn dimostra ben presto la sua facilità nell’interpretare un volto regale, grazie alla sua finissima bellezza. Sabrina (1954) Un successo sembra incalzare l’altro, e la Hepburn, poco dopo il film di debutto, interpreterà l’indimenticabile Sabrina, figlia dell’autista di una famiglia abbiente, diverrà ben presto l’oggetto del desiderio nonché della disputa di entrambi i fratelli della famiglia, per arrivare poi a scegliere quello dei due che meno ci si sarebbe aspettati.  In questo film è affiancata da Humphrey Bogart e William Holden e i meravigliosi abiti indossati dall’artista sono targati Givenchy. Questa volta […]

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Libri

Atlante: il libro d’esordio di Vincenzo Scaglione| Recensione

“Atlante” è l’esordio letterario di Vincenzo Scaglione, di recente edito da La bottega delle parole. Sin dalle prime pagine abbiamo la sensazione di entrare all’interno della mente di un’anima spaesata, la cui bussola è impazzita, e il cui dolore è tangibile. Atlante è un racconto frantumato, dove tempi passati e presenti si alternano vicendevolmente, proprio come le emozioni in un cuore deluso. Il protagonista della vicenda, Valerio, ci trascina nel suo flusso di pensieri e di emozioni. C’è il sogno allucinato, ma c’è anche il ricordo lucido e vivo. C’è la delusione per una storia d’amore che, una volta finita, porta via con sé anche tutto il resto, ma al contempo c’è la voglia di rialzarsi con le proprie gambe e continuare a camminare da soli.  Nel cuore del racconto di “Atlante” di Vincenzo Scaglione Il racconto di Vincenzo Scaglione ha un punto focale, al quale, come presi da un vortice, tornano i ricordi più disparati e lontani: il centro dell’uragano è sempre lei. Quell’amore che ci convince a stravolgere la nostra vita, non solo a pensare per due, ma a vivere concretamente in due. Il racconto di Vincenzo finisce per essere una sorta di auto-analisi, di confessione che sgorga inarrestabile da quel centro, da quella delusione che finisce per travolgere ogni cosa le gravitasse intorno.  Il dolore provocato da quella separazione inaspettata e indesiderata, Valerio lo conserva e lo custodisce, come riempitivo di quel vuoto. E proprio come un flusso di pensiero incontrollato, il racconto di Valerio si srotola tra le pagine, passando da un ricordo all’altro. Le frasi proverbiali della nonna morente, ricordate col senno di poi, sembrano quasi rappresentare una sorta di fatale premonizione del suo destino amoroso. È questo l’espediente messo in scena per ricordare l‘inizio della storia d’amore che sembra cambiare le sorti di Valerio: il primo casuale incontro ad una festa, una ragazza che sembra non avere nulla a che fare con l’ambiente circostante, e che proprio per questo risulta essere la più attraente, il primo scambio di battute niente affatto promettenti, ma poi il cambio di scena; una serie forse non casuale di coincidenze che portano i due ad uno pseudo avvicinamento… una favola tutta moderna, insomma. E così i ricordi del passato si alternano al presente, e si fa esplicita la necessità dell’oggi di andare avanti, nonostante la volontà di fissare ancora una volta quello che è stato, perché passato non vuol dire meno importante. Il linguaggio schietto e chiaro dell’autore rende più vivide le emozioni, come le metafore che utilizza, quasi a voler riportare esattamente quello che è il linguaggio del pensiero, e, attraverso la limpidezza delle parole che si susseguono sulla pagina, sembra quasi di vedere chiaramente il riflesso dei pensieri dell’autore. Come anticipato dai paragrafi iniziali, la favola moderna finisce, senza una causa straziante, ma non per questo con meno dolore. Quello stesso dolore è intessuto nelle parole del racconto, ed è vivida la voglia del protagonista di riprendersi ripartendo da se stesso. Forse proprio dalle sue stesse parole. […]

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Culturalmente

Calipso, la misteriosa dea greca innamorata di Ulisse

Calipso fu la dea che, nel V libro dell’Odissea di Omero, accolse Ulisse sulla sua isola, Ogigia, tenendolo “nascosto” in questo paradiso perduto per sette anni. Nell’etimologia greca del nome è infatti racchiuso il suo ruolo all’interno della vicenda omerica: Calipso deriva dal verbo “nascondere”; per amore, trattenne Ulissa sull’isola contro la sua volontà, fino al definitivo abbandono dovuto a un comando dato direttamente dal padre degli dèi, Zeus, il quale va solo assecondato, come affermerà Ermes, il messaggero, incaricato di avvertire la dea innamorata dell’infausta decisione divina. Le incerte origini di Calipso e la misteriosa dimora La dea Calipso, secondo quanto tramandato da Omero, fu la figlia di Atlante e Pleione. Altre leggende la vogliono invece dea del mare, o Nereide, ma in alcuni appare anche tra le Oceanine, figlie del titano Oceano e della titanide Teti. Le vicende della dea sembrano prendere spunto dal topos del viaggiatore che, lontano dalla patria, gode dell’amore di una figura sovrannaturale, come avviene anche con la maga Circe. Ma Calipso, date anche le scarse apparizioni letterarie, sembre essere un’invenzione omerica, più che una leggendaria figura divina. La stessa dimora della dea, l’isola di Ogigia non è facilmente localizzabile. La narrazione suggerisce la sua collocazione nell’ignoto mar occidentale, forse nei pressi di Ceuta o Gibilterra, in un luogo remoto e lontano dagli uomini, e ciò fa pensare a una sorta di luogo d’esilio e di castigo per qualche peccato commesso dalla ninfa. L’isola però viene descritta da Omero come una sorta di Eden, grazie alla rigogliosa natura che l’adorna, dove troviamo Calipso spesso intenta a tessere, ma al contempo diviene paradossalmente la gabbia dorata della dea, secondo alcuni a causa del fatto che si schierò dalla parte del padre nella Titanomachia. L’arrivo di Ulisse e l’amore non corrisposto All’inizio del V libro dell’Odissea, Ulisse approda sulle sponde dell’isola, unico superstite in seguito alla perdita dei compagni di viaggio, puniti per aver trasgredito all’ordine divino di non uccidere le vacche sacre della Trinacria. Qui, l’eroe incontra la dea che se ne innamora. Le sorti di Calipso sembrano però essere destinate a una continua e infinita sofferenza; oltre a vivere in questo luogo incantato, ma desolato, non viene ricambiata dall’eroe, che anzi non desidera altro che tornare in patria, dalla moglie. In questo modo Calipso risulta essere sicuramente un’amante instancabile, che non si arrende e per sette lunghi anni continua ad amare un uomo, nonostante i suoi rifiuti. Al contempo però è un personaggio destinato all’infelicità. Gli dèi riunitisi, infatti, stabiliscono che Ulisse è pronto a tornare in patria, e inviano il loro messaggero Ermes, che pur malvolentieri, reca l’infausta notizia alla dea. Calipso non nasconde la sua sorpresa di fronte all’insolito arrivo di Ermes e non perde occasione per lamentare l’ingiusto maschilismo degli dèi che non consentono le unioni, seppur fedeli, di dee con esseri umani, ma per i quali non vale lo stesso divieto.  Ulisse, per quanto caparbio e deciso a voler tornare in patria, arrivando a rifiutare il dono dell’immortalità concessogli dall’innamorata […]

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Culturalmente

Lyrical Ballads: la nascita del romanticismo inglese

Lyrical Ballads e Romanticismo inglese Le Ballate Liriche, meglio conosciute come “Lyrical Ballads” sono una raccolta di poesie pubblicate in Inghilterra da William Wordsworth e Samuel T. Coleridge nel 1798. In seguito Wordsworth pubblicò nel 1800 una prefazione che è divenuta il manifesto per antonomasia del Romanticismo inglese, e segna una vera e propria rivoluzione nel panorama poetico precedente, coniugando due visioni differenti di una poetica comune. La poesia per William Wordsworth Al centro della poetica di Wordsworth vi è sicuramente una visione panteistica della natura, e una necessità di ritorno all’innocenza primordiale, talvolta al periodo dell’infanzia, quando le emozioni erano più vive e sincere, in contrapposizione all’attuale società corrotta dalla civiltà; Wordsworth nella prefazione delle Lyrical ballads afferma che i sentimenti umani, riportati ad uno stato rurale, e dunque alla loro originaria natura, possano esprimersi con maggiore semplicità ed essere dunque enfatizzati perché analizzati più da vicino, perché soggetti a minori costrizioni, quelle che invece troviamo nella cosiddetta civiltà. Al poeta spetta dunque il compito di mettere in luce le affinità che riscontra tra natura e uomo. Le Lyrical Ballads rappresenteranno il caposaldo del romanticismo inglese per un ulteriore aspetto rivoluzionario; è messo in discussione il precedente ruolo del poeta all’interno della società. Wordsworth afferma infatti di essere un uomo come gli altri, che parla piuttosto che scrivere; le capacità di espressione del poeta sono dovute a una sensibilità spiccata che gli permette di vedere al di là delle cose; egli vuole però parlare a tutti gli uomini, e per questo il soggetto è l’uomo comune. Non la sola nobiltà prende la parola all’interno delle poesie, e questa è la più grande rivoluzione; per arrivare a tutti, il poeta parla come la gente comune, perché ognuno è in grado di sentire e percepire a suo modo. Il linguaggio utilizzato dal poeta sarà dunque quello comune, lontano da quello settecentesco, stereotipato per l’eccessiva ricercatezza. Ciò non sarà facile da mettere in pratica, né tantomeno facilmente accettato. Una ulteriore rivoluzione all’interno del panorama poetico è segnato dal concetto di poesia come “libero fluire di sentimenti” filtrati dal ricordo, dunque come espressione di ciò che l’uomo prova dentro, degli stati d’animo; ciò rivoluzionerà il concetto classico di poesia, e l’avvicinerà a ciò che essa rappresenta oggi. La poesia, secondo Wordsworth, non nasce nel momento in cui si prova l’emozione, bensì quando essa è rivissuta nel ricordo, quando tale forma è filtrata e dunque purificata. Compito del poeta è dunque quello di rendere evidente questa purificazione, affinché l’uomo comune ne tragga giovamento per una personale ascesa morale e spirituale. La poesia per Samuel Taylor Coleridge Samuel T. Coleridge ha contribuito alla raccolta delle Lyrical Ballads con un numero inferiore di componimenti, che si distanziano dalla poetica di Wordsworth. Se quest’ultimo infatti può essere considerato il poeta dell’ordinario, Coleridge al contrario è il poeta del sovrannaturale. Poema emblematico di tale concezione è “La ballata del vecchio marinaio”, tra i testi più famosi delle Lyrical Ballads, nel quale è evidente la teoria poetica sviluppata dall’autore, […]

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Culturalmente

Maudit: i poeti maledetti sulla soglia della modernità

Con il termine maudit si intende una serie di poeti, amici del poeta francese Paul Verlaine, che li identificò con l’appellativo “maledetti” in una sua opera datata 1884. Ad accomunarli, lo spirito di ribellione nei confronti di una società, quella di fine 800, nei cui ideali questi ultimi non si riconoscono più. Il poeta, in tale società, perde il ruolo assegnato ai suoi predecessori di “vate”, per diventare un uomo qualunque, anzi un isolato, un incompreso. La poesia non ha più il ruolo di guida della società, se i poeti non si riconoscono nei valori che la società propina. Per questo motivo l’atteggiamento assunto dai maudit è provocatorio e sregolato, talvolta ai limiti della legalità. L’angoscia che provano, legata al mancato riconoscimento all’interno della realtà, li porta a ricercare forme sovrannaturali e surreali nelle quali immergersi, anche con l’aiuto di sostante stupefacenti. La poesia diviene dunque il terreno di queste nuove sperimentazioni, una sorta di fuga da un mondo cupo e soffocante. È solo nella rottura col mondo circostante e coi legami razionali, che il poeta ritrova il contatto con l’”assoluto”, attraverso la sua poesia, che di conseguenza non è sempre di facile lettura. Immergiamoci dunque insieme nel mondo dei cosiddetti maudit, per conoscerli meglio e comprenderne la poetica. Charles Baudelaire, il Maudit per eccellenza A modello del poeta maudit vi è sicuramente il francese Charles Baudelaire. Quest’ultimo è considerato il capostipite dei poeti maledetti che seguiranno, nonché precursore della modernità, per la sua vita sregolata e vissuta sempre in bilico, nonché per i motivi e lo stile delle sue poesie. La sua stessa opera “Le Fleurs du mal” subì un processo per oltraggio alla morale e fu bannata, per assumere solo molto tempo dopo il valore di capolavoro indiscusso dell’ottocento francese e europeo. Il titolo emblematico congiunge in un ossimoro il male, il negativo a qualche cosa di seducente e attraente, il fiore appunto, affermando sin dalla soglia il valore del male come qualcosa da scrutare, che attrae, piuttosto che allontanare. Lo scandalo è avvertibile sin dal titolo. Le poesie di Baudelaire propongono un viaggio che, attraverso i “paradisi artificiali” conduce il poeta ed il lettore stesso verso una realtà altra, che è ben lontana da quella che circonda il poeta. Le atmosfere surreali e il linguaggio ermetico del maudit per eccellenza ne sono la concretizzazione. Tutto ciò nella speranza di un illusorio conforto in una realtà che è altro. La vacuità della fuga fa si che il poeta possa confidare infine solo nell’ignoto.  L’opinione di Verlaine Sulla scia della poetica proposta da Baudelaire, Paul Verlaine, nella sua opera che dà il nome a questi poeti, si propone l’intendo di rendere loro giustizia, in un tempo che non conferisce a questi ultimi il ruolo che meritano. Verlaine attribuisce l’appellativo di maudit a Tristan Corbière, Marcelline Desbordes-Valmore unica donna maudit; Villiers de l’Isle-Adam, a se stesso, con lo pseudonimo di Pauvre Lelian, nonché ai più famosi Arthur Rimbaud e Stéphan Mallarmé.  Tali poeti, non riconoscendosi nella realtà nella quale vivono, tentano […]

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Libri

Quando un uomo cade dal cielo di Lesley Nneka Arimah – Recensione

“Quando un uomo cade dal cielo”, l’esordio letterario di Lesley Nneka Arimah, scrittrice afro-americana, è finalmente arrivato in italia, edito dalla casa editrice SEM, dopo aver ottenuto un ottimo riscontro negli Stati Uniti. I racconti narrati dalla scrittrice danno voce a personalità diversissime, ma al contempo un fil rouge mantiene legate le pagine del racconto, attraverso una voce che narra le gioie ma soprattutto i dolori della vita con una spontaneità disarmante. Le storie si aggirano tra i generi più disparati, dalla leggenda al realismo che in alcuni punti diventa magico, attraverso le tradizioni di un popolo la cui cultura scorre nelle vene e nell’inchiostro della scrittrice; il folklore delle tradizioni africane, dove molti dei racconti sono ambientati, e dei quali tutti portano impressa almeno una traccia, è lo spunto per affrontare problematiche che accomunano tutti; drammi familiari, amore e amicizia, nonché tradimenti, ma a spiccare e ad emergere forte è la voce delle donne, protagoniste di drammi e di problematiche che spesso diventano però la loro forza, o la loro fine. Quando un uomo cade dal cielo: dentro le storie… A caratterizzare le donne raccontate da Lesley una scintilla, talvolta un vero fuoco, che arde loro dentro, ma che in un modo o nell’altro, la società o l’ambiente in cui si trovano, provano in tutti i modi a spegnere, perché tutt’intorno vi è deserto di emozioni, di conseguenza quelle troppo forti vanno sopite. Le giovani donne di questi racconti, le figlie, sono definite ribelli, talvolta semplicemente troppo intelligenti e dalla spiccata curiosità, dote niente affatto ben vista; tale animo sveglio viene spesso represso da madri che hanno subìto lo stesso trattamento quando erano giovani, e che talvolta vogliono evitare alle figlie, paradossalmente, ulteriori sofferenze. I padri se non sonnecchiano sul divano, con una birra, sono comunque assenti, o morti. Tutti i racconti si spezzano sul finale, come a voler lasciare interdetta l’ultima parola, forse perché pronunciarla sarebbe troppo, o perché in questo modo possiamo immaginare che quella scintilla che le caratterizza abbia ancora una speranza. Le giovani di questi racconti cercano in ogni modo di far sentire la propria voce, anche a costo di incorrere in una cocente punizione, come accade alla protagonista del terzo racconto, in una scena quanto mai attuale, intitolato appunto “Ribelle“: “O quando mi avevano sospesa perché avevo dato della vacca fascista alla mia insegnante di Retorica e Comunicazione dal momento che si rifiutava di lasciarmi argomentare a favore del diritto all’aborto, un tema su cui non avevo un’opinione precisa fino a quando non mi è stata negata la possibilità di difenderlo.” È in punti come questi che emerge la forte personalità della scrittrice, che dietro il destino spesso ingiusto delle proprie protagoniste, non riesce a trattenere la propria sensibilità di donna forte in un mondo che vuole assoggettarla ancora. Il racconto spesso si ricostruisce a ritroso, come se i protagonisti ricordando, narrassero la storia partendo dal momento presente, per arrivare a quello passato, e così la confusione dei tempi del racconto è l’emblema dello stato confusionale dei protagonisti.  […]

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Culturalmente

Luis Sepulveda, uno scrittore dalla vita avventurosa

Luis Sepulveda, scrittore cileno nato nel 1949, è una figura particolarmente interessante nel panorama sudamericano e non solo. Lo spirito avventuroso che caratterizza lo scrittore era infatti proprio dell’intera famiglia, e sarà la cifra stilistica delle sue opere, che spaziano tra stili molto diversi tra loro, non perdendo il carattere forte e sfrontato dell’autore. Conosciamo insieme la storia dello scrittore.  Una vita avventurosa Luis cresce con il nonno paterno, un anarchico andaluso stabilitosi in America del sud, e lo zio, in quanto i genitori erano in fuga a causa di una denuncia ricevuta dal nonno materno. La sua passione per la scrittura, e soprattutto per la letteratura avventurosa, Conrad, Salgari e Melville tra i suoi preferiti, è precoce, e sin dalle scuole superiori Luis inizia a scrivere per un giornale, e a soli vent’anni riceve il suo primo premio letterario. Si iscrive inoltre alla Gioventù comunista, oltre a ricevere una borsa di studio per l’università di Mosca. La sua esperienza sovietica però dura pochi mesi; viene infatti espulso a causa di “atteggiamenti contrari alla morale proletaria”. Inizia un periodo di spostamenti continui, ed è di nuovo in Cile, dove viene espulso dalla Gioventù comunista. Si sposta poi in Bolivia, dove prende parte all’esercito di Liberazione Nazionale. In Cile termina gli studi teatrali e continua a scrivere racconti. Si iscrive al Partito Socialista, e arriva a far parte della guardia personale del presidente Allende. Con il colpo di stato di Pinochet del 1973, Sepulveda viene arrestato e torturato, e poi rinchiuso in una cella minuscola. Grazie all’intervento di Amnesty International viene liberato. Il suo perseguire le proprie idee anche nei suoi spettacoli teatrali gli costò un secondo arresto che si concluse inizialmente in una condanna all’ergastolo, che gli fu commutata in una pena all’esilio. Dovendosi recare in Svezia, al primo scalo a Buenos Aires fuggì alla volta dell’Uruguay, e da lì peregrinò per vari paesi dell’America Latina. Si stabilì infine in Ecuador, dove riprese a fare teatro e si dedicò a una campagna UNESCO, stando a contatto per vari mesi con la comunità degli Indios Shuar per studiare gli effetti della civiltà sulle abitudini di questi popoli; da qui nasce il suo interesse per le tematiche ambientali e l’amore per la natura, riversato nel libro che l’ha consacrato sulla scena mondiale “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” insieme al suo amore per la lettura. Si unì in seguito alle brigate internazionali Simon Bolivar per la guerra in Nicaragua. Si dedicò in seguito al giornalismo, e si stabilì in Europa, tra la Germania e la Francia. Si unì all’organizzazione ecologista Greenpeace. Tornò per un breve periodo in Cile, per stabilirsi alla fine in Spagna. La vita avventurosa di Sepulveda sarà fonte diretta per alcuni dei suoi romanzi, tra i quali “La fine delle storia” e “Il mondo alla fine del mondo”. I mille orizzonti della letteratura di Luis Sepulveda I generi letterari nonché gli stili toccati dall’autore risentono della sua vita avventurosa, del suo sguardo poliedrico sul mondo, dei mille orizzonti interiorizzati […]

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Recensioni

Il paradiso perduto. Leela debutta al Teatro Grande di Pompei

Un micro cosmo bicolore, fatto di ombre, voci soffocate e corpi. “Il paradiso perduto. Leela”, una produzione del Teatro Stabile di Napoli, con coreografie di Noa Wertheim in collaborazione con la Vertigo Dance Company, ha debuttato l’11 luglio 2019 al Teatro Grande di Pompei e sarà in scena fino al 13. Il titolo, un calco del poema seicentesco del poeta inglese John Milton, ne richiama il tema della caduta dell’uomo dall’Eden, con tutte le conseguenze legate al conflitto individuale tra libera volontà e condizionamento sociale. Le forze primordiali del desiderio e della tentazione esplodono e invadono la platea attraverso una danza che coinvolge ogni parte del corpo, oltre che dell’anima. Un conflitto, che però talvolta è comunione, unione, fusione. La volontà di emanciparsi da una forza esterna e coatta è estremamente evidente. Il paradiso perduto: la danza delle anime La scena si apre con una diagonale di corpi e anime che sfilano lungo un fascio di luce. Il primo contatto è quello del volto, delle menti, degli occhi, prima ancora che quello delle mani. A due a due i corpi si toccano ed è come se il fascio di energia vitale, che parte da ognuno, si scontrasse con quello con il quale viene a contatto, dando vita talvolta ad uno scontro, altre volte a una vera e propria fusione. E quelle mani che si uniscono per scontrarsi, talvolta si fanno da parte, nella ricerca spasmodica di contatti corporali, di abbracci tra corpi che si ritrovano uniti nello stesso destino di caduta e, forse, di perdizione. Prima un uomo e una donna che lottano, unendosi e respingendosi di continuo, poi donna e donna, uomo e uomo. Nelle coppie non v’è distinzione e l’energia che emanano è identica. La lotta è senza tregua, e il cuore, il centro propulsore della forza vitale, batte fino a materializzarsi al di fuori del corpo stesso attraverso un movimento ondulatorio che lo fa precipitare verso il basso. Non sono solo i corpi a vibrare, ma le anime stesse, in movimenti che da fluidi diventano concitati, così interiori da proseguire al di là delle note; la danza, forma d’arte inscindibile dalla base musicale, è spesso in questo micro-cosmo, indipendente, e i movimenti non si interrompono, come a rispecchiare e richiamare una melodia interiore, una danza silenziosa ma mai muta. Il conflitto, da lotta interiore si esteriorizza attraverso il contatto: le mani di tutti vanno a sovrapporsi, e la testa, la mente, il centro propulsore della razionalità, il contrario dell’istinto rappresentato dal cuore che batte, diviene il centro del contatto. Le mani, come fili conduttori, costringono la mente sotto il proprio giogo, e solo per brevi istanti il corpo riesce a distaccarsene, allontanandosi. Ma un’attrazione magnetica lo richiama a sé. La lotta per l’emancipazione dell’io è continua e impervia. Man mano ogni corpo se ne distacca, lasciando perplesso lo spettatore su quanto tale scelta implichi un condizionamento portato a compimento, o un vero e proprio distacco. La scena si colora in un unico momento, quello emblematico della fusione di […]

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Culturalmente

Fiabe per bambini: sogni ad occhi aperti per grandi e piccini

La fiaba è tra i generi letterari più amati e apprezzati da tutti; forse gli adulti più felici le hanno conosciute sin da bambini, quando, prima di andare a letto, la mamma o il papà accarezzavano la loro fantasia con racconti di eroi che compivano azioni straordinarie, e che dopo lunghe e travagliate vicende, riuscivano vittoriosi a sposare la principessa che avevano amato sin dal primo sguardo. Spesso tali storie sono frutto di credenze o del folclore popolare, rispecchiando le tradizioni culturali dalle quali provengono. Derivanti dalla tradizione orale, hanno avuto un grande sviluppo in Oriente con le celeberrime fiabe delle “Mille e una notte”. In Europa, poi, tra i primi trascrittori di fiabe per bambini troviamo l’italiano Giambattista Basile, il francese Charles Perrault e i fratelli Grimm, tedeschi, oltre al danese Hans Christian Andersen e all’italiano Carlo Collodi. Alcune di queste fiabe sono stare riprese nei film Disney che le hanno consacrate al grande pubblico, talvolta convertendo il finale tragico nel lieto fine che tutti conosciamo, come nel caso della Sirenetta. Oltre alla fiaba, altro genere di grandissima diffusione è la favola, che si distingue dalla prima per le tematiche moraleggianti e i protagonisti composti da animali che spesso sono la personificazione dei vizi o delle virtù umane. Di seguito vi proponiamo una serie di fiabe per bambini tra le più conosciute e amate da grandi e piccini. Alcune tradizionali fiabe per bambini Cappuccetto rosso (fratelli Grimm) Tre le fiabe per bambini sicuramente questa è tra le più amate, anche se atipica per l’assenza di principesse e principi. Troviamo invece una bambina temeraria che si inoltra nel bosco per andare a trovare la sua nonna e portarle del cibo, perché malata. L’intreccio si complica quando Cappuccetto incontra un lupo che, venuto a conoscenza dei suoi piani, le consiglia di andare a raccogliere dei fiori più in là dal sentiero indicato dalla mamma, anticipandola a casa della nonna con l’intenzione di mangiarla. La nonna lo fa entrare credendo si tratti della nipote e il lupo la ingoia in un sol boccone. Arrivata anche Cappuccetto, finisce anche lei nella pancia del lupo, che si addormenta soddisfatto. Il suo russare richiama però il cacciatore che nel vederlo, comprende ciò che è successo e salva nonna e nipote tagliando la pancia del lupo. Cappuccetto imparerà così che non dovrà più disobbedire e allontanarsi dal sentiero che la mamma le aveva indicato. La sirenetta (Andersen) La fiaba che conosciamo racconta di una piccola sirena, figlia del re dei mari, che si innamora di una statua caduta sul fondale marino, raffigurante un uomo che vive sulla terra. Il giorno del suo quindicesimo compleanno ha finalmente il permesso di salire in superficoe e si imbatte in un vascello sul quale vede degli uomini intenti a festeggiare. Purtroppo il vascello è abbattuto da una tempesta, ma la sirenetta riesce a condurre in salvo un uomo che stava annegando, e se ne innamora, riconoscendovi quello della statua che l’aveva incantata. Tornata nel fondo dei mari, dopo tanta sofferenza, decide di fare […]

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