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Eroica Fenice

Libri

Io sono qui di Michelle Grillo: Abbandonarsi per ritrovarsi (Recensione)

Io sono qui, la nostra recensione del primo romanzo di Michele Grillo Io sono qui. Ma qui dove? E chi sei tu, che prorompi nella mia vita così improvvisamente, dopo avermi abbandonata, dopo aver preferito costruire la tua vita altrove? «Perché ci si sente sempre un po’ sbagliati quando un genitore va via». Queste e innumerevoli altre domande confondono il lettore nella spasmodica ricerca della verità, la stessa agognata da Céline, protagonista del primo romanzo di Michelle Grillo, Io sono qui. La scrittrice francese, in passato giornalista per la Repubblica-l’Espresso e attualmente parte della direzione artistica del bistrot letterario Freadom Book & Music, si misura qui per la casa editrice Alessandro Polidoro Editore con il mondo interiore di una protagonista tormentata dai fantasmi del passato e dagli spettri del presente, nessuno realmente in grado di svelarle il mistero della scomparsa improvvisa della madre. Io sono qui di Michelle Grillo si apre con una telefonata, una telefonata fatale. Céline viene a conoscenza della morte della madre, Simone, ormai da quattordici anni divenuta una sconosciuta. «Una volta davanti alla porta di casa mi aveva detto che mamma era andata via, che non l’avremmo mai più rivista. Non aveva cercato parole diverse, mi aveva detto le cose come stavano. Eravamo entrati dentro, la casa mi era sembrata buia ed enorme». La notizia della sua morte è in ogni caso accolta con un velo di malinconia, nella consapevolezza della distanza fisica e psichica che ormai intercorre fra queste due anime tormentate. Il tormento è la chiave di lettura, ma Céline, accecata dall’ira tutta rivolta alla sua assente genitrice, non lo capirà facilmente. I funerali si tengono a Parigi e così Céline è costretta a sradicarsi dalla sua quotidianità, quella in cui il suo essere autosufficiente l’aveva allontanata da profondi legami umani. «Sono abituata a caricarmi dei miei pesi». La sua psiconarrazione è affollata di oggetti, la muraglia entro la quale si è barricata dopo che il contatto con l’altro le ha arrecato solo ferite. Da qui, la sua tendenza a non attaccarsi mai alle persone, come fanno i gatti, perennemente randagi. Ma a mano mano il suo racconto in prima persona si affollerà di ricordi della madre, della loro vita insieme. Abituata all’assenza, Céline rivela il malessere della solitudine, il dolore causato dal non lasciarsi mai alleggerire dal peso che la opprime. Un personaggio duro nel tono della voce, «con i capelli rasati e la giacca di pelle nera», ma debole una volta a letto, la sera, in preda all’insonnia. Il viaggio di Io sono qui sarà per lei una bildung, una formazione. La scoperta della vera identità e del vero passato della madre avrà qualcosa a che fare con la scoperta di sé. Avevano imparato a bastarsi da soli, suo padre e Céline. «Una posata. Un bicchiere». Eppure, qualcosa ancora sfuggiva a quell’egocentrismo emozionale. Io sono qui, tu dove sei? L’intreccio avvincente di Michelle Grillo Io sono qui di Michelle Grillo con il suo intreccio avvincente e una prosa minimalista propone la strada verso la redenzione, […]

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Libri

Lisa Ginzburg: la Pura invenzione che ci salva

In occasione della Giornata mondiale del libro, la casa editrice Marsilio ha scelto come regalo di fine aprile i titoli della collana PassaParola. Fra questi, “Pura invenzione” di Lisa Ginzburg. PassaParola è un progetto editoriale che si fonda sul legame affettivo che lettori e scrittori della nostra contemporaneità stringono da sempre con i classici della letteratura mondiale. A partire dalla rinomata massima di Italo Calvino sull’atto d’amore che è la lettura, Marsilio apre uno spazio che dal momento fondamentale della fruizione si estende al racconto di vita. Ogni scrittore si lascia attraversare dalle parole di un maestro spirituale, individuato tra gli scaffali della propria esperienza. Lisa Ginzburg, scrittrice e saggista, ripercorre il suo vissuto tra i punti dell’acrostico di un nome che è diventato leggenda, per le suggestioni che non smetterà mai di evocare: Frankenstein. Ad ogni capitolo una lettera, in un percorso che parallelamente rivela i retroscena salienti dell’opera di Mary Shelley e quelli della vita della Ginzburg. La ricostruzione del percorso artistico e della nascita del mito diventa atto di composizione dell’io. Entrambe figlie d’arte, Mary Shelley e Lisa Ginzburg: la prima, figlia della filosofa femminista Mary Wollstonecraft e del filosofo politico William Godwin; la seconda, della storica del femminismo Anna Rossi-Doria e dello storico Carlo Ginzburg. Entrambe trovano nella pura invenzione la forza dell’espressione e un mezzo per affrancarsi. «Essere me stessa. Inventando: non in altro modo avrei potuto». La citazione della Ginzburg sembra dar voce anche al pensiero della sua ispiratrice, nel processo di rispecchiamento alla base di questo ideale dialogo. Creare diventa sinonimo di rigenerarsi, «ripartorirsi» come si legge in Pura invenzione. Inventare vuol dire anche esorcizzare il troppo pensare, astrarsi per divenire in una dimensione di completa libertà. Se già la nonna Natalia aveva rinnovato il modo di raccontarsi quando in Lessico famigliare aveva preferito riportare gli eventi in base alla memoria emotiva, oggi Lisa Ginzburg realizza un racconto di sé che non può prescindere dal peso del ricordo. Un percorso di vita dall’infanzia all’età adulta, lungo il titolo memorabile del romanzo di Mary Shelley. Frankenstein: la storia di un figlio deluso dalla violenza paterna, culminata nella morte che risolve un duplice tormento. «Per uno, il tormento di aver creato; per l’altro, la terribile pena di essere stato creato». L’attenta analisi di Lisa Ginzburg si districa dalla prima all’ultima lettera del nome di questa creatura disamata, formando un acrostico: la felicità di ritrovarsi nell’invenzione, provata da chi crea e a da chi riceve; la rabbia come espressione di un malessere sotteso e in agguato; le asimmetrie dei rapporti sentimentali; la notte dalla cui oscurità si viene salvati grazie all’attività creativa; il caos della deformità, ragione di un «disordine emotivo» che è principio di tutte le cose, da accettare e da accogliere; l’eros scaturito dalla rilettura comica del romanzo, Frankenstein Junior; il nessuno che è un bambino senza nome, o anche quello che siamo noi, nel tentativo di liberarci dal nostro; il sogno, potente come quello del romanzo di Arthur Schnitzler, in contrapposizione con il […]

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Filippo Tuena rivela Com’è trascorsa la notte | Recensione

Com’è trascorsa la notte di Filippo Tuena, edito da Il Saggiatore, è tra i titoli principali dell’iniziativa Solidarietà Digitale. Il tempo di una notte, una notte d’estate. C’è una voce che accompagna chi tarda ad assopirsi, nel languore dell’afa e delle ultime luci. Una voce che si appella a un vissuto comune, a un sentore presente di profonda malinconia. Il narratore si pone di fianco al lettore, lo accudisce riservandogli ogni premura, per prepararlo a ritrovare di lì a poche pagine la sua personale esperienza. Una voce che seduce il suo interlocutore, traendolo a sé con la forza persuasiva della memoria di occasioni perdute, spingendolo a rivivere passioni mai davvero trascorse. Un racconto di vita che qualcuno aveva già intessuto per lui secoli prima, e che ora la voce narrante ha il compito di recuperare in questa lunga veglia estiva. Filippo Tuena, romanziere e autore di saggi di storia dell’arte, in Com’è trascorsa la notte riporta sulla scena il folletto Puck, Oberon e Titania, re e regina delle Fate, il duca Teseo e la sua sposa Ippolita. Questi e tanti altri sono gli immortali personaggi di Sogno d’una notte di mezza estate, tra le opere più famose del drammaturgo e poeta inglese William Shakespeare. Quella di Tuena è una riscrittura che oscilla tra capitoli di saggistica e di cura documentaria, come dimostra l’apparato grafico costituito dai primi frontespizi dell’opera e le sue illustrazioni, e un testo teatrale frutto del pieno possesso dell’opera shakespeariana. Com’è trascorsa la notte di Filippo Tuena: tra vita e teatro La tecnica teatrale della rottura della quarta parete è adottata in Com’è trascorsa la notte in tutte le sue parti. Il saggista-commediografo è un tramite tra realtà e fantasia, divise da una linea quasi impercettibile. I personaggi di Shakespeare arrivano ad identificarsi con gli attori della scena contemporanea, da Ezra Pound ai Beatles. Chi legge si specchia negli intrighi amorosi che reggono la folta trama della commedia, nata per unire finalmente i mortali spettatori e le immortali creature della scena. Ogni personaggio ha il suo doppio, e ogni lettore può ritrovarsi nell’uno o nell’altro, vivendo l’esperienza di ogni sfumatura dell’amore. Il tormento di un passato dissepolto, una passione non corrisposta, amori folli ma proibiti. Filippo Tuena intitola questo viaggio nella notte a partire da una affermazione della regina Titania: rivolgendosi al re delle Fate, in una ritrovata serenità coniugale, la regina esce di scena con la richiesta che le si racconti gli accadimenti della notte. Teatro e metateatro, letteratura e metaletteratura. La notte è trascorsa nel pensiero ritornante, dolce e doloroso, dell’amore, e di cosa l’amore fa ai suoi fedeli. La malinconia diventa una culla dalle oscillazioni regolari, nella quale pian piano ci si addormenta, riconoscendo in sogno l’eternità dell’amore, imprescindibile punto di partenza per l’artista e per l’uomo. Che si segua allora il consiglio del re Oberon: «Diamo inizio alla notte». Immagine: Il Saggiatore

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Libri

Luca Melzi: La calla (petali di parole) | Recensione

La calla (petali di parole) è la seconda raccolta poetica dell’artista e scrittore Luca Melzi pubblicata a novembre 2019 da Giuliano Ladolfi Editore. Quando nel 2010, nel pieno della maturità di un’esperienza artistica trentennale, tra le tele con cui coabita nel suo appartamento di Monza, Luca Melzi inizia la stesura di quelli che ama definire «capricci d’inchiostro», ha già ben chiara la spinta sottesa al suo creare: la necessità di raggiungere l’essenza, intesa come primordiale espressione dell’intimo. L’arte è il recupero di un sentire, sia esso significato per verba o per imagines. La suggestione che anima La calla (petali di parole), seconda raccolta dell’artista monzese, è sussurrata dal cromatismo che è sale di ogni ricordo. La sua poesia intimista, sbocciata in un abbandono ora ascetico, ora mistico, vive di un sensismo volto alla ricerca dell’«eterna bellezza», nascosta tra gli spaccati del quotidiano. Come per la raccolta precedente, I colori della poesia (2017), pittura e scrittura si compenetrano, manifestando la presenza vicendevole dell’una nell’altra. In un andamento chiaroscurale, tra il trionfo della luce e l’incombere del buio, l’ordinario vive una metamorfosi perpetua che il testimone osserva nel confondersi di dimensione umana e naturale. La personificazione diventa espediente cardine per restituire l’immagine di una realtà vivace e vivificata dall’occhio dell’osservatore. Il poeta, attraverso il predominante andamento monologico, rivendica per sé uno spazio libero di creazione. L’io desidera il rifugio del suo atelier, inebriato dalle sequenze di visioni imbrigliate nell’enunciato nominale, in un reticolo poetico che intreccia inquietudine e quiete. La dimensione corporale si esprime sottovoce in un universo pervaso dall’atavico segreto del germogliare del fiore, simbolo al contempo di purezza e di precarietà. Al suo mistero, il poeta si abbandona estatico e sofferente, innamorato di quest’immagine di perfezione, e consapevole della sua fatale delicatezza. Alla predominante solitudine consegue la tensione malinconica volta a una figura materna, trasfigurata nella realtà onirica di una poesia dell’ideale, ma al contempo fisicamente pulsante nelle immagini di una natura radiosa e benevola. La calla, luminosa e dalla fondamentale portata simbolica, è portavoce della passione che da sempre accompagna la produzione artistica di Luca Melzi. L’artista intitola l’ultima raccolta al fiore per eccellenza, vergine nel candore del suo ampio petalo, avvolgente e protettivo. Melzi lo riconosce, osservando una fotografia della madre, nel ciuffo di capelli che scende ampio sulla sua fronte. Se la parola tende a una progressiva essenzialità, assumendo l’immediatezza dell’immagine e liberandosi da un’istintività decadente, l’immagine si contorce, sfogliata in frammenti multiformi, ora tra colori violenti e contorni decisi, in cui si condensano ambiguità e opulenza, assecondando aneliti di disfacimento, ora in sfumature delicate e impressioniste, nell’indefinita dolcezza del ricordo che rievocano. Il percorso poetico di Luca Melzi vive una crescita per la quale la parola dapprima segue l’andamento materico della pittura, nella sua spigolosità irregolare, per poi assumere una posa elativa, portando a compimento l’ardua ricerca dell’essenza, e facendosi latrice di un’istanza salvifica di possibilità. Immagine: Luca Melzi

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Libri

Arthur Schnitzler: Doppio sogno di fuga | Recensione

La casa editrice Adelphi annuncia quotidianamente, in questo periodo di quarantena, la fruizione gratuita di alcuni libri del suo catalogo. Fra questi, il titolo caldo di fine marzo è stato l’intramontabile Doppio sogno del romanziere e drammaturgo austriaco Arthur Schnitzler. Doppio sogno è la storia in due notti di Albertine e Fridolin, coppia di sposi nella cornice di una Vienna di fine ‘800. Il gioco dialogico tra i due che fin dalle prime pagine accompagna il lettore è un’audace messa a nudo. Pur condividendo una vita insieme, moglie e marito preservano pensieri reconditi di occasioni mancate. Decidono così di aprirsi in racconti sulla malinconia dell’ignoto, di fughe agognate e di incastri imperfetti sullo sfondo della Marina danese dove trascorrono le vacanze, e dove entrambi si affacciano sull’abisso di infinite possibilità. Il motivo del doppio che risiede nel titolo del romanzo breve di Arthur Schnitzler imbriglia i protagonisti in un intrigo surreale e misterioso. Dal momento in cui Fridolin si allontana per assistere un suo paziente in fin di vita, si profilano due strade parallele: la realtà surreale del marito, l’irrealtà percettibile della moglie. Lui, picaro di una notte insonne per le strade di Vienna, sedotto da una variopinta coralità femminile, e infine condotto dalla curiositas a un ballo in maschera esclusivo. Per caso, infatti, Fridolin incontra un amico di gioventù, Nachtigall, che, nella lunga serie di esperienze vissute grazie alla carriera musicale, viene coinvolto in alcune serate segrete durante le quali non gli è dato vedere neanche la tastiera del piano. La storia del pianista bendato affascina il medico, tanto da fargli supplicare l’amico di condurlo con sé. Tra le regole della festa, una parola d’ordine iniziale, significativamente Danimarca, e il volto coperto da una maschera. Arthur Schnitzler metaforizza attraverso il ballo un universo di perversione regolarizzata. I corpi nudi impegnati in lascivi accoppiamenti celano la loro identità dietro una maschera. Il castigo che viene inflitto agli intrusi è quello di mostrare il volto. Fridolin resta presto incastrato in questa realtà scabrosa, fino all’arrivo di una donna sconosciuta, della quale si innamora follemente, e che misteriosamente scompare dalla scena dopo essersi sacrificata per la sua salvezza. Il medico austriaco non è però completamente redento dal suo peccato: fino alla fine del racconto un’ombra nera si staglia sulla sua persona e su quella di coloro che hanno condiviso con lui questa notte, incombente come un sortilegio. A casa, Fridolin trova Albertine in uno stato di incoscienza, in preda a risa scomposte, risvegliata da un sonno tormentato. I parallelismi tra la folle esperienza del marito e l’evanescenza onirica della moglie acuiscono paradossalmente la distanza tra i due. Entrambi, nel mondo reale e in quello onirico, hanno finalmente assaporato il piacere del proibito, sovvertendo i piani di un’interdizione terrena, ed elevandosi verso una dimensione trasfigurata e diabolica. Albert Schnitzler con Doppio sogno apre una strada alternativa per i suoi protagonisti, rientrando nella logica dell’occasione che pochi anni prima aveva animato un altro romanzo breve: Il compimento dell’amore di Robert Musil. La temporanea fuga […]

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Culturalmente

Akiane Kramarik: dipingere con lo sguardo di Dio

Akiane Kramarik e la sua straordinaria storia Credere che una bambina di quattro anni possa essere in grado di sentire nei propri disegni un qualcosa di trascendente, un senso ulteriore, è quasi follia. Una bambina che trova nelle linee di pittura e nelle catene di parole la soluzione al malessere e la forza di andare avanti e di comunicare, convertendo addirittura l’intera famiglia alla fede, è un caso ben raro. Esseri straordinari di questo tipo vengono detti “bambini indaco”, e Akiane Kramarik è una di loro. Nata nell’Illinois nel 1994, Akiane non ha mai avuto influenze esterne che potessero contagiare realmente il suo lavoro artistico. La sua famiglia era una come tante, una comune famiglia americana, che non preferì impartire nessun tipo di credo religioso, educando la propria figlia a casa. Il nucleo familiare era dunque ristretto, e le possibilità di sentir parlare di quello che Akiane ha rivelato ai suoi genitori all’età di quattro anni sarebbe stato praticamente da escludere. In una intervista che la vede ormai sedicenne, Akiane Kramarik afferma di aver sempre espresso nei suoi disegni o nelle poesie che ha incominciato a scrivere a sette anni qualcosa che sentiva dentro, ma che con naturalezza aveva deciso di venir fuori, con il supporto di qualcosa o qualcuno. Non ha mai avuto dubbi nell’identificare quel qualcuno con Dio. Akiane Kramarik afferma «Lui è tutto quello che ho, è in tutto quello che faccio» Le sue parole sono limpide, il suo volto è sereno. Convinta dell’impatto dell’arte nella vita dell’uomo, Akiane Kramarik ha convertito la sua famiglia tramite le sue composizioni. Quando la madre le ha chiesto da dove venissero quelle parole, la risposta è stata immediata: da Dio. Una bambina prodigio che non ha mai ceduto il passo alla vanità. Akiane non ha mai creduto di essere diversa da nessun altro, fino a quando, ormai raggiunta la maggiore età, non ha compreso che non tutti avrebbero potuto ottenere quello che lei realizzava con la sua scrittura e i suoi disegni. Con naturalezza, Akiane disegna gli angeli così come crede siano, essenze appagate dal contatto diretto con Dio, con uno sguardo che nessuno può avere. Gli occhi sono il centro delle sue composizioni, occhi limpidi attraverso i quali poter guardare un mondo diverso da quello che quotidianamente abbiamo intorno. Sono solitamente sguardi di bambini, di angeli, di Gesù stesso. I sogni le consegnano i particolari di un mondo così distante ai nostri occhi, ma nel quale Akiane Kramarik è in grado di vivere per il tramite di un insegnamento superiore. Riuscire a sentire qualcosa di così elevato ha permesso ad Akiane di credere che la vita non abbia nulla di casuale, che il suo sia un dono e che ci sia una missione che Dio ha voluto per lei. I doni che ha sono solo il punto di partenza di un percorso che trascende Akiane Kramarik stessa. L’obiettivo finale è realizzare un racconto universale, mostrare una realtà profonda celata dietro lacrime limpide. Una spiritualità al di sopra del pensabile, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Villa Fernandes di Portici: incontro con Alessio Forgione

Incontro a Villa Fernandes di Portici con Alessio Forgione, autore di Napoli mon amour e Giovanissimi, giovedì 5 marzo. Marocco ha quattordici anni e vive con il padre a Soccavo, un quartiere di Napoli. La madre li ha abbandonati qualche anno prima, senza dare più notizie di sé, e lui vive quell’assenza come una ferita aperta, un dolore sordo che non dà pace. Frequenta il liceo con pessimi risultati e le sue giornate ruotano attorno agli allenamenti e alle trasferte: insieme a Gioiello, Fusco e Petrone è infatti una giovane promessa del calcio, ma nemmeno le vittorie sul campo riescono a placare la rabbia e il senso di vuoto che prova. Finché non accadono due cose: l’arrivo di Serena, che gli porta un amore acerbo e magnifico, e la proposta di Lunno, il suo amico più caro, che mette in discussione tutte le sue certezze. Dopo l’esordio di Napoli mon amour, Alessio Forgione torna con Giovanissimi, un romanzo di prime volte, che racconta un mondo di ragazzini che crescono tra desideri di grandezza e delusioni repentine, piccoli crimini e grandi violenze, in attesa di scorgere il varco che condurrà all’età adulta. La presentazione si terrà a Villa Fernandes (Via Armando Diaz, 144, Portici) alle 18.00 nell’ambito della rassegna “Napolidea”, un ciclo di presentazioni dedicate ad autori napoletani, grazie al partenariato della libreria Mondadori Point di Portici, l’associazione B-Lab, il Comune di Portici e il Premio Napoli. Ci sarà una breve introduzione della giornalista Ileana Bonadies. Dialogherà con l’autore la giornalista Marina Finaldi. Il progetto “Villa Fernandes”, sostenuto da Fondazione CON IL SUD in collaborazione con la Fondazione Peppino Vismara, ha l’obiettivo di creare – all’interno di un bene confiscato alla camorra – un Polo di sviluppo locale, apprendimento e innovazione, incrementando la partecipazione dei cittadini alla vita socio-culturale della città e favorendo nuove realtà imprenditoriali, percorsi formativi e posti di lavoro. Frutto del lavoro sinergico di 22 partner unitisi in rete, espressione di realtà associative fortemente radicate al territorio, il progetto mira, in particolare, alla creazione di un hub creativo in cui far dialogare Arte e Scienza, formazione e attività laboratoriali, servizi di assistenza alla persona e di orientamento per le nuove generazioni. Temi di interesse principali, dunque, saranno: l’uso sostenibile delle risorse ambientali, l’attenzione alle fasce più deboli non solo come destinatarie di interventi assistenzialistici ma come risorse da far emergere e valorizzare, il sostenere nuovi scenari integrati di sviluppo locale e sostenibile, il promuovere l’utilizzo di spazi comuni da favorire con la partecipazione e l’impegno dei cittadini, il reimpiego dei ricavi in nuove iniziative a vantaggio di tutti, la diffusione di varie forme d’arte liberandole dai luoghi chiusi e accompagnandole lì dove la società civile si incontra, dialoga e riscopre il senso e il valore del proprio essere comunità. Immagine: Cesare Abbate

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Food

Cantina La Barbera: la nuova proposta del locale vomerese

Cantina La Barbera: la rivoluzione del gusto con gli chef Igor Margotti e Fabiana Ferrucci. L’edificio Ottocentesco in Via Morghen, tra le zone più suggestive del quartiere Vomero, ospita negli ambienti spaziosi delle due sale superiori, della taverna e del giardino pensile, la Cantina La Barbera, luogo del gusto dal 1999. Fondata da Alberto Turco, scomparso prematuramente nel 2018, il locale vive ancora lo spirito del suo ideatore, grazie alla curatela dei suoi due amici, Antonio Pizzo e Alfonso Maria Avitabile, cultori della tavola e perdutamente innamorati del progetto della Cantina. Gli chef Igor Margotti e Fabiana Ferrucci contribuiscono oggi a saldare un’intesa culinaria che non teme di unire alle novità delle sue proposte i grandi classici della carta della Cantina La Barbera. Un trionfo di sapori è quindi la variegata selezione di formaggi proposta dal maestro Elio Testa. Con emozione racconta di un amore nato da quando, ancora piccolo, lo chiamavano Calimero, mentre rivolgeva gli occhi stregati dal basso verso il bancone di quelle leccornie che “colleziona” tutt’oggi, giocando con gli accoppiamenti e proponendo esperienze degustative raffinate. Tra queste, il Quadrello di capra alla salvia, dal sentore delicato; lo Stregato alla menta, frutto di lungo lavoro, uno dei formaggi portanti della tradizione casearia italiana, affogato nella strega beneventana e foderato di menta fresca; il Portocereja, dolce, erborinato di mucca consistente ma infiltrato dal vino liquoroso del Porto e coperto di ciliegia rossa di Vignola; il formaggio Fiori di Arancio, infiltrazione siciliana al Passito di Pantelleria, giocato con arancio trattato con l’erborinato di mucca come il Portocereja, la resa finale è qui di una consistenza meno marcata, piuttosto una crema morbidissima; il Blufalimo, primo dedicato alla Campania, lavorato meticolosamente su certezze di gusto. Punto di forza della Cantina La Barbera è la carne alla brace nella sue varianti più pregiate e, grazie all’impatto creativo dello chef Igor Margotti, anche nei tagli meno nobili, alla base di piatti delicati come la Tartare di diaframma di manzo con crackers di capperi, polvere di pomodoro e maionese di limone, e il Quinto quarto, cialdina di pane all’origano, cremoso al pecorino. Accoppiamenti interessanti quelli previsti per le variazioni di meat balls, una tavolozza di colori nel menu della Cantina La Barbera: si sono ottenuti così il Ragù inverso (fondente di pomodoro nel ripieno), il Burger di maialino nero in salsa di provola, il Black Angus, cremoso di zucca e chips di provolone piccante, e l’Absolute di vitellone bianco. Tra i classici intramontabili e irrinunciabili anche nella rivoluzione della nuova carta, i primi piatti di Riso acquerello, cremoso di blu di bufala e tartare di black angus e gli Ziti alla genovese. Lo chef Fabiana Ferrucci presenta la nota dolce della proposta della Cantina La Barbera, con la sua Sfera di cioccolato callebaut ripiena di rocher al cocco. Lo spazio della cantina, reso accessibile nei suoi ampi locali dal 2012, gode dell’intimità che l’esperienza enogastronomica è in grado di ispirare. La Cantina La Barbera si nutre della competenza del sommelier e degustatore Ais: Steggen Wagner. […]

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Vincenzo De Simone e Le anime di Partenope al PAN

Le anime di Partenope, mostra a cura di Vincenzo De Simone, al PAN dal 26 febbraio al 9 marzo. In un coro polifonico, ognuno ha il suo idioletto. Nove sono le voci incantatrici della collettiva in esposizione presso il Palazzo delle Arti di Napoli. La mostra Le anime di Partenope è un percorso plurilingue in cui si intonano melodie ogni volta nuove, perché sempre mutevole è lo sguardo sulla città. Rievocare Partenope vuol dire recuperare una dimensione di atavismo mitico che non dimentica di essere stato a lungo un tassello fondamentale della Storia, con misteri e suggestioni di quegli antichi che comunicano costantemente con i moderni. Il profilo della sirena madre della città è così riprodotto dai tratti innovativi delle grafiche di Riccardo Scognamiglio, il quale nel suo Canto accorato ricorda l’estremo sacrificio per la fondazione di Napoli, tratto fondamentale di questa intramontabile figura di donna. E ancora, Partenope rivive nelle fotografie di Valentina De Felice, nel territorio del parco Nazionale del Vesuvio, devastato dagli incendi del 2017. «L’alchimia della terra ha trasformato il carbone in argento», recita la didascalia del polittico della De Felice, dove figurano in parallelo la terra martoriata dall’azione dell’uomo e il busto di una Partenope che «oggi porta una serpe in petto». In questa ricostruzione dell’identità della città, si ritorna alla materialità tangibile della pittura con le opere di Giuliana Divino. Partenope è da lei riconosciuta nella sua essenza marina, e trasposta quindi nell’ideale attualizzazione di protettrice dei viaggiatori per mare, coloro che, abbandonati spesso a un destino di morte, vengono da lei traghettati verso luoghi sicuri, perché protetti dall’abbraccio della madre dell’accoglienza. Il curatore della mostra, Vincenzo De Simone, figura tra i nomi degli artisti de Le anime di Partenope, nella sua indagine sul cosiddetto genius loci, «che gli antichi riconobbero come quell’”opposto” con cui l’uomo deve scendere a patti per acquisire la possibilità di abitare». Per il tramite della fotografia, De Simone indaga i luoghi del quotidiano, sondandone la superficie sensibile, recuperandone lo spiritello. Di luoghi e sovrapposizioni di linguaggi si fa portavoce anche Gioia Sassano, con un gioco di acrilico su riproduzione fotografica. La sua Napoli è quella della metropolitana, degli angoli di strada individuabili nella loro quotidiana ricorsività, nel miracolo del quotidiano. Ancora un linguaggio nuovo quello adottato da Cristina Sodano, con il suo dipinto su tessuto La Dea della Luna. Una Partenope questa che vive la «capacità di creazione vulcanica» nel suo essere anello di congiunzione tra il mondo terrestre e quello celeste. Maurizio di Nassau è il fotografo premonitore, come dimostra con la sua serie irriverente Vacanze 2021, presentata all’inaugurazione del 26 febbraio con un esperimento di performing art di estrema attualità. Le acque di Partenope vivono la psicosi degli uomini di terra, in una contemporaneità virale, che nell’opera di Nassau gioca con se stessa, recuperando quel sano infantilismo ormai avvelenato da una claustrofobica ossessione. Francesca Cerfeda trasmette la sua Napoli con il linguaggio della scultura, nell’opera Amplesso, installazione che partecipa dell’innato presentimento mortifero del momento dell’estremo tripudio del […]

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Aladino Di Martino: un ricordo dal Conservatorio di Napoli

Signore dell’arte Artista della vita. Una manifestazione in ricordo di Aladino di Martino il 21 febbraio al Conservatorio “San Pietro a Majella” di Napoli. «Trent’anni che non ci sei». Inizia così la sua narrazione Patrizia Di Martino, figlia del compositore molisano. Eppure, continua, questa assenza è solo della sua fisicità, perché «tu resti nel cuore di tutti». Aladino Di Martino è nelle parole di sua figlia, nello sguardo emozionato di sua moglie, nel ricordo dei tanti alunni dei conservatori di Foggia e di Napoli, di quelli che lo hanno ascoltato a lezione di composizione, e di coloro che, troppo giovani, lo hanno conosciuto attraverso la sua musica, innamorandosi dell’idea intramontabile di arte che tutti oggi associano al suo nome. Aladino Di Martino è stato Signore dell’arte, nobilitato dal suo esserle totalmente devoto, fino a padroneggiarla e a diventare, utilizzando le parole a lui dedicate da Domenico Sapio, «un maestro dalla serena grazia delle persone grandi». Il suo approcciare libero e semplice alla materia e alla didattica è il segno riconoscibile dell’umiltà di questo magnanimo, ricordato ieri, 21 febbraio, attraverso la sua musica. Aladino è poi Artista della vita. Patrizia Di Martino è stata voce narrante degli episodi del percorso del padre. La vita del compositore potrebbe essere scandita in due momenti: dalla Puglia, come direttore dell’“Umberto Giordano”, liceo musicale nel 1932 e poi, grazie a lui, Conservatorio, a Napoli, come maestro e successivamente direttore del Conservatorio “San Pietro a Majella”; dalla prima famiglia, stroncata dalla tragica scomparsa della moglie, alla seconda, da cui nascerà Patrizia Di Martino, cresciuta nella cura consapevole di quell’inestimabile eredità che è stata l’educazione paterna, docente dal 2009 proprio presso il Conservatorio “Umberto Giordano”, nonché attrice dal 1993 di teatro, cinema e fiction, attualmente impegnata ne L’amica geniale. Uno dei più prestigiosi allievi di Aladino Di Martino, Riccardo Muti, dice di lui: «un compositore eccellente, grande insegnante, un uomo di bontà infinita». Aladino Di Martino e la scuola meridionale Adesso il nome di Aladino Di Martino spicca sulla porta di una delle aule del Conservatorio di Napoli, insieme ai grandi della generazione napoletana che ha vivificato la musica in un tempo di pieno rinnovamento. Un periodo vivace nella cultura della città, afferma Paola De Simone, autrice del libro Il signore della musica. Vita ed arte del maestro Aladino Di Martino, un tesoro documentario dell’esperienza artistica del compositore. Ricordare oggi quel tempo senza percepirlo come remoto e distante è chiaro manifesto della consapevolezza di un segno lasciato dalle guide fondamentali, modelli di musica e vita, di cui si ha ancora bisogno per innovare. Aladino Di Martino era attento alle novità del suo tempo, in una spinta verso il modernismo, senza trascurare un lavoro di artigianato costante nei confronti delle opere della tradizione. La scuola di questi pionieri ha rappresentato un serbatoio di storia, che riconosce le sue origini ma vive la rivoluzione, ricercando un linguaggio compositivo nuovo. Nell’opera del nostro, questo si traduce in un suono delicato mai stucchevole, in una linea melodica piena ed elegante. Un […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Alfredo Maiorino in mostra: Giallo camera

La personale di Alfredo Maiorino, Giallo camera, in mostra dal 14 febbraio al 30 marzo presso lo Studio Trisorio di Napoli. Nella sospensione del biancore espositivo della galleria sulla Riviera di Chiaia, Alfredo Maiorino rafferma dietro superfici opache le figure geometriche della mobilità. La tridimensionalità freme nel suo galleggiare lontano nel tempo, resa imprendibile e seducente da tratti di accennato nitore. La provocante evidenza della tensione alla superficie che alcune geometrie anelano in un contatto sempre più ravvicinato con lo spettatore è un viaggio spazio-temporale possibile solo nell’attimo, tra l’oblio eterno del buio e l’ardita messa a fuoco del puntuale. Artista affermatosi nell’ambiente internazionale tra personali e collettive, dalla Biennale di Venezia alle esposizioni di Seoul, Alfredo Maiorino concentra in Giallo camera un’esperienza artistica che vive del nesso tra le rappresentazioni pittorica e architettonica, nella plasticità che uno studio delle forme primarie tanto nell’una quanto nell’altra può rendere evidente e percettibile. Lo spazio è pensato, afferrato in un’esperienza sensoriale poliedrica, agitandosi costantemente nella bidimensionalità della materia. Nel 2015 lo Studio Trisorio aveva accolto il primo stadio della ricerca di Maiorino con la mostra Ri-Velare. Giallo camera è manifesto di un’evoluzione che affonda le sue radici nella prima esposizione presso la galleria d’arte napoletana. Alfredo Maiorino e Giallo camera: qui e altrove Figure geometriche dell’esattezza si piegano in uno spazio di non necessaria flessione, perse in una tridimensionalità atavica che discute vivacemente con i capisaldi del positivismo. La straordinaria tensione immersiva scaturita dall’opera è allo stesso tempo consapevolezza della distanza tra l’ici e l’ailleurs. La scelta cromatica trasmette una luminosità effimera e caduca, autentica solo in un attimo soffiato via dal suo progressivo opacizzarsi. I blocchi materici protetti nelle loro teche sono resi inscalfibili dalla rassicurante lontananza, forme perfette di un evento artistico inquieto. Marcello Francolini, nella sua lettura critica di Giallo camera, scrive che la ricerca artistica di Alfredo Maiorino «mira a colmare quel famoso “Horror Pleni” diagnosticato come ultima malattia da quel medico dell’estetica che era Gillo Dorfles, che ammoniva la necessità di pausare, eletto a strumento di ribellione dell’uomo del Duemila». La lontananza protettiva suggerisce nella sua tensione alla perfettibilità il bisogno di sostare, inibendo la ricerca dell’esperienza per il tramite dell’oggetto artistico, di per sé considerabile l’esperito ante litteram. Riecheggiano in questi intenti le parole di Mark Rothko, tra i massimi esponenti dell’espressionismo astratto. Le teche di Maiorino vivono in rapporto con il pittore statunitense una comunione cromatica quasi perfetta. Comparando l’esposizione delle tele di Rothko, conservate nell’ambiente permanente della Tate Modern di Londra, con le scelte adottate nel percorso narrativo dello Studio Trisorio, si rende evidente il buio delle sale del primo in contrasto con la luminosità della galleria napoletana. Se infatti le forme dell’artista statunitense pretendono un impatto visivo dal nitore lancinante della violenta contingenza, con i loro contorni in dissolvenza tra sfumature coloristiche in aperto contrasto, Alfredo Maiorino necessita della piena luce per proiettare le sue nell’eternità. Ed è lì che siamo ora anche noi. Immagine: Studio Trisorio

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Eventi/Mostre/Convegni

Villa Pignatelli saluta la mostra fotografica OpenHeArt

Con la giornata del 2 febbraio termina l’esposizione OpenHeArt, dal 7 dicembre ospite della Casa della Fotografia di Villa Pignatelli. La fotografia è uno strumento autoptico. Se da un lato infatti il filtro della lente crea il profondo scarto semiotico tra l’oggetto e la sua riproduzione, mutano insieme all’occhio dell’osservatore la scelta dell’osservato e il modo dell’osservante. L’evento in sé è di invidiabile unicità, un dono da custodire. Questa la parola che Antonio Biasiucci, artista della memoria vesuviana, associa alla fotografia. Memore degli insegnamenti del maestro e amico, l’attore e regista di teatro Antonio Neiwiller, Biasiucci è sensibile allo strenuo scavo del viaggio nell’io, e al potere dell’arte quale sonda. Ed è per questo che afferma: «capii che la fotografia era un mezzo senza limiti e al tempo stesso una pratica esistenziale capace di stare perfettamente in sintonia con il mio mondo interiore». Biasiucci antepone alla concezione della fotografia-documento umano quella di fotografia-journal intime, valorizzando il brulicare della vita impressa su lastra, «rivelazione di qualcosa che è già dentro di te e che in quel momento riconosci come tuo». OpenHeArt a Villa Pignatelli La mostra fotografica OpenHeArt (Villa Pignatelli, 7 dicembre – 6 gennaio, prorogata al 2 febbraio) nasce da queste consapevolezze. Il laboratorio sorge dal contatto di quelli che Biasiucci definisce «ventisette sguardi autonomi». Giovani artisti ed emergenti nel settore museale si sono uniti per un progetto corale che si è nutrito dell’eterogenea dimostrazione di una spontanea veridicità. Una delle gravosità della pratica espositiva, rivela Federica Palmer, tra i membri dei quattro laboratori convogliati nel progetto, è stata infatti quella di equilibrare la potenza emotiva profusa dagli artisti nelle proprie opere, accompagnando il visitatore talvolta con delicatezza, altre con una spinta energica, nelle menti dei fotografi. Il dialogo si è instaurato tra talenti nascenti e affermati, nella consapevolezza da parte di Antonio Biasiucci della necessità di un laboratorio per i giovani. Sarebbero loro i più inconstanti in materia di continuità nel medesimo soggetto considerato. L’esposizione collettiva costringe alla selezione di un numero ridotto di opere tratte da progetti più ampi, il che se da un lato risulta gratificante per i responsabili dell’esposizione nel momento dell’effettiva riuscita del percorso, dall’altro costringe tanto queste figure quanto quelle dei fotografi a un lavoro di concentrazione di energia nello spazio vitale di poche cornici. OpenHeArt è il risultato di un’organicità schizofrenica, che vede come unico filo conduttore la tematizzazione della personalissima percezione di cosa voglia dire intimità: dallo studio ravvicinato e meticoloso del microcosmo anatomico (in comparazione spesso con la grande potenza del macrocosmo natura), agli spaccati quotidiani di vita familiare. La ricerca dell’intimo non comporta il destino ermetico di un respiro strozzato. Ognuno ha ricercato la propria dimensione, per elevarla su un piano universale, sul quale ogni visitatore ha potuto seguire i passi dell’artista per accorgersi poi di calpestare impronte perfettamente corrispondenti alle proprie. La manipolazione della materia trattata arriva spesso a un’astrazione dalla stessa. C’è stato dunque chi si è avvicinato così tanto all’osservato da renderlo irriconoscibile (come Fulvio Ambrosio e […]

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Culturalmente

Dagherrotipo: storia e leggenda di un antenato

Una breve storia del dagherrotipo, l’antenato della fotografia «Tutte le immagini scompariranno». Dal tono ieratico la sentenza contenuta nel Premio Strega Gli Anni, tra gli ultimi capolavori di Annie Ernaux. Una tragica consapevolezza per gli abitanti della società dello spettacolo. Régis Debray, fra gli studiosi più attenti all’importanza dell’occhio nel mondo Occidentale, afferma che nel momento in cui l’uomo non avrà più timore della morte, allora non avrà più bisogno di immagini. Dal sarcofago egizio alla fotografia, l’uomo ha perseguito un’avventura contro la forza dirompente del tempo, duplicando se stesso nell’ossessione della rappresentazione. La leggenda del dagherrotipo Fin dal dagherrotipo, considerato l’antenato della fotografia, l’immagine è stata concepita come uno spettro. Victor Hugo e Guy de Maupassant parlano dell’altro che è dentro di noi, celato allo specchio. L’immagine riproducibile della fotografia ha svuotato la morte cristiana della trascendenza. Come si nota nella letteratura decadente, la fotografia ha una furia omicida. La letteratura ha caricato di senso religioso la fotografia, creando quindi il mito della sua creazione, il racconto La leggenda del dagherrotipo di Jules Champfleury. Champfleury, fondatore del giornale “Le realisme”, narra la vicenda di un borghese provinciale che recatosi a Parigi, luogo di perdizione per l’anima del poeta, decide di fare un regalo alla moglie: un ritratto fotografico. La fotografia era considerata il rifugio degli incapaci, dei pittori mancanti, il talismano dei trafficanti di apparenze. Il fotografo costringe così il borghese a lunghe sedute, cospargendolo di creme, così come fa con la lastra fotografica, preparando il suo soggetto al sacrificio. L’uomo, impresso sulla pellicola fotografica, scompare fisicamente. Ne resta la voce, tormento per il suo fotografo carnefice. Il reale è messo seriamente in pericolo dal dagherrotipo. L’immaginario mortifero alimentato dall’avvento del dagherrotipo persiste nella letteratura francese (e non solo), con le voci autorevoli di Marcel Proust e Roland Barthes. Famoso per l’aneddotica sul suo conto, lo scrittore di Alla ricerca del tempo perduto, fu a tal punto affascinato dal mondo fotografico da svenire in camera oscura. La fotografia si connota come un’immagine malinconica connessa alla morte perché, come afferma Barthes, la persona rappresentata è relegata nel ça a été. L’atto fotografico diventa un memento mori, ricordo costante a chi è fotografato che il suo destino è la morte. Famosi i primi dagherrotipi dei uomini sul proprio letto di morte, realizzati per immortalare il momento e coglierne il senso, il mistero. La storia del dagherrotipo Il dagherrotipo è un procedimento fotografico realizzato dal francese Louis Jacques Mandé Daguerre da un’idea di Joseph Nicéphore Niépce e di suo figlio Isidore. Lo scienziato François Arago presentò questa ambiziosa invenzione davanti alla comunità scientifica nel 1839, presso l’Académie des Sciences e dell’Académie des Beaux Arts. Macedonio Melloni si pronunciò sul dagherrotipo parlando di «miracolo». Il dagherrotipo non è in realtà il primo procedimento di riproduzione fotografica, ma l’immagine riprodotta dalla maggior parte delle precedenti tecniche aveva la tendenza a scomparire rapidamente a causa dell’azione della luce del sole o dell’assenza di fissatori chimici adeguati. Il dagherrotipo è stato il primo procedimento a consentire […]

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Food

Il ristorante "Mesa" di Mario Strazzullo: percorsi di passione

Mesa, “tavola” in catalano. Il senso della convivialità tipicamente suggerito dalla partecipazione a un lauto banchetto è insito nel termine, etimologicamente connesso a quel che nel dialetto napoletano è mesale, “tovaglia”. La veracità del nostro senso di appartenenza è riconosciuta dallo stare a tavola, dalle nostre preferenze in campo culinario, e perfino dall’apertura al nuovo. Lo chef Mario Strazzullo pone proprio la parola Mesa a campeggiare sulle tavole del suo caldo e accogliente ristorante sito a San Giorgio a Cremano. Diplomato all’Istituto Alberghiero di Vico Equense, lo chef Strazzullo ha partecipato a eventi culinari di grande rinomanza, come quando nel 2006 ha lavorato con Antonino Cannavacciuolo nella splendida residenza di “Villa Crespi”, o quando ha conosciuto Alfonso Iaccarino nel suo “Don Alfonso 1890”. Il senso della squadra lo porta ancora oggi alla valorizzazione del suo team, composto attualmente anche da volti nuovi, giovani, che grazie al suo supporto possono smantellare la credenza fittizia che lo «sì, chef» televisivo ha inculcato nelle menti dei non addetti ai lavori. Mario Strazzullo afferma: «il percorso non è tutto riflettori, bisogna tornare indietro, farsi le ossa. Ristorazione e non solo luci della ribalta». La propensione al sacrificio è palpabile nella cucina di “Mesa”, dove la cura per il prodotto non si accompagna alla sola attenzione a ingredienti genuini. L’obiettivo è quello di costituire una grande famiglia in questa città vesuviana, coinvolgendo tutti i più affidabili fornitori nel campo alimentare per creare un percorso di gusto completo ed efficace. L’atavica dimensione della comunità sta nello spolverare i libri di ricette del passato con le abilità dell’oggi. Non si cerca di stupire il visitatore con piatti complessi o pietanze considerate in. Si cercano piuttosto i metodi per tranquillizzarlo, per accoglierlo nel mondo del gusto. E così un piatto come l’inglese Fish&Chips è realizzato con patate dal sapore delicato e pesce azzurro nostrano. “Mesa” di Mario Strazzullo, un ristorante dal multiforme ingegno Mario Strazzullo fa appello a cibi non troppo ricchi, a quelli della nostra tradizione, evitando così di usurpare le pietanze del mondo esterno, il cui uso è spesso abusato, in una forma di ostentazione d’alta moda. Usurpare altri prodotti non trova ragion d’essere quando si riscopre ciò che si ha. Il ristorante “Mesa” vive sulle fondamenta misteriose di una probabile scuderia, con dei tratti che rendono l’ambiente, utilizzando le parole dello chef, una «trattoria elegante», dallo stile dunque composito, con colori caldi, legno, lampadari con illuminazione a vista e con richiami alla villa storica che probabilmente fu. La location complessivamente rustica è tinteggiata di moderno e classicheggiante, e si presta a una lettura esotica con le tipiche sedute arabeggianti con cuscini in tinte calde. L’ambiente esterno è una piccola oasi urbana piacevolmente ben curata. La sala interna apre al visitatore la visuale sulla cucina, ben esposti i cuochi in uno spasmodico e attento lavoro, con quel valore aggiunto di un sorriso familiare e premuroso. L’approccio positivo dello chef Mario Strazzullo lo ha portato ad amare la cucina in toto, con una tensione per i piatti […]

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Cinema e Serie tv

Nella New York di Harry ti presento Sally

“A beautiful sight We’re happy tonight Walking in a winter wonderland” Ray Charles, uno degli artisti più amati del panorama americano, è la colonna sonora perfetta sulla pista di pattinaggio del Rockefeller Center. Una sosta romantica nella già suggestiva New York, candida e bianca nei mesi invernali, dove impazza un fiume di gente per le strade alla ricerca dei regali di Natale. Il cantante ci trascina in quest’atmosfera caotica ma magica, che ha reso la città americana il sogno di molti, e non possiamo che provare una punta di invidia per chi è riuscito a realizzarlo. New York, città magica, la Grande Mela, dove la serendipidità è a ogni angolo, e per caso si riesce a incontrare l’amore della propria vita. Tutto questo fa da cornice a una commedia romantica senza la quale non si potrebbe iniziare il nuovo anno. Quest’anno, nel pomeriggio del 31, a riposo prima del tanto agognato veglione, non si potrebbe fare a meno di star stesi al caldo, assaporando le battute brillanti di Harry ti presento Sally. Due giovani ragazzi di Chicago sono pronti dopo il college a seguire il sogno americano, recandosi nella Grande Mela per lavoro. A segnare questo duro passaggio all’età adulta una lunga traversata in macchina: non potranno evitare di scambiarsi confidenze e opinioni, troppo spesso contrastanti, tanto da creare esilaranti scene tra l’indignazione di Sally e la nonchalance di Harry. Harry: Mi racconti la storia della tua vita? Sally: La storia della mia vita? Harry: Ci vogliono 18 ore per arrivare a New York. Sally: Con la storia della mia vita non usciamo neanche da Chicago, mica mi è successo niente finora! Ecco perché vado a New York. Finalmente si arriva a New York dove i due si separano, prede di una grande città dove sembra quasi impossibile incontrare la stessa persona due volte. Eppure per loro non è così: legati ormai da quel lungo e a tratti straziante viaggio in macchina, presto si rincontreranno, ma ben diverse sono ormai le loro vite tra gli impegni lavorativi e compagni di vita. A ogni incontro una confidenza, e un passo in più alla conoscenza l’uno dell’altra. Harry, pessimista incallito, legge sempre l’ultima pagina dei libri perché ha paura di morire senza sapere come vadano a finire, interpretato da un eccellente Billy Crystal. Sally, la prima della classe, non unisce mai le pietanze che mangia, la salsa sempre a parte, impersonata da una Meg Ryan splendente e dallo stile invidiabile. Il film si articola sulle loro vite, sui gesti quotidiani, sulle loro passioni, su una passeggiata al parco o al museo, e sui loro due migliori amici, Jess e Marie. Jess (Bruno Kirby) è uno scapolo alle prese con i divertimenti della sua città, grande confidente di Harry. Nei panni di Marie, la bella Carrie Fisher, la Leila di Star Wars venuta a mancare proprio in questi giorni. In Harry ti presento Sally, la Fisher sempre allegra è alla ricerca di marito, tanto da creare uno scatolino in cui ripone i nomi degli scapoli […]

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Libri

Giulia Quaranta Provenzano, la poetessa di "L’Amore è…"

Recensione della raccolta di poesie L’Amore è… della studiosa indipendente Giulia Quaranta Provenzano «L’Amore esiste solo in Poesia». Giulia Quaranta Provenzano irrompe sulla scena con un manifesto che pullula di trite e sfiancanti verità. Tendenza, quella del meticoloso scavo nel reale, che la studiosa, poetessa e fotografa d’arte ligure custodisce gelosamente in un bagaglio conoscitivo che affonda le radici nell’ardita scelta di un iter di studi filosofici. L’approdo alla scrittura poetica è frutto della felice unione fra il costante domandarsi e il ragionamento sul significato. Giulia Quaranta Provenzano rivive questi due noccioli duri della sua vita nelle lezioni della professoressa Rita Mascialino, presidente dell’Accademia Italiana per l’Analisi del Significato del Linguaggio “MeQRiMa”, e fondatrice del Secondo Umanesimo Italiano. Un movimento che getta un’innovativa base all’interpretazione del testo letterario, ricercando una Teoria e un Metodo e mantenendo quale punto di partenza il valore del significato dell’opera d’arte, contro una logica di casta mascherata da libero pensiero. L’Amore è… di Giulia Quaranta Provenzano L’Amore è… è un’indagine sulla fenomenologia erotica che si spoglia di verbosità altisonanti per afferrare a mani nude la vita vera. La realtà è costellata di attese snervanti che rallentano il fluire regolare e pacifico. «Un miracolo/l’imbattermi in te» che scandisce il tempo, con l’impetuoso desiderio di godere del momento. L’io lirico della raccolta di Giulia Quaranta Provenzano si lascia inebriare dalla «frenesia», si aggrappa all’attimo consapevole che, nel lasciare la presa, potrà unicamente cadere in un infimo nulla. «Il passato è forse ingombrante/ma non quanto l’adesso/i suoi silenzi che fanno a pugni/con pezzi di vita mai vissuta». «Allungo la mano e ti ho/seppure non davvero» La dolcezza dell’attimo e l’amarezza di notti insonni. Si persiste nell’errore di un coinvolgimento impetuoso in virtù di quell’amore che si prova per l’Amore. Nemmeno l’amante in questa fenomenologia è una fonte di salvezza, ma è «signore dell’ancora inconoscibile», fonte di turbamento, ma causa prima di quell’eterno che esorcizza il nulla. Un gioco ossimorico costante si dipana nelle pagine di L’Amore è…, tra benedizione e dannazione, notte e giorno, teoresi e prassi. Innamorato dell’Amore, l’io lirico si imbatte nell’incarnazione di quell’ardimento, e ne resta trafitto. L’amore è… studio anatomico. Giulia Quaranta Provenzano delinea i tratti del corpo amato, visto non nella sua dolcezza, ma proprio nella ruga inflitta dal pensiero. «Quando sembrerebbe averti/sfuggi aldilà d’ogni umana/comprensione». Questo Amore è sempre un grido strozzato, un bacio negato, eppure speranza: «non chiudermi in una gabbia/donami sempre risorgivo amore/finché ubriachi capiremo/cosa davvero significa/e sapremo/restare». Per quanto quello descritto dalla Provenzano sia Amore nella sua fragilità, il timore che si spenga quel minimo bagliore nel buio è persistente. «L’Amore esiste solo in Poesia», perché certo finirà prima di essere vissuto davvero, ma la penna lo avrà già imprigionato, rendendolo eterno. «Incarnato l’amore è mezzo/ma qui Ti amo/Ti amo alla follia». L’Amore è… è stato realizzato con il supporto dell’Associazione Culturale Articoli Liberi, un’organizzazione impegnata nella distribuzione gratuita di libri di spessore negli ambienti scolastici di tutto il mondo. La penna di Giulia Quaranta Provenzano esaudirà così ancora […]

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Libri

Ah, ma è BUFALE.NET! Lotta alla disinformazione per la GM Press

BUFALE.NET., intervista a Fabio Milella – «Lercio e gli sbufalatori sono ormai fedeli alleati che conducono fianco a fianco l’ardua battaglia per vaccinare il web contro le notizie infide e truffaldine». Con questa condanna alle bugie telematiche si apre il libro dei debunker più agguerriti del web, Claudio Michelizza e Fabio Milella, inchiesta giornalistica pubblicata per la GM Press: BUFALE.NET. Ammettilo… Ne hai condivisa qualcuna. Un titolo che non può di certo lasciare indifferenti nemmeno i più abili della rete che tra social network e siti di intrattenimento si soffermano abitualmente sui titolo shock accalappia – moralisti. La famosa piattaforma giornalistica Lercio nasce d’altronde proprio dalla spinta propulsiva di quei giornalisti un po’ “impulsivi”, o di quelli che si improvvisano tali tra le fitte trame della rete. La prefazione al libro BUFALE.NET si apre nel nome di una missione nata per loro quanto per Lercio.it nel 2013, quando di questi titoli tronfi e ingannatori pullulavano le righe degli articoli in costante circolazione. Non raro l’intervento di lettori incalliti e pronti a fare del facile moralismo, ingannati dalle menzogne ricoperte di oro colato. La soluzione di Lercio è ormai nota: l’espediente di titoli paradossali richiama l’attenzione tanto di creduloni quanto degli abituali frequentatori, consci dell’escamotage parodico della pagina. Per tutti loro ormai è prassi pronunciare la nota sentenza: «Ah, ma è Lercio!». Claudio Michelizza e Fabio Milella reagiscono in BUFALE.NET stigmatizzando questa giungla di disinformazione che non di rado porta alla ribalta l’elogio di mirabilia dalla dubbia integrità morale e culturale, infangando il buon nome del giornalismo e dell’informazione. Il libro si articola in una serie di titoli e immagini circolanti sul web dalla dubbia origine. L’obiettivo è stigmatizzare tali siti internet che avanzano bufale giornalistiche verosimili rintracciando la reale fonte alla quale ha attinto lo sbadato informatore. Clamoroso notare come fonti predilette siano proprio siti satirici e persino lo stesso Lercio! Ne abbiamo parlato con Fabio Milella, co-autore di BUFALE.NET Panda marini, bicarbonato come elisir di lunga vita, donna di 101 anni in sala parto, Putin e le sue manie di fecondazione invadono la Russia, e molte altre informazioni circolanti e condivise sui social, che per immagini e talvolta video sembrano ottenere una parvenza di credibilità. Come fermare questo flusso di disinformazione? La disinformazione, a mio avviso, si combatte solo attraverso una corretta informazione. Quella che sembra un frase banale, nasconde, in realtà, l’unico sistema efficace per combattere (ma non sconfiggere) la diffusione delle fake news. Quando troviamo una notizia su internet, dobbiamo, prima di tutto, analizzare e verificare le fonti, cercando di capire se, chi ha pubblicato la notizia, è da considerarsi attendibile o meno. Il controllo va fatto con molta attenzione poiché i creatori di “bufale”, spesso, storpiano il nome di testate giornalistiche famose, traendo in inganno i lettori. Dobbiamo, successivamente, controllare anche la data in cui la notizia è stata scritta, controllare le immagini che la accompagnano e non fidarsi di notizie provenienti solo da blog o siti personali. La rete, responsabile della diffusione di moltissime fake news, […]

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