Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Attualità

Settanta revisited di Carlo Crescitelli

Settanta revisited di Carlo Crescitelli, pubblicato dalla casa editrice indipendente Il Terebinto Edizioni, è un saggio fortemente autobiografico nel quale l’autore affronta ed analizza in maniera a tratti ironica e irriverente, a tratti in modo serio e riflessivo, gli anni Settanta. Anni che l’autore ha vissuto in prima persona, da bambino, per ritrovarsi adulto negli anni Duemila, che differiscono dai precedenti in tutto e per tutto. Carlo Crescitelli, “l’anti-viaggiatore irpino”, è un viaggiatore, sognatore e scrittore. Come sostiene lui stesso, in cinquant’anni di vita, una delle cose che gli è meglio riuscita è stata appunto viaggiare. Vive ed opera ad Avellino e la sua attività spazia dall’ambito letterario a quello saggistico-artistico. Gli anni Settanta erano meglio, sostiene. Erano migliori perché c’erano a disposizione poche cose ma buone: la tecnologia era fatta per durare; elettronica, telematica e informatica praticamente non esistevano. Si partiva e nessuno ne era a conoscenza, la gente sapeva poco dell’altro e condividere ciò che si faceva era più unico che raro. Cerniere dei pantaloni e dei giubbotti non si rompevano perché i cinesi erano lontani, non esistevano cocktails, discoteche, Amici di Maria de Filippi, Uomini e donne, Berlusconi. Per informarsi occorreva recarsi in biblioteca e non affidarsi a Wikipedia, poiché non c’era il monopolio dell’informazione. Settanta revisited di Carlo Crescitelli Dall’autunno del ’68, con i carri armati sovietici che entravano a Praga, per giungere al 1980, con l’uccisione di Lennon che coincideva con il terremoto dell’Irpinia: eventi che all’epoca rivoluzionavano in qualche modo il mondo. L’autore compie un viaggio nel ricordo di tradizioni passate, della musica di allora, dello sport, delle lotte, degli ideali, delle rivolte che hanno caratterizzato gli anni Settanta e che nei nostri giorni subiscono un declino sempre più forte portandoci verso un futuro del tutto incerto. L’autore usa l’analisi dettagliata degli anni Settanta per muovere una critica aspra e cruda all’epoca in cui viviamo. Usando un lessico alquanto colorito e colloquiale dal quale trapela un forte spirito umoristico, Crescitelli spinge il lettore a ricercare tutto ciò che noi giovani di oggi abbiamo un po’ perso: ideali, valori, spessore, umanità. Fondamentale conoscere quegli anni per comprendere bene quelli in cui viviamo, nei quali ogni cosa è a portata di mano di chiunque e si tende ad ostentare uno smanioso bisogno di condivisione che spesso porta a condividere il nulla più totale, perché non esistono più contenuti. Anni, i nostri, nei quali siamo un po’ svuotati e nei quali riusciamo a stento a riempire il vuoto che ci ingloba che assume sempre più le sembianze di un enorme buco nero che non si sa dove ci condurrà. Non occorre rimpiangere e non occorre piangersi addosso: l’unica cosa da fare è andare avanti, consapevoli di ciò che è stato, coscienti del fatto che non sarà più così, sforzandosi di provare a tirare fuori il meglio dalla nostra epoca, per quanto difficile sia e per quanto ci sia possibile. [amazon_link asins=’B075LST7PS’ template=’ProductCarousel’ store=’eroifenu-21′ marketplace=’IT’ link_id=’33fdeefe-c219-11e7-8d15-959d508d68f0′]

... continua la lettura
Libri

d’Io, l’ultimo romanzo di Francesco Maria Caligiuri

Francesco Maria Caligiuri è uno scrittore calabrese che lavora e vive a Roma, città del quale è innamorato. Nel 2013 pubblica il suo primo romanzo “La totalità dei fatti”, libro molto apprezzato sia dalla critica che dai lettori. Nelle sue opere analizza in maniera filosofica il mondo, non perdendo mai di vista l’ironia che caratterizza le sue parole, combinandola a sagacità e delicatezza. La ricerca del senso dell’esistenza è il fulcro dei suoi componimenti che appaiono al lettore chiari, semplici ma sempre molto incisivi. D’Io, ultimo romanzo dell’autore edito da Ferrari editore, è la storia di un professore di storia e filosofia che, in seguito ad un rocambolesco incidente in moto, si salva per miracolo grazie ad un “refrigeratore” presente in ambulanza. L’uomo, che non si è mai sposato e non ha mai avuto figli per sua scelta, poiché l’insegnamento stesso gli permetteva di occuparsi e preoccuparsi dell’educazione dei giovani con i quali aveva a che fare quotidianamente, incontra per caso una ragazza in un locale. La ragazza, una giovane affetta dalla sindrome di Asperger e quindi ipersensibile ai rumori, agli odori, alle luci, priva di empatia, ha dei lineamenti che attirano e incuriosiscono immediatamente l’uomo. Tra i due, lentamente, si instaura un profondo rapporto di confronto, dialogo, vicinanza emotiva. Motivo scatenante del loro avvicinamento è la musica inizialmente, in seguito la giovane comincia ad avere un reale bisogno dell’uomo, al quale chiede aiuto per fronteggiare le varie problematiche che la sua sindrome comporta. d’Io di Maria Caligiuri I due si ritrovano in giro tra i locali di Roma a presenziare a concerti, ad andare tra vari musei, a girovagare alla ricerca del senso della vita, a dialogare sulla religione, sul Bene e sul Male, sull’Amore. Alle gite dei due in seguito si unisce anche il refrigeratore, il ragazzo che aveva salvato il professore. L’ormai anziano uomo comincia a provare una forma di affetto spassionato e privo di razionalità per i due giovani, arrivando perfino a sperare che tra i due possa nascere qualcosa. La narrazione si dilunga in questo modo: mentre si cammina tra le strade della Capitale, si percorrono altrettanto le vie dell’Io del docente e dei due giovani ragazzi. Un incontro inaspettato tra il professore e la madre della giovane stravolgerà la narrazione portando la storia ad un sorprendente epilogo. Maria Caligiuri, servendosi di molteplici riferimenti filosofici, musicali, letterari, artistici, compone un romanzo di immane rilevanza culturale. Analizzando dettagliatamente le caratteristiche psico-fisiche dei tre personaggi e non perdendo mai di vista la descrizione meticolosa di ognuno di loro sia nell’aspetto esteriore che in quello interiore, svolge un compito fondamentale: insegna al lettore. A tratti ironico, a tratti profondo, a tratti leggero, a tratti metodico, Maria Caligiuri scava nella psiche dei personaggi usando un lessico semplice, fluido, chiaro, diretto ma carico di profondità, saggezza, filosofia. Il senso della vita, Dio, l’analisi dell’amore e la ricerca del Bene e del Male, la ricerca della felicità in un mondo infelice, tematiche che si dilungano per l’intero racconto. Un excursus che ha […]

... continua la lettura
Libri

I due volti della pioggia di Patrizia Pallotta

Patrizia Pallotta, nativa di Firenze e romana di adozione, appassionata di poesia sin dalla giovane età e laureata in lingue e letterature straniere, è l’autrice del romanzo I due volti della pioggia. Vincitrice di numerosi concorsi per i suoi versi, ha scritto anche il romanzo Il senso della scelta. I due volti della pioggia, romanzo dal carattere fortemente descrittivo edito da Aracne Editrice, è la storia di Jimmy, ex sergente maggiore ormai in pensione che scappa dagli Stati Uniti in Siria, giustificando la sua fuga con la moglie con il pretesto di dover tornare forzatamente alle armi per combattere una guerra alla quale in realtà egli assisteva dal suo albergo-bettola ma alla quale non prendeva assolutamente parte. Jimmy è in fuga, è in fuga da se stesso, e l’unica guerra che combatte è quella con il proprio mondo interiore. Oppresso dalla moglie, troppo severa e autoritaria, e padre di un figlio privo di alcuna voglia di imparare che si ribella anche per andare a scuola, vive in simbiosi con il suo smartphone e quasi ogni giorno scrive alla sua donna raccontandole l’esatto contrario di ciò che vive. Racconti di guerra, di costanti pericoli, di verità strazianti del quale però era solo spettatore. Conosce un bimbo di nome Peter, proprio come suo figlio, che gli regala un libro di poesie, e tra i due si instaura un legame forte, tangibile e reale, che non aveva mai avuto con il suo Peter lasciato in America. Dall’incontro dei due si snodano una serie di accadimenti che danno vita ad una serie di colpi di scena inaspettati e sorprendenti. L’oppressione famigliare, la stanchezza di vivere qualcosa che non gli apparteneva più ormai, portano Jimmy a spersonalizzarsi per rubare “l’anima di un uomo integerrimo in apparenza”, come dice stesso l’autrice, al fine di innalzare, attraverso le lettere che spediva alla moglie, il suo castello di bugie. “Un disertore nella mia famiglia, uno che è fuggito al caos interiore per cercare la pace”. Un uomo esasperato, sfinito, che, sentendosi ormai morto dentro, rischia quasi di morire “fuori”. I due volti della pioggia Romanzo “epistolario”, poiché la narrazione si compone di numerose lettere che l’autore spedisce alla moglie, e che rende il lettore parte integrante della vicenda. L’autrice descrive in maniera meticolosa e dettagliata gli stati d’animo di ogni singolo personaggio, i luoghi, le vicende in modo da coinvolgere in modo più assoluto colui che si ritrova di fronte alla storia di Jimmy, facendo riflettere sul fatto che, per quanto possiamo fuggire lontano, non possiamo mai fuggire da noi stessi. Toccante, struggente, commovente: la sensibilità dell’autrice trapela da ogni singola parola scelta nella prosa adoperata, essenziale ma poetica. Autrice che possiede la rara abilità di far avvertire un pugno nello stomaco al lettore che si sente coinvolto tanto quanto Jimmy nelle vicende che si susseguono nel romanzo. Romanzo che, una volta aperto, chiuderete solo quando sarete arrivati all’ultimo punto in esso presente, poiché non sarete in pace finché non saprete che Jimmy stesso è, in qualche modo, […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Ho mangiato una persona scaduta

Mi sveglio, apro gli occhi e con essi il frigorifero: trovo uno yogurt scaduto. In preda alla fame più disperata e ai rumori più strambi e forti che uno stomaco possa produrre, armata di coraggio, decido di sfamarmi dell’unico alimento in mio possesso, benché esso sia certamente avariato a causa degli effetti del tempo subiti dallo stesso. Temeraria e paranoica quale sono, ad ogni boccone interrogo il web circa le conseguenze che i microrganismi formatisi nell’alimento avrebbero avuto sul mio organismo, come ogni stolta curiosa farebbe. Nausea, crampi, dolore addominale, sudorazione, vertigini, vomito. Potrei continuare con la stesura degli effetti collaterali ma mi fermo per decenza, poiché credere che uno yogurt andato a male potesse realmente portarmi alla morte sarebbe stato alquanto eccessivo Ma non vi nego che ho temuto anche di poter finire all’inferno a causa del mio gesto decisamente avventato e poco saggio. Non ho avuto la nausea, non ho avuto i crampi, non ho avuto la diarrea, non ho avuto il vomito, non ho sudato! Non ho avuto niente nonostante io stia narrando la mia triste esperienza, prova del fatto che non sono morta: Vivo! Mi sveglio, apro gli occhi e con essi il mio passato: trovo persone scadute. In preda all’amore più esasperato e ai battiti più forti che il cuore possa produrre, armata di buona volontà, ho scelto di nutrirmi dell’unica persona che io volessi, nonostante lei fosse risaputamente andata a male a causa degli effetti degli anni vissuti. Coraggiosa e fiduciosa quale sono, ad ogni bacio dato non ho interrogato nessuno circa le conseguenze che la sua saliva avrebbe avuto sulla mia, come ogni innamorata farebbe. Batticuore, sorrisi, felicità, lacrime, gioia. Potrei continuare con l’elenco degli effetti benevoli ma mi fermo per indecenza, poiché illudermi che una persona andata a male potesse realmente farmi vivere sarebbe stato alquanto esagerato Ma non vi nascondo che ho sognato anche di poter rinascere a causa del sentimento più puro che io potessi provare. Ho mangiato una persona scaduta Ho la nausea, ho i crampi, ho la diarrea, ho il vomito e sudo perché sono a Napoli e ci sono 35 gradi all’ombra. Ho temuto anche di poter morire ma non è successo. Sono sopravvissuta: Vivo! Uno yogurt scaduto nuoce alla salute meno di una persona scaduta. Lo yogurt scade, non può scegliere di non scadere: vittima del tempo, ne subisce ogni conseguenza senza possibilità alcuna di ribellione. Le persone scadono ma potrebbero scegliere di non scadere. Non sono vittime del tempo, sono artefici del proprio tempo e le uniche conseguenze che subiscono sono quelle delle proprie errate azioni nelle quali loro stesse decidono di soccombere. Io non sono uno yogurt, sono una persona. Non voglio mai scadere Non voglio mai scaderti.

... continua la lettura
Attualità

E alla fine diventammo tutti verdi…ma non di rabbia

Diego Breviario, dirigente di ricerca presso l’Istituto di Biologia e Biotecnologia agraria di Milano, è autore di articoli scientifici, inventore di brevetti, editore di riviste scientifiche e divulgatore e scrittore di testi per video e animazioni. Ha ricevuto vari premi dal Rotary Club e dal National Institute of Health. “E alla fine diventammo tutti verdi… ma non di rabbia”, romanzo dal carattere narrativo-divulgativo edito da Aracne nel quale l’autore affronta in maniera a tratti leggera, a tratti più tecnica e specifica, i problemi dell’umanità circa il sovraffollamento della specie sul globo terrestre, facendo particolare attenzione al consumismo di questi ultimi. Uomini che vivono le proprie esistenze non pensando altro che al cibo, al modo di sfruttare in maniera più inopportuna e devastante le risorse messe a disposizione dalla Natura al fine di sfamarsi sempre di più, produrre sempre di più, distruggere sempre di più tutto ciò che ci circonda. Ogni cosa ruota intorno al cibo: i programmi televisivi, la società l’economia, l’educazione stessa. Ed è per questo che si assiste ad un incremento notevole dell’obesità e alla conseguente incapacità di rapportarsi alle esigenze vitali quotidiane: perfino l’accoppiamento subisce gli effetti negativi del grasso presente sui corpi. Copulare è un’impresa resa impossibile dall’eccessiva carne di ogni singolo individuo. Ragion per cui, Lucia di Verde e Clodio Filla, entrambi scienziati, di comune accordo, in seguito all’ennesimo conflitto sul cibo ed ai conseguenti danni economici disastrosi, decidono di avventurarsi in un esperimento spericolato: la creazione dell’homo verdis clorofillicus. Mettendo a disposizione i loro gameti, usufruendo dell’utero della compagna di Lucia, Phyto Sforza, attraverso l’estrazione del Dna da una pianta, la zamioculcas, mescolano le informazioni genetiche della pianta a quelle di Clodio e danno vita così a Smeralda. E alla fine diventammo tutti verdi… ma non di rabbia Smeralda, colei che avrebbe salvato il pianeta dallo sfacelo nel quale stava precipitando. Un ibrido, metà uomo, metà pianta, che non avrebbe avuto certamente bisogno delle eccessive quantità di cibo del quale si sfamavano gli esseri umani e che avrebbe necessitato perlopiù di acqua per la sopravvivenza. La bambina nasce, nasce bianca, ma con il tempo le caratteristiche del suo Dna fanno capolino nella sua vita, proprio sulla sua pelle. La bambina ad una certa età comincia a necessitare sempre di meno cibo e a diventare verde. Ne conseguono problemi chiari ed evidenti: cacciata da scuola, costretta a trasferirsi con i genitori in una terra chiamata Papania, posto nel quale si prediligeva l’impiego del colore verde in ogni ambito. “Verde era la bandiera, verdi i gonfaloni, verdi le case, i tetti, le lenzuola, verdi i vestiti”. In quello strambo posto vigeva anche il culto per un unico animale: la trota. Questa mania nei confronti di quel pesce nasceva dal riconoscimento che quel popolo aveva nei confronti del figlio del suo avo fondatore, chiamato per l’appunto Trota, del quale si era tramandato di generazione in generazione il ricordo della sua arguzia e intelligenza. La narrazione procede con un ritmo incalzante, fino a giungere ad un inaspettato, forse sperato, […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Ho abbracciato un’alice

È Luglio ed io, come al mio solito, vago. Ispeziono ogni singolo centimetro di asfalto con i passi: i miei piedi sfiorano la terra mentre le mie mani sognano di toccare il mare. È così, dunque, che m’incammino alla ricerca di quell’acqua che acqua poi non sembra, perché è blu, è il blu del cielo. Da bambina supplicavo i miei genitori di farmi bere l’acqua blu: rifiutavo categoricamente l’acqua che provavano a farmi mandare giù, quell’acqua priva di colore, trasparente. Erano lacrime amare le mie, lacrime cariche delle sfumature dell’acqua che avrei dovuto bere: inesistenti. Il mare era blu, poi verde, poi azzurro, poi chiaro, poi scuro. Perché non potevo bere un liquido dello stesso colore? Il nome era lo stesso! Era acqua Dio mio. Acqua. È Luglio ed io, come al mio solito, bevo birra. I piedi immersi nella sabbia: provo a piantarli in maniera salda nel fondale marino, ma la sabbia è mobile, si rifiuta di farmi stare ferma; la sabbia mi fa trovare l’equilibrio mentre io gioco a respingerlo in ogni modo, la terra mi fa perdere l’equilibrio mentre io gioco a ricercarlo in ogni angolo. Ho l’amo, non ho una pesca, mi rifiuto di usare l’esca. Pesco. Abbocca di tutto e niente abbocca a causa della mia bravura: abboccano i pesci malati, quelli morenti, quelli senza branchie. Abboccano i pesci smarriti, quelli malandati, quelli già in via di putrefazione. Abboccano i pesci che non possono esser salvati, quelli che però non possono esser più nemmeno mangiati. Abbocca il pesce palla, ci gioco un po’ e lo ributto in mare. Abbocca il pesce gatto, mi aspetto faccia miao e due fusa, delusa, mi libero anche di esso. Abbocca il pesce martello, ma non ho chiodi: via anche quello. Abbocca il delfino: mi sorride, è davvero carino. Ma dove lo metto poi un delfino? Nell’orto del vicino? Abbocca la medusa, la vedo e non la vedo, mi sarò forse confusa? Abbocca perfino la balena che m’invita a fare un giro sulla sua schiena. Rilancio l’ultima volta l’amo: intravedo lei, ne riconosco le linee. Un’alice! Siedo a riva, la tengo tra le mani. Ha i capelli neri neri, sorride timida, mentre mi chiede: Che fai domani? Ho abbracciato un’alice È così che ho conosciuto la mia alice, un po’ per caso, un po’ per gioco. In un mare pieno di pesci con i quali ho giocato liberandomi di essi in breve tempo, ho riconosciuto lei. Sottile, breve, corta, infinita la mia alice. Mi riempio le mani di essa nonostante a causa delle sue dimensioni ridotte rischi di sfuggirmi costantemente, la guardo, l’accarezzo: lei non vuole più nuotare ed io non voglio più pescare. Stiamo insieme notte e giorno, non siamo più al mare, qui c’è la gente intorno. C’è chi guarda e non capisce, c’è chi osserva attentamente e s’infastidisce. C’è chi non guarda perché non vuole vedere, c’è chi vede e finge di non guardare. Cosa ne sarà di me e dell’alice? Siamo una coppia davvero stramba. Rischio di soffocarla […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Il razzismo della lavatrice

  Lavare i panni sporchi è operazione da poco per la maggior parte delle donne. Le nostre nonne hanno insegnato alle nostre madri a farlo, le nostre madri hanno trasmesso a noi il gene dell’igiene. È un rituale, questo, che si tramanda di generazione in generazione, badando in particolar modo a passare alla prole i trucchi del mestiere. Ma avete mai pensato voi al razzismo della lavatrice? È buona norma lavare l’intimo a 60 gradi, i panni colorati a 40, la lana non so come, sinceramente. I capi sintetici, i capi delicati, i capi che delicati non sono: ogni capo necessita di particolare cura ed attenzione nel momento in cui viene rinchiuso nel roteante oblò che ridà pulizia a ciò che indossiamo. Mi ha sempre incuriosita però la necessità di separare i panni bianchi dai panni neri. Così che nasce il razzismo a mio avviso: viene inculcato nella nostra natura ancor prima che ce ne rendiamo conto. Cresciamo con nostra madre che separa il bianco dal nero e quando cominciamo ad usare la ragione e a vedere persone “nere” accanto a noi, ci auto-convinciamo che dobbiamo vivere separati. Crediamo di stare in una grandissima lavatrice, una lavatrice in cui qualcuno ha chiuso l’oblò a chiave, un oblò dal quale non possiamo fuoriuscire, un oblò nel quale veniamo costantemente lavati, mischiati a qualsiasi altro colore, nero incluso. Se lavi i capi bianchi con i capi neri, il nero stinge e perde il suo brillante colore; il bianco invece assorbe, perde candore. È questo ciò che temiamo di più? Abbiamo paura di assorbire da chi ci sta intorno caratteristiche che non ci appartengono? Siamo terrorizzati dal probabile e quasi certo mescolamento delle qualità? Semmai le trame della nostra esistenza si intrecciassero con le trame, diverse dalle nostre, di quelle altrui, saremmo minacciati? Perderemmo originalità, non saremmo più noi stessi? È questa la nostra più grande paura? Perché non vedere invece nel nero una possibilità, la possibilità di dare vita ad un nuovo colore? Per quale motivo essere necessariamente solo bianchi o solo neri? Perché evitare di sfiorarsi, toccarsi, assorbire, mescolarsi? Il razzismo della lavatrice Capi bianchi e capi neri non devono essere lavati insieme. Uomini bianchi e uomini neri devono lavarsi e basta, anche insieme, se gli pare, perché se non si lavano, puzzano in egual modo. La lavatrice ha provato a farmi diventare razzista ma io mi ribello notte e giorno alla sua logica separatista: lavo qualsiasi tipo di capo insieme senza notare neppure più i colori. Il mio bucato è una macedonia ed io non possiedo più maglie bianche, nere, gialle, rosse. È tutto dello stesso colore, un colore anonimo, un colore indefinibile, un colore che continua a mutare col tempo ad ogni lavaggio. Niente è più bianco nella mia biancheria, il mio intimo non è più nero. Ci sono macchie ovunque, strisce, puntini ed ogni lavaggio è una sorpresa: non perdo in questo modo il gusto di meravigliarmi; è tutto nuovo, ogni volta. Vado a lavare i miei panni, ora. Con le braccia […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Io non ricordo, ma non ho perso la memoria

Io non ricordo. Non ricordo cosa ho mangiato ieri ed il mio stomaco, sentendo fame ora, non ricorda se ieri ha contenuto qualcosa al suo interno o meno. Io non ricordo. Non ricordo se ieri ho fatto pipì e la mia vescica, sentendosi piena ora, non riesce a comprendere se ieri si è svuotata o meno. Io non ricordo. Non ricordo cosa ho fatto ieri, voglio fare talmente tante cose oggi al punto che non so se ieri ho fatto qualcosa o meno. I miei giorni corrono così, senza memoria. Non m’impegno al fine di ricordare il passato, non mi applico affinché io possa avere dei ricordi di oggi, domani. Vivo il mio tempo, completamente in balia dell’attimo, consapevole come non mai, senza pensieri. Ero un’accumulatrice seriale: torturavo lo spazio riempendolo di qualsiasi inutilità così semmai ci fosse stato il rischio di dimenticare una persona, un viaggio, un sorriso, un’ubriacata, questo rischio, ecco, non lo correvo. Non potevo correre il rischio di non ricordare, dunque cospargevo ovunque semi dei miei attimi passati: un biglietto di un treno, una bottiglia vuota, uno scontrino, fogli, biglietti, bracciali, vecchie carte, pacchi vuoti. Tutto. Con il passare del tempo ho compreso che questi semi che piantavo ovunque, non davano frutti. Da essi nascevano piante storte, piante amorfe, piante che appassivano in breve tempo nonostante io rivolgessi loro ogni giorno un po’ del mio tempo e della mia attenzione. Io non ricordo La cura. Curare il passato malato non dà vita ad un futuro sano. La Sanità, un quartiere. La santità, un sogno. Torno sempre a Napoli ogni qualvolta sento l’esigenza di futuro. Futuro, come una droga, futuro, come una meta, futuro, l’unica destinazione. Napoli è satura di ricordi: lì c’è l’angolo del primo bacio. C’è quel portone che raramente ti ho aperto. A Napoli c’è tutta la strada percorsa insieme, a Napoli tra le vie ci sono pezzi delle suole delle mie scarpe logorate dai passi percorsi notte e giorno alla ricerca di una sosta. A Napoli c’è l’aria che abbiamo respirato, c’è l’aria che ci è mancata, ci sono i cartoni vuoti delle mille pizze mangiate a terra, perché la terra è il mio ristorante preferito. A Napoli ci siamo noi. Siamo ovunque, siamo ovunque come eravamo, siamo ovunque come non saremo. A Napoli, oggi, i ricordi li vedo ma non li ricordo. Sono loro che ricordano me, che mi guardano e mi dicono «Ehi, ci vedi?» I ricordi mi ricordano, ma io non ricordo loro. A Napoli, oggi, la priorità è vivere, non ricordare.

... continua la lettura
Voli Pindarici

Ditemi voi se questo è un uomo

Ditemi voi se questo è un uomo. Quindicenne, spavaldo, diamante all’orecchio dal valore di 30 centesimi più grande del lobo sul quale a fatica si regge; jeans un po’ scesi, un po’ larghi, un po’ stretti, un po’ con risvoltino, un po’ tutto perché la moda è moda, la moda cambia, la moda non si sa quando cambia, allora meglio indossare tutto, insieme e male. Ti guarda e si rivolge a te con un repertorio verbale alquanto poco forbito. Sei più grande: sei sua. Peccato che tu non sia d’accordo. Ditemi voi se questo è un uomo. Trentenne, laureato, capello finemente ingellato, possessore di cravatta rigorosamente blu e di giacca dal colore invece dubbio. Ti guarda nauseato dalla testa ai piedi: i piercing e i tatuaggi sul tuo corpo gli stanno stretti più del pantalone taglia 48 che indossa con classe ma che a causa della cadente panza lascia intendere che il figo in questione, in vita sua, non si nutre di sola acqua. Ditemi voi se questo è un uomo. Trentenne timido, talmente timido che ti guarda proprio nell’istante in cui lo guardi e s’imbarazza, diventa rosso, poi blu, poi gli cade il telefono, poi non gli escono le parole, poi dice “ehm”, poi “Mh”, poi ti vuole ma è troppo timido e allora va a finire che poi il tempo va e passano le ore e sicuramente non faremo l’amore. Ditemi voi se questo è un uomo. Quarantenne, sposato, separato, baffo in volto e sguardo vispo. Ti osserva finemente, ti parla della sua prole tua coetanea, ti mostra anche la foto dei suoi ormai adulti pargoli, se sei fortunata. In seguito, partono i complimenti fino a giungere alle varie ed eventuali proposte di una possibile vita futura agiata tra i suoi mille possedimenti. Spudorato come nessun altro al mondo, tra occhiolini e bacini vari, ricerca la tua attenzione in ogni modo. Ti vuole, e mentre ti chiama per nome con fare sexy, ti scappa dalle labbra, per errore, la parola “papà”. Cinquantenne a bordo della sua automobile, conquistata a fatica dopo aver ottenuto un prestito da scontare in 10 anni. Ci sei, sei di fronte a lui e mentre parlate, neppure ti vede. Grazie a Dio. Sessantenne ormai ingrigito, ti parla e ti racconta quant’era moro e bello alla tua età. Parlate del più e del meno, mentre lui parla di più e tu di meno. Settantenne, sdentato, non sa più cosa dice ma ci tiene a dirlo. Ascolti interessata i suoi voli pindarici e per magia ti ritrovi nel letto a dormire. Non era sonno, ma noia noia noia, non ho detto gioia. Ottantenne, ossa, bastone, carte e felicità. T’invita a giocare a tressette facendoti intuire che mai vincerai. Novantenne, toda gioia, toda bellezza. 100 anni. L’uomo che non c’è: il migliore.  

... continua la lettura
Voli Pindarici

Nella giungla sopravvive il più stronzo

Riposavo nel mio gelido e scomodo giaciglio di foglie, creato nel migliore dei modi, la sera del mio arrivo nella giungla. Evoluta bestia quale sono, ancora in possesso dei più antichi riflessi animaleschi, ho girato e rigirato all’interno della sterpaglia secca affinché divenisse essa stessa la mia confortevole sognata dimora, nello stesso modo in cui i cani addomesticati continuano a fare, inutilmente, sui comodi cuscini procuratigli dai padroni. Incurante dei cambiamenti avvenuti all’interno di quella che precedentemente era già stata la mia casa, ho cominciato a muovere piccoli passi affinché le altre bestie imparassero a riconoscermi ed accettarmi. Mi sono nutrita poco e male, inizialmente. Non perché le prede scarseggiassero: i bocconcini succulenti erano anzi in sovrabbondanza. Avevo lo stomaco chiuso però, temevo di non esser più abile nell’attaccare e uccidere. Mi sono sfamata, di notte, al buio, di avanzi. Ho fatto i miei bisogni, quando la luce era poca, non potendo io accenderla, mentre gli altri dormivano. Sono passati i giorni e mentre assistevo alla staffetta quotidiana dei minuti e delle ore, ho notato che nella giungla tutto era cambiato. Nella giungla sopravvive il più stronzo Il leone, ingrassato e impigrito, aveva ceduto il potere alla sua cupa leonessa. Le iene, divenute i discepoli, avevano preso il posto dei lupi, ormai estinti, sbranati vivi, incapaci di sopravvivere alla legge della crudele nuova maggioranza. Non c’era più la volpe, la vecchia cara volpe tanto decantata per le sue doti enormi in quanto a furbizia, cacciata via, proprio perché era stata poco furba o forse perché non era affatto figlia di volpi, ma era invece uno strano incrocio tra una bestia egoista fino al midollo e l’altra priva di coraggio, entrambe certamente mancanti in furbizia e il dna non mente, e soprattutto non smentisce. Nella giungla scarseggiava ormai l’armonia, non si cacciava più insieme: si provvedeva semmai a depredare, di nascosto, la cacciagione altrui. Nessun sorriso, nessuna libertà: solo regole, regole ovunque. Ma le regole non erano più quelle di un tempo, non erano le regole rispettabili e sensate nate dall’animo saggio del più forte, erano regole partorite dalla mente malata del più stronzo abitante di quel posto che ormai a stento riconoscevo. Io, però, non ero un animale, non avevo la coda, non avevo neppure quella di paglia. Ero una persona, sono diventata una bestia. E ho imparato che nella giungla non sopravvive il più forte: nella giungla sopravvive il più stronzo. A me la forza manca ma sono viva: deducete dunque voi cosa sono diventata.

... continua la lettura
Voli Pindarici

Parto in treno, partorisco chilometri

Parto in treno, partorisco chilometri. A bordo di scarpe umide, mi asciugo gli occhi: è questo forse il segno dell’inizio della stagione delle piogge? Disegno sui vetri il sole che oltre i vetri più non c’è: l’estate è stata, il passato è prossimo, il futuro è grigio. Nascondo i miei piccoli piedi in scarpe enormi comprate dando i numeri, maschero la mia esile corporatura in abiti di cui io stessa ignoro la taglia. Taglio le maniche e scopro le braccia mentre scopro che mi sanguinano, per i tagli, i talloni. Dormo sognando la grandezza del corpo, mi sveglio affinché io mi renda conto della mia piccolezza. L’autostrada è in moto, scorgo lucciole in corsa sull’affollato asfalto mentre si spengono le luci nelle mie deserte praterie. Dio ha spento le lucciole, ha acceso le luci. Mi accompagni, non ti copri. Ai miei piedi, le suole dei passi dei tuoi giorni. Da quando sei la mia compagna, non cerco altra compagnia. Il mio corpo avvolto nel tuo cotone morbido come la seta. Ma che fine hanno fatto i bachi? I baci, oggi, non hanno fatto di noi la fine. Un nodo in gola mi slega dalla città del sole mentre sale in mente il nodo delle tue promesse di fedeltà. Nessuna premessa, mentre per ripararci dalla pioggia ci rifugiamo come amanti infedeli tra i fedeli di una solenne messa. I ricchi predicano la povertà, mentre i poveri sono preda della fame. Mi fermo al casello autostradale: oggi offre l’autista. E tu mi sembri autistica, mentre ti fermi e soffri. Parto in treno, partorisco chilometri Partissi a letto, partorirei bambini. Al suono di violini, rifletto. Oggi comincia il mio futuro, finirà forse domani il mio passato? Ti ho parlato, mi hai definita immatura. Non possedere più un proprio odore: forse è questo l’amore? Tra due linee bianche, vado sempre dritta. Fermarsi in autostrada non conviene, si viene tamponati, lo si prende in culo. Spingo l’acceleratore mentre spengo il cervello che mi ritrovo, testardo e poco prestante, proprio come quello di un mulo. L’unica cosa che ho sulle spalle è lo zaino, lo indosso ogni giorno, avida di andati odori. Lo indosso ogni giorno, da quando ho perso la testa, gravida di andanti amori.

... continua la lettura
Voli Pindarici

Alle case le finestre, alle persone gli occhi

Alle case le finestre, alle persone gli occhi. Le finestre, per guardare fuori, gli occhi, per vedere dentro. Negli ultimi anni sono entrata in molte dimore, ho cambiato quartieri, stanze, mobili, letti. Potrei essere l’addetta al riconoscimento dei materassi più utili in caso di scoliosi, ai cuscini migliori in caso di cervicale. Farei un baffo ad ogni venditore di doghe, potrei deridere i più rinomati arredatori d’interni. Saprei ben consigliare il modo in cui disporre le scrivanie affinché siano nella posizione ideale per avere una maggiore esposizione solare, saprei arredare le camere più vuote. Sono in grado di cambiare in maniera ottimale disposizione degli armadi, di riempire nella maniera più gradevole agli occhi, le pareti vuote. Ci so fare, insomma, con le case. Negli ultimi anni ho visto molte persone. Senza bussare, ho distrutto le barriere oculari più salde. Mi sono fatta spazio all’interno delle menti più chiuse, ho provato disagio prendendo un caffè nella scatola cranica dei soggetti più aperti di questo mondo. Ho riposto in occhi altrui i miei segreti, ho fatto in modo che i miei si nascondessero nello stesso posto in cui mi raccontavo per l’ultima volta. Ho raccolto la saggezza nata dai semi della mia inesperienza, ho imparato ad essere una persona inesperta ma saggia. Ho ascoltato aneddoti all’interno delle menti altrui, ho vissuto le esperienze di vita che scorrevano come diapositive davanti ai loro occhi, mi sono fatta i loro film, ho pianto per ogni finale non mio, ho preso quanto più potevo, ho dato anche quando non sapevo. Ci so fare, insomma, con gli occhi. Alle case le finestre, alle persone gli occhi Quanto è giusto cambiare con tale frequenza casa? E soprattutto, quanto è utile cambiare con la stessa frequenza, occhi? Vorrei imparare a chiudere le finestre della mia casa e rimanere per una volta chiusa all’interno senza cedere immancabilmente all’esigenza continua di guardare fuori e rimanere costantemente affascinata da ciò che vedo al punto di non riuscire a non uscire e render mio tutto ciò che mi incuriosisce. Vorrei imparare a chiudere gli occhi e rimanere per una volta chiusa all’interno senza cedere immancabilmente all’esigenza continua di guardare dentro gli altri e rimanere costantemente affascinata da ciò che non vedo al punto di non riuscire a non entrare e render mio tutto ciò che non mi piace. Vorrei smettere di riempire le case, vorrei cessare di svuotare le persone. Vorrei, per una volta, chiudere le finestre, serrare gli occhi e dormire.

... continua la lettura
Voli Pindarici

Cammino io, cammini tu, camminiamo tutti

Cammino io, cammini tu, camminiamo tutti. Supponiamo che io cammini verso di te e tu cammini verso di me, supponiamo che io stia cercando te e che tu stia cercando me, supponiamo che non stiamo camminando. Supponiamo che non abbiamo un verso. Supponiamo, perché questa è la notte delle supposizioni. Supponiamo, perché questa è la notte delle mancate occasioni. Percorriamo la stessa via e mentre tu torni nella tua casa io esco alla ricerca della mia. Guardo i palazzi: mi affascinano i dettagli. Ricerco le crepe nei muri, le piante nate dal cemento perché nella terra ormai nascono solo le fondamenta delle muraglie di blocchi e intonaco nelle quali viviamo. Mi attirano i palazzi molto alti, mi incuriosiscono quelli molto bassi, detesto invece quelli che stanno nel mezzo. Cammino io, cammini tu, camminiamo tutti. Supponiamo che i palazzi ci guardino, supponiamo che abbiano assistito al nostro primo incontro, supponiamo. Arrivavi, cercavi me. Aspettavo, trovavo te. Supponiamo che ora tu non cerchi e supponiamo che io non trovi: un obelisco sta nel mezzo, spettatore dell’indifferenza nella quale, differenti, non differiamo. Cammino io, cammini tu, camminiamo tutti Mi accusi di falsa partenza: hai fischiato, hai dato tu stesso il via alla mia corsa. Sono partita e nello stesso modo in cui le mie gambe hanno cominciato a correre, si sono fermate. Hai fischiato, hai definito falso il mio mettermi in moto, mi hai imposto di fermarmi, occorreva che io tornassi indietro, attendendo nuovamente il tuo biglietto di via. Ti senti l’arbitro della mia vita nella quale mai ho pensato di giocare, mi reputi il tuo cane, capace di partire e ripartire ogni qualvolta decido di correre via un istante prima che tu mi costringa a farlo. Ignori il fatto che la corsa non è il mio forte e che per quanto rapidi possano essere i miei passi, non ho fiato, non sono allenata, mi fermerei anche se tu non mi facessi ripartire dal blocco di partenza. Mi bloccherei da sola: impara a non temere che io non ritorni. Sono il tuo cane fedele, sono colui che ti seguirebbe nel bosco per raccogliere i funghi velenosi che mi faresti mangiare; sono il tuo cane fedele, colui che veglierebbe le tue notti insonni. Non parto più da sola, da sola non ho parti in cui andare. Ti telefono e ti comunico, romantica come sono, che ho comprato due biglietti: un biglietto per te, uno per me. Ho comprato due biglietti, uno perché sei andata, uno perché non ritorno. A te il biglietto d’andata, a me quello di ritorno. Volevi che partissimo, partiremo. Tu andrai avanti, incapace di guardare indietro. Io tornerò indietro, non vedendo nulla avanti.

... continua la lettura
Voli Pindarici

Avvolte

Avvolte, ho la sensazione di aver bevuto troppo e di essermi dissetata poco. A volte ho la sensazione che la sete non sia sete, la sete è fame che non ha trovato cibo.  A volte ho la sensazione che tu mi manchi, ma non so chi sia tu e non so cosa voglia significare la parola mancanza. Penso alle parole composte, penso al fatto che manca l’anza. Ma che vuol dire mancare? E chi sarà mai anza? Avvolte, ho la sensazione di aver troppo sentito e poco ascoltato, a volte sento che ho ascoltato troppo e non ho sentito un bel niente. E penso che il niente non può affatto esser bello. Allora perché dico bel niente? Avvolte, ho la sensazione che faccia troppo caldo per coprirsi, a volte sento che dovremmo uscire senza niente addosso. Le maschere le lascerei al Carnevale di Venezia, ad Agosto a Napoli non c’è alcun martedì grasso da festeggiare; c’è pero molto di cui disfarsi, spogliarsi, lasciar andare via ciò di cui ci copriamo, allontanare. A volte ho la sensazione che sia tutto nero, alle 00.21 di un triste martedì notte decisamente magro, martedì notte in cui la fame era assente ma era tanta la sete che mi ha portata a scrivere in solitudine anziché parlare tra la moltitudine. Avvolte Avvolte, ho la sensazione di dover andare, ma il termine andare implica moto, allora come faccio a sentire di dover andare mentre sto seduta e nulla mi mette in moto, se non la prima coniugazione all’infinito, che termina in –are? A volte, ho la sensazione di aver molto errato, a volte sento che dovrei continuare. A volte sento che il diavolo mi chiama e mi dice “Chiara, vuoi perseverare?”. A volte sento che al diavolo non gli ho risposto ma se l’avessi avuto di fronte gli avrei urlato a gran voce “Ho di meglio da fare”. Avvolte, ho la sensazione che il tempo voli, ma il tempo non è un uccello e neppure un aquilone, dunque come può mai volare? A volte sento che dovrei stringere forte in mano l’aquilone del mio tempo e dovrei impedirgli d’inseguire la corrente verso la quale sta per andare. A volte sento che eravamo avvolte, era bello, era a volte. Non c’erano a, non c’erano alcune volte, eravamo semplicemente avvolte. Non ci sono a, non ci sono volte, è settembre, fa freddo, non siamo avvolte. Siamo state avvolte, a volte.

... continua la lettura
Voli Pindarici

Il passato ha camminato

Guardo dall’alto del mio terrazzo la gente che passa e resto immobile pensando che io non voglio passare ma voglio camminare. Non voglio che mi si dica mai: Uh, sei passato! Voglio sentirmi urlare: Sei camminato! È consuetudine affermare che il passato è qualcosa che è inevitabilmente andato. Il treno è passato, il tempo è passato, l’amore è passato, l’adolescenza è passata, il mal di denti è passato, il passato di pomodori è passato, perfino il passato è passato. Possono mai passare gli esseri umani? Le persone passano per le strade, passano nei cuori, passano nella mente. Passano, poiché dotati di piedi, sono soliti compiere piccoli passi all’interno di qualsiasi spazio tangibile o immaginario al fine di evitare la stasi. Cammina anche il giorno, nonostante non sia dotato di scarpe. Passa il sole, cammina affinché giunga la sera. Passa il minuto, al fine di dare il benvenuto a quello successivo. Passano i pomodori perché altrimenti mai potremmo condire la pasta con la tanto amata salsa. Passa l’adolescenza, perché i cambiamenti più esteriori che interiori bussano alle porte e il tono della voce deve necessariamente mutare, deve crescere il seno, necessitiamo dei peli al fine di essere maturi. Passa il mal di denti, cadono i vecchi, lasciano gengive sanguinanti ai nuovi arrivati. Passa perfino il passato, perché il futuro ha necessità di operare. Ma le persone, come fanno mai a passare? Guardo in basso dal mio alto terrazzo, guardo il passo di chi, incerto, muove i piedi spinti dall’esigenza di arrivare in un dove qualunque. Guardo a terra, guardo la terra sentendomi Dio, capace di guardare chiunque, felice di non poter esser però visto. È ciò che fa l’Altissimo ogni santo giorno? Accomodato sul suo terrazzo tra fiori di loto e girasoli giganti, tra gabbiani pacifici e acqua sorgente, osserva il brulicare dell’alveare umano impegnato quotidianamente a produrre un miele di smog alla guida di un’ape regina impazzita, desiderosa null’altro che di inquinamento? Fossimo api, fossimo abili nel produrre la dolcezza, nuoteremmo nel miele. Ma siamo uomini e siamo capaci solo di creare veleno. Il passato ha camminato Nella mia vita hanno camminato svariate ed innumerevoli persone: alcune dai piedi grandi, altre con le mani piccole. Ha camminato chi aveva i capelli corti e chi possedeva lunghi capelli al punto da invidiare la criniera dei cavalli. Ha camminato chi aveva la voce alta e chi non sapeva neppure parlare, ha camminato chi sapeva di amare e chi non sapeva che andare a mare. Ha camminato l’azzurro degli occhi accanto al prato oculare di chi faceva fatica a guardare, ha camminato l’ubriacone che non ricordava più neppure cosa significasse camminare e ha camminato colui che l’alcol in vita sua l’aveva usato solo per disinfettare il cesso prima di andare a cagare. Nella mia vita ha camminato chi sapeva cantare, chi era abile nel parlare, chi sognava di disegnare, chi voleva imparare, chi voleva semplicemente sostare e anche chi non aveva di meglio da fare. Nessuno è passato nella mia vita, i volti altrui hanno compiuto […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Storia di un pesce rosso che morì urlando

Senza volerlo, nasciamo con la volontà. Senza saperlo, nasciamo senza sapere. Se volessimo e sapessimo, molto probabilmente ci opporremmo con fermezza a giacere privi di possibilità alcuna di ribellione nell’umida grotta materna dalla quale fuoriusciamo dopo nove lunghi mesi di silenzio, impiegando le nostre corde vocali, finalmente. Veniamo al mondo urlando con tutta la forza che abbiamo in corpo, usciamo allo scoperto facendoci sentire in maniera forte e chiara. “Eccomi, sono qui, grido come un pazzo e devi necessariamente renderti conto della mia presenza”. Il nostro esordio all’interno della società avviene ad alto, altissimo volume, talmente alto che alla vista di un minuscolo pargolo di appena due chili e mezzo, tu stessa, madre, ti domandi come possa un cucciolo d’uomo emettere un suono talmente fastidioso al punto da svegliare interi condomini, palazzi, città. Senza volerlo, sono nata. Se sapessi di poter rinascere, lo vorrei. Credo di aver emesso l’ultimo strillo ancor prima di compiere un mese; crescendo, ho completamente disimparato ad urlare. Quando sono triste, non urlo. Quando sono incazzata, non urlo. Quando ho mal di pancia, non urlo. Io non urlo: taccio. Nella gioia e nel dolore io non mi sposo: sto zitta. Dal grembo di mia madre, sono finita all’interno del ventre del mondo. E così come non sono stata io a scegliere la donna nella quale prender forma durante i miei primi nove mesi di esistenza, allo stesso modo mi ritrovo non per mia scelta a divenire sostanza in quest’innalzarsi di palazzi al cielo. Non ho ricordi dei miei primi quindici anni di vita, temo che tra quindici anni non ricorderò nulla neppure dei successivi. E se io fossi un essere umano con la fatidica memoria dei pesciolini rossi? Tendo a non ricordare, non per dimenticanza, ma affinché ciò che mi accade sembri ai miei occhi un’ennesima e costante novità. Che non mi si dica mai che ho dimenticato: ho semplicemente non ricordato. La placenta è stata l’ampolla di vetro nella quale mi sono mossa, nutrita per mano di mia madre. Il pesce rosso nuota nel poco spazio che gli concediamo, finché non decidiamo di metter quotidianamente fine alla sua fame. L’unica via per la salvezza è trovare l’uscita, compiere il guizzo al di là del vetro, il salto che ci farà raggiungere finalmente il vuoto tanto sognato dall’interno. Il pesce salta nel vuoto e muore, il neonato salta nel mondo e vive. Storia di un pesce rosso che morì urlando I pesci dovrebbero poter saltare in mare ed essere abili nel sopravvivere all’impeto della corrente, al sapore del sale che mai hanno sentito in vita loro, dovrebbero esser capaci di convivere con i loro simili vissuti nella libertà dell’acqua. Noi, uomini, dovremmo poter saltare tra le strade ed esser abili nel sopravvivere alla fugacità del tempo, al sapore di smog, dovremmo esser capaci di convivere con i nostri simili vissuti nel carcere dell’aria. I pesci non conoscono il valore del tempo ma conoscono bene il significato dello spazio.  Gli uomini conoscono bene il significato del tempo […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Il contrario di eccesso è difetto

Il contrario di eccesso è difetto. Non sono mai stata abile nell’arrotondare, la matematica non è il mio forte. Dare i numeri è molto più semplice di dire i numeri e allora per quale stramba ragione dovrei avere il minimo interesse nell’occuparmi di capire come dirli, se mi riesce tanto naturale darli? Il contrario di eccesso, è difetto. Non gradisco affatto ciò che appare rotondo, ho il terrore di finire nel circolo vizioso di ciò che è circolare, mi turbano le linee morbide. Preferisco le linee nette, la decisione di colui che, armato di matita, traccia su carta tre linee perfettamente dritte al fine di disegnare un prepotente triangolo. Mi piacciono gli angoli a prescindere da quanti siano, mi trovo meglio in essi che al centro di un cerchio nel quale non mi sentirei che smarrita, avendo intorno nulla fuorché uno sterminato spazio di non ritorno. I triangoli riservano invece notevoli sorprese e il rischio di soffrire di strani mani all’interno di essi è decisamente inferiore. Sei nell’angolino, messo alle strette dalla ragione, sei nell’angolino e non sei più un uomo eretto proprio perché non hai ragionato ma esistono altrui due angoli e gli angoli non sono mai disabitati. A volte sei talmente fortunato al punto che non ti occorre neppure alzarti ma ti basta aprire gli occhi per scorgere, proprio lì, quasi di fronte a te, gli abitanti di questo strano pianeta geometrico chiamato triangolo, ampiamente studiato da bambini nelle scuole, realmente compreso da adulti, nella vita. Il contrario di eccesso è difetto Dunque, se non fossi eccessiva, sarei difettosa? Mi sento fuori pericolo: vivo di eccessi. Sento il mormorio dello stomaco, il suo ribellarsi causato dal vuoto nel quale lo costringo a stare ma sento anche l’esasperazione dell’intestino che sbuffa, sazio ormai di tutto il cibo che ho ingerito. Vivo con gli occhi nella Milano nebbiosa in autunno causatami dall’avere nelle vene più alcool che sangue ma vivo anche nella lancinante lucidità mentale di chi è al sole di Maggio a Napoli e non beve da settimane. Mi circondo della compagnia di chiunque, rifiutando nella maniera più rigida la solitudine, mi circondo della compagnia di quattro pareti, rifiutando nella maniera più meschina la compagnia altrui. Non mi sento difettosa, mi sento difettata. E mi sento in difetto ogni qualvolta qualcuno prova ad arrotondarmi per gli eccessi in cui quotidianamente sprofondo. Chi nasce tondo non muore quadrato, ma chi nasce triangolare e spigoloso non potrà mai morire rotondo e armonioso. Inutile che ti armi di compasso al fine di segregarmi nella sfera che sogni di stringere tra le mani, nessun bicchiere rovesciato su carta ti servirà a far di me un cerchio perfetto. Non provare, non illuderti di poter dare nuova forma a ciò che sono, perché rimarrei la stessa: un triangolo in un cerchio. Il modo in cui si nasce non è necessariamente lo stesso in cui si muore, cambiare è sicuramente sinonimo di intelligenza e moto neuronale. Non ho la presunzione di sostenere di voler oppormi ad […]

... continua la lettura