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Eroica Fenice

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Lettera sulla pinguedine di William Banting | Recensione

Lettera sulla pinguedine di William Banting William Banting, nato nel 1796 e morto nel 1878, è stato un noto becchino inglese dell’età vittoriana. Non era un becchino qualunque poiché la sua nota impresa di pompe funebri organizzò i funerali di vari personaggi illustri, come il duca di Wellington e alcuni esponenti della casa reale, tra cui il principe Alberto, il principe Leopoldo e la regina Vittoria. Alto all’incirca un metro e sessantacinque per un peso di novanta chili, William Banting era obeso ed affetto da svariati problemi di salute; spesso soggetto a svenimenti, soffriva inoltre di problemi di vista e di udito. Decide così di prendere in mano la sua situazione e ricorre al consulto di vari specialisti dell’epoca, i quali gli consigliano prevalentemente di praticare sport. Si dedica così al canottaggio, rendendosi però conto del fatto che il moto fisico causa smoderato aumento dell’appetito, ragion per cui si ritrova a prendere peso piuttosto che perderlo.  William Banting è anche noto per essere stato il primo a diffondere una dieta dimagrante basata sulla limitazione dell’assunzione di carboidrati, in particolare quelli di natura amidacea o zuccherina. William Banting decide di scrivere il suo elegante opuscolo all’età di sessantasei anni, quando si rende conto di non riuscire più neppure a piegarsi per allacciarsi le scarpe e di riuscire a stento a salire le scale di casa a causa dei troppi chili accumulati negli anni. In Lettera sulla pinguedine leggiamo: “Pochi uomini hanno condotto una vita più attiva di me – sia fisicamente che mentalmente – caratterizzata da innata preoccupazione per la regolarità, la precisione e l’ordine durante tutti in cinquant’anni di carriera lavorativa. Ma ormai sono andato in pensione, dunque la mia pinguedine e conseguente obesità non sono frutto dell’assenza di un’indispensabile attività fisica, né del consumo smodato di cibi o alcol o delle licenze d’ogni genere che mi sono concesso; al contrario derivano dall’aver consumato alimenti semplici come pane, latte, burro, birra, zucchero e patate con maggiore libertà di quanto fosse richiesto dal mio fisico invecchiato.” Lettera sulla pinguedine di William Banting La dieta sponsorizzata da Banting, dalla quale ricava soddisfacenti risultati perdendo all’incirca venti chili, consiste perlopiù nell’eliminazione dei carboidrati, dunque del pane e dello zucchero, delle patate e della birra. Quattro pasti al giorno, pasti in cui si predilige il consumo di carne e pesce, alimenti ricchi di proteine, consumati anche a colazione, è evitata però la carne di maiale. Grazie alla diffusione dell’opuscolo, che all’epoca ha ottenuto un notevole successo, molti altri hanno seguito l’esempio dell’autore, riuscendo a ricavare risultati ottimali dalla pratica della sua stessa dieta. Nel giro di due anni l’opuscolo è divenuto talmente popolare al punto che nella lingua inglese è stato coniato il verbo to bant che significa ‘stare a dieta’. Tuttavia la comunità scientifica dell’epoca ha ritenuto i principi che ne erano alla base assolutamente privi di fondamento. C’è da dire però che, a distanza di centocinquanta anni, i principi che regolano il regime alimentare di Banting sono alla base di tutte le […]

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L’inferno è una buona memoria di Michela Murgia

Michela Murgia è nata a Cabras nel 1972 e vive a Roma. Scrittrice e saggista, nel 2006 ha pubblicato con Isbn Edizioni Il mondo deve sapere, il diario tragicomico di un mese di lavoro che ha ispirato il film di Paolo Virzì Tutta la vita davanti. Per Einaudi ha pubblicato, fra le altre cose, il romanzo Accabadora, vincitore del Premio Campiello 2010, e Ave Mary nel 2011. Conduttrice di programmi televisivi e radiofonici, intellettuale militante, collabora con L’Espresso. Il suo ultimo romanzo è Chirú (2015), il suo ultimo saggio è Futuro interiore (2016), entrambi pubblicati da Einaudi. Per la piattaforma di podcast Storielibere.fm sta curando il ciclo Morgana, storie di donne controcorrente, innovatrici, rivoluzionarie. Ha inaugurato inoltre la nuova collana di Marsilio PassaParola, una collana dedicata ai libri che hanno toccato in particolar modo la vita di uno scrittore. Michela Murgia ha scelto il fantasy ispirato al ciclo bretone Le Nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley, intitolando così il suo libro L’inferno è una buona memoria. L’autrice, attratta dalla copertina, acquista il libro in un’edicola poco prima di mettersi in viaggio in nave da Olbia a Civitavecchia. Resta esterrefatta dal modo in cui Zimmer Bradley rivisita i miti di re Artù, dando particolare importanza e predominio alle donne e al loro modo di pensare e operare, donne che nella tradizione vengono invece spesso trascurate. Definisce il libro “Uno degli atti di militanza più forti che mi sarebbe capitato di vedere nella vita”. Alla fine del viaggio in nave, la Murgia non sarà  più la stessa di prima: diventa femminista. Le nebbie di Avalon è una sorta di atto di rivolta narrativa, un libro politico, in cui la Murgia nota una dirompente differenza tra le donne-streghe descritte nel libro, donne capaci di mutare il destino degli uomini loro vicini e quelle invece presenti nelle favole che venivano proposte all’autrice da bambina. L’inferno è una buona memoria di Michela Murgia L’autrice sostiene che sarebbe superfluo etichettare il libro come un libro femminista, nonostante per certi versi lo sia, poiché questa non può e non deve essere l’unica chiave di lettura del romanzo, ridotto così a una “frittata ideologica” a base di magia e matriarcato. Il femminismo non esiste come fenomeno omogeneo: esistono i femminismi. Si è femministe se si oppone resistenza alla condizione generativa come destino, ma si è femministe anche se la si rivendica, nonostante magari non si facciano figli. Si è femministe se si crede che uomo e donna siano uguali e debbano godere della stessa dignità, ma lo si è anche pensando che le donne siano diverse e che questa dignità sia invece da ricercare proprio nella differenza. La Murgia scrive: “A cinque anni sognavo di diventare suora perché le suore – spose di un marito abbastanza assente come Gesù – mi sembravano più importanti delle moglié[…]” Un continua analisi dell’opera di Zimmer Bradley, con costanti riflessioni operate dall’autrice circa il ruolo delle donne nella società attuale e sui ruoli di genere.   Fonte immagine: ufficio stampa.

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Smetti di leggere notizie di Rolf Dobelli – recensione

Smetti di leggere notizie di Rolf Dobelli, il libro di auto-aiuto per ridurre lo stress provocato dalla massa ingestibile di informazioni quotidiane a cui siamo sottoposti. Rolf Dobelli, nato a Lucerna nel 1966, è un autore e uomo d’affari svizzero. Ha conseguito un MBA e un dottorato in filosofia presso l’Università di San Gallo, in Svizzera. Ha iniziato la sua carriera di scrittore come romanziere nel 2002, ma è noto a livello internazionale per la sua saggistica di successo The Art of Thinking Clearly(2011), per la quale The Times lo ha definito “il guru dell’auto-aiuto”. È anche noto per il suo libro The Art of the Good Life, che è stato il libro di saggistica più venduto in Giappone da un autore non giapponese nel 2019. I suoi libri hanno raggiunto le liste dei bestseller in Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Irlanda, India, Corea, Giappone, Singapore e Hong Kong. Smetti di leggere notizie di Rolf Dobelli è un libro di auto-aiuto, una guida per ridurre lo stress e l’ansia causate dal bombardamento di notizie a cui siamo sottoposti quotidianamente. L’autore, fin dall’adolescenza, era un avido lettore di quotidiani. Convinto che coloro i quali fossero maggiormente informati e a conoscenza delle vicende che accadevano nel mondo, potessero essere più felici e in qualche modo più saggi di chi invece ignorava gli accadimenti globali, si ritrova a mutare completamente idea, in particolar modo in seguito all’avvento dei social e degli svariati siti da cui poter attingere costantemente notizie. Dobelli nel 2008 ha fondato World Minds, una comunità di alcuni dei più famosi, illustri pensatori, scienziati, artisti e imprenditori del mondo, per creare un ponte tra le comunità scientifiche, economiche e culturali. I temi principali dei romanzi di Dobelli sono il significato del successo e il ruolo della casualità negli affari e nella vita e talvolta i suoi scritti appaiono controversi, in particolar modo Smetti di leggere notizie. Smetti di leggere notizie di Rolf Dobelli Le notizie diventano una vera e propria droga, al pari dell’alcol. Ma rispetto all’alcol, la reperibilità è più semplice ed immediata, non comporta sforzi fisici e spostamenti, basta un click e le influenze sulla nostra psiche tuttavia non sono sempre positive. Bombardati da fake news, siamo vittime di un sistema in cui ormai il lettore, attratto da notizie sempre più banali e del tutto superflue, spende larga parte del proprio tempo a crogiolarsi nella lettura di informazioni di cui potrebbe fare tranquillamente a meno. Inoltre, siamo attratti dai drammi: più una news è tragica, più attira la nostra attenzione. E nonostante possa sembrare che le catastrofi globali non turbino la nostra quiete psico-fisica, a lungo andare, l’attaccamento morboso  nell’assorbire solo notizie negative può condurci alla depressione. L’autore parla di bias della negatività, che è innato nell’essere umano. I media ci rifilano una serie di storie sconvolgenti, perfettamente adatte al nostro cervello già pieno di preoccupazioni. Tuttavia ciò non va frainteso con il ripudio più totale dell’informazione: dovremmo saper compiere una scelta, decidere razionalmente a chi o cosa dedicare […]

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Libri

Joan Didion e il ricordo ne “L’anno del pensiero magico”

L’anno del pensiero magico di Joan Didion è un romanzo in cui l’autrice mette a nudo il dolore che vive in seguito alla morte improvvisa del marito. Joan Didion è nata a Sacramento nel 1934 ed è una giornalista, scrittrice e saggista statunitense, vincitrice del National Book Award per la saggistica con il libro L’anno del pensiero magico. Nel 1956 si è laureata presso l’Università della California, Berkeley con un Bachelor of Arts in Lettere. Durante il secondo anno di studio ha vinto un concorso di saggistica sponsorizzato dal mensile di moda Vogue, che le ha affidato un lavoro come assistente alla ricerca presso la rivista. Autrice di vari romanzi, ha scritto inoltre svariati saggi, opere teatrali e sceneggiature. Vincitrice di diversi premi e riconoscimenti, nel 2009 le è stato conferito il titolo onorario di Dottore in Lettere dalla Harvard University. L’università di Yale le ha conferito un altro titolo onorario di Dottore in Lettere nel 2011. Nel Luglio 2013, la Casa Bianca ha annunciato che Didion era tra i beneficiari della National Medal of Arts and Humanities, conferita dal presidente statunitense Barack Obama in persona.  Attualmente vive a New York. Il marito John Gregory Dunne, deceduto nel 2003 e della cui morte parla nel libro L’anno del pensiero magico, è stato anch’esso uno affermato scrittore. L’anno del pensiero magico di Joan Didion, trama L’anno del pensiero magico di Joan Didion è una sorta di memoir investigativo, in cui l’autrice narra al lettore le tecniche adoperate al fine di superare e accettare i due eventi destabilizzanti che in pochi giorni hanno completamente stravolto la sua quotidianità: la grave malattia della figlia e la morte improvvisa del marito. All’interno del romanzo troviamo inoltre molteplici riferimenti letterari e frammenti estrapolati da testi scientifici. Siamo nel Dicembre del 2003 e pochi giorni prima di Natale l’autrice e il marito John Gregory Dunne assistono al peggioramento dell’influenza della loro unica figlia Quintana, che da polmonite si trasforma in choc settico. Pochi giorni dopo, tornati dall’ospedale in cui erano appunto stati per fare visita alla figlia, John cade a terra all’improvviso e pochi minuti dopo, muore d’infarto.  La vita dell’autrice precipita in un vortice di cui fa il resoconto in questo libro. Didion racconta in maniera nuda e cruda, senza poesia, ciò che vive dall’instante in cui comprende di aver perso il marito, l’incapacità iniziale di accettare la perdita, il fallimento quotidiano nel metabolizzare l’assenza della persona amata, il cadere perennemente nel vortice dei ricordi. La morte è un attimo: è l’attimo in cui cambia tutto, è l’attimo a cui non si è mai preparati. Mille ricordi le si ripropongono quotidianamente davanti agli occhi, altrettanti quesiti le sorgono nella mente. Eppure non può abbandonarsi all’impeto del dolore che prova: deve andare avanti per la figlia, per l’unica figlia che ha e che ancora non è a conoscenza della morte del padre. Autoanalisi quotidiane, analisi del passato, del presente e del futuro che la vedrà sola, ormai privata dalla vita della persona con cui aveva condiviso tutto fino ad allora. Ma assistiamo anche alla razionalità di una donna […]

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Voli Pindarici

Mi vendi un paio di scarpe?

Mi vendi un paio di scarpe? Questa è la triste storia di una giovane donna che vendeva le scarpe e di una ragazza che fingeva di averne impellente bisogno di un paio, nonostante a casa ne possedesse altri cento. Galeotto fu aprile, fugace fu la richiesta. Galeotte furono le scarpe, le stesse che le due si scambiarono per anni. Gli stessi piedi, piccoli. Le stesse mani, piccole. La stessa voglia di camminare, insieme, grande. Furono anni intensi, quelli vissuti dalle due. A volte non basta una vita per conoscersi abbastanza, ma a volte basta che le lancette compiano un giro di sessanta secondi, per riconoscersi come forse non capita in un’intera esistenza. Furono stagioni di viaggi, furono tempi d’amore. Quell’amore che non conosce né tempo, né spazio, né ragioni. Non c’è un senso, ma questa non è una storia d’amore. È la storia di una vendita fallimentare di un paio di scarpe mai giunte in cassa e di uno scontrino che riportava un prezzo davvero salato: 36 mesi da pagare, il prezzo, altissimo. È la storia di quelle scarpe mai vendute e di tutte quelle regalate. La storia di tutte quelle scarpe, insieme, prezzate. È la storia di quelle scarpe appena regalate, che si sono scollate. È solo una banale storia di un paio di scarpe mai cercate. E di una piccola piscina in una grande camera, a luglio, a Napoli. È la storia del primo avocado mangiato. È la storia di due gambe bellissime. È la storia di un neo sul volto e di tanti sul corpo. Mi vendi un paio di scarpe? È la storia degli aerei che volano e non t’importa dove ti portino, purché le scarpe siano sempre quelle quattro, da scambiare. È la storia di cavalli indomabili ma non impossibili da cavalcare. È la storia della pasta e piselli, del ristorante cinese, di Netflix e Leroy Merlin. È la storia di All I need dei Radiohead. È la storia del Vesuvio il 31 dicembre e Teggiano il 20 agosto. È la storia delle gondole a Venezia e della Tour Eiffel. È la storia di Portobello, delle terme Gellert e del gulash, è la storia dei cimiteri infestati, è la storia di Rino Gaetano e di “dove se mangi stai colma”. È la storia di due nonne, è la storia delle donne, è una storia per donne. E le donne amano le scarpe, si sa. Un’ossessione ossessiva compulsiva. Più ne hai, più ne vuoi. Hai due piedi, ma di scarpe ne vuoi cento. E questa è solo la triste storia di un paio di scarpe, perché si sa, alla fine, ne possiedi tante, ma un paio ne ami: le tue. E quando si rompono, ne cerchi un altro paio uguale. E se non ne trovi un altro paio uguale, cammini scalza. Ma poi ti si rompono i piedi, ti escono i calli, devi andare dal podologo, ti viene il mal di schiena, diventi storto, forse inciampi e muori pure. Ah, le scarpe, che malattia.

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Voli Pindarici

Diario di bordo di una quarantena qualunque

Diario di bordo di una quarantena qualunque È venerdì 13 marzo 2020 ed è oggi che hanno inizio i miei arresti domiciliari, mentre altrove, in tutto il mondo, cominciano o finiscono quelli altrui. Siamo tutti ai domiciliari, nonostante non abbiamo commesso nessun reato. Tutto tace, fuori. Tutti urlano, dentro. Siamo animali sociali, non siamo abituati a vivere in solitudine. Ci svegliamo, in compagnia. Beviamo il caffè, in compagnia. Andiamo a lavoro, in compagnia. Usciamo da lavoro e facciamo aperitivo, in compagnia. La palestra, in compagnia. Il teatro, in compagnia, le passeggiate, in compagnia. Le cene, in compagnia. A Napoli, le strade ieri erano deserte. Forze dell’Ordine, ovunque, per mantenere in ordine una città mai stata così ordinata prima d’ora. Nessuno urla per le strade, nessun motorino. Non c’è odore di pizza nei vicoli, mentre invano cerco quello del caffè. La gente non c’è, perché la gente ha paura. E la gente ha paura a Napoli, ha paura a Milano, ha paura a Venezia. La gente ha paura ovunque, in ogni angolo del mondo, quel mondo che prima d’ora immaginavamo fosse così grande, pensavamo di essere così distanti gli uni dagli altri ma, ahimè, siamo davvero una grande barca a vela, una barca in cui, se la vela si spezza e il mare è mosso e c’è un vento della Madonna, sono cazzi amari. E la deriva fa paura a chiunque, anche al più abile dei marinai. A Teggiano, le strade oggi sono deserte. Non che solitamente siano affollate, ma in questa giornata, non ho visto una sola persona. Anzi sì, ne ho vista una: ero io, allo specchio. Mi sono specchiata un sacco in questa giornata, ho temuto anche di poter cominciare a parlare con la mia immagine riflessa ma, grazie alla mia gatta, ho evitato. Allora ho parlato con lei, le ho detto che andrà tutto bene. È scossa la mia gatta, è turbata tanto quanto noi. Ho camminato tanto, ho rivolto spesso gli occhi al cielo, ho calpestato erba e non asfalto, ho goduto della bellezza della natura. Diario di bordo di una quarantena qualunque È venerdì 13 marzo 2020 ed è oggi che ho compreso cosa significhi la paura. Siamo soliti gestire ogni situazione, siamo abili nel risolvere i problemi, solitamente abbiamo mezzi e armi per sconfiggere tutto, o quasi. E oggi è il giorno di quel quasi tanto inatteso, quel quasi che, soprattutto noi giovani, abituati a vivere in un mondo tanto comodo, non sappiamo fronteggiare. Stare a casa, da soli. Guardare un film, da soli. Uscire di casa, da soli. Bere un calice di vino, da soli. Vivere, da soli. Ignara di come terminerà questa distopica esperienza, vivo le mie giornate oscillando tra il pessimismo leopardiano e il positivismo di Comte. Come si fa a non sentirsi soli, quando si è soli? Quanto è bello non sentirsi soli, quando si è soli? E quanto è bella la solitudine, quando si è in compagnia? E quanto è triste la solitudine, quando la compagnia è lontana? Ignoriamo la […]

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Dario Nicolella e la raccolta I cerchi, poesie col flash

Dario Nicolella, autore della raccolta di poesie intitolata “I cerchi, poesie col flash”, affianca la vocazione poetica alla professione medica di oncologo. Nel 2011, pubblica una plaquette a tiratura limitata e vince il premio Emily Dickinson 2014 con Trenta poesie per Rabarama. Vincitore ex aequo del III Premio Nazionale di Letteratura Contemporanea 2015 per la sezione Poesia inedita, nonché finalista al Concorso E-book in Versi 2016 con Poesie delle trenta lune. È inoltre autore di Uni-versi di-versi(2014), Poesie in alta definizione(2016), Poesie in sol diesis minore(2018), Poesia a passo di danza(2019). I cerchi, poesie col flash di Dario Nicolella è una breve raccolta di poesie, in cui lo scopo massimo dell’autore è quello di cogliere l’istante prima che voli via per sempre. Lo stesso autore afferma, per l’ appunto, che occorre «scattare poesie, scrivere versi». La fotocamera è la penna del fotografo di colui che, grazie allo scatto, rende eterno l’attimo, quell’attimo che ha di fronte e che mai più tornerà in egual modo. Allo stesso tempo, il poeta, attraverso l’ausilio delle parole, capta sensazioni ed emozioni dall’esterno, le interiorizza, ne fa strumento non tanto di comunicazione quanto di esternazione del proprio io, un io nudo di fronte agli occhi del lettore, nel momento in cui la poesia prende forma su carta. Dario Nicolella ricorre spesso alle rime nei suoi componimenti, giocando in maniera abile col lessico adoperato. Sono poesie spesso brevi, ma chiare, esplicite, dirette: nessun ermetismo si cela dietro i suoi versi capaci di arrivare dritti al lettore. I cerchi. Poesie col flash di Dario Nicolella Poesie spesso dedicate ad una Lei, una donna, presenza-assenza costante nei versi dell’autore. Una donna che a tratti c’è, a tratti sembra esserci, a tratti non c’è. Tangibile è la malinconia celata in ogni pagina, spesso resa esplicita attraverso un’esasperata richiesta di prendere parte all’esistenza del poeta. “È tardi, un altro giorno senza sguardi senza parole è rimasto freddo anche il sole”, scrive l’autore. L’amore è il fulcro di tutta l’opera: l’amore per la bellezza, l’amore per la vita, l’amore per l’altro, l’amore più assoluto, quello supremo, per la poesie, come possiamo appunto leggere in questi versi: -Forse non sto bene Mi sento sempre trafitto Qui nel petto Da una acuta saetta- -Tranquillo dammi retta Cosa pensi che sia È la poesia- La poesia intesa e vissuta quasi come una malattia, una malattia che non ha cure, una malattia che non deve essere curata. Un’esigenza vitale alla quale è impossibile sottrarsi.

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Ventiquattro, il primo romanzo di Valentina Bardi edito Il Ponte Vecchio

Valentina Bardi, autrice del romanzo Ventiquattro, vive e lavora a Galeata. È diplomata in sassofono presso il Conservatorio “Bruno Maderna” di Cesena e si è laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli studi di Bologna Alma Mater Studiorum. Da sempre appassionata di libri, fa parte del Gruppo di lettura “Teodorico” di Galeata che da svariati anni propone incontri pubblici e reading su autori italiani e stranieri. Ventiquattro di Valentina Bardi è il primo romanzo dell’autrice, edito da Il Ponte Vecchio. La trama del libro ruota intorno alla vita di Martina, giovane ragazza che sta per compiere diciotto anni, figlia di Giada, donna bellissima, dall’aspetto sempre curato, sindacalista del paese. Una donna di sinistra che nel partito ha fatto una lunga gavetta, cominciando dal volantinaggio dalla prima del liceo, all’assistenza a tutte le riunioni del partito giovani; volontaria alle feste dell’Unità, ai cortei, presente in tutte le manifestazioni. Una donna cresciuta nel sindacato insomma, sia come donna che come persona, una donna che nel sindacato ha capito cos’è la misericordia, cos’è l’altro. Giada è sposata con Andrea, che invece è un giornalista inviato di guerra. La loro è una famiglia numerosa, famiglia nella quale l’uomo fa ritorno in seguito alla perdita del primogenito della figlia maggiore. Attraverso la lettura delle pagine del romanzo, impariamo a conoscere i singoli protagonisti, grazie ai racconti carichi di dettagli dell’autrice. Martina, appunto, sta per compiere diciotto anni: siamo di fronte ai preparativi della festa. La giovane è innamorata di Matteo, studente universitario, figlio di una famiglia molto benestante e rinomata in paese, con idee politiche completamente contrastanti a quelle impartite a lei dalla famiglia. Grazie all’evolversi del loro rapporto però, capiremo, andando avanti nella lettura, che l’incontro tra i due mondi non è del tutto inarrivabile e che nonostante si abbiano idee contrastanti, avvicinarsi, è possibile. Ventiquattro di Valentina Bardi, storie di tutti i giorni L’autrice, nel romanzo, ricorre a innumerevoli dialoghi: la narrazione, appunto, è meticolosa e dettagliata, affinché i personaggi prendano vita e forma dinanzi ai nostri occhi. Martina e le sue pene d’amore con il giovane Matteo, la relazione tra Giada e Andrea che sembra stia mutando col tempo, le sofferenze della figlia primogenita in seguito al lutto, un grande colpo di scena finale che ribalterà completamente la narrazione della storia. In Ventiquattro di Valentina Bardi ci ritroviamo di fronte a storie di tutti i giorni, capaci di segnare nel profondo portando il lettore ad un’attenta autoanalisi e riflessioni circa la propria vita. Per quanto la diversità faccia paura, per quanto, a volte, due universi possano sembrare camminare su rette parallele senza possibilità alcuna di giungere ad un punto d’incontro, accade qualcosa, accade sempre. Accade che una delle due rette si spezzi e precipiti su quella che ha accanto, portandole così a sfiorarsi, a congiungersi. Ed è proprio nella rottura, nella sofferenza, nel dolore, nell’atto dello spezzarsi, che avviene il cambiamento. Nella vita occorre, tra l’altro, ripudiare e boicottare categoricamente le etichette: dietro ogni essere umano c’è, appunto, un essere […]

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Ritmi di veglia di Raffaella D’Elia | Recensione

Raffaella D’Elia è nata a Roma nel 1979. Ha scritto Adorazione (Edilet, 2009), Come le stelle fisse (Empirìa, 2014). Collabora e ha collaborato con quotidiani e riviste letterarie tra cui “L’Unità”, “Il Riformista” ed altre. Si è occupata di autori quali Sanguineti, Bachmann, Walser, Weil, Campo, Ortese. Suoi contributi critici e in prosa sono presenti, tra gli altri, in La terra della prosa. Narratori italiani degli anni Zero (2014), nella riedizione del volume Gruppo 63, Il romanzo sperimentale (2013) per L’Orma, e nell’antologia Con gli occhi aperti (Exòrma, 2016). Ultimo libro dell’autrice, Ritmi di veglia, edito da Exòrma. “Quando è notte e non dorme Ida apre gli occhi, e nel buio il buio diminuisce. Quando è notte e non dorme, Ida sta a occhi chiusi, aperti, si impegna ma la notte fugge via, e lei perde il tempo, rimane indietro. Rimanere indietro è stata sempre la sua più grande abilità, del vizio e della virtù che ciò significa ha sempre faticato a capirne le conseguenze ultime, le prime”. […] La vita concreta per Ida si sviluppa fuori il cerchio magico della concretezza altrui. […] La vita concreta come distrazione, cura del guasto, dall’affanno e dalla fatica estrema della vita. […] Quando di sveste dei panni di danzatrice Ida si cala nel mondo della vita pratica, e sembra arrivare da un posto remoto. Sembra essere sempre stata lì, Ida, nella vita concreta, quando sveste i panni di ballerina. Questa è la sua grazia, la forza e la sua debolezza”. Ritmi di veglia di Raffaella D’Elia Ritmi di veglia di Raffaella D’Elia più che un romanzo, è una sorta di flusso di coscienza. Protagonista del racconto è Ida, Ida e la danza, la danza che va ben oltre il moto armonioso dei corpi. La danza viene intesa come una sorta di logorio dell’animo, come meditazione, come fuga e rifugio dalla solitudine alla quale la protagonista del libro è incatenata. L’autrice ripete innumerevoli volte il nome Ida, ripete le parole, ci gioca, le fa suonare, risuonare, in modo che la narrazione assuma un ritmo unico, incalzante. C’è Ida: è ovunque e non è in nessun luogo. C’è la danza, la danza di Ida che prende il sopravvento anche nelle vite di chi non ha danzato mai. Un libro da leggere e rileggere mille volte, una sorta di trattato filosofico sull’esistenza umana. Lessico complesso, parole adoperate in maniera geniale, capaci di far comprendere al lettore quanto le parole, appunto, possano portare lontano dal significato spicciolo delle stesse prese singolarmente.

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Libri

Una mappa per Kaliningrad di Valentina Parisi

Una mappa per Kaliningrad chi è Valentina Parisi Valentina Parisi nasce a Milano nel 1976, città in cui attualmente vive. Dopo aver conseguito il dottorato di ricerca in letterature slave, ha vissuto in Germania e a Budapest. Attualmente assegnista di ricerca in letteratura russa presso l’Università degli Studi di Pavia, ha tradotto dal russo opere di Alexandra Petrova, Lev Šestov, Pavel Florenskij, Léon Bakst, Pavel Sanaev, Vasilij Grossman, Anton Čechov, Vasilij Golovanov e, dal polacco, testi in prosa di Wisława Szymborska, Adam Zagajewski, Hanna Krall, Stanisław Lem. Ha pubblicato un libro sull’editoria clandestina nell’Urss (Il lettore eccedente. Edizioni periodiche del samizdat sovietico, 1956-1990, Il Mulino, 2014) e la Guida alla Mosca ribelle (Voland, 2017). Dal 2007 collabora regolarmente alle pagine culturali de “Il manifesto”. Il suo ultimo libro è “Una mappa per Kaliningrad, la citta bifronte”, edito da Exòrma. Una mappa per Kalilingrad di Valentina Parisi edito Exorma Edizioni narra le vicende della città di Königsberg, nome attuale della città di Kaliningrad. Situata in Russia sulle rive del mar Baltico, da territorio tedesco, è diventata un’exclave russa. Per exclave si intende una porzione di territorio appartenente ad uno Stato, che però confina interamente con un altro. Nello specifico, in seguito al collasso dell’Unione Sovietica, la Federazione Russa che ne prese il posto, decise di mantenere il controllo su questa regione per avere un accesso al Mar Baltico. Una mappa per Kaliningrad di Valentina Parisi: la storia Una mappa per Kaliningrad è un romanzo in cui l’autrice viaggia alla ricerca delle tracce, quasi perdute, del nonno, il quale venne imprigionato dai sovietici nel campo di lavoro di Stablack fino al 1945, insieme ad altri italiani, e riuscì però a fare ritorno a casa. L’autrice, all’interno del libro, attraversando la città di Kaliningrad grazie ad una vecchia mappa di Königsberg, compie un pellegrinaggio in diciassette stazioni. Quella che visita e in cui è stato prigioniero il nonno, è la città di Kant. Cerca appunto il campo di lavoro coatto in cui il nonno era stato rinchiuso e dal quale era sfuggito, liberato nell’aprile del 1945. Valentina Parisi, grazie anche ad un curato repertorio fotografico, ripercorre la vita del nonno e dei MI, ossia Internati Militari Italiani: ovvero dei soldati italiani catturati e deportati in seguito all’armistizio del 1943. Il libro è una sorta di diario di bordo del suo viaggio, descritto minuziosamente, con una molteplicità di dettagli e cura sia del lessico che della narrazione stessa. Un libro perfetto per gli appassionati di storia e della Seconda Guerra Mondiale, capace di portare il lettore a conoscere eventi verificatisi in una porzione di territorio sconosciuto ai più. Fonte immagine: exormaedizioni.com

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Angela Carter e la raccolta Nell’antro dell’alchimista

Recensione della raccolta Nell’antro dell’alchimista di Angela Carter Angela Carter è nata a Eastbourne nel maggio del 1940 ed è morta a Londra nel febbraio del 1992. Ha frequentato l’Università di Bristol dove ha studiato Letteratura inglese. Fin dalla pubblicazione del suo primo romanzo, La danza delle ombre (1966), ha iniziato ad essere considerata una delle più originali scrittrici britanniche. In seguito ha scritto altri otto romanzi. È stata una scrittrice e giornalista, divenuta famosa per le sue opere femministe, di realismo magico e di fantascienza. La sua prosa concilia l’horror-fantasy più macabro con la commedia erotica. Nelle opere di Angela Carter troviamo molti riferimenti a Shakespeare, nel romanzo Figlie sagge, al marchese de Sade, a Charles Baudelaire nel racconto Venere nera. È stata però maggiormente ispirata dalla tradizione del racconto orale: ha riscritto, infatti, molte fiabe, tra cui Cappuccetto Rosso, Barbablù e La Bella e La Bestia. Angela Carter è morta di cancro nel 1992, all’età di cinquantuno anni, nella sua casa di Londra. La camera di sangue è il suo capolavoro: il libro per cui verrà maggiormente ricordata. Nell’antro dell’alchimista di Angela Carter è una raccolta divisa in due volumi e pubblicata da Fazi Editore che si apre con L’uomo che amava il contrabbasso.  L’incipit è questo: «Tutti gli artisti sono un po’ pazzi, si dice. Questa follia è, in una certa misura, un mito creato dagli artisti stessi per tenere alla larga i comuni mortali dalla congrega creativa fenomenalmente compatta. Però, nel mondo degli artisti, i consapevolmente eccentrici rispettano e ammirano sempre quelli che hanno il coraggio di essere genuinamente un po’ pazzi.» Continua con il secondo racconto, che è Una signora molto per bene e suo figlio in casa. «Quando ero adolescente, mia madre m’insegnò un incantesimo, mi diede un talismano, mi porse la chiave del mondo. Perché vivevo nel terrore, io, così giovane, così timida davanti a tante persone − le persone che parlavano piano e aspiravano l’acca; le maschere del cinema che, in quei giorni, erano ragazze con indosso degli ampi pigiami di satin che burlavano il mio sesso ancora dormiente con spudorata lascivia, uomini affabili che mettevano le mani fredde sui miei seni appena formati, inermi, al piano superiore dei solitari autobus novembrini. Tante, tante persone.» Nell’antro dell’alchimista di Angela Carter Il libro continua con Souvenir del Giappone, La bella figlia del boia, Gli amori di Lady Porpora, Il sorriso dell’inverno, Penetrando nel cuore della foresta, La carne e lo specchio, Padrone, Riflessi, Elegia per un cane sciolto ed altri racconti. Nella postfazione la scrittrice scrive: «Ho incominciato a scrivere brevi prose quando vivevo in una stanza troppo piccola per scriverci un romanzo. Le dimensioni dello spazio intorno a me modificavano quello che facevo nella stanza e lo stesso succedeva ai miei scritti. La traiettoria limitata della narrativa breve ne concentra il significato. Il segno e il senso si possono fondere in un modo che non è attuabile tra le molteplici ambiguità di una narrazione di lungo respiro. Ho scoperto che benché il gioco […]

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La scatola di cuoio di Gianni Spinelli | Recensione

Gianni Spinelli è un giornalista professionista, vice caporedattore de «La Gazzetta del Mezzogiorno». Ha scritto per «Guerin Sportivo», «Il Giorno», «Corriere della Sera», «Avvenire», «Meridiani» e «Geo». Attualmente collabora con «Donna Moderna» ed è editorialista del «Corriere del Mezzogiorno». Fra i suoi libri, ricordiamo Il gol di Platone, Settanta volte donna, Tutta colpa di Eva, Andiamo al Cremlino e l’ultimo, La scatola di cuoio. La scatola di cuoio è l’ultimo romanzo di Gianni Spinelli, in cui l’autore narra abilmente le vicende che si svolgono a San Clemente, un paesino della Basilicata, a quasi trenta chilometri da Matera. Un paese non indicato sulla cartina geografica, che appariva tra aride fiancate di calanchi, appartenente ad una regione che era quasi invisibile. Spinelli è geniale nel raccontare le ipocrisie di una famiglia benestante che si verificano nell’arco temporale degli anni ’60, ipocrisie che ruotano intorno a Don Pantaleo, un frate maledetto: anziano, decadente, capelli lunghi e grigi, rughe ampie sulla fronte e dall’aria misteriosa, nella cui casa accadono avvenimenti alquanto ambigui e strani. La scatola di cuoio di Gianni Spinelli Don Pantaleo, detto il Provinciale, passa la vita non badando altro che ad accumulare ricchezze, che in seguito al suo decesso verranno ereditate dal marito di Marta Fontiuzzi, nipote di Don Pantaleo, marito incapace di gestire sia il patrimonio ereditato che la sua stessa esistenza. Marta, donna tanto brutta nell’aspetto quanto astuta nella vita, è la burattinaia del libro, una donna cattiva, avida, colei che gestisce le vite altrui, prevede i loro gesti e ne calcola dunque, nei minimi dettagli, le conseguenze. Una donna convinta che i soldi non siano solo fonte di ricchezza e potere, ma anche l’unico mezzo per ottenere il rispetto e l’adorazione altrui. In seguito al decesso di Marta, in famiglia seguiranno avvincenti avvenimenti per ottenere l’eredità della stessa. Un racconto all’insegna dei pettegolezzi di paese, dell’ipocrisia, della bramosia nell’accaparrarsi il patrimonio di Don Pantaleo e scoprire il contenuto della scatola di cuoio, una piccola scatola ricoperta di polvere, da cui prende appunto spunto il titolo del libro. Racconto avvincente, a tratti ironico, a tratti thriller, a tratti noir. Lettura scorrevole e appassionante: l’autore descrive minuziosamente abiti, costumi, indole, temperamento dei singoli personaggi che prendono vita nell’immaginario del lettore, personaggi che, alla fine della storia, avranno ciò che veramente meritano e non quello che speravano di ottenere.

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Alessandro Pagani e 500 chicche di riso

Alessandro Pagani, nato a Firenze nel 1964, è scrittore, musicista e impiegato presso la Asl Fiorentina. Io mi libro, edito da 96, Rue De La Fontaine (una frase del libro apparirà anche sull’agenda Comix 2019), è la sua seconda pubblicazione dopo Perché non cento?, stampato da Alter Ego/Augh di Viterbo (Aprile 2016), e il libretto auto prodotto del 2015 Le Domande Improponibili. L’ultima sua pubblicazione è 500 chicche di riso, edito sempre da 96, Rue De La Fontaine, pubblicato nel 2019. 500 chicche di riso di Alessandro Pagani è un libro umoristico, ironico, nel quale l’autore, attraverso dei brevi e geniali giochi di parole, descrive la società in cui viviamo, i comportamenti che abbiamo, le cose che quotidianamente facciamo. Il libro si compone appunto di 500 frasi ironiche e provocatorie, a tratti grottesche. Non mancano all’interno del testo dialoghi, botta e risposta, doppi sensi e freddure. Un libro da leggere un po’ alla volta, quando si ha voglia di regalarsi un sorriso, oppure da aprire e portare al termine tutto d’un fiato vista la semplicità e la chiarezza del lessico adoperato dall’autore. “In fila alle poste. «Scusi capellone, deve fare la coda.» «Senta, a me piacciono sciolti.»” Oppure:  “Tizio invita donna cinese a ballare. «Danza con me questa polka?» «Ma come si pelmette, blutto stlonzo?»”  500 chicche di riso di Alessandro Pagani La genialità dell’autore non consiste solo nel dare vita a battute nonsense e a giochi di parole, ma soprattutto nell’esser talmente abile ad adoperare le stesse in modo da dare vita ad irriverenti equivoci lessicali dovuti all’impiego di espressioni e parole simili tra loro da un punto di vista fonologico ma che differiscono sotto quello morfologico. Battute goliardiche, a tratti assurde, a tratti che riportano il lettore alle battute che sente nella quotidianità e che magari egli stesso si ritrova a pronunciare o a sentir dire. “La donna più sorpresa che abbia mai visto? Ester Refatta.” Lettura del libro vivamente consigliata, poiché regala una sorta di senso di leggerezza e spensieratezza capaci di tenere la mente lontana dai problemi della quotidianità.

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Sulle tracce del Nobel ecologista di Maria Laura Crescimanno

Sulle tracce del Nobel ecologista | Recensione Maria Laura Crescimanno è nata a Palermo nel 1962 e ha studiato Lingue e letterature straniere all’Università “Ca Foscari” di Venezia e si è laureata a Palermo. Dopo la laurea ha conseguito un dottorato di ricerca in Relazioni Pubbliche presso l’Università di Palermo. Giornalista professionista, è iscritta all’Ordine regionale. Ha collaborato come freelance con la Rai, Mondadori e Rizzoli. Inoltre collabora da oltre 20 anni con il mensile DOVE. I temi principali da lei trattati sono il turismo, l’ambiente, il mare, la gastronomia ed i beni culturali. Per alcuni anni ha lavorato come redattore ai programmi settimanali del TG3 Eureka e al  TG3  Sicilia.  Oggi lavora negli uffici stampa di enti pubblici e privati. Dottore di ricerca in Pubbliche Relazioni, collabora con master universitari ed enti formativi, ma la sua vera passione sono il mare, la vela e le immersioni, le isole, i fondali marini e la loro tutela.   Ha pubblicato il libro di itinerari “Suggestioni di Sicilia”, oltre a numerose guide turistiche sull’isola. È ideatrice, insieme al suo compagno skipper ed armatore Fulvio Croce, del programma di vela e cultura del mare Archeosailing per cui cura la comunicazione ed il blog Archeosailing in Atlantico. Sulle tracce del Nobel ecologista edito da Il Frangente è la sua ultima pubblicazione. Sulle tracce del Nobel ecologista  Sulle tracce del Nobel ecologista  è un romanzo di viaggio, una sorta di diario di bordo nel quale l’autrice ripercorre le tappe di una serie di viaggi dello scrittore ecologista francesce Le Clézio. Le Clézio, nelle sue opere, si dedica ampiamente alla scrittura di paesaggi marini. Inoltre nei suoi primi romanzi è chiara la volontà di ribellione dell’autore nei confronti del sistema costituito, la denuncia della guerra, dello sfruttamento umano e ambientale e dell’inquinamento. Per tutte queste ragioni, Le Clézio è da considerarsi uno scrittore militante, tanto che l’accademia svedese lo definì uno “scrittore ecologista impegnato”. Nei decenni successivi le sue opere assumono invece un tono più personale, nonostante egli tratti spesso il tema del viaggio e i ricordi della propria infanzia, senza tuttavia mai rinunciare alla contestazione degli aspetti più turpi della società contemporanea. Il viaggio comincia con l’arrivo a Rodrigues, la più piccola delle isole Mascarene. L’autrice descrive minuziosamente dall’arrivo sull’isola agli scorci di natura presenti sulla stessa. Poi Panama, sulle tracce degli indios della foresta. In seguito è il turno del Messico, il posto dell’ultima strage delle balene grigie. Il Marocco, il deserto. L’Oceano Pacifico: il continente invisibile. L’autrice compie un lavoro esemplare: facendo riferimento spesso a citazioni tratte dalle opere di Le Clézio, ripercorre gli stessi luoghi visitati. Il testo è scorrevole, lineare e ha la forma di un vero e proprio diario di bordo nel quale racconta ogni singolo dettaglio sui luoghi visitati. Analizza a fondo, s’interroga e ci interroga al fine di farci comprendere che, continuando ad inquinare, ad abusare di plastica, ad accumulare spazzatura, nel mare a breve ci saranno più rifiuti che forme di vita. “Ma noi contemporanei troveremo il modo […]

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Il rumore dei passi di Luca Ispani | Recensione

Luca Ispani nasce a Modena il 19 maggio 1979. Ad 8 anni vince il primo premio presso un concorso giovanile in Veneto indetto da una radio locale. Vincitore e segnalato in numerosi premi nazionali e internazionali, studia da tempo da autodidatta diversi autori. Negli ultimi vent’anni si è appassionato alla paesologia. Inizia a fare letture poetiche nel 2004 per lo più in eventi di arte di strada dove si sente più a suo agio. Dal 2014 al 2015 ricopre il ruolo di vice-presidente presso l’associazione culturale “I Poetineranti”. Collabora con il collettivo di poesia nazionale “Bibbia d’Asfalto” dal 2014 al 2016. Segue il progetto “Grungeart”, che è la creazione di un vero e proprio spettacolo basato su testi performanti, musica e arte visiva riconducibili al movimento “grunge”dei primi anni ’90. Diversi suoi testi sono stati tradotti negli Stati Uniti, in Messico e in Australia. Il rumore dei passi di Luca Ispani è il suo ultimo libro di poesie. Il rumore dei passi di Luca Ispani è una breve raccolta di poesie, pubblicata dalla Roundmidnight edizioni. L’autore, all’interno del testo, tocca varie tematiche, nonostante i temi centrali, che fanno da filo conduttore, siano la natura, i paesaggi, i monti. Le poesie sono a tratti un urlo tacito e profondo, a tratti un grido di ribellione contro un mondo di ingiustizie che vede vittima i più deboli, i disabili, coloro i quali non hanno possibilità di parola in un mondo in cui è semplice divenire vittima dei più forti. L’occidentale non si cura Della guerra dei poveri Pensa al telefono nuovo Da cambiare ogni sei mesi. Dai letti d’ospedali e alla sofferenza dei malati, al Congo e alle tematiche riguardanti la guerra. Sono chi ha il corpo trafitto Da lame di parole Orgogliose e bisbetiche Funeste e malinconiche. [l’inettitudine del volere e potere. Così l’autore descrive se stesso e il suo essere. Il rumore dei passi di Luca Ispani Nelle poesie è chiara ed evidente la sua ispirazione alle liriche del poeta Franco Arminio, al quale, appunto, dedica anche dei versi. Ho scritto di vita, di piante e natura Di amore e di linfa, dice nella sua poesia intitolata Parole. Il rumore dei passi di Luca Ispani ha un lessico chiaro, semplice, diretto, accessibile a qualsiasi tipologia di lettore. Non occorre essere appassionati di poesia per lasciarsi travolgere e sopraffare dalle sue liriche, brevi, concise, toccanti. Volume breve, da leggere tutto d’un fiato. Tangibile l’armonia con cui l’autore vive il rapporto con il paesaggio, con le montagne, con i campi. La vita del paese, il focolare domestico intorno al quale ruota la pace delle famiglie, lo scorrere del tempo. Per acquistarlo: qui. Fonte immagine: Ufficio Stampa.

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Il teatro sulla Francigena di Simone Pacini

Simone Pacini nasce a Prato nel 1976 e attualmente vive a Roma. Ha studiato organizzazione e gestione di eventi e spettacolo dal vivo, prima all’Università di Firenze specializzandosi poi con un master all’Università Bocconi di Milano. Durante questi anni di formazione ha collaborato con importanti teatri e festival (tra cui Ravenna Festival e il Festival dell’Unione dei Teatri d’Europa organizzato dal Teatro di Roma). A Milano ha lavorato presso l’Associazione Teatrale Duende e alle Edizioni Ubulibri. Dal 2003 collabora con l’associazione Carte Blanche all’organizzazione del festival VolterraTeatro. Da tempo spettatore militante e appassionato di critica, ha fondato nel 2004 una rivista di cinema in seguito diventata portale web (www.ilgrido.org) per il quale tuttora collabora. Oltre al teatro e al cinema, si interessa di arti visive, letteratura ed enogastronomia. Pratica attività di “cultural networking” nella speranza di abbattere il conformismo e l’appiattimento culturale dell’Italia. Il teatro sulla Francigena è il primo libro di Simone Pacini, pubblicato da Silvana Editoriale. Il teatro sulla Francigena di Simone Pacini è il diario di bordo di un gruppo di attori appartenenti a due scuole: il Teatro Metastasio Stabile della Toscana e il Théàtre École d’Aquitaine. La particolarità del progetto è che si tratta di un vero e proprio trekking teatrale, svolto appunto dai ragazzi della via Francigena. Si tratta di due gruppi eterogenei, composti da ragazzi tra i 20 e i 25 anni, salvo poche eccezioni. 37 persone in tutto, in viaggio per oltre un mese, attraversando le seguenti città:  Prato, Lucca, Pisa, San Miniato, Certaldo, Gambassi Terme, San Gimignano, Colle Val d’Elsa, Monteriggioni, Siena, San Quirico d’Orcia, Bagno Vignoni, Radicofani, Livorno, Bastia, Olmi-Cappella, Marsiglia, Villeréal, Monflanquin, Penne-d’Agenais, Pujols, Monclar, Castelmoron-sur-Lot, Clairac, Damazan, Bruch, Nérac, Barbaste, Montesquieu, Agen più altre decine di villaggi e piccoli paesi. Il teatro sulla Francigena di Simone Pacini Il teatro sulla Francigena di Simone Pacini è, appunto, un vero e proprio diario di bordo circa le esperienze dei ragazzi che prendono parte al progetto. Siamo di fronte al racconto di ciò che avviene dal momento del risveglio a quello in cui si giunge, sfiniti, bagnati completamente dalla pioggia, in un nuovo paese o una nuova città, fino ad arrivare in Francia. Scritto in maniera colloquiale, ricco di dettagli sui vari spostamenti compiuti dagli stessi all’interno delle varie città visitate e dei piccoli borghi nei quali si è giunti, appunto, a piedi. Il testo è arricchito da innumerevoli fotografie che ritraggono i ragazzi in cammino, in scena o in momenti di quotidianità alle prese magari con il pisolino del giorno, le prove musicali o una semplice passeggiata. Per saperne di più: www.ilteatrosullafrancigena.it

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Sognando Bologna di Riccardo Bassi | Recensione

Riccardo Bassi, autore di Sognando Bologna, è uno scrittore e imprenditore milanese. L’autore si divide tra la famiglia, il lavoro, lo sport e la scrittura, passione che coltiva da sempre. La sua professione principale si svolge nell’ambito informatico, inoltre collabora come referente partnership nel progetto Milan Academy. Sognando Bologna è una sorta di romanzo giallo, a tratti pink-noir, che racconta le difficoltà economiche e sociali di un gruppo di ragazzi.  L’autore, non a caso, sceglie il capoluogo dell’Emilia Romagna come culla del proprio racconto, poiché fulcro dello sviluppo della cultura italiana, della musica, dello sport e della cucina. La prefazione del libro è a cura di Luca Bonaffini e la copertina è uno scatto del figlio di Luca Carboni, Samuele. Sognando Bologna è la storia di una comitiva di ragazzi, le cui vite si intrecciano e si slacciano a causa di una serie di sorprendenti ed inaspettati eventi. Protagonista indiscusso del racconto è Kevin, la cui vita è irrimediabilmente legata a quella di tre ragazze, Alice, Sara e Giulia con cui intrattiene relazioni amorose diverse tra loro ma tutte importanti allo stesso tempo. Le tre ragazze sono completamente diverse, per cui Kevin non sa verso quale delle tre proiettarsi. Il filo conduttore della narrazione è, dunque, il rapporto che lega Kevin alle tre donne, sullo sfondo di una Bologna piena di bellezza, contraddizioni e criminalità. Sognando Bologna di Riccardo Bassi Un alone di mistero caratterizza la storia ed i personaggi che s’incontrano e si scontrano tra il posto di lavoro e la palestra che frequentano. Alice, giovane donna dal passato turbolento, viene presentata come la dama di compagnia di una contessa che improvvisamente viene colta dall’Alzheimer. La malattia procede a ritmo irrefrenabile, e quindi la donna è chiamata a redigere il proprio testamento. Ma Alice in realtà non è una dama di compagnia: è un’agente segreto ingaggiato per proteggere la contessa, il suo patrimonio e un anello dal valore di due milioni di euro da eventuali malfattori. Protagonisti mutevoli, poiché dietro alle loro vite apparentemente normali e tranquille, si celano una serie di misteri e colpi di scena del tutto inattesi. Sognando Bologna si apre in maniera lenta: nelle prime pagine predominano descrizioni delle vite e delle abitudini dei personaggi principali. Il lessico è chiaro e la narrazione procede scorrevole e in maniera lineare. È solo verso la metà del racconto che la storia prende una piega inaspettata: costanti colpi di scena incuriosiscono il lettore portandolo a giungere al termine della storia in breve tempo.

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