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Eroica Fenice

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Una vita da ricostruire di Brigitte Riebe

Una vita da ricostruire di Brigitte Riebe è un romanzo storico ambientato a Berlino tra il 1932 e il 1945. Brigitte Riebe è nata a Monaco nel 1953. Dopo il liceo, ha studiato all’Università di Monaco, dove ha conseguito un dottorato di ricerca in Storia. Successivamente ha lavorato come educatrice museale ed in seguito come editrice per diversi editori tedeschi. Lavora come scrittrice freelance a Monaco dal 1990 e ha pubblicato vari romanzi di notevole successo, in cui affronta tematiche riguardanti le vicende dei secoli passati. I suoi romanzi sono stati tradotti in numerose lingue. Ricorrendo all’impiego dello pseudonimo Lara Stern ha inoltre scritto una serie poliziesca in più volumi. Felicitas Gruber, invece, è lo pseudonimo di cui si serve Brigitte Riebe con la storica dell’arte Gesine Hirsch. Insieme hanno scritto i romanzi gialli “Die kalte Sofie” e “Vogelfrei” ed altri. Trama Berlino, giugno del 1932 Una vita da ricostruire di Brigitte Riebe ci porta a Berlino nel giugno del 1932. Una famiglia è riunita per i festeggiamenti organizzati per l’inaugurazione dei grandi magazzini Thalheim&Weisgerber. Tutto procede alla perfezione ed ogni cosa è stata organizzata nei minimi dettagli, nonostante nella mente di coloro che hanno investito nella costruzione faccia capolino l’idea di esser stati magari avventati e di aver forse sbagliato periodo storico per compiere un investimento del genere. Ma ciò che conta è la moda, la moda e basta: chic, accattivante, alla portata della classe media. All’interno, una grande scala mobile conduce i presenti ad una lunga serie di appendiabiti carichi di vestiti, cappotti, pantaloni, camicette, giacche. Calze, guanti e cinture sui banchi di vendita: l’indispensabile per la donna e l’uomo moderni. A tratti un clima di gioia e festa pervade l’atmosfera, a tratti è tangibile l’astio, la preoccupazione, nonostante a stento, dalle prime pagine, si comprendano le ragioni di ciò. Berlino, maggio del 1945 “Nessun rumore esterno penetrava nel loro nascondiglio in cantina, né il sibilo dei Katiuscia, né il rombo degli aeroplani, né lo staccato dei cannoni antiaerei o i tonfi sordi dei carri armati. Nello scantinato c’era poca luce, l’aria era viziata perché la piccola finestra era rimasta chiusa per tutta la notte, e un gran silenzio.” Una vita da ricostruire di Brigitte Riebe La Germania aveva capitolato. Hitler era morto e finalmente quella sanguinosa guerra era finita. Di Berlino non restano che le macerie. Della famiglia Thalheim, non rimane quasi nulla. La loro agiata villa è stata sequestrata dai militari russi, il grande magazzino, vittima dei bombardamenti, ridotto ad un cumulo di macerie in cui il tetto di vetro è andato completamente in frantumi e le pareti quasi rase del tutto al suolo. Rike, la figlia maggiore, è l’anima del racconto. Oskar, il fratello, è disperso. Da più di due anni ormai, di lui, nessuna notizia: per questo Rike è convinta che sia morto, nonostante non riesca minimamente ad abituarsi all’idea e neppure del padre, dopo la guerra, non si ha nessuna traccia. La madre, morta solo l’anno dopo l’inaugurazione del negozio in un fatale […]

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Daniela De Prato e la rabbia

Daniela De Prato è nata a Udine dove lavora in ambito museale e collabora alla realizzazione di video-documentari con l’Associazione Officine Visive di Tolmezzo. Scrive sul periodico del Comitato Tina Modotti Perimmagine. Grazie ad alcuni racconti brevi, ha vinto il premio Leggimontagna e il Maddaloni – Città degli Angeli. Ha pubblicato due romanzi: Il sole negli occhi ed Exit. L’Italia intera è al centro della sua scrittura, dal Nord alla Sicilia, dall’Appennino lucano al centro Italia. L’ultimo romanzo dell’autrice è La rabbia, edito dalla casa editrice Ioscrittore, un marchio editoriale di Gruppo editoriale Mauri Spagnol. La rabbia di Daniela De Prato è un romanzo in cui le esistenze di quattro famiglie italiane si incontrano, nel primo decennio del Novecento. Il racconto si svolge interessando l’intero stivale: dal Nord al Sud Italia, dal Friuli alla Toscana, dalla val D’Agri al Brennero. L’inizio della storia si sviluppa in Basilicata, nel 1914, tra Marsicovetere e i monti di Viggiano. La descrizione si apre con l’immagine del sindaco del paese che vaga per le strade in sella al suo possente cavallo. L’Italia si sta preparando per entrare nel primo conflitto mondiale, conflitto che, in breve tempo, garantirà terreno fertile per lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Racconti di storie di partigiani, di emigrazione, di povertà, di famiglie in lutto per la perdita dei propri figli allontanati prematuramente dalle mura paterne per correre in difesa della Patria. L’autrice scrive: Le storie di guerra non si raccontavano, questa era la regola. Chi le aveva vissute voleva dimenticare. Ciò che accade in guerra non vale più, in tempo di pace, pensavano i superstiti. Negavano, e così affermavano ogni orrore e ogni crudeltà, trasformandolo in indifferenza: ‘Ciò che è passato è passato’. Come un bolo mal digerito che si congela nello stomaco finché non viene vomitato, orrore, crudeltà e indifferenza erano destinati a gravare sui posteri. La narrazione si suddivide in 8 capitoli: Trapassato remoto, Presente, Passato remoto, Trapassato prossimo, Il tempo fermo, Imperfetto, Presente, Futuro, coprendo così un arco temporale che va dal 1914 ai giorni nostri. La rabbia di Daniela De Prato Il filo conduttore del romanzo è un processo, avvenuto di recente, in cui Clara Pellegrini, Alexandra Sarti e Pietrangelo di Pierri rischiano a causa di un gesto violento nei confronti della Multinazionale che è responsabile della devastazione di un territorio e della morte di molteplici persone. I tre finiscono sul banco degli imputati con i seguenti capi d’accusa, ordinati per gravità: formazione di banda armata per la commissione del reato di associazione con finalità di terrorismo, danneggiamento, incendio doloso e tentata strage e per Clara c’è anche l’aggravante di essere stata il capo della banda. L’autrice scrive: Come si può pensare che tre persone così, un dottore in scienze forestali, uno in scienze agrarie e una guida turistica – nessuno con competenze ingegneristiche o informatiche – senza alcun precedente, senza contatti con il mondo della criminalità né esperienze di alcun tipo nel ramo, uniti tra loro dalla semplice amicizia, senza alcun interesse economico, in […]

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La vita a piccoli passi di Luca Viscardi

Luca Viscardi (Bergamo, 5 gennaio 1969) è conduttore radiofonico, blogger e youtuber. Ha cominciato la sua carriera a RTL 102.5 e nel 2020 ha superato il trentesimo anno di attività in radio. È un innovatore divulgatore e ha creato il sito di tecnologia mistergadget.tv. Ha condotto dal 1988 numerose trasmissioni radiofoniche su RTL 102.5, tra le quali il seguitissimo morning show Ed ecco a voi, poi diventato La Famiglia, con Antonio Gerardi e Jennifer Pressman. Dal 1997 al 2005 ha anche ricoperto la carica di direttore dei programmi e direttore responsabile sempre a RTL 102.5. In seguito alla cessione di Play Radio al Gruppo Finelco (con la conseguente trasformazione in Virgin Radio), Luca è tornato in ambito locale occupando il posto di direttore dei programmi a Radio Number One, emittente pluriregionale bergamasca. Luca Viscardi si scopre autore in seguito alla sua positività al Covid-19, dalla quale nasce La vita a piccoli passi. La vita a piccoli passi di Luca Viscardi è una sorta di diario di bordo in cui l’autore, uomo in piena salute, descrive ai lettori la propria esperienza con il Covid-19, dall’esordio della malattia fino all’epilogo. Il 3 marzo scopre che un suo collega è risultato positivo al tampone e lui, nel frattempo, è preda dei primi sintomi: tosse e febbre. In attesa di fare il tampone, in seguito al peggioramento della sua condizione, viene trasferito d’urgenza in ospedale. La scrittura dell’autore ci porta al suo fianco, nell’ambulanza, mentre a stento riesce a respirare, fino al raggiungimento del pronto soccorso ed in seguito la terapia intensiva, reparto in cui è sottoposto all’impiego del casco per respirare. La narrazione è un susseguirsi di vicende forti e toccanti, ma è anche il resoconto di una vita di un uomo provvisto di una forza smoderata, una forza nata nell’autore grazie alla vicinanza di amici e familiari, presenze essenziali per fronteggiare la battaglia e sconfiggere la malattia. La vita a piccoli passi di Luca Viscardi Luca Viscardi ci parla inoltre del personale sanitario, degli infermieri, dei medici coinvolti nelle battaglie personali di decine e decine di pazienti che quotidianamente hanno rischiato di soccombere a causa di questo virus. Descrive inoltre le difficoltà nel ricercare e trovare, ogni giorno in cui giace, indifeso, nel letto d’ospedale, delle ragioni per non arrendersi, la forza necessaria, il coraggio per andare avanti, per non smettere di lottare e sperare di uscire vivo dal reparto. Luca Viscardi conclude il libro con una serie di interrogativi: Cosa rimarrà di tutto questo: abbiamo imparato qualcosa, siamo diventati migliori dopo quello che abbiamo vissuto? Riusciremo a tenere vivo quel senso di vicinanza e di comunità che abbiamo subito avvertito quando ognuno di noi era chiuso dentro la propria casa o magari dentro una stanza di ospedale? Un racconto intenso, la sofferenza di un uomo che ce l’ha fatta, un invito ad essere coscienziosi ed evitare la superficialità e l’imprudenza, poiché, purtroppo, il Covid-19 è ancora tra noi, continua a rubare la vita di molti ed è per questo che, nonostante […]

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Saverio Simonelli: Cercando Beethoven | Recensione

Saverio Simonelli è nato a Roma nel 1964. Laureato in Filologia germanica, è giornalista professionista dal 1987 e dal 1998 è responsabile dei programmi culturali e di approfondimento dell’emittente satellitare Tv2000. Ha tradotto e pubblicato varie opere di Thomas Mann e altri scrittori. Nel 2002 e nel 2004 ha pubblicato con Andrea Monda due saggi sulla letteratura fantastica e fantasy: Tolkien il Signore della Fantasia e Gli Anelli della Fantasia. Nel 2012 ha scritto Nel paese delle fiabe, tratto dal documentario Sulla strada dei Grimm, realizzato in coproduzione con il Goethe-Institut. Cercando Beethoven di Saverio Simonelli prende forma proprio in occasione del 250° anniversario della nascita di Ludwig van Beethoven. La storia prende vita nel 1800 ad Heiligenstadt: siamo a Vienna, nella capitale europea della musica, nel luogo esatto in cui Beethoven trascorre abitualmente la sua villeggiatura. Wilhelm, Andreas e Queenia, i tre protagonisti del racconto, uniti dalla testa passione-ossessione, la musica. Wilhelm, ventenne, sognatore, romantico, aspira a diventare un grande musicista, nonostante non creda molto in se stesso e nel proprio talento; Andreas è violinista e pianista e Queenia è la ragazza della quale Wilhelm si innamora. Lo scopo dei tre ragazzi è quello di incontrare il Maestro, ragion per cui decidono di irrompere nella casa del compositore al fine di scoprirne i segreti più reconditi. Purtroppo però il gesto folle non porterà i giovani ad ottenere nulla circa la vita di Beethoven e fortunatamente il misfatto non verrà scoperto da nessuno. Wilhelm intende, dunque, incontrare Beethoven e grazie all’amico Andreas riesce ad introdursi nel teatro in cui il compositore deve esibirsi. Utilizzando un discorso del poeta Novalis, riesce a conquistare l’attenzione di Beethoven. All’incontro tra i due, ne seguiranno altri. Cercando Beethoven di Saverio Simonelli Beethoven, nonostante venga descritto come un uomo trasandato nel vestire, burbero, dai modi arroganti, scostante e solitario, è tuttavia anche capace di dimostrare affetto a pochi eletti. I protagonisti assoluti del romanzo sono Beethoven e la musica. Una musica che non è artefatta, non è composta per far breccia nel cuore e nell’orecchio degli ascoltatori, ma, al contrario, è per Beethoven l’unico mezzo per conoscere se stesso, per dare suono e forma al proprio dolore e ai propri sentimenti. Gli accadimenti narrati all’interno del romanzo si sviluppano sullo sfondo della guerra che porterà Napoleone Bonaparte a invadere l’impero asburgico. Ci ritroviamo nei salotti frequentati dai nobili: il lusso domina la vita degli uomini d’affari che si incontrano appunto nei salotti e nei teatri in cui la musica è protagonista indiscussa della scena, salotti in cui, tuttavia, mai si vedrà Beethoven.  Saverio Simonelli, grazie ad una scrittura accurata e ricercata, ma anche molto scorrevole, ha la capacità di analizzare meticolosamente la psiche dei personaggi del romanzo, che sono molteplici. L’autore inoltre fa spesso riferimento ai grandi autori e musicisti del periodo storico, come Novalis, Mozart, Goethe, Himmel,  Immagine: Fazi Editore

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Kevin Barry: L’ultima nave per Tangeri | Recensione

Kevin Barry, nato nel 1969, è uno scrittore irlandese. È autore di due raccolte di racconti e tre romanzi. La città di Bohane è stata vincitrice del Premio letterario internazionale di Dublino 2013. Il suo romanzo Night Boat to Tangier è stato tra i finalisti del Booker Prize 2019. Barry è anche un editore di Winter Papers, un annuale di arte e cultura. Nato a Limerick, Barry ha passato gran parte della sua giovinezza viaggiando. Ha vissuto a Cork, Santa Barbara, Barcellona e Liverpool prima di stabilirsi a Sligo. A Cork Barry ha lavorato come giornalista freelance. Desideroso di diventare uno scrittore, acquistò una roulotte e la parcheggiò in un campo nel West Cork, trascorrendo i sei mesi successivi a scrivere quello che definiva un romanzo terribile. Barry si è descritto come un delirante egocentrico, una di quelle creature mostruose che sono composte per il 99% da un ego puro e genuino. Siamo nell’Ottobre del 2018 e i protagonisti del romanzo sono Maurice Hearne e Charlie Redmond. Ci troviamo nel porto di Algeciras, città situata nell’estremo sud della Spagna. Maurice e Charlie sono due ex narcotrafficanti irlandesi, ormai cinquantenni, che si ritrovano in questa città poco distante da Gibilterra ed è il punto di partenza e di arrivo per Tangeri. I due uomini si trovano in questo posto poiché sono alla ricerca di Dilly Hearne, la figlia di Maurice. Dalle prime pagine del libro trapelano poche notizie circa la vita della ragazza, poiché sappiamo solo che la giovane si è convertita alla vita da punkabbestia. L’ultima nave per Tangery di Kevin Barry I due uomini vengono descritti a tratti in maniera comica, a tratti in maniera tragica.  All’interno del romanzo, che ha tutte le caratteristiche del noir, si susseguono molteplici dialoghi, mentre le immagini delle descrizioni dei paesi di montagna della Spagna prendono forma davanti agli occhi del lettore. Andalusia e Irlanda, bettole, spiagge deserte. Due uomini il cui destino ormai è segnato a causa degli eventi accaduti in passato, due ex criminali ormai destinati al fallimento. In passato si sono ubriacati, sono stati vittima dell’eroina, hanno perfino amato e tradito la stessa donna, Cynthia, che è stata anche causa di un accoltellamento tra i due. Dopo il ricovero di entrambi in un ospedale psichiatrico e la disintossicazione, l’unico filo che lega i due uomini è proprio la giovane ragazza, Dilly. L’ultima nave per Tangeri di Kevin Barry è un romanzo struggente, malinconico, pungente. La scrittura è scarna, essenziale, immediata. Tra passato e presente, tra rimorsi e rimpianti, Kevin Barry dà vita ad un racconto che è quasi privo di trama, poiché appare come una sorta di flusso di coscienza da parte dei due protagonisti, che non hanno modo per sfuggire al loro passato e non sanno però neppure come vivere il loro futuro. Immagine: Fazi Editore

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Il mistero dello stradivari scomparso di Millie Oliver

Il mistero dello stradivari scomparso di Millie Oliver: la nostra recensione. Millie Oliver (Mila Orlando) è lo pseudonimo di un’autrice che ha deciso di debuttare nella narrativa per ragazzi, incastrando la scrittura tra gli impegni di lavoro e quelli di mamma. Vive in provincia di Napoli e lavora per un’agenzia di comunicazione. Ha all’attivo diverse commedie romantiche e un mistery romance. Esordisce nel 2014 con la commedia romantica Quando l’amore chiama, edito da Rizzoli nella collana YouFeel, per la stessa collana ha pubblicato Chiedimi se ti amo ancora (2015) e Quando l’amore arriva (2016). Nel 2016 esordisce in self-publishing con la novella di ambientazione natalizia Amarti ancora. Nel 2017 pubblica in self il chick-lit È solo questione di magia e Amore carbonaro, una commedia romantica incentrata sull’amore e il cibo con Leggereditore. Con Come il Jazz, all’improvviso approda in Emma Books. La narrativa per ragazzi è il suo più grande amore e crede che le storie non abbiano età. Il mistero dello stradivari scomparso di Millie Oliver è il primo volume della serie per ragazzi edito dalla collana Segreti in giallo. Maggie Scoop, la protagonista, è un’adolescente molto testarda che è alle prese con il suo primo scoop. Ci ritroviamo di fronte ad una sorta di piccola Sherlock Holmes dell’era moderna e digitale. La giovane Maggie Scoop è alle prese con un quesito esistenziale: Come si fa a fare un grande scoop?, mentre sogna di diventare giornalista investigativa, seguendo le orme del padre e del nonno. È sempre armata del proprio cellulare, al fine di fotografare e filmare ciò che le accade intorno. In seguito al trasferimento della sua famiglia da Leeds a Londra, arriva nella prestigiosa Talents Academy ed è lì che si ritroverà di fronte ad un’avvincente occasione. In compagnia di due compagni di avventura, Stella e Peter, intraprenderà un percorso incentrato su di un prezioso stradivari scomparso nel nulla. Il mistero dello stradivari scomparso L’autrice Millie Oliver scrive il racconto in maniera scorrevole, semplice, ma al contempo è capace di far appassionare il lettore alla vicenda, poiché il mistero è tangibile in ogni singola pagina del racconto. Maggie è una ragazzina di undici anni ma nonostante la sua giovane età, è molto matura e determinata. Ed è proprio il carattere ostinato della protagonista il motore della narrazione, poiché il lettore in breve tempo si ritrova catapultato al centro delle indagini svolte dalla giovane ragazza. Lo stradivari è scomparso perché qualcuno lo ha rubato e Maggie non può non risolvere il mistero e trovare l’autore del misfatto. Il mistero dello stradivari scomparso, nonostante nasca come un giallo per ragazzi, è un libro adatto a qualsiasi tipologia di lettore grazie alla lettura piacevole al punto da riuscire ad  appassionare e interessare chiunque, chiunque voglia godere della compagnia di un buon libro al fine di ottenere un pizzico di spensieratezza.     Fonte immagine: ufficio stampa.

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Storia di un (quasi) amore in quarantena

Davide Gambardella, giornalista, è nato a Napoli nel 1981. Inizia la sua gavetta nel 2002 come cronista nelle redazioni dei giornali di Napoli, città che è stata una maestra di vita per l’autore. Nel 2013 lascia Napoli per trasferirsi prima in periferia, a Pianura ed in seguito nella periferia di Roma, nel quartiere Tor Bella Monaca, dove prosegue la sua attività nel mondo del giornalismo. Ha collaborato con diversi quotidiani, tra cui Il Roma, Il Mattino, La Stampa, Il Messaggero. Inizialmente l’autore ha raccontato eventi avvenuti nella sua città natale, per poi spostare l’attenzione sulle realtà della periferia della capitale. Il suo primo romanzo prende forma nei giorni del lockdown per l’emergenza Covid-19 ed è Storia di un (quasi) amore in quarantena. Storia di un (quasi) amore in quarantena è un breve racconto che prende vita durante i giorni bui e incerti del primo lockdown avvenuto in Italia a Marzo 2020. La storia comincia il giorno prima che il decreto ministeriale dell’8 Marzo 2020 obbligasse tutti agli arresti domiciliari. Siamo a Tor Bella Monaca, noto quartiere della periferia capitolina. Il protagonista, grazie ad una chat d’incontri, conosce la bella russa Tatiana, di Krasnojarsk. Galeotto è stato un «Buonasera, disturbo?», in seguito al quale i due non hanno mai più smesso di chattare. Il primo incontro? Fugace, mezz’ora, non di più, un rapido giro in macchina tra le strade di Roma, poiché non era consentito fare altro. A quell’incontro, ne seguiranno altri, molti altri, che perdureranno durante l’intero periodo di lockdown. I due giovani vivono giorni intensi, giorni durante i quali, per combattere la noia e la monotonia di una routine claustrofobica tra le mura domestiche, devono costantemente reinventarsi. Giorni che passano lenti, giorni in cui a volte occorre l’ausilio di una bottiglia di vino di troppo al fine di annebbiarsi la vista e perdere i sensi per vivere nella spensieratezza impossibile da provare in quel periodo avendo la mente lucida. È la storia di un (quasi) amore in quarantena, un quasi amore perché l’epilogo sarà del tutto inatteso e stravolgente. Storia di un (quasi) amore in quarantena Gambardella scrive una sorta di “diario di bordo”, raccontando con maestria, a tratti ironia, a tratti delicatezza, un periodo storico che ha lasciato molteplici segni su tutti noi. Scrive per raccontare, scrive per rivivere ciò che sta vivendo, scrive solo per vivere, forse, dei giorni in cui quella che abbiamo vissuto, vita non era. Gli arresti domiciliari, la casa che diventa una prigione, l’unica via di fuga, l’unico modo per scappare, la spesa. Per evadere, l’alcol, per sentire, l’amore. Storia di un (quasi) amore in quarantena è un racconto attuale, è una storia coinvolgente, è nei nostri giorni, sarà nei giorni che verranno. Il Covid-19 non è passato, è presente. L’amore non è passato, è presente, perché questo virus ha ucciso l’uomo, ha ucciso l’economia, ha ucciso la sanità mentale, ha ucciso ogni cosa, ma non ha ucciso la voglia di sentire, non ha ucciso la voglia di amare.

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La verità ci rende liberi di Alberto Maggi

Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» (www.studibiblici.it) a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Tra i suoi libri: Roba da preti; Nostra Signora degli eretici (nuova edizione Garzanti 2016); Come leggere il Vangelo e non perdere la fede; Parabole come pietre; La follia di Dio e Versetti pericolosi. Con Garzanti ha pubblicato anche Chi non muore si rivede, L’ultima beatitudine, Di questi tempi e Due in condotta. Paolo Rodari (Milano 1973) è vaticanista di «la Repubblica». Studioso di filosofia e teologia, è autore di numerosi saggi. Tra i più recenti: La custode del silenzio (con Antonella Lumini, 2016) e Dio non è nascosto (con Angela Volpini, 2019). La verità ci rende liberi di Alberto Maggi è una conversazione con il vaticanista Paolo Rodari. Alberto Maggi si racconta al suo interlocutore con la più totale e spiazzante sincerità: il libro si apre infatti con una lunga serie di ricordi autobiografici, viene descritta nei minimi dettagli la scoperta della vocazione, avvenuta in giovane età, a vent’anni. Età in cui il Maggi aveva tutto ciò che si potesse desiderare dalla vita: un lavoro, una fidanzata, molti amici, una macchina, la passione smoderata per il ballo. Verso i diciannove anni, durante il servizio militare, viene a conoscenza del Vangelo e della figura di Gesù. Ne resta immediatamente sedotto e  così, con grande scandalo di molti e la sorpresa di tutti, a ventidue anni decide di entrare in convento e diventare frate. A ventitré anni entra nell’Ordine dei frati Servi di Maria. Da quel momento in poi comprende che la sua missione di vita non era vivere per Dio, ma vivere di Dio, poiché Dio non era il traguardo della vita, ma il punto di partenza mentre l’obiettivo era l’umanità. La verità ci rende liberi di Alberto Maggi Nel libro si susseguono dunque una lunga serie di domande che spaziano su varie tematiche: la nascita, l’aborto, il male, l’omosessualità, la nascita del mondo. Alberto Maggi afferma: «Ho una certezza: nella nostra vita c’è una sorta di regìa divina, c’è un Regista che segue, guida e accompagna le nostre vicende, le incrocia con altre, tesse trame; un Regista che dirige la nostra vita con offerte incessanti d’amore, che devono solo essere accolte per rendersi conto che si vive avvolti nella dimensione del suo amore, e che non esiste un solo istante della nostra esistenza in cui il Signore non sia stato presente. Non è Dio a scoprire la nostra esistenza, ma l’uomo che scopre la presenza divina nella propria vita». Sull’aborto invece, si esprime in questo modo: «Più che tuonare tanto (inutilmente) contro l’aborto, dovremmo spendere più energie a parlare a favore della vita!». Sull’omosessualità invece si pronuncia così: «È così importante conoscere l’orientamento sessuale della persona? Gesù non sembra interessato a questa tematica. I credenti hanno […]

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Michela Tilli, l’ultimo romanzo: La settima promessa

Michela Tilli è nata a Savona nel 1974 e vive a Monza con il marito e i due figli. Dopo la laurea in filosofia conseguita all’Università degli Studi di Genova nel 1998, si è specializzata in editoria presso il Centro Piamarta di Milano l’anno successivo. Collabora come redattrice esterna con Feltrinelli e ha lavorato in passato con diverse case editrici, come Mondadori, Piemme. Ha esplorato la scrittura in molte delle sue forme: è stata giornalista professionista, ha scritto per la televisione, attualmente scrive romanzi e testi teatrali. È docente di scrittura creativa nei progetti scolastici del Centro Formazione Supereroi di Milano dal 2017. La vita sospesa (Fernandel 2011) è il suo primo romanzo. Ha inoltre riscosso notevole successo con i romanzi Basta un attimo e Ogni giorno come fossi bambina. La settima promessa di Michela Tilli è l’ultimo romanzo dell’autrice, edito da Garzanti. Siamo a Milano e la narrazione si apre con l’arrivo di una cartolina da Venezia. Cartolina che Imma invia all’amica Agata dopo quattro anni di lontananza. Ed è proprio la giovane Agata, una ragazza completamente diversa da Imma, persona chiusa ed introversa, dedita solo ed esclusivamente ai libri, che ci racconta, tornando indietro negli anni, l’inizio della loro amicizia tra i banchi di scuola. Agata è figlia di un meccanico e vive in una famiglia con molteplici problemi economici. Imma, al contrario, è benestante, vive in una villa, ma nonostante la sua ricchezza, non è felice. Le due ragazze, che si ritrovano ad essere compagne di banco, in breve tempo stringono una forte amicizia. Al contempo, Agata si allontana sempre di più dalla sua famiglia: in casa viene completamente ignorata, i genitori si disinteressano alla sua pessima carriera scolastica, il padre inizia ad avere dei seri problemi economici e finisce in mano a degli strozzini. Strozzini che, purtroppo, hanno a che fare con la persona alla quale la ragazza più si è legata: Imma. La settima promessa di Michela Tilli Lettura scorrevole, tematiche interessanti. Un romanzo da leggere tutto d’un fiato che spinge il lettore ad operare molteplici riflessioni su diverse argomentazioni: la famiglia, il rapporto adolescenti-genitori, il lavoro, le difficoltà economiche, l’amicizia, l’amore, la vocazione religiosa, la fuga. E sono proprio l’indole di Agata, le difficoltà e le problematiche da lei vissute nella quotidianità, che portano il lettore ad immedesimarsi nella ragazza, poiché sono faccende del tutto comuni al giorno d’oggi. Michela Tilli ha l’abilità di narrare la storia adoperando una sorta di leggerezza narrativa, nonostante stia raccontando una storia profonda, potente, toccante, a tratti commovente.  

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Il criminale pallido di Philip Kerr, romanzo poliziesco

Philip Kerr è nato ad Edimburgo nel 1956 ed è morto nel 2018 a causa di un tumore. È stato uno scrittore scozzese, autore di romanzi thriller d’ambientazione storica, contemporanea e futuristica. In seguito al conseguimento della laurea in Legge, ha cambiato completamente strada ed ha lavorato per anni come copywriter in alcune delle più importanti agenzie pubblicitarie inglesi. Autore di un notevole numero di romanzi, dei quali i più famosi compongono la serie noir in cui compare il detective Bernie Gunther, protagonista de La notte di Praga, Philip Kerr è stato amato sia dal pubblico che dalla critica, dalla quale ha ottenuto numerosi riconoscimenti ed è un autore bestseller sia in Gran Bretagna che in Francia. Il criminale pallido di Philip Kerr Il criminale pallido di Philip Kerr è il secondo capitolo della trilogia berlinese di Bernie Gunther, che segue a Violette di marzo e che anticipa il terzo Un requiem tedesco. Ci ritroviamo di fronte ad una trilogia che è da considerarsi come un grande classico del poliziesco e che è stata scritta tra il 1989 e il 1991. Bernie Gunther è un detective privato anti-nazista. Siamo a Berlino nel 1938, in piena estate. La Germania è in ansia poiché il popolo attende il verdetto della conferenza di Monaco, conferenza durante la quale Hitler avrebbe comunicato alla popolazione lo scoppio o meno di una nuova guerra in Europa. Si assiste contemporaneamente all’arrivo in città di un numero spropositato di giovani ragazze adolescenti, dai tratti ariani, occhi azzurri e capelli biondi. Ed è qui che entra in scena il nostro detective Gunther, pronto ad indagare sulla tragica fine di alcune ragazze. Inizialmente si attribuisce la causa di ciò ad un ebreo, ma il detective invece, prontamente, crede che le cause della vicenda siano da ricercarsi nei meandri della prostituzione e della pornografia. Gunther, su ordine di Heydrich, è costretto a tornare nella Kripo, la Kriminalpolizei, a capo di una squadra che indaghi sulle violenti morti di queste giovanissime ragazze. Si teme si tratti di omicidi rituali, ma Gunther non crede alle coincidenze e deve necessariamente giungere alla verità, verità che purtroppo è ben nascosta altrove. Ben consapevole che le sue indagini sono tumultuose, l’investigatore sa anche che l’esito delle stesse può rivelarsi fatale qualora riuscisse a venire a capo delle losche motivazioni che si nascondono dietro le uccisioni di queste giovani ragazze, poiché ne deriverebbe il futuro del governo nazista. Il criminale pallido di Philip Kerr prende il titolo da una frase di Friedrich Nieztsche ed è un noir avvincente, intrigante, carico di suspense.

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Mara Tribuzio e il suo nuovo romanzo: Raccontiamoci

Mara Tribuzio è nata a Bitonto nel 1979. Ha frequentato il liceo classico, si è laureata in Lettere Classiche con ­ indirizzo filologico-linguistico presso l’Università degli Studi di Bari. Successivamente ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento di Lettere presso scuole secondarie di I e II grado e di attività di sostegno per studenti diversamente abili. Oggi è una docente che vive e lavora a Bari. Ha pubblicato nel 2017 il suo primo romanzo Sinestesie e ha vinto diversi concorsi letterari inerenti il genere della novellistica e del racconto breve. Cura un blog personale di letteratura dal titolo Parola alle parole. Raccontiamoci di Mara Tribuzio è il romanzo di cui vi parlerò. Raccontiamoci di Mara Tribuzio è un viaggio nel patrimonio narrativo della tradizione barese e bitontina, viaggio in cui impareremo a conoscere il califfo Muffarag, di provenienza asiatica, Giovanni l’accalappiacani, Romeo e Giulietta della Bari Vecchia, la Contessa di Bitonto. Storie e personaggi esistiti ed altri frutto dell’immaginazione, descritti in maniera minuziosa, sia grazie all’ausilio di fonti scritte, multimediali e orali a cui ha fatto riferimento l’autrice, sia grazie ad un lavoro di arricchimento svolto dalla Tribuzio al fine di romanzare i protagonisti del racconto, conosciuti da molti grazie alla trasmissione orale delle storie qui descritte. Notevoli le illustrazioni che arricchiscono il testo, la cui lettura risulta scorrevole e piacevole grazie alle notevoli capacità descrittive dell’autrice, che apre il romanzo così: «L’importanza della Storia nella coscienza civica di ogni uomo, nel bisogno di scoperta e riscoperta continua della sua identità, delle radici e del pensiero sociale e politico, è senz’altro indubbia. Non potremmo vivere il presente con il buio spazio-temporale alle nostre spalle. Sarebbe come camminare nel vuoto senza la possibilità di appoggiarci a un sostegno o di percorrere strade certe che scorrano su solide fondamenta. L’uomo stesso è Storia, gli anni che segnano la sua vita sono Storia che prende forma, ma che necessitano di un costante sguardo al passato per una costruzione più consapevole del presente e più coscienziosa del futuro.» Raccontiamoci di Mara Tribuzio Appare così dunque come un tentativo, del tutto riuscito, di far conoscere non solo ai pugliesi storie e racconti magari impressi nella mente dei cittadini di Bari e di Bitonto; storie che meritano però di essere apprese poiché sono fonte di riflessione e analisi profonda. Occorrono le storie, servono i miti e abbiamo bisogno delle leggende al fine di arricchire la nostra humanitas, poiché le storie, che siano esse frutto della realtà o della più totale immaginazione, meritano di essere raccontate, sempre.

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Costruisci te stesso, i saggi di Michel de Montaigne

Costruisci te stesso, i saggi di Michel de Montaigne Michel de Montaigne nacque a Pèrigord nel 1533 e morì a Saint-Michel-de-Montaigne nel 1592. Scrittore e filosofo francese, iniziò lo studio dei classici in tenera età. Studiò presso il Collegio di Guyenne a Bordeaux, successivamente filosofia nella stessa città e diritto a Tolosa. Nel 1554 entrò nella magistratura a Périgueux, divenne poi consigliere del parlamento di Bordeaux. L’avvenimento che segnò profondamente la sua esistenza fu l’amicizia con Étienne de La Boétie, iniziata nel 1558. Dal 1570, ritiratosi nelle sue terre, si dedicò agli studi, alla meditazione e alla composizione degli Essais. Gli scritti di Montaigne sono contrassegnati da un pessimismo e da uno scetticismo rari al tempo del Rinascimento. Citando il caso di Martin Guerre, egli pensa che l’umanità non possa raggiungere la certezza e rigetta le proposizioni assolute e generali. Secondo Montaigne, non possiamo prestare fede ai nostri ragionamenti perché i pensieri ci appaiono senza atto di volontà: non sono sotto il nostro controllo. Perciò, nella Apologia di Raymond Sebond, egli afferma che noi non abbiamo ragione di sentirci superiori agli animali. Costruisci te stesso di Montaigne Costruisci te stesso di Montaigne è un insieme di saggi la cui lettura ci porta a comprendere che, per gli uomini, è quasi del tutto impossibile dare un’immagine di sé definitiva e priva di sfaccettature. Soffermandosi sui ragionamenti operati dall’autore, è possibile rendersi conto del fatto che Montaigne giunge alla più totale perdita di se stesso e prova a venirne fuori operando un’attenta analisi del proprio passato. Ci ritroviamo dunque di fronte alla composizione di una sorta di puzzle letterario, in cui l’autore prova a raggiungere una totalità in cui ogni pezzo funge da incastro per l’altro che si andrà ad inserirgli accanto. Montaigne analizza a fondo le esperienze basilari della vita di ogni essere umano: la vita coniugale, l’amore, l’amicizia, il rapporto tra padri e figli, il ruolo delle abitudini nella vita dell’essere umano. Costruisci te stesso di Montaigne è un tentativo di operare una sorta di controllo sulla nostra esistenza, nonostante ciò sia del tutto impossibile, alla luce del fatto che non possiamo dominare le nostre vite. “Siamo nati per cercare la verità, il possederla spetta a un potere più grande. Essa non è nascosta nel fondo degli abissi, ma piuttosto innalzata ad altezza infinita nella conoscenza divina. Il mondo non è che una scuola di ricerca. Non è importante chi raggiungerà la meta, ma chi farà la corsa più bella. Può fare lo sciocco sia chi dice la verità sia chi mente. È importante il modo, non i contenuti”.   Fonte immagine: ufficio stampa.

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Lettera sulla pinguedine di William Banting | Recensione

Lettera sulla pinguedine di William Banting William Banting, nato nel 1796 e morto nel 1878, è stato un noto becchino inglese dell’età vittoriana. Non era un becchino qualunque poiché la sua nota impresa di pompe funebri organizzò i funerali di vari personaggi illustri, come il duca di Wellington e alcuni esponenti della casa reale, tra cui il principe Alberto, il principe Leopoldo e la regina Vittoria. Alto all’incirca un metro e sessantacinque per un peso di novanta chili, William Banting era obeso ed affetto da svariati problemi di salute; spesso soggetto a svenimenti, soffriva inoltre di problemi di vista e di udito. Decide così di prendere in mano la sua situazione e ricorre al consulto di vari specialisti dell’epoca, i quali gli consigliano prevalentemente di praticare sport. Si dedica così al canottaggio, rendendosi però conto del fatto che il moto fisico causa smoderato aumento dell’appetito, ragion per cui si ritrova a prendere peso piuttosto che perderlo.  William Banting è anche noto per essere stato il primo a diffondere una dieta dimagrante basata sulla limitazione dell’assunzione di carboidrati, in particolare quelli di natura amidacea o zuccherina. William Banting decide di scrivere il suo elegante opuscolo all’età di sessantasei anni, quando si rende conto di non riuscire più neppure a piegarsi per allacciarsi le scarpe e di riuscire a stento a salire le scale di casa a causa dei troppi chili accumulati negli anni. In Lettera sulla pinguedine leggiamo: “Pochi uomini hanno condotto una vita più attiva di me – sia fisicamente che mentalmente – caratterizzata da innata preoccupazione per la regolarità, la precisione e l’ordine durante tutti in cinquant’anni di carriera lavorativa. Ma ormai sono andato in pensione, dunque la mia pinguedine e conseguente obesità non sono frutto dell’assenza di un’indispensabile attività fisica, né del consumo smodato di cibi o alcol o delle licenze d’ogni genere che mi sono concesso; al contrario derivano dall’aver consumato alimenti semplici come pane, latte, burro, birra, zucchero e patate con maggiore libertà di quanto fosse richiesto dal mio fisico invecchiato.” Lettera sulla pinguedine di William Banting La dieta sponsorizzata da Banting, dalla quale ricava soddisfacenti risultati perdendo all’incirca venti chili, consiste perlopiù nell’eliminazione dei carboidrati, dunque del pane e dello zucchero, delle patate e della birra. Quattro pasti al giorno, pasti in cui si predilige il consumo di carne e pesce, alimenti ricchi di proteine, consumati anche a colazione, è evitata però la carne di maiale. Grazie alla diffusione dell’opuscolo, che all’epoca ha ottenuto un notevole successo, molti altri hanno seguito l’esempio dell’autore, riuscendo a ricavare risultati ottimali dalla pratica della sua stessa dieta. Nel giro di due anni l’opuscolo è divenuto talmente popolare al punto che nella lingua inglese è stato coniato il verbo to bant che significa ‘stare a dieta’. Tuttavia la comunità scientifica dell’epoca ha ritenuto i principi che ne erano alla base assolutamente privi di fondamento. C’è da dire però che, a distanza di centocinquanta anni, i principi che regolano il regime alimentare di Banting sono alla base di tutte le […]

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L’inferno è una buona memoria di Michela Murgia

Michela Murgia è nata a Cabras nel 1972 e vive a Roma. Scrittrice e saggista, nel 2006 ha pubblicato con Isbn Edizioni Il mondo deve sapere, il diario tragicomico di un mese di lavoro che ha ispirato il film di Paolo Virzì Tutta la vita davanti. Per Einaudi ha pubblicato, fra le altre cose, il romanzo Accabadora, vincitore del Premio Campiello 2010, e Ave Mary nel 2011. Conduttrice di programmi televisivi e radiofonici, intellettuale militante, collabora con L’Espresso. Il suo ultimo romanzo è Chirú (2015), il suo ultimo saggio è Futuro interiore (2016), entrambi pubblicati da Einaudi. Per la piattaforma di podcast Storielibere.fm sta curando il ciclo Morgana, storie di donne controcorrente, innovatrici, rivoluzionarie. Ha inaugurato inoltre la nuova collana di Marsilio PassaParola, una collana dedicata ai libri che hanno toccato in particolar modo la vita di uno scrittore. Michela Murgia ha scelto il fantasy ispirato al ciclo bretone Le Nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley, intitolando così il suo libro L’inferno è una buona memoria. L’autrice, attratta dalla copertina, acquista il libro in un’edicola poco prima di mettersi in viaggio in nave da Olbia a Civitavecchia. Resta esterrefatta dal modo in cui Zimmer Bradley rivisita i miti di re Artù, dando particolare importanza e predominio alle donne e al loro modo di pensare e operare, donne che nella tradizione vengono invece spesso trascurate. Definisce il libro “Uno degli atti di militanza più forti che mi sarebbe capitato di vedere nella vita”. Alla fine del viaggio in nave, la Murgia non sarà  più la stessa di prima: diventa femminista. Le nebbie di Avalon è una sorta di atto di rivolta narrativa, un libro politico, in cui la Murgia nota una dirompente differenza tra le donne-streghe descritte nel libro, donne capaci di mutare il destino degli uomini loro vicini e quelle invece presenti nelle favole che venivano proposte all’autrice da bambina. L’inferno è una buona memoria di Michela Murgia L’autrice sostiene che sarebbe superfluo etichettare il libro come un libro femminista, nonostante per certi versi lo sia, poiché questa non può e non deve essere l’unica chiave di lettura del romanzo, ridotto così a una “frittata ideologica” a base di magia e matriarcato. Il femminismo non esiste come fenomeno omogeneo: esistono i femminismi. Si è femministe se si oppone resistenza alla condizione generativa come destino, ma si è femministe anche se la si rivendica, nonostante magari non si facciano figli. Si è femministe se si crede che uomo e donna siano uguali e debbano godere della stessa dignità, ma lo si è anche pensando che le donne siano diverse e che questa dignità sia invece da ricercare proprio nella differenza. La Murgia scrive: “A cinque anni sognavo di diventare suora perché le suore – spose di un marito abbastanza assente come Gesù – mi sembravano più importanti delle moglié[…]” Un continua analisi dell’opera di Zimmer Bradley, con costanti riflessioni operate dall’autrice circa il ruolo delle donne nella società attuale e sui ruoli di genere.   Fonte immagine: ufficio stampa.

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Smetti di leggere notizie di Rolf Dobelli – recensione

Smetti di leggere notizie di Rolf Dobelli, il libro di auto-aiuto per ridurre lo stress provocato dalla massa ingestibile di informazioni quotidiane a cui siamo sottoposti. Rolf Dobelli, nato a Lucerna nel 1966, è un autore e uomo d’affari svizzero. Ha conseguito un MBA e un dottorato in filosofia presso l’Università di San Gallo, in Svizzera. Ha iniziato la sua carriera di scrittore come romanziere nel 2002, ma è noto a livello internazionale per la sua saggistica di successo The Art of Thinking Clearly(2011), per la quale The Times lo ha definito “il guru dell’auto-aiuto”. È anche noto per il suo libro The Art of the Good Life, che è stato il libro di saggistica più venduto in Giappone da un autore non giapponese nel 2019. I suoi libri hanno raggiunto le liste dei bestseller in Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Irlanda, India, Corea, Giappone, Singapore e Hong Kong. Smetti di leggere notizie di Rolf Dobelli è un libro di auto-aiuto, una guida per ridurre lo stress e l’ansia causate dal bombardamento di notizie a cui siamo sottoposti quotidianamente. L’autore, fin dall’adolescenza, era un avido lettore di quotidiani. Convinto che coloro i quali fossero maggiormente informati e a conoscenza delle vicende che accadevano nel mondo, potessero essere più felici e in qualche modo più saggi di chi invece ignorava gli accadimenti globali, si ritrova a mutare completamente idea, in particolar modo in seguito all’avvento dei social e degli svariati siti da cui poter attingere costantemente notizie. Dobelli nel 2008 ha fondato World Minds, una comunità di alcuni dei più famosi, illustri pensatori, scienziati, artisti e imprenditori del mondo, per creare un ponte tra le comunità scientifiche, economiche e culturali. I temi principali dei romanzi di Dobelli sono il significato del successo e il ruolo della casualità negli affari e nella vita e talvolta i suoi scritti appaiono controversi, in particolar modo Smetti di leggere notizie. Smetti di leggere notizie di Rolf Dobelli Le notizie diventano una vera e propria droga, al pari dell’alcol. Ma rispetto all’alcol, la reperibilità è più semplice ed immediata, non comporta sforzi fisici e spostamenti, basta un click e le influenze sulla nostra psiche tuttavia non sono sempre positive. Bombardati da fake news, siamo vittime di un sistema in cui ormai il lettore, attratto da notizie sempre più banali e del tutto superflue, spende larga parte del proprio tempo a crogiolarsi nella lettura di informazioni di cui potrebbe fare tranquillamente a meno. Inoltre, siamo attratti dai drammi: più una news è tragica, più attira la nostra attenzione. E nonostante possa sembrare che le catastrofi globali non turbino la nostra quiete psico-fisica, a lungo andare, l’attaccamento morboso  nell’assorbire solo notizie negative può condurci alla depressione. L’autore parla di bias della negatività, che è innato nell’essere umano. I media ci rifilano una serie di storie sconvolgenti, perfettamente adatte al nostro cervello già pieno di preoccupazioni. Tuttavia ciò non va frainteso con il ripudio più totale dell’informazione: dovremmo saper compiere una scelta, decidere razionalmente a chi o cosa dedicare […]

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Joan Didion e il ricordo ne “L’anno del pensiero magico”

L’anno del pensiero magico di Joan Didion è un romanzo in cui l’autrice mette a nudo il dolore che vive in seguito alla morte improvvisa del marito. Joan Didion è nata a Sacramento nel 1934 ed è una giornalista, scrittrice e saggista statunitense, vincitrice del National Book Award per la saggistica con il libro L’anno del pensiero magico. Nel 1956 si è laureata presso l’Università della California, Berkeley con un Bachelor of Arts in Lettere. Durante il secondo anno di studio ha vinto un concorso di saggistica sponsorizzato dal mensile di moda Vogue, che le ha affidato un lavoro come assistente alla ricerca presso la rivista. Autrice di vari romanzi, ha scritto inoltre svariati saggi, opere teatrali e sceneggiature. Vincitrice di diversi premi e riconoscimenti, nel 2009 le è stato conferito il titolo onorario di Dottore in Lettere dalla Harvard University. L’università di Yale le ha conferito un altro titolo onorario di Dottore in Lettere nel 2011. Nel Luglio 2013, la Casa Bianca ha annunciato che Didion era tra i beneficiari della National Medal of Arts and Humanities, conferita dal presidente statunitense Barack Obama in persona.  Attualmente vive a New York. Il marito John Gregory Dunne, deceduto nel 2003 e della cui morte parla nel libro L’anno del pensiero magico, è stato anch’esso uno affermato scrittore. L’anno del pensiero magico di Joan Didion, trama L’anno del pensiero magico di Joan Didion è una sorta di memoir investigativo, in cui l’autrice narra al lettore le tecniche adoperate al fine di superare e accettare i due eventi destabilizzanti che in pochi giorni hanno completamente stravolto la sua quotidianità: la grave malattia della figlia e la morte improvvisa del marito. All’interno del romanzo troviamo inoltre molteplici riferimenti letterari e frammenti estrapolati da testi scientifici. Siamo nel Dicembre del 2003 e pochi giorni prima di Natale l’autrice e il marito John Gregory Dunne assistono al peggioramento dell’influenza della loro unica figlia Quintana, che da polmonite si trasforma in choc settico. Pochi giorni dopo, tornati dall’ospedale in cui erano appunto stati per fare visita alla figlia, John cade a terra all’improvviso e pochi minuti dopo, muore d’infarto.  La vita dell’autrice precipita in un vortice di cui fa il resoconto in questo libro. Didion racconta in maniera nuda e cruda, senza poesia, ciò che vive dall’instante in cui comprende di aver perso il marito, l’incapacità iniziale di accettare la perdita, il fallimento quotidiano nel metabolizzare l’assenza della persona amata, il cadere perennemente nel vortice dei ricordi. La morte è un attimo: è l’attimo in cui cambia tutto, è l’attimo a cui non si è mai preparati. Mille ricordi le si ripropongono quotidianamente davanti agli occhi, altrettanti quesiti le sorgono nella mente. Eppure non può abbandonarsi all’impeto del dolore che prova: deve andare avanti per la figlia, per l’unica figlia che ha e che ancora non è a conoscenza della morte del padre. Autoanalisi quotidiane, analisi del passato, del presente e del futuro che la vedrà sola, ormai privata dalla vita della persona con cui aveva condiviso tutto fino ad allora. Ma assistiamo anche alla razionalità di una donna […]

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Voli Pindarici

Mi vendi un paio di scarpe?

Mi vendi un paio di scarpe? Questa è la triste storia di una giovane donna che vendeva le scarpe e di una ragazza che fingeva di averne impellente bisogno di un paio, nonostante a casa ne possedesse altri cento. Galeotto fu aprile, fugace fu la richiesta. Galeotte furono le scarpe, le stesse che le due si scambiarono per anni. Gli stessi piedi, piccoli. Le stesse mani, piccole. La stessa voglia di camminare, insieme, grande. Furono anni intensi, quelli vissuti dalle due. A volte non basta una vita per conoscersi abbastanza, ma a volte basta che le lancette compiano un giro di sessanta secondi, per riconoscersi come forse non capita in un’intera esistenza. Furono stagioni di viaggi, furono tempi d’amore. Quell’amore che non conosce né tempo, né spazio, né ragioni. Non c’è un senso, ma questa non è una storia d’amore. È la storia di una vendita fallimentare di un paio di scarpe mai giunte in cassa e di uno scontrino che riportava un prezzo davvero salato: 36 mesi da pagare, il prezzo, altissimo. È la storia di quelle scarpe mai vendute e di tutte quelle regalate. La storia di tutte quelle scarpe, insieme, prezzate. È la storia di quelle scarpe appena regalate, che si sono scollate. È solo una banale storia di un paio di scarpe mai cercate. E di una piccola piscina in una grande camera, a luglio, a Napoli. È la storia del primo avocado mangiato. È la storia di due gambe bellissime. È la storia di un neo sul volto e di tanti sul corpo. Mi vendi un paio di scarpe? È la storia degli aerei che volano e non t’importa dove ti portino, purché le scarpe siano sempre quelle quattro, da scambiare. È la storia di cavalli indomabili ma non impossibili da cavalcare. È la storia della pasta e piselli, del ristorante cinese, di Netflix e Leroy Merlin. È la storia di All I need dei Radiohead. È la storia del Vesuvio il 31 dicembre e Teggiano il 20 agosto. È la storia delle gondole a Venezia e della Tour Eiffel. È la storia di Portobello, delle terme Gellert e del gulash, è la storia dei cimiteri infestati, è la storia di Rino Gaetano e di “dove se mangi stai colma”. È la storia di due nonne, è la storia delle donne, è una storia per donne. E le donne amano le scarpe, si sa. Un’ossessione ossessiva compulsiva. Più ne hai, più ne vuoi. Hai due piedi, ma di scarpe ne vuoi cento. E questa è solo la triste storia di un paio di scarpe, perché si sa, alla fine, ne possiedi tante, ma un paio ne ami: le tue. E quando si rompono, ne cerchi un altro paio uguale. E se non ne trovi un altro paio uguale, cammini scalza. Ma poi ti si rompono i piedi, ti escono i calli, devi andare dal podologo, ti viene il mal di schiena, diventi storto, forse inciampi e muori pure. Ah, le scarpe, che malattia.

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