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Eroica Fenice

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La verità ci rende liberi di Alberto Maggi

Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» (www.studibiblici.it) a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Tra i suoi libri: Roba da preti; Nostra Signora degli eretici (nuova edizione Garzanti 2016); Come leggere il Vangelo e non perdere la fede; Parabole come pietre; La follia di Dio e Versetti pericolosi. Con Garzanti ha pubblicato anche Chi non muore si rivede, L’ultima beatitudine, Di questi tempi e Due in condotta. Paolo Rodari (Milano 1973) è vaticanista di «la Repubblica». Studioso di filosofia e teologia, è autore di numerosi saggi. Tra i più recenti: La custode del silenzio (con Antonella Lumini, 2016) e Dio non è nascosto (con Angela Volpini, 2019). La verità ci rende liberi di Alberto Maggi è una conversazione con il vaticanista Paolo Rodari. Alberto Maggi si racconta al suo interlocutore con la più totale e spiazzante sincerità: il libro si apre infatti con una lunga serie di ricordi autobiografici, viene descritta nei minimi dettagli la scoperta della vocazione, avvenuta in giovane età, a vent’anni. Età in cui il Maggi aveva tutto ciò che si potesse desiderare dalla vita: un lavoro, una fidanzata, molti amici, una macchina, la passione smoderata per il ballo. Verso i diciannove anni, durante il servizio militare, viene a conoscenza del Vangelo e della figura di Gesù. Ne resta immediatamente sedotto e  così, con grande scandalo di molti e la sorpresa di tutti, a ventidue anni decide di entrare in convento e diventare frate. A ventitré anni entra nell’Ordine dei frati Servi di Maria. Da quel momento in poi comprende che la sua missione di vita non era vivere per Dio, ma vivere di Dio, poiché Dio non era il traguardo della vita, ma il punto di partenza mentre l’obiettivo era l’umanità. La verità ci rende liberi di Alberto Maggi Nel libro si susseguono dunque una lunga serie di domande che spaziano su varie tematiche: la nascita, l’aborto, il male, l’omosessualità, la nascita del mondo. Alberto Maggi afferma: «Ho una certezza: nella nostra vita c’è una sorta di regìa divina, c’è un Regista che segue, guida e accompagna le nostre vicende, le incrocia con altre, tesse trame; un Regista che dirige la nostra vita con offerte incessanti d’amore, che devono solo essere accolte per rendersi conto che si vive avvolti nella dimensione del suo amore, e che non esiste un solo istante della nostra esistenza in cui il Signore non sia stato presente. Non è Dio a scoprire la nostra esistenza, ma l’uomo che scopre la presenza divina nella propria vita». Sull’aborto invece, si esprime in questo modo: «Più che tuonare tanto (inutilmente) contro l’aborto, dovremmo spendere più energie a parlare a favore della vita!». Sull’omosessualità invece si pronuncia così: «È così importante conoscere l’orientamento sessuale della persona? Gesù non sembra interessato a questa tematica. I credenti hanno […]

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Michela Tilli, l’ultimo romanzo: La settima promessa

Michela Tilli è nata a Savona nel 1974 e vive a Monza con il marito e i due figli. Dopo la laurea in filosofia conseguita all’Università degli Studi di Genova nel 1998, si è specializzata in editoria presso il Centro Piamarta di Milano l’anno successivo. Collabora come redattrice esterna con Feltrinelli e ha lavorato in passato con diverse case editrici, come Mondadori, Piemme. Ha esplorato la scrittura in molte delle sue forme: è stata giornalista professionista, ha scritto per la televisione, attualmente scrive romanzi e testi teatrali. È docente di scrittura creativa nei progetti scolastici del Centro Formazione Supereroi di Milano dal 2017. La vita sospesa (Fernandel 2011) è il suo primo romanzo. Ha inoltre riscosso notevole successo con i romanzi Basta un attimo e Ogni giorno come fossi bambina. La settima promessa di Michela Tilli è l’ultimo romanzo dell’autrice, edito da Garzanti. Siamo a Milano e la narrazione si apre con l’arrivo di una cartolina da Venezia. Cartolina che Imma invia all’amica Agata dopo quattro anni di lontananza. Ed è proprio la giovane Agata, una ragazza completamente diversa da Imma, persona chiusa ed introversa, dedita solo ed esclusivamente ai libri, che ci racconta, tornando indietro negli anni, l’inizio della loro amicizia tra i banchi di scuola. Agata è figlia di un meccanico e vive in una famiglia con molteplici problemi economici. Imma, al contrario, è benestante, vive in una villa, ma nonostante la sua ricchezza, non è felice. Le due ragazze, che si ritrovano ad essere compagne di banco, in breve tempo stringono una forte amicizia. Al contempo, Agata si allontana sempre di più dalla sua famiglia: in casa viene completamente ignorata, i genitori si disinteressano alla sua pessima carriera scolastica, il padre inizia ad avere dei seri problemi economici e finisce in mano a degli strozzini. Strozzini che, purtroppo, hanno a che fare con la persona alla quale la ragazza più si è legata: Imma. La settima promessa di Michela Tilli Lettura scorrevole, tematiche interessanti. Un romanzo da leggere tutto d’un fiato che spinge il lettore ad operare molteplici riflessioni su diverse argomentazioni: la famiglia, il rapporto adolescenti-genitori, il lavoro, le difficoltà economiche, l’amicizia, l’amore, la vocazione religiosa, la fuga. E sono proprio l’indole di Agata, le difficoltà e le problematiche da lei vissute nella quotidianità, che portano il lettore ad immedesimarsi nella ragazza, poiché sono faccende del tutto comuni al giorno d’oggi. Michela Tilli ha l’abilità di narrare la storia adoperando una sorta di leggerezza narrativa, nonostante stia raccontando una storia profonda, potente, toccante, a tratti commovente.  

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Il criminale pallido di Philip Kerr, romanzo poliziesco

Philip Kerr è nato ad Edimburgo nel 1956 ed è morto nel 2018 a causa di un tumore. È stato uno scrittore scozzese, autore di romanzi thriller d’ambientazione storica, contemporanea e futuristica. In seguito al conseguimento della laurea in Legge, ha cambiato completamente strada ed ha lavorato per anni come copywriter in alcune delle più importanti agenzie pubblicitarie inglesi. Autore di un notevole numero di romanzi, dei quali i più famosi compongono la serie noir in cui compare il detective Bernie Gunther, protagonista de La notte di Praga, Philip Kerr è stato amato sia dal pubblico che dalla critica, dalla quale ha ottenuto numerosi riconoscimenti ed è un autore bestseller sia in Gran Bretagna che in Francia. Il criminale pallido di Philip Kerr Il criminale pallido di Philip Kerr è il secondo capitolo della trilogia berlinese di Bernie Gunther, che segue a Violette di marzo e che anticipa il terzo Un requiem tedesco. Ci ritroviamo di fronte ad una trilogia che è da considerarsi come un grande classico del poliziesco e che è stata scritta tra il 1989 e il 1991. Bernie Gunther è un detective privato anti-nazista. Siamo a Berlino nel 1938, in piena estate. La Germania è in ansia poiché il popolo attende il verdetto della conferenza di Monaco, conferenza durante la quale Hitler avrebbe comunicato alla popolazione lo scoppio o meno di una nuova guerra in Europa. Si assiste contemporaneamente all’arrivo in città di un numero spropositato di giovani ragazze adolescenti, dai tratti ariani, occhi azzurri e capelli biondi. Ed è qui che entra in scena il nostro detective Gunther, pronto ad indagare sulla tragica fine di alcune ragazze. Inizialmente si attribuisce la causa di ciò ad un ebreo, ma il detective invece, prontamente, crede che le cause della vicenda siano da ricercarsi nei meandri della prostituzione e della pornografia. Gunther, su ordine di Heydrich, è costretto a tornare nella Kripo, la Kriminalpolizei, a capo di una squadra che indaghi sulle violenti morti di queste giovanissime ragazze. Si teme si tratti di omicidi rituali, ma Gunther non crede alle coincidenze e deve necessariamente giungere alla verità, verità che purtroppo è ben nascosta altrove. Ben consapevole che le sue indagini sono tumultuose, l’investigatore sa anche che l’esito delle stesse può rivelarsi fatale qualora riuscisse a venire a capo delle losche motivazioni che si nascondono dietro le uccisioni di queste giovani ragazze, poiché ne deriverebbe il futuro del governo nazista. Il criminale pallido di Philip Kerr prende il titolo da una frase di Friedrich Nieztsche ed è un noir avvincente, intrigante, carico di suspense.

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Mara Tribuzio e il suo nuovo romanzo: Raccontiamoci

Mara Tribuzio è nata a Bitonto nel 1979. Ha frequentato il liceo classico, si è laureata in Lettere Classiche con ­ indirizzo filologico-linguistico presso l’Università degli Studi di Bari. Successivamente ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento di Lettere presso scuole secondarie di I e II grado e di attività di sostegno per studenti diversamente abili. Oggi è una docente che vive e lavora a Bari. Ha pubblicato nel 2017 il suo primo romanzo Sinestesie e ha vinto diversi concorsi letterari inerenti il genere della novellistica e del racconto breve. Cura un blog personale di letteratura dal titolo Parola alle parole. Raccontiamoci di Mara Tribuzio è il romanzo di cui vi parlerò. Raccontiamoci di Mara Tribuzio è un viaggio nel patrimonio narrativo della tradizione barese e bitontina, viaggio in cui impareremo a conoscere il califfo Muffarag, di provenienza asiatica, Giovanni l’accalappiacani, Romeo e Giulietta della Bari Vecchia, la Contessa di Bitonto. Storie e personaggi esistiti ed altri frutto dell’immaginazione, descritti in maniera minuziosa, sia grazie all’ausilio di fonti scritte, multimediali e orali a cui ha fatto riferimento l’autrice, sia grazie ad un lavoro di arricchimento svolto dalla Tribuzio al fine di romanzare i protagonisti del racconto, conosciuti da molti grazie alla trasmissione orale delle storie qui descritte. Notevoli le illustrazioni che arricchiscono il testo, la cui lettura risulta scorrevole e piacevole grazie alle notevoli capacità descrittive dell’autrice, che apre il romanzo così: «L’importanza della Storia nella coscienza civica di ogni uomo, nel bisogno di scoperta e riscoperta continua della sua identità, delle radici e del pensiero sociale e politico, è senz’altro indubbia. Non potremmo vivere il presente con il buio spazio-temporale alle nostre spalle. Sarebbe come camminare nel vuoto senza la possibilità di appoggiarci a un sostegno o di percorrere strade certe che scorrano su solide fondamenta. L’uomo stesso è Storia, gli anni che segnano la sua vita sono Storia che prende forma, ma che necessitano di un costante sguardo al passato per una costruzione più consapevole del presente e più coscienziosa del futuro.» Raccontiamoci di Mara Tribuzio Appare così dunque come un tentativo, del tutto riuscito, di far conoscere non solo ai pugliesi storie e racconti magari impressi nella mente dei cittadini di Bari e di Bitonto; storie che meritano però di essere apprese poiché sono fonte di riflessione e analisi profonda. Occorrono le storie, servono i miti e abbiamo bisogno delle leggende al fine di arricchire la nostra humanitas, poiché le storie, che siano esse frutto della realtà o della più totale immaginazione, meritano di essere raccontate, sempre.

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Costruisci te stesso, i saggi di Michel de Montaigne

Costruisci te stesso, i saggi di Michel de Montaigne Michel de Montaigne nacque a Pèrigord nel 1533 e morì a Saint-Michel-de-Montaigne nel 1592. Scrittore e filosofo francese, iniziò lo studio dei classici in tenera età. Studiò presso il Collegio di Guyenne a Bordeaux, successivamente filosofia nella stessa città e diritto a Tolosa. Nel 1554 entrò nella magistratura a Périgueux, divenne poi consigliere del parlamento di Bordeaux. L’avvenimento che segnò profondamente la sua esistenza fu l’amicizia con Étienne de La Boétie, iniziata nel 1558. Dal 1570, ritiratosi nelle sue terre, si dedicò agli studi, alla meditazione e alla composizione degli Essais. Gli scritti di Montaigne sono contrassegnati da un pessimismo e da uno scetticismo rari al tempo del Rinascimento. Citando il caso di Martin Guerre, egli pensa che l’umanità non possa raggiungere la certezza e rigetta le proposizioni assolute e generali. Secondo Montaigne, non possiamo prestare fede ai nostri ragionamenti perché i pensieri ci appaiono senza atto di volontà: non sono sotto il nostro controllo. Perciò, nella Apologia di Raymond Sebond, egli afferma che noi non abbiamo ragione di sentirci superiori agli animali. Costruisci te stesso di Montaigne Costruisci te stesso di Montaigne è un insieme di saggi la cui lettura ci porta a comprendere che, per gli uomini, è quasi del tutto impossibile dare un’immagine di sé definitiva e priva di sfaccettature. Soffermandosi sui ragionamenti operati dall’autore, è possibile rendersi conto del fatto che Montaigne giunge alla più totale perdita di se stesso e prova a venirne fuori operando un’attenta analisi del proprio passato. Ci ritroviamo dunque di fronte alla composizione di una sorta di puzzle letterario, in cui l’autore prova a raggiungere una totalità in cui ogni pezzo funge da incastro per l’altro che si andrà ad inserirgli accanto. Montaigne analizza a fondo le esperienze basilari della vita di ogni essere umano: la vita coniugale, l’amore, l’amicizia, il rapporto tra padri e figli, il ruolo delle abitudini nella vita dell’essere umano. Costruisci te stesso di Montaigne è un tentativo di operare una sorta di controllo sulla nostra esistenza, nonostante ciò sia del tutto impossibile, alla luce del fatto che non possiamo dominare le nostre vite. “Siamo nati per cercare la verità, il possederla spetta a un potere più grande. Essa non è nascosta nel fondo degli abissi, ma piuttosto innalzata ad altezza infinita nella conoscenza divina. Il mondo non è che una scuola di ricerca. Non è importante chi raggiungerà la meta, ma chi farà la corsa più bella. Può fare lo sciocco sia chi dice la verità sia chi mente. È importante il modo, non i contenuti”.   Fonte immagine: ufficio stampa.

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Lettera sulla pinguedine di William Banting | Recensione

Lettera sulla pinguedine di William Banting William Banting, nato nel 1796 e morto nel 1878, è stato un noto becchino inglese dell’età vittoriana. Non era un becchino qualunque poiché la sua nota impresa di pompe funebri organizzò i funerali di vari personaggi illustri, come il duca di Wellington e alcuni esponenti della casa reale, tra cui il principe Alberto, il principe Leopoldo e la regina Vittoria. Alto all’incirca un metro e sessantacinque per un peso di novanta chili, William Banting era obeso ed affetto da svariati problemi di salute; spesso soggetto a svenimenti, soffriva inoltre di problemi di vista e di udito. Decide così di prendere in mano la sua situazione e ricorre al consulto di vari specialisti dell’epoca, i quali gli consigliano prevalentemente di praticare sport. Si dedica così al canottaggio, rendendosi però conto del fatto che il moto fisico causa smoderato aumento dell’appetito, ragion per cui si ritrova a prendere peso piuttosto che perderlo.  William Banting è anche noto per essere stato il primo a diffondere una dieta dimagrante basata sulla limitazione dell’assunzione di carboidrati, in particolare quelli di natura amidacea o zuccherina. William Banting decide di scrivere il suo elegante opuscolo all’età di sessantasei anni, quando si rende conto di non riuscire più neppure a piegarsi per allacciarsi le scarpe e di riuscire a stento a salire le scale di casa a causa dei troppi chili accumulati negli anni. In Lettera sulla pinguedine leggiamo: “Pochi uomini hanno condotto una vita più attiva di me – sia fisicamente che mentalmente – caratterizzata da innata preoccupazione per la regolarità, la precisione e l’ordine durante tutti in cinquant’anni di carriera lavorativa. Ma ormai sono andato in pensione, dunque la mia pinguedine e conseguente obesità non sono frutto dell’assenza di un’indispensabile attività fisica, né del consumo smodato di cibi o alcol o delle licenze d’ogni genere che mi sono concesso; al contrario derivano dall’aver consumato alimenti semplici come pane, latte, burro, birra, zucchero e patate con maggiore libertà di quanto fosse richiesto dal mio fisico invecchiato.” Lettera sulla pinguedine di William Banting La dieta sponsorizzata da Banting, dalla quale ricava soddisfacenti risultati perdendo all’incirca venti chili, consiste perlopiù nell’eliminazione dei carboidrati, dunque del pane e dello zucchero, delle patate e della birra. Quattro pasti al giorno, pasti in cui si predilige il consumo di carne e pesce, alimenti ricchi di proteine, consumati anche a colazione, è evitata però la carne di maiale. Grazie alla diffusione dell’opuscolo, che all’epoca ha ottenuto un notevole successo, molti altri hanno seguito l’esempio dell’autore, riuscendo a ricavare risultati ottimali dalla pratica della sua stessa dieta. Nel giro di due anni l’opuscolo è divenuto talmente popolare al punto che nella lingua inglese è stato coniato il verbo to bant che significa ‘stare a dieta’. Tuttavia la comunità scientifica dell’epoca ha ritenuto i principi che ne erano alla base assolutamente privi di fondamento. C’è da dire però che, a distanza di centocinquanta anni, i principi che regolano il regime alimentare di Banting sono alla base di tutte le […]

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L’inferno è una buona memoria di Michela Murgia

Michela Murgia è nata a Cabras nel 1972 e vive a Roma. Scrittrice e saggista, nel 2006 ha pubblicato con Isbn Edizioni Il mondo deve sapere, il diario tragicomico di un mese di lavoro che ha ispirato il film di Paolo Virzì Tutta la vita davanti. Per Einaudi ha pubblicato, fra le altre cose, il romanzo Accabadora, vincitore del Premio Campiello 2010, e Ave Mary nel 2011. Conduttrice di programmi televisivi e radiofonici, intellettuale militante, collabora con L’Espresso. Il suo ultimo romanzo è Chirú (2015), il suo ultimo saggio è Futuro interiore (2016), entrambi pubblicati da Einaudi. Per la piattaforma di podcast Storielibere.fm sta curando il ciclo Morgana, storie di donne controcorrente, innovatrici, rivoluzionarie. Ha inaugurato inoltre la nuova collana di Marsilio PassaParola, una collana dedicata ai libri che hanno toccato in particolar modo la vita di uno scrittore. Michela Murgia ha scelto il fantasy ispirato al ciclo bretone Le Nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley, intitolando così il suo libro L’inferno è una buona memoria. L’autrice, attratta dalla copertina, acquista il libro in un’edicola poco prima di mettersi in viaggio in nave da Olbia a Civitavecchia. Resta esterrefatta dal modo in cui Zimmer Bradley rivisita i miti di re Artù, dando particolare importanza e predominio alle donne e al loro modo di pensare e operare, donne che nella tradizione vengono invece spesso trascurate. Definisce il libro “Uno degli atti di militanza più forti che mi sarebbe capitato di vedere nella vita”. Alla fine del viaggio in nave, la Murgia non sarà  più la stessa di prima: diventa femminista. Le nebbie di Avalon è una sorta di atto di rivolta narrativa, un libro politico, in cui la Murgia nota una dirompente differenza tra le donne-streghe descritte nel libro, donne capaci di mutare il destino degli uomini loro vicini e quelle invece presenti nelle favole che venivano proposte all’autrice da bambina. L’inferno è una buona memoria di Michela Murgia L’autrice sostiene che sarebbe superfluo etichettare il libro come un libro femminista, nonostante per certi versi lo sia, poiché questa non può e non deve essere l’unica chiave di lettura del romanzo, ridotto così a una “frittata ideologica” a base di magia e matriarcato. Il femminismo non esiste come fenomeno omogeneo: esistono i femminismi. Si è femministe se si oppone resistenza alla condizione generativa come destino, ma si è femministe anche se la si rivendica, nonostante magari non si facciano figli. Si è femministe se si crede che uomo e donna siano uguali e debbano godere della stessa dignità, ma lo si è anche pensando che le donne siano diverse e che questa dignità sia invece da ricercare proprio nella differenza. La Murgia scrive: “A cinque anni sognavo di diventare suora perché le suore – spose di un marito abbastanza assente come Gesù – mi sembravano più importanti delle moglié[…]” Un continua analisi dell’opera di Zimmer Bradley, con costanti riflessioni operate dall’autrice circa il ruolo delle donne nella società attuale e sui ruoli di genere.   Fonte immagine: ufficio stampa.

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Smetti di leggere notizie di Rolf Dobelli – recensione

Smetti di leggere notizie di Rolf Dobelli, il libro di auto-aiuto per ridurre lo stress provocato dalla massa ingestibile di informazioni quotidiane a cui siamo sottoposti. Rolf Dobelli, nato a Lucerna nel 1966, è un autore e uomo d’affari svizzero. Ha conseguito un MBA e un dottorato in filosofia presso l’Università di San Gallo, in Svizzera. Ha iniziato la sua carriera di scrittore come romanziere nel 2002, ma è noto a livello internazionale per la sua saggistica di successo The Art of Thinking Clearly(2011), per la quale The Times lo ha definito “il guru dell’auto-aiuto”. È anche noto per il suo libro The Art of the Good Life, che è stato il libro di saggistica più venduto in Giappone da un autore non giapponese nel 2019. I suoi libri hanno raggiunto le liste dei bestseller in Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Irlanda, India, Corea, Giappone, Singapore e Hong Kong. Smetti di leggere notizie di Rolf Dobelli è un libro di auto-aiuto, una guida per ridurre lo stress e l’ansia causate dal bombardamento di notizie a cui siamo sottoposti quotidianamente. L’autore, fin dall’adolescenza, era un avido lettore di quotidiani. Convinto che coloro i quali fossero maggiormente informati e a conoscenza delle vicende che accadevano nel mondo, potessero essere più felici e in qualche modo più saggi di chi invece ignorava gli accadimenti globali, si ritrova a mutare completamente idea, in particolar modo in seguito all’avvento dei social e degli svariati siti da cui poter attingere costantemente notizie. Dobelli nel 2008 ha fondato World Minds, una comunità di alcuni dei più famosi, illustri pensatori, scienziati, artisti e imprenditori del mondo, per creare un ponte tra le comunità scientifiche, economiche e culturali. I temi principali dei romanzi di Dobelli sono il significato del successo e il ruolo della casualità negli affari e nella vita e talvolta i suoi scritti appaiono controversi, in particolar modo Smetti di leggere notizie. Smetti di leggere notizie di Rolf Dobelli Le notizie diventano una vera e propria droga, al pari dell’alcol. Ma rispetto all’alcol, la reperibilità è più semplice ed immediata, non comporta sforzi fisici e spostamenti, basta un click e le influenze sulla nostra psiche tuttavia non sono sempre positive. Bombardati da fake news, siamo vittime di un sistema in cui ormai il lettore, attratto da notizie sempre più banali e del tutto superflue, spende larga parte del proprio tempo a crogiolarsi nella lettura di informazioni di cui potrebbe fare tranquillamente a meno. Inoltre, siamo attratti dai drammi: più una news è tragica, più attira la nostra attenzione. E nonostante possa sembrare che le catastrofi globali non turbino la nostra quiete psico-fisica, a lungo andare, l’attaccamento morboso  nell’assorbire solo notizie negative può condurci alla depressione. L’autore parla di bias della negatività, che è innato nell’essere umano. I media ci rifilano una serie di storie sconvolgenti, perfettamente adatte al nostro cervello già pieno di preoccupazioni. Tuttavia ciò non va frainteso con il ripudio più totale dell’informazione: dovremmo saper compiere una scelta, decidere razionalmente a chi o cosa dedicare […]

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Joan Didion e il ricordo ne “L’anno del pensiero magico”

L’anno del pensiero magico di Joan Didion è un romanzo in cui l’autrice mette a nudo il dolore che vive in seguito alla morte improvvisa del marito. Joan Didion è nata a Sacramento nel 1934 ed è una giornalista, scrittrice e saggista statunitense, vincitrice del National Book Award per la saggistica con il libro L’anno del pensiero magico. Nel 1956 si è laureata presso l’Università della California, Berkeley con un Bachelor of Arts in Lettere. Durante il secondo anno di studio ha vinto un concorso di saggistica sponsorizzato dal mensile di moda Vogue, che le ha affidato un lavoro come assistente alla ricerca presso la rivista. Autrice di vari romanzi, ha scritto inoltre svariati saggi, opere teatrali e sceneggiature. Vincitrice di diversi premi e riconoscimenti, nel 2009 le è stato conferito il titolo onorario di Dottore in Lettere dalla Harvard University. L’università di Yale le ha conferito un altro titolo onorario di Dottore in Lettere nel 2011. Nel Luglio 2013, la Casa Bianca ha annunciato che Didion era tra i beneficiari della National Medal of Arts and Humanities, conferita dal presidente statunitense Barack Obama in persona.  Attualmente vive a New York. Il marito John Gregory Dunne, deceduto nel 2003 e della cui morte parla nel libro L’anno del pensiero magico, è stato anch’esso uno affermato scrittore. L’anno del pensiero magico di Joan Didion, trama L’anno del pensiero magico di Joan Didion è una sorta di memoir investigativo, in cui l’autrice narra al lettore le tecniche adoperate al fine di superare e accettare i due eventi destabilizzanti che in pochi giorni hanno completamente stravolto la sua quotidianità: la grave malattia della figlia e la morte improvvisa del marito. All’interno del romanzo troviamo inoltre molteplici riferimenti letterari e frammenti estrapolati da testi scientifici. Siamo nel Dicembre del 2003 e pochi giorni prima di Natale l’autrice e il marito John Gregory Dunne assistono al peggioramento dell’influenza della loro unica figlia Quintana, che da polmonite si trasforma in choc settico. Pochi giorni dopo, tornati dall’ospedale in cui erano appunto stati per fare visita alla figlia, John cade a terra all’improvviso e pochi minuti dopo, muore d’infarto.  La vita dell’autrice precipita in un vortice di cui fa il resoconto in questo libro. Didion racconta in maniera nuda e cruda, senza poesia, ciò che vive dall’instante in cui comprende di aver perso il marito, l’incapacità iniziale di accettare la perdita, il fallimento quotidiano nel metabolizzare l’assenza della persona amata, il cadere perennemente nel vortice dei ricordi. La morte è un attimo: è l’attimo in cui cambia tutto, è l’attimo a cui non si è mai preparati. Mille ricordi le si ripropongono quotidianamente davanti agli occhi, altrettanti quesiti le sorgono nella mente. Eppure non può abbandonarsi all’impeto del dolore che prova: deve andare avanti per la figlia, per l’unica figlia che ha e che ancora non è a conoscenza della morte del padre. Autoanalisi quotidiane, analisi del passato, del presente e del futuro che la vedrà sola, ormai privata dalla vita della persona con cui aveva condiviso tutto fino ad allora. Ma assistiamo anche alla razionalità di una donna […]

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Voli Pindarici

Mi vendi un paio di scarpe?

Mi vendi un paio di scarpe? Questa è la triste storia di una giovane donna che vendeva le scarpe e di una ragazza che fingeva di averne impellente bisogno di un paio, nonostante a casa ne possedesse altri cento. Galeotto fu aprile, fugace fu la richiesta. Galeotte furono le scarpe, le stesse che le due si scambiarono per anni. Gli stessi piedi, piccoli. Le stesse mani, piccole. La stessa voglia di camminare, insieme, grande. Furono anni intensi, quelli vissuti dalle due. A volte non basta una vita per conoscersi abbastanza, ma a volte basta che le lancette compiano un giro di sessanta secondi, per riconoscersi come forse non capita in un’intera esistenza. Furono stagioni di viaggi, furono tempi d’amore. Quell’amore che non conosce né tempo, né spazio, né ragioni. Non c’è un senso, ma questa non è una storia d’amore. È la storia di una vendita fallimentare di un paio di scarpe mai giunte in cassa e di uno scontrino che riportava un prezzo davvero salato: 36 mesi da pagare, il prezzo, altissimo. È la storia di quelle scarpe mai vendute e di tutte quelle regalate. La storia di tutte quelle scarpe, insieme, prezzate. È la storia di quelle scarpe appena regalate, che si sono scollate. È solo una banale storia di un paio di scarpe mai cercate. E di una piccola piscina in una grande camera, a luglio, a Napoli. È la storia del primo avocado mangiato. È la storia di due gambe bellissime. È la storia di un neo sul volto e di tanti sul corpo. Mi vendi un paio di scarpe? È la storia degli aerei che volano e non t’importa dove ti portino, purché le scarpe siano sempre quelle quattro, da scambiare. È la storia di cavalli indomabili ma non impossibili da cavalcare. È la storia della pasta e piselli, del ristorante cinese, di Netflix e Leroy Merlin. È la storia di All I need dei Radiohead. È la storia del Vesuvio il 31 dicembre e Teggiano il 20 agosto. È la storia delle gondole a Venezia e della Tour Eiffel. È la storia di Portobello, delle terme Gellert e del gulash, è la storia dei cimiteri infestati, è la storia di Rino Gaetano e di “dove se mangi stai colma”. È la storia di due nonne, è la storia delle donne, è una storia per donne. E le donne amano le scarpe, si sa. Un’ossessione ossessiva compulsiva. Più ne hai, più ne vuoi. Hai due piedi, ma di scarpe ne vuoi cento. E questa è solo la triste storia di un paio di scarpe, perché si sa, alla fine, ne possiedi tante, ma un paio ne ami: le tue. E quando si rompono, ne cerchi un altro paio uguale. E se non ne trovi un altro paio uguale, cammini scalza. Ma poi ti si rompono i piedi, ti escono i calli, devi andare dal podologo, ti viene il mal di schiena, diventi storto, forse inciampi e muori pure. Ah, le scarpe, che malattia.

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Voli Pindarici

Diario di bordo di una quarantena qualunque

Diario di bordo di una quarantena qualunque È venerdì 13 marzo 2020 ed è oggi che hanno inizio i miei arresti domiciliari, mentre altrove, in tutto il mondo, cominciano o finiscono quelli altrui. Siamo tutti ai domiciliari, nonostante non abbiamo commesso nessun reato. Tutto tace, fuori. Tutti urlano, dentro. Siamo animali sociali, non siamo abituati a vivere in solitudine. Ci svegliamo, in compagnia. Beviamo il caffè, in compagnia. Andiamo a lavoro, in compagnia. Usciamo da lavoro e facciamo aperitivo, in compagnia. La palestra, in compagnia. Il teatro, in compagnia, le passeggiate, in compagnia. Le cene, in compagnia. A Napoli, le strade ieri erano deserte. Forze dell’Ordine, ovunque, per mantenere in ordine una città mai stata così ordinata prima d’ora. Nessuno urla per le strade, nessun motorino. Non c’è odore di pizza nei vicoli, mentre invano cerco quello del caffè. La gente non c’è, perché la gente ha paura. E la gente ha paura a Napoli, ha paura a Milano, ha paura a Venezia. La gente ha paura ovunque, in ogni angolo del mondo, quel mondo che prima d’ora immaginavamo fosse così grande, pensavamo di essere così distanti gli uni dagli altri ma, ahimè, siamo davvero una grande barca a vela, una barca in cui, se la vela si spezza e il mare è mosso e c’è un vento della Madonna, sono cazzi amari. E la deriva fa paura a chiunque, anche al più abile dei marinai. A Teggiano, le strade oggi sono deserte. Non che solitamente siano affollate, ma in questa giornata, non ho visto una sola persona. Anzi sì, ne ho vista una: ero io, allo specchio. Mi sono specchiata un sacco in questa giornata, ho temuto anche di poter cominciare a parlare con la mia immagine riflessa ma, grazie alla mia gatta, ho evitato. Allora ho parlato con lei, le ho detto che andrà tutto bene. È scossa la mia gatta, è turbata tanto quanto noi. Ho camminato tanto, ho rivolto spesso gli occhi al cielo, ho calpestato erba e non asfalto, ho goduto della bellezza della natura. Diario di bordo di una quarantena qualunque È venerdì 13 marzo 2020 ed è oggi che ho compreso cosa significhi la paura. Siamo soliti gestire ogni situazione, siamo abili nel risolvere i problemi, solitamente abbiamo mezzi e armi per sconfiggere tutto, o quasi. E oggi è il giorno di quel quasi tanto inatteso, quel quasi che, soprattutto noi giovani, abituati a vivere in un mondo tanto comodo, non sappiamo fronteggiare. Stare a casa, da soli. Guardare un film, da soli. Uscire di casa, da soli. Bere un calice di vino, da soli. Vivere, da soli. Ignara di come terminerà questa distopica esperienza, vivo le mie giornate oscillando tra il pessimismo leopardiano e il positivismo di Comte. Come si fa a non sentirsi soli, quando si è soli? Quanto è bello non sentirsi soli, quando si è soli? E quanto è bella la solitudine, quando si è in compagnia? E quanto è triste la solitudine, quando la compagnia è lontana? Ignoriamo la […]

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Libri

Dario Nicolella e la raccolta I cerchi, poesie col flash

Dario Nicolella, autore della raccolta di poesie intitolata “I cerchi, poesie col flash”, affianca la vocazione poetica alla professione medica di oncologo. Nel 2011, pubblica una plaquette a tiratura limitata e vince il premio Emily Dickinson 2014 con Trenta poesie per Rabarama. Vincitore ex aequo del III Premio Nazionale di Letteratura Contemporanea 2015 per la sezione Poesia inedita, nonché finalista al Concorso E-book in Versi 2016 con Poesie delle trenta lune. È inoltre autore di Uni-versi di-versi(2014), Poesie in alta definizione(2016), Poesie in sol diesis minore(2018), Poesia a passo di danza(2019). I cerchi, poesie col flash di Dario Nicolella è una breve raccolta di poesie, in cui lo scopo massimo dell’autore è quello di cogliere l’istante prima che voli via per sempre. Lo stesso autore afferma, per l’ appunto, che occorre «scattare poesie, scrivere versi». La fotocamera è la penna del fotografo di colui che, grazie allo scatto, rende eterno l’attimo, quell’attimo che ha di fronte e che mai più tornerà in egual modo. Allo stesso tempo, il poeta, attraverso l’ausilio delle parole, capta sensazioni ed emozioni dall’esterno, le interiorizza, ne fa strumento non tanto di comunicazione quanto di esternazione del proprio io, un io nudo di fronte agli occhi del lettore, nel momento in cui la poesia prende forma su carta. Dario Nicolella ricorre spesso alle rime nei suoi componimenti, giocando in maniera abile col lessico adoperato. Sono poesie spesso brevi, ma chiare, esplicite, dirette: nessun ermetismo si cela dietro i suoi versi capaci di arrivare dritti al lettore. I cerchi. Poesie col flash di Dario Nicolella Poesie spesso dedicate ad una Lei, una donna, presenza-assenza costante nei versi dell’autore. Una donna che a tratti c’è, a tratti sembra esserci, a tratti non c’è. Tangibile è la malinconia celata in ogni pagina, spesso resa esplicita attraverso un’esasperata richiesta di prendere parte all’esistenza del poeta. “È tardi, un altro giorno senza sguardi senza parole è rimasto freddo anche il sole”, scrive l’autore. L’amore è il fulcro di tutta l’opera: l’amore per la bellezza, l’amore per la vita, l’amore per l’altro, l’amore più assoluto, quello supremo, per la poesie, come possiamo appunto leggere in questi versi: -Forse non sto bene Mi sento sempre trafitto Qui nel petto Da una acuta saetta- -Tranquillo dammi retta Cosa pensi che sia È la poesia- La poesia intesa e vissuta quasi come una malattia, una malattia che non ha cure, una malattia che non deve essere curata. Un’esigenza vitale alla quale è impossibile sottrarsi.

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Ventiquattro, il primo romanzo di Valentina Bardi edito Il Ponte Vecchio

Valentina Bardi, autrice del romanzo Ventiquattro, vive e lavora a Galeata. È diplomata in sassofono presso il Conservatorio “Bruno Maderna” di Cesena e si è laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli studi di Bologna Alma Mater Studiorum. Da sempre appassionata di libri, fa parte del Gruppo di lettura “Teodorico” di Galeata che da svariati anni propone incontri pubblici e reading su autori italiani e stranieri. Ventiquattro di Valentina Bardi è il primo romanzo dell’autrice, edito da Il Ponte Vecchio. La trama del libro ruota intorno alla vita di Martina, giovane ragazza che sta per compiere diciotto anni, figlia di Giada, donna bellissima, dall’aspetto sempre curato, sindacalista del paese. Una donna di sinistra che nel partito ha fatto una lunga gavetta, cominciando dal volantinaggio dalla prima del liceo, all’assistenza a tutte le riunioni del partito giovani; volontaria alle feste dell’Unità, ai cortei, presente in tutte le manifestazioni. Una donna cresciuta nel sindacato insomma, sia come donna che come persona, una donna che nel sindacato ha capito cos’è la misericordia, cos’è l’altro. Giada è sposata con Andrea, che invece è un giornalista inviato di guerra. La loro è una famiglia numerosa, famiglia nella quale l’uomo fa ritorno in seguito alla perdita del primogenito della figlia maggiore. Attraverso la lettura delle pagine del romanzo, impariamo a conoscere i singoli protagonisti, grazie ai racconti carichi di dettagli dell’autrice. Martina, appunto, sta per compiere diciotto anni: siamo di fronte ai preparativi della festa. La giovane è innamorata di Matteo, studente universitario, figlio di una famiglia molto benestante e rinomata in paese, con idee politiche completamente contrastanti a quelle impartite a lei dalla famiglia. Grazie all’evolversi del loro rapporto però, capiremo, andando avanti nella lettura, che l’incontro tra i due mondi non è del tutto inarrivabile e che nonostante si abbiano idee contrastanti, avvicinarsi, è possibile. Ventiquattro di Valentina Bardi, storie di tutti i giorni L’autrice, nel romanzo, ricorre a innumerevoli dialoghi: la narrazione, appunto, è meticolosa e dettagliata, affinché i personaggi prendano vita e forma dinanzi ai nostri occhi. Martina e le sue pene d’amore con il giovane Matteo, la relazione tra Giada e Andrea che sembra stia mutando col tempo, le sofferenze della figlia primogenita in seguito al lutto, un grande colpo di scena finale che ribalterà completamente la narrazione della storia. In Ventiquattro di Valentina Bardi ci ritroviamo di fronte a storie di tutti i giorni, capaci di segnare nel profondo portando il lettore ad un’attenta autoanalisi e riflessioni circa la propria vita. Per quanto la diversità faccia paura, per quanto, a volte, due universi possano sembrare camminare su rette parallele senza possibilità alcuna di giungere ad un punto d’incontro, accade qualcosa, accade sempre. Accade che una delle due rette si spezzi e precipiti su quella che ha accanto, portandole così a sfiorarsi, a congiungersi. Ed è proprio nella rottura, nella sofferenza, nel dolore, nell’atto dello spezzarsi, che avviene il cambiamento. Nella vita occorre, tra l’altro, ripudiare e boicottare categoricamente le etichette: dietro ogni essere umano c’è, appunto, un essere […]

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Ritmi di veglia di Raffaella D’Elia | Recensione

Raffaella D’Elia è nata a Roma nel 1979. Ha scritto Adorazione (Edilet, 2009), Come le stelle fisse (Empirìa, 2014). Collabora e ha collaborato con quotidiani e riviste letterarie tra cui “L’Unità”, “Il Riformista” ed altre. Si è occupata di autori quali Sanguineti, Bachmann, Walser, Weil, Campo, Ortese. Suoi contributi critici e in prosa sono presenti, tra gli altri, in La terra della prosa. Narratori italiani degli anni Zero (2014), nella riedizione del volume Gruppo 63, Il romanzo sperimentale (2013) per L’Orma, e nell’antologia Con gli occhi aperti (Exòrma, 2016). Ultimo libro dell’autrice, Ritmi di veglia, edito da Exòrma. “Quando è notte e non dorme Ida apre gli occhi, e nel buio il buio diminuisce. Quando è notte e non dorme, Ida sta a occhi chiusi, aperti, si impegna ma la notte fugge via, e lei perde il tempo, rimane indietro. Rimanere indietro è stata sempre la sua più grande abilità, del vizio e della virtù che ciò significa ha sempre faticato a capirne le conseguenze ultime, le prime”. […] La vita concreta per Ida si sviluppa fuori il cerchio magico della concretezza altrui. […] La vita concreta come distrazione, cura del guasto, dall’affanno e dalla fatica estrema della vita. […] Quando di sveste dei panni di danzatrice Ida si cala nel mondo della vita pratica, e sembra arrivare da un posto remoto. Sembra essere sempre stata lì, Ida, nella vita concreta, quando sveste i panni di ballerina. Questa è la sua grazia, la forza e la sua debolezza”. Ritmi di veglia di Raffaella D’Elia Ritmi di veglia di Raffaella D’Elia più che un romanzo, è una sorta di flusso di coscienza. Protagonista del racconto è Ida, Ida e la danza, la danza che va ben oltre il moto armonioso dei corpi. La danza viene intesa come una sorta di logorio dell’animo, come meditazione, come fuga e rifugio dalla solitudine alla quale la protagonista del libro è incatenata. L’autrice ripete innumerevoli volte il nome Ida, ripete le parole, ci gioca, le fa suonare, risuonare, in modo che la narrazione assuma un ritmo unico, incalzante. C’è Ida: è ovunque e non è in nessun luogo. C’è la danza, la danza di Ida che prende il sopravvento anche nelle vite di chi non ha danzato mai. Un libro da leggere e rileggere mille volte, una sorta di trattato filosofico sull’esistenza umana. Lessico complesso, parole adoperate in maniera geniale, capaci di far comprendere al lettore quanto le parole, appunto, possano portare lontano dal significato spicciolo delle stesse prese singolarmente.

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Una mappa per Kaliningrad di Valentina Parisi

Una mappa per Kaliningrad chi è Valentina Parisi Valentina Parisi nasce a Milano nel 1976, città in cui attualmente vive. Dopo aver conseguito il dottorato di ricerca in letterature slave, ha vissuto in Germania e a Budapest. Attualmente assegnista di ricerca in letteratura russa presso l’Università degli Studi di Pavia, ha tradotto dal russo opere di Alexandra Petrova, Lev Šestov, Pavel Florenskij, Léon Bakst, Pavel Sanaev, Vasilij Grossman, Anton Čechov, Vasilij Golovanov e, dal polacco, testi in prosa di Wisława Szymborska, Adam Zagajewski, Hanna Krall, Stanisław Lem. Ha pubblicato un libro sull’editoria clandestina nell’Urss (Il lettore eccedente. Edizioni periodiche del samizdat sovietico, 1956-1990, Il Mulino, 2014) e la Guida alla Mosca ribelle (Voland, 2017). Dal 2007 collabora regolarmente alle pagine culturali de “Il manifesto”. Il suo ultimo libro è “Una mappa per Kaliningrad, la citta bifronte”, edito da Exòrma. Una mappa per Kalilingrad di Valentina Parisi edito Exorma Edizioni narra le vicende della città di Königsberg, nome attuale della città di Kaliningrad. Situata in Russia sulle rive del mar Baltico, da territorio tedesco, è diventata un’exclave russa. Per exclave si intende una porzione di territorio appartenente ad uno Stato, che però confina interamente con un altro. Nello specifico, in seguito al collasso dell’Unione Sovietica, la Federazione Russa che ne prese il posto, decise di mantenere il controllo su questa regione per avere un accesso al Mar Baltico. Una mappa per Kaliningrad di Valentina Parisi: la storia Una mappa per Kaliningrad è un romanzo in cui l’autrice viaggia alla ricerca delle tracce, quasi perdute, del nonno, il quale venne imprigionato dai sovietici nel campo di lavoro di Stablack fino al 1945, insieme ad altri italiani, e riuscì però a fare ritorno a casa. L’autrice, all’interno del libro, attraversando la città di Kaliningrad grazie ad una vecchia mappa di Königsberg, compie un pellegrinaggio in diciassette stazioni. Quella che visita e in cui è stato prigioniero il nonno, è la città di Kant. Cerca appunto il campo di lavoro coatto in cui il nonno era stato rinchiuso e dal quale era sfuggito, liberato nell’aprile del 1945. Valentina Parisi, grazie anche ad un curato repertorio fotografico, ripercorre la vita del nonno e dei MI, ossia Internati Militari Italiani: ovvero dei soldati italiani catturati e deportati in seguito all’armistizio del 1943. Il libro è una sorta di diario di bordo del suo viaggio, descritto minuziosamente, con una molteplicità di dettagli e cura sia del lessico che della narrazione stessa. Un libro perfetto per gli appassionati di storia e della Seconda Guerra Mondiale, capace di portare il lettore a conoscere eventi verificatisi in una porzione di territorio sconosciuto ai più. Fonte immagine: exormaedizioni.com

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Angela Carter e la raccolta Nell’antro dell’alchimista

Recensione della raccolta Nell’antro dell’alchimista di Angela Carter Angela Carter è nata a Eastbourne nel maggio del 1940 ed è morta a Londra nel febbraio del 1992. Ha frequentato l’Università di Bristol dove ha studiato Letteratura inglese. Fin dalla pubblicazione del suo primo romanzo, La danza delle ombre (1966), ha iniziato ad essere considerata una delle più originali scrittrici britanniche. In seguito ha scritto altri otto romanzi. È stata una scrittrice e giornalista, divenuta famosa per le sue opere femministe, di realismo magico e di fantascienza. La sua prosa concilia l’horror-fantasy più macabro con la commedia erotica. Nelle opere di Angela Carter troviamo molti riferimenti a Shakespeare, nel romanzo Figlie sagge, al marchese de Sade, a Charles Baudelaire nel racconto Venere nera. È stata però maggiormente ispirata dalla tradizione del racconto orale: ha riscritto, infatti, molte fiabe, tra cui Cappuccetto Rosso, Barbablù e La Bella e La Bestia. Angela Carter è morta di cancro nel 1992, all’età di cinquantuno anni, nella sua casa di Londra. La camera di sangue è il suo capolavoro: il libro per cui verrà maggiormente ricordata. Nell’antro dell’alchimista di Angela Carter è una raccolta divisa in due volumi e pubblicata da Fazi Editore che si apre con L’uomo che amava il contrabbasso.  L’incipit è questo: «Tutti gli artisti sono un po’ pazzi, si dice. Questa follia è, in una certa misura, un mito creato dagli artisti stessi per tenere alla larga i comuni mortali dalla congrega creativa fenomenalmente compatta. Però, nel mondo degli artisti, i consapevolmente eccentrici rispettano e ammirano sempre quelli che hanno il coraggio di essere genuinamente un po’ pazzi.» Continua con il secondo racconto, che è Una signora molto per bene e suo figlio in casa. «Quando ero adolescente, mia madre m’insegnò un incantesimo, mi diede un talismano, mi porse la chiave del mondo. Perché vivevo nel terrore, io, così giovane, così timida davanti a tante persone − le persone che parlavano piano e aspiravano l’acca; le maschere del cinema che, in quei giorni, erano ragazze con indosso degli ampi pigiami di satin che burlavano il mio sesso ancora dormiente con spudorata lascivia, uomini affabili che mettevano le mani fredde sui miei seni appena formati, inermi, al piano superiore dei solitari autobus novembrini. Tante, tante persone.» Nell’antro dell’alchimista di Angela Carter Il libro continua con Souvenir del Giappone, La bella figlia del boia, Gli amori di Lady Porpora, Il sorriso dell’inverno, Penetrando nel cuore della foresta, La carne e lo specchio, Padrone, Riflessi, Elegia per un cane sciolto ed altri racconti. Nella postfazione la scrittrice scrive: «Ho incominciato a scrivere brevi prose quando vivevo in una stanza troppo piccola per scriverci un romanzo. Le dimensioni dello spazio intorno a me modificavano quello che facevo nella stanza e lo stesso succedeva ai miei scritti. La traiettoria limitata della narrativa breve ne concentra il significato. Il segno e il senso si possono fondere in un modo che non è attuabile tra le molteplici ambiguità di una narrazione di lungo respiro. Ho scoperto che benché il gioco […]

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La scatola di cuoio di Gianni Spinelli | Recensione

Gianni Spinelli è un giornalista professionista, vice caporedattore de «La Gazzetta del Mezzogiorno». Ha scritto per «Guerin Sportivo», «Il Giorno», «Corriere della Sera», «Avvenire», «Meridiani» e «Geo». Attualmente collabora con «Donna Moderna» ed è editorialista del «Corriere del Mezzogiorno». Fra i suoi libri, ricordiamo Il gol di Platone, Settanta volte donna, Tutta colpa di Eva, Andiamo al Cremlino e l’ultimo, La scatola di cuoio. La scatola di cuoio è l’ultimo romanzo di Gianni Spinelli, in cui l’autore narra abilmente le vicende che si svolgono a San Clemente, un paesino della Basilicata, a quasi trenta chilometri da Matera. Un paese non indicato sulla cartina geografica, che appariva tra aride fiancate di calanchi, appartenente ad una regione che era quasi invisibile. Spinelli è geniale nel raccontare le ipocrisie di una famiglia benestante che si verificano nell’arco temporale degli anni ’60, ipocrisie che ruotano intorno a Don Pantaleo, un frate maledetto: anziano, decadente, capelli lunghi e grigi, rughe ampie sulla fronte e dall’aria misteriosa, nella cui casa accadono avvenimenti alquanto ambigui e strani. La scatola di cuoio di Gianni Spinelli Don Pantaleo, detto il Provinciale, passa la vita non badando altro che ad accumulare ricchezze, che in seguito al suo decesso verranno ereditate dal marito di Marta Fontiuzzi, nipote di Don Pantaleo, marito incapace di gestire sia il patrimonio ereditato che la sua stessa esistenza. Marta, donna tanto brutta nell’aspetto quanto astuta nella vita, è la burattinaia del libro, una donna cattiva, avida, colei che gestisce le vite altrui, prevede i loro gesti e ne calcola dunque, nei minimi dettagli, le conseguenze. Una donna convinta che i soldi non siano solo fonte di ricchezza e potere, ma anche l’unico mezzo per ottenere il rispetto e l’adorazione altrui. In seguito al decesso di Marta, in famiglia seguiranno avvincenti avvenimenti per ottenere l’eredità della stessa. Un racconto all’insegna dei pettegolezzi di paese, dell’ipocrisia, della bramosia nell’accaparrarsi il patrimonio di Don Pantaleo e scoprire il contenuto della scatola di cuoio, una piccola scatola ricoperta di polvere, da cui prende appunto spunto il titolo del libro. Racconto avvincente, a tratti ironico, a tratti thriller, a tratti noir. Lettura scorrevole e appassionante: l’autore descrive minuziosamente abiti, costumi, indole, temperamento dei singoli personaggi che prendono vita nell’immaginario del lettore, personaggi che, alla fine della storia, avranno ciò che veramente meritano e non quello che speravano di ottenere.

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