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Eroica Fenice

Libri

Il maestro di Quintodecimo, Maria Collina (Recensione)

Maria Collina nasce ad Acquasanta Terme nel 1955. Laureata in Sociologia presso l’università la Sapienza di Roma, insegna nella scuola dell’infanzia ed esordisce come scrittrice con la pubblicazione del libro Prendi le mie mani, adottato come testo di approfondimento in numerosi istituti scolastici. In seguito pubblica diverse opere che la vedono vincitrice di vari premi letterari. Figlia di Guerrino Collina, al quale dedica l’ultima sua opera pubblicata a maggio 2018 dalla Fazi editore: Il Maestro di Quintodecimo. Il Maestro di Quintodecimo è un’opera biografica che racconta la straordinaria vita di Guerrino Collina.  Nato in Canada da genitori italiani nel 1918, alla tenera età di tre anni il bambino fa ritorno in Italia, stabilendosi con la famiglia ad Acquasanta Terme, nei pressi dei monti Sibillini, lungo la via Salaria. Il giovane trascorre le sue giornate spensieratamente recandosi a scuola e giocando con il suo cane, Nuvola. Nel 1925 però uno spiacevole evento stravolgerà la vita del bambino. A soli sette anni è protagonista di un’esplosione fatale dovuta ad un ordigno bellico ritrovato dal fratello e nascosto dal padre nell’armadio di casa al fine di recuperare la polvere da sparo in esso contenuta. Il bambino viene recuperato quasi esanime dalla madre e trasportato d’urgenza in ospedale. In seguito all’incidente, perde la vista e le mani. Viene così trasferito in un istituto per ciechi e menomati, nel quale incontrerà le persone che ad undici anni, grazie ad un intervento chirurgico, gli permetteranno di recuperare la vista. Anni difficili per il bambino e per la famiglia nella quale fa ritorno all’età di dodici anni. Famiglia che abbandonerà nuovamente per potersi dedicare agli studi, recandosi dunque in un altro istituto. La carestia e la guerra causano molteplici eventi spiacevoli nella vita del ragazzo che, grazie al suo carisma e alla sua forza d’animo, non si rassegna e trova nella fede in Dio, nella passione per la pittura e per l’insegnamento le ragioni di vita che gli permetteranno di andare avanti senza demordere mai. Guerrino Collina infatti non diviene solo un insegnante: diventa un vero e proprio maestro di vita. Il maestro di Quintodecimo, pubblicato dalla Fazi editore Opera esemplare, ricca di contenuti e di valori che trapelano da ogni singola parola che l’autrice adopera. Racconta minuziosamente la vita del padre, le gioie, i dolori e le sofferenze provate in vita, non tralasciando nessun dettaglio. Attraverso un lessico semplice ma ricco di aggettivi, fa sì che il lettore si immedesimi nelle esperienze di vita dell’uomo, rendendo la lettura piacevole, scorrevole e mai noiosa. Un libro da leggere tutto d’un fiato, un racconto che fa riflettere ed insegna ad andare avanti nella vita, a non buttarsi mai giù, a non demordere mai perché nonostante le difficoltà e le diversità, le passioni che si hanno, la fede in Dio, la fede nell’arte, nella pittura, nell’insegnamento o in qualunque cosa essa sia, rendono l’uomo migliore, rendono l’uomo Uomo. La fede è in qualche modo il motore della vita. “Forse, però, è proprio quando il buio sembra completo e toglie […]

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Libri

Roberto Lombardi e la sua nuova raccolta poetica: Vita

Roberto Lombardi, recensione di “Vita” Roberto Lombardi, giovane scrittore avellinese nato ad Atripalda nel 1988, scrive e pubblica poesie per varie antologie. Finalista in numerosi concorsi, con la raccolta di poesie intitolata “Vita”, giunge alla sua seconda pubblicazione. Dottore in musicologia, è attualmente in procinto di laurearsi in Scienze della produzione multimediale e dello spettacolo ad Avellino, città in cui vive. Esser poeti non è roba da poco. Poeti non si nasce e poeti non si diventa: poeti lo si è. Non si è poeti a causa delle rime baciate che si è in grado di incolonnare su carta o grazie alle figure retoriche che si riesce ad adoperare scrivendo. Non si è poeti perché si è capaci di impiegare un lessico forbito o perché si conosce bene l’arte della retorica. Non si diventa poeti leggendo la poesia altrui, non s’impara a scuola la poesia. Roberto Lombardi, una vita per la poesia La poesia nasce e basta. Esce fuori dalle viscere, senza neppure esser capaci di spiegarsi il perché. In qualche modo è come la defecazione: mangi, ingurgiti grandi o minime quantità di cibo, non puoi non liberarti, alla lunga moriresti. Vivi, senti: non puoi non svuotarti scrivendo, moriresti dentro, in qualche modo. Mangi l’aria, gli alberi. Ingerisci la gente che ti circonda, gli occhi, i volti, le mani che tocchi. Ingoi i luoghi che vivi, digerisci i passi che percorri. Hai sullo stomaco le emozioni indigeste, scivolano nell’intestino quelle che hai ben masticato. La vita che è al di fuori di te, è dentro di te. Ed è ciò che fa il giovane autore attraverso le sue pagine ricche di pathos: spaziando di tematica in tematica, fa sì che i suoi versi liberi, privi di metrica e di rime, giungano dritti all’animo del lettore travolgendolo nelle emozioni intense che lo scrittore vive e trasmette attraverso le sue parole semplici, dirette, delicate. Roberto Lombardi dedica componimenti alla vita, all’amore, a sua madre, a Rita. Scrive della sua terra, di Avellino. Compare una poesia in lingua inglese, dedica versi a Kandinsky. Ricerca la poesia nelle montagne, nei fiumi, nel cielo, nella terra. “Niente ti appartiene davvero, se non le azioni”, scrive. Parla dell’amore perduto, dell’amore perdonato, dell’amore ritrovato. Dice che non è questo il suo mondo, non è questa la sua casa e non sono suoi neppure gli orologi che vogliono conformarlo al gioiello e a chi non è come lui. È sua la vita, i pensieri, la vecchia gioventù, il fieno che l’accoglie, il sole. Questa è la sua la poesia. Roberto Lombardi su Amazon

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Libri

Alla ricerca della vita di Giovanni Nebuloni

  Giovanni Nebuloni, vive e lavora a Milano. È il fondatore della corrente letteraria Fact-Finding Writing, ovvero di una sorta di scrittura conoscitiva, equiparabile al saggismo filosofico e scientifico (scrivere per conoscere). Autore di vari romanzi, la sua prima pubblicazione risale al 2007 con La polvere eterna, al quale ne seguono altre di notevole spessore culturale. Alla ricerca della vita, edito dalla casa editrice 13Lab, è l’opera più recente dello scrittore. Nel romanzo l’autore affronta la tematica dello studio e della ricerca circa le cellule staminali e di Luca (Last Universal Common Ancestor), ultimo comune antenato universale, ossia il primo essere vivente. La sede della casa farmaceutica è in Sudafrica ed è proprio lì che si intrecciano due storie parallele. Due ricercatori italiani vengono improvvisamente colpiti da un morbo sconosciuto che condurrà loro alla morte ma che colpirà anche molti altri malcapitati che ne resteranno però immuni. Carcinoma squamocellulare trasmissibile, la causa del loro decesso. Alla ricerca della vita Il cancro dal nostro punto di vista e dal punto di vista dell’organismo che ne viene assalito è visto come la ricerca della morte. Ma dal punto di vista delle cellule cancerose, il suo sviluppo è la vita, certamente non la morte. “Il cancro vuole vivere”, scrive per l’appunto l’autore. Vivere, espandersi, ricercare la vita. Il romanzo è carico di suspense e di pathos sin dalle prime pagine. La narrazione inizia con un omicidio che nulla lascia presagire degli eventi che accadranno in seguito. Notevole la maestria dell’autore nel raccontare la vicenda che mai appare lenta o noiosa ma che, al contrario, si sviluppa con un ritmo rapido e incalzante. Molteplici dialoghi presenti nel testo, lessico chiaro e di facile comprensione. Tematiche interessanti si intrecciano ad un racconto che invoglia il lettore a giungere in breve tempo alla conclusione della lettura del romanzo. Nelle ultime pagine si alternano descrizioni tecniche e dettagliate circa il cancro e riflessioni profonde sulla vita e sulla malattia.

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Voli Pindarici

Le vite degli altri sono le vite che ti soffermi ad osservare

Le vite degli altri sono le vite che guardi comodamente seduto, sigaretta spenta tra pollice e indice della mano destra, accendino nel palmo della sinistra, tasti di cenere e pensieri di fumo. Le vite degli sono le vite che scruti alla finestra. Hai chiuso le ante della finestra sulla via reale, hai aperto lo schermo della finestra sulla vita virtuale. Fuori tutto tace, dentro è tutto un mi piace. Le vite degli altri sono le vite che non vorresti mai più vedere. Le vie del Signore sono infinite, le vie delle piazze sono sempre le stesse ma le vie del web sono le più intasate e tra semafori rossi e ingorghi di fronte a cuori rossi, semafori spenti, cervelli dissestati, sentimenti tamponati, c’è stato un incidente: accertata avaria nel sistema empatico del seducente. Le vite degli altri sono le vite che non vorresti mai aver vissuto. L’altro sei tu e quell’altro stronzo che tu non sei è l’altro che con te è stato. La serenità al posto della felicità: la scelta dei saggi, mentre assaggi lacrime certamente serene. Le vite degli altri sono le vite in cui una vita vale l’altra: non vieni con me? Viene un’altra. Non mi vuoi? Mi vuole un’altra. Non vuoi la canzoncina? La vuole un’altra. Le vite degli altri sono le vite che mai vorresti vivere. La vita degli altri è la vita che tu stesso stai vivendo. Tentando invano di pensare al tuo benessere, ti sei ritrovato ad ignorare la vera natura del tuo essere. Non eri sereno, ma eri felice. Ora che sei sereno, vivi nell’infelicità. Allora che senso ha a questo mondo la serenità? Non sei più comodamente seduto, basta perdere tempo a fumare: è l’ora di agire. Che tristezza le vite degli altri. Che tristezza la tua vita. 

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Libri

Breve storia di un dipinto, il romanzo storico – artistico di Salvatore Puzella

Salvatore Puzella, nato a Benevento nel 1988, si è laureato a Roma, città in cui vive e lavora, in Storia dell’Arte. Ha scritto saggi critici per vari cataloghi di mostre, scrive anche per riviste specializzate nel settore artistico e collabora con l’Accademia di Belle Arti di Roma. Nel 2015 ha scritto il suo primo libro Investire in arte e collezionismo, che è stato uno dei libri più venduti nel 2016 nel settore Economia dell’arte. Breve storia di un dipinto, ultimo libro dell’autore, pubblicato ad ottobre 2017 dalla Ferrari editore, è un racconto che ruota intorno alla vendita di un dipinto del pittore veneziano Canaletto, uno dei più grandi artisti del Settecento. La trama, dallo sfondo giallo, narra di accadimenti realmente avvenuti ed ha per protagonisti personaggi esistiti, come lo storico dell’arte Berenson, il mercante inglese Joseph Duveen e Cornelius Gurlitt, l’erede dei capolavori appartenuti al padre Hildebrand e noto come il ladro d’arte di Hitler. Una tela, apparentemente di Canaletto, in realtà lavoro del suo allievo Cimaroli, viene venduta come opera dipinta dalla mano del pittore veneziano. Tra Duveen e Berenson c’è un’alleanza professionale che li lega da anni, ragion per cui lo storico dell’arte chiede al mercante inglese di vendere al signor Rothschild, che cercava disperatamente un’opera del pittore, il quadro di Canaletto. I due stipulano un accordo per cui avrebbero spacciato la tela del Cimaroli per opera del suo maestro, vendendola ad una cifra elevata, dividendone così il ricavato. Duveen però decide di giocare sporco, di contattare egli stesso Rothschild in modo da ottenere l’intero guadagno senza dover dividere con Berenson. La vicenda però prenderà una piega inaspettata. Breve storia di un dipinto, non solo per esperti d’Arte Breve storia di un dipinto può essere definito un romanzo storico-artistico, diviso in due parti composte rispettivamente da cinque e tre capitoli di breve lunghezza. Nonostante sia ispirato a fatti realmente accaduti, le storie sono da considerarsi interamente frutto della fantasia dell’autore. Il testo è decisamente scorrevole, lineare, di semplice lettura; sono presenti dialoghi ed epistole all’interno della narrazione. Il racconto, come lascia intendere il titolo del libro, è una breve e affascinante storia, rivolta in maniera particolare a chi è amante del genere e dell’arte in generale, visti i molteplici riferimenti a collezionisti, mercanti d’arte e artisti. Vista la brevità del testo e l’elegante stesura da parte dell’autore, la lettura risulta interessante e piacevole anche per chi non è esperto del settore.  Si affronta il tema dell’arte non solo in quanto all’arte stessa, ma soprattutto in riferimento ai retroscena e agli intrighi che spesso ruotano intorno al commercio delle opere di artisti famosi e non.

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Libri

La Berlino 2.0 di Alberto Madrigal e Mathilde Ramadier

Mathilde Ramadier è autrice, saggista e sceneggiatrice. Dopo aver studiato Estetica e Psicoanalisi all’Università di Parigi, nel 2011 si trasferisce a Berlino. Nel 2013 pubblica il suo primo graphic novel Rêves syncopés. Nel 2016 scrive Berlino 2.0, disegnato da Alberto Madrigal ed edito nel 2017 in Italia. Alberto Madrigal, nato in Spagna e residente a Berlino dal 2007, dopo alcune storie brevi e lavori da illustratore freelance, esordisce nel mondo del fumetto con la sua prima opera lunga Un lavoro vero. Nel 2015 esce Va tutto bene e nello stesso anno realizza le illustrazioni de L’albero delle storie, pubblicato nella collana “Il battello a vapore”. La sua ultima opera è proprio Berlino 2.0. Berlino 2.0 (BAO Publishing edizioni) è la storia di Margot, una comune ventitreenne, futura dottoranda di filosofia che da poco si è trasferita da Parigi a Berlino. Speranzosa di trovare una realtà migliore rispetto a quella lasciata nella sua terra natia, carica di aspettative, si ritrova a fare i conti con un futuro non del tutto promettente. Berlino, capitale europea, reputata da molti il fulcro della cultura e della vita mondana, è anche luogo di diverse problematiche legate soprattutto all’ambito lavorativo. Cercare un impiego non è del tutto semplice e nonostante la vita quotidiana possa rivelarsi piacevole e stimolante, i giovani vengono visti, come accade in molte città europee, persone da spremere il più possibile e da pagare meno di quanto la legge stessa consenta di fare. Scopre l’esistenza dei mini-job: il datore di lavoro è autorizzato a pagare i dipendenti cifre irrisorie non garantendo loro nessuna copertura sociale. Berlino secondo Alberto Madrigal e Mathilde Ramadier È questo dunque il resoconto della vita di una generazione alquanto precaria, che spesso cerca sicurezza e rifugio  lontano dal posto in cui si è nati, aspirando al raggiungimento di un luogo utopico ideale in cui poter vivere non bene ma quantomeno meglio rispetto al modo in cui si stava “a casa”. La narratrice racconta in maniera esemplare le differenze tra Parigi e Berlino: ne compara gli aspetti urbanistici, sociologici, culturali. Passando dalla birra alla musica ascoltata dai giovani, dalle pietanze consumate a colazione-pranzo alla timidezza dei giovani berlinesi, completamente differenti nell’approcciare con il gentil sesso rispetto agli italiani e agli spagnoli. Lavoro esemplare: grazie alla fusione di dialoghi semplici ma carichi di pathos e disegni curati nei minimi dettagli, Ramadier e Madrigal sono stati capaci di realizzare un’opera eccellente. I volti dei protagonisti appaiono disegnati in maniera poco definita e lineare ma ciò non impedisce al lettore di coglierne l’espressività, la natura, l’animo. La storia narrata è semplice, scorrevole, a tratti ironica, a tratti tagliente. Una graphic novel capace di coinvolgere non solo gli appassionati di fumetti ma chiunque, imponendo al lettore un’attenta analisi e riflessione circa l’epoca non del tutto florida nella quale viviamo.

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Recensioni

Settanta revisited di Carlo Crescitelli

Settanta revisited di Carlo Crescitelli, pubblicato dalla casa editrice indipendente Il Terebinto Edizioni, è un saggio fortemente autobiografico nel quale l’autore affronta ed analizza in maniera a tratti ironica e irriverente, a tratti in modo serio e riflessivo, gli anni Settanta. Anni che l’autore ha vissuto in prima persona, da bambino, per ritrovarsi adulto negli anni Duemila, che differiscono dai precedenti in tutto e per tutto. Carlo Crescitelli, “l’anti-viaggiatore irpino”, è un viaggiatore, sognatore e scrittore. Come sostiene lui stesso, in cinquant’anni di vita, una delle cose che gli è meglio riuscita è stata appunto viaggiare. Vive ed opera ad Avellino e la sua attività spazia dall’ambito letterario a quello saggistico-artistico. Gli anni Settanta erano meglio, sostiene. Erano migliori perché c’erano a disposizione poche cose ma buone: la tecnologia era fatta per durare; elettronica, telematica e informatica praticamente non esistevano. Si partiva e nessuno ne era a conoscenza, la gente sapeva poco dell’altro e condividere ciò che si faceva era più unico che raro. Cerniere dei pantaloni e dei giubbotti non si rompevano perché i cinesi erano lontani, non esistevano cocktails, discoteche, Amici di Maria de Filippi, Uomini e donne, Berlusconi. Per informarsi occorreva recarsi in biblioteca e non affidarsi a Wikipedia, poiché non c’era il monopolio dell’informazione. Settanta revisited di Carlo Crescitelli Dall’autunno del ’68, con i carri armati sovietici che entravano a Praga, per giungere al 1980, con l’uccisione di Lennon che coincideva con il terremoto dell’Irpinia: eventi che all’epoca rivoluzionavano in qualche modo il mondo. L’autore compie un viaggio nel ricordo di tradizioni passate, della musica di allora, dello sport, delle lotte, degli ideali, delle rivolte che hanno caratterizzato gli anni Settanta e che nei nostri giorni subiscono un declino sempre più forte portandoci verso un futuro del tutto incerto. L’autore usa l’analisi dettagliata degli anni Settanta per muovere una critica aspra e cruda all’epoca in cui viviamo. Usando un lessico alquanto colorito e colloquiale dal quale trapela un forte spirito umoristico, Crescitelli spinge il lettore a ricercare tutto ciò che noi giovani di oggi abbiamo un po’ perso: ideali, valori, spessore, umanità. Fondamentale conoscere quegli anni per comprendere bene quelli in cui viviamo, nei quali ogni cosa è a portata di mano di chiunque e si tende ad ostentare uno smanioso bisogno di condivisione che spesso porta a condividere il nulla più totale, perché non esistono più contenuti. Anni, i nostri, nei quali siamo un po’ svuotati e nei quali riusciamo a stento a riempire il vuoto che ci ingloba che assume sempre più le sembianze di un enorme buco nero che non si sa dove ci condurrà. Non occorre rimpiangere e non occorre piangersi addosso: l’unica cosa da fare è andare avanti, consapevoli di ciò che è stato, coscienti del fatto che non sarà più così, sforzandosi di provare a tirare fuori il meglio dalla nostra epoca, per quanto difficile sia e per quanto ci sia possibile.

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Libri

d’Io, l’ultimo romanzo di Francesco Maria Caligiuri

Francesco Maria Caligiuri è uno scrittore calabrese che lavora e vive a Roma, città del quale è innamorato. Nel 2013 pubblica il suo primo romanzo “La totalità dei fatti”, libro molto apprezzato sia dalla critica che dai lettori. Nelle sue opere analizza in maniera filosofica il mondo, non perdendo mai di vista l’ironia che caratterizza le sue parole, combinandola a sagacità e delicatezza. La ricerca del senso dell’esistenza è il fulcro dei suoi componimenti che appaiono al lettore chiari, semplici ma sempre molto incisivi. D’Io, ultimo romanzo dell’autore edito da Ferrari editore, è la storia di un professore di storia e filosofia che, in seguito ad un rocambolesco incidente in moto, si salva per miracolo grazie ad un “refrigeratore” presente in ambulanza. L’uomo, che non si è mai sposato e non ha mai avuto figli per sua scelta, poiché l’insegnamento stesso gli permetteva di occuparsi e preoccuparsi dell’educazione dei giovani con i quali aveva a che fare quotidianamente, incontra per caso una ragazza in un locale. La ragazza, una giovane affetta dalla sindrome di Asperger e quindi ipersensibile ai rumori, agli odori, alle luci, priva di empatia, ha dei lineamenti che attirano e incuriosiscono immediatamente l’uomo. Tra i due, lentamente, si instaura un profondo rapporto di confronto, dialogo, vicinanza emotiva. Motivo scatenante del loro avvicinamento è la musica inizialmente, in seguito la giovane comincia ad avere un reale bisogno dell’uomo, al quale chiede aiuto per fronteggiare le varie problematiche che la sua sindrome comporta. d’Io di Maria Caligiuri I due si ritrovano in giro tra i locali di Roma a presenziare a concerti, ad andare tra vari musei, a girovagare alla ricerca del senso della vita, a dialogare sulla religione, sul Bene e sul Male, sull’Amore. Alle gite dei due in seguito si unisce anche il refrigeratore, il ragazzo che aveva salvato il professore. L’ormai anziano uomo comincia a provare una forma di affetto spassionato e privo di razionalità per i due giovani, arrivando perfino a sperare che tra i due possa nascere qualcosa. La narrazione si dilunga in questo modo: mentre si cammina tra le strade della Capitale, si percorrono altrettanto le vie dell’Io del docente e dei due giovani ragazzi. Un incontro inaspettato tra il professore e la madre della giovane stravolgerà la narrazione portando la storia ad un sorprendente epilogo. Maria Caligiuri, servendosi di molteplici riferimenti filosofici, musicali, letterari, artistici, compone un romanzo di immane rilevanza culturale. Analizzando dettagliatamente le caratteristiche psico-fisiche dei tre personaggi e non perdendo mai di vista la descrizione meticolosa di ognuno di loro sia nell’aspetto esteriore che in quello interiore, svolge un compito fondamentale: insegna al lettore. A tratti ironico, a tratti profondo, a tratti leggero, a tratti metodico, Maria Caligiuri scava nella psiche dei personaggi usando un lessico semplice, fluido, chiaro, diretto ma carico di profondità, saggezza, filosofia. Il senso della vita, Dio, l’analisi dell’amore e la ricerca del Bene e del Male, la ricerca della felicità in un mondo infelice, tematiche che si dilungano per l’intero racconto. Un excursus che ha […]

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Libri

I due volti della pioggia di Patrizia Pallotta

Patrizia Pallotta, nativa di Firenze e romana di adozione, appassionata di poesia sin dalla giovane età e laureata in lingue e letterature straniere, è l’autrice del romanzo I due volti della pioggia. Vincitrice di numerosi concorsi per i suoi versi, ha scritto anche il romanzo Il senso della scelta. I due volti della pioggia, romanzo dal carattere fortemente descrittivo edito da Aracne Editrice, è la storia di Jimmy, ex sergente maggiore ormai in pensione che scappa dagli Stati Uniti in Siria, giustificando la sua fuga con la moglie con il pretesto di dover tornare forzatamente alle armi per combattere una guerra alla quale in realtà egli assisteva dal suo albergo-bettola ma alla quale non prendeva assolutamente parte. Jimmy è in fuga, è in fuga da se stesso, e l’unica guerra che combatte è quella con il proprio mondo interiore. Oppresso dalla moglie, troppo severa e autoritaria, e padre di un figlio privo di alcuna voglia di imparare che si ribella anche per andare a scuola, vive in simbiosi con il suo smartphone e quasi ogni giorno scrive alla sua donna raccontandole l’esatto contrario di ciò che vive. Racconti di guerra, di costanti pericoli, di verità strazianti del quale però era solo spettatore. Conosce un bimbo di nome Peter, proprio come suo figlio, che gli regala un libro di poesie, e tra i due si instaura un legame forte, tangibile e reale, che non aveva mai avuto con il suo Peter lasciato in America. Dall’incontro dei due si snodano una serie di accadimenti che danno vita ad una serie di colpi di scena inaspettati e sorprendenti. L’oppressione famigliare, la stanchezza di vivere qualcosa che non gli apparteneva più ormai, portano Jimmy a spersonalizzarsi per rubare “l’anima di un uomo integerrimo in apparenza”, come dice stesso l’autrice, al fine di innalzare, attraverso le lettere che spediva alla moglie, il suo castello di bugie. “Un disertore nella mia famiglia, uno che è fuggito al caos interiore per cercare la pace”. Un uomo esasperato, sfinito, che, sentendosi ormai morto dentro, rischia quasi di morire “fuori”. I due volti della pioggia Romanzo “epistolario”, poiché la narrazione si compone di numerose lettere che l’autore spedisce alla moglie, e che rende il lettore parte integrante della vicenda. L’autrice descrive in maniera meticolosa e dettagliata gli stati d’animo di ogni singolo personaggio, i luoghi, le vicende in modo da coinvolgere in modo più assoluto colui che si ritrova di fronte alla storia di Jimmy, facendo riflettere sul fatto che, per quanto possiamo fuggire lontano, non possiamo mai fuggire da noi stessi. Toccante, struggente, commovente: la sensibilità dell’autrice trapela da ogni singola parola scelta nella prosa adoperata, essenziale ma poetica. Autrice che possiede la rara abilità di far avvertire un pugno nello stomaco al lettore che si sente coinvolto tanto quanto Jimmy nelle vicende che si susseguono nel romanzo. Romanzo che, una volta aperto, chiuderete solo quando sarete arrivati all’ultimo punto in esso presente, poiché non sarete in pace finché non saprete che Jimmy stesso è, in qualche modo, […]

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Voli Pindarici

Ho mangiato una persona scaduta

Mi sveglio, apro gli occhi e con essi il frigorifero: trovo uno yogurt scaduto. In preda alla fame più disperata e ai rumori più strambi e forti che uno stomaco possa produrre, armata di coraggio, decido di sfamarmi dell’unico alimento in mio possesso, benché esso sia certamente avariato a causa degli effetti del tempo subiti dallo stesso. Temeraria e paranoica quale sono, ad ogni boccone interrogo il web circa le conseguenze che i microrganismi formatisi nell’alimento avrebbero avuto sul mio organismo, come ogni stolta curiosa farebbe. Nausea, crampi, dolore addominale, sudorazione, vertigini, vomito. Potrei continuare con la stesura degli effetti collaterali ma mi fermo per decenza, poiché credere che uno yogurt andato a male potesse realmente portarmi alla morte sarebbe stato alquanto eccessivo Ma non vi nego che ho temuto anche di poter finire all’inferno a causa del mio gesto decisamente avventato e poco saggio. Non ho avuto la nausea, non ho avuto i crampi, non ho avuto la diarrea, non ho avuto il vomito, non ho sudato! Non ho avuto niente nonostante io stia narrando la mia triste esperienza, prova del fatto che non sono morta: Vivo! Mi sveglio, apro gli occhi e con essi il mio passato: trovo persone scadute. In preda all’amore più esasperato e ai battiti più forti che il cuore possa produrre, armata di buona volontà, ho scelto di nutrirmi dell’unica persona che io volessi, nonostante lei fosse risaputamente andata a male a causa degli effetti degli anni vissuti. Coraggiosa e fiduciosa quale sono, ad ogni bacio dato non ho interrogato nessuno circa le conseguenze che la sua saliva avrebbe avuto sulla mia, come ogni innamorata farebbe. Batticuore, sorrisi, felicità, lacrime, gioia. Potrei continuare con l’elenco degli effetti benevoli ma mi fermo per indecenza, poiché illudermi che una persona andata a male potesse realmente farmi vivere sarebbe stato alquanto esagerato Ma non vi nascondo che ho sognato anche di poter rinascere a causa del sentimento più puro che io potessi provare. Ho mangiato una persona scaduta Ho la nausea, ho i crampi, ho la diarrea, ho il vomito e sudo perché sono a Napoli e ci sono 35 gradi all’ombra. Ho temuto anche di poter morire ma non è successo. Sono sopravvissuta: Vivo! Uno yogurt scaduto nuoce alla salute meno di una persona scaduta. Lo yogurt scade, non può scegliere di non scadere: vittima del tempo, ne subisce ogni conseguenza senza possibilità alcuna di ribellione. Le persone scadono ma potrebbero scegliere di non scadere. Non sono vittime del tempo, sono artefici del proprio tempo e le uniche conseguenze che subiscono sono quelle delle proprie errate azioni nelle quali loro stesse decidono di soccombere. Io non sono uno yogurt, sono una persona. Non voglio mai scadere Non voglio mai scaderti.

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Recensioni

E alla fine diventammo tutti verdi…ma non di rabbia

Diego Breviario, dirigente di ricerca presso l’Istituto di Biologia e Biotecnologia agraria di Milano, è autore di articoli scientifici, inventore di brevetti, editore di riviste scientifiche e divulgatore e scrittore di testi per video e animazioni. Ha ricevuto vari premi dal Rotary Club e dal National Institute of Health. “E alla fine diventammo tutti verdi… ma non di rabbia”, romanzo dal carattere narrativo-divulgativo edito da Aracne nel quale l’autore affronta in maniera a tratti leggera, a tratti più tecnica e specifica, i problemi dell’umanità circa il sovraffollamento della specie sul globo terrestre, facendo particolare attenzione al consumismo di questi ultimi. Uomini che vivono le proprie esistenze non pensando altro che al cibo, al modo di sfruttare in maniera più inopportuna e devastante le risorse messe a disposizione dalla Natura al fine di sfamarsi sempre di più, produrre sempre di più, distruggere sempre di più tutto ciò che ci circonda. Ogni cosa ruota intorno al cibo: i programmi televisivi, la società l’economia, l’educazione stessa. Ed è per questo che si assiste ad un incremento notevole dell’obesità e alla conseguente incapacità di rapportarsi alle esigenze vitali quotidiane: perfino l’accoppiamento subisce gli effetti negativi del grasso presente sui corpi. Copulare è un’impresa resa impossibile dall’eccessiva carne di ogni singolo individuo. Ragion per cui, Lucia di Verde e Clodio Filla, entrambi scienziati, di comune accordo, in seguito all’ennesimo conflitto sul cibo ed ai conseguenti danni economici disastrosi, decidono di avventurarsi in un esperimento spericolato: la creazione dell’homo verdis clorofillicus. Mettendo a disposizione i loro gameti, usufruendo dell’utero della compagna di Lucia, Phyto Sforza, attraverso l’estrazione del Dna da una pianta, la zamioculcas, mescolano le informazioni genetiche della pianta a quelle di Clodio e danno vita così a Smeralda. E alla fine diventammo tutti verdi… ma non di rabbia Smeralda, colei che avrebbe salvato il pianeta dallo sfacelo nel quale stava precipitando. Un ibrido, metà uomo, metà pianta, che non avrebbe avuto certamente bisogno delle eccessive quantità di cibo del quale si sfamavano gli esseri umani e che avrebbe necessitato perlopiù di acqua per la sopravvivenza. La bambina nasce, nasce bianca, ma con il tempo le caratteristiche del suo Dna fanno capolino nella sua vita, proprio sulla sua pelle. La bambina ad una certa età comincia a necessitare sempre di meno cibo e a diventare verde. Ne conseguono problemi chiari ed evidenti: cacciata da scuola, costretta a trasferirsi con i genitori in una terra chiamata Papania, posto nel quale si prediligeva l’impiego del colore verde in ogni ambito. “Verde era la bandiera, verdi i gonfaloni, verdi le case, i tetti, le lenzuola, verdi i vestiti”. In quello strambo posto vigeva anche il culto per un unico animale: la trota. Questa mania nei confronti di quel pesce nasceva dal riconoscimento che quel popolo aveva nei confronti del figlio del suo avo fondatore, chiamato per l’appunto Trota, del quale si era tramandato di generazione in generazione il ricordo della sua arguzia e intelligenza. La narrazione procede con un ritmo incalzante, fino a giungere ad un inaspettato, forse sperato, […]

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Voli Pindarici

Ho abbracciato un’alice

È Luglio ed io, come al mio solito, vago. Ispeziono ogni singolo centimetro di asfalto con i passi: i miei piedi sfiorano la terra mentre le mie mani sognano di toccare il mare. È così, dunque, che m’incammino alla ricerca di quell’acqua che acqua poi non sembra, perché è blu, è il blu del cielo. Da bambina supplicavo i miei genitori di farmi bere l’acqua blu: rifiutavo categoricamente l’acqua che provavano a farmi mandare giù, quell’acqua priva di colore, trasparente. Erano lacrime amare le mie, lacrime cariche delle sfumature dell’acqua che avrei dovuto bere: inesistenti. Il mare era blu, poi verde, poi azzurro, poi chiaro, poi scuro. Perché non potevo bere un liquido dello stesso colore? Il nome era lo stesso! Era acqua Dio mio. Acqua. È Luglio ed io, come al mio solito, bevo birra. I piedi immersi nella sabbia: provo a piantarli in maniera salda nel fondale marino, ma la sabbia è mobile, si rifiuta di farmi stare ferma; la sabbia mi fa trovare l’equilibrio mentre io gioco a respingerlo in ogni modo, la terra mi fa perdere l’equilibrio mentre io gioco a ricercarlo in ogni angolo. Ho l’amo, non ho una pesca, mi rifiuto di usare l’esca. Pesco. Abbocca di tutto e niente abbocca a causa della mia bravura: abboccano i pesci malati, quelli morenti, quelli senza branchie. Abboccano i pesci smarriti, quelli malandati, quelli già in via di putrefazione. Abboccano i pesci che non possono esser salvati, quelli che però non possono esser più nemmeno mangiati. Abbocca il pesce palla, ci gioco un po’ e lo ributto in mare. Abbocca il pesce gatto, mi aspetto faccia miao e due fusa, delusa, mi libero anche di esso. Abbocca il pesce martello, ma non ho chiodi: via anche quello. Abbocca il delfino: mi sorride, è davvero carino. Ma dove lo metto poi un delfino? Nell’orto del vicino? Abbocca la medusa, la vedo e non la vedo, mi sarò forse confusa? Abbocca perfino la balena che m’invita a fare un giro sulla sua schiena. Rilancio l’ultima volta l’amo: intravedo lei, ne riconosco le linee. Un’alice! Siedo a riva, la tengo tra le mani. Ha i capelli neri neri, sorride timida, mentre mi chiede: Che fai domani? Ho abbracciato un’alice È così che ho conosciuto la mia alice, un po’ per caso, un po’ per gioco. In un mare pieno di pesci con i quali ho giocato liberandomi di essi in breve tempo, ho riconosciuto lei. Sottile, breve, corta, infinita la mia alice. Mi riempio le mani di essa nonostante a causa delle sue dimensioni ridotte rischi di sfuggirmi costantemente, la guardo, l’accarezzo: lei non vuole più nuotare ed io non voglio più pescare. Stiamo insieme notte e giorno, non siamo più al mare, qui c’è la gente intorno. C’è chi guarda e non capisce, c’è chi osserva attentamente e s’infastidisce. C’è chi non guarda perché non vuole vedere, c’è chi vede e finge di non guardare. Cosa ne sarà di me e dell’alice? Siamo una coppia davvero stramba. Rischio di soffocarla […]

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Il razzismo della lavatrice

Lavare i panni sporchi è operazione da poco per la maggior parte delle donne. Le nostre nonne hanno insegnato alle nostre madri a farlo, le nostre madri hanno trasmesso a noi il gene dell’igiene. È un rituale, questo, che si tramanda di generazione in generazione, badando in particolar modo a passare alla prole i trucchi del mestiere. Ma avete mai pensato voi al razzismo della lavatrice? È buona norma lavare l’intimo a 60 gradi, i panni colorati a 40, la lana non so come, sinceramente. I capi sintetici, i capi delicati, i capi che delicati non sono: ogni capo necessita di particolare cura ed attenzione nel momento in cui viene rinchiuso nel roteante oblò che ridà pulizia a ciò che indossiamo. Mi ha sempre incuriosita però la necessità di separare i panni bianchi dai panni neri. Così che nasce il razzismo a mio avviso: viene inculcato nella nostra natura ancor prima che ce ne rendiamo conto. Cresciamo con nostra madre che separa il bianco dal nero e quando cominciamo ad usare la ragione e a vedere persone “nere” accanto a noi, ci auto-convinciamo che dobbiamo vivere separati. Crediamo di stare in una grandissima lavatrice, una lavatrice in cui qualcuno ha chiuso l’oblò a chiave, un oblò dal quale non possiamo fuoriuscire, un oblò nel quale veniamo costantemente lavati, mischiati a qualsiasi altro colore, nero incluso. Se lavi i capi bianchi con i capi neri, il nero stinge e perde il suo brillante colore; il bianco invece assorbe, perde candore. È questo ciò che temiamo di più? Abbiamo paura di assorbire da chi ci sta intorno caratteristiche che non ci appartengono? Siamo terrorizzati dal probabile e quasi certo mescolamento delle qualità? Semmai le trame della nostra esistenza si intrecciassero con le trame, diverse dalle nostre, di quelle altrui, saremmo minacciati? Perderemmo originalità, non saremmo più noi stessi? È questa la nostra più grande paura? Perché non vedere invece nel nero una possibilità, la possibilità di dare vita ad un nuovo colore? Per quale motivo essere necessariamente solo bianchi o solo neri? Perché evitare di sfiorarsi, toccarsi, assorbire, mescolarsi? Il razzismo della lavatrice Capi bianchi e capi neri non devono essere lavati insieme. Uomini bianchi e uomini neri devono lavarsi e basta, anche insieme, se gli pare, perché se non si lavano, puzzano in egual modo. La lavatrice ha provato a farmi diventare razzista ma io mi ribello notte e giorno alla sua logica separatista: lavo qualsiasi tipo di capo insieme senza notare neppure più i colori. Il mio bucato è una macedonia ed io non possiedo più maglie bianche, nere, gialle, rosse. È tutto dello stesso colore, un colore anonimo, un colore indefinibile, un colore che continua a mutare col tempo ad ogni lavaggio. Niente è più bianco nella mia biancheria, il mio intimo non è più nero. Ci sono macchie ovunque, strisce, puntini ed ogni lavaggio è una sorpresa: non perdo in questo modo il gusto di meravigliarmi; è tutto nuovo, ogni volta. Vado a lavare i miei panni, ora. Con le braccia piene […]

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Io non ricordo, ma non ho perso la memoria

Io non ricordo. Non ricordo cosa ho mangiato ieri ed il mio stomaco, sentendo fame ora, non ricorda se ieri ha contenuto qualcosa al suo interno o meno. Io non ricordo. Non ricordo se ieri ho fatto pipì e la mia vescica, sentendosi piena ora, non riesce a comprendere se ieri si è svuotata o meno. Io non ricordo. Non ricordo cosa ho fatto ieri, voglio fare talmente tante cose oggi al punto che non so se ieri ho fatto qualcosa o meno. I miei giorni corrono così, senza memoria. Non m’impegno al fine di ricordare il passato, non mi applico affinché io possa avere dei ricordi di oggi, domani. Vivo il mio tempo, completamente in balia dell’attimo, consapevole come non mai, senza pensieri. Ero un’accumulatrice seriale: torturavo lo spazio riempendolo di qualsiasi inutilità così semmai ci fosse stato il rischio di dimenticare una persona, un viaggio, un sorriso, un’ubriacata, questo rischio, ecco, non lo correvo. Non potevo correre il rischio di non ricordare, dunque cospargevo ovunque semi dei miei attimi passati: un biglietto di un treno, una bottiglia vuota, uno scontrino, fogli, biglietti, bracciali, vecchie carte, pacchi vuoti. Tutto. Con il passare del tempo ho compreso che questi semi che piantavo ovunque, non davano frutti. Da essi nascevano piante storte, piante amorfe, piante che appassivano in breve tempo nonostante io rivolgessi loro ogni giorno un po’ del mio tempo e della mia attenzione. Io non ricordo La cura. Curare il passato malato non dà vita ad un futuro sano. La Sanità, un quartiere. La santità, un sogno. Torno sempre a Napoli ogni qualvolta sento l’esigenza di futuro. Futuro, come una droga, futuro, come una meta, futuro, l’unica destinazione. Napoli è satura di ricordi: lì c’è l’angolo del primo bacio. C’è quel portone che raramente ti ho aperto. A Napoli c’è tutta la strada percorsa insieme, a Napoli tra le vie ci sono pezzi delle suole delle mie scarpe logorate dai passi percorsi notte e giorno alla ricerca di una sosta. A Napoli c’è l’aria che abbiamo respirato, c’è l’aria che ci è mancata, ci sono i cartoni vuoti delle mille pizze mangiate a terra, perché la terra è il mio ristorante preferito. A Napoli ci siamo noi. Siamo ovunque, siamo ovunque come eravamo, siamo ovunque come non saremo. A Napoli, oggi, i ricordi li vedo ma non li ricordo. Sono loro che ricordano me, che mi guardano e mi dicono «Ehi, ci vedi?» I ricordi mi ricordano, ma io non ricordo loro. A Napoli, oggi, la priorità è vivere, non ricordare.

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Ditemi voi se questo è un uomo

Ditemi voi se questo è un uomo. Quindicenne, spavaldo, diamante all’orecchio dal valore di 30 centesimi più grande del lobo sul quale a fatica si regge; jeans un po’ scesi, un po’ larghi, un po’ stretti, un po’ con risvoltino, un po’ tutto perché la moda è moda, la moda cambia, la moda non si sa quando cambia, allora meglio indossare tutto, insieme e male. Ti guarda e si rivolge a te con un repertorio verbale alquanto poco forbito. Sei più grande: sei sua. Peccato che tu non sia d’accordo. Ditemi voi se questo è un uomo. Trentenne, laureato, capello finemente ingellato, possessore di cravatta rigorosamente blu e di giacca dal colore invece dubbio. Ti guarda nauseato dalla testa ai piedi: i piercing e i tatuaggi sul tuo corpo gli stanno stretti più del pantalone taglia 48 che indossa con classe ma che a causa della cadente panza lascia intendere che il figo in questione, in vita sua, non si nutre di sola acqua. Ditemi voi se questo è un uomo. Trentenne timido, talmente timido che ti guarda proprio nell’istante in cui lo guardi e s’imbarazza, diventa rosso, poi blu, poi gli cade il telefono, poi non gli escono le parole, poi dice “ehm”, poi “Mh”, poi ti vuole ma è troppo timido e allora va a finire che poi il tempo va e passano le ore e sicuramente non faremo l’amore. Ditemi voi se questo è un uomo. Quarantenne, sposato, separato, baffo in volto e sguardo vispo. Ti osserva finemente, ti parla della sua prole tua coetanea, ti mostra anche la foto dei suoi ormai adulti pargoli, se sei fortunata. In seguito, partono i complimenti fino a giungere alle varie ed eventuali proposte di una possibile vita futura agiata tra i suoi mille possedimenti. Spudorato come nessun altro al mondo, tra occhiolini e bacini vari, ricerca la tua attenzione in ogni modo. Ti vuole, e mentre ti chiama per nome con fare sexy, ti scappa dalle labbra, per errore, la parola “papà”. Cinquantenne a bordo della sua automobile, conquistata a fatica dopo aver ottenuto un prestito da scontare in 10 anni. Ci sei, sei di fronte a lui e mentre parlate, neppure ti vede. Grazie a Dio. Sessantenne ormai ingrigito, ti parla e ti racconta quant’era moro e bello alla tua età. Parlate del più e del meno, mentre lui parla di più e tu di meno. Settantenne, sdentato, non sa più cosa dice ma ci tiene a dirlo. Ascolti interessata i suoi voli pindarici e per magia ti ritrovi nel letto a dormire. Non era sonno, ma noia noia noia, non ho detto gioia. Ottantenne, ossa, bastone, carte e felicità. T’invita a giocare a tressette facendoti intuire che mai vincerai. Novantenne, toda gioia, toda bellezza. 100 anni. L’uomo che non c’è: il migliore.  

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Nella giungla sopravvive il più stronzo

Riposavo nel mio gelido e scomodo giaciglio di foglie, creato nel migliore dei modi, la sera del mio arrivo nella giungla. Evoluta bestia quale sono, ancora in possesso dei più antichi riflessi animaleschi, ho girato e rigirato all’interno della sterpaglia secca affinché divenisse essa stessa la mia confortevole sognata dimora, nello stesso modo in cui i cani addomesticati continuano a fare, inutilmente, sui comodi cuscini procuratigli dai padroni. Incurante dei cambiamenti avvenuti all’interno di quella che precedentemente era già stata la mia casa, ho cominciato a muovere piccoli passi affinché le altre bestie imparassero a riconoscermi ed accettarmi. Mi sono nutrita poco e male, inizialmente. Non perché le prede scarseggiassero: i bocconcini succulenti erano anzi in sovrabbondanza. Avevo lo stomaco chiuso però, temevo di non esser più abile nell’attaccare e uccidere. Mi sono sfamata, di notte, al buio, di avanzi. Ho fatto i miei bisogni, quando la luce era poca, non potendo io accenderla, mentre gli altri dormivano. Sono passati i giorni e mentre assistevo alla staffetta quotidiana dei minuti e delle ore, ho notato che nella giungla tutto era cambiato. Nella giungla sopravvive il più stronzo Il leone, ingrassato e impigrito, aveva ceduto il potere alla sua cupa leonessa. Le iene, divenute i discepoli, avevano preso il posto dei lupi, ormai estinti, sbranati vivi, incapaci di sopravvivere alla legge della crudele nuova maggioranza. Non c’era più la volpe, la vecchia cara volpe tanto decantata per le sue doti enormi in quanto a furbizia, cacciata via, proprio perché era stata poco furba o forse perché non era affatto figlia di volpi, ma era invece uno strano incrocio tra una bestia egoista fino al midollo e l’altra priva di coraggio, entrambe certamente mancanti in furbizia e il dna non mente, e soprattutto non smentisce. Nella giungla scarseggiava ormai l’armonia, non si cacciava più insieme: si provvedeva semmai a depredare, di nascosto, la cacciagione altrui. Nessun sorriso, nessuna libertà: solo regole, regole ovunque. Ma le regole non erano più quelle di un tempo, non erano le regole rispettabili e sensate nate dall’animo saggio del più forte, erano regole partorite dalla mente malata del più stronzo abitante di quel posto che ormai a stento riconoscevo. Io, però, non ero un animale, non avevo la coda, non avevo neppure quella di paglia. Ero una persona, sono diventata una bestia. E ho imparato che nella giungla non sopravvive il più forte: nella giungla sopravvive il più stronzo. A me la forza manca ma sono viva: deducete dunque voi cosa sono diventata.

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Parto in treno, partorisco chilometri

Parto in treno, partorisco chilometri. A bordo di scarpe umide, mi asciugo gli occhi: è questo forse il segno dell’inizio della stagione delle piogge? Disegno sui vetri il sole che oltre i vetri più non c’è: l’estate è stata, il passato è prossimo, il futuro è grigio. Nascondo i miei piccoli piedi in scarpe enormi comprate dando i numeri, maschero la mia esile corporatura in abiti di cui io stessa ignoro la taglia. Taglio le maniche e scopro le braccia mentre scopro che mi sanguinano, per i tagli, i talloni. Dormo sognando la grandezza del corpo, mi sveglio affinché io mi renda conto della mia piccolezza. L’autostrada è in moto, scorgo lucciole in corsa sull’affollato asfalto mentre si spengono le luci nelle mie deserte praterie. Dio ha spento le lucciole, ha acceso le luci. Mi accompagni, non ti copri. Ai miei piedi, le suole dei passi dei tuoi giorni. Da quando sei la mia compagna, non cerco altra compagnia. Il mio corpo avvolto nel tuo cotone morbido come la seta. Ma che fine hanno fatto i bachi? I baci, oggi, non hanno fatto di noi la fine. Un nodo in gola mi slega dalla città del sole mentre sale in mente il nodo delle tue promesse di fedeltà. Nessuna premessa, mentre per ripararci dalla pioggia ci rifugiamo come amanti infedeli tra i fedeli di una solenne messa. I ricchi predicano la povertà, mentre i poveri sono preda della fame. Mi fermo al casello autostradale: oggi offre l’autista. E tu mi sembri autistica, mentre ti fermi e soffri. Parto in treno, partorisco chilometri Partissi a letto, partorirei bambini. Al suono di violini, rifletto. Oggi comincia il mio futuro, finirà forse domani il mio passato? Ti ho parlato, mi hai definita immatura. Non possedere più un proprio odore: forse è questo l’amore? Tra due linee bianche, vado sempre dritta. Fermarsi in autostrada non conviene, si viene tamponati, lo si prende in culo. Spingo l’acceleratore mentre spengo il cervello che mi ritrovo, testardo e poco prestante, proprio come quello di un mulo. L’unica cosa che ho sulle spalle è lo zaino, lo indosso ogni giorno, avida di andati odori. Lo indosso ogni giorno, da quando ho perso la testa, gravida di andanti amori.

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