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Eroica Fenice

Attualità

Salvini leader del Cdx: strategia politica o fatto culturale?

Salvini leader della coalizione di centrodestra italiana e M5S primo partito in Italia. È stato un colpo al cuore per gli elettori di sinistra italiani i quali, delusi dal PD immagine Renzi, si sono dispersi tra M5S e Liberi & Uguali, il nuovo partito della minoranza dem che si era distaccata proprio dal Partito Democratico. Come analizzare le elezioni del 4 marzo 2018? Per ora due sono le cose chiarissime: che ha vinto la retorica; che l’Italia è un coacervo ingovernabile. No, non di Stati, come qualche secolo addietro, ma di partiti (cambia davvero qualcosa?). La cosa non sorprende vista l’epoca, che qualcuno definisce “post-ideologica”, in cui viviamo. Ora però la palla passa a Mattarella, il quale ha il duro dovere di mettere su un governo che, per quanto instabile, possa almeno proporre una legge elettorale valida per le prossime elezioni (saranno imminenti?). Questo, più o meno, il quadro sostanziale delle circostanze in cui versa l’Italia. Ma si sa: il voto è molto più una questione socio-culturale che un fatto meramente politico. Un esempio: Marin le Pen dalla Francia twittava qualche ora fa: «L’avanzata spettacolare della Lega è una nuova tappa del risveglio dei popoli». Il che dà una certa idea delle cose: se infatti è ormai indiscutibile il sodalizio tra Lega e Front National, è altresì vero che il successo di questi due partiti è dovuto molto, anzi moltissimo, alla retorica usata dai loro leader. Fanno presa sulle masse. Ma perché? Nei limiti del possibile, se si parla di retorica, un’attenzione al destinatario di quest’ultima è necessaria e doverosa. La potenza della retorica di Matteo Salvini Salvini dice ciò che la gente vuol sentirsi dire e alcuni usano giustamente la parola “populismo”, tantoché all’indomani delle elezioni si è parlato di Italia populista. Tralasciando l’astrazione peraltro negativa, il potere di Salvini è indubbiamente in primis comunicativo. Ci vuole un certo talento. I giornali più d’opinione rivendicano l’importanza dell’idea, ancor prima di una certa dose di abilità comunicativa; ma bisognerebbe parlare più di crisi della cultura degli italiani, i quali a più riprese hanno dimostrato di aver bisogno più di un leader carismatico che del programma che cerchi di tutelare minoranze e maggioranze tutte. Il circolo vizioso dell’elettorato italiano non è nato certo adesso: nel lontano 1994 un giovane Silvio Berlusconi riusciva a mettere su una campagna elettorale attraverso ogni mezzo e con una retorica “acchiappa-consensi” e, soprattutto, architettando nel vero senso della parola quello che si può chiamare culto della personalità che ancora oggi lo fa essere protagonista del gossip, ricordo nostalgico del grande Milan e tanto tanto altro; più recentemente il PD è stato travolto da questa necessità: Renzi è stato il vero timoniere del partito tanto da ridefinire in maniera netta i suoi confini; poi Grillo nelle piazze da comico a politicante; oggi Salvini. Di cosa meravigliarsi?

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Culturalmente

La fiera del luogo comune sulle discipline umanistiche

Quanto più basso è il livello culturale del contesto sociale tanto più facilmente si allestiscono fiere del luogo comune, il quale luogo comune non è detto sia debellato con una buona cultura. Molto spesso, infatti, il progresso umano viene bloccato da una logica utilitaristica nei confronti del sapere. Il quale, ovviamente, non agisce così da solvente dei prosciutti sugli occhi, ma da mero strumento d’accrescimento personale. Ovviamente tanti e troppi sono i motivi per cui ci si pone in tal modo nei confronti della cultura, a partire da fattori di tipo istintuale a quelli di tipo contestuale; così come tanti e troppi sono i motivi della creazione del luogo comune, erba cattiva e ignorantissima. Chiaramente: «A cosa servono le discipline umanistiche?» è un luogo comune animalesco. Pensare è l’imperativo categorico dell’uomo. Niente paura, non è niente di mostruoso: bastano solo due step. Primo: prendere un libro di Storia Moderna per comprendere quanto forte sia la tradizione culturale occidentale. Secondo e più doloroso step: viaggiare nei paesi del Terzo mondo o qualsivoglia luogo non civilizzato. Terzo (per i più facoltosi): riproporsi la domanda e sforzarsi di dare una risposta che non sia “a niente”. Ovviamente no: non è come il tutorial su come mandare una e-mail – si sarà capito? L’utilità delle discipline umanistiche, nel pensiero dei grandi, contro il luogo comune Numerosi sono gli intellettuali che nel passato si sono interrogati sulla presunta utilità delle discipline umanistiche; tra i pensatori più incisivi per debellare oggi il luogo comune ci sono il napoletano Vico e Ugo Foscolo. Giambattista Vico, Scienza nuova, II libro: Della sapienza poetica. L’intellettuale napoletano vuole andare in percussione verso il passato per ricostruire l’origine del sapere umano. Fissa gli occhi sul mito: è per lui un tipo di linguaggio non razionale, ma fantastico, teso a collegarsi a immagini e figure. È da qui che parte la concezione di Vico: quello di cui si rende conto è lo stesso valore della mitologia, che attraverso palcoscenici su cui si muovono figure eroiche o antieroiche propaga le varie espressioni della vita civile quotidiana dei popoli a cui appartiene. Per cui è fatta: decifrare la mitologia e il suo linguaggio è uguale a ricostruire i modelli organizzativi dell’umanità di quelle epoche. Lo scopo uno solo: tener memoria, per imparare a rapportarsi col futuro. Anche Ugo Foscolo si dimena in termini simili nei Sepolcri. Inizia l’opera; il poeta si chiede: ma a cosa servono le tombe? Tocca ma elude uno svuotamento di significato, facendo divenire le tombe – quelle pubbliche – espressione fisica del memorandum costituito dall’esempio dei virtuosi. Allo stesso modo, verso la fine, Foscolo si chiede: ma a cosa serve la poesia? Ugual funzione dei tumuli, ma più forte e potente. Anche qui lo scopo è uno solo: perpetrare il ricordo. La memoria è civiltà, come la storia, il pensiero e l’arte.

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Riflessioni culturali

La logica perversa del femminismo violento, Non una di meno a Roma

Nel Novecento, il Secolo delle grandi ideologie, l’uomo europeo ha scoperto la natura intima delle masse. Ha scoperto che egli stesso è facilmente manovrabile dall’alto. Remissivo laddove il compromesso tra atrocità e vantaggio, seppur lo scarto sia orroroso, gli sembri piuttosto conveniente. Sembrava che la lezione fosse stata appresa da quando, dalla grande distesa padana, s’alzò il canto ‘Bella ciao’, dopo la Liberazione e dopo tutte le vicende di fine Seconda Guerra Mondiale, compresa la caduta del Muro di Berlino nel 1989, rottura dell’ultimo baluardo che rendeva solido il confine tra due mondi che si ponevano agli antipodi. Non una di meno a Roma, una lezione che fatica a essere compresa Invece no. L’equazione estremismo uguale violenza è ancora poco compresa nella grande stalla umana che è il mondo urbanistico occidentale. Forse l’avvenimento è ciclico, forse no. Il cancro degli ambienti non già praticamente violenti ma ancora fermi a un’idea eufemisticamente poco graziosa, al di là del susseguirsi storico delle convinzioni sociali, è nell’educazione. Se oggi i tg sono popolati da quotidiani casi di cronaca nera, la riflessione è da riferire al fallimento dell’istruzione, la quale, nonostante l’esperienza storica, non riesce a contrastare le conseguenze della frequentazione dell’individuo di ambienti “poco graziosi”. Non una di meno a Roma e l’estremismo violento delle frange femministe Basta andare indietro nel tempo. Un passo indietro et voilà. Si assiste alla realtà come uno spettatore ascolterebbe rapidamente un cantastorie popolano. 25 novembre 2017, Roma. Una fiumana di donne manifestano dietro gli striscioni di Non una di meno, titolo del corteo facilmente riconducibile ad una protesta contro il femminicidio che cresce e preoccupa. Si aggiunge un uomo. L’uomo doveva essere contro qualsiasi forma di violenza e si piazza tra le prime file. Qui accade qualcosa di incredibile. Una capobanda di quella fiumana gli dice che non ha il diritto di manifestare, tantomeno in prima fila. Pam. Buttato fuori. Motivo: qui comandano le donne. Chiaro il concetto, no? Chiodo scaccia chiodo, tutto chiaro, giusto. Se non fosse che a quello che era un solo buco nel muro sociale se ne aggiunge un altro, di senso opposto ma di uguale natura. Il visionario Walter Benjamin scrisse tempo fa una cosa che oggi è men che mai attuale: «L’uccisione di un criminale può essere morale… ma non la sua legittimazione». Luminare. È come se stesse dietro quelle donne e gli dicesse che non è la bandiera a contare, ma il buonsenso. L’humanitas, per i più dotti. Diciamocelo: che la si pianti: la parola sessismo non è più tipicamente novecentesca. È contemporanea e da tale va usata adattandola con semplicità alla realtà circostante e storica. Non è più il maschio carnefice e la donna vittima, ma l’uomo che mangia il suo simile, al di là del sesso. Non una di meno a Roma è stato violento tanto quanto il maschio femminicida e non è giustificabile assolutamente dalla bandiera che erge e dietro cui si nasconde.

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Attualità

Tra baby gang e Spelacchio, il Natale tra Napoli e Roma

Prima Spelacchio. Poi il solito caso da Chi l’ha visto? dell’albero natalizio in Galleria Umberto a Napoli. Nel primo caso diretta responsabilità dell’amministrazione locale: l’albero era orrendo secondo i romani. Nel secondo responsabilità indiretta; ma non è un alibi, dal momento in cui l’albero è stato allestito d’iniziativa dello storico bar Gambrinus che dista qualche metro dalla Galleria. Allestito anche bene, perché se si vuole confrontarlo con Spelacchio risulta tutt’altra cosa. Nel caso napoletano è la sorveglianza che è mancata e che manca ormai da anni. Sembra il caso del giovane prodigioso destinato a morire in tenera età. Sembra anzi una ciclica barzelletta che non fa più ridere, un evento che qualche scrittore sopra le righe potrebbe usare a scopo umoristico, ma è l’amara realtà di una città che, come ormai anche quella capitolina, vive di costanti paradossi. Paradossi che conferiscono il fascino della dannazione a spese di chi però convive con le insidie di questa. Una vera e propria zavorra. Un albero mancante e un atto vandalico delle baby gang in più Intendiamoci: la presenza dell’albero in Galleria o meno è di importanza tutta esteriore. Quello che è un simbolo su cui sarebbe facile sorvolare viene caricato però della connotazione vandalica che il furto implica. Un furto che mette in risalto una delle più invadenti pietrine dello Stivale: l’inciviltà, prodotto di educazione e istruzione scadenti. Una volta vergato lo schema causa-effetto sembrerebbe facile smuovere la situazione, se non fosse per la matrice culturale, anzi a-culturale, che muove alla base di ciò. Sarebbe coprire uno scempio e non curare la sua radice malata. Il problema si risolverebbe, ma non in toto. Diverse ipotesi riconducono il gesto alle babygang che per il 17 gennaio fanno scorpacciata di legno per il falò di Sant’Antonio Abate. Dopo il furto tra la notte del 21 e la mattina del 22 dicembre, però, sembra che il 23 dicembre l’albero sia tornato in Galleria (per poi essere nuovamente vandalizzato il giorno di Natale). La bravata ha deciso di costituirsi, senza però smascherare l’idea che alla base del non-rispetto civile ci sia una vera e propria sabbia mobile di abbandono educativo, perché “non sono solo dei ragazzi”, ma gli adulti che un domani insegneranno ai figli a fare lo stesso, facendo dilagare, ancora per troppo tempo, la pedagogia del bastone o del silenzio e dell’indifferenza.

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Attualità

I social media e la società riflessa

Prima socium, poi socio, poi società, sociale, social media. Come in ogni analisi è sempre in nuce che si trova di ogni cosa la natura più significativa dell’esito finale, perché è quella che fa dipendere le altre. I social non riflettono tanto il concetto di società quanto l’originaria espressione esteriore di esso: l’alleanza. Descrivere i contesti sociali in toto, si sa, è sempre come dipingere un paesaggio naturale di monti, colline, mare e qualsiasi altra cosa il mondo dia a disposizione per complicare la faccenda. Non è così, però, per l’uomo invischiato in esse. Egli vive senza alcun interesse verso le sfumature che lo circondano seguendo, più che la versatilità del mondo, una bussola che segna una strada fissa. Il social network è specchio laterale non della cooperazione tra individui della società, che implicherebbe la costituzione di un macrogruppo; è piuttosto riflettore della chiusura in microgruppi rigidamente guidati da religioni legittimate dall’aggregazione collettiva. È sempre stato così, i radicalismi esistono dalla notte dei tempi: laddove c’è un oceano ci sarà sempre chi per fanatismo dovrà scendere fino al fondale per l’ebbrezza di soffocare. E ci sarà sempre chi per fanatismo e assenza di colore assumerà quella direzione cromatica. Morbosa unilateralità umana. La società di oggi, fra radicalismi e “egocentrismi” sui social media Ciò che distrugge le grandi stagioni culturali della storia umana non sono però i meccanismi suddetti, perché è cosa normalissima che nell’anatomia umana prima o poi diversi componenti saranno colti da qualche morbo. Portatrice della distruzione è la libertà di violenza dei radicalismi: lo spazio sconfinato compresso in uno smartphone che lo riflette solo a grandi distanze rende difficile che ci sia vergogna in chi scrive ‘Impiccatelo’, ‘fucilatelo e gettate la salma nell’oceano‘, ecc. nei commenti di un articolo di cronaca nera riferendosi al criminale protagonista. Radicalismi anche questi: lo chiamerei ‘il partito della violenza’. Verrebbe da credere che un barlume di giustificazione sia da concedere al pensiero comune indignato per la cronaca nera: no. No, perché un altro carrello di distruzione è l’appiattimento del pensiero di chi, avendo un credo a cui essere fedele ciecamente, appiattisce in maniera speculare nel rapporto soggetto-oggetto – egocentrismo? – ogni aspetto della realtà. La bussola indica la violenza. O l’ignoranza-arroganza di parlare di qualsiasi cosa pur non sapendone nulla. La bussola indica tutto. Unilateralmente. Ognuno fa ciò che la propria ‘Bibbia’ dice. Combattete: è cominciata l’era della sopravvivenza.

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Food

Sciardac bakery, lo studio del tempo in chiave gastronomica

Sciardac, Bakery mediterranea. Tre parole ed è già un programma. Nomen omen dicevano i latini: di nome e di fatto o anche, per gli amanti della suspense, il nome è un presagio. Tutto vero. Sciardac è un posto in cui il mediterraneo viene esaltato, ma anche il concetto stesso di bakery affiora nelle novità dolciarie, come la cheesecake Oreo. La cucina di già due millenni fa che si incontra con la pasticceria industriale. Non una newsissima, potrebbe dire qualcuno, ma la qualità rende nuova ogni cosa. Soprattutto col cibo. Ma andiamo per ordine, perché Sciardac non è una semplice bakery. Sciardac è un viaggio gastronomico. La bakery bacolese viene messa su nel 2013, quando Tobia, il figlio di Peppino Scamardella – di cui parleremo dopo – ha già finito i suoi studi all’Alma. Inizio di una favola, anzi fiaba, perché il luogo in cui vengono degustati i suoi piatti è fiabesco. Camino, pareti senza camicia di stucco, tavoli, sedie e stoviglie degni del più alto antiquariato. È lo studio del tempo in chiave gastronomica. Una tavola in faccia ad una delle pareti lascia sfilare la numerosa serie di dolci, torte, biscotti, mediterranei, americani, nordici. Una casa di marzapane, come quella dei fratelli Grimm ma senza inganni. Era la casa della nonna, stilizzata, perché quello è un posto fatato e tutti devono saperlo. Ho visto materializzarsi il mondo dei Fratelli Grimm, di Perrault, di Andersen. Sciardac, dalla nonna al nipote Come tutte le fiabe, però, nemmeno quella di Tobia nasce dal nulla. Ha una lunga tradizione ed è quella, oltre che della nonna, del padre Peppino, che al pian terreno dello stesso stabile cura il tempo in maniera diversa. Si occupa delle stagionature, soprattutto dei formaggi. Cominciare il viaggio partendo da Peppino è d’obbligo, perché mai ho visto qualcuno curare quei casi – non me ne voglia il latinista – così ossessivamente. Entro partendo proprio dalla cantina di Giuseppe, che di fronte ha una tavola imbandita da alcune prelibatezze. Primo assaggio: melanzana cotta nel forno caldo del pane. Niente frittura. Come la nonna dice lui. Un crostino con l’aroma soprattutto piccante del peperoncino su cui posano delle melanzane a filetti. Peperoncino ok. Melanzane straok, perché la loro dolcezza attutisce il piccante e lo rende sempre giusto, secondo quella regola degli accostamenti di sapori che per chi si intende di gastronomia è fondamentale. Secondo assaggio: pecorino di un pastore di Chiaianiello. Come per le melanzane, anche la denominazione anonima di marchi ma firmata da persone amorevoli non delude. La terza tappa, fondamentale, è quella dell’assaggio di provolone del Monaco, semipiccante dal sapore unico. Dopo altri assaggi, sono sceso nella cantina vera e propria di Peppino, quella della nonna, nella quale mi ci porta attraverso una botola. Salumi di ogni tipo, ma soprattutto formaggi riempiono quella stanza come i festoni ad una cerimonia. Ma il bello ancora deve arrivare, perché ad un tratto Giuseppe prende in mano un suo ‘caso’: stagionatura dieci anni. Lo provo: ineffabile. Il modo migliore per finire la seduta. In vista c’è la bakery, […]

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Cinema & Serie tv

Intervista ad Andrea Piretti: Il Prete, il regista e la webserie

Un prete un po’ codardo sta al centro di una corda tesa da due torri. Fa il funambolo senza coraggio, rischiando di cadere. Non capisce che qualsiasi direzione va bene se la prendi. È questo il protagonista della webserie Il Prete, così come me lo ha presentato il suo regista Andrea Piretti. Ho parlato con lui e mi ha subito chiarito alcuni punti sulla sua creatura, una serie tutta nuova, innovativa e mai banale, che sa ben rendere tecnicamente il proprio agio nella presentazione dei fatti. È tutto lineare, nonostante ci sia stasi nella vita del protagonista, il prete interpretato – iconico gioco di parole a spese della psicologia del personaggio stesso – da Luciano Scarpa. Insomma, il fatto che il primo episodio non faccia difetto fa molto ben sperare. Il regista Andrea mi spiega come quest’uomo, ancor prima che prete, abbia grandi difficoltà a relazionarsi col mondo e ciò che lo circonda. Egli è l’inetto che si trova imbrigliato in scelte del passato e non sa muoversi in sintonia col mutamento di circostanze personali e interpersonali. Di fronte alla perdita di fede, il prete non sa come reagire. Anzi: non sa per niente reagire. È per questo che si trova ad affrontare apaticamente una vita che non gli dà più soddisfazioni ma che anche, ad un certo punto, gli offre una grande opportunità per redimersi. Il suo ‘torpore esistenziale’, come l’ha definito lo stesso regista, ha infatti le occasioni giuste per muoversi in direzioni diverse da quelle ormai consolidate: un incontro quasi divino gli inizia ad indicare la strada, dandogli consapevolezza di ciò che in fondo è diventato come uomo e inaugurando l’evoluzione del personaggio. Il Prete: un prodotto di Andrea Piretti decisamente per il web Il movimento del nuovo secolo è quasi tutto nel web, che costituisce una delle vertebre fondamentali della società del secondo millennio ante Christum natum. Come una serie di trappole per topi, la rete ha catturato uno ad uno moltissimi ambiti socio-culturali, anche quelle coi piedi nella fossa, a volte stagnanti e a volte no ma ferme ad ideali ormai plurisecolari: uno di questi ambiti è l’arte cinematografica, che si è evoluta in nuovi generi, con la tivù e poi col web. Il Prete, scritto ed ideato da Simone Salvatore, in questo contesto si pone come un prodotto fatto per il web e non per altri canali di distribuzione. Per il regista Andrea la webserie è webserie. Punto. Non può essere confusa con altri generi: ha un suo minutaggio, un suo stile di ripresa e soprattutto un quid in più per avere fama all’interno del mare magnum della rete. È facile cadere nell’ingenuità di pensare che il web sia meno impegnativo del cinema o della TV: la risposta altisonante è data dalla cura con cui tutta la troupe de Il Prete ha lavorato ai quattro episodi che verranno distribuiti a cadenza mensile. Se il web infatti dispensa la libertà a chiunque voglia di pubblicare prodotti simili, per Andrea è altresì vero che libertà porta responsabilità, […]

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Attualità

Intervista al pacato attore Paco De Rosa

Napoli, la commedia e un sogno. È la ricetta di Paco De Rosa, attore nato ad Arzano (NA) che fa il regista da quando aveva otto anni, l’età della sua prima telecamera. Senza affabulare, Paco si descrive in una telefonata come un amico che non senti da parecchio. Lui è lì e ti ascolta e si fa ascoltare. Se non si è ancora capito: Paco De Rosa uguale Braccio di Ferro, lo scagnozzo di Fatti Unici, sitcom andata in onda su Rai Premium dal 24 settembre all’8 ottobre. Una voce calda mi ha accolto quando l’ho chiamato e io stesso, che più di lui provavo imbarazzo, ero già stato accolto nel migliore dei modi. Una voce, senza dubbio lavorata, che mostra gli anni di scuola di teatro. Quello stesso teatro con cui ha un rapporto dualistico: odio e amore. Subito mi dice di preferire TV e cinema, perché il teatro gli provoca ansia; ma il teatro gasa, proprio come diceva Totò. Totò è il nome della scuola in cui è diplomato in recitazione. La storia di Paco De Rosa è palesemente una reazione a catena, fatta di anelli che via via si inseriscono l’uno nell’altro. All’attore napoletano non piace mostrarsi per definizione, preferisce dialogare senza disciplinarsi, scambiare idee su quello che è il suo mondo. È così che in un tardo pomeriggio d’ottobre mi parla di sé e mi descrive ciò che lo circonda, senza mai divagare troppo. La storia professionale di Paco De Rosa Alla fine del suo percorso nella scuola di teatro, un giovanissimo Paco manda il curriculum a Marco Risi per far parte del cast di Fortapàsc. Tutto regolare, il primo sogno di Paco viene realizzato. Con i deliri di grandezza infantili, Paco De Rosa lo vede come un grande ruolo e, da tale, lo interpreta magistralmente. Da lì, poi, passa tanta acqua sotto i ponti fino ad arrivare alle ultime apparizioni. Prima si diploma, poi si cimenta in uno stage di parecchi mesi con Gianfranco Gallo. Lo stage gli apre la strada per lavorare per Ciro Ceruti all’ultima stagione di Fuori Corso. Ora Ciro Ceruti lo tiene nella sua compagnia stabilmente. È così che quindi lavora anche con Lello Arena (è infatti il regista di Fatti Unici), un monumento nella comicità napoletana, italiana, internazionale. Un vero e proprio leader oltre che regista, lo definisce Paco De Rosa, capitano che fa da collante psicologico del cast. Come Lello Arena, tanti assumono il ruolo di maestro nell’intimità professionale di Paco, il quale sembra vederli quasi come i pagani virtuosi del Limbo dantesco tanto grande è l’ammirazione verso loro. Certo, il paragone regge se si nasconde la veste pagana di quei maestri. Robin Williams e Al Pacino sono i suoi modelli, con una particolare predilezione per Muccino nel campo della regia. Una prospettiva internazionale che lo muove verso alte mete, che però da modesto non mi esprime. Paco De Rosa, una piccola confidenza Alla fine della chiacchierata, ormai con un livello di interlocuzione confidenziale, gli chiedo cosa pensa di […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Monte Pio della Misericordia: l’arte di rendere l’arte accessibile a tutti

Sei una qualunque persona appassionata d’arte, intellettualmente viva o comunque stimolata culturalmente. Abiti a Napoli o ti ci trovi come turista. Ma sei non udente. Leviamo il ‘ma’, perché dall’8 ottobre 2017 sarà possibile visitare senza ostacoli alcuni dei dipinti più imponenti nel napoletano. Tra essi, le Sette opere di Misericordia del Caravaggio, accompagnata ovviamente da molti altri lavori. Togliamo il ‘ma’, perché le guide saranno aperte a tutti. Sarà possibile infatti, presso il Monte Pio della Misericordia, l’utilizzo di tablet che riprodurranno video in cui interpreti LIS traducono le parole dell’audioguida. Si tratta in sostanza dell’iniziativa Caravaggio InSegni dell’associazione culturale Curiosity Tour e dal Monte Pio della Misericordia: i due enti attraverso un lavoro di due anni hanno infatti ben pensato di allargare la possibilità di servirsi di una guida anche ai turisti e cittadini non udenti. Essa sarà bilingue: ciò vuol dire che oltre l’interprete in lingua dei segni italiana, ci saranno sottotitoli nonché la riproduzione audio in lingua italiana. Monte Pio della Misericordia e Curiosity Tour Curiosity Tour è un’associazione culturale nata nel 2014. Unico obiettivo: diffondere la conoscenza del patrimonio culturale del napoletano e dell’intera area campana. L’impegno per conferire alla martoriata città del mezzogiorno d’Italia una nuova veste confluisce quindi in una offerta oculata di modus differenti di porsi alla cultura, aiutando anche persone disabili a questo approccio. Un ampliamento delle vedute, quindi, con cui ci si approccia alle opere d’arte. Si parte dalla chiesa del complesso del Monte Pio, la cui luce proveniente dalla cupola sembra essere più confortante, senza sgarbi di disumanità che a volte nascono per semplice dimenticanza, inadempienza o arretratezza. Nel gioco speculare dell’ottagono che è la chiesa del Monte Pio nessuno venderà i suoi occhi all’ignoto con gli interpreti LIS. Tutti sapranno la carica intellettuale di un monumento che già nel XVII secolo si prestava ad essere casa del bene e dell’arte, rendendosi dimora dei poveri, degli affamati, degli assetati, di chiunque avesse e abbia tuttora bisogno di un supporto. Il Monte Pio, tra le più antiche associazioni benefiche laiche di Napoli, rende manifesti già dal nome i suoi scopi, tra l’altro presentati con la maestria del Caravaggio in quell’opera che costituisce lo sfondo dell’altare della chiesa del complesso monumentale, il quale è stato musealizzato solo nel 2005. Così il 3 ottobre, nell’eleganza che pizzica l’aria e l’umanità che sorvola le parole e arriva dagli sguardi generosi dei presenti, al primo piano del palazzo si è avuta la conferenza di presentazione al pubblico del progetto. Niente ha fatto difetto. Tutto è stato presentato nei minimi dettagli dalle due coordinatrici del progetto Germana Falibretti e Stefania Russo, anche autrici delle varie realizzazioni del materiale visivo. Presente anche il soprintendente dell’associazione benefica Pasca di Magliano, nonché Nino Daniele, Assessore alla Giunta Comunale. Nell’umidità storica emessa da pareti così inzuppate di anni non poteva che nascere una impeccabile presentazione, tradotta in LIS da due interpreti e costituita anche da un mini-tour che empiricamente ha dimostrato ai presenti come funzionerà l’utilizzo dei nuovi dispositivi con audio e, […]

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Culturalmente

Le origini e la diffusione del rimbalzello

Amici, fratelli, cugini, genitori o la solitudine. È grande il numero di volte in cui da piccolo, almeno una volta nella vita, ognuno di noi ha giocato a rimbalzello. E spesso ci si cimenta in questo divertimento che con la natura attorno, massaggia la mente, quasi come espressione di un isolamento infantile in cui le fantasie di onnipotenza hanno la meglio. Oppure, al contrario, lo si fa in compagnia per appartenenza al gruppo. Ma da dove proviene il termine rimbalzello? A pensarci è una parola azzeccata. Rimbalzello: gioco infantile in cui si fanno saltellare sassolini piatti lungo un corso d’acqua. Chi è il genio che l’ha inventata? Come spesso accade, nessun genio inventa una parola al di fuori della società. Ma per spiegarlo, bisognerebbe tornare a due secoli fa. Manzoni e il rimbalzello Manzoni, con la sua famosa risciacquatura dei panni in Arno, vuole rendere la letteratura un campo che accolga di buon grado parole usate quotidianamente da tutti, soprattutto dai fiorentini. È così quindi che parla di rimbalzello nei suoi Promessi sposi del 1842, per dare un nome a quel gioco che fa sempre il ragazzino Menico. L’autore, però, ci pensa a lungo prima di inserirlo nel suo romanzo. La riflessione parte da lontano. La lingua italiana non è ancora matura e ciò renderebbe difficile la diffusione della sua opera letteraria, non comprensibile ovunque. Perché mai scrivere in una lingua che, fortemente dialettale e allo stesso tempo rara, non sarebbe capita dalla maggior parte degli italiani? Così, suppergiù, passano all’incirca quindici anni dalla prima faccia pubblica del romanzo (si chiama ‘edizione ventisettana’ perché pubblicata nel 1827). È solo quindi dall’edizione nuova, quella degli anni Quaranta del 1800, che Manzoni utilizza il termine rimbalzello. Il buon Manzoni poi, come nota lo studioso Marazzini, per rendere comprensibile la parola ai lettori che non sono toscani, richiede ad un disegnatore noto, Francesco Gonin, una illustrazione in cui un bambino si diverte a fare quel gioco. Ed è così che la parola si diffonde lungo tutta l’Italia. Oggi la parola rimbalzello, usata per la prima volta per iscritto e in letteratura da Manzoni, è diventato il nome italiano ufficialmente accettato da tutti del gioco. Geniale.

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