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Eroica Fenice

Eventi nazionali

Straordinario successo di Più Libri più Liberi 2019: il nostro report

Dal 4 all’8 dicembre, presso il convention center La Nuvola, è stata ospitata la fiera Più Libri, Più Liberi, uno degli eventi più importanti per il mondo della cultura e dell’editoria nostrana. Noi di Eroica Fenice abbiamo avuto l’occasione di testimoniare in particolare la giornata del 7 dicembre, quando abbiamo intervistato Daisy Johnson, autrice del momento per Fazi Editore (qui l’intervista). Il report di Più Libri Più Liberi 2019: la cultura non muore mai Più Libri Più Liberi festeggia i suoi diciott’anni archiviando un nuovo, straordinario successo. Ancora una volta il pubblico ha dimostrato il suo grande interesse – e il suo affetto – per la Fiera Nazionale della Piccola e Media editoria, organizzata dall’Associazione Italiana editori (AIE) e ospitata per il terzo anno dal Roma convention center – La Nuvola dell’Eur. Numeri in ulteriore crescita:  anche quest’anno superato il muro delle 100mila presenze. Nonostante spesso venga raccontata come una realtà sul punto di spegnersi, la cultura non sembra conoscere una reale battuta di arresto, soprattutto in giorni come questi. Come la fenice, a cui siamo tanto affezionati, puntualmente risorge dalle presunte ceneri, per dimostrare che essa è da sempre e per sempre motivo di piacere e gioia per gli esseri umani. Volendo mantenere un’ottica più concreta, parliamo un po’ dei numeri che ha raccolto questo evento: 3500 metri quadrati, su cui stati distribuiti più di 520 espositori. Alcune tra le maggiori case editrici del Paese (Sellerio, SUR, Adelphi, Treccani) tutte riunite nello stesso posto, sotto lo stesso tetto, con un fine comune: continuare a promuovere l’arte e la sua bellezza. Una partecipazione massiccia, soprattutto nel weekend, con uno straordinario risultato di vendite per tutte gli editori presenti. Circa un centinaio sono gli incontri, eventi, presentazioni che hanno visto la luce durante la fiera. Se numerosi sono stati gli avventori, bisogna far notare che, grazie anche all’ottima organizzazione alle spalle di ciò che si è visto, una fetta enorme di pubblico l’hanno portata le scolaresche provenienti da tutta Italia e che hanno invaso gli stand durante i vari giorni della fiera. Un dato che non stupisce particolarmente, poiché secondo l’ISTAT sono proprio i più piccoli, quelli in età da scuole medie, ad essere i lettori più assidui, più interessati e più voraci. Più Libri Più Liberi 2019: gli eventi e gli ospiti della fiera Moltissimi – più di 1800 – sono stati gli ospiti italiani e internazionali che hanno partecipato alla kermesse, che si conferma come uno degli eventi culturali più importanti della Capitale e dell’intero Paese. Tra gli appuntamenti più seguiti secondo i dati della fiera, quelli con la giovane attivista russa Olga Misik, con la sindaca di Danzica Aleksandra Dulkiewicz, con lo scrittore Yasmina Khadra e con Romano Prodi. Siccome sarebbe arduo trattare adeguatamente ognuno degli incontri e delle presentazioni avvenute durante questi giorni, terremo in considerazione quelli più “social”, che non saranno per forza di cose i migliori, ma che hanno sicuramente avuto un grande peso sulla pubblicità della cultura e dell’evento stesso. Come la puntata di Propaganda Live, trasmissione di LA7 condotta da Diego […]

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Eventi nazionali

Nel Profondo, intervista all’autrice Daisy Johnson a Più Libri più Liberi 2019

Durante la fiera Più libri, più liberi svoltasi a Roma dal 4 all’8 dicembre, noi di Eroica Fenice abbiamo avuto l’occasione di incontrare e intervistare una delle autrici appartenenti alla fervente realtà dei Millennials più amate e conosciute del momento, Daisy Johnson. In Italia, la Johnson è pubblicata da Fazi Editore, che proprio qualche mese fa ha edito “Nel profondo”, suo ultimo libro. Daisy Johnson, tra scrittura e attualità Come nasce l’idea per questo libro? L’idea principale che avevo è quella di rinarrare qualcosa, mi piace l’idea di rubare qualcosa. Di distruggerlo e ricostruirlo in una maniera del tutto nuova. Ero interessata al mito dell’Edipo, l’avevo studiato a scuola e all’università. Questa storia mi tornava in mente spesso, questo mi ha portata a capire che era quello che volevo raccontare di nuovo. Alla fine è rimasta solo la trama più cruda, perché tutto il resto è cambiato. Sono cambiate la location, i personaggi e tutto il resto. La “questione Edipo”, l’hai vista più come una provocazione o una innovazione? Sì, c’è sicuramente un aspetto provocatorio in quest’opera, riguardo la classicità di Edipo. Ad esempio, il lavoro che ha fatto Roald Dahl sulle fiabe classiche, come quella di Cappuccetto Rosso. Questo modo di scrivere lo trovo molto affascinante e eccitante come prospettiva letteraria. Inoltre, penso l’idea che esista un testo classico sacro e intoccabile sia un problema, un tipo di convinzione che andrebbe discussa, perché in genere questi testi sono anche testi scritti da uomini bianchi, che dovrebbero essere messi in discussione perché non tengono conto di alcune differenze. Oltre a questo, amo moltissimo il mito di Edipo, penso che abbia una struttura perfetta. Quindi volevo agire con rispetto nei suoi confronti, ma anche con determinazione, proprio per mettere in luce gli aspetti dei miti greci che ritengo problematici. Come il ruolo delle donne in queste storie. Il problema dei Millenials di affermarsi, soprattutto viste le difficoltà messe in campo dalle vecchie generazioni, si propaga anche nel mondo della scrittura, tu come lo vivi? È interessante questo scontro, ci sono sia quelli che vogliono conoscere i nuovi autori, aprire a loro le porte di questo mondo, e allo stesso tempo ci sono quelli che vogliono, in un certo senso, conservare la memoria e tengono chiuse le porte di questo circolo. In UK c’è un grande dibattito sulla educazione creativa, riguardo alla possibilità di crescere come scrittori, visto che alcuni sostengono o nasci genio e hai già talento o niente mentre altri basano la loro idea di talento sul lavoro e sulla quantità di scrittura effettuata ogni giorno. Allo stesso tempo, la comunità inglese è amichevole, aperta ai nuovi scrittori.  Questo riguarda anche il realismo, come genere letterario, visto che molti pensano non ci sia un modo interessante di raccontare la realtà ed è per questo che finiscono con l’essere attratti dal genere fantasy, dove l’irrealtà è al centro dell’attenzione. Per la vecchia guardia, invece il realismo resta sempre quello migliore. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? A luglio uscirà […]

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Libri

Foglie cadute di Wilkie Collins, un viaggio lì dove non vorresti andare (Recensione)

Continua il percorso a ritroso della Fazi Editore, che prosegue, col suo magnifico lavoro, a fare uscire in nuove edizioni piccole “chicche” di autori del passato, magari meno conosciuti ai più, ma che ugualmente ci hanno regalato e lasciato grandi doni sotto forma letteraria. Parliamo in questo caso di Foglie cadute di Wilkie Collins, edito per la collana “Le strade”. Foglie Cadute di Wilkie Collins, lì dove batte il cuore La base su cui la storia si evolve e si inerpica come rami di un albero carico di foglie destinate a cadere è la storia di Amelius Goldenheart, esiliato dalla sua comunità cristiana di Tadmor, nell’Illinois, a causa di una relazione sbagliata, e per questo spedito, come “punizione redentiva”, a Londra. Il giovane Amelius conoscerà nella capitale londinese il peccato come mai aveva avuto modo di vedere prima, capendo sin da subito che questo esilio non lo porterà a nulla di buono, a causa anche dell’incontro con John Farnaby, un ricco uomo che in sé raccoglie tutti i mali del mondo, e della bellissima nipote presa in adozione. Sarà ancora una volta l’amore a fare capolino in mezzo a tanto orrore e a prendere in toto l’attenzione e il cuore del protagonista, che tra tanta bruttura e oscurità, cercherà nella luce dei suoi sentimenti di ritrovare la bellezza e la pace che sembrano altrimenti perdute per sempre. Se ci si approccia alla lettura di Wilkie Collins per la prima volta con questo romanzo, colpiti sopratutto dalla quarta copertina, non se ne pentirà affatto. Più che la trama, che mantiene una sua originalità e un suo interesse immutato nel tempo, è l’abilità di Collins come autore a rendere veramente vivo e sanguinante il cuore di questo lungo racconto. Lo fa usando un tema molto sentito anche oggi, quello della denuncia sociale, che seppur è facile intendere come diversa dalla nostra attuale, poiché è ambientata nella società vittoriana, ritrova tristemente dei connotati simili nella situazione della nostra quotidianità. In alcuni momenti, potremmo anche tranquillamente dire che Wilkie Collins è stato profetico, vista la data di composizione di quest’opera. Gioca coi colpi di scena, mette su una sinistra orchestra, di cui ci presenta un po’ alla volta i protagonisti, senza indugiare apparentemente né sull’uno né sull’altro, e ci lascia approfondire, attraverso veli di coscienza, frasi spezzate, atteggiamenti rivisti e occhi terzi, la nostra idea su ognuno di loro, lasciandoci in ogni momento di liberi di farci la nostra personale opinione scegliendo da che parte stare. Non è un romanzo intellettuale, per usare un termine tanto amato da qualcuno, bensì è un romanzo popolare. Popolare nei suoi intenti, nei suoi sentimenti e sentimentalismi, lì dove l’autore sceglie apertamente di porsi da una parte precisa, che qualcuno avrebbe definito del torto, e chi sa se l’ha fatto solo perché non c’era altro posto dove sedere come altri prima e dopo di lui. Un libro che va letto, almeno una volta, poiché tutti abbiamo conosciuto in vita nostra le foglie cadute di cui Collins parla e, […]

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Libri

Silvia Vanni esordisce con il romanzo grafico Ramo

Silvia Vanni esordisce con il romanzo grafico Ramo | Recensione La BAO Publishing continua a lanciare sul mercato nuovi talenti italiani, cercando sempre di concentrare la sua attenzione sul futuro e su chi rappresenterà il domani del mondo fumettistico italiano. In questo caso, parliamo dell’opera di esordio come autrice completa di Silvia Vanni, che con Ramo offre l’occasione ai suoi lettori di porre il focus sulla questione delle relazioni e degli amori perduti. Ramo di Silvia Vanni, un percorso inevitabile Il lutto ha cinque fasi: negazione, patteggiamento, rabbia, depressione, accettazione. Questa suddivisione dei momenti che seguono la perdita di una persona amata c’è stata descritta in questo modo dalla psichiatra svizzera Ross, che ha saputo esprimere in maniera semplice e perfettamente aderente al vissuto di tanti il modo in cui si finisce con l’imparare a vivere con questo vuoto che si forma in seguito ad una morte. Silvia Vanni, in Ramo, ci mostra un sesto stadio generato da una presenza incorporea, un fantasma, il quale aleggia attorno a chi le cinque fasi le sta vivendo e le sta gestendo nel migliore dei modi possibili e che cerca a sua volta di comprendere qual è ora la sua strada, visto che si trova a dover a sua volta accettare un lutto che riguarda se stesso in prima persona. Non sanno bene i nostri protagonisti Omar e Altea dove li condurrà tutto ciò, ma sanno per certo che l’unica cosa che possono fare è continuare a muoversi. «Mi chiamo Omar e, come avrete capito, sono morto. Adesso però questo nome non mi appartiene più veramente. Sono solo il riflesso di Omar. Per cui, potete chiamarmi Ramo». Silvia Vanni sceglie la via della delicatezza, non negando a se stessa e ai lettori la presenza di lati bui in questa storia, evitando di far sembrare la vita tutta “rosa e fiori” e l’amore perduto come qualcosa di irreparabile e perfetto dal primo istante. Mostra il lato umano, quello vero, degli uomini e delle donne, con le loro mancanze, le loro debolezze e i loro inevitabili errori. Tutto questo, una volta sommato, crea l’esito finale che abbiamo modo di vedere con i nostri occhi. Non c’è una vera e propria morale in Ramo, non c’è un finale che raccoglie i pezzi sparsi qua e là durante il tragitto e li racchiude in una nuova forma perfetta, è soltanto un percorso che si fa assieme, esattamente come quello che si è costretti a fare una volta perduto qualcuno. Non troveremo una soluzione al suo termine, una risposta risolutiva a tutti i problemi, né ciò che abbiamo perduto durante ci sarà infine ricompensato o ridato nella sua totalità. Quel che troveremo è una possibilità, uno scorcio su una determinata vita e l’occasione di rivederci con i nostri occhi negli occhi di altri. Fonte immagine: Ufficio Stampa BAO Publishing

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Libri

Continua il viaggio nell’orrore con Gideon Falls – vol. 2 (Recensione)

Continua l’avventura di Norton Sinclair e Padre Fred, i protagonisti di Gideon Falls, piccolo gioiello prodotto dalla casa fumettistica americana “Image Comics” e qui in Italia pubblicato e presentato al pubblico dalla BAO Publishing. L’opera giunge al suo secondo volume (qui la nostra recensione del primo), anticipando già col finale l’imminente arrivo di un terzo capitolo, e ricomincia lì da dove la mente di Jeff Lemire e la matita di Andrea Sorrentino ci avevano lasciato. Gideon Falls – volume 2, un viaggio nell’orrore Se da noi parliamo di “provincia meccanica”, di cui termine è stato anche tratto un film del 2005 con Stefano Accorsi, si può pur stare certi che la situazione delle province americane non si allontana poi così tanto dalla nostra consuetudine. Piccoli borghi, dove tutti si conoscono, dove le forze dell’ordine e del disordine sono cresciute assieme e hanno condiviso la stessa scuola, gli stessi ritrovi e gli stessi intrattenimenti per anni. In un mondo enorme ridotto in scala, ogni piccola alterazione del quotidiano può sembrare un peso ingombrante, un qualcosa da tenere a freno e ignorare fin dove è possibile. Su questo sfondo, di negazione e rifiuto, si muovono i nostri protagonisti, gli unici, a quanto pare, a voler creare ad una realtà diversa, dove l’incontro con l’ignoto non solo è possibile, ma è assolutamente imminente e in parte già avvenuto e ciò che li aspetta, se non saranno pronti e decisi nel contrastarlo, è l’annichilimento totale. Bisogna fare i complimenti a Lemire che, nonostante il mondo dei fumetti ne sia saturo, riesce a imbastire un racconto “orroreggiante” senza mai perdersi, non tenta l’aggancio psicologico con la vita dei suoi lettori, ma resta ben ancorato ai limiti che la storia gli propone e gli impone, lasciando a chi osserva la possibilità di approfondire la struttura della personalità e della psiche dei suoi personaggi, senza mai uscire fuori dal seminato. A dar vita alle forme di questo delirio a occhi aperti, con colpi a volte decisi e a volte incerti come l’anima dei protagonisti in alcuni stati, ci pensa una mano nostrana, uno di quei valori che esportiamo per il mondo: Andrea Sorrentino. Con uno stile tratteggiante, confuso, Sorrentino rende perfettamente onore ai caratteri di Gideon Falls – volume 2, anche questa volta; una città che non c’è, con degli abitanti che vivono ma potrebbero benissimo essere morti, in un mondo che si tiene su perché nessuno si interessa a provare a buttarlo definitivamente giù, ma che non ha il suo interno profonde ragioni di essere. Fonte immagine: Ufficio Stampa BAO Publishing

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Libri

I Wanderers di James Lloyd Carr e il sogno che non muore mai

“Come i Wanderers vinsero la Coppa d’Inghilterra“, opera scritta dall’autore James Lloyd Carr, è edito dalla Fazi Editore per la collana “Le Strade“. I Wanderers di James Lloyd Carr e la bellezza del sogno Il caso ha voluto che mettessi mano a questa recensione proprio nelle stesse ore in cui il mondo intero, e la città di Napoli in particolare modo, venivano a conoscenza e facevano i conti con la notizia di Maurizio Sarri, padre spirituale del Sarrismo – termine che è entrato a tal punto nell’immaginario comune da divenire parte del Vocabolario Treccani – nuovo allenatore della Fc Juventus. Non è questo il luogo, né vorremmo lo fosse, dove discutere le scelte del mister, noi siamo qui per parlare esclusivamente del libro di Carr, ma non può, chi scrive, fare a meno di notare la divertente similitudine tra questa storia su carta e quella umana. Basta la prefazione del libro per capire in che tipo di lettura ci stiamo imbattendo e già allora bisogna far una scelta. I sognatori, quelli che fino al triplice fischio ci credono, proseguiranno la lettura, mentre coloro che sanno già tutto, che non si lasciano mai toccare dalla vita poiché la conoscono a menadito e nulla li stupisce, potrebbero voler smettere di leggere. Bisogna avere un certo tipo di personalità, di approccio all’esistenza per poter leggere, leggere veramente “Come i Wanderers vinsero la Coppa d’Inghilterra”. Perché la storia di questa squadra, di questa cittadina, di questi uomini è qualcosa per cui tutti coloro che hanno un sogno hanno lottato almeno una volta. Se si è desiderato qualcosa, ma lo si è desiderato veramente, ardentemente allora si divoreranno la pagine, le si bruceranno come si vorrebbero bruciare le tappe della propria vita che ci separano dal nostro agognato obiettivo. Bisogna credere che l’ambizione sia la chiave per ogni successo, bisogna sinceramente pensare che Davide, con la tunichetta e la fionda, possa abbattare il gigante Golia solo grazie alla sua mente, al suo talento, alla sua voglia. Allora si potrà credere a Mr.Fangoss, a Mr. Kossuth e a questa strampalata, imbarazzante, impossibilità alla vittoria, alla squadra di “dreamers”, come li chiamerebbero loro, e alla loro straordinaria storia. Al di là di tutto, al di là del vero o del falso, forse è stato solo una buona lettura, un divertente racconto da fare agli amici al bar, ma solo chi c’è stato e l’ha visto può capire, sapere e dire quanto è stato bello e quanto si sono persi quello che non c’erano. Quindi, al di là del giusto o sbagliato, degli uomini e delle icone, i ragazzi degli Steeple Sinderby Wanderers continueranno a esistere e a giocare il loro calcio impossibile fin quando ci sarà un uomo, anche soltanto uno, che si staglierà solo contro il mondo intero se esso dimenticherà la vera motivazione per cui ogni cosa, dal calcio alla vita, dovrebbe essere fatta: la bellezza.

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Teatro

Manco per sogno al Tan, una risata vi seppellirà

Il 10 e 11 maggio, al TAN – Teatro Area Nord, è andato in scena “Manco per sogno“, spettacolo prodotto dalla compagnia teatrale Diapason. Lo spettacolo, scritto da Antonio Colursi e Gianpaolo Pasqualino, vede in scena gli stessi insieme a Tano Mongeri, Eleonora Pace e Giulia Mancini. Manco per sogno, qualcosa per cui vivere Se si studia il latino, cosa che ci sentiamo di consigliare a tutti, non si può non soffermarsi, oltre che sugli aspetti linguistici, sulla straordinaria letteratura che ci ha lasciato in eredità. Il teatro latino, ad esempio, è fondamentale per cogliere le evoluzioni e la storia di ciò che vediamo in scena oggi. Una differenza fondamentale, per i latini, era quella tra il dramma e la commedia. Il primo era considerato un teatro “alto”, mentre la commedia era quello “basso”. Ad oggi, la concezione di dramma e commedia sono assai diverse e spesso assistiamo a produzioni dove la differenza tra le due anime è talmente sottile da essere quasi invisibile. Questa trasformazione la dobbiamo al lavoro e alle opere lasciate da tanti artisti nel corso del tempo. “Manco per sogno” si può tranquillamente collocare nel filone della commedia che non è fine a se stessa e non è semplicemente l’occasione per del buon riso. Approfittando, con saggezza, dell’innata vivacità dei dialetti italici, “Manco per sogno” racconta la storia di Noemi, influencer d’assalto, del suo agente e del suo compagno tra il desiderio della prima di maggiore clamore pubblico e il desiderio d’intimità dell’ultimo. Quello che si nota è la scelta degli autori di un fare uso particolare della forte comicità intrinseca nel testo. Se è evidente che il lavoro del duo artistico Pasqualino/Colursi è improntato sul dare all’opera un retrogusto dolce e piacevole, è altrettanto chiara la presenza di un’altra nota di sapore. Allo spettatore vengono posti, seppur come sottotraccia, problematiche reali, concrete e tragiche come quella  della perdita dell’identità e della dipendenza dai social. Ogni cosa però viene mostrata attraverso il gioco di specchi, come il bimbo che osserva il sole posando l’occhio su un vetro affumicato per non bruciarsi. Il destino di Noemi è appeso ad un filo, un filo governato da un vento di like e condivisioni. Solo lo spettatore può decidere quale fine farà, solo a loro è concesso di mettere realmente la parola fine all’opera. Fonte immagine: Ufficio Stampa.    

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Teatro

Luciano al Politeama, l’ultimo lavoro di Danio Manfredini

La collaborazione tra il TAN (Teatro Area Nord) e il Teatro Politeama ha fatto sì che il 27 e il 28 aprile, il pluripremiato UBU Danio Manfredini portasse a Napoli il suo ultimo lavoro teatrale: Luciano.  In scena, oltre a Manfredini, ci sono Ivano Bruner, Cristian Conti, Vincenzo Del Prete, Darioush Forooghi e Giuseppe Semeraro. Luciano, un ultimo atto d’amore La summa. Luciano non è altro che questo, il sunto di un discorso cominciato tantissimi anni fa (con Tre studi per una Crocifissione o, probabilmente, ancora prima) e poi portato avanti, mutato col tempo, cambiato, rivoluzionato per restare al passo con la storia, per capirla e coglierla questa corrente d’innovazione. Il mondo è cambiato, Danio Manfredini pure, ma la sua arte continua a possedere quell’estasi della vocazione ineluttabile. Noi tutti andremo, prima o dopo, mentre il suo teatro resterà. Zampillo di una sorgente lì dove non v’è altro che deserto. Incancellabile dalle menti e i cuori di chi l’ha veduto, l’ha udito, l’ha conosciuto. Danio Manfredini è arte, indubbiamente, eppure bisognerebbe ricordare a molti che resta un uomo di carne, sangue e sogni. Il problema dell’idolo è che quando indica la luna, gli altri non guardano il dito, ma solo lui. Le sue topiche diventano utopiche, per citare qualcuno, e tutto ciò che dice, narra e fa, diventa parte di un contesto più grande, di un meritevole passato che sovrasta il presente e il futuro. Nel narrare il male, nel raccontarla con leggerezza di chi ne conosce il peso specifico e cerca di ridurlo per portarselo alle spalle, la gente ride di gusto e il messaggio è bello che perduto. I mondi creati da Manfredini nei suoi spettacoli, sempre così uniti e aderenti al nostro, per la prima volta appaiono lontani dalla collisione, solamente suoi. Così, mentre il performer assoluto del teatro italiano svolge come sempre più che egregiamente il suo compito sul palco, portando con sé validi compagni a fargli da fondale delle sue emozioni e della sua storia, non si riesce a comunicarci più come le altre volte. Per la prima volta, Danio Manfredini appare lontano, irraggiungibile. Luciano resta un buon spettacolo, anche per i neofiti del maestro che potranno cominciare a coglierne la siffatta bellezza, ma appare irrimediabilmente compromesso nel momento in cui quel palco che è sempre sembrato vicino, ora appare per quel che è: dimensione ristretta all’autore e all’opera. Fonte immagine: Ufficio Stampa.

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Teatro

La Brocca rotta di Giuseppe Dipasquale. Una semplice commedia

Dal 24 aprile al 5 maggio 2019 al Teatro Mercadante di Napoli andrà in scena in prima nazionale lo spettacolo La brocca rotta. L’opera di Heinrich von Kleist sarà qui diretta da Giuseppe Dipasquale e interpretata da un grande coro di attori: Mariano Rigillo, Anna Teresa Rossini, Andrea Renzi, Antonello Cossia, Carlo Di Maio, Silvia Siravo, Fortuna Liguori Annabella Marotta, Umberto Salvato, Francesco Scolaro e con la partecipazione di Valeria Contadino. Lo spettacolo è una produzione Teatro Stabile di Napoli–Teatro Nazionale. La brocca rotta, una semplice commedia di Giuseppe Dipasquale Non per forza il migliore degli spettacoli è il più dirompente. O quello più sarcastico, movimentato, colmo di straordinari colpi di scena e capovolgimenti d’ordine. La semplicità, come spesso ci viene insegnato, non è un punto di partenza, ma di arrivo. Per questo, nonostante non sia travolgente o d’impatto l’impostazione registica data da Dipasquale, lo spettacolo La Brocca rotta riesce comunque ad essere godibile, facendo giocoforza sulla straordinaria bravura dei suoi attori, il trio Rigillo-Cossia-Renzi soprattutto, e potendo contare sulle solidi base di un testo incredibilmente contemporaneo. Sì, perché questo problema del “male” è assai diffuso anche nei giorni nostri. La corruzione, la necessità di giustificazione o mistificazione di esso è ancora pura essenza della nostra società. Non possiamo, non vogliamo far risultare il male ad ogni costo, persino se questo, in mutata forma, dovesse cadere su qualcun altro e affliggerlo al posto nostro. Così come i personaggi di von Kleist sanno a che gioco stanno giocando fingendo di non ricordarne più né le regole, né i giocatori e neppure l’esistenza stessa di esso, l’uomo sfugge dinanzi alla responsabilità del suo torto e usa, proprio come Adamo, ogni mezzo possibile per salvarsi da se stesso. In un cadenzato climax da commedia, verità scomode vengono poste dinanzi allo spettatore, riflessioni profonde affrontate con un preciso taglio d’autore. I ruoli di ognuno si consumano come candele accese e poi abbandonate a se stesse. Si ride, si ridacchia perfino, anche se ci sarebbe più da piangere in certi frangenti, e così dopo un po’ tutto ciò che resta è solo la cera sciolta e caduta. Testimonianza di una fiamma che una volta ha bruciato.

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Libri

Luna rossa, Kim Robinson e la Fanucci ancora insieme

“Luna Rossa” di Kim Stanley Robinson, autore della fortunata  e pluripremiata “Trilogia di Marte” è qui edito da Fanucci Editore nella collana Narrativa. Luna Rossa, un viaggio dove siamo già stati Caleidoscopico. Appena finito un libro da recensire, mi fermo sempre qualche giorno a pensarci su e a cercare una parola, una singola parola che lo riassuma totalmente e da cui far partire tutto. Un solo termine, secco. Caleidoscopico è la parola chiave per “Luna Rossa” di Kim Stanley Robinson. Come ci avvisa lo strillone in copertina, siamo dinanzi ad un’opera fantasy. Robinson, per chi lo conosce, è uno degli autori fantasy più in auge del momento. Eppure quest’opera vira chiaramente su altre tematiche e stili nel mostrarsi al pubblico, usa gli aspetti fantascientifici come sfondo, prendendo a piene mani da quel mondo immaginario a cui siamo già abituati e educati ormai, senza aggiungerci nulla di veramente nuovo e rivoluzionario. Lontani dal solito brand, dall’idea che maestri come Asimov e Dick ci hanno dato di genere fantascientifico, Robinson scegliere di porre il focus del lavoro su un caso da risolvere, su un colpevole da trovare e un rocambolesco groviglio di personaggi e avvenimenti che sta al lettore districare con cura pagina dopo pagina. Insomma, più che fantasy, direi puro noir. Non troviamo l’azione ad ogni costo in questo libro, né dialoghi da cardiopalma e taglienti come lame, è più uno studio sull’uomo e sul suo spettro emotivo. Una riflessione che l’autore sembra voler fare sul mammifero più diffuso sulla terra, lasciandosi andare spesso a variazioni sul tema e voli pindarici. Non c’è una narrazione diretta e precisa, è un trattato, quello che Robinson fa, e sceglie di farlo con lentezza e parsimonia. Usa un ritmo discontinuo, preme sull’acceleratore e poi frena bruscamente, e concede grandi lezioni antropologiche e storiche al lettore, imponendo così il suo stile e prendendosi in pieno il rischio di condurre lontano il lettore dalla trama principale. Non è un cattivo libro quello che ci troviamo a stringere tra le mani, alla fine. Neppure un libro eccelso, bisogna dirlo. Una lettura assolutamente godibile e di qualità, ma non imprescindibile. Il consiglio è di non pensare di ingoiarlo in un sol boccone, come certi lupi fanno con le bimbe indifese e certi lettori con i libri che hanno amato, ma di sorseggiarlo, come un tè caldo e rilassante nell’ultima ora di luce della giornata, finché non si freddi il giusto per poterne sentire tutto il sapore.

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Teatro

Cantico dei Cantici di Roberto Latini: l’amore invade il Nuovo

Il 3 e il 4 aprile, il Teatro Nuovo di Napoli ha ospitato “Cantico dei Cantici“, il testo ospitato sia nella Bibbia ebraica che in quella cristiana ed attribuita a Salomone, che viene qui messo in scena sotto forma di monologo. Qui adattato, diretto e interpretato da Roberto Latini (Premio Ubu 2017 – Miglior attore o performer), lo spettacolo è prodotto da Fortebraccio Teatro. Cantico dei cantici di Roberto Latini, il teatro del tutto Onirico. Così appare questo ammasso informe di idee, prospetti e possibilità messo in scena da Roberto Latini, che si modella, si forma ogni volta unico e irripetibile negli occhi, nelle orecchie, il cuore e l’anima di chi assiste. Non v’è concesso allo spettatore nessuna certezza, nessun appiglio su cui basare con concretezza le sue idee, se non uno spiraglio aperto sull’umanità tutta. Lo stesso identico buco da cui il giovane Noodles osservava il suo grande amore Deborah, accompagnato nel suo essere errabondo dalle atmosfere musicali di Ennio Morricone. Ci sono diverse sovrastrutture su quella originale del testo biblico, alcune citazioni, volute e evidenti, e altre meno. Ma quel che resta, alla fine di questo spettacolo, è solo l’infinità possibilità del tutto. Una panchina, un alberello e una postazione da dj poste chi sa dove, chi sa quando e chi sa da chi. Aperto ad ogni cosa, il “Cantico dei Cantici” di Roberto Latini esplora l’universo intero di quell’inesauribile argomento che è l’amore. Lo fa con una performance fisica e vocale assoluta, non preservando minimamente se stesso, non curandosi di un domani che, forse, per questo androgino innamorato e perduto nell’abisso del vivere non arriverà mai. Non dura tanto lo spettacolo, ma nemmeno poco. Il giusto. Il tempo di prendersi finalmente un po’ di tempo, di dire ciò che ci diciamo ogni giorno, se non parole tanto belle e selezionate da far parte di quello che dovrebbe essere un manifesto di universale amore per l’eternità. Verso la fine, non resta altro che abbandonare ogni menzogna, lasciare dietro il peso della vanità del corpo che ci siamo portati con fatica addosso per tutto il tempo, lasciarlo cadere a terra e dimenticare. Morire, dormire, sognare, forse. Ma vi prego, vi prego, non svegliate il mio amore che dorme.

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Libri

Haxa Vol.2 – Ombre d’acqua, la storia di Pellizon continua

La Bao Publishing non arresta l’invasione di successi sul mercato italiano, lanciando il secondo volume di Haxa, la tetralogia ideata e disegnata da Nicolò Pellizon. Haxa Vol.2, e il cliffhanger d’eccezione Il Cinematic Universe riguardante il mondo dei fumetti a 360 gradi ha cambiato il mondo del cinema, sicuramente, ma anche tante altre cose. Sicuramente la nostra percezione dei supereroi, la nostra idea di plausibile e possibile. Non pensiamo che un uomo possa volare, questo no, ma ci rendiamo conto, adesso, che l’eroe in costume non è senza macchia, non è sempre sicuro di sé e inattaccabile dal punto di vista della sicurezza e della psicologia. Sono uomini, uomini come noi, con solo una straordinaria abilità in più. Ombre d’acqua, seconda parte della tetralogia di Nicolò Pellizzon, è un’analisi a stretto giro sui personaggi in un contesto in cui il personaggio smette di essere protagonista dell’azione, ma si limita a subirla, a viverla. Ogni tavola sembra sul punto di esplodere nelle sue tonalità pronunciate, come se la realtà che Pellizon vuole raccontarci fosse saturizzata fino al suo limite massimo. Fino a far male agli occhi. Chi li segue dal primo volume, sa chi sono questi ragazzi, cosa hanno vissuto e da quale percorso vengono. Li abbiamo visti indeboliti dalla paura, dal terrore di fallire, abbiamo ascoltato i loro sogni e, adesso, li seguiamo mentre compiono lo step successivo, mentre abbandonano definitivamente il guscio protettivo dell’ignoranza per immergersi a pieno petto nella violenza della consapevolezza. Come già riscontrato nel primo volume, sono forti e intraprendenti i personaggi femminili di Pellizon. Sono il focus assoluto dell’opera, non fanno da cornice, né da icona stereotipata pronta all’uso, sono esse stesse la chiave di lettura di Haxa. Senza cadere negli spoiler, concludiamo questa recensione avvisando il lettore che il cammino composto nel primo volume e il finale “devastante” con il quale ci eravamo lasciati, riprende appieno nel secondo, portando lo spettatore ad una ulteriore esplorazione dell’interiorità, sì, ma anche in un meraviglioso viaggio nell’esteriorità, nella cruenta lotta per la sopravvivenza, nello scontro perpetuo e nelle sfide quotidiane che caratterizzano le vita adulta, nelle quali ci si ritrova che lo si voglia o meno.  

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Libri

Gideon Falls, di Lemire e Sorrentino – Vivere in un mondo di morti

Gideon Falls, la graphic novel di Jeff Lemire e Andrea Sorrentino edita dalla Image Comics, sbarca in Italia grazie alla Bao Publishing. Il primo volume, composto da 160 pagine, è uscito il 24/01 ed è in vendita nelle fumetterie e online. Vediamo insieme di cosa parla. Gideon Falls,  ciò che è non è  Se l’aveste chiesto a Leibniz, lui v’avrebbe detto senza indugio che, secondo lui, questo è il migliore dei mondi possibli. Che sia anche l’unico, però, non è detto. Gideon Falls, l’opera che viene dalla mente di Jeff Lemire e la matita di Andrea Sorrentino, è un viaggio in una città fantasma. Dove ciò che sembra aver abbandonato le abitazioni e le strade, non sono gli abitanti, ma la speranza e il desiderio. Un luogo, la cittadina di Gideon Falls, dove il grigio ha la meglio nel cielo anche quando c’è il sole e dove il male e il bene sono così difficili da dividere, distinguere e sottilineare, da essere spesso confusi. In un posto così è facile impazzire, perdere la voglia di combattere, perdere la fede. Ma quando la massa è indecisa o crolla, ci sono sempre dei singoli dietro a sospingerla. Sono i singoli, il loro coraggio e la loro forza, la chiave di Gideon Falls. C’è qualcosa, in questa graphic novel, di questo revival anni ’80, nelle mode e nella impostazione delle immagini, cominciato già da un po’ e che trova la sua migliore espressione in Stranger Things, di appena accennato, una pennellata delicata, che però si nota e si enfatizza in alcuni momenti. E se alcuni tratti, alla lontana, ricordano pure le dicotomie e gli ambienti del Preacher di Ennis, il lavoro del duo si discosta graficamente e dal punto di vista delle tematiche molto velocemente. Qui il male ha un viso ben chiaro, identificato, seppure confuso nel rossore del sangue e nel buio della mente. A Gideon Falls la verità non è una e trina, è una e infinita. Non resta allo spettatore, una volta concluso il primo volume, una comprensione totale di ciò che narrato, poiché ogni cosa è ancora papabile di smentita o conferma. In una realtà che si basa sul muoversi in parallelo dei suoi protagonisti, dove la ricerca della giustizia diventa occasione di riconoscere chi è giusto da chi non lo è, ogni cosa è possibile.

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Eventi/Mostre/Convegni

Marc Chagall e il suo sogno d’amore invadono Napoli

Marc Chagall a Napoli, tutti le informazioni Dal 15 febbraio al 30 giugno, la Basilica della Pietrasanta-Lapis Museum di Napoli ospiterà all’interno della sua magnifica cornice la mostra “Chagall. Sogno d’amore” realizzata col contributo di Fondazione Cultura e Arte ed l’organizzazione e la produzione di Arthemisia. Durante la presentazione e la conferenza stampa, abbiamo avuto modo di visitare l’esposizione e fare qualche domanda a Iole Siena (presidente di Arthemisia) e Dolores Dùran Ucar, curatrice della mostra. Marc Chagall, l’adulto col cuore di fanciullo Sono tanti i motivi che ci spingono a visitare una rassegna. La semplice curiosità, il passaparola, l’amore sconfinato per quell’artista, l’interesse didattico. Da spettatore, sono svariate le occasioni che ci portano a passeggiare in silenzio tra le opere e la vita di qualcuno. Qual è però la scintilla, la chiave d’accesso che porta un curatore a scegliere proprio quell’artista? A dedicargli tempo, a curarlo come una seconda madre, scegliendo appositamente ogni opera, allestendo un percorso definito, studiato per permettere a tutti di comprendere appieno la bellezza e la grandezza della sua arte? Cercando di riassumere e concentrare questi quesiti degnamente, abbiamo posto una singola domanda alla curatrice Dolores Dùran Ucar: Perché Marc Chagall? Chagall è uno degli artisti più importanti del ventesimo secolo.  Un artista indipendente, nel senso che quando lui è arrivato a Parigi c’erano le prime avanguardie, il cubismo, il surrealismo e lui non ha preso nessuna di queste strade. Lui desiderava soltanto la libertà. Scegliere le opere, non è così facile. Abbiamo deciso di sottolineare due aspetti: la traiettoria di Chagall, con questo viaggio dal 1925 al 1985 e dall’altra parte, alcune tematiche fondamentali per la sua creazione.  Si è cercato di riprendere tutto quello che secondo noi riprende appieno il pensiero di Marc Chagall. C’è l’amore, l’amore che muove il mondo, come diceva Chagall. L’amore è indubbiamente la più facile, ma non per questo meno coinvolgente di altre, chiave di lettura di questa esposizione dell’artista bielorusso naturalizzato francese. Ma la traiettoria, citata dalla curatrice Dolores Dùran Ucar, è indubbiamente la vera bellezza di questa mostra. Cinque sezioni, cinque punti di partenza diversi che conducono inesorabilmente alla stessa destinazione: la vita e l’arte di Marc Chagall. Se nella prima sezione Infanzia e tradizione russa possiamo osservare tele come Il Villaggio Russo, dove viene mostrata l’indimenticata Russia, è nella quinta sezione che vediamo sbocciare “l’amore che muove il mondo” con tele come Il Gallo Viola o Gli innamorati con l’asino blu. Dietro quello che ci auguriamo sia un grande successo per la cultura e il  pubblico, c’è ancora una volta Arthemisia. Dopo aver portato una straordinaria e visitatissima mostra di Escher al Pan, ora tocca a Chagall. Per questo abbiamo provato a convincere Iole Siena, presidente di Arthemisia, a svelarci i suoi piani. Arthemisia ha “scoperto” finalmente Napoli e sembra che Napoli risponda bene. Quali sono i progetti per la città per il futuro, se può svelarci qualcosa? È scattato un grande amore.  Avevamo un piccolo tentennamento all’inizio, ma i risultati magnifici ottenuti con Escher con circa 140mila visitatori, […]

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Recensioni

Macbettu al Bellini – La terra trema e il cuore pure

Dal 12 al 17 febbraio, il Teatro Bellini ospiterà Macbettu, opera teatrale vincitrice del premio UBU 2017 come Miglior Spettacolo dell’anno. Tratto dal Macbeth di William Shakespeare, è tradotto in sardo da Giovanni Carroni e vede in scena Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Andrea Carroni, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Stefano Mereu, Felice Montervino diretti da Alessandro Serra. Lo spettacolo è prodotto da Sardegna Teatro/Compagnia Teatropersona. Macbettu, la terra chiama Il rumore. Metallico, violento, ripetuto. Richiama alla mente, seppure essa non ne ha esperienze dirette, i campi di guerra, le sterminate cavallerie e l’orrore dei corpi caduti. Così inizia Macbettu, nell’oscurità, fisica e mentale, in cui le figure ancora più tetre del mondo in cui vivono e si muovono, appaiono come possedute da una danza indecifrabile, un modo di porsi ironico e confabulatorio tra pochi eletti. C’è un messaggio di grandezza, o infimità a seconda della lettura, che smuove gli animi, accende gli spiriti e fa muovere la terra più della sua rotazione naturale. Porterà scompiglio, miseria e morte dove scompiglio, miseria e morte hanno già posto le mura della propria casa. Macbettu di Alessandro Serra sembra volutamente ignorare lo spettatore vergine, ignaro di ciò che gli si pone dinanzi, e narra la storia shakesperiana da un pulpito invisibile, dal punto di vantaggio di chi già sa e “obbliga” ad una conoscenza precedente della sua trama per poterne apprezzare e cogliere tutte le sfumature. La scena è presa in possesso da un gruppo di attori, la fanno propria, la dominano e la vivono. Ci sono solo uomini in scena, pure quando c’è da interpretare uno dei personaggi femminili più controversi e pericolosi della drammaturgia tutta: Lady Macbeth. Qui appare, però, in netta minoranza in confronto al rapporto Macbeth-Banco, non è più la fondamentale causa del malato e perverso intrigo, ma ne appare prima semplice sostenitrice, poi critica e, infine, vittima. Non è più personaggio primario, totale, ma necessario e interessante suppellettile. In un rumore che ricorda le notti insonni, in un pensiero, un rimorso che bussa alle porte della mente e dello spirito, Macbettu si chiude, portando con sé le le anime frastagliate, distrutte e il male di cui esse s’erano macchiati. Macbettu tratto dal Macbeth di William Shakespeare traduzione in sardo Giovanni Carroni con Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Andrea Carroni, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Stefano Mereu, Felice Montervino musiche pietre sonore Pinuccio Sciola composizioni pietre sonore Marcellino Garau regia, scene, luci, costumi Alessandro Serra coproduzione Sardegna Teatro, Compagnia Teatropersona Dal 12 al 17 febbraio, Teatro Bellini

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Recensioni

“Vocazione” di Danio Manfredini, al Piccolo Bellini

Dal 5 al 10 febbraio, il Piccolo Bellini ospiterà il vincitore di quattro premi UBU, Danio Manfredini, in scena con l’opera da lui scritta e diretta “Vocazione“, che vede in scena, assieme a Manfredini, Vincenzo Del Prete. Lo spettacolo è prodotto da La Corte Ospitale. Vocazione di Danio Manfredini, cos’è l’attore Quand’è che si raggiunge la performance assoluta? Quando si interpreta ogni sera, per anni, lo stesso identico personaggio e gli si riesce ancora a concedergli la vitalità, l’ingenuità e lo stupore nei fatti di un debutto, di una prova? Quando ci si fa carico di più di un’anima in contemporanea, si prende sulle spalle il dolore, la gioia, la vittoria e la sconfitta di una vasta gamma di maschere e le si porta una sopra l’altra sulla propria? Danio Manfredini è indubbiamente il performer assoluto, poiché riesce nell’impresa di poter essere chiunque, non dimenticando mai di essere se stesso nella sua arte. Sono amari e amareggiati spesso i suoi soggetti, sembrano provenire da realtà teatrali recondite, dimenticate da tutti eppure assolutamente essenziali per la formazione non solo dell’artista, ma dell’uomo. Restano ancorati al tempo e al mutamento costante con fatica, in piedi non per una vera e ferma volontà, ma solo perché non sanno stare in ginocchio. Appare un folle camminatore notturno senza meta l’Amleto, malato e allo stesso tempo unico è l’amore di Kostia e Irina, sono figure erranti. Come cadaveri a cui il rigor mortis ha già fatto visita, appaiono da lontano come sentinelle instancabili, immortali, della condizione umana, ma con uno sguardo più vicino gli si può notare la pelle avvizzire, le rughe solcare ogni angolo e l’anima invecchiare. Apre un uomo, un attore solo che sogna, dopo tanti anni, di interpretare ancora una volta il Lear. L’attore di teatro, di per sé reietto tra gli altri attori, non può vincere questa battaglia col tempo, col corpo e con la totalità che il teatro richiede. Come il calabrone di un nostalgico e impreciso aforisma, non lo sa e recita. Non lo sa e vive.   Vocazione di Danio Manfredini Con Danio Manfredini, Vincenzo Del Prete Collaborazione artistica: Vincenzo Del Prete Progetto musicale: Danio Manfredini, Cristina Pavarotti, Massimo Neri Luci: Lucia Manghi, Luigi Biondi Regia: Danio Manfrendini Produzione: La Corte Ospitale Dove e quando: Piccolo Bellini, dal 5 al 10 febbraio Orari: feriali ore 21:15, giovedì ore 19:00, domenica ore 18:30 Prezzi:18€ intero, 15€ ridotto, 10€ Under29 Durata: 70 min

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Libri

“Quelli di via Teulada” di Daniela Attilini, un racconto di famiglia

“Quelli di Via Teulada“ è un romanzo scritto da Daniela Attilini, autrice televisiva e curatrice inviata per diversi programmi di Radio Uno e Radio Due, edito dalla casa editrice romana Graphofeel Edizioni. Quelli di via Teulada, come inizia una storia secondo Daniela Attilini La famiglia è da sempre organismo principale della nostra società. Senza la concezione di famiglia, la sua organizzazione, l’intero aspetto della nostra socializzazione ed educazione sarebbe del tutto rivisto, tramutato, sconvolto. Osservando la famiglia, noi assistiamo all’evoluzione di qualcosa più grande, delle dinamiche sociali interne ad un paese, ad una generazione, ad un tempo storico. La famiglia è lo Stato. Partendo da questo pressupposto, “Quelli di via Teulada”, scritto da Daniela Attilini, non è che l’incontro tra tre famiglie: quella degli Attilini, quella di Mamma Rai e l’Italia. Tutto inizia con una Italia post-bellica, distrutta fisicamente e moralmente dagli orrori della seconda guerra mondiale, che ha desiderio e necessità di riscossa, di crescita e ricostruzione, proprio come la mitologica fenice dalle sue ceneri. La storia di Gianni Attilini, giovane giornalista di Radio Cagliari che parte per Roma e approda ad una Rai appena nata, ancora in fase di costruzione, è uno dei modi più corretti di raccontare come iniziò la rinascita di un paese e di un popolo. Il lavoro di Gianni è quello di selezionare, organizzare e coordinare le immagini che seguono le parole dei giornalisti nel raccontare le notizie, scegliendo, velocemente e con abilità, le migliori, le più adatte, quando ancora non esisteva nessun mezzo informatico e tecnologico a cui oggi siamo abituati con consuetudine quasi noiosa. Sarà proprio questa la base narrativa di Daniela Attilini, selezione di immagini, scaglie di passato e storia del nostro Bel Paese, per raccontare la sua vita, quella di suo padre e quella dell’Italia e degli Italiani durante alcuni dei passaggi più entusiasmanti e tremendi della nostra realtà. Il Boom economico, l’Allunaggio fino ad arrivare ai giorni delle Brigate Rosse e quelli degli Anni di Piombo, tutti messi a setaccio dagli occhi di una bambina e raccontati dalla mente e dalle dita di una donna adulta, tra la dolce nostalgia di un tempo che fu e lo sbieco ricordo di momenti la cui imponenza non si sapeva cogliere pienamente e con cui si è imparato a fare i conti solo molti anni dopo. Una lettura interessante, quella qui proposta da Graphofeel, che con la storia di una semplice famiglia italiana, sa mostrare tutte le facce di un popolo nelle sue ore migliori e peggiori. [amazon_link asins=’8832009021,8883462874′ template=’ProductCarousel’ store=’eroifenu-21′ marketplace=’IT’ link_id=’f80e67f4-22db-4723-a215-892aa7292f58′]

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