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Eroica Fenice

Recensioni

Quello che rimane di Paula Fox edito da Fazi Editore

“Quello che rimane“, edito per la categoria “Narrativa Straniera“, è un’ulteriore tassello del puzzle di pubblicazioni che la casa editrice Fazi Edizioni ha elaborato per le opere della scrittrice statunitense Paula Fox. “Quello che rimane” di Paula Fox, il mito dei miti Bastano pochissime pagine, le prime, di questo lavoro testuale di Paula Fox per far saltare alla mente un vecchio mito greco, forse, uno dei più vecchi in assoluto, ovvero il mito del vaso di Pandora. Per chi avesse un momentaneo vuoto, Pandora, creatura dal corpo di donna resa bellissima e pericolosa dalla collaborazione degli dei dell’Olimpo, i quali le avevano fatto ognuno dono di una eccezionale qualità, venne mandata da Zeus, nel tentativo di proseguire la punizione del titano Prometeo, colpevole di aver rubato a questi il fuoco e averlo donato agli uomini. Sarà lei ad aprire il vaso, regalatole da Zeus stesso con l’ammonizione di non aprirlo mai, e a liberare quelle disgrazie e quei mali che, fino a quell’istante, erano stati sconosciuti all’uomo. Il vaso donato dagli dei a Pandora come il gatto che appare appena per una manciata di pagine iniziali, che è, per sacrosanto diritto acquisito, diretto co-protagonista dell’opera intera, pigmalione dell’evoluzione dei fatti e della storia e della vita di qualcuno. Non un uomo, questa volta ma, in maniera ancor più affascinante, un piccolo animale che in qualche modo sconvolge l’esistenze di un’altra donna, una borghese dell’America di fine anni settanta, la vita di Sophie Bentwood, rea di aver soltanto provato a darle un pò di latte, impietosita dal suo vagabondare. Il vaso si è aperto e gradualmente ne escono fuori tutti i mali finora ignoti ai signori Bentwood. Tutto comincia con un graffio, un semplice, piccolo, seppure potenzialmente letale, taglio sulla pelle che a volerlo guardare attentamente, con cura, apre la visuale su quello squarcio di gran lunga più oneroso che è la sistematica vita dei Bentwood, dei loro amici e della società americana della loro contemporaneità. Se infetta è la ferita, e quindi letale, di sicuro di meno non può esserlo per conseguenze diretta la vita e l’esistenza di chi la ferita la porta addosso. Ambientato in una realtà assolutamente collocabile e tangibile, l’opera di Paula Fox tocca dei picchi di puro surrealismo, dove due persone, i Bentwood, abitano lo stesso spazio, condividono lo stesso tetto e consumano il medesimo cibo, eppure sono così vicini e così lontani da non ricordarsi che, persino, il più piccolo e innocuo taglio può rivelarsi letale. Pagina dopo pagina, evento dopo evento, questa distopica e surreale coppia, sembra più che consumare la loro vita, quella di qualcun’altro, di qualcuno a loro accanto, magari di sopra o di lato, ma mai, mai veramente vicino.

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Recensioni

Il Deserto dei Tartari, Buzzati al Teatro Mercadante

Continua la stagione del Teatro Stabile di Napoli, continua la stagione del Teatro Mercadante. In scena, dal 17 al 22 aprile, troviamo “Il Deserto dei Tartari“, opera letteraria di Dino Buzzati, qui riadattata e diretta da Paolo Valerio, per la produzione del Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale e con un nutritissimo cast in scena: Leonardo De Colle, Alessandro Dinuzzi, Simone Faloppa, Marina La Placa (theremin), Marco Morellini, Roberto Petruzzelli, Mario Piluso (pianoforte e fisarmonica), Christian Poggioni, Stefano Scandaletti, Paolo Valerio. Il Deserto dei Tartari, l’eclissi di un uomo Il 17 dicembre 1819, Giacomo Leopardi scrive a Giordani, parlando, in tale lettera, della fanciullezza: “Dato che l’andamento e le usanze e gli avvenimenti e luoghi della mia vita sono ancora infantili,  io tengo afferrati con ambe le mani questi ultimi avanzi di quel benedetto e beato tempo in cui dov’io sperava e sognava la felicità […] è finito il mondo per me e per tutti quelli che pensano e sentono; sicché non vivono fino alla morte se non quei morti che restano fanciulli tutta la vita” Si può riassumere in tal modo la vita di Giovanni Drogo, la creatura di Dino Buzzati, il giovane tenente con appena un piede fuori dalla fase più pura della fanciullezza, destinato, senza averlo nemmeno chiesto, a raggiungere quella dislocata, isolata Fortezza Bastiani. Il viaggio è arduo, trovare la Fortezza sembra complesso; sarà guidato, proprio come tocca a tutti i figli, da qualcuno più in alto di lui ed una volta lì, nonostante il suo desiderio di fare subito ritorno in città e alla vita, invitato a restare, a passare almeno un po’ di quel suo tempo che, quando si è giovani, sembra infinito. L’adattamento e la regia di Paolo Valerio non regala grosse emozioni, ma, va detto, neppure disastrose delusioni. Valerio sembra scegliere di muoversi sul teso filo del racconto, prendendo a piene mani dalla potenza poetica e narrativa dell’opera di Buzzati, senza voler infilare al suo interno troppo di proprio. Rinarrando, si potrebbe dire, ciò che è stato già narrato una volta. Ci mostrano, Valerio e i suoi attori, quel che Buzzati voleva mostrarci. Questo curioso, variegato gruppo di uomini stipati e stretti in un confine da cui sembra non debba mai passare nessuno, eppure, proprio come Vladimiro e Estragone di Beckett attendevano e credevano fermamente nell’arrivo di Godot, costoro credono nello scoppiare di un imminente guerra. Sia che fossero di guardia, o a sbrigare le loro faccende o a maledire, rigirandosi nel letto, il fastidioso e perenne tintinnio della cisterna dell’acqua che non li faceva dormire, tutti loro aspettano, incessantamente, quel qualcosa che hanno atteso tutta la vita.  

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Teatro

Raccogliere e Bruciare, (Ingresso a Spentaluce) al Teatro Nuovo

Dal 21 al 25  marzo, il Teatro Nuovo di Napoli, ospita in scena Raccogliere e Bruciare (Ingresso a Spentaluce) ultima creazione del maestro contemporaneo Enzo Moscato, già messa in scena precedentemente durante il Napoli Teatro Festival 2017. Moscato si serve di un foltissimo cast di qualità per questo suo lavoro, composto da Giuseppe Affinito, Massimo Andrei, Benedetto Casillo, Salvatore Chiantone, Gino Curcione, Enza Di Blasio, Caterina Di Matteo, Cristina Donadio, Tina Femiano, Gino Grossi, Amelia Longobardi, Ivana Maione, Vincenza Modica, Rita Montes, Anita Mosca, Enzo Moscato, Francesco Moscato, Luca Trezza, Imma Villa. L’allestimento è impreziosito dalle installazioni di Mimmo Paladino, le luci di Cesare Accetta, le musiche originali di scena di Enza Di Blasio, i costumi di Daniela Salernitano. Raccogliere e Bruciare, appena un attimo e poi «Uno morì di febbre, uno bruciato in miniera, uno ucciso in una rissa, uno morì in prigione, uno cadde da un ponte mentre faticava per moglie e figli – tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.» Comincia così, l’Antologia di Spoon River, di cui Moscato ha fatto una riscrittura, un coraggioso tentativo da parte di un uomo abituato a coraggiosi tentativi di mettere in scena, in quella che molto definiscono “salsa napulegna“, uno dei grandi classici della poesia contemporanea. C’è una fitta nebbia sopra i capi ora alzati e ora rivolto verso il basso dei personaggi, impalpabile, proprio come la sua più stretta etimologia chiede, ed è un attimo pallida e chiara e un attimo dopo rossastra e sanguinolenta. Non si muove niente, non si muove nessuno se non per fare pochi passi, per compiere quel cammino esistenziale dedito alla farfalle. Tutto si accende e si spegne a poco più di un palmo di mano di dove iniziato. La coralità, questa è la chiave di lettura, di svolgimento, di ogni cosa. Una ferma e continua coralità, senza la quale tutto smette di avere senso o ragione. Caduto un solo epitaffio, venuto meno un solo piccolo brandello di insensato monologo inframezzato e l’intero castello cade rovinosamente sulla testa di tutto. Se cercate una trama, lasciate perdere questo spettacolo. Se cercate, fermamente, una ragione, qui o altrove, allora, di nuovo, recatevi altrove. Poiché, Raccogliere e Bruciare, mette in scena né la risposta né la domande, bensì il continuo imperituro e silenzioso momento che si frappone tra le due. Indefinito, indefinibile e, per questo, intoccabile, nel senso più materiale, questa è là più corretta delle descrizioni di ciò che Moscato mette in scena. RACCOGLIERE E BRUCIARE (Ingresso a Spentaluce) di Enzo Moscato cast Giuseppe Affinito, Massimo Andrei, Benedetto Casillo, Salvatore Chiantone, Gino Curcione, Enza Di Blasio, Caterina Di Matteo, Cristina Donadio, Tina Femiano, Gino Grossi, Amelia Longobardi, Ivana Maione, Vincenza Modica, Rita Montes, Anita Mosca, Enzo Moscato, Francesco Moscato, Luca Trezza, Imma Villa. musiche Enza Di Blasio costumi Daniela Salernitano allestimento Mimmo Paladino — da mercoledì 21 a domenica 25 marzo 2018 al Teatro Nuovo di Napoli Inizio spettacoli ore 21.00 (mercoledì, giovedì e sabato), ore 18.30 (venerdì e domenica) info e prenotazioni: cell: 0814976267 email: botteghino@teatronuovonapoli.it

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Teatro

“EdenTeatro” di Alfredo Arias, Viviani rivive al San Ferdinando

Dal 27 febbraio al 11 marzo, il Teatro San Ferdinando ospita una produzione stessa dello Stabile di Napoli; “EdenTeatro”, opera di Raffaele Viviani, qui diretta dal regista franco-argentino Alfredo Arias, con un cast folto e di qualità. EdenTeatro, Viviani e l’Eden La definizione corretta di MetaTeatro è quella di “Teatro nel teatro”, ovvero l’espediente narrativo e teatrale la cui natura fittizia viene subito dichiarata, rompendo, apparentemente, il confine tra palco e platea. Eden Teatro, qui diretto da Arias, non rientra pienamente in questa definizione, ma si concretizza più nell’idea di MetàTeatro, ovvero un teatro a pezzi, diviso, intervellato da una forma di MetàMusical, in cui gli attori, tirando a sé l’attenzione, il plauso e l’occhio del pubblico, svolgono una finzione dettata e precisa in una più aperta e dichiarata rappresentazione mendace. C’è una sottile, minimale e quasi assente quarta parete a dividere queste dive per una notte, meretrice e venditrici di una forma d’arte eterea e impalpabile, con sfumature di fasullo, a voler imitare l’amore stesso, dal reale. Quello a cui il pubblico assiste è un infinito caffé-concerto, in cui l’inizio e la fine si confondono, mischiano e intrecciano fino a rendere improbabile una corretta comprensione di quale siano il capo e la coda di questo folkloristico entourage di tragicità quotidiane. Arias, dopo il lavoro su “Circo equestre Sgueglia”, sembra opzionare per uno stile registico in cui gli attori hanno pieno possesso del palco e del destino di ciò che vediamo, una sortita inattesa per un classico di Viviani, in cui le maestranze sono chiamate a misurarsi con le proprie capacità e i propri limiti, provando a ripetere quel senso ultimo di desiderio e di necessità assoluta che accompagna una semplice recita per ognuna di loro nell’Eden. Proprio per questo, non si può non far un plauso al nutrito gruppo di attori, che, tra interpretazioni cori e cambi repentini di ritmo, si carica sulle proprie spalle il peso della recita. Una coralità spezzettata, in cui il lavoro del gruppo si constata e tocca anche nei continui momenti in cui sono i singoli a dover dirigere solo l’orchestra umana messa su da Arias. Passandosi continuamente un invisibile testimone, il cast vive l’attimo con fatica e con ardore, con fanciullesco ardore e esperta amara ironia, concendendo al pubblico in sala una replica di quel sentimento di debutto che toccava le anime in passaggio all’Eden Teatro, ricettacolo di vuote esperienze e ricca sgraziatezza, in cui ogni attimo che viene nella vita di ognuno sembra essere il più importante.  

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Food

A Figlia d”o Marenaro, riapre il locale in Via Foria

È tornata A Figlia d”o Marenaro, dopo la momentanea chiusura di un mese e mezzo per lavori di ristrutturazione e ha deciso di farlo in grande stile. Presentandosi al quartiere, alla stampa e ai suoi amati clienti con la simpatia, la spontaneità e l’amore che da sempre è peculiarità di questo locale del centro napoletano. A Figlia d”o Marenaro, quando è necessario esagerare Oro è la parola fondamentale di questo ritorno. Poiché d’oro sono i rivestimenti delle pareti, oro è la cucina della Signora Assunta, ma d’oro sono anche la passione e la vitalità che la Signora Assunta e il suo affiatato staff mettono in ogni cosa, dalla composizione dei piatti alla capacità di creare sempre un’atmosfera genuina e famigliare. Ciò che aspetta il cliente, immergendosi all’interno del locale, è un blu mare, il quale abbraccia lo stesso come fosse circondato dalle placide onde di acque tranquille e serene. Può constatare, osservare quasi con mano, ciò che mangerà, vista l’esposizione, in alcuni casi esclusivamente ludica, delle pietanze, con una vasta distesa di alimenti ittici. Ma è ampio e ben ornato anche lo spazio dedicato alla pizza, un classico intramontabile e immancabile in un posto come A Figlia d”o Marenaro dove, come già detto, la tradizione dei sapori e della cultura culinaria napoletana non è solo è di casa, ma la fa da padrone. Grande novità di questa ristrutturazione (stile, design e arredamento sono a cura di Costagroup) è il secondo ambiente, una sala dove ci vengono mostrate, attraverso varie foto e atmosfera, la storia di Assunta, dai suoi inizi a pulire cozze su una cassa di legno di Birra Peroni, fino al successo attuale e ai giorni nostri. Ma per continuare a far sì che i vecchi gusti trionfino, bisogna anche saper guardare avanti, alla tecnologia moderna e alle sue continue innovazioni. Per questo, con la collaborazione di alcuni esperti del proprio settore come NEXTOR Cooking Solutions, che ha progettato e prodotto l’intera cucina, di cui notiamo con attenzione alcuni particolare come i suoi materiali acciaio INOX AISI 316lL una scelta che contraddistingue gli ambienti navali e che è stato voluto al Ristorante in via Foria per realizzare una realtà altamente performativa. O il forno Josper a Carbone Vegetale, che dona alle materie prime il giusto sapore senza però rischiare di cadere in eventuali contaminazione. È, dunque, questa filosofia quella che caratterizza A Figlia d”o Marenaro e il suo staff, un continuo e incessante lavoro per migliorarsi, per seguire l’evoluzione dei tempi e della cucina, di rispettare l’ambiente e, soprattutto, il cliente e il suo piacere. O, come direbbero, sempre con Pulizia, Qualità e Tanto Cuore. E su richiesta della stessa Signora Assunta e del suo team tutto, se dovete parlare male di A Figlia d”o Marenaro, mi raccomando, esagerate!

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Libri

“Macumba” di Mattia Iacono, la vita per ciò che è

Dopo il lavoro svolto insieme per il debutto dell’artista romano con “Demone Dentro” (qui la nostra recensione), il fumettista Mattia Iacono e Tunué Edizioni continuano a collaborare, producendo, per la collana Prospero’s Books, una nuova opera grafica: Macumba. Macumba del fumettista Mattia Iacono, solo quel che è “La morte non è | nel non poter comunicare | ma nel non poter più essere compresi” – Pier Paolo Pasolini Abituati, durante l’esistenza, a pensare al trapasso come qualcosa di assolutamente terribile, concediamo ad esso un posto soltanto nel più remoto dei nostri pensieri. Così come si conservano e rimandano, certi compiti ingrati, ad un infinito domani. Eppure, che ci piaccia o meno, esso arriva per tutti, prima o dopo. Spesso, fin troppo spesso, non al termine di un lungo percorso, bensì in maniera improvvisata e brutale, senza alcun segnale o anticipazione. Non c’è, nella vita di molti, un punto alla fine di un lungo periodo, ma una semplice riga che si distorce all’improvviso, una frase il cui fine resta ignoto sulla pagina bianca del tempo. Opta, Mattia Iacono in Macumba, per una visione sulla fine come qualcosa di quotidiano, senza grossi fronzoli o platealità, concede al lettore solo un piccolo abbozzo sull’esistenza del suo protagonista, solo un lampo, solo un giorno per lasciar comprendere ad esso e a noi quanto sta accadendo e sta per accadere. Decide di ripetere la realtà dei fatti per ciò che è. Si aiuta, e non poco, con uno stile di disegno che sa far risaltare le sue capacità di colorista, aprendo grossi solchi dentro la pagina, non optando per un disegno iper-dettagliato o realistico. Lasciando tutto il viaggio su quei toni onirici e concentrando l’attenzione sui personaggi e la loro deriva. Segue il loro percorso la sua matita come una camera percorre il cammino dell’attore principale senza mai perderlo. Nessun lungo flashback riassuntivo, nessun monologo esistenziale o esistenzialista o qualche disamina totale della propria vita, né del protagonista e né di chi lo accompagna. C’è su queste tavole, con sapienza colorate e gestite per creare lì attesa e lì curiosità, solo una realtà abbozzata, un morso di vita, una possibilità e, perciò, la semplice e pura realtà. Che si può ripetere ovunque, in qualsiasi momento e trovare, in essa, almeno una particina di quel che siamo noi. Poche ore, solo poche ore tratteggiate su un foglio bianco per mettere in mostra quel che è, solo quel che è e nulla più.

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Teatro

Masquerade di Rimas Tuminas al Mercadante, tra Shakespeare e il gelo

Il Teatro Stabile di Napoli ospita per sole due date, il 27 e 28 gennaio, “Masquerade“, opera teatrale che approda per la prima volta in Italia, diretta da Rimas Tuminas, direttore del Teatro Vakhtangov di Mosca, uno dei maggiori teatri russi. In scena gli attori russi: Evgeny Knyazev, Mariia Volkova, Leonid Bichevin, Lidia Velezhova, Yury Shlykov, Alexander Pavlov, Aleksandr Ryshchenkov, Andrey Zaretskiy, Mikhail Vaskov, Oleg Lopukhov, Maria Berdinskikh, Ekaterina Simonova, Aleksandra Streltsina, Maria Shastina, Irina Dymchenko, Olga Nemogay, Vladimir Beldiyan, Yury Kraskov, Evgenii Piliugin, Evgeny Kosyrev. La scenografia è di Adomas Jacovskis, i costumi di Maxim Obrezkov, le luci di Maya Shavdatuashvilli, la musica di Faustas Latenas The Waltz di Aram Khachaturyan. L’intera opera, al fine di una corretta comprensione, è sovratitolata. Masquerade di Rimas Tuminas, tra il bianco e il nero “Odio ed amo. Perché lo faccia, mi chiedi forse./ Non lo so, ma sento che succede e mi struggo” – Catullo. Volando, su e giù, riportato a terra ogni tanto da una fitta coltre di neve, capace solo di far solo riscaldare di più il sangue di Eugene Arbenine, Masquerade mette assieme i suoi pezzi, si compone, come musica antica, destinata, nel sentire il suo amaro e prevedibile testo, a far ritrovare in sé tante altre persone. La sua natura più esplicita, ovvia, viene rivelata al pubblico attraverso un semplice foglietto svolazzante che vien dato a mò di vademecum allo spettatore all’entrata. L’Otello russo, così spesso viene definita quest’opera, tratta dal dramma in versi di Mikhail Lermontov, nel XIX secolo, e poi messo in scena da Rimas Tuminas per il Teatro Vakhtangov. Niente di più falso, se non per quel che riguarda l’epidermide, stratto di carne destinato a rigenerarsi in maniera volontaria di volta in volta, poiché Masquerade, al suo interno, lì dove possiamo tastare le dure ossa, è assai diverso. Mai, mai Eugene Arbenine riesce a toccare quel fuoco, quell’anima in fiamma, confusa, folle e sperduta dell’Otello shakespariano. Persino nei suoi momenti più cupi, quando il furore sembra dover fargli saltare via il cappello tanto è forte la pressione del sangue al capo, quel perfetto rappresentante di un’epoca e di un modo di essere sembra perdere quell’aplomb, quell’assoluto gelo, capace di governare tanto il cielo quanto la sua anima. Raccontando una società borghese, apparentemente scomparsa, Eugene ci guida, col suo dolore, per vedere quanto sono profonde le bassezze di un uomo, quanto male può fare, perfino quando tutto, sempre, anche nei momenti più atroci, sembra esser solo un gioco, in cui tutti i partecipanti recitano un ruolo nel ruolo. Persino quando il sangue è veramente bollente, rosso cremisi, capace di insozzare persino la più candida neve, un’altra lento, implacabile, ammasso di note comincia a prendere forma in lontananza. Un altro ballo inizia, di quelli che non piacciono a nessuno, che non fanno ridere di cuore nessuno, ma che servono a tutti, per continuare a muoversi, fingere gioia e allegria, per far si che tutto questo bianco non ci accechi tutti.

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Teatro

Ritornanti, Moscato continua la stagione del Trianon

Il  Teatro Trianon continua il suo nuovo percorso, dando adito e scena alle nuove espressioni artistiche del territorio campano. Dal 25 al 29 gennaio, ad occupare il palco del Trianon, troviamo una delle figure più di spicco della teatralità partenopea, il drammaturgo/regista/attore Enzo Moscato, il quale si esibisce, per la prima volta, nello stesso luogo che ispirò un suo omonimo testo nel 1983, con lo spettacolo “Ritornanti”. Ritornanti, indietro per prendere la rincorsa Tre leggii. Questo è ciò che viene anticipato allo spettatore, entrando in sala. Solo tre leggii. Passa qualche istante, le luci, come di consuetudine, scemano lentamente e in quel buio, poco nitidamente, una prima figura si staglia mobile sul palco. Così comincia Ritornanti. Tre monologhi, tre scene tratte da tre opere differente.  Tutto è trino, tranne Enzo Moscato. E il suo compagno di viaggio, Giuseppe Affinito. Ritornanti mette in scena una modalità di fare teatro che lentamente, proprio come certi respiri di cui Moscato parla riferendosi alla sua opera, sta diventando un ritorno, un percorso di cui si rifanno tutti i passi, seppur già percorsi. Si voglia per la scarsa capacità, tranne in alcuni ovvi casi, di trovare copiosi produttori o la risposta, il risultato ad una lunghissima stagione di esosità scenica a scarso di una narrativa che, da un po’, occupa il teatro italiano. Fatto sta che, un po’ alla volta, a teatro, si sta tornando semplicemente a parlare. Abbandonati i maestosi e mastodontici, e spesso superflui, orpelli scenici, è la voce, l’unica, giusta e sacrosanta depositaria del palco. Ri-narrando, ri-raccontando, Moscato ci conduce nel suo mondo, in quella realtà di cui esso è narratore da sempre, la realtà degli ultimi. E tiene banco con questi tre momenti apparentemente separati, eppure così evidentemente uniti, oltre che da una compresenza temporale, da un filo invisibile, sottile, nato per unire, da un capo all’altro, i leggii e quindi le storie. Trasmettendo, tra di loro, quel tanto di energia necessaria a restare vivi. Nulla è nuovo, nel suo senso etimologico più stretto, in questa opera eppure a sentirle, magari per l’ennesima volta, certe parole, un nuovo significato, una nuova idea si affacciano a quel labirinto chiamato mente. Rifiutando-solo l’autore sa quanto volutamente- questa forma di “ricerca” inteso come estetica, questo “ritorno” alla semplicità, a ciò che si può ripetere, diviene forma fisica dell’obiettivo primo del teatro: non ripetere vita, ma esserlo.

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Recensioni

Tre studi per una crocifissione, Manfredini al TAN

Nei giorni 13 e 14 gennaio, presso il Teatro Area Nord, va in scena Tre studi per una crocifissione, di e con Danio Manfredini, che vede, tra l’altro, la collaborazione al progetto di Andrea Mazza, Luisella Del Mar, Lucia Manghi, Vincenzo Del Prete. L’opera vede la sua genesi in uno studio, fatto dall’autore stesso, su un quadro di Francis Bacon, da cui il lavoro teatrale prende il nome omonimo. Tre studi per una crocifissione e un solo uomo in croce All’interno di La Morte a Venezia, Thomas Mann scrisse: “La solitudine genera l’originalità, la strana e inquietante bellezza, la poesia, ma anche il contrario: l’abnorme, l’assurdo, l’illecito.“ Questo frase esce da uno dei tanti vari e sparsi cassetti della memoria, mentre, lentamente, le luci del teatro si accendono sul primo dei tre quadri umani destinati all’attenzione dello spettatore pagante. Lì, cadenzate da un lento cambio di costumi, si consumano, una dietro l’altra, tre storie, di diversità, di dolore, ricerca, quindi di umanità. Non v’è nessuna spiegazione effettiva, mai, a ciò a cui si sta assistendo, non è contemplata. Nessun capolavoro di retorica ben infinocchiata, che faccia stringere con gioia il biglietto nelle mani di chi osserva, sapendo di aver fatto un buon acquisto. Semplici personaggi di passaggio, di quelli che non spiccano, a dirla tutta, da nessuna parte. Né nella vita vera, né in quella artificiosa di un testo. Ombre, che ci accompagnano, destinati a star con per un po’ e poi tornare, insieme alle loro vesti, in quell’oblio in cui sempre noi abbiam spesso deciso sian destinati a stare. In questo lavoro, uno dei primi cronologicamente parlando, di uno dei maestri consolidati del teatro contemporaneo, saltano subito all’occhio certi modelli, certe forme di costruzione e ricerca del e sul personaggio che, apparentemente, caratterizzano e diventeranno tuttuno con l’autore stesso. Quella separazione, forma obbligatoria, necessaria o anche imposta di ascestismo sentimentale dei personaggi, i quali, tra un atto e l’altro, sembran quasi toccarsi tra di loro, a voler comunicare. Il corpo usato come strumento assoluto,  eppure compagno fedele, prezioso e mai sostituto della voce. Cercano, cercano sempre qualcosa i personaggi di Manfredini, sia essa la ragione perduta, l’amore e l’innocenza perduta, o anche solo, della semplice compagnia in una lunga notte piovosa. Come l’umanità, occupata nell’ossessiva caccia a qualcosa di nuovo e indefinito, essi si accendono e si spengono dinanzi agli occhi dello spettatore, consapevole del fatto che nessuno dei due uscirà da quella sala sapendo se mai ce la farà a trovare ciò che cerca.

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Recensioni

Drinking at the Movies, crescere a New York

Drinking at the movies è la prima opera della fumettista americana Julia Wertz, pubblicata dalla casa editrice Eris Edizioni, per la collana “Kina“. Presentato a Lucca Comics&Games 2017, il lavoro della Wertz è stato inserito nella lista delle 50 graphic novel imprescindibili da Abebooks ed è stata nominata per gli Eisner Awards nel 2011. Drinking at the movies, il patire dell’essere Partire o restare? Questo, di solito, è il classico quesito esistenziale pronto a stagliarsi come la più imponente delle ombre su una determinata fase dell’esistenza umana: la post-adolescenza. Concluso il dovuto percorso scolastico, nella società odierna non sono pochi quelli che, vista la forte crisi economica e lavorativa, non trovano altra possibilità di cercare altrove ciò che vogliono, mentre altri decidono di abbandonare la “tranquillità casalinga” con lo scopo di confrontarsi con se stessi, di capire quali sono le proprie capacità una volta presa in mano la propria indipendenza. Un filone conosciuto, lungo, lunghissimo, forse anche troppo, quello in cui si infila Drinking at the movies di Julia Wertz. Quello delle opere semi-autobiografiche, in cui il narratore, attraverso gag e cruenta realtà, mostra al lettore la fine della fanciullezza del protagonista e l’entrata nel mondo degli adulti. Il merito di quest’opera è  la non banalità delle riflessioni e degli avvenimenti. Un percorso tutto in salita è quel che attende la protagonista, pronta, ad ogni angolo, a cadere rovinosamente e con imbarazzo in un insuccesso apparentemente senza via d’uscita. Non è semplicemente una ragazza con poca fortuna, la nostra protagonista, è bensì la “sfigata per eccellenza”. Ciò che non va nel suo vissuto, allunga le mani persino in quello delle persone che la circondano, quasi a voler dar dimostrazione ad una filosofia di pensiero per cui la realtà circostante influenza la propria. Non c’è nessuna eclatante vittoria o distruttiva sconfitta in questa graphic novel, ma la semplice e quotidiana vita. Anche New York, ormai punto d’incontro di tantissime opere, sembra quasi latitare dalla narrazione, appare sonnecchiosamente come sfondo di un centro narrativo più dilagante e che coinvolge l’intero pianeta: la crescita personale. Il punto smette d’essere la vita a NY o Roma o Parigi, ogni cosa avviene uguale come in ogni altra città, o quasi. È il lento mostrarsi della matassa, il districarsi dei rapporti famigliari, tra desiderio e netto rifiuto, sono la bramosia del vivere e la sua paura, i malanni quotidiani, le piccole vittorie che sembran minuscole e le insignificanti sconfitte che appaiono macigni. Quel desiderio, a tratti nascosto, sopito e a tratti apertamente dichiarato, di arrendersi, fare i bagagli e tornare da dove si è venuti, quel lì in cui la vita appare improvvisamente più semplice e la voglia di combattere per ciò che si vuole, di non darla vinta proprio a nessuno. Nè alla paura, né al dolore e nemmeno a se stessi.

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Food

Capriccio e Molini Riggi, il sud di qualità

Il 16 dicembre, nella bellissima location della Chiesa di San Giovanni a Carbonara, sono stati presentati i dolci della tradizione partenopea realizzata dalla nota pasticceria partenopea Capriccio di Raffaele Capparelli. Lo stesso Capparelli, dopo aver lasciato la possibilità ai presenti di gustare personalmente la bontà dei suoi lavori, una serie di esposizioni di dolci tipici natalizi tra cui il susamiello, i roccocò e gli struffoli, ha avuto modo di raccontare e spiegare la creazione degli stessi, fatti in questa occasione con i grani antichi siciliani dell’azienda Molini Riggi di Caltanissetta. Ed è stato proprio attraverso Veronica Dubbio, rappresentante del distribuitore campano Tailor Food, che abbiamo avuto modo di scoprire in maniera dettagliata e illustrata le particolarità e qualità delle farine dell’Azienda Molini Riggi, tra cui spicca la “Maiorca”, fatta di grano tenero siciliano, indicata proprio per la preparazione di dolci. Prodotto che ha dimostrato di essere anche un alimento ricco di fibre con scarso impatto glicemico, così da essere appetibile anche per chi è affetto da problemi diabetici. Ma non solo: in questa occasione, si è avuto modo di presentare la selezione di farine realizzata con grani duri siciliani, indicate per pane e pizza. Parliamo delle farine  “Perciasacchi” “Russello” e “Timilia” che fanno parte del progetto Pizza Maestro lanciato dall’Azienda e  che vede la preziosa collaborazione del maestro pizzaiolo Vito de Vita. Tra Capriccio e Molini Riggi: la storia della pasticceria campana Oltre all’aspetto produttivo e degustativo, c’è stato modo di approfondire un altro tassello fondamentale dell’eccellente contemporaneità dei prodotti pasticceri campani: la sua storia. Con il racconto dell’ospite d’onore, Amedeo Colella, storico della “Napoletanità”, che ha presentato una mappa, le cui origini risalgono al periodo medievale, del centro storico di Napoli, narrando e mostrando il percorso temporale, i fatti e i personaggi che han portato alla consacrazione e affermazione di alcuni dei prodotti tipici pasticceri (e non solo) della nostra cultura partenopea. In chiusura, gli ospiti all’evento hanno avuto modo di concedersi una lunga visita del complesso monumentale della Chiesa di San Giovanni a Carbonara, attraverso la guida Barbara de Blasi dell’Associazione Culturale Mani e Vulcani, la quale ha condotto tutti energicamente in un sentito excursus sulla storia e il valore artistico della chiesa, uno dei posti più rappresentativi del gotico napoletano.    

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Eventi/Mostre/Convegni

Van Gogh Immersive a Napoli, che Experience!

Dal 18 novembre al 25 febbraio, la Basilica di San Giovanni Maggiore a Napoli, ospiterà “Van Gogh Immersive Experience“, una mostra multimediale e interrativa, con lo scopo di far letteralmente immergere il visitatore nelle opere dell’artista olandese attraverso il 3D mapping. Van Gogh Immersive Experience, immergersi nell’arte Lo scetticismo. Nota corrente di pensiero filosofico-esistenzialista, occupa da tempo l’animo umano, diciamo dai tempi in cui ci si chiedeva se poi, alla fine, si sarebbe rivelata utile questa scoperta del fuoco. Scivoloso, liquido, esso è capace di scorrere e insidiarsi in qualsiasi mente, dalla più semplice a quella più articolata. Perché tutta questa trafila? Perché uno potrebbe pure chiederselo, mentre è in fila per vedere dei quadri proiettati su un telo, cosa sta facendo. Ad essi, si può rispondere solo in un modo: non è convenzionale ciò che vi accingete a vedere. Non applica e non sottostà a nessuna regola tipica delle mostre, né per scelte stilistiche né espositive. È colore, semplice e puro colore. Macchia il corpo, lo attraversa e lo coinvolge all’interno dell’opere e del momento,  pura catarsi artistica in cui, per pochi istanti, lo spettatore non visita le opere, nè le vive, ma le forma, le rappresenta e crea. È, esso stesso, l’opera. Una risposta contemporanea, etica ed estetica, a chi, incautamente, chiede al visitatore di possedere il famoso “background“, di portarsi da casa la propria cultura come fosse una merenda, per poter interagire con le opere e con l’autore, altrimenti di difficile digestione. Ciò di cui si necessità qui è solo il tempo. Quel tempo che ci si ripromette sempre di trascorrere a fare solo quel che si ama, che sia esso finire finalmente quel famoso libro o vedere quel film o visitare quella mostra. Ecco, si armi il visitatore di tutto quello di cui dispone, per stendersi a guardare la Notte Stellata prendere lentamente forma, come si consumasse dinanzi ad esso, accompagnata da una sottile e intensa colonna sonora. O stagliarsi sopra il Campo di grano con corvi, assaporando la stesura pittorica del maestro olandese e la sua arte proprio come se si fosse la sua tela. Tirando le somme, l’Immersive Experience non può, e non vuole, in alcun modo tentare di sostituire la magia allocata nei musei, il solo rumore delle suole che scricchiolano nel suggestivo silenzio delle sale, il piacere di poter osservare, quasi toccare, le croste di opere che son qui da molto tempo prima di noi e che ci resteranno per tantissimo altro tempo dopo ancora. Ma è una valida innovazione, una novità, un viaggio, di quelli che ti restano impressi nella mente per quanto fossero leggeri e spenseriati.

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Teatro

Il Re Ride al Teatro Tram di Napoli

Per una sola sera, quella del 15 novembre, il Teatro Tram di Port’alba, ha ospitato fuori programmazione lo spettacolo “Il Re Ride“, scritto e diretto da Luisa Guarro, con in scena Francesco Campanile, Luca Di Tommaso, Giorgio Pinto. Subito dopo questa notte, lo spettacolo andrà in scena in Russia, nella cornice di Ryazan, durante il Festival Internazionale di Teatro, dal 20 al 26 novembre. Il Re ride, tutti piangono Quali devono essere le qualità di un principe? C’è uno scrittore, un tale Machiavelli, che, a riguardo, scrisse un intero libro, dal titolo omonimo,  che ebbe poi, nel tempo, un leggero successo. Descrivendo, spiegando, dettagliando tutte le dovute e necessarie capacità di un principe (e futuro re) per divenire un giorno un buon sovrano del suo popolo. Lasciando, tra le sue eredità, una corrente di pensiero, un dogma destinato a tutti coloro che sarebbero divenuti “i potenti” del domani: la necessità di fare il male pur di ottenere il bene. “Il Re Ride”, scritto e diretto da Luisa Guarro, è alterazione, divisione, discernamento sul potere, sulla fratellanza e sul fraticidio, in un’opera nera e clownesca, resa tetra e inguardabile dal dolore dei suoi personaggi. Spesso e volentieri si vorrebbe distorcere lo sguardo o andare via durante lo spettacolo, vista la crudezza degli eventi e di come essi sono mostrati al pubblico. Prendendo spunto e rileggendo una leggenda campana, quella de “L’uccello grifone”, Guarro accompagna con mano invisibile i suoi attori verso un patibolo esistenziale, una fine segnante, in cui proprio nessuno vince, nonostante la presenza di un evidente vincitore. Triste e solo, su un podio vuoto. Accompagnati dalle musiche distorte e grevi di Nick Cave e Tom Waits, gli attori consumano la tragedia, se ne nutrono, fino a farla propria e a sentirla e portarsela addosso, senza via di uscita alcuna. Un plauso va sicuramente ad alcune scelte fatte dalla regia, che lascia dietro di sé sicuramente un’opera dalla forte carica estetica, suggestionando e impressionando lo spettatore. Non manca di certo l’invettiva o l’originalità a questo spettacolo, che tiene alto il livello di concentrazione degli spettatori, costringendolo a guardare con cura gli svolgimenti, per essere certo di non essersi perso nulla. Tutto si spiega e si risolve in una chiusura devastante, in cui tutto cade a pezzi, mostrandoci come ogni cosa che abbiamo visto fosse tenuta in vita da un semplice filo penzolante. Il Re Ride scritto e diretto da Luisa Guarro Con Francesco Campanile, Luca Di Tommaso, Giorgio Pinto Luci Paco Summonte Realizzazioni costumi Federica Del Gaudio

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Teatro

American Buffalo al Teatro Bellini, una moneta per la vita

Dal 14 al 19 novembre, il Teatro Bellini ospita in scena “American Buffalo“, testo del 1975, scritto dal premio Pulitzer David Mamet, qui riadattato dallo scrittore partenopeo Maurizio de Giovanni. Lo spettacolo, interpretato e diretto da Marco D’Amore, vede tra i suoi protagonisti, oltre a D’Amore, Tonino Taiuti e Vincenzo Nemolato. American Buffalo, tutto per una moneta Qual è il valore della vita umana? Questione filosofica, da sempre discussa nei migliori e peggiori salotti.  In “American Buffalo” di Mamet, qui riadattato in salsa napulegna da de Giovanni, non si riflette sul suo aspetto economico, come in altri testi, ma ci si concentra su quello spirituale ed esistenziale. Don l’Americano, Bobbi e il Professore, personalità contrastanti, mentalità diverse eppure tutti quanti uniti inossidabilmente allo stesso posto, attratti da quel centro di gravità permanente che è la “puteca” di Don, un rigagnolo di cianfrusaglie e oggettistica, dove, in quella definita dal Professore stesso “proprio una giornata del cazzo”, tutto avviene. I fili tessuti di un destino, scritto dagli stessi interpreti più di quanto possano immaginare, si tirano e cadono, uno dopo l’altro, fino a rivelare ogni aspetto, ogni eccentricità e segreto su quella che è una piccola comitiva di outsider, di uomini soli che cercano di condividerla  e dividersela quella solitudine. Il tempo sembra non esistere all’interno del locale di Don, le ore vengono scandite solamente dalle parole dei personaggi, tutto è perfettamente fermo, stabile e immobile, proprio come l’eterno ritorno di certe realtà urbane, in cui anche il cambiamento sempre già vecchio. L’inesorabilità del finale è palese sin dai primi istanti, quelle vite e la loro rotta sono scrutabili ad occhio nudo, eppure, in qualche modo, l’ambizione dei personaggi resta fermamente sospesa nell’aria per tutto il tempo, una nuvola di sogno, dove esistenze deprivate di qualsiasi successo sembrano volersi distendere a qualsiasi costo. Un plauso va fatto alle interpretazioni singole dei personaggi, pregnanti e sentite. Taiuti, D’Amore e Nemolano sono “se stessi”, caratterizzano, in maniera quasi caricaturale, i propri elementi, non lasciando alcun dubbio allo spettatore su ciò che vede. Un piccolo neo è nella regia di D’Amore, che sceglie di non concedere un’unità sentimentale agli attori in scena, persino lì dove proprio sembra più necessaria, lasciandoli divisi e separati in entità distinte senza concessioni alcune. Così, la Napoli di notte, già decantata da maestri il cui nome è troppo alto per essere pronunciato, si ripete ancora, si consuma all’interno del Bellini, lasciandosi alle spalle una notte di pioggia, di dolore e tormento. Eh sì, lasciandosi dietro proprio una giornata del cazzo.

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Teatro

Il Sorpasso, il classico rivisto da Micaela Miano invade il teatro Augusteo di Napoli

Dal 10 al 18 novembre, il Teatro Augusteo di Napoli ospita in scena il riadattamento teatrale del film-cult “Il Sorpasso”, opera del grande maestro Dino Risi. Riadattato da Micaela Miano e diretto da Guglielmo Ferro,  vede in scena Giuseppe Zeno, Luca Di Giovanni, Cristiana Vaccaro, Marco Prosperini, Simone Pieroni, Pietro Casella, Francesco Lattarulo e Marial Bajma Riva.  Il Sorpasso, grazie a Micaela Miano il cinema diventa teatro Riprende tutto la trasposizione teatrale dell’opera, a cura di Micaela Miano e diretta da Guglielmo Ferro, rendendo chiara ed evidente l’idea dietro la costruzione, mostrando dai primi istanti ciò che andremo a vedere. Un lavoro teatrale che, con ferma e assoluta volontà, cerca e ricalca passo passo le profondi radici del lavoro cinematografico di Risi, omaggiandolo senza mai sforare di troppo in un libero adattamento, senza mai concedersi colpi di scena imprevisti o superando il limite. La regia di Ferro rivolge la sua attenzione, soprattutto, sugli attori, i quali svolgono un continuo lavoro di costruzione vocale e fisica, in uno spettacolo in cui la staticità e l’immobilità estetica, psicologica e fisica è perenne. Proprio come nel film di Risi, il perno centrale dell’opera resta, immutato, il rapporto tra i due personaggi principali, Bruno e Roberto, l’uomo scavato, il viveur, l’apparente eterno vincitore e il giovane dedito allo studio e alla semplicità, ad una vita di reclusione, quasi monacale. Le due anime si incontrano nel ferragosto romano del ’62, in apparenza per passare assieme pochi minuti, che poi diventano una lunga giornata intera. Lentamente, di volta in volta, le ombre più leggere degli altri personaggi si stagliano di contorno alle loro. Entrambi prendono qualcosa dall’altro, si scambiano opinioni, esperienze, tristi e felici aneddoti e aggettivi, fino all’epilogo, in cui ogni cosa appare tristemente ovvia.

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Eventi nazionali

Bucarelli e Guttuso, la mostra allo GNAM

Dal 3 ottobre al 26 novembre, lo GNAM (Galleria Nazionale dell’Arte Moderna) ospita due mostre parallele su due personaggi chiave per il nostro paese e per l’arte nel suo senso più generale: Palma Bucarelli e Renato Guttuso. Lo Gnam, crocevia dell’arte moderna È necessario cominciare questa riflessione con un grosso prerogativo: lo GNAM è un luogo bellissimo. Uno dei migliori che abbiamo in questo paese, dove l’arte non la si visita semplicemente, ma la si vive e respira, passeggiando all’interno di una delle strutture più affascinanti, dove, a pochi metri l’uno dall’altro, ci si può ritrovare ad ammirare un Klimt e un Van Gogh. Proprio all’interno di quasi oasi culturale, posta nel verde della Villa Borghese, si tiene la mostra parallela su Palma Bucarelli e Renato Guttuso. Palma Bucarelli. La sua Collezione Curato da Marcella Cossu, il percorso mette in mostra l’anima e e la volontà di Palma Bucarelli, direttrice del museo dal 1941 al 1975,  attraverso il suo lascito testamentario allo GNAM stesso di cinquantotto opere. Si legge in esso un’apertura verso l’arte contemporanea, una visione d’ampio respiro, destinata, in qualche modo, ad essere fautrice di un movimento in divenire. Due anime, forti e diversamente uguali, si incontrano lungo le sale, e sono conviventi: una figurativa e una astratta.  Il suo amore, come detto, per l’avanguardia si manifesta con la presenza di lavori come il Senza Titolo di Piero Dorazio o Rivolta di Giulio Turcato, e, proseguendo, ci si può anche imbattere in un ritratto della stessa Bucarelli, ad opera del noto Marino Mazzacurati. Alla lunga lista di nomi e opere nazionali, si aggiungono quelle internazionali, come Passage d’un Chasseur di André Masson o Mother with Child di Henry Moore. Stupendo, a dir poco,  il lavoro grafico di Christo,  il Ponte Sant’Angelo Wrapped del ’69, una piccola chicca  in cui l’artista sognava di incartare il famoso ponte che unisce la città di Roma col Vaticano. Renato Guttuso. Un uomo innamorato. A trent’anni esatti dalla scomparsa di Renato Guttuso, con il lavoro della curatrice Barbara Tomassi, lo GNAM ospita una mostra in cui sono tratteggiati e messi sotto l’occhio di tutti, due caratteristiche principali del noto pittore: la forte energia creatività e una vitalità inarrestabile, incontenibile, che sfocia nel magma estetico delle sue opere. Osservando quadri come La visita della sera o Il merlo o, ancora, Battaglia e cavalli feriti si legge chiaramente una propensione artistica verso i colori accesi, verso un continuo slancio emotivo che da sempre caratterizza il pittore e la sua arte. Mai lontano dai punti salienti della cultura pittorica e non solo, Guttuso ha sempre assistito e fatti suoi i vari accadimenti storici e culturali della sua epoca. Come detto da Alberto Moravia nel 1938, all’interno dei suoi lavori si può percepire “ansioso e sensuale accanimento ad afferrare la realtà nelle sue più segrete e inafferrabili risorse.” Tutte le info sulla mostra, le date e i prezzi qui .  

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