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Eroica Fenice

Eventi/Mostre/Convegni

Escher a Napoli – Siamo fatti della stessa materia dei sogni

C’è poco da annunciare, ormai, per quel che riguarda la mostra di Escher a Napoli, ospitata al PAN – Palazzo delle Arti dal 1° Novembre al 22 Aprile, visto il suo già conclamato e meritato successo di pubblico. Sono stati oltre 5.000 i visitatori della mostra solo nei primi 4 giorni di apertura, posizionando subito questa retrospettiva sul genio olandese tra le più quotate e meritevoli a livello nazionale e internazionale. Un pubblico eterogeneo, composto da cittadini e soprattutto turisti provenienti da tutto il mondo, ha invaso le stanze del PAN, godendo pienamente della possibilità di visitare, osservare i lavori del maestro Maurits Cornelis Escher e ascoltare le storie dietro di essi, con uno sguardo interessante pure sulle storie alle loro spalle. La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, è prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia in collaborazione con la M.C. Escher Foundation e curata da Mark Veldhuysen e Federico Giudiceandrea. Escher a Napoli, un ritorno a casa Qual è il numero esatto della bellezza? Esso ne ha uno? Verosimilmente no, la bellezza può stagliarsi in un solo elemento come dividersi in eguali parti tra tanti, creando una sola immagine capace di emozionare. Basterebbe un elemento della collezione Escher presente al PAN, uno solo, per trascinare le sensazioni dello spettatore in luoghi mai visitati, eppure in questo percorso si possono incontrare e approfondire circa 200 irripetibili emozioni. Per chi è ignaro, in parte o totalmente, del rapporto tra l’artista olandese Escher e l’Italia v’è una gradita sorpresa, la quale apre un mondo sull’uomo e sull’artista. Proprio in Campania, a Ravello, durante un lungo migraggio nel Sud Italia, Escher incontrerà Jetta Umiker, sua moglie e amore della sua vita, nel mezzo del suo soggiorno all’Hotel Toro (di cui abbiamo una testimonianza autografa) e saranno le architetture miste del Sud, quell’incrocio tra epoche e storie diverse (romane, greche e saracene) a colpirlo in particolar modo, aiutando e fomentando la sua maturazione artistica. Quelle città sul mare, dai tetti quadrati e dalla geometria affascinante, saranno per lui fonte di studio e lavoro, ne abbiamo una dimostrazione nell’opera Atrani, le cui forme geometriche ritorneranno dopo tempo in una delle sue opere più famose e mature: Metamorfosi II. Senza voler ulteriormente concedere anticipazioni sulle opere selezionate e di cui lo spettatore ha il diritto di godere con verginità nella mostra di Escher a Napoli, bisogna fare un plauso ai curatori Mark Veldhuysen e Federico Giudiceandrea per aver saputo creare un percorso delizioso, pieno di informazioni e scorci sulla vita dell’artista, dove il gioco ci concede per pochi istanti di entrare nella sua mente geniale. Plauso anche ad Arthemisia che ha concesso alla città di Napoli e al Sud di ritrovare un uomo che ha amato questa terra e all’artista stesso un dolce ritorno a casa. Un viaggio, una bella traversata nei luoghi, nella vita e nella mente di questo geniale visionario, di questa mente capace di confondere e ricreare l’essenza stessa della realtà con la sua visione. Rovesciando il vero e […]

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Teatro

Poker con Francesco Montanari, una mano vincente al Teatro Sannazaro

“Poker” , l’opera teatrale di Patrick Marber, autore inglese noto anche per il suo lavoro di grande successo “Closer”, da cui è stato tratto anche un film hollywoodiano, è al Teatro Sannazaro dal 7 al 9 dicembre, con in scena Francesco Montanari e i ragazzi della Compagnia Gank per la regia di Antonio Zavatteri. “Poker” con Francesco Montanari: la mano o il giocatore? Prima di ogni altra cosa, c’è il giocatore. La mano, si, è fondamentale per la riuscita del punto, ma senza il giocatore, senza le sue qualità e il suo talento, persino due Assi diventano la peggior combinazione possibile. Questo lo vediamo spesso nel teatro come nel poker, dove ci ritroviamo spesso a constatare la bontà di un testo, di una interpretazione o di una dinamica regia, i quali presi singolarmente, senza l’armonia più totale tra tutte le parti chiamate in causa, rischia spesso di rivelarsi una delusione inaspettata, una buona partenza conclusa in malo modo. La versione di “Poker” presentata da Francesco Montanari al Teatro Sannazaro è messa in scena nella sua forma più originale e prima, scegliendo con saggezza di non cadere in una rivisitazione che avrebbe deprivato di molto la natura dell’opera. Non bluffano mai attori e regista, con una riproduzione italianizzata dove il “Check” è il “Passo” ma lasciano sapientemente quel gusto anglosassone all’opera, la quale potrebbe essere adattata ovunque, ma mai bene come in un sottoscala di un locale trendy della City. Questo dualismo, queste due facce della stessa realtà che si combinano e alternano il giorno e la notte, mettendo in luce le ombre dei rapporti quotidiani. La subordinazione come quella tra Capo e Dipendente, tra Padre e Figlio, o Figlio e Padre a seconda dei rapporti, viene qui messa in mostra e, al contempo, in gioco come ogni altra cosa. Come la vita stessa. Opta la regia per un coinvolgimento non estremizzato, per una trasformazione e una guida degli attori il più naturale possibile e lo fa con intelligenza poiché a questi attori, veri e unici artefici del successo, non c’è molto da dire, visto la loro capacità di tenere alta l’attenzione e di non lasciare mai cadere il punto. A loro vanno concessi il plauso e l’attenzione maggiore. Possiamo quindi giocare d’azzardo pure noi, seppur conoscendo bene già le nostre carte, e dire che al Teatro Sannazaro c’è una buona mano in scena, la quale non va foldata con facilità, ma seguita e sponsorizzata.

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Recensioni

Desidera al Piccolo Bellini – La parola assente

Dal 27 novembre al 2 dicembre, il Piccolo Bellini ospiterà Desidera, opera semifinalista al premio In Box 2017 e nello stesso anno selezionata per il Festival di New Delhi, scritta e diretta da Simona Di Maio e Sebastiano Coticelli e che vede in scena, oltre agli stessi registi e autori,  Giuseppe Brancaccio, Amalia Ruocco e Dimitri Tetta. Desidera, la danza della vita Quando non c’è nulla da dire, cosa si può fare? Può capitare di restare senza parole, sopraffatti dalle conseguenze dell’esistere, dalle sue vicissitudini e lasciare ai fatti, i semplici e nudi fatti la parola. L’esperimento qui proposto dalla compagnia Teatro nel Baule è quello di mostrare, deprivando il teatro della sua natura più prima (la parola) e concentrandosi esclusivamente sulla visualità e sul rapporto tra occhio e memoria, una storia priva quasi totalmente di qualsiasi appiglio oculare, cercando e portando con diverse scelte estetiche e registiche lo spettatore a riprodurre nella propria mente la dispersa conversazione in atto. Una danza continua e frenetica, che gioca col corpo di chi la vive e anche con quello di chi la osserva, portandolo ogni tanto, mosso dalle note che si disperdono nell’aria in maniera perpetua e organizzata, a muoversi in maniera involuta, scattosa, pilotato dalle sottili e invisibili linee guida. Bisogna per questo far merito agli interpreti, che seppur composti per una rappresentazione destrutturalizzata sanno con fatica fisica tenere viva l’attenzione. L’abbandono è la chiave di lettura più adatta per questo lavoro. Un abbandono della parola, sì, ma anche di qualsiasi dogma teatrale scritto e non scritto, la fusione tra la poeticità del ballo e quella più strutturale e narrativa del teatro, che può piacere e convincere nella sua originalità e creatività, come può apparire pura eresia a chi è abituato ad un teatro più solito e solido. La risposta, così come la natura stessa dell’intero spettacolo, il suo messaggio e la sua motivazione, stanno esclusivamente nell’occhio di chi guarda, il quale dovrà fare a meno del suo fidato compagno orecchio per capire qual è la verità.

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Recensioni

“Squalificati” di Luciano Melchionna al Sannazaro – L’umanità in scena

Dal 16 al 18 novembre, il Teatro Sannazaro ospita “Squalificati” di Pere Riera, qui tradotto da Inés Rodriguez e Joan Negrié e adattato da David Campora. La regia e ideazione scenica sono di Luciano Melchionna, che dirige in scena Stefania Rocca, Andrea de Goyzueta e Fabrizio Vona. Lo spettacolo è prodotto da  Ente Teatro Cronaca – Vesuvioteatro in collaborazione con il Festival Teatrale di Borgio Verezzi 2018. “Squalificati” di Luciano Melchionna, la sconfitta della vittoria “[…]la Fortuna è donna; ed è necessario, volendola tener sotto, batterla, ed urtarla[…]”. Niccolò Machiavelli – Il Principe (Cap.XXV) Se la vita di qualcuno, di qualcuno di pubblicamente rispettabile, fosse nelle nostre mani, cosa faremmo? Se questi avesse fatto del bene, ma ci fosse un unica e decisiva macchia su un’intera esistenza, capace di confutare tutto il buono e porre ombra sulla sua vita alla luce del sole, lasceremmo che questo dettaglio cadesse in silenzio o lo renderemo noto a tutti, affinché possano giudicare? E se nell’osservare con attenzione la pagliuzza nell’occhio di chi infamiamo, fossimo offuscati, ad un certo punto, dalla trave che ci impedisce di vedere la verità? Il testo di Pere Riera, qui adattato da David Campora, e la regia di Luciano Melchionna non sembrano interessati a concedere risposte univoche e assolute. Il lavoro duro, quello di interpretazione degli uomini più che del testo, viene tutto svolto dagli attori in scena, i quali si fanno peso della loro umanità e fragilità sommata a quella dei loro personaggi. Sembrano predisposti al bene, capaci di crederci, eppure non possono, questi personaggi e questi attori, non infangare se stessi, non cadere nel male, poiché è la loro condizione precaria di umani a portarli a tale ripetitivo finale. Va fatto plauso e meritevole attenzione alle scene di Roberto Crea, capaci di ricreare quel senso di divisione interna, di assoluto non contatto persino tra persone che sono così vicine. Su binari opposto, rette parallele, essi si muovono e vivono le loro vite, illudendosi di potersi toccare, intersecarsi in un determinati punto x. ma senza mai sfiorarsi veramente. SQUALIFICATI di Pere Riera traduzione Inés Rodríguez e Joan Negrié adattamento David Campora regia di Luciano Melchionna con Stefania Rocca e Andrea de Goyzueta e Fabrizio Vona scene Roberto Crea ideazione scenica Luciano Melchionna costumi Milla musiche a cura di Riccardo Regoli produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro in collaborazione con Festival Teatrale di Borgio Verezzi 2018 ⏲ ORARI venerdì 16 e sabato 17 ore 21.00 domenica 18 ore 18.00 ✅ ACQUISTA ONLINE bit.ly/AcquistaSqualificati

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Recensioni

Andromaca, da Euripide a “I Sacchi di Sabbia” alla Sala Assoli

Nei giorni 25, 26 e 27 ottobre, la Sala Assoli ha ospitato “Andromaca“, opera teatrale tratta dall’autore greco Euripide e qui riadattata da Massimiliano Civica (Premio Ubu 2015) e I Sacchi di Sabbia, con questi ultimi intenti ad esserne gli interpreti in scena. Andromaca de I Sacchi di Sabbia o come ti irrido il dramma Se riflettiamo sulle radici del teatro e del dramma non possiamo non pensare ai Greci. A loro dobbiamo la nostra tradizione culturale, il tre unità aristoteliche, seppur non proprie del filosofo, sono un memorandum vivente sul come si imposta e si compone la creazione drammatica. Così profondo è il nostro rispetto e la nostra consuetudine a questa impostazione da ritrovarci spesso in uno scatenarsi di polemiche e dibattiti sul come debba essere rappresentato il dramma oggi. Se è possibile presentarlo solo in quel modo, rispettando la storia e l’abitudine, oppure se è possibili stravolgerlo, mutarlo, se non amputarlo, senza rendergli offesa insopportabile. Il metodo usato da Civica e I Sacchi di Sabbia è innovativo, se così vogliamo dire. Mischia i due status del teatro, quello “alto/dramma” e quello “basso/commedia”, col fine di poterci mostrare, senza omissioni, tutta la tragedia euripidea, evitando di condurre lo spettatore nella pienezza del dramma e raccontando tutte le mostruosità e la violenza insita nell’opera con una grottesca ironia. Talmente assurda è quella spirale di orridi accadimenti in susseguirsi da suscitare una comicità quasi involontaria, qui esagerata e portata in risalto dalle interpretazioni degli attori. Di questi ultimi vanno lodate le buone interpretazioni, capaci di rompere la “quarta parete” senza uscire dal seminato della narrazione, coinvolgendo il minimo indispensabile il pubblico a non lasciarlo mai andare, a perdersi nei suoi pensieri e conducendolo per mano verso il finale. Ridere, ridere, ridere sono le ultime parole del messaggero di Neottolemo, dopo aver raccontato le vicissitudine del suo padrone. Con questo invito si congedano gli attori e le loro interpretazioni, destinate a finire di nuove nelle pagine dei classici e a venire ancora e ancora interpretate come se tutto quell’assurdo dolore non facesse mai poi ridere nessuno.

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“Io, mai niente con nessuno avevo fatto” di Joele Anastasi, al Piccolo Bellini

Il Piccolo Bellini dal 23 al 28 ottobre ospiterà la compagnia teatrale Vucciria Teatro, che presenterà in scena “Io, mai niente con nessuno avevo fatto“. L’opera, scritta, diretta e interpretata da Joele Anastasi, vede inoltre in scena Enrico Sortino, Federica Carruba Toscano. Lo spettacolo è prodotto da Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini. “Io, mai niente con nessuno avevo fatto” di Joele Anastasi e l’amore che uccide Se è nelle vostre visioni cinematografiche, di sicuro non avrete potuto dimenticare i movimenti di danza frenetici, rabbiosi per le strade dell’immaginaria provincia inglese di Everington di Billy nel film “Billy Elliot”, in cui mostrava allo spettatore quel suo tormento interiore, quella sua manifestazione di un’interiorità divisa tra ciò che si aspetta da lui e tra ciò che esso desidera, incorniciata dalle note di “Town Called Malice” dei The Jam. Era difficile la vita per lui, figuriamoci per un ragazzino puppo della Sicilia degli anni ’80. Suddivisa, frammentata da un continuo, intenso e selezionato gioco di luci, il teatro concettuale dei Vucciria e lo spettacolo di Joele Anastasi ci mostra, come a voler incastonare diversi pezzi fondamentali di quel che è pur sempre un distorto mosaico. La storia di Giovanni, Rosaria e Giuseppe, tre vittime della vita e delle circostanze, che si muovono gravanti del peso di una società che li indica come colpevoli di essere ciò che semplicemente sono. Bisogna far plauso ai Vucciria, di essersi addentrati in un marasma oggigiorno presente e che finisce puntualmente con l’essere bollato come “momento buio del passato”. Il rancore cresce e il rifiuto della diversità di esso si alimenta e lievita altrettanto, nelle metropoli si nascondono i mostri, confondendosi tra le migliaia di genti mentre nelle province, meno trafficate, esplodono in tutto il loro malessere. Eppure la “miglior gioventù” continua a venire fuori, il nuovo avanza ed ha una voglia e una forza di sognare indomabili, che neppure il peggior stigma (che sia esso la malattia o l’omosessualità) può fermare. Allora si danza, si salta qua e là, attendendo solo di stare appena un po’ meglio, per partire, andare lontano. Fin dove il sogno ci spinge.

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Recensioni

Terrore e Miseria del Terzo Reich inaugura la stagione all’Elicantropo

Terrore e Miseria del Terzo Reich inaugura la stagione al Teatro Elicantropo, sotto la regia di Carlo Cerciello. Ecco la nostra recensione! Ventitrè sono i testi chiamati in scena per inaugurare la ventitreesima stagione del Teatro Elicantropo. Sarà in scena dal 18 ottobre all’11 novembre la nota opera ad episodi del drammaturgo e saggista tedesco naturalizzato austriaco Bertolt Brecht “Terrore e Miseria del Terzo Reich” con la regia di Carlo Cerciello. Guidati dal direttore artistico dell’Elicantropo e regista in scena ci sono gli Allievi ed Ex Allievi del laboratorio permanente dello stesso teatro. Terrore e Miseria del Terzo Reich diretto da Carlo Cerciello, l’altro volto di una storia “Credi che abbia detto la verità?” Si chiude così uno degli episodi più forti e simbolici del testo Brechtiano, in quest’occasione diretto da Carlo Cerciello. Immagina, Brecht, questa famiglia borghese, con cameriera e pater familias istruito e istruttore, costretta a temere la possibilità di un tradimento di pensieri e ideali da parte del figlio, un pargoletto ben nutrito e curato, che si attarda a tornare a casa e di cui si smette per un pò di avere notizie. Quel che tiene banco, al Teatro Elicantropo, è, sopra ogni cosa, l’abilità narrativa e la superiore qualità del testo dell’autore tedesco. Ad esso dobbiamo l’abilità di intrattenerci, trascinarci dentro la storia e portarci a restare incollati mentre i tragici fatti della vita quotidiana tedesca durante il Reich si svolgono. Una visione profonda e disumanizzata della vita del popolo, costretto a ingoiare amarezza e bile, fingendo di essere in una vastissima gabbia dorata. Un’altra faccia, di quella medaglia sporca che tanto e fin troppo poco conosciamo, che viene egregiamente costruita da Brecht già trà 1935-1938, ovvero in pieno regime. Di qualità sono pure le interpretazioni dei singoli attori chiamati a farsi peso di questo lavoro dal grande impatto emotivo, capaci di indossare con cura le vesti e i dolori di un popolo apparentemente dimenticato e cancellato dallo scorrere del tempo, ma che resta, rivive, quotidianamente seppur in tutte altre forme. Così si chiude questo spettacolo, con un enorme e significativo “No” e una lenta omelia fatta di sentimenti umani ad accompagnare chi lascia il palco per un’ultima volta. Testi di Bertholt Brecht!

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Food

La Pasticceria Napolitano Poderico presenta il dolce San Gennariello

In piazza Poderico 2, nel cuore del quartiere Arenaccia, la pasticceria Napolitano, nota al pubblico mediatico anche per la sua recente e ottima partecipazione al programma televisivo Cake Star, ha presentato i suoi nuovi dolci: il Poderico e quello dedicato al santo patrono della città di Napoli, il San Gennariello. Al suo interno, posto sopra la vasta scelta del banco pasticcereria, troneggiava il quadro di Francesca Baldi “San Gennaro che abbraccia la città“, uno dei cinque lavori scelti per sponsorizzare l’avvento del “San Gennaro Day”, che Gianni Simioli, noto speaker radiofonico e direttore artistico della rassegna, ha avuto l’occasione di illustrarci in occasione della presentazione del nuovo dolce tipico. Per il “San Gennaro Day”  l’appuntamento è previsto il 24 settembre, alle 20 e 30, in Via Duomo.  Durante l’evento si susseguiranno diversi ospiti partenopei, invitati a rappresentare la parte positiva e produttiva della città, tra cui Mimmo Borrelli, Luché e Salvatore Esposito. Abbiamo colto l’occasione per porgere un paio di domande a Marco Napolitano sul dolce. Pasticceria Napolitano e il San Gennariello, tra sacro e dolce  Qual è la genesi del San Gennariello? L’idea del San Gennariello nasce per valorizzare il nostro patrono. Il dolce nasce da una semplice intuizione ed è composto da ingredienti semplici, ovvero pasta frolla e crema d’arancia. Ovviamente entrambi gli ingredienti hanno un significato intrinseco; la pasta frolla per simboleggiare la semplicità tipica della nostra cultura e la crema all’arancia poiché il santo veniva chiamato “Faccia Gialla”. Infine, sopra abbiamo messo una piccola immagine identitaria del patrono fatta di pasta di zucchero.  Abbiamo tante pasticcerie e ristoranti che sono vanto della nostra tradizione culinaria, eppure, in un’epoca di grande fusione culinaria, c’è secondo te la necessità di restare comunque identitari? Noi crediamo fermamente nell’innovazione, necessaria anche per il continuo cambio di ritmo e dell’evoluzione che ci fa mutare, ma crediamo pure che bisogni restare ben saldi nelle nostre radici, nella nostra tradizione. Non bisogno spingersi fin troppo lontano, ecco. Napoli è piena di tradizione. A’ sfugliatella, o’ Babà, sono il nostro passato, presente e futuro. Non passeranno mai di moda.

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Recensioni

Gemelli sì, Fratelli no – Una riflessione sull’uomo/attore

Nelle serata del 13 agosto, presso il Chiostro di San Domenico, è andato in scena “GEMELLI SI, FRATELLI NO“, scritto da Raffaele Speranza e interpretato e diretto da Ernesto Lama con la partecipazione di Antonio Speranza. Questo spettacolo, insieme a tanti altri, fa parte della rassegna estiva “Classico Contemporaneo“, in cui ogni sera al pubblico viene mostrato uno spettacolo diverso con un’unica tematica comune: essere la riscrittura di un testo classico. Gemelli sì, fratelli no – Il paradosso della famiglia Si sa, la famiglia può divenire un handicap, più che un vantaggio, se si presentano determinate condizioni. I litigi feroci, l’urlato scambio di opinioni è pura quotidianità in moltissimi nuclei centrale della nostra società, ma abbiamo imparato da tempo che al suo interno, nascosti sopra la superficie, ci sono meccanismi più complessi. Ce l’ha insegnato Freud, per citarne uno, ma, ancora prima, c’è l’ha mostrato la sacra Bibbia con Caino e Abele. Sapendo quindi quanto può essere difficile rapportarsi con chi dividiamo la matrice genetica, ci viene naturale pensare di dissimulare, fingere dinanzi ad argomenti che creano burrasca, al fine soprattutto di vivere tranquillamente la propria esistenza. Eppure non bisogna esagerare, altrimenti il bluff è chiaramente scoperto, bisogna essere posati, equi nel distribuire la propria emozione. Un metodo studiato, perfezionato, provato sulla propria pelle, che fa di per sé chi lo usa un creatore di vere e proprie realtà alternative, non un misero imitatore. Questo è il Paradosso sull’attore di Diderot, una riflessione sulla necessità dell’attore di non contare sulla sola emozione, ma di misurare, con cura, le forze del suo personaggio senza mai farlo uscire dai binari. Partendo da questo pressupposto, il lavoro di Raffaele Speranza alla scrittura e di Ernesto Lama e Antonio Speranza nell’interpetazione converge unicamente nel mettere in scena questa surreale “prova aperta”, in cui giocando con vari testi scelti, tra cui il Don Giovanni e Il Malato Immaginario, ma anche citando bonariamente Miseria e Nobilità, e concendosi spesso di trascendere in maniera divertente e divertita nell’improvvisazione, gli attori mostrano al pubblico questo sottile filo che tiene uniti due fratelli che hanno molto poco in comune, oltre il sangue. Si ride, e non poco, dinanzi alla loro performance, eppure la risata non è di sicuro l’unico obiettivo di questo spettacolo, che centrando in pieno l’obiettivo di Diderot, mostra, sì, ironicamente e in chiave comica, ciò che esso vuole professare nel suo Paradosso, ma allo stesso tempo mostra la possibilità di ingannare e di essere ingannati nella quotidianità di chi fa dell’arte un artificio, segna una linea tra ciò che l’attore può e non può fare, tra ciò che deve e non deve fare, tra ciò che è, papabilmente, giusto e sbagliato sul palco. Resta, dunque, all’attore scegliere quale metodo usare, chi essere o come andare in scena. In ogni caso, noi gli diciamo: “Merda, merda, merda!”

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Recensioni

Gli Innamorati 2.0, un moderno Goldoni per il Classico Contemporaneo

In questi giorni di caldo agostano a Napoli, precisamente nel Chiostro di San Domenico Maggiore, è in svolgimento Classico Contemporaneo, rassegna teatrale estiva, in cui ogni sera viene presentato al pubblico uno spettacolo diverso, con un’unica nota caratteristica in comune: essere una riscrittura/rimaneggiamento di un’opera classica. Lo spettacolo previsto per la sera del 12 agosto, Gli Innamorati 2.0, diretto e interpretato da Andrea Cioffi, è una riscrittura della settecentesca opera di Carlo Goldoni, che vede, in oltre, in scena Sara Guardascione, Alessandro Balletta, Franco Nappi e Viola Forestiero. Gli innamorati 2.0, l’amore al tempo dei social Il ridere è pane quotidiano dei comici. Far ridere è una bella responsabilità, perché coincide con l’apertura del cuore da parte del pubblico, la concessione di una fiducia ritrattabile, momentanea, la cui durata può essere minuti, ore, anni, o, persino, l’eternità. Una risata, può capitare, sia l’inizio di un amore. Gli Innamorati 2.0 cerca continuamente il riso, prostrandosi servile al dio della risata, poiché non c’è nulla di più divertente di una tragica storia d’amore, dove due cuori che vogliono battere all’unisono, non sanno riconoscere il suono dell’altro e per questo riescono a concordare il ritmo. Il linguaggio scelto dall’autore è essenziale, scarno nella contemporeanizzazione, sembra al fine di mantenere alcuni impeti del testo originale, soprattutto nei singoli monologhi dei personaggi. La vera modernità della riscrittura viene concentrata negli aspetti digitali dell’opera, in cui, lì dove un tempo gli innamorati si scambiavano lunghe, animose  e corpose epistole, oggi gli amanti si conoscono, flirtano, vivono e lasciano attraverso una serie di battute digitate in uno spazio infinito, lasciando la corretta comprensione del testo non più al cuore di chi legge, ma al T9. La sceneggiatura sembra ogni tanto vagheggiare appena, mostrando allo spettatore certe battute e scelte artistiche un pò fini a se stesse, senza alcuna continuità e cerca fin troppo quel riso, al limite spesso del paradossale, che se è una saggia scelta per raccontare una così frastagliata storia d’amore, può essere un elemento di distrazione per chi cerca di tenere i fili della narrazione. Eppure la risata nasce spontanea di volta in volta, le battute sanno essere posizionate al punto giusto e gestite con disinvoltura dagli attori, i quali, singolarmente, sanno padroneggiare al meglio gli aspetti più ironici e più amari dei loro personaggi. Con un’ultima, imprevedibile, risata si conclude l’opera, la quale lascia se non una memoria indelebile nello spettatore, sicuramente il bel ricordo di una serata passata a divertirsi.  

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Food

Monsù, l’arte culinaria tra tradizione e innovazione

Nella suggestiva cornice di Vico San Domenico Maggiore 1, uno dei vicoli che più caratterizzano la bellezza del centro storico napoletano, a due passi dal Cristo Velato e da Napoli Sotterranea, è stata inaugurata una nuova realtà dai tratti fortemente partenopei: Monsù, locale che vede le sue fondamenta nella sinergia lavorativa di Marco Funeroli e Ferdinando Vesi. Monsù, o Monzù, è un espressione dalle origini ottocentesche, indicava il cuoco capace di cucinare prelibatezze anche partendo da ingredienti poveri. Da quei cuochi generati sotto il regno di Ferdinando IV e la sua consorte Maria Carolina, come ci racconta pure l’esperto di cose napoletane Amedeo Colella,  si sono messe le profonde radici della tradizione culinaria napoletana e siciliana. In occasione dell’apertura, abbiamo fatto qualche domanda a Marco Funeroli, sul progetto e sui suoi obiettivi: Aprire un ristorante nella città e nel paese del buon cibo porta sempre con sé una sfida, secondo te Monsù cosa ha di diverso, o di speciale, da altre realtà? Oltre la cucina, c’è un progetto, un’idea.  Un riscoprire la capacità dei napoletani, e non solo, di essere ancora Monsù, di prendere ricette straniere, o comunque generate da incontri, e farne uscire qualcosa di nuovo. Tutta la cucina napoletana, anche quella delle nostre zie e nonne, ha origine da questa tradizione, perché qualcuno ci si è messo e ha generato una vera e propria rivoluzione culinaria. Monsù, da sola, non ha nulla di diverso o speciale, è il suo spirito, la sua volontà a promuovere una realtà per far si che altri ci puntino, a renderla quel che è.  Ogni festa, ogni inaugurazione, porta sempre con sé una forma di augurio. Il tuo più personale per questo nascente Monsù? Che quello che sento, che le mie percezioni su questo progetto vadano avanti, senza troppi ostacoli. Se l’incontro con la cucina francese, in passato, ha generato capolavori gastronomici come il ragù, il patè, i souffle o il gateau, non si può far altro che appoggiare e sperare che un avvenire di contaminazioni e scontro di sapori e idee possa generare qualcos’altro di buono da vedere e da mangiare. In ogni caso, buon appetito.

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Attualità

Quello che rimane di Paula Fox edito da Fazi Editore

“Quello che rimane“, edito per la categoria “Narrativa Straniera“, è un’ulteriore tassello del puzzle di pubblicazioni che la casa editrice Fazi Edizioni ha elaborato per le opere della scrittrice statunitense Paula Fox. “Quello che rimane” di Paula Fox, il mito dei miti Bastano pochissime pagine, le prime, di questo lavoro testuale di Paula Fox per far saltare alla mente un vecchio mito greco, forse, uno dei più vecchi in assoluto, ovvero il mito del vaso di Pandora. Per chi avesse un momentaneo vuoto, Pandora, creatura dal corpo di donna resa bellissima e pericolosa dalla collaborazione degli dei dell’Olimpo, i quali le avevano fatto ognuno dono di una eccezionale qualità, venne mandata da Zeus, nel tentativo di proseguire la punizione del titano Prometeo, colpevole di aver rubato a questi il fuoco e averlo donato agli uomini. Sarà lei ad aprire il vaso, regalatole da Zeus stesso con l’ammonizione di non aprirlo mai, e a liberare quelle disgrazie e quei mali che, fino a quell’istante, erano stati sconosciuti all’uomo. Il vaso donato dagli dei a Pandora come il gatto che appare appena per una manciata di pagine iniziali, che è, per sacrosanto diritto acquisito, diretto co-protagonista dell’opera intera, pigmalione dell’evoluzione dei fatti e della storia e della vita di qualcuno. Non un uomo, questa volta ma, in maniera ancor più affascinante, un piccolo animale che in qualche modo sconvolge l’esistenze di un’altra donna, una borghese dell’America di fine anni settanta, la vita di Sophie Bentwood, rea di aver soltanto provato a darle un pò di latte, impietosita dal suo vagabondare. Il vaso si è aperto e gradualmente ne escono fuori tutti i mali finora ignoti ai signori Bentwood. Tutto comincia con un graffio, un semplice, piccolo, seppure potenzialmente letale, taglio sulla pelle che a volerlo guardare attentamente, con cura, apre la visuale su quello squarcio di gran lunga più oneroso che è la sistematica vita dei Bentwood, dei loro amici e della società americana della loro contemporaneità. Se infetta è la ferita, e quindi letale, di sicuro di meno non può esserlo per conseguenze diretta la vita e l’esistenza di chi la ferita la porta addosso. Ambientato in una realtà assolutamente collocabile e tangibile, l’opera di Paula Fox tocca dei picchi di puro surrealismo, dove due persone, i Bentwood, abitano lo stesso spazio, condividono lo stesso tetto e consumano il medesimo cibo, eppure sono così vicini e così lontani da non ricordarsi che, persino, il più piccolo e innocuo taglio può rivelarsi letale. Pagina dopo pagina, evento dopo evento, questa distopica e surreale coppia, sembra più che consumare la loro vita, quella di qualcun’altro, di qualcuno a loro accanto, magari di sopra o di lato, ma mai, mai veramente vicino.

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Recensioni

Il Deserto dei Tartari, Buzzati al Teatro Mercadante

Continua la stagione del Teatro Stabile di Napoli, continua la stagione del Teatro Mercadante. In scena, dal 17 al 22 aprile, troviamo “Il Deserto dei Tartari“, opera letteraria di Dino Buzzati, qui riadattata e diretta da Paolo Valerio, per la produzione del Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale e con un nutritissimo cast in scena: Leonardo De Colle, Alessandro Dinuzzi, Simone Faloppa, Marina La Placa (theremin), Marco Morellini, Roberto Petruzzelli, Mario Piluso (pianoforte e fisarmonica), Christian Poggioni, Stefano Scandaletti, Paolo Valerio. Il Deserto dei Tartari, l’eclissi di un uomo Il 17 dicembre 1819, Giacomo Leopardi scrive a Giordani, parlando, in tale lettera, della fanciullezza: “Dato che l’andamento e le usanze e gli avvenimenti e luoghi della mia vita sono ancora infantili,  io tengo afferrati con ambe le mani questi ultimi avanzi di quel benedetto e beato tempo in cui dov’io sperava e sognava la felicità […] è finito il mondo per me e per tutti quelli che pensano e sentono; sicché non vivono fino alla morte se non quei morti che restano fanciulli tutta la vita” Si può riassumere in tal modo la vita di Giovanni Drogo, la creatura di Dino Buzzati, il giovane tenente con appena un piede fuori dalla fase più pura della fanciullezza, destinato, senza averlo nemmeno chiesto, a raggiungere quella dislocata, isolata Fortezza Bastiani. Il viaggio è arduo, trovare la Fortezza sembra complesso; sarà guidato, proprio come tocca a tutti i figli, da qualcuno più in alto di lui ed una volta lì, nonostante il suo desiderio di fare subito ritorno in città e alla vita, invitato a restare, a passare almeno un po’ di quel suo tempo che, quando si è giovani, sembra infinito. L’adattamento e la regia di Paolo Valerio non regala grosse emozioni, ma, va detto, neppure disastrose delusioni. Valerio sembra scegliere di muoversi sul teso filo del racconto, prendendo a piene mani dalla potenza poetica e narrativa dell’opera di Buzzati, senza voler infilare al suo interno troppo di proprio. Rinarrando, si potrebbe dire, ciò che è stato già narrato una volta. Ci mostrano, Valerio e i suoi attori, quel che Buzzati voleva mostrarci. Questo curioso, variegato gruppo di uomini stipati e stretti in un confine da cui sembra non debba mai passare nessuno, eppure, proprio come Vladimiro e Estragone di Beckett attendevano e credevano fermamente nell’arrivo di Godot, costoro credono nello scoppiare di un imminente guerra. Sia che fossero di guardia, o a sbrigare le loro faccende o a maledire, rigirandosi nel letto, il fastidioso e perenne tintinnio della cisterna dell’acqua che non li faceva dormire, tutti loro aspettano, incessantamente, quel qualcosa che hanno atteso tutta la vita.  

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Teatro

Raccogliere e Bruciare, (Ingresso a Spentaluce) al Teatro Nuovo

Dal 21 al 25  marzo, il Teatro Nuovo di Napoli, ospita in scena Raccogliere e Bruciare (Ingresso a Spentaluce) ultima creazione del maestro contemporaneo Enzo Moscato, già messa in scena precedentemente durante il Napoli Teatro Festival 2017. Moscato si serve di un foltissimo cast di qualità per questo suo lavoro, composto da Giuseppe Affinito, Massimo Andrei, Benedetto Casillo, Salvatore Chiantone, Gino Curcione, Enza Di Blasio, Caterina Di Matteo, Cristina Donadio, Tina Femiano, Gino Grossi, Amelia Longobardi, Ivana Maione, Vincenza Modica, Rita Montes, Anita Mosca, Enzo Moscato, Francesco Moscato, Luca Trezza, Imma Villa. L’allestimento è impreziosito dalle installazioni di Mimmo Paladino, le luci di Cesare Accetta, le musiche originali di scena di Enza Di Blasio, i costumi di Daniela Salernitano. Raccogliere e Bruciare, appena un attimo e poi «Uno morì di febbre, uno bruciato in miniera, uno ucciso in una rissa, uno morì in prigione, uno cadde da un ponte mentre faticava per moglie e figli – tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.» Comincia così, l’Antologia di Spoon River, di cui Moscato ha fatto una riscrittura, un coraggioso tentativo da parte di un uomo abituato a coraggiosi tentativi di mettere in scena, in quella che molto definiscono “salsa napulegna“, uno dei grandi classici della poesia contemporanea. C’è una fitta nebbia sopra i capi ora alzati e ora rivolto verso il basso dei personaggi, impalpabile, proprio come la sua più stretta etimologia chiede, ed è un attimo pallida e chiara e un attimo dopo rossastra e sanguinolenta. Non si muove niente, non si muove nessuno se non per fare pochi passi, per compiere quel cammino esistenziale dedito alla farfalle. Tutto si accende e si spegne a poco più di un palmo di mano di dove iniziato. La coralità, questa è la chiave di lettura, di svolgimento, di ogni cosa. Una ferma e continua coralità, senza la quale tutto smette di avere senso o ragione. Caduto un solo epitaffio, venuto meno un solo piccolo brandello di insensato monologo inframezzato e l’intero castello cade rovinosamente sulla testa di tutto. Se cercate una trama, lasciate perdere questo spettacolo. Se cercate, fermamente, una ragione, qui o altrove, allora, di nuovo, recatevi altrove. Poiché, Raccogliere e Bruciare, mette in scena né la risposta né la domande, bensì il continuo imperituro e silenzioso momento che si frappone tra le due. Indefinito, indefinibile e, per questo, intoccabile, nel senso più materiale, questa è là più corretta delle descrizioni di ciò che Moscato mette in scena. RACCOGLIERE E BRUCIARE (Ingresso a Spentaluce) di Enzo Moscato cast Giuseppe Affinito, Massimo Andrei, Benedetto Casillo, Salvatore Chiantone, Gino Curcione, Enza Di Blasio, Caterina Di Matteo, Cristina Donadio, Tina Femiano, Gino Grossi, Amelia Longobardi, Ivana Maione, Vincenza Modica, Rita Montes, Anita Mosca, Enzo Moscato, Francesco Moscato, Luca Trezza, Imma Villa. musiche Enza Di Blasio costumi Daniela Salernitano allestimento Mimmo Paladino — da mercoledì 21 a domenica 25 marzo 2018 al Teatro Nuovo di Napoli Inizio spettacoli ore 21.00 (mercoledì, giovedì e sabato), ore 18.30 (venerdì e domenica) info e prenotazioni: cell: 0814976267 email: [email protected]

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Teatro

“EdenTeatro” di Alfredo Arias, Viviani rivive al San Ferdinando

Dal 27 febbraio al 11 marzo, il Teatro San Ferdinando ospita una produzione stessa dello Stabile di Napoli; “EdenTeatro”, opera di Raffaele Viviani, qui diretta dal regista franco-argentino Alfredo Arias, con un cast folto e di qualità. EdenTeatro, Viviani e l’Eden La definizione corretta di MetaTeatro è quella di “Teatro nel teatro”, ovvero l’espediente narrativo e teatrale la cui natura fittizia viene subito dichiarata, rompendo, apparentemente, il confine tra palco e platea. Eden Teatro, qui diretto da Arias, non rientra pienamente in questa definizione, ma si concretizza più nell’idea di MetàTeatro, ovvero un teatro a pezzi, diviso, intervellato da una forma di MetàMusical, in cui gli attori, tirando a sé l’attenzione, il plauso e l’occhio del pubblico, svolgono una finzione dettata e precisa in una più aperta e dichiarata rappresentazione mendace. C’è una sottile, minimale e quasi assente quarta parete a dividere queste dive per una notte, meretrice e venditrici di una forma d’arte eterea e impalpabile, con sfumature di fasullo, a voler imitare l’amore stesso, dal reale. Quello a cui il pubblico assiste è un infinito caffé-concerto, in cui l’inizio e la fine si confondono, mischiano e intrecciano fino a rendere improbabile una corretta comprensione di quale siano il capo e la coda di questo folkloristico entourage di tragicità quotidiane. Arias, dopo il lavoro su “Circo equestre Sgueglia”, sembra opzionare per uno stile registico in cui gli attori hanno pieno possesso del palco e del destino di ciò che vediamo, una sortita inattesa per un classico di Viviani, in cui le maestranze sono chiamate a misurarsi con le proprie capacità e i propri limiti, provando a ripetere quel senso ultimo di desiderio e di necessità assoluta che accompagna una semplice recita per ognuna di loro nell’Eden. Proprio per questo, non si può non far un plauso al nutrito gruppo di attori, che, tra interpretazioni cori e cambi repentini di ritmo, si carica sulle proprie spalle il peso della recita. Una coralità spezzettata, in cui il lavoro del gruppo si constata e tocca anche nei continui momenti in cui sono i singoli a dover dirigere solo l’orchestra umana messa su da Arias. Passandosi continuamente un invisibile testimone, il cast vive l’attimo con fatica e con ardore, con fanciullesco ardore e esperta amara ironia, concendendo al pubblico in sala una replica di quel sentimento di debutto che toccava le anime in passaggio all’Eden Teatro, ricettacolo di vuote esperienze e ricca sgraziatezza, in cui ogni attimo che viene nella vita di ognuno sembra essere il più importante.  

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Food

A Figlia d”o Marenaro, riapre il locale in Via Foria

È tornata A Figlia d”o Marenaro, dopo la momentanea chiusura di un mese e mezzo per lavori di ristrutturazione e ha deciso di farlo in grande stile. Presentandosi al quartiere, alla stampa e ai suoi amati clienti con la simpatia, la spontaneità e l’amore che da sempre è peculiarità di questo locale del centro napoletano. A Figlia d”o Marenaro, quando è necessario esagerare Oro è la parola fondamentale di questo ritorno. Poiché d’oro sono i rivestimenti delle pareti, oro è la cucina della Signora Assunta, ma d’oro sono anche la passione e la vitalità che la Signora Assunta e il suo affiatato staff mettono in ogni cosa, dalla composizione dei piatti alla capacità di creare sempre un’atmosfera genuina e famigliare. Ciò che aspetta il cliente, immergendosi all’interno del locale, è un blu mare, il quale abbraccia lo stesso come fosse circondato dalle placide onde di acque tranquille e serene. Può constatare, osservare quasi con mano, ciò che mangerà, vista l’esposizione, in alcuni casi esclusivamente ludica, delle pietanze, con una vasta distesa di alimenti ittici. Ma è ampio e ben ornato anche lo spazio dedicato alla pizza, un classico intramontabile e immancabile in un posto come A Figlia d”o Marenaro dove, come già detto, la tradizione dei sapori e della cultura culinaria napoletana non è solo è di casa, ma la fa da padrone. Grande novità di questa ristrutturazione (stile, design e arredamento sono a cura di Costagroup) è il secondo ambiente, una sala dove ci vengono mostrate, attraverso varie foto e atmosfera, la storia di Assunta, dai suoi inizi a pulire cozze su una cassa di legno di Birra Peroni, fino al successo attuale e ai giorni nostri. Ma per continuare a far sì che i vecchi gusti trionfino, bisogna anche saper guardare avanti, alla tecnologia moderna e alle sue continue innovazioni. Per questo, con la collaborazione di alcuni esperti del proprio settore come NEXTOR Cooking Solutions, che ha progettato e prodotto l’intera cucina, di cui notiamo con attenzione alcuni particolare come i suoi materiali acciaio INOX AISI 316lL una scelta che contraddistingue gli ambienti navali e che è stato voluto al Ristorante in via Foria per realizzare una realtà altamente performativa. O il forno Josper a Carbone Vegetale, che dona alle materie prime il giusto sapore senza però rischiare di cadere in eventuali contaminazione. È, dunque, questa filosofia quella che caratterizza A Figlia d”o Marenaro e il suo staff, un continuo e incessante lavoro per migliorarsi, per seguire l’evoluzione dei tempi e della cucina, di rispettare l’ambiente e, soprattutto, il cliente e il suo piacere. O, come direbbero, sempre con Pulizia, Qualità e Tanto Cuore. E su richiesta della stessa Signora Assunta e del suo team tutto, se dovete parlare male di A Figlia d”o Marenaro, mi raccomando, esagerate!

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