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Eroica Fenice

Libri

I Wanderers di James Lloyd Carr e il sogno che non muore mai

“Come i Wanderers vinsero la Coppa d’Inghilterra“, opera scritta dall’autore James Lloyd Carr, è edito dalla Fazi Editore per la collana “Le Strade“. I Wanderers di James Lloyd Carr e la bellezza del sogno Il caso ha voluto che mettessi mano a questa recensione proprio nelle stesse ore in cui il mondo intero, e la città di Napoli in particolare modo, venivano a conoscenza e facevano i conti con la notizia di Maurizio Sarri, padre spirituale del Sarrismo – termine che è entrato a tal punto nell’immaginario comune da divenire parte del Vocabolario Treccani – nuovo allenatore della Fc Juventus. Non è questo il luogo, né vorremmo lo fosse, dove discutere le scelte del mister, noi siamo qui per parlare esclusivamente del libro di Carr, ma non può, chi scrive, fare a meno di notare la divertente similitudine tra questa storia su carta e quella umana. Basta la prefazione del libro per capire in che tipo di lettura ci stiamo imbattendo e già allora bisogna far una scelta. I sognatori, quelli che fino al triplice fischio ci credono, proseguiranno la lettura, mentre coloro che sanno già tutto, che non si lasciano mai toccare dalla vita poiché la conoscono a menadito e nulla li stupisce, potrebbero voler smettere di leggere. Bisogna avere un certo tipo di personalità, di approccio all’esistenza per poter leggere, leggere veramente “Come i Wanderers vinsero la Coppa d’Inghilterra”. Perché la storia di questa squadra, di questa cittadina, di questi uomini è qualcosa per cui tutti coloro che hanno un sogno hanno lottato almeno una volta. Se si è desiderato qualcosa, ma lo si è desiderato veramente, ardentemente allora si divoreranno la pagine, le si bruceranno come si vorrebbero bruciare le tappe della propria vita che ci separano dal nostro agognato obiettivo. Bisogna credere che l’ambizione sia la chiave per ogni successo, bisogna sinceramente pensare che Davide, con la tunichetta e la fionda, possa abbattare il gigante Golia solo grazie alla sua mente, al suo talento, alla sua voglia. Allora si potrà credere a Mr.Fangoss, a Mr. Kossuth e a questa strampalata, imbarazzante, impossibilità alla vittoria, alla squadra di “dreamers”, come li chiamerebbero loro, e alla loro straordinaria storia. Al di là di tutto, al di là del vero o del falso, forse è stato solo una buona lettura, un divertente racconto da fare agli amici al bar, ma solo chi c’è stato e l’ha visto può capire, sapere e dire quanto è stato bello e quanto si sono persi quello che non c’erano. Quindi, al di là del giusto o sbagliato, degli uomini e delle icone, i ragazzi degli Steeple Sinderby Wanderers continueranno a esistere e a giocare il loro calcio impossibile fin quando ci sarà un uomo, anche soltanto uno, che si staglierà solo contro il mondo intero se esso dimenticherà la vera motivazione per cui ogni cosa, dal calcio alla vita, dovrebbe essere fatta: la bellezza.

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Teatro

Manco per sogno al Tan, una risata vi seppellirà

Il 10 e 11 maggio, al TAN – Teatro Area Nord, è andato in scena “Manco per sogno“, spettacolo prodotto dalla compagnia teatrale Diapason. Lo spettacolo, scritto da Antonio Colursi e Gianpaolo Pasqualino, vede in scena gli stessi insieme a Tano Mongeri, Eleonora Pace e Giulia Mancini. Manco per sogno, qualcosa per cui vivere Se si studia il latino, cosa che ci sentiamo di consigliare a tutti, non si può non soffermarsi, oltre che sugli aspetti linguistici, sulla straordinaria letteratura che ci ha lasciato in eredità. Il teatro latino, ad esempio, è fondamentale per cogliere le evoluzioni e la storia di ciò che vediamo in scena oggi. Una differenza fondamentale, per i latini, era quella tra il dramma e la commedia. Il primo era considerato un teatro “alto”, mentre la commedia era quello “basso”. Ad oggi, la concezione di dramma e commedia sono assai diverse e spesso assistiamo a produzioni dove la differenza tra le due anime è talmente sottile da essere quasi invisibile. Questa trasformazione la dobbiamo al lavoro e alle opere lasciate da tanti artisti nel corso del tempo. “Manco per sogno” si può tranquillamente collocare nel filone della commedia che non è fine a se stessa e non è semplicemente l’occasione per del buon riso. Approfittando, con saggezza, dell’innata vivacità dei dialetti italici, “Manco per sogno” racconta la storia di Noemi, influencer d’assalto, del suo agente e del suo compagno tra il desiderio della prima di maggiore clamore pubblico e il desiderio d’intimità dell’ultimo. Quello che si nota è la scelta degli autori di un fare uso particolare della forte comicità intrinseca nel testo. Se è evidente che il lavoro del duo artistico Pasqualino/Colursi è improntato sul dare all’opera un retrogusto dolce e piacevole, è altrettanto chiara la presenza di un’altra nota di sapore. Allo spettatore vengono posti, seppur come sottotraccia, problematiche reali, concrete e tragiche come quella  della perdita dell’identità e della dipendenza dai social. Ogni cosa però viene mostrata attraverso il gioco di specchi, come il bimbo che osserva il sole posando l’occhio su un vetro affumicato per non bruciarsi. Il destino di Noemi è appeso ad un filo, un filo governato da un vento di like e condivisioni. Solo lo spettatore può decidere quale fine farà, solo a loro è concesso di mettere realmente la parola fine all’opera. Fonte immagine: Ufficio Stampa.    

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Teatro

Luciano al Politeama, l’ultimo lavoro di Danio Manfredini

La collaborazione tra il TAN (Teatro Area Nord) e il Teatro Politeama ha fatto sì che il 27 e il 28 aprile, il pluripremiato UBU Danio Manfredini portasse a Napoli il suo ultimo lavoro teatrale: Luciano.  In scena, oltre a Manfredini, ci sono Ivano Bruner, Cristian Conti, Vincenzo Del Prete, Darioush Forooghi e Giuseppe Semeraro. Luciano, un ultimo atto d’amore La summa. Luciano non è altro che questo, il sunto di un discorso cominciato tantissimi anni fa (con Tre studi per una Crocifissione o, probabilmente, ancora prima) e poi portato avanti, mutato col tempo, cambiato, rivoluzionato per restare al passo con la storia, per capirla e coglierla questa corrente d’innovazione. Il mondo è cambiato, Danio Manfredini pure, ma la sua arte continua a possedere quell’estasi della vocazione ineluttabile. Noi tutti andremo, prima o dopo, mentre il suo teatro resterà. Zampillo di una sorgente lì dove non v’è altro che deserto. Incancellabile dalle menti e i cuori di chi l’ha veduto, l’ha udito, l’ha conosciuto. Danio Manfredini è arte, indubbiamente, eppure bisognerebbe ricordare a molti che resta un uomo di carne, sangue e sogni. Il problema dell’idolo è che quando indica la luna, gli altri non guardano il dito, ma solo lui. Le sue topiche diventano utopiche, per citare qualcuno, e tutto ciò che dice, narra e fa, diventa parte di un contesto più grande, di un meritevole passato che sovrasta il presente e il futuro. Nel narrare il male, nel raccontarla con leggerezza di chi ne conosce il peso specifico e cerca di ridurlo per portarselo alle spalle, la gente ride di gusto e il messaggio è bello che perduto. I mondi creati da Manfredini nei suoi spettacoli, sempre così uniti e aderenti al nostro, per la prima volta appaiono lontani dalla collisione, solamente suoi. Così, mentre il performer assoluto del teatro italiano svolge come sempre più che egregiamente il suo compito sul palco, portando con sé validi compagni a fargli da fondale delle sue emozioni e della sua storia, non si riesce a comunicarci più come le altre volte. Per la prima volta, Danio Manfredini appare lontano, irraggiungibile. Luciano resta un buon spettacolo, anche per i neofiti del maestro che potranno cominciare a coglierne la siffatta bellezza, ma appare irrimediabilmente compromesso nel momento in cui quel palco che è sempre sembrato vicino, ora appare per quel che è: dimensione ristretta all’autore e all’opera. Fonte immagine: Ufficio Stampa.

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Teatro

La Brocca rotta di Giuseppe Dipasquale. Una semplice commedia

Dal 24 aprile al 5 maggio 2019 al Teatro Mercadante di Napoli andrà in scena in prima nazionale lo spettacolo La brocca rotta. L’opera di Heinrich von Kleist sarà qui diretta da Giuseppe Dipasquale e interpretata da un grande coro di attori: Mariano Rigillo, Anna Teresa Rossini, Andrea Renzi, Antonello Cossia, Carlo Di Maio, Silvia Siravo, Fortuna Liguori Annabella Marotta, Umberto Salvato, Francesco Scolaro e con la partecipazione di Valeria Contadino. Lo spettacolo è una produzione Teatro Stabile di Napoli–Teatro Nazionale. La brocca rotta, una semplice commedia di Giuseppe Dipasquale Non per forza il migliore degli spettacoli è il più dirompente. O quello più sarcastico, movimentato, colmo di straordinari colpi di scena e capovolgimenti d’ordine. La semplicità, come spesso ci viene insegnato, non è un punto di partenza, ma di arrivo. Per questo, nonostante non sia travolgente o d’impatto l’impostazione registica data da Dipasquale, lo spettacolo La Brocca rotta riesce comunque ad essere godibile, facendo giocoforza sulla straordinaria bravura dei suoi attori, il trio Rigillo-Cossia-Renzi soprattutto, e potendo contare sulle solidi base di un testo incredibilmente contemporaneo. Sì, perché questo problema del “male” è assai diffuso anche nei giorni nostri. La corruzione, la necessità di giustificazione o mistificazione di esso è ancora pura essenza della nostra società. Non possiamo, non vogliamo far risultare il male ad ogni costo, persino se questo, in mutata forma, dovesse cadere su qualcun altro e affliggerlo al posto nostro. Così come i personaggi di von Kleist sanno a che gioco stanno giocando fingendo di non ricordarne più né le regole, né i giocatori e neppure l’esistenza stessa di esso, l’uomo sfugge dinanzi alla responsabilità del suo torto e usa, proprio come Adamo, ogni mezzo possibile per salvarsi da se stesso. In un cadenzato climax da commedia, verità scomode vengono poste dinanzi allo spettatore, riflessioni profonde affrontate con un preciso taglio d’autore. I ruoli di ognuno si consumano come candele accese e poi abbandonate a se stesse. Si ride, si ridacchia perfino, anche se ci sarebbe più da piangere in certi frangenti, e così dopo un po’ tutto ciò che resta è solo la cera sciolta e caduta. Testimonianza di una fiamma che una volta ha bruciato.

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Libri

Luna rossa, Kim Robinson e la Fanucci ancora insieme

“Luna Rossa” di Kim Stanley Robinson, autore della fortunata  e pluripremiata “Trilogia di Marte” è qui edito da Fanucci Editore nella collana Narrativa. Luna Rossa, un viaggio dove siamo già stati Caleidoscopico. Appena finito un libro da recensire, mi fermo sempre qualche giorno a pensarci su e a cercare una parola, una singola parola che lo riassuma totalmente e da cui far partire tutto. Un solo termine, secco. Caleidoscopico è la parola chiave per “Luna Rossa” di Kim Stanley Robinson. Come ci avvisa lo strillone in copertina, siamo dinanzi ad un’opera fantasy. Robinson, per chi lo conosce, è uno degli autori fantasy più in auge del momento. Eppure quest’opera vira chiaramente su altre tematiche e stili nel mostrarsi al pubblico, usa gli aspetti fantascientifici come sfondo, prendendo a piene mani da quel mondo immaginario a cui siamo già abituati e educati ormai, senza aggiungerci nulla di veramente nuovo e rivoluzionario. Lontani dal solito brand, dall’idea che maestri come Asimov e Dick ci hanno dato di genere fantascientifico, Robinson scegliere di porre il focus del lavoro su un caso da risolvere, su un colpevole da trovare e un rocambolesco groviglio di personaggi e avvenimenti che sta al lettore districare con cura pagina dopo pagina. Insomma, più che fantasy, direi puro noir. Non troviamo l’azione ad ogni costo in questo libro, né dialoghi da cardiopalma e taglienti come lame, è più uno studio sull’uomo e sul suo spettro emotivo. Una riflessione che l’autore sembra voler fare sul mammifero più diffuso sulla terra, lasciandosi andare spesso a variazioni sul tema e voli pindarici. Non c’è una narrazione diretta e precisa, è un trattato, quello che Robinson fa, e sceglie di farlo con lentezza e parsimonia. Usa un ritmo discontinuo, preme sull’acceleratore e poi frena bruscamente, e concede grandi lezioni antropologiche e storiche al lettore, imponendo così il suo stile e prendendosi in pieno il rischio di condurre lontano il lettore dalla trama principale. Non è un cattivo libro quello che ci troviamo a stringere tra le mani, alla fine. Neppure un libro eccelso, bisogna dirlo. Una lettura assolutamente godibile e di qualità, ma non imprescindibile. Il consiglio è di non pensare di ingoiarlo in un sol boccone, come certi lupi fanno con le bimbe indifese e certi lettori con i libri che hanno amato, ma di sorseggiarlo, come un tè caldo e rilassante nell’ultima ora di luce della giornata, finché non si freddi il giusto per poterne sentire tutto il sapore.

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Teatro

Cantico dei Cantici di Roberto Latini: l’amore invade il Nuovo

Il 3 e il 4 aprile, il Teatro Nuovo di Napoli ha ospitato “Cantico dei Cantici“, il testo ospitato sia nella Bibbia ebraica che in quella cristiana ed attribuita a Salomone, che viene qui messo in scena sotto forma di monologo. Qui adattato, diretto e interpretato da Roberto Latini (Premio Ubu 2017 – Miglior attore o performer), lo spettacolo è prodotto da Fortebraccio Teatro. Cantico dei cantici di Roberto Latini, il teatro del tutto Onirico. Così appare questo ammasso informe di idee, prospetti e possibilità messo in scena da Roberto Latini, che si modella, si forma ogni volta unico e irripetibile negli occhi, nelle orecchie, il cuore e l’anima di chi assiste. Non v’è concesso allo spettatore nessuna certezza, nessun appiglio su cui basare con concretezza le sue idee, se non uno spiraglio aperto sull’umanità tutta. Lo stesso identico buco da cui il giovane Noodles osservava il suo grande amore Deborah, accompagnato nel suo essere errabondo dalle atmosfere musicali di Ennio Morricone. Ci sono diverse sovrastrutture su quella originale del testo biblico, alcune citazioni, volute e evidenti, e altre meno. Ma quel che resta, alla fine di questo spettacolo, è solo l’infinità possibilità del tutto. Una panchina, un alberello e una postazione da dj poste chi sa dove, chi sa quando e chi sa da chi. Aperto ad ogni cosa, il “Cantico dei Cantici” di Roberto Latini esplora l’universo intero di quell’inesauribile argomento che è l’amore. Lo fa con una performance fisica e vocale assoluta, non preservando minimamente se stesso, non curandosi di un domani che, forse, per questo androgino innamorato e perduto nell’abisso del vivere non arriverà mai. Non dura tanto lo spettacolo, ma nemmeno poco. Il giusto. Il tempo di prendersi finalmente un po’ di tempo, di dire ciò che ci diciamo ogni giorno, se non parole tanto belle e selezionate da far parte di quello che dovrebbe essere un manifesto di universale amore per l’eternità. Verso la fine, non resta altro che abbandonare ogni menzogna, lasciare dietro il peso della vanità del corpo che ci siamo portati con fatica addosso per tutto il tempo, lasciarlo cadere a terra e dimenticare. Morire, dormire, sognare, forse. Ma vi prego, vi prego, non svegliate il mio amore che dorme.

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Libri

Haxa Vol.2 – Ombre d’acqua, la storia di Pellizon continua

La Bao Publishing non arresta l’invasione di successi sul mercato italiano, lanciando il secondo volume di Haxa, la tetralogia ideata e disegnata da Nicolò Pellizon. Haxa Vol.2, e il cliffhanger d’eccezione Il Cinematic Universe riguardante il mondo dei fumetti a 360 gradi ha cambiato il mondo del cinema, sicuramente, ma anche tante altre cose. Sicuramente la nostra percezione dei supereroi, la nostra idea di plausibile e possibile. Non pensiamo che un uomo possa volare, questo no, ma ci rendiamo conto, adesso, che l’eroe in costume non è senza macchia, non è sempre sicuro di sé e inattaccabile dal punto di vista della sicurezza e della psicologia. Sono uomini, uomini come noi, con solo una straordinaria abilità in più. Ombre d’acqua, seconda parte della tetralogia di Nicolò Pellizzon, è un’analisi a stretto giro sui personaggi in un contesto in cui il personaggio smette di essere protagonista dell’azione, ma si limita a subirla, a viverla. Ogni tavola sembra sul punto di esplodere nelle sue tonalità pronunciate, come se la realtà che Pellizon vuole raccontarci fosse saturizzata fino al suo limite massimo. Fino a far male agli occhi. Chi li segue dal primo volume, sa chi sono questi ragazzi, cosa hanno vissuto e da quale percorso vengono. Li abbiamo visti indeboliti dalla paura, dal terrore di fallire, abbiamo ascoltato i loro sogni e, adesso, li seguiamo mentre compiono lo step successivo, mentre abbandonano definitivamente il guscio protettivo dell’ignoranza per immergersi a pieno petto nella violenza della consapevolezza. Come già riscontrato nel primo volume, sono forti e intraprendenti i personaggi femminili di Pellizon. Sono il focus assoluto dell’opera, non fanno da cornice, né da icona stereotipata pronta all’uso, sono esse stesse la chiave di lettura di Haxa. Senza cadere negli spoiler, concludiamo questa recensione avvisando il lettore che il cammino composto nel primo volume e il finale “devastante” con il quale ci eravamo lasciati, riprende appieno nel secondo, portando lo spettatore ad una ulteriore esplorazione dell’interiorità, sì, ma anche in un meraviglioso viaggio nell’esteriorità, nella cruenta lotta per la sopravvivenza, nello scontro perpetuo e nelle sfide quotidiane che caratterizzano le vita adulta, nelle quali ci si ritrova che lo si voglia o meno.  

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Libri

Gideon Falls, di Lemire e Sorrentino – Vivere in un mondo di morti

Gideon Falls, la graphic novel di Jeff Lemire e Andrea Sorrentino edita dalla Image Comics, sbarca in Italia grazie alla Bao Publishing. Il primo volume, composto da 160 pagine, è uscito il 24/01 ed è in vendita nelle fumetterie e online. Vediamo insieme di cosa parla. Gideon Falls,  ciò che è non è  Se l’aveste chiesto a Leibniz, lui v’avrebbe detto senza indugio che, secondo lui, questo è il migliore dei mondi possibli. Che sia anche l’unico, però, non è detto. Gideon Falls, l’opera che viene dalla mente di Jeff Lemire e la matita di Andrea Sorrentino, è un viaggio in una città fantasma. Dove ciò che sembra aver abbandonato le abitazioni e le strade, non sono gli abitanti, ma la speranza e il desiderio. Un luogo, la cittadina di Gideon Falls, dove il grigio ha la meglio nel cielo anche quando c’è il sole e dove il male e il bene sono così difficili da dividere, distinguere e sottilineare, da essere spesso confusi. In un posto così è facile impazzire, perdere la voglia di combattere, perdere la fede. Ma quando la massa è indecisa o crolla, ci sono sempre dei singoli dietro a sospingerla. Sono i singoli, il loro coraggio e la loro forza, la chiave di Gideon Falls. C’è qualcosa, in questa graphic novel, di questo revival anni ’80, nelle mode e nella impostazione delle immagini, cominciato già da un po’ e che trova la sua migliore espressione in Stranger Things, di appena accennato, una pennellata delicata, che però si nota e si enfatizza in alcuni momenti. E se alcuni tratti, alla lontana, ricordano pure le dicotomie e gli ambienti del Preacher di Ennis, il lavoro del duo si discosta graficamente e dal punto di vista delle tematiche molto velocemente. Qui il male ha un viso ben chiaro, identificato, seppure confuso nel rossore del sangue e nel buio della mente. A Gideon Falls la verità non è una e trina, è una e infinita. Non resta allo spettatore, una volta concluso il primo volume, una comprensione totale di ciò che narrato, poiché ogni cosa è ancora papabile di smentita o conferma. In una realtà che si basa sul muoversi in parallelo dei suoi protagonisti, dove la ricerca della giustizia diventa occasione di riconoscere chi è giusto da chi non lo è, ogni cosa è possibile.

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Eventi/Mostre/Convegni

Marc Chagall e il suo sogno d’amore invadono Napoli

Marc Chagall a Napoli, tutti le informazioni Dal 15 febbraio al 30 giugno, la Basilica della Pietrasanta-Lapis Museum di Napoli ospiterà all’interno della sua magnifica cornice la mostra “Chagall. Sogno d’amore” realizzata col contributo di Fondazione Cultura e Arte ed l’organizzazione e la produzione di Arthemisia. Durante la presentazione e la conferenza stampa, abbiamo avuto modo di visitare l’esposizione e fare qualche domanda a Iole Siena (presidente di Arthemisia) e Dolores Dùran Ucar, curatrice della mostra. Marc Chagall, l’adulto col cuore di fanciullo Sono tanti i motivi che ci spingono a visitare una rassegna. La semplice curiosità, il passaparola, l’amore sconfinato per quell’artista, l’interesse didattico. Da spettatore, sono svariate le occasioni che ci portano a passeggiare in silenzio tra le opere e la vita di qualcuno. Qual è però la scintilla, la chiave d’accesso che porta un curatore a scegliere proprio quell’artista? A dedicargli tempo, a curarlo come una seconda madre, scegliendo appositamente ogni opera, allestendo un percorso definito, studiato per permettere a tutti di comprendere appieno la bellezza e la grandezza della sua arte? Cercando di riassumere e concentrare questi quesiti degnamente, abbiamo posto una singola domanda alla curatrice Dolores Dùran Ucar: Perché Marc Chagall? Chagall è uno degli artisti più importanti del ventesimo secolo.  Un artista indipendente, nel senso che quando lui è arrivato a Parigi c’erano le prime avanguardie, il cubismo, il surrealismo e lui non ha preso nessuna di queste strade. Lui desiderava soltanto la libertà. Scegliere le opere, non è così facile. Abbiamo deciso di sottolineare due aspetti: la traiettoria di Chagall, con questo viaggio dal 1925 al 1985 e dall’altra parte, alcune tematiche fondamentali per la sua creazione.  Si è cercato di riprendere tutto quello che secondo noi riprende appieno il pensiero di Marc Chagall. C’è l’amore, l’amore che muove il mondo, come diceva Chagall. L’amore è indubbiamente la più facile, ma non per questo meno coinvolgente di altre, chiave di lettura di questa esposizione dell’artista bielorusso naturalizzato francese. Ma la traiettoria, citata dalla curatrice Dolores Dùran Ucar, è indubbiamente la vera bellezza di questa mostra. Cinque sezioni, cinque punti di partenza diversi che conducono inesorabilmente alla stessa destinazione: la vita e l’arte di Marc Chagall. Se nella prima sezione Infanzia e tradizione russa possiamo osservare tele come Il Villaggio Russo, dove viene mostrata l’indimenticata Russia, è nella quinta sezione che vediamo sbocciare “l’amore che muove il mondo” con tele come Il Gallo Viola o Gli innamorati con l’asino blu. Dietro quello che ci auguriamo sia un grande successo per la cultura e il  pubblico, c’è ancora una volta Arthemisia. Dopo aver portato una straordinaria e visitatissima mostra di Escher al Pan, ora tocca a Chagall. Per questo abbiamo provato a convincere Iole Siena, presidente di Arthemisia, a svelarci i suoi piani. Arthemisia ha “scoperto” finalmente Napoli e sembra che Napoli risponda bene. Quali sono i progetti per la città per il futuro, se può svelarci qualcosa? È scattato un grande amore.  Avevamo un piccolo tentennamento all’inizio, ma i risultati magnifici ottenuti con Escher con circa 140mila visitatori, […]

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Recensioni

Macbettu al Bellini – La terra trema e il cuore pure

Dal 12 al 17 febbraio, il Teatro Bellini ospiterà Macbettu, opera teatrale vincitrice del premio UBU 2017 come Miglior Spettacolo dell’anno. Tratto dal Macbeth di William Shakespeare, è tradotto in sardo da Giovanni Carroni e vede in scena Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Andrea Carroni, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Stefano Mereu, Felice Montervino diretti da Alessandro Serra. Lo spettacolo è prodotto da Sardegna Teatro/Compagnia Teatropersona. Macbettu, la terra chiama Il rumore. Metallico, violento, ripetuto. Richiama alla mente, seppure essa non ne ha esperienze dirette, i campi di guerra, le sterminate cavallerie e l’orrore dei corpi caduti. Così inizia Macbettu, nell’oscurità, fisica e mentale, in cui le figure ancora più tetre del mondo in cui vivono e si muovono, appaiono come possedute da una danza indecifrabile, un modo di porsi ironico e confabulatorio tra pochi eletti. C’è un messaggio di grandezza, o infimità a seconda della lettura, che smuove gli animi, accende gli spiriti e fa muovere la terra più della sua rotazione naturale. Porterà scompiglio, miseria e morte dove scompiglio, miseria e morte hanno già posto le mura della propria casa. Macbettu di Alessandro Serra sembra volutamente ignorare lo spettatore vergine, ignaro di ciò che gli si pone dinanzi, e narra la storia shakesperiana da un pulpito invisibile, dal punto di vantaggio di chi già sa e “obbliga” ad una conoscenza precedente della sua trama per poterne apprezzare e cogliere tutte le sfumature. La scena è presa in possesso da un gruppo di attori, la fanno propria, la dominano e la vivono. Ci sono solo uomini in scena, pure quando c’è da interpretare uno dei personaggi femminili più controversi e pericolosi della drammaturgia tutta: Lady Macbeth. Qui appare, però, in netta minoranza in confronto al rapporto Macbeth-Banco, non è più la fondamentale causa del malato e perverso intrigo, ma ne appare prima semplice sostenitrice, poi critica e, infine, vittima. Non è più personaggio primario, totale, ma necessario e interessante suppellettile. In un rumore che ricorda le notti insonni, in un pensiero, un rimorso che bussa alle porte della mente e dello spirito, Macbettu si chiude, portando con sé le le anime frastagliate, distrutte e il male di cui esse s’erano macchiati. Macbettu tratto dal Macbeth di William Shakespeare traduzione in sardo Giovanni Carroni con Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Andrea Carroni, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Stefano Mereu, Felice Montervino musiche pietre sonore Pinuccio Sciola composizioni pietre sonore Marcellino Garau regia, scene, luci, costumi Alessandro Serra coproduzione Sardegna Teatro, Compagnia Teatropersona Dal 12 al 17 febbraio, Teatro Bellini

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Recensioni

“Vocazione” di Danio Manfredini, al Piccolo Bellini

Dal 5 al 10 febbraio, il Piccolo Bellini ospiterà il vincitore di quattro premi UBU, Danio Manfredini, in scena con l’opera da lui scritta e diretta “Vocazione“, che vede in scena, assieme a Manfredini, Vincenzo Del Prete. Lo spettacolo è prodotto da La Corte Ospitale. Vocazione di Danio Manfredini, cos’è l’attore Quand’è che si raggiunge la performance assoluta? Quando si interpreta ogni sera, per anni, lo stesso identico personaggio e gli si riesce ancora a concedergli la vitalità, l’ingenuità e lo stupore nei fatti di un debutto, di una prova? Quando ci si fa carico di più di un’anima in contemporanea, si prende sulle spalle il dolore, la gioia, la vittoria e la sconfitta di una vasta gamma di maschere e le si porta una sopra l’altra sulla propria? Danio Manfredini è indubbiamente il performer assoluto, poiché riesce nell’impresa di poter essere chiunque, non dimenticando mai di essere se stesso nella sua arte. Sono amari e amareggiati spesso i suoi soggetti, sembrano provenire da realtà teatrali recondite, dimenticate da tutti eppure assolutamente essenziali per la formazione non solo dell’artista, ma dell’uomo. Restano ancorati al tempo e al mutamento costante con fatica, in piedi non per una vera e ferma volontà, ma solo perché non sanno stare in ginocchio. Appare un folle camminatore notturno senza meta l’Amleto, malato e allo stesso tempo unico è l’amore di Kostia e Irina, sono figure erranti. Come cadaveri a cui il rigor mortis ha già fatto visita, appaiono da lontano come sentinelle instancabili, immortali, della condizione umana, ma con uno sguardo più vicino gli si può notare la pelle avvizzire, le rughe solcare ogni angolo e l’anima invecchiare. Apre un uomo, un attore solo che sogna, dopo tanti anni, di interpretare ancora una volta il Lear. L’attore di teatro, di per sé reietto tra gli altri attori, non può vincere questa battaglia col tempo, col corpo e con la totalità che il teatro richiede. Come il calabrone di un nostalgico e impreciso aforisma, non lo sa e recita. Non lo sa e vive.   Vocazione di Danio Manfredini Con Danio Manfredini, Vincenzo Del Prete Collaborazione artistica: Vincenzo Del Prete Progetto musicale: Danio Manfredini, Cristina Pavarotti, Massimo Neri Luci: Lucia Manghi, Luigi Biondi Regia: Danio Manfrendini Produzione: La Corte Ospitale Dove e quando: Piccolo Bellini, dal 5 al 10 febbraio Orari: feriali ore 21:15, giovedì ore 19:00, domenica ore 18:30 Prezzi:18€ intero, 15€ ridotto, 10€ Under29 Durata: 70 min

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Libri

“Quelli di via Teulada” di Daniela Attilini, un racconto di famiglia

“Quelli di Via Teulada“ è un romanzo scritto da Daniela Attilini, autrice televisiva e curatrice inviata per diversi programmi di Radio Uno e Radio Due, edito dalla casa editrice romana Graphofeel Edizioni. Quelli di via Teulada, come inizia una storia secondo Daniela Attilini La famiglia è da sempre organismo principale della nostra società. Senza la concezione di famiglia, la sua organizzazione, l’intero aspetto della nostra socializzazione ed educazione sarebbe del tutto rivisto, tramutato, sconvolto. Osservando la famiglia, noi assistiamo all’evoluzione di qualcosa più grande, delle dinamiche sociali interne ad un paese, ad una generazione, ad un tempo storico. La famiglia è lo Stato. Partendo da questo pressupposto, “Quelli di via Teulada”, scritto da Daniela Attilini, non è che l’incontro tra tre famiglie: quella degli Attilini, quella di Mamma Rai e l’Italia. Tutto inizia con una Italia post-bellica, distrutta fisicamente e moralmente dagli orrori della seconda guerra mondiale, che ha desiderio e necessità di riscossa, di crescita e ricostruzione, proprio come la mitologica fenice dalle sue ceneri. La storia di Gianni Attilini, giovane giornalista di Radio Cagliari che parte per Roma e approda ad una Rai appena nata, ancora in fase di costruzione, è uno dei modi più corretti di raccontare come iniziò la rinascita di un paese e di un popolo. Il lavoro di Gianni è quello di selezionare, organizzare e coordinare le immagini che seguono le parole dei giornalisti nel raccontare le notizie, scegliendo, velocemente e con abilità, le migliori, le più adatte, quando ancora non esisteva nessun mezzo informatico e tecnologico a cui oggi siamo abituati con consuetudine quasi noiosa. Sarà proprio questa la base narrativa di Daniela Attilini, selezione di immagini, scaglie di passato e storia del nostro Bel Paese, per raccontare la sua vita, quella di suo padre e quella dell’Italia e degli Italiani durante alcuni dei passaggi più entusiasmanti e tremendi della nostra realtà. Il Boom economico, l’Allunaggio fino ad arrivare ai giorni delle Brigate Rosse e quelli degli Anni di Piombo, tutti messi a setaccio dagli occhi di una bambina e raccontati dalla mente e dalle dita di una donna adulta, tra la dolce nostalgia di un tempo che fu e lo sbieco ricordo di momenti la cui imponenza non si sapeva cogliere pienamente e con cui si è imparato a fare i conti solo molti anni dopo. Una lettura interessante, quella qui proposta da Graphofeel, che con la storia di una semplice famiglia italiana, sa mostrare tutte le facce di un popolo nelle sue ore migliori e peggiori. [amazon_link asins=’8832009021,8883462874′ template=’ProductCarousel’ store=’eroifenu-21′ marketplace=’IT’ link_id=’f80e67f4-22db-4723-a215-892aa7292f58′]

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Teatro

Il cielo in una stanza al Piccolo Bellini, la Napoli racchiusa tra quattro mura

Dal 26 dicembre al 6 gennaio,  andrà in scena Il cielo in una stanza al Piccolo Bellini, nuova fatica della compagnia teatrale partenopea Punta Corsara. Scritto e diretto da Emanuele Valenti, l’opera vede al testo la collaborazione di Armando Pirozzi, ed è interpretato da  Giuseppina Cervizzi, Christian Giroso, Sergio Longobardi, Valeria Pollice, Emanuele Valenti, Gianni Vastarella. Lo spettacolo è prodotto da  Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, 369gradi. Il cielo in una stanza al Piccolo Bellini: quando gli alberi sono caduti […]Napule r’ ‘u Priatorio, Napule lapetiate, Napule r’ ‘u scuretorio, Napule ce sta o’ sole[…] Tratto da Napucalisse di Mimmo Borelli Non si perderà qui tempo a parlare della Napoletanità e della sua presunta esistenza, d’altronde non gli concedono alcunché gli autori e gli attori della pièce. Parleremo, molto sommariamente, della vita di un Napoletano posta in condizione di essere in confronto alla vita di qualunque, qualunque altro abitante di una qualsiasi città di questo nostro bel paese. Si discuterà, approfondirà la natura di un uomo quando esso, nonostante tutta la sua buona volontà e predisposizione mentale e culturale alla vita savia, viene spinto, relegato ad uno status primitivo dell’essere. S’osserveranno i riti a cui esso si attiene con precisa ripetizione ogni giorno, sia esso stare attento a non spingere troppo una porta per non vedergli cadere addosso l’intero soffitto o cominciare fermamente a credere in ogni cosa, pure la più stupida, improbabile e, sì, primitiva, pur di poter continuare a campare, pur di poter continuare a trovare un senso in quel suo vivere, in quella sua esistenza che paragonata a quella altrui latita di ogni ragione e logica. Con Il cielo in una stanza al Piccolo Bellini, non ci sarà spettacolo in questi giorni, ma trattato, apologia di una parte onesta di un popolo, confrontata con la sua parte e i suoi istinti peggiori, al fine proprio di dimostrarne la più concreta differenza. Nessuno sarà libero di andarsene finché l’ultima riga non sarà posta sul foglio e la penna posata, ammettendo sempre che sia possibile porre una fine all’infinita storia di un popolo. Seppur sommersi, sconfitti, abbattuti, certi umani sanno trovare in se stessi forze oscure al momento giusto, quasi soprannaturali, per trovare per se stessi una forma di giustizia, di pace, che ad altri può apparire solo come pura follia o grottesca realtà. Questo è il peso dell’eredità di un Napoletano, il quale canta e balla nel momento più nero della sua vita, non perché ci creda chissà poi quanto veramente, ma perché così gli è stato insegnato a fare.

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Eventi/Mostre/Convegni

Escher a Napoli – Siamo fatti della stessa materia dei sogni

C’è poco da annunciare, ormai, per quel che riguarda la mostra di Escher a Napoli, ospitata al PAN – Palazzo delle Arti dal 1° Novembre al 22 Aprile, visto il suo già conclamato e meritato successo di pubblico. Sono stati oltre 5.000 i visitatori della mostra solo nei primi 4 giorni di apertura, posizionando subito questa retrospettiva sul genio olandese tra le più quotate e meritevoli a livello nazionale e internazionale. Un pubblico eterogeneo, composto da cittadini e soprattutto turisti provenienti da tutto il mondo, ha invaso le stanze del PAN, godendo pienamente della possibilità di visitare, osservare i lavori del maestro Maurits Cornelis Escher e ascoltare le storie dietro di essi, con uno sguardo interessante pure sulle storie alle loro spalle. La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, è prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia in collaborazione con la M.C. Escher Foundation e curata da Mark Veldhuysen e Federico Giudiceandrea. Escher a Napoli, un ritorno a casa Qual è il numero esatto della bellezza? Esso ne ha uno? Verosimilmente no, la bellezza può stagliarsi in un solo elemento come dividersi in eguali parti tra tanti, creando una sola immagine capace di emozionare. Basterebbe un elemento della collezione Escher presente al PAN, uno solo, per trascinare le sensazioni dello spettatore in luoghi mai visitati, eppure in questo percorso si possono incontrare e approfondire circa 200 irripetibili emozioni. Per chi è ignaro, in parte o totalmente, del rapporto tra l’artista olandese Escher e l’Italia v’è una gradita sorpresa, la quale apre un mondo sull’uomo e sull’artista. Proprio in Campania, a Ravello, durante un lungo migraggio nel Sud Italia, Escher incontrerà Jetta Umiker, sua moglie e amore della sua vita, nel mezzo del suo soggiorno all’Hotel Toro (di cui abbiamo una testimonianza autografa) e saranno le architetture miste del Sud, quell’incrocio tra epoche e storie diverse (romane, greche e saracene) a colpirlo in particolar modo, aiutando e fomentando la sua maturazione artistica. Quelle città sul mare, dai tetti quadrati e dalla geometria affascinante, saranno per lui fonte di studio e lavoro, ne abbiamo una dimostrazione nell’opera Atrani, le cui forme geometriche ritorneranno dopo tempo in una delle sue opere più famose e mature: Metamorfosi II. Senza voler ulteriormente concedere anticipazioni sulle opere selezionate e di cui lo spettatore ha il diritto di godere con verginità nella mostra di Escher a Napoli, bisogna fare un plauso ai curatori Mark Veldhuysen e Federico Giudiceandrea per aver saputo creare un percorso delizioso, pieno di informazioni e scorci sulla vita dell’artista, dove il gioco ci concede per pochi istanti di entrare nella sua mente geniale. Plauso anche ad Arthemisia che ha concesso alla città di Napoli e al Sud di ritrovare un uomo che ha amato questa terra e all’artista stesso un dolce ritorno a casa. Un viaggio, una bella traversata nei luoghi, nella vita e nella mente di questo geniale visionario, di questa mente capace di confondere e ricreare l’essenza stessa della realtà con la sua visione. Rovesciando il vero e […]

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Teatro

Poker con Francesco Montanari, una mano vincente al Teatro Sannazaro

“Poker” , l’opera teatrale di Patrick Marber, autore inglese noto anche per il suo lavoro di grande successo “Closer”, da cui è stato tratto anche un film hollywoodiano, è al Teatro Sannazaro dal 7 al 9 dicembre, con in scena Francesco Montanari e i ragazzi della Compagnia Gank per la regia di Antonio Zavatteri. “Poker” con Francesco Montanari: la mano o il giocatore? Prima di ogni altra cosa, c’è il giocatore. La mano, si, è fondamentale per la riuscita del punto, ma senza il giocatore, senza le sue qualità e il suo talento, persino due Assi diventano la peggior combinazione possibile. Questo lo vediamo spesso nel teatro come nel poker, dove ci ritroviamo spesso a constatare la bontà di un testo, di una interpretazione o di una dinamica regia, i quali presi singolarmente, senza l’armonia più totale tra tutte le parti chiamate in causa, rischia spesso di rivelarsi una delusione inaspettata, una buona partenza conclusa in malo modo. La versione di “Poker” presentata da Francesco Montanari al Teatro Sannazaro è messa in scena nella sua forma più originale e prima, scegliendo con saggezza di non cadere in una rivisitazione che avrebbe deprivato di molto la natura dell’opera. Non bluffano mai attori e regista, con una riproduzione italianizzata dove il “Check” è il “Passo” ma lasciano sapientemente quel gusto anglosassone all’opera, la quale potrebbe essere adattata ovunque, ma mai bene come in un sottoscala di un locale trendy della City. Questo dualismo, queste due facce della stessa realtà che si combinano e alternano il giorno e la notte, mettendo in luce le ombre dei rapporti quotidiani. La subordinazione come quella tra Capo e Dipendente, tra Padre e Figlio, o Figlio e Padre a seconda dei rapporti, viene qui messa in mostra e, al contempo, in gioco come ogni altra cosa. Come la vita stessa. Opta la regia per un coinvolgimento non estremizzato, per una trasformazione e una guida degli attori il più naturale possibile e lo fa con intelligenza poiché a questi attori, veri e unici artefici del successo, non c’è molto da dire, visto la loro capacità di tenere alta l’attenzione e di non lasciare mai cadere il punto. A loro vanno concessi il plauso e l’attenzione maggiore. Possiamo quindi giocare d’azzardo pure noi, seppur conoscendo bene già le nostre carte, e dire che al Teatro Sannazaro c’è una buona mano in scena, la quale non va foldata con facilità, ma seguita e sponsorizzata.

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Recensioni

Desidera al Piccolo Bellini – La parola assente

Dal 27 novembre al 2 dicembre, il Piccolo Bellini ospiterà Desidera, opera semifinalista al premio In Box 2017 e nello stesso anno selezionata per il Festival di New Delhi, scritta e diretta da Simona Di Maio e Sebastiano Coticelli e che vede in scena, oltre agli stessi registi e autori,  Giuseppe Brancaccio, Amalia Ruocco e Dimitri Tetta. Desidera, la danza della vita Quando non c’è nulla da dire, cosa si può fare? Può capitare di restare senza parole, sopraffatti dalle conseguenze dell’esistere, dalle sue vicissitudini e lasciare ai fatti, i semplici e nudi fatti la parola. L’esperimento qui proposto dalla compagnia Teatro nel Baule è quello di mostrare, deprivando il teatro della sua natura più prima (la parola) e concentrandosi esclusivamente sulla visualità e sul rapporto tra occhio e memoria, una storia priva quasi totalmente di qualsiasi appiglio oculare, cercando e portando con diverse scelte estetiche e registiche lo spettatore a riprodurre nella propria mente la dispersa conversazione in atto. Una danza continua e frenetica, che gioca col corpo di chi la vive e anche con quello di chi la osserva, portandolo ogni tanto, mosso dalle note che si disperdono nell’aria in maniera perpetua e organizzata, a muoversi in maniera involuta, scattosa, pilotato dalle sottili e invisibili linee guida. Bisogna per questo far merito agli interpreti, che seppur composti per una rappresentazione destrutturalizzata sanno con fatica fisica tenere viva l’attenzione. L’abbandono è la chiave di lettura più adatta per questo lavoro. Un abbandono della parola, sì, ma anche di qualsiasi dogma teatrale scritto e non scritto, la fusione tra la poeticità del ballo e quella più strutturale e narrativa del teatro, che può piacere e convincere nella sua originalità e creatività, come può apparire pura eresia a chi è abituato ad un teatro più solito e solido. La risposta, così come la natura stessa dell’intero spettacolo, il suo messaggio e la sua motivazione, stanno esclusivamente nell’occhio di chi guarda, il quale dovrà fare a meno del suo fidato compagno orecchio per capire qual è la verità.

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Recensioni

“Squalificati” di Luciano Melchionna al Sannazaro – L’umanità in scena

Dal 16 al 18 novembre, il Teatro Sannazaro ospita “Squalificati” di Pere Riera, qui tradotto da Inés Rodriguez e Joan Negrié e adattato da David Campora. La regia e ideazione scenica sono di Luciano Melchionna, che dirige in scena Stefania Rocca, Andrea de Goyzueta e Fabrizio Vona. Lo spettacolo è prodotto da  Ente Teatro Cronaca – Vesuvioteatro in collaborazione con il Festival Teatrale di Borgio Verezzi 2018. “Squalificati” di Luciano Melchionna, la sconfitta della vittoria “[…]la Fortuna è donna; ed è necessario, volendola tener sotto, batterla, ed urtarla[…]”. Niccolò Machiavelli – Il Principe (Cap.XXV) Se la vita di qualcuno, di qualcuno di pubblicamente rispettabile, fosse nelle nostre mani, cosa faremmo? Se questi avesse fatto del bene, ma ci fosse un unica e decisiva macchia su un’intera esistenza, capace di confutare tutto il buono e porre ombra sulla sua vita alla luce del sole, lasceremmo che questo dettaglio cadesse in silenzio o lo renderemo noto a tutti, affinché possano giudicare? E se nell’osservare con attenzione la pagliuzza nell’occhio di chi infamiamo, fossimo offuscati, ad un certo punto, dalla trave che ci impedisce di vedere la verità? Il testo di Pere Riera, qui adattato da David Campora, e la regia di Luciano Melchionna non sembrano interessati a concedere risposte univoche e assolute. Il lavoro duro, quello di interpretazione degli uomini più che del testo, viene tutto svolto dagli attori in scena, i quali si fanno peso della loro umanità e fragilità sommata a quella dei loro personaggi. Sembrano predisposti al bene, capaci di crederci, eppure non possono, questi personaggi e questi attori, non infangare se stessi, non cadere nel male, poiché è la loro condizione precaria di umani a portarli a tale ripetitivo finale. Va fatto plauso e meritevole attenzione alle scene di Roberto Crea, capaci di ricreare quel senso di divisione interna, di assoluto non contatto persino tra persone che sono così vicine. Su binari opposto, rette parallele, essi si muovono e vivono le loro vite, illudendosi di potersi toccare, intersecarsi in un determinati punto x. ma senza mai sfiorarsi veramente. SQUALIFICATI di Pere Riera traduzione Inés Rodríguez e Joan Negrié adattamento David Campora regia di Luciano Melchionna con Stefania Rocca e Andrea de Goyzueta e Fabrizio Vona scene Roberto Crea ideazione scenica Luciano Melchionna costumi Milla musiche a cura di Riccardo Regoli produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro in collaborazione con Festival Teatrale di Borgio Verezzi 2018 ⏲ ORARI venerdì 16 e sabato 17 ore 21.00 domenica 18 ore 18.00 ✅ ACQUISTA ONLINE bit.ly/AcquistaSqualificati

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