Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Libri

Gideon Falls, di Lemire e Sorrentino – Vivere in un mondo di morti

Gideon Falls, la graphic novel di Jeff Lemire e Andrea Sorrentino edita dalla Image Comics, sbarca in Italia grazie alla Bao Publishing. Il primo volume, composto da 160 pagine, è uscito il 24/01 ed è in vendita nelle fumetterie e online. Vediamo insieme di cosa parla. Gideon Falls,  ciò che è non è  Se l’aveste chiesto a Leibniz, lui v’avrebbe detto senza indugio che, secondo lui, questo è il migliore dei mondi possibli. Che sia anche l’unico, però, non è detto. Gideon Falls, l’opera che viene dalla mente di Jeff Lemire e la matita di Andrea Sorrentino, è un viaggio in una città fantasma. Dove ciò che sembra aver abbandonato le abitazioni e le strade, non sono gli abitanti, ma la speranza e il desiderio. Un luogo, la cittadina di Gideon Falls, dove il grigio ha la meglio nel cielo anche quando c’è il sole e dove il male e il bene sono così difficili da dividere, distinguere e sottilineare, da essere spesso confusi. In un posto così è facile impazzire, perdere la voglia di combattere, perdere la fede. Ma quando la massa è indecisa o crolla, ci sono sempre dei singoli dietro a sospingerla. Sono i singoli, il loro coraggio e la loro forza, la chiave di Gideon Falls. C’è qualcosa, in questa graphic novel, di questo revival anni ’80, nelle mode e nella impostazione delle immagini, cominciato già da un po’ e che trova la sua migliore espressione in Stranger Things, di appena accennato, una pennellata delicata, che però si nota e si enfatizza in alcuni momenti. E se alcuni tratti, alla lontana, ricordano pure le dicotomie e gli ambienti del Preacher di Ennis, il lavoro del duo si discosta graficamente e dal punto di vista delle tematiche molto velocemente. Qui il male ha un viso ben chiaro, identificato, seppure confuso nel rossore del sangue e nel buio della mente. A Gideon Falls la verità non è una e trina, è una e infinita. Non resta allo spettatore, una volta concluso il primo volume, una comprensione totale di ciò che narrato, poiché ogni cosa è ancora papabile di smentita o conferma. In una realtà che si basa sul muoversi in parallelo dei suoi protagonisti, dove la ricerca della giustizia diventa occasione di riconoscere chi è giusto da chi non lo è, ogni cosa è possibile.

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Marc Chagall e il suo sogno d’amore invadono Napoli

Marc Chagall a Napoli, tutti le informazioni Dal 15 febbraio al 30 giugno, la Basilica della Pietrasanta-Lapis Museum di Napoli ospiterà all’interno della sua magnifica cornice la mostra “Chagall. Sogno d’amore” realizzata col contributo di Fondazione Cultura e Arte ed l’organizzazione e la produzione di Arthemisia. Durante la presentazione e la conferenza stampa, abbiamo avuto modo di visitare l’esposizione e fare qualche domanda a Iole Siena (presidente di Arthemisia) e Dolores Dùran Ucar, curatrice della mostra. Marc Chagall, l’adulto col cuore di fanciullo Sono tanti i motivi che ci spingono a visitare una rassegna. La semplice curiosità, il passaparola, l’amore sconfinato per quell’artista, l’interesse didattico. Da spettatore, sono svariate le occasioni che ci portano a passeggiare in silenzio tra le opere e la vita di qualcuno. Qual è però la scintilla, la chiave d’accesso che porta un curatore a scegliere proprio quell’artista? A dedicargli tempo, a curarlo come una seconda madre, scegliendo appositamente ogni opera, allestendo un percorso definito, studiato per permettere a tutti di comprendere appieno la bellezza e la grandezza della sua arte? Cercando di riassumere e concentrare questi quesiti degnamente, abbiamo posto una singola domanda alla curatrice Dolores Dùran Ucar: Perché Marc Chagall? Chagall è uno degli artisti più importanti del ventesimo secolo.  Un artista indipendente, nel senso che quando lui è arrivato a Parigi c’erano le prime avanguardie, il cubismo, il surrealismo e lui non ha preso nessuna di queste strade. Lui desiderava soltanto la libertà. Scegliere le opere, non è così facile. Abbiamo deciso di sottolineare due aspetti: la traiettoria di Chagall, con questo viaggio dal 1925 al 1985 e dall’altra parte, alcune tematiche fondamentali per la sua creazione.  Si è cercato di riprendere tutto quello che secondo noi riprende appieno il pensiero di Marc Chagall. C’è l’amore, l’amore che muove il mondo, come diceva Chagall. L’amore è indubbiamente la più facile, ma non per questo meno coinvolgente di altre, chiave di lettura di questa esposizione dell’artista bielorusso naturalizzato francese. Ma la traiettoria, citata dalla curatrice Dolores Dùran Ucar, è indubbiamente la vera bellezza di questa mostra. Cinque sezioni, cinque punti di partenza diversi che conducono inesorabilmente alla stessa destinazione: la vita e l’arte di Marc Chagall. Se nella prima sezione Infanzia e tradizione russa possiamo osservare tele come Il Villaggio Russo, dove viene mostrata l’indimenticata Russia, è nella quinta sezione che vediamo sbocciare “l’amore che muove il mondo” con tele come Il Gallo Viola o Gli innamorati con l’asino blu. Dietro quello che ci auguriamo sia un grande successo per la cultura e il  pubblico, c’è ancora una volta Arthemisia. Dopo aver portato una straordinaria e visitatissima mostra di Escher al Pan, ora tocca a Chagall. Per questo abbiamo provato a convincere Iole Siena, presidente di Arthemisia, a svelarci i suoi piani. Arthemisia ha “scoperto” finalmente Napoli e sembra che Napoli risponda bene. Quali sono i progetti per la città per il futuro, se può svelarci qualcosa? È scattato un grande amore.  Avevamo un piccolo tentennamento all’inizio, ma i risultati magnifici ottenuti con Escher con circa 140mila visitatori, […]

... continua la lettura
Recensioni

Macbettu al Bellini – La terra trema e il cuore pure

Dal 12 al 17 febbraio, il Teatro Bellini ospiterà Macbettu, opera teatrale vincitrice del premio UBU 2017 come Miglior Spettacolo dell’anno. Tratto dal Macbeth di William Shakespeare, è tradotto in sardo da Giovanni Carroni e vede in scena Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Andrea Carroni, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Stefano Mereu, Felice Montervino diretti da Alessandro Serra. Lo spettacolo è prodotto da Sardegna Teatro/Compagnia Teatropersona. Macbettu, la terra chiama Il rumore. Metallico, violento, ripetuto. Richiama alla mente, seppure essa non ne ha esperienze dirette, i campi di guerra, le sterminate cavallerie e l’orrore dei corpi caduti. Così inizia Macbettu, nell’oscurità, fisica e mentale, in cui le figure ancora più tetre del mondo in cui vivono e si muovono, appaiono come possedute da una danza indecifrabile, un modo di porsi ironico e confabulatorio tra pochi eletti. C’è un messaggio di grandezza, o infimità a seconda della lettura, che smuove gli animi, accende gli spiriti e fa muovere la terra più della sua rotazione naturale. Porterà scompiglio, miseria e morte dove scompiglio, miseria e morte hanno già posto le mura della propria casa. Macbettu di Alessandro Serra sembra volutamente ignorare lo spettatore vergine, ignaro di ciò che gli si pone dinanzi, e narra la storia shakesperiana da un pulpito invisibile, dal punto di vantaggio di chi già sa e “obbliga” ad una conoscenza precedente della sua trama per poterne apprezzare e cogliere tutte le sfumature. La scena è presa in possesso da un gruppo di attori, la fanno propria, la dominano e la vivono. Ci sono solo uomini in scena, pure quando c’è da interpretare uno dei personaggi femminili più controversi e pericolosi della drammaturgia tutta: Lady Macbeth. Qui appare, però, in netta minoranza in confronto al rapporto Macbeth-Banco, non è più la fondamentale causa del malato e perverso intrigo, ma ne appare prima semplice sostenitrice, poi critica e, infine, vittima. Non è più personaggio primario, totale, ma necessario e interessante suppellettile. In un rumore che ricorda le notti insonni, in un pensiero, un rimorso che bussa alle porte della mente e dello spirito, Macbettu si chiude, portando con sé le le anime frastagliate, distrutte e il male di cui esse s’erano macchiati. Macbettu tratto dal Macbeth di William Shakespeare traduzione in sardo Giovanni Carroni con Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Andrea Carroni, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Stefano Mereu, Felice Montervino musiche pietre sonore Pinuccio Sciola composizioni pietre sonore Marcellino Garau regia, scene, luci, costumi Alessandro Serra coproduzione Sardegna Teatro, Compagnia Teatropersona Dal 12 al 17 febbraio, Teatro Bellini

... continua la lettura
Recensioni

“Vocazione” di Danio Manfredini, al Piccolo Bellini

Dal 5 al 10 febbraio, il Piccolo Bellini ospiterà il vincitore di quattro premi UBU, Danio Manfredini, in scena con l’opera da lui scritta e diretta “Vocazione“, che vede in scena, assieme a Manfredini, Vincenzo Del Prete. Lo spettacolo è prodotto da La Corte Ospitale. Vocazione di Danio Manfredini, cos’è l’attore Quand’è che si raggiunge la performance assoluta? Quando si interpreta ogni sera, per anni, lo stesso identico personaggio e gli si riesce ancora a concedergli la vitalità, l’ingenuità e lo stupore nei fatti di un debutto, di una prova? Quando ci si fa carico di più di un’anima in contemporanea, si prende sulle spalle il dolore, la gioia, la vittoria e la sconfitta di una vasta gamma di maschere e le si porta una sopra l’altra sulla propria? Danio Manfredini è indubbiamente il performer assoluto, poiché riesce nell’impresa di poter essere chiunque, non dimenticando mai di essere se stesso nella sua arte. Sono amari e amareggiati spesso i suoi soggetti, sembrano provenire da realtà teatrali recondite, dimenticate da tutti eppure assolutamente essenziali per la formazione non solo dell’artista, ma dell’uomo. Restano ancorati al tempo e al mutamento costante con fatica, in piedi non per una vera e ferma volontà, ma solo perché non sanno stare in ginocchio. Appare un folle camminatore notturno senza meta l’Amleto, malato e allo stesso tempo unico è l’amore di Kostia e Irina, sono figure erranti. Come cadaveri a cui il rigor mortis ha già fatto visita, appaiono da lontano come sentinelle instancabili, immortali, della condizione umana, ma con uno sguardo più vicino gli si può notare la pelle avvizzire, le rughe solcare ogni angolo e l’anima invecchiare. Apre un uomo, un attore solo che sogna, dopo tanti anni, di interpretare ancora una volta il Lear. L’attore di teatro, di per sé reietto tra gli altri attori, non può vincere questa battaglia col tempo, col corpo e con la totalità che il teatro richiede. Come il calabrone di un nostalgico e impreciso aforisma, non lo sa e recita. Non lo sa e vive.   Vocazione di Danio Manfredini Con Danio Manfredini, Vincenzo Del Prete Collaborazione artistica: Vincenzo Del Prete Progetto musicale: Danio Manfredini, Cristina Pavarotti, Massimo Neri Luci: Lucia Manghi, Luigi Biondi Regia: Danio Manfrendini Produzione: La Corte Ospitale Dove e quando: Piccolo Bellini, dal 5 al 10 febbraio Orari: feriali ore 21:15, giovedì ore 19:00, domenica ore 18:30 Prezzi:18€ intero, 15€ ridotto, 10€ Under29 Durata: 70 min

... continua la lettura
Libri

“Quelli di via Teulada” di Daniela Attilini, un racconto di famiglia

“Quelli di Via Teulada“ è un romanzo scritto da Daniela Attilini, autrice televisiva e curatrice inviata per diversi programmi di Radio Uno e Radio Due, edito dalla casa editrice romana Graphofeel Edizioni. Quelli di via Teulada, come inizia una storia secondo Daniela Attilini La famiglia è da sempre organismo principale della nostra società. Senza la concezione di famiglia, la sua organizzazione, l’intero aspetto della nostra socializzazione ed educazione sarebbe del tutto rivisto, tramutato, sconvolto. Osservando la famiglia, noi assistiamo all’evoluzione di qualcosa più grande, delle dinamiche sociali interne ad un paese, ad una generazione, ad un tempo storico. La famiglia è lo Stato. Partendo da questo pressupposto, “Quelli di via Teulada”, scritto da Daniela Attilini, non è che l’incontro tra tre famiglie: quella degli Attilini, quella di Mamma Rai e l’Italia. Tutto inizia con una Italia post-bellica, distrutta fisicamente e moralmente dagli orrori della seconda guerra mondiale, che ha desiderio e necessità di riscossa, di crescita e ricostruzione, proprio come la mitologica fenice dalle sue ceneri. La storia di Gianni Attilini, giovane giornalista di Radio Cagliari che parte per Roma e approda ad una Rai appena nata, ancora in fase di costruzione, è uno dei modi più corretti di raccontare come iniziò la rinascita di un paese e di un popolo. Il lavoro di Gianni è quello di selezionare, organizzare e coordinare le immagini che seguono le parole dei giornalisti nel raccontare le notizie, scegliendo, velocemente e con abilità, le migliori, le più adatte, quando ancora non esisteva nessun mezzo informatico e tecnologico a cui oggi siamo abituati con consuetudine quasi noiosa. Sarà proprio questa la base narrativa di Daniela Attilini, selezione di immagini, scaglie di passato e storia del nostro Bel Paese, per raccontare la sua vita, quella di suo padre e quella dell’Italia e degli Italiani durante alcuni dei passaggi più entusiasmanti e tremendi della nostra realtà. Il Boom economico, l’Allunaggio fino ad arrivare ai giorni delle Brigate Rosse e quelli degli Anni di Piombo, tutti messi a setaccio dagli occhi di una bambina e raccontati dalla mente e dalle dita di una donna adulta, tra la dolce nostalgia di un tempo che fu e lo sbieco ricordo di momenti la cui imponenza non si sapeva cogliere pienamente e con cui si è imparato a fare i conti solo molti anni dopo. Una lettura interessante, quella qui proposta da Graphofeel, che con la storia di una semplice famiglia italiana, sa mostrare tutte le facce di un popolo nelle sue ore migliori e peggiori.

... continua la lettura
Teatro

Il cielo in una stanza al Piccolo Bellini, la Napoli racchiusa tra quattro mura

Dal 26 dicembre al 6 gennaio,  andrà in scena Il cielo in una stanza al Piccolo Bellini, nuova fatica della compagnia teatrale partenopea Punta Corsara. Scritto e diretto da Emanuele Valenti, l’opera vede al testo la collaborazione di Armando Pirozzi, ed è interpretato da  Giuseppina Cervizzi, Christian Giroso, Sergio Longobardi, Valeria Pollice, Emanuele Valenti, Gianni Vastarella. Lo spettacolo è prodotto da  Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, 369gradi. Il cielo in una stanza al Piccolo Bellini: quando gli alberi sono caduti […]Napule r’ ‘u Priatorio, Napule lapetiate, Napule r’ ‘u scuretorio, Napule ce sta o’ sole[…] Tratto da Napucalisse di Mimmo Borelli Non si perderà qui tempo a parlare della Napoletanità e della sua presunta esistenza, d’altronde non gli concedono alcunché gli autori e gli attori della pièce. Parleremo, molto sommariamente, della vita di un Napoletano posta in condizione di essere in confronto alla vita di qualunque, qualunque altro abitante di una qualsiasi città di questo nostro bel paese. Si discuterà, approfondirà la natura di un uomo quando esso, nonostante tutta la sua buona volontà e predisposizione mentale e culturale alla vita savia, viene spinto, relegato ad uno status primitivo dell’essere. S’osserveranno i riti a cui esso si attiene con precisa ripetizione ogni giorno, sia esso stare attento a non spingere troppo una porta per non vedergli cadere addosso l’intero soffitto o cominciare fermamente a credere in ogni cosa, pure la più stupida, improbabile e, sì, primitiva, pur di poter continuare a campare, pur di poter continuare a trovare un senso in quel suo vivere, in quella sua esistenza che paragonata a quella altrui latita di ogni ragione e logica. Con Il cielo in una stanza al Piccolo Bellini, non ci sarà spettacolo in questi giorni, ma trattato, apologia di una parte onesta di un popolo, confrontata con la sua parte e i suoi istinti peggiori, al fine proprio di dimostrarne la più concreta differenza. Nessuno sarà libero di andarsene finché l’ultima riga non sarà posta sul foglio e la penna posata, ammettendo sempre che sia possibile porre una fine all’infinita storia di un popolo. Seppur sommersi, sconfitti, abbattuti, certi umani sanno trovare in se stessi forze oscure al momento giusto, quasi soprannaturali, per trovare per se stessi una forma di giustizia, di pace, che ad altri può apparire solo come pura follia o grottesca realtà. Questo è il peso dell’eredità di un Napoletano, il quale canta e balla nel momento più nero della sua vita, non perché ci creda chissà poi quanto veramente, ma perché così gli è stato insegnato a fare.

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Escher a Napoli – Siamo fatti della stessa materia dei sogni

C’è poco da annunciare, ormai, per quel che riguarda la mostra di Escher a Napoli, ospitata al PAN – Palazzo delle Arti dal 1° Novembre al 22 Aprile, visto il suo già conclamato e meritato successo di pubblico. Sono stati oltre 5.000 i visitatori della mostra solo nei primi 4 giorni di apertura, posizionando subito questa retrospettiva sul genio olandese tra le più quotate e meritevoli a livello nazionale e internazionale. Un pubblico eterogeneo, composto da cittadini e soprattutto turisti provenienti da tutto il mondo, ha invaso le stanze del PAN, godendo pienamente della possibilità di visitare, osservare i lavori del maestro Maurits Cornelis Escher e ascoltare le storie dietro di essi, con uno sguardo interessante pure sulle storie alle loro spalle. La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, è prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia in collaborazione con la M.C. Escher Foundation e curata da Mark Veldhuysen e Federico Giudiceandrea. Escher a Napoli, un ritorno a casa Qual è il numero esatto della bellezza? Esso ne ha uno? Verosimilmente no, la bellezza può stagliarsi in un solo elemento come dividersi in eguali parti tra tanti, creando una sola immagine capace di emozionare. Basterebbe un elemento della collezione Escher presente al PAN, uno solo, per trascinare le sensazioni dello spettatore in luoghi mai visitati, eppure in questo percorso si possono incontrare e approfondire circa 200 irripetibili emozioni. Per chi è ignaro, in parte o totalmente, del rapporto tra l’artista olandese Escher e l’Italia v’è una gradita sorpresa, la quale apre un mondo sull’uomo e sull’artista. Proprio in Campania, a Ravello, durante un lungo migraggio nel Sud Italia, Escher incontrerà Jetta Umiker, sua moglie e amore della sua vita, nel mezzo del suo soggiorno all’Hotel Toro (di cui abbiamo una testimonianza autografa) e saranno le architetture miste del Sud, quell’incrocio tra epoche e storie diverse (romane, greche e saracene) a colpirlo in particolar modo, aiutando e fomentando la sua maturazione artistica. Quelle città sul mare, dai tetti quadrati e dalla geometria affascinante, saranno per lui fonte di studio e lavoro, ne abbiamo una dimostrazione nell’opera Atrani, le cui forme geometriche ritorneranno dopo tempo in una delle sue opere più famose e mature: Metamorfosi II. Senza voler ulteriormente concedere anticipazioni sulle opere selezionate e di cui lo spettatore ha il diritto di godere con verginità nella mostra di Escher a Napoli, bisogna fare un plauso ai curatori Mark Veldhuysen e Federico Giudiceandrea per aver saputo creare un percorso delizioso, pieno di informazioni e scorci sulla vita dell’artista, dove il gioco ci concede per pochi istanti di entrare nella sua mente geniale. Plauso anche ad Arthemisia che ha concesso alla città di Napoli e al Sud di ritrovare un uomo che ha amato questa terra e all’artista stesso un dolce ritorno a casa. Un viaggio, una bella traversata nei luoghi, nella vita e nella mente di questo geniale visionario, di questa mente capace di confondere e ricreare l’essenza stessa della realtà con la sua visione. Rovesciando il vero e […]

... continua la lettura
Teatro

Poker con Francesco Montanari, una mano vincente al Teatro Sannazaro

“Poker” , l’opera teatrale di Patrick Marber, autore inglese noto anche per il suo lavoro di grande successo “Closer”, da cui è stato tratto anche un film hollywoodiano, è al Teatro Sannazaro dal 7 al 9 dicembre, con in scena Francesco Montanari e i ragazzi della Compagnia Gank per la regia di Antonio Zavatteri. “Poker” con Francesco Montanari: la mano o il giocatore? Prima di ogni altra cosa, c’è il giocatore. La mano, si, è fondamentale per la riuscita del punto, ma senza il giocatore, senza le sue qualità e il suo talento, persino due Assi diventano la peggior combinazione possibile. Questo lo vediamo spesso nel teatro come nel poker, dove ci ritroviamo spesso a constatare la bontà di un testo, di una interpretazione o di una dinamica regia, i quali presi singolarmente, senza l’armonia più totale tra tutte le parti chiamate in causa, rischia spesso di rivelarsi una delusione inaspettata, una buona partenza conclusa in malo modo. La versione di “Poker” presentata da Francesco Montanari al Teatro Sannazaro è messa in scena nella sua forma più originale e prima, scegliendo con saggezza di non cadere in una rivisitazione che avrebbe deprivato di molto la natura dell’opera. Non bluffano mai attori e regista, con una riproduzione italianizzata dove il “Check” è il “Passo” ma lasciano sapientemente quel gusto anglosassone all’opera, la quale potrebbe essere adattata ovunque, ma mai bene come in un sottoscala di un locale trendy della City. Questo dualismo, queste due facce della stessa realtà che si combinano e alternano il giorno e la notte, mettendo in luce le ombre dei rapporti quotidiani. La subordinazione come quella tra Capo e Dipendente, tra Padre e Figlio, o Figlio e Padre a seconda dei rapporti, viene qui messa in mostra e, al contempo, in gioco come ogni altra cosa. Come la vita stessa. Opta la regia per un coinvolgimento non estremizzato, per una trasformazione e una guida degli attori il più naturale possibile e lo fa con intelligenza poiché a questi attori, veri e unici artefici del successo, non c’è molto da dire, visto la loro capacità di tenere alta l’attenzione e di non lasciare mai cadere il punto. A loro vanno concessi il plauso e l’attenzione maggiore. Possiamo quindi giocare d’azzardo pure noi, seppur conoscendo bene già le nostre carte, e dire che al Teatro Sannazaro c’è una buona mano in scena, la quale non va foldata con facilità, ma seguita e sponsorizzata.

... continua la lettura
Recensioni

Desidera al Piccolo Bellini – La parola assente

Dal 27 novembre al 2 dicembre, il Piccolo Bellini ospiterà Desidera, opera semifinalista al premio In Box 2017 e nello stesso anno selezionata per il Festival di New Delhi, scritta e diretta da Simona Di Maio e Sebastiano Coticelli e che vede in scena, oltre agli stessi registi e autori,  Giuseppe Brancaccio, Amalia Ruocco e Dimitri Tetta. Desidera, la danza della vita Quando non c’è nulla da dire, cosa si può fare? Può capitare di restare senza parole, sopraffatti dalle conseguenze dell’esistere, dalle sue vicissitudini e lasciare ai fatti, i semplici e nudi fatti la parola. L’esperimento qui proposto dalla compagnia Teatro nel Baule è quello di mostrare, deprivando il teatro della sua natura più prima (la parola) e concentrandosi esclusivamente sulla visualità e sul rapporto tra occhio e memoria, una storia priva quasi totalmente di qualsiasi appiglio oculare, cercando e portando con diverse scelte estetiche e registiche lo spettatore a riprodurre nella propria mente la dispersa conversazione in atto. Una danza continua e frenetica, che gioca col corpo di chi la vive e anche con quello di chi la osserva, portandolo ogni tanto, mosso dalle note che si disperdono nell’aria in maniera perpetua e organizzata, a muoversi in maniera involuta, scattosa, pilotato dalle sottili e invisibili linee guida. Bisogna per questo far merito agli interpreti, che seppur composti per una rappresentazione destrutturalizzata sanno con fatica fisica tenere viva l’attenzione. L’abbandono è la chiave di lettura più adatta per questo lavoro. Un abbandono della parola, sì, ma anche di qualsiasi dogma teatrale scritto e non scritto, la fusione tra la poeticità del ballo e quella più strutturale e narrativa del teatro, che può piacere e convincere nella sua originalità e creatività, come può apparire pura eresia a chi è abituato ad un teatro più solito e solido. La risposta, così come la natura stessa dell’intero spettacolo, il suo messaggio e la sua motivazione, stanno esclusivamente nell’occhio di chi guarda, il quale dovrà fare a meno del suo fidato compagno orecchio per capire qual è la verità.

... continua la lettura
Recensioni

“Squalificati” di Luciano Melchionna al Sannazaro – L’umanità in scena

Dal 16 al 18 novembre, il Teatro Sannazaro ospita “Squalificati” di Pere Riera, qui tradotto da Inés Rodriguez e Joan Negrié e adattato da David Campora. La regia e ideazione scenica sono di Luciano Melchionna, che dirige in scena Stefania Rocca, Andrea de Goyzueta e Fabrizio Vona. Lo spettacolo è prodotto da  Ente Teatro Cronaca – Vesuvioteatro in collaborazione con il Festival Teatrale di Borgio Verezzi 2018. “Squalificati” di Luciano Melchionna, la sconfitta della vittoria “[…]la Fortuna è donna; ed è necessario, volendola tener sotto, batterla, ed urtarla[…]”. Niccolò Machiavelli – Il Principe (Cap.XXV) Se la vita di qualcuno, di qualcuno di pubblicamente rispettabile, fosse nelle nostre mani, cosa faremmo? Se questi avesse fatto del bene, ma ci fosse un unica e decisiva macchia su un’intera esistenza, capace di confutare tutto il buono e porre ombra sulla sua vita alla luce del sole, lasceremmo che questo dettaglio cadesse in silenzio o lo renderemo noto a tutti, affinché possano giudicare? E se nell’osservare con attenzione la pagliuzza nell’occhio di chi infamiamo, fossimo offuscati, ad un certo punto, dalla trave che ci impedisce di vedere la verità? Il testo di Pere Riera, qui adattato da David Campora, e la regia di Luciano Melchionna non sembrano interessati a concedere risposte univoche e assolute. Il lavoro duro, quello di interpretazione degli uomini più che del testo, viene tutto svolto dagli attori in scena, i quali si fanno peso della loro umanità e fragilità sommata a quella dei loro personaggi. Sembrano predisposti al bene, capaci di crederci, eppure non possono, questi personaggi e questi attori, non infangare se stessi, non cadere nel male, poiché è la loro condizione precaria di umani a portarli a tale ripetitivo finale. Va fatto plauso e meritevole attenzione alle scene di Roberto Crea, capaci di ricreare quel senso di divisione interna, di assoluto non contatto persino tra persone che sono così vicine. Su binari opposto, rette parallele, essi si muovono e vivono le loro vite, illudendosi di potersi toccare, intersecarsi in un determinati punto x. ma senza mai sfiorarsi veramente. SQUALIFICATI di Pere Riera traduzione Inés Rodríguez e Joan Negrié adattamento David Campora regia di Luciano Melchionna con Stefania Rocca e Andrea de Goyzueta e Fabrizio Vona scene Roberto Crea ideazione scenica Luciano Melchionna costumi Milla musiche a cura di Riccardo Regoli produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro in collaborazione con Festival Teatrale di Borgio Verezzi 2018 ⏲ ORARI venerdì 16 e sabato 17 ore 21.00 domenica 18 ore 18.00 ✅ ACQUISTA ONLINE bit.ly/AcquistaSqualificati

... continua la lettura
Recensioni

Andromaca, da Euripide a “I Sacchi di Sabbia” alla Sala Assoli

Nei giorni 25, 26 e 27 ottobre, la Sala Assoli ha ospitato “Andromaca“, opera teatrale tratta dall’autore greco Euripide e qui riadattata da Massimiliano Civica (Premio Ubu 2015) e I Sacchi di Sabbia, con questi ultimi intenti ad esserne gli interpreti in scena. Andromaca de I Sacchi di Sabbia o come ti irrido il dramma Se riflettiamo sulle radici del teatro e del dramma non possiamo non pensare ai Greci. A loro dobbiamo la nostra tradizione culturale, il tre unità aristoteliche, seppur non proprie del filosofo, sono un memorandum vivente sul come si imposta e si compone la creazione drammatica. Così profondo è il nostro rispetto e la nostra consuetudine a questa impostazione da ritrovarci spesso in uno scatenarsi di polemiche e dibattiti sul come debba essere rappresentato il dramma oggi. Se è possibile presentarlo solo in quel modo, rispettando la storia e l’abitudine, oppure se è possibili stravolgerlo, mutarlo, se non amputarlo, senza rendergli offesa insopportabile. Il metodo usato da Civica e I Sacchi di Sabbia è innovativo, se così vogliamo dire. Mischia i due status del teatro, quello “alto/dramma” e quello “basso/commedia”, col fine di poterci mostrare, senza omissioni, tutta la tragedia euripidea, evitando di condurre lo spettatore nella pienezza del dramma e raccontando tutte le mostruosità e la violenza insita nell’opera con una grottesca ironia. Talmente assurda è quella spirale di orridi accadimenti in susseguirsi da suscitare una comicità quasi involontaria, qui esagerata e portata in risalto dalle interpretazioni degli attori. Di questi ultimi vanno lodate le buone interpretazioni, capaci di rompere la “quarta parete” senza uscire dal seminato della narrazione, coinvolgendo il minimo indispensabile il pubblico a non lasciarlo mai andare, a perdersi nei suoi pensieri e conducendolo per mano verso il finale. Ridere, ridere, ridere sono le ultime parole del messaggero di Neottolemo, dopo aver raccontato le vicissitudine del suo padrone. Con questo invito si congedano gli attori e le loro interpretazioni, destinate a finire di nuove nelle pagine dei classici e a venire ancora e ancora interpretate come se tutto quell’assurdo dolore non facesse mai poi ridere nessuno.

... continua la lettura
Recensioni

“Io, mai niente con nessuno avevo fatto” di Joele Anastasi, al Piccolo Bellini

Il Piccolo Bellini dal 23 al 28 ottobre ospiterà la compagnia teatrale Vucciria Teatro, che presenterà in scena “Io, mai niente con nessuno avevo fatto“. L’opera, scritta, diretta e interpretata da Joele Anastasi, vede inoltre in scena Enrico Sortino, Federica Carruba Toscano. Lo spettacolo è prodotto da Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini. “Io, mai niente con nessuno avevo fatto” di Joele Anastasi e l’amore che uccide Se è nelle vostre visioni cinematografiche, di sicuro non avrete potuto dimenticare i movimenti di danza frenetici, rabbiosi per le strade dell’immaginaria provincia inglese di Everington di Billy nel film “Billy Elliot”, in cui mostrava allo spettatore quel suo tormento interiore, quella sua manifestazione di un’interiorità divisa tra ciò che si aspetta da lui e tra ciò che esso desidera, incorniciata dalle note di “Town Called Malice” dei The Jam. Era difficile la vita per lui, figuriamoci per un ragazzino puppo della Sicilia degli anni ’80. Suddivisa, frammentata da un continuo, intenso e selezionato gioco di luci, il teatro concettuale dei Vucciria e lo spettacolo di Joele Anastasi ci mostra, come a voler incastonare diversi pezzi fondamentali di quel che è pur sempre un distorto mosaico. La storia di Giovanni, Rosaria e Giuseppe, tre vittime della vita e delle circostanze, che si muovono gravanti del peso di una società che li indica come colpevoli di essere ciò che semplicemente sono. Bisogna far plauso ai Vucciria, di essersi addentrati in un marasma oggigiorno presente e che finisce puntualmente con l’essere bollato come “momento buio del passato”. Il rancore cresce e il rifiuto della diversità di esso si alimenta e lievita altrettanto, nelle metropoli si nascondono i mostri, confondendosi tra le migliaia di genti mentre nelle province, meno trafficate, esplodono in tutto il loro malessere. Eppure la “miglior gioventù” continua a venire fuori, il nuovo avanza ed ha una voglia e una forza di sognare indomabili, che neppure il peggior stigma (che sia esso la malattia o l’omosessualità) può fermare. Allora si danza, si salta qua e là, attendendo solo di stare appena un po’ meglio, per partire, andare lontano. Fin dove il sogno ci spinge.

... continua la lettura
Recensioni

Terrore e Miseria del Terzo Reich inaugura la stagione all’Elicantropo

Terrore e Miseria del Terzo Reich inaugura la stagione al Teatro Elicantropo, sotto la regia di Carlo Cerciello. Ecco la nostra recensione! Ventitrè sono i testi chiamati in scena per inaugurare la ventitreesima stagione del Teatro Elicantropo. Sarà in scena dal 18 ottobre all’11 novembre la nota opera ad episodi del drammaturgo e saggista tedesco naturalizzato austriaco Bertolt Brecht “Terrore e Miseria del Terzo Reich” con la regia di Carlo Cerciello. Guidati dal direttore artistico dell’Elicantropo e regista in scena ci sono gli Allievi ed Ex Allievi del laboratorio permanente dello stesso teatro. Terrore e Miseria del Terzo Reich diretto da Carlo Cerciello, l’altro volto di una storia “Credi che abbia detto la verità?” Si chiude così uno degli episodi più forti e simbolici del testo Brechtiano, in quest’occasione diretto da Carlo Cerciello. Immagina, Brecht, questa famiglia borghese, con cameriera e pater familias istruito e istruttore, costretta a temere la possibilità di un tradimento di pensieri e ideali da parte del figlio, un pargoletto ben nutrito e curato, che si attarda a tornare a casa e di cui si smette per un pò di avere notizie. Quel che tiene banco, al Teatro Elicantropo, è, sopra ogni cosa, l’abilità narrativa e la superiore qualità del testo dell’autore tedesco. Ad esso dobbiamo l’abilità di intrattenerci, trascinarci dentro la storia e portarci a restare incollati mentre i tragici fatti della vita quotidiana tedesca durante il Reich si svolgono. Una visione profonda e disumanizzata della vita del popolo, costretto a ingoiare amarezza e bile, fingendo di essere in una vastissima gabbia dorata. Un’altra faccia, di quella medaglia sporca che tanto e fin troppo poco conosciamo, che viene egregiamente costruita da Brecht già trà 1935-1938, ovvero in pieno regime. Di qualità sono pure le interpretazioni dei singoli attori chiamati a farsi peso di questo lavoro dal grande impatto emotivo, capaci di indossare con cura le vesti e i dolori di un popolo apparentemente dimenticato e cancellato dallo scorrere del tempo, ma che resta, rivive, quotidianamente seppur in tutte altre forme. Così si chiude questo spettacolo, con un enorme e significativo “No” e una lenta omelia fatta di sentimenti umani ad accompagnare chi lascia il palco per un’ultima volta. Testi di Bertholt Brecht!

... continua la lettura
Food

La Pasticceria Napolitano Poderico presenta il dolce San Gennariello

In piazza Poderico 2, nel cuore del quartiere Arenaccia, la pasticceria Napolitano, nota al pubblico mediatico anche per la sua recente e ottima partecipazione al programma televisivo Cake Star, ha presentato i suoi nuovi dolci: il Poderico e quello dedicato al santo patrono della città di Napoli, il San Gennariello. Al suo interno, posto sopra la vasta scelta del banco pasticcereria, troneggiava il quadro di Francesca Baldi “San Gennaro che abbraccia la città“, uno dei cinque lavori scelti per sponsorizzare l’avvento del “San Gennaro Day”, che Gianni Simioli, noto speaker radiofonico e direttore artistico della rassegna, ha avuto l’occasione di illustrarci in occasione della presentazione del nuovo dolce tipico. Per il “San Gennaro Day”  l’appuntamento è previsto il 24 settembre, alle 20 e 30, in Via Duomo.  Durante l’evento si susseguiranno diversi ospiti partenopei, invitati a rappresentare la parte positiva e produttiva della città, tra cui Mimmo Borrelli, Luché e Salvatore Esposito. Abbiamo colto l’occasione per porgere un paio di domande a Marco Napolitano sul dolce. Pasticceria Napolitano e il San Gennariello, tra sacro e dolce  Qual è la genesi del San Gennariello? L’idea del San Gennariello nasce per valorizzare il nostro patrono. Il dolce nasce da una semplice intuizione ed è composto da ingredienti semplici, ovvero pasta frolla e crema d’arancia. Ovviamente entrambi gli ingredienti hanno un significato intrinseco; la pasta frolla per simboleggiare la semplicità tipica della nostra cultura e la crema all’arancia poiché il santo veniva chiamato “Faccia Gialla”. Infine, sopra abbiamo messo una piccola immagine identitaria del patrono fatta di pasta di zucchero.  Abbiamo tante pasticcerie e ristoranti che sono vanto della nostra tradizione culinaria, eppure, in un’epoca di grande fusione culinaria, c’è secondo te la necessità di restare comunque identitari? Noi crediamo fermamente nell’innovazione, necessaria anche per il continuo cambio di ritmo e dell’evoluzione che ci fa mutare, ma crediamo pure che bisogni restare ben saldi nelle nostre radici, nella nostra tradizione. Non bisogno spingersi fin troppo lontano, ecco. Napoli è piena di tradizione. A’ sfugliatella, o’ Babà, sono il nostro passato, presente e futuro. Non passeranno mai di moda.

... continua la lettura
Recensioni

Gemelli sì, Fratelli no – Una riflessione sull’uomo/attore

Nelle serata del 13 agosto, presso il Chiostro di San Domenico, è andato in scena “GEMELLI SI, FRATELLI NO“, scritto da Raffaele Speranza e interpretato e diretto da Ernesto Lama con la partecipazione di Antonio Speranza. Questo spettacolo, insieme a tanti altri, fa parte della rassegna estiva “Classico Contemporaneo“, in cui ogni sera al pubblico viene mostrato uno spettacolo diverso con un’unica tematica comune: essere la riscrittura di un testo classico. Gemelli sì, fratelli no – Il paradosso della famiglia Si sa, la famiglia può divenire un handicap, più che un vantaggio, se si presentano determinate condizioni. I litigi feroci, l’urlato scambio di opinioni è pura quotidianità in moltissimi nuclei centrale della nostra società, ma abbiamo imparato da tempo che al suo interno, nascosti sopra la superficie, ci sono meccanismi più complessi. Ce l’ha insegnato Freud, per citarne uno, ma, ancora prima, c’è l’ha mostrato la sacra Bibbia con Caino e Abele. Sapendo quindi quanto può essere difficile rapportarsi con chi dividiamo la matrice genetica, ci viene naturale pensare di dissimulare, fingere dinanzi ad argomenti che creano burrasca, al fine soprattutto di vivere tranquillamente la propria esistenza. Eppure non bisogna esagerare, altrimenti il bluff è chiaramente scoperto, bisogna essere posati, equi nel distribuire la propria emozione. Un metodo studiato, perfezionato, provato sulla propria pelle, che fa di per sé chi lo usa un creatore di vere e proprie realtà alternative, non un misero imitatore. Questo è il Paradosso sull’attore di Diderot, una riflessione sulla necessità dell’attore di non contare sulla sola emozione, ma di misurare, con cura, le forze del suo personaggio senza mai farlo uscire dai binari. Partendo da questo pressupposto, il lavoro di Raffaele Speranza alla scrittura e di Ernesto Lama e Antonio Speranza nell’interpetazione converge unicamente nel mettere in scena questa surreale “prova aperta”, in cui giocando con vari testi scelti, tra cui il Don Giovanni e Il Malato Immaginario, ma anche citando bonariamente Miseria e Nobilità, e concendosi spesso di trascendere in maniera divertente e divertita nell’improvvisazione, gli attori mostrano al pubblico questo sottile filo che tiene uniti due fratelli che hanno molto poco in comune, oltre il sangue. Si ride, e non poco, dinanzi alla loro performance, eppure la risata non è di sicuro l’unico obiettivo di questo spettacolo, che centrando in pieno l’obiettivo di Diderot, mostra, sì, ironicamente e in chiave comica, ciò che esso vuole professare nel suo Paradosso, ma allo stesso tempo mostra la possibilità di ingannare e di essere ingannati nella quotidianità di chi fa dell’arte un artificio, segna una linea tra ciò che l’attore può e non può fare, tra ciò che deve e non deve fare, tra ciò che è, papabilmente, giusto e sbagliato sul palco. Resta, dunque, all’attore scegliere quale metodo usare, chi essere o come andare in scena. In ogni caso, noi gli diciamo: “Merda, merda, merda!”

... continua la lettura
Recensioni

Gli Innamorati 2.0, un moderno Goldoni per il Classico Contemporaneo

In questi giorni di caldo agostano a Napoli, precisamente nel Chiostro di San Domenico Maggiore, è in svolgimento Classico Contemporaneo, rassegna teatrale estiva, in cui ogni sera viene presentato al pubblico uno spettacolo diverso, con un’unica nota caratteristica in comune: essere una riscrittura/rimaneggiamento di un’opera classica. Lo spettacolo previsto per la sera del 12 agosto, Gli Innamorati 2.0, diretto e interpretato da Andrea Cioffi, è una riscrittura della settecentesca opera di Carlo Goldoni, che vede, in oltre, in scena Sara Guardascione, Alessandro Balletta, Franco Nappi e Viola Forestiero. Gli innamorati 2.0, l’amore al tempo dei social Il ridere è pane quotidiano dei comici. Far ridere è una bella responsabilità, perché coincide con l’apertura del cuore da parte del pubblico, la concessione di una fiducia ritrattabile, momentanea, la cui durata può essere minuti, ore, anni, o, persino, l’eternità. Una risata, può capitare, sia l’inizio di un amore. Gli Innamorati 2.0 cerca continuamente il riso, prostrandosi servile al dio della risata, poiché non c’è nulla di più divertente di una tragica storia d’amore, dove due cuori che vogliono battere all’unisono, non sanno riconoscere il suono dell’altro e per questo riescono a concordare il ritmo. Il linguaggio scelto dall’autore è essenziale, scarno nella contemporeanizzazione, sembra al fine di mantenere alcuni impeti del testo originale, soprattutto nei singoli monologhi dei personaggi. La vera modernità della riscrittura viene concentrata negli aspetti digitali dell’opera, in cui, lì dove un tempo gli innamorati si scambiavano lunghe, animose  e corpose epistole, oggi gli amanti si conoscono, flirtano, vivono e lasciano attraverso una serie di battute digitate in uno spazio infinito, lasciando la corretta comprensione del testo non più al cuore di chi legge, ma al T9. La sceneggiatura sembra ogni tanto vagheggiare appena, mostrando allo spettatore certe battute e scelte artistiche un pò fini a se stesse, senza alcuna continuità e cerca fin troppo quel riso, al limite spesso del paradossale, che se è una saggia scelta per raccontare una così frastagliata storia d’amore, può essere un elemento di distrazione per chi cerca di tenere i fili della narrazione. Eppure la risata nasce spontanea di volta in volta, le battute sanno essere posizionate al punto giusto e gestite con disinvoltura dagli attori, i quali, singolarmente, sanno padroneggiare al meglio gli aspetti più ironici e più amari dei loro personaggi. Con un’ultima, imprevedibile, risata si conclude l’opera, la quale lascia se non una memoria indelebile nello spettatore, sicuramente il bel ricordo di una serata passata a divertirsi.  

... continua la lettura
Food

Monsù, l’arte culinaria tra tradizione e innovazione

Nella suggestiva cornice di Vico San Domenico Maggiore 1, uno dei vicoli che più caratterizzano la bellezza del centro storico napoletano, a due passi dal Cristo Velato e da Napoli Sotterranea, è stata inaugurata una nuova realtà dai tratti fortemente partenopei: Monsù, locale che vede le sue fondamenta nella sinergia lavorativa di Marco Funeroli e Ferdinando Vesi. Monsù, o Monzù, è un espressione dalle origini ottocentesche, indicava il cuoco capace di cucinare prelibatezze anche partendo da ingredienti poveri. Da quei cuochi generati sotto il regno di Ferdinando IV e la sua consorte Maria Carolina, come ci racconta pure l’esperto di cose napoletane Amedeo Colella,  si sono messe le profonde radici della tradizione culinaria napoletana e siciliana. In occasione dell’apertura, abbiamo fatto qualche domanda a Marco Funeroli, sul progetto e sui suoi obiettivi: Aprire un ristorante nella città e nel paese del buon cibo porta sempre con sé una sfida, secondo te Monsù cosa ha di diverso, o di speciale, da altre realtà? Oltre la cucina, c’è un progetto, un’idea.  Un riscoprire la capacità dei napoletani, e non solo, di essere ancora Monsù, di prendere ricette straniere, o comunque generate da incontri, e farne uscire qualcosa di nuovo. Tutta la cucina napoletana, anche quella delle nostre zie e nonne, ha origine da questa tradizione, perché qualcuno ci si è messo e ha generato una vera e propria rivoluzione culinaria. Monsù, da sola, non ha nulla di diverso o speciale, è il suo spirito, la sua volontà a promuovere una realtà per far si che altri ci puntino, a renderla quel che è.  Ogni festa, ogni inaugurazione, porta sempre con sé una forma di augurio. Il tuo più personale per questo nascente Monsù? Che quello che sento, che le mie percezioni su questo progetto vadano avanti, senza troppi ostacoli. Se l’incontro con la cucina francese, in passato, ha generato capolavori gastronomici come il ragù, il patè, i souffle o il gateau, non si può far altro che appoggiare e sperare che un avvenire di contaminazioni e scontro di sapori e idee possa generare qualcos’altro di buono da vedere e da mangiare. In ogni caso, buon appetito.

... continua la lettura


NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!