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Eroica Fenice

Recensioni

Andromaca, da Euripide a “I Sacchi di Sabbia” alla Sala Assoli

Nei giorni 25, 26 e 27 ottobre, la Sala Assoli ha ospitato “Andromaca“, opera teatrale tratta dall’autore greco Euripide e qui riadattata da Massimiliano Civica (Premio Ubu 2015) e I Sacchi di Sabbia, con questi ultimi intenti ad esserne gli interpreti in scena. Andromaca de I Sacchi di Sabbia o come ti irrido il dramma Se riflettiamo sulle radici del teatro e del dramma non possiamo non pensare ai Greci. A loro dobbiamo la nostra tradizione culturale, il tre unità aristoteliche, seppur non proprie del filosofo, sono un memorandum vivente sul come si imposta e si compone la creazione drammatica. Così profondo è il nostro rispetto e la nostra consuetudine a questa impostazione da ritrovarci spesso in uno scatenarsi di polemiche e dibattiti sul come debba essere rappresentato il dramma oggi. Se è possibile presentarlo solo in quel modo, rispettando la storia e l’abitudine, oppure se è possibili stravolgerlo, mutarlo, se non amputarlo, senza rendergli offesa insopportabile. Il metodo usato da Civica e I Sacchi di Sabbia è innovativo, se così vogliamo dire. Mischia i due status del teatro, quello “alto/dramma” e quello “basso/commedia”, col fine di poterci mostrare, senza omissioni, tutta la tragedia euripidea, evitando di condurre lo spettatore nella pienezza del dramma e raccontando tutte le mostruosità e la violenza insita nell’opera con una grottesca ironia. Talmente assurda è quella spirale di orridi accadimenti in susseguirsi da suscitare una comicità quasi involontaria, qui esagerata e portata in risalto dalle interpretazioni degli attori. Di questi ultimi vanno lodate le buone interpretazioni, capaci di rompere la “quarta parete” senza uscire dal seminato della narrazione, coinvolgendo il minimo indispensabile il pubblico a non lasciarlo mai andare, a perdersi nei suoi pensieri e conducendolo per mano verso il finale. Ridere, ridere, ridere sono le ultime parole del messaggero di Neottolemo, dopo aver raccontato le vicissitudine del suo padrone. Con questo invito si congedano gli attori e le loro interpretazioni, destinate a finire di nuove nelle pagine dei classici e a venire ancora e ancora interpretate come se tutto quell’assurdo dolore non facesse mai poi ridere nessuno.

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Recensioni

“Io, mai niente con nessuno avevo fatto” di Joele Anastasi, al Piccolo Bellini

Il Piccolo Bellini dal 23 al 28 ottobre ospiterà la compagnia teatrale Vucciria Teatro, che presenterà in scena “Io, mai niente con nessuno avevo fatto“. L’opera, scritta, diretta e interpretata da Joele Anastasi, vede inoltre in scena Enrico Sortino, Federica Carruba Toscano. Lo spettacolo è prodotto da Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini. “Io, mai niente con nessuno avevo fatto” di Joele Anastasi e l’amore che uccide Se è nelle vostre visioni cinematografiche, di sicuro non avrete potuto dimenticare i movimenti di danza frenetici, rabbiosi per le strade dell’immaginaria provincia inglese di Everington di Billy nel film “Billy Elliot”, in cui mostrava allo spettatore quel suo tormento interiore, quella sua manifestazione di un’interiorità divisa tra ciò che si aspetta da lui e tra ciò che esso desidera, incorniciata dalle note di “Town Called Malice” dei The Jam. Era difficile la vita per lui, figuriamoci per un ragazzino puppo della Sicilia degli anni ’80. Suddivisa, frammentata da un continuo, intenso e selezionato gioco di luci, il teatro concettuale dei Vucciria e lo spettacolo di Joele Anastasi ci mostra, come a voler incastonare diversi pezzi fondamentali di quel che è pur sempre un distorto mosaico. La storia di Giovanni, Rosaria e Giuseppe, tre vittime della vita e delle circostanze, che si muovono gravanti del peso di una società che li indica come colpevoli di essere ciò che semplicemente sono. Bisogna far plauso ai Vucciria, di essersi addentrati in un marasma oggigiorno presente e che finisce puntualmente con l’essere bollato come “momento buio del passato”. Il rancore cresce e il rifiuto della diversità di esso si alimenta e lievita altrettanto, nelle metropoli si nascondono i mostri, confondendosi tra le migliaia di genti mentre nelle province, meno trafficate, esplodono in tutto il loro malessere. Eppure la “miglior gioventù” continua a venire fuori, il nuovo avanza ed ha una voglia e una forza di sognare indomabili, che neppure il peggior stigma (che sia esso la malattia o l’omosessualità) può fermare. Allora si danza, si salta qua e là, attendendo solo di stare appena un po’ meglio, per partire, andare lontano. Fin dove il sogno ci spinge.

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Recensioni

Terrore e Miseria del Terzo Reich inaugura la stagione all’Elicantropo

Terrore e Miseria del Terzo Reich inaugura la stagione al Teatro Elicantropo, sotto la regia di Carlo Cerciello. Ecco la nostra recensione! Ventitrè sono i testi chiamati in scena per inaugurare la ventitreesima stagione del Teatro Elicantropo. Sarà in scena dal 18 ottobre all’11 novembre la nota opera ad episodi del drammaturgo e saggista tedesco naturalizzato austriaco Bertolt Brecht “Terrore e Miseria del Terzo Reich” con la regia di Carlo Cerciello. Guidati dal direttore artistico dell’Elicantropo e regista in scena ci sono gli Allievi ed Ex Allievi del laboratorio permanente dello stesso teatro. Terrore e Miseria del Terzo Reich diretto da Carlo Cerciello, l’altro volto di una storia “Credi che abbia detto la verità?” Si chiude così uno degli episodi più forti e simbolici del testo Brechtiano, in quest’occasione diretto da Carlo Cerciello. Immagina, Brecht, questa famiglia borghese, con cameriera e pater familias istruito e istruttore, costretta a temere la possibilità di un tradimento di pensieri e ideali da parte del figlio, un pargoletto ben nutrito e curato, che si attarda a tornare a casa e di cui si smette per un pò di avere notizie. Quel che tiene banco, al Teatro Elicantropo, è, sopra ogni cosa, l’abilità narrativa e la superiore qualità del testo dell’autore tedesco. Ad esso dobbiamo l’abilità di intrattenerci, trascinarci dentro la storia e portarci a restare incollati mentre i tragici fatti della vita quotidiana tedesca durante il Reich si svolgono. Una visione profonda e disumanizzata della vita del popolo, costretto a ingoiare amarezza e bile, fingendo di essere in una vastissima gabbia dorata. Un’altra faccia, di quella medaglia sporca che tanto e fin troppo poco conosciamo, che viene egregiamente costruita da Brecht già trà 1935-1938, ovvero in pieno regime. Di qualità sono pure le interpretazioni dei singoli attori chiamati a farsi peso di questo lavoro dal grande impatto emotivo, capaci di indossare con cura le vesti e i dolori di un popolo apparentemente dimenticato e cancellato dallo scorrere del tempo, ma che resta, rivive, quotidianamente seppur in tutte altre forme. Così si chiude questo spettacolo, con un enorme e significativo “No” e una lenta omelia fatta di sentimenti umani ad accompagnare chi lascia il palco per un’ultima volta. Testi di Bertholt Brecht! [amazon_link asins=’8806227238,8806221345,8806158120,8807818736,8806062964′ template=’ProductCarousel’ store=’eroifenu-21′ marketplace=’IT’ link_id=’d099d300-d3a0-11e8-9db0-29c14b32657d’]

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Food

La Pasticceria Napolitano Poderico presenta il dolce San Gennariello

In piazza Poderico 2, nel cuore del quartiere Arenaccia, la pasticceria Napolitano, nota al pubblico mediatico anche per la sua recente e ottima partecipazione al programma televisivo Cake Star, ha presentato i suoi nuovi dolci: il Poderico e quello dedicato al santo patrono della città di Napoli, il San Gennariello. Al suo interno, posto sopra la vasta scelta del banco pasticcereria, troneggiava il quadro di Francesca Baldi “San Gennaro che abbraccia la città“, uno dei cinque lavori scelti per sponsorizzare l’avvento del “San Gennaro Day”, che Gianni Simioli, noto speaker radiofonico e direttore artistico della rassegna, ha avuto l’occasione di illustrarci in occasione della presentazione del nuovo dolce tipico. Per il “San Gennaro Day”  l’appuntamento è previsto il 24 settembre, alle 20 e 30, in Via Duomo.  Durante l’evento si susseguiranno diversi ospiti partenopei, invitati a rappresentare la parte positiva e produttiva della città, tra cui Mimmo Borrelli, Luché e Salvatore Esposito. Abbiamo colto l’occasione per porgere un paio di domande a Marco Napolitano sul dolce. Pasticceria Napolitano e il San Gennariello, tra sacro e dolce  Qual è la genesi del San Gennariello? L’idea del San Gennariello nasce per valorizzare il nostro patrono. Il dolce nasce da una semplice intuizione ed è composto da ingredienti semplici, ovvero pasta frolla e crema d’arancia. Ovviamente entrambi gli ingredienti hanno un significato intrinseco; la pasta frolla per simboleggiare la semplicità tipica della nostra cultura e la crema all’arancia poiché il santo veniva chiamato “Faccia Gialla”. Infine, sopra abbiamo messo una piccola immagine identitaria del patrono fatta di pasta di zucchero.  Abbiamo tante pasticcerie e ristoranti che sono vanto della nostra tradizione culinaria, eppure, in un’epoca di grande fusione culinaria, c’è secondo te la necessità di restare comunque identitari? Noi crediamo fermamente nell’innovazione, necessaria anche per il continuo cambio di ritmo e dell’evoluzione che ci fa mutare, ma crediamo pure che bisogni restare ben saldi nelle nostre radici, nella nostra tradizione. Non bisogno spingersi fin troppo lontano, ecco. Napoli è piena di tradizione. A’ sfugliatella, o’ Babà, sono il nostro passato, presente e futuro. Non passeranno mai di moda.

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Recensioni

Gemelli sì, Fratelli no – Una riflessione sull’uomo/attore

Nelle serata del 13 agosto, presso il Chiostro di San Domenico, è andato in scena “GEMELLI SI, FRATELLI NO“, scritto da Raffaele Speranza e interpretato e diretto da Ernesto Lama con la partecipazione di Antonio Speranza. Questo spettacolo, insieme a tanti altri, fa parte della rassegna estiva “Classico Contemporaneo“, in cui ogni sera al pubblico viene mostrato uno spettacolo diverso con un’unica tematica comune: essere la riscrittura di un testo classico. Gemelli sì, fratelli no – Il paradosso della famiglia Si sa, la famiglia può divenire un handicap, più che un vantaggio, se si presentano determinate condizioni. I litigi feroci, l’urlato scambio di opinioni è pura quotidianità in moltissimi nuclei centrale della nostra società, ma abbiamo imparato da tempo che al suo interno, nascosti sopra la superficie, ci sono meccanismi più complessi. Ce l’ha insegnato Freud, per citarne uno, ma, ancora prima, c’è l’ha mostrato la sacra Bibbia con Caino e Abele. Sapendo quindi quanto può essere difficile rapportarsi con chi dividiamo la matrice genetica, ci viene naturale pensare di dissimulare, fingere dinanzi ad argomenti che creano burrasca, al fine soprattutto di vivere tranquillamente la propria esistenza. Eppure non bisogna esagerare, altrimenti il bluff è chiaramente scoperto, bisogna essere posati, equi nel distribuire la propria emozione. Un metodo studiato, perfezionato, provato sulla propria pelle, che fa di per sé chi lo usa un creatore di vere e proprie realtà alternative, non un misero imitatore. Questo è il Paradosso sull’attore di Diderot, una riflessione sulla necessità dell’attore di non contare sulla sola emozione, ma di misurare, con cura, le forze del suo personaggio senza mai farlo uscire dai binari. Partendo da questo pressupposto, il lavoro di Raffaele Speranza alla scrittura e di Ernesto Lama e Antonio Speranza nell’interpetazione converge unicamente nel mettere in scena questa surreale “prova aperta”, in cui giocando con vari testi scelti, tra cui il Don Giovanni e Il Malato Immaginario, ma anche citando bonariamente Miseria e Nobilità, e concendosi spesso di trascendere in maniera divertente e divertita nell’improvvisazione, gli attori mostrano al pubblico questo sottile filo che tiene uniti due fratelli che hanno molto poco in comune, oltre il sangue. Si ride, e non poco, dinanzi alla loro performance, eppure la risata non è di sicuro l’unico obiettivo di questo spettacolo, che centrando in pieno l’obiettivo di Diderot, mostra, sì, ironicamente e in chiave comica, ciò che esso vuole professare nel suo Paradosso, ma allo stesso tempo mostra la possibilità di ingannare e di essere ingannati nella quotidianità di chi fa dell’arte un artificio, segna una linea tra ciò che l’attore può e non può fare, tra ciò che deve e non deve fare, tra ciò che è, papabilmente, giusto e sbagliato sul palco. Resta, dunque, all’attore scegliere quale metodo usare, chi essere o come andare in scena. In ogni caso, noi gli diciamo: “Merda, merda, merda!”

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Recensioni

Gli Innamorati 2.0, un moderno Goldoni per il Classico Contemporaneo

In questi giorni di caldo agostano a Napoli, precisamente nel Chiostro di San Domenico Maggiore, è in svolgimento Classico Contemporaneo, rassegna teatrale estiva, in cui ogni sera viene presentato al pubblico uno spettacolo diverso, con un’unica nota caratteristica in comune: essere una riscrittura/rimaneggiamento di un’opera classica. Lo spettacolo previsto per la sera del 12 agosto, Gli Innamorati 2.0, diretto e interpretato da Andrea Cioffi, è una riscrittura della settecentesca opera di Carlo Goldoni, che vede, in oltre, in scena Sara Guardascione, Alessandro Balletta, Franco Nappi e Viola Forestiero. Gli innamorati 2.0, l’amore al tempo dei social Il ridere è pane quotidiano dei comici. Far ridere è una bella responsabilità, perché coincide con l’apertura del cuore da parte del pubblico, la concessione di una fiducia ritrattabile, momentanea, la cui durata può essere minuti, ore, anni, o, persino, l’eternità. Una risata, può capitare, sia l’inizio di un amore. Gli Innamorati 2.0 cerca continuamente il riso, prostrandosi servile al dio della risata, poiché non c’è nulla di più divertente di una tragica storia d’amore, dove due cuori che vogliono battere all’unisono, non sanno riconoscere il suono dell’altro e per questo riescono a concordare il ritmo. Il linguaggio scelto dall’autore è essenziale, scarno nella contemporeanizzazione, sembra al fine di mantenere alcuni impeti del testo originale, soprattutto nei singoli monologhi dei personaggi. La vera modernità della riscrittura viene concentrata negli aspetti digitali dell’opera, in cui, lì dove un tempo gli innamorati si scambiavano lunghe, animose  e corpose epistole, oggi gli amanti si conoscono, flirtano, vivono e lasciano attraverso una serie di battute digitate in uno spazio infinito, lasciando la corretta comprensione del testo non più al cuore di chi legge, ma al T9. La sceneggiatura sembra ogni tanto vagheggiare appena, mostrando allo spettatore certe battute e scelte artistiche un pò fini a se stesse, senza alcuna continuità e cerca fin troppo quel riso, al limite spesso del paradossale, che se è una saggia scelta per raccontare una così frastagliata storia d’amore, può essere un elemento di distrazione per chi cerca di tenere i fili della narrazione. Eppure la risata nasce spontanea di volta in volta, le battute sanno essere posizionate al punto giusto e gestite con disinvoltura dagli attori, i quali, singolarmente, sanno padroneggiare al meglio gli aspetti più ironici e più amari dei loro personaggi. Con un’ultima, imprevedibile, risata si conclude l’opera, la quale lascia se non una memoria indelebile nello spettatore, sicuramente il bel ricordo di una serata passata a divertirsi.  

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Food

Monsù, l’arte culinaria tra tradizione e innovazione

Nella suggestiva cornice di Vico San Domenico Maggiore 1, uno dei vicoli che più caratterizzano la bellezza del centro storico napoletano, a due passi dal Cristo Velato e da Napoli Sotterranea, è stata inaugurata una nuova realtà dai tratti fortemente partenopei: Monsù, locale che vede le sue fondamenta nella sinergia lavorativa di Marco Funeroli e Ferdinando Vesi. Monsù, o Monzù, è un espressione dalle origini ottocentesche, indicava il cuoco capace di cucinare prelibatezze anche partendo da ingredienti poveri. Da quei cuochi generati sotto il regno di Ferdinando IV e la sua consorte Maria Carolina, come ci racconta pure l’esperto di cose napoletane Amedeo Colella,  si sono messe le profonde radici della tradizione culinaria napoletana e siciliana. In occasione dell’apertura, abbiamo fatto qualche domanda a Marco Funeroli, sul progetto e sui suoi obiettivi: Aprire un ristorante nella città e nel paese del buon cibo porta sempre con sé una sfida, secondo te Monsù cosa ha di diverso, o di speciale, da altre realtà? Oltre la cucina, c’è un progetto, un’idea.  Un riscoprire la capacità dei napoletani, e non solo, di essere ancora Monsù, di prendere ricette straniere, o comunque generate da incontri, e farne uscire qualcosa di nuovo. Tutta la cucina napoletana, anche quella delle nostre zie e nonne, ha origine da questa tradizione, perché qualcuno ci si è messo e ha generato una vera e propria rivoluzione culinaria. Monsù, da sola, non ha nulla di diverso o speciale, è il suo spirito, la sua volontà a promuovere una realtà per far si che altri ci puntino, a renderla quel che è.  Ogni festa, ogni inaugurazione, porta sempre con sé una forma di augurio. Il tuo più personale per questo nascente Monsù? Che quello che sento, che le mie percezioni su questo progetto vadano avanti, senza troppi ostacoli. Se l’incontro con la cucina francese, in passato, ha generato capolavori gastronomici come il ragù, il patè, i souffle o il gateau, non si può far altro che appoggiare e sperare che un avvenire di contaminazioni e scontro di sapori e idee possa generare qualcos’altro di buono da vedere e da mangiare. In ogni caso, buon appetito.

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Attualità

Quello che rimane di Paula Fox edito da Fazi Editore

“Quello che rimane“, edito per la categoria “Narrativa Straniera“, è un’ulteriore tassello del puzzle di pubblicazioni che la casa editrice Fazi Edizioni ha elaborato per le opere della scrittrice statunitense Paula Fox. “Quello che rimane” di Paula Fox, il mito dei miti Bastano pochissime pagine, le prime, di questo lavoro testuale di Paula Fox per far saltare alla mente un vecchio mito greco, forse, uno dei più vecchi in assoluto, ovvero il mito del vaso di Pandora. Per chi avesse un momentaneo vuoto, Pandora, creatura dal corpo di donna resa bellissima e pericolosa dalla collaborazione degli dei dell’Olimpo, i quali le avevano fatto ognuno dono di una eccezionale qualità, venne mandata da Zeus, nel tentativo di proseguire la punizione del titano Prometeo, colpevole di aver rubato a questi il fuoco e averlo donato agli uomini. Sarà lei ad aprire il vaso, regalatole da Zeus stesso con l’ammonizione di non aprirlo mai, e a liberare quelle disgrazie e quei mali che, fino a quell’istante, erano stati sconosciuti all’uomo. Il vaso donato dagli dei a Pandora come il gatto che appare appena per una manciata di pagine iniziali, che è, per sacrosanto diritto acquisito, diretto co-protagonista dell’opera intera, pigmalione dell’evoluzione dei fatti e della storia e della vita di qualcuno. Non un uomo, questa volta ma, in maniera ancor più affascinante, un piccolo animale che in qualche modo sconvolge l’esistenze di un’altra donna, una borghese dell’America di fine anni settanta, la vita di Sophie Bentwood, rea di aver soltanto provato a darle un pò di latte, impietosita dal suo vagabondare. Il vaso si è aperto e gradualmente ne escono fuori tutti i mali finora ignoti ai signori Bentwood. Tutto comincia con un graffio, un semplice, piccolo, seppure potenzialmente letale, taglio sulla pelle che a volerlo guardare attentamente, con cura, apre la visuale su quello squarcio di gran lunga più oneroso che è la sistematica vita dei Bentwood, dei loro amici e della società americana della loro contemporaneità. Se infetta è la ferita, e quindi letale, di sicuro di meno non può esserlo per conseguenze diretta la vita e l’esistenza di chi la ferita la porta addosso. Ambientato in una realtà assolutamente collocabile e tangibile, l’opera di Paula Fox tocca dei picchi di puro surrealismo, dove due persone, i Bentwood, abitano lo stesso spazio, condividono lo stesso tetto e consumano il medesimo cibo, eppure sono così vicini e così lontani da non ricordarsi che, persino, il più piccolo e innocuo taglio può rivelarsi letale. Pagina dopo pagina, evento dopo evento, questa distopica e surreale coppia, sembra più che consumare la loro vita, quella di qualcun’altro, di qualcuno a loro accanto, magari di sopra o di lato, ma mai, mai veramente vicino. [amazon_link asins=’8893253232′ template=’ProductCarousel’ store=’eroifenu-21′ marketplace=’IT’ link_id=’2cd5f35d-56dd-11e8-b72b-9d0edbe752e6′]

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Recensioni

Il Deserto dei Tartari, Buzzati al Teatro Mercadante

Continua la stagione del Teatro Stabile di Napoli, continua la stagione del Teatro Mercadante. In scena, dal 17 al 22 aprile, troviamo “Il Deserto dei Tartari“, opera letteraria di Dino Buzzati, qui riadattata e diretta da Paolo Valerio, per la produzione del Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale e con un nutritissimo cast in scena: Leonardo De Colle, Alessandro Dinuzzi, Simone Faloppa, Marina La Placa (theremin), Marco Morellini, Roberto Petruzzelli, Mario Piluso (pianoforte e fisarmonica), Christian Poggioni, Stefano Scandaletti, Paolo Valerio. Il Deserto dei Tartari, l’eclissi di un uomo Il 17 dicembre 1819, Giacomo Leopardi scrive a Giordani, parlando, in tale lettera, della fanciullezza: “Dato che l’andamento e le usanze e gli avvenimenti e luoghi della mia vita sono ancora infantili,  io tengo afferrati con ambe le mani questi ultimi avanzi di quel benedetto e beato tempo in cui dov’io sperava e sognava la felicità […] è finito il mondo per me e per tutti quelli che pensano e sentono; sicché non vivono fino alla morte se non quei morti che restano fanciulli tutta la vita” Si può riassumere in tal modo la vita di Giovanni Drogo, la creatura di Dino Buzzati, il giovane tenente con appena un piede fuori dalla fase più pura della fanciullezza, destinato, senza averlo nemmeno chiesto, a raggiungere quella dislocata, isolata Fortezza Bastiani. Il viaggio è arduo, trovare la Fortezza sembra complesso; sarà guidato, proprio come tocca a tutti i figli, da qualcuno più in alto di lui ed una volta lì, nonostante il suo desiderio di fare subito ritorno in città e alla vita, invitato a restare, a passare almeno un po’ di quel suo tempo che, quando si è giovani, sembra infinito. L’adattamento e la regia di Paolo Valerio non regala grosse emozioni, ma, va detto, neppure disastrose delusioni. Valerio sembra scegliere di muoversi sul teso filo del racconto, prendendo a piene mani dalla potenza poetica e narrativa dell’opera di Buzzati, senza voler infilare al suo interno troppo di proprio. Rinarrando, si potrebbe dire, ciò che è stato già narrato una volta. Ci mostrano, Valerio e i suoi attori, quel che Buzzati voleva mostrarci. Questo curioso, variegato gruppo di uomini stipati e stretti in un confine da cui sembra non debba mai passare nessuno, eppure, proprio come Vladimiro e Estragone di Beckett attendevano e credevano fermamente nell’arrivo di Godot, costoro credono nello scoppiare di un imminente guerra. Sia che fossero di guardia, o a sbrigare le loro faccende o a maledire, rigirandosi nel letto, il fastidioso e perenne tintinnio della cisterna dell’acqua che non li faceva dormire, tutti loro aspettano, incessantamente, quel qualcosa che hanno atteso tutta la vita.  

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Teatro

Raccogliere e Bruciare, (Ingresso a Spentaluce) al Teatro Nuovo

Dal 21 al 25  marzo, il Teatro Nuovo di Napoli, ospita in scena Raccogliere e Bruciare (Ingresso a Spentaluce) ultima creazione del maestro contemporaneo Enzo Moscato, già messa in scena precedentemente durante il Napoli Teatro Festival 2017. Moscato si serve di un foltissimo cast di qualità per questo suo lavoro, composto da Giuseppe Affinito, Massimo Andrei, Benedetto Casillo, Salvatore Chiantone, Gino Curcione, Enza Di Blasio, Caterina Di Matteo, Cristina Donadio, Tina Femiano, Gino Grossi, Amelia Longobardi, Ivana Maione, Vincenza Modica, Rita Montes, Anita Mosca, Enzo Moscato, Francesco Moscato, Luca Trezza, Imma Villa. L’allestimento è impreziosito dalle installazioni di Mimmo Paladino, le luci di Cesare Accetta, le musiche originali di scena di Enza Di Blasio, i costumi di Daniela Salernitano. Raccogliere e Bruciare, appena un attimo e poi «Uno morì di febbre, uno bruciato in miniera, uno ucciso in una rissa, uno morì in prigione, uno cadde da un ponte mentre faticava per moglie e figli – tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.» Comincia così, l’Antologia di Spoon River, di cui Moscato ha fatto una riscrittura, un coraggioso tentativo da parte di un uomo abituato a coraggiosi tentativi di mettere in scena, in quella che molto definiscono “salsa napulegna“, uno dei grandi classici della poesia contemporanea. C’è una fitta nebbia sopra i capi ora alzati e ora rivolto verso il basso dei personaggi, impalpabile, proprio come la sua più stretta etimologia chiede, ed è un attimo pallida e chiara e un attimo dopo rossastra e sanguinolenta. Non si muove niente, non si muove nessuno se non per fare pochi passi, per compiere quel cammino esistenziale dedito alla farfalle. Tutto si accende e si spegne a poco più di un palmo di mano di dove iniziato. La coralità, questa è la chiave di lettura, di svolgimento, di ogni cosa. Una ferma e continua coralità, senza la quale tutto smette di avere senso o ragione. Caduto un solo epitaffio, venuto meno un solo piccolo brandello di insensato monologo inframezzato e l’intero castello cade rovinosamente sulla testa di tutto. Se cercate una trama, lasciate perdere questo spettacolo. Se cercate, fermamente, una ragione, qui o altrove, allora, di nuovo, recatevi altrove. Poiché, Raccogliere e Bruciare, mette in scena né la risposta né la domande, bensì il continuo imperituro e silenzioso momento che si frappone tra le due. Indefinito, indefinibile e, per questo, intoccabile, nel senso più materiale, questa è là più corretta delle descrizioni di ciò che Moscato mette in scena. RACCOGLIERE E BRUCIARE (Ingresso a Spentaluce) di Enzo Moscato cast Giuseppe Affinito, Massimo Andrei, Benedetto Casillo, Salvatore Chiantone, Gino Curcione, Enza Di Blasio, Caterina Di Matteo, Cristina Donadio, Tina Femiano, Gino Grossi, Amelia Longobardi, Ivana Maione, Vincenza Modica, Rita Montes, Anita Mosca, Enzo Moscato, Francesco Moscato, Luca Trezza, Imma Villa. musiche Enza Di Blasio costumi Daniela Salernitano allestimento Mimmo Paladino — da mercoledì 21 a domenica 25 marzo 2018 al Teatro Nuovo di Napoli Inizio spettacoli ore 21.00 (mercoledì, giovedì e sabato), ore 18.30 (venerdì e domenica) info e prenotazioni: cell: 0814976267 email: [email protected]

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Teatro

“EdenTeatro” di Alfredo Arias, Viviani rivive al San Ferdinando

Dal 27 febbraio al 11 marzo, il Teatro San Ferdinando ospita una produzione stessa dello Stabile di Napoli; “EdenTeatro”, opera di Raffaele Viviani, qui diretta dal regista franco-argentino Alfredo Arias, con un cast folto e di qualità. EdenTeatro, Viviani e l’Eden La definizione corretta di MetaTeatro è quella di “Teatro nel teatro”, ovvero l’espediente narrativo e teatrale la cui natura fittizia viene subito dichiarata, rompendo, apparentemente, il confine tra palco e platea. Eden Teatro, qui diretto da Arias, non rientra pienamente in questa definizione, ma si concretizza più nell’idea di MetàTeatro, ovvero un teatro a pezzi, diviso, intervellato da una forma di MetàMusical, in cui gli attori, tirando a sé l’attenzione, il plauso e l’occhio del pubblico, svolgono una finzione dettata e precisa in una più aperta e dichiarata rappresentazione mendace. C’è una sottile, minimale e quasi assente quarta parete a dividere queste dive per una notte, meretrice e venditrici di una forma d’arte eterea e impalpabile, con sfumature di fasullo, a voler imitare l’amore stesso, dal reale. Quello a cui il pubblico assiste è un infinito caffé-concerto, in cui l’inizio e la fine si confondono, mischiano e intrecciano fino a rendere improbabile una corretta comprensione di quale siano il capo e la coda di questo folkloristico entourage di tragicità quotidiane. Arias, dopo il lavoro su “Circo equestre Sgueglia”, sembra opzionare per uno stile registico in cui gli attori hanno pieno possesso del palco e del destino di ciò che vediamo, una sortita inattesa per un classico di Viviani, in cui le maestranze sono chiamate a misurarsi con le proprie capacità e i propri limiti, provando a ripetere quel senso ultimo di desiderio e di necessità assoluta che accompagna una semplice recita per ognuna di loro nell’Eden. Proprio per questo, non si può non far un plauso al nutrito gruppo di attori, che, tra interpretazioni cori e cambi repentini di ritmo, si carica sulle proprie spalle il peso della recita. Una coralità spezzettata, in cui il lavoro del gruppo si constata e tocca anche nei continui momenti in cui sono i singoli a dover dirigere solo l’orchestra umana messa su da Arias. Passandosi continuamente un invisibile testimone, il cast vive l’attimo con fatica e con ardore, con fanciullesco ardore e esperta amara ironia, concendendo al pubblico in sala una replica di quel sentimento di debutto che toccava le anime in passaggio all’Eden Teatro, ricettacolo di vuote esperienze e ricca sgraziatezza, in cui ogni attimo che viene nella vita di ognuno sembra essere il più importante.  

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Food

A Figlia d”o Marenaro, riapre il locale in Via Foria

È tornata A Figlia d”o Marenaro, dopo la momentanea chiusura di un mese e mezzo per lavori di ristrutturazione e ha deciso di farlo in grande stile. Presentandosi al quartiere, alla stampa e ai suoi amati clienti con la simpatia, la spontaneità e l’amore che da sempre è peculiarità di questo locale del centro napoletano. A Figlia d”o Marenaro, quando è necessario esagerare Oro è la parola fondamentale di questo ritorno. Poiché d’oro sono i rivestimenti delle pareti, oro è la cucina della Signora Assunta, ma d’oro sono anche la passione e la vitalità che la Signora Assunta e il suo affiatato staff mettono in ogni cosa, dalla composizione dei piatti alla capacità di creare sempre un’atmosfera genuina e famigliare. Ciò che aspetta il cliente, immergendosi all’interno del locale, è un blu mare, il quale abbraccia lo stesso come fosse circondato dalle placide onde di acque tranquille e serene. Può constatare, osservare quasi con mano, ciò che mangerà, vista l’esposizione, in alcuni casi esclusivamente ludica, delle pietanze, con una vasta distesa di alimenti ittici. Ma è ampio e ben ornato anche lo spazio dedicato alla pizza, un classico intramontabile e immancabile in un posto come A Figlia d”o Marenaro dove, come già detto, la tradizione dei sapori e della cultura culinaria napoletana non è solo è di casa, ma la fa da padrone. Grande novità di questa ristrutturazione (stile, design e arredamento sono a cura di Costagroup) è il secondo ambiente, una sala dove ci vengono mostrate, attraverso varie foto e atmosfera, la storia di Assunta, dai suoi inizi a pulire cozze su una cassa di legno di Birra Peroni, fino al successo attuale e ai giorni nostri. Ma per continuare a far sì che i vecchi gusti trionfino, bisogna anche saper guardare avanti, alla tecnologia moderna e alle sue continue innovazioni. Per questo, con la collaborazione di alcuni esperti del proprio settore come NEXTOR Cooking Solutions, che ha progettato e prodotto l’intera cucina, di cui notiamo con attenzione alcuni particolare come i suoi materiali acciaio INOX AISI 316lL una scelta che contraddistingue gli ambienti navali e che è stato voluto al Ristorante in via Foria per realizzare una realtà altamente performativa. O il forno Josper a Carbone Vegetale, che dona alle materie prime il giusto sapore senza però rischiare di cadere in eventuali contaminazione. È, dunque, questa filosofia quella che caratterizza A Figlia d”o Marenaro e il suo staff, un continuo e incessante lavoro per migliorarsi, per seguire l’evoluzione dei tempi e della cucina, di rispettare l’ambiente e, soprattutto, il cliente e il suo piacere. O, come direbbero, sempre con Pulizia, Qualità e Tanto Cuore. E su richiesta della stessa Signora Assunta e del suo team tutto, se dovete parlare male di A Figlia d”o Marenaro, mi raccomando, esagerate!

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Libri

“Macumba” di Mattia Iacono, la vita per ciò che è

Dopo il lavoro svolto insieme per il debutto dell’artista romano con “Demone Dentro” (qui la nostra recensione), il fumettista Mattia Iacono e Tunué Edizioni continuano a collaborare, producendo, per la collana Prospero’s Books, una nuova opera grafica: Macumba. Macumba del fumettista Mattia Iacono, solo quel che è “La morte non è | nel non poter comunicare | ma nel non poter più essere compresi” – Pier Paolo Pasolini Abituati, durante l’esistenza, a pensare al trapasso come qualcosa di assolutamente terribile, concediamo ad esso un posto soltanto nel più remoto dei nostri pensieri. Così come si conservano e rimandano, certi compiti ingrati, ad un infinito domani. Eppure, che ci piaccia o meno, esso arriva per tutti, prima o dopo. Spesso, fin troppo spesso, non al termine di un lungo percorso, bensì in maniera improvvisata e brutale, senza alcun segnale o anticipazione. Non c’è, nella vita di molti, un punto alla fine di un lungo periodo, ma una semplice riga che si distorce all’improvviso, una frase il cui fine resta ignoto sulla pagina bianca del tempo. Opta, Mattia Iacono in Macumba, per una visione sulla fine come qualcosa di quotidiano, senza grossi fronzoli o platealità, concede al lettore solo un piccolo abbozzo sull’esistenza del suo protagonista, solo un lampo, solo un giorno per lasciar comprendere ad esso e a noi quanto sta accadendo e sta per accadere. Decide di ripetere la realtà dei fatti per ciò che è. Si aiuta, e non poco, con uno stile di disegno che sa far risaltare le sue capacità di colorista, aprendo grossi solchi dentro la pagina, non optando per un disegno iper-dettagliato o realistico. Lasciando tutto il viaggio su quei toni onirici e concentrando l’attenzione sui personaggi e la loro deriva. Segue il loro percorso la sua matita come una camera percorre il cammino dell’attore principale senza mai perderlo. Nessun lungo flashback riassuntivo, nessun monologo esistenziale o esistenzialista o qualche disamina totale della propria vita, né del protagonista e né di chi lo accompagna. C’è su queste tavole, con sapienza colorate e gestite per creare lì attesa e lì curiosità, solo una realtà abbozzata, un morso di vita, una possibilità e, perciò, la semplice e pura realtà. Che si può ripetere ovunque, in qualsiasi momento e trovare, in essa, almeno una particina di quel che siamo noi. Poche ore, solo poche ore tratteggiate su un foglio bianco per mettere in mostra quel che è, solo quel che è e nulla più. [amazon_link asins=’8867902350,8867902202,8867902172,8867902210,8867902369,8867902415,8867902504,8867901524,8867902164′ template=’ProductCarousel’ store=’eroifenu-21′ marketplace=’IT’ link_id=’85b91372-0dc4-11e8-b5e6-73c843deb448′]

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Teatro

Masquerade di Rimas Tuminas al Mercadante, tra Shakespeare e il gelo

Il Teatro Stabile di Napoli ospita per sole due date, il 27 e 28 gennaio, “Masquerade“, opera teatrale che approda per la prima volta in Italia, diretta da Rimas Tuminas, direttore del Teatro Vakhtangov di Mosca, uno dei maggiori teatri russi. In scena gli attori russi: Evgeny Knyazev, Mariia Volkova, Leonid Bichevin, Lidia Velezhova, Yury Shlykov, Alexander Pavlov, Aleksandr Ryshchenkov, Andrey Zaretskiy, Mikhail Vaskov, Oleg Lopukhov, Maria Berdinskikh, Ekaterina Simonova, Aleksandra Streltsina, Maria Shastina, Irina Dymchenko, Olga Nemogay, Vladimir Beldiyan, Yury Kraskov, Evgenii Piliugin, Evgeny Kosyrev. La scenografia è di Adomas Jacovskis, i costumi di Maxim Obrezkov, le luci di Maya Shavdatuashvilli, la musica di Faustas Latenas The Waltz di Aram Khachaturyan. L’intera opera, al fine di una corretta comprensione, è sovratitolata. Masquerade di Rimas Tuminas, tra il bianco e il nero “Odio ed amo. Perché lo faccia, mi chiedi forse./ Non lo so, ma sento che succede e mi struggo” – Catullo. Volando, su e giù, riportato a terra ogni tanto da una fitta coltre di neve, capace solo di far solo riscaldare di più il sangue di Eugene Arbenine, Masquerade mette assieme i suoi pezzi, si compone, come musica antica, destinata, nel sentire il suo amaro e prevedibile testo, a far ritrovare in sé tante altre persone. La sua natura più esplicita, ovvia, viene rivelata al pubblico attraverso un semplice foglietto svolazzante che vien dato a mò di vademecum allo spettatore all’entrata. L’Otello russo, così spesso viene definita quest’opera, tratta dal dramma in versi di Mikhail Lermontov, nel XIX secolo, e poi messo in scena da Rimas Tuminas per il Teatro Vakhtangov. Niente di più falso, se non per quel che riguarda l’epidermide, stratto di carne destinato a rigenerarsi in maniera volontaria di volta in volta, poiché Masquerade, al suo interno, lì dove possiamo tastare le dure ossa, è assai diverso. Mai, mai Eugene Arbenine riesce a toccare quel fuoco, quell’anima in fiamma, confusa, folle e sperduta dell’Otello shakespariano. Persino nei suoi momenti più cupi, quando il furore sembra dover fargli saltare via il cappello tanto è forte la pressione del sangue al capo, quel perfetto rappresentante di un’epoca e di un modo di essere sembra perdere quell’aplomb, quell’assoluto gelo, capace di governare tanto il cielo quanto la sua anima. Raccontando una società borghese, apparentemente scomparsa, Eugene ci guida, col suo dolore, per vedere quanto sono profonde le bassezze di un uomo, quanto male può fare, perfino quando tutto, sempre, anche nei momenti più atroci, sembra esser solo un gioco, in cui tutti i partecipanti recitano un ruolo nel ruolo. Persino quando il sangue è veramente bollente, rosso cremisi, capace di insozzare persino la più candida neve, un’altra lento, implacabile, ammasso di note comincia a prendere forma in lontananza. Un altro ballo inizia, di quelli che non piacciono a nessuno, che non fanno ridere di cuore nessuno, ma che servono a tutti, per continuare a muoversi, fingere gioia e allegria, per far si che tutto questo bianco non ci accechi tutti.

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Teatro

Ritornanti, Moscato continua la stagione del Trianon

Il  Teatro Trianon continua il suo nuovo percorso, dando adito e scena alle nuove espressioni artistiche del territorio campano. Dal 25 al 29 gennaio, ad occupare il palco del Trianon, troviamo una delle figure più di spicco della teatralità partenopea, il drammaturgo/regista/attore Enzo Moscato, il quale si esibisce, per la prima volta, nello stesso luogo che ispirò un suo omonimo testo nel 1983, con lo spettacolo “Ritornanti”. Ritornanti, indietro per prendere la rincorsa Tre leggii. Questo è ciò che viene anticipato allo spettatore, entrando in sala. Solo tre leggii. Passa qualche istante, le luci, come di consuetudine, scemano lentamente e in quel buio, poco nitidamente, una prima figura si staglia mobile sul palco. Così comincia Ritornanti. Tre monologhi, tre scene tratte da tre opere differente.  Tutto è trino, tranne Enzo Moscato. E il suo compagno di viaggio, Giuseppe Affinito. Ritornanti mette in scena una modalità di fare teatro che lentamente, proprio come certi respiri di cui Moscato parla riferendosi alla sua opera, sta diventando un ritorno, un percorso di cui si rifanno tutti i passi, seppur già percorsi. Si voglia per la scarsa capacità, tranne in alcuni ovvi casi, di trovare copiosi produttori o la risposta, il risultato ad una lunghissima stagione di esosità scenica a scarso di una narrativa che, da un po’, occupa il teatro italiano. Fatto sta che, un po’ alla volta, a teatro, si sta tornando semplicemente a parlare. Abbandonati i maestosi e mastodontici, e spesso superflui, orpelli scenici, è la voce, l’unica, giusta e sacrosanta depositaria del palco. Ri-narrando, ri-raccontando, Moscato ci conduce nel suo mondo, in quella realtà di cui esso è narratore da sempre, la realtà degli ultimi. E tiene banco con questi tre momenti apparentemente separati, eppure così evidentemente uniti, oltre che da una compresenza temporale, da un filo invisibile, sottile, nato per unire, da un capo all’altro, i leggii e quindi le storie. Trasmettendo, tra di loro, quel tanto di energia necessaria a restare vivi. Nulla è nuovo, nel suo senso etimologico più stretto, in questa opera eppure a sentirle, magari per l’ennesima volta, certe parole, un nuovo significato, una nuova idea si affacciano a quel labirinto chiamato mente. Rifiutando-solo l’autore sa quanto volutamente- questa forma di “ricerca” inteso come estetica, questo “ritorno” alla semplicità, a ciò che si può ripetere, diviene forma fisica dell’obiettivo primo del teatro: non ripetere vita, ma esserlo.

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Recensioni

Tre studi per una crocifissione, Manfredini al TAN

Nei giorni 13 e 14 gennaio, presso il Teatro Area Nord, va in scena Tre studi per una crocifissione, di e con Danio Manfredini, che vede, tra l’altro, la collaborazione al progetto di Andrea Mazza, Luisella Del Mar, Lucia Manghi, Vincenzo Del Prete. L’opera vede la sua genesi in uno studio, fatto dall’autore stesso, su un quadro di Francis Bacon, da cui il lavoro teatrale prende il nome omonimo. Tre studi per una crocifissione e un solo uomo in croce All’interno di La Morte a Venezia, Thomas Mann scrisse: “La solitudine genera l’originalità, la strana e inquietante bellezza, la poesia, ma anche il contrario: l’abnorme, l’assurdo, l’illecito.“ Questo frase esce da uno dei tanti vari e sparsi cassetti della memoria, mentre, lentamente, le luci del teatro si accendono sul primo dei tre quadri umani destinati all’attenzione dello spettatore pagante. Lì, cadenzate da un lento cambio di costumi, si consumano, una dietro l’altra, tre storie, di diversità, di dolore, ricerca, quindi di umanità. Non v’è nessuna spiegazione effettiva, mai, a ciò a cui si sta assistendo, non è contemplata. Nessun capolavoro di retorica ben infinocchiata, che faccia stringere con gioia il biglietto nelle mani di chi osserva, sapendo di aver fatto un buon acquisto. Semplici personaggi di passaggio, di quelli che non spiccano, a dirla tutta, da nessuna parte. Né nella vita vera, né in quella artificiosa di un testo. Ombre, che ci accompagnano, destinati a star con per un po’ e poi tornare, insieme alle loro vesti, in quell’oblio in cui sempre noi abbiam spesso deciso sian destinati a stare. In questo lavoro, uno dei primi cronologicamente parlando, di uno dei maestri consolidati del teatro contemporaneo, saltano subito all’occhio certi modelli, certe forme di costruzione e ricerca del e sul personaggio che, apparentemente, caratterizzano e diventeranno tuttuno con l’autore stesso. Quella separazione, forma obbligatoria, necessaria o anche imposta di ascestismo sentimentale dei personaggi, i quali, tra un atto e l’altro, sembran quasi toccarsi tra di loro, a voler comunicare. Il corpo usato come strumento assoluto,  eppure compagno fedele, prezioso e mai sostituto della voce. Cercano, cercano sempre qualcosa i personaggi di Manfredini, sia essa la ragione perduta, l’amore e l’innocenza perduta, o anche solo, della semplice compagnia in una lunga notte piovosa. Come l’umanità, occupata nell’ossessiva caccia a qualcosa di nuovo e indefinito, essi si accendono e si spengono dinanzi agli occhi dello spettatore, consapevole del fatto che nessuno dei due uscirà da quella sala sapendo se mai ce la farà a trovare ciò che cerca.

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