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Eroica Fenice

Cinema e Serie tv

Persepolis, da grafic novel a film d’animazione

Persepolis, da grafic novel a film d’animazione Ecco la grande storia. Marjane l’ha ereditata. Ha realizzato lei il primo fumetto iraniano. Una bambina, un’adolescente, una donna: Marjane. Sullo sfondo l’evoluzione di un paese in seguito a una rivoluzione: l’Iran. Persepolis (Persepolis. Histoire d’une femme insoumise) è un fumetto autobiografico, scritto in lingua francese dall’iraniana Marjane Satrapi. Una storia filtrata dagli occhi della protagonista, costretta ad abbandonare il suo paese per scappare dalla dittatura, in nome di una libertà negata soprattutto alle donne. Il conflitto tra Iran e Iraq viene narrato da un punto di vista interno al paese, dal punto di vista di chi l’ha vissuto in prima persona.  Pubblicato in Italia in quattro volumi tra 2002 e 2003, fu subito accolto da un grande successo, immediatamente andato a ruba. Nel maggio del 2007 fu poi pubblicata l’edizione integrale dell’opera in un unico volume. Considerato dal Guardian uno dei 100 libri più rappresentativi del ventunesimo secolo, è ancora oggi in vetta alle classifiche. Fin dall’infanzia la piccola Marjane si nutre di libri e di ideali rivoluzionari, affascinata dalla figura di Che Guevara. Presto impara il francese in una scuola bilingue, finché, con l’avvento del regime teocratico, non vengono chiuse le scuole straniere, separati i sessi e introdotto l’obbligo del chador, che suscita in lei  immediata insofferenza. Il bisogno di una boccata d’aria e di libertà spinge i genitori di Marjane a pianificare una lunga vacanza in Europa, mentre è imminente lo scoppio della guerra tra Iraq e Iran, conflitto che infiamma un forte patriottismo nell’animo della fanciulla. Una scelta coraggiosa decostruire gli stereotipi dei mediorientali retrogradi e fondamentalisti attraverso il racconto della propria vita, attraverso esempi concreti, nomi e cognomi, che Marjane trova nella sua famiglia: un nonno comunista, una nonna emancipata, due genitori che la spingono a spiccare il volo, recidendo le sue radici, in nome di sacrosanti diritti. La storia dell’Iran, del suo cambiamento è parallela alla crescita di Marjane che, da bambina, diventa adolescente e poi una donna in cerca della sua strada, del suo destino.  Nel 2007 Persepolis diventa un film (vince il premio della giuria al Festival di Cannes 2007) amplificando la risonanza della storia di Marjane, dalla “prigionia” iraniana di una bambina di nove anni alla libertà di una ormai ventiduenne che sceglie la via dell’espatrio. Il film, nello stile delle grafic novel originali, è quasi completamente in bianco e nero.  Accolto da proteste del governo iraniano, Persepolis ha reso Marjane un’icona dell’emancipazione femminile. Autorevole voce nel dibattito tra Oriente ed Occidente, cerniera tra due mondi culturali distanti e talvolta inconciliabili. Una donna davvero incredibile!   Fonte immagine: Wikipedia.

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Cinema e Serie tv

Lupin, sulle orme di Arsenio da gennaio su Netflix

Lupin, sulle orme di Arsenio da gennaio su Netflix Questa è la storia di un ladro, ma non di un ladro qualunque. È il 1905 quando l’immaginazione di Maurice Leblanc dà vita ad un ladro, elegante e gentiluomo, seduttore e sedotto dalle donne, dal gioco, dal lusso e, ovviamente, dal denaro. Signori e signori: Arsenio Lupin (Arsène Lupin in francese). Ironico, scaltro, astuto e grande trasformista, maestro del trucco e del travestimento, in poche parole, un artista del furto. Ispirato all’anarchico francese e geniale ladro Alexandre Marius Jacob, Lupin fronteggia con gran classe i suoi principali avversari, l’ispettore Garimard della polizia francese e il detective inglese Herlock Sholmes (chiaramente ispirato a Sherlock Holmes). Dall’8 gennaio è arrivata su Netflix la serie Lupin – sulle orme di Arsenio. Cinque episodi (è prevista una seconda parte per un totale di dieci episodi) che non hanno per protagonista il famoso ladro gentiluomo, ma Assane Diope, un bravissimo Omar Sy (irriverente badante in Quasi amici), che, dopo aver ricevuto in dono da suo padre il libro di Lupin, fa della creatura uscita dalla penna di Leblanc il suo mito e la sua fonte di ispirazione. È proprio il piano di un furto ad avviare il plot, il furto di una collana appartenuta alla regina Maria Antonietta, custodita al Louvre. Scopriremo che non è il luccichio dei diamanti ad aguzzare l’ingegno di Assane, ma un motivo ben più nobile e profondo: vendicare l’ingiusta morte dell’amato padre Babakar, accusato e condannato di aver rubato la collana alla intoccabile famiglia Pellegrini.  Inevitabile non pensare alla saga Ocean’s. Come ogni thriller poliziesco che si rispetti, non mancano le innumerevoli peripezie, la donna ricca, gli imprevisti, ingredienti che, amalgamati, permettono di ricostruire, attraverso flashback, le motivazioni e la storia del protagonista, colto anche nel rapporto con il figlio Raoul. Lontano dalla fortunatissima icona della serie manga Lupin III di Monkey Punch, pur senza la cravatta e il suo maggiolino, il nuovo Lupin seduce lo spettatore, tenendolo incollato allo schermo con i suoi continui colpi di scena. Perfettamente calato nella contemporaneità, in una Francia borghese e razzista, il protagonista si trova quotidianamente a lottare con il limite di essere un immigrato. La sua storia getta luci e ombre su una Parigi multiculturale e sulla difficile integrazione sociale.  Mi hai sottovalutato, perché non mi hai guardato. Tu mi hai visto, ma non mi hai guardato. Come non mi guardano loro, quelli per cui lavoro. Che vivono là, mentre noi viviamo qui, che vivono in alto quando noi siamo in basso: non ci guardano. E grazie a questa invisibilità diventeremo ricchi.  E sarà proprio la cecità classista l’arma con cui Assane, addetto alle pulizie nel Louvre, farà del Louvre la cornice del suo geniale colpo. Sarà proprio la sua invisibilità, supportata da insuperabile eclettismo, a permettergli di agire indisturbato nelle sue ricerche e, infine, nella realizzazione del suo piano ultimo. Finita, in breve tempo, in cima alla classifica italiana di Netflix, non ci resta che attendere il seguito di questa più che avvincente prima […]

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Culturalmente

La scrittura carolina: cosa c’è da sapere?

Carolina, cioè legata alla promessa di rinascita carolingia. Francisca, perché di origine franca. Antiqua, poiché contrapposta ai caratteri moderni della scrittura gotica. Sono questi i modi in cui venne definita la scrittura minuscola che si diffuse tra l’VIII e il XII secolo, durante l’Impero di Carlo Magno.  Nata negli scriptoria dei monaci benedettini di Corbie (località poco distante da Parigi), fu adoperata prima nella trascrizione delle Sacre Scritture e in contesti religiosi, per poi approdare, grazie alla sua regolarità, negli atti ufficiali delle pubbliche amministrazioni. Elegante e raffinata, si impose con rapido successo nella trascrizione, resa più semplice, di testi classici ad opera degli amanuensi. L’uso della scrittura carolina fu, inoltre, catalizzatore della rinascita e diffusione della cultura classica durante l’Alto Medioevo. 

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Cinema e Serie tv

Ecce bombo: un grido ancora attuale

Ecce bombo: l’attualità del film di Nanni Moretti “Pensavo di aver fatto un film doloroso per pochi, poi uscì il film e mi resi conto di aver fatto un film comico per molti”  Può una pellicola di quarant’anni fa essere ancora attuale? Sì, se ha alle spalle una mente visionaria. Assolutamente sì, se quella mente è di Nanni Moretti. Ecce bombo, uscito nelle sale nel marzo del 1978, dopo quarant’anni ha ancora tanto da dire. Scritto da un Nanni Moretti appena venticinquenne, è stato consacrato un cult nella storia del cinema italiano.  Ecce bombo è il grido di un rigattiere sul litorale di Ostia che apre il film, un nonsense che ben riflette lo smarrimento, il vuoto, l’inettitudine dei personaggi morettiani, tanto piccoli Zeno Cosini che Svevo non faticherebbe a sentire figli della sua penna. Giovani universitari che inseguono i loro ideali e il miraggio di un’identità disgregata. Una generazione che, dopo un’indigestione da militanza politica e la conseguente delusione, si ritrova digiuna di scopi, modelli, impantanata in una ingombrante solitudine. Un sentimento che, forse, appartiene a ogni tempo e ogni luogo, un sentimento eterno che, a tutti, prima o poi, capita di provare. Nel film si susseguono, in maniera tragicomica, le giornate di Michele Apicella (interpretato da Nanni Moretti) che si sente straniato, infiammato dal desiderio di cambiamento, eppure, incapace di realizzarlo, spento nel suo entusiasmo. Lo vediamo barcamenarsi in discussioni con la famiglia, nel rapporto con la sorella Valentina, in una strampalata relazione con la fidanzata Silvia e in pomeriggi trascorsi al bar con gli amici Vito, Goffredo e Mirko a parlare del più e del meno. Un susseguirsi di scene e citazioni che cristallizzano pensieri e stati d’animo ancora condivisi e condivisibili, dal “vedo gente, faccio delle cose” di Cristina (interpretata da Cristina Manni) che sintetizza l’inconcludenza e l’arrangiarsi di una generazione che arranca in un mare privo di fari, al “ma quando i miei genitori non mi mantengono più, io che cazzo faccio?“, pensiero più che mai attuale in un paese che ci racconta che a trent’anni siamo giovani, per edulcorare la mancanza di offerte e possibilità per diventare finalmente adulti.  Funzionale alla mancanza di punti di riferimento è la tecnica di ripresa, comic strips si susseguono nell’assenza di una trama narrativa, in nome di un presunto realismo documentaristico. Una perfetta fotografia di anni difficili, una settimana dopo l’uscita di Ecce bombo sarà assassinato Aldo Moro. Moretti riesce a scavare a fondo nelle piaghe della storia e della generazione post-sessantottina colta nella sua insicurezza e, soprattutto, nella sua incapacità di comunicazione. Ancor di più, riesce a scavare a fondo nelle piaghe universali di una fase della vita, quella fase della gioventù incerta e certamente complessata.   No, veramente, non mi va. Ho anche un mezzo appuntamento al bar con gli altri. Senti, ma che tipo di festa è? Non è che alle dieci state tutti a ballare i girotondi e io sto buttato in un angolo, no? Ah no, se si balla non vengo. No, allora non […]

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Cinema e Serie tv

Rosa Pietra Stella, il film di Marcello Sannino

Rosa Pietra Stella, primo lungometraggio di Marcello Sannino, uscito nelle sale ad agosto 2020, racconta la disperazione di una madre. Stu’ vico niro nun fernesce maje E pur ‘o sole passa, e se ne fuje Ma tuu staje lla’ tu rosa preta e stella Carmela, Carme’ (Sergio Bruni) Uscito nelle sale ad agosto 2020, Rosa Pietra Stella, è il primo lungometraggio di finzione di Marcello Sannino.  Carmela (Ivana Lotito), trent’anni e un lunario da sbarcare. Trent’anni e una figlia di undici anni, Maria (Ludovica Nasti), che ha diritto a un’adolescenza felice. Trent’anni e una madre che porta nello sguardo il peso dei suoi errori. Una vita che scorre lenta e dannata sotto lo stesso tetto, in un quartino a Portici, cittadina sul mare. Quando tutto sembra franare, uno spiraglio di luce arriva dal vento dell’Algeria: Tarek, un uomo, che vive a Napoli da anni, porge a Carmela una mano, contenente la possibilità di un riscatto. L’ispirazione – riportano le note di regia – viene da una persona reale, un’amica conosciuta anni fa e che mi ha spesso coinvolto in giornate senza fine, passate ad inseguire persone da incontrare, commissioni da fare all’ultimo momento, illusioni quotidiane per non tornare a casa e in fondo fuggire al destino di una vita segnata dalla nascita. Partendo da questo rapporto ho immaginato il personaggio di Carmela. Un equilibrio solido come un castello di carta che prova a resistere agli urti di una città come Napoli, paradiso abitato da diavoli. Carmela, madre, figlia, sorella, prova a risalire dall’imbuto infernale con quella capacità tutta napoletana di arrangiarsi con il nulla. E così trova la sua parte in un traffico clandestino di immigrati. Documenti falsi che diventano cene per Maria, rigorosamente prese al fast food, lontani dalle premure pazienti di una madre. Una madre che, sfrattata, occupa abusivamente una casa della curia pur di non perdere sua figlia, creando occasioni anche laddove non esistono. Per lei – afferma il regista – la contigua metropoli rappresenta il luogo delle maggiori opportunità, della fuga, un luogo dove ti conoscono in pochi e ti giudicano meno, ma anche il luogo dove ci si perde come in un magma in cui è difficilissimo muoversi e dal quale è impossibile uscirne illesi.  Coinvolgenti le interpretazioni dei protagonisti di questa storia amara in cui le illusioni e i sogni fanno a pugni con la realtà che non ne vuole sapere di cambiare e quella felicità, cercata con unghie e denti, Carmela finisce per guardarla dal vetro di una finestra di una casa famiglia. La sua felicità, quell’unico seme che di buono la vita aveva dato.  Rosa Pietra Stella Regista Marcello Sannino Con Ivana Lotito, Ludovica Nasti, Fabrizio Rongione, Imma Piro, Francesca Bergamo, Valentina Curatoli, Niamh Mccan, Gigi Savoia Sceneggiatura Marcello Sannino, Guido Lombardi, Giorgio Caruso Prodotto da Antonella Di Nocera, Pier Francesco Aiello, Gaetano Di Vaio  Immagine in evidenza: Parallelo 41 Produzioni

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Musica

La Belle Dame #2 : Valerio Bruner canta la donna

Recensione dell’album La Belle Dame #2 del musicista Valerio Bruner. «Realizzare questo album, insieme a cinque artiste della scena musicale indipendente napoletana, è stato il mio atto di resistenza e la mia dichiarazione d’intenti verso una causa, qual è appunto la violenza sulle donne, in cui tutti siamo chiamati a fare la nostra parte perché riguarda ognuno di noi. Se c’è una cosa che ho imparato in questi anni è che la musica non è mai soltanto musica, ma è uno strumento che abbiamo a disposizione per provare, e perché no, riuscire a cambiare quelle cose che non vanno.»  Queste le parole con cui Valerio Bruner, eclettico cantautore napoletano, ha presentato il suo album La Belle Dame #2, uscito ufficialmente il 25 novembre 2020, data significativa, giornata mondiale contro la violenza sulle donne, causa che da sempre Valerio sostiene con la sua musica, che di donne parla e che, in questa seconda versione dell’album, di donne è fatta. Creature sensibili, fragili, che si rialzano sempre nonostante le difficoltà, e per questo così maledettamente affascinanti.  Dopo l’EP Down the river (2017), registrato completamente in versione acustica, il 20 aprile è uscito La Belle Dame, che è poi approdato a una nuova versione, La Belle Dame #2, in cui Valerio affida a talentuose cantanti le sue parole. Parole che raccontano quella capacità tutta femminile di servirsi della forza che, per definizione, appartiene al nostro universo. E così, dopo il tentativo di camminare in scarpe di donne, ha deciso di rendere le donne le vere protagoniste del suo lavoro. Encomiabile la scelta di devolvere l’intero ricavato della vendita del disco in beneficenza, a supporto de Le Kassandre contro la violenza di genere, associazione attiva a Napoli, a dimostrare la potenza della musica, che, in buone mani, sa essere strumento sapiente. L’album è disponibile, in formato digitale, sulla piattaforma Bandcamp al seguente link: https://valeriobruner.bandcamp.com/album/2020. Come premio bonus e come ringraziamento, si riceveranno, una volta acquistata la copia, i video live delle sessioni di registrazione presso gli studi del Soundinside Basement Records di Napoli. Sveliamo qualche curiosità de La Belle Dame #2 chiacchierando con Valerio Bruner. Come e quando nasce l’idea di affidare le tue parole a voci femminili? È un’idea che mi intrigava artisticamente. Essendo loro, le donne, le protagoniste dei miei brani, ero curioso delle sfumature che avrebbero dato alle mie parole. È un’idea che mi interessava da un punto di vista sociale: dare voce e supportare il mondo femminile che, da sempre, è per me casa.  È stato difficile individuare le compagne di questo nuovo viaggio? Alcune le conoscevo già. Di Annalisa e Federica mi piacevano molto le vocalità. Di Alessandra mi colpì il modo in cui suonava. La collaborazione con Marilena è nata da un bel giro della vita. Caterina mi è stata presentata dall’etichetta. Abbiamo vissuto un bel viaggio, intenso fondere il percorso creativo di ognuno di noi. Ho trovato delle cantanti incredibili, ho trovato delle amiche. Chi è la donna che hai scelto per la copertina? Un’amica, una donna che […]

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Cinema e Serie tv

Volevo nascondermi, la storia di Antonio Ligabue

La storia di Antonio Ligabue narrata nel film Volevo Nascondermi. Il rimpianto del suo spirito, che tanto seppe creare attraverso la solitudine e il dolore, è rimasto in quelli che compresero come sino all’ultimo giorno della sua vita egli desiderasse soltanto libertà e amore. -Epitafio sulla tomba di Antonio Ligabue a Gualtieri Zurigo, 1899. Da Elisabetta Costa e Bonfiglio Laccabue nasce Antonio (noto ai più come Ligabue). Rimasto orfano della madre, morte di cui considerava responsabile il padre, viene affidato alla famiglia Goebel. Eredita dall’infanzia rachitismo, uno sviluppo fisico bloccato e una certa asocialità che lo porta a fuggire i suoi coetanei e a preferire la vicinanza con gli animali. Antonio, che diventerà un pittore apprezzatissimo, trovava nel suo disegno una cura alle sue crisi nervose, uno strumento con cui superare l’incomunicabilità che lo rendeva un reietto della società. L’incontro con la pittura avviene nel 1928, grazie al fondatore della Scuola Romana, Marino Mazzacurati, che gli insegna ad utilizzare i colori a olio. Rinchiuso in un manicomio per atti di autolesionismo, non interrompe mai la sua attività di pittore, suscitando un’attenzione sempre maggiore di critici, giornalisti e critici d’arte. Giorgio Diritti, con Volevo Nascondermi, decide di riportare sul grande schermo la storia del geniale Ligabue (inevitabile pensare allo sceneggiato RAI del 1977 con il grande Flavio Bucci), affidandone l’interpretazione a un gigantesco Elio Germano, premiato alla Berlinale 2020 con l’orso d’argento come miglior attore. Partendo dai primi anni di vita, Diritti racconta la difficile infanzia, il disagio psichico, la profonda solitudine, elementi costitutivi della personalità e dell’arte di Ligabue, il Van Gogh italiano. Bravissimo Germano nel riprodurre la sua lingua incomprensibile, i suoi gesti nevrotici e l’andamento sgraziato che lo portava spesso sulle rive del Po. Forte il contrasto tra il mondo esterno dominato dal fascismo e l’interiorità del pittore, che disegnava paesaggi nuovi nella sua mente per poi riportarli sulle sue tele. Tigri, gorilla, serpenti, aquile, una giungla immaginata con allucinata fantasia, dove spesso le creature lottano per la sopravvivenza, secondo la concezione che Ligabue aveva della vita: una lotta incessante intervallata da sparuti frammenti di serenità.  La pittura gli permette di inserirsi nella stessa società che lo ghettizzava, in cui inclusione ed esclusione erano facce della stessa medaglia e gli permette di comprare una moto Guzzi rossa, con cui scorrazzava inseguendo la tanta amata solitudine del bosco e dei viottoli di campagna, con cui inseguiva quella libertà di cui sarà privato negli ultimi anni della sua vita, trascorsi in un ospedale psichiatrico in seguito ad una emiparesi. Finisce così la vita di un uomo alla ricerca di un senso, che aveva trovato nel disegno e nell’esplosione di forme e colori un rifugio dalle sofferenze dell’esistenza. Finisce così la vita di uno dei pittori più enigmatici e affascinanti del Novecento, Antonio Ligabue.   

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Cinema e Serie tv

Le sorelle Macaluso, una storia tutta al femminile

Presentato alla 77esima edizione della Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dopo un breve passaggio nelle sale (uscito il 10 settembre su distribuzione Teodora Film), Le sorelle Macaluso, scrittura e regia di Emma Dante, tratto dall’omonima pièce teatrale della drammaturga (vincitrice nel 2014 del Premio Ubu), arriva in streaming, pallido sollievo per i cinefili che continuano a fare i conti con le luci spente dei cinema.  Maria, Pinuccia, Lia, Katia, Antonella. L’infanzia, l’età adulta e la vecchiaia di cinque sorelle nate e cresciute in un appartamento all’ultimo piano di una palazzina nella periferia di Palermo. Una casa che porta i segni del tempo che passa come chi ci è cresciuto e chi ancora ci abita. La storia di cinque donne, di una famiglia, di chi va via, di chi resta e di chi resiste. Un dramma familiare, tutto al femminile, scandito da ricordi che riaffiorano e un tempo che non passa. Perché all’incessante scorrere della vita, dall’infanzia all’età adulta, all’inevitabile invecchiare dei corpi, non necessariamente segue il cambiamento. Quello è una dimensione interiore, che poco ha a che fare coi capelli bianchi e l’intonaco incrostato di una casa un tempo nuova. Nella casa delle sorelle Macaluso tutto cambia e tutto è come prima.  Se nella versione teatrale non c’è scenografia, nel film la casa è un elemento importante, simbolico, come la stessa Emma Dante ha dichiarato, un sesto personaggio. «Le sorelle vengono dal buio e tornano al buio su un palcoscenico vuoto, disadorno. Dopo averle frequentate per così tanto tempo ho pensato che mi sarebbe piaciuto dar loro una casa, e che il cinema mi permetteva di farlo. La casa, che è un corpo che, con i suoi mobili e i suoi oggetti, è un corpo dentro al quale viviamo, e che assorbe tutto di noi: le nostre gioie, i nostri dolori, i nostri gesti, le nostre vite.» Una casa che conosce la gioia, l’innocenza, la colpa e la disperazione. Una casa da cui più si tenta di scappare, più si viene risucchiati e vi si torna sempre, come sempre tornano i colombi nella loro colombaia e nelle loro vite immobili. Con uno sguardo sempre rivolto al passato e alla morte che prematuramente le ha sconvolte, le sorelle Macaluso simboleggiano la vita che passa senza che ce ne rendiamo conto e il pugno di sogni rimandati che ci resta nelle mani quando ormai è troppo tardi. Un magmatico universo femminile in cui la patina del tempo, vero protagonista del film, è resa dai delicatissimi colori della fotografia, dagli interni volutamente degradati e da colonne sonore (da Nannini a Battiato) volte ad acuire le emozioni suscitate dai sentimenti puri e dalle fragilità di cui il lavoro della Dante si fa manifesto.  Qui de Le sorelle Macaluso. Fonte immagine: artribune.com

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Cinema e Serie tv

L’Isola delle Rose raccontata da Sydney Sibilia

Un uomo normale non può farsi un’isola. Italia, 1968. Sono anni di contestazioni, movimenti libertini e progetti utopistici. Italia, 1968. Un ingegnere bolognese, Giorgio Rosa, figlio dei suoi tempi, cerca di dare forma alla libertà che sogna e la immagina in mezzo al mare, a 6 miglia dalla costa romagnola: un’isola di 400 metri quadrati, sostenuta da nove piloni in acciaio, l’Isola delle Rose (in esperanto Insulo de la Rozoj). Un microcosmo indipendente, privo di regole e pregiudizi. Tre rose rosse raccolte sul fondo bianco di uno stemma sannitico il suo simbolo. Tre rose, dal cognome del suo ideatore. Tre rose, dalla sua volontà di vedere fiorire le rose sul mare.  Una vicenda vera, seppur romanzata, quella che Sydney Sibilia racconta ne L’incredibile storia de l’Isola delle Rose, prodotto da Groenlandia e distribuito su Netflix dal 9 dicembre 2020. A vestire i panni di Giorgio Rosa un sempre vincente Elio Germano, da poco premiato al Festival di Berlino, come miglior attore, per l’interpretazione di Antonio Ligabue nel film Volevo Nascondermi. Quella che per gli altri era un ammasso di legno e acciaio, per Rosa era necessità di espressione, bisogno di sovvertire una società omologata, un non-luogo che il 1 maggio del 1968 dichiarò indipendente e di cui si dichiarò presidente. Un vero stato, la Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose, con tanto di francobolli, moneta (il Mill, mai battuto) e lingua autonoma, l’esperanto. A sostenere il suo progetto la compagna Gabriella (Matilda De Angelis), nonostante le iniziali riserve, e un gruppo di amici: Pietro (Alberto Astorri), Franca (Violetta Zironi) e l’inseparabile Maurizio Orlandini (Leonardo Lidi), tutti accomunati da un entusiasmo giovanile e sessantottino (Lo senti, st’odore di libertà?!), che dovrà fare ben presto i conti con una politica vecchia e bigotta.  Quattrocento metri per affermare un sogno, pochi mesi per smantellarlo e affondarlo. Perché l’Italia degli anni Sessanta, l’Italia del Presidente Leone (Luca Zingaretti), l’Italia della Democrazia Cristiana guarda con sospetto a quell’idea, e il presidente degli Interni Restivo (Fabrizio Bentivoglio), pur tra i fautori dell’art. 11 della Costituzione, sarà responsabile della guerra dichiarata all’isola, sarà responsabile del naufragio di quell’idea giudicata pericolosa.  Decisamente riuscita l’operazione di Sibilia, che ha affermato di essere da tempo affascinato dalla vicenda di Giorgio Rosa. Un cast di altissima qualità sapientemente scelto, che si muove in una scenografia perfettamente aderente agli anni Sessanta. Impeccabili anche la fotografia, meravigliosi i colori dell’epoca e le colonne sonore, che danno voce agli ideali di quegli anni. Ideali non sempre tradotti in realtà, ma che testimoniano l’importanza dei sogni e del coraggio necessario a realizzarli, perchè, citando l’amico dell’ingegnere bolognese, Maurizio Orlandini, bisogna pur correre dei rischi se vuoi cambiare il mondo.  Di seguito il trailer de L’incredibile storia de l’isola delle rose.  Fonte immagine: https://www.chiamamicitta.it/lincredibile-storia-dellisola-delle-rose-su-netflix-dal-9-dicembre-ecco-il-trailer/    

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Cinema e Serie tv

Gli indifferenti di Seràgnoli, dal romanzo al film

Dopo un secolo dal suo esordio, l’opera di Alberto Moravia, Gli Indifferenti torna sul grande schermo. Regia di Leonardo Guerra Seràgnoli. «Schermo bianco e piatto, sulla sua indifferenza, i dolori e le gioie passavano come ombre senza lasciare traccia e, di riflesso, come se questa sua inconsistenza si comunicasse anche al suo mondo esterno, tutto intorno a lui era senza peso, senza valore, effimero come un giuoco di ombre e di luci». (Alberto Moravia) Era il 1929 e Alberto Moravia si affacciava nel panorama della letteratura Italiana con il suo romanzo d’esordio, Gli Indifferenti. Figlio della corrente neorealista, lo scrittore rende protagonista della sua opera, in modo quasi profetico, l’indifferenza, l’apatia della borghesia romana, che nasconde sotto i tappeti di case dorate la miseria di una vita vuota e insoddisfacente, una vita che non si vuole e che, tuttavia, non si ha la forza di cambiare.  Dopo quasi un secolo dalla sua pubblicazione, ci riprova Leonardo Guerra Seràgnoli a tradurre in immagini il mondo di Moravia (nel 1964 è Francesco Maselli a portare Gli Indifferenti sul grande schermo, nel 1988 Mauro Bolognini ne realizza una miniserie tv) e dal 24 novembre, adeguandosi alle nuove modalità imposte dall’infelice periodo che vuole ancora, e purtroppo, abbassate le serrande dei cinema, distribuito da Vision Distribution, i suoi Indifferenti arrivano in streaming sulle piattaforme di Sky Primafila, Apple Tv, Google Play, Chili, Rakuten, Timvision, Infinity, Miocinema, Iorestoinsala, Cg Digital e The Film Club. Ispiratosi liberamente all’omonimo romanzo, Seràgnoli adatta uno spaccato degli anni ’30, di un’Italia fascista, alla contemporaneità, rappresentando una decadenza morale senza tempo che si cristallizza nell’apatia di Mariagrazia (Valeria Bruni Tedeschi) e nel calcolo meschino di Leo Merumeci (Edoardo Pesce), che, in nome di una vacua onnipotenza, arriva a sedurre l’appena diciottenne figlia di Mariagrazia, Carla (Beatrice Grannò). Questa arriverà a concedersi a lui, immobile, quasi per inerzia. «C’erano i soliti discorsi, le solite cose, più forti del tempo, e soprattutto la solita luce senza illusioni e senza speranze, particolarmente abitudinaria, consumata dall’uso come la stoffa di un vestito e tanto inseparabile dalle loro facce, che qualche volta accendendola bruscamente sulla tavola vuota ella aveva avuto la netta impressione di vedere i loro quattro volti, della madre, del fratello, di Leo e di se stessa, là, sospesi in quel meschino alone; c’erano dunque tutti gli oggetti della sua noia». Gli Ardengo sono personaggi incapaci di emozioni, che si trascinano in stanze sontuose, come involucri dagli occhi spenti e cuore anestetizzato, indifferenti all’amore, alla dignità, indifferenti alla vita. Anche il sesso viene spogliato di ogni carica erotica, passionale, aggiunta che nulla aggiunge a pallidi rapporti alterati da interessi economici e status sociali.   Alla staticità dei personaggi, il regista contrappone, con un’aggiunta innovativa, una reazione della natura: scosse sismiche che cercano, invano, di smuovere personaggi che affogano nel loro torpore, in una condizione claustrofobica in cui tutto rimane uguale, o che, viceversa, quasi anticipano lo sconvolgimento che si abbatterà su di loro. I giovani sono forse meno inetti degli adulti, pervasi, a tratti, […]

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Culturalmente

Carlo Duina e la sua arte senza tempo

«Il viaggio è una specie di porta attraverso la quale si esce dalla realtà come per penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno.» (Guy de Maupassant) A volte per viaggiare basta poco. A Carlo Duina, artista bresciano e fondatore dello Spazio Arte Duina, per farlo bastano carta, colla e taglierino.  In un mondo che corre sempre più veloce, dimentico della bellezza della semplicità, c’è chi, invece, ci crede ancora. E in uno studio, tra Brescia e Palermo, affida il suo mondo immaginifico a una tecnica che si nutre di lentezza e lavorìo delle mani: il collàge. E così, nelle mani di Carlo Duina, brandelli di carta diventano creature d’altri tempi: bambine che cavalcano balene, natanti che si tuffano dal cielo, uomini che rincorrono sogni. E così, nelle sue mani, brandelli di carta diventano poesia.  Un atlante universale della bellezza, un ciclo di illustrazioni nate dall’idea di dare risposte o porgere domande. Un aiuto su come ritrovarsi quando ci si perde. Mappe perfette, che, in qualche modo, svelano come ritrovare la strada, semplicemente sfiorando quel che di profondo dormiva fino ad ora.  Scandagliamo l’universo artistico di Carlo Duina attraverso le sue parole. Carlo, come nasce la tua arte? La mia è una formazione di bottega, tradizionale. Quando sei spesso in giro è difficile portare con te solventi, diluenti, ho iniziato allora ad organizzare materiali che trovavo, carta, colla e così sono nati i miei collages. Mi piace l’idea di riciclare, assemblare cose facendole rinascere. Sono partito da bozzetti, una serie di lavori legati all’Odissea, sul tema del viaggio. Non c’era un testo, erano solo visioni. Da sempre, però, sono un amante delle parole. Da sempre scrivo appunti su taccuini. Non sono mai stato un gran lettore, ma col tempo ho capito che mi piaceva la poesia. La scrittura fa parte di quello che sono, per questo mi sembrava necessario legare parole alle mie visioni. Vengono prima le parole o le immagini? Non c’è un prima e un dopo, non necessariamente. I linguaggi si sostengono a vicenda: un’immagine non si capirebbe fino in fondo senza la didascalia, così come le parole sarebbero solo parole senza l’immagine. I soggetti delle tue opere trasudano nostalgia, amore per un tempo andato… Mi viene naturale, è vero, sono un tipo nostalgico. Una volta mi hanno detto “parli di una nostalgia senza tempo”, ma la mia è una nostalgia anche piacevole, profonda, in cui è bello perdercisi. Quali sono i tuoi modelli? Potrei risponderti tutti gli artisti che ho frequentato studiando Storia dell’arte, dal Rinascimento all’arte contemporanea. Il collage fotografico è una tecnica particolarmente apprezzata dai dadaisti, immagini nuove ottenute attraverso accostamenti imprevisti, ma non ho punti di riferimento in particolare. Ripensando agli inizi, credi che col tempo ci sia stata un’evoluzione nei tuoi lavori? Sicuramente oggi ho capacità di utilizzo che prima non avevo, le mie opere sono autobiografiche, cambiano con me, ma l’amore, i sogni, la nostalgia sono temi universali, che non conoscono tempo e spazio. A quali canali ti affidi per diffondere […]

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Teatro

Foodistribution | Eden approda al Teatro Bellini di Napoli

Mi sono immaginata gli esseri umani come piante rampicanti, il sottotitolo “Quando eravamo edera” deriva da questo, da questa visione di esseri umani che prendono possesso dello spazio di cui hanno bisogno. Senza filtri, senza intermediazioni, con una brutalità ricca di dolcezza che si eleva verso l’alto. Una forma di poesia inaspettata, come spesso si manifestano le piante.  Queste le parole con cui la regista Adriana Follieri racconta la declinazione dell’edizione di Foodistribution andata in scena, sabato 26 settembre, al Teatro Bellini di Napoli, nell’ambito della sezione dedicata ai Progetti Speciali del Napoli Teatro Festival Italia 2020. Foodistribution | Eden (Quando eravamo edera), affidato alla direzione artistica di Davide Scognamiglio e Daniele Ciprì, è un progetto ricerca scientifica e artistica dell’associazione Manovalanza, che mette in relazione le fasi di transizione di piccole comunità urbane con il teatro, la fotografia e l’illuminazione. Un progetto che propone una visione, un’interpretazione non convenzionale della città di Napoli. In un contesto dimenticato che galleggia sulla precarietà, nel popolare Rione De Gasperi a Ponticelli, vede luce uno spettacolo unico nel suo genere che ha per attori i suoi stessi abitanti. Sono persone che percorrono sentieri non battuti, che vivono alla giornata, relegati nell’incertezza e persino nell’impossibilità di sognare. Il quartiere vive una primavera di energie, la piazza trasloca edificando soluzioni sulle ceneri della dimenticanza. In questo luogo in cui il tempo sembra essersi fermato e l’esistenza bloccata in un limbo, uomini e donne, creature meravigliose e terribili bestie, raccontano un fare antichissimo, la loro pratica di sopravvivenza, in un rituale di rinascita e benedizione.  Un popolo in operosa attività si guarda fumare una sigaretta al balcone, dalla finestra accanto si schiude il guscio di mattoni rossi, le macerie cadono, un raggio di luce che entra in casa fa da sponda all’esigenza primordiale dell’avere: non è forse questo che accadde nell’Eden? Come si può pensare di svuotarlo se siamo piante rampicanti noi stessi?  Foodistribution | Eden progetto di Manovalanza  regia Adriana Follieri  in collaborazione con gli abitanti del Rione De Gasperi MANOVALANZA APS nasce nel 2009 dall’incontro tra Adriana Follieri e Davide Scognamiglio. Si occupa di produzione artistica con percorsi che partono da una salda base di ricerca sociale, intesa come indagine sui luoghi o persone, applicando gli strumenti dell’arte a contesti trasversali, dagli artisti professionisti alle aree disagiate. Ciascuna opera trae il suo fondamento dall’ambito in cui nasce, traducendolo e sviluppandolo in forme d’arte.  

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Teatro

Resurrexit Cassandra, il genio di Jan Fabre al Teatro Bellini

Dopo la rassegna estiva del Napoli Teatro Festival 2020, si torna nei teatri. E lo si fa per davvero. Il sipario, la platea, i palchetti, il velluto rosso delle poltroncine. Certo, si torna con modalità diverse, ma la curiosità e la luce negli occhi, quegli occhi che le mascherine lasciano intravedere appena, quelle non cambiano. Ad aprire la Sezione Internazionale, il 12 e 13 settembre, presso il Teatro Bellini di Napoli, Resurrexit Cassandra. E allora, che lo spettacolo abbia inizio.  Al centro della scena una statuaria donna bionda, avvolta nel verde di un abito. Alle sue spalle specchi-monitor. Terra e tartarughe ai suoi piedi. Si tratta di Cassandra, principessa troiana, figlia di Priamo ed Ecuba, uccisa per mano di Clitemnestra. Cassandra, principessa troiana, rimessa al mondo dalla prolifica mente di Jan Fabre.  Resurrexit Cassandra dà voce a una delle creature più sventurate della mitologia greca, condannata da Apollo all’incomunicabilità, nelle cui vene scorrono il sangue e il dolore del passato, del presente e del futuro, sui cui fianchi ondeggiano rabbia, verità e denuncia. Una voce che piange nel deserto.  Ancora una volta il genio dell’artista belga fa centro, supportato dalla felice unione con un potentissimo testo firmato da Ruggero Cappuccio, che riesce a inserire perfettamente l’eroina greca nelle maglie del presente. Ancora una volta le parole dell’indovina, rivolte a un’umanità che la considera un’invasata, sono apocalittiche: non un cavallo di legno, non una città in fiamme stavolta, ma un mondo da salvare. Una Madre Terra che sa essere tanto generosa quanto spietata, che ama i suoi figli ma che può tranquillamente continuare a vivere senza. In una danza orgiastica, provocatoria e sensuale, in quello che Fabre ha definito un concerto di immagini scandito da cambi d’abito, nero, blu, rosso, bianco, Cassandra, una meravigliosa Sara Höttler, si dimena. Lei, morta, ma che continua a vivere con le membra sparse, chiede di essere ascoltata. Lei, in lotta con la piccolezza degli uomini e la grandezza della loro presunzione, ebbra delle sue visioni fatte di arcipelaghi di plastica, scioglimenti di ghiacciai e innalzamento delle acque, scuote con le sue parole, austere, teutoniche, mentre gli occhi di chi la ascolta restano impigliati nei movimenti dei suoi fianchi. Lei, protagonista assoluta dello spettacolo. Come recitano le note di regia, la profetessa inascoltata ha il compito di tutelare il mondo. Rappresenta la Madre primordiale, Madre Natura, la sciamana, la santa che ci mette in guardia sulle sorti del nostro Pianeta. Resurrexit Cassandra è un atto d’accusa contro l’inconcepibile piacere dell’autoinganno in cui si crogiola l’umanità: sappiamo bene tutto ciò che può accadere a noi stessi e alla terra, ma la brama di ingannarci è maggiore. Questa è la nostra vergogna e la nostra tragedia.  Una Cassandra contemporanea che sussurra, grida, si lamenta. Ototototo popoi da, Ototototo popoi da, un lamento struggente, penetrante, pregno di dolore e frustrazione. Impossibile non far cadere l’attenzione sulla cura con cui lecca, bacia, tocca le tartarughe ai suoi piedi, forse simbolo del buon senso o forse anche un inno alla lentezza in risposta a […]

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Teatro

Caligola, analisi di una lucida follia al NTFI

La scena rimane vuota per alcuni secondi. Caligola entra furtivamente dal lato sinistro. Sembra smarrito, va verso lo specchio e si ferma non appena vede la propria immagine.  Roma, I secolo d. C. Un uomo è fuori di sé per la morte di Drusilla. Sua sorella, la sua amante. Quell’uomo è il figlio di Germanico, il terzo imperatore romano. Quell’uomo è Caligola.  Protagonista di uno dei testi più affascinanti di Albert Camus, scritto a più riprese, in un periodo in cui l’Europa veniva risucchiata nella voragine dei totalitarismi, Caligola non porta in scena una tragedia storica, ma esistenziale. Un’opera teatrale di estrema tensione, in cui si intrecciano il delirio del potere e l’utopia della verità. L’involucro vuoto di un imperatore e quel che resta di un uomo alla disperata ricerca di un senso del vivere.  Per la ripartenza del teatro, dopo mesi di tavole vuote e sipari calati, Vinicio Marchioni si mette in gioco con un testo estremamente attuale che offre una riflessione sull’assurdo della vita, che indaga la solitudine e il delirio di uomo, un imperatore, che i manuali di storia ci hanno consegnato come un pazzo, terribile e crudele. In una scenografia scarna, circondata da specchi di pirandelliana memoria, che costringono il protagonista a un confronto con se stesso, ipnotizzanti le coreografie di Milena Mancini, che rende quasi tangibile, con l’eleganza dei suoi movimenti, il pathos dei crimini del sanguinario Caligola. Un viaggio nei meccanismi del potere, ma prima ancora un viaggio nella lucida follia di chi, in balìa della lotta insanabile tra ragione e sentimento, schiavitù e libertà, riconosce tragicamente che questo mondo in sé non basta alla inappagabile felicità, mera utopia di ogni animo umano. «Questo mondo così com’è fatto non è sopportabile. Ho bisogno della luna, o della felicità o dell’immortalità, di qualcosa che sia demente forse, ma che non sia di questo mondo.»   L’anarchia di Caligola appartiene all’arte e alla poesia, la sua follia si rivela essere sempre più lucida razionalità, la disperazione disvela agli occhi del Cesare il carattere effimero di quell’esistenza in cui niente dura, neppure il dolore, in cui si smarrisce persino il senso della libertà: «non esiste che una sola libertà, quella del condannato a morte. Perchè tutto gli è indifferente al di fuori del colpo che farà scorrere il suo sangue.»  La morte di Drusilla è per Caligola la rivelazione dell’assurdità della condizione umana, l’uscita dalla caverna platonica. La sua crudeltà un modo per imitare il destino, la sua morte l’apoteosi di tutte le sue azioni e il suo modo di rifiutare quell’assurdo inaccettabile e di iniziare ad essere, forse, veramente vivo.  NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA  DI ALBERT CAMUS LETTURA DRAMMATIZZATA DIRETTA E INTERPRETATA DA VINICIO MARCHIONI IDEAZIONE SCENICA, COSTUMI E PERFORMER MILENA MANCINI CAPODIMONTE – CORTILE DELLA REGGIA  26 LUGLIO ORE 21:30   Immagine in evidenza: Napoli Teatro Festival Italia

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Teatro

David di Joele Anastasi, la forza utopica dell’ideale

In occasione del Napoli Teatro Festival 2020 (NTFI), i Vucciria Teatro tornano a Napoli, portando in scena, nella maestosa cornice di Capodimonte, David (11 e 12 luglio). Drammaturgia e regia di Joele Anastasi. Silenzio. Figure che si muovono sulla scena, che si cercano senza trovarsi. Che si trovano senza cercarsi. Ancora silenzio. Dalla stasi la genesi improvvisa di un corpo nudo, quello di David (Joele Anastasi), statuario nelle sue pose plastiche. Dalla morte la vita, dal dolore la grazia che riempie il vuoto di un dramma familiare. Un uomo e una donna, una moglie e un marito che trascinano quel che resta delle loro esistenze in un solco di ricordi e sensi di colpa. Antonino (Eugenio Papalia), un figlio, unico e tuttavia fratello, che annaspa nel mare della sua solitudine aggrappandosi alla forza salvifica dell’immaginazione. Una vicenda familiare sapientemente costruita sull’alternarsi di punti di vista che si incrociano senza mai incontrarsi.  David è una storia d’amore. L’amore di una madre (Federica Carruba Toscano), che fa del silenzio lo scudo al suo dolore, che non perdona, che non si perdona per quel figlio che non è mai stato e che continua ad essere. L’amore di un padre (Enrico Sortino), che prova a cancellare la sua responsabilità di morte, piantando vita e fiori nel suo orticello. L’amore di un fratello, che partorisce con la sua immaginazione quel bambino mai uscito dall’utero materno, sangue del suo sangue. David è una storia di assenza. David, figlio respinto, sconfigge ancora una volta Golia, sconfigge l’oblio continuando a vivere pur non essendo mai nato, continuando a sedere a quella tavola imbandita cui non è mai stato invitato, continuando ad essere presente nella sua ingombrante assenza. David è ovunque, nella ricercata agonia della madre, nel tentativo di espiazione del padre, negli occhi di Antonino, che frantuma la sua solitudine dando essenza e forma a quel fratello tanto desiderato, tanto amato da essere odiato.  Una storia in cui il reale si rifugia nell’ideale, lo insegue, ci si specchia. Perché io sono te. Perché tu, sei me. Vieni qua, fratello mio. Vieni da me.  Ancora una volta i Vucciria Teatro, interessantissima realtà teatrale siciliana, si impongono sulla scena con il linguaggio dei corpi. Corpi che comunicano pur stando in silenzio, che emozionano pur nella loro fissità. La nudità è un elemento caratterizzante, metafora ora della bellezza della vita, reale o utopica che sia, ora della maternità negata a seni che non hanno bocche da allattare. Di forte impatto visivo, al centro della scena, una vasca piena d’acqua, elemento primordiale che crea, trasforma e distrugge. D’acqua le lacrime, d’acqua il mare, d’acqua il non-luogo in cui torna David, dissolvendosi come il busto di gesso che ha tra le mani.  Senza alcun risparmio, gli attori siciliani si donano completamente e meravigliosamente sulla scena, con quella loro intensità solita che scuote lo spettatore nella sua comoda seduta, raccontando l’amore nelle sue infinite sfaccettature: quell’amore a volte pesante come una pietra al collo, che costringe giù nell’abisso. E tuttavia anche lì, nell’abisso, è […]

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Troia city, la verità sul caso Aléxandros al NTFI

Troia city, la verità sul caso Aléxandros di Antonio Piccolo, regia di Lino Musella. In scena nella verde cornice di Capodimonte il 7 e l’8 luglio, per la rassegna Napoli Teatro Festival Italia. Rimaneggiare il repertorio classico è sempre impresa audace, difficile scommessa minacciata dai devoti all’ intoccabile sacralità di un testo. Rimaneggiare il repertorio classico è, però, impresa congeniale ad Antonio Piccolo, attore, regista e drammaturgo napoletano, classe ’87 che dopo la riscrittura dell’Antigone ancora una volta porta in scena la classicità, supportato dalla perfetta regia di Lino Musella. Una tragedia perduta di Euripide che, con una felice intuizione, diventa il pretesto per un vero e proprio giallo. Il testo di partenza è l’Aléxandros, mito tanto affascinante quanto poco noto che si spoglia di ogni trattazione pedante e accademica, destino frequente delle opere antiche, per diventare un racconto avvincente e moderno, in barba ai denigratori del futuro del classico che ha e avrà sempre qualcosa da dire. E così il filologo diventa un investigatore e il mito l’oggetto di un’indagine. Non si esaurisce in questo la genialità dell’idea. Decisamente originale è anche la scelta della vicenda narrata: non un crimine di cui le tragedie, macchiate dal sangue dei loro personaggi, traboccano, ma l’assenza di un crimine definito necessario. Necessario un crimine? Si, se può scongiurare una guerra decennale.  Ed ecco che, tra le verdi chiome di Capodimonte, le luci si accendono su un uomo in giacca e cravatta, un investigatore che scopriremo essere lo stesso Antonio Piccolo. Sul nero di una lavagna gli indizi di una vicenda che affonda le sue radici nella memoria dei tempi. Scrive e cancella, cancella e riscrive. Alle sue spalle un musicista (Marco Vidino), tutt’intorno le tracce del crimine e ricordi d’infanzia. Tra questi un cavalluccio rosso, chiaro omaggio a una tradizione che un napoletano non può non cogliere con il sorriso negli occhi.  Chiare le premesse dell’indagine: da una parte il monte Ida, dall’altro Troia city. Da una parte l’essenzialità della vita dei pastori, dall’altra lo sfavillio e la magniloquenza dei principi troiani. Due mondi tanto lontani quanto vicini, rette parallele, e tuttavia destinate a incontrarsi. Un bambino esposto su un monte e salvato da un’orsa, il senso di colpa di due genitori, il rapimento di una donna, la distruzione di una città: immagini che si sovrappongono, fili narrativi che si intrecciano e rimandano alle facce di una stessa moneta: Alessandro, difensore degli uomini e Paride, principe bello e sconsiderato.  Un eroe vero e un codardo falso, un eroe falso e un codardo vero. Ma cos’hanno in comune Alessandro e Paride? Qual è la verità? E quanto è caro il prezzo di questa moneta?  Molti gli interrogativi, poche le risposte, un’unica certezza: manca un delitto. – Commissario, ma perchè si uccide? – Per sesso e per soldi. In sintesi, per il potere. Dinamiche ancestrali che furono e che sempre saranno. E così il passato si avvicina al presente, la guerra di Troia assume le sembianze di una partita di calcio: i Greci battono i Troiani […]

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Teatro

Nella solitudine dei campi di cotone, Koltès al NTFI

Per il Napoli Teatro Festival Italia, nella meravigliosa cornice del Palazzo Reale, è andato in scena, il 6 luglio, uno dei testi più affascinanti e complessi di Bernard-Marie Koltès, Nella solitudine dei campi di cotone (1986), regia di Andrea De Rosa «Non sono qui per dar piacere io, ma per riempire l’abisso del desiderio, per richiamare il desiderio alla mente, per costringere il desiderio ad avere un nome, per trascinarlo fino a terra, dargli forma e peso, con l’inevitabile brutalità che c’è nel dare una forma e un peso al desiderio.» C’è qualcosa di più seducente e magnetico di un desiderio? Una scena scarna in cui l’unica nota di colore è il rosso di un drappo di velluto, in sottofondo la dolcezza delle note di Bach e due personaggi sospesi in un tempo-non tempo e in un luogo non-luogo. Chi sono? Dove sono? Perché si sono incontrati? E perché proprio in quel momento? Domande che non trovano risposte. Domande che, forse, non necessitano di risposte.  Uno ha qualcosa da vendere, l’altro sta al gioco e dice che forse comprerà. Cosa, non è dato saperlo. Una transazione tra un venditore e un compratore che avviene nell’oscurità, nell’ora dei rapporti brutali tra gli uomini e gli animali, assumendo ora i tratti di un duello, ora di un gioco erotico. Lei, il venditore, seduce. Lui, il compratore, schiva. Tutto ruota attorno a un “contatto verbale”, un fiume di parole non sempre facilmente navigabile: le metafore, tratte dal mondo animale e della prostituzione, unite agli sguardi che si consumano tra i due, ridefiniscono l’idea del desiderio non più inteso come la necessità di ottenere un oggetto, ma come il bisogno di soddisfare un impulso.  Un labirinto oscuro in cui è facile perdersi, una transazione commerciale il cui fine ultimo è indagare il fondo della coscienza e farlo venire alla luce con la parola. E proprio in un’estenuante lotta di parole si incontrano/scontrano le identità frammentate e incompiute dei due personaggi che restano sospesi, galleggianti nelle loro solitudini. Un conflitto logorante, che non trova pace, tra l’amore e la morte, il desiderio e la paura, l’animale e l’uomo, il buio e la luce, nuclei ancestrali intorno ai quali si consuma da sempre l’esistenza. In nome di quella che per Koltès è la più grande sfida del teatro: abbandonare il palcoscenico per ritrovare la vita reale. Testo volutamente difficile quello di Koltès, scelto da Andrea De Rosa per il ritorno in scena dopo mesi di riflettori spenti e sipari abbassati.  «Durante la quarantena, scrive De Rosa nelle note di regia, ho pensato spesso ai teatri vuoti. Bui, freddi, silenziosi. Era un’immagine che allo stesso tempo mi attraeva e mi spaventava, come quando ero bambino e non riuscivo a farmi capace che la mia casa continuasse a esistere anche quando non c’era più nessuno. Che cos’è una casa quando non c’è nessuno che la abita? Che cos’è un teatro vuoto? Continua a esistere per chi? Ho immaginato il luogo dove si svolge Nella solitudine dei campi di […]

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