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Eroica Fenice

Culturalmente

Francesco Arena | otto angoli, in mostra allo Studio Trisorio

Qual è la parte di una stanza che più passa inosservata? Gli angoli. Sono proprio gli angoli le coordinate in cui si muove il viaggio artistico di Francesco Arena, la cui ultima personale è stata inaugurata il 19 febbraio 2021 presso lo Studio Trisorio (in via Riviera di Chiaia), fiore all’occhiello delle gallerie d’arte napoletane.  Otto angoli, otto opere diverse. Ad occupare l’angolo più occidentale dello spazio Extreme Occident (2013), un libro di Marc Chadourne, trovato casualmente dall’artista, che, cercandone poi una copia, ha trovato Extreme Orient (2017), posizionato nell’angolo più orientale dello spazio. Alle pagine cartacee degli estremi, si aggiungono tanti altri materiali: bronzo, alluminio, rame. Tutti rimandano ai concetti di spazio e tempo, tutti rimandano a profondi significati politici, storici, letterari e sociali. Le vicende collettive si intrecciano a quelle individuali dell’artista e sono tradotte in unità di misura che determinano le dimensioni e il senso delle sue opere.  Il peso di un blocco di bronzo lucidato a specchio crea un ossimoro con la delicatezza di un fiore, spinto dal blocco ad assecondare la geometria del muro. Peso e leggerezza, pieno (del blocco) e vuoto (dell’angolo) sono gli opposti che animano l’opera Fiore curva (2020). “Si scalda solo per quello che non sa”, “Quello che sa lo lascia freddo”, “Se sa di qualcosa, ma non può appurare che cosa sia, è allettato a saperlo”. Alluminio lucidato a specchio e scritte sono gli elementi essenziali del Trittico del sapere (2020) che impone all’attenzione tra frasi prese in prestito dal romanzo I calabroni di Peter Handke. Elle capovolta (2020), alta tre metri una L capovolta, in rame, recita una frase di Auguste de Villiers de L’Isle-Adam: Nous nous en souviendrons de cette planéte/Ce ne ricorderemo di questo pianeta, scelta da Leonardo Sciascia come epitaffio per la sua tomba. Gli angoli, che sono anche la base dell’architettura, sono necessari allo sviluppo delle opere. Un tubo Innocenti, lungo sei metri, piegato ad angolo retto e quindi aderente al muro, che il genio di Arena fa contenere un nastro, estensione fisica, concreta di una canzone dei Nirvana. Nome dell’opera Endless, Nameless (2020). Ancora una volta lo Studio Trisorio, che ha da poco aperto in via Carlo Poerio 110 un secondo spazio espositivo destinato ad opere storiche e nuove degli artisti della galleria, propone un artista notevole che, con il suo sincretismo artistico tra memoria e presente e giocando con materiali di ogni genere, veicola messaggi allegorici e profondi.   Francesco Arena | otto angoli, in mostra fino al 10 aprile 2021. Non perdetelo! Foto di Francesco Squeglia

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Attualità

9 febbraio, giornata mondiale della lingua greca

9 febbraio 2020: giornata mondiale della Lingua greca e della Cultura Ellenica  Corfù, 9 febbraio 1857. La Grecia dà l’estremo saluto a Dionysios Solomòs, poeta di Zante, autore dei celebri versi dell’Inno alla libertà, inno nazionale della Grecia e di Cipro dal 1865 (in greco moderno Ύμνος εις την Ελευθερίαν). Composto nel 1823, nei primi anni della rivoluzione greca, consacra Solomòs poeta nazionale greco. Ti riconosco dal taglio / Terribile della tua spada / Ti riconosco dal tuo volto / Che con foga definisce la terra / Risollevata dalle ossa / Sacre dei Greci / E valorosa come prima / Ave, o ave, libertà. Grecia, 2014. La Federazione delle Comunità e Confraternite Elleniche d’Italia propone al governo greco di istituire una Giornata mondiale della lingua greca. Quale data proporre se non il 9 febbraio? Così, dal 2016, ogni anno, il 9 febbraio si festeggia la giornata mondiale di quel meraviglioso universo che si racchiude nella lingua e nella cultura greca.  L’invito a partecipare alla celebrazione di questa giornata è aperto a tutti, particolarmente accolto dalle scuole, dagli studenti dei licei classici che, tra le pagine del Rocci e una versione di Tucidide, considerano il greco croce e delizia. Tante le iniziative per festeggiare una lingua, una cultura che è alla base di tutto ciò che è bello e non soltanto in nome di quell’amore per la classicità di cui possono essere impregnati gli appassionati di Greco e Latino.  C’è chi ha definito il greco una lingua geniale. Andrea Marcolongo, scrittrice per La Stampa, D – la Repubblica e Il Messaggero, nella prefazione del suo libro d’esordio, La lingua geniale – 9 ragioni per amare il greco, scrive: “Ciascuno di voi, nel corso della sua vita, si deve essere imbattuto nel greco e nei Greci. Chi con le gambe strette sotto i banchi del liceo, chi a teatro davanti a una tragedia o a una commedia, chi nei pallidi corridoi dei tanti musei archeologici che affollano l’Italia – in tutti i casi, il senso dell’essere greco non sembra mai essere più appassionante e vivo di una statua di marmo. A tutti, ma proprio a tutti, prima o poi deve essere stato detto, oppure nemmeno è stato detto, perché da più di due millenni la voce che circola è sempre la stessa, tale da essere ormai sotto la pelle e dentro la testa di ogni europeo: Tutto ciò che di bello e di insuperabile è stato detto o fatto al mondo, l’hanno detto o fatto per la prima volta gli antichi Greci”.  Insomma un inno alla bellezza, un giorno da ricordare: 9 febbraio, giornata della Lingua e della cultura Ellenica. Save the date! Immagine in evidenza: https://www.athenanova.it/blog/didattica-greco-latino/tradurre-il-greco-antico-non-significa-capirlo/

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Attualità

Muro di Tijuana: le altalene rosa contro la barriera

Muro di Tijuana: le altalene rosa vincono il Premio Beazly Design of the Year 2020. «Il gioco realizza nel mondo imperfetto e nella vita confusa una perfezione temporanea.» Johan Huizinga È il 1990 quando, durante la presidenza di George Bush, ha inizio la costruzione del muro messicano (o muro di Tijuana), la barriera di separazione tra Stati Uniti d’America e Messico, meglio noto in Messico come muro della vergogna, il cui obiettivo è impedire agli immigranti illegali di oltrepassare il confine statunitense. Lungo oltre 3000 km, corre lungo il confine geografico tra i due stati. Un muro per difendere confini, un muro per combattere il terrorismo e l’immigrazione, un muro per dividere il mondo.  Uno dei confini più attraversati al mondo, che conta flussi di oltre 500 mila migranti all’anno. Un luogo di violenza, morte e desaparicion. È il 28 luglio del 2019 quando nel grigio acciaio del muro compaiono tre virgole rosa, tre altalene (il cui colore rosa è ispirato al memoriale del femminicidio delle donne assassinate di Ciudad Juarez) che immediatamente si impongono all’attenzione generale. The Teeter Totter Wall, altalene saliscendi che attraversano le sbarre del muro per abbattere le distanze, unire bambini e adulti attraverso il gioco, dimensione che non conosce divisioni e barriere. Una protesta pacifica in risposta all’approvazione della Corte Suprema dei progetti di consolidamento del muro, firmati Trump. L’installazione ebbe vita breve, quaranta minuti in cui bambini e adulti dei due paesi si ritrovarono meravigliosamente uniti dal gioco. Le immagini, tanto semplici, quanto forti, regalarono sorrisi in ogni angolo del mondo.   Ronald Rael, docente di architettura dell’Università di Berkeley in California e Virginia San Fratello, associata di design alla San Josè State University, gli artefici di questa incredibile idea, di recente insignita del  prestigioso premio Beazly Design of Year 2020, organizzato ogni anno dal Design Museum di Londra.  «Una delle esperienze più incredibili della mia carriera. Il muro di Tijuana è diventato letteralmente un fulcro per le relazioni Usa-Messico, e bambini e adulti hanno potuto connettersi in maniera significativa, riconoscendo come ciò che avviene da un lato della barriera possa avere una diretta conseguenza anche dall’altra parte.» Queste le parole di Ronald Rael che seguirono l’installazione temporanea, tentativo di connessione in un mondo che sempre più spesso divide. Queste, invece, le parole di Virginia San Fratello alla cerimonia di premiazione: «È diventato sempre più chiaro che i muri non funzionano. I muri non hanno tenuto i manifestanti violenti fuori dai nostri edifici governativi e non hanno tenuto il Covid fuori dal nostro paese. Dovremmo costruire ponti, non muri.» Tale progetto, meraviglioso nella sua apparente semplicità, dovrebbe indurre alla riflessione, scuotere gli animi di chi, alla bellezza della con-divisione, risponde costruendo barriere. Fonte immagine: www.wikipedia.org

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Cinema e Serie tv

Il caos dopo di te, il nuovo lavoro di Carlos Montero

Dopo il successo di Elite, arriva su Netflix la miniserie Il caos dopo di te, di Carlos Montero, tratta dall’omonimo libro. «Quanto tempo ti ci vuole a morire? » Una scuola della Galizia e una morte che reclama verità e vendetta. Sono queste le coordinate in cui si muove Carlos Montero che, dopo il successo di Elite, torna su Netflix (dall’11 dicembre 2020) con una miniserie di 8 episodi, Il caos dopo di te. Un thriller che sta conquistando le vette della classifica dei titoli più visti della piattaforma.  In un piccolo paese galiziano, una giovane donna, Raquel (Imma Cuesta), cerca di recuperare il suo matrimonio con Germàn (Tamar Novas). Nelle crepe della sua vita sentimentale si infiltra il suo lavoro, supplente e sostituta di una docente d’Italiano morta, ufficialmente suicida. Attraverso una sovrapposizione di piani temporali, le vite delle due donne diventeranno a tratti speculari e Raquel si troverà impigliata nella stessa rete di Viruca (Barbara Lennie), l’insegnante che l’ha preceduta.  Tratta dall’omonimo libro di Montero (El desorden que dejas), Il caos dopo di te si impone, da subito, come una storia avvincente, che costringe lo spettatore a deviare di continuo lo sguardo su presunti colpevoli, complici e assassini. Un mix perfetto di ingredienti: amori giunti al capolinea, relazioni clandestine, tradimenti ed erotismo, adolescenti problematici, traffici illeciti, conflitti generazionali tra padri e figli. Al centro del plot due donne molto diverse tra di loro, eppure, per certi versi, affini. Viruca è una donna indipendente, sicura di sé, magnetica e seducente. Raquel è più timorosa e insicura, ma, in una parabola ascendente, subirà una profonda evoluzione interiore anche grazie all’ingombrante rapporto, fatto di  continua assenza/presenza, con Viruca, conosciuta sommando indizi, ricordi e racconti altrui e divenuta parte integrante della sua vita, un’ossessione.  Montero racconta una società brutale, corrotta, in cui ognuno agisce per un fine, per soddisfare un qualche bisogno. Una società in cui il confine tra colpa e innocenza, verità e apparenza è molto labile. Tutti sono in qualche modo responsabili, invischiati in una rete di tradimenti, ricatti, minacce, menzogne. Tra i numerosi temi trattati, la perdita dell’autorità del ruolo del docente, il cyberbullismo, l’illegale diffusione di materiale intimo, il furto d’identità sui social network. E, sebbene gran parte delle vicende si svolga in una scuola, Il caos dopo di te non è un teen drama, l’universo adolescenziale è solo uno dei tanti tasselli del vortice di oscuri eventi.  Elementi dosati in ogni episodio che rendono Il caos dopo di te una serie godibile, tutta d’un fiato, dall’inizio alla fine.  Fonte immagine: PlayBlog

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Cinema e Serie tv

Persepolis, da grafic novel a film d’animazione

Persepolis, da grafic novel a film d’animazione Ecco la grande storia. Marjane l’ha ereditata. Ha realizzato lei il primo fumetto iraniano. Una bambina, un’adolescente, una donna: Marjane. Sullo sfondo l’evoluzione di un paese in seguito a una rivoluzione: l’Iran. Persepolis (Persepolis. Histoire d’une femme insoumise) è un fumetto autobiografico, scritto in lingua francese dall’iraniana Marjane Satrapi. Una storia filtrata dagli occhi della protagonista, costretta ad abbandonare il suo paese per scappare dalla dittatura, in nome di una libertà negata soprattutto alle donne. Il conflitto tra Iran e Iraq viene narrato da un punto di vista interno al paese, dal punto di vista di chi l’ha vissuto in prima persona.  Pubblicato in Italia in quattro volumi tra 2002 e 2003, fu subito accolto da un grande successo, immediatamente andato a ruba. Nel maggio del 2007 fu poi pubblicata l’edizione integrale dell’opera in un unico volume. Considerato dal Guardian uno dei 100 libri più rappresentativi del ventunesimo secolo, è ancora oggi in vetta alle classifiche. Fin dall’infanzia la piccola Marjane si nutre di libri e di ideali rivoluzionari, affascinata dalla figura di Che Guevara. Presto impara il francese in una scuola bilingue, finché, con l’avvento del regime teocratico, non vengono chiuse le scuole straniere, separati i sessi e introdotto l’obbligo del chador, che suscita in lei  immediata insofferenza. Il bisogno di una boccata d’aria e di libertà spinge i genitori di Marjane a pianificare una lunga vacanza in Europa, mentre è imminente lo scoppio della guerra tra Iraq e Iran, conflitto che infiamma un forte patriottismo nell’animo della fanciulla. Una scelta coraggiosa decostruire gli stereotipi dei mediorientali retrogradi e fondamentalisti attraverso il racconto della propria vita, attraverso esempi concreti, nomi e cognomi, che Marjane trova nella sua famiglia: un nonno comunista, una nonna emancipata, due genitori che la spingono a spiccare il volo, recidendo le sue radici, in nome di sacrosanti diritti. La storia dell’Iran, del suo cambiamento è parallela alla crescita di Marjane che, da bambina, diventa adolescente e poi una donna in cerca della sua strada, del suo destino.  Nel 2007 Persepolis diventa un film (vince il premio della giuria al Festival di Cannes 2007) amplificando la risonanza della storia di Marjane, dalla “prigionia” iraniana di una bambina di nove anni alla libertà di una ormai ventiduenne che sceglie la via dell’espatrio. Il film, nello stile delle grafic novel originali, è quasi completamente in bianco e nero.  Accolto da proteste del governo iraniano, Persepolis ha reso Marjane un’icona dell’emancipazione femminile. Autorevole voce nel dibattito tra Oriente ed Occidente, cerniera tra due mondi culturali distanti e talvolta inconciliabili. Una donna davvero incredibile!   Fonte immagine: Wikipedia.

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Cinema e Serie tv

Lupin, sulle orme di Arsenio da gennaio su Netflix

Lupin, sulle orme di Arsenio da gennaio su Netflix Questa è la storia di un ladro, ma non di un ladro qualunque. È il 1905 quando l’immaginazione di Maurice Leblanc dà vita ad un ladro, elegante e gentiluomo, seduttore e sedotto dalle donne, dal gioco, dal lusso e, ovviamente, dal denaro. Signori e signori: Arsenio Lupin (Arsène Lupin in francese). Ironico, scaltro, astuto e grande trasformista, maestro del trucco e del travestimento, in poche parole, un artista del furto. Ispirato all’anarchico francese e geniale ladro Alexandre Marius Jacob, Lupin fronteggia con gran classe i suoi principali avversari, l’ispettore Garimard della polizia francese e il detective inglese Herlock Sholmes (chiaramente ispirato a Sherlock Holmes). Dall’8 gennaio è arrivata su Netflix la serie Lupin – sulle orme di Arsenio. Cinque episodi (è prevista una seconda parte per un totale di dieci episodi) che non hanno per protagonista il famoso ladro gentiluomo, ma Assane Diope, un bravissimo Omar Sy (irriverente badante in Quasi amici), che, dopo aver ricevuto in dono da suo padre il libro di Lupin, fa della creatura uscita dalla penna di Leblanc il suo mito e la sua fonte di ispirazione. È proprio il piano di un furto ad avviare il plot, il furto di una collana appartenuta alla regina Maria Antonietta, custodita al Louvre. Scopriremo che non è il luccichio dei diamanti ad aguzzare l’ingegno di Assane, ma un motivo ben più nobile e profondo: vendicare l’ingiusta morte dell’amato padre Babakar, accusato e condannato di aver rubato la collana alla intoccabile famiglia Pellegrini.  Inevitabile non pensare alla saga Ocean’s. Come ogni thriller poliziesco che si rispetti, non mancano le innumerevoli peripezie, la donna ricca, gli imprevisti, ingredienti che, amalgamati, permettono di ricostruire, attraverso flashback, le motivazioni e la storia del protagonista, colto anche nel rapporto con il figlio Raoul. Lontano dalla fortunatissima icona della serie manga Lupin III di Monkey Punch, pur senza la cravatta e il suo maggiolino, il nuovo Lupin seduce lo spettatore, tenendolo incollato allo schermo con i suoi continui colpi di scena. Perfettamente calato nella contemporaneità, in una Francia borghese e razzista, il protagonista si trova quotidianamente a lottare con il limite di essere un immigrato. La sua storia getta luci e ombre su una Parigi multiculturale e sulla difficile integrazione sociale.  Mi hai sottovalutato, perché non mi hai guardato. Tu mi hai visto, ma non mi hai guardato. Come non mi guardano loro, quelli per cui lavoro. Che vivono là, mentre noi viviamo qui, che vivono in alto quando noi siamo in basso: non ci guardano. E grazie a questa invisibilità diventeremo ricchi.  E sarà proprio la cecità classista l’arma con cui Assane, addetto alle pulizie nel Louvre, farà del Louvre la cornice del suo geniale colpo. Sarà proprio la sua invisibilità, supportata da insuperabile eclettismo, a permettergli di agire indisturbato nelle sue ricerche e, infine, nella realizzazione del suo piano ultimo. Finita, in breve tempo, in cima alla classifica italiana di Netflix, non ci resta che attendere il seguito di questa più che avvincente prima […]

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Cinema e Serie tv

Rosa Pietra Stella, il film di Marcello Sannino

Rosa Pietra Stella, primo lungometraggio di Marcello Sannino, uscito nelle sale ad agosto 2020, racconta la disperazione di una madre. Stu’ vico niro nun fernesce maje E pur ‘o sole passa, e se ne fuje Ma tuu staje lla’ tu rosa preta e stella Carmela, Carme’ (Sergio Bruni) Uscito nelle sale ad agosto 2020, Rosa Pietra Stella, è il primo lungometraggio di finzione di Marcello Sannino.  Carmela (Ivana Lotito), trent’anni e un lunario da sbarcare. Trent’anni e una figlia di undici anni, Maria (Ludovica Nasti), che ha diritto a un’adolescenza felice. Trent’anni e una madre che porta nello sguardo il peso dei suoi errori. Una vita che scorre lenta e dannata sotto lo stesso tetto, in un quartino a Portici, cittadina sul mare. Quando tutto sembra franare, uno spiraglio di luce arriva dal vento dell’Algeria: Tarek, un uomo, che vive a Napoli da anni, porge a Carmela una mano, contenente la possibilità di un riscatto. L’ispirazione – riportano le note di regia – viene da una persona reale, un’amica conosciuta anni fa e che mi ha spesso coinvolto in giornate senza fine, passate ad inseguire persone da incontrare, commissioni da fare all’ultimo momento, illusioni quotidiane per non tornare a casa e in fondo fuggire al destino di una vita segnata dalla nascita. Partendo da questo rapporto ho immaginato il personaggio di Carmela. Un equilibrio solido come un castello di carta che prova a resistere agli urti di una città come Napoli, paradiso abitato da diavoli. Carmela, madre, figlia, sorella, prova a risalire dall’imbuto infernale con quella capacità tutta napoletana di arrangiarsi con il nulla. E così trova la sua parte in un traffico clandestino di immigrati. Documenti falsi che diventano cene per Maria, rigorosamente prese al fast food, lontani dalle premure pazienti di una madre. Una madre che, sfrattata, occupa abusivamente una casa della curia pur di non perdere sua figlia, creando occasioni anche laddove non esistono. Per lei – afferma il regista – la contigua metropoli rappresenta il luogo delle maggiori opportunità, della fuga, un luogo dove ti conoscono in pochi e ti giudicano meno, ma anche il luogo dove ci si perde come in un magma in cui è difficilissimo muoversi e dal quale è impossibile uscirne illesi.  Coinvolgenti le interpretazioni dei protagonisti di questa storia amara in cui le illusioni e i sogni fanno a pugni con la realtà che non ne vuole sapere di cambiare e quella felicità, cercata con unghie e denti, Carmela finisce per guardarla dal vetro di una finestra di una casa famiglia. La sua felicità, quell’unico seme che di buono la vita aveva dato.  Rosa Pietra Stella Regista Marcello Sannino Con Ivana Lotito, Ludovica Nasti, Fabrizio Rongione, Imma Piro, Francesca Bergamo, Valentina Curatoli, Niamh Mccan, Gigi Savoia Sceneggiatura Marcello Sannino, Guido Lombardi, Giorgio Caruso Prodotto da Antonella Di Nocera, Pier Francesco Aiello, Gaetano Di Vaio  Immagine in evidenza: Parallelo 41 Produzioni

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Musica

La Belle Dame #2 : Valerio Bruner canta la donna

Recensione dell’album La Belle Dame #2 del musicista Valerio Bruner. «Realizzare questo album, insieme a cinque artiste della scena musicale indipendente napoletana, è stato il mio atto di resistenza e la mia dichiarazione d’intenti verso una causa, qual è appunto la violenza sulle donne, in cui tutti siamo chiamati a fare la nostra parte perché riguarda ognuno di noi. Se c’è una cosa che ho imparato in questi anni è che la musica non è mai soltanto musica, ma è uno strumento che abbiamo a disposizione per provare, e perché no, riuscire a cambiare quelle cose che non vanno.»  Queste le parole con cui Valerio Bruner, eclettico cantautore napoletano, ha presentato il suo album La Belle Dame #2, uscito ufficialmente il 25 novembre 2020, data significativa, giornata mondiale contro la violenza sulle donne, causa che da sempre Valerio sostiene con la sua musica, che di donne parla e che, in questa seconda versione dell’album, di donne è fatta. Creature sensibili, fragili, che si rialzano sempre nonostante le difficoltà, e per questo così maledettamente affascinanti.  Dopo l’EP Down the river (2017), registrato completamente in versione acustica, il 20 aprile è uscito La Belle Dame, che è poi approdato a una nuova versione, La Belle Dame #2, in cui Valerio affida a talentuose cantanti le sue parole. Parole che raccontano quella capacità tutta femminile di servirsi della forza che, per definizione, appartiene al nostro universo. E così, dopo il tentativo di camminare in scarpe di donne, ha deciso di rendere le donne le vere protagoniste del suo lavoro. Encomiabile la scelta di devolvere l’intero ricavato della vendita del disco in beneficenza, a supporto de Le Kassandre contro la violenza di genere, associazione attiva a Napoli, a dimostrare la potenza della musica, che, in buone mani, sa essere strumento sapiente. L’album è disponibile, in formato digitale, sulla piattaforma Bandcamp al seguente link: https://valeriobruner.bandcamp.com/album/2020. Come premio bonus e come ringraziamento, si riceveranno, una volta acquistata la copia, i video live delle sessioni di registrazione presso gli studi del Soundinside Basement Records di Napoli. Sveliamo qualche curiosità de La Belle Dame #2 chiacchierando con Valerio Bruner. Come e quando nasce l’idea di affidare le tue parole a voci femminili? È un’idea che mi intrigava artisticamente. Essendo loro, le donne, le protagoniste dei miei brani, ero curioso delle sfumature che avrebbero dato alle mie parole. È un’idea che mi interessava da un punto di vista sociale: dare voce e supportare il mondo femminile che, da sempre, è per me casa.  È stato difficile individuare le compagne di questo nuovo viaggio? Alcune le conoscevo già. Di Annalisa e Federica mi piacevano molto le vocalità. Di Alessandra mi colpì il modo in cui suonava. La collaborazione con Marilena è nata da un bel giro della vita. Caterina mi è stata presentata dall’etichetta. Abbiamo vissuto un bel viaggio, intenso fondere il percorso creativo di ognuno di noi. Ho trovato delle cantanti incredibili, ho trovato delle amiche. Chi è la donna che hai scelto per la copertina? Un’amica, una donna che […]

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Cinema e Serie tv

Volevo nascondermi, la storia di Antonio Ligabue

La storia di Antonio Ligabue narrata nel film Volevo Nascondermi. Il rimpianto del suo spirito, che tanto seppe creare attraverso la solitudine e il dolore, è rimasto in quelli che compresero come sino all’ultimo giorno della sua vita egli desiderasse soltanto libertà e amore. -Epitafio sulla tomba di Antonio Ligabue a Gualtieri Zurigo, 1899. Da Elisabetta Costa e Bonfiglio Laccabue nasce Antonio (noto ai più come Ligabue). Rimasto orfano della madre, morte di cui considerava responsabile il padre, viene affidato alla famiglia Goebel. Eredita dall’infanzia rachitismo, uno sviluppo fisico bloccato e una certa asocialità che lo porta a fuggire i suoi coetanei e a preferire la vicinanza con gli animali. Antonio, che diventerà un pittore apprezzatissimo, trovava nel suo disegno una cura alle sue crisi nervose, uno strumento con cui superare l’incomunicabilità che lo rendeva un reietto della società. L’incontro con la pittura avviene nel 1928, grazie al fondatore della Scuola Romana, Marino Mazzacurati, che gli insegna ad utilizzare i colori a olio. Rinchiuso in un manicomio per atti di autolesionismo, non interrompe mai la sua attività di pittore, suscitando un’attenzione sempre maggiore di critici, giornalisti e critici d’arte. Giorgio Diritti, con Volevo Nascondermi, decide di riportare sul grande schermo la storia del geniale Ligabue (inevitabile pensare allo sceneggiato RAI del 1977 con il grande Flavio Bucci), affidandone l’interpretazione a un gigantesco Elio Germano, premiato alla Berlinale 2020 con l’orso d’argento come miglior attore. Partendo dai primi anni di vita, Diritti racconta la difficile infanzia, il disagio psichico, la profonda solitudine, elementi costitutivi della personalità e dell’arte di Ligabue, il Van Gogh italiano. Bravissimo Germano nel riprodurre la sua lingua incomprensibile, i suoi gesti nevrotici e l’andamento sgraziato che lo portava spesso sulle rive del Po. Forte il contrasto tra il mondo esterno dominato dal fascismo e l’interiorità del pittore, che disegnava paesaggi nuovi nella sua mente per poi riportarli sulle sue tele. Tigri, gorilla, serpenti, aquile, una giungla immaginata con allucinata fantasia, dove spesso le creature lottano per la sopravvivenza, secondo la concezione che Ligabue aveva della vita: una lotta incessante intervallata da sparuti frammenti di serenità.  La pittura gli permette di inserirsi nella stessa società che lo ghettizzava, in cui inclusione ed esclusione erano facce della stessa medaglia e gli permette di comprare una moto Guzzi rossa, con cui scorrazzava inseguendo la tanta amata solitudine del bosco e dei viottoli di campagna, con cui inseguiva quella libertà di cui sarà privato negli ultimi anni della sua vita, trascorsi in un ospedale psichiatrico in seguito ad una emiparesi. Finisce così la vita di un uomo alla ricerca di un senso, che aveva trovato nel disegno e nell’esplosione di forme e colori un rifugio dalle sofferenze dell’esistenza. Finisce così la vita di uno dei pittori più enigmatici e affascinanti del Novecento, Antonio Ligabue.   

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Cinema e Serie tv

Le sorelle Macaluso, una storia tutta al femminile

Presentato alla 77esima edizione della Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dopo un breve passaggio nelle sale (uscito il 10 settembre su distribuzione Teodora Film), Le sorelle Macaluso, scrittura e regia di Emma Dante, tratto dall’omonima pièce teatrale della drammaturga (vincitrice nel 2014 del Premio Ubu), arriva in streaming, pallido sollievo per i cinefili che continuano a fare i conti con le luci spente dei cinema.  Maria, Pinuccia, Lia, Katia, Antonella. L’infanzia, l’età adulta e la vecchiaia di cinque sorelle nate e cresciute in un appartamento all’ultimo piano di una palazzina nella periferia di Palermo. Una casa che porta i segni del tempo che passa come chi ci è cresciuto e chi ancora ci abita. La storia di cinque donne, di una famiglia, di chi va via, di chi resta e di chi resiste. Un dramma familiare, tutto al femminile, scandito da ricordi che riaffiorano e un tempo che non passa. Perché all’incessante scorrere della vita, dall’infanzia all’età adulta, all’inevitabile invecchiare dei corpi, non necessariamente segue il cambiamento. Quello è una dimensione interiore, che poco ha a che fare coi capelli bianchi e l’intonaco incrostato di una casa un tempo nuova. Nella casa delle sorelle Macaluso tutto cambia e tutto è come prima.  Se nella versione teatrale non c’è scenografia, nel film la casa è un elemento importante, simbolico, come la stessa Emma Dante ha dichiarato, un sesto personaggio. «Le sorelle vengono dal buio e tornano al buio su un palcoscenico vuoto, disadorno. Dopo averle frequentate per così tanto tempo ho pensato che mi sarebbe piaciuto dar loro una casa, e che il cinema mi permetteva di farlo. La casa, che è un corpo che, con i suoi mobili e i suoi oggetti, è un corpo dentro al quale viviamo, e che assorbe tutto di noi: le nostre gioie, i nostri dolori, i nostri gesti, le nostre vite.» Una casa che conosce la gioia, l’innocenza, la colpa e la disperazione. Una casa da cui più si tenta di scappare, più si viene risucchiati e vi si torna sempre, come sempre tornano i colombi nella loro colombaia e nelle loro vite immobili. Con uno sguardo sempre rivolto al passato e alla morte che prematuramente le ha sconvolte, le sorelle Macaluso simboleggiano la vita che passa senza che ce ne rendiamo conto e il pugno di sogni rimandati che ci resta nelle mani quando ormai è troppo tardi. Un magmatico universo femminile in cui la patina del tempo, vero protagonista del film, è resa dai delicatissimi colori della fotografia, dagli interni volutamente degradati e da colonne sonore (da Nannini a Battiato) volte ad acuire le emozioni suscitate dai sentimenti puri e dalle fragilità di cui il lavoro della Dante si fa manifesto.  Qui de Le sorelle Macaluso. Fonte immagine: artribune.com

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Cinema e Serie tv

L’Isola delle Rose raccontata da Sydney Sibilia

Un uomo normale non può farsi un’isola. Italia, 1968. Sono anni di contestazioni, movimenti libertini e progetti utopistici. Italia, 1968. Un ingegnere bolognese, Giorgio Rosa, figlio dei suoi tempi, cerca di dare forma alla libertà che sogna e la immagina in mezzo al mare, a 6 miglia dalla costa romagnola: un’isola di 400 metri quadrati, sostenuta da nove piloni in acciaio, l’Isola delle Rose (in esperanto Insulo de la Rozoj). Un microcosmo indipendente, privo di regole e pregiudizi. Tre rose rosse raccolte sul fondo bianco di uno stemma sannitico il suo simbolo. Tre rose, dal cognome del suo ideatore. Tre rose, dalla sua volontà di vedere fiorire le rose sul mare.  Una vicenda vera, seppur romanzata, quella che Sydney Sibilia racconta ne L’incredibile storia de l’Isola delle Rose, prodotto da Groenlandia e distribuito su Netflix dal 9 dicembre 2020. A vestire i panni di Giorgio Rosa un sempre vincente Elio Germano, da poco premiato al Festival di Berlino, come miglior attore, per l’interpretazione di Antonio Ligabue nel film Volevo Nascondermi. Quella che per gli altri era un ammasso di legno e acciaio, per Rosa era necessità di espressione, bisogno di sovvertire una società omologata, un non-luogo che il 1 maggio del 1968 dichiarò indipendente e di cui si dichiarò presidente. Un vero stato, la Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose, con tanto di francobolli, moneta (il Mill, mai battuto) e lingua autonoma, l’esperanto. A sostenere il suo progetto la compagna Gabriella (Matilda De Angelis), nonostante le iniziali riserve, e un gruppo di amici: Pietro (Alberto Astorri), Franca (Violetta Zironi) e l’inseparabile Maurizio Orlandini (Leonardo Lidi), tutti accomunati da un entusiasmo giovanile e sessantottino (Lo senti, st’odore di libertà?!), che dovrà fare ben presto i conti con una politica vecchia e bigotta.  Quattrocento metri per affermare un sogno, pochi mesi per smantellarlo e affondarlo. Perché l’Italia degli anni Sessanta, l’Italia del Presidente Leone (Luca Zingaretti), l’Italia della Democrazia Cristiana guarda con sospetto a quell’idea, e il presidente degli Interni Restivo (Fabrizio Bentivoglio), pur tra i fautori dell’art. 11 della Costituzione, sarà responsabile della guerra dichiarata all’isola, sarà responsabile del naufragio di quell’idea giudicata pericolosa.  Decisamente riuscita l’operazione di Sibilia, che ha affermato di essere da tempo affascinato dalla vicenda di Giorgio Rosa. Un cast di altissima qualità sapientemente scelto, che si muove in una scenografia perfettamente aderente agli anni Sessanta. Impeccabili anche la fotografia, meravigliosi i colori dell’epoca e le colonne sonore, che danno voce agli ideali di quegli anni. Ideali non sempre tradotti in realtà, ma che testimoniano l’importanza dei sogni e del coraggio necessario a realizzarli, perchè, citando l’amico dell’ingegnere bolognese, Maurizio Orlandini, bisogna pur correre dei rischi se vuoi cambiare il mondo.  Di seguito il trailer de L’incredibile storia de l’isola delle rose.  Fonte immagine: https://www.chiamamicitta.it/lincredibile-storia-dellisola-delle-rose-su-netflix-dal-9-dicembre-ecco-il-trailer/    

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Cinema e Serie tv

Gli indifferenti di Seràgnoli, dal romanzo al film

Dopo un secolo dal suo esordio, l’opera di Alberto Moravia, Gli Indifferenti torna sul grande schermo. Regia di Leonardo Guerra Seràgnoli. «Schermo bianco e piatto, sulla sua indifferenza, i dolori e le gioie passavano come ombre senza lasciare traccia e, di riflesso, come se questa sua inconsistenza si comunicasse anche al suo mondo esterno, tutto intorno a lui era senza peso, senza valore, effimero come un giuoco di ombre e di luci». (Alberto Moravia) Era il 1929 e Alberto Moravia si affacciava nel panorama della letteratura Italiana con il suo romanzo d’esordio, Gli Indifferenti. Figlio della corrente neorealista, lo scrittore rende protagonista della sua opera, in modo quasi profetico, l’indifferenza, l’apatia della borghesia romana, che nasconde sotto i tappeti di case dorate la miseria di una vita vuota e insoddisfacente, una vita che non si vuole e che, tuttavia, non si ha la forza di cambiare.  Dopo quasi un secolo dalla sua pubblicazione, ci riprova Leonardo Guerra Seràgnoli a tradurre in immagini il mondo di Moravia (nel 1964 è Francesco Maselli a portare Gli Indifferenti sul grande schermo, nel 1988 Mauro Bolognini ne realizza una miniserie tv) e dal 24 novembre, adeguandosi alle nuove modalità imposte dall’infelice periodo che vuole ancora, e purtroppo, abbassate le serrande dei cinema, distribuito da Vision Distribution, i suoi Indifferenti arrivano in streaming sulle piattaforme di Sky Primafila, Apple Tv, Google Play, Chili, Rakuten, Timvision, Infinity, Miocinema, Iorestoinsala, Cg Digital e The Film Club. Ispiratosi liberamente all’omonimo romanzo, Seràgnoli adatta uno spaccato degli anni ’30, di un’Italia fascista, alla contemporaneità, rappresentando una decadenza morale senza tempo che si cristallizza nell’apatia di Mariagrazia (Valeria Bruni Tedeschi) e nel calcolo meschino di Leo Merumeci (Edoardo Pesce), che, in nome di una vacua onnipotenza, arriva a sedurre l’appena diciottenne figlia di Mariagrazia, Carla (Beatrice Grannò). Questa arriverà a concedersi a lui, immobile, quasi per inerzia. «C’erano i soliti discorsi, le solite cose, più forti del tempo, e soprattutto la solita luce senza illusioni e senza speranze, particolarmente abitudinaria, consumata dall’uso come la stoffa di un vestito e tanto inseparabile dalle loro facce, che qualche volta accendendola bruscamente sulla tavola vuota ella aveva avuto la netta impressione di vedere i loro quattro volti, della madre, del fratello, di Leo e di se stessa, là, sospesi in quel meschino alone; c’erano dunque tutti gli oggetti della sua noia». Gli Ardengo sono personaggi incapaci di emozioni, che si trascinano in stanze sontuose, come involucri dagli occhi spenti e cuore anestetizzato, indifferenti all’amore, alla dignità, indifferenti alla vita. Anche il sesso viene spogliato di ogni carica erotica, passionale, aggiunta che nulla aggiunge a pallidi rapporti alterati da interessi economici e status sociali.   Alla staticità dei personaggi, il regista contrappone, con un’aggiunta innovativa, una reazione della natura: scosse sismiche che cercano, invano, di smuovere personaggi che affogano nel loro torpore, in una condizione claustrofobica in cui tutto rimane uguale, o che, viceversa, quasi anticipano lo sconvolgimento che si abbatterà su di loro. I giovani sono forse meno inetti degli adulti, pervasi, a tratti, […]

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Culturalmente

Carlo Duina e la sua arte senza tempo

«Il viaggio è una specie di porta attraverso la quale si esce dalla realtà come per penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno.» (Guy de Maupassant) A volte per viaggiare basta poco. A Carlo Duina, artista bresciano e fondatore dello Spazio Arte Duina, per farlo bastano carta, colla e taglierino.  In un mondo che corre sempre più veloce, dimentico della bellezza della semplicità, c’è chi, invece, ci crede ancora. E in uno studio, tra Brescia e Palermo, affida il suo mondo immaginifico a una tecnica che si nutre di lentezza e lavorìo delle mani: il collàge. E così, nelle mani di Carlo Duina, brandelli di carta diventano creature d’altri tempi: bambine che cavalcano balene, natanti che si tuffano dal cielo, uomini che rincorrono sogni. E così, nelle sue mani, brandelli di carta diventano poesia.  Un atlante universale della bellezza, un ciclo di illustrazioni nate dall’idea di dare risposte o porgere domande. Un aiuto su come ritrovarsi quando ci si perde. Mappe perfette, che, in qualche modo, svelano come ritrovare la strada, semplicemente sfiorando quel che di profondo dormiva fino ad ora.  Scandagliamo l’universo artistico di Carlo Duina attraverso le sue parole. Carlo, come nasce la tua arte? La mia è una formazione di bottega, tradizionale. Quando sei spesso in giro è difficile portare con te solventi, diluenti, ho iniziato allora ad organizzare materiali che trovavo, carta, colla e così sono nati i miei collages. Mi piace l’idea di riciclare, assemblare cose facendole rinascere. Sono partito da bozzetti, una serie di lavori legati all’Odissea, sul tema del viaggio. Non c’era un testo, erano solo visioni. Da sempre, però, sono un amante delle parole. Da sempre scrivo appunti su taccuini. Non sono mai stato un gran lettore, ma col tempo ho capito che mi piaceva la poesia. La scrittura fa parte di quello che sono, per questo mi sembrava necessario legare parole alle mie visioni. Vengono prima le parole o le immagini? Non c’è un prima e un dopo, non necessariamente. I linguaggi si sostengono a vicenda: un’immagine non si capirebbe fino in fondo senza la didascalia, così come le parole sarebbero solo parole senza l’immagine. I soggetti delle tue opere trasudano nostalgia, amore per un tempo andato… Mi viene naturale, è vero, sono un tipo nostalgico. Una volta mi hanno detto “parli di una nostalgia senza tempo”, ma la mia è una nostalgia anche piacevole, profonda, in cui è bello perdercisi. Quali sono i tuoi modelli? Potrei risponderti tutti gli artisti che ho frequentato studiando Storia dell’arte, dal Rinascimento all’arte contemporanea. Il collage fotografico è una tecnica particolarmente apprezzata dai dadaisti, immagini nuove ottenute attraverso accostamenti imprevisti, ma non ho punti di riferimento in particolare. Ripensando agli inizi, credi che col tempo ci sia stata un’evoluzione nei tuoi lavori? Sicuramente oggi ho capacità di utilizzo che prima non avevo, le mie opere sono autobiografiche, cambiano con me, ma l’amore, i sogni, la nostalgia sono temi universali, che non conoscono tempo e spazio. A quali canali ti affidi per diffondere […]

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Libri

Omaggio alla penna di Valeria Parrella

Viaggio tra le pagine della scrittrice Valeria Parrella Divido l’appartamento con una Forza che mi proibisce di essere puntuale. La sua abilità sta nell’assumere sempre nuovi aspetti: ultima telefonata, articolo di giornale sfuggito, calzini abbinati male, malessere, ripensamento.  Inizia così, in un lontano 2003, sotto gli archi di Porta di Massa, il mio amore per Valeria Parrella. Una copertina coloratissima con quattro volti stilizzati di donne e un titolo alquanto singolare, Mosca più balena, edito da Minium Fax. Scrittrice giovane, nata a Torre del Greco, laureata in Glottologia e un incipit sulla mancata puntualità: tanti segni, troppi per me, allora studentessa di Lettere Classiche, napoletana più che italiana e ritardataria cronica.  Sei racconti di donne, su donne, una penna veloce, pungente, originale e un esordio che promette così bene da essere consacrato con il Premio Cappiello – Opera Prima.  Non tarda il secondo libro a confermare la potenza narrativa che Valeria Parrella riesce a racchiudere nella durata breve di un racconto. Per grazia ricevuta, pubblicato nel 2005: quell’appuntamento per cui aspetti prima ancora di averlo in agenda. Storie di uomini, ma soprattutto di donne, che armate di ironia e coraggio inseguono i loro desideri, rincorrono quella vita che proprio fatica a essere come loro vorrebbero. Mai avrei voluto questo per me. Io voglio scenate, porte sbattute. E fughe senza ritorno. Voglio atti unici con finali a effetto, verità urlate in faccia. Sesso per l’ultima volta a farsi male. Voglio disperarmi perché l’amore non era finito. Ce n’era ancora da grattare sul fondo. Voglio mille volte essere lasciata, abbandonata, il mio posto di un’altra. Invece una mattina l’ho visto nel letto addormentato e ho saputo che non lo amavo più.  Dai racconti al romanzo, dalla Minium Fax all’Einaudi: siamo nel 2008 e sugli scaffali delle librerie campeggia Lo spazio bianco. Ancora una donna, ancora una scrittura che sa graffiare l’anima, medicandola con la delicatezza della speranza. Una storia di attese, di tempi dilatati, che Francesca Comencini porta sul grande schermo dando a Maria corpo e voce di Margherita Buy.  Io non sono buona ad aspettare. Non sento curiosità nel dubbio, né fascino nella speranza. Aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita.  Prolifica e mai banale, Valeria Parrella non ha mai smesso di raccontare storie, perché quando lo sai fare bene, perché dovresti smettere? Con pennellate vivaci dipinge la vita, coi suoi guizzi di colore, ma anche perdendosi nelle sue zone d’ombra. Senza troppi filtri, dipana le difficoltà del vivere, scavando a fondo, eppure facendolo con leggerezza. Da ogni parola, pensiero, emerge prepotente il suo essere donna, una donna forte che demolisce convenzioni, una donna libera che racconta il sesso senza censure e dopo una serie di pubblicazioni (Ma quale amore, Tempo di imparare, Enciclopedia della donna, Troppa importanza all’amore, Almarina) che scivolano da un sentimento all’altro, arriva l’ultimo e imperdibile romanzo: Quel tipo di donna (2020). Quattro amiche, quattro donne e un viaggio on the road attraverso la Turchia, lontano da Napoli, lontano da un dolore […]

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Culturalmente

Giambattista Basile, maestro della fiaba barocca

Il Seicento è un secolo di grandi trasformazioni e stravolgimenti di certezze: le scoperte geografiche, le macchie lunari e la terra declassata a uno dei tanti pianeti che ruotano intorno al sole. No, l’uomo non è più al centro dell’Universo. È ancora presto troppo per parlare dello strappo nel cielo di carta di pirandelliana memoria, ma l’anomalìa, il bizzarro, ciò che sfugge alla certezza e alla regola iniziano ad imporsi. Elementi che confluiranno nella corrente artistica chiamata, nel Settecento, Barocco. Tra i suoi esponenti più illustri, Giambattista Basile (1575-1632), che la tradizione vuole nato a Giugliano, in provincia di Napoli. Innamorato delle favole, dei proverbi, trasforma la materia popolaresca in creazione letteraria, cospargendola di tutti i più forti olezzi della letteratura secentesca e dando così vita al suo più grande capolavoro: Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de’ peccerille (1634-1636). Cinquanta fiabe racchiuse in una cornice. Se nel Decamerone Boccaccio fa raccontare 100 novelle in dieci giorni a dieci giovani che per evitare la peste fiorentina si rifugiano in campagna, le narratrici di Giambattista Basile sono dieci vecchie popolane e i giorni sono cinque. Un Pentamerone scritto in dialetto napoletano. La novità sta non tanto nelle storie raccontate, quanto nella loro rielaborazione formale. La fantasia popolare viene vestita di figure retoriche, similitudini, metafore. Una veste stilistica che ha portato la critica a definire l’opera di Basile il più bel libro di età barocca. Nel 1924 Benedetto Croce pubblica Lo cunto de li cunti in italiano, definendolo il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari.  Tra le fiabe più note, La gatta Cenerentola, che ha per protagonista Zezolla. «E Zezolla, perdi oggi, manca domani, finì col ridursi a tal punto che dalla camera passò alla cucina, dal baldacchino al focolare, dalle vesti di seta e oro agli strofinacci, dagli scettri agli spiedi. Né solo cambiò stato, ma anche nome, e non più Zezolla, ma fu chiamata “Gatta Cenerentola”». Una matrigna, delle sorellastre, una fata, una scarpetta di cristallo perduta per le scale del Palazzo Reale di Napoli e un finale da regina. Se Basile ha preso forse spunto da una fiaba orientale del IX secolo a. C., la sua Zezolla è stata a sua volta fonte di ispirazione della Cendrillon di Charles Perrault e dei fratelli Grimm nel XIX secolo. Nel 1976 Roberto De Simone riporta La gatta Cenerentola a Napoli, con un testo teatrale interamente in napoletano, accompagnato da musiche popolari. E infine, nel 2017, Alessandro Rak nel suo film d’animazione ripropone La gatta Cenerentola, ambientandola nel porto di Napoli. Fonte foto: Grande Campania  

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Teatro

Foodistribution | Eden approda al Teatro Bellini di Napoli

Mi sono immaginata gli esseri umani come piante rampicanti, il sottotitolo “Quando eravamo edera” deriva da questo, da questa visione di esseri umani che prendono possesso dello spazio di cui hanno bisogno. Senza filtri, senza intermediazioni, con una brutalità ricca di dolcezza che si eleva verso l’alto. Una forma di poesia inaspettata, come spesso si manifestano le piante.  Queste le parole con cui la regista Adriana Follieri racconta la declinazione dell’edizione di Foodistribution andata in scena, sabato 26 settembre, al Teatro Bellini di Napoli, nell’ambito della sezione dedicata ai Progetti Speciali del Napoli Teatro Festival Italia 2020. Foodistribution | Eden (Quando eravamo edera), affidato alla direzione artistica di Davide Scognamiglio e Daniele Ciprì, è un progetto ricerca scientifica e artistica dell’associazione Manovalanza, che mette in relazione le fasi di transizione di piccole comunità urbane con il teatro, la fotografia e l’illuminazione. Un progetto che propone una visione, un’interpretazione non convenzionale della città di Napoli. In un contesto dimenticato che galleggia sulla precarietà, nel popolare Rione De Gasperi a Ponticelli, vede luce uno spettacolo unico nel suo genere che ha per attori i suoi stessi abitanti. Sono persone che percorrono sentieri non battuti, che vivono alla giornata, relegati nell’incertezza e persino nell’impossibilità di sognare. Il quartiere vive una primavera di energie, la piazza trasloca edificando soluzioni sulle ceneri della dimenticanza. In questo luogo in cui il tempo sembra essersi fermato e l’esistenza bloccata in un limbo, uomini e donne, creature meravigliose e terribili bestie, raccontano un fare antichissimo, la loro pratica di sopravvivenza, in un rituale di rinascita e benedizione.  Un popolo in operosa attività si guarda fumare una sigaretta al balcone, dalla finestra accanto si schiude il guscio di mattoni rossi, le macerie cadono, un raggio di luce che entra in casa fa da sponda all’esigenza primordiale dell’avere: non è forse questo che accadde nell’Eden? Come si può pensare di svuotarlo se siamo piante rampicanti noi stessi?  Foodistribution | Eden progetto di Manovalanza  regia Adriana Follieri  in collaborazione con gli abitanti del Rione De Gasperi MANOVALANZA APS nasce nel 2009 dall’incontro tra Adriana Follieri e Davide Scognamiglio. Si occupa di produzione artistica con percorsi che partono da una salda base di ricerca sociale, intesa come indagine sui luoghi o persone, applicando gli strumenti dell’arte a contesti trasversali, dagli artisti professionisti alle aree disagiate. Ciascuna opera trae il suo fondamento dall’ambito in cui nasce, traducendolo e sviluppandolo in forme d’arte.  

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Teatro

Resurrexit Cassandra, il genio di Jan Fabre al Teatro Bellini

Dopo la rassegna estiva del Napoli Teatro Festival 2020, si torna nei teatri. E lo si fa per davvero. Il sipario, la platea, i palchetti, il velluto rosso delle poltroncine. Certo, si torna con modalità diverse, ma la curiosità e la luce negli occhi, quegli occhi che le mascherine lasciano intravedere appena, quelle non cambiano. Ad aprire la Sezione Internazionale, il 12 e 13 settembre, presso il Teatro Bellini di Napoli, Resurrexit Cassandra. E allora, che lo spettacolo abbia inizio.  Al centro della scena una statuaria donna bionda, avvolta nel verde di un abito. Alle sue spalle specchi-monitor. Terra e tartarughe ai suoi piedi. Si tratta di Cassandra, principessa troiana, figlia di Priamo ed Ecuba, uccisa per mano di Clitemnestra. Cassandra, principessa troiana, rimessa al mondo dalla prolifica mente di Jan Fabre.  Resurrexit Cassandra dà voce a una delle creature più sventurate della mitologia greca, condannata da Apollo all’incomunicabilità, nelle cui vene scorrono il sangue e il dolore del passato, del presente e del futuro, sui cui fianchi ondeggiano rabbia, verità e denuncia. Una voce che piange nel deserto.  Ancora una volta il genio dell’artista belga fa centro, supportato dalla felice unione con un potentissimo testo firmato da Ruggero Cappuccio, che riesce a inserire perfettamente l’eroina greca nelle maglie del presente. Ancora una volta le parole dell’indovina, rivolte a un’umanità che la considera un’invasata, sono apocalittiche: non un cavallo di legno, non una città in fiamme stavolta, ma un mondo da salvare. Una Madre Terra che sa essere tanto generosa quanto spietata, che ama i suoi figli ma che può tranquillamente continuare a vivere senza. In una danza orgiastica, provocatoria e sensuale, in quello che Fabre ha definito un concerto di immagini scandito da cambi d’abito, nero, blu, rosso, bianco, Cassandra, una meravigliosa Sara Höttler, si dimena. Lei, morta, ma che continua a vivere con le membra sparse, chiede di essere ascoltata. Lei, in lotta con la piccolezza degli uomini e la grandezza della loro presunzione, ebbra delle sue visioni fatte di arcipelaghi di plastica, scioglimenti di ghiacciai e innalzamento delle acque, scuote con le sue parole, austere, teutoniche, mentre gli occhi di chi la ascolta restano impigliati nei movimenti dei suoi fianchi. Lei, protagonista assoluta dello spettacolo. Come recitano le note di regia, la profetessa inascoltata ha il compito di tutelare il mondo. Rappresenta la Madre primordiale, Madre Natura, la sciamana, la santa che ci mette in guardia sulle sorti del nostro Pianeta. Resurrexit Cassandra è un atto d’accusa contro l’inconcepibile piacere dell’autoinganno in cui si crogiola l’umanità: sappiamo bene tutto ciò che può accadere a noi stessi e alla terra, ma la brama di ingannarci è maggiore. Questa è la nostra vergogna e la nostra tragedia.  Una Cassandra contemporanea che sussurra, grida, si lamenta. Ototototo popoi da, Ototototo popoi da, un lamento struggente, penetrante, pregno di dolore e frustrazione. Impossibile non far cadere l’attenzione sulla cura con cui lecca, bacia, tocca le tartarughe ai suoi piedi, forse simbolo del buon senso o forse anche un inno alla lentezza in risposta a […]

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