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Eroica Fenice

Sergio Mari l'ex calciatore diventato scrittore

Sergio Mari l’ex calciatore diventato scrittore

Sergio Mari è un ex calciatore diventato attore e scrittore. Ho avuto la possibilità di intervistarlo, dopo aver letto uno dei suoi libri,  Racconti,  una raccolta nella quale è sempre forte l’attenzione al mondo del pallone. Il calcio ma anche altri temi quali la musica, la radio, i concerti con gli amici. Tutto scritto in veste di racconto, in cui passato e presente coincidono, l’uno nelle rimembranze dell’altro.
Dopo quindici anni di carriera calcistica si è reso conto di aver  vissuto in una sorta di “gabbia”.

Più che un’intervista è stata una chiacchierata piacevole con una persona dotata di forte simpatia.

Sergio Mari, l’intervista

Come hai scritto nella Prefazione del tuo libri “Racconti”, “il futuro che ti era davanti, quando in punta di piedi hai dato le spalle a pallone, ti prometteva altre stelle, tra cui un mare dove nuotare tutti i giorni”, questa affermazione è sicuramente metafora di nuova vita, di una nuova esistenza. Cosa hai voluto affermare già nelle prime pagine del tuo libro, affidandoti a una metafora così evocativa?

Era il mare sereno del futuro a cui facevo riferimento, quello che immaginavo di vedere dopo aver preso la decisione di lasciare il mondo del calcio. Era un’immagine ottimistica: chissà, ancora, cosa mi accadrà di bello? Quando si è giovani non si sta molto sul presente, si viaggia con la fantasia, troppo forse; amiamo il domani, l’anno prossimo, il futuro ce lo prospettiamo molto più bello dei giorni che stiamo attraversando. Con gli anni, invece, mi sono reso conto che l’armadio, dove avevo riposto i ricordi del calcio e che avevo messo solo in un angolo del mio cervello, l’ho dovuto riaprire. Erano là dentro le cose migliori, le gioie, le persone belle che avevo conosciuto. Il futuro che avevo atteso non mi aveva regalato, nell’attraversarlo, le stesse gioie che mi aveva riservato il passato. Non è stato un gesto nostalgico il mio, ma solo un recupero oggettivo, un giusto riconoscimento a un mondo, quello del pallone, che mi aveva permesso di crescere e a cui avevo dato un’importanza limitata. La mia introduzione al libro suona come un: “Scusate, mi sono sbagliato, riparliamo dei miei anni di calcio.” Certo, poi, per parlarne lo faccio a modo mio, senza santificarmi per il calciatore che sono stato, ma cercando di mettere in evidenza aspetti psicologici che il pubblico sportivo non può conoscere e parlando di personaggi finiti troppo presto nel dimenticatoio.

Che tipo di autore è Sergio Mari? Mi spiego meglio, leggendo si possono notare le varie caratteristiche degli autori, vi sono quelli molto selettivi, quelli metodici, quelli fantasiosi, quelli critici. In che categoria ti poni?

Sono ipercritico di me stesso, mai contento di quello che scrivo, almeno nelle prime tre stesure di un libro o di un racconto. Di solito alla quarta mi piaccio. Ho una mia tecnica, ma non un metodo, nel senso che posso stare giorni senza scrivere, perché sto elaborando i temi, le scene, l’ambientazione, i dialoghi, per poi mettere il fiume di idee su carta. A questo punto non ho orari. Scrivo a qualsiasi ora del giorno o della notte e cerco di tirare fuori da quel fiume la migliore pesca possibile, anche di sole tre buone righe.

Nel tuo libro “Racconti”, si percepiscono una molteplicità di livelli tematici e argomentativi, come è nata l’idea di scrivere un testo semplice ma allo stesso tempo così ricco di spunti?

L’idea di affidarmi a venti racconti semplici  è nata per un mio desiderio di conquistare ancora più lettori. Racconti, episodi, flash, hanno una leggerezza per chi legge, non a caso in copertina c’è l’immagine dei Pavesini. Certo, avevo delle cose da dire, ma come hai tu stessa notato, gli argomenti non erano univoci, non ruotavano intorno a un solo tema. La brevità degli scritti mi ha permesso di allargare il pubblico che ero riuscito a conquistarmi con il mio precedente romanzo Sei l’odore del borotalco.

Per quale motivo hai deciso di narrare i venti brevi racconti in prima persona? A una prima analisi potrebbe sembrare che la scelta derivi dal voler creare un rapporto diretto col lettore, ma si nasconde qualcos’altro dietro questa scelta?

Scrivere in prima persona lo trovo efficace per l’immaginario del lettore. Sarà, forse, perché scrivo tanti monologhi teatrali che poi io stesso metto in scena, sarà perché quando scrivo di calcio salgono a galla quindici anni di corse per campi di pallone, o solo perché, come tu dici, in soggettiva riesco a stare a tu per tu con il lettore.

Quando hai capito che non volevi più fare il calciatore e hai avuto la consapevolezza di voler diventare uno scrittore? C’è stato qualche evento o avvenimento particolare che ha fatto nascere in te questa decisione?

Dopo il calcio mi sono appassionato di arte contemporanea e come dicevo ho gestito una galleria, mai però mi sono sentito con questo lavoro un protagonista. I critici che ho conosciuto lo erano nei loro saggi che scrivevano, gli artisti nelle tele che dipingevano e io, invece, restavo solo un venditore. Ho creduto che valessi un po’ di più. Così, in un momento di crisi profonda attraversato quattordici anni fa, investito da una forte solitudine che io stesso ho ricercato, ho cominciato a scrivere. Ne venne fuori il mio primo libro Quando la palla usciva fuori, poi diventato anche monologo teatrale. Avevo, ormai, rotto gli indugi: avevo avuto il coraggio di presentarmi come scrittore e come attore. La solitudine è rimasta un cattivo ricordo e dentro di me hanno fatto sosta per sempre le mie passioni: scrittura e teatro.

Che consiglio daresti agli aspiranti scrittori?

Leggere, leggere e leggere, che vuol dire anche vedere, analizzare film e commedie. Ultimamente, però, sto scoprendo un pubblico di lettori che legge superficialmente, senza uno spirito critico. Ecco, da letture leggere, senza interrogativi e riflessioni, fatte solo per mettersi alle spalle un quantitativo di pagine, di libri e di film, per poter dire “Io leggo” non ci ricavi nulla. Personalmente, quando ho tra le mani I Promessi sposi, in una giornata riesco solo a leggerne una pagina, per tutto il fiume di riflessioni che ogni singola parola questo romanzo fa venire fuori. E poi scrivere in ogni momento: poesie, racconti, riflessioni, post, sms, tutti con un’attenzione allo scrivere bene.
Infine, studiare la tecnica di scrittura.

Hai un rituale che segui prima di scrivere?

Intanto mi libero delle incombenze quotidiane. La spesa, le bollette e le commissioni varie non devono esistere. Quando mi accingo al pc per scrivere so che sto per fare un viaggio con i miei personaggi, vivo all’interno di un film che cerco di rendere il più reale possibile. È un viaggio faticoso, dopo due ore sono stanchissimo e lo sono di più quando mi rendo conto che non ho scritto niente di interessante.

Progetti futuri? 

Il quarto libro che ho già iniziato mi permetterà di abbandonare il mondo del calcio definitivamente. Avendo navigato nell’arte e nei suoi meccanismi commerciali mi sta risultando facile illustrare questo ambiente con le sue luci e le sue ombre; le sue bellezze e i suoi infidi intrighi. È la storia di un gallerista che per il suo arrivismo stava perdendo l’interesse per la sua Gioconda.

Ringraziamo Sergio Mari per la gentile disponibilità concessa.

 

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