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Eroica Fenice

Una speranza ostinata: la vita dopo la morte

1963. Max Mannheimer, ricoverato in ospedale ed erroneamente convinto di essere prossimo alla fine, decise di scrivere un breve diario, per raccontare alla figlia la sua esperienza nei Lager nazisti. Nacque così Una speranza ostinatasolo ora pubblicato in Italia da Add Editore.

Mannheimer racchiude in poco più  di cento pagine tutto l’orrore vissuto a vent’anni e che, da allora, ha continuato a portare con sé, inciso sulla pelle e nel cuore. Come in un diario, o in un libro di memorie, Mannheimer racconta la sua esperienza a partire dall’infanzia a Neutitschein, quando la percezione della propria “diversità” era labile e appena accennata. Ricorda le prime esperienze lavorative, l’amore, il matrimonio, ma lo fa senza soffermarcisi troppo, come se il riportare alla mente quei giorni tutto sommato felici fosse per lui fonte di una sofferenza, forse, ancora più grande della vita nei lager. Questi ricordi, dai contorni sfumati quasi come dei sogni, si oppongono a quelli, ben più vividi, che occupano tutta la seconda metà di Una speranza ostinata, in cui Mannheimer racconta del suo Olocausto personale, un orrore con dei volti e un nome. Il nome fu Nazismo e i volti furono quelli degli aguzzini nei Lager, in cui Max e tutta la sua famiglia furono deportati nel 1943. Lui soltanto, insieme al suo fratello più piccolo, usciranno vivi dal campo di concentramento nel 1945, nello stesso giorno in cui Hitler si suicidò.

Una speranza ostinata, ovvero, la lotta per restare uomini

È stato scritto tanto sull’Olocausto, dai saggi storico-antropologici ai romanzi, passando per i memoriali. Tutti hanno dei denominatori comuni: la percezione che la corruzione dell’umanità abbia, in quel periodo storico, toccato il fondo; la consapevolezza che, a farne le spese, siano stati degli uomini innocenti, la cui unica colpa fu quella di essere ciò che erano.

Questi elementi si ritrovano anche in Una speranza ostinata, in quanto presupposti e risultati di esperienze di vita difficili da dimenticare. Non riusciamo neppure ad immaginare davvero cosa può essere stata la vita, lì dentro. Una speranza ostinata, così come altri testi che trattano lo stesso argomento, ci permette di avere una qualche percezione, per quanto vaga e lontana, di quella realtà terribile e disumana che ha  caratterizzato gli anni della dominazione nazista. Max Mannheimer racconta, con parole semplici e chiare, cosa ha significato tutto questo per lui, che nei Lager ha visto morire amici, genitori, fratelli. Racconta la lotta per la sopravvivenza, la sistematica organizzazione degli spazi, l’economia burocratica del campo, con le sue interminabili marce senza motivo, le punizioni, gli stenti, la fame. La morte. I forni.

Tutti elementi che si ritrovano negli innumerevoli esempi di letteratura sullo sterminio, tra i quali sicuramente il più famoso è Se questo è un uomo. Leggendoli, tuttavia, si percepisce tutto il peso del dolore, un peso così forte che schiaccia, che mozza il respiro. Questo senso di pesantezza al cuore è ciò che caratterizza persino il solo pensare all’Olocausto ed è anche, in parte, ciò che si prova leggendo il memoriale di Mannheimer. Cosa, dunque, rende questo libro diverso dagli altri?

Proprio ciò che è esplicitato nel titolo: la speranza ostinata di un uomo, non più uomo, che vuole continuare a vivere, vuole continuare ad essere. Una speranza che si ritrova nei piccoli gesti quotidiani, nel cedere il pane a chi è ammalato, nel proteggere il proprio fratello, nel piangere i propri cari che “sono andati via attraverso il camino“. La speranza di cui ci parla Mannheimer è qualcosa che, forse, non riusciamo a capire fino in fondo, perché solo chi ha sperimentato sulla propria pelle il dolore della perdita di sé stessi può farlo. Eppure, in qualche modo, attraverso le parole di questo sopravvissuto, essa penetra nel cuore del lettore e aiuta conservare l’idea che si possa ancora avere fiducia e speranza nell’umanità e nella sua capacità di recepire un messaggio importante: parlare dell’Olocausto, ricordare il dolore che la follia di uno ha causato ai molti, non deve essere solo sterile e vuoto buonismo di maniera. Ogni parola, ogni ricordo, ogni immagine ha come scopo primario non tanto quello di spingere l’immaginazione in posti dove essa non può arrivare,  ma piuttosto quello di ricordare a noi, uomini di oggi, che possiamo fare la differenza.  In un mondo di guerre, le parole di Max, sopravvissuto ad uno dei maggiori genocidi di sempre, devono risuonare nella mente di tutti: “Voi non siete responsabili di quello che è successo, ma è compito vostro che non si ripeta mai più”.