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Eroica Fenice

Arte, storia e pensiero: Italia e Germania degli anni Trenta

«L’Europa degli anni Trenta è un laboratorio di idee» si legge sulla brochure della giornata seminariale tenutasi nella suggestiva Basilica di San Giovanni Maggiore a Napoli.
“Anni trenta: Arte Storia Pensiero tra Italia e Germania” è stata la tematica trattata con interessanti interventi a partire dalle 9:30 fino al tardo pomeriggio del 12 ottobre. L’organizzazione è stata affidata a due delle università più prestigiose e antiche del territorio: “L’Orientale”, in particolare il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali, e la “Federico II”, il cui dipartimento di Studi Umanistici è stato coinvolto in questa giornata di studi all’insegna della storia, dell’arte e della filosofia.

A spasso negli anni Trenta

Il mediatore della prima parte della giornata, Giampiero Moretti, ha introdotto l’evento ricordando quanto spesso si parli dei tragici eventi che hanno coinvolto Italia e Germania negli anni qui considerati, ma quanto allo stesso modo sarebbe necessario considerare come, soprattutto nei tempi più bui, l’uomo tenti di mantenere viva l’umanità. Ed è per questo che ancora oggi si parla delle molte personalità di quegli anni di straziante pregnanza storica. La breve introduzione ha poi lasciato alle parole dei relatori il compito di condurre i presenti a spasso nella storia.

Il primo intervento è stato quello di Fulvio tessitore, preside e poi rettore dell’Università “L’Orientale”, sempre attento alle possibilità di mediazione con la “Federico II” in progetti di ricerca e lezioni universitarie. La tematica principale del suo intervento verteva su un excursus storico e ideologico nel quale, partendo dalle teorie di Hegel e Kant, fino a storici tedeschi quali Friedrich Meinecke, e italiani come Benedetto Croce, si è sottolineato il passaggio dall’epoca delle “certezze” a quella del relativismo storico. Il termine “relativo” è strettamente connesso a quello di “indeterminazione”. Entrambi ricordano un senso di incertezza, che gli uomini del tempo della guerra sentirono gravare inesorabilmente sulle proprie spalle. Gli stessi uomini che provarono la necessità di aprire al mondo le loro scoperte scientifiche, ma anche le loro preoccupazioni sui limiti della ragione, mettendo definitivamente in discussione le teorie positivistiche.
Il secondo intervento che ha previsto la voce di Leonardo Quaresima, docente dell’Università degli studi di Udine, ha focalizzato l’attenzione degli ascoltatori su un noto romanzo del 1929, “Menschen im Hotel”, conosciuto in Italia come “Gran Hotel”, della scrittrice Vicki Baum. Il suo destino nel mondo mediatico non trova pari nel periodo degli anni ’30, passando da una versione a puntate su un quotidiano, all’opera cinematografica curata da Hollywood, con un cast stellare (emblematica la figura di Greta Garbo), premiato agli Oscar del 1932 come miglior film dell’anno, fino alla sua trasposizione in musical nel 1959. Il relatore, dopo aver sottolineato l’importanza delle varie espressioni artistiche coinvolte nella diffusione del romanzo, ha illustrato come il motivo dell’hotel sia ricorrente durante i primi anni del ‘900, hotel che sta a rappresentare un intero universo. Luogo dove avvengono gli incontri più casuali, come accade nel romanzo, è anche simbolo di antitesi con un mondo esterno ormai in rovina, raggiungibile solo con la vertiginosa porta girevole.
Il terzo e ultimo intervento della prima parte della giornata di studi ha visto come protagonisti tre grandi scrittori e filosofi messi in luce dalla relazione di Rossella Bonito Oliva. La domanda di partenza della sua ricerca: “Quale tipo di crisi vive la Germani negli anni ’30?”. La risposta è stata ricercata nelle opere di Karl Jaspers, Hans Fallada e Stefan Zweig (la cui opera “Il mondo di ieri” ha ispirato il recente film “Grand Budapest Hotel”). Nelle loro composizioni viene mostrato l’uomo “medio”, l’uomo compresso tra due secoli, quello delle certezze, antropocentrico, e quello delle apparenze, il cui uomo non riesce più a descriversi se non con gli occhi degli altri.

Verso la conclusione

A una breve pausa è seguita la seconda parte della giornata seminariale, mediata questa volta da Edoardo Massimilla, e incentrata su tre delle più note personalità del tempo: Thomas Mann, individuato nei caratteri biografici e ideologici da Domenico Conte, Ernesto de Martino, visto nella sua idea religiosa da Girolamo Imbruglia, e infine Walter Benjamin, la cui visione dell’arte è stata illustrata da Leonardo Distaso. Per gli ultimi due si è parlato di differenti concezioni teologiche: per de Martino, di teologia civile, basata sul culto dell’ordine e dell’educazione al sacrificio, sacrificio per la patria in particolar modo, essenziale per quegli anni; Walter Benjamin tratta della teologia dell’arte, cioè un progressivo avvicinamento dell’arte a uno stato puro, libero dall’impegno civile, e ripiegato su se stesso, come simbolo della ricerca di un’identità ormai calpestata dalla politica del tempo.
Thomas Mann, magistralmente presentato dal professor Conte, è stato dipinto nella sua necessità di usare liberamente la parola, con la quale aveva lanciato una scialuppa di salvataggio agli uomini del suo tempo, la stessa scialuppa su cui invita noi a salire per liberarci dalle illusioni della nostra società.

Cultura e informazione, questi gli stimoli e gli inviti finali a chiusura dell’evento, giornata di studi e di approfondimento di un tempo contraddittorio ma straordinariamente fecondo.

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