Lavoro digitale, differenze fondamentali e qualche mito da sfatare

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L’avvento del lavoro digitale è ormai sotto gli occhi di tutti e con esso quella che è in parte la conseguenziale possibilità di lavorare da casa, lontano dalla propria sede di lavoro – o dalla “piscina di Dubai” – che con il diffondersi delle nuove professioni sta diventando un argomento sempre più al centro del mondo del lavoro.

Un’altra peculiarità da tenere in considerazione è che questi cambiamenti vanno di pari passo con una serie di trasformazioni e convergenze tra diversi mondi che tendono ad intrecciarsi sempre di più, impattando nel mercato con la creazione – e di conseguenza la formazione, talvolta spontanea – di figure sempre più trasversali.

Il lavoro digitale e le trasformazioni a cui si è andati – e si sta andando – incontro apportano sicuramente dei benefici, in quanto ciò che si sta costruendo risponde a nuove esigenze e tocca soprattutto un punto, quello della necessità della trasformazione del mondo del lavoro ormai colmo di attività e dinamiche che appartengono ad un assetto culturale obsoleto.

Come tutti i cambiamenti importanti questo arriva dopo e durante una crisi sociale profonda e, come per ogni momento di crisi che si rispetti, ci sono aspetti positivi e negativi. Tra questi ultimi non può che configurarsi l’elemento di estrema confusione, alimentato in questo caso da una spinta talvolta malsana verso determinati settori, accompagnata e agevolata da una smania comunicativa esagerata.

Ma cominciamo a dare un nome a questi fenomeni che caratterizzano la nuova connotazione del lavoro nei termini appena descritti. La confusione spesso parte proprio da qui, quindi anzitutto è importante delineare quali sono alcune differenze fondamentali, in particolare tra nomadismo digitale, remote working e smart working.

Lavoro digitale: nomadismo digitale, remote working e smart working 

Il nomadismo digitale può essere definito come la condizione di chi non è vincolato geograficamente in un posto ma può svolgere la propria attività lavorativa ovunque si trovi, e di conseguenza viaggiare mentre lavora con la possibilità di stare sempre in posti diversi.

“Un nomade digitale è colui che, sfruttando le tecnologie offerte dal mondo digital, lavora a distanza per i propri clienti o per il proprio datore di lavoro, senza essere legato a sedi fisiche. Così facendo, può lavorare in remoto, stare sempre in viaggio, conducendo una vita, per l’appunto, nomade” – Salvatore Aranzulla

Il remote working è fondamentale per il nomadismo digitale, ma non necessariamente sono la stessa cosa. Il cosiddetto lavoro da remoto è lo svolgimento del lavoro da parte dei dipendenti in un posto diverso rispetto alla sede fisica di appartenenza – sicuramente questo assiste la figura del nomade digitale, che però invece di lavorare “da remoto” potrebbe lavorare (diversamente) in smart working.

Lo smart working può essere definito “lavoro flessibile”. In questo caso a supporto di una definizione vi è il Miur che con la legge 81/2017 lo definisce “una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro, una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività”.

-La legge appena citata che chiarisce il significato dello smart working si chiama così: Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato.-

Si comprenda che tale approccio al lavoro in effetti è sempre stato quello dei lavoratori autonomi (o dei lavoratori con obiettivi da rispettare anziché orari di lavoro) che fossero avvocati, giornalisti, commercialisti, architetti e chi più ne ha più ne metta. Nell’attuale comunicazione esasperata fatta dai millantatori dei lavori del futuro sembra quasi – e probabilmente è la conseguenziale percezione delle menti più giovani – che esista nel mondo del lavoro un’unica grande scissione: il lavoro dell’impiegato (immaginato necessariamente come il noioso lavoro di un contabile) e il lavoro nel digitale (immaginato necessariamente come l’unica porta per la libertà).

È proprio in questo punto che nasce uno dei più grandi errori di comunicazione nei confronti delle nuove generazioni. La tendenza in effetti è quella di trasferire un’immagine del lavoro nel digitale come assolutamente rosea, talvolta abbinata a stili di vita che:

  • non necessariamente sono legati solo al lavoro nel digitale ma possono riguardare anche altre professioni che siano autonome o che prevedano ugualmente un’organizzazione flessibile;
  • non necessariamente sono scontati se si lavora nel digitale e questo poiché chi lavora nel digitale non necessariamente lavora in smart working;
  • possono diventare fuorvianti per ragazzi giovani che mentre cercano di capire la loro strada potrebbero finire per pensare di volere qualcosa che in realtà non vogliono o avere una visione distorta di ciò a cui vanno incontro, con il rischio di fare delle scelte guidate non consapevolmente ma attraverso l’innescamento di un bias cognitivo limitante.

Oltretutto non è detto che avere libertà fisica equivalga automaticamente ad avere quella libertà mentale tanto ambita – questa è qualcosa che può essere costruita di pari passo ma la cui cura prescinde da certi standard di vita –  dunque pure in questo caso i campi possono sovrapporsi come rimanere separati.  Ci sono menti che hanno bisogno di continui cambiamenti e altre che per sviluppare le proprie doti migliori necessitano di un equilibrio diverso, tempo e stabilità per familiarizzare con l’ambiente circostante, alcune che lavorano meglio in maniera indipendente e altre che necessitano invece dell’esperienza collettiva, per esempio.

È dunque fondamentale che prima di tutto ai giovani venga trasferita un’educazione alla consapevolezza e ad una sana informazione poiché è questo l’unico modo in cui la rivoluzione digitale possa contribuire alla loro evoluzione e realizzazione, personale e lavorativa.

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