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Eroica Fenice

Mars One

Marte e i rischi della sua colonizzazione. Intervista a Luca Perri (pt.2)

Ecco il continuo dell’intervista al Dott. Luca Perri la cui prima parte è stata pubblicata ieri.

Intervista al Dott. Luca Perri

In che cosa consiste la colonizzazione? Si progetta, in un futuro, di estendersi su tutta la superficie del Pianeta o di occupare solo una percentuale di esso?

La colonizzazione di Marte è da sempre ritenuta un passaggio inevitabile nello sviluppo futuro dell’umanità, in vista di un futuro balzo nelle profondità dell’universo. Praticamente tutte le principali agenzie spaziali terrestri hanno provato a sviluppare un piano realistico per l’installazione di colonie umane sul pianeta. I risultati non sono però al momento soddisfacenti. Ad ogni modo, in linea di principio l’idea è quella di formare colonie di dimensioni estremamente ridotte di personale altamente addestrato, il cui compito sarebbe quello di sopravvivere, esplorare il pianeta e rendere possibile l’arrivo di un numero via via crescente di coloni grazie alla costruzione e al mantenimento di nuove strutture. E, in diversi decenni, possibilmente di espandere la presenza in altre aree del pianeta e addirittura procreare direttamente su Marte. Su tempi scala decisamente più lunghi, invece (ma parliamo di secoli se non di millenni), qualcuno ha ipotizzato anche processi di terraformazione al fine di rendere la superficie abitabile anche senza l’ausilio di tute protettive. In pratica, si è parlato di coltivare immense aree di vegetazione, in modo da ricreare una atmosfera simile a quella terrestre tramite l’immissione di enormi quantità di ossigeno nell’aria marziana. Ma stiamo parlando più di fantascienza, che di scienza vera e propria.

Si è attualmente o in un futuro vicino in possesso delle strumentazioni adeguate per una concreta occupazione del territorio marziano?

Assolutamente no. Neanche lontanamente. Solo pochi mesi fa, proprio riguardo alla missione Mars One, un team di esperti del Massachusetts Institute of Technology ha pubblicato un rapporto indipendente sulla fattibilità del progetto. La principale previsione è quella che gli astronauti morirebbero probabilmente entro i primi 68 giorni, a causa dell’utilizzo delle stesse strutture sia per coltivare prodotti in loco, sia per ospitare gli astronauti. L’eccessiva presenza di ossigeno potrebbe produrre una serie di complicanze fisiologiche tali da portare alla morte per asfissia. Il team di Mars One ha poi calcolato che solo per il primo viaggio di rifornimenti saranno necessari 6 razzi, ma secondo i ricercatori del MIT ne serviranno almeno 15 solo prima dell’arrivo effettivo degli astronauti. Ora, a prescindere dai costi, la cosa è logisticamente poco fattibile. Inoltre, secondo le simulazioni del MIT, ogni colono consumerebbe circa 3000 calorie al giorno per rimanere in vita e in buona salute. Prevedendo una dieta equilibrata, bisognerebbe coltivare campi per un totale di circa 200 metri quadrati di superficie (almeno all’inizio), al contrario dei 50 metri quadrati previsti da Mars One. In realtà costerebbe di meno inviare di volta in volta un carico di cibo, ma se si vuole far durare e costare il viaggio il meno possibile bisogna ogni volta aspettare che Terra e Marte siano il più vicini possibile, il che equivale ad aspettare 26 mesi ogni volta. Sia per coltivare che per bere bisognerebbe poi estrarre il ghiaccio e scioglierlo, per avere dell’acqua. Ma il vero problema è un altro: per fare qualunque cosa, sulla Terra e quindi anche sul pianeta rosso, serve energia. E un posto da cui prenderla. I pannelli solari non sono una strada percorribile: servirebbero aree immense, e nessuna agenzia al mondo può trasportare su Marte le migliaia di pannelli e di chilometri di cavi necessari a coprire il fabbisogno anche si un piccolo equipaggio. Qualche tempo fa l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) investigò sulla possibilità di spedire un piccolo reattore nucleare su Marte per produrre energia. Attualmente, infatti, i reattori dei sottomarini nucleari hanno più o meno le dimensioni di una cabina telefonica. Il problema è che questi vengono raffreddati con l’acqua dell’oceano, ma su Marte l’oceano non l’abbiamo. E non so quanto sarebbero contenti i coloni di utilizzare per questo scopo l’acqua dei poli, che poi dovrebbero bere. 

Ringraziamo il Dott. Luca Perri per la disponibilità e la chiarezza con cui ha dimostrato la pericolosità della missione Mars One. 

Giuseppina Iervolino