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Eroica Fenice

La Tag: arte contiene 11 articoli

Eventi/Mostre/Convegni

Raffaele Messina presenta due libri ambientati nella Napoli secentesca

Raffaele Messina presenta “Masaniello Innamorato” e “Nella Bottega di Caravaggio”, alla scoperta della Napoli del Seicento tra arte e letteratura Lo scrittore Raffaele Messina ha presentato i due libri “Masaniello Innamorato” e “Nella bottega di Caravaggio” presso la Feltrinelli Point del comune napoletano di Pomigliano d’Arco. La presentazione della coppia di volumi, editi da Colonnese Editore, è avvenuta nel pomeriggio di mercoledì 23 giugno assieme al primo cittadino pomiglianese Gianluca del Mastro. I due libri, secondo il progetto dell’autore, sono i primi due volumi di una trilogia ambientata nella Napoli del 1600, per il terzo volume bisognerà aspettare la pubblicazione nella primavera del 2022. Gianluca del Mastro, sindaco di Pomigliano d’Arco, introduce gli spettatori alla presentazione dei due volumi “Finalmente siamo dal vivo e questa è una bella testimonianza da parte degli spettatori”. Così il sindaco del Mastro ha introdotto il tema dell’incontro e gli argomenti trattati nei due libri di Messina. “In questi due libricini l’autore ci fa una proposta letteraria molto interessante, che è quella di […] focalizzarsi sul Seicento, un Seicento formalmente napoletano. […] Si tratta di una Napoli molto affascinante, è una Napoli un po’ che ci sfugge. Perché voi dovete pensare che noi conosciamo, nel nostro immaginario, […] una Napoli un po’ più tarda, quella borbonica e pre-borbonica, cioè la Napoli settecentesca, quella di Basile. La conosciamo bene perché gli autori ce ne parlano a lungo.” Un altro aspetto interessante di questi due volumi sono le traduzione in lingua inglese, nonostante il sindaco sostenga l’idea che la traduzione sia un tradimento del testo, ma stavolta le due traduttrici sono riuscite a trovare dei termini inglesi che riescono a rendere l’idea delle parole originali in dialetto: “Per un traduttore […] è geneticamente impossibile riuscire a rendere delle cose, delle espressione come vi dimostrerò. [….] piennello ‘e pummarole è intraducibile, la traduttrice ha preferito piennolo of tomatoes. […] starving in inglese significa affamato, è un qualcosa diverso da hungry, […] tutta a’Maronn e’fame […] vi saluto con have a nice day ossia stat buon”. Raffaele Messina e la Napoli del volume “Masaniello Innamorato” Successivamente, è intervenuto l’autore Raffaele Messina affermando che “il raccontare veloce e facile è lo scopo della collana” e lo stesso Messina ha immaginato che il suo “libro potesse accompagnare i lettori in luoghi comuni come il mare oppure il parco pubblico”. Il tentativo è quello di rendere “leggeri”, seguendo l’idea proposta dallo scrittore Italo Calvino, e “dare un’idea, un significato e un momento di riflessione.” “Masaniello innamorato e altri racconti” presenta tre narrazioni accomunate dal tema della fame. La fame come privazione, fame di cibo, fame d’amore se vogliamo il primo racconto, mentre il secondo è una riscrittura di un racconto popolare che ho appreso da una mia bisnonna [in riferimento alle origini siciliane dell’autore], la cultura araba mi è arrivata in modo genetico assieme al latte e alla pastina della mia bisnonna che mi faceva mangiare raccontando le storie. [….]”. In Masaniello Innamorato ci sono il tema della fame di cibo e quella di amore, infatti la […]

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Culturalmente

La colazione sull’erba, l’opera di Manet che fece scandalo

La storia dell’arte è ricca di opere che hanno fatto discutere pubblico e critica, generando scandalo. Tra queste rientra il dipinto a olio su tela realizzato tra il 1862 e il 1863 dal pittore parigino Édouard Manet, Le déjeuner sur l’herbe (La colazione sull’erba). L’esposizione dell’opera, oggi conservata al Musée d’Orsay di Parigi, generò scalpore per la presenza di un nudo femminile e di borghesi abbigliati con abiti contemporanei. Questo dipinto ha tuttavia influenzato lo stile dei futuri impressionisti. Approfondiamone la storia. La colazione sull’erba: il soggetto Il famoso dipinto di Manet ritrae due uomini e una donna che nel corso di una passeggiata si sono fermati nel bosco per riposarsi. La donna posta in primo piano è completamente nuda e siede sull’erba al cospetto dei due uomini borghesi in abito scuro. Lo sguardo della donna è rivolto sfrontatamente verso l’osservatore; il suo braccio destro è sollevato verso il viso ed appoggiato sulle gambe raccolte. Dietro di lei c’è un uomo seduto con un’espressione pensierosa. L’altro uomo è invece disteso con la gamba sinistra verso la donna e il ginocchio destro piegato e tiene nella mano sinistra un bastone da passeggio. Nell’angolo a sinistra della tela sono rappresentati, sotto forma di natura morta, i resti del pranzo: si vede un cestino, poggiato sugli abiti femminili, contenente qualche frutto e del pane. In secondo piano si vede poi un’altra donna in sottoveste che si sta bagnando le gambe nel fiume. A destra vi è una barchetta posata a riva. Tra gli alberi al centro, invece, si intravede il paesaggio in lontananza e tra i rami un uccellino che aleggia in alto. Si sa che per le figure femminili del quadro fece da modella Victorine Meurent, un’operaia di Montmartre all’epoca diciannovenne, mentre per i due uomini in primo piano Manet si ispirò al fratello Gustav e al cognato (in primo piano), lo scultore olandese Ferdinand Leenhoff. A cosa s’ispirò Manet? Siamo nel pieno dell’800, Manet è un pittore in erba, ha già qualche incarico tra le mani ed è sempre pronto a sperimentare qualcosa di nuovo. Ama studiare i grandi maestri del passato, in particolare Rembrandt, tanto che si è recato nei Paesi Bassi per analizzare da vicino i suoi capolavori e scoprire i segreti del suo talento. Proprio mentre si trova qui, gli viene l’intuizione per l’opera che realizzerà qualche tempo dopo, per la quale si lascia ispirare anche da “Concerto campestre” (1509-10) di Tiziano e da alcune stampe cinquecentesche del pittore veneziano Marcantonio Raimondi (1482 ca.-1534), a loro volta tratte dal “Giudizio di Paride” (1515-16) di Raffaello, stravolgendo tuttavia questi modelli. E’ un giorno dell’agosto del 1862, Manet si trova ad Argentuil, in Francia. Qui vede alcune ragazze nuotare nella Senna e decide di ambientare l’opera che aveva in mente in quel luogo. Lo scandalo Dopo un anno intero di lavoro, Manet, pur essendo consapevole che non tutti avrebbero compreso il suo dipinto, candida La colazione sull’erba al Salon del 1863, accettando di sottomettersi al giudizio della commissione chiamata a […]

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Culturalmente

Preraffaelliti. Storia e caratteristiche

Il movimento preraffaellita (detto anche “confraternita dei preraffaelliti”) nasce e si sviluppa attorno al XIX secolo, nell’Inghilterra vittoriana. Un periodo di relativa pace e di sviluppo per il paese, ma anche pieno di contraddizioni al suo interno. Il lungo regno della regina Vittoria (1837-1901) fu caratterizzato da un’incessante fiducia nel progresso e nella fede. La seconda rivoluzione industriale, iniziata nel 1856, aveva aumentato il benessere delle classi agiate. Di contro i poveri erano costretti a vivere nei sobborghi e nelle periferie delle città in condizioni drammatiche, messe in luce dai maggiori scrittori dell’epoca come Charles Dickens. I bambini furono impiegati a lavorare nelle miniere di carbone o come spazzacamini, con conseguente aumento del livello di analfabetismo. Le donne, essendo prive di diritti, si davano alla prostituzione pur di mandare avanti le proprie famiglie.  Il tutto avveniva in un clima di ipocrisia che vide il trionfo dei valori puritani: castità, pudicizia, fedeltà assoluta e timore religioso non dovevano mai mancare in una buona famiglia borghese e doveva esserne massima espressione la donna, remissiva verso il marito e dedita alla casa e alla cura dei figli. Gli stessi esponenti della cultura non mancavano di sottolineare le contraddizioni di questa società. Basti pensare al solo Oscar Wilde, scrittore spiccatamente omosessuale (quindi un “abominio” per la morale dell’epoca), ma soprattutto il mondo dell’arte che tramite varie correnti divenne il più efficace veicolo di denuncia nei confronti della società vittoriana. Tra queste correnti c’è anche la confraternita dei preraffaelliti, nata nel 1848. Preraffaelliti. Origini e caratteristiche A fondare il movimento furono tre giovani studenti della Royal Accademy di Londra: William Holman Hunt, Dante Gabriel Rossetti e John Everett Millias. Con la loro confraternita i tre pittori si opposero ai precetti accademici a cui l’arte era vincolata e che, secondo loro, si diffusero per colpa di Raffaello Sanzio. Osservando La Trasfigurazione conservata nella Pinacoteca Vaticana, Hunt aveva criticato il pittore rinascimentale «per il suo disprezzo grandioso della verità, per la postura altezzosa degli apostoli e per l’atteggiamento non spirituale del Salvatore». Raffaello era quindi ritenuto colpevole di aver corrotto l’innocenza primitiva dell’arte concentrandosi più sulla “bellezza” dei soggetti delle composizioni che sulla “realtà” rappresentata, gettando le basi per la nascita di tutti i canoni della vituperata arte accademica. C’era un solo modo per liberarsi di tutto ciò: volgere lo sguardo indietro, all’arte medievale e prerinascimentale pura e semplice, che ritraeva la quotidianità senza orpelli superflui. Da qui la scelta, da parte dei tre pittori, di adottare il nome di “preraffaelliti”. Le opinioni dei preraffaelliti andavano di pari passo con quelle di uno dei loro maggiori sostenitori, il critico d’arte John Ruskin. Egli, durante l’Esposizione Universale di Londra del 1851, definì il Crystal Palace di Joseph Paxton un «cocomero di vetro». Tanto Ruskin quanto Hunt e compagni erano accomunati da una certa repulsione verso la moderna società industriale, fatta di fabbriche e macchine che avevano allontanato l’uomo dal rapporto intimo con la natura. Anche i temi scelti aderiscono alla scelta di opporsi alla negatività portata dalla società […]

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Culturalmente

La Zattera della Medusa, analisi del dipinto di Géricault

Analisi de La zattera della Medusa, celebre dipinto del pittore francese Théodore Géricault risalente al 1818-1819 Théodore Géricault nacque nel 1791 da una famiglia di stampo borghese che gli permise di avere un’ottima formazione. Ebbe la possibilità di studiare presso gli studi pittorici di Carle Vernet e Pierre-Narcisse Guérin e di completare gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Parigi. Nel 1812 espone al Salon del Louvre la sua prima opera, Ufficiale dei cavalleggeri della Guardia imperiale alla carica. Fin da subito Géricault mette in chiaro la missione che caratterizza la propria arte: la riproduzione sì della storia a lui contemporanea, soprattutto le guerre napoleoniche, come facevano i suoi colleghi, ma concentrandosi su quelli che sono i personaggi secondari: da soldati semplici a ufficiali sconosciuti, figure i cui nomi si sono persi nella matassa della storia e le cui azioni hanno contributo al successo o meno di determinate imprese. Al 1816 risale il suo viaggio in Italia dove studiò le sculture di Michelangelo, i dipinti di Raffaello Sanzio e quelli di Caravaggio. Altre famosissime opere di Géricault sono la serie delle monomanie (o “degli alienati”, 1822-23), ritratti a mezzobusto di persone affette da disturbi psichici relativi a un comportamento ossessivo che sfocia nella follia. Il pittore era molto interessato a questo tema, come dimostra il fatto che si concentra sulle espressioni facciali di questi uomini e donne, forse pazienti di un manicomio, in un periodo in cui la medicina inizia a interessarsi alla cura dei disturbi della mente. L’opera che però viene associata automaticamente all’artista è La Zattera della Medusa, realizzata tra il 1818 e il 1819 ed esposta al Louvre. La genesi dell’opera è legata a un fatto di cronaca che all’epoca suscitò molta impressione: il naufragio della fregata La Méduse. La Zattera della Medusa, antefatto Nel giugno del 1816 La Méduse partì da Rochefort in direzione di Saint-Louis, sulle coste del Senegal. Capo della spedizione era Hugues Duroy de Chaumareys, un capitano con poca esperienza nei viaggi marittimi. Il 2 luglio del 1816 la fregata si incagliò su un banco di sabbia a 160 chilometri di distanza al largo della Mauritania. A nulla servirono i tentativi di discagliare l’imbarcazione e il 5 luglio una parte dell’equipaggio si imbarcò sulle sei scialuppe di salvataggio. Per i restanti 150 passeggeri fu costruita una zattera che venne trainata dalle scialuppe sotto la guida di Chaumareys. La zattera iniziò ad affondare per il peso degli uomini e la cima che la teneva legata alle altre navi crollò. Iniziò così un’odissea lunga 13 giorni: nella sola prima giornata morirono 20 persone (alcune si suicidarono) e dalla nona iniziarono a registrarsi episodi di cannibalismo. Questo terribile incubo si concluse il 13 luglio quando i dieci superstiti furono soccorsi da un battello. Cinque di loro morirono durante la notte. I giornali dell’epoca dedicarono ampio spazio all’episodio che, come è facile immaginare, suscitò enorme scandalo in patria. Il capitano Chaumareys venne processato per aver abbandonato a morte sicura i componenti dell’imbarcazione e fu condannato a […]

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Culturalmente

Stanza di Eliodoro: l’arte e la magia di Raffaello nei Musei Vaticani

La Stanza di Eliodoro è una delle quattro Stanze di Raffaello presenti nei Musei Vaticani in Vaticano, chiamate così poiché affrescate dal grande pittore urbinate e dagli allievi della sua bottega. Queste stanze sono state affrescate dal 1508 al 1524 e, oltre alla Stanza di Eliodoro, vi sono anche la Stanza della Segnatura, la Stanza dell’Incendio di Borgo e la Sala di Costantino. Da ovest a est si susseguono una serie di ambienti di forma rettangolare, che presero il nome dagli affreschi situati. La Stanza della Segnatura, la Stanza dell’Incendio e la Stanza di Eliodoro sono coperte da volta a crociera e misurano circa 7 m per 8 m, mentre la Sala di Costantino 10 m per 16 m. Stanza di Eliodoro:  tra arte e magia di Raffaello Mentre era in completamento la Stanza della Segnatura, nell’estate del 1511 Raffaello iniziò ad elaborare i disegni per la decorazione della stanza successiva, destinata a sala delle udienze. La decorazione ebbe luogo tra la seconda metà del 1511 e il 1514 e è costituita da quattro affreschi su ogni parete: Cacciata di Eliodoro dal tempio (1511-1512); Messa di Bolsena (1512); Liberazione di san Pietro (1513-1514); Incontro di Leone Magno con Attila (1514). Sul soffitto sono rappresentati quattro episodi biblici che evocano la protezione di Dio al popolo di Israele, legati alle scene sottostanti. Ecco un’analisi nel dettaglio delle opere presenti nella Stanza di Eliodoro: Cacciata di Eliodoro dal tempio: mostra un miracolo che salva la Chiesa da un nemico interno. La scena ha una configurazione dinamica, con il cavaliere invocato dal sacerdote al centro, Onia, che irrompe a punire il profanatore Eliodoro, inviato dal re Seleuco IV Filopatore. Assiste alla scena a sinistra, sulla portantina, Giulio II in persona, proprio come si assisterebbe ad una presentazione teatrale. La pacata serenità della Scuola di Atene appare già lontana e la drammatica azione punta a coinvolgere emotivamente il riguardante. Se nella Stanza della Segnatura tutti i personaggi avevano movenze sciolte e naturali, qui iniziano a comparire quelle torsioni e quelle esasperazioni gestuali che, ispirate da Michelangelo Buonarroti, preannunciano il manierismo. Messa di Bolsena: racconta il miracolo eucaristico di Bolsena, a cui il papato era storicamente molto legato, poiché avvenuto in un momento di forti conflitti dottrinali sul mistero dell’incarnazione del Corpus Domini. Raffaello creò una scena bilanciata con cura con una contrapposizione tra il tumultuoso gruppo di fedeli a sinistra, sottolineato da strappi luministici, e la pacata disposizione cerimoniale dei personaggi della corte papale a destra, dalle tonalità coloristiche calde e corpose. Liberazione di san Pietro: composta da tre episodi concatenati, ma fortemente unitari, e tutta giocata sui contrasti di luce, tra l’ambientazione notturna e la visione luminosa dell’angelo divino. Il primo papa, soccorso e portato al trionfo nel momento più difficile delle sue tribolazioni, è raffigurato al centro nel carcere soccorso dall’angelo, mentre a sinistra un gruppo di guardie, nelle cui armature si accendono i riflessi dell’apparizione sovrannaturale e delle fiaccole, assiste impotente alla scena. A destra Pietro è già libero, condotto per la […]

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Teatro

Teatro Bellini e il suo Piano Be per la nuova stagione autunnale

Il Teatro Bellini riapre i battenti – in seguito ai lunghi mesi di lockdown – con un piano B (o, meglio, “piano Be”) per la nuova stagione autunnale. La presentazione è avvenuta in conferenza stampa, nel pomeriggio di venerdì 26 giugno, in presenza e in streaming – nel rispetto delle norme anti-Covid -. A fare gli onori di casa, i co-direttori artistici del Teatro, Daniele e Gabriele Russo. Come per gli altri teatri (e per il mondo dello spettacolo in generale), anche il Teatro Bellini ha dovuto reinventarsi nell’immaginare la “ripartenza” e affrontare non solo le difficoltà di gestione che le misure precauzionali e sanitarie impongono, ma anche il senso di incertezza e di immobilismo che caratterizza questa nuova fase della pandemia. « Mi piace guardare alla nostra proposta, Il “Piano Be”, a cui volutamente non segue il dubitativo “or not to BE” – spiega Gabriele Russo –  come se lo osservassimo dal futuro, come se fra vent’anni, guardandoci indietro, ci chiedessimo: cos’hanno fatto gli artisti, le maestranze, il pubblico, il teatro tutto per rispondere alla distanza sociale richiesta dalle misure sanitarie? » Quello che ha fatto il Teatro Bellini è, innanzitutto, annullare tutta la programmazione per la prossima stagione e, subito dopo, costruirne una nuova a partire dal “Glob(e)al Shakespeare” del 2017, chiamando il pubblico a partecipare ad un’esperienza complessiva fatta di spettacoli e artisti fra i più innovativi della scena contemporanea. L’obiettivo è, innanzitutto, rendere il teatro un vero e proprio rifugio e non un luogo tabù durante la pandemia.   « Per chi guida un’Istituzione Culturale – prosegue Daniele Russo – è difficile immaginare nuove prospettive che abbiano valore artistico e che, al tempo stesso, possano generare nuove opportunità sia lavorative che di incontro. » Per questo, il Teatro Bellini, ha scelto di ripensare i propri spazi, re-immaginare la presenza del pubblico in termini di orari e rafforzare le collaborazioni, arrivando ad un totale di 54 giorni di programmazione, con 15 spettacoli per 99 repliche in sala grande, 9 spettacoli per 40 repliche al Piccolo Bellini, 9 spettacoli di danza e 9 spettacoli per ragazzi, 8 concerti, 27 appuntamenti con il progetto “Adiacente possibile”, 2 teatri “ospiti” che gestiranno una sala e circa 150 tra artisti e tecnici impegnati nei lavori.   Teatro Bellini, i progetti: Adiacente Possibile, Be Jennifer, Piccolo Bellini, BeQui “Adiacente Possibile” sarà uno dei punti cardine della stagione autunnale, sotto la cura di Agostino Riitano, che spiega così il progetto: « L’adiacente possibile è una specie di futuro in sospensione dello stato delle cose, un insieme di nessi causali da intrecciare per reinventare il presente. Si sostanzierà in uno schermo che, come uno squarcio nello spazio fisico del teatro, darà libero accesso al tempo presente, accogliendo e restituendo immagini in presa diretta: un flusso di realtà che non imbriglieremo nelle convenzioni dei linguaggi performativi, ma proveremo ad utilizzare per verificare collettivamente le infinite possibilità di ricombinazione della realtà. » Nel “Piano Be” del Teatro Bellini sarà, inoltre, previsto lo spettacolo “Le cinque rose di Jennifer” […]

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Culturalmente

Ritratti a matita: quando nascono e come si realizzano

Ritratti a matita: cosa sono e quando sono nati I ritratti a matita sono delle rappresentazioni solitamente, come suggerisce il nome stesso, di volti, di persone, particolarmente realistici. Il ritratto è definito come una rappresentazione di un modello reale, di un essere (una persona) da parte di un artista che si impegna a riprodurre i tratti o le espressioni caratteristiche. Ricordiamo che la matita, strumento fondamentale per la realizzazione dei ritratti, come è conosciuta attualmente, fu creata nella seconda metà del XVI secolo, in Inghilterra, dove venne scoperto un giacimento di grafite pura. L’attuale forma della matita si deve a due italiani, Simonio e Lyndiana Bernacotti. Si tratta di una anima di grafite inserita in un profilo cilindrico o esagonale, solitamente di pioppo. Per quanto concerne le matite colorate, esse hanno fatto la loro comparsa solo all’inizio del XX secolo. Prima, si usavano dei pastelli di cera colorati. Le matite colorate sono state inventate da un altro produttore tedesco (la cui azienda è tuttora leader nel mercato), Johann-Sebastian Staedtler. Nell’arte, il ritratto a matita non è esclusivamente una mera riproduzione meccanica delle fattezze, ma un vero e proprio processo creativo, che mette in gioco anche la sensibilità artistica di chi lo realizza. Storicamente, il ritratto si è affermato in epoca medievale fino a raggiungere una completa dignità artistica nel Rinascimento, soprattutto grazie ai pittori italiani e dell’Europa settentrionale. Naturalmente nel corso del tempo si è evoluto, in base a tecniche e formule stilistiche differenti e sempre più avanzate. L’uso della “sanguigna”, la matita più utilizzata per i ritratti Una delle tecniche più utilizzate per realizzare dei ritratti a matita, è quella con la matita sanguigna. La tecnica nasce nel Rinascimento e l’esempio più conosciuto è l’autoritratto di Leonardo Da Vinci, famosissimo, e soprattutto molto importante poiché ha cambiato per sempre il significato di quel genere artistico. Proprio la matita, da molti artisti è stata definita una sorta di “bacchetta magica” che consente di realizzare e “toccare”, con caratteri pari alla realtà, perfettamente collimanti tra loro, oltre che lo sguardo (nel caso di un ritratto) anche l’anima nascosta dietro ad esso. Come si realizzano i ritratti a matita? Per disegnare dei ritratti a matita è necessario avere una buona concentrazione, sfruttare bene la luce a disposizione e provare e riprovare con tenacia, affinando man mano la propria tecnica. Non esistono delle regole ben precise: il disegno è un’abilità per la quale si è portati o meno, è questione di predisposizione o inclinazione alla materia, ma è possibile, tramite un buon corso, migliorare e realizzare progetti sempre più ambiziosi! Dopo aver cominciato a delineare un ritratto, bisogna captare attentamente i punti di luce attraverso le zone più luminose che permetteranno di risaltare i caratteri somatici della persona ritratta. Nei ritratti a matita, la luminosità ma anche le zone d’ombra sono molto importanti, poiché determinano il successo dell’opera, dandole un tocco di originalità. Quando si disegna un ritratto a matita bisogna utilizzare un tratto leggero che non sarà poi difficile da cancellare qualora ci […]

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Culturalmente

Lo stile gotico, uno sguardo alla sua nascita

  Proveniente dalla Francia, ecco le caratteristiche principali dello stile gotico, un modus operandi che si riversa in tutte le arti che conosciamo. Il gotico è una fase della storia dell’arte che da un punto di vista geografico, vede la luce nella regione di Parigi, per poi diffondersi in tutta l’Europa. Il gotico fu un fenomeno che interessò diversi settori della produzione artistica, arrivando persino alle cosiddette “arti minori”: oreficeria, intaglio di avorio, vetrate, tessuti… La parola si rifà ad un’origine rinascimentale, e di fatto significa “barbaro”. Il gotico si identifica come l’arte dei monarchi e della borghesia ricca. La nascita ufficiale dello stile viene considerata la costruzione del coro dell’Abbazia di Saint-Denis a Parigi, consacrata nel 1144. In quel frangente, l’architettura gotica voleva diventare un mezzo per arrivare a Dio. Le novità di tale stile si diffusero con modi e tempi diversi arrivando però in diversi stati: Inghilterra, Germania, Spagna, Italia, Austria, Boemia, Ungheria, Polonia e molti altri. In epoca gotica vi fu uno stretto rapporto tra arte e fede cristiana, ma fu anche il periodo nel quale rinacque l’arte laica e profana. In epoca medioevale l’architettura gotica era chiamata opus francigenum, mentre fu identificato come “stile dei goti” (antico popolo germanico) per la prima volta da Giorgio Vasari nel XVI vedendo in esso lo stile contrapposto a quello classico greco-romano. Il gotico in quanto stile, si fonda su caratteristiche specifiche: una di esse, si direbbe la più importante, è il fatto secondo il quale a partire da questo stile le costruzioni si basavano sul “verticalismo” visto come passaggio dal terreno al divino. La facciata generalmente era serrata da due alte torri, gli archi rampanti circondano il corpo della chiesa, allargando la base d’appoggio, scaricando il peso della struttura. Con il tempo, tali orpelli divennero anche elementi decorativi. La luce è una delle caratteristiche principali di questo stile, ed è simbolo della trascendenza divina. Le vetrate sono immense e colorate, la luce che trapela da esse è calda ed intensa. I colori predominanti sono il blu, il giallo, il rosso e il verde, ma fondendosi tra di loro regalano una gamma infinita di sfumature. Le scene in genere presentano i temi delle Sacre Scritture, dando ai fedeli più ignoranti la possibilità di capire la Bibbia attraverso l’iconografia delle vetrate. Tutte le cattedrali sono rivolte verso est cioè verso la luce. Uno dei monumenti gotici più iconici è senz’ altro la Cattedrale di Parigi, che nel corso degli anni ha subito danni gravissimi durante gli incendi della rivoluzione francese. La pianta è a croce latina, la facciata è percorsa dalla galleria dei re di Giuda e di Israele, interamente rifatta. Sul portale principale è possibile ammirare la raffigurazione del giudizio universale, dove le anime vengono giudicate da Gesù e gli angeli supplicano la loro salvezza. Vi è anche la galleria delle chimere, note come gargouilles che hanno la funzione di doccioni. L’interno è a 5 navate. Gli archi rampanti circondano la cattedrale che è tra le più vaste di Francia. […]

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Culturalmente

Gotico in Italia: un viaggio tra i più suggestivi capolavori della penisola

Il gotico in Italia si trova in maniera diversa rispetto al luogo di origine ovvero la Francia, ma soprattutto si diffuse molto tempo dopo gli altri stati europei. Il vettore principale è costituito dagli edifici dell’ordine benedettino cistercense, che dalla zona di origine borgognona, in Francia, si è espanso in tutta l’Europa occidentale. Ma il gotico italiano, o anche ” gotico temperato ”, assume caratteristiche diverse rispetto non solo alla Francia, ma anche all’Inghilterra, alla Germania e alla Spagna. In particolare non viene recepita l’innovazione tecnica e l’arditezza strutturale delle cattedrali francesi, preferendo mantenere la tradizione costruttiva consolidata nei secoli precedenti ed anche dal punto di vista estetico non trova un grande sviluppo lo slancio verticale di questa architettura. Se vogliamo collocare questo stile in un arco temporale possiamo dire che vi è una fase iniziale nel XII secolo con lo sviluppo dell’architettura cistercense, seguita da una seconda fase, dal 1228 al 1290 di ” primo gotico ”, per poi passare ad una terza fase, dal 1290 al 1385 di ” gotico maturo ” e concludere con l’ultima fase dal 1385 al XVI secolo, il cosiddetto ” tardo gotico ”. Gotico in Italia: le tre basiliche più belle ed affascinanti Fra le opere più interessanti di gotico c’è certamente la Basilica Cattedrale di Santa Maria Assunta, il principale luogo di culto cattolico di Orvieto, in provincia di Terni, capolavoro dell’architettura gotica in Italia centrale. La costruzione fu avviata nel 1290 per volontà di papa Niccolò IV con lo scopo di dare degna collocazione al Corporale del miracolo di Bolsena. Disegnato in stile romanico da un artista sconosciuto, in principio la direzione dei lavori fu affidata a fra Bevignate da Perugia a cui succedette ben presto, prima della fine del secolo, Giovanni di Uguccione, che introdusse le prime forme gotiche. Ai primi anni del Trecento, lo scultore ed architetto senese Lorenzo Maitani assunse il ruolo di capomastro dell’opera. Questi ampliò in forme gotiche l’abside ed il transetto e caratterizzò, pur non terminandola, l’aspetto della facciata come appare ancora oggi. Alla morte del Maitani, avvenuta nel 1330, i lavori erano tutt’altro che conclusi. Il ruolo di capomastro venne assunto da vari architetti-scultori che si succedettero nel corso degli anni, spesso per brevi periodi. La Basilica o il Monastero di Santa Chiara, è invece uno degli edifici più importanti e complessi del culto monumentale napoletano. Situata in via Benedetto Croce, si tratta della più grande basilica gotico-angioina della città; è caratterizzata da un monastero che comprende quattro chiostri monumentali, gli scavi archeologici dell’area circostante e diverse altre sale nelle quali è ospitato l’omonimo Museo dell’Opera, che a sua volta comprende nella visita anche il coro delle monache, con resti di affreschi di Giotto, un grande refettorio, la sacrestia ed altri ambienti basilicali. Si ricordi poi la Basilica di San Petronio, la chiesa più grande di Bologna: domina l’antistante piazza Maggiore e, nonostante sia ampiamente incompiuta, è una delle chiese più vaste d’Europa. Le sue imponenti dimensioni (132 metri di lunghezza, 60 di larghezza, con […]

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Attualità

Act Lab 3.0, un’alternativa culturale e artistica per i giovani del rione Sanità di Napoli

In queste giornate cupe e grigie di novembre, illuminate solo dalle precoci e intermittenti illuminazioni natalizie che fanno capolino in alcune strade cittadine, un ulteriore spiraglio di luce si irradia dal cuore di Napoli, quello che sembra tenersi su da sé, talvolta abbandonato a se stesso; è dal rione Sanità che, per il terzo anno consecutivo le attività del “Laboratorio di Artigianato, Creatività e Tradizioni-ACT Lab 3.0” propone un modello alternativo di società a partire dai più piccoli, offrendo una speranza di vita concreta e differente. Il tutto è possibile grazie all’attività dell’associazione “Napoli inVita – Persone, Idee, Opere per lo sviluppo sociale della Città” sostenuti dai fondi dell’Otto per mille alla Chiesa Valdese, in collaborazione con l’associazione “Crescere insieme“, il collettivo teatrale “Delirio Creativo“ e l’istituto scolastico Maestre Pie Filippini, come ci spiga in presidente della associazione capofila Luigi Mingrone. Tanti i progetti già consolidati come corsi di ceramica e arte presepiale, artigianato della carta, teatro e canto, oltre a quelli nascenti, che puntano alla riscoperta del territorio napoletano attraverso un laboratorio outdoor volto a promuovere un turismo responsabile, grazie all’intervento di guide turistiche esperte che promuoveranno la conoscenza dello straordinario patrimonio storico artistico partenopeo da parte dei giovani che potranno poi sviluppare una documentazione autonoma del materiale raccolto e delle esperienze a diretto contatto con ciò che li circonda. Uno sguardo attento e vigile quello dei collaboratori a questo straordinario progetto che preservano e insegnano come accudire ciò che di più prezioso ci viene donato: le nostre radici, accogliendo non solo i ragazzi per rubarli alla strada, ma chiunque sia respinto ai margini della società, offrendo una possibilità concreta per impiegare il proprio tempo trasmettendo il sapere e i mestieri antichi, che come quello degli artigiani presepiali, affondando le proprie radici nella nostra città. Il progetto si pone come una vera e propria attività terapeutica e una possibilità alternativa, perché nessuno si senta mai condannato a un destino che non è quello che avrebbe scelto. Attraverso l’arte dunque si strappa il fiore della gioventù napoletana a una corruzione epidemica ma non insanabile come dimostrano le parole e gli sguardi di coloro che si impegnano ogni giorno in queste attività, nonché gli splendidi risultati artistici di questi laboratori, da quelli materiali quali pastori e vere e proprie sculture in ceramica, all’artigianato in carta, ai disegni multicolori dei bambini che prendono parte ai laboratori, capaci in questo modo di esternare l’arcobaleno di colori che si portano dentro. “Sembra sempre impossibile finché non viene fatto” è lo slogan dell’associazione “Napoli inVita”, che sembra concretizzarsi nelle azioni di queste associazioni che sono realmente idee persone e opere, dimostrando che la cultura, etimologicamente “coltivare, prendersi cura”, ha bisogno di pazienza per attecchire, ma che piantando piccoli semi e irrigandoli a piccole dosi si può ottenere un grande risultato. E come un vento che si insinua lento tra i vicoli stretti e affollati del rione Sanità, l’ACT Lab 3.0 sparge tutt’intorno piccoli semi di luce che sanano, appunto. Il segreto che ci trasmettono è […]

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