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Eroica Fenice

La Tag: cina contiene 10 articoli

Fun & Tech

Arriva Xiaomi, azienda cinese alla conquista dell’Italia

“Prodotti sorprendenti, prezzi onesti”: con questo slogan, Lei Jun, fondatore dell’azienda cinese Xiaomi, definisce la peculiarità della sua società. Fondata nel 2010, la compagnia orientale che produce smartphone, tablet e apparecchi di domotica, finora non ha venduto ufficialmente i suoi prodotti in Europa o in Italia, dove erano acquistabili solo d’importazione con la ROM cinese da sostituire con ROM globali. Quest’anno però, Xiaomi debutta formalmente nel nostro Paese con la conferenza stampa prevista il 24 maggio e l’inaugurazione, il 26 maggio, del suo primo negozio a Milano. L’azienda è pronta a partire alla conquista del mercato italiano, prima con smartphone e braccialetti fitness, per poi allargare sempre di più la sua offerta di apparecchiature tecnologiche, le cui caratteristiche fondamentali appaiono evidenti: design elegante, buoni materiali, ottime prestazioni, ma senza il superfluo. Oltre agli smartphone infatti, ultimamente Xiaomi si è distinta anche nella fabbricazione di altri dispositivi elettronici, dei quali i più popolari sono il Mi Band (braccialetto capace di calcolare il dispendio di energia durante l’attività fisica), il Mi Smart Scale (bilancia pesapersone elettronica), powerbank, router wifi, una videocamera digitale, un depuratore d’acqua, un purificatore d’aria e vari altri apparecchi. Lei Jun, CEO Xiaomi, ovvero l’alter ego dagli occhi a mandorla di Steve Jobs L’onestà dei prezzi sarebbe garantita dal fatto che i guadagni sull’hardware di Xiaomi non superano il 5%. Come dichiara Lei Jun, “Se il margine netto supera il 5%, restituiremo l’eccedenza ai nostri utenti. È nostra convinzione che offrire un’esperienza utente di qualità elevata e costante nel tempo sia più importante che perseguire profitti hardware una tantum. Concentrarsi sull’efficienza è più importante dei profitti a breve termine. Siamo fiduciosi che il mantenimento di profitti ragionevoli diventerà inevitabilmente una tendenza del settore; insistere ciecamente per ottenere margini più elevati non sarà sostenibile”. Chiaro quindi, l’intento di rivolgersi ad una fascia media o bassa, andando a sostituire i produttori classici, come Samsung, Huaweii, Lg, OnePlus, che ora puntano su modelli top. Ispirandosi allo stile di Steve Jobs, Jun si pone l’obiettivo di diventare il primo produttore al mondo nel giro di uno o due lustri. Effettivamente, in otto anni la compagnia ha raggiunto un fatturato di 16 miliardi di dollari e nel 2017 ha venduto 92,4 milioni di smartphone, passando da startup a colosso. Xiaomi ha firmato l’intesa con Ck Hutchison per distribuire i suoi modelli nei 3 Group Stores in Australia, Danimarca, Hong Kong, Irlanda, Italia, Svezia e Regno Unito. Nonostante l’ingresso negli Stati Uniti sia ostacolato dalle limitazioni sulle importazioni dalla Cina, la società si piazza comunque al quarto posto nella classifica mondiale dei produttori. Costruire un ecosistema globale per uno sviluppo a lungo termine Tra periferiche mobili, smartphone, droni, bici da corsa connesse alla tv intelligente, attualmente sono oltre 100 milioni i prodotti dal marchio arancione già acquistabili in tutto il mondo, che si gestiscono con le app Xiaomi. “La costruzione di un ecosistema globale ci ha fornito maggiori opportunità di sviluppo a lungo termine, ha ampliato i nostri confini e ha ulteriormente rafforzato le nostre […]

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Fun & Tech

Xian: torre contro l’inquinamento atmosferico

Nella città di Xian, nella regione centrale dello Shaanxi in Cina, è stata inaugurata una torre per ripulire l’aria da sostanze inquinanti. Il complesso occupa 2580 metri quadrati, è costituita da una torre alta 100 metri e da una serie di serre: lo smog viene aspirato e convogliato in delle serre alla base della torre. Riscaldato dall’energia solare risale lungo la torre, in questa attraversa dei filtri che rimuovono gli inquinanti. Alla fine l’aria ripulita viene rilasciata nuovamente nell’atmosfera. Secondo i dati dei ricercatori dell’Accademia cinese delle scienze, che hanno progettato il complesso, la torre è in grado di trattare 10 milioni di metri cubi di aria al giorno, e questo dovrebbe influenzare la qualità dell’aria in un’area di 10 chilometri quadrati. La torre di Xian è la versione ridotta di un sistema teoricamente in grado di purificare l’aria di una piccola cittadina. Il sistema completo includerebbe una torre da 500 metri d’altezza e 200 di diametro, con 30 chilometri quadri di serre. Torre di Xian: qual è l’efficacia? Ci sono però dei dubbi sull’efficacia della torre di Xian, espressi ad esempio dall’Independent. Basta considerare che l’inquinamento viene disperso nell’atmosfera a distanze notevoli mentre la torre è in grado di trattare solo l’aria prossima al suolo. Non è in grado di contrastare l’inquinamento a quote più alte che però influenza la qualità dell’aria della città dove si trova la torre. Inoltre la torre ripulisce sì una notevole quantità d’aria, ma questa è piccola se paragonata al volume di smog che avvolge una città. Ad esempio considerando una citta di 10×10 chilometri ed uno strato d’atmosfera alto 1 chilometro abbiamo un cubo di 100 km3. La torre di Xian è in grado di ripulire ogni giorno 10 milioni di metri cubi: 0,01 km3 su 100. Per questo motivo i dati sui miglioramenti della qualità dell’aria sono da prendere con il beneficio del dubbio. È ancora da dimostrare sul lungo periodo che i miglioramenti siano dovuti all’impianto per la depurazione dell’aria e non a fenomeni climatici favorevoli. Per contrastare l’inquinamento è più proficuo investire sulla prevenzione, bloccando le sostanze inquinanti prima che siano disperse nell’atmosfera. Per questo probabilmente la torre di Xian avrà lo stesso destino di altre tecnologie pensate per riassorbire l’inquinamento, abbandonate per scarsa efficienza o effetti trascurabili. Basta vedere la vernice pensata per riassorbire gli ossidi di azoto dall’atmosfera tramite una reazione chimica. Il governo inglese ha pubblicato uno studio per valutare l’efficacia di un eventuale uso a Londra: avrebbe avuto gli stessi problemi della torre di Xian (nessun contrasto all’inquinamento in quota ecc.). Per questo anche utilizzandola in quantità abnormi gli effetti sarebbero stati trascurabili. Francesco Di Nucci

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Eventi/Mostre/Convegni

L’Esercito di Terracotta in mostra a Napoli

Approda a Napoli dal lontano Oriente la mostra L’Esercito di Terracotta e il Primo Imperatore della Cina. La mostra, prodotta dalla giovane società di comunicazione LiveTree e curata da Fabio Di Gioia, è stata inaugurata il 24 ottobre 2017, e sarà possibile ammirarla fino al 28 gennaio 2018 presso la Basilica dello Spirito Santo, in via Toledo 402 a Napoli. L’esposizione comprende gli oggetti, i marmi e le statue scoperti nella necropoli dedicata al primo imperatore della Cina Qin Shi Huangdi, la cui storia risale a più di due millenni fa. Egli fu colui che pose le basi per la struttura governativa cinese che a tratti sopravvive ancora ai giorno nostri. L’Esercito di Terracotta e il Primo Imperatore della Cina comprende esposizioni che fanno sì che gli astanti possano instaurare un intimo rapporto con l’idea del mondo ultraterreno così com’era percepito all’epoca quasi mitica a cui appartengono i rarissimi reperti. LA GENESI DELL’ESERCITO DI TERRACOTTA E L’IDEA DI IMMORTALITÀ Tutti i reperti, il vasellame, le decorazioni e gli utensili esposti in occasione della presente esposizione, che rappresenta una Prima italiana, si configurano come una sorta di “bagaglio” che l’imperatore Qin Shi Huangdi portò con sé nel misterioso viatico che lega il mondo dei vivi a quello dei morti. Quasi alla maniera delle usanze egiziane, per cui si accompagnavano al sarcofago dei grandi faraoni oggetti che potessero agevolare il trapasso e glorificarne l’assunzione tra gli dèi, i numerosi manufatti rispecchiano l’idea per cui nel mondo delle ombre l’Imperatore avrebbe continuato una sorta di manifestazione del suo potere regale; di qui gli oggetti di uso quotidiano come il vasellame, o i carri, o le armi, o le armature, tutto riprodotto con precisione. Il viaggio nel mondo degli spiriti diviene così un grande viaggio in cui si manifesta la consapevolezza, o il desiderio, dell’immortalità dell’uomo. Questa particolarità si esprime, inoltre, nella sapiente scelta del luogo prescelto per ospitare la mostra, ovvero la Basilica dello Santo Santo. Costruita nel XVI secolo, e trasformata nel corso delle epoche e degli stili architettonici fino al Settecento, per cui ad oggi si presenta secondo una architettura e decorazione neoclassica, pur conservando reminiscenze del suo passato manierista e barocco, la Basilica, come ha infatti osservato Susy Stracchino dell’Associazione Medea Art, impegnata nella costituzione dell’esposizione, instaura con la mostra L’Esercito di Terracotta e il Primo Imperatore della Cina un rapporto di silenziosa sacralità. L’ESERCITO DI TERRACOTTA E IL TURISMO CULTURALE Il lavoro di allestimento della mostra si inserisce perfettamente nel contesto napoletano, andando a confluire in quella messe di eventi culturali che soprattutto nell’ultimo periodo stanno dando lustro culturale alla capitale partenopea. Una Napoli come crocevia di culture che è in grado di attirare una forma di turismo diversa da quella tradizionale. Come ha osservato nella detta conferenza Virginia Gangemi, Professore Emerito dell’Università Federico II, la mostra dà la possibilità alla città di Napoli di favorire quello che è il turismo colto, che sa andare oltre le attrazioni convenzionali, complice anche il periodo invernale che vedrà attiva l’esposizione, e […]

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Notizie curiose

Cyclette-lavatrice per un bucato “green”

Basta pedalare e il bucato è pulito. Ideata dagli studenti della cinese “Dalian Minzu University”, la Bike Washing Machine è una cyclette diversa dal solito: al posto del volano anteriore ha un cestello per il bucato, mentre l’energia necessaria al lavaggio è generata dalle nostre gambe. Insomma, è una lavatrice che funziona ovunque, in modo molto semplice: prima di stringere il manubrio, occorre aprire l’oblò e inserire acqua e sapone. Una volta chiuso, possiamo iniziare a pedalare per far partire il lavaggio; per il risciacquo, basta sostituire l’acqua e azionare la centrifuga. Questa cyclette-lavatrice sfrutta l’energia che si autoproduce nel pedalare, senza ricorrere ad un elettrodomestico connesso alla rete elettrica Gli ideatori del progetto hanno unito due concetti molto semplici: andare in bicicletta o fare la cyclette rappresentano una forma di esercizio fisico molto diffusa, mentre fare il bucato almeno una o due volte alla settimana è un’attività immancabile in ogni casa, dunque, perché non provare ad unire l’utile e il dilettevole? L’introduzione delle moderne lavatrici nel mondo occidentale ha permesso a migliaia di donne, nel corso degli anni, di poter trasformare il tempo profuso nel bucato in occasione per potersi dedicare alla gestione degli aspetti familiari e lavorativi: la lavatrice, infatti, ha ridotto quasi a zero la fatica fisica connessa al lavaggio e la sua presenza nelle nostre case è a dir poco scontata. Le donne dei Paesi in via di sviluppo hanno, però, continuato ad occuparsi del bucato in una maniera che per noi può apparire anacronistica, dedicando ad esso anche più di cinque ore al giorno per più di tre giorni alla settimana, sottoponendosi a sforzi continui e spesso deleteri, soprattutto per mani, braccia e schiena. Inoltre, l’introduzione delle lavatrici moderne in Paesi del Sudamerica, dell’Asia o dell’Africa non è solitamente possibile, a causa del mancato accesso alla corrente elettrica nelle aree più povere. Infine, l’inquinamento che l’utilizzo dei detersivi chimici ideati per le lavatrici moderne provoca nelle aree rurali, non fa di esse la proposta risolutiva ideale. Una soluzione innovativa, sostenibile e a basso impatto ambientale è certamente costituita dalle lavatrici ecologiche, ispirate alle antiche lavabiancheria, come la Giradora e la Drumi; azionate a pedali, dunque senza l’ausilio di corrente elettrica, consentono di risparmiare tempo, acqua e energia. Il movimento del pedale fa ruotare il cestello e attiva il ciclo di lavaggio, mentre l’acqua si riversa nello scarico della doccia, tramite una valvola azionata da un pulsante. Dopo i prototipi a pedali, arriva ora l’innovativa lavatrice azionata da una vera e propria cyclette Al momento la Bike Washing Machine è solo un concept studentesco e non è ancora chiaro se la portentosa cyclette sarà in grado di sostituire completamente la normale lavatrice; del resto, gli ideatori del progetto stanno ancora lavorando al modello, per renderlo sempre più efficiente. Tuttavia, la notizia sta già facendo furore in rete. È chiaro che l’idea di faticare sulla cyclette, in cambio di qualcosa in più del sudore – che già di per sé gioverebbe fin troppo a ciascuno! – sta ammaliando tutti i […]

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Teatro

Mo Yan, “Le Rane” alla Galleria Toledo

In cinese, i caratteri 蛙 Wā, (rana) e 娃 Wá (bambino), hanno una pronuncia quasi identica. Questa è la costante linguistica e metaforica che accompagna lo spettacolo teatrale, andato in scena il 28 e il 29 aprile al teatro Galleria Toledo, del laboratorio degli studenti di cinese dell’Orientale che, come ogni anno, viene coordinato e diretto con successo dalla professoressa M.Cristina Pisciotta e da Lorenzo Montanini, grazie all’aiuto e al supporto dei docenti e dei lettori dell’Istituto Confucio. L’opera scelta per questo nuovo ciclo è stata Le rane di Mo Yan, testo che per i temi storici, politici e sociali letti in chiave fantastica, richiama, per molti aspetti, il realismo magico di Marquez, in cui il piano onirico e quello del reale  si confondono continuamente. Mo Yan, le rane e il Partito Le rane ripercorre la storia di una Cina che, nel corso del XX secolo, vive un mutamento che va di pari passo con la nascita e la radicalizzazione del Partito Comunista. La pièce si apre con la rappresentazione di una comunità nella quale il “glorioso popolo cinese” ottiene la sua più alta realizzazione nell’atto della procreazione: la nascita dei bambini viene incentivata e diviene un rituale quasi sacro. Emblema di questa sacralità, custode del dono della fecondità e dell’abbondanza, è proprio Wan Xin, personaggio al limite tra il mito e la tragedia, ostetrica grazie alla quale, si dice, siano venuti al mondo tutti i bambini della regione di Gaomi, tra le più popolose della Cina. Il palco è un tripudio di colori, danze, suoni, corpi che si incontrano e si sfiorano: è la metafora della nascita, della nuova vita che si genera. Ma le grandi maschere delle rane, anche queste interpretate dagli studenti, non lasciano mai la scena, quasi ad annunciare un’incombenza, un destino tragico che attende la popolazione. E, infatti, al mutare della politica, corrisponde un totale stravolgimento dello scenario. Avere più di un figlio diventa ora una condanna. Pensino la “zia” Wan Xin, devota al partito comunista, cambia prospettiva: la donna, che aveva sempre simboleggiato la vita, veste, attraverso repentini cambi di scena, i panni dell’“angelo della morte”, figura controversa che entra come un’ombra nell’intimità delle famiglie per controllare le loro vite e i loro sogni attraverso aborti, vasectomie e imposizione forzata di metodi contraccettivi. La cultura cinese alla Galleria Toledo Scena dopo scena, gli studenti dell’Orientale sono riusciti a dare coerenza e tragica bellezza alla metafora fantastica e allo stesso tempo grottesca delle rane, simbolo dei bambini mai nati, attraverso l’intreccio tra due culture molto distanti tra loro, la fusione dell’italiano e del cinese, ma anche utilizzando mezzi di comunicazione differenti. I movimenti “stridenti” del corpo, le musiche e i testi arricchiti dall’interpretazione di canzoni italiane note agli spettatori, hanno dato vita ad un affresco dinamico e colorato, mai banale, di una Cina che grazie al lavoro dell’Orientale è sempre più vicina a Napoli e a chiunque voglia avvicinarsi a questa cultura. Sara Melis e Marcello Affuso ———— Le rane è in offerta su Amazon. Clicca qui […]

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Attualità

Canada: fornitore ufficiale d’aria pulita

16 Orizzontale. Quattro lettere. Saranno passati circa quindici anni. Ma certi istanti, anche se non proprio memorabili, anche se uguali a tanti altri istanti, ti restano impressi nella mente. Non lo sai mica il perchè. E così in questi giorni, tra un telegiornale ed un altro, la mente arriva a quel ricordo, lo rispolvera e diventa attuale. Attualissimo. Un’anziana signora, a capotavola di una tavola in una cucina di un quarto piano qualunque nel mondo, fa le parole crociate. Legge una definizione a voce alta (forse tutte le ha lette a voce alta, ma la memoria ha trattenuto solo quella). “16 Orizzontale. Quattro lettere. La respiriamo gratuitamente.” L’ottantenne senza pensarci neanche un secondo, scrive la risposta in quelle quattro caselle bianche, è abituata a fare le parole crociate lei. Ma commenta quella definizione, a testa bassa. A voce alta, ma a testa bassa, come se lo stesse dicendo ad una se stessa amareggiata. “Chissà come mai ancora non hanno pensato di tassarla.” L’aria. Stavano parlando dell’aria lei e la settimana enigmistica. Qualcuno dovette ascoltare quel commento fatto a testa bassa, ma a voce alta perchè solo quindici anni dopo, non è più gratis l’aria. Non per tutti. La Cina, infatti, di aria non ne ha più. Non quella pulita almeno. La situazione “smog” è seria e decisamente preoccupante, tanto da portare le autorità – il 7 Dicembre scorso – ad innalzare il livello d’allarme a rosso, vale a dire massima allerta. Le mascherine antismog sono d’obbligo per i vigili urbani, ma non sono i soli a farne uso. I livelli d’inquinamento sono talmente alti, però, che le sole mascherine non bastano. Gli ospedali hanno registrato un aumento di ricoveri infantili per problemi respiratori. Canada vende, Cina compra Il Canada non si fa scappare l’occasione: vende aria pulita. La Cina la compra, non può fare altrimenti. La ditta canadese Vitality Air di Moses Lam e Troy Paquette, infatti, imbottiglia aria fresca e la vende ai cinesi per 28 dollari l’una. Ma il Canada ha pensato anche a coloro che non possono permettersi questa spesa. Una bottiglia si può acquistare anche a 24 dollari. Ci si dovrà accontentare di aria un po’ meno raffinata, ma in tempi di allarme rosso non ci si può permettere di fare gli schizzinosi. Ogni bottiglia contiene circa 7.5 litri d’aria. A conti fatti, l’aria della fredda Canada costa cinquanta volte di più dell’acqua minerale. Le bottiglie d’aria sono andate a ruba e, visto il successo, Vitality Air sta pensando di mirare all’Afganistan e all’Iran. Ma se l’Italia continua così, il Canada farà affari d’oro anche nel nostro stivale. Si perchè, a causa delle mancate piogge e delle cattive abitudini nostrane, i livelli d’inquinamento preoccupano anche il belpaese. Se quella anziana signora fosse ancora viva, oggi, farebbe parole crociate molto diverse. 12 Verticale. 5 lettere. Lo stiamo rovinando, o forse l’ abbiamo già rovinato. Roberta Magliocca

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Attualità

Cina: abolizione della legge del figlio unico

In Cina è stata revocata la One child policy, la legge del figlio unico, in vigore dal 1979. Le coppie, dunque, non dovranno più rispettare l’obbligo di dare alla luce un unico figlio, bensì due. È la conquista di una libertà, seppur parziale, che permetterà alla Cina di riscattarsi. Le motivazioni che spinsero la Cina al varo di questa legge sono da individuare negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione cinese, al termine della quale Mao Tse Tung instaurò la repubblica e vi rimase a capo fino al 1976 divulgando l’idea che una popolazione numerosa avrebbe contribuito all’affermazione della forza e della grandezza della Cina. Agevolò così una crescita demografica che fece della Cina lo stato più popoloso del mondo: vietò gli aborti, le sterilizzazioni, l’uso dei contraccettivi e statuì dei bonus mensili per le famiglie più numerose. Le conseguenze di questa politica diedero numeri da capogiro: negli anni Settanta la Cina includeva il 25% della popolazione mondiale, nascevano circa trenta milioni di bambini ogni anno e i due terzi della popolazione erano composti da giovani al di sotto della trentina. Ma le risorse per soddisfarli tutti non c’erano. Bisognava intervenire: l’enorme crescita demografica minacciava le strutture economiche e sociali della Cina. La Cina fu percossa così da una prima politica di pianificazione familiare, la Wan Xi Shao, che imponeva alle donne al massimo due gravidanze in età avanzata e con intervalli prolungati tra l’una e l’altra. Ma non bastò. Il controllo dello Stato per osteggiare il massiccio incremento demografico necessitava di decisioni più drastiche. La Cina fu costretta a soggiacere a norme sempre più rigide a partire dal 1979. La Cina accoglie una seconda politica di pianificazione familiare Un solo figlio. Non di più. Chi non si atterrà a questa legge dovrà pagare un’ammenda di migliaia di yuan, un valore di circa quattro volte superiore ad uno stipendio medio annuo. E riuscire a pagarla in Cina è complicato: il tenore di vita è molto basso. Il ministero delle nascite verificherà che la norma verrà rispettata e a quest’organo bisognerà chiedere l’autorizzazione per concepire un figlio. Se, malauguratamente, una donna scoprirà di essere incinta otterrà agevolazioni economiche per rispondere alla gravidanza con un aborto. Le stesse agevolazioni spetteranno alle donne che vorranno procedere con la sterilizzazione. Il prezzo pagato dalla Cina per il raggiungimento dell’obiettivo del calo demografico è stato salatissimo. Le donne sono state costrette ad aborti indotti anche al sesto mese di gravidanza; i figli non autorizzati dal ministero non venivano registrati all’anagrafe per evitare il pagamento della tassa: per lo Stato non sono mai esistiti e mai esisteranno. Il ministero controllava anche il sesso dei nascituri: se maschio era accettato perché la forza maschile era qualità ambita nei lavori più duri; se femmina veniva uccisa o affidata ad un orfanotrofio perché solo fonte di spese. Negli anni Novanta, infatti, le statistiche hanno registrato picchi altissimi di infanticidi femminili in Cina: ne derivò une netta maggioranza di uomini rispetto alle donne – circa trenta milioni di unità in più – che, […]

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Culturalmente

Comunità matrilineari: una differente realtà

Constatare che al giorno d’oggi esistano comunità organizzate in strutture matrilineari potrebbe sorprendere non poco. In fondo la storia ci ha insegnato che sin dall’antichità il compito di continuare la discendenza parentale è sempre spettata all’uomo, il quale ha garantito, fino ad oggi, la prosecuzione del cognome attraverso i figli. Qualcuno sostiene, però, che nell’età primitiva prevalessero le comunità matrilineari in forma di matriarcato e che la famosa storia delle Amazzoni si rifacesse proprio a quel periodo: le Amazzoni, donne guerriere, escludevano dalla loro società qualsiasi uomo e uccidevano o restituivano al padre ogni figlio maschio, non dopo averlo reso incapace di combattere. I greci, noti forse più dei romani per il loro maschilismo, giudicavano negativamente questo mito e relegavano alla donna solo ruoli secondari. E questo è stato il destino della donna di famiglia nei vari secoli: nel Medioevo come nel Rinascimento, passando per l’Umanesimo, la donna non ha mai avuto potere decisionale. Era inconcepibile pensare a strutture matrilineari. E così fino al secondo Dopoguerra quando è salita a galla la questione dell’autonomia della donna e i suoi diritti. Seppur in forte minoranza rispetto ai diffusi canoni patrilineari, ancora oggi si possono toccare con mano realtà matrilineari in giro per il mondo. La donna è la figura centrale intorno alla quale gravita tutto: a lei spettano le competenze genitoriali, le decisioni più importanti della famiglia e il prosieguo del cognome. Comunità matrilineari nel mondo In Africa le tribù matrilineari sono numerose. A nord del fiume Zambesi le etnie Yao e Makonde hanno preservato una millenaria tradizione di matrilinearità: i figli e il patrimonio appartengono alla madre e, dopo il matrimonio, spetta al marito trasferirsi nel villaggio della moglie. Presso il popolo dei Makua, in Mozambico, al padre non spetta la patria potestà e il cognome dato ai figli sarà quello materno. Nell’Africa occidentale spicca la tribù Kru e in Ghana quella Akan. L’etnia Kongo, presente nell’Africa centrale, era riuscita in passato a costituire il Regno del Kongo su strutture matrilineari, dove i figli appartenevano al lignaggio della madre e allo zio paterno ne erano affidate le responsabilità e l’autorità. Una tribù con strutture matrilineari è presente anche tra Colombia e Venezuela: è quella Wayùu che conta circa trecentomila persone al suo interno. In Asia, nella provincia cinese dello Yunnan, risiede la tribù dei Mosuo che oltre ad essere spiccatamente matrilineare, con conseguente ruolo marginale dell’uomo, possiede costumi davvero interessanti e particolari. Le leggi che ne regolano la sopravvivenza non prevedono il matrimonio: la vita sentimentale è totalmente distinta da quella familiare. Ogni famiglia è presieduta da una capofamiglia detta Dabu, la donna più anziana alla quale spettano tutte le decisioni. Nei Mosuo nascere donna è considerata una benedizione. La figlia femmina fino ai tre anni vive con la madre, poi fino ai tredici con la Dabu che la educa. Raggiunta la maggiore età, i tredici anni appunto, la ragazza riceve le chiavi della camera dei fiori, dove potrà ospitare ogniqualvolta vorrà degli uomini per intrattenere rapporti amorosi. Gli ospiti dovranno porre […]

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Notizie curiose

La moda del face-bikini impazza in Cina

Lottatori di Wrestling, Supereroi o Rapinatori di banche? Niente di tutto questo, il costume che vedete è un face-bikini.  Le donne immortalate qualche giorno fa dal britannico Daily Telegraph sono bagnanti cinesi. Indossano una maschera protettiva che copre loro l’intero volto, lasciando aperture solo per occhi, naso e bocca. Questo indumento, che somiglia ad un passamontagna, è infatti la moda del momento; è realizzato in nylon e viene chiamato face-bikini, ovvero, bikini per il viso. Alcune di queste maschere sono disponibili in vari modelli e colori, che vanno dal blu elettrico al rosa caldo. Secondo Wantchinatimes.com il prezzo dei capi varia dai 15 ai 20 yuan o dai 3,40 ai 4 dollari. Possono essere acquistati presso negozietti locali, ma c’è anche chi preferisce realizzarli con le proprie mani, aggiungendo gemme e ricami personalizzati. I face-bikini sono diventati popolari soprattutto sulle spiagge del Qingado, nella provincia orientale cinese di Shandong. Qui, infatti, le donne del posto hanno deciso di lanciare un look decisamente stravagante. Pare infatti che le maschere alla moda siano indossate volontariamente nella speranza di proteggere la loro pelle da scottature, meduse e alghe (problema che stanno affrontando attualmente proprio in quelle zone). Ma sembra anche che a differenza di molte bagnanti occidentali bianche, le donne cinesi non amino prendere il sole e in particolare sul viso. Ritengono infatti che la pelle scura non sia delicata come quella dei cosiddetti “bianchi”, poichè ricorda quella di contadini e braccianti soliti faticare sotto il sole. Secondo il Times, un viso abbronzato non è auspicabile in Cina: «Una donna dovrebbe avere sempre la pelle chiara», ha detto Yao, 58 anni, «altrimenti la gente penserà che sei un contadino». Negli ultimi giorni d’estate, le varie testate internazionali si sono chieste se davvero la nuova tendenza targata made in China guadagnerà popolarità in tutto il mondo. Secondo il Wantchinatimes.com è dubbio, soprattutto a causa dei diversi atteggiamenti sociali. H2-la moda del face-bikini impazza in Cina-

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Notizie curiose

Verdura, amica mia. Tendenze made in China

Cane, gatto? No! Adesso va di moda portare a spasso le verdure dell’orto. L’ultima tendenza suggerita dai giovani cinesi sembra proprio andare contro ogni umana comprensione. Alle domande sul perché di questa moda i ragazzi hanno risposto che aiuta a combattere la depressione, a scendere da casa e soprattutto a socializzare con gli altri proprietari di belle verdure fresche. Di solito i giovani si danno appuntamento in un parco e fanno incontrare i loro “cuccioli”, che vengono legati proprio come se fossero dei veri animali da compagnia. Una ragazza intervistata ha rivelato di preferire le verdure agli animali domestici perché sporcano di meno, non emettono rumori molesti e, soprattutto, non danno alcuna preoccupazione. I ragazzi si divertono molto con questo nuovo hobby, ritengono che le verdure riescano ad assorbire tutti i pensieri negativi e quindi a renderli molto più allegri e tranquilli. L’idea originale però non è nata in Cina, bensì in Giappone. Qualche anno fa era diventato famoso un tale Cornman, nome d’arte di Masahiko Naganuma, che andava in giro per la città con una pannocchia di mais. Il motivo preciso del suo gesto rimane però avvolto nel mistero: alcuni dicono sia pazzo, altri che abbia perso una scommessa. L’ uomo ha rilasciato un’intervista ad un canale televisivo giapponese in cui ha affermato di aver visto un uomo che portava a spasso un cavolo e quindi di aver iniziato anche lui per scherzo. L’uomo è diventato un fenomeno dei social network  orientali ed è stato fotografato anche dai turisti. Una celebrità insomma. Probabilmente egli  ha voluto e cercato soltanto il suo minuto di celebrità. Cosa che hanno copiato anche i ragazzi cinesi, finendo sulle tv di tutto il mondo. Ma in fondo portare verdure a spasso non fa male a nessuno, li aiuta a socializzare e soprattutto a vincere la solitudine. Un’occasione di incontro, anche se un po’ stramba, viene sempre accolta con un sorriso sulle labbra e, chissà, forse è tempo che anche i ragazzi italiani portino a spasso le verdure nostrane, magari le cipolle di tropea o un bel cavolo toscano.  Hai lettoTendenze made in China: una verdura per amica 

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