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Eroica Fenice

La Tag: cinema contiene 32 articoli

Teatro

L’attore napoletano Sergio Del Prete si racconta

Novembre, in un pomeriggio uggioso e una Napoli che non sa reagire alla pioggia, Eroica Fenice incontra Sergio Del Prete, giovane attore napoletano. Pantaloni grigi, maglietta bianca e una semplicità disarmante. Facile entrare in sintonia con lui, complice un caffè, come la tradizione napoletana impone. Fare l’attore è una scelta professionale o una scelta di vita? Sicuramente una scelta di vita, la scelta di un tipo di vita. Inizi, paradossalmente, in nome di un sano egoismo, facendo cose che ti danno una certa soddisfazione emotiva, ma fare l’attore è, deve essere, un lavoro di altruismo, di generosità verso quel pubblico spesso sottovalutato. Sposare questo tipo di vita inevitabilmente ti condiziona nelle scelte umane, nei rapporti personali. Il non avere programmi rende complicato affrontare l’ordinarietà.  Quando hai capito che “dovevi” fare questo? L’ho capito quando ho provato a fare altro ma la mente correva sempre al teatro. Ho iniziato, per caso, in un laboratorio teatrale a scuola. Poi nel periodo dell’Università, dove mi iscrissi forse erroneamente, più provavo a immaginarmi in altri contesti, più il mio bisogno di vita emotivo, sentimentale, mi trascinava sul palcoscenico, su quelle tavole dove ho trovato la mia forma quando non avevo ancora un’idea ben chiara di chi, cosa fossi. È lì che ho trovato me stesso, il mio posto nel mondo. Una malattia da cui, per fortuna, non sono più guarito.  E nel sorriso dei suoi occhi mentre descrive cosa prova quando si apre il sipario, che forse, come lui dice, nun se po’ capì, si legge un amore viscerale, prepotente, quasi contagioso.  Qual è il primo ruolo che hai interpretato? Quanto sei cambiato da allora? Ho iniziato vestendo i panni di Gennarino, un personaggio di De Filippo, avevo sedici anni. Fino a un attimo prima che si aprisse il sipario, non ero assolutamente consapevole di cosa stessi per fare, la prima battuta mi ha risucchiato in un vortice emotivo. A sedici anni la carica emotiva era molto forte, recitare significava per me uscire allo scoperto. Intanto sono cresciuto, cambiato, sono diventato consapevole: l’attore non deve emozionarsi, deve emozionare. Non nego che la scarica elettrica c’è sempre, ma l’emozione ha un’altra direzione: è di chi ti sta di fronte, non tua. Tra i ruoli che hai interpretato, c’è un personaggio che ti è rimasto sulla pelle? Che in qualche modo ti ha segnato?  Sicuramente il personaggio di uno spettacolo al quale sono particolarmente legato, di cui ho curato anche la regia insieme a Roberto Solofria: Chiromantica ode telefonica agli abbandonati amori. Un travestito che affronta un percorso quasi onirico tra personaggi che vivono nel sottosuolo. Mi ha segnato, perché ha determinato la mia personale visione del teatro, che deve essere, a mio avviso, essenziale. L’essenzialità appartiene al mio modo di vivere, di essere. Questo spettacolo ha cambiato, o meglio, ha valorizzato alcune parti di me, la mia sensibilità, cosa inevitabile quando ti trovi a scandagliare personaggi di questo tipo, messi a nudo nel loro essere persone più che personaggi. Simboli in cui ognuno può trovare qualcosa di sé, che rendono […]

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Eventi/Mostre/Convegni

accordi @ DISACCORDI: la XVI edizione al PAN

Partita ieri, 5 novembre, al Pan, il Palazzo delle Arti Napoli, in Via dei Mille 60, la sedicesima edizione di accordi @ DISACCORDI, Festival Internazionale del Cortometraggio. Una rassegna gratuita che apre le porte a un viaggio alla scoperta della produzione cinematografica di durata breve.  Dal 5 al 9 novembre gareggeranno ottantasei cortometraggi e documentari selezionati. La giuria è presieduta da Guido Lombardi, vincitore del Leone del Futuro alla Mostra del Cinema di Venezia 2011, affiancato dal cantautore Nero Nelson, due volte premio David di Donatello, e dal regista Marcello Sannino. Il Festival, che vede la direzione artistica di Pietro Piazzamento e Fabio Gargano, presenta in gara quest’anno opere sul tema dell’ambiente, della sostenibilità ambientale e dei cambiamenti climatici e, in un’altra sezione, il rapporto tra cinema breve e migranti. Tutte le opere saranno proiettate, con accesso gratuito, al PAN, nella Sala Di Stefano e allo SMMAVE, Centro per l’Arte Contemporanea in Via dei Virgini 1. accordi @ DISACCORDI Festival Internazionale del Cortometraggio QUESTO IL PROGRAMMA DI MARTEDI 5 NOVEMBRE 2019 ore 17.00 – 19.30 PAN L’EREDITÀ – (Italia, 2019, 14’55” durata) – di Raffaele Ceriello con Massimiliano Rossi, Lucianna De Falco, Laura Borrelli, Gianni Sallustro, Nicla Tirozzi ALEKSIA – (Italia, 2018, 17’16” durata) – di Loris Di Pasquale con Maria Aliev, Karina Arutyunyan, Loris Di Pasquale, Pietro Bontempo, Lucia Rea IN HER SHOES – (Italia, 2019, 19’16” durata) – di Maria Iovine con Gabriele Sangrigoli PIZZA BOY – (Italia, 2019, 15’00” durata) – di Gianluca Zonta con Roberto Herlitzka, Giga Imedadze, Marita Iukuridze, Danilo De Summa, Cristiana Raggi LA RECITA – (Italia, 2017, 15’14” durata) – di Guido Lombardi con Myriam Kere, Grazia Nota, Fèlicitè Mbezele, Mariano Coletti, Valentina Curatoli, Pina Di Gennaro – 74.ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (Venezia) / 74h Venice Film Festival – Premio MigrArti 2017 SUFFICIENTE – (Italia, 2019, 8’37” durata) – di Maddalena Stornaiuolo, Antonio Ruocco, con Alessio Conte, Agostino Chiummariello, Pina Di Gennaro – 76.ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (Venezia) / 76th Venice Film Festival –Official Selection – Giornate degli Autori / Venice days BREAK – (Cina, 2018, 2’45” durata) di Riccardo Pavone – Animazione CLOSE – (Germania, 2019, 2’33” durata) di Stephanie Fischer, Bastian Brunke con Christine Göb-Kipp, Christian Schmidt,Henri Kipp THE OPEN DOOR – (India, 2019, 0’26” durata) di Suraj Pattanayak PRIMER CUENTO – (Argentina, 2018, 2’48” durata) di Mercedes Arturo con Mariana Gagliano L’evento continuerà fino al 9 Novembre, serata che si chiuderà con la proiezione dei cortometraggi vincitori e consegna, alla presenza dei giurati, dei premi come miglior cortometraggio, miglior cortometraggio campano, best international short film, migliore regia, miglior attore, miglior attrice, miglior documentario, premio del pubblico.  Qui il programma completo. Immagine: Comune di Napoli

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Cinema e Serie tv

Us + Them: stravince al cinema il docufilm di Roger Waters

Il film concerto Us + Them esordisce al secondo posto al box office, seguendo Joker. In testa alle preferenze degli spettatori, il docufilm Us + Them è stato in programmazione nelle sale italiane per soli tre giorni, dal 7 al 9 ottobre 2019, distribuito da Nexo Digital. La pellicola, presentata in anteprima al Festival del Cinema di Venezia, ripropone lo spettacolo del cofondatore dei Pink Floyd e racconta la sua voglia di cambiare il mondo. Leader del gruppo, mente creativa, paroliere e ideatore dei temi che hanno improntato alcuni degli album più celebri, Roger Waters, noto per il suo attivismo politico – in particolare in supporto alla causa palestinese –, si è imposto a livello internazionale con il suo sorprendente tour di 157 concerti, tenuto tra maggio 2017 e dicembre 2018: un’incredibile sequenza di date sold out tra Nord, Centro e Sud America, Europa, Australia e Nuova Zelanda, con tappe in Italia a Milano, Bologna, Roma e Lucca. Il film, che ripropone integralmente lo spettacolo tenuto allo Ziggo Dome di Amsterdam, garantisce un’esperienza immersiva che consente di rivivere in 4K e Dolby Atmos la potenza dell’eccezionale tour, esaudendo perfettamente le aspettative legate alle leggendarie esibizioni dal vivo di Roger Waters, famose in tutto il mondo per gli straordinari effetti speciali, come i laser e le gigantografie. Il tutto è valorizzato dall’attenta regia di Sean Evans, direttore creativo del tour e già regista di Roger Waters: The Wall e dei video di The Last Refugee e Wait for Her. Us + Them: l’attivismo rock di Roger Waters Il valore aggiunto del concerto è, senza dubbio, il messaggio politico che Waters ha inteso veicolare. Sì, perché la scaletta non è solo ricca dei grandi classici dei Pink Floyd, ma i vari brani sono incastonati tra loro e reinterpretati in modo tale da inchiodare lo spettatore alle sue responsabilità, proponendogli crudamente il presente politicamente malsano. Così si è espresso Waters in merito al suo docufilm: «Non vedo l’ora che sia ottobre. Questo non è il classico concerto rock and roll. Molti spettatori piangeranno. Us + Them è un invito all’azione. Oggi l’Homo Sapiens si trova ad un bivio: possiamo far sì che l’amore sia l’elemento che ci unisce, possiamo sviluppare la nostra capacità di entrare in empatia con gli altri e agire collettivamente per il bene del nostro pianeta. Oppure possiamo rimanere comodi e insensibili e continuare, come pecoroni ciechi, a percorrere la nostra marcia omicida verso l’estinzione. Us + Them è un voto all’amore e alla vita». E in effetti nel suo tour, dal forte contenuto politico ed umanitario, Waters ha intessuto un incessante dialogo con il pubblico su tematiche di forte attualità ed urgenza mondiale. Sullo sfondo le immagini di guerra e dei viaggi di migranti Il film ha inizio con l’immagine di una donna di colore di spalle, seduta, che osserva il mare: una migrante che scruta nell’acqua il suo futuro senza scampo, sovrastata da un cielo che si tinge di rosso. La tragedia dei migranti e la battaglia per […]

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Cinema e Serie tv

Io, Leonardo. Il biopic introspettivo del genio del Rinascimento

A cinquecento anni dalla scomparsa del genio toscano del Rinascimento, Leonardo da Vinci (morto ad Amboise, in Francia, il 2 maggio 1519), il 2 ottobre 2019 viene distribuito nelle sale cinematografiche Io, Leonardo. Prodotto da Sky con Progetto Immagine, il biopic fortemente introspettivo combina le moderne tecniche cinematografiche con una rigorosa ricerca documentale: lo sviluppo narrativo-cinematografico lascia un po’ il posto ad una narrazione meno movimentata, dando vita ad una sorta di documentario della vita emotiva, filosofica ed artistica di una personalità che, con le sue scoperte e i suoi studi, ha lasciato una profonda eredità nell’immaginario collettivo. Il film deve la sua mirabile riuscita al regista Jesus Garces Lambert, che aveva già diretto Caravaggio – L’anima e il sangue (2018). Lambert sceglie per il suo capolavoro Luca Argentero, l’affascinante ed ipnotico ex concorrente del Grande Fratello edizione 2003, che, da allora, passando attraverso ottime prove cinematografiche come quella in Saturno contro di Ferzan Özpetek (2007), giunge in questa pellicola a spogliarsi degli stereotipi per vestire il talento di un genio immortale, una delle menti più brillanti e fuori dagli schemi che l’umanità abbia conosciuto, Leonardo da Vinci. I dialoghi del protagonista sono tratti dal Trattato della pittura, vivificati dalla voce narrante di Francesco Pannofino, che si rivolge talvolta a Leonardo, quasi ad intrattenere un dialogo con se stesso, una sorta di “lettera a Leonardo”. Io, Leonardo. Trama «… e tirato dalla mia bramosa voglia, vago di vedere la gran copia delle varie e strane forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto infra gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata d’una gran caverna; dinanzi alla quale, restato alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa, piegato le mie reni in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio e colla destra mi feci tenebre alle abbassate e chiuse ciglia e spesso piegandomi in qua e in là per vedere se dentro vi discernessi alcuna cosa; e questo vietatomi per la grande oscurità che là entro era. E stato alquanto, subito salse in me due cose, paura e desiderio: paura per la minacciante e scura spilonca, desiderio per vedere se là entro fusse alcuna miracolosa cosa». Le parole di Leonardo racchiudono in sé l’emblema del suo pensiero e del suo genio: un’insaziabile curiosità e sete di conoscenza, mosse dalla passione per lo studio dell’uomo e della natura. Tutto questo viene indagato in Io, Leonardo, dove Lambert, partendo dai suoi scritti, disegni ed appunti – mostrati al pubblico attraverso ricostruzioni digitali -, minuziosamente raccontati nel loro sviluppo, racconta Leonardo da Vinci quale studioso, matematico, scienziato, artista in tutta la complessità che lo denota. Un uomo fuori dal suo tempo (pur dall’aspetto in tono con l’estetica dell’epoca), in tumulto per l’eterno conflitto tra la sua mente in perenne ricerca e le richieste dei committenti, spesso rimaste insoddisfatte. Per Leonardo l’occhio è finestra dell’anima: tutto è possibile conoscere e sperimentare se appassionata è l’osservazione di ogni minuscolo dettaglio. In virtù di tali considerazioni, Leonardo mai si ferma all’apparenza e alla semplicità superficiale. Indaga, sviscera, studia, osserva […]

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Cinema e Serie tv

Once upon a time in Hollywood. Tarantino malinconico

Once upon a time in Hollywood, il nono film di Quentin Tarantino, è giunto alla sua seconda settimana di programmazione nelle nostre sale. Una pellicola che forse è la più personale del regista e proprio questo fattore è tanto un pregio quanto un difetto della stessa.  Once upon a time in Hollywood. Trama Los Angeles, 1969. Rick Dalton (Leonardo di Caprio) è l’ex star di una serie televisiva western e lavora assieme al suo socio, controfigura e autista personale Cliff Boot (Brad Pitt). I due vivono da vicino le conseguenze della nuova stagione vissuta da Hollywood, con registi sempre più liberi dalle logiche dello studio system e nuovi attori destinati al successo. Tra questi c’è Sharon Tate (Margot Robbie), moglie del regista Roman Polanski (Rafal Zawierucha) e nuova vicina di casa di Rick. In questo contesto Rick e Dalton cercano di ritornare alla ribalta nel mondo del cinema, mentre negli Stati Uniti il movimento hippie si diffonde a macchia d’olio e l’ombra della setta di Charles Manson (Damon Herriman) aleggia nell’aria. Once upon a time in Hollywood. Viaggio nella Hollywood degli anni ’60 – ’70 Presentato all’ultimo festival di Cannes, Once upon a time in Hollywood vede l’attenzione di Quentin Tarantino posarsi su di un anno particolare e fondamentale per la storia del cinema: quel 1969 che vide l’uscita di Easy Rider di Dennis Hopper e che fu portavoce di una nuova tendenza di fare cinema. I registi divennero sempre più insofferenti alla rigida gerarchia imposta dalle case di produzione e giunse una nuova generazione di attori che caricarono la propria recitazione di emozioni ricavate dal proprio inconscio e dal proprio vissuto (l’Actor’s Studio e metodo Stanislavskij). A questo cinema con cui è cresciuto e che non ha mai smesso di omaggiare lungo tutto la propria carriera cinematografica, Tarantino dedica una pellicola intera e ciò implica un approccio diverso dietro la macchina da presa. La preoccupazione principale consiste in quella di accompagnare lo spettatore nel mondo che lo ha formato cinematograficamente, quasi prendendolo per mano. La fotografia di Robert Richardson, fatta di colori vivi e accesi, riesce ad arricchire la ricostruzione filologica della Hollywood del 1969 in ogni suo aspetto: l’abitazione e la via in cui hanno vissuto i coniugi Polanski (la 10500 Cielo Drive, dove si consumò il massacro ad opera della Family di Charles Manson), le rievocazioni di figure come quelle di Steve McQueen (Damian Lewis) e Bruce Lee (Mike Moh), le varie sale e i vari drive-in, le citazioni ai vari telefilm prodotti in quegli anni e persino la pubblicità, senza dimenticare una parte fondamentale dello stile tarantiniano: la musica, prelevata tanto dalle colonne sonore di altri film quanto dalle canzoni dell’epoca che si sentono sparate dalle radio delle auto su cui guidano i protagonisti. Il tutto è arricchito da  citazioni cinefile sparse qua e là per tutto il film nella forma di locandine, manifesti, proiezioni di pellicole originali (di cui una rimaneggiata digitalmente, in modo da farvi “recitare” di Caprio in una scena) e molto altro […]

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Toni Servillo e Igort raccontano 5, il numero perfetto

Il 24 settembre, all’Istituto Francese di Napoli, in occasione della XXI edizione del Napoli Film Festival, Toni Servillo ha raccontato la genesi di 5, il numero perfetto, opera prima di Igort, maestro di fama internazionale, che gli appassionati di graphic novel conoscono molto bene. Film nato dal volume omonimo, pubblicato nel 2002. Concepito su carta prima, diretto sul grande schermo poi. Ci ha messo quasi 15 anni e più stesure Igort Tuveri per portarlo al cinema. Lui che non ci sta a vedere  il suo film ingabbiato in definizioni di genere. Un piccolo affresco napoletano nell’Italia degli anni Settanta, in una Napoli notturna, dai toni chiaroscurali, deserta e volutamente lontana da quella “livida e frontale alla Gomorra”. Un noir partenopeo i cui dialoghi e le voci fuori campo sono scritti con grande maestria. Bellissima la fotografia, ogni inquadratura potrebbe essere sostituita da una tavola, lo srotolarsi di un disegno dopo l’altro: “leggere un film sfogliando scene”. Toni Servillo in una napoli plumbea e piovosa  Semplice la trama, che ha per protagonista un uomo della mala, Peppino Lo Cicero (interpretato da Toni Servillo), pronto a scatenare l’inferno per vendicare la morte del figlio. Una storia di morte e vendetta che si snoda tra vicoli bui sotto una continua pioggia, lastricati lucidi e ombre che si allungano sui muri.  Impregnata di rancore, malinconia e pentimento, la storia di un uomo che riparte da quelle cinque cose che restano quando tutto sembra essere perduto: una faccia, due gambe e due braccia. Un racconto criminale atipico, tanto duro e violento quanto dolce e malinconico.  Parlando del film, Toni Servillo racconta dell’entusiasmo con cui ha lavorato a quest’opera prima, ambientata a Napoli, città-mondo, come lui stesso la definisce. Una chiacchierata dai toni informali in cui è venuto fuori prepotente l’amore per la città partenopea, per il calore della sua lingua, che ha il fascino di essere una e tante, che permette di dire cose e alludere ad altre. E così, tra una battuta in napoletano e una risata, sono venuti fuori aneddoti delle riprese del film, che hanno avuto come scenario zone di frontiera. Quartieri in cui esiste grande sofferenza, quartieri che, come dice Toni, ignoriamo nella comodità dei nostri salotti, ignoriamo per riuscire a sopravvivere. Case in cui vivere è difficile, difficile davvero, eppure dove ci trovi sempre qualcuno che ti offre un caffè, o addirittura da mangiare se stai lavorando da ore. Perché la solidarietà lì ci sta di casa.  Fonte immagine: https://www.facebook.com/napolifilmfestival/photos/gm.379986552678775/10156813764829007/?type=3&theater      

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Cinema e Serie tv

Mostra del cinema di Venezia: la 76esima edizione

Mostra del Cinema di Venezia: la 76esima edizione Appuntamento annuale a Venezia Lido per la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, che arriva alla sua 76esima edizione ed assegna il prestigioso Leone d’oro a Joker di Todd Phillips con tanto di ovazione a Joaquin Phoenix per la sua interpretazione. Venezia, quest’anno più degli scorsi anni, è fotografabile come un insieme di lingue, nazioni, personaggi uniti dall’universalità del linguaggio cinematografico, ma al contempo la 76esima edizione si ricorderà per le tematiche e  le vicende d’interesse mondiale affrontate. In un contesto culturale come quello della Mostra del Cinema di Venezia, poco prima della cerimonia di apertura, il red carpet è stato occupato da 300 attivisti per il clima, che hanno posto l’attenzione sul tema delle Grandi Navi in laguna, ed ancora, a chiusura del Festival, l’attore romano Luca Marinelli ha dedicato il premio ricevuto, la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile, a tutte le persone in mare che salvano le vite umane, ricordando ancora una volta la delicata faccenda umanitaria che da tempo affligge l’intera Europa. La giuria, presieduta dalla regista argentina Lucrecia Martel, ha assegnato a Ji Yuan Tai Qi Hao il premio per la Miglior sceneggiatura, No. 7 Cherry Lane; Ariane Ascaride vince la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile con Gloria Mundi; Roman Polanski vince il Gran premio della giuria, per il film J’accuse. Il film vincitore del Leone d’oro (Joker), che uscirà nelle sale italiane il prossimo 3 ottobre, ha come protagonista Joaquin Phoenix, che interpreta il famoso antagonista di Batman. Ambientato nel 1981 è il racconto di Arthur Fleck, un comico squattrinato di Gotham City, passato alla storia come Joker. A suggellare l’eleganza della 76esima edizione, Alessandra Mastronardi, madrina della Mostra del Cinema: perfettamente calzante nel ruolo, durante la serata conclusiva ha aperto le premiazioni con un discorso semplice quanto veritiero: «Non pensavo che sarebbe stata un’esperienza così potente. Io auguro a tutti di tenere stretti i ricordi, le poesie, i personaggi e i paesaggi di questa edizione del festival. Proprio come farò io, che ho capito, una volta di più, perché faccio il mestiere dell’attrice: per emozionare». Look eterogenei e variegati, attori ed attrici che si sono avvicendati sul red carpet stregando obbiettivi a colpi di stile e sorrisi: dall’abito rosso fiammante di Scarlett Johansson, che con i capelli sciolti effetto bagnato tirati all’indietro e trucco smokey ha dominato l’esercito di fotografi, a Kristen Stewart, attesissima al Lido, che ha mescolato il suo stile punk rock di sempre con un abito lungo di Chanel a stampa floreale. Quest’anno colpisce particolarmente anche la presenza di influencer, invitate dai brand, che hanno raccontato attraverso le proprie stories di Instragram l’esperienza del Red Carpet, favorendo così l’integrazione di una fetta di pubblico che ha sempre visto la Mostra del Cinema di Venezia come un evento troppo lontano e irraggiungibile. Un esempio è stato il Red Carpet di Annie Mazzola (influencer e speaker radiofonica per Radio 105) e Cristina Fogazzi, conosciuta dai più con il nome di Estetista Cinica, che domenica 1 settembre hanno sfilato sull’amato tappeto rosso grazie […]

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Cinema e Serie tv

Alessandro Brasile e Chiara Cattaneo in Fashion victims

Costrette a svolgere turni estenuanti, senza alcuna possibilità di comunicare con l’esterno e con l’obbligo di dormire in ostelli annessi alla fabbrica. Sono queste le precarie condizioni a cui vengono sottoposte le giovani operaie del Tamil Nadu, nell’India meridionale, che lavorano per produrre i vestiti che compriamo a prezzi stracciati. A denunciarlo è stato Fashion victims, il nuovo documentario di Alessandro Brasile e Chiara Cattaneo. Brasile e Cattaneo con Fashion victims hanno deciso di portare alla luce un problema, quello della schiavitù nell’industria tessile indiana, che, per loro stessa ammissione, sembra destinato ad acutizzarsi per due motivi principali: da un lato perché, a differenza di fasi più controllate come la coltivazione o il confezionamento, la filatura è un segmento nascosto, più difficile da tracciare e, perciò, meno conosciuto; dall’altro perché il fenomeno della moda veloce non sembra destinato a terminare. È proprio a partire dagli anni Novanta, quando la fast fashion è esplosa, che il sistema di produzione in Tamil Nadu è cambiato. Come ci raccontano gli autori, «nel settore tessile si è passati da una manodopera prevalentemente maschile, con contratti a tempo indeterminato, alla necessità di una forza lavoro più flessibile, controllabile e anche più numerosa». Le fabbriche hanno deciso di reclutare delle donne, quasi sempre giovanissime, dalle zone più povere dello Stato. In poco tempo, in una regione dove l’agricoltura è sempre meno produttiva, l’industria tessile è diventata la fonte primaria di lavoro. «Le ragazze vengono ingaggiate attraverso schemi di reclutamento e contratti informali, quindi illegali, di durata triennale», spiegano Brasile e Cattaneo. «Durante questo periodo le donne sono retribuite soltanto con il pocket money, una sorta di mancia per le spese giornaliere. Soltanto alla fine del contratto, se non si sono ammalate e non hanno subito incidenti, ricevono uno stipendio che utilizzano per pagarsi la dote – altra pratica dichiarata illegale dal 1961, N.d.R. – e sposarsi». Nelle aziende del Tamil Nadu si produce anche per marchi del lusso. Ma, come sottolineano gli autori,  di Fashion victims, «il maggior costo dell’abito finito non garantisce assolutamente che ci sia stata una maggiore tutela del lavoratore lungo la filiera». «Per le donne questa è l’unica possibilità di avere un lavoro retribuito e di ottenere una indipendenza economica verso una potenziale libertà sociale», continuano. «L’intento delle comunità del posto, come quella del documentario, non è quindi di far chiudere le fabbriche o di attaccare un marchio anziché un altro, ma di denunciare un sistema che, così com’è, non funziona e non tutela né chi ci lavora, né l’ambiente, né i consumatori». «La soluzione deve essere anzitutto politica: è necessaria una legislazione europea, che gli Stati europei devono poi recepire all’interno delle proprie, che renda non opzionale ma obbligatoria la trasparenza della filiera. I marchi, sia del fast fashion che di lusso, devono dire necessariamente dove fanno produrre i loro vestiti: non soltanto il Paese, ma l’azienda a cui si affidano. In questo modo, i marchi si accollerebbero una parte delle responsabilità e il consumatore avrebbe maggiore possibilità di informarsi e […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Lacci gassosi, ovvero frammenti di un discorso poetico

In un percorso verso la dissoluzione della parola, la mostra Lacci gassosi, ordito del cielo (14 giugno / 14 luglio presso il Palazzo Fondi di Napoli) a cura di Giuseppe Cerrone, con ideazione allestimenti di Sara Galdi, porta l’osservatore a riflettere sulla crasi dell’uomo del Novecento, raccontata dall’arte, dipinta dalla poesia. Mediante un’attenta commistione di arte, cinema, musica, teatro, poesia e riferimenti a intellettuali tra cui Robert Bresson, Carmelo Bene e Leo De Berardinis, Lacci gassosi è un’esposizione che palesa la dolorosa autoaffermazione dell’uomo nella solitudine degli altri uomini, un viaggio dall’ordine al disordine (con accettazione di esso), dalla comunità all’individuo, dall’armonia al rumore. La mostra, inserita nel programma del Napoli Teatro Festival 2019, relativizza l’uomo con se stesso, diviene momento di estraniamento dalla realtà grazie anche all’impostazione dell’allestimento “scenico” che rimanda a un tema ferroviario. Le strutture tubolari metalliche richiamano, infatti, a tale ambiente, ampliando la suggestione grazie anche alle cornici di schermi e opere a mo’ di finestrini di un treno. Si ha la sensazione di viaggiare, e il silenzio rotto dai passi conferisce realtà plastica al viatico degli astanti. Il crollo del superuomo: I e II Stazione Come spiegano Sara Galdi e Giuseppe Cerrone, Lacci gassosi nasce dal bisogno individuale e collettivo di ritrovare se stessi nel turbinio di eventi che hanno caratterizzato il secolo breve. (In questo senso, proprio la ferrovia, modernamente intesa, rappresenta la grande metafora dell’uomo contemporaneo, sempre in movimento e sempre più distaccato dalla sua coscienza). Il punto di non ritorno passa attraverso gli eventi della seconda guerra mondiale, in particolare a quelli che ruotano intorno ad Auschwitz, e Lacci gassosi riflette sulla disgregazione delle forze morali dell’uomo, assurgendo proprio Auschwitz a simbolo oramai immutabile dell’apocalisse. Una “rivelazione” (in senso rovesciato rispetto a quello giovanneo) che determina la sconfitta rispetto ai valori superomistici prebellici di stampo nietzschiano, d’annunziano o, prima e meglio ancora, dostoevskiano. Come accennato, Lacci gassosi è un’esposizione che sovrappone diverse arti, e, a tal proposito, in riferimento al crollo dei suddetti valori, Giuseppe Cerrone instaura un attento collegamento tra arte, cinema e teatro, per cui, ad esempio, l’opera pittorica di Orazio Faraone, in cui, attraverso una rappresentazione minimalista della “caduta nel bianco” dell’animo umano cagionata dal male endemico dell’uomo d’oggi costituito dal simbolo Auschwitz, si incontra con la trasmissione della videoperformance dei Motus, A place [that again], che riflette in termini essenziali sulla prigionia dell’uomo nei suoi disvalori, nella solitudine e nel silenzio. Altro tratto d’interesse è la trasmissioni dei brani della pellicola del 1959 di Robert Bresson, Pickpckets, in cui il protagonista definisce il suo superomismo attraverso il ladrocinio, salvo poi, prendere coscienza della sua condizione di semplice essere umano. Il vuoto delle parole: III Stazione Si tratta di una frammentazione che, dall’intima coscienza, si riflette nel linguaggio. Pier Paolo Pasolini afferma che la morte della comunicazione sta nel non voler farsi comprendere, e l’individualismo generato dalla “rivelazione” si traduce in afasia. Inoltre, ai brani di pellicole sono giustapposte poesie di Giuseppe Cerrone (raccolte in Lacci gassosi, ordito del […]

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Cinema e Serie tv

Saverio Costanzo, il regista de L’amica geniale a Villa Pignatelli

È una serata tranquilla e ventilata quella prescelta da Saverio Costanzo per ri-presentare i primi due episodi dell’amatissima serie-tv tratta dai romanzi di Elena Ferrante. L’amica geniale attira numerosi spettatori, curiosi, appassionati, nella splendida cornice neo-classica di Villa Pignatelli che fa da location per l’evento dal sintomatico titolo ”Doppio Sogno. On life, love and memory” – organizzato da Teatro Galleria Toledo – martedì 16 luglio alle 20:30. Si aspetta il tramonto romantico del sole perché il regista, Saverio Costanzo, prenda la parola. Tra le prime file del pubblico non passa inosservata la “voce” della serie, Alba Rohrwacher, che si vocifera faccia da spalla a Costanzo in qualità di co-regista nella seconda stagione, la cui messa in onda è prevista per il prossimo tardo autunno su Raiuno. Non si tratta, però, di un incontro volto ad anticipare contenuti futuri dell’attesissima saga, bensì di un momento di raccoglimento nei riguardi di un personaggio del passato, protagonista delle due puntate riproposte, venuto a mancare nell’agosto 2018: Antonio Pennarella. “Le bambole” e “I soldi” sono i titoli dei due primi episodi della prima stagione, andati in onda in prima serata a fine novembre 2018, durante i quali le due bambine co-protagoniste del romanzo e della sua versione per il grande schermo, Lila e Lenù, si misurano con l’orco del rione, don Achille, magistralmente interpretato da Pennarella. «Il nostro affetto ancora lo accompagna. Antonio è uno di noi»: con queste parole esordisce Saverio Costanzo, che ripercorre sul filo dei ricordi il tragitto umano che ha lasciato che “L’amica geniale” figurasse tra le performance dell’attore, fino a suggellarne, purtroppo, l’ultima interpretazione. «Antonio non aveva detto di essere malato: veniva sul set anche quando non doveva girare», prosegue Costanzo, soffermandosi sull’assegnazione del ruolo a seguito di un provino più che altro formale, in quanto al regista era già solo bastata una foto – di quell’uomo dall’aspetto un po’ burbero dal volto molto noto – per sceglierlo e volerlo. Don Achille è un personaggio-chiave per la crescita precoce delle due bambine in balia del duro scontro con la cruda realtà che ne scandirà la vita e l’amicizia. «Don Achille è uno strozzino, è un uomo di merda», si sente denunciare più volte nella seconda puntata, che si chiuderà in maniera particolarmente mesta e tragica. Per Costanzo l’interpretazione di Pennarella è una delle più riuscite di tutta la prima stagione, e lo dichiara con la fermezza priva di retorica tipica di chi è convinto di ciò che pensa. «Antonio è arrivato con tutta la sua umanità: si è preso don Achille e l’ha fatto suo. È come aver perso un amico vero», continua Costanzo nel parlare del ruolo impersonato dall’attore senza poterlo separare dall’uomo «dai sentimenti forti» che vi stava dietro. È una presentazione breve ma intensa quella del regista, che rivela di custodire alcune immagini ormai di repertorio dell’attore non ancora utilizzate nel primo capitolo della serie. Il sole è tramontato sul maxi-schermo montato ad hoc nel cortile di Villa Pignatelli. Costanzo invita il pubblico ad un applauso in […]

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