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Eroica Fenice

La Tag: cinema contiene 26 articoli

Cinema e Serie tv

Mostra del cinema di Venezia: la 76esima edizione

Mostra del Cinema di Venezia: la 76esima edizione Appuntamento annuale a Venezia Lido per la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, che arriva alla sua 76esima edizione ed assegna il prestigioso Leone d’oro a Joker di Todd Phillips con tanto di ovazione a Joaquin Phoenix per la sua interpretazione. Venezia, quest’anno più degli scorsi anni, è fotografabile come un insieme di lingue, nazioni, personaggi uniti dall’universalità del linguaggio cinematografico, ma al contempo la 76esima edizione si ricorderà per le tematiche e  le vicende d’interesse mondiale affrontate. In un contesto culturale come quello della Mostra del Cinema di Venezia, poco prima della cerimonia di apertura, il red carpet è stato occupato da 300 attivisti per il clima, che hanno posto l’attenzione sul tema delle Grandi Navi in laguna, ed ancora, a chiusura del Festival, l’attore romano Luca Marinelli ha dedicato il premio ricevuto, la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile, a tutte le persone in mare che salvano le vite umane, ricordando ancora una volta la delicata faccenda umanitaria che da tempo affligge l’intera Europa. La giuria, presieduta dalla regista argentina Lucrecia Martel, ha assegnato a Ji Yuan Tai Qi Hao il premio per la Miglior sceneggiatura, No. 7 Cherry Lane; Ariane Ascaride vince la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile con Gloria Mundi; Roman Polanski vince il Gran premio della giuria, per il film J’accuse. Il film vincitore del Leone d’oro (Joker), che uscirà nelle sale italiane il prossimo 3 ottobre, ha come protagonista Joaquin Phoenix, che interpreta il famoso antagonista di Batman. Ambientato nel 1981 è il racconto di Arthur Fleck, un comico squattrinato di Gotham City, passato alla storia come Joker. A suggellare l’eleganza della 76esima edizione, Alessandra Mastronardi, madrina della Mostra del Cinema: perfettamente calzante nel ruolo, durante la serata conclusiva ha aperto le premiazioni con un discorso semplice quanto veritiero: «Non pensavo che sarebbe stata un’esperienza così potente. Io auguro a tutti di tenere stretti i ricordi, le poesie, i personaggi e i paesaggi di questa edizione del festival. Proprio come farò io, che ho capito, una volta di più, perché faccio il mestiere dell’attrice: per emozionare». Look eterogenei e variegati, attori ed attrici che si sono avvicendati sul red carpet stregando obbiettivi a colpi di stile e sorrisi: dall’abito rosso fiammante di Scarlett Johansson, che con i capelli sciolti effetto bagnato tirati all’indietro e trucco smokey ha dominato l’esercito di fotografi, a Kristen Stewart, attesissima al Lido, che ha mescolato il suo stile punk rock di sempre con un abito lungo di Chanel a stampa floreale. Quest’anno colpisce particolarmente anche la presenza di influencer, invitate dai brand, che hanno raccontato attraverso le proprie stories di Instragram l’esperienza del Red Carpet, favorendo così l’integrazione di una fetta di pubblico che ha sempre visto la Mostra del Cinema di Venezia come un evento troppo lontano e irraggiungibile. Un esempio è stato il Red Carpet di Annie Mazzola (influencer e speaker radiofonica per Radio 105) e Cristina Fogazzi, conosciuta dai più con il nome di Estetista Cinica, che domenica 1 settembre hanno sfilato sull’amato tappeto rosso grazie […]

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Cinema e Serie tv

Alessandro Brasile e Chiara Cattaneo in Fashion victims

Costrette a svolgere turni estenuanti, senza alcuna possibilità di comunicare con l’esterno e con l’obbligo di dormire in ostelli annessi alla fabbrica. Sono queste le precarie condizioni a cui vengono sottoposte le giovani operaie del Tamil Nadu, nell’India meridionale, che lavorano per produrre i vestiti che compriamo a prezzi stracciati. A denunciarlo è stato Fashion victims, il nuovo documentario di Alessandro Brasile e Chiara Cattaneo. Brasile e Cattaneo con Fashion victims hanno deciso di portare alla luce un problema, quello della schiavitù nell’industria tessile indiana, che, per loro stessa ammissione, sembra destinato ad acutizzarsi per due motivi principali: da un lato perché, a differenza di fasi più controllate come la coltivazione o il confezionamento, la filatura è un segmento nascosto, più difficile da tracciare e, perciò, meno conosciuto; dall’altro perché il fenomeno della moda veloce non sembra destinato a terminare. È proprio a partire dagli anni Novanta, quando la fast fashion è esplosa, che il sistema di produzione in Tamil Nadu è cambiato. Come ci raccontano gli autori, «nel settore tessile si è passati da una manodopera prevalentemente maschile, con contratti a tempo indeterminato, alla necessità di una forza lavoro più flessibile, controllabile e anche più numerosa». Le fabbriche hanno deciso di reclutare delle donne, quasi sempre giovanissime, dalle zone più povere dello Stato. In poco tempo, in una regione dove l’agricoltura è sempre meno produttiva, l’industria tessile è diventata la fonte primaria di lavoro. «Le ragazze vengono ingaggiate attraverso schemi di reclutamento e contratti informali, quindi illegali, di durata triennale», spiegano Brasile e Cattaneo. «Durante questo periodo le donne sono retribuite soltanto con il pocket money, una sorta di mancia per le spese giornaliere. Soltanto alla fine del contratto, se non si sono ammalate e non hanno subito incidenti, ricevono uno stipendio che utilizzano per pagarsi la dote – altra pratica dichiarata illegale dal 1961, N.d.R. – e sposarsi». Nelle aziende del Tamil Nadu si produce anche per marchi del lusso. Ma, come sottolineano gli autori,  di Fashion victims, «il maggior costo dell’abito finito non garantisce assolutamente che ci sia stata una maggiore tutela del lavoratore lungo la filiera». «Per le donne questa è l’unica possibilità di avere un lavoro retribuito e di ottenere una indipendenza economica verso una potenziale libertà sociale», continuano. «L’intento delle comunità del posto, come quella del documentario, non è quindi di far chiudere le fabbriche o di attaccare un marchio anziché un altro, ma di denunciare un sistema che, così com’è, non funziona e non tutela né chi ci lavora, né l’ambiente, né i consumatori». «La soluzione deve essere anzitutto politica: è necessaria una legislazione europea, che gli Stati europei devono poi recepire all’interno delle proprie, che renda non opzionale ma obbligatoria la trasparenza della filiera. I marchi, sia del fast fashion che di lusso, devono dire necessariamente dove fanno produrre i loro vestiti: non soltanto il Paese, ma l’azienda a cui si affidano. In questo modo, i marchi si accollerebbero una parte delle responsabilità e il consumatore avrebbe maggiore possibilità di informarsi e […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Lacci gassosi, ovvero frammenti di un discorso poetico

In un percorso verso la dissoluzione della parola, la mostra Lacci gassosi, ordito del cielo (14 giugno / 14 luglio presso il Palazzo Fondi di Napoli) a cura di Giuseppe Cerrone, con ideazione allestimenti di Sara Galdi, porta l’osservatore a riflettere sulla crasi dell’uomo del Novecento, raccontata dall’arte, dipinta dalla poesia. Mediante un’attenta commistione di arte, cinema, musica, teatro, poesia e riferimenti a intellettuali tra cui Robert Bresson, Carmelo Bene e Leo De Berardinis, Lacci gassosi è un’esposizione che palesa la dolorosa autoaffermazione dell’uomo nella solitudine degli altri uomini, un viaggio dall’ordine al disordine (con accettazione di esso), dalla comunità all’individuo, dall’armonia al rumore. La mostra, inserita nel programma del Napoli Teatro Festival 2019, relativizza l’uomo con se stesso, diviene momento di estraniamento dalla realtà grazie anche all’impostazione dell’allestimento “scenico” che rimanda a un tema ferroviario. Le strutture tubolari metalliche richiamano, infatti, a tale ambiente, ampliando la suggestione grazie anche alle cornici di schermi e opere a mo’ di finestrini di un treno. Si ha la sensazione di viaggiare, e il silenzio rotto dai passi conferisce realtà plastica al viatico degli astanti. Il crollo del superuomo: I e II Stazione Come spiegano Sara Galdi e Giuseppe Cerrone, Lacci gassosi nasce dal bisogno individuale e collettivo di ritrovare se stessi nel turbinio di eventi che hanno caratterizzato il secolo breve. (In questo senso, proprio la ferrovia, modernamente intesa, rappresenta la grande metafora dell’uomo contemporaneo, sempre in movimento e sempre più distaccato dalla sua coscienza). Il punto di non ritorno passa attraverso gli eventi della seconda guerra mondiale, in particolare a quelli che ruotano intorno ad Auschwitz, e Lacci gassosi riflette sulla disgregazione delle forze morali dell’uomo, assurgendo proprio Auschwitz a simbolo oramai immutabile dell’apocalisse. Una “rivelazione” (in senso rovesciato rispetto a quello giovanneo) che determina la sconfitta rispetto ai valori superomistici prebellici di stampo nietzschiano, d’annunziano o, prima e meglio ancora, dostoevskiano. Come accennato, Lacci gassosi è un’esposizione che sovrappone diverse arti, e, a tal proposito, in riferimento al crollo dei suddetti valori, Giuseppe Cerrone instaura un attento collegamento tra arte, cinema e teatro, per cui, ad esempio, l’opera pittorica di Orazio Faraone, in cui, attraverso una rappresentazione minimalista della “caduta nel bianco” dell’animo umano cagionata dal male endemico dell’uomo d’oggi costituito dal simbolo Auschwitz, si incontra con la trasmissione della videoperformance dei Motus, A place [that again], che riflette in termini essenziali sulla prigionia dell’uomo nei suoi disvalori, nella solitudine e nel silenzio. Altro tratto d’interesse è la trasmissioni dei brani della pellicola del 1959 di Robert Bresson, Pickpckets, in cui il protagonista definisce il suo superomismo attraverso il ladrocinio, salvo poi, prendere coscienza della sua condizione di semplice essere umano. Il vuoto delle parole: III Stazione Si tratta di una frammentazione che, dall’intima coscienza, si riflette nel linguaggio. Pier Paolo Pasolini afferma che la morte della comunicazione sta nel non voler farsi comprendere, e l’individualismo generato dalla “rivelazione” si traduce in afasia. Inoltre, ai brani di pellicole sono giustapposte poesie di Giuseppe Cerrone (raccolte in Lacci gassosi, ordito del […]

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Saverio Costanzo, il regista de L’amica geniale a Villa Pignatelli

È una serata tranquilla e ventilata quella prescelta da Saverio Costanzo per ri-presentare i primi due episodi dell’amatissima serie-tv tratta dai romanzi di Elena Ferrante. L’amica geniale attira numerosi spettatori, curiosi, appassionati, nella splendida cornice neo-classica di Villa Pignatelli che fa da location per l’evento dal sintomatico titolo ”Doppio Sogno. On life, love and memory” – organizzato da Teatro Galleria Toledo – martedì 16 luglio alle 20:30. Si aspetta il tramonto romantico del sole perché il regista, Saverio Costanzo, prenda la parola. Tra le prime file del pubblico non passa inosservata la “voce” della serie, Alba Rohrwacher, che si vocifera faccia da spalla a Costanzo in qualità di co-regista nella seconda stagione, la cui messa in onda è prevista per il prossimo tardo autunno su Raiuno. Non si tratta, però, di un incontro volto ad anticipare contenuti futuri dell’attesissima saga, bensì di un momento di raccoglimento nei riguardi di un personaggio del passato, protagonista delle due puntate riproposte, venuto a mancare nell’agosto 2018: Antonio Pennarella. “Le bambole” e “I soldi” sono i titoli dei due primi episodi della prima stagione, andati in onda in prima serata a fine novembre 2018, durante i quali le due bambine co-protagoniste del romanzo e della sua versione per il grande schermo, Lila e Lenù, si misurano con l’orco del rione, don Achille, magistralmente interpretato da Pennarella. «Il nostro affetto ancora lo accompagna. Antonio è uno di noi»: con queste parole esordisce Saverio Costanzo, che ripercorre sul filo dei ricordi il tragitto umano che ha lasciato che “L’amica geniale” figurasse tra le performance dell’attore, fino a suggellarne, purtroppo, l’ultima interpretazione. «Antonio non aveva detto di essere malato: veniva sul set anche quando non doveva girare», prosegue Costanzo, soffermandosi sull’assegnazione del ruolo a seguito di un provino più che altro formale, in quanto al regista era già solo bastata una foto – di quell’uomo dall’aspetto un po’ burbero dal volto molto noto – per sceglierlo e volerlo. Don Achille è un personaggio-chiave per la crescita precoce delle due bambine in balia del duro scontro con la cruda realtà che ne scandirà la vita e l’amicizia. «Don Achille è uno strozzino, è un uomo di merda», si sente denunciare più volte nella seconda puntata, che si chiuderà in maniera particolarmente mesta e tragica. Per Costanzo l’interpretazione di Pennarella è una delle più riuscite di tutta la prima stagione, e lo dichiara con la fermezza priva di retorica tipica di chi è convinto di ciò che pensa. «Antonio è arrivato con tutta la sua umanità: si è preso don Achille e l’ha fatto suo. È come aver perso un amico vero», continua Costanzo nel parlare del ruolo impersonato dall’attore senza poterlo separare dall’uomo «dai sentimenti forti» che vi stava dietro. È una presentazione breve ma intensa quella del regista, che rivela di custodire alcune immagini ormai di repertorio dell’attore non ancora utilizzate nel primo capitolo della serie. Il sole è tramontato sul maxi-schermo montato ad hoc nel cortile di Villa Pignatelli. Costanzo invita il pubblico ad un applauso in […]

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Rolling Thunder Revue, Scorsese racconta Dylan

Rolling Thunder Revue: a Bob Dylan story by Martin Scorsese “Life is about creating yourself, and creating things” A un certo punto di Rolling Thunder Revue, il documentario di Martin Scorsese (Casino, Taxi Driver, Goodfellas) sull’omonimo tour degli anni settanta, Bob Dylan pronuncia questa frase che più dilanyana non potrebbe essere. Ma chi è in realtà Robert Allen Zimmerman? Uno, nessuno e centomila, come il personaggio di pirandelliana memoria. Il menestrello di Duluth, bardo delle utopie sessantine, cantore elevato al rango di poeta, emblema degli eccessi di una generazione, premio Nobel per la letteratura. Nessuna di queste maschere corrisponde minimamente al genio di Dylan. Appena lo si prova a catalogare in una definizione, ecco che è lì pronto ad inventarsi una nuova trovata, pronto ad ingannarci tutti, dall’alto dei suoi quasi ottanta anni e del suo patto con il diavolo per l’eterna giovinezza. Su Netflix è appena uscito un documentario del premio Oscar Martin Scorsese che prova a raccontare uno dei momenti salienti della carriera di Dylan: il Rolling Thunder Revue, il lungo tour itinerante gli States durato quasi un anno, a cavallo tra gli anni 1975-1976. Il regista italo-americano non è nuovo a cimentarsi nel racconto di personalità che hanno fatto la storia della musica: i Rolling Stones di Shine a Light e il George Harrison del bellissimo Living a Material World sono un esempio calzante. Già nel 2005 Scorsese aveva girato un documentario su Dylan, No Direction Home, incentrandosi sul primissimo Zimmerman, il ragazzo che nel 1961 giunse a New York direttamente dal Minnesota. Quello di Rolling Thunder Revue è un però un artista completamente diverso. Ha già pubblicato alcuni tra i più dischi più belli della storia della musica (Blonde on Blonde e Highway 61 Revisisted su tutti), ha cambiato per sempre la musica americana e non solo suonando la chitarra elettrica al Festival di Newport. Bob Dylan on the road Dylan sceglie così, in quel momento della sua carriera, di girare in lungo e largo gli Stati Uniti, in un itinerario on the road alla Jack Kerouac (citato a più riprese nel corso del documentario) durato un anno, con 57 date, suddivise in una fase autunnale e in una fase primaverile. Con l’intermezzo del gennaio del 1976, quando fu pubblicato Desire, tra le gemme della carriera del cantautore di Duluth. Il tour parte da Plymouth, una scelta dai connotati fortemente simbolici e che tanto sarebbe piaciuta al vate Kerouac, di cui peraltro Dylan omaggia la tomba in uno degli intermezzi più commoventi del documentario. La città del Massachusetts è il luogo dove nel 1620 sbarcarono i padri pellegrini, il posto dove partì quel grande romanzo americano di cui Bob Dylan è stato e sarà ancora tra i più grandi narratori. Perché l’America è un po’ di tutti, e non solo degli americani, che l’hanno solo presa in affitto, come direbbe qualcuno. Parte così più che un tour una carovana in stile circense, un circo burlesque di musicisti, poeti e addetti ai lavori. Ci sono Joan Baez, di […]

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Giorgio Montanini gira un film. Sì, avete letto bene!

Prendete Giorgio Montanini. Immaginatevelo per nulla sudato. Senza una Tennent’s in mano. Che non ride e non “mazziea” la sua platea dal palco. Mi pare di descrivervi una di quelle complesse e vivaci allucinazioni visive tipiche dell’LSD. E invece no. Giorgio Montanini girerà un film! Eh, avete letto bene. Un film! Chiacchierando con Giorgio, è uscita fuori questa cosa che mi ha un attimo destabilizzata. Ho pensato, lì per lì, che i comici che hanno contribuito negli ultimi vent’anni a far tv, non sono sempre ben visti in Italia… E allora, il comico Giorgio Montanini che c’azzecca col cinema? Il fatto è che il comico è sempre un attore, l’attore può non essere comico. In tutti gli altri Paesi del mondo gli stand up comedians fanno questo tipo di percorso e, aprendo loro le porte del cinema, viene loro riconosciuta una qualità. «Se prendiamo Alberto Sordi, non si può dire che non abbia avuto la possibilità di esprimersi anche in altri ruoli, in maniera egregia, eccellente. La nostra commedia italiana era una commedia fantastica. I film di Alberto Sordi sono esempi straordinari di quella che è la commedia italiana. Purtroppo ci si è persi in un oblio culturale che non poteva durare perché, alla fine, si riemerge dall’abisso. Speriamo che sia questo il momento!» Giorgio Montanini, l’intervista Chiacchierando, mi hai detto che avresti voluto imparare a suonare la chitarra, ma dopo due settimane di esercizio, ti sei reso conto di leggere lo spartito al contrario e hai lasciato perdere! Dimmi un po’ come stai con la prima canzone che ti viene in mente. (Ride, ndr) Confusa e felice di Carmen Consoli. Facciamo Confuso e felice. Hai definito la denuncia per blasfemia che ti è stata mossa un premio alla carriera. Tiriamo un po’ le somme dei tuoi ultimi spettacoli “con la fedina penale pulita”. Sebbene si siano tenuti nel bel mezzo delle temperature estive, ho avvertito una presenza e una partecipazione diversa da parte del pubblico. Ho sentito una sorta di sostegno, attaccamento e piacere diverso nel vedere il mio spettacolo. Non che prima non ci fosse, ma ho sentito un entusiasmo più marcato. L’atmosfera che si è venuta a creare è stata più bella, come rinnovata. Io sul palco t’insulto, ma non ti prendo per il culo, e questa coerenza mi sta ripagando perché la gente conta su di me. Da dove parte la tua comicità satirica? Perché Giorgio Montanini ha scelto di far ridere? Trovo nella comicità satirica la mia capacità espressiva, ricalca perfettamente quello che io voglio dire. Parte da dove è sempre partita. Da duemilacinquecento anni fin qua. Parte da un’insoddisfazione, da una frustrazione, da una presa di coscienza tragica di quella che è la vita delle persone e di ciò che è la tua vita. Tragica nell’accezione anche positiva del termine. Rendendosi conto di quello che siamo, la satira diventa anche una forma egoistica da parte dell’artista per cercare di stare un po’ meglio. L’artista non fa nient’altro che tirare un sospiro di sollievo. Non […]

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SELFIE di Agostino Ferrente, film in memoria di Davide Bifolco

Dal 30 maggio sarà proiettato nelle sale italiane Selfie di Agostino Ferrente, documentario dedicato alla memoria di Davide Bifolco. Il film, che ha partecipato al Festival Berlino sezione Panorama, segue la quotidianità di due ragazzi che vivono nel Rione Traiano, quartiere di Napoli spesso associato alla criminalità organizzata. Selfie di Agostino Ferrente Come si può intuire dal nome, il documentario è interamente girato con la tecnica “selfie” tramite l’Iphone che il regista Agostino Ferrente ha prestato ad Alessandro Antonelli e Pietro Orlando, i due protagonisti del film che con la propria quotidianità mostrano allo spettatore i diversi aspetti di un quartiere tristemente noto per gli episodi di cronaca nera. Seguendo i due sedicenni, tra scherzi e riflessioni, viene portata sullo schermo la realtà di una zona che troppo spesso viene abbandonata a sé stessa dalle istituzioni, lasciando così terreno fertile alla malavita. L’intento del regista però è quello di far comprendere che i primi a farne le spese sono proprio le persone che abitano il quartiere, vittime del pregiudizio e dell’indifferenza. Non sono solo Alessandro e Pietro a raccontarsi di fronte alla telecamera del cellulare, ma anche tanti altri ragazzi che abitano il rione, che con le dovute differenze mettono in luce un elemento comune a tutti: il senso di ineluttabilità del destino e l’impossibilità di cambiare la propria condizione. Quest’idea si presenta spesso nel lungometraggio: sia che la scena si svolga su una dei tanti punti panoramici di Posillipo o nelle strade deserte del Rione Traiano in estate, nonostante la spensieratezza con cui i due protagonisti affrontano l’argomento, si percepisce nei loro sguardi il disincanto con cui affrontano la realtà. Anche il rapporto fra i due amici e la loro diversa concezione del documentario arricchiscono il film: se da un lato c’è Alessandro che vuole mostrare una Napoli diversa dal solito stereotipo mediatico facendone conoscere anche i lati positivi, dall’altro c’è invece Pietro che reputa loro dovere mostrare anche i lati negativi. Mostrando questa loro differenza (che li rende due facce della stessa medaglia) i due protagonisti rivoluzionano il concetto di “selfie” spogliandolo dal suo originario significato di mera rappresentazione di sé stessi e responsabilizzando la loro presenza nell’inquadratura. Il film è nato da un’idea di Agostino Ferrente ( L’Orchestra di Piazza Vittorio e Le cose belle), che conferisce maggior veridicità al documentario attraverso l’uso di un telefono come telecamera. L’obiettivo del progetto è proprio quello di avvicinare gli spettatori alla vicenda, abbattendo i pregiudizi che spesso si creano in merito a questi episodi. Ciò che rende questo film diverso dalle solite rappresentazioni che si hanno del capoluogo campano sta proprio nella scelta dei due protagonisti: due ragazzi che non hanno nulla a che fare con la criminalità organizzata, concentrando gran parte della pellicola su come percepiscono il mondo in cui vivono.   Fonte immagine: https://www.facebook.com/modernissimo/photos/gm.2275235925888499/2326991220904852/?type=3&theater

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Cannes 2019, vince Parasite di Bong Joon-ho

Il festival di Cannes 2019 è giunto al termine e anche quest’anno è stata assegnata la palma d’oro al miglior film. Si tratta di Parasite, del regista coreano Bong Joon-ho   Le luci dei riflettori sul festival di Cannes 2019 si sono spente. Un’edizione della kermesse cinematografica d’oltralpe che verrà ricordata per momenti diversi: la palma d’oro alla carriera consegnata ad Alain Delon nonostante le contestazioni per via delle sue dichiarazioni sulle donne e i gay, l’annuncio di Sylvester Stallone dell’arrivo di un quinto capitolo della saga di Rambo, la presentazione dell’attesissimo Once upon a Time in Hollywood di Quentin Tarantino e soprattutto Il traditore, l’unico film italiano in concorso diretto da Marco Bellocchio e interpretato da Pierfrancesco Favino. La giuria di Cannes 2019, presieduta da Alejandro González Iñárritu ha conferito la palma d’oro a Parasite, film del regista coreano Bong Joon-ho incentrato su un complotto familiare per ragioni economiche. Il Grand Prix speciale della giuria è andato ad Atlantique di Mati Diop, prima regista di colore a far parte della selezione ufficiale di Cannes 2019. Film a metà strada tra documentario e fiction, che racconta le condizioni del Terzo mondo da un punto di vista femminile. Cannes 2019, gli altri premi Ad Antonio Banderas è andata la palma per il miglior attore per Dolor y Gloria di Pedro Almodòvar. Il film del regista spagnolo non ha vinto nessun altro premio nel corso della cerimonia, ma Banderas ha voluto lasciare una dichiarazione tombale: «Io voglio dare questo premio al mio personaggio. Che si chiama Salvador Mallo. E tutti noi sappiamo che Salvador Mallo è Pedro Almodovar». La palma per la miglior attrice è stata data ad Emily Beecham per il thriller Little Joe di Jessica Hausner, mentre il premio della giuria è andato a pari merito a Les Miserables di Ladj Ly e Bacurau di Fleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles. Il premio per la miglior regia è stato conferito ai fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne per Le jeune Ahmed, storia di un adolescente arabo radicato in Belgio che pianifica un attentato terroristico dopo essersi convertito all’islamismo. Un’opera che non sembra sia stata accolta con molto entusiasmo. Il premio per la migliore sceneggiatura è andato a Celine Sciamma per Portrait de la jeune fille en feu, film di costume ambientato nel XVIII secolo e che vede protagonista una giovane pittrice. Menzione speciale per la commedia It must be Heaven di Elia Suleiman e Premio Camera d’Oro al miglior primo film per Nuestras Madres di Cesar Diaz, regista guatemalteco che ha studiato cinema in Francia e in Belgio. I grandi esclusi della serata accanto ad Almodòvar sono stati Quentin Tarantino e Marco Bellocchio, che tornano Cannes 2019 a bocca asciutta senza nessun premio per i loro Once upon a time in Hollywood e Il traditore. Il primo è una storia ambientata nella Los Angeles del 1969 durante i delitti della setta di Charles Manson, mentre il secondo è un biopic sul mafioso e poi collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta.   Fonte immagine copertina: https://www.cinefilos.it/cinema-news/2019b/cannes-2019-previsioni-film-397455

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Lorenzo Baraldi, intervista allo scenografo de Il postino

Nel fine settimana del 18 e del 19 maggio si è tenuta nella meeting room dell’hotel Bellini di Napoli una Master Class in scenografia cinematografica tenuta da Lorenzo Baraldi. Un nome di prestigio per il nostro cinema, che ha lavorato accanto a registi quali Mario Monicelli, i fratelli Taviani, Alberto Sordi, Nino Manfredi, Dino Risi e Massimo Troisi. Sono sue infatti le scenografie di capolavori del cinema italiano come Il Marchese del Grillo (David di Donatello e Nastro d’argento alla scenografia nel 1982), Il postino (Premio festival del cinema italiano e Time for Peace award nel 1994), ma anche di miniserie televisive come la recente Trilussa – Storia d’amore e di poesia. Per Eroica Fenice abbiamo avuto l’onore di poter intervistare Lorenzo Baraldi da vicino, ponendogli alcune domande. Ne approfittiamo per ringraziarlo della sua disponibilità e gentilezza nel rispondere ai nostri quesiti dai quali traspare tutta la storia del cinema italiano dagli anni ’60 in poi. Un cinema che, dalle parole dello scenografo, sembra continuare a vivere ancora oggi. Intervista a Lorenzo Baraldi – Lorenzo Baraldi, lei ha avuto l’onore di lavorare con grandi nomi del cinema italiano: Mario Monicelli, Paolo e Vittorio Taviani e soprattutto Massimo Troisi ne Il postino. Che sensazioni ha provato nel mettere la sua arte da scenografo al servizio di questi importanti nomi e che ricordi ha? Già quando ero aiuto assistente ebbi molti incontri importanti con diversi registi e scenografi. Dopo aver frequentato l’istituto d’arte di Parma e  l’Accademia di Belle arti di Brera a Milano sono arrivato a Roma, poiché ero appassionato di cinema. Ho incontrato i grandi maestri di scenografia Bulgarelli e Schiaccianoce. Per un giovane come che aveva 25 anni e che giungeva Roma chiedevo alle persone dove si potevano incontrare queste personalità. Tutte si riunivano a Piazza del popolo, nei bar Rosati e Canova. Lì ho conosciuto Ennio Flaiano, Federico Fellini, ma anche letterati, romanzieri e scultori che si riunivano tutti assieme, in una dimensione che metteva in comunicazione tutte le arti. Era un mondo in cui ci si incontrava ancora nei caffè, un mondo splendido nonostante i momenti politici difficili per un giovane di 25 anni. – Rispetto a quello del regista, dell’attore o dello sceneggiatore, quello dello scenografo è forse uno dei ruoli meno ricordati quando si pensa al cinema. A cosa è dovuta secondo lei questa mancanza? A tale proposito, quanto è importante il ruolo dello scenografo per la buona riuscita di un film? Purtroppo noi scenografi siamo invisibili, ma il problema è che nemmeno lo sceneggiatore è visibile ed è colui che scrive la storia. Eppure questi sono i cardini del film. Si dice che il regista faccia il film, in realtà non fa lo scenografo né l’autore. Il regista ti lascia mano libera e significa che tu sei l’autore. Il problema è che nemmeno i critici sanno cosa sia una scenografia: parlano del film, parlano della regia, parlano degli attori e finisce lì. Oggi come oggi organizzo mostre dove  faccio bozzetti e mia moglie fa […]

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Paola Cortellesi in Ma cosa ci dice il cervello (Recensione)

Paola Cortellesi in “Ma cosa ci dice il cervello” interpreta il ruolo di Giovanna, un’impiegata del ministero che conduce una vita apparentemente mediocre ed è troppo presa dal lavoro per poter svolgere adeguatamente il ruolo di mamma o per rifarsi una vita sentimentale. La verità è che Giovanna, oltre a firmare documenti ufficiali, è un’agente dei servizi segreti costretta a far missioni a Mosca ed a Marrakech e di tempo ne ha veramente poco, nemmeno per partecipare ad una rimpatriata con gli amici del liceo (Vinicio Marchioni, Claudia Pandolfi, Stefano Fresi e Lucia Mascino). Quando decide, però, di rivederli scopre che le loro vite sono turbate dal costante confronto con persone arroganti. Grazie a molteplici travestimenti, Giovanna vivrà situazioni esilaranti che serviranno a portare ordine nella vita dei suoi amici di sempre. Paola Cortellesi in Ma cosa ci dice il cervello: Intento del regista e messaggio chiave della commedia L’intenzione del regista Riccardo Milani èquella di contaminare i generi, mescolando elementi della commedia tradizionale a scene di azione, infatti Ma cosa ci dice il cervello è una commedia dinamica e di forte impatto sociale. L’intento del film è quello di mostrare le esagerazioni della nostra società tramite elementi di spy-story, è un film specchio dei vizi dell’Italia che risulta essere caratterizzata dall’aggressività e dalla tuttologia legata ad Internet. Questo film è una fotografia spietata di un paese che ha perso le basi della convivenza civile e dunque lo sguardo del regista è critico nei confronti della società e di un’ Italia che è divenuta una nazione intorpidita, quasi addormentata, che non reagisce più. Il regista Riccardo Milani, con questa commedia, vuole raccontare un pezzo di questo paese, nel quale manca la responsabilità sociale e gli italiani sono sottoposti alle angherie della quotidianità. Si avverte l’urgenza di far riflettere gli spettatori, infatti l’obiettivo principale di questa commedia è quello di far aprire gli occhi e di far luce su tutto ciò che non funziona nella società odierna. Il nostro vivere quotidiano è costellato da violenze, prevaricazioni ed eccessi di maleducazione e la commedia è un metodo intelligente per veicolare un messaggio contrario a ciò che provoca malessere tra le persone. Il risultato è una trama senza dubbio divertente, che non analizza i motivi delle cattive azioni che colpiscono la società, ma li descrive con attenzione ed assoluta chiarezza, mostrandone le conseguenze e mettendo così lo spettatore dinanzi a situazioni che ricorrono nella vita quotidiana. “Ma cosa ci dice il cervello” è un atto d’amore verso l’Italia, bellissimo paese, ma troppo complicato da vivere, dove i cittadini vanno rieducati ad una giusta convivenza civile. Paola Cortellesi in Ma che ci dice il cervello – Caratteristiche della protagonista Giovanna L’attrice Paola Cortellesi recita magistralmente i ruoli double face di donna sedentaria come impiegata del ministero e di donna coraggiosa e dinamica nel suo lavoro come agente dei servizi segreti. La sua trasversalità e la sua mimica facciale la rendono molto espressiva, doti già apprezzate nel film La befana vien di Notte, nel quale […]

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