Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La Tag: musica contiene 201 articoli

Culturalmente

Era de maggio. Inno struggente all’amore intramontabile

Una struggente poesia d’amore. Una delle canzoni più belle che il repertorio classico napoletano possa vantare, non solo a livello nazionale, ma anche internazionale: Era de maggio. Era de maggio. Origini del capolavoro partenopeo La nota e meravigliosa canzone partenopea nasce come poesia, attraverso i versi del grande poeta napoletano Salvatore Di Giacomo, e musicata dal compositore Mario Pasquale Costa. Inimmaginabile inizialmente il successo che tale brano avrebbe riscosso, divenendo intramontabile, un’autentica dichiarazione d’amore che, ad oltre un secolo di distanza, ancora fa sognare ed emozionare cuori innamorati e non. Di Giacomo scrive Era de maggio nel 1885, appena venticinquenne, inviando la poesia al grande musicista Costa, aggiungendo in calce al manoscritto: “Mario, ma quant’è bella!” Dopo un paio di giorni a Di Giacomo viene consegnato un rotolo di musica con la firma di Costa, recante questa postilla: “Salvato’, e chesta manch’è scema!” (Ovvero: “Nemmeno questa è da buttar via!”). Nel medesimo anno la canzone viene poi presentata al Festival di Piedigrotta, che aveva consentito qualche anno prima, nel 1835, il trionfo di Te voglio bene assaje. Si trattava della più grande manifestazione canora napoletana, che portava la canzone della tradizione partenopea a un punto di svolta, rendendola per certi aspetti “rivoluzionaria”, in quanto molti autori desideravano che le proprie composizioni si rivolgessero alla gente comune e non d’élite. Le stesse poesie di Di Giacomo musicate sono in napoletano verace. Da allora Era de maggio non è mai stata dimenticata, divenendo anzi un prezioso germoglio nel panorama culturale e musicale partenopeo. Una tra le versioni più notevoli e toccanti è senza dubbio quella eseguita da Roberto Murolo. Tuttavia sono numerosi gli artisti italiani e anche internazionali cimentatisi mirabilmente nell’impresa. A tal riguardo vanno menzionati Franco Battiato, Renzo Arbore e l’Orchestra Italiana, Lucio Dalla, Luciano Pavarotti, Massimo Ranieri, Claudio Villa, fino a José Carreras e Mika. E ancora le straordinarie, calde e passionali voci femminili, che ne hanno notevolmente impreziosito l’esecuzione, quali Teresa De Sio, Mina, Mísia con la Piccola Orchestra Avion Travel, Maria Nazionale, Lina Sastri, fino alla commovente ed elegante versione presentata da Serena Rossi. Era de maggio. Genere e significato Era de maggio è una canzone d’amore, collocantesi in un genere specifico e particolare: la “mattinata”. Contrariamente alla “serenata” (ben nota alla tradizione), in cui si inscrive Voce ‘e notte, ossia il tipo di canzone appassionata intonata da un innamorato a sera inoltrata sotto il balcone della sua amata, la mattinata è un genere meno noto, la versione diurna della serenata, così definita nel vocabolario dell’Accademia della Crusca: “Il cantare e ‘l sonare che fanno gli amanti, in sul mattino, davanti alla casa della innamorata, come serenata quel della sera”. Era de maggio è inoltre una poesia, trasformata in canzone dal maestro Costa, riuscendo ad esaltare tutta la drammaticità dei versi di Di Giacomo, rendendoli sublimi e indimenticabili. Era de maggio è comunque un inno alla gioia, alla speranza, una dichiarazione d’amore, di un amore pronto a superare il tempo e lo spazio. Un inno che sceglie come […]

... continua la lettura
Musica

Cos’era il rock italiano prima dei Maneskin

Rock italiano: alla scoperta dell’evolversi di questo genere musicale  La vittoria di Sanremo, l’uscita del nuovo disco, la vittoria dell’Eurovision e il conseguente clamoroso boom sul mercato internazionale ha trasformato il gruppo musicale italiano dei Maneskin in un fenomeno di caratura mondiale. Augurandoci che l’incredibile successo della band sia legato ad un nuovo e genuino, ritrovato interesse per il rock, si propone una sorta di bignami della storia di questo movimento musicale in Italia, cogliendo così l’occasione di poter rispolverare sonorità e lavori che in un modo o nell’altro hanno indelebilmente marchiato il panorama discografico italiano. Quando si parla di rock ovviamente il primo riferimento è quello americano o britannico; ma l’idea qui è proprio quella di mostrare quei lati della discografia rock italiana che non si sono assoggettati all’egemonia oltreoceanica e che, anzi, sono riusciti a rinnovare, aggiungere, sperimentare. Perché in realtà la musica italiana, indipendentemente dal genere, quando è riuscita ad isolarsi e a ritrovare in questa attività di autoisolamento la famosa “ispirazione artistica” è riuscita a dar vita ad opere che tutto il mondo ha invidiato e che per questo motivo sono state anche esportate (il “bel canto”, l’opera, la canzone napoletana, il pop anni ’80-’90 e molto altro ancora). Quando invece si è cercato di emulare semplicemente i prodotti americani importandoli in Italia con dieci anni di ritardo, beh, ecco che lì vien fuori la maggior parte dell’immondizia discografica nella quale ci si ritrova ad annaspare al giorno d’oggi. Per questo motivo l’origine del rock italiano non si ha col primo uomo nato nello stivale che, ispirato da Chuck Berry, ha iniziato a strimpellare una chitarra elettrica; il rock in Italia è nato nel momento in cui l’Italia è riuscita ad essere essa stessa l’eccellenza. Quando questo genere nacque in America, infatti, l’Italia le sue eccellenze le aveva già. Erano gli anni d’oro del festival di Sanremo, con le vittorie di Claudio Villa e Domenico Modugno, artisti destinati a segnare un’epoca e ad ottenere un successo clamoroso ben oltre i confini italiani. Bisogna per questo motivo aspettare pazientemente gli anni ’70 per intravedere per la prima volta dei prodotti musicalmente validi ed artisticamente indipendenti. Sintetizzare più di cinquant’anni di musica non è per nulla semplice, urge quindi ricorrere ad una visione schematica che possa aiutare a generare una visione d’insieme, il che inevitabilmente porta ad una opera di stringente, e a tratti indecorosa, sintesi. Qualcuno questo vergognoso compito doveva pur svolgerlo e quindi ecco una personalissima e barbara semplificazione del movimento rock italiano. Rock italiano: uno sguardo più da vicino Il rock italiano è stato: il progressive negli anni ’70, il rock cantautorale (‘70-‘80-‘90), la new wave (‘80-‘90) fino alla generazione post grunge dei ‘90-2000. Progressive  Il come e il perché il progressive italiano sia diventato un’eccellenza assoluta ha quasi dell’incredibile. Il genere nasce sul finire degli anni ’60, precisamente nel 1969 con l’album “In the court of the Crimson King” dei King Crimson, è estremamente particolare e diametralmente opposto a quello proposto, giusto per dare […]

... continua la lettura
Musica

Storie di amori non detti: Thelonious Monk e Pannonica

La storia della musica spesso e volentieri vive di “sliding doors”, eventi improvvisi che ne deviano il percorso e che portano alla ribalta personaggi in modo del tutto inaspettato. Ebbene, senza ombra di dubbio questa è una di quelle storie. Pannonica de Koenigswarter è stata una mecenate britannica. Nacque nel 1913 a Londra e diventò una delle donne più influenti per la diffusione del jazz tra gli anni ’40 e gli anni ’50 del ‘900. E qui emerge subito un altro aspetto decisamente affascinante di questo tipo di storie: molto spesso i protagonisti risultano essere personaggi completamente avulsi dal mondo in questione. Infatti, riflettendoci un secondo, cosa c’entra una mecenate britannica con la musica jazz? La risposta è ovviamente nulla: ma se sin da bambini viene insegnato che le vie del Signore sono infinite, forse, un motivo ci sarà, quindi tanto vale iniziare a percorrerle e vedere dove portano. Pannonica deve le sue nobili origini al ramo londinese della famiglia Rothschild. I Rothschild sono una famiglia ebraica che, in particolar modo nell’Ottocento, quando erano al massimo del loro splendore, si dice che abbiano posseduto il più grande patrimonio privato del mondo. Nonostante le ricchezze infinite a disposizione della famiglia l’infanzia di Pannonica non fu affatto semplice. Il padre, infatti, malato di schizofrenia e depressione, si suicidò quando lei aveva solo dieci anni. Questo la portò a mantenere da subito un legame fortissimo con il fratello e le due sorelle. A ventun anni conobbe Jules de Koenigswarter, anch’egli ebreo, che nel 1935 diventò suo marito. Insieme i due si trasferirono non lontano da Parigi e misero su famiglia. Quando però scoppiò la seconda guerra mondiale Jules fu costretto a lasciarla in quanto luogotenente dell’esercito francese. Lo fece però con una indicazione ben precisa. Le lasciò una mappa con sopra scritto: “Se i tedeschi arrivano a questo punto, prendi i bambini e scappa con ogni mezzo dalla tua famiglia in Inghilterra”. E, di fatto, così fece. Nel 1939 insieme ai figli, una balia ed una domestica partì per tornare in Inghilterra. In quell’anno buona parte della famiglia di Pannonica, in quanto ebrea, venne deportata ad Auschwitz, e lì morì. A partire da questo evento Pannonica fu costretta a cambiare più volte città, sempre dietro indicazione di Jules, andando a vivere in Norvegia, in Africa e, infine, in Messico. Qui condivise l’esilio anche col fratello, il quale un giorno le fece ascoltare la registrazione di “Black, Brown and Beige” di Duke Ellington. A partire da quel momento Pannonica fu completamente rapita da quelle sonorità e decise che in un modo o nell’altro sarebbe dovuta entrare a far parte di questo mondo. Iniziò quindi a frequentare tutti gli ambienti legati alla musica jazz e, per farlo, fece diverse gite negli Stati Uniti, nel disperato tentativo di inseguire queste melodie che le folgorarono l’animo. Conobbe il pianista Teddy Wilson e, in una delle sue visite a New York, nel 1948, quest’ultimo le fece ascoltare “’Round Midnight” dell’allora sconosciuto Thelonious Monk. L’ascolto del brano la scioccò […]

... continua la lettura
Musica

Augustine: un viaggio nel mito di Proserpina

Intervista a Sara Baggini, in arte Augustine, in occasione del suo nuovo album. Si intitola “Proserpine” il nuovo disco di inediti in studio firmato da Sara Baggini in arte Augustine. E la prima grande parola da utilizzare è ‘evoluzione’, che diviene poi sinonimo di emancipazione pensando alle liriche e al concept di tutto l’ascolto. Dal mito greco di Proserpina, del suo ratto, del nascere delle stagioni fin dentro il tempo apocalittico che viviamo, la fragilità e la “resurrezione”… e poi la fotografia del disco di Augustine, la regia dei video, il suono incastonato tra dark folk americano e sfumature orientali, quel gusto delicatissimo di donna che diviene porcellana pregiata e, allo stesso tempo, istinto seduttivo. Un lavoro “post-atomico”, cercando di dare a queste parole un’immagine ben lontana dal rock industriale di anni fa. Giochiamo con le visioni che sono il cuore pulsante di un lavoro estremamente ragionato e misurato con mestiere. Indaghiamo di più sul concetto insieme ad Augustine. Benvenuta tra le nostre righe, Augustine. Un nuovo disco che in qualche modo sdogana il tuo suono e la tua scrittura dentro una produzione più importante. Come hai vissuto questo processo? Grazie e buongiorno a voi! Devo dire che si è trattato di un processo del tutto naturale. Dopo la realizzazione del mio album precedente, “Grief and Desire”, molte cose iniziarono a cambiare. Tanto per cominciare, sono uscita gradualmente dal mio isolamento, suonando dal vivo e conoscendo molti altri musicisti. Questo ha favorito molti scambi e arricchimenti, oltre alla possibilità, appunto, di coinvolgere altre persone nella realizzazione del mio lavoro successivo. Inoltre, mi furono a quel punto chiari i limiti di “Grief and Desire”, conseguenza, principalmente, dell’auto-produzione totale. Nel momento in cui ho iniziato a comporre i brani di “Proserpine” mi fu subito chiaro che c’era la necessità di un cambiamento, di un salto di qualità; le canzoni stesse lo richiedevano, perché mi rendevo conto di aver raggiunto con esse un maggiore grado di maturità artistica. Dunque in un primo momento mi sono occupata della pre-produzione in home recording come al solito, non volendo rinunciare alla mia consueta indipendenza nella scelta degli arrangiamenti, avendo però bene a mente il fatto che si trattava solo di un passaggio iniziale, perché poi tutto il materiale sarebbe stato rimaneggiato in studio, a “La Cura Dischi” di Perugia. Chiaramente per la produzione mi sono affidata ad amici di cui ho totale fiducia, Fabio Ripanucci e Daniele Rotella. In studio sono avvenuti i cambiamenti più importanti in questo senso, soprattutto a livello di suono. Ed infine, la scelta di non rimanere sola nemmeno nella cruciale fase di post-produzione e promozione dell’album: è qui che è avvenuto il mio incontro con l’etichetta “I Dischi del Minollo”, che sta dando a “Proserpine” molte più chance di quante non ne abbia avuto l’album precedente, nonostante la momentanea assenza di concerti. Un po’ tutto l’immaginario del disco ha soluzioni “antiche”. Rivolgi molto lo sguardo al passato, Augustine, gli arredi del video, il tuo modo di apparire sul disco… Perché? Tutta […]

... continua la lettura
Musica

Donato Zoppo, un amante che non smette mai di insegnarci qualcosa

Donato Zoppo, non solo Lucio Battisti: da lui si può sempre imparare qualcosa Donato Zoppo non è una figura ignota su questi schermi: era già salito alle luci della ribalta di chi scrive con il libro Il nostro caro Lucio, scavo appassionato nell’officina creativa e personale di Lucio Battisti, opera tratteggiata con grande sensibilità, emozione e curiosità filologica. Donato Zoppo è una figura ibrida e imprescindibile, con le sue attività che spaziano dal giornalismo allo storytelling, dalla radio all’ufficio stampa, senza dimenticare la scrittura, filo rosso che unisce il tutto saldamente. Una vera e propria stella polare della cultura musicale e non solo, che ha sempre qualcosa da irradiare, attorno a sé.  Potremmo dire qualsiasi cosa di Donato, ma in quest’intervista lui sceglie di definirsi un amante: scopriamo il perché, direttamente dalle sue parole.  Donato Zoppo, intervista Iniziamo dalla domanda più semplice (o forse più difficile, dipende dai punti di vista). Chi è Donato Zoppo e come lo spiegheresti a una persona che non lo conosce? Altro che semplice… è la domanda più complessa, proprio per questo allettante. Sorvolo su faccende legate all’identità e alla personalità, che sono di scarso interesse per chi ci legge – forse anche per me – per dirti che Donato Zoppo è un amante. Amante della musica, della lettura, della scrittura, dell’ascolto, dell’arte e delle arti, della condivisione. Amante delle connessioni, soprattutto quelle impreviste che ti cambiano la vita, oltre che la percezione. Ho sempre ascoltato musica e letto libri, ne ho fatto una professione in un duplice percorso: da una parte la scrittura – libri, riviste, web – e la radio, dall’altra la comunicazione professionale – il mio mestiere di ufficio stampa. Al centro c’è la passione, la voglia di condividerle nel modo più pulito e sano. Amo i Beatles: forse bastava dire subito questo. Come è nata la tua passione per Battisti? Più che passione, sembra essere una vera e propria “vocazione”, tant’è che sei l’autore che ha avuto il merito di farlo conoscere alla maggior parte del pubblico, dandone un ritratto davvero efficace. Sono lieto che tu parli di vocazione, dunque di chiamata, di qualcosa che arriva dall’alto, stringe e costringe come un bisogno. Ho scritto tre libri su Lucio Battisti, più qualche saggio sparso qua e là in libri altrui, e se potessi scriverei ancora qualcosa su di lui. Quando arriverà una nuova chiamata risponderò volentieri. Battisti è stata una scoperta progressiva, continua. Lo ascoltavo da ragazzo, en passant, tra mille e mille altri album, poi nell’88 la scoperta dell’Apparenza, il suo secondo Lp con Pasquale Panella. Un impatto di cui assaporo la sensazione ancora oggi, una cosa per iniziati. In quella sensazione disturbante ma magnetica, credo si sia celato per bene anche il bisogno di scriverne, di volerlo raccontare: nel 2010, finalmente, il mio primo libro, l’ultimo è uscito l’anno scorso, nel laboratorio del futuro intravedo qualche vocina. Aggiungo per correttezza e per piacere alcuni autori battistiani: Gianfranco Salvatore, Michele Neri, Renzo Stefanel, Luciano Ceri. Se i miei libri sono […]

... continua la lettura
Musica

Franco Battiato: sei curiosità sull’uomo che cambiò il pop

La morte di Franco Battiato è uno di quegli eventi che inevitabilmente porta le persone a riflettere. Questa è la tipica conseguenza che si innesca nel momento in cui una grande personalità viene a mancare: nessuno riesce a dribblare definitivamente la questione, tutti hanno bisogno di parlarne, tutti hanno bisogno di ricordare qualcosa e chi non lo ha conosciuto artisticamente, invece, inizia a sentire un vuoto da colmare. Questo vuoto nel momento in cui ci si interfaccia con la carriera di Battiato diventa voragine, perché nessuno più di lui fu capace di sperimentare, studiare, contaminare la propria cultura con influenze provenienti dai più disparati angoli del mondo, arrivando così a rivoluzionare completamente il concetto di musica pop. Perché questa è la magia di Battiato: rendere popolare la musica cosiddetta “elevata”, dimostrando come in realtà non esista una musica “elevata”. Quasi sempre la musica nasce e si sviluppa come l’espressione di un popolo e racchiude come un involucro il patrimonio artistico di una classe di individui i quali, attraverso quel tipo di struttura musicale, riescono a sentirsi protetti, al sicuro. Ecco, quella sensazione di protezione che la musica dovrebbe esser capace di regalare era stata completamente dimenticata. L’orchestra era diventato il simbolo dell’alta borghesia, la musica elettronica quello delle nuove generazioni di teenagers. Per Battiato era semplicemente musica. La sua vita è stata una costante apologia di conoscenza e curiosità, una continua elegante e mai banale provocazione artistica. Un modo per poter offrire ulteriori chiavi di lettura di una figura fin troppo complessa potrebbe essere quella di presentare alcune curiosità che possano in qualche modo (parzialmente) scoperchiare il criptico guscio che spesso e volentieri Battiato ha costruito attorno ai suoi brani. Sei curiosità sulla figura di Franco Battiato La fenomenologia del genio Nel 1972 Battiato pubblicò il suo primo disco, “Fetus”, un concept album sperimentale interamente incentrato sul tema della nascita della vita e quindi dello sviluppo dell’embrione. Un brano presente nel disco, “Fenomenologia”, si conclude con una serie di formule matematiche cantante dall’artista. Il motivo è che le formule di cui sopra non sono altro che delle funzioni goniometriche traslate rispetto all’asse. Tradotto, le formule cantate da Battiato, una volta rappresentate su un diagramma cartesiano, presentano la forma del DNA. Riferimenti letterari spesso e volentieri, ma a volte anche decisamente no Alcuni testi di Battiato presentano a volte anche scene “forti”, quindi l’autore non ha sempre e solo parlato di trascendenza ed esoterismo nei suoi lavori. Una prova è “Zone Depresse” contenuta in “Orizzonti Perduti” del 1983: Dal barbiere al sabato per chiacchierare e a turno leggere il giornale. Le ragazze in casa o fuori nei balconi; Mi regali ancora timide erezioni; Guardavo di nascosto i saggi ginnici nel tuo collegio. Come un cammello in una grondaia Il sedicesimo album di Battiato prende il titolo da una citazione di uno scienziato persiano del IX secolo, Al-Biruni, il quale era solito pronunciare questa frase per indicare l’inadeguatezza della propria lingua nel trattare argomenti scientifici. Il rapporto con Manlio Sgalambro Battiato è […]

... continua la lettura
Musica

Abide, recensione dell’EP dei Nomotion

Recensione dell’Ep “Abide”, il nuovo lavoro prodotto dalla southern gothic rock band Nomotion e pubblicato da Mold Records. I Nomotion si formano nel 2014 a Udine, per poi stabilirsi nel Regno Unito. Hanno all’attivo la pubblicazione dell’EP Ritual Murders (2014) e dell’album Funeral Parade of Lovers (2019), due opere in cui il complesso friulano si contraddistingue per uno stile ascrivibile al “southern gothic rock”. Un genere dove le sonorità tipiche del country e del blues fanno da accompagnamento a brani dagli argomenti tetri e oscuri quali criminalità, povertà, alcoolismo, ma anche storie di fantasmi e rapporti con Dio e il diavolo. Se si ascoltano questi due lavori dei Nomotion tutte le regole appena elencate, identificate dal giornalista del Denver Post Riccardo Baca come “Denver Sound” (dal nome della città texana in cui si sono formate molte band del genere), sono ampiamente rispettate. Non sarà allora da meno l’EP Abide, pubblicato il 16 aprile di quest’anno per l’etichetta Mold Records. Come si legge anche nel comunicato stampa della band, in inglese Abide vuol dire “sottomettersi” o “ubbidire”. Proprio la sottomissione sembra essere il collante di tutti e cinque i brani, dominati da un’aura di oscurità e mistero. Abide. Recensione track by track Blooming and Dooming è la traccia iniziale, caratterizzata da un ritmo che si potrebbe definire “western”. Si tratta di una vera e propria marcia country, arricchita da assoli di chitarra elettrica che oltre a conferirle una sfumatura spettrale le danno un ritmo solenne che, lentamente, si eleva. Something out there vede la collaborazione di Rob Coffinshanker, vocalist dei The Coffinshakers e figura importante per la scena del death country svedese. Predominanti qui sono la potenza incalzante e il ritmo “cattivo” conferito dagli assoli dalle voci di Johnny Bergman, il cantante della band, e dello stesso Coffinshanker. Una breve parentesi di relativa tranquillità è conferita da Out of Blue, forse il brano migliore di tutto l’EP. Il suono di un pianoforte ci accompagna lungo questa ballata paragonabile a un viaggio nelle sfere celesti del paradiso per poi riprecipitare nelle sonorità cupe della chitarra elettrica e del basso, come se i Nomotion volessero rivendicare l’appartenenza al proprio genere e che questa sia nient’altro che una pausa dal, seppur breve, viaggio musicale che propongono. Contradiction ci riporta infatti con i piedi terra, con le tipiche tonalità country e dark che hanno aperto questo lavoro. A chiudere il cerchio è un’altra ballata, seppur decisamente più aggressiva rispetto a quella centrale: Elisabeth. Il brano, del quale è stato girato anche un videoclip dal laboratorio creativo Sonicyut, è una camminata distorta negli abissi della mente di una persona che cerca di fuggire dal proprio malessere esistenziale. A dominare è una melodia sommessa (seguendo sempre il fil rouge dell’EP, la sottomissione!) in cui si inserisce la voce femminile della cantante soul Brontë Shande. Abide è una passeggiata lungo le sonorità di un genere di nicchia, certamente non conosciuto nel nostro paese, ma che saprà colpire e stupire al primo ascolto anche chi non ne ha mai sentito […]

... continua la lettura
Musica

Intervista a Giuseppe Galato e a uno dei suoi tanti alter ego, SOLO

Giuseppe Galato e Solo: chi è l’uno e chi è l’altro? Viaggio nell’universo di una delle personalità più influenti del Cilento In Cilento Giuseppe Galato è un’istituzione: musicista, scrittore, giornalista, artista poliedrico. Non c’è una sola cosa che Giuseppe Galato non abbia fatto. La sua è una delle voci più influenti di tutto il Cilento: riesce a mescolare acume, intelligenza e ironia, e soprattutto è apprezzato dal pubblico per la sua personalità brillante e il suo carisma. Nessuno saprebbe raccontare il suo universo meglio di lui in persona e quindi gli diamo la parola, in questo viaggio che trascende la sola persona di Giuseppe Galato e s’incarna nelle fattezze di uno dei suoi tanti alter ego, chiamato SOLO. Innanzitutto partiamo dalla domanda più semplice (o più difficile, “conoscendoti”). Chi è Giuseppe Galato? Dopo essere stato un giovane vecchio, Giuseppe Galato è, allo stato attuale, un vecchio giovane. È una persona che cerca di guardare al mondo con occhio critico, secondo i propri metri, ma con distacco e fare cinico. Per evitare delusioni, sfrutta il sarcasmo. E chi è SOLO? È uno dei (vari) alter ego di Giuseppe Galato. È un personaggio solitario, e che della solitudine ne ha fatto condizione propria, per poter sviluppare un discorso musicale personale. Come ti è venuta in mente l’idea di un progetto solista? E quando? Le canzoni ce le avevo da un bel po’. Ho cercato di mettere su una band, ma con scarsi risultati. Quindi, dopo vari tentativi, e annoiato dal non riuscire a trovare dei compagni di viaggio, ho deciso di fare da me. Cosa troviamo di diverso in questo progetto rispetto alle altre avventure musicali che hai intrapreso? Rispetto alla The Bordello Rock ‘n’ Roll Band, più o meno tutto: con loro faccio esclusivamente rock ‘n’ roll / r ‘n’ b / punk. Ha più punti in comune con i GianO, e cioè un’attitudine all’eclettismo, per cui non mi pongo limiti sui generi musicali che vado ad affrontare, facendo un po’ quello che mi gira per la testa, senza pensare “devo essere rock”, “devo essere pop”. Quali sono le tue influenze? Non basterebbe un articolo intero. Per questo ultimo brano di sicuro i Rolling Stones di “Their Satanic Majesties Request”, i Beatles più psichedelici e i Pink Floyd di Syd Barrett. Ma immagino che molto lo debba ai Radiohead e ai Muse, in generale, guardando agli altri miei brani. Parlaci di “Don’t shoot the piano player (it’s all in your head)”, dicendoci cose che non hai mai detto a nessuna rivista. Nessuno mi chiede mai del testo. Quindi, parliamo del testo. Il testo parla di schizofrenia: è diviso in due parti, la strofa in cui viene ritratto il protagonista in uno stato delirante, bloccato nel suo letto che vede la sua ombra ballare, e il ritornello, completamente distaccato dalla strofa, dove si parla di questo fantomatico pianista, che però non c’è. Infatti, nel brano il pianoforte compare solo dopo che il protagonista chiede “sta suonando, ma dov’è il pianoforte?”, per poi […]

... continua la lettura
Musica

Gianfranco Mauto: come far rivivere Piero Ciampi

Gianfranco Mauto ci regala una doppietta di pubblicazioni interessanti. Un disco realizzato in studio dal titolo Il tempo migliore che di recente si arricchisce di un suo duplicato ma in versione acustica. Esce Il tempo migliore – Acustico dove, va sottolineato, gli stessi brani sono realizzati rigorosamente dal vivo con solo pianoforte e voce. La chicca è inoltre racchiusa in questo nuovo brano che non troviamo nel primo disco: si intitola Nero bianco e blu, uno scritto inedito del grande Piero Ciampi che Mauto musica su richiesta di una grandissima come Miranda Martino. Non contenti, in questa release acustica, i due duettano anche assieme per restituire una vita nuova alla penna di un riferimento assoluto della canzone d’autore italiana, mai troppo illuminato come forse meriterebbe. Il pop d’autore di Gianfranco Mauto si fa dunque suono di dettaglio pregiato nel tempo e nella bella saggezza. L’amore e il quotidiano incontrano la storia. Intervista a Gianfranco Mauto Un disco che si divide in due ed è quella la prima curiosità. Dopo la versione in studio, di Il tempo migliore esce la versione acustica di solo piano e voce. Perché? Le canzoni nascono in modi diversi, spesso in modo casuale, semplice, con un solo strumento o una melodia nella testa, e solo successivamente si colorano di arrangiamenti più o meno ricercati; ma nel momento in cui nascono così “nude” che conservano secondo me la loro forza, la loro “verità”, per questo ho voluto fermarle così, pianoforte e voce dal vivo, proprio per fermare nel tempo la loro ragione di essere. Una versione ricca della featuring di Miranda Martino che canta con te un testo inedito scritto da Piero Ciampi… Come nasce tutto questo? Ho conosciuto Miranda e siamo subito entrati in empatia. Lei è una donna ed una artista  eccezionale, piena di energia e sentimento, mi ha sempre raccontato con passione la sua vita ricchissima di esperienze ed incontri ed uno di questi con Piero Ciampi, suo amico, che, frequentando la sua casa romana negli anni ’70 decise, come gesto d’affetto, di regalarle una poesia. Un giorno Miranda mi ha chiesto di musicarla, da lì è nato tutto… Come hai trovato la musica giusta per questo brano? Mi sono avvicinato in punta di piedi a quelle parole scritte nel ’77 da questo grandissimo artista. Ho lasciato che quell’emozione provata nel leggerle la prima volta arrivasse sui tasti del pianoforte: quando l’ho fatta sentire a Miranda e lei si è commossa come me ho capito di aver forse interpretato nel modo migliore che potessi quelle sensazioni. Ad ascoltare i tuoi suoni, il mondo cantautorale di Ciampi come di tanta parte di quella scuola, è assai lontano da te. Come hai vissuto questo accostamento? Nonostante il grande onore che mi è stato concesso ho vissuto questa esperienza come un grande onere ed ho fatto l’unica cosa che potevo fare: rimanere me stesso, con il mio mondo musicale, cercando di rendere attuali quelle frasi e moderno il loro grande messaggio. Delle due anime, di quella in […]

... continua la lettura
Musica

Giacomo EVA presenta il suo primo Ep: Sincero

Giacomo EVA, cantautore italiano, presenta il suo primo Ep intitolato “Sincero”, già disponibile in tutti gli store digitali. L’ artista ha partecipato a programmi di fama nazionale come XFactor e AMICI, è autore, tra gli altri, di Dear Jack e per Francesco Renga nel 2019 firma “Aspetto che torni” in gara al Festival di Sanremo. Tra i brani che compongono l’Ep, “Azzurro scontato”, in cui suoni melodiosi accompagnano la canzone, mentre la voce dell’artista, quasi come se stesse sussurrano, dà forma concreta a tutto, armonicamente. Voce e pianoforte si alternano in un “abbraccio forte e stretto” così come canta Giacomo EVA; un abbraccio musicale che arriva dritto al cuore con semplicità, grazie a parole che lasciano il segno e teneramente parlano d’amore. Un amore sognato, che si palesa attraverso le parole che compongono il testo di “Azzurro scontato”. Squarci di realtà, parole brevi e perfettamente collimanti, brandelli di vita, esistenza, pezzi di sè, dolore, paura, invincibile voglia di cure e silenzi: tutto converge verso un amore sognato. L’ amore sopra tutto e tutti; al di là di ogni possibile insufficienza quotidiana, lontano da tutte le tessere di un’esistenza a tratti difficili, logorante ma al contempo bella per altri aspetti. A chi non capita di vivere un momento di ansia, anche solo per una banalità che causa preoccupazione in noi? L’ansia, purtroppo oggigiorno è una costante e riguarda un po’ tutti. “Cara ansia”, altro singolo contenuto nell’Ep, è un brano che emoziona ad ogni nota. Giacomo EVA canta l’irrefrenabile voglia di vivere semplicemente, senza ricordi inquinati dall’ansia, che a volte toglie il fiato. Uno stato d’animo, una lettera rivolta a sé stesso. L’autore e cantate Giacomo EVA rivela di non aver timore a parlare del modo in cui combatte contro quel mostro chiamato “ansia” attraverso le proprie canzoni. “Solo che vorrei un pò di giorni senza che poi tu ritorni” riassume l’essenza del brano, meravigliosamente vero e tristemente realistico, che sembra accomunare tante… tantissime persone.  “I miei regali” è un brano che rappresenta un vero e proprio atto di sincerità da parte del celebre artista. Una canzone intrisa di sinfonie perfettamente accordate tra loro; nota dopo nota tutto si trasforma in emozione, scuotendo l’anima di chi ascolta. Giacomo EVA, autore che si identifica e che si contraddistingue per le varie sfaccettature che caratterizzano la sua musica, ha scritto un testo all’interno del quale un amore precario si fa spazio contro ogni uragano, trionfando grazie alla bellezza dei sentimenti. Sicuramente il timbro e la voce soave del cantautore aiutano a lasciarsi travolgere dalla melodia dei suoi brani. Due elementi fortemente caratterizzanti, che confluiscono in canzoni nelle quali è possibile riconoscersi. “Sincero”, oltre ad essere il titolo dell’Ep, è anche un brano ivi contenuto; ascoltando la canzone, ci si accorge che voce e pianoforte si alternano in una commistione perfetta. Il brano, dal sapore retorico e metaforico, così come gli altri, è un modo attraverso il quale Giacomo EVA racconta come un amore potrebbe guarire una malattia d’amore. Non è un gioco di parole, può sembrarlo, ma in realtà […]

... continua la lettura