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Eroica Fenice

La Tag: musica contiene 141 articoli

Musica

Thank you for your complaints, intervista ad Emilya Ndme

Thank you for your complaints è il debutto discografico di Emilya Ndme La nostra intervista all’artista Thank you for your complaints è il tuo debutto discografico. Qual è il percorso che ti ha portato a tagliare questo importante traguardo? Ho iniziato ad ascoltare musica davvero molto piccola. Era una necessità, quando si è bambini gli istinti si percepiscono come esigenze e questo era la musica per me. Ho iniziato poi a studiare chitarra classica, poi canto, a scrivere le prime canzoni e a formare band con le quali giravo nei locali dell’alta Toscana. Ventenne, ho partecipato a qualche concorso ed uno il più importante come autrice di testi, Il Premio Lunezia, che mi vide tra i primi 8 autori d’Italia. Ho continuato così, studio, tanto ascolto di generi diversi, tante band, tanti live sopra e sotto al palco, collaborazioni con il mondo del teatro sino ad Emilya Ndme, che è il primo mio progetto da solista e che racchiude la visione sperimentale che ho della musica, i miei gusti e la contaminazione di diverse forme artistiche con le quali mi piace giocare. Il disco si avvale della collaborazione di Valgeir Sigurðsson, storico produttore, tra gli altri, di Björk e dei Sigur Rós. Da Genova ai geyser islandesi il passo è breve, a quanto pare. Valgeir ha masterizzato il disco, è stato decisamente un onore per me. L’ottimo lavoro di mixing di Gabriele Pallanca di Genova Records è stato esaltato dalle sue orecchie sapienti: è stato molto bello per me confrontarmi con una realtà come quella rappresentata da Sigurðsson e devo dire ci siamo intesi bene, ha accolto tutti i miei feedback e mi ha aiutata a raggiungere il suono che volevo dare al disco. L’inglese è la lingua di tutte le canzoni di Thank you for your complaints. A cosa si deve questa scelta? Ai miei ascolti, da sempre molto rivolti alla musica internazionale. I pezzi sono usciti dalla mia testa già in inglese. Negli ultimi anni l’inglese è stata decisamente la lingua con la quale mi è venuto più istintivo scrivere e quindi non ho fatto altro che assecondare il processo. Non ho idea se sarà sempre così ma attualmente questo è ciò che sento di fare. Nell’album mescoli con facilità sonorità differenti, passando dal’ indie rock all’elettronica, attraverso il pop e il glitch. Quali sono le tue principali influenze musicali? Sicuramente è vero, si sentono influenze differenti. La pasta sonora è la stessa ed è il collante del disco. I miei ascolti sono davvero molti: non ho limiti in fatto di gusti musicali, passo dal pop, al jazz, musica classica, indie, elettronica a seconda dell’umore o delle ricerche che sto facendo in quel momento. Se dovessi fare dei nomi attualmente ti direi FKA twigs, Aurora, Florence and the Machine, Daughter, ecc. Accompagno spesso le mie stories su instagram a pezzi che mi piacciono. Non sono molto autoreferenziale quindi seguendomi lì si può viaggiare con me tra i miei ascolti del momento. Il disco è molto eterogeneo a livello di temi […]

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All that’s jazz al Torchio: un viaggio lontano e potente

Sabato 12 settembre, alle ore 20.00, il Teatro Cerca Casa e l’Associazione Il Torchio hanno presentato a Somma Vesuviana “All that’s jazz – Un viaggio musicale”, un concerto-spettacolo ideato e interpretato da Maria Rosaria De Medici, accompagnata dal pianoforte di Mariella Pandolfi e dal contrabbasso di Massimo Mercogliano. Lo Spazio Torchio si presenta subito come un posto speciale: alle pendici del Vesuvio, illuminato da candele e lampadine, ricco di vino locale e di tanta familiarità. L’accoglienza è in piena linea con il principio cardine del Teatro Cerca Casa che si prefissa il compito di lavorare completamente a favore delle compagnie teatrali, svincolando il teatro da quella formalità che per tanto tempo lo ha relegato a una dimensione elitaria. Così, l’idea di un cartellone itinerante che giri per gli appartamenti della Campania e che diventi anche nuovo metodo di conoscenza dei luoghi, oltre che della gente. Infatti, chiunque ha la possibilità di ospitare almeno 30 persone è invitato ad offrire la propria casa, scegliere lo spettacolo che più preferisce e diventare, così, parte della famiglia. Per fortuna le iniziative sono riprese post-Covid, senza danni, sfruttando spazi grandi e all’aperto. Così Il Torchio ci ha dato il benvenuto e ci ha permesso di intraprendere un bellissimo viaggio, quello di All that’s jazz, presentato subito in tutta la sua complessità perché è difficile relegarlo in una sola definizione: la presenza di un pubblico è jazz, il non sapere cosa succederà è jazz o anche, solo e mai banalmente, l’entusiasmo e la felicità sono jazz. Tra musica, parole, video e letture si rivivono le Jazz Parade di New Orleans, così potenti da travolgerci e farci dimenticare, per qualche minuto, tutto quello che stavamo facendo. E ancora le esperienze personali, la vita musicale, le motivazioni e i caratteri straordinari delle più influenti figure del jaz, da Louis Armstrong a Paul Desmond e Dave Brubeck, da Thelonious Monk a Ella Fitzgerald e ancora dal Bebop al Cool Jazz. La storia continua ma l’entusiasmo non scema. Tutti, inconsciamente, con movimenti e gesti impercettibili partecipano a quel processo di continua creazione che è il jazz, incessante e potente, volenteroso di afferrare il momento, in piena linea col Carpe diem o semplicemente con la voglia di viverlo. “All that’s jazz – racconta Maria Rosaria De Medici – è un viaggio sulle onde del ‘suono dei continenti’ perché è il mare quello che unisce. Lungo le rotte oceaniche si incrociano navi cariche di suoni… vengono dall’Africa e dall’Europa e vanno verso il ‘mondo nuovo’. Da New Orleans a Salvador de Bahia i suoni della tradizione americana si portano dentro le radici africane e le influenze europee. All that’s jazz… “ L’antropologia, quella che definisce i popoli, diviene collante di elementi lontani che insieme combaciano alla perfezione perché prodotto della stessa specie, quella umana. Questo spettacolo-viaggio ti arriva diretto e potente, ti rende spettatore e partecipe, ti educa, ti mette alla prova e ti saluta lasciandoti impregnato di quella stessa sensazione di felicità di cui si nutre il jazz e, più […]

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Leanò: un tutt’uno con la chitarra, un tutt’uno con la natura

Tempio segna l’inizio di un viaggio, quello della cantautrice Leanò, all’anagrafe Eleonora Parisi. Tempio è un percorso musicale di sei brani, densi di parole cantate da una voce gentile, con uno strumento che funge da piccola coperta di Linus: la chitarra. Tra il cantautoriale, il pop e l’indie, il tocco leggero e la penna profonda di Leanò sono due buoni motivi per ascoltare il suo lavoro artistico. L’intervista a Leanò Qual è il tuo rapporto con la chitarra? Come mai hai scelto di inserire questo strumento in tutte le canzoni dell’album? Ho iniziato a suonare a 9 anni, inizialmente da autodidatta. Poi ho cominciato a studiare chitarra classica in quinta elementare ed ho continuato fino alla fine del liceo. La scelta di inserire questo strumento all’interno dell’album è proprio perché io credo sia una mia caratteristica stilistica: non riesco ad immaginare un live senza chitarra, poiché mi sento un tutt’uno con lei. Hai scelto di presentare il tuo EP chitarra e voce: esigenza emotiva o necessità pratica? Suonare in acustico, presentare Tempio in acustico, è stata in parte scelta espressiva, ma anche forzata, dato che è un EP uscito in un periodo strano per tutti. A inizio luglio è uscito Tempio, dopo un lockdown che ha messo alla prova tutti e di cui si sentono tuttora gli effetti. Cosa ha significato per te far uscire un tuo lavoro in un periodo dalla difficile ripresa? A Tempio stavo lavorando da un po’ di anni, circa tre. La quarantena è stato un periodo stranissimo, che mi ha fatto crescere molto, nonostante il tempo fosse annullato. Mi sono detta che i brani sarebbero stati vecchi, se li avessi fatti uscire a settembre. È stata un’esigenza, la mia. Un vada come vada. Com’è stato vedere un tuo brano, Alba, entrare in Scuolaindie, una delle playlist più importanti della musica emergente? Io sono ancora un po’ tra le nuvole. Quando me l’hanno segnalato, ed ho visto di essere in playlist, sotto Chiara Ferragni, è stato strano. Molto bello, ma strano. Sicuramente una piccola soddisfazione, non tanto per la playlist, ma perché un qualcosa che ho scritto io in cameretta, adesso può arrivare a tante persone. Due brani che consiglieresti a chi non ha mai ascoltato Tempio. Tempio sicuramente e Tira e corri, perché mi piace molto la produzione, ma non amo suonarla live. Ritengo però sia rappresentativa, nel suo significato di fidarsi della natura e di se stessi. La copertina di Tempio è una donna stesa su di un prato al tramonto, eppure l’idea di tempio fa pensare ad una struttura al chiuso, un luogo sacro, mentre qui c’è la rappresentazione della natura incontaminata. Come mai hai scelto questa illustrazione? La copertina è stata ideata da Omar, un ragazzo di Rimini con cui collaboro da un po’. Ho affidato a lui l’illustrazione, poiché conosce la mia visione delle cose. Con questa copertina abbiamo voluto rappresentare una donna che si lascia andare, fondendosi con la natura e da questa fusione si possano generare dei fiori. Anche […]

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Estate a Napoli, Maldestro presenta il suo nuovo singolo

Nell’ambito di Estate a Napoli 2020 Maldestro ha presentato il suo nuovo singolo, Ma chi me lo fa fare, nel cortile di San Domenico Maggiore. Nell’ambito del progetto Estate a Napoli 2020 Maldestro, nome d’arte di Antonio Prestieri, ha tenuto un concerto a San Domenico Maggiore nella serata del 4 settembre all’interno della rassegna Alto Volume. Maldestro, una carriera ricca di riconoscimenti La carriera di Maldestro, nato a Napoli l’11 marzo del 1985, ha inizio con la pubblicazione dei singoli Sopra al tetto del comune e Dimmi come ti posso amare tratti dall’album Non trovo le parole che gli permettono di vincere numerosi premi come il Premio Ciampi e Musicultura. Nel 2017 partecipa al Festival di Sanremo nella sezione “Nuove Proposte” con il brano Canzone per Federica, classificandosi secondo e vincendo il premio della critica Mia Martini. Il 24 marzo vede la luce il suo secondo album i Muri di Berlino dal quale viene estratto il singolo Abbi cura di te, facente parte della colonna sonora del film Beata Ignoranza. Il tour teatrale del 2018 confluisce nell’album Acoustic solo e nel novembre dello stesso anno esce il terzo album in studio, Mia madre odia tutti gli uomini. Estate a Napoli. Il concerto di Maldestro a San Domenico Maggiore riporta la musica dal vivo Il cantautore partenopeo ha scelto la cornice del cortile di San Domenico Maggiore per presentare il suo nuovo singolo Ma chi me lo fa fare, facente parte del prossimo album in arrivo nell’autunno di quest’anno, nonché un’occasione per ripercorrere la sua carriera artistica attraverso i brani più famosi. Sul palco, illuminato da luci che cambiano colore a seconda della canzone eseguita, ci sono soltanto lui e i suoi compagni di questo piccolo viaggio musicale: una tastiera e una chitarra acustica. Con il suo timbro inconfondibile che sembra ricordare quasi quello di Tom Waits, Maldestro disegna immagini di un amore passato fatto di ricordi e rimpianti, con una voce immune alle illusioni ed elegante. Il pubblico ha potuto gustarsi le versioni dal vivo di Canzone per Federica, Abbi cura di te, Fermati tutta la vita e molte altre canzoni, fino a giungere a una cover di Nessuno vuole essere Robin di Cesare Cremonini e alla presentazione del già citato ultimo singolo Ma chi me lo fa fare. Un brano che lo stesso cantautore ha descritto come un tassello fondamentale della sua svolta artistica e simbolo di un nuovo percorso che, per rielaborare leggermente le sue stesse parole, spera di poter continuare a percorrere con i suoi fan. La vena rassegnata e disillusa sembra far spazio a una ventata di leggerezza e ottimismo nel nuovo singolo. Un invito ad accettarsi così come si è, senza l’ausilio di maschere e volando sopra la distesa di preoccupazioni che appesantiscono l’esistenza di ciascuno di noi. Non sono nemmeno mancati momenti divertenti come, ad esempio, Maldestro che osserva il cielo stellato sopra di lui e, fingendosi ispirato accenna a qualche nota della Sonata al chiaro di luna di Beethoven o anche qualche battuta […]

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Oscar Molinari è tornato con l’EP Aware of You

Il ritorno di Oscar Molinari Aware of you è il nuovo EP di Oscar Molinari, freschissimo di uscita su tutti i maggiori canali di distribuzione (Spotify, Youtube ecc.). Il giovane cantautore napoletano, che alla carriera di musicista abbina quella di aspirante fisioterapista, è tornato alla ribalta con i sedici minuti di musica che vanno a comporre la sua ultima produzione. Aware of you è nato subito dopo la fine di un periodo particolare per tutti, quello della quarantena, del lockdown e della chiusura di tutto. Un momento solo apparentemente fertile dal punto di vista artistico ma che in realtà è dovuto terminare, per portare il giovane Oscar alla maturità artistica. Un giovane, per l’appunto, consapevole di sé, come dice il titolo dell’EP, arrivato in quel momento in cui le scelte e le decisioni assumono un peso specifico maggiore rispetto alla fase adolescenziale. Da un punto di vista della strumentazione, Aware of You è un disco essenziale nei suoi tecnicismi, in linea con “Little Room” ed i precedenti lavori di Molinari. Canzoni scarne, essenziali, spesso costruite sul binomio voce-chitarra che tanto ha fatto le fortune del folk rock. E d’altronde, come potrebbe essere altrimenti, in riferimento a quelle che sono state le maggiori ispirazioni di Oscar, come ci raccontava quasi un anno fa. Già dalla malinconica title-track si intravedono nuove atmosfere e sfumature, sempre con quell’utilizzo aperto dell’inglese, che da libero sfogo alle più svariate interpretazioni. «Feeling calm / Feeling alright / Till the time I saw your eyes / I’ll keep myself away from you.» Di tutt’altro registro è la dolce “Sweetheart (What a Surprise)”, nella qual, probabilmente, si parla di quel sentimento che è alla base del novantanove per cento delle canzoni odierne e con il quale anche il Nostro ha deciso inevitabilmente di misurarsi: l’Amore. “What a surprise/ I have found/ In your big eyes/ Ain’t no good”. Ma Aware of you è un disco che comunque riesce a toccare corde anche molto diversificate tra di loro, come dimostra “Bed with Me”. A dispetto di un testo spesso enigmatico, il suono della chitarra stavolta è più dolce e non si fatica ad immaginare canticchiare questa canzone, magari in spiaggia. Seguono poi “Kisses” e “Last Goodbye” , il binomio finale che si appresta a chiudere il breve ma intenso lavoro. «I would like to go further/ But there is a deadline/ That keeps me holden/ From being alright.» Canzoni gemelle, la prima malinconica e la seconda più allegra, struggenti nel loro minimalismo, ma con le quali è comunque possibile riconoscerci senza difficoltà, soprattutto per chi vive gli anni della propria giovinezza in quest’epoca di incertezza e mancanza di prospettive. Dulcis in fundo, forse il pezzo più riuscito del disco, la splendida “Poor Eyes”. Aware of you finisce con un arpeggio ed uno splendido sax in sottofondo, che testimoniano una ricerca artistica e musicale che va anche al di là delle ormai collaudatissime schitarrate.  Fonte dell’immagine: bootleg del disco

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Al blu mi muovo, il nuovo album di Fabio Cinti

Intervista al cantautore Fabio Cinti in occasione dell’uscita del nuovo album: Al blu mi muovo. È un piccolo scrigno Al blu mi muovo, l’ultimo album di Fabio Cinti, cantautore raffinato ed elegante, con le sue canzoni bucoliche e terapeutiche, delizia le orecchie più sensibili. Seguendo i passi di Battiato, come Dante fa con Virgilio, Fabio Cinti dimostra di essere un uomo in primis e poi un cantastorie dalla penna delicata e dal verso intimo ma universale, grazie all’utilizzo di un linguaggio intriso di figura ma molto efficace nella sua resa finale. Dopo l’adattamento gentile al Padrone della Festa, il cantautore si cimenta in 8 brani dai 3 ai 4 minuti e mezzo di durata, con più piani emotivi di immagine, che si scoprono man mano che si affrontano gli ascolti: una tecnica come quella delle scatole cinesi, l’una rinchiusa nell’altra, ben esplica il tentativo più che soddisfacente di Cinti; un ascolto superficiale scorge il minimo, più le orecchie si abituano alla gentilezza, più i messaggi invadono il sottotesto e arrivano a dipingere il quadro emozionale più puro. Intervista a Fabio Cinti: Al blu mi muovo e prospettive musicali Nella prima traccia del disco canti: «tra gli alberi combatto la mia guerra e dietro l’ombra ti vengo a incontrare». Qual è la necessità che ti spinge oggi a pubblicare Al blu mi muovo? Quali sono gli alberi tra cui combatti musicalmente? In realtà gli alberi sono miei alleati. Sono un rifugio, un nascondiglio, sono la mia casa (sono proprio tra gli alberi) e sono la mia forza, perché passo ogni giorno del tempo tra loro. In realtà non avevo nessuna esigenza o necessità di pubblicare questo album… Anzi, non avrei voluto farlo! Però si realizzano molte cose per gli altri, o perché ci si rende conto che, anche inconsapevolmente, indirettamente, si può cambiare qualcosa, anche di molto piccolo. E così, pensato e realizzato in questo modo, diventa anche terapeutico. Scrivere testi metafisici ma al contempo così terreni. Vieni in Giorni tutti uguali, in cui affermi che non puoi «fermare l’attimo della felicità», in cui si vede la scrittura bucolica, quasi lirica. Cos’è per te scrivere? Nella tua composizione dei brani, come ti approvi alla produzione del testo? Sono arrivato alla notorietà (personale, non universale) che quando scrivo un testo ci deve essere una commozione interna imprescindibile che mi spinge a farlo. Non vuol dire che devo piangere! Ma che lo stato emotivo che mi attraversa in quel momento deve essere in qualche modo sconvolgente. Così è stato per Giorni tutti uguali in cui cercavo di osservare cosa ci fosse oltre la consuetudine. È inevitabile che si fonda, in questo modo, la proiezione mentale del mondo, la sua rappresentazione, con la realtà sensibile. Lo scorso album è stato un adattamento gentile al cantautorato di Battiato. In questo album, se c’è, cosa rimanda a Battiato? Battiato c’è sempre, in tutto, ci sarà per ogni cosa che scriverò, perché ho imparato a scrivere attraverso l’ascolto e lo studio delle sue canzoni quando avevo quattordici anni. […]

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Bad Vibes: intervista al rapper Ganoona

In occasione dell’uscita del suo ultimo brano Bad Vibes abbiamo intervistato Ganoona Nome d’arte Ganoona, come mai questa scelta e quale il nome all’anagrafe? All’anagrafe mi chiamo Gabriel, nome esotico perché sono italo-messicano. Il nome d’arte è preso in prestito da un romanzo, “Amore a Venezia. Morte a Varanasi”: il personaggio principale di questo libro fa dei viaggi fino ad arrivare a Varanasi, in India, dove impazzisce e inizia a vedere questa presenza, Ganoona, che gli fa delle rivelazioni sulla vita. L’ho preso in prestito per fare un po’ la stessa cosa nella mia di vita: con la mia musica cerco di dire e di dirmi quello che non sempre ho il coraggio di dire nella vita reale. Cosa cerchi di far emergere nella tua musica? Riassumerlo per tutta la mia musica è un po’ complicato: in generale la mia scrittura è volta a conoscere me stesso. Poi nel momento in cui una canzone esce diventa di tutti, ognuno dà la sua interpretazione e ci si rispecchia in maniere diverse, che io non posso neanche immaginare. Se dovessi scegliere una costante nelle mie canzoni a livello di messaggio forse è quella di non voltare mai le spalle alle nostre sensazioni, di scappare quindi da quello che è il quieto vivere e cercare il conflitto interiore che porta sempre a qualcosa di buono. Passando alla carriera, dal Messico all’Italia, qual è stata la tua carriera fino ad oggi? Sono arrivato a fare musica “seriamente” abbastanza tardi, artisticamente parto facendo l’attore: ho studiato teatro, ho lavorato come attore e ai tempi ho anche fondato una compagnia teatrale itinerante. Nel frattempo facevo rap poiché la mia prima passione musicale è stato il rap, ma lo facevo segretamente, quasi non credendoci tanto, poi il teatro stesso mi ha aiutato a guardarmi allo specchio e dire “no, è questo quello che vuoi fare veramente, è quello che sei veramente”. Ci è voluto un po’ per ammetterlo e quando l’ho fatto ho avuto la fortuna di iniziare subito a girare la scena rap underground. Mi sono messo in gioco, mi sono messo a studiare musica, mi sono diplomato in canto e pianoforte moderno e grazie a questi studi si sono molto allargate le mie prospettive musicali. Hai detto che il teatro in un certo senso ti ha anche aiutato a capire che la tua strada sarebbe stata la musica, in che senso? Il teatro ti mette davanti a te stesso: spesso si fa l’errore di pensare che il teatro ci insegni a mettere su delle maschere, in realtà ci insegna a toglierle. Se non siamo veri e non siamo noi stessi su un palco veniamo percepiti come finti, non siamo credibili anche se stiamo recitando un personaggio diverso da noi. Però è sempre da noi, dal nostro essere umani che dobbiamo attingere, dentro di noi c’è di tutto: ci sono gli istinti d’amore, gli istinti violenti, gli istinti meschini, quelli nobili. Dentro di noi abbiamo un po’ tutti tutta l’umanità, quindi in realtà è un conoscersi […]

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Squeamish Factory, intervista alla band caudina

Eroica Fenice ha intervistato gli Squeamish Factory, gruppo alternative rock / metal italiano in occasione dell’uscita del nuovo singolo Humandrome Il 10 aprile è uscito su You Tube il videoclip di Humandrome , il nuovo singolo degli Squeamish Factory. Formatosi nella Valle Caudina, tra Benevento e Avellino, questo complesso alternative rock / metal è formato da quattro membri che hanno al loro attivo la partecipazione al Desert Sun Stoner Rock Festival di Vienna e nel 2017 allo Sweet Leaf Festival di Foglianise, uno dei più importanti eventi di musica rock indipendente dell’Italia meridionale. Nel 2016 gli Squeamish Factory pubblicano il loro omonimo album di debutto e Humandrome è il loro ultimo singolo, pubblicato nell’aprile di quest’anno Eroica Fenice ha chiacchierato con i membri della band, sulla loro musica e sui progetti futuri. Ringraziamo l’ufficio stampa e gli stessi Squeamish Factory! Squeamish Factory, intervista Nella vostra biografia, sulla vostra pagina ufficiale Facebook, si legge che gli Squeamish Factory sono « la fabbrica che si ciba delle nostre contraddizioni, delle nostre paure, del nostro odio per noi stessi e per il mondo che ci circonda. Si alimenta di mali, li distilla in armonia dissonanti ed eteree, e li restituisce al mittente. Che sia bello o brutto non ci è dato saperlo ». Mi ha incuriosito molto questa descrizione e vorrei conoscere, un po’ meglio da voi, la filosofia che sta alla base della vostra band. Il nostro scopo è veicolare, tramite la musica, un messaggio che nasce dall’approcciarci, in modo dialettico, alla realtà che ci circonda. Come una fabbrica, prendiamo dall’esterno materiale che viene studiato e spezzettato dal punto di vista di questo procedimento. Nella vostra biografia si legge poi che siete « quattro anime diverse » che « un giorno hanno capito di non poter trovare un modo di esprimersi migliore della musica ». A questo punto mi sembra lecito chiedervi: chi erano queste quattro anime prima di diventare gli Squeamish Factory? Prima di diventare gli Squeamish Factory erano quattro amici con progetti musicali avviati, che volevano provare a fare qualcosa di diverso da ciò che facevano tutti i gruppi della zona, prendendo spunto dalle cose in comune. Giulio e Mario suonavano insieme in una band già da tempo, Biagio e Antonio integrati condividevano progetti temporaneamente e il tutto è partito con il jam of divertimento, qualche copertina reinterpretata dalla band che piacevano a tutti e quattro e da lì sono usciti fuori dai primi pezzi . Nell’ascoltare i vostri brani, sia quelli dell’album omonimo del 2016 che il recentissimo Humandrome, uscito in digitale il 10 aprile scorso, sono rimasto colpito dal ritmo graffiante e dalle sonorità distorte che però non sono mai uguali tra loro. Per fare un esempio, si passa dalle melodie eteree di Spacetrip a brani “puri e duri” come Sons of Apathy o Wake up . Vi chiedo quindi quali artisti vi hanno influenzati nella composizione dei vostri brani. Siamo in una costante sperimentazione, sempre alla ricerca di nuovi suoni e nuove “fasi musicali”. Le nostre influenze […]

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Niko Albano: se non cadi, non puoi rialzarti | Intervista

Domenico Albano, 1991, musicalmente conosciuto con il nome Niko Albano, è un cantautore e chitarrista campano. Autodidatta, istruito dal padre con rudimenti di musica, da dieci anni a questa parte si dedica alla composizione di brani originali, partecipando a Premi e concorsi nazionali, che lo hanno portato a pubblicazioni dai grandi riconoscimenti. Dopo aver vinto il Premio della Critica e il Secondo Posto al Premio Mia Martini con il brano Non Serve Domani, Niko Albano auto produce il suo primo EP, intitolato Cadere, un brevissimo album di tre canzoni, che si intrecciano tra loro per tematiche trattate e melodie musicali pop-folk. È un EP suonato, in cui la chitarra è onnipresente e diventa protagonista di un andamento sonoro incalzante; spinta sull’acceleratore per quanto riguarda la voce, che riflette la grinta ed il bisogno di dover comunicare. I falsetti ed i giochi di intonazione sono una caratteristica del modo di cantare di Niko Albano: già dal primo brano inglese Forget Your Touch del 2017, si può comprendere la spinta folk che supporta l’iper melodico, marchio distintivo del territorio campano. Non Serve Domani, suo secondo fortunato singolo, è il miglior prodotto dell’artista, che attraverso un ritornello pop ed uno special serrato e  ritmato, costruisce l’equilibrio per portare al pubblico una canzone di buona fattura, con un messaggio altrettanto sincero. Niko Albano con l’EP Cadere riprende in parte questi due mondi, ma senza catarsi: il dolore, le difficoltà di un periodo complesso sono inevitabilmente sotto i riflettori; restano sentimenti ancora freschi, che si cantano per esigenza. Chi è Niko Albano? Qual è stato il percorso musicale che ti ha portato alla realizzazione dell’EP Cadere? Sono Niko Albano, cantante di giorno, ingegnere di notte: la crisi di identità è dietro l’angolo (ride). Suono e canto da più o meno 10 anni; ho iniziato con un concorso radiofonico per radio Crc, nel format “Fatti ascoltare da radio Crc”. Da lì ho cominciato a suonare live, facendomi conoscere musicalmente nel panorama campano. All’attivo oltre l’EP Cadere, ho tre singoli: Forget your touch del 2018; Non serve domani che ha vinto il Premio della Critica e il Secondo Posto al Premio Mia Martini e Volersi liberi del 2019. Cadere è il primo EP, nasce dopo un periodo di difficoltà, tra impegni e lavoro, ma era un progetto che avevo in cantiere da tempo e solo nel trambusto sono riuscito a portare a termine.  Cosa è cambiato dai primi singoli ad oggi? Quali sono state le influenze che ti hanno aiutato musicalmente e nella scrittura? Rispetto ai primi pezzi degli anni scorsi, l’EP è più maturo sia dal punto di vista di scrittura, sia dal punto di vista musicale, proprio perché adesso l’esperienza si fa sentire. A livello musicale mi sono staccato dal pop puro, il brit pop di Ed Sheeran per fare un esempio, andando verso uno stile, che poi è quello dell’EP, in cui sono riuscito ad unire il mio pop di background (James Morrison, Paolo Nutini) e la metrica del panorama italiano con gli autori […]

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Intervista a Godot.: scrivere canzoni allegre è una fatica

Intervista a Giacomo Pratelli, in arte “Godot.” Artista armato di sorriso e ukulele, che dal 2017 ha finalmente deciso di aprire le porte della sua camera per far arrivare la sua musica alle orecchie di tutti. Dopo il primo EP pubblicato nel 2017, chiamato Me ne vado a Londra, il cantautore ha preferito la strada dei singoli, pubblicando da un anno a questa parte quattro diversi brani: Controtempo, Come Ciliege, Milano Mon Amour e Oppure. In autunno uscirà il suo nuovo album Controtempo. L’intervista a Godot. Chi è Godot.? Come nasce la tua musica e qual è il tuo background? Mi chiamo Giacomo, in arte “Godot.” Sono una persona allegra, anche se molti dei miei brani riflettono la parte di me più malinconica. Sono cresciuto pane e cantautorato, infatti non ho ricordi che non siano associati alla musica italiana di De Gregori, Battisti, Dalla, anche perché i miei genitori sono appassionati di musica e suonano: papà batterista e mamma pianista, quindi ho sempre ascoltato tanto a casa. Da bambino volevo essere tutto tranne che simile ai miei, che invece mi hanno iscritto a molti corsi di musica e strumento… immancabilmente mollavo proprio perché non volevo entrare in questo giro ed essere come loro. Quello che invece mi ha sempre contraddistinto è la scrittura: ho sempre scritto, inizialmente di nascosto, non facevo ascoltare niente di mio. Dalla mia prima canzone a 13 anni, fino ai 20, ho sempre e solo cantato con mia cugina che mi accompagnava alla chitarra, buttando giù la musica insieme, dentro una cameretta. Nel frattempo a 15 anni mi sono iscritto a lezioni di canto ed ho incontrato un’insegnante strepitosa: la lezione è diventata un momento in cui fare arte, un momento in cui ero totalmente libero. Proprio a lei ho deciso di far ascoltare le mie canzoni e abbiamo lavorato insieme ai brani. Nel 2017, avevo 23-24 anni, la mia insegnante mi ha suggerito di fare qualcosa di più: mi ha presentato Simone Pirovano, attualmente il produttore con cui arrangio, dal nostro incontro è nato un EP auto-prodotto, intitolato “Me ne vado a Londra”. Così il 21 marzo 2017 per la prima volta sono uscito e ho fatto ascoltare agli altri la mia musica. Spulciando su Spotify, digitando il nome Godot, si nota la presenza di molti progetti musicali che utilizzano questo pseudonimo. Tu quando hai scelto di essere Godot.? Lavoro nel mondo del teatro e sono appassionato di Beckett, autore di Aspettando Godot. Oltre al testo che Beckett ha scritto, sono molto legato all’idea dell’attesa, la vivo come un’esperienza molto poetica, perché mentre aspetti, potrebbe accadere di tutto. L’attesa è un momento che vivo con ansia, nel suo senso più positivo, proprio perché al suo interno c’è il piacere di aspettare. Il mio nome d’arte è Godot., con il punto finale e devo dire che quel punto mi ha salvato: su Spotify infatti ho scoperto un caso di omonimia di una band Metal tedesca sciolta nel 2007 e la mia musica era finita sotto quel profilo lì. […]

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