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Eroica Fenice

La Tag: musica contiene 30 articoli

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I Whitey Brownie debuttano con Another Pink | Intervista ad Alessandro Trani

I Whitey Brownie debuttano con l’EP Another Pink | Intervista ad Alessandro Trani Another Pink è il lavoro discografico d’esordio della band Whitey Brownie, trio di Latina composto da Micol Touadi (voce), Alessandro Trani (batteria) e Alessandro Pollio (tastiere), che fonde musica Jazz ad altre sonorità della black music: dall’ R’n’B all’Hip-Hop, passando anche per il soul. Un prodotto sperimentale ben fatturato dal quale emerge chiaramente l’abilità musicale dei tre membri della band, capaci di creare un disco che riesce a coniugare la sperimentazione musicale di generi, forse un po’ ostici a un pubblico di ampio raggio, a un mood gradevole e orecchiabile, con testi che oscillano dall’italiano all’inglese. Pubblicato lo scorso 27 Dicembre per l’etichetta Rest in Press, l’EP si compone di cinque tracce (Green, Never, As You Like, Carillon e Clouds) ed è stato registrato presso il Sud Studio Digital Sound di Cosenza sotto la supervisione artistica di Pantu. In occasione dell’uscita dell’album, abbiamo parlato con Alessandro Trani che ci ha raccontato un po’ del mondo, delle esperienze, delle visioni musicali e degli obiettivi dei Whitey Brownie. Intervista ad Alessandro Trani dei Whitey Brownie Come nasce il gruppo Whitey Brownie? Il nucleo originario risale al 2015 circa, da una mia idea di suonare jazz ma non in maniera convenzionale. Abbiamo iniziato un po’ per gioco, soprattutto a livello strumentale perché all’inizio era più un progetto strumentale, a mescolare i classici del jazz a quelli dell’Hip-Hop. Quando abbiamo visto che questa cosa funzionava, soprattutto a livello live, abbiamo deciso insomma di farla crescere e, nel 2017, siamo arrivati alla formazione attuale, ovvero un trio che vede me alla batteria, Alessandro Pollio alle tastiere e Micol Touadi alla voce. Da lì abbiamo iniziato a scrivere i nostri pezzi e a farli diventare dei brani originali. Venite da esperienze musicali diverse? Tutti noi abbiamo una formazione accademica legata comunque al Jazz. Micol per esempio al Conservatorio ha fatto canto Jazz e anche noi proveniamo da esperienze musicali fortemente Jazz. Però eravamo stanchi del solito modo di suonarlo in Italia e quindi abbiamo provato a mescolarlo con altri generi della black music: il Funk, l’Hip-Hop, l’R’n’B… Quindi abbiamo creato questo sound che ci appartiene molto di più. A cosa ti riferisci con «il solito modo di suonarlo in Italia»? Te lo racconto con un esempio molto divertente. Quando si andava alle jam jazz, almeno fino a un po’ di anni fa, se provavi a girare il jazz un po’ più sul funk venivi guardato storto. Adesso, fortunatamente, non succede più e diciamo che la nostra è un po’ una risposta provocatoria a questo atteggiamento italiano. Un atteggiamento un po’ bacchettone? Esatto, troppo legato al “real book”, a quello che c’è scritto sulla parte, ad essere rigidi sulla struttura di un brano, ad essere un po’ troppo inquadrati quando si pensa al jazz, in generale. Per noi, invece, la black music non deve avere questi vincoli. Another Pink è dunque il primo EP dei Whitey Brownie. C’è un significato particolare dietro questo titolo? Guarda, […]

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Turning Point dei Buckwise | Intervista a Roberto Matarrese

Un sound elettronico convincente che unisce l’innovazione musicale di matrice anglo-tedesca a sonorità folk di matrice statunitense: parliamo di Turning Point, il primo progetto discografico dei Buckwise. Originari di Bari, Francesco “Gnappo” De Luca, Nicola Galluzzi, Lorenzo L’Abbate e Roberto Matarrese hanno pubblicato il 18 Gennaio, per l’etichetta  La Rivolta Records, Turning Point, un album che fa dei “punti di svolta” il suo Leimotiv che prende vita da due mondi musicali, apparentemente inconciliabili, che si uniscono creando un disco dal suono innovativo, strizzando l’occhio anche a sonorità più orecchiabili. Anticipato dal singolo Jasper, pubblicato con relativo videoclip lo scorso 17 Dicembre, l’album si compone di 8 tracce (Jasper, Turning Point, I’ll Begin, Freedom District, Due, Lost, Fall Down e Summer Down) attraverso le quali l’esperimento musicale dei Buckwise– che potremmo definire come Folktronic- si declina in vari mood, oscillando da sonorità elettroniche più marcate e potenti, ad altre più sfumate e morbide che richiamano atmosfere più introspettive. Per l’occasione dell’uscita del disco, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Roberto Matarrese che ci ha aiutato a conoscere meglio l’universo musicale e immaginativo di Turning Point. Buckwise, intervista a Roberto Matarrese Come nascono i Buckwise? Il progetto è nato da Nicola, Lorenzo e Gnappo che collaboravano già da tempo in altri progetti musicali. La necessità di includere nel progetto qualcuno che scrivesse e cantasse le parti vocali li ha portati ad aggiungere me, Roberto, alla band. Che ricerca musicale c’è stata dietro questo album? Non è stata una ricerca, bensì una propensione naturale dovuta ai differenti gusti musicali di ogni membro della band. Il sound è nato in maniera abbastanza naturale, in particolare l’avvicinamento di Gnappo all’elettronica (originariamente bassista) e di Nicola al banjo ed al bluegrass (lui ha cominciato con la tromba) hanno sicuramente dato una spinta importante a questo processo. Il mio ingresso nel gruppo, sono producer con alle spalle vari progetti musicali (Kinky Atoms, LogisticDubLab, fonico de La Fame Di Camilla, nda) ha contribuito a rafforzare la parte elettronica del progetto. In realtà non è stato troppo difficile trovare elementi simbiotici nei due generi, la famosa cassa dritta dell’elettronica non è altro che la cassa battente utilizzata nel folk e nel country, i roll del banjo sono assimilabili agli arpeggiatori dei synth usati molto nell’elettronica, eccetera. Anche il tipo di cantato usato da noi prende molto dal folk tradizionale americano, ma ha spiccati rimandi alle voci usate nell’elettronica più indie di matrice inglese e tedesca. Avete definito il punto di svolta (Turning point), che è anche il titolo dell’album e di un omonimo brano, il filo rosso che lega i brani di questo disco, perché? Veniamo da un periodo in cui ci sono stati molti cambiamenti nelle vite di noi quattro, ognuno per motivi diversi. Una volta finito il disco abbiamo notato che il cambiamento era il filo conduttore di tutti i brani, quindi è stato naturale prendere Turning Point, il titolo della della seconda canzone, come elemento fondativo di tutto il lavoro. È diventato un po’ un simbolo. C’è […]

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Federa & Cuscini, intervista alla band napoletana

Federa & Cuscini è una band napoletana, nata prima come trio acustico e poi divenuta una vera e propria band in elettrico. Il nome rimanda alla cantautrice Federica Vezzo, frontwoman del gruppo, accompagnata in questo progetto da Gaetano Sorgente alla chitarra, Enrico De Stefano al basso e Claudio Attonito alla batteria. All’attivo hanno un EP, Viento ‘e curaggio, uscito nel 2017, numerosi premi vinti, l’ultimo a Luglio 2018 con il Festival dei Castelli Romani di Velletri ed un nuovo singolo disponibile online: Da Piccola. Sono stati selezionati per le prossime audizioni di Musicultura 2019, insieme a molti altri artisti del panorama campano. Nonostante i cambiamenti di formazione, l’utilizzo nella scrittura sia dell’italiano che del napoletano, Federa & Cuscini dimostrano essersi ritagliati uno spazio all’interno della musica partenopea, attraverso una scrittura che mira all’essenziale, utilizzando vocaboli semplici e una linearità diretta, cosa che diviene sempre più rara nel cantautorato attuale. Il loro sound è un misto di generi differenti: blues, rock, folk, soul, il tutto sempre sottolineato da una voce mantiene una decisa identità vocale. Da Viento ‘e Coraggio, il vostro primo Ep a questo ultimo singolo, Da Piccola. Cosa è cambiato in questi due anni?  Oltre alla formazione che è evidentemente cambiata, dato che adesso non siamo più un trio acustico, ma una una band completa, sicuramente è cambiato il suono di base. Ci siamo confrontati tra di noi, con i nostri gusti, proprio per cercare una sonorità nostra. Abbiamo poi messo in mano a Massimo De Vita vari brani, è stato lui a scegliere Da Piccola e da lì sono arrivate idee, suoni, proprio per ottenere una sonorità che ci distinguesse. Passare dall’acustico all’elettrico è complicato; noi abbiamo continuato a inserire dentro la nostra musica il folk, il blues, il rock, il soul, proprio come si può ascoltare già dal primo EP. Da Piccola, è un pezzo che attraverso la semplicità racconta la verità, forse proprio questo è il suo punto di forza. Come definisci la tua scrittura? In realtà non so come definirei la mia scrittura, credo in evoluzione, poiché la sento in continuo cambiamento, sia per le esperienze che vivo, sia perché man mano che ascolti, il tuo bagaglio musicale si gonfia. Spero di non perdere la comunicabilità, l’essenza del testo in sé, proprio perché mi piace che la mia scrittura arrivi diretta, in modo che le persone capiscano ciò che sto raccontando e riescano ad immedesimarsi. Da Piccola è in italiano, altri brani del precedente EP sono in dialetto, non mi limito: nella lingua in cui mi sento di scrivere, scrivo. Da Piccola, che tra l’altro sta avendo parecchio successo, ha dietro la produzione artistica di Massimo De Vita ed è stata registrata e mixata presso Le Nuvole Studio di Cardito. Com’è stato lavorare in questo contesto, essere seguiti in questa produzione artistica? Quando ho fatto ascoltare dei pezzi a Massimo, ero molto imbarazzata, poiché non mi sento una grandissima chitarrista e glieli ho suonati in acustico, voce e chitarra. Avevamo 2-3 idee, io gliele ho fatte ascoltare […]

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5 canzoni belle di Elisa che non puoi non riascoltare

Elisa Toffoli, in arte Elisa, una delle voci più belle del panorama musicale italiano, un nome che basta come garanzia. Eroica Fenice ha selezionato 5 canzoni belle di Elisa che non potrai non riascoltare; una piccola playlist dedicata non solo ai fans più sfegatati, ma anche a chi ha voglia di riascoltare i più grandi successi di una cantautrice brillante. 5 canzoni belle di Elisa – dagli esordi ad oggi 1. Luce (tramonti a nord-est) (2001) Elisa debutta con l’album Pipes & Flowers nel 1997, ma la stragrande maggioranza degli italiani la ascolta per la prima volta al Festival di Sanremo, quattro anni più tardi. Sul palco dell’Ariston la cantante triestina presenta il suo primo brano in italiano: Luce (tramonti a nord-est), scritto da lei stessa con la collaborazione di Zucchero. Il testo della canzone è ispirato ad un quadro dipinto proprio da Elisa che ritraeva un volto sul quale scorreva una lacrima. «E’ una canzone che parla di una donna che chiede al suo uomo di parlare, di comunicare sinceramente, senza barriere. E’ una storia mia, vera, accaduta nella mia terra, in Friuli: la storia di persone che hanno un progetto di vita insieme, ma che poi capiscono che non si realizzerà. Proprio per questo ho voluto che fosse in italiano, perché si capisse esattamente quello che dicevo. […] La canzone ruota intorno a quella terra, ai suoi odori, e volevo che si respirassero nel testo e nella melodia»  ha dichiarato in seguito. Un’unione di poesia e musica con cui è difficile non emozionarsi. 2. Anche se non trovi le parole (2009) Appartenente all’album Heart, Anche se non trovi le parole è una canzone in cui tutti dovremmo rispecchiarci: una canzone d’amore, si, ma amore verso noi stessi. Un elogio alla complessità e particolarità di ognuno di noi, del mondo che ci portiamo dentro, compresi i nostri difetti. Elisa ha raccontato a Vanity Fair il messaggio che voleva trasmettere con il brano: «La prima relazione è proprio quella che abbiamo con noi stessi, non lasciarsi mai significa accettarsi per ciò che si è». 3. A modo tuo (2014) Testo e musica a cura di Luciano Ligabue, che nel 2015 interpreterà anche una versione propria di questa canzone. «Questo brano l’ha scritto interamente Luciano, dedicato a sua figlia Linda, e lui ha voluto sentirlo cantare da una mamma.» ha raccontato Elisa. E probabilmente Ligabue non poteva fare scelta migliore, perché la voce dolce di Elisa si adatta meravigliosamente a questa ninna nanna che racconta l’amore più puro che esista: quello tra una mamma (o un papà) e il/la suo/a bambino/a. Ciò che ne viene fuori è un piccolo capolavoro, impossibile da non includere tra le canzoni belle di Elisa. Sicuramente emozionante ascoltarla e perfetta come dedica, capace di trasmettere tutte le paure, i dubbi e l’infinito amore che si prova davanti alla nascita e crescita di un figlio. 4. No Hero (2016) Un pezzo importantissimo che segna il ritorno di Elisa all’inglese, da sempre la sua lingua favorita nella musica. Anche […]

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Compilation Eroica #10, i migliori singoli del Febbraio 2019

Bentornati nella nostra rubrica dedicata ai brani selezionati tra il meglio della musica campana del momento per consolidare il nostro legame con il territorio. Una piccola compilation creata apposta per voi lettori, per consigliarvi e guidarvi nel panorama musicale in continua espansione della nostra terra. Per il decimo appuntamento della nostra rubrica in questo mese di Febbraio, vi proponiamo i singoli di Marta Giordano in arte Martzia con Cubo di Picasso e di Michele Di Donato in arte Maik Brain con Nuvole. Compilation Eroica #10, Cubo di Picasso di Martzia Pubblicato l’8 Febbraio su YouTube per la produzione musicale curata da Paci Ciotola e la regia del videoclip targata Mario Miccione, Cubo di Picasso è un singolo dal sound molto convincente che rievoca atmosfere lounge unendole a sonorità che si muovono tra il funk e il blues, sulle quali emerge la voce calda e sicura di Marta Giordano. Tra bicchieri di vino e morbidi riff di chitarra, prende così vita un brano elegante e coinvolgente. «Ti sembrerà una scusa ma a me serve una pausa/ non di riflessione, non sei chiamato in causa/ Alterno pensieri a parole e bicchieri/ Sai la novità? Ho bevuto anche ieri tutti i miei problemi/ Insufficienza empatica ma dicono che io sia simpatica/ Un’inguaribili romantica pragmatica/ con le sue parole prive di costrutto» Compilation Eroica #10, Nuvole di Maik Brain Nuvole è invece il singolo del rapper Michele Di Donato aka Maik Brain, tratto dal suo ultimo EP Happy Tape, pubblicato su YouTube il 13 Febbraio per la regia di Ired Produzioni. Il brano è un fitto storytelling in dialetto napoletano di un uomo alle prese con un tumore. Un soliloquio di un uomo che vede a poco a poco il suo mondo spegnersi tra i rimpianti e le delusioni di una vita fatta di sacrifici e di occasioni perse. Un peso che però sfuma gradualmente nella libertà e nella leggerezza delle nuvole. «Je te l’er ritt’ ca primm o poi murev/ e verev’ a luc ca venev/ e sentiv ‘o fridd nguoll pur si nun carev a nev/ suspir e sulliev quann’ sapett che ‘a malattij dentro a me nun criscev» Se sei interessato alla nostra rubrica puoi leggere le compilation degli scorsi mesi: Compilation Eroica #9, Gennaio 2019: https://www.eroicafenice.com/musica/compilation-eroica-9-i-migliori-singoli-di-inizio-2019/ Compilation Eroica #8, Dicembre 2018: https://www.eroicafenice.com/musica/compilation-eroica-2/ Compilation Eroica #7, Novembre 2018: https://www.eroicafenice.com/musica/compilation-eroica-7-novembre/ Fonte immagine: https://www.facebook.com/maikbrain/photos/p.2081004221955105/2081004221955105/?type=1&theater

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Rehab: Ketama126 unisce il grunge alla trap e sale di livello

Rehab , ultimo disco di Ketama126 | Recensione Rehab, pubblicato per l’etichetta discografica Asian Fake, è l’ultimo lavoro di Ketama126 uscito il 25 maggio 2018 sulle principali piattaforme digitali tra cui Spotify e iTunes. «È uscito a sorpresa, mi andava di fare così» dichiara Ketama126 (il suo vero nome è Piero Baldini), intervistato per Rolling Stone. Il disco è autoprodotto, le tracce sono otto: Angeli Caduti, Rehab, S.Q.C.S., Misentomale, Sporco, Con te, Lucciole, Potrei, alcune delle quali vantano collaborazioni con Franco126 e Pretty Solero, che hanno collaborato rispettivamente alla quarta e terza traccia dell’album, suoi compagni nella crew italiana trap la “126 Lovegang“, da cui proviene il numero “126” che ne contraddistingue l’appartenza. La “Lovegang” è un motivo che viene ripetuto spesso in tutto l’album, il “clan 126” è una realtà importante nella scena romana, tiene in vita il genere della trap e ne alimenta lo sviluppo col proprio lavoro dritto verso il futuro. Intanto, con Rehab, Ketama126 dà una nuova sfumatura alla trap affiancandola a generi vari, facendo un passo negli anni 90. Rehab è un disco evoluto rispetto ai precedenti, che mette a frutto il desiderio del trapper di superare il confine del genere trap e aggiungere alle sue tipiche tematiche, come droga o sesso, suoni e sonorità nuove: rock, emo, grunge. Un Ketama126, quello di Rehab, schietto, sincero, fedele al proprio stile ma cresciuto artisticamente. Consapevole e maturo definirei il Ketama126 di questo album fresco, introspettivo. Queste otto tracce pare siano solo il primo capitolo di Rehab che, come ha annunciato Ketama126 sui social, ha un seguito con altre otto tracce, attese per settembre 2018, la cui uscita è stata rimandata. Rehab: live fast, die young and fuck rehab Come ha affermato lo stesso Ketama126, anche la trap ha bisogno di continue evoluzioni e sperimentazioni sennò si finisce per buttare fuori il solito pezzo trito e ritrito e il loop è sempre lo stesso. Sì, Rehab è album fondamentalmente trap, i ritornelli sono orecchiabilissimi, avvincenti e trascinanti; il sound di Misentomale ne è l’esempio e Franco126 ci ha messo il suo. Ma in questa e nel resto delle tracce, con le sfumature emo (SQCS con Pretty Solero)  e soprattutto grunge usate e che i più appassionati riconosceranno subito,  la musica si fa manifesto, l’album originale, evoluto e ci incuriosisce proprio per l’unione chitarra- trap. Nella title track Rehab (per la cui realizzazione è stata fondamentale la collaborazione di Generic Animal) è lampante la contaminazione del grunge, l’attacco sembra quasi un pezzo dei Nirvana e i rimandi sono frequenti (“Giuro, non ho una pistola” canta Ketama126 come Kurt Cobain in Rape me “And I swear that I don’t have a gun”). Autodistruzione quindi, nessuna paura per la morte né per la fatalità della droga. Il concetto di droga è raccontato con sfacciataggine e lo stile è provocatorio (“Parlo sempre di droga perché non facciamo altro, non ho contenuti perché sono vuoto dentro”, e poi “fuck rehab” probabilmente lo stesso rifiuto di Amy Winehouse nella sua omonima canzone Rehab ). […]

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Gruppi italiani, dal progressive al demential rock

Gruppi italiani, quali non dobbiamo per nessun motivo dimenticare Correva l’anno 1966 quando si formò il gruppo veneziano Le Orme. Parliamo di uno dei gruppi italiani più importati della scena progressive italiana, insieme ai successivi gruppi italiani progressive degli anni settanta come il Banco del Mutuo Soccorso, la Premiata Forneria Marconi, i Goblin, gli Osanna, i Maxophone (in attività fino al 2018), per citarne alcuni. La scena italiana, almeno per il progressive, possiede dei cimeli assoluti da non sottovalutare sia per la loro bellezza in ogni tempo che per l’aspetto storico-musicale. Un esempio sono gli Stormy Six, gruppo milanese formatosi nel lontano 1965 e attualmente attivo, almeno per i live. Gli Stormy Six partono dal beat degli anni ’60 per arrivare all’avant prog di fine anni settanta e inizio anni ottanta, attraverso il country rock, il folk rock, il progressive folk e il rock progressivo. Gruppi italiani: Le Orme Anche il gruppo veneziano, ancora in attività, esordisce nel ’69 con l’album Ad Gloriam ancora molto vicino al beat tipico degli anni sessanta (da considerare gli Equipe 84), basti pensare al brano Fumo dello stesso album. Nel corso degli anni settanta, però, l’approdo ad un tipo di “pop sinfonico” tipicamente statunitense non può non mancare. Ascoltando la discografia de Le Orme ci si può accorgere che lì dentro, non solo ci sono delle perle rare della musica italiana, ad esempio Era Inverno (in Collage), Gioco di Bimba (in Uomo Di Pezza), e ancora Tenerci Per Mano (in Storia O Leggenda), c’è anche tutto il clima musicale italiano dagli anni ’70 fino agli anni più recenti. I primi album, Collage (1971), Uomo di Pezza (1972), Felona E Sorona (1973) e ancora Contrappunti (1974), sono marcatamente progressive. Già da Smogmagica del ’75 qualcosa sta cambiando. Un cambiamento, certo, avvertito anche negli ultimi tre album di fine anni settanta: Verità Nascoste (1976), Storia o Leggenda (1977) e Florian (1979), un esempio è proprio il brano Fine di un Viaggio, quasi a voler dire “fine di un’epoca”. Con gli album Piccola Rapsodia dell’Ape (1980) e Orme (1990) si procede verso altre rotte musicali più marcatamente rock e che mettono sempre più in crisi il genere progressive. Per cui, anche in Italia si avverte in maniera consistente il dilagare di un genere nuovo come il punk o anche il new wave specialmente a Bologna dopo il ’77 e nel corso degli anni ’80. Diaframma Tra i principali gruppi italiani punk (ma anche new wave) si ricordano i Gaznevada, i Luthi Croma, i Nerorgasmo (anche se in questo caso si parla più di hardcore punk),  i Confusional Quartet, gli Skiantos, i primi Litfiba e soprattutto i Diaframma, gruppo fiorentino dei primi anni ’80, ancora in attività, e le sue pietre miliari Siberia (dall’album Siberia del 1984), Corto circuito e Illusione ottica, brani del 1982. C.C.C.P.-Fedeli alla linea E ancora i C.C.C.P.-Fedeli alla linea, gruppo punk emiliano attivo tra il 1982 e 1990, con Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni e in seguito Giorgio Canali. Molti dei loro brani non solo sono tematicamente forti, ma anche interessanti per la dinamicità del suono. Ogni album ha una sua “autonomia”, così come ogni brano al suo interno. Si prenda ad esempio il confronto di Inch’Allah- ça va e Guerra e pace del secondo album Socialismo e Barbarie del 1987. Il quarto e ultimo album del gruppo pubblicato nel ’90, Epica Etica Etnica Pathos, nel quale si trovano Aghia Sophia, Sofia e Amandoti, è uno dei migliori album di sempre. C.S.I. Agli inizi degli anni ’90 si forma un nuovo […]

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Tuttoècomesembra, intervista agli Stanley Rubik

Tuttoècomesembra è il nuovo album della band romana Stanley Rubik, pubblicato l’11 gennaio per Metratron/INRI. Il disco, contenente 10 tracce (1. Roberto – 2. Agosto – 3. I Mostri Di Bosch – 4. Persona – 5. Kreuzberg – 6. Tempesta – 7. A Cosa Stai Pensando? – 8. Lungo Estese Orbite – 9. Kintsugi – 10. Monolite), è stato anticipato dai video di “Kreuzberg” (premiato al FIM 2018 come miglior videoclip indipendente) e “Agosto”. Chi sono gli Stanley Rubik Nati nel 2013, esordiscono con il loro primo Ep “lapubblicaquiete“, pubblicato per Cosecomuni. Nel 2015 diffondono l’album “Kurtz sta bene”, il primo targato INRI. L’anno seguente vincono il contest “Lunga Attesa” sonorizzando e interpretando il testo del singolo dell’ultimo lavoro dei Marlene Kuntz e aprendo così alcune date importanti dei loro tour. Nel 2019 tornano con il nuovo album “Tuttoècomesembra”, dove – dicono – “ogni cosa è com’è o come ci sembra di aver visto, in un colpo d’occhio, un lapsus visivo”. Tuttoècomesembra è un progetto post-electro, come lo ha definito la stessa band, “un’esperienza immersiva e pervasiva”.  Per saperne di più abbiamo intervistato il gruppo romano. Buona lettura! Intervista agli Stanley Rubik Innanzitutto, per chi ancora non vi conoscesse, chi sono gli Stanley Rubik e perché questo nome? È un gioco di parole, ci sono gli anni ‘80, c’è un rompicapo, c’è la visione di un regista e tutto viene miscelato insieme in questo progetto. Diciamo che di ‘syntetico’ abbiamo solo il suono. Che musica fanno gli Stanley Rubik? Facciamo musica con sintetizzatori, batteria acustica e elettronica, chitarra e voce. Ci definiamo un po’ ironicamente “post-electro” perché puntiamo a fondere elettronica e rock in modi nuovi, ma semplicemente detestiamo in maniera cordiale le definizioni e invitiamo tutti ad ascoltarci per scoprire le nostre sonorità. “Tuttoècomesembra” è il vostro secondo album. Com’è nato questo lavoro e quali sono le novità rispetto al precedente “Kurtz sta bene”? Tuttoècomesembra è un nuovo lavoro più diretto, più elettronico e più scuro rispetto al precedente Kurtz sta bene. Dal primo disco siamo cambiati e anche il nostro set ne ha risentito. Quando sei in giro per live hai modo di definirti e caratterizzarti maggiormente. Questo disco fa parte di un percorso. Penso che la nostra musica sia per ognuno di noi un percorso personale e il cambiamento è alla base della crescita. Quindi questo disco suona diverso perché rifletteva direttamente questa idea di fondo. Perché “Tuttoècomesembra” e perché tutto attaccato? Perché per noi scriverlo attaccato è come pronunciare un mantra per autoconvincerci e convincere che la realtà è così come si presenta. Perfettamente imperfetta. Nel presentare il vostro nuovo lavoro avete specificato: “Non uscirà sotto forma di disco, anche se suonerà lo stesso. Sarà un mazzo di tarocchi”, spieghiamo cosa intendete… Il nostro lavoro è rappresentato da un mazzo di carte. Ogni carta rappresenta un brano del disco con delle illustrazioni visionarie di Ilaria Meli. Attraverso un Qr code integrato nell’immagine è possibile scaricare ogni singola traccia del disco. Le illustrazioni sono la diretta espressione di questa imperfezione che […]

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Canzoni d’amore straniere, la nostra top 10

Canzoni d’amore straniere Un vortice di note e poesia scritte, suonate, cantate e dedicate alla persona amata. Ebbene, la musica con le sue dolci e forti melodie riesce sempre a squarciare il cuore, a toccare le corde più recondite dell’anima. Perché la musica sa parlare e sa ascoltare la gioia racchiusa in un brivido d’amore e il dolore che serpeggia nelle ferite inflitte da delusione, tradimento e incomprensione. Le canzoni divengono spesso strumento di messaggi indelebilmente cuciti sulla pelle e nella mente. In particolare le canzoni d’amore straniere, intrise di sentimento, sofferenza, promesse e talento, hanno inciso nei decenni sul cuore le parole di amori impossibili, scuse urlate e dediche dolci come il miele. Di seguito commentiamo dieci canzoni d’amore straniere selezionate tra le più ascoltate e cantate. Canzoni d’amore straniere. Top 10 delle più famose ed ascoltate Goodbye My Lover. Singolo del cantautore britannico James Blunt pubblicato nel 2005. Parole e note intrise d’amore e dolore. Si evince in questa stupenda canzone la sofferenza di un amore distrutto, ma mai finito davvero. Lui completamente pieno di lei, che è andata via lasciandogli tutto il loro amore, i loro ricordi e i loro gesti impressi nell’anima. Un addio e un tormento bagnati d’amore puro. «And as you move on, remember me, remember us and all we used to be. I’ve seen you cry, I’ve seen you smile. I’ve watched you sleeping for a while. I’d be the father of your child. I’d spend a lifetime with you… Goodbye my lover. Goodbye my friend. You have been the one. You have been the one for me».   Your Song. Singolo del cantautore britannico Elton John pubblicato nel 1970. Numerose le cover di questa melodiosa canzone d’amore, tra cui quella famosa interpretata dall’attore e cantante scozzese Ewan McGregor nella straordinaria pellicola cinematografica Moulin Rouge di Baz Luhrmann. Una dolcissima dedica colma d’amore e tenerezza per la persona amata. Parole semplici, ma intonate con dedizione ed animo proiettato alle stelle. Perché a volte, ciò che resta da fare è scrivere una canzone, che sappia raccontare sensazioni che spingono e scalciano per essere espresse. «I hope you don’t mind that I put down in words. How wonderful life is now you’re in the world».   I Don’t Want to Miss a Thing. Singolo del gruppo hard e heavy statunitense Aerosmith pubblicato nel 1998. Colonna sonora strappalacrime della famosa pellicola cinematografica Armageddon di Michael Bay, che ha emozionato milioni di cuori. Una canzone dai toni dolci e decisi, in cui si racconta il desiderio di non perdere neanche un istante di quell’amore pieno e incredibile. Ogni attimo trascorso con la persona amata va custodito gelosamente, per sempre, perché la vita sarebbe altrimenti priva di senso. «I could stay lost in this moment forever. Every moment spent with you is a moment I treasure. Don’t want to close my eyes. I don’t want to fall asleep. Because I’d miss you, baby, and I don’t wanna miss a thing».   Always, singolo del gruppo rock statunitense Bon Jovi […]

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Hide Vincent e il suo nuovo EP: The House Marring

The House Marring, nuovo EP di Hide Vincent, quattro ballate folk L’11 gennaio è uscito The House Marring, secondo EP di Hide Vincent, alias Mario Perna, musicista e cantautore classe ‘93. Viene pubblicato dalla I Make Records, casa produttrice di Nocera, registrato e arrangiato con l’MR Recording Studio di Salerno. Inizia la sua carriera nel 2012 con una demo autoprodotta, Imperfection, in seguito alla quale entra nel 2015 nell’etichetta che ha prodotto i suoi successivi EP. Segue nel 2017 l’EP di esordio Hide Vincent, poi, a distanza di due anni, il nuovo The House Marring. Quest’ultimo è un lavoro breve, intenso, degno dell’attenzione dell’ascoltatore, sole quattro tracce per un quarto d’ora di ballate folk: Barely Naked, Come Up, Drop The Glass, Home Alone. Una notevole differenza con l’album precedente, composto da ben dieci tracce, rispetto al quale mostra però una maturazione dei suoni e dei contenuti, con The House Marring che è più orientato verso l’intimità ed i sentimenti. The House Marring: ultimo EP di Hide Vincent Il titolo dell’EP letteralmente vuol dire “deturpare, danneggiare la casa”. In questo caso indica la distruzione di quel che si conosce, delle relazioni, di ciò che ostacola il cambiamento, dei legami col passato, fantasmi da affrontare per poter poi finalmente ricominciare e guardare al futuro. The House Marring è costituito da lente ballate, in stile folk/rock, caratterizzato da uno stile pacato ma mai noioso. Apparentemente semplice, in realtà espressivo e ricco di sfumature sonore, quasi sembra finire troppo presto. L’EP The House Marring si apre con Barely Naked, traccia con una voce calda e tendente al malinconico, sullo sfondo di un avvolgente intreccio di chitarra ed archi. La successiva Come Up è caratterizzata invece da una melodia più ipnotica, con l’uso anche di pianoforte e percussioni, un alternarsi di alti e bassi nella voce, di ritmi quasi dilatati e poi più concitati. Il terzo brano, Come Up, è venato della stessa malinconia di Barely Naked, ma con un’apertura al futuro. Melodicamente tornano ad avere nuovamente importanza gli archi, e la voce si fa più calda, quasi ad indicare l’inizio della ricostruzione dopo la distruzione. A chiudere l’EP troviamo Home Alone, melodia di chitarra e percussioni, voce calda in bilico tra la nostalgia per il passato e l’avvicinarsi di un nuovo inizio. The House Marring è un lavoro breve ma completo, meritevole di attenzione, un risultato più che degno dei due anni di lavoro che lo separano dall’EP precedente. Francesco Di Nucci

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