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Eroica Fenice

La Tag: musica contiene 162 articoli

Musica

Je Vulesse è il debutto discografico di Ninni

Je Vulesse è l’esordio di Ninni Je Vulesse è il singolo che sancisce il debutto discografico di Ninni, cantautore napoletano che entra così prepotentemente nel panorama discografico nostrano. La sua canzone è già disponibile sulle maggiori piattaforme di distribuzione (Youtube, Spotify) e promette un successo non faticherà a tardare nel futuro prossimo dell’artista. Abbiamo avuto la possibilità di conversare con Ninni, rigorosamente in modalità telematica: una breve chiacchierata, su passato, presente e futuro del giovane artista. Je Vulesse è il tuo primo singolo in assoluto. Da dove nasce la passione per la musica? Da piccolo ascoltavo mio padre scrivere canzoni in calabrese durante la notte, nel nostro salotto e lo faceva dopo giornate passate dalla mattina alla sera a lavorare nei cantieri. Ascoltando i dischi che mi passavano i miei fratelli che poi, successivamente, avrebbero messo su una band (i Mamasan) che andavo sempre a vedere sia ai concerti che alle prove. Ho fatto poi, e faccio parte, di una band, i The Collettivo, con cui battagliamo da anni per non far morire di la musica punk qui da noi. Come mai la scelta di scrivere esclusivamente in napoletano? In realtà, nella mia idea di album, che dovrebbe uscire l’anno prossimo, ci sono canzoni in napoletano, alcune in dialetto calabrese, e un paio in inglese. Il singolo sembra parlare di amore, tema che ha fatto storicamente le fortune di poeti e canzonieri. Hai avuto paura nell’affrontare un sentimento così universale? Vero, e soprattutto ci sono coloro che l’hanno fatto in modo meraviglioso! La mia è stata semplicemente una paura che si è poi trasformata in coraggio nello scrivere delle parole per una ragazza di cui mi ero invaghito, per poi scoprire che, come spesso capita, quello che sentivo non era corrisposto. Mi ha appeso!!! Quali sono le tue più grandi influenze musicali? Enzo Gragnaniello, Pino Daniele, Claudio Gnut Domestico, Roberto Murolo, Dario Sansone e i FOJA, la NCCP, ma anche la musica da film e classica, che tanto mi piace, da Ennio Morricone a Vincenzo Bellini. Ninni è il tuo nome d’arte? Speri di continuare ad occuparti di musica in futuro? Ninni è un qualcosa che, ironicamente, dico da anni a tutti i miei amici per comunicare qualcosa in certi momenti. Un giorno, poi, uno dei miei nipotini, Giovanni, mi chiama, improvvisamente, Ninni ed è lì che ho pensato di chiamarmi così. Quanto alla seconda domanda, mi auguro che lo Stato, il Governo, si sbrighino ad aiutare economicamente e non solo, tutti coloro che da anni si occupano e fanno musica, dai tecnici, ai musicisti, ai cantanti. Io, invece, ’speriamo che me la cavo’.   Fonte dell’immagine: ninnisongs

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Gennaro Ferraro: il trombettista jazz esordisce con It’s Right

Gennaro Ferraro è un trombettista jazz, che con It’s Right, il suo disco d’esordio, propone una nuova interpretazione di alcuni standard jazz, lasciando intravedere anche una vena compositiva, data la presenza di due brani originali all’interno dell’album. Il jazz suonato da Ferraro fotografa un determinato suono immerso all’interno di una concezione di libertà dello strumento: attraverso i sei brani pubblicati, infatti, il musicista delinea un sound che riprende il jazz nordeuropeo ma sottolinea la musicalità melodica intrinseca all’interno di ogni strumento, strutturando brani piacevoli all’ascolto anche per chi non è conoscitore del genere. La contaminazione blues, bossanova e swing riecheggia nell’album, definendo una tracklist vivace con un suono corposo ed attento. Nel primo album di Ferraro sono tanti gli artisti ed i musicisti presenti: Mario Nappi al pianoforte, Daniela de Mattia alla voce, Corrado Cirillo al contrabbasso e Luca Mignano alla batteria. Abbiamo intervistato Gennaro Ferraro It’s right è il tuo primo disco da solista e si apre con un brano di Freddie Hubbard che, come hai anticipato è l’artista che ti ha influenzato negli ultimi anni di studio. Il terzo brano è di Miles Davis, il quarto di Benny Golson. Come mai la scelta, in un primo lavoro, di inserire standard jazz oltreché brani di propria composizione? Come primo album ho pensato più a spingere sul mio suono, volendo soffermarmi su ciò che mi ha formato in questi anni. Ho poi scelto due brani di mia composizione che fossero in linea con il discorso musicale che stavo portando avanti in questo disco. I lavori futuri si baseranno di più sull’idea di me “compositore”, in “It’s right” volevo si caratterizzasse un suono, il mio suono, per questo ho utilizzato anche standard, proprio perché si evidenziasse il mio modo di improvvisare e di suonare. Qual è l’idea di suono alla base di It’s right? La scelta stilistica ha lo scopo di trasmettere alle persone il mio modo di suonare in un determinato momento storico; il disco l’ho registrato a Giugno e già adesso sento di star cambiando il mio suono. Per questo avevo voglia di immortalare, come in una fotografia, la mia idea musicale di quel determinato periodo: ho perciò preso brani di diversa tipologia, dandogli la stessa idea di insieme, la stessa impronta, creando un unico discorso musicale. Appena dodicenne inizi a frequentare il Conservatorio di Musica “G. Martucci” di Salerno, conseguendo il diploma di solfeggio con il maestro Tancredi e frequentando la classe di tromba con il docente Nello Salza. Dopo tre anni sei al Conservatorio di Benevento “Nicola Sala”, proseguendo gli studi, privatamente, con il maestro Nicola Coppola. Una vita segnata dagli studi. Quanto conta oggi lo studio accademico per un musicista? Dipende da ciò che si vuole. Il conservatorio è secondo me importante per due fattori: innanzitutto per formare la disciplina da musicista, la dedizione allo strumento; poi c’è la possibilità di fare esperienze e di conoscere nuove persone: io ho girato un bel po’ di conservatori, avendo prima intrapreso il percorso classico poi quello moderno. Lo studio accademico mi ha portato ad approfondire […]

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Eduardo De Felice: dalla tempesta alla quiete con “Ordine e Disordine”

Dieci tracce, per un totale di 38 minuti di ascolto: sono i numeri di riferimento dell’ultimo lavoro musicale di Eduardo De Felice, cantautore napoletano, classe 1981, che ha pubblicato lo scorso 30 ottobre 2020 Ordine e Disordine, un album di ottima fattura, suonato da moltissime mani, denso di armonie leggere ma minuziosamente architettate. Secondo disco per il cantautore, che lascia un po’ in sordina le atmosfere del primo album, maggiormente acustico e radicato al passato, per ingrossare le fila del cantautorato figlio della vecchia scuola romana. Echi di Max Gazzè, Niccolò Fabi, Daniele Silvestri, Riccardo Senigallia, risuonano nella composizione e negli arrangiamenti, continuando a dispiegarsi nella penna del cantautore dallo stile quotidiano ma attento alla dovizia di particolari, a tratti prosastico: non si avverte l’esigenza di una rima dopo l’altra ma di una costruzione lenta e sincera, come quella di un racconto, in cui emerge la verità riga dopo riga. Confessioni, piccoli scorci di realtà sono cuciti su di un suono prettamente cantautoriale, raffinato e gentile; la presenza di numerosi strumenti, tutti rigorosamente suonati da musicisti, immerge l’ascoltatore in un sound che non segue le mode; il segno che il cantautorato non è morto e nonostante cambi e stia modificando forma, talvolta ha bisogno di ripristinarsi nella sua forma originaria: voce, strumenti, necessità di racconto. Già l’ultima traccia del precedente album “È così” vedeva la presenza di Claudio Domestico, in arte Gnut; il secondo disco si riallaccia a questo sodalizio, dato che la produzione artistica e gli arrangiamenti sono proprio del cantautore dell’Ammore ‘O Vero. Il gusto introspettivo del cantautore si mescola alla riflessione dei testi e alla volontà di costituire un album ricco di suoni, generando così un buon mix per un ascolto lineare, efficace e pieno di spunti interpretativi. Ordine e disordine è distribuito da Apogeo Records, registrato al “Kammermuzak” studio di Soccangeles (Napoli) da Carlo Di Gennaro e Giuseppe Innaro; missato al “Peppey Roads” studio (Pozzuoli) da Giuseppe Innaro e masterizzato presso “Arte dei Rumori” studio di Napoli da Giovanni “Blob” Roma. La copertina, fotografia scattata da Aldo De Felice, dimostra essere in linea con lo spirito canonico del disco: la semplicità di vedere le cose per ciò che sono, senza filtri né elucubrazioni mentali. Così come una medaglia, con due facce, Ordine e disordine porta avanti l’idea che, grazie alla musica, i pensieri raggomitolati nella mente possano districarsi, proprio come i rami degli alberi che si levano al cielo. Non è un disco nato per le vendite, è un disco che vive di musica, per questo motivo può permettersi di essere anacronistico, suonato, denso di significato: il fine di questo album non è il mercato ma l’ascolto sincero da parte di un orecchio attento alle parole quanto agli arrangiamenti. Tra i dieci brani la prima traccia, Il dubbio e la certezza, dimostra essere il manifesto di ciò che seguirà nel disco, nonché segno tangibile di ciò che ci si deve aspettare dal lavoro di De Felice. Sottolinea la deriva della scuola romana Sivestri-Fabi, nello stile e […]

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Kanye West: il pazzo lo rifece, e noi lo seguimmo di nuovo

Mania di grandezza in pillole: Kanye West Rapper, producer,musicista, regista, stilista, ora anche politico, in sintesi: Kanye West e la sua megalomania, un amore che dura da vent’anni. La sua storia è quella di un uomo che si è sempre sentito differente, o meglio superiore, agli esseri appartenenti alla sua stessa specie, i comuni mortali. Qualsiasi attività intrapresa nella sua vita è divenuto poi un manifesto di megalomania ed è per questo che il suo personaggio è ormai da sempre al centro di discussioni di qualsiasi ambito, quest’anno come non mai dato che per non farsi mancare nulla il buon Kanye si è addirittura candidato come nuovo presidente degli Stati Uniti alle elezioni del 2020, appoggiato da un certo Elon Musk. A volte quando si parla di quest’uomo sembra quasi che le luci dei riflettori penetrino il suo corpo e fluiscano direttamente nel suo sangue sottoforma di una droga potentissima che invece di consumarlo tende ad accrescerne il volume, aumentandone esponenzialmente la superficie esposta, col rischio di poter cadere sotto il proprio peso. Negli ultimi anni di Kanye West si è parlato tantissimo, ma quasi mai facendo riferimento all’unico settore nel quale il suo ego è direttamente proporzionale ad i risultati ottenuti: quello musicale. Per questo motivo oggi, a 10 anni esatti dalla pubblicazione di My Beautiful Dark Twisted Fantasy è doveroso tornare a porre il focus su una produzione artistica che ha cambiato le sorti dell’hip hop e non solo. Il disco è il quinto della sua discografia, e viene pubblicato quando è ormai già diventato leggenda, serviva solo la definitiva conferma del fatto che quello che si stava costruendo andava ben oltre “l’ottimo disco hip-hop”, con il quinto si vuole fare la storia della musica, ed in effetti è andata così. Per fare una breve ricapitolazione di quello che era successo prima: Kanye West nacque come straordinario produttore, i suoi primi lavori risalgono al 1996. Nel 2001 avvenne la svolta, parte in cerca di fortuna per l’East Coast, e lì incontrerà Jay-Z , il quale deciderà di scritturarlo per la sua Roc-A-Fella-Records e gli permetterà di lavorare come producer per il suo The Blueprint. Dopo lo straordinario successo di quest’ultimo ha la possibilità di pubblicare con la sua nuova casa discografica il suo primo lavoro solista nel 2004, The College Dropout, al quale seguirà, nel 2005, Late Registration. Entrambi i dischi lo renderanno la nuova meteora dell’hip-hop internazionale. Kanye West però è come una fiamma destinata irreversibilmente a propagarsi, e quindi ecco che nel 2007 arriva Graduation, un album destinato a fare la storia. La data di uscita è la stessa di Curtis, quello che doveva essere il nuovo lavoro di un’altra leggenda, 50 Cent. Lui stesso decise di sfidare apertamente Kanye sostenendo che lo avrebbe disintegrato nelle vendite. Il giorno d’uscita West quasi lo doppiò, la “vittoria” fu talmente netta che molti critici lo considerarono come un momento storico per il rap statunitense, si stava passando definitivamente da un’egemonia del gangsta rap ad una corrente nuova e che […]

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Carrese: Terra dei fiori è il nuovo singolo

Intervista alla cantautrice Carrese. L’ultimo singolo di Carrese, all’anagrafe Roberta Carrese, si intitola Terra dei Fiori e punta ad una tematica assai cara al territorio campano, la “Terra dei fuochi”, da anni oggetto di inchieste, per le continue morti e malattie a discapito della popolazione nord-campana. Carrese riprende le sue origini, radicate nel casertano e porta avanti il suo indie pop, in un brano dalla tematica complessa, con una forma canzone italiana, ma con un sound contemporaneo ed orecchiabile. Nell’attesa di un EP che racchiuda i numerosi singoli usciti nel 2020, Carrese insieme a Marta Venturini, Cristiana Della Vecchia e Diego Calvetti, ha confezionato un singolo pop con un lavoro di produzione estremamente accurato, sopratutto nella scelta dei suoni, che ben si incastra con la voce super-intonata della cantautrice. Abbiamo intervistato Carrese: Da The Voice Of Italy alla sterzata indie con Marta Venturini. Cosa oggi definisce il tuo progetto musicale Carrese? Quali sono stati i capisaldi che in questi anni hai mantenuto e cosa invece hai lasciato andare? Ciò che ho mantenuto è stata la mia autenticità, il modo con cui mi relaziono alla musica; è vero ho cambiato stile e riferimenti, ma crescendo tutti cambiamo. Ciò che mi ha contraddistinto negli anni è stato l’essere vera, cosa che anche a The Voice ha portato frutti: il mio essere autentica, non stravolgere i brani, ma pensare al cantare e all’esibizione sono arrivati al pubblico e così sono arrivata in finale. Sicuramente l’incontro con Marta Venturini mi ha portato su una strada più soddisfacente, poiché faccio quello che mi piace, un percorso da cantautrice indie, indie pop, in cui è bello che emerga anche il lato pop della musica. Ciò che ho lasciato andare invece è la nomea di “quella del talent”; infatti ho cambiato nome del progetto musicale chiamandomi Carrese, anche esteticamente sono cambiata. Ho lasciato andare le paure, le insicurezze, anche umanamente sono cresciuta: oggi credo di più in quel che sono e in quel che faccio. Cantare in italiano, con un sound che appartiene a quella che è la scelta indie del momento. Cosa fa secondo te la differenza tra tutti gli ascolti che ci sono in giro? In cosa la tua musica fa la differenza? Non voglio essere presuntuosa: penso che nel panorama contemporaneo di artisti giovani under 30 non ci sia una voce femminile simile alla mia; nella musica pop più commerciale si trovano altri timbri simili al mio, ma nell’indie no: oggi la musica indie ricerca una voce non intonata, che spesso non canti solo in italiano, che cambi l’accento alle parole, mentre io sono più classica, più canonica, ma il mio sound non lo ritengo canonico. Sono una cantante legata al bel canto, però accompagnato da una sound più urban, più giovanile. Cosa significa per te l’aggettivo indie? Indie per me vuol dire indipendente. Indie oggi è la musica indipendente, di chi lavora in un altro ambito per vivere, ma poi crea le canzoni da solo. Io faccio tutto da me, e per me […]

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Aneurisma: la follia romantica in questo “Insanity”

Aneurisma: recensione di Insanity Non esiste la “normalità” -forse-non esiste una regola: esistono solo etichette, come quelle che mettiamo alla musica per orientarci dentro ai tantissimi ascolti. E nel rock americano degli Aneurisma ci sono gli anni ’90 dei Foo Fighters. Dentro questo nuovo singolo dal titolo “Insanity” c’è qualcosa che somiglia alla difesa di quella “diversità” che troppo spesso viene denunciata o emarginata. Ma soprattutto c’è la follia di una mente altra che vede il mondo e le cose in modo altro da noi. E, sanità o devianza, normalità o discriminazione, la chiave di lettura è presto applicata alla qualunque di questi giorni, di questa nostra sempre piccola società. Aneurisma, secondo singolo… ci stiamo avvicinando al disco. Tutto nella norma o ci sono ritardi imposti da questo periodo che stiamo vivendo? Tutto nella norma, in questo periodo, è una parola grossa…se fosse rimasto tutto come prima della comparsa di questo maledetto virus avremmo già pubblicato il nostro album e avremmo fatto ascoltare dal vivo la nostra musica. Ma purtroppo per adesso è così…un periodo di forte crisi anche per il settore artistico. Tutto il mondo è in una fase di passaggio, a rilento, e nessuno può farci niente. Per quanto riguarda la nostra band cerchiamo di sfruttare i vantaggi del vivere in un’era tecnologica: social e digital store ci consentono di portare avanti il nostro lavoro…Da qualche settimana è uscito il nostro secondo singolo “Insanity” e non escludiamo di farne uscire un terzo: una collaborazione americana con i Rotten Apple, una Rock Band californiana. “Insanity”… delicato tema della violenza, della diversità, della “normalità”… ecco: cos’è per voi “normale”? Nella mente degli artisti definire uno standard di normale è veramente difficile, ma come artisti è nostro dovere portare in superficie tematiche complesse e delicate. La normalità dovrebbe essere un mondo senza disuguaglianza sociale, razzismo, povertà, corruzione, estremismo politico e religioso, un mondo senza un virus in grado di mettere in ginocchio l’intero sistema sanitario, a livello globale. La normalità per noi è vivere di semplici cose…ma dobbiamo essere realisti…un mondo “normale” non ci sarà mai. Decisamente lo spettro dei Foo Fighters è dietro l’angolo… ne siete coscienti? Oltre a loro: ispirazioni? “Insanity” è sicuramente la nostra canzone più vicina allo stile dei Foo Fighters…c’è da dire che è una delle nostre prime composizioni e da questo può derivare questo sound molto diretto. Negli anni il nostro stile ha avuto un’evoluzione, come è normale che sia, ed il nostro repertorio, attualmente, presenta brani più complessi e strutturati con influenze dalla psichedelia al Noise Rock. Fare una lista dei gruppi che ci piacciono, e da cui traiamo ispirazione, è sempre difficile…sicuramente il Seattle Sound, e più in generale il rock degli anni ’90, ha influito profondamente sulla nostra musica e sui nostri principi artistici, ma ognuno di noi, attraverso le proprie differenti esperienze personali, ha contribuito allo sviluppo dell’identità artistica della band. Ci piace molto questa copertina del singolo, un disegno che mi riporta anche ad un certo mondo di favole alla […]

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Gianluca De Rubertis: intervista al cantautore

Intervista al cantautore Gianluca De Rubertis. Gianluca De Rubertis è un musicista e cantautore italiano. La violenza della luce è il suo nuovo album, inciso per la Sony Music e reperibile dallo scorso 23 ottobre. In occasione dell’album, abbiamo intervistato il cantautore leccese, polistrumentista, voce solista e già cofondatore del gruppo Studiodiavoli (insieme a Matilde De Rubertis , a Riccardo Schirinzi ea Giancarlo Belgiorno ) e membro del duo Il Genio insieme ad Alessandra Contini. Gianluca De Rubertis: intervista al cantautore Gianluca, come nasce il tuo percorso musicale? Molti anni fa, con una pianola giocattolo, un’adolescenza passata a suonare gli organi a canne nelle chiese. Vuoi introdurci alla tua musica ? Direi che va ascoltata, come potrei introdurvici a forza? Cosa segna per te La violenza della luce ? Cosa vuoi comunicare ai tuoi ascoltatori? Non credo che si abbia la volontà precisa di comunicare qualcosa che si è stabilito: sarebbe un po ‘come tradire quell’afflato meraviglioso che ti coglie quando scrivi qualcosa di veramente nuovo. Questo disco è sicuramente importante per me, credo di aver realizzato qualcosa che riesce a penetrare i cuori degli altri. L’album è il primo realizzato attraverso l’etichetta Sony Music; cosa ti aspetti da questo “nuovo inizio”? Per esperienza ti dico che è sempre ottimo cosa non avere alcuna aspettativa, meglio concentrarsi nel lavoro e cercare di raccogliere il massimo possibile da quello che hai seminato. Ricordi ai nostri lettori i primi appuntamenti itineranti in cui ti esibirai e presenterai La violenza della luce ? Qui di itinerante mi pare che ci sia ben poco, il periodo non consente quasi nulla, ma mi sto organizzando per dei live su piattaforme stream e qualche presentazione in store indipendenti. Vuoi anticipare ai nostri lettori i tuoi prossimi progetti musicali? Spero che dalla primavera si possa tornare live , lavorerò incessantemente per regalare a questo disco un tour . Ringraziando Gianluca De Rubertis , ricordiamo il collegamento ipertestuale alla sua pagina telematica personale: https://www.gianlucaderubertis.it/ Fonte immagine in evidenza: Ufficio stampa

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Clio and Maurice: voce e violino al servizio della modernità

Clio and Maurice sono un duo voce e violino composto dalla cantante soul Clio Colombo e dal violinista Martin Ni Castro, autori di Fragile. Chi sono Clio and Maurice? Clio and Maurice sono un duo voce e violino composto dalla cantante soul Clio Colombo e dal violinista Martin Ni Castro. Il loro progetto è nato nel 2017 e vede da subito un certo interesse da parte del pubblico, tant’è che i due iniziano ad esibirsi in alcuni dei locali più noti di Milano (la loro città). L’anno seguente hanno addirittura la possibilità di esibirsi live in giro per l’Europa calcando i palchi di Germania, Francia ed Olanda, nel 2019 suonano per 8 date in Marocco prima di portare la loro musica a Londra, Berlino e Glasgow. A gennaio è stato pubblicato il loro primo singolo, “Lost”, in esclusiva su Rolling Stones Italia e trasmesso poi in alta rotazione su MTV Music Italia. Alla pubblicazione del primo singolo segue quella del primo EP, Fragile. Il lavoro viene reso disponibile a partire dal 6 Novembre su tutte le piattaforme. Fragile E’ possibile suscitare l’interesse di una persona parlando di un duo composto unicamente da voce e violino? Se non si è sentito mai parlare dei Clio and Maurice è possibile, ma già dopo un primo ascolto distratto è possibile che si possa ritornare sui proprio passi. Questo perché si, il duo propone un prodotto difficilmente catalogabile come “immediato”, ma che nonostante ciò risulta essere innovativo e moderno. Il disco è costruito su differenti livelli di intensità, come se volesse adattarsi ad un pubblico variegato. Per farlo i due hanno declinato il loro linguaggio artistico in modo da renderlo quanto più fruibile possibile. L’apertura è quasi teatrale con Blue, un brano che vede una ispirazione classica e che in qualche modo rassicura l’ascoltatore che si è approcciato ad un disco di questo tipo nella speranza di ritrovare qualcosa di matrice decisamente classicheggiante. E’ già a partire da Faithfully che il castello crolla, il brano presenta la tipica grammatica del brano pop, una lineare sequenza di strofa e ritornello accompagna l’ascoltatore alla fine, con il consueto cambio ritmico della strofa che precede l’ultimo ritornello, insomma si tratta di un pezzo che parla la stessa lingua di quelli che ritroviamo in cima alle classifiche. Il brano si riallaccia benissimo al filone di pop minimalista in voga negli ultimi anni, la voce di Clio è pulita, intensa e gestisce le sequenze armoniche in modo estremamente interessante, riuscendo quasi a “coprire” gli inevitabili vuoti di un brano voce-violino. La modernità contraddistingue tutta la produzione di questo EP. I brani successivi sono “contaminati” da ulteriori elementi che vanno ad aggiungere ulteriori sfumature, come in Fragile dove si presenta una metrica quasi jazz, o in Friend dove, ad ulteriore conferma dell’ispirazione moderna del duo, si colgono sonorità quasi alla Lana Del Rey nonostante il brano presenti un arrangiamento un poco più aggressive. Lost ovvero il singolo apripista dell’EP potrebbe tranquillamente fungere da intro per un brano dance o far parte di […]

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La ricerca del nuovo Dardust: The Shape of Piano To Come

Recensione de “The Shape of Piano to Come” Il 6 novembre è uscito “The Shape of Piano to Come, vol.1” per la INRI classic ( etichetta che già avevamo incontrato in passato) con una compilation che racchiude 20 brani strumentali al pianoforte di artisti emergenti. L’obiettivo è quello di cavalcare l’onda del minimalismo pianistico contemporaneo i cui dettami sono già ripercorsi  da Dardust che, non a caso, è una delle punte di diamante della casa discografica. Di seguito è riportata la tracklist: Dominique Charpentier, La mer au Fond de tes yeux 2. Francesco Taskayali, Love Is Likely To The Wind 3. Rita Ciancio, Per Amore 4. Salvatore Lo Presti, Sophie’s Lullaby 5. Marco Rollo, Borders 6. Franco Robert, Mustio 7. Eva Bezze, Senza Tempo 8. Francesco Nigri, Latency 9. Igor Longhi, Rapsodia 10. Angel Ruediger, Gaia 11. Cucina Sonora, Fragile umbilico 12. Manuel Zito, My Little Town 13. Vincenzo Crimaco, Carpe Diem 14. No Mindless Scroll, Alado 15. Lena Natalia, View From The Shore 16. Emiliano Blangero, Oltre 17. Francesco Maria Mancarella, The Oceans 18. Javi Lobe, Saudade 19. Alberto Cipolla, La Fenêtre 20. Davide De Angelis, Fantasia   L’obiettivo è chiaramente quello di puntare in alto. Gli artisti coinvolti vengono da tutto il mondo e la campagna promozionale alle spalle del progetto è quella realizzata da una casa discografica che sta puntando sul prodotto che ha a propria disposizione. Arrivando al contenuto del disco, sin dalle prime note si ha quasi un’epidermica sensazione di modernità. I riferimenti classici ci sono e sono evidentissimi, ma la matrice pop e minimalista che contamina moltissimi dei brani presentati rende assolutamente evidente la spendibilità del prodotto sul mercato moderno. In ogni caso ridurre il tutto ad una spasmodica ricerca del nuovo Einaudi o del nuovo Allevi può suonare riduttivo, gli artisti in molti casi hanno presentano influenze estremamente differenti. I primi brani quindi rappresentano delle magistrali esecuzioni che dichiarano da subito un intento pop-minimalista, andando avanti però si ritrovano anche atmosfere quasi anni ’50 in brani come quello di Franc Robert (“Mustio”)  o in frenetiche sensazioni come quelle derivanti dal brano “Rapsodia” di Igor Longhi che invece sembra quasi trascinare l’ascoltatore in un film Tim Burton. A precedere il nostalgico brano “My Little Town” di Manuel Zito c’è un interessantissimo “Fragile umbilico” di “Cucina Sonora”, un pezzo con degli interessantissimi cambi di passo, caratterizzato da un travolgente dinamismo che in qualche modo cozza con le rassicuranti atmosfere dei brani precedenti che portavano quasi ad esser cullati in un mare di passi armonici, ma che in realtà dona una meravigliosa complessità al disco. L’irrisolutezza del “Carpe diem” di Vincenzo Crimaco  sembra quasi invitare a coglierlo veramente questo sfuggevole istante, “Alado” di No Mindless Scroll mostra chiaramente come, per quanto si possa ricercare la modernità, i riferimenti classici che inevitabilmente contaminano la formazione artistica di questi pianisti sia sempre presente e a tratti quasi preponderante. Il brano è l’unico tra i 20 presentati ad avere anche un accompagnamento al violino che quasi va ricreare una […]

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Daniele Fortunato: canzoni stese su “Quel filo sottile”

Intervista a Daniele Fortunato, autore di “Quel filo sottile” Titolo emblematico che soprattutto oggi apre scenari diversi e inevitabilmente distopici. Ma qui siamo nel campo della canzone d’autore, quella classica, quella trasparente acqua e sapone. Ma il filo sottile inteso da Daniele Fortunato ha ben altra storia e significato: è la precarietà della vita e dei suoi rapporti, è la sottile bellezza che divide l’istinto dalla ragione, è quella linea di confine sottilissima che separa l’omologazione dalla diversità, l’uguaglianza dalla personalità. E questo disco intitolato “Quel filo sottile” si gioca la partita proprio dietro la verità dell’essere semplice. Semplicità di un suono per lo più acustico, semplicità di liriche quotidiane, semplicità di melodie pulite. Chiediamo a lui ragione e merito di questo filo sottile… Domanda azzardata per iniziare: di quale “filo sottile” parli? Ce ne sono davvero tanti in mente… È il filo che unisce i protagonisti delle canzoni nello spazio e nel tempo. È il filo conduttore che lega ogni canzone con l’altra. Una canzone d’autore classica. Hai ricercato anche stilemi e forme sonore assai classiche… perché questa scelta precisa? Il folk tradizionale, un certo richiamo jazz, le ritmiche latine ma anche le ballate crepuscolari sono il mio modo di esprimermi in musica, quello che mi fa sentire sulle giuste frequenze. Tra l’altro il disco ha un suono “acustico” come ormai raramente capita di ascoltare. Hai mai pensato invece in una direzione più “indie” – se mi permetti la parola? Dipende da cosa si intende per direzione “indie”. Nel corso degli anni il sound relativo a questa definizione si è modificato, ma mi ha sempre dato l’idea di uno “luogo stretto”, determinante nel creare un senso di appartenenza ma anche nel generare progetti e identità musicali molto simili fra loro. Per quel che mi riguarda, mi sento indipendente nel raccontarmi attingendo da tutti i generi che mi stimolano, miscelandoli tra loro. Il suono “acustico” può far ballare, riflettere, lacrimare, ripartire. Amore, figli, vita vissuta… e se ti chiedessi cosa manca, col senno di poi, a questo disco? Ci sono molte vite dentro ognuno di noi. “Quel filo sottile” è una delle mie, divenuta canzone. Per raccontarne altre, prenderò un altro quaderno a righe. Daniele Fortunato, quanto ti somigliano il suono e la forma e le parole di questo disco? Il suono di questo disco è quello che pratico quotidianamente, in camera, in sala prove o in concerto; così come le parole, frutto della vita, di un certo modo di raccogliere le cose capitate e quelle volute. La musica che si ascolta, i libri che si leggono, gli sguardi che si incontrano sono determinanti nel formare una propria personalità, anche in musica. Questo disco di Daniele Fortunato è un viaggio, un’esperienza di vita da raccontare nel modo più autentico possibile. Paolo Tocco Fonte immagine: https://www.blogmusic.it/daniele-fortunato-storia-di-fili-sottili/6323

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