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Eroica Fenice

La Tag: musica contiene 53 articoli

Musica

Dario Dee e il suo ultimo progetto discografico | Intervista

Domenico Dario Dipalo, in arte Dario Dee, è un cantautore con all’attivo diverse esperienze e diversi concorsi musicali. Ultimo quello del PAE della fiera FIM, il Premio Autori Emergenti, che l’ha visto tra i dieci finalisti selezionati per la compilation scelta dalla direzione del FIM. Dario è uscito dalla stanza è l’ultimo lavoro discografico da solista di Dario Dipalo, uscito lo scorso 5 Aprile, a quattro anni di distanza dal suo precedente album Sopra Le Righe 2.015. Anticipato dal singolo Il mio pesce corallo rosso, il brano che è stato appunto selezionato nella compilation del FIM, l’album si compone di 16 tracce che spaziano dal soul all’elettro-pop, sonorità che si legano alle esperienze di vita emotive che l’autore ha voluto raccontare. Il 16 Maggio abbiamo incontrato, durante la prima giornata del FIM,  Dario Dee e scambiato quattro chiacchiere con lui. Intervista a Dario Dee Cosa puoi raccontarci di Il mio pesce corallo rosso, il brano che ha anticipato il tuo secondo disco. Il titolo, come puoi immaginare, è abbastanza ironico. È uscito quest’anno ed ha anticipato l’album Dario è uscito dalla stanza e sono autore e produttore di questo brano. Ha delle vene un po’ vintage anni ’70, ricorda un po’ la dance degli ABBA. Su questa struttura ho messo questo testo che racconta delle varie delusioni d’amore, di quel periodo in cui ci si chiude in casa e non si vuole avere a che fare con nessuno. Ho scritto appunto questa filastrocca per dire lasciatemi solo a casa con il mio pesce corallo rosso. È nato così questo brano. Cosa puoi dirci del PAE? Come sta andando questa tua esperienza al FIM? Siamo una decina di artisti a essere stati inseriti in una compilation. È comunque il primo anno che vengo qui e lo trovo molto interessante. Che venga dedicato uno spazio alla musica, che troppo spesso viene messa in un angoletto, in una sede così importante come questa a Milano, è molto importante. Andando invece un po’ indietro, cosa puoi dirci di te? Come hai iniziato a fare musica? Ho cominciato a far musica da bambino ed ho studiato in conservatorio pianoforte. Poi di lì ho iniziato ad ascoltare la soul music e mi sono affacciato al mondo pop. Per un periodo ho avuto una doppia vita: di mattina in ufficio e la sera ero nei club a far musica. A un certo punto mi sono scocciato di questa cosa e mi sono dedicato completamente alla musica. Oggi tra insegnamento e produzioni faccio questo. Sei insegnante di musica quindi? Sì, sono un insegnante di musica, sono un vocal coach. Poi, avendo una grande passione per il gospel ho creato vari cori. Dal soul e dal gospel come sei passato a fare questa filastrocca in stile ABBA? Diciamo che all’inizio scrivevo in inglese. Mi ero accorto però che con il nostro pubblico italiano era come alzare un muro perché molto di quello che cantavo non arrivava. Ho cominciato così a scrivere in italiano avvicinandomi di più al cantautorato, anche […]

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I viaggi di Pietruccio Montalbetti | Intervista

Intervista a Pietruccio Montalbetti «La curiosità è quella che ti porta avanti nel tempo, bisogna sempre essere curiosi» Pietro “Pietruccio” Montalbetti è lo storico leader del gruppo beat/pop italiano dei Dik Dik. In attività dal 1965, il musicista milanese si esibisce ancora oggi con il gruppo in giro per tutto il mondo. Spinto da un’insaziabile curiosità, Pietro Montalbetti ha scoperto negli ultimi anni una prolifica verve da scrittore, ha infatti scritto 5 libri: “I ragazzi della via Stendhal”, “Settanta a settemila. Una sfida senza limiti di età”, “Io e Lucio Battisti“, “Sognando la California. Scalando il Kilimangiaro” e “Amazzonia. Io mi fermo qui. Viaggio in solitaria tra i popoli invisibili”. L’ultima pubblicazione, edita nel 2018 da Zona Music Book, è il resoconto di un suo viaggio in solitaria attraverso la foresta amazzonica del Perù e dell’Ecuador, che ha raccontato anche attraverso l’ultimo disco da solista Niente, edito da Saar Records. Non è stato comunque il primo viaggio in solitaria. Montalbetti ha infatti affrontato altri itinerari estremi, esplorando l’Africa o per esempio scalando la vetta dell’Aconcagua, la cima più alta della catena montuosa delle Ande. Soprattutto, non sarà il suo ultimo libro, ci ha infatti rivelato di averne già pronti altri otto! Abbiamo avuto la possibilità di intervistarlo Giovedì 16 Maggio alla fiera FIM di Milano e ci ha raccontato dei suoi interessi, che cerca sempre di stimolare in maniera eterogenea. Per esempio, usa il suo account Instagram per raccontare aneddoti e curiosità su alcuni dei grandi nomi della storia della musica rock e legge libri di astrofisica. Ciò che proprio non riesce a digerire sono il calcio, la politica e il rap italiano (il rap italiano è proprio un tabù). «Non ti allarmare di invecchiare perché è una prerogativa negata a molti», di questo antico detto indiano Pietro Montalbetti ha fatto un mantra. Nel viaggio ha scoperto una possibilità per conoscere se stesso ma soprattutto le svariate ed eterogenee sfumature del pianeta. Il viaggio (in solitaria) è secondo lui un’esperienza dalla forte valenza formativa che insegna l’umiltà e il rispetto per il diverso. Abbiamo parlato di questo e di tanto altro ancora in una lunga chiacchierata. Intervista a Pietruccio Montalbetti Inizia il suo libro dicendo che esistono tre tipologie di viaggio, quali sono? C’è quello estremo, poi c’è quella del viaggio tutto organizzato con pullman e grandi alberghi e infine c’è la mia tipologia: io me ne vado da solo, facendo anche delle cose molto impegnative. Non ho mai rischiato la vita ma ho comunque scalato montagne da solo, come il Kilimangiaro. Sono stato in Africa, in Tibet, in Nepal, in India. Ho sempre viaggiato da solo con un sacco, adeguandomi alle situazioni del momento. Questo tipo di viaggio ti insegna molte cose. Ti insegna che cos’è questo pianeta e com’è la gente nel resto del mondo. Non bisogna guardare sempre il mondo attraverso gli schermi dei cellulari, soprattutto per i più giovani: è alla lunga molto dannoso. Un messaggio che voglio dare è che per essere rock non è […]

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Fance debutta da solista con Indeed | Intervista

Indeed è il disco d’esordio da solista di Fance, nome d’arte di Fabrizio Fancelli, musicista originario della provincia di Perugia. Composto da otto tracce, con testi sia in italiano che in inglese e francese, l’album si articola attraverso un solido sound che richiama le sonorità new-wave degli anni ‘80/’90 di artisti come i The Cure, Depeche Mode e David Bowie. Il 17 Maggio al FIM, abbiamo conosciuto Fabrizio e fatto una piacevole chiacchierata con lui, scoprendo un po’ di più di Fance. Fance, intervista a Fabrizio Fancelli Parlaci un po’ di te, come hai iniziato a fare musica? Io da tanti anni suono, suono anche con una cover band che si chiama Mutazione. Facciamo cover di David Bowie, Depeche Mode, The Cure… Musica new-wave anni ’80 però di professione sono un export manager e lavoro all’estero, quindi tutt’altro rispetto la musica. Comunque, vivo e mastico musica da tanto tempo. Dato che avevo nel cassetto una trentina di pezzi, ho deciso due anni fa di prenderne alcuni e comporre un album da solista. Ho raccolto otto brani per uscire con l’album. Cosa puoi raccontarci di quest’album? L’album è composto da otto tracce, cinque in lingua inglese, due in italiano e uno in francese. Scritto in diverse lingue perché, andando all’estero, sono sottoposto a stimoli vari. Alcune, infatti, le ho scritte proprio all’estero. Il singolo Senza Pietà, che ha anticipato l’album, è stato scritto diversi anni fa ed è autobiografico con una metafora. Autobiografico perché parla degli acufeni che sono delle allucinazioni uditive di cui soffro da diversi anni, sono dei piccoli ronzii alle orecchie. All’inizio sono stati abbastanza duri da affrontare ma adesso nemmeno me ne accorgo. Ma come ti dicevo, all’inizio è stata dura e per distogliermi da questi disturbi mi sono approcciato alla chitarra e da lì mi sono innamorato dello strumento. Quindi ringrazio la chitarra per avermi aiutato ad affrontare questa difficoltà ed avermi dato la possibilità di affacciarmi a questo meraviglioso mondo che è la musica. Allo stesso tempo, però, la canzone è una metafora poiché l’acufene è un po’ quel tracciato che i “benpensanti” ci dicono di seguire. Ci dicono che per essere delle persone giuste dobbiamo sempre rispettare le regole, ma proprio i “benpensanti” sono molto spesso quelli che si trovano in situazioni spiacevoli perché ci dicono cosa fare ma poi fanno tutt’altro. Questa canzone vuole essere appunto un inno all’indipendenza intellettuale: se uno segue il cuore può fare quello che vuole, sempre utilizzando il buon senso e non uniformandosi. Anche il resto dell’album segue questa linea tematica? L’album, in maniera anche un po’ forte, parla della società del momento. Una prima parte parla delle relazioni interpersonali della fredda società del momento, un’altra parte parla dell’amore in tutte le sue forme, perché per me l’amore è fondamentale. Infatti, ho posto molta attenzione nei testi a questo argomento. A livello musicale che ricerca c’è stata? Come ho detto anche prima, visto che derivo da gruppi new-wave, quest’album è caratterizzato da contenuti new-wave, con forti giri di […]

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Eurovision song contest 2019, recensione della finale

L’Eurovision, l’annuale festival musicale europeo che attira sempre più appassionati di musica e di momenti trash di dubbio gusto (forse più la seconda che la prima) è giunto anche quest’anno. Perciò ecco a voi, signore e signori, il resoconto della serata finale di una delle manifestazioni musicali più eccentriche e discusse del vecchio continente. Nella vita ci sono momenti che ognuno di noi attende con trepidazione. Alcuni attendono la domenica per gustarsi il ragù della mamma senza pensare alla dieta, altri il sabato per liberarsi dalla routine dello studio o del lavoro in modo da ubriacarsi con gli amici come se non ci fosse un domani, altri ancora attendono sul cellulare una notifica che li informa di un nuovo video pubblicato da Youtube anche per interrompere qualsiasi attività di estrema importanza come uscire con la propria morosa. Ci sono poi quelli che attendono un intero anno per poter vedere finalmente sul grande schermo l’atto conclusivo di un saga cinematografica dove un gruppo di supereroi affronta un titano pazzo pronto a spazzarli via con un guanto d’oro tempestato di gemme colorate e chi invece di anni ne aspetta due per assistere alla stagione finale di una serie tv fantasy in cui tutti i beniamini del pubblico muoiono male. Infine ci sono quei pochi che attendono il mese di maggio per un solo e semplice motivo: la finale dell’Eurovision Song Contest, la più importante e controversa manifestazione musicale europea che canalizza l’attenzione di tutti quegli appassionati (tra cui il sottoscritto) che hanno una sorta di attrazione/repulsione verso l’eccentricità che sfiora le vette del trash di maggior prestigio. Eurovision Song Contest, piccola introduzione storica Nato nel lontano 1956 a Lugano, in Svizzera, l’Eurovision Song Contest aveva come base quella di usare l’arma della musica per unire i popoli europei in uno spirito di pace e fratellanza, allo scopo di lasciarsi da parte i dissapori maturati durante l’ultimo conflitto mondiale e che nel secondo dopoguerra perduravano. Le regole sono molto semplici. 26 cantanti provenienti da 25 nazioni europee e dall’Australia (sì, c’è anche l’Australia tra i partecipanti, ma ne riparleremo a tempo debito) si esibiscono in tre diverse serate. Le prime due sono le semifinali che determinano le 20 nazioni  che gareggeranno nella finale di sabato assieme alle Big five, le nazioni che accedono all’Eurovision di diritto: Francia, Regno Unito, Germania, Spagna e Italia). I cantanti rappresentanti di ogni nazione vengono scelti in base a festival nazionali, talent shows o possono esserci altri motivi dietro la loro scelta come una proposta da parte delle case discografiche. Nonostante il messaggio veicolato sia quello della fratellanza tra i popoli, l’Eurovision ha sempre fatto parlare di sé più nel male che nel bene. L’atmosfera colorata e festaiola messa in scena risulta essere più uno specchietto per le allodole, dato che non sono mancate nel corso degli anni controversie a sfondo sociale e politico. Molte nazioni non hanno ritirato la loro partecipazione ad alcune edizioni in base a momenti storici particolari, come fece la Russia nel 2017 quando […]

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Alessandro Angelone: l’esordio discografico con Start at dawn | Intervista

Queste le parole di Alessandro Angelone sul suo esordio musicale: “Stars at dawn nasce dall’idea, o meglio l’esigenza, di mostrare a chiunque lo desideri il mio mondo, “nascosto” dentro le corde della mia chitarra.” Classe 2002, alunno dell’Accademia Professione Musica, Alessandro Angelone è un giovanissimo chitarrista di Pescara e Stars at dawn è il suo esordio discografico pubblicato per Music Force lo scorso 5 Aprile e presentato nello stesso giorno presso la Mondadori di Pescara a via Milano. Coadiuvato dalla sola chitarra acustica, Alessandro compone dieci tracce strumentali mostrando una grande padronanza dello strumento e della tecnica del finger-style. Star at dawn costituisce così un primo biglietto da visita di un artista che varrà sicuramente la pena seguire in futuro, per poter osservare la crescita di un chitarrista ancora in erba che, ad oggi, mostra al pubblico il suo mondo attraverso le corde della sua chitarra. In occasione dell’uscita del disco, ma soprattutto per conoscere meglio il ragazzo, abbiamo intervistato il giovane chitarrista pescarese. Stars at dawn, intervista ad Alessandro Angelone 17 anni e già alle spalle un album solista strumentale. Parlaci un po’ di te. È una grande soddisfazione aver pubblicato un album tutto mio. Sono un appassionato della chitarra da quando ho approcciato il fingerstyle, un mondo che continuerò ad esplorare. Mi piace tenermi impegnato anche con altri hobby: pratico il karate Wado Ryu, sono stato otto anni negli scout e amo disegnare. È proprio il disegno il principale rivale della musica, da sempre. Una cosa è certa, trovo nell’arte, o meglio, in ciò con cui posso esprimermi, le mie passioni. Cosa puoi dirci dell’Accademia Professione Musica che frequenti? È un ambiente accogliente in cui mi sono trovato bene sin da subito, grazie soprattutto al mio maestro Benedetto Conte, che non ci ha messo molto a farmi innamorare della chitarra. Inoltre, l’Accademia è un contesto che permette di esibirci e sperimentare i nostri progetti. Da grande vuoi che la musica diventi il tuo mestiere oppure hai qualche altro sogno nel cassetto? Sono indeciso. Attualmente sto continuando a comporre e ad arrangiare brani. Vorrei sicuramente fare della mia arte un mestiere, magari riuscendo a combinare l’arte figurativa alla musica. Ora sono al liceo e intravedo altre possibilità. Suoni altri strumenti oltre la chitarra? Quale strumento vorresti imparare a suonare? No, non suono nessun altro strumento. Una volta ho provato il violino, ho un caro amico che lo studia e devo dire che, se dovessi scegliere, opterei per questo. Come nasce Stars at dawn? Che idea c’è dietro? Stars at dawn nasce dall’idea, o meglio l’esigenza, di mostrare a chiunque lo desideri il mio mondo, “nascosto” dentro le corde della mia chitarra. Spronato al meglio dal M° Beny Conte che mi ha fatto incontrare l’etichetta Music Force, ho deciso di pubblicare l’album che, fortunatamente, è in promozione e in vendita sia digitale che fisica.

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Caleido: “E poi ci rido su” è l’album di debutto

Caleido: “E poi ci rido su”, un album sul Non Amore  |  Recensione “E poi ci rido su”, uscito il 5 aprile scorso, è l’album d’esordio dei Caleido, una band toscana nata nel 2016, formata da Cristiano Sbolci Tortoli (voce e chitarra), Leonardo Nesi (batteria), Alessandro Rizzo (piano e tastiere), Lorenzo Carfì (chitarra) e Guido Frosini (basso). Il disco – scritto da Cristiano Sbolci Tortoli, registrato dai Caleido con Alessandro Di Sciullo e prodotto da Vladimir Eduardo Costabile (La Lumaca Dischi) – contiene 10 brani pop-rock legati da un filo conduttore: il “Non Amore”, quello infranto, quello non corrisposto, quello finito. “E poi ci rido su”: sentimenti a suon di indie pop I Caleido cantano la forza, la rabbia, l’amore, la disperazione, l’eroismo e i ricordi, i viaggi e il sesso delle prime volte, in maniera sincera ed elegante, attraverso sonorità decise ma raffinate. Il disco è stato anticipato dal singolo “Chiara”, pubblicato lo scorso 8 febbraio. “Chiara” rappresenta un’adolescente insoddisfatta che cerca di colmare un grande vuoto con un “troppo pieno”, che in realtà non esiste, e che non fa altro che accrescere ciò da cui lei tenta di scappare. Chiara soffre per un “non amore” che, hanno spiegato i Caleido, “non è l’opposto del sentimento in sé, bensì una mancanza costante e dolorosa, un sentimento a sé stante, da cui la ragazza cerca disperatamente di fuggire (in moto) con le lacrime che le bagnano il volto e le mani che le impediscono di vedere il sole che, attorno a lei, continua a splendere. Il dolore, in questi casi, acceca tutto, fa vedere piovoso anche un cielo terso e ogni stimolo esterno diventa sterile ed insignificante”. “Questo è ciò che succede a Chiara, che invano tenta di scappare da un amore non corrisposto che la rincorre, che si ripresenta nella sua mente nonostante rincorra futili sensazioni svestite e stupide amicizie per impiegare il suo tempo, nella speranza che davvero la facciano sentire meglio. Con la voglia di esser sexy per un mondo che non la apprezza e un chewing-gum in bocca, Chiara sancisce il ritorno agli anni ’80, che nell’ultimo periodo son tornati, idealizzati dalla poetica indie-pop, in cui i Caleido facilmente si collocano”, hanno concluso i Caleido. Il brano, tra i più forti dell’album, è accompagnato da un videoclip diretto dalla regista Marta Fonti. Altro pezzo forte del disco, decisamente radiofonico, è il brano d’apertura, “Polaroid”, energico e malinconico allo stesso tempo: la malinconia è quella trasmessa da una polaroid, unico ricordo di una storia ormai finita. “Torno a casa tra i pensieri di una sera/di te resta una Polaroid”. Tutto l’album racconta, come detto, del “Non-Amore”, tranne “Miele”, la seconda traccia – nonché secondo singolo estratto – , un brano dalla melodia trascinante che parla infatti di un amore “in corso”. “E poi ci rido su” rispecchia in pieno le sonorità tipiche dell’indie italiano degli ultimi anni; in particolare, gli arrangiamenti e l’utilizzo massiccio delle tastiere ricordano vagamente lo stile dei Baustelle. La voce e il modo di […]

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Sparring Project, “Soundtrack for contemporary stories” by PUGILE

Sparring Project, “Soundtrack for contemporary stories” è il nuovo album di PUGILE uscito il 15 marzo per Macchiavelli Music. “Colonne sonore per storie contemporanee”, già il titolo ci preannuncia un’ambizione cinematografica nata dall’osservazione urbana, sicuramente quella torinese a cui appartiene Pugile, che suggerisce di inserire storie reali in uno sfondo musicale privo di parole, costruito appunto per fare da  colonna sonora; un ritorno all’underground che devia la forma-canzone standard distanziandosi volutamente e in maniera evidente dal mercato discografico contemporaneo puntando invece all’essenzialità. Quello che ha fatto Pugile – il trio composto da Elia Pellegrino, Matteo Guerra e Leo Leonardi – è sperimentazione di musica strumentale, un allenamento che ha dato vita ad ambienti sonori volti a celebrare gli stadi della vita umana e che coinvolgono l’immaginazione dell’ascoltatore: la sensazione è quella di una concessione da parte loro, che ci permette di impossessarci e godere di ogni traccia per decidere poi a quale storia segreta debba fare da colonna sonora. Per il proprio side project Pugile ha scelto come “sparring partner”  Maurizio Brogna, sound engineer e producer. Sono nate  così 15 tracce intorno a 5 concept principali: l’elaborazione del trauma e la ricerca della pace; l’autoconsapevolezza; la cattiva osservazione della realtà e i dubbi che essa comporta; la brama come rovina dell’anima; la ripetitività dei cicli generazionali.  Archetipi che trovano la loro sonorità in un viaggio musicale fatto di sperimentazione e originalità. «Seduto sul bus che porta in centro guardo fuori dal finestrino: i lavoratori del mercato la mattina presto, una coppia innamorata, le dita di una madre che stringe quelle della figlia. Sparring Project è questo: un lungo viaggio verso un mondo in cui tutto è musica». Soundtrack for contemporary stories, l’intervista Come nasce PUGILE e come vi definireste in rapporto alla scena musicale torinese dagli esordi fino ad oggi? Pugile nasce per necessità, come credo anche un’altra miriade di progetti artistici. Ma In rapporto alla scena musicale Torinese, ci definirei post apocalittici. Negli anni 90 e primi del 2000 in questa città si poteva respirare aria di Musica, trasformazione e fabbriche. E noi stessi siamo il prodotto di underground di una rinascita che è svanita, che si è persa nelle regole del commercio, assoggettata dalle logiche di mercato in cui vendi solo quello che dà un profitto. In un luogo dove l’underground faceva parte della cultura delle persone, adesso, nei posti dove quell’underground era praticato come alternativa culturale e musicale concreta, ci sono solo localini copia ed incolla (copy and paste) dove andare a bere lo stesso bicchiere di vino con il prossimo incontro Tinder. Perché proprio “Sparring Project”, ha forse a che fare con il nome del vostro gruppo PUGILE? Direi di Si mio caro amico/a … per chi non mastica il linguaggio sportivo “Sparring partner” è colui che si allena con il pugile che andrà al combattimento. In questo progetto facciamo sparring con Maurizio. L’idea è quella di far entrare diversi compagni di allenamento in futuro. “Soundtrack for contemporary stories” nasce per incontrarsi con il mondo cinematografico. […]

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Nessuno segna da solo con La Rua | Intervista a Daniele Incicco

“Siamo all’inizio e solo da qui si comincia” Daniele Incicco de La Rua La Rua è un gruppo originario di Ascoli Piceno, fin dall’esordio discografico nel 2015 con l’omonimo album, la band capitanata da Daniele Incicco ha fatto delle esibizioni live il suo punto di forza, dando vita a spettacoli musicali di grande impatto Lo scorso 26 Aprile, il gruppo ha pubblicato il suo terzo album “Nessuno vince mai da solo”, un lavoro targato Universal Music che conferma un sound folk solido e convincente, adornato con una veste pop di matrice radiofonica. Nessuno segna da solo segue il precedente album Sotto Effetto Di Felicità ed è stato anticipato il 19 dicembre dal singolo Alla mia età si vola che può essere considerato un po’ come il ‘manifesto teorico’ del disco ma anche della carriera della band, sempre ‘on the road’ per suonare sui palchi di tutto il mondo. “Non importa se in discesa o in salita/ o se stiamo rallentando da una vita/ l’importante è non fermarsi più//” In queste parole tutta l’energia de La Rua che in questi anni ha freneticamente inanellato, una dopo l’altra, tantissime esperienze: dalla partecipazione ad Amici alle esibizioni sul palco del Primo Maggio nel 2015, nel 2017 e anche quest’anno; al recente tour intercontinentale del Sanremo Giovani World Tour un tour mondiale con i finalisti di Sanremo Giovani 2018 organizzato dalla Rai e dal MAECI (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale); al collaborazione con Cristina D’Avena per la reinterpretazione di “È quasi magia Johnny!”; all’apertura del concerto degli Imagine Dragons nel 2013 a Milano. Per l’occasione dell’uscita di Nessuno segna da solo, abbiamo intervistato Daniele Incicco, frontman della band, che ha condiviso con noi alcune delle tante esperienze de La Rua. Intervista a Daniele Incicco, frontman de La Rua Avete partecipato al concertone del Primo Maggio nel 2015, nel 2017 ed anche quest’anno. Cosa puoi dirmi di questo evento? Il Primo Maggio è il palco più importante che c’è in Italia e salire in quel palco rende molto felici. È anche una prospettiva di lavoro molto diversa. Per noi era molto importante salire su quel palco anche per la mission che quel palco porta, ovvero andare a difendere i diritti dei lavoratori. Quindi in un certo senso ci siamo sentiti anche responsabilizzati doppiamente da quello che il Primo Maggio ci stava offrendo in quel momento. Quindi pensi che riesca ancora a ricoprire questo ruolo il concerto del Primo Maggio? Secondo me il ruolo lo ha sempre anche perché, in un certo senso, ci si mette al servizio del lavoro. Poi, lo si fa attraverso la musica, la musica è fatta di canzoni e le canzoni dicono tante altre cose, quindi non è molto facile trovare un brano che possa avere un messaggio che possa rappresentare quello. Noi abbiamo portato canzoni leggere ma con la presenza abbiamo cercato di giustificare il nostro appoggio a questo messaggio che il Primo Maggio dà. Cosa mi puoi dire invece della vostra esperienza ad Amici? È stato […]

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Alberto Mancinelli e Tutto l’amore che c’era | Intervista

Alberto Mancinelli, musicista e cantautore siciliano, ha mosso i primi passi nel mondo della musica negli anni ’90 nella band Electric Bayons con la quale ha partecipato ad importanti rassegne e festival di musica emergente come il Tavagnasco Rock e Ritmi Globali a Treviso. In seguito allo scioglimento del gruppo, Alberto Mancinelli non si è fermato ed ha continuato a scrivere e comporre musica. Tutto l’amore che c’era, disco autoprodotto e pubblicato il primo Marzo dello scorso anno, è la prova tangibile della passione di Alberto che ha riarrangiato, grazie alla regia musicale di Antonio “Don Antonio” Gramentieri, alcuni brani scritti venti anni fa, affiancandoli a delle tracce nuove di zecca. Alla realizzazione del disco hanno contribuito anche le percussioni di Piero Perelli e Denis Valentini, la voce di Elisa Ridolfi, le tastiere di Nicola Peruch e il violino di Vicki Brown. Composto da 10 tracce, il disco presenta un’elegante scelta musicale, dieci ballad caratterizzate da influenze country e blues, passando anche per sonorità più rock. Un piccolo album dei ricordi costruito da Alberto Mancinelli con disincanto ma anche con un pizzico di malinconia e tenerezza. Intervista ad Alberto Mancinelli Tutto l’amore che c’era è il tuo ultimo album. Cosa rappresentava e cosa rappresenta adesso questo amore per te? L’idea d’amore descritta nelle dieci canzoni che compongono l’album non è necessariamente legata a una relazione sentimentale o a persone specifiche. In queste canzoni si parla di amore per dei luoghi in cui s’è vissuto o soltanto immaginati, per un’utopia, per una vita che si è sognata. Sono cartoline dal passato, infatti molte di queste canzoni sono state scritte anche vent’anni fa. Adesso le guardo con un misto di tenerezza e distacco. Come è nata quest’idea di dare una nuova veste musicale a canzoni come Lentamente, È meglio andare e Il gesto? Avevo registrato queste canzoni molti anni fa in altri progetti musicali. Ma non mi avevano mai convinto gli arrangiamenti di allora. Le ho riprese per farle suonare in maniera più convincente. Poi avevo notato che erano tutte legate da un filo impercettibile di amore per qualcosa. E così le ho messe insieme ad altre canzoni più recenti che avevano uno stile e un sentimento abbastanza simile. Come avete lavorato tu e Antonio Gramentieri “Don Antonio” al disco, qual è stata la ricerca musicale? Mi sono fidato del suo intuito, del suo grande talento e della sua enorme conoscenza musicale. Abbiamo gusti e visioni molto simili. Parliamo un linguaggio musicale che ci accomuna. Ho fatto ascoltare a lui le dieci canzoni nude e crude con voce e chitarra. Inizialmente pensavamo a un album più acustico e immediato. Dopo alcuni mesi, ci siamo trovati nel suo studio di registrazione e abbiamo suonato dal vivo insieme agli altri musicisti. Dei bravissimi musicisti come Piero Perelli alla batteria e percussioni, Nicola Peruch alle tastiere, piani elettrici, hammond e synth, e la partecipazione di Elisa Ridolfi alla voce, dell’americana Vicki Brown al violino e Denis Valentini alla voce e percussioni. Gli arrangiamenti venivano fuori […]

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Viky Rubini pubblica l’EP Tra le mie coste | Intervista

Viky Rubini, bergamasco classe ’95, è uno studente di medicina, scrittore ma, soprattutto, musicista. Con già all’attivo un libro Il filo di Arianna (Edda edizioni, 2016) e un tour con la band ÀWARÉ, dopo il primo album da solista, Resilienza, con il progetto Viky Twisterman, l’8 Marzo pubblica l’EP Tra le mie coste, disco interamente autoprodotto. L’EP si compone di 5 tracce che ruotano intorno al concept del naufragio. Un espediente immaginativo per rievocare quelle sconvolgenti esperienze emotive che stordiscono ed ottenebrano ma dalle quali, una volta usciti dalla tempesta, si può trarre una nuova consapevolezza. Viky si definisce “un naufrago abbarbicato dietro la grancassa”, un’immagine che descrive la tensione fisica e nervosa evocata dal disco, che nasce dall’unione (ma anche dalla tensione appunto) delle melodie acustiche della chitarra di  Viky e di sonorità di matrice digitale. Per poter conoscere più a fondo Viky Rubini e il suo nuove EP Tra le mie coste, abbiamo fatto qualche domanda all’artista bergamasco. Intervista a Viky Rubini Tra le mie coste si sviluppa intorno il concetto di naufragio, cosa puoi dirci di più? Da piccolo sono “annegato” un paio di volte. Una volta mi hanno dovuto rianimare. Quindi ho una certa familiarità con il senso di impotenza che si ha quando non si riesce più a stare a galla. Ho provato la stessa sensazione qualche mese fa, però dal punto di vista emotivo. Sono sicuro che tutti noi abbiamo provato quella roba lì, quindi non mi dilungo: lascerei parlare la musica. In cosa si differenzia dal tuo primo album da solista Resilienza? Resilienza è nato in studio, da frammenti di pezzi scritti negli anni, ogni pezzo con una sua identità. Questo disco invece è nato in un secondo, con pezzi tra loro fortemente concatenati. Un big-bang a cui ho dovuto dare forma. Altra differenza importante: Resilienza è stato suonato da più persone (Luca Mandelli e Guido Montanarini alla batteria, Francesco Mancin al basso), ed è stato registrato e mixato da Fabio Intraina. Questo disco l’ho scritto, suonato, registrato e mixato completamente da solo. Joao Ceser mi ha poi fatto la finalizzazione. Per te l’utilizzo della musica elettronica “è una piccola rivoluzione copernicana”, cosa intendi? Ero uno di quelli “la musica elettronica non è musica, basta schiacciare play e fa tutto da solo”. Poi Joao Ceser, produttore e amico, mi ha dato due dritte su come usare Ableton e ho trovato una miniera di suoni, di idee. È come aver sempre vissuto in una valle in cui si parla solo dialetto e trovarsi a Londra col dizionario di inglese! Come riesci a conciliare i tuoi impegni da studente di medicina con quelli del tuo progetto solista e quello della tua band ÀWARÉ? Sono contemporaneamente un pessimo studente ed un pessimo musicista. Comunque ad ottobre usciremo con un terzo progetto musicale segretissimo! Cosa vuoi raccontarci, invece, de Il Filo di Arianna, il romanzo che hai pubblicato nel 2016? È il romanzo che ho scritto per ringraziare il mio professore di greco e latino del liceo. […]

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