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Eroica Fenice

La Tag: musica contiene 79 articoli

Musica

Musica elettronica, un genere in continuo movimento

Quando si parla di musica elettronica in genere si pensa a tutte quelle composizioni musicali che adoperano al loro interno strumentazioni elettroniche (sintetizzatori, computer, etc.). In realtà si tratta di una definizione molto labile e incerta, poiché nel corso della sua storia la musica elettronica è stata soggetta a tanti usi diversi: come supporto a generi già esistenti, come genere a sé stante e anche come laboratorio sempre aperto di sperimentazioni. Proviamo allora a tracciare una storia della musica elettronica nelle sue fasi più salienti, dalle origini fino ai primi anni 2000, cercando di dare importanza tanto al suo lato di “work in progress” quanto a quello di elemento fondamentale per certe esperienze musicali. La vastità del argomento è tuttavia tale che non ci consentirà di analizzare ogni singola fase della musica elettronica, per cui rimandiamo a siti specializzati nel settore. Storia dell musica elettronica 1900 – 1950: le prime sperimentazioni Una prima fase di quella che si può definire “proto musica elettronica” ha inizio con l’introduzione del Terhemin, inventato dal fisico Lev Termen nel 1919. Consiste in un contenitore provvisto di due antenne, una posta verticalmente e l’altra lateralmente, le quali formano un campo elettromagnetico traducendolo in suono. La particolarità di questo strumento è che bisogna usare entrambe le mani per direzionare il suono e per regolarne l’intensità e il volume. Tra i tanti che rimasero affascinati dal terhemin ci fu Maurice Martenot che ne sfruttò la tecnologia per dare vita all’Onde Maternot, presentato nel 1928. Si trattava di una tastiera ad 88 tasti sotto i quali era presente un nastro teso che, a differenza delle antenne dello strumento russo, poteva essere fatto oscillare per produrre suoni. Fu inventato per venire incontro a tutti quei musicisti abituati da sempre a suonare con strumenti acustici e poco inclini ad usare il terhemin. Un anno fondamentale per la storia della musica elettronica è il 1933, quando l’ingegnere americano Laurens Hammond creò quello che fu ribattezzato come organo Hammond. Pensato come un’alternativa economica all’organo a canne, rispetto a quest’ultimo possedeva al suo interno delle ruote foniche alimentate (tonewhells). La loro rotazione formava un campo elettromagnetico che generava il suono. Questi veniva regolato tramite tiranti detti drawbars, i quali erano posti sotto la tastiera e permettevano di regolare il volume e l’intensità. In seguito l’organo Hammond fu potenziato tramite il Leslie, un meccanismo di altoparlanti montati su di un perno rotante che, una volta azionati, conferivano al suono quello che in fisica viene definito effetto Doppler. L’uso del Leslie si rivelò necessario per nascondere il fastidioso “click” dei tasti quando venivano pigiati, ma conferì all’Hammond un suono elettronico. Si può dire quindi che la musica elettronica sia nata proprio con questa “aggiunta necessaria”. Dopo la seconda guerra mondiale iniziarono ad essere fondati studi di registrazione un po’ in il tutto il mondo, grazie anche al fatto che accanto ai già citati meccanismi furono aggiunte le innovazioni nel campo della registrazione della voce compiute durante l’ultimo conflitto. In Francia il compositore Pierre Schaeffer fu […]

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Simone Piva e la sua musica di frontiera | Intervista

Simone Piva e i Viola Velluto iniziano a muovere i primi passi nel mondo della musica nel gennaio del 2008. Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti e, soprattutto, tanta musica. Il cantautore, insieme alla sua band di supporto, è infatti da più di 10 anni in giro per lo stivale e conta all’attivo cinque dischi: Ci Vuole Fegato Per Vivere, Polaroid…di una vecchia modernità, SP&iVV, Il Bastardo e Fabbriche, Polvere e un Campanile nel Mezzo pubblicato lo scorso maggio per Music Force, Toks Records e distribuito da Egea Music. In questi anni, hanno anche aperto i concerti di importanti artisti come Sick Tamburo, i Fast Animals and Slow Kids e i Zen Circus.   Nella sua musica Simone Piva utilizza il Nord-Est italiano, il suo Friuli, come un espediente per raccontare la Provincia, una provincia intesa come margine, come quelle frontiere del Far West, terre sconosciute da conquistare. Tra citazioni di film western e di Charles Bukowski prende forma un racconto di fatica, lotta, sudore, ma anche di rinascita e speranza. Il tutto condito da solide sonorità rock che attingono spesso dal mondo del country e del folk.  Per saperne di più, abbiamo fatto qualche domanda a Simone che ci ha raccontato del suo ultimo album e di altro ancora.  Intervista a Simone Piva  “Fabbriche, polvere e un campanile nel mezzo” è il tuo nuovo lavoro discografico, cosa puoi raccontarci? È un album polveroso, dove ogni canzone è il resoconto di questa Italia vista con gli occhi di un bandito del Nord Est. In “Hey Frank” canti «Non c’è più una Provincia, nella Provincia», cosa intendi? Intendo dire che esistono di nuovo le Frontiere, tutto muta e cambia ed è nuovamente conquistabile. Che collegamento c’è tra la tua terra, il Nord Est, e le atmosfere da Far west evocate nella tua musica? “Nord Est” e “Far West” che, inoltre, sono anche due brani del tuo precedente album “Il bastardo”. Ci sono molte similitudini tra loro, sono sporchi e selvaggi. “Nord Est” e “Far West” sono due brani che cercano di riprodurre le atmosfere di questi ambienti dimenticati. In queste atmosfere western non possono non venire in mente i film di Sergio Leone, al quale hai anche dedicato un brano, “Sergio Leone” per l’appunto. Ci sono altri punti di riferimento e influenze che magari nelle canzoni non emergono esplicitamente? Nelle mie canzoni si trovano molti punti di riferimento, alcuni espliciti, altri meno. Il tutto per omaggiare film, poesie o racconti che mi hanno particolarmente colpito e che alla fine hanno il mio stesso punto di vista. Con i Viola Velluto suoni dal 2008, dunque oltre dieci anni di attività. Come giudichi la vostra carriera fin qui? Abbiamo preso grandi soddisfazioni tra alti e bassi. Avete suonato insieme a Roy Paci e Aretuska nel 2010, inoltre avete aperto i concerti di band come gli Zen Circus e i Fast Animals And Slow Kids. Cosa puoi raccontarmi di questi artisti, chi di loro ti è rimasto più impresso? Mi sono rimasti tutti impressi […]

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Giuseppe Calini e il suo rock | Intervista

Una passione viscerale di lunga data quella che unisce il rocker di Legnano classe 1966 Giuseppe Calini e il rock. Per lui non è soltanto un genere musicale, ma «un modo di essere». Una passione che dura da quando Giuseppe Calini era un bambino, che strimpellava una chitarra regalatagli dallo zio e che trova il suo incipit discografico nel 1986, con Spirito Libero. Da allora, sono seguiti altri 16 dischi, ultimo di questi Verso l’Alabama, pubblicato due anni fa per Music Force. Il viaggio rock di Giuseppe Calini è però ben lungi dal concludersi, il musicista è infatti alle prese con il suo prossimo disco: un altro tassello del suo viaggio rock’n’roll. Intervistato da noi, il rocker ci ha parlato di questo e di tanto altro ancora. Questa è l’intervista. Intervista al rocker di Legnano Giuseppe Calini Qual è stato il tuo primo approccio alla musica? Da piccolo, un mio zio mi regalò una chitarra, poi i primi 45 giri ed ebbi  fortuna ad aver avuto 12 anni nel periodo più bello della musica, fine anni ’70. Uscirono “Love is in the air”, “Born to be alive” e rimasi fulminato da “Whatever you want”. Altri tempi, altra musica. Chi è Giuseppe Calini al di fuori della musica? Lo stesso. Il rock non lo si fa, lo si è. Da Spirito Libero, il tuo primo lavoro discografico pubblicato nel settembre 1986, a Verso l’Alabama, il tuo ultimo album pubblicato due anni, conti all’attivo 17 album. Come è evoluto il tuo stile musicale in questi anni? La mia musica è sempre stata la stessa. Non mi sono mai piaciuti i gruppi che cambiavano direzione artistica. Certo l’evoluzione c’è ed è normale che con le nuove tecnologie i suoni si evolvano ma la radice deve rimanere la stessa. Per me il rock è un modo di essere. Con l’esperienza che ho potrei suonare tanti tipi di musica ma non li sentirei miei quindi non lo faccio. Suono quello che sono. Cosa puoi dirmi di “Verso l’Alabama”? Qual è stata la ricerca musicale seguita? “Verso l’Alabama” è un album che racchiude vecchie canzoni tutte risuonate e remixate. Ho voluto riproporre insieme a grandi musicisti questi pezzi con suoni più moderni ma senza perdere l’essenza del vero rock. Quello senza fronzoli, senza effetti, senza finzioni. Sei al lavoro su nuovi progetti? Puoi svelarci qualche anteprima? Visto che “Verso l’Alabama” è piaciuto tanto, ho deciso di … “ritornarci”. Sto infatti lavorando alla realizzazione del nuovo album che i si intitola “Torno in Alabama” 11 nuovi brani, tutti inediti. Qualche valzer, un po’ di rap. No dai, scherzo. Solo rock, puro e semplice rock! Hai delle date in programma? Prima il nuovo album. È un lavoro lungo, ci vorranno ancora alcuni mesi. Grazie per l’intervista. Keep on rockin my friend! Fonte immagine: Ufficio Stampa Music Force

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Testamento del maiale: la riscrittura di Vinicio Capossela

Il noto cantautore Vinicio Capossela si è ispirato alla parodia latina di un testamento, che ha come protagonista il maiale.  La tradizione dell’allevamento, della macellazione e dell’impiego di carne di maiale è molto antica, tant’è che figurava nei riti sacrificali e nel consumo rituale; inoltre, nel folklore alimentare esso ha sempre rivestito un ruolo notevole, costituendo, insieme ai beni dell’orto, uno dei principali soggetti della dispensa del contadino: allevato in casa, infatti, il maiale ne costituiva la ricchezza, garantendo la sopravvivenza di intere famiglie, mentre la sua macellazione nel periodo più freddo dell’anno rappresentava una festa comunitaria, in grado di coinvolgere parenti e vicinato. Il maiale fa testamento ne “La ballata del porco” di Vinicio Capossela Nel suo ultimo album, “Ballate per uomini e bestie”, undicesimo lavoro in studio, il cantautore Vinicio Capossela si rapporta con storia, letteratura, filosofia, religione, poesia, figurando quale prezioso menestrello contemporaneo. Come egli stesso ha dichiarato, «I protagonisti sono animali antropomorfizzati in una dimensione plurale e ricca di spunti e mezzi narrativi». Ebbene, all’interno di questa preziosa miscellanea spicca “La ballata del porco”, nella quale il maiale, animale simbolo della civiltà contadina, dopo una vita d’ingrasso mette in luce il tema del sacrificio: la creatura più prossima all’uomo, tanto negli organi interni, quanto nei nomi e negli aggettivi, fa testamento, continuando in tal modo a vivere con tutto il suo “corpo”, che è appunto anagramma di “porco”. Il Testamentum Porcelli: parodia di un testamento e folklore popolare Si tratta di un brano che senza dubbio trae spunto da un testo latino molto singolare, prodotto nel III-IV sec. d.C., periodo che vede il fiorire dei più importanti giuristi della storia del diritto romano. In questo contesto, l’importanza degli studi sulle leggi e sul diritto trova una curiosa conferma in una divertente parodia del diritto testamentario che va sotto il nome di Testamentum Porcelli, o più precisamente Testamentum Grunni Corocottae Porcelli: un maiale, avendo capito che è ormai giunta l’ora della sua fine per mano del cuoco, stende in forma perfettamente legale, con tanto di notaio e di testimoni, le sue ultime volontà, lasciando amici e parenti eredi dei propri beni. L’intreccio fra la tradizione favolistica dell’animale parlante e la tecnica parodica che degrada un argomento serio fanno di questo breve testo un interessante documento letterario, unitamente al ruolo fondamentale del maiale nelle società agricole e alle tradizionali usanze che accompagnavano la sua macellazione. Il testo, di autore ignoto, è citato nel IV sec. d.C. da San Gerolamo – traduttore in latino di parte dell’Antico Testamento e dell’intera Scrittura ebraica – nella prefazione al Commentario ad Isaia, il quale aggiunge che esso era letto a mo’ di filastrocca dagli studenti delle scuole, suscitando il riso generale. E così l’animale che per gusti, sapori, nobiltà e versatilità, meglio rappresenta lo stretto e continuo legame fra il passato remoto ed i tempi moderni, elenca le sue molteplici benemerenze verso l’umanità. Eccone un estratto: «E il maiale viene afferrato dai servi il sedicesimo giorno delle calende di Candelora [potrebbe trattarsi […]

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It’s never too late-a migrant mixtape: la voce dei migranti in un album Hip Hop

Grazie all’Associazione Youthink, nasce il nuovo album “It’s never too late – A migrant mixtape”, in collaborazione con l’MC Mauro Marsu dei Resurrextion. Il mixtape è il frutto del workshop Hip Hop- a self empowerement, che ha visto la partecipazione di migranti di etnie diverse, tutti con il desiderio di voler esprimere dissenso (“Sputo le mie liriche contro lo stupido razzismo”) e quindi valori come l’amore, la giustizia e la solidarietà. Un album attualissimo e ricco di messaggi necessari, che è stato realizzato seguendo quella che viene definita dallo stesso Mauro Marsu “pedagogia dell’Hip Hop”. La musica è crescita, unione e l’Hip Hop è una disciplina di strada, aggregante e dissacratoria, adattissima a un album come It’s never too late che racchiude in sé una protesta sotto varie vesti: inni, preghiere, incoraggiamenti, appelli. Ma all’Hip Hop si uniscono generi come il reggae o il latin american in un plurilinguismo che è la chiave di lettura di tutto il disco: “Accorciamo le distanze dentro un suono, scansiamo il male e prendiamoci il buono”. Abbiamo intervistato Raffaella Monia Calia, presidente dell’associazione, e Mauro Marsu, genitori del progetto. “It’s never too late – a migrant mixtape”: intervista L’associazione Youthink promuove vari workshop artistico-espressivi; inoltre, non è la prima volta che la musica diventa strumento di integrazione e aggregazione culturale. Come nasce allora la scelta di un progetto Hip Hop, vi siete ispirati a qualcuno? Raffaella Monia Calia: L’idea nasce dalla lunga amicizia e collaborazione negli anni con Mauro D’Arco (Mauro Marsu), collega sociologo, che all’epoca si laureò alla Federico II con una tesi sull’Hip Hop. Quando abbiamo avviato le attività di mediazione interculturale, nei diversi Centri di Accoglienza della provincia di Avellino, dopo una prima fase in cui il lavoro è stato orientato verso gestione dell’emergenza (cure mediche, beni di prima necessità etc.), orientamento e sostegno, io personalmente, poiché credo fortemente nel potenziale espressivo dei linguaggi artistici, anche in direzione della rimotivazione e del potenziamento dell’autostima, ho pensato che Mauro ed il suo Hip Hop potessero essere delle figure chiave per la realizzazione di uno dei laboratori. Ricordo che lo chiamai e ricordo anche che alcune delle persone con cui parlavo dell’idea mi consideravano quasi una “folle”. Anche perché l’accoglienza è quasi sempre gestita con una logica assistenzialista che non promuove l’autonomia e che non valorizza le potenzialità dei ragazzi africani e non solo. Si pensa al migrante con un pensiero stereotipato, senza comprendere che i ragazzi sono tutti portatori di storie diverse, in quanto l’essere umano è unico nella sua complessità, con tratti sicuramente simili, ovviamente, se si proviene dallo stesso mondo culturale. L’Africa è un continente enorme, paragonare un guineano con un nigeriano è come paragonare un italiano con uno svedese. Inoltre, alcuni ragazzi provengono dai villaggi, sono musulmani con bassa scolarizzazione, altri da centri urbani, di fede cristiana e con scolarizzazione media. Altri ancora arrivano dal Bangladesh, dal Pakistan etc.  Un macrocosmo culturale accomunato, sicuramente, dall’indole pacifica di questi popoli. I ragazzi e le ragazze che abbiamo incontrato sul nostro […]

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Little Room, il nuovo album di Oscar Molinari

Oscar Molinari è un aspirante cantautore della provincia napoletana. Un giovane come tanti, che alla passione innata per la musica accompagna gli studi universitari presso la facoltà di Fisioterapia. Little Room è il titolo del suo secondo disco, disponibile da pochi giorni presso tutti i maggiori canali di distribuzione. Un lavoro intimo e semplice, quasi ruvido nei suoni e nei testi, frutto del lavoro solista di un giovane che compensa la pochezza di mezzi a disposizione con una fortissima voglia di mettersi in gioco. Seconda produzione originale del giovane Oscar, dopo Something in Our Heads, pubblicato ad inizio luglio con le medesime modalità di distribuzione. La storia di Oscar è insomma la storia di un ragazzo che non si arrende, che insegue i propri sogni e le proprie passioni in un’area che solitamente non è mai stata troppo fertile per la scena musicale. Little Room è il tuo secondo album, Oscar, un traguardo importante e raggiunto in poco tempo, per di più praticamente da solo. Il disco nasce dalla vita vissuta, quella che ogni giovane della mia età vive quotidianamente. Un’esistenza fatta di amicizia, amori, musica, università, treni che passano: è così che è nato Little Room, tra un pensiero e l’altro, un accordo e l’altro suonato magari per ingannare il tempo. La stanza piccola del disco non è un luogo immaginario di fuga: è proprio la mia cameretta, il mio personale rifugio che mi tiene al sicuro dalle ansie e dalle preoccupazioni. Da dove nasce l’ispirazione per la tua musica? Ho sempre ascoltato musica fin da piccolo, non saprei neanche definire un momento preciso nel quale questa passione è cominciata. Più che altro mi ha sempre appassionato la capacità della musica di ergersi a linguaggio universale, di mettere in contatto persone che altrimenti non si sarebbero mai rivolte la parola. Per dire, quando mi esibisco nei locali, ancora oggi l’emozione più grande è quella di vedere la gente cantare le tue canzoni, anche se scritte in inglese, una lingua non così parlata dalle nostre parti. Ascoltando Little Room e Something in Our Heads colpisce subito la presenza di musica con testi scritti esclusivamente in inglese. A cosa è dovuta questa scelta così singolare? In realtà non ho mai pensato troppo a questa scelta, ho sempre avvertito la scrittura in inglese come un passaggio spontaneo e non frutto di chissà quali pensieri. Questa lingua mi permette di dare un’interpretazione più aperta a ciò che voglio comunicare, a differenza magari dell’italiano che per la ricchezza di termini si presta poco a questa vaghezza. In più è praticamente da sempre la musica dei miei modelli e punti di riferimento dal punto di vista musicale, per cui anche indirettamente subire una certa influenza era quasi inevitabile. Hai parlato di modelli e punti di riferimento.  A chi ti ispiri generalmente per la tua musica? Non ho modelli e punti di riferimenti precisi, sono cresciuto con l’influenza del rock classico con band come Led Zeppelin, Deep Purple e Pink Floyd, per poi passare a periodi […]

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Ponzio Pilates: follia e irriverenza a ritmo di samba

Ponzio Pilates, cosa vi dice questo nome? Magari, potreste dire che sia la versione fitness-addicted di quel governatore romano famoso per declinare agli altri le proprie responsabilità. Ma no, non parliamo di lui, parliamo di una band. Di una band folle (nel senso buono del termine). Sukate è il loro nuovo album pubblicato il 24 Maggio per l’etichetta discografica Brutture Moderne (che dire, sembra tutto cucito apposta per loro) e finanziato con una campagna di crowdfunding. Il titolo- come potete immaginare- non lascia spazio a molte interpretazioni: è il biglietto da visita irriverente della band. Chi sono? Sono Lorenzo Camera (chitarra, voce, synth), Federico Lorenzini (synth, tastiere),  Dimitri Reali (batteria, voce), Daniele Sarti (percussioni, effetti sonori), Paolo Baldini (basso, synth, voce). Per fare il disco, si sono isolati per un po’ dal mondo, chiudendosi in una villa sperduta nella Romagna bucolica, a Case del Vento. Che sia stata la noia dell’isolamento o l’aria salubre di campagna, oppure un mix di questi due elementi, non lo sappiamo, ma il risultato è ancora più folle del precedente disco Abiduga, (ripetiamo: in senso buono). I Ponzio Pilates hanno deciso di dar vita a qualcosa di estremamente giocoso perché sì, diciamocelo, la canzone e la musica nascono dal gioco, dal ludus, allora perché non giocare? Perché non essere irriverenti? Come direbbe qualcuno «ad essere belli e bravi siamo bravi tutti», allora qualcuno dovrà pur assumersi la responsabilità di essere “brutto” o, quanto meno, “non bello”. Ecco che quindi arrivano i Ponzio Pilates a far saltare gli schemi con 9 tracce dai ritmi tribali frenetici. In fondo il messaggio è chiaro fin dal titolo che quasi sembra dire: «Non ce ne frega niente, noi vogliamo divertirci». Sukate, l’album dei Ponzio Pilates Il disco si apre con Disagio e Camagra (è un tipo di Viagra, abbiamo cercato noi, così non dovrete giustificare la cronologia delle vostre ricerche ai vostri genitori), una breve traccia di poco più di un minuto, un assaggio delle sonorità del disco che i Ponzio Pilates definiscono come «elettrosamba esplosiva» o ancora «tecno acustica tribaleggiante e felice». Tra samba e ritmi tribali, il disco prosegue con brani dai titoli sempre più bizzarri, che formano un mosaico immaginativo cangiante ed eterogeneo: Gamolla (un formaggio valdostano), Bagarre, Insalata (probabile reminiscenza freudiana del gruppo sull’avversità a mangiare le verdure), Vongole, Sukate, Figamalapena, Watashi e Ciocobiscotto. Un folle divertissement musicale dai toni dissacranti, sessualmente allusivi e, a volte, totalmente no-sense, ma che comunque si compone di un sound eterogeneamente solido, denso, di fattura più che buona. Non fatevi ingannare dallo spirito mattacchione dei Ponzio Pilates: questi ragazzi sanno suonare e anche molto bene. La conferma viene data dal modo con cui riescono, di traccia in traccia, a variare sui temi della samba e dei ritmi tribali, aggiungendo sempre elementi diversi e originali. Inserendo anche delle tracce “estemporanee” come Insalata, quasi uno stornello e Watashi, ascoltandola potreste pensare di essere finiti ad ascoltare la soundtrack di un anime come Evangelion.  Fonte immagine: ufficio stampa Fleisch Agency.  

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Simone Valeo torna con Vai a Dubai | Intervista

Vai a Dubai è il quarto l’ultimo lavoro discografico del cantautore parmense Simone Valeo. Classe 1962, Simone Valeo nell’ultimo lavoro mette a frutto le tante esperienze maturate nel corso della sua carriera, condensando in 11 tracce ironia e sagacia a ritmo di jazz e swing. Tra i temi trattati, spazia da quelli più intimi come “Il cammino della vita” e “Un amore ingombrante”, ad altri di matrice politica e sociale come in “Il fascista mediatico”, “Corri corri sorellina” e “Uguali e diversi”. Intervistato da noi, Simone Valeo ci ha parlato del suo disco ma di tanto altro ancora. Intervista a Simone Valeo Hai esordito discograficamente nel 1996 con il disco “Nuoce gravemente alla salute”, al quale sono seguiti “Sto cercando il sole” (1998) e “Pioggia di polvere” (2003). Il quarto disco, “Vai a Dubai”, è stato pubblicato lo scorso aprile, cosa è successo in questi 16 anni? Dopo aver ricevuto da questa attività grandi soddisfazioni in quanto sono sempre riuscito, seppure con grande fatica e tenacia, a ritagliarmi spazi di creatività sincera, ho pensato che il mercato discografico fosse diventato per me un tabù, perché troppo legato a meccanismi di vendita immediata e obbligata. Già la crisi delle vendite faceva naufragare la discografia in un mare di download, mentre il gusto popolar di massa tendeva irrimediabilmente verso la canzone di facile consumo. Così ho cercato di mandare avanti la musica dal vivo nella mia città, Parma, perché in quel momento la situazione live era veramente ai minimi storici. Ho collaborato alla nascita di due locali, che della musica dal vivo facevano una bandiera, e organizzato eventi per il comune di Parma. Tutti i musicisti spesso più giovani di me mi ringraziavano per aver risollevato un po’ l’umore della mia città. Poi mi sono tolto qualche vecchia soddisfazione, portando avanti due progetti che mi hanno permesso di tornare a cantare e suonare dal vivo: due tributi a due artisti che nel loro genere reputo dei campioni: Bob Marley e Lucio Dalla, accomunati da una grana vocale unica e profonda e da un’anima soul spontanea e originale. Quindi ho sentito l’esigenza di completare il mio percorso musicale attraverso lo studio e mi sono laureato al Conservatorio di Parma col massimo dei voti, un percorso In-Verso, come ho intitolato la mia tesi scritta, sulla canzone d’autore. La mia insegnante di canto, Susanna Parigi, anch’essa cantautrice, dopo aver ascoltato alcuni miei brani, mi ha spronato a continuare a scrivere e incidere canzoni e così è nato il nuovo album. Cosa puoi dirmi dunque di “Vai a Dubai”? L’ho scritto e prodotto nell’arco di un anno e mezzo, in concomitanza con un progetto di musica dal vivo che riguardava lo swing italiano. Ho avvertito la necessità di scrivere canzoni che come tali avessero leggerezza ma sorrette da testi che affrontassero l’attualità senza peli sulla lingua. Da qui l’idea di una copertina volutamente provocatoria che facesse riflettere sul mondo contemporaneo e sulle sue assurde contraddizioni. È venuto fuori così, nato dall’ urgenza di scrivere pensieri che […]

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Atacama!, luoghi, lingue, emozioni: intervista ad Alessio Arena

Atacama!, l’ultimo progetto musicale di Alessio Arena è un disco “pieno”: pieno di lingue, di tematiche differenti, di emozioni contrastanti. La sua comunicazione è una comunicazione pura, che non ha bisogno di tanti segnali e indicazioni; ne è testimonianza la pluralità di lingue che utilizza nel suo ultimo disco: la presenza di italiano, spagnolo, napoletano diventa uno strumento potentissimo in grado di amalgamare suoni e musicalità, come se l’autore conoscesse il segreto della ricetta perfetta per coinvolgere chi ascolta. Questo è il quarto disco del cantascrittore ed è stato pubblicato da Apogeo Records (Napoli), edito da Upside srl, distribuito invece da Altafonte Records. Diversi arrangiatori hanno lavorato per scegliere quali fossero i vestiti migliori da cucire addosso alle canzoni di Alessio Arena, tra questi Giovanni Block, Toni Pagès, Rocco Papìa, Bruno Tomasello e Luigi Esposito. Il mix perfetto è proprio la compresenza della diversità, non solo linguistica, ma anche dei luoghi dove il disco ha preso forma: Cile, Barcellona, Napoli, che si fondono in undici tracce. Intervista ad Alessio Arena Se dovessi descrivere questo nuovo album con tre aggettivi, quali sceglieresti e perché? Ibrido, perché unisce tradizioni musicali apparentemente distanti, onesto, perché l’ho inciso così come l’avevo immaginato, senza preoccuparmi di scrivere canzoni ammiccanti, urgente come molte delle tematiche che canto: l’infanzia, il presente, la giustizia sociale, l’amore. Asse Italia – Spagna, come nasce il connubio napoletano, italiano, spagnolo? Quale lingua senti più tua? Sono nato a Napoli, ma da quando avevo sei anni mi sono sempre diviso tra l’Italia e la Spagna, avendo una madre che viveva lì. La mia lingua naturale è il napoletano, quelle culturali, apprese quasi in contemporanea, e che uso parimenti nei miei dischi e nei miei romanzi, sono l’italiano e lo spagnolo. Dove nasce la tua scrittura? Addo’ ‘a ggente me sente. Come vedi il panorama musicale italiano? Quali differenze riscontri con il linguaggio musicale spagnolo? La deriva sociale e culturale di cui tanto si parla in Italia, con il fiorire molesto di movimenti di estrema destra e di un pensiero unico e degradante che affolla i social, è un problema anche spagnolo. Però io vivo in Catalogna e mi pare si debba fare un discorso diverso rispetto al resto del paese. Qui c’è una scena musicale molto viva, e non vanno per la maggiore solo i gruppi buoni per un’estate, ma anche molti progetti con un discorso originale e compromesso. Due canzoni da suggerire a chi non ha mai ascoltato il tuo ultimo lavoro. “Diablada”, una canzone in napoletano costruita su una ritmica tipicamente cilena. E “El hombre que quiso ser canción” (L’uomo che volle essere canzone), una specie di ninnananna dedicata a Federico García Lorca. Perché hai scelto l’Italia, Napoli in particolare, per registrare il tuo album? La storia della registrazione di questo album è piuttosto avventurosa e dura almeno tre anni. Di questa personale Odissea, Napoli non è altro che l’ultima spiaggia. Ma il racconto di “Atacama!” è iniziato nel deserto cileno, poi a Santiago del Cile, dove ho inciso con […]

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Napoli e Dintorni

Ezio Bosso ha diretto l’OFB nella serata conclusiva del BCT

Ezio Bosso chiude Il BCT | Opinioni Che cos’è l’arte? Cos’è la musica? Cosa il talento? Nella cornice straordinaria del Teatro romano di Benevento, laddove anche le pietre parlano, respirano, vibrano e la suggestione del tempo antico si sposa con la peculiarità del presente, lo scorso 19 luglio il Maestro Ezio Bosso, con un’energia esplosiva, ha diretto l’Orchestra Filarmonica di Benevento (OFB) in uno spettacolo in cui musica, arte, poetica, cuore si sono mescolati dando vita ad un’estasi emotiva, che non ha potuto fare a meno di coinvolgere anche il nutrito pubblico presente e partecipe in maniera fedele, affezionata. BCT: concerto conclusivo con Ezio Bosso e l’OFB Il concerto è stato scelto come evento che suggella la fine del BCT, Festival nazionale di Cinema e Televisione di Benevento, svoltosi nella città campana dal 9 al 14 luglio e che, anche quest’anno, ha ottenuto consensi favorevoli e riscontri sia nazionali che internazionali. Antonio Frascadore, ideatore nonché coordinatore del BCT, orgoglioso “di ospitare nella città di Benevento uno dei musicisti più importanti al mondo”, dopo aver ringraziato gli enti, le partnership e tutti coloro che hanno concorso a rendere possibile il Festival, ha ribadito con fermezza che il “BCT è un evento nato a Benevento, pensato per la città campana, fatto per essa e che, quindi, rimarrà a Benevento anche nelle prossime edizioni”. Parlando del connubio esistente tra il Festival del Cinema e della Televisione e l’Orchestra Filarmonica di Benevento, Frascadore ha aggiunto che il BCT cerca e celebra in qualche modo le eccellenze e l’OFB è certamente un’eccellenza, che concorre in quello che anche il Festival persegue: fare qualcosa di bello per la propria città, regalarle qualcosa con impegno e passione. La meraviglia dell’insieme Melania Petriello, presentatrice della serata, ha ammesso di sentirsi “una privilegiata, perché appartenente ad un progetto ben definito, forte, che sta crescendo, con radici vere, autentiche, quale l’OFB di Benevento” ed ha definito l’orchestra “una comunità perfetta, come un archetipo, con propri linguaggi, sinergie, gerarchie, una liturgia che si ripete, quasi un memoriale, un luogo dove è molto importante l’identità dei singoli ma vince, più forte e più significativa, la polifonia, la meraviglia dell’insieme. Tutto nasce dal fiato, dalle corde, dalla forza, dal battito e viene orchestrato dallo strumentista senza strumento, il direttore d’orchestra, colui che sposta l’aria e dà origine al prodigio”. La Petriello ha ricordato l’invito che il Maestro ha più volte dato ai ragazzi dell’orchestra nei giorni precedenti allo spettacolo: “Date! Date di più! Non abbiate paura di regalarvi”. Questo invito è un suggerimento a non essere mai timidi, “mai retrovie quando si fa musica”, atteggiamento che permette di creare emozioni sostanziate dal talento, dal sacrificio e dal lavoro quotidiano. La serata ha previsto l’esecuzione di una sinfonia ispirata alla vita degli alberi, che si innesca nella vita degli uomini, attraverso il linguaggio della musica, composta dal Maestro Ezio Bosso che, oltre ad essere direttore d’orchestra di fama nazionale ed internazionale, Direttore stabile e Artistico della Europa Filarmonica, Steinway Artist nel 2018, Testimone ed […]

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