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Eroica Fenice

La Tag: musica contiene 71 articoli

Musica

Atacama!, luoghi, lingue, emozioni: intervista ad Alessio Arena

Atacama!, l’ultimo progetto musicale di Alessio Arena è un disco “pieno”: pieno di lingue, di tematiche differenti, di emozioni contrastanti. La sua comunicazione è una comunicazione pura, che non ha bisogno di tanti segnali e indicazioni; ne è testimonianza la pluralità di lingue che utilizza nel suo ultimo disco: la presenza di italiano, spagnolo, napoletano diventa uno strumento potentissimo in grado di amalgamare suoni e musicalità, come se l’autore conoscesse il segreto della ricetta perfetta per coinvolgere chi ascolta. Questo è il quarto disco del cantascrittore ed è stato pubblicato da Apogeo Records (Napoli), edito da Upside srl, distribuito invece da Altafonte Records. Diversi arrangiatori hanno lavorato per scegliere quali fossero i vestiti migliori da cucire addosso alle canzoni di Alessio Arena, tra questi Giovanni Block, Toni Pagès, Rocco Papìa, Bruno Tomasello e Luigi Esposito. Il mix perfetto è proprio la compresenza della diversità, non solo linguistica, ma anche dei luoghi dove il disco ha preso forma: Cile, Barcellona, Napoli, che si fondono in undici tracce. Intervista ad Alessio Arena Se dovessi descrivere questo nuovo album con tre aggettivi, quali sceglieresti e perché? Ibrido, perché unisce tradizioni musicali apparentemente distanti, onesto, perché l’ho inciso così come l’avevo immaginato, senza preoccuparmi di scrivere canzoni ammiccanti, urgente come molte delle tematiche che canto: l’infanzia, il presente, la giustizia sociale, l’amore. Asse Italia – Spagna, come nasce il connubio napoletano, italiano, spagnolo? Quale lingua senti più tua? Sono nato a Napoli, ma da quando avevo sei anni mi sono sempre diviso tra l’Italia e la Spagna, avendo una madre che viveva lì. La mia lingua naturale è il napoletano, quelle culturali, apprese quasi in contemporanea, e che uso parimenti nei miei dischi e nei miei romanzi, sono l’italiano e lo spagnolo. Dove nasce la tua scrittura? Addo’ ‘a ggente me sente. Come vedi il panorama musicale italiano? Quali differenze riscontri con il linguaggio musicale spagnolo? La deriva sociale e culturale di cui tanto si parla in Italia, con il fiorire molesto di movimenti di estrema destra e di un pensiero unico e degradante che affolla i social, è un problema anche spagnolo. Però io vivo in Catalogna e mi pare si debba fare un discorso diverso rispetto al resto del paese. Qui c’è una scena musicale molto viva, e non vanno per la maggiore solo i gruppi buoni per un’estate, ma anche molti progetti con un discorso originale e compromesso. Due canzoni da suggerire a chi non ha mai ascoltato il tuo ultimo lavoro. “Diablada”, una canzone in napoletano costruita su una ritmica tipicamente cilena. E “El hombre que quiso ser canción” (L’uomo che volle essere canzone), una specie di ninnananna dedicata a Federico García Lorca. Perché hai scelto l’Italia, Napoli in particolare, per registrare il tuo album? La storia della registrazione di questo album è piuttosto avventurosa e dura almeno tre anni. Di questa personale Odissea, Napoli non è altro che l’ultima spiaggia. Ma il racconto di “Atacama!” è iniziato nel deserto cileno, poi a Santiago del Cile, dove ho inciso con […]

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Napoli e Dintorni

Ezio Bosso ha diretto l’OFB nella serata conclusiva del BCT

Ezio Bosso chiude Il BCT | Opinioni Che cos’è l’arte? Cos’è la musica? Cosa il talento? Nella cornice straordinaria del Teatro romano di Benevento, laddove anche le pietre parlano, respirano, vibrano e la suggestione del tempo antico si sposa con la peculiarità del presente, lo scorso 19 luglio il Maestro Ezio Bosso, con un’energia esplosiva, ha diretto l’Orchestra Filarmonica di Benevento (OFB) in uno spettacolo in cui musica, arte, poetica, cuore si sono mescolati dando vita ad un’estasi emotiva, che non ha potuto fare a meno di coinvolgere anche il nutrito pubblico presente e partecipe in maniera fedele, affezionata. BCT: concerto conclusivo con Ezio Bosso e l’OFB Il concerto è stato scelto come evento che suggella la fine del BCT, Festival nazionale di Cinema e Televisione di Benevento, svoltosi nella città campana dal 9 al 14 luglio e che, anche quest’anno, ha ottenuto consensi favorevoli e riscontri sia nazionali che internazionali. Antonio Frascadore, ideatore nonché coordinatore del BCT, orgoglioso “di ospitare nella città di Benevento uno dei musicisti più importanti al mondo”, dopo aver ringraziato gli enti, le partnership e tutti coloro che hanno concorso a rendere possibile il Festival, ha ribadito con fermezza che il “BCT è un evento nato a Benevento, pensato per la città campana, fatto per essa e che, quindi, rimarrà a Benevento anche nelle prossime edizioni”. Parlando del connubio esistente tra il Festival del Cinema e della Televisione e l’Orchestra Filarmonica di Benevento, Frascadore ha aggiunto che il BCT cerca e celebra in qualche modo le eccellenze e l’OFB è certamente un’eccellenza, che concorre in quello che anche il Festival persegue: fare qualcosa di bello per la propria città, regalarle qualcosa con impegno e passione. La meraviglia dell’insieme Melania Petriello, presentatrice della serata, ha ammesso di sentirsi “una privilegiata, perché appartenente ad un progetto ben definito, forte, che sta crescendo, con radici vere, autentiche, quale l’OFB di Benevento” ed ha definito l’orchestra “una comunità perfetta, come un archetipo, con propri linguaggi, sinergie, gerarchie, una liturgia che si ripete, quasi un memoriale, un luogo dove è molto importante l’identità dei singoli ma vince, più forte e più significativa, la polifonia, la meraviglia dell’insieme. Tutto nasce dal fiato, dalle corde, dalla forza, dal battito e viene orchestrato dallo strumentista senza strumento, il direttore d’orchestra, colui che sposta l’aria e dà origine al prodigio”. La Petriello ha ricordato l’invito che il Maestro ha più volte dato ai ragazzi dell’orchestra nei giorni precedenti allo spettacolo: “Date! Date di più! Non abbiate paura di regalarvi”. Questo invito è un suggerimento a non essere mai timidi, “mai retrovie quando si fa musica”, atteggiamento che permette di creare emozioni sostanziate dal talento, dal sacrificio e dal lavoro quotidiano. La serata ha previsto l’esecuzione di una sinfonia ispirata alla vita degli alberi, che si innesca nella vita degli uomini, attraverso il linguaggio della musica, composta dal Maestro Ezio Bosso che, oltre ad essere direttore d’orchestra di fama nazionale ed internazionale, Direttore stabile e Artistico della Europa Filarmonica, Steinway Artist nel 2018, Testimone ed […]

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Musica

Cantanti napoletani famosi: dal blues al rap

Cantanti napoletani famosi: tutti i nomi più importanti della scena passata e presente Quando dici Napoli dici musica. La musica napoletana è di fatto parte integrante del patrimonio culturale del nostro Paese oltre ad essere conosciuta in tutto il mondo.  Popolare e spontanea, ha una lunga storia, ben radicata nel territorio. Molti sono gli artisti partenopei che si sono distinti nel panorama musicale italiano, da quelli fedeli alla tradizione classica napoletana a quelli che hanno saputo fare opera di contaminazione, mescolando elementi locali ad elementi della musica americana e non solo, in tutti i generi: dal rock al blues, dal jazz fino al rap. Artisti che hanno fatto della musica soprattutto un mezzo di riscatto sociale, oltre che un mezzo per raccontare spesso realtà difficili. Proponiamo di seguito un elenco dei cantanti napoletani più famosi. Cantanti napoletani famosi: gli artisti che hanno raccontato Napoli Come non aprire questa carrellata partendo dal compianto ed indimenticabile Pino Daniele, l’artista che meglio ha saputo raccontare Napoli e i suoi “mille colori”. Classe 1955, Pino Daniele ha debuttato nel mondo della musica a metà degli anni ’70, suonando inizialmente la chitarra come session man, esperienza che gli permise di farsi notare nella scena locale e soprattutto nell’ambiente discografico; gli valse infatti il primo contratto per un disco da solista. Intitolato “Terra mia”, l’album fu pubblicato nel 1977 e prodotto dalla EMI. Tra tradizione partenopea e blues. quel disco contiene alcuni dei tanti capolavori realizzati dall’artista partenopeo: dalla famosa Napule è, divenuto un brano simbolo del capoluogo campano, al pezzo che dà il titolo al disco, la struggente e malinconica “Terra mia”. La popolarità cresce negli anni ’80 con gli album “Nero a metà” e “Vai mo’”, ma il boom di vendite arriva negli anni ’90, quando Pino Daniele si avvicina maggiormente al pop e inizia a cantare anche in italiano. Gli album “Non calpestare i fiori nel deserto” e “Dimmi cosa succede sulla terra” lo portano in vetta alle classifiche. Un’artista di grande spessore che ha saputo sempre sperimentare e rinnovarsi cercando il confronto anche con cantanti di nuove generazioni, fino alla sua prematura scomparsa – avvenuta nel gennaio 2015 – che ha sconvolto il mondo della musica italiana. Edoardo Bennato        Dal blues al rock con Edoardo Bennato. Nato a Napoli nel 1946, Edoardo Bennato, come Pino Daniele, è tra i cantanti napoletani famosi che hanno saputo meglio attuare quella contaminazione di cui parlavamo ad inizio articolo. L’artista partenopeo ha infatti sempre riversato nei suoi album le sue influenze musicali: dai classici del territorio ad elementi della musica americana. Trasferitosi a Milano a metà degli anni ’60 per studiare architettura, è andato poi alla ricerca di un contratto discografico. Il primo LP arriva nel 1973. Intitolato “Non farti cadere le braccia”, il disco conteneva brani poi divenuti dei classici: “Un giorno credi” e “Campi Flegrei”. Il grande successo arriva sul finire degli anni ’70 con “Burattino senza fili” e “Sono solo canzonette”, quest’ultimo pubblicato a soli quindici giorni di distanza da “Uffà”Uffà!”, nel marzo […]

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Musica

Intervista a Gino Giovannelli, pianista e compositore di Overwhelmed

Overwhelmed è il disco d’esordio di Gino Giovannelli, pianista e compositore napoletano, classe 1988, laureatosi presso il Conservatorio San Pietro a Majella e perfezionatosi a New York con artisti del calibro di Phil Markowitz, Kenny Werner, Kevin Hays e AAron Goldberg. Ha inoltre composto le musiche originali del cortometraggio “Feel Like Sharing” di Lorenzo Marinelli, premiato alla Official selection HP Master of Short Film Cannes 2017. 5 domande a Gino Giovannelli, autodidatta “megacurioso” Partiamo dalla domanda più difficile, chi è Gino Giovannelli? Sono un ragazzo di buona famiglia, padre medico, madre casalinga. Non so perché ho cominciato dicendo questa cosa: in qualche misura questo background mi ha penalizzato perché ha accresciuto le aspettative che le persone avevano nei miei confronti. Quasi come reazione all’ambiente sofisticato in cui sono cresciuto, ho cercato stimoli del tutto estranei a quel mondo, frequentando il liceo artistico e dedicandomi alle mie passioni per il disegno, la boxe e Stevie Wonder. La mia prof d’arte mi ha orientato verso la scelta di diventare un musicista: ascoltavamo Petrucciani, Herbie Hancock e i Take 6 durante le ore di lezione. In seguito mi sono imbattuto in Piano Blues, documentario prodotto da Martin Scorsese, con la regia di Clint Eastwood e da lì non ho più abbandonato questa strada. Ho iniziato a suonare il pianoforte da autodidatta a 15 anni, quando i miei mi regalarono una tastiera a Natale. Una sera, dopo il liceo, sentii un live di Frank McComb e, pressato dall’urgenza di cercarmi un impiego, il giorno successivo mi sarei dovuto presentare alla Feltrinelli per un lavoro nel reparto musica. Invece decisi di mettere su un trio. Com’è nata l’ispirazione per Overwhelmed? Prima di partire per New York, nell’inverno del 2014, conobbi una persona con cui ho vissuto una storia travagliata e che è stata determinante per la composizione del pezzo che ha dato il titolo al disco. “Sopraffatto” dagli eventi, dalle circostanze, dalla vita, in una città a 7000 km di distanza, con un visto turistico che mi costringeva a esibirmi nei locali senza poterne fare parola con nessuno, e questo mi trasmetteva un senso di malinconia e solitudine. Questo pezzo racchiude la mia esperienza di quei mesi: una notte mi sedetti alla tastiera e suonai tutta la melodia per intero, dal nulla. Tornato a Napoli, misi insieme un gruppo di musicisti e così è nata la partnership con Luigi di Nunzio (sax), Marcello Giannini (chitarra), Umberto Lepore (contrabbasso) e Salvatore Rainone (batteria). L’ingrediente fondamentale è stata la grande sinergia che ci ha uniti, che ha permesso di dar vita al disco. Quali sono i brani per te più significativi? Lonesome Child, dedicata a mio nipote. Il giorno della sua nascita, tornato a casa dalla clinica, mi misi al pianoforte e suonai l’intro del pezzo, venuta dal nulla, mentre il resto è frutto di una serie di interpolazioni, come quando mi sognai Brad Mehldau che mi suggeriva gli accordi. Like Sunday l’ho scritta un giorno in cui mi sembrava fosse domenica, ma non era domenica, ed […]

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Musica

Nell’universo di Luciano Tarullo: intervista a un cantautore cilentano

Luciano Tarullo: dal Cilento alla sua “Isola”, passando per Sanremo Rock. Intervista al cantautore originario di Agropoli Cilento e musica: un connubio inscindibile di cui si sente parlare sempre più spesso, come se in quei lembi di terra a Sud di Salerno si annidasse un’energia creatrice, feconda e vivida, a dispetto della desolazione delle sue vie di comunicazione e delle sue problematiche. Uno dei nomi di maggior spicco che risuonano in Cilento, è certamente quello di Luciano Tarullo, cantautore originario di Agropoli. Con lui abbiamo toccato, in un discorso che si è prospettato come un viaggio scosceso e interessante, punti cardinali che ci hanno portato dalla situazione culturale del Cilento alla musica, dalla condizione dei giovani che si accingono a fare arte fino ad approdare a temi più personali della storia intima di Luciano. Lasciamo la parola a lui, direttamente, per inerpicarci nell’universo di questo artista. Ciao Luciano, innanzitutto grazie per aver accettato di rilasciare questa intervista. Ti pongo la domanda più banale, o difficile di tutte: chi è Luciano Tarullo e come lo racconteresti a chi non lo conosce? Luciano è prima di tutto un sognatore. Un ragazzo che punta sempre in alto ma che cerca di rimanere sempre con i piedi ben piantati a terra. Sono un tipo semplice, genuino e cerco di trasferire questo mio modo di essere anche nella musica e nella scrittura delle canzoni. Chi mi conosce bene sa che quello che scrivo rappresenta in pieno quello che sono nella vita di tutti i giorni. Questo è un rischio molto grande da un certo punto di vista, perché significa mettersi completamente a nudo, svelare completamente la propria anima agli altri, ma è anche l’unico modo che conosco per dire delle cose importanti attraverso la musica. Che rapporto hai con la musica? Le tue principali influenze e i “padri” da amare e uccidere. Ho un rapporto molto forte con la musica ma per niente ossessivo. Amo scrivere. Trovo che la canzone sia la forma di comunicazione più diretta e immediata che ci sia. Il rock è energia pura e mi piace utilizzare spesso questo linguaggio perché rappresenta a pieno il mio modo di essere. D’altra parte non sono bramoso di “successo” anche se, come ho detto prima, mi piace sognare in grande ed è anche giusto farlo quando dietro ad una canzone, ad un album, c’è tantissimo lavoro. Però preferisco sempre una sola persona che si emozioni ascoltando una mia canzone che 100 apatici like su Facebook. Mi chiedevi poi dei miei “padri”, come ho detto già tante volte in questi ultimi mesi non sarei nessuno senza aver ascoltato Battisti, De Gregori, De Andrè, Fossati, Vasco etc, tutti i grandi cantautori italiani, che amo molto e che non ho bisogno di “uccidere”. Sei originario di Agropoli. Cosa pensi della situazione musicale in Cilento? Domanda di riserva? A parte gli scherzi. Credo davvero che ci sia ancora molto pressapochismo, soprattutto da parte degli organizzatori di situazioni “live”. E purtroppo lo dico a malincuore. Non vedo che c’è […]

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Musica

Alosi e il suo esordio da solista con 1985 | Intervista

Alosi esordisce da solista con 1985 | Intervista «Un lavoro impulsivo e viscerale», Alosi (nome d’arte di Pietro Alessandro Alosi) definisce così 1985 (La Tempesta Dischi/ Khalisa Dischi), il suo disco d’esordio da solista. Dopo dieci anni come voce e autore del duo Il Pan del Diavolo, lo scorso aprile, Alosi ha scelto di mettersi in proprio. Il risultato sono undici energiche tracce dalle sonorità punk- rock. Un disco d’impatto che non lesina neanche dal punto di vista autoriale, dove emerge la fine penna di Alosi che in questi anni, oltre al Il Pan del Diavolo, ha potuto mettersi in mostra come autore con artisti come Piero Pelù, i Tre Allegri Ragazzi Morti e Motta, con il quale ha scritto Se continuiamo a correre. Abbiamo avuto l’occasione di fare qualche domanda a Pietro, questa è la nostra intervista. Intervista ad Alosi Come nasce questa decisione di pubblicare un album da solista dopo ben 10 anni con Il Pan del Diavolo? È una scelta artistica. Avevo bisogno di demolire e ricostruire, di lavorare esclusivamente guidato da uno spirito nuovo, da quello che non sai dove ti porterà. Come autore e musicista la ricerca è una parte indispensabile per fare venire fuori qualcosa di vero, sincero e inaspettatamente istintivo. Cosa puoi raccontarci dell’album? Ho lavorato canzone dopo canzone senza l’idea iniziale che avrei fatto un album intero. Solo la voglia di ascoltarmi e tirar fuori quello che sentivo. Anche se la lavorazione dell’album è stata lunga, considero “1985” un lavoro impulsivo e viscerale. Quale è stata la direzione musicale che hai voluto seguire? La musica è uscita contemporaneamente alle parole, sono cresciuto con il rock ed è venuto fuori un album rock. Completamente fuori dagli schemi del 2019 e perfettamente in sintonia con se stesso, parole e musica. Perché hai voluto registrarlo in presa diretta? È una scelta importante che rende la performance più umana e permette ai musicisti impegnati nelle registrazioni di essere più liberi. In questa maniera con ogni play rivive la performance di più musicisti contemporaneamente come nei grandi brani del passato. Cosa puoi dirci delle tue collaborazioni con Motta? Con Francesco abbiamo condiviso il palco in più occasioni e in diversi anni, ci davamo una mano a vicenda, suonavamo insieme e abitavamo nelle stesse città, collaborare è stato naturale. In “La mia vita in tre accordi” ti chiedi come sarebbe la tua vita in tre accordi: Do- Sol e Mi minore. Come sarebbe dunque questa tua vita in questi tre accordi? Perché proprio questi? Sono gli accordi del punk, di un famoso volantino di Londra del ’77 in cui si diceva che bastavano questi tre accordi per fare una band. Semplicità, cuore e tre accordi se ben usati bastano e poi d’altronde sono stato sempre più impegnato a scrivere canzoni che non a imparare accordi. Come procede fino ad adesso il tour di lancio del disco? Per certi versi sono ripartito da zero ed è una bella sfida, l’ennesimo round. Il live spacca, ci sono dei musicisti bravissimi […]

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Napoli e Dintorni

La Traviata dell’OFB : eccellenza e bellezza a Benevento

“La Traviata” dell’OFB a Benevento: una serata di eccellenza | Opinioni Amore, dramma, pregiudizio, passione…poche opere hanno saputo colpire il cuore del pubblico e diventare “classici”, facendo sognare intere generazioni, mettendo in scena emozioni senza tempo, né collocazione spaziale, svelando le ipocrisie e le contraddizioni della società con una semplicità di forme unita ad una straordinaria intensità emotiva. Tra queste, un posto sul podio spetta senza dubbio a “La Traviata” di Giuseppe Verdi, opera in 3 atti tratta da “La signora delle camelie” di Alexandre Dumas figlio, su libretto di Francesco Maria Piave. Ed è proprio “La Traviata” l’opera scelta per essere messa in scena, con coraggio e talento, sabato 28 luglio, con replica domenica 30, dall’Orchestra Filarmonica di Benevento (OFB) presso l’Hortus Conclusus. La giornalista Melania Petriello ha accolto un nutrito pubblico per una serata carica di aspettative e di entusiasmo, definendo l’evento una “prima per molteplici aspetti”. Prima nazionale, innanzitutto, per un’opera che si è scelto in maniera inedita di allestire in un “museo a cielo aperto”, all’interno di un antico orto del convento medievale dei Padri Domenicani, in quanto già ospita di per sé un insieme di elementi scultorei dell’artista Domenico Paladino, configuranti un’unica opera compiuta che, pur tuttavia, si presta a varie interpretazioni. Prima volta che l’Orchestra Filarmonica di Benevento è riuscita a produrre, promuovere e dirigere un’opera, dopo 4 anni di attesa, che hanno permesso all’OFB di raggiungere una maturità musicale, organizzativa ed artistica tale da organizzare una stagione varia ed in grado di abbracciare i gusti più disparati, fino al debutto con un’opera lirica che è un “piccolo atto di eroismo”, degno di quella che l’Ansa ha definito “una piccola impresa meridionale”. Debutto di regia con un’opera che farebbe impallidire qualsiasi neofita per Maya Martini ma che la regista, componente del direttivo dell’OFB,  ha scelto di riproporre con un allestimento ossequioso della tradizione, nel rispetto della partitura originale di Verdi. Debutto di ruolo, infine, anche per il soprano a cui è stato affidato il ruolo principale di Violetta Valery, Marilena Ruta, che, insieme al tenore Giuseppe Tommaso, nel ruolo di Alfredo Germont, al baritono Oliviero Giorutti, Giorgio Germont, al mezzosoprano Anna Russo, Flora Bervoix, al soprano Ninfa Russo, Annina, ai tenori Giuseppe Vincenzo Spinelli e Gerardo Dell’Affetto nel ruolo di Gastone, visconte di Letorières, al basso Adolfo Corrado, il dottor Grenvil, al baritono Francesco Dell’Orco nel ruolo del barone Douphol ed al basso Pierpaolo Martella in quello del marchese D’Obigny, hanno conquistato il pubblico in maniera trascinante ed inequivocabile. “La Traviata” dell’OFB L’opera, operazione artistica estremamente complessa per la moltitudine di ruoli e di presenze che prevede, è anche uno “straordinario esercizio di lingua italiana nel mondo: uno dei motivi per cui la lingua italiana è, a livello artistico, ancora oggi parlata nel mondo è l’opera, che da centinaia di anni è patrimonio dell’umanità”, ha fatto notare Melania Petriello. Nello specifico “La Traviata”, scelta dall’OFB per il suo debutto operistico, è stata riproposta senza il sostegno di un teatro alle spalle ed ha previsto la partecipazione straordinaria del […]

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Musica

I Notagitana ritornano con Consecuencia | Intervista a Salvi Defilippo

Partiti da Rubiera (provincia di Reggio Emilia) nel 2012, i Notagitana hanno fatto dei viaggi il motore propulsivo della loro musica. Composta da Salvi Defilippo (voce e chitarra), Donato Federico Auricchio (chitarra solista), Roberto Crotti (batteria) e Marco Cilloni (basso), la band, dopo il primo EP LAMONALOCA, ha pubblicato Consecuencia, il nuovo disco autoprodotto che nasce proprio dalla scia musicale tracciata dal primo lavoro. Il gruppo propone infatti una scelta di musica patchanka, ovvero quel genere ibrido che unisce gli stili delle diverse tradizioni musicali latine. La contaminazione è un concetto fondamentale per capire la musica dei Notagitana che vedono nel viaggio, ma anche nella condivisione e nella ricerca dell’altro, un’occasione di crescita personale. Di questo e di tanto altro ancora- come le dodici tracce che compongono Consecuencia– abbiamo avuto il piacere di parlare con Salvi Defilippo, frontman dei Notagitana. Intervista a Salvidefilippo, voce dei Notagitana Partirei subito chiedendoti di Soy, singolo del vostro primo EP LAMONALOCA, il cui videoclip è stato in parte girato in India. Cosa puoi raccontarmi di quel viaggio? Il viaggio in India è stato qualcosa di indescrivibile a parole, dovresti viverlo per poter capire veramente. È qualcosa di inimmaginabile per noi occidentali, qualcosa di magico ma allo stesso tempo spaventoso. Sorridi e piangi, impari tanto e poi ti chiedi dove sia veramente il giusto, occidente o oriente? Ti chiedi ad ogni angolo, come sia possibile. Viaggi su mezzi che neanche sai se arriveranno mai a destinazione, senti sapori e vedi colori che ti invadono l’anima, percepisci sensazioni sulla tua pelle che mai avevi provato. Percepisci energia, parli con gente che ti guarda stranita, come se guardasse un extraterrestre. Bambini che ancora giocano scalzi per le strade e si divertono a rincorrere uno scarafaggio, donne che con scialli scintillanti avvolgono attorno a loro i figli appena nati, famiglie intere su un motorino, mucche che pascolano lungo le vie della città, per poi girare un angolo e trovarti di fronte a un elefante…come vedi tante sono le cose che risulta quasi impossibile parlarti dell’India…ecco che nasce SOY. Ero a Varanasi, città sacra che sorge sulle rive del Gange, proprio lì mentre osservavo due vecchietti avvolti da una nuvola di fumo, creatasi dallo svampare del cilum (cercavano lo stono per raggiungere Shiva) mi sono chiesto quale fosse la giusta filosofia di vita!   Sempre a proposito di LAMONALOCA, come mai pubblicarlo sotto licenza Creative Commons? Volevamo dare libera e massima diffusione al nostro primo lavoro. Era un EP che aveva anche e soprattutto lo scopo di presentare il progetto Notagitana, doveva essere libero da qualsiasi vincolo. Ci bastava avere la paternità dell’opera, riscuotere eventuali diritti d’autore non ci interessava e non volevamo sostenere costi inutili in quel momento. Consecuencia è invece il vostro nuovo album, cosa puoi dirmi a riguardo? Consecuencia nasce nel momento esatto in cui doveva nascere, è l’arrivo e la partenza di un gran bel percorso, fatto soprattutto di stima e amicizia. È un punto a cui si doveva arrivare per poi ripartire a ricreare […]

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Musica

Western Stars, l’ultimo disco di Bruce Springsteen

Il ritorno di Bruce Springsteen con Western Stars C’è una linea immaginaria, eppure realissima, viva più che mai, che riecheggia nell’ultimo lavoro di Bruce Springsteen, Western Stars. È il mito della frontiera, un luogo di tutti e nessuno, quel segmento separa così nettamente il Nord dal Sud del mondo, l’Est dall’Ovest, popoli ed etnie diverse. La frontiera che viene varcata coraggiosamente da vagabondi senza età, perché quello è il loro scopo, sono nati per quello, per correre, per superare i limiti. L’immagine del West che viene rimarcata con fortezza sin dalla copertina, con quel cavallo selvaggio che impazza su una strada neanche battuta dall’asfalto, chissà dove. Western Stars è il diciannovesimo album in studio di Bruce Springsteen. Uscito il 14 giugno, il disco rappresenta il ritorno del cantautore americano alla produzione da solista, quattordici anni dopo le atmosfere altrettanto selvagge di Devils & Dust. Se i picchi di Nebraska, probabilmente il capolavoro del Boss versione menestrello tutto voce e chitarra, sono probabilmente irraggiungibili, Western Stars rappresenta comunque un momento estremamente importante nella carriera di Springsteen. Reduce da una tourneé di un anno con gli spettacoli portati in scena a Broadway, il cantautore si è cimentato in un disco dai richiami quasi cinematografici, con l’utilizzo frequente di archi e fiati. «It’s the same old cliché, a wanderer on his way, slippin’ from town to town» Springsteen aggiunge, con Western Stars,  nuovi miti a tutte quelle figure di sconfitti e vagabondi sulle quali ha scritto pezzi memorabili nuovi miti. Le tredici canzoni del disco toccano molte tematiche tipiche e profonde dell’immaginario d’oltreoceano. Ci sono le autostrade sconfinate, gli immensi deserti, l’alienazione, la comunità, l’importanza della casa, della famiglia e di quella ricerca della felicità che viene sancita fin dalla Costituzione. «I’m hitch hikin’ all day long»: con l’ascolto della traccia d’apertura si viene catapultati nel bel mezzo delle highways d’oltreoceano infinite, diretti chissà dove, probabilmente senza neanche una direzione. «Questo album è un ritorno alle mie registrazioni da solista, con canzoni ispirate ai personaggi e con travolgenti, cinematografici arrangiamenti orchestrali. È un gioiello di disco». Già dalla presentazione del lavoro Springsteen aveva d’altronde additato come fonte ispirazione il pop californiano datato anni sessanta e settanta. Non mancano nell’album, oltre alle sperimentazioni strumentali, tracce che potrebbero rientrare a pieno titolo nel repertorio più classico di Springsteen. “Tucson Train”, “Spleepy’s Joe Cafè” più che da un disco solista sembrano uscire da un’incisione della E Street Band, con la loro carica e il loro ritmo travolgente da stadio. Pezzi che sicuramente la faranno da padrone nei futuri concerti del Boss. Il momento forse più commovente del disco è in una delle ultime tracce, Moonlight Motel. Un ennesimo vertice creativo per un arista straordinario, che della nostalgia fatta canzone è probabilmente il maggior esponente della storia della musica. «I pulled a bottle of Jack out of a paper bag/Poured one for me and one for you as well/Then it was one more shot poured out onto the parking lot/To the Moonlight Motel». I personaggi dell’immaginario del Boss che sembrano […]

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Cinema e Serie tv

Rolling Thunder Revue, Scorsese racconta Dylan

Rolling Thunder Revue: a Bob Dylan story by Martin Scorsese “Life is about creating yourself, and creating things” A un certo punto di Rolling Thunder Revue, il documentario di Martin Scorsese (Casino, Taxi Driver, Goodfellas) sull’omonimo tour degli anni settanta, Bob Dylan pronuncia questa frase che più dilanyana non potrebbe essere. Ma chi è in realtà Robert Allen Zimmerman? Uno, nessuno e centomila, come il personaggio di pirandelliana memoria. Il menestrello di Duluth, bardo delle utopie sessantine, cantore elevato al rango di poeta, emblema degli eccessi di una generazione, premio Nobel per la letteratura. Nessuna di queste maschere corrisponde minimamente al genio di Dylan. Appena lo si prova a catalogare in una definizione, ecco che è lì pronto ad inventarsi una nuova trovata, pronto ad ingannarci tutti, dall’alto dei suoi quasi ottanta anni e del suo patto con il diavolo per l’eterna giovinezza. Su Netflix è appena uscito un documentario del premio Oscar Martin Scorsese che prova a raccontare uno dei momenti salienti della carriera di Dylan: il Rolling Thunder Revue, il lungo tour itinerante gli States durato quasi un anno, a cavallo tra gli anni 1975-1976. Il regista italo-americano non è nuovo a cimentarsi nel racconto di personalità che hanno fatto la storia della musica: i Rolling Stones di Shine a Light e il George Harrison del bellissimo Living a Material World sono un esempio calzante. Già nel 2005 Scorsese aveva girato un documentario su Dylan, No Direction Home, incentrandosi sul primissimo Zimmerman, il ragazzo che nel 1961 giunse a New York direttamente dal Minnesota. Quello di Rolling Thunder Revue è un però un artista completamente diverso. Ha già pubblicato alcuni tra i più dischi più belli della storia della musica (Blonde on Blonde e Highway 61 Revisisted su tutti), ha cambiato per sempre la musica americana e non solo suonando la chitarra elettrica al Festival di Newport. Bob Dylan on the road Dylan sceglie così, in quel momento della sua carriera, di girare in lungo e largo gli Stati Uniti, in un itinerario on the road alla Jack Kerouac (citato a più riprese nel corso del documentario) durato un anno, con 57 date, suddivise in una fase autunnale e in una fase primaverile. Con l’intermezzo del gennaio del 1976, quando fu pubblicato Desire, tra le gemme della carriera del cantautore di Duluth. Il tour parte da Plymouth, una scelta dai connotati fortemente simbolici e che tanto sarebbe piaciuta al vate Kerouac, di cui peraltro Dylan omaggia la tomba in uno degli intermezzi più commoventi del documentario. La città del Massachusetts è il luogo dove nel 1620 sbarcarono i padri pellegrini, il posto dove partì quel grande romanzo americano di cui Bob Dylan è stato e sarà ancora tra i più grandi narratori. Perché l’America è un po’ di tutti, e non solo degli americani, che l’hanno solo presa in affitto, come direbbe qualcuno. Parte così più che un tour una carovana in stile circense, un circo burlesque di musicisti, poeti e addetti ai lavori. Ci sono Joan Baez, di […]

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