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Eroica Fenice

La Tag: musica contiene 61 articoli

Musica

Fance debutta da solista con Indeed | Intervista

Indeed è il disco d’esordio da solista di Fance, nome d’arte di Fabrizio Fancelli, musicista originario della provincia di Perugia. Composto da otto tracce, con testi sia in italiano che in inglese e francese, l’album si articola attraverso un solido sound che richiama le sonorità new-wave degli anni ‘80/’90 di artisti come i The Cure, Depeche Mode e David Bowie. Il 17 Maggio al FIM, abbiamo conosciuto Fabrizio e fatto una piacevole chiacchierata con lui, scoprendo un po’ di più di Fance. Fance, intervista a Fabrizio Fancelli Parlaci un po’ di te, come hai iniziato a fare musica? Io da tanti anni suono, suono anche con una cover band che si chiama Mutazione. Facciamo cover di David Bowie, Depeche Mode, The Cure… Musica new-wave anni ’80 però di professione sono un export manager e lavoro all’estero, quindi tutt’altro rispetto la musica. Comunque, vivo e mastico musica da tanto tempo. Dato che avevo nel cassetto una trentina di pezzi, ho deciso due anni fa di prenderne alcuni e comporre un album da solista. Ho raccolto otto brani per uscire con l’album. Cosa puoi raccontarci di quest’album? L’album è composto da otto tracce, cinque in lingua inglese, due in italiano e uno in francese. Scritto in diverse lingue perché, andando all’estero, sono sottoposto a stimoli vari. Alcune, infatti, le ho scritte proprio all’estero. Il singolo Senza Pietà, che ha anticipato l’album, è stato scritto diversi anni fa ed è autobiografico con una metafora. Autobiografico perché parla degli acufeni che sono delle allucinazioni uditive di cui soffro da diversi anni, sono dei piccoli ronzii alle orecchie. All’inizio sono stati abbastanza duri da affrontare ma adesso nemmeno me ne accorgo. Ma come ti dicevo, all’inizio è stata dura e per distogliermi da questi disturbi mi sono approcciato alla chitarra e da lì mi sono innamorato dello strumento. Quindi ringrazio la chitarra per avermi aiutato ad affrontare questa difficoltà ed avermi dato la possibilità di affacciarmi a questo meraviglioso mondo che è la musica. Allo stesso tempo, però, la canzone è una metafora poiché l’acufene è un po’ quel tracciato che i “benpensanti” ci dicono di seguire. Ci dicono che per essere delle persone giuste dobbiamo sempre rispettare le regole, ma proprio i “benpensanti” sono molto spesso quelli che si trovano in situazioni spiacevoli perché ci dicono cosa fare ma poi fanno tutt’altro. Questa canzone vuole essere appunto un inno all’indipendenza intellettuale: se uno segue il cuore può fare quello che vuole, sempre utilizzando il buon senso e non uniformandosi. Anche il resto dell’album segue questa linea tematica? L’album, in maniera anche un po’ forte, parla della società del momento. Una prima parte parla delle relazioni interpersonali della fredda società del momento, un’altra parte parla dell’amore in tutte le sue forme, perché per me l’amore è fondamentale. Infatti, ho posto molta attenzione nei testi a questo argomento. A livello musicale che ricerca c’è stata? Come ho detto anche prima, visto che derivo da gruppi new-wave, quest’album è caratterizzato da contenuti new-wave, con forti giri di […]

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Eurovision song contest 2019, recensione della finale

L’Eurovision, l’annuale festival musicale europeo che attira sempre più appassionati di musica e di momenti trash di dubbio gusto (forse più la seconda che la prima) è giunto anche quest’anno. Perciò ecco a voi, signore e signori, il resoconto della serata finale di una delle manifestazioni musicali più eccentriche e discusse del vecchio continente. Nella vita ci sono momenti che ognuno di noi attende con trepidazione. Alcuni attendono la domenica per gustarsi il ragù della mamma senza pensare alla dieta, altri il sabato per liberarsi dalla routine dello studio o del lavoro in modo da ubriacarsi con gli amici come se non ci fosse un domani, altri ancora attendono sul cellulare una notifica che li informa di un nuovo video pubblicato da Youtube anche per interrompere qualsiasi attività di estrema importanza come uscire con la propria morosa. Ci sono poi quelli che attendono un intero anno per poter vedere finalmente sul grande schermo l’atto conclusivo di un saga cinematografica dove un gruppo di supereroi affronta un titano pazzo pronto a spazzarli via con un guanto d’oro tempestato di gemme colorate e chi invece di anni ne aspetta due per assistere alla stagione finale di una serie tv fantasy in cui tutti i beniamini del pubblico muoiono male. Infine ci sono quei pochi che attendono il mese di maggio per un solo e semplice motivo: la finale dell’Eurovision Song Contest, la più importante e controversa manifestazione musicale europea che canalizza l’attenzione di tutti quegli appassionati (tra cui il sottoscritto) che hanno una sorta di attrazione/repulsione verso l’eccentricità che sfiora le vette del trash di maggior prestigio. Eurovision Song Contest, piccola introduzione storica Nato nel lontano 1956 a Lugano, in Svizzera, l’Eurovision Song Contest aveva come base quella di usare l’arma della musica per unire i popoli europei in uno spirito di pace e fratellanza, allo scopo di lasciarsi da parte i dissapori maturati durante l’ultimo conflitto mondiale e che nel secondo dopoguerra perduravano. Le regole sono molto semplici. 26 cantanti provenienti da 25 nazioni europee e dall’Australia (sì, c’è anche l’Australia tra i partecipanti, ma ne riparleremo a tempo debito) si esibiscono in tre diverse serate. Le prime due sono le semifinali che determinano le 20 nazioni  che gareggeranno nella finale di sabato assieme alle Big five, le nazioni che accedono all’Eurovision di diritto: Francia, Regno Unito, Germania, Spagna e Italia). I cantanti rappresentanti di ogni nazione vengono scelti in base a festival nazionali, talent shows o possono esserci altri motivi dietro la loro scelta come una proposta da parte delle case discografiche. Nonostante il messaggio veicolato sia quello della fratellanza tra i popoli, l’Eurovision ha sempre fatto parlare di sé più nel male che nel bene. L’atmosfera colorata e festaiola messa in scena risulta essere più uno specchietto per le allodole, dato che non sono mancate nel corso degli anni controversie a sfondo sociale e politico. Molte nazioni non hanno ritirato la loro partecipazione ad alcune edizioni in base a momenti storici particolari, come fece la Russia nel 2017 quando […]

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Alessandro Angelone: l’esordio discografico con Start at dawn | Intervista

Queste le parole di Alessandro Angelone sul suo esordio musicale: “Stars at dawn nasce dall’idea, o meglio l’esigenza, di mostrare a chiunque lo desideri il mio mondo, “nascosto” dentro le corde della mia chitarra.” Classe 2002, alunno dell’Accademia Professione Musica, Alessandro Angelone è un giovanissimo chitarrista di Pescara e Stars at dawn è il suo esordio discografico pubblicato per Music Force lo scorso 5 Aprile e presentato nello stesso giorno presso la Mondadori di Pescara a via Milano. Coadiuvato dalla sola chitarra acustica, Alessandro compone dieci tracce strumentali mostrando una grande padronanza dello strumento e della tecnica del finger-style. Star at dawn costituisce così un primo biglietto da visita di un artista che varrà sicuramente la pena seguire in futuro, per poter osservare la crescita di un chitarrista ancora in erba che, ad oggi, mostra al pubblico il suo mondo attraverso le corde della sua chitarra. In occasione dell’uscita del disco, ma soprattutto per conoscere meglio il ragazzo, abbiamo intervistato il giovane chitarrista pescarese. Stars at dawn, intervista ad Alessandro Angelone 17 anni e già alle spalle un album solista strumentale. Parlaci un po’ di te. È una grande soddisfazione aver pubblicato un album tutto mio. Sono un appassionato della chitarra da quando ho approcciato il fingerstyle, un mondo che continuerò ad esplorare. Mi piace tenermi impegnato anche con altri hobby: pratico il karate Wado Ryu, sono stato otto anni negli scout e amo disegnare. È proprio il disegno il principale rivale della musica, da sempre. Una cosa è certa, trovo nell’arte, o meglio, in ciò con cui posso esprimermi, le mie passioni. Cosa puoi dirci dell’Accademia Professione Musica che frequenti? È un ambiente accogliente in cui mi sono trovato bene sin da subito, grazie soprattutto al mio maestro Benedetto Conte, che non ci ha messo molto a farmi innamorare della chitarra. Inoltre, l’Accademia è un contesto che permette di esibirci e sperimentare i nostri progetti. Da grande vuoi che la musica diventi il tuo mestiere oppure hai qualche altro sogno nel cassetto? Sono indeciso. Attualmente sto continuando a comporre e ad arrangiare brani. Vorrei sicuramente fare della mia arte un mestiere, magari riuscendo a combinare l’arte figurativa alla musica. Ora sono al liceo e intravedo altre possibilità. Suoni altri strumenti oltre la chitarra? Quale strumento vorresti imparare a suonare? No, non suono nessun altro strumento. Una volta ho provato il violino, ho un caro amico che lo studia e devo dire che, se dovessi scegliere, opterei per questo. Come nasce Stars at dawn? Che idea c’è dietro? Stars at dawn nasce dall’idea, o meglio l’esigenza, di mostrare a chiunque lo desideri il mio mondo, “nascosto” dentro le corde della mia chitarra. Spronato al meglio dal M° Beny Conte che mi ha fatto incontrare l’etichetta Music Force, ho deciso di pubblicare l’album che, fortunatamente, è in promozione e in vendita sia digitale che fisica.

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Caleido: “E poi ci rido su” è l’album di debutto

Caleido: “E poi ci rido su”, un album sul Non Amore  |  Recensione “E poi ci rido su”, uscito il 5 aprile scorso, è l’album d’esordio dei Caleido, una band toscana nata nel 2016, formata da Cristiano Sbolci Tortoli (voce e chitarra), Leonardo Nesi (batteria), Alessandro Rizzo (piano e tastiere), Lorenzo Carfì (chitarra) e Guido Frosini (basso). Il disco – scritto da Cristiano Sbolci Tortoli, registrato dai Caleido con Alessandro Di Sciullo e prodotto da Vladimir Eduardo Costabile (La Lumaca Dischi) – contiene 10 brani pop-rock legati da un filo conduttore: il “Non Amore”, quello infranto, quello non corrisposto, quello finito. “E poi ci rido su”: sentimenti a suon di indie pop I Caleido cantano la forza, la rabbia, l’amore, la disperazione, l’eroismo e i ricordi, i viaggi e il sesso delle prime volte, in maniera sincera ed elegante, attraverso sonorità decise ma raffinate. Il disco è stato anticipato dal singolo “Chiara”, pubblicato lo scorso 8 febbraio. “Chiara” rappresenta un’adolescente insoddisfatta che cerca di colmare un grande vuoto con un “troppo pieno”, che in realtà non esiste, e che non fa altro che accrescere ciò da cui lei tenta di scappare. Chiara soffre per un “non amore” che, hanno spiegato i Caleido, “non è l’opposto del sentimento in sé, bensì una mancanza costante e dolorosa, un sentimento a sé stante, da cui la ragazza cerca disperatamente di fuggire (in moto) con le lacrime che le bagnano il volto e le mani che le impediscono di vedere il sole che, attorno a lei, continua a splendere. Il dolore, in questi casi, acceca tutto, fa vedere piovoso anche un cielo terso e ogni stimolo esterno diventa sterile ed insignificante”. “Questo è ciò che succede a Chiara, che invano tenta di scappare da un amore non corrisposto che la rincorre, che si ripresenta nella sua mente nonostante rincorra futili sensazioni svestite e stupide amicizie per impiegare il suo tempo, nella speranza che davvero la facciano sentire meglio. Con la voglia di esser sexy per un mondo che non la apprezza e un chewing-gum in bocca, Chiara sancisce il ritorno agli anni ’80, che nell’ultimo periodo son tornati, idealizzati dalla poetica indie-pop, in cui i Caleido facilmente si collocano”, hanno concluso i Caleido. Il brano, tra i più forti dell’album, è accompagnato da un videoclip diretto dalla regista Marta Fonti. Altro pezzo forte del disco, decisamente radiofonico, è il brano d’apertura, “Polaroid”, energico e malinconico allo stesso tempo: la malinconia è quella trasmessa da una polaroid, unico ricordo di una storia ormai finita. “Torno a casa tra i pensieri di una sera/di te resta una Polaroid”. Tutto l’album racconta, come detto, del “Non-Amore”, tranne “Miele”, la seconda traccia – nonché secondo singolo estratto – , un brano dalla melodia trascinante che parla infatti di un amore “in corso”. “E poi ci rido su” rispecchia in pieno le sonorità tipiche dell’indie italiano degli ultimi anni; in particolare, gli arrangiamenti e l’utilizzo massiccio delle tastiere ricordano vagamente lo stile dei Baustelle. La voce e il modo di […]

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Sparring Project, “Soundtrack for contemporary stories” by PUGILE

Sparring Project, “Soundtrack for contemporary stories” è il nuovo album di PUGILE uscito il 15 marzo per Macchiavelli Music. “Colonne sonore per storie contemporanee”, già il titolo ci preannuncia un’ambizione cinematografica nata dall’osservazione urbana, sicuramente quella torinese a cui appartiene Pugile, che suggerisce di inserire storie reali in uno sfondo musicale privo di parole, costruito appunto per fare da  colonna sonora; un ritorno all’underground che devia la forma-canzone standard distanziandosi volutamente e in maniera evidente dal mercato discografico contemporaneo puntando invece all’essenzialità. Quello che ha fatto Pugile – il trio composto da Elia Pellegrino, Matteo Guerra e Leo Leonardi – è sperimentazione di musica strumentale, un allenamento che ha dato vita ad ambienti sonori volti a celebrare gli stadi della vita umana e che coinvolgono l’immaginazione dell’ascoltatore: la sensazione è quella di una concessione da parte loro, che ci permette di impossessarci e godere di ogni traccia per decidere poi a quale storia segreta debba fare da colonna sonora. Per il proprio side project Pugile ha scelto come “sparring partner”  Maurizio Brogna, sound engineer e producer. Sono nate  così 15 tracce intorno a 5 concept principali: l’elaborazione del trauma e la ricerca della pace; l’autoconsapevolezza; la cattiva osservazione della realtà e i dubbi che essa comporta; la brama come rovina dell’anima; la ripetitività dei cicli generazionali.  Archetipi che trovano la loro sonorità in un viaggio musicale fatto di sperimentazione e originalità. «Seduto sul bus che porta in centro guardo fuori dal finestrino: i lavoratori del mercato la mattina presto, una coppia innamorata, le dita di una madre che stringe quelle della figlia. Sparring Project è questo: un lungo viaggio verso un mondo in cui tutto è musica». Soundtrack for contemporary stories, l’intervista Come nasce PUGILE e come vi definireste in rapporto alla scena musicale torinese dagli esordi fino ad oggi? Pugile nasce per necessità, come credo anche un’altra miriade di progetti artistici. Ma In rapporto alla scena musicale Torinese, ci definirei post apocalittici. Negli anni 90 e primi del 2000 in questa città si poteva respirare aria di Musica, trasformazione e fabbriche. E noi stessi siamo il prodotto di underground di una rinascita che è svanita, che si è persa nelle regole del commercio, assoggettata dalle logiche di mercato in cui vendi solo quello che dà un profitto. In un luogo dove l’underground faceva parte della cultura delle persone, adesso, nei posti dove quell’underground era praticato come alternativa culturale e musicale concreta, ci sono solo localini copia ed incolla (copy and paste) dove andare a bere lo stesso bicchiere di vino con il prossimo incontro Tinder. Perché proprio “Sparring Project”, ha forse a che fare con il nome del vostro gruppo PUGILE? Direi di Si mio caro amico/a … per chi non mastica il linguaggio sportivo “Sparring partner” è colui che si allena con il pugile che andrà al combattimento. In questo progetto facciamo sparring con Maurizio. L’idea è quella di far entrare diversi compagni di allenamento in futuro. “Soundtrack for contemporary stories” nasce per incontrarsi con il mondo cinematografico. […]

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Nessuno segna da solo con La Rua | Intervista a Daniele Incicco

“Siamo all’inizio e solo da qui si comincia” Daniele Incicco de La Rua La Rua è un gruppo originario di Ascoli Piceno, fin dall’esordio discografico nel 2015 con l’omonimo album, la band capitanata da Daniele Incicco ha fatto delle esibizioni live il suo punto di forza, dando vita a spettacoli musicali di grande impatto Lo scorso 26 Aprile, il gruppo ha pubblicato il suo terzo album “Nessuno vince mai da solo”, un lavoro targato Universal Music che conferma un sound folk solido e convincente, adornato con una veste pop di matrice radiofonica. Nessuno segna da solo segue il precedente album Sotto Effetto Di Felicità ed è stato anticipato il 19 dicembre dal singolo Alla mia età si vola che può essere considerato un po’ come il ‘manifesto teorico’ del disco ma anche della carriera della band, sempre ‘on the road’ per suonare sui palchi di tutto il mondo. “Non importa se in discesa o in salita/ o se stiamo rallentando da una vita/ l’importante è non fermarsi più//” In queste parole tutta l’energia de La Rua che in questi anni ha freneticamente inanellato, una dopo l’altra, tantissime esperienze: dalla partecipazione ad Amici alle esibizioni sul palco del Primo Maggio nel 2015, nel 2017 e anche quest’anno; al recente tour intercontinentale del Sanremo Giovani World Tour un tour mondiale con i finalisti di Sanremo Giovani 2018 organizzato dalla Rai e dal MAECI (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale); al collaborazione con Cristina D’Avena per la reinterpretazione di “È quasi magia Johnny!”; all’apertura del concerto degli Imagine Dragons nel 2013 a Milano. Per l’occasione dell’uscita di Nessuno segna da solo, abbiamo intervistato Daniele Incicco, frontman della band, che ha condiviso con noi alcune delle tante esperienze de La Rua. Intervista a Daniele Incicco, frontman de La Rua Avete partecipato al concertone del Primo Maggio nel 2015, nel 2017 ed anche quest’anno. Cosa puoi dirmi di questo evento? Il Primo Maggio è il palco più importante che c’è in Italia e salire in quel palco rende molto felici. È anche una prospettiva di lavoro molto diversa. Per noi era molto importante salire su quel palco anche per la mission che quel palco porta, ovvero andare a difendere i diritti dei lavoratori. Quindi in un certo senso ci siamo sentiti anche responsabilizzati doppiamente da quello che il Primo Maggio ci stava offrendo in quel momento. Quindi pensi che riesca ancora a ricoprire questo ruolo il concerto del Primo Maggio? Secondo me il ruolo lo ha sempre anche perché, in un certo senso, ci si mette al servizio del lavoro. Poi, lo si fa attraverso la musica, la musica è fatta di canzoni e le canzoni dicono tante altre cose, quindi non è molto facile trovare un brano che possa avere un messaggio che possa rappresentare quello. Noi abbiamo portato canzoni leggere ma con la presenza abbiamo cercato di giustificare il nostro appoggio a questo messaggio che il Primo Maggio dà. Cosa mi puoi dire invece della vostra esperienza ad Amici? È stato […]

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Alberto Mancinelli e Tutto l’amore che c’era | Intervista

Alberto Mancinelli, musicista e cantautore siciliano, ha mosso i primi passi nel mondo della musica negli anni ’90 nella band Electric Bayons con la quale ha partecipato ad importanti rassegne e festival di musica emergente come il Tavagnasco Rock e Ritmi Globali a Treviso. In seguito allo scioglimento del gruppo, Alberto Mancinelli non si è fermato ed ha continuato a scrivere e comporre musica. Tutto l’amore che c’era, disco autoprodotto e pubblicato il primo Marzo dello scorso anno, è la prova tangibile della passione di Alberto che ha riarrangiato, grazie alla regia musicale di Antonio “Don Antonio” Gramentieri, alcuni brani scritti venti anni fa, affiancandoli a delle tracce nuove di zecca. Alla realizzazione del disco hanno contribuito anche le percussioni di Piero Perelli e Denis Valentini, la voce di Elisa Ridolfi, le tastiere di Nicola Peruch e il violino di Vicki Brown. Composto da 10 tracce, il disco presenta un’elegante scelta musicale, dieci ballad caratterizzate da influenze country e blues, passando anche per sonorità più rock. Un piccolo album dei ricordi costruito da Alberto Mancinelli con disincanto ma anche con un pizzico di malinconia e tenerezza. Intervista ad Alberto Mancinelli Tutto l’amore che c’era è il tuo ultimo album. Cosa rappresentava e cosa rappresenta adesso questo amore per te? L’idea d’amore descritta nelle dieci canzoni che compongono l’album non è necessariamente legata a una relazione sentimentale o a persone specifiche. In queste canzoni si parla di amore per dei luoghi in cui s’è vissuto o soltanto immaginati, per un’utopia, per una vita che si è sognata. Sono cartoline dal passato, infatti molte di queste canzoni sono state scritte anche vent’anni fa. Adesso le guardo con un misto di tenerezza e distacco. Come è nata quest’idea di dare una nuova veste musicale a canzoni come Lentamente, È meglio andare e Il gesto? Avevo registrato queste canzoni molti anni fa in altri progetti musicali. Ma non mi avevano mai convinto gli arrangiamenti di allora. Le ho riprese per farle suonare in maniera più convincente. Poi avevo notato che erano tutte legate da un filo impercettibile di amore per qualcosa. E così le ho messe insieme ad altre canzoni più recenti che avevano uno stile e un sentimento abbastanza simile. Come avete lavorato tu e Antonio Gramentieri “Don Antonio” al disco, qual è stata la ricerca musicale? Mi sono fidato del suo intuito, del suo grande talento e della sua enorme conoscenza musicale. Abbiamo gusti e visioni molto simili. Parliamo un linguaggio musicale che ci accomuna. Ho fatto ascoltare a lui le dieci canzoni nude e crude con voce e chitarra. Inizialmente pensavamo a un album più acustico e immediato. Dopo alcuni mesi, ci siamo trovati nel suo studio di registrazione e abbiamo suonato dal vivo insieme agli altri musicisti. Dei bravissimi musicisti come Piero Perelli alla batteria e percussioni, Nicola Peruch alle tastiere, piani elettrici, hammond e synth, e la partecipazione di Elisa Ridolfi alla voce, dell’americana Vicki Brown al violino e Denis Valentini alla voce e percussioni. Gli arrangiamenti venivano fuori […]

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Viky Rubini pubblica l’EP Tra le mie coste | Intervista

Viky Rubini, bergamasco classe ’95, è uno studente di medicina, scrittore ma, soprattutto, musicista. Con già all’attivo un libro Il filo di Arianna (Edda edizioni, 2016) e un tour con la band ÀWARÉ, dopo il primo album da solista, Resilienza, con il progetto Viky Twisterman, l’8 Marzo pubblica l’EP Tra le mie coste, disco interamente autoprodotto. L’EP si compone di 5 tracce che ruotano intorno al concept del naufragio. Un espediente immaginativo per rievocare quelle sconvolgenti esperienze emotive che stordiscono ed ottenebrano ma dalle quali, una volta usciti dalla tempesta, si può trarre una nuova consapevolezza. Viky si definisce “un naufrago abbarbicato dietro la grancassa”, un’immagine che descrive la tensione fisica e nervosa evocata dal disco, che nasce dall’unione (ma anche dalla tensione appunto) delle melodie acustiche della chitarra di  Viky e di sonorità di matrice digitale. Per poter conoscere più a fondo Viky Rubini e il suo nuove EP Tra le mie coste, abbiamo fatto qualche domanda all’artista bergamasco. Intervista a Viky Rubini Tra le mie coste si sviluppa intorno il concetto di naufragio, cosa puoi dirci di più? Da piccolo sono “annegato” un paio di volte. Una volta mi hanno dovuto rianimare. Quindi ho una certa familiarità con il senso di impotenza che si ha quando non si riesce più a stare a galla. Ho provato la stessa sensazione qualche mese fa, però dal punto di vista emotivo. Sono sicuro che tutti noi abbiamo provato quella roba lì, quindi non mi dilungo: lascerei parlare la musica. In cosa si differenzia dal tuo primo album da solista Resilienza? Resilienza è nato in studio, da frammenti di pezzi scritti negli anni, ogni pezzo con una sua identità. Questo disco invece è nato in un secondo, con pezzi tra loro fortemente concatenati. Un big-bang a cui ho dovuto dare forma. Altra differenza importante: Resilienza è stato suonato da più persone (Luca Mandelli e Guido Montanarini alla batteria, Francesco Mancin al basso), ed è stato registrato e mixato da Fabio Intraina. Questo disco l’ho scritto, suonato, registrato e mixato completamente da solo. Joao Ceser mi ha poi fatto la finalizzazione. Per te l’utilizzo della musica elettronica “è una piccola rivoluzione copernicana”, cosa intendi? Ero uno di quelli “la musica elettronica non è musica, basta schiacciare play e fa tutto da solo”. Poi Joao Ceser, produttore e amico, mi ha dato due dritte su come usare Ableton e ho trovato una miniera di suoni, di idee. È come aver sempre vissuto in una valle in cui si parla solo dialetto e trovarsi a Londra col dizionario di inglese! Come riesci a conciliare i tuoi impegni da studente di medicina con quelli del tuo progetto solista e quello della tua band ÀWARÉ? Sono contemporaneamente un pessimo studente ed un pessimo musicista. Comunque ad ottobre usciremo con un terzo progetto musicale segretissimo! Cosa vuoi raccontarci, invece, de Il Filo di Arianna, il romanzo che hai pubblicato nel 2016? È il romanzo che ho scritto per ringraziare il mio professore di greco e latino del liceo. […]

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In The End, l’addio dei The Cranberries

Finisce così un’era musicale. Quando la rock band irlandese più celebre al mondo e che ha partecipato con successo alla storia della musica anni Novanta, chiamata The Cranberries, annuncia il suo scioglimento. E lo fa con un album, il loro ultimo, In The End, rilasciato il 26 aprile. Probabilmente il sogno durato tutta la vita, quello di fare buona musica amata dal pubblico ed entrare nella storia delle rock band europee, finisce molto prima di oggi: ossia il 15 gennaio 2018, quando Dolores O’ Riordan morì improvvisamente a 46 anni in un albergo a Londra. L’annuncio della scomparsa della leader e chitarrista del gruppo avvenne poco dopo la registrazione di una demo che sarebbe stato le fondamenta del loro ottavo album, successivo a Something Else del 2017. Il disco è stato ultimato e rifinito quando all’inizio di quest’anno, esattamente un anno dopo la morte di Dolores, esce il singolo di esordio All over now; passano i mesi, e il gruppo annuncia all’inizio di aprile che, con questo album, i The Cranberries si sarebbero sciolti, che la voce di Dolores non avrà più nuove canzoni da cantare e Mike e Noel Hogan e Feargal Lawler non l’accompagneranno più con i loro accordi e le loro note. In The End, l’addio ufficiale Una perfetta armonia durata trent’anni, se non si considera il periodo di pausa che la band si prese dal 2003 al 2009, appena dopo la pubblicazione di Stars con i loro più grandi successi. Allora, si pensò ad un’interruzione definitiva, ma molte band riescono a risalire a galla dopo aver attraversato un periodo di tempesta, capita ai grandi dopo anche tantissimi anni di idillio inframmezzati da incomprensioni o semplicemente la necessità di prendere strade diverse. E così accadde anche per i The Cranberries. Forse niente più poteva far pensare ad uno scioglimento dopo aver già vissuto una resa e aver ricominciato di nuovo, ma per il pubblico, e anche per i componenti della band, non c’è The Cranberries senza Dolores. C’è da dire che chiudono in grande stile: In The End è, senza dubbio, un bellissimo disco, che tiene le radici ben salde nel loro percorso artistico, non facendoci assolutamente rimpiangere le malinconiche melodie che si intrecciano alla voce unica di Dolores in capolavori come “Zombie” o “Linger” o “Ode to my family”, felici di poter ancora un’ultima volta ascoltarla, almeno in una canzone. Proprio quella che dà titolo all’album è commuovente, trascinante ed intensa, degna di qualsiasi altra canzone della band. In “Wake me when it’s over” aleggia un bel rock nostalgico, “A place i know” ha un ritmo cadenzato, la musica ricorda l’alternative e il loro folk irlandese storico, tutto avvolto nella leggera voce di Dolores che ripete, con lo stesso tono, più volte il ritornello. Lo stesso vale per “Got it”, “The pressure” e “Lost”, ma tutto, come se fosse parte di un continuum con i nostri ricordi, finisce per essere ascoltato pensando alla mancanza di Dolores e alla sua voce che ha regalato tante emozioni, che […]

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Vico dell’amore perfetto di Andrea Marano | Intervista

Vico dell’amor perfetto : primo album di Andrea Marano | Intervista Pubblicato il 5 Aprile per Radici Music Records, Vico dell’amor perfetto è il primo album da solista di Andrea Marano, musicista partenopeo con già diversi anni di esperienza alle spalle, grazie al progetto musicale L’Albergo dei poveri, con il quale ha calcato i palchi del Meeting del Mare e del Neapolis Rock Festival. Oltre a poter vantare riconoscimenti come il Premio della Canzone d’Autore Raffaele Spasari e il Rock’n’Law Contest, Marano ha anche collaborato come autore con i Jalisse, scrivendo loro il testo de L’Alchimista. Coadiuvato, per la parte musicale, da Gabriel D’Ario, Vico dell’amor perfetto è un album che affonda le sue radici in quella tradizione nata nella seconda metà del secolo scorso grazie ad artisti come Fabrizio De Andrè e Gian Maria Testa. Marano mette al centro del suo lavoro la parola, grazie alla quale plasma i racconti del suo album, e, per farlo, utilizza un approccio musicale prettamente acustico, estraneo a influenze elettroniche e digitali. Il disco si compone di sette tracce (Vico dell’amor perfetto, L’Amore di Jana, Gaetano Bresci, Il bar dei militari, Pois, Al sole del sud e Cartolina a Port’Alba), sette racconti che partono da Genova, da Vico dell’amor perfetto per l’appunto, e approdano a Napoli, lasciandoci una suggestiva Cartolina d(a) Port’Alba. In questo viaggio poetico e musicale, c’è anche spazio per il tragico amore di Jana, uccisa dal marito, e per l’esperienza politica di Gaetano Bresci, il militante anarchico che nel 1900 assassinò il re Umberto I di Savoia. Storie che rimandano a eventi lontani, remoti nei luoghi e nel tempo, ma che trovano nel loro contenuto una concreta attualità, data l’universalità delle passioni evocate da Marano. Il tentativo del cantautore di iscriversi nella grande tradizione cantautorale del nostro paese può dirsi più che riuscito, tale da augurare ad Andrea di riscuotere consensi, non solo tra la cosiddetta “critica”, ma anche tra il pubblico. Per l’occasione dell’uscita del disco, abbiamo intervistato Marano, che ci ha permesso di immergerci con più consapevolezza nel mondo di Vico dell’amor perfetto. Intervista ad Andrea Marano, autore di Vico dell’amor perfetto Da L’Albergo dei Poveri all’esordio discografico da solista con Vico dell’amor perfetto, cosa puoi raccontarci della tua carriera da musicista? Il mio percorso musicale è un tutt’uno con la mia crescita come persona. Quando finì l’esperienza con l’Albergo avevo voglia di vivere la musica in una dimensione privata, ma non ho mai smesso di scrivere. In quel periodo ho cominciato ad interessarmi alla parte autorale ed ho potuto sperimentarmi anche in quella veste. Poi c’è stata una fase in cui il bisogno di evolvere e di trasformare i testi originari in qualcosa di pubblicabile si è fatto più spazio e così ha preso forma Vico dell’amor perfetto. Come nasce Vico dell’amor perfetto? È nato tutto dalla scoperta di quella strada di Genova e dalla titletrack. In quella canzone rifletto sul significato di queste due parole, che messe una accanto all’altra per me sono esplosive a livello […]

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