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Eroica Fenice

La Tag: musica contiene 74 articoli

Musica

I Notagitana ritornano con Consecuencia | Intervista a Salvi Defilippo

Partiti da Rubiera (provincia di Reggio Emilia) nel 2012, i Notagitana hanno fatto dei viaggi il motore propulsivo della loro musica. Composta da Salvi Defilippo (voce e chitarra), Donato Federico Auricchio (chitarra solista), Roberto Crotti (batteria) e Marco Cilloni (basso), la band, dopo il primo EP LAMONALOCA, ha pubblicato Consecuencia, il nuovo disco autoprodotto che nasce proprio dalla scia musicale tracciata dal primo lavoro. Il gruppo propone infatti una scelta di musica patchanka, ovvero quel genere ibrido che unisce gli stili delle diverse tradizioni musicali latine. La contaminazione è un concetto fondamentale per capire la musica dei Notagitana che vedono nel viaggio, ma anche nella condivisione e nella ricerca dell’altro, un’occasione di crescita personale. Di questo e di tanto altro ancora- come le dodici tracce che compongono Consecuencia– abbiamo avuto il piacere di parlare con Salvi Defilippo, frontman dei Notagitana. Intervista a Salvidefilippo, voce dei Notagitana Partirei subito chiedendoti di Soy, singolo del vostro primo EP LAMONALOCA, il cui videoclip è stato in parte girato in India. Cosa puoi raccontarmi di quel viaggio? Il viaggio in India è stato qualcosa di indescrivibile a parole, dovresti viverlo per poter capire veramente. È qualcosa di inimmaginabile per noi occidentali, qualcosa di magico ma allo stesso tempo spaventoso. Sorridi e piangi, impari tanto e poi ti chiedi dove sia veramente il giusto, occidente o oriente? Ti chiedi ad ogni angolo, come sia possibile. Viaggi su mezzi che neanche sai se arriveranno mai a destinazione, senti sapori e vedi colori che ti invadono l’anima, percepisci sensazioni sulla tua pelle che mai avevi provato. Percepisci energia, parli con gente che ti guarda stranita, come se guardasse un extraterrestre. Bambini che ancora giocano scalzi per le strade e si divertono a rincorrere uno scarafaggio, donne che con scialli scintillanti avvolgono attorno a loro i figli appena nati, famiglie intere su un motorino, mucche che pascolano lungo le vie della città, per poi girare un angolo e trovarti di fronte a un elefante…come vedi tante sono le cose che risulta quasi impossibile parlarti dell’India…ecco che nasce SOY. Ero a Varanasi, città sacra che sorge sulle rive del Gange, proprio lì mentre osservavo due vecchietti avvolti da una nuvola di fumo, creatasi dallo svampare del cilum (cercavano lo stono per raggiungere Shiva) mi sono chiesto quale fosse la giusta filosofia di vita!   Sempre a proposito di LAMONALOCA, come mai pubblicarlo sotto licenza Creative Commons? Volevamo dare libera e massima diffusione al nostro primo lavoro. Era un EP che aveva anche e soprattutto lo scopo di presentare il progetto Notagitana, doveva essere libero da qualsiasi vincolo. Ci bastava avere la paternità dell’opera, riscuotere eventuali diritti d’autore non ci interessava e non volevamo sostenere costi inutili in quel momento. Consecuencia è invece il vostro nuovo album, cosa puoi dirmi a riguardo? Consecuencia nasce nel momento esatto in cui doveva nascere, è l’arrivo e la partenza di un gran bel percorso, fatto soprattutto di stima e amicizia. È un punto a cui si doveva arrivare per poi ripartire a ricreare […]

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Musica

Western Stars, l’ultimo disco di Bruce Springsteen

Il ritorno di Bruce Springsteen con Western Stars C’è una linea immaginaria, eppure realissima, viva più che mai, che riecheggia nell’ultimo lavoro di Bruce Springsteen, Western Stars. È il mito della frontiera, un luogo di tutti e nessuno, quel segmento separa così nettamente il Nord dal Sud del mondo, l’Est dall’Ovest, popoli ed etnie diverse. La frontiera che viene varcata coraggiosamente da vagabondi senza età, perché quello è il loro scopo, sono nati per quello, per correre, per superare i limiti. L’immagine del West che viene rimarcata con fortezza sin dalla copertina, con quel cavallo selvaggio che impazza su una strada neanche battuta dall’asfalto, chissà dove. Western Stars è il diciannovesimo album in studio di Bruce Springsteen. Uscito il 14 giugno, il disco rappresenta il ritorno del cantautore americano alla produzione da solista, quattordici anni dopo le atmosfere altrettanto selvagge di Devils & Dust. Se i picchi di Nebraska, probabilmente il capolavoro del Boss versione menestrello tutto voce e chitarra, sono probabilmente irraggiungibili, Western Stars rappresenta comunque un momento estremamente importante nella carriera di Springsteen. Reduce da una tourneé di un anno con gli spettacoli portati in scena a Broadway, il cantautore si è cimentato in un disco dai richiami quasi cinematografici, con l’utilizzo frequente di archi e fiati. «It’s the same old cliché, a wanderer on his way, slippin’ from town to town» Springsteen aggiunge, con Western Stars,  nuovi miti a tutte quelle figure di sconfitti e vagabondi sulle quali ha scritto pezzi memorabili nuovi miti. Le tredici canzoni del disco toccano molte tematiche tipiche e profonde dell’immaginario d’oltreoceano. Ci sono le autostrade sconfinate, gli immensi deserti, l’alienazione, la comunità, l’importanza della casa, della famiglia e di quella ricerca della felicità che viene sancita fin dalla Costituzione. «I’m hitch hikin’ all day long»: con l’ascolto della traccia d’apertura si viene catapultati nel bel mezzo delle highways d’oltreoceano infinite, diretti chissà dove, probabilmente senza neanche una direzione. «Questo album è un ritorno alle mie registrazioni da solista, con canzoni ispirate ai personaggi e con travolgenti, cinematografici arrangiamenti orchestrali. È un gioiello di disco». Già dalla presentazione del lavoro Springsteen aveva d’altronde additato come fonte ispirazione il pop californiano datato anni sessanta e settanta. Non mancano nell’album, oltre alle sperimentazioni strumentali, tracce che potrebbero rientrare a pieno titolo nel repertorio più classico di Springsteen. “Tucson Train”, “Spleepy’s Joe Cafè” più che da un disco solista sembrano uscire da un’incisione della E Street Band, con la loro carica e il loro ritmo travolgente da stadio. Pezzi che sicuramente la faranno da padrone nei futuri concerti del Boss. Il momento forse più commovente del disco è in una delle ultime tracce, Moonlight Motel. Un ennesimo vertice creativo per un arista straordinario, che della nostalgia fatta canzone è probabilmente il maggior esponente della storia della musica. «I pulled a bottle of Jack out of a paper bag/Poured one for me and one for you as well/Then it was one more shot poured out onto the parking lot/To the Moonlight Motel». I personaggi dell’immaginario del Boss che sembrano […]

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Cinema e Serie tv

Rolling Thunder Revue, Scorsese racconta Dylan

Rolling Thunder Revue: a Bob Dylan story by Martin Scorsese “Life is about creating yourself, and creating things” A un certo punto di Rolling Thunder Revue, il documentario di Martin Scorsese (Casino, Taxi Driver, Goodfellas) sull’omonimo tour degli anni settanta, Bob Dylan pronuncia questa frase che più dilanyana non potrebbe essere. Ma chi è in realtà Robert Allen Zimmerman? Uno, nessuno e centomila, come il personaggio di pirandelliana memoria. Il menestrello di Duluth, bardo delle utopie sessantine, cantore elevato al rango di poeta, emblema degli eccessi di una generazione, premio Nobel per la letteratura. Nessuna di queste maschere corrisponde minimamente al genio di Dylan. Appena lo si prova a catalogare in una definizione, ecco che è lì pronto ad inventarsi una nuova trovata, pronto ad ingannarci tutti, dall’alto dei suoi quasi ottanta anni e del suo patto con il diavolo per l’eterna giovinezza. Su Netflix è appena uscito un documentario del premio Oscar Martin Scorsese che prova a raccontare uno dei momenti salienti della carriera di Dylan: il Rolling Thunder Revue, il lungo tour itinerante gli States durato quasi un anno, a cavallo tra gli anni 1975-1976. Il regista italo-americano non è nuovo a cimentarsi nel racconto di personalità che hanno fatto la storia della musica: i Rolling Stones di Shine a Light e il George Harrison del bellissimo Living a Material World sono un esempio calzante. Già nel 2005 Scorsese aveva girato un documentario su Dylan, No Direction Home, incentrandosi sul primissimo Zimmerman, il ragazzo che nel 1961 giunse a New York direttamente dal Minnesota. Quello di Rolling Thunder Revue è un però un artista completamente diverso. Ha già pubblicato alcuni tra i più dischi più belli della storia della musica (Blonde on Blonde e Highway 61 Revisisted su tutti), ha cambiato per sempre la musica americana e non solo suonando la chitarra elettrica al Festival di Newport. Bob Dylan on the road Dylan sceglie così, in quel momento della sua carriera, di girare in lungo e largo gli Stati Uniti, in un itinerario on the road alla Jack Kerouac (citato a più riprese nel corso del documentario) durato un anno, con 57 date, suddivise in una fase autunnale e in una fase primaverile. Con l’intermezzo del gennaio del 1976, quando fu pubblicato Desire, tra le gemme della carriera del cantautore di Duluth. Il tour parte da Plymouth, una scelta dai connotati fortemente simbolici e che tanto sarebbe piaciuta al vate Kerouac, di cui peraltro Dylan omaggia la tomba in uno degli intermezzi più commoventi del documentario. La città del Massachusetts è il luogo dove nel 1620 sbarcarono i padri pellegrini, il posto dove partì quel grande romanzo americano di cui Bob Dylan è stato e sarà ancora tra i più grandi narratori. Perché l’America è un po’ di tutti, e non solo degli americani, che l’hanno solo presa in affitto, come direbbe qualcuno. Parte così più che un tour una carovana in stile circense, un circo burlesque di musicisti, poeti e addetti ai lavori. Ci sono Joan Baez, di […]

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Musica

Giovanni Block in quartetto per il Sunset [email protected]

Il 16 giugno, il Sunset [email protected] (alla sua V Edizione), rassegna di musica al tramonto organizzata dall’Associazione Culturale Brodo, con la direzione artistica di Viola Bufano, porta sulla meravigliosa terrazza del Museo Nitsch, in Vico Lungo Pontecorvo 29/d, Giovanni Block in quartetto. Una visita libera alla mostra della sanguinolenta arte della complessa personalità di Hermann Nitsch- dinanzi alla quale è difficile restare indifferenti- e del buon vino offerto dal “Consorzio e Tutela Vini del Vesuvio” sono gli elementi che fanno da anteprima a quella che sarà una serata all’insegna della magia. Ci si ritrova in un puzzle di volti entusiasti e occhi incantati, dinanzi al panorama spettacolare di Napoli che vanta la terrazza del Museo con affaccio sul “Cavone”. Un panorama luminoso che dice ormai addio alla nebbia, all’umidità e al grigiore della fredda e lunga stagione trascorsa. L’emozione è palpabile nell’aria. Giovanni Block in quartetto, il concerto Giovanni Block. Laureato in Composizione e in Musica applicata ai Contesti Multimediali al conservatorio di Napoli, è un cantautore, chitarrista, compositore e produttore discografico napoletano, classe ’84. La sua è una storia ricca di riconoscimenti, importantissimi premi e collaborazioni con artisti del mondo musicale e teatrale italiano. Una storia ricca di passione e amore viscerale per la musica e il teatro. All’imbrunire, Giovanni imbraccia la sua chitarra e si fa spazio tra la gente. Viene raggiunto da Dario Maiello al basso elettrico, Giuseppe Donato alla batteria ed Eunice Petito al piano. La loro musica si srotola nell’aria e la serata si trasforma in un brindisi alla bellezza, con il naso all’insù, verso una luna piena bellissima che avvolge i presenti nel suo fascino silenzioso, per permettere alla mente di errare insieme alle note del sublime quartetto. È un sogno consapevole. Sembra di riuscire ad ascoltare il cuore pulsante di Napoli. Si chiude, così, il viaggio di S.P.O.T (Senza perdere ‘o tiempo), in attesa del nuovo album di Giovanni Block. Una chiusura impreziosita dalla presenza dei musicisti Roberto Trenca e Alessio Arena, con il quale Block emoziona tutti cantando “Tiempo e’Viento”. “‘O mare va truann’ ‘e forte”… a un certo punto riecheggiano queste parole, e hai la possibilità di tuffare letteralmente lo sguardo nel blu delle onde. Vai lontano. Cerchi quel gabbiano che sorvola le acque libero, finché un blues rugginoso non torna a prenderti per abbozzarti un sorriso spiritoso in viso e buttarti “Dint all’underground”. È tutto un ping pong tra lo struggente, l’irriverente, l’adrenalina e l’ironia. S’intrecciano originalità e freschezza in un vero calderone d’imprevedibilità, che tanto caratterizza la personalità inquieta di Block, autore e compositore lontano da ogni clichè. Attraverso le sue canzoni non si esplorano solo sentimenti e sensazioni, ma anche controversie attuali, dilemmi sociali e privati, e ideali. Giovanni Block racconta la solitudine degli artisti e dei folli nonostante viviamo in un mondo iperconnesso, e prende per mano chi lo ascolta per andare in una sola direzione, quella “Ostinata e Contraria”, così come i suoi maestri gli hanno insegnato a fare. Il terzo appuntamento del Sunset [email protected] sarà […]

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Eventi/Mostre/Convegni

La Musica può fare, il festival promosso dal Club 33 Giri | Intervista

Club 33 Giri promuove l’ottava edizione de La Musica può fare | Intervista Il 16 giugno, giunge alla sua ottava edizione La Musica può fare, il festival musicale promosso dall’associazione culturale no-profit Club 33 Giri. La kermesse musicale, che attraverso la musica vuole offrire un’esperienza a 360 gradi come quella dei grandi festival, ritorna per il secondo anno nella suggestiva cornice dell’Arena Ferdinando II di San Nicola la Strada (Caserta). Il tema caratterizzante di quest’edizione sarà lo spazio, in occasione del cinquantesimo anniversario dello sbarco sulla Luna di Neil Armstrong. Uno spazio inteso come assenza di confini e agevole condivisione. Ispirandosi alle celebri parole del primo uomo sulla Luna, il Club 33 Giri vuole compiere un piccolo passo nel mondo dei festival che sia però un grande passo in quella che vuole essere un’idea diversa di condivisione e aggregazione: valorizzare il territorio attraverso attività musicali, artistiche e ludiche per tutti. Del programma e delle attività del festival abbiamo parlato con Roberta Cacciapuoti, direttrice artistica del Club 33 Giri. Intervista Roberta Cacciapuoti, direttrice artistica del Club 33 Giri La musica può fare giunge quest’anno alla sua ottava edizione, puoi parlarmi del percorso che vi ha portato fino a qui? Nel 2012 siamo stati invitati (Club 33 Giri, nda) dall’associazione Play for Africa che opera in Senegal insieme a un’altra associazione che si chiama I bambini di Ornella, ad organizzare un evento che supportasse le loro iniziative. Sulla spinta di questa proposta organizzammo la prima edizione del festival dove invitammo degli ospiti che erano “amici”, nel senso che li conoscevamo e che erano già stati all’associazione Club 33 Giri. Erano Riccardo Sinigallia, Ballads quindi Ciccio di Bella e Alfonso Bruno, e Sandro Joyeux. Poi il percorso è continuato perché la prima edizione andò molto bene, più di quanto ci aspettassimo. Ci sembrò dunque naturale continuare ad organizzare l’appuntamento, per cercare di farlo diventare un appuntamento fisso, ecco. Sia per i nostri soci che seguono le nostre attività durante tutto l’anno, ma anche per coinvolgere tante altre persone. Dal 2012 ad oggi il festival è cresciuto, ha cercato di allargare i suoi orizzonti, ha cercato di portare in Campania artisti che non riuscivano ad arrivare. Ad esempio, nel 2014 abbiamo ospitato gli Ex-Otago, i Joe Victor, i Fitness Forever… Tutte band che noi reputiamo fortissime ma che non avevano l’opportunità di suonare spesso nelle nostre zone. Oltre alla musica, il festival si arricchisce di mostre, mercatini ed altri tipi di attività per cercare di creare un’esperienza che non sia soltanto musicale ma un’esperienza “festival”, così come è concepita nelle manifestazioni più grandi e importanti. Un’esperienza a 360 gradi, dunque, che possa essere vissuta durante tutto l’arco della giornata e che sia quanto mai coinvolgente. Quest’anno il tema del festival è lo spazio, perché questa scelta? Ogni anno ci divertiamo a scegliere un tema che poi sarà il filo conduttore dei nostri allestimenti, delle nostre grafiche e chiaramente della promozione. Quest’anno, visto che ricorre il cinquantesimo anniversario del primo sbarco sulla luna di Armstrong, […]

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Musica

Rocco Rosignoli e il nuovo album Tutto si dimentica | Intervista

Tutto si dimentica è il nuovo disco autoprodotto del polistrumentista e cantautore parmigiano Rocco Rosignoli pubblicato lo scorso 26 Aprile. Ossessionato dalla memoria e dallo scorrere del tempo, Rocco Rosignoli fa della memoria il fil rouge del suo lavoro. In brani come L’ululato e Sul selciato di Piazza Garibaldi questo tema assume una grande connotazione storica e pedagogica, non si lega soltanto all’inarrestabile scorrere del tempo, ma a quegli esempi di lotta per la libertà e i diritti che hanno caratterizzato l’esperienza partigiana della Resistenza. Il racconto di Rosignoli diventa così un monito stimolante e infervorante, allo stesso tempo ispirante e leggero. Emerge anche la componente poetica, ispirata e fortemente legata a quella grande tradizione cantautoriale costituita da Fabrizio De André, Leonard Cohen, Francesco Guccini e Claudio Lolli al quale dedica il brano Piccola canzone per me. Il tutto viene rivestito da una veste musicale folk che conferisce ai temi trattati un tocco di maggior profondità e sapienza. Rocco Rosignoli mette a frutto tutta la sua conoscenza musicale e strumentale inserendo nell’album moltissimi strumenti: dalla chitarra acustica al violino, dalla fisarmonica all’armonium, dal bouzouki al mandolino, passando anche per l’armonica a bocca, il pianoforte e il basso elettrico. Oltre ad essere un polistrumentista, Rocco Rosignoli è anche uno scrittore e coltiva molteplici interessi: è autore di due raccolte di poesie;  dirige il coro di canto popolare “OltreCoro”;  ha ideato alcuni particolari format musicali monografici chiamati “Lezioni-concerto”;  ed è anche curatore del laboratorio “Shir” presso il Museo Ebraico Fausto Levi di Soragna. Di questo e di tanto altro ancora abbiamo avuto possibilità di parlare con il diretto interessato. Intervista a Rocco Rosignoli Suoni la chitarra, il violino, il basso, il bouzouki, il pianoforte, la fisarmonica, l’armonica, l’harmonium indiano e il mandolino. Raccontaci un po’ della tua carriera di musicista, come hai imparato a suonare tutti questi strumenti? Ho iniziato con la chitarra, a 11 anni. C’era questa vecchia chitarra classica in casa e ho voluto tirarla giù dal muro a cui era appesa da anni e provare a suonarla. Mia madre ha voluto fare le cose per bene e mi ha iscritto a una scuola di musica. Mi hanno dato per due anni le basi della chitarra classica. Alla fine del secondo anno mi sono stancato perché a me interessava suonare le canzoni e non fare degli esercizi. Mi sono comprato un prontuario degli accordi e ho cominciato a studiare da solo le canzoni che mi piacevano. Col tempo però ho capito che le basi di chitarra classica che avevo mi rendevano molto indipendente nello studio e mi davano una velocità di apprendimento che altri miei coetanei autodidatti non avevano. E dunque ho ricominciato a prendere lezioni. L’armonica faceva parte dell’armamentario di chi, come me, amava Bob Dylan. Anche quella l’ho studiata con passione. A vent’anni poi ho dato sfogo al desiderio di studiare il violino: è certamente lo strumento che amo di più, suonarlo per me è una lotta costante e richiede tantissimo studio. Il mandolino si accorda come il violino e […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Sunset [email protected]: Sollo&Gnut in apertura

Sollo&Gnut in trio e L’orso ‘nnammurato sono i protagonisti della prima serata del Sunset [email protected], tenutasi domenica 2 giugno. Alessio Sollo. Napoletano nato nel quartiere di Bagnoli ai tempi dell’Italsider. Musicista e cantante di estrazione punk da sempre, scopre da qualche anno la vocazione alla poesia, sia in vernacolo che in italiano. Claudio Domestico (in arte, Gnut). Cantautore napoletano, chitarrista, produttore e compositore di colonne sonore. Spazia dal folk inglese al blues, dalla musica napoletana alle melodie africane del Mali. Insieme formano i SolDo, e si tratta del nome di una vera e propria fratellanza umana e artistica. Ad accompagnarli Michele Signore al violino, mandolino e mandoloncello. Sunset [email protected], il via alla IV Edizione La Salita Pontecorvo. Una passeggiata tra vicoli, chiese, palazzi e meravigliosi scorci. Un cielo che si colora di tonalità pastello. Il Museo Nitsch. Buona musica. È di questi elementi che qualcuno ha deciso di arricchire il momento più evocativo della giornata del 2 giugno, quello del tramonto. Una volta giunti sul terrazzo del Museo, lo sguardo è portato ad addentrarsi tra i palazzi e le stradine di un panorama napoletano spettacolare. Si riesce quasi a immaginare di sentire il vociare dei bambini che giocano nei quartieri, di captare l’odore del caffè dei bar del centro storico o il profumo del ragù fatto in casa, e di gustare la poesia di un “cuoppo” fritto, il cui profumo esala da botteghe, taverne e piccole bancarelle. Se a tutto questo ci aggiungiamo i suggestivi accordi di “Ciaccarella” (è questo il nome che Claudio Domestico ha detto di aver dato alla sua chitarra!) uniti alle voci dei due musicisti e a un po’ di vino, la sensazione che si prova è quella di diventare un tutt’uno con la folle armonia di sapori, voci, mare, palazzi antichi e chiese, che rende questa città magica e pazza di energia. Dopo la prima pioggerella, l’impasto di emozioni culmina presto in sette colori disposti in cielo, ad arco luminoso. È in quest’atmosfera incredibile che, inizialmente, Sollo e Gnut hanno modo di suonare le prime tre canzoni della scaletta. Illuminati da ben sette colori. Il rosso, l’arancione, il giallo, il verde, il blu, il violetto, l’indaco. Sette colori in piena coerenza con le sette note della loro musica suggestiva, espansa dal terrazzo. Sollo&Gnut in trio: uno spettacolo di musica e parole Riprende a piovere e la magia si trasferisce, per forza di cose, all’interno del Museo. Un laboratorio aperto, affascinante tanto quanto inquietante, in perfetta coerenza con la misterica identità della città di Napoli, intrisa di peccato, speranza e redenzione. Ci si lascia nuovamente trasportare dalle note de L’orso ‘nnammurato di Sollo&Gnut, accennate poco prima fuori sul terrazzo, e dal ping-pong di canzoni di un artista prima e dell’altro dopo. Tutti a gambe incrociate, seduti sul pavimento ad ascoltarli. Tutti al cospetto delle opere di Nitsch, il messaggero di un pensiero che traduce il dramma umano in gioia di vivere ed esultanza, concetto strettamente connesso al volto labirintico della città di Napoli e alla sua esuberanza. […]

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Musica

Simone Vignola e il suo Naufrago

Simone Vignola e il suo “Naufrago”: l’ultima fatica di un artista poliedrico e dalle mille risorse | Recensione Parlare di Simone Vignola cercando di inglobare tutti i suoi poliedrici interessi è un po’ come provare ad arginare il mare, giacché il suo mondo è un caleidoscopio di musica rifrangente e dai mille rispecchiamenti. Abbiamo provato ad insinuarci nei meandri del suo universo, ascoltando “Naufrago“, che già dal titolo ricalca quel prototipo del viaggio incessante, oceanico e omerico nel gorgo della musica. Classe 1987, nato ad Avellino, Simone Vignola è un cantautore e polistrumentista: il basso elettrico è il suo strumento di espressione principale, su cui riversa tutto se stesso, i suoi virtuosismi e il suo talento, così come l’utilizzo particolare della loop-station nelle sue esibizioni. Molti sono stati i traguardi raggiunti da Simone Vignola: nel 2008 vince il prestigioso concorso “EuroBass Contest” (Miglior bassista emergente d’Europa) e nel 2010 il “BOSS Loop Contest” (Best Italian Looper). Nel corso della sua carriera da solista pubblica ben 5 album, di cui 3 in lingua inglese, ristampati anche in Japan Edition. Vignola realizza le sue creature, i suoi dischi, in maniera completamente autonoma, suonando tutti gli strumenti, cantando e pensando anche al missaggio e all’arrangiamento: un vero e proprio factotum e stacanovista ed è questa sua ostinata indipendenza il motore dei suoi lavori. Nonostante la sua granitica e incrollabile autonomia, Simone Vignola non disdegna la partecipazione di altri artisti ai suoi album: ricordiamo, a tal proposito, i featuring con la cantante nipponica Naoryu (nel brano “Vado avanti”) e con il trombettista jazz Fabrizio Bosso (nel brano “Passion vs Regression”). Inoltre, Simone Vignola è stato ospite ai maggiori festival dedicati al basso elettrico, ossia European BassDay, AsterBASS, EuroBassDay,  in Italia, Germania, Olanda e Stati Uniti. Con il suo loop-show apre il Tour Italiano 2011 dei Level 42, il Tour Italiano 2013 dei Jutty Ranx, concerti per Caparezza, Richard Bona, Scott Kinsey e altri. Inoltre, è presente sulle copertine di Bass Magazine (Giappone) e Linha de Frente (Brasile). Simone Vignola è accolto con entusiasmo anche dalla diffusione radiofonica, con “Love Song” (Rotazione su NHK Japan e Radio Rai1), “The Time Flows” (Top100 Indie Music Like), “Sul Cesso” (Rotazione su oltre 200 radio Italiane) e “Mi sento meglio” (Rotazione Radio Lattemiele, “Artista della settimana” MTV New Generation). Oltre a tutta questa carrellata di cose, che soltanto ad elencarle si percepisce la misura e la vastità della sua vita, Simone Vignola è anche dimostratore ed endorser con alcuni dei maggiori brand di strumenti musicali come Orange Amps, TC Helicon, TC Electronic e tanti altri. “Naufrago“, la sua ultima creatura, è stata finanziata tramite una campagna di fundraising, su Musicraiser, e si nutre proprio dal naufragio, dall’opera di novantanove impavidi e valorosi navigatori che hanno deciso di lasciare la propria impronta sull’isola di Vignola. Ma ora immergiamoci, coi piedi e con la mente, nell’acqua fluviale, torrentizia e grondante di “Naufrago“, musica e testi di Simone Vignola. Un viaggio, un incontro d’anime: “Naufrago” di Simone Vignola Erri De Luca, […]

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Musica

Pino Daniele Opera ospite a San Lorenzo Maggiore

Il giorno 24 maggio alle ore 20:30, l’affascinante chiostro interno del Complesso Monumentale di San Lorenzo Maggiore ha ospitato il progetto Pino Daniele Opera, uno spettacolo che propone 12 brani in chiave cameristica del famoso bluesman napoletano. Ad accompagnare la voce della giovane promessa musicale italiana Michele Simonelli, alcuni musicisti storici che hanno collaborato con “il nero a metà”: Rosario Jermano, Ernesto Vitolo, Antonio Onorato, Roberto Giangrande, Valentina Crimaldi, Donatella Brighel e un gruppo di giovani musicisti selezionati dal Conservatorio di Napoli. Un idea mai messa in atto Il progetto nasce da un iniziativa dell’ex maestro del Conservatorio Paolo Raffone – oggi in pensione – grazie alla sua amicizia con Pino, ma soprattutto alla loro collaborazione dagli esordi del bluesman. Nel 1985 alcuni brani facenti parte della prima discografia del cantante, furono arrangiati da Raffone con un orchestrazione classica e poi sperimentati in tour nei maggiori teatri italiani. L’iniziativa, però, rimase nel cuore del maestro con la promessa di riprenderla quanto prima. Passeranno anni da quel lontano 1985. Sarà infatti solo nel 2014 che il progetto riemergerà all’attenzione di chi lo aveva proposto, Simonelli e Raffone, infatti in quest’anno incideranno con piano e voce il brano “Che ore so”, proponendolo a Daniele, che lo ascolterà con grande interesse e ne approverà il progetto con una sua futura direzione. Purtroppo le condizioni di salute precarie del cantante lo condurranno ad una morte prematura, non rendendo fattibile il progetto del maestro Raffone. Nel 2018 però la coppia Simonelli – Raffone riportò in auge nuovamente tale iniziativa, avvalendosi dei musicisti storici che vi avevano già collaborato nell’85. Nasce così il disco Pino Daniele Opera, un album prodotto da Jonathan Goldsmith, uscito nel maggio 2018. I dodici brani sono rivisitati in versione cameristica proprio dal maestro Raffone, ed è straordinario assistere al potere della poesia presente tra le note di questo nuovo sound, che nonostante rivisitata non perde il fascino e l’emozione caricati dal talento napoletano che fu Pino Daniele. Il ricavato della serata finanzierà il progetto “Uno strumento per te” dell’associazione culturale Record M.E., volto a sostenere i giovani musicisti economicamente disagiati che intendono portare avanti la loro passione per la musica attraverso l’acquisto di strumenti musicali.

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Musica

Simona Molinari: dal Teatro Augusteo parte Sbalzi d’Amore Tour

L’incipit del nuovo tour di Simona Molinari è a Napoli, più precisamente, al Teatro Augusteo, un teatro che, a detta della cantante, l’ha sempre colpita profondamente, poiché ogni qual volta passeggiava per via Toledo, lo ammirava con aria sognante, desiderando un giorno di poterci cantare. Oggi, 22 maggio 2019, quel sogno è diventato realtà. Dopo aver viaggiato per dieci anni, portando la sua musica in tutto il mondo, dal Blue Note di New York al Teatro Estrada di Mosca, cavalcando i palchi di Toronto, Rio, Parigi, Pechino; dopo aver duettato con Peter Cincotti, Ornella Vanoni, Danny Diaz, Gilberto Gil, protagonisti di canzoni dei precedenti album dell’artista; dopo la breve parentesi cinematografica, con il film di Walter Veltroni “C’è tempo”; dopo tutto questo Simona è sul palco, inaugurando nella sua città natale, Sbalzi d’amore Tour. Simona Molinari al Teatro Augusteo, un sogno che si avvera Luci spente in sala, un pianoforte, un basso, una batteria, un sax e un clarinetto sono il complesso strumentale che si trova sul palco. Tutto prende forma, all’arrivo del maestro Claudio Filippini, che sedutosi al piano, dà il LA per il primo brano: In Cerca di Te, riproposto dalla cantante aquilana d’adozione per la prima volta nel 2011 e contenuto nell’album Tua. Tra gli applausi e quel filo d’emozione per i nuovi inizi, Simona Molinari avvia la narrazione di una storia, che si protrae per tutto il concerto. A metà tra un’autobiografia e un romanzo di finzione, si cuce il racconto che vede protagonista Simona ed il suo rapporto con l’amore. Prima di proseguire infatti, Simona si diverte a spiegare il suo primo amore, il suo primo incontro con la musica, avvenuto intorno agli 8 anni, quando sentì Mr. Paganini di Ella Fitzgerald e decise di imitare le acrobazie vocali che la cantante statunitense aveva registrato in quel brano. Oggi lo ripropone in una versione sofisticata, che permette di mostrare l’abilità nell’improvvisazione jazz e tutto lo studio che da bambina fino ad ora ha compiuto, per arrivare ad essere la cantante che è. Continua divertita tra i ricordi, parlando di arte, riproponendo così una versione in cinese della Carmen, già intuibile dalle note di basso che sostentavano il suo chiacchierare. La Molinari arriva poi a raccontare come sia stato necessario non solo porre le fondamenta del suo amore per la musica, ma anche voler costruire un progetto discografico, scrivendo canzoni, cercando una band, un produttore che la supportasse, ma sopratutto un pubblico a cui arrivasse ogni singola nota: così si rannoda alla prima esibizione di Sanremo, cantando Egocentrica affiancata da Fabrizio Bosso alla tromba, il primo ospite della serata. “Così come ci sono gli standard americani, ci sono anche gli standard napoletani”: esordisce Simona Molinari ed attacca con Anema e Core. Salutato Fabrizio Bosso, continua il fil rouge della serata, stavolta dall’amore per la musica, si passa all’amore per un uomo, una digressione sulla vita sentimentale che termina sulle note di Sorprendimi ed ancor ritorna nella strofa parlata di Amore a Prima Vista, brano della Molinari […]

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