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Eroica Fenice

La Tag: notizie curiose contiene 140 articoli

Attualità

Gestalt, cos’è la psicologia della forma

Gestalt è una parola tedesca che significa forma, configurazione armonica, struttura unitaria. Il concetto di Gestalt nasce nella Germania degli anni ’20 ed è incentrato sui temi della percezione. “Il tutto è più della somma delle singole parti”. Questo il principio alla base della psicologia della forma. Un semplice esempio è il logo del WWF: ogni volta che lo guardiamo vediamo chiaramente l’immagine di un panda ma, in realtà, quello che stiamo osservando non è nient’altro che un insieme di macchie nere su sfondo bianco. La psicologia della forma studia proprio fenomeni come questo, esplorando le relazioni che avvengono nel nostro cervello affinché esso percepisca la realtà così come la percepisce. Un po’ di storia La psicologia della Gestalt si sviluppò nella Germania degli anni ’20 per proseguire poi negli Stati Uniti, in seguito all’immigrazione dei suoi principali esponenti durante le persecuzioni naziste. Il primo ad usare la parola Gestalt è stato Ernst Mach, fisico e filosofo austriaco. Fondatori della psicologia della Gestalt sono però di solito considerati Max Wertheimer e i suoi allievi Kurt Koffka, Wolfgang Köhler. Questi studiosi esaminarono gli aspetti della percezione, del ragionamento, della memoria e del pensiero, giungendo ad affermare questa teoria secondo cui “Il tutto è diverso dalla somma delle parti”. Non maggiore, né migliore, semplicemente diverso. Questo concetto oppone la psicologia della Gestalt allo strutturalismo di fine Ottocento e all’Elementarismo. È una visione olistica della realtà: la coscienza non coglie immediatamente gli elementi singoli ma tende a riunire in isole le totalità strutturate. E il nostro cervello lo fa così bene che non ce ne rendiamo conto. È quello che avviene con una melodia: l’ascoltatore non percepisce solo il susseguirsi di tutte le note ma un’intrinseca unità. Da qui nasce la psicologia della forma, con i suoi principi che tendono a regolare la percezione e studiano come le parti si influenzano e interagiscono. Nel 1912, Max Wertheimer pubblicò uno studio sul movimento apparente, il noto “Fenomeno phi”, che si sperimenta vedendo le luci di insegne luminose che sembrano inseguirsi. In realtà non ci sono luci in movimento ma solo lampade che si accendono e spengono a intermittenza e rapidamente. Da questo studio egli ricavò il principio generale per cui ciò che percepiamo è un prodotto della mente. Wolfgang Köhler studiò il fenomeno di ristrutturazione, chiamato “insight” (intuizione), ossia la comprensione improvvisa e subitanea della strategia utile per la risoluzione di un problema. Il lampo di genio è un altro esempio della Gestalt, in quanto riesce a produrre una nuova struttura nei dati originari. Le teorie della Gestalt si rivelarono molto innovative in quanto rintracciarono le basi del comportamento nel modo in cui viene percepita la realtà, anziché per quella che è realmente. I principi della Gestalt La percezione è regolata da diversi principi che permettono al nostro cervello di elaborare le informazioni e trarne un certo significato. Ad esempio la linea tratteggiata che divide le corsie stradali è formata da tanti piccoli trattini separati ma il nostro cervello elabora questi elementi visivi come un […]

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Culturalmente

Sarchiapone: etimologie, acquaiuoli e altro

Con queste parole Sarchiapone si preannunciava sulla scena della Cantata dei pastori messa in scena da Roberto De Simone nel 1974: «Palummella, zompa e vola, | addò sta nennella mia…». Le scelte registiche del Maestro rimandano, attraverso la rievocazione della famosissima canzone anonima di fine Settecento, al solco della più viva e vera tradizione popolare napoletana. Non sempre, però, il personaggio di Sarchiapone ha designato uno dei caratteri innestati nell’immaginario partenopeo: si pensi che l’opera originale di Andrea Perrucci, edita con lo pseudonimo di Casimiro Ruggiero Ugone, Il vero lume tra le ombre, overo La spelonca arricchita per la nascita del Verbo umanato (1698), non recava il personaggio di Sarchiapone, ma fu ad essa aggiunto nel corso della rielaborazione e reinterpretazione effettuata proprio dall’immaginario popolare, il quale finì, tra l’altro, col nominare la sacra rappresentazione di Perrucci con l’oggi più noto titolo di Cantata dei pastori. Nella tradizione letteraria dialettale, esso assume a seconda dei contesti significati simili, ma con sfumature diverse: è ora il caso di Cola Sarchiapone, tra i protagonisti del poema eroicomico di Giulio Cesare Cortese (Lo Cerriglio ’ncantato, 1628), intento ad architettare stratagemmi per la conquista della già famosa osteria al fine di beneficare dei bottini culinari, per cui pare assumere significato di astuto e famelico, ora il caso di Giambattista Basile che nel suo Cunto de li cunti (1634-1636) usa tale appellativo per designare un proverbiale sempliciotto e fannullone (Peruonto, I,3). Cambiando registro e tempo, un altro noto “sarchiapone” della tradizione partenopea è il cavallo protagonista della poesia Ludovico e Sarchiapone, presente nella Livella (1964) di Totò, scritta in forma di dialogo tra animali, in cui in toni amari e malinconici si riflette sui vizi dell’uomo. Non solo: col termine “sarchiapone” si intendono una pluralità di concetti, dall’ambito proverbiale a quello culinario, attribuiti nel corso del tempo, che rendono ancora sfuggente il significato vero di questa parola. Non tanto a caso, dunque, forse, Walter Chiari nella sua famosa scena ironica si trovava in imbarazzo nello spiegare cosa fosse il “sarchiapone”. Riflessioni meta-etimologiche  Il termine “sarchiapone” risulta essere in uso, come testimoniano le fonti letterarie, fin dal XVII secolo e, a seconda del contesto, pare assumere significati molteplici. Etimologicamente, l’origine di “sarchiapone” risulta essere ancora imprecisata. C’è chi afferma che la parola abbia origini greche e nasca dalla fusione del termine σάρξ (sarx), ovvero “carne” in senso generico, e dal pronome personale ποιος (poiòs), ovvero “chi”, ipotizzando una traduzione con ellissi di verbo: “chi (è) di carne”. Tra i vari usi di “sarchiapone”, a tal proposito, figura anche quello di appellativo per indicare una persona corpulenta e, talvolta, deformata o esagerata nei suoi caratteri corporali. Una nota in margine all’etimologia presunta di “sarchiapone” potrebbe arricchirne il significato e l’uso che se n’è fatto e se ne fa in alcuni contesti. Il termine “sarx”, infatti, fu al centro di speculazioni teologiche che attribuivano ad esso un’accezione decadente e corruttibile, proprio della caduca natura fisica dell’uomo, a cui e contrapposto lo “spirito”, puro e incorruttibile; il motivo di […]

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Notizie curiose

Anatidaephobia e le 10 fobie più strane al mondo

Anatidaephobia: il solo nome basta a suggerire qualcosa di insolito. In effetti questa fobia è alquanto bizzarra: si tratta della paura che un’oca o un’anatra, in un qualche punto imprecisato, ci stia fissando. È una sensazione che può sopraggiungere in qualsiasi momento e in qualsiasi posto: mentre siamo al parco ma anche mentre lavoriamo, mentre siamo in metro oppure a casa nostra. In un climax di assurdità, l’anatidaephobia è di certo tra le paure più strane che esistano al mondo, ma non è la sola. Anatidaephobia: esiste davvero? No! In realtà questo non è un termine psichiatrico ufficiale, perché si tratta di una paura fittizia creata da un fumettista con scopo ironico. Dopo la sua invenzione si è comunque parlato di qualche episodio reale legato alla paura verso questi animali. Ipotizzando l’esistenza della anatidaephobia, si tratterebbe di una paura rarissima che colpisce soggetti che hanno vissuto esperienze traumatiche con qualche esemplare della famiglia delle anatre. Ad esempio, esistono degli episodi di “geese attack” in cui stormi di oche attaccano dei malcapitati umani che si trovano nei pressi di qualche parco. È possibile che episodi così spiacevoli rimangano impressi nella mente dei soggetti colpiti e che si trasformino effettivamente in paure. In tal caso sarebbe, tuttavia, una paura legata all’anatra di per sé, non alla paura di essere fissati, che sottintende anche la sensazione di sentirsi costantemente sotto pressione. In questo caso siamo più vicini al disturbo di ansia sociale, uno stato ansioso clinicamente affermato e chiamato anche “sociofobia”, ossia la paura di trovarsi in una situazione sociale o eseguire un tipo di prestazione in cui si sente di subire il giudizio altrui. Come è nata dunque questa strana paura? Il fumettista Gary Larson è il suo inventore, il famoso creatore del fumetto “The Far Side”, pubblicato in Italia su Linus fino al 1995 e di cui oggi troviamo qualche vignetta sulla Settimana Enigmistica. Egli ha fatto leva proprio sulle paure più strane dell’essere umano per trattare del delicato tema della psiche e dei suoi inspiegabili comportamenti. Siccome il tema delle fobie è qualcosa di psicologicamente paralizzante egli ha scelto di ironizzare la tematica in una vignetta in cui ha rappresentato un uomo nel suo ufficio, terrorizzato dalla sensazione che un’oca – proprio da una finestra di un palazzo alle sue spalle – lo stesse guardando. E da qui è nata l’anatidaephobia. Le 10 fobie più strane al mondo In effetti creare una classifica in termini di stranezza sarebbe impossibile, perché le paure della psiche umana sono davvero bizzarre e, spesso, risultano davvero difficili da spiegare. Ogni essere umano ha delle persistenti sensazioni di repulsione nei confronti di determinati oggetti, persone, situazioni. La fobia può essere in effetti qualcosa di insensato che, pur non rappresentando effettivamente una minaccia, scatena dei comportamenti del tutto irrazionali nell’uomo. Nonostante spesso non si riesca a trovare una apparente ragione per il fenomeno, la maggior parte delle volte esso ha natura in episodi che hanno segnato la vita del soggetto e che, inconsciamente, lo perseguitano. Claustrofobia, […]

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Notizie curiose

Legge di Murphy: se qualcosa può andar male, andrà male

La Legge di Murphy è un paradosso pseudo-scientifico a carattere ironico che suppone che le azioni che compiamo determinano il loro stesso successo – o, piuttosto, insuccesso. Queste leggi caricaturali sono regolate da vere e proprie gerarchie matematiche, applicate alla vita di tutti i giorni. Il filosofo Theodor Adorno diceva: “Quel che temiamo più di ogni cosa ha una proterva tendenza a succedere davvero“. E così la Legge di Murphy regola appunto la sfortuna, e si pone come spiegazione agli eventi che, effettivamente, ci capitano ogni giorno. Se qualcosa può andar male, andrà male Questo è il primo assioma, la vera e propria Legge di Murphy che ha dato poi nome a tutto il pensiero. Ecco coì una serie di considerazioni generate in seguito, che passano sotto il nome di corollari e postulati: Niente è facile come sembra Tutto richiede più tempo di quanto si pensi Se c’è una possibilità che varie cose vadano male, quella che può arrecare il danno maggiore sarà la prima a farlo Se si prevedono quattro possibili modi in cui qualcosa può andare male, e si prevengono, immediatamente se ne rivelerà un quinto; Lasciate a se stesse, le cose tendono ad andare di male in peggio Non ci si può mettere a far qualcosa senza che qualcos’altro non vada fatto prima Ogni soluzione genera nuovi problemi I cretini sono sempre più ingegnosi delle precauzioni che si prendono per impedir loro di nuocere Per quanto nascosta sia una pecca, la natura riuscirà sempre a scovarla Il primo postulatore di questa legge è stato lo scienziato Edward Aloysius Murphy, militare dell’United States Army Air Corps, ma l’attuale formulazione si riconosce al medico militare John Paul Stapp. Murphy, nel 1949, era un ingegnere coinvolto in alcuni esperimenti sulla tolleranza del corpo umano all’accelerazione di un razzo-su-rotaia. Un esperimento prevedeva il posizionamento di 16 accelerometri montati su diverse parti del corpo del soggetto. Erano possibili solo due modi in cui ciascun sensore poteva essere agganciato al suo supporto e, puntualmente, i tecnici li montavano tutti e 16 nella maniera sbagliata. Da qui, Murphy formulò la base della legge che prese il suo nome: se ci sono di o più modi di fare una cosa, e uno di questi condurrà a una catastrofe, allora qualcuno lo farà in questo modo. La frase arrivò ad una conferenza del maggiore medico John Paul Stapp e tutto ebbe inizio. La legge di Murphy si basa su verità matematiche? Tutto sommato la Legge di Murphy ha scopo umoristico e vuole deridere in qualche modo le piccole sfighe di ogni giorno. Negli esempi proposti, infatti, tutti i lettori riusciranno a ritrovarsi. Il modo con cui vengono scritte queste frasi è geniale proprio perché riconduce piccoli fatti della quotidianità a una presunta legge che regola l’universo. La legge di Murphy è una regola che fa più che altro leva sul nostro cervello, su ciò che abbiamo paura accada o su ciò che ci aspettiamo accada. Ma c’è da ammettere che in alcuni casi essa si fonda […]

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Culturalmente

Pareidolia: vedere ciò che non esiste

Si parla di pareidolia per indicare quell’illusione subcosciente che tende a ricondurre oggetti dalle forme casuali a immagini note. Perché vediamo nella casuale forma delle nuvole immagini di animali e oggetti già presenti nella nostra memoria? L’illusione della pareidolia La parola pareidolia viene dal greco eidon (=immagine) e parà (=vicino) ed è autoesplicativa: l’illusione porta l’uomo ad associare forme casuali a immagini già note e presenti nella nostra memoria. Quest’illusione altro non è che la tendenza istintiva a trovare delle strutture e forme ordinate in immagini caotiche. Ad esempio, uno degli episodi che si verificano più spesso nella vita di tutti i giorni è ricondurre una forma astratta ad un volto umano: basti pensare ad una macchia di caffè nel cappuccino che ci ricorda un fiore o alla forma di una foglia che ci ricorda un cuore. Ma la pareidolia non interessa solo le immagini casuali: un esempio di applicazione, seppure in maniera appositamente studiata, sono le emoticon. Queste faccine altro non sono che elementi grafici assemblati per trasmettere una reazione, un’emozione. L’essere umano non impiega più di un attimo a ricondurre alle emoticon il suo significato, proprio perché riconoscere il volto umano è per l’uomo un fenomeno quanto più istintivo possibile. Si ritiene inoltre che questa tendenza sia stata favorita dall’evoluzione, perché consente ad esempio di individuare una situazione di pericolo da pochi indizi; si tratta appunto di istinto. Questa capacità innata che avevano già i nostri antenati preistorici consentiva loro di riconoscere un predatore mimetizzato nella natura: oggi, tutto ciò, si tramuta in una naturale attitudine che l’uomo manifesta ogni giorno. Illusioni pareidolitiche nell’arte Nel corso della storia troviamo molti esempi di pareidolia nell’arte. Molti artisti si sono divertiti a nascondere, tra gli alberi o nelle nuvole, volti umani e significati vari. Ad esempio, nella Basilica di Assisi del XIII secolo è stato trovato nell’affresco di Giotto il volto di un demone, nascosto tra le nubi. Lo stesso episodio accade con ricorrenza in diverse opere di Andrea Mantegna, dove tra le nuvole possiamo scorgere dei volti umani o animali. Un altro brillante esempio di pareidolia è dato dal famosissimo Arcimboldo, che creava nel XVI secolo volti umani con zucchine, carote e cipolle. Nel suo dipinto L’Ortolano (1590) capovolgendo un cesto di verdure il significato dell’opera cambia completamente proponendoci il viso di un uomo: in questo caso il fenomeno ci mostra come, a seconda del punto di vista, l’uomo riconduce due significati diversi alla stessa composizione. Tante illusioni ottiche giocano proprio su questa tematica. Il maestro della pareidolia nell’arte è senza dubbio Salvador Dalì, che crea con accostamenti, ombre, profondità e distorsioni dei giochi ottici incredibili, per lo più in un periodo storico in cui la scoperta dell’inconscio è al centro della produzione artistica-letteraria e tutte le espressioni della mente assumono un certo valore e interesse. C’è poco da fare: i neuroni del cervello estraggono il significato delle cose anche nel caos. Nel quadro Madonna of the Birds (1943) di Dalì, uno stormo di uccelli compone il volto di […]

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Notizie curiose

Cifrario di Cesare e gli sviluppi della crittografia

Il cifrario di Cesare è uno dei più antichi algoritmi a noi pervenuti che permettono di criptare un messaggio. Si tratta di un cifrario a sostituzione monoalfabetica in cui ogni lettera del testo originale – cosiddetto “testo in chiaro” – è sostituita da un’altra lettera che si trova ad un numero stabilito di posizioni da essa. Si tratta di un algoritmo molto semplice ma che, se sapientemente usato e combinato con altri metodi, porta a risultati tanto interessanti alquanto complessi. Messaggi in codice: il cifrario di Cesare Questo tipo di cifrario è anche detto “a sostituzione” o “a scorrimento” ed è uno dei più antichi di cui si abbia traccia storica. Svetonio, nella Vita dei Cesari, racconta che Giulio Cesare era solito usare per le sue corrispondenze private un codice monoalfabetico che gli garantiva di mantenere le sue informazioni segrete qualora le lettere fossero intercettate dai nemici o lette da un’invadente. Il codice cifrario è di per sé molto semplice ma, all’epoca, non era così scontato saper leggere un testo nemmeno se in chiaro. Nel cifrario la lettera reale viene sostituita da quella che occupa tre posti avanti nell’alfabeto: la A diventa D, la B diventa E e così via. Arrivati alle ultime lettere dell’alfabeto, si procede circolarmente ricominciando dalla A. Ad esempio utilizzando il cifrario di Cesare EROICA FENICE diventa HURLFD IHQLFH. Più in generale oggi intendiamo per cifrario di Cesare un metodo che sposta la lettera in chiaro di una cifra stabilita, non necessariamente pari a tre. Sempre secondo Svetonio, Augusto utilizzava lo stesso cifrario spostando di un solo posto la lettera, per cui alla lettera A in chiaro corrispondeva la B e così via. Un’altra differenza era che, terminato l’alfabeto, Augusto non ripartiva ciclicamente dalla A ma piuttosto per indicare la Z utilizzava AA. Oggi il cifrario di Cesare è ad un livello basico di crittografia. Eppure lo ritroviamo in altri episodi storici. Mentre era in prigione la regina di Scozia Maria Stuarda usò il cifrario per inviare il messaggio che svelava il complotto per l’omicidio dell’allora  regnante Elisabetta I. In questo caso però la lettera fu decrittata proprio per la semplicità del metodo utilizzato e questo sbaglio le costò la testa. Il cifrario può anche essere complicato e applicato a più livelli. Il boss mafioso Bernardo Provenzano lo utilizzava per proteggere le sue informazioni segrete nei foglietti che inviava e riceveva nel periodo di latitanza. Egli aveva complicato il metodo crittografico: faceva corrispondere ad ogni lettera il suo numero corrispondente nell’alfabeto, oltre a spostarla di tre posti. La lettera A in chiaro corrispondeva non a D, ma a 4 nel testo cifrato, ed EROICA FENICE sarebbe stata letta come 82118126498171268. Come decrittare un cifrario di Cesare? Innanzitutto, sarebbe molto utile il disco cifrante di Leon Battista Alberti che fa scorrere due cerchi concentrici con due serie di lettere in modo che, scoperta la chiave, lo scorrimento sia molto semplice. Per capire quale è la chiave usata dal messaggio bisogna partire con l’osservazione della ripetizione delle lettere, tenendo […]

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Culturalmente

Bromuro di argento e fotografia: uno scatto nella storia

Il Bromuro di argento è un sale dal colore giallo chiaro, ottenuto facendo reagire argento e bromo (un non metallo liquido a temperatura ambiente). La scoperta della fotografia rappresenta un ambito ben documentato, con attestazioni e documenti storici, a differenza di tante altre discipline, le cui origini non sono perfettamente riscontrabili o si perdono nel corso del tempo. Uno degli elementi chimici più usati tra tutti gli alogenuri in ambito fotografico, è proprio il bromuro di argento. La fotografia nella storia, tecniche e supporti L’utilizzo del Bromuro di argento nell’ambito della fotografia fu osservato dal chimico Joseph Swan. Tale procedimento prevedeva lo scioglimento del bromuro in una soluzione di acqua e gelatina aggiungendo poi il nitrato d’argento. Tutto ciò portava ad una vera e propria cristallizzazione dei grani di argento che, avvicinandosi l’uno all’altro, daranno poi vita all’immagine, seppur non ancora visibile. Lo scienziato osservò che in particolar modo gli alogenuri d’argento, cloruro, bromuro e ioduro, portavano alla formazione di un’immagine su un supporto. Nel corso del tempo, il procedimento al bromuro di argento, divenne tanto famoso da essere commercializzato in tutto il mondo, soprattutto in America. Il primo a dare risalto a tale procedimento, dopo Swan, fu Peter Mawdsley, che mise in vendita carte da stampa la cui realizzazione si basava sull’utilizzo della gelatina di bromuro d’argento e che prevedevano un’immagine latente, non immediatamente visibile. La differenza, tra le carte a base di gelatina di bromuro d’argento e quelle all’albumina era la struttura molecolare dell’argento. Nelle prime, infatti, la composizione propria della struttura rimaneva invariata. I procedimenti fotografici introdotti dal 1839 a oggi sono stati circa centocinquanta, tra negativi e stampe. Naturalmente si tratta di tecniche antiche, oggigiorno affinate grazie ai moderni mezzi tecnologici e ai supporti sempre più avanzati. Tutto ciò però, ha condotto ad una vera e propria evoluzione nello sviluppo delle fotografie, sempre più belle e precise. Ovviamente, ogni procedimento storico, si connota per un meccanismo interno di differenziazione rispetto all’altro. Dal bromuro di argento alla fotografia moderna Ricordiamo che l’utilizzo della carta risale al Novecento, sui diversi supporti di emulsioni positive, quindi destinate a quella che era la riproduzione dell’immagine negativa ottenuta su lastra di vetro o pellicola. Le carte al bromuro, presentano una sensibilità molto accentuata, motivo per il quale sono utilizzate esclusivamente per effettuare gli ingrandimenti. Oggigiorno la fotografia è alla portata di tutti, chiunque può immortalare un panorama, un volto, un monumento, anche solo con la fotocamera del proprio cellulare, e di certo non è necessario un processo di sviluppo tanto lungo e delicato come quelli del passato. La globalizzazione ma anche gli specifici mutamenti economici e sociali hanno inevitabilmente condotto ad un radicale cambiamento, sia dei supporti per scattare le fotografie, sia delle modalità utilizzate per stamparle. Cambiano i procedimenti ma senza le prove dirette del passato non si riuscirebbe a realizzare tutto ciò che si ottiene oggi, con i supporti fotografici. Bromuro e fotografia creano una combo perfetta che, a distanza di anni, è ancora utilizzata per affinare le tecniche di zoom. Un procedimento chimico, nato […]

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Attualità

Georgia Guidestones: la Stonehenge americana

Nessuno conosce la loro storia, nessuno conosce il nome del loro ideatore. Le Georgia Guidestones sono un monumento in granito ricco di misteri e segreti, ma con tante cose da raccontare. Il monumento è stato costruito con lo scopo di fornire una guida per riedificare il mondo dopo l’Apocalisse. Si tratta di sei enormi blocchi di granito che forniscono le istruzioni in otto lingue diverse su come ricostruire una civiltà in seguito ad un eventuale fine del mondo. Allo stesso tempo questo monumento svolge le funzioni di bussola, calendario e orologio. Stonehenge americana: cosa si nasconde dietro questo monumento? L’opera in granito si trova in Georgia, nella contea di Elbert. Raggiunge i sei metri di altezza grazie alla sei lastre di granito con cui è realizzata e corrisponde ad un peso di 107 tonnellate. Un pilastro a sezione rettangolare è posto al centro, con quattro lastre equidistanti poste a forma di X distorta, mentre su tutte è posta una lastra rettangolare di copertura. Tutta la struttura è allineata astronomicamente. Su una lastra posta un po’ più distante ci sono le note con la storia, le dimensioni e lo scopo del monumento. Essendo posto su una cava in granito molto grande, questo monumento è stato costruito appositamente lì dove si supponeva che potesse resistere a terremoti e ad altri disastri naturali. Perché? Il Georgia Guidestones doveva resistere nelle epoche, nell’attesa della fine del mondo e della sua rinascita. Quel giorno, quel posto della Terra sarebbe stato il punto di partenza da cui ricostruire la nuova civiltà. Nessuno sa chi fu il suo vero ideatore. Nemmeno la proprietà del sito risulta essere chiara. Sui blocchi in granito sono incise dieci regole in inglese, spagnolo, swahili, hindi, ebraico, arabo, cinese e russo. Le incisioni recitano: Mantieni l’Umanità sotto i 500.000.000 in perenne equilibrio con la natura. Guida saggiamente la riproduzione, migliorando salute e diversità. Unisci l’Umanità con una nuova lingua viva. Domina passione, fede, tradizione e tutte le cose con la sobria ragione. Proteggi popoli e nazioni con giuste leggi e tribunali imparziali. Lascia che tutte le nazioni si governino internamente, e risolvi le dispute esterne in un tribunale mondiale. Evita leggi poco importanti e funzionari inutili. Bilancia i diritti personali con i doveri sociali. Apprezza verità, bellezza e amore, ricercando l’armonia con l’infinito. Non essere un cancro sulla terra, lascia spazio alla natura, lascia spazio alla natura. Su ogni lato, in cima, campeggia in quattro lingue antiche – babilonese, greco antico, sanscrito e geroglifici egiziani – la scritta “Lascia che queste pietre siano una guida per un’Era della Ragione”. Insomma, le regole per la costruzione di un mondo migliore. Sulla lapide esplicativa sono spiegati l’orientamento astronomico dell’opera, peso e dimensioni, la data di costruzione e altre informazioni simili. L’iscrizione parla anche del seppellimento di una capsula del tempo sotto la tavoletta ma la data del seppellimento e la presunta data in cui dovrebbe essere riportata alla luce sono lasciate in bianco. In questo messaggio possiamo trovare qualche errore di punteggiatura: sia esso […]

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Notizie curiose

La Befana vien di notte: come, quando e perché?

La Befana è uno dei protagonisti indiscussi del periodo natalizio ed è un personaggio che risale a tradizioni molto antiche e, per questo, molto radicate nella nostra cultura. La vecchietta dell’immaginario collettivo che la notte tra il 5 e il 6 gennaio porta ai bambini dolci e carbone è protagonista di storie e riti che affondano le loro radici in un’epoca precristiana. Come è nata la leggenda della Befana? Il termine Befana è in realtà l’alterazione lessicale di “Epifania” diffusa a partire dalle zone dell’antica Etruria. La figura della vecchietta che porta doni ai bambini al finire delle feste natalizie era un personaggio folcloristico tipico di alcune regioni italiane, conosciuto ormai in tutto il mondo. Secondo la tradizione questa vecchietta dall’umile aspetto, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, vola sui tetti, si cala dai camini e riempie le calze appese dei bambini. Coloro che si sono comportati bene durante l’anno riceveranno dolciumi e bontà, i cattivi solo carbone. La figura della Befana ha origini molto antiche e, contrariamente a quanto si pensi, antecedenti a quelle cristiane. L’origine è stata connessa ad un insieme di riti propiziatori pagani legati all’agricoltura. Già durante il VII-VI secolo a.C. si credeva che esistessero delle figure femminili che di notte volavano sui campi per propiziare il raccolto. Questa storia è di certo connessa ai cicli stagionali nell’agricoltura; con il passaggio di queste donne il raccolto dell’anno ormai trascorso era pronto per rinascere. Gli antichi romani ereditarono questi riti e li fecero propri, associandoli al loro calendario e celebrando il volo di queste donne durante il periodo tra la fine del solstizio invernale e la ricorrenza del Sol Invictus – divenuta poi il Natale Cristiano. In particolare, la dodicesima notte dopo il solstizio invernale si celebrava il momento di morte e rinascita della natura, così come nelle tradizioni antecedenti. Durante questi 12 giorni di passaggio si continuava a credere che delle figure femminili volassero sui campi coltivati, capitanati questa volta da Diana, dea della caccia e della vegetazione, oppure, per altri, da Abundia, dea dell’abbondanza. Secondo molte interpretazioni la figura della Befana come la conosciamo oggi potrebbe essersi rifatta alla figura celtica di Perchta, una personificazione della natura invernale rappresentata come una vecchia signora con la gobba e il naso adunco, capelli bianchi spettinati e piedi grandi, vestita con abiti e scarpe rotte. Anche lei, aleggiando di notte sui campi per renderli fertili, veniva festeggiata nello stesso periodo della Befana. La tradizione pagana assimilata dalla Chiesa Cattolica In quanto figura pagana, già dal IV secolo d.C. la Chiesa cominciò a ritenere questa credenza satanica. Nel Basso Medioevo la figura della Befana fu ripulita dalle accuse di satanismo e la Befana passò da strega a vecchietta affettuosa sulla scopa volante. Pian piano anche la figura della Befana fu quindi accettata dalla Chiesa. Con l’arrivo di questa vecchietta che “tutte le feste porta via” la Chiesa ha trovato una corrispondenza con il calendario liturgico, dal momento che l’Epifania corrisponde al periodo della fine del Natale […]

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Food

Francesca Pace: food blogger per passione, food lover da sempre

Eroica Fenice ha avuto il piacere di intervistare la famosa food blogger Francesca Pace, un’esplosione di ricette, sapori e colori, dalla spiccata bravura. Annovera tantissimi followers su Instagram, dove propone ricette sempre originali, facili da preparare e alla portata di tutti. Ciao Francesca, grazie per aver accettato questa intervista, quando nasce la tua passione per la cucina? “La passione per la cucina nasce quando ero piccola piccola. Sono nata tra farina, uova e burro: i miei infatti avevano un forno artigianale che ha visto il succedersi di cinque generazioni. Quindi il profumo di cose buone mi ha accompagnata per tutta la vita senz’altro. Poi, proprio perché entrambi i miei genitori lavoravano in negozio dalla mattina alla sera, spesso andavo dalle nonne. La mia frase più famosa è “faccio io, faccio io”; mia nonna mi racconta che a 3-4 anni avvicinavo la sedia al piano di lavoro in cucina e pretendevo di aiutarla a fare le cose più difficili”. Qual è il piatto più difficile da cucinare o l’alimento che non ami preparare? “Il piatto più difficile per me da preparare è il pesce. Non lo amo e non amo toccarlo ed è per questo che ricordo con un pizzico di terrore la notte in cui ho dovuto pulire il mio primo capitone però ci sono riuscita”. A quando risale la tua “comparsa” sul web? “Il mio blog nasce del 2011 come un contenitore di ricette. A dirla tutta io nasco “sul forum”, quando Facebook, Instagram e gli altri social ancora non esistevano (oddio mi sento vecchia!). Instagram è stata una evoluzione naturale. Amando molto la fotografia questo social parla con le immagini e quindi lo sento più adatto a me. Su Instagram do consigli per quella che è la mia esperienza. Parlo di cibo, soprattutto, che può essere quello che ho mangiato in un ristorante ma anche quello che ho cucinato. Cerco sempre di lasciare un segno e ovviamente dico anche come mantenersi in forma dopo aver mangiato lautamente”. Cosa o chi ti ispira nella preparazione dei piatti? “Mi lascio ispirare dai colori e soprattutto dalla stagionalità. Amo andare nei mercatini di frutta e verdura, ne ho proprio uno bellissimo dietro casa e poi faccio la spesa in modo che le materie prime siano ottime, genuine e possibilmente a km 0. Essendomi laureata in Scienze e tecnologie alimentari la qualità per me è fondamentale e ho molti amici agronomi che mi “spacciano” prodotti favolosi e spesso di nicchia”. Sperimenti prima di proporre un piatto-ricetta? È mai successo che qualche idea non ti riuscisse come pensavi? “Non sperimento mai! Sono quella che vuole una -vita spericolata-. Mi è capitato di fare degli showcooking dove non mi ero preparata la ricetta ma è andata comunque benissimo. Oppure, sempre durante uno showcooking, è successo che mancasse un ingrediente o non funzionasse il piano cottura e ho dovuto rimediare in qualche modo. Il piano B e il sapersi adattare sono cose fondamentali”. Oggigiorno i social occupano un ruolo fondamentale per farsi conoscere, quando hai deciso […]

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