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Eroica Fenice

La Tag: notizie curiose contiene 123 articoli

Notizie curiose

Oggetti anonimi: il mondo del No Name Design

Gli oggetti anonimi sono prodotti e oggetti che usiamo ogni giorno e di cui non conosciamo il progettista né, spesso, l’azienda produttrice. Il mondo degli oggetti anonimi è un universo di prodotti sconosciuti, ma con tante intelligenti componenti di progettazione; si tratta ad esempio di tools per l’utilizzo quotidiano, strumenti semplici ed efficaci in cui, osservandoli, possiamo riconoscere valore. Come riconoscere gli oggetti anonimi? In un momento storico in cui la firma è tutto e il brand di un prodotto indica uno status symbol, gli oggetti anonimi si collocano controcorrente. Essi sono prodotti che spesso passano inosservati ma allo stesso tempo sono dei veri e propri evergreen, perché risolvono un problema reale in maniera semplice ed efficiente. Le virtù del design anonimo sono viste come un modello dai designer per l’intelligente progettazione che ha reso i prodotti indispensabili nelle attività quotidiane. La Moka Bialetti, l’Ape Piaggio, le sedie di Chiavari, il cappello Borsalino, la pentola a pressione, il gelato “La coppa del nonno”, la bottiglietta del Campari Soda, la puntina da disegno, il coltellino svizzero, la cerniera Zip, la sdraio da spiaggia, i contenitori Tupperware, il Walkman, molti modelli di orologio Swatch e di occhiali Persol. Questa è la piccola lista di oggetti anonimi proposta dall’associazione disegno industriale italiana ADI. In tutti questi casi il designer di prodotto non è noto e spesso ciò avviene anche per la prima ditta produttrice. Piuttosto è possibile considerare questi oggetti come il risultato di un progetto nato innanzitutto da un’esigenza funzionale. Gli oggetti anonimi risolvono un problema, svolgono il loro lavoro. Nella loro progettazione sono stati considerati gli aspetti economici, di produzione, distribuzione, comunicazione e commercializzazione. La forma data allo strumento è assolutamente adatta allo scopo: semplice, ergonomica al punto giusto, essenziale. Mostre e pubblicazioni sul No Name Design Per quanto anonimi, gli oggetti di questo tipo destano molta curiosità da parte dei designer ma anche dei consumatori. Molte mostre e pubblicazioni sono state dedicate a questi artefatti, ripercorrendo la loro storia ed evoluzione dall’età pre-industriale – e quindi precedente al design industriale – fino ai giorni nostri. Il più famoso collezionista di oggetti anonimi è stato Achille Castiglioni, uno dei più famosi designer di sempre. Nel suo studio egli collezionava gli oggetti anonimi raccolti durante il corso della sua vita. Per celebrare il suo centesimo compleanno, la Fondazione Achille Castiglioni ha organizzato una mostra curata da Chiara Alessi e Domitilla Dardi incentrata proprio sul tema degli oggetti anonimi. Per questo evento è stato chiesto a cento designer italiani e internazionali di donare un loro oggetto anonimo per il maestro Castiglioni. L’evento, chiamato “100×100”, ha raccolto questi oggetti che avrebbero sicuramente destato curiosità nel collezionista, quella curiosità che lo spingeva ad indagare tali artefatti per trovare ispirazione dalla loro funzionalità. Un altro noto nome di collezionista di oggetti anonimi è Franco Clivio, designer e insegnante, in particolare alla Hochschule für Gestaltung di Zurigo. Egli ha raccolto per decenni tutti quegli oggetti di uso quotidiano spesso considerati insignificanti e ha creato una collezione personale […]

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Culturalmente

Attrici italiane: da Eleonora Duse a Monica Bellucci

Le attrici italiane sono tante e, soprattutto quelle del passato, hanno lasciato un’eredità importante che percorre due direzioni differenti: una riguarda l’elaborazione di elementi recitativi precorritori connotati dal genere, mentre l’altra la capacità di intrattenere il pubblico. Sicuramente ogni attrice possiede in sé l’arte di piacere, data dalla commistione di diversi elementi tra i quali, la bravura, la spontaneità, la propensione alla recitazione, l’interpretazione. Le prime attrici di fama, da Carlotta Marchionni ad Eleonora Duse Le attrici italiane che hanno fatto la storia del Paese sono tante, a partire dal Settecento con Carlotta Marchionni. Ella inaugurò il paradigma dell’attrice moderna, con tutte le caratteristiche umane e psicologiche collegate alla recitazione e quindi all’interpretazione. Ma le menzioni si arricchiscono con Giacinta Pezzana nell’Ottocento, esponente del tardo Romanticismo, considerata l’attrice più propensa e vicina all’emancipazione, fortemente impegnata anche nel sociale e con una ricca carriera. Infine come non citare, tra le attrici italiane del passato che hanno fortemente condizionato il mondo dello spettacolo attuale, Eleonora Duse, figura innovativa di attrice-artista, da molti considerata piuttosto controversa e ricca di sfumature diverse. Ricordiamo che il mondo dello spettacolo, il cinema e il teatro, hanno subito nel corso del tempo, dei notevoli sviluppi, a passo con il progresso tecnologico e collegabili al forte impatto di tipo psicologico, sociale e culturale che un’attrice può avere sul pubblico. Oggi chi recita è consapevole dell’aurea e delle responsabilità che riversa in un certo modo, sullo spettatore. Le interpretazioni sono ricche di pathos, di sentimento, e talvolta toccano temi importanti. C’è da dire che sicuramente il ruolo della donna-attrice è mutato nel tempo, anche grazie agli effetti dell’emancipazione femminile, che ha permesso di interpretare ruoli diversi da quelli canonici di figlia, moglie o sorella sempre “sottomessi” o “nascosti” dietro ad una figura maschile. I canoni artistici e la bellezza delle attrici italiane del passato Tra le attrici italiane più conosciute abbiamo Sophia Loren, Gina Lollobrigida e Virna Lisi, che risultano essere le più menzionate sia sul web che nell’ambito di classifiche o interviste; meravigliose donne del passato che ancora oggi portano alla mente, grazie alle vecchie pellicole, ricordi di un mondo lontano, semplice e puro, senza troppi fronzoli. Sophia Loren rispecchia una filosofia definibile pragmatica, di tipo neorealista, che va al di là di ogni bellezza estetica, per approdare alla tradizione vera e propria, cruda nei suoi dettagli più veri. Gina Lollobrigida è ricordata come la “bersagliera” in Pane, Amore e Fantasia. Vincitrice di numerosi premi, tra i quali il Golden Globe nel 1961 con il film Torna a Settembre. La “Lollo”, così come oggi è giocosamente chiamata, ha attraversato ogni arte e in ognuna di esse ha lasciato il segno. Ecco perché, quando si parla di lei, non c’è gossip che tenga: ciò che veramente conta è la sua grandezza immensa. In questa sede è impossibile non citare anche la grande Anna Magnani, definita da Totò “donna di cappa e spada”: una donna di grande forza, che amava improvvisare. Tra le sue caratteristiche principali la voracità e l’autoironia […]

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Culturalmente

Teoria degli universi paralleli, scienza o metafisica?

La teoria degli universi paralleli indica in fisica teorica l’ipotesi postulante l’esistenza di universi coesistenti fuori dal nostro spazio-tempo. Nella realtà scientifica, così come in quella filosofica, letteraria e cinematografica, da oltre un secolo viene dibattuto e analizzato l’argomento “universi paralleli”. Una teoria che desta fascino e perplessità, trovando ora riscontro scientifico-matematico, seppur a livello esclusivamente teorico, ora imbattendosi nelle critiche dei fisici, che collocano tale complessa teoria nella scienza di confine. La teoria del Multiverso Il termine “Multiverso” – coniato nel 1895 dallo scrittore e psicologo americano William James – indica in fisica teorica l’ipotesi postulante l’esistenza di universi coesistenti fuori dal nostro spazio-tempo, denominati anche dimensioni parallele. Nel mondo della meccanica quantistica esiste un universo in cui questo articolo viene steso, pubblicato e letto e contemporaneamente un altro universo in cui l’articolista in questione non è impegnata in tale attività. In base alla teoria del multiverso esisterebbe una pluralità di universi paralleli, tanto che ogni decisione presa nel presente mondo ne creerebbe di nuove, aprendo nuovi universi. Il tutto potrebbe apparire come fantascientifico, ma da decenni ormai ci sono fisici impegnati a calcolare ed analizzare le ipotesi atte ad avallare tale straordinaria tesi. La teoria degli universi paralleli. Hugh Everett III e l’interpretazione a molti mondi Il concetto di multiverso fu proposto per la prima volta in modo rigoroso dal fisico statunitense Hugh Everett III nel 1957 tramite l’“interpretazione a molti mondi” della meccanica quantistica, nella sua tesi di dottorato The Many-Worlds Interpretation of Quantum Mechanics, abbreviata in “MWI”. Secondo Everett, ogni misura quantistica porta alla divisione di un universo in tanti universi paralleli quanti sono i possibili risultati dell’operazione di misura. Dalle sue formulazioni emerge la concezione secondo cui gli universi all’interno del multiverso sono strutturalmente identici, possedendo le medesime leggi fisiche pur potendo esistere in stati diversi, differenziandosi per ciò che succede al loro interno: ad esempio, una persona potrebbe subire un incidente e morire in questo universo, ma non in un altro. Gli universi paralleli sarebbero inoltre non comunicanti, anche se potenzialmente potrebbero esercitare un’azione reciproca. Quando Everett introdusse la teoria dei molti mondi venne inizialmente derisa, riuscendo a pubblicarla a fatica. Negli anni però le sue spiegazioni di alcuni strani fenomeni del mondo subatomico, come la capacità delle particelle di coesistere in luoghi diversi, hanno sempre più incuriosito e affascinato i fisici. Partendo dalle sue intuizioni, il fisico quantistico teorico Howard Wiseman dimostra che proprio dall’interazione tra mondi, in particolare repulsiva, nascerebbero i fenomeni quantistici. Il fisico britannico David Deutsch aggiunge inoltre che nel multiverso ogni volta che si opera una scelta si realizzano anche le altre, in quanto i nostri doppi negli universi paralleli le effettuano tutte. Anche il cosmologo svedese Max Tegmark avalla la teoria di Everett: «Le dimensioni del Multiverso sono così smisurate che hanno come conseguenza che da qualche parte esistono altri esseri uguali a noi, ma non rischiamo di incontrarli. La distanza che dovremmo percorrere è così grande che il numero di chilometri ha più cifre di quante sono […]

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Culturalmente

Designer italiani: in che modo le idee diventano realtà

I designer italiani sono tanti, famosi e meno famosi, e ovviamente citarli tutti sarebbe impossibile. Da Achille Castiglioni ad Antonio Citterio, da Fabio Novembre a Bruno Munari, da Enzo Mari a Mario Bellini, questi sono solo alcuni dei nomi dei designer italiani più famosi e meglio conosciuti. Chi sono i designer e cosa fanno? Possiamo sicuramente dire che un designer rappresenta un intermediario tra l’immagine di ciò che si vuole realizzare e la concretezza. Ovviamente per svolgere tale professione occorre una buona formazione ma anche una serie di conoscenze in ambito sociale, strutturale, architettonico ed artistico. I designer sono dei veri e propri “creatori di idee” che realizzano, in modo concreto, qualcosa di astratto. L’identità dei designer italiani L’identità propria dei designer italiani ha una origine differente rispetto alle altre. In Italia, l’ambito del design ha molte caratteristiche vicine alle correnti artistiche sviluppatesi agli inizi del Novecento, che hanno poi influenzato la storia successiva, modificando il settore. Storicamente, grazie al Futurismo, designer quali Giacomo Balla, Fortunato Depero, Enrico Pranpolini ebbero modo di progettare degli spazi espositivi, libri e manifesti, volti a ricostruire l’universo, rallegrandolo, secondo i principi propri del Manifesto della Ricostruzione futurista dell’universopubblicato l’11 marzo 1915. Sicuramente, è chiaro sin da subito che in questo ambito diventa molto importante l’aspetto grafico, incline ad una maggiore cura del carattere esteriore e pittorico. Possiamo affermare che i designer italiani nacquero in un periodo ricco di pulsioni, espressioni, influenze culturali, artistiche, intellettuali; tale “rivoluzione” culturale, propria del Novecento, affondava le radici in un ambito storico che propinava forme antropomorfe, essenziali, pulite. In questo contesto s’inseriscono Baldessarri e Nizzoli, i quali svilupparono progetti ed allestimenti nuovi, in un certo senso “moderni”. Il Design come elemento di comunicazione I designer italiani finora citati sono solo alcuni dei più famosi; tra gli altri, è impossibile non menzionare Ettore Sottsass, considerato come il promotore del design volto alla critica sociale e quindi in un certo senso alla comunicazione. Sottsass, fotografo, architetto e designer, riuscì a trasformare i grandi e asettici macchinari elettronici del tempo, utilizzati in ufficio, in oggetti belli da vedere e soprattutto “pezzi” che sapessero comunicare qualcosa, dalla critica alla gioia, dalla denuncia sociale ai canoni di bellezza. Con il trascorrere del tempo, in Italia il design è diventato l’originale modello di “cultura”, che aiuta a reinterpretare l’evoluzione del Paese, a partire dalla zona di sviluppo, la Lombardia, analizzandone le varie componenti che ancora oggi esistono. Sicuramente, i designer italiani di oggi sono molto più consapevoli, e programmatici, rispetto al passato e ciò avviene in riferimento ai mutamenti del mercato in cui si trovano ad operare ma anche alla rivoluzione culturale, artistica e intellettuale, avvenuta in questi anni. L’idea di design è mutata nel tempo, come il significato stesso del termine e dell’operato dei designer. Oggi si può andare oltre l’immaginazione anche grazie ai progressi della tecnologia e ogni designer riesce a far parlare uno o più prodotti, con la visualizzazione delle funzioni che esso rivestirà e attraverso un progetto concreto, che gradualmente prenderà forma. […]

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Culturalmente

Isole italiane: bellezza, cultura e scenari unici

Le isole italiane attirano ogni anno tantissimi visitatori, sia d’estate che durante il resto dell’anno. Ogni isola si colora delle sfumature proprie della natura morfologica che la contraddistingue, regalando scenari unici e rari: spiagge bianche, acque cristalline, rocce dalle forme più disparate, ciottoli colorati. Un insieme di fattori che contribuiscono a determinarne l’identità, rendendola una diversa dall’altra. Isole italiane: il grande potenziale italiano In Italia le isole sono circa 800. Alcune di queste sono abitate mentre altre sono molto amate durante il periodo estivo, grazie a una densità demografica piuttosto bassa. La più grande delle isole del Mediterraneo è la Sicilia, scelta sempre più frequentemente per il vasto patrimonio artistico, culturale e storico che la caratterizza; meravigliose sono le spiagge tra cui al primo posto spicca San Vito Lo Capo. Ogni spiaggia si tinge delle proprietà della macchia mediterranea, creando un vero e proprio paradiso naturale incontaminato. Naturalmente ogni isola differisce dalle altre non solo per la conformità del territorio, ma anche per la tipologia di turismo che la contraddistingue. Ricordiamo inoltre che nelle isole italiane considerate “maggiori” lo sviluppo economico e industriale ha contribuito, nel tempo, a determinare mutamenti e diversità non solo ambientali, ma anche di carattere sociale e culturale. Le due isole maggiori della Penisola italiana sono circondate da arcipelaghi minori; sono ventotto le isole che si raggruppano attorno alla Sardegna, di cui solo otto sono densamente abitate, mentre ventidue si trovano attorno alla Sicilia. In prevalenza si spargono dal Tirreno ai mari di Sardegna e Sicilia. Isole italiane: scenari diversi per esigenze varie Alcune tra le isole italiane, sono luoghi meravigliosi ma impervi; tra questi sicuramente rientra l’isola di Montecristo in Toscana, luogo ripido e remoto, noto anche grazie alle varie citazioni letterarie  alle varie apparizioni cinematografiche. Una terra quasi magica, incontaminata e nella quale il tempo sembra essersi fermato in uno spazio dai confini contornati dai colori del tramonto. Proprio in riferimento ai cosiddetti confini altra isola italiana importante è Lampedusa, tra le più belle e più scelte non solo d’estate, che rappresenta l’ultimo lembo di territorio italiano prima dell’Africa. Magnifica isola a sud della Sicilia forma, assieme all’isola di Linosa e allo scoglio di Lampione, l’arcipelago delle Pelagie (ovvero “isole d’alto mare” secondo l’etimologia greca). Terra di confine tra due mondi, Lampedusa racchiude caratteristiche ambientali di due continenti assai diversi: l’Africa e l’Europa. Basti pensare che dista 210 km dalle coste siciliane e solo 152 km da quelle africane. Oltre alla Sicilia e alla Sardegna, che sono le principali isole italiane, esistono moltissime altre realtà che meritano di essere conosciute per la loro bellezza. Alcune di queste isole sono grandi e conosciute mentre altre più piccole e quindi meno note, ma non per questo meno belle. Tra le isole italiane più belle è opportuno menzionare anche Ischia, isola del Golfo di Napoli assieme a Capri e Procida. La cosiddetta isola verde dista circa 33 km dalla città di Napoli e nel corso degli anni è divenuta una delle mete più gettonate da chi decide […]

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Culturalmente

Pittori italiani del Novecento: la pittura come espressione

L’arte, e soprattutto la pittura, hanno da sempre affascinato tantissime persone, di generazione in generazione, attraverso colori, forme, movimenti, dinamismo, “pennellate” di colore e d’identità. Con il trascorrere del tempo, la pittura si è colorata di nuovi aspetti e tendenze, e infatti non ha mai smesso di sorprendere. In particolare modo in Italia, a partire dal Novecento, sono diversi i pittori che attraverso le proprie opere, catturano e ammaliano l’attenzione di chi osserva estasiato. I pittori italiani di questo periodo sono numerosi e sperimentano un proprio linguaggio del tutto personale. Pittori italiani del Novecento: tendenze ed espressioni pittoriche Una delle icone della pittura del Novecento è Amedeo Modigliani; uomo dall’indomabile bellezza, dotato di un animo inquieto, e di una bravura che lo ha reso immortale. Soprannominato “Modì” o “Dedo” è uno dei più importanti artisti italiani del Novecento. Pittore e scultore, Modigliani incarna l’artista romantico per eccellenza, impulsivo e dal temperamento forte. La pittura di Modigliani non si riduce al semplice espressionismo, va ben oltre, calandosi in un’ottica ricca di sinuosità. L’artista dipinge se stesso, la propria quasi irrefrenabile inquietudine, con forme che si rivelano cristalline agli occhi di chi guarda. Ogni personaggio sopraffà l’immagine, e ogni immagine è una sintesi che spesso si rivela spietata, brutale. Modigliani era solito ritrarre donne, nelle quali, attraverso i volti spesso non riconoscibili, allungati, modificati, non perfetti, si riscontrava una forte disarmonia, che però, era al tempo stesso ricca di pathos. Per quanto concerne la pittura, è bene ricordare che la bellezza di un quadro dipende, non tanto dalla firma, quanto piuttosto dalle emozioni che da esso scaturiscono, anche a distanza di tempo. Un altro grande pittore italiano, non studiato sui manuali scolastici, ma degno di menzione, è Roberto Bompiani. L’artista muove i suoi primi passi durante gli studi presso l’Accademia di San Luca, presentando una serie di saggi allegorici, quali La Filosofia, La Giustizia e altri ancora. Durante gli anni ottiene diversi incarichi: inizialmente lavorò per la villa del principe Borghese ad Anzio, realizzando opere per la corona spagnola. Pittori del Novecento: il distacco dalla cultura Neoclassica Al di là del modo con il quale un pittore dipinge una propria opera, gli artisti del Novecento sono spinti dalla necessità di staccarsi dai canoni della cultura neoclassica; tutto ciò avviene per adattarsi ad un programma che sia composto di più sfumature e funzioni e quindi raggiungere un pubblico più vasto. Carlo Carrà è il primo pittore ad abbracciare questo nuovo linguaggio pittorico, con composizioni controllate e sempre sinuose. Il pittore riproduce prevalentemente ambientazioni naturali, paesaggi, ma anche tematiche che si rifanno ai primordi dell’umanità. Lui stesso affermò: «Era necessario uscire dalla formula futurista. E allora, la pittura metafisica mi è servita per ritornare a rivedere i problemi spaziali degli antichi». Carrà, celebre pittore italiano, apprezzato ancora oggi, realizza la sintesi perfetta tra realismo lirico e natura, con soggetti che spesso si naturalizzano. La pittura è anche creatività, e quando essa si allontana dalle forme proprie della natura, o non evoca forme umane, può essere […]

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Culturalmente

Ischia letteraria: i versi dei letterati dedicati all’isola

Ischia è un’isola del Golfo di Napoli, conosciuta sin dall’epoca romana per le innumerevoli caratteristiche del territorio, il clima mite e la forte presenza termale e, soprattutto, per essere stata decantata nel corso del tempo da letterati e poeti che hanno creato l’immagine di Ischia letteraria. Giovanni Boccaccio: prima testimonianza letteraria di Ischia-Ponte La prima testimonianza letteraria su Ischia è di Giovanni Boccaccio; il poeta del Decameron, descrisse la bellezza dell’isola con parole semplici e toccanti al tempo stesso. “Ischia è una isola assai vicina di Napoli, nella quale fu già tra l’altre una giovinetta bella e lieta molto, il cui nome fu Restituta, e figliuola d’un gentil uom dell’isola, che Marin Bòlgaro avea nome”. La magnificenza dell’isola è descritta da Boccaccio proprio nella sua opera più celebre, il Decameron, attraverso la storia di Pampinea, narrata nella quinta giornata dell’opera. La storia è tratta dalla leggenda di Fiorio e Biancifiore, leggenda che Boccaccio aveva già raccontato nel Filocolo. Il re Federigo d’Aragona chiuse la bella Restituta nel palazzo arabo-normanno che porta il nome di Cuba. Sulle tracce della donna amata, Gianni arrivò a Palermo e intravide Restituta dietro una finestra del palazzo. Durante la notte Federigo scoprì i due amanti addormentati e ordinò che fossero legati ed esposti nudi sulla pubblica piazza, prima di essere arsi vivi. Grazie alla testimonianza dell’ammiraglio Ruggeri di Lauria, i due giovani furono perdonati perché identificati come la figlia di Marin Bòlgaro e il nipote di Gian di Procida, sostenitore degli Aragonesi e uno dei capi della rivolta dei Vespri. A tal proposito, chiunque raggiunga Ischia recandosi poi ad Ischia Ponte, di cui è simbolo il celebre Castello Aragonese, potrà notare che una delle piazzette è dedicata proprio al Boccaccio. Ricordiamo che proprio il Castello Aragonese fu un centro culturale, artistico e storico, soprattutto a partire dal ‘500, con la ricca produzione letteraria di Vittoria Colonna; ella, come altri animi nobilmente letterari, scelse Ischia come fonte di ispirazione per le proprie opere. Vittoria Colonna è una figura emblematica per la storia di Ischia letteraria; trascorse quasi un trentennio nel Castello Aragonese, fonte di ispirazione per i propri sonetti che rappresentano un tassello del ciclo delle poesie d’amore. Si tratta di opere giovanili, semplici e spontanee, il cui corpus narrativo principale è costituito dalle rime in morte dello sposo Ferrante d’Avalos (sposato nel 1509). Ricordiamo che Le Rime di Vittoria Colonna hanno una storia editoriale un po’ complessa, poiché la poetessa non ne autorizzò mai la stampa e circolavano solo attraverso uno scambio privato di codici manoscritti inviati in dono a importanti personaggi dell’epoca. Ciò ha reso difficoltosa anche una sistemazione cronologica delle rime, generalmente distinte “amorose” e “spirituali”. I tanti volti letterari di Ischia Oltre alla forte impronta culturale e storica del Castello Aragonese, è importante menzionare anche tutti quegli scenari che possono essere definiti  veri e propri luoghi letterari su un’isola che si tinge di diverse sfumature. In ogni angolo, in ogni prospettiva, è possibile ascoltare l’eco di un passato che fa ancora rumore, […]

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Libri

Giuseppe Plazzi e le sue storie sui disturbi del sonno

Tra i titoli messi a disposizione dalla casa editrice Il Saggiatore per fuggire la noia che mina la nostra resistenza in questo delicato periodo di quarantena, c’è stato un titolo curioso, I tre fratelli che non dormivano mai e altre storie di disturbi del sonno, e ad attirare particolare interesse era anche l’autore di questo libro, il neurologo Giuseppe Plazzi. Sembrava quindi interessante leggere storie sui disturbi del sonno raccontate da un esperto che ne è a contatto quotidianamente. Nello studio del Dott. Plazzi si odono tantissime storie, divertenti o a volte tragiche. Nel laboratorio di polisonnografia (la “camera del sonno”) strani casi vengono registrati e buffi personaggi vi entrano accettando di buon grado di essere ricoperti di ellettrodi affinché la loro attività durante il sonno (cerebrale, muscolare, cardiovascolare e non solo) venga monitorata. Entusiasmante fucina di ricerca scientifica, la  video-polisonnografia consente, infatti, ai ricercatori di documentare ogni tipo di comportamento atipico durante il sonno, così da dare nome a strani accadimenti notturni. Con I tre fratelli che non dormivano mai e altre storie di disturbi del sonno, Giuseppe Plazzi ci fa entrare nel suo laboratorio: una “camera del sonno” rischiarata da luci artificiali e arredata di solo un letto. Qui ha deciso di radunare alcuni dei suoi pazienti più interessanti. «I loro disturbi talvolta faranno vacillare ogni nostra certezza sulla realtà in cui viviamo. Ci saranno notti, in questo nostro viaggio insieme, in cui prevarrà l’incubo e il terrore. Altre in cui, invece, i fenomeni davanti ai nostri occhi ci strapperanno un sorriso.» Eppure, continua Giuseppe Plazzi, ognuno di noi sarà in grado di «riconoscervi ricordi, sospetti e sensazioni familiari, e di comprendere la propria mente molto più di quanto sia possibile immaginare». In un periodo in cui il nostro sonno è probabilmente irregolare – a volte non si dorme mai altre si fanno sogni strani e ricorrenti – saperne qualcosa di più potrebbe attivare una spia d’allarme o forse tranquillizzarci. Giuseppe Plazzi: «il mondo dei sogni può essere una foresta spaventosa» Ma dunque noi come sogniamo? E cosa può accaderci di insolito e pericoloso durante il sonno, di cui il mattino dopo saremo totalmente inconsapevoli e dimentichi? Furono N. Kleitman e due suoi allievi ad assodare che, ogni 70-90 minuti, il sonno profondo che ci avvolge durante le prime fasi, viene interrotto dalla fase REM (rapid eye movements). Durante il sonno con movimenti oculari rapidi l’elettroencefalogramma somiglia a quello di un uomo sveglio: l’attività mentale è vivace, vivida, bizzarra. Durante il sonno REM, infatti, si sogna. Non per tutti, però sognare significa vivere esperienze oniriche piacevoli, o risvegliarsi con sollievo riconoscendo come “per fortuna era solo un incubo”. Addentrarsi nella foresta del sonno significa anche avere a che fare con l’orrore: leggendo le storie riportate da Giuseppe Plazzi, talvolta sembrerà di assistere a scene di un film horror. Per fare un esempio, potremmo ricondurci a un fenomeno abbastanza diffuso nei bambini, denominato pavor nocturnus, ovvero il «terrore notturno». Un appuntamento notturno con il risveglio straziante di un figlio che improvvisamente, […]

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Culturalmente

Il suono delle cellule: la musica della vita

Il suono delle cellule. Cos’è esattamente? Quando si pensa al suono non si fa fatica ad immaginare la musica, la meravigliosa arte che permea ogni aspetto della vita. È nell’aria, nel cuore, nella mente e persino nel corpo, nelle viscere, ovunque a dare senso e armonia al creato. E il suono è la sua piccola immensa unità di misura. Il suono è energia, naturale o ricreato, che lega armonicamente l’uomo e tutte le creature viventi alla natura. I suoni hanno da sempre affascinato l’uomo, che sin da tempi remoti ha imparato a riprodurli prima con il corpo, poi utilizzando gli oggetti che trovava, fino a maturare la capacità di costruire appositi strumenti, nel tempo sempre più precisi e sofisticati, in grado di riprodurre quell’insieme di note, frequenze e armonie ascoltate in natura e in grado di quietare gli animi agitati, suscitare emozioni intense, infondere speranza e aiutare ad abbandonarsi a pensieri ed azioni catartici. Sì, perché i suoni, che siano sussurrati, cantati, suonati o ascoltati, hanno il magico potere di infondere benessere a mente e corpo, proprio e dei propri simili, di ristabilire equilibri alterati e curare dolori spirituali e fisici. La musica è ovunque, dentro e fuori, tutto suona in armonia con l’universo. Ma cos’è tecnicamente un suono? Il suono delle cellule. Cos’è il suono Il suono è essenzialmente energia vibrazionale, una vibrazione dunque, in quanto tutto ciò che vibra, gli oggetti e il nostro stesso corpo, emette un suono, percepibile o meno dall’orecchio umano. Tale energia si presenta in forma ondulatoria sinusoidale e le sue onde sono misurate in unità chiamate “hertz” (Hz). Tutto ciò che vibra ha una sua frequenza, ad esempio 100 Hz sono 100 onde al secondo. Ma la capacità uditiva dell’orecchio umano varia circa dai 16 ai 20.000 Hz, e tale range varia in base a diversi fattori, tra cui quello generazionale. Dunque le vibrazioni con frequenze al di sotto del range uditivo sono dette “infrasuoni”, mentre quelle al di sopra “ultrasuoni” (quelle udibili ad esempio da altre specie animali, come cani e pipistrelli). Tuttavia, il nostro range uditivo pur non coprendo l’intero range di frequenze, non implica il fatto che le stesse non abbiano incidenza sul nostro essere, in quanto fonte di calore e responsabili pertanto di variazioni e condizionamenti fisiologici. Ma esiste qualcosa di più sorprendente. Se i suoni che siamo abituati a percepire e riprodurre fossero insiti da sempre in noi? Ebbene, il meccanismo sonoro che sottende determinati fenomeni emotivi, naturali e fisici interessa non solo l’ambiente esterno e i suoi effetti su corpo e mente, bensì viene prodotto naturalmente e in maniera indotta anche all’interno delle particelle infinitesimali che costituiscono il nostro organismo. Vediamo come. Il suono delle cellule. Struttura e produzione Le nostre 37.200 miliardi di cellule si muovono e comunicano tra loro, e nel farlo vibrano, dunque emettono suoni. In più, le cellule non oscillano né suonano a caso, in quanto ciascuna vibrazione corrisponde a compiti precisi. È possibile per esempio distinguere le cellule che soffrono e muoiono. […]

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Riflessioni culturali

Lingua napoletana: 6 imperdibili curiosità

La lingua napoletana, riconosciuta idioma dall’UNESCO, affascina da sempre filologi e studiosi, per la perfetta commistione tra suono e significato. La lingua napoletana è l’identità di Napoli e degli abitanti della città. Ma al contempo, rappresenta un incommensurabile patrimonio che si arricchisce di sfumature e soprattutto di curiosità differenti e al contempo utili. La lingua napoletana: curiosità Tra le prime curiosità, ricordiamo che il napoletano, così come l’italiano, deriva dal latino e dal greco. Le parole che compongono la lingua napoletana, hanno un legame profondo con il latino medievale. Proprio questa identità storica così importante, rimanda alla seconda curiosità sulla lingua napoletana, ossia, una notizia che rende orgogliosi: l’Università di Buenos Aires ha inserito nel proprio corso di studi, uno che si basa proprio sulla conoscenza del napoletano come lingua. Tutto ciò inteso come possibilità per gli studenti argentini di conoscere un idioma il cui lessico è molto simile allo spagnolo. La lingua napoletana, ha subito molteplici influenze, mantenendo però la propria forma originaria, la propria identità. Col trascorrere degli anni, la lingua napoletana è diventata principale componente, protagonista di opere artistiche, come le più famose canzoni di Murolo, Pavarotti, Ranieri, Villa. Canzoni, ancora oggi cantate in tutto il mondo e che insegnano quanto una lingua possa in realtà oltrepassare i confini, con semplicità, arrivando dritta al cuore. Sempre dal punto di vista prettamente linguistico, un’altra curiosità riguarda l’aspetto fonetico della lingua napoletana. Infatti, sembrerebbe esserci un accostamento con la fonetica tedesca. Il fenomeno potrebbe risalire all’influsso della breve denominazione austriaca dal 1707 al 1733. Si tratta della consonante – S che posizionata prima di determinate consonanti assume la pronuncia di sch. La quarta curiosità riguardante la lingua napoletana è l’esistenza di alcune parole intraducibili, ossia delle locuzioni ideologiche, dei proverbi o modi di dire di uso comune, appartenenti alla tradizione profondamente radicate nell’identità storica di una comunità. Tra queste, “intalliarsi”, che non ha una vera e propria definizione, ma significa perdere tempo, non fare ciò che si dovrebbe. Un’altra simpatica curiosità, che però fa riflettere molto, è quanto affermato in un’intervista dell’agosto del 2019, a Napoli, dalla diplomatica Mary Ellen Countryman, console degli Stati Uniti: «Il napoletano mi piace perché sembra che ti dia la possibilità di esprimere intere situazioni in pochissime parole. È molto sintetica. Ma l’elemento che mi attrae di più è la musicalità, resa famosa in tutto il mondo dalle canzoni».  Ricordiamo come ultima curiosità che l’Accademia della Crusca, dopo aver attentamente selezionato i termini chiave della lingua napoletana, ha preso in esame la redazione di un vocabolario, attualmente in commercio, e consultabile da tutti. Ciò a dimostrazione che la lingua dei napoletani, il dialetto, è qualcosa che non smette di affascinare ed incuriosire, e soprattutto è in costante aggiornamento. Immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/vectors/uomo-cerca-parole-libro-black-29749/

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