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Eroica Fenice

La Tag: notizie curiose contiene 129 articoli

Culturalmente

Maledizione di Tutankhamon: la leggenda legata alla tomba del Faraone

La Maledizione di Tutankhamon è una presunta maledizione, più che altro una leggenda, che si ipotizza abbia colpito coloro che parteciparono alla spedizione di ricerca dell’archeologo Howard Carter, che portò alla scoperta della tomba del Faraone nel 1922. Proprio questa scoperta si dice abbia infastidito il defunto Faraone che, come castigo per la violazione del luogo di sepoltura, abbia fatto morire tutti loro. Si narra che però questa storia fosse più che altro una trovata pubblicitaria dell’epoca, soprattutto perché vi furono date pochissime notizie in merito che trapelavano sia per la lentezza delle operazioni di ”svuotamento” della tomba (dato che il corpo di Tutankhamon fu analizzato solo tre anni dopo la scoperta), sia per l’esclusiva mondiale data al Times di Londra da Lord Carnarvon (finanziatore del ritrovamento), che tagliò fuori tutti gli altri quotidiani dell’epoca da ogni informazione, innescando così una violenta campagna denigratoria nei confronti della scoperta. Maledizione di Tutankhamon: la morte colpirà chi disturba il sonno del Faraone La Maledizione del Faraone, dunque, doveva colpire con la morte tutti quelli che erano entrati nella sua tomba. L’equipe finanziata da Lord Carnarvon era composto da: Howard Carter, capo della spedizione, morto diciassette anni dopo la scoperta; Arthur Cruttenden Mace, collaboratore, morto sei anni dopo; Alfred Lucas, chimico, morto ventitré anni dopo; Harry Burton, fotografo, morto diciotto anni dopo; Arthur R. Callender, ingegnere e disegnatore, morto quattordici anni dopo; Percy Newberry, egittologo, morto ventisette anni dopo; Alan H. Gardiner, egittologo filologo, morto quarantuno anni dopo; James H. Breasted, egittologo storico, morto tredici anni dopo; Walter Hauser, architetto, morto trentasette anni dopo; Lindsley Foote Hall, architetto, morto quarantasette anni dopo e Richard Adamson, poliziotto, morto sessanta anni dopo. Analizzando, quindi, tutti i componenti della squadra iniziale, solo la morte di Lord Carnarvon potrebbe coincidere con la scoperta della tomba, nonostante il fatto che anche quella avvenne per cause naturali poiché nel febbraio 1923, tre mesi dopo la scoperta, egli fu punto da un insetto e, dato che il clima egiziano è caldo e umido e la salute del nobile era già cagionevole a causa di un incidente, l’infezione gli risultò fatale. Dopo pochissimo venne costretto a letto da una fortissime febbre che presto si trasformò in polmonite ed egli morì, dopo una lunga agonia, il 5 aprile del 1923 al Cairo. Solo lui morì poco tempo dopo l’apertura ed altri due entro dieci anni, ma il resto degli studiosi e specialisti presenti trascorse la sua vita tranquillamente. A distanza di quasi cento anni, dunque, è possibile affermare che la famosissima storia che per quasi un secolo ha affascinato turisti e creato un’aura di mistero attorno alla tomba del celebre Faraone, è in realtà una semplice leggenda metropolitana. Fonte immagine: https://pixabay.com/photos/ancient-egypt-golden-mask-egyptology-1290752/

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Culturalmente

Mario Bambea: un dualismo perfetto nella società odierna

L’intellettuale Mario Bambea conquista il web, e sono sempre più numerosi coloro che riflettono su una figura così enigmatica e interessante al tempo stesso. Dov’è Mario (Bambea)? La serie si compone di quattro puntate, scritte da Guzzanti e Mattia Torre e dirette da Edoardo Gabbriellini, trasmesse lo scorso maggio, di martedì. Più che una commedia, quella di Guzzanti è stata definita una “serie lunga” e sul web c’è chi ha definito Mario Bambea “un insopportabile intellettuale di sinistra”, altri invece lo hanno adorato, o meglio, in realtà impazzivano per Bizio, l’altra faccia della medaglia, il comico coatto che, tra le altre cose, nutre un profondo odio per i centri commerciali. Mario Bambea, interpretato da Corrado Guzzanti, è l’alter ego di Bambea, un rozzo comico romano ironico e tremendamente volgare, reduce da uno sdoppiamento della personalità, che si palesa a seguito di un incidente stradale. Secondo la dinamica, probabilmente a causa di un improvviso colpo di sonno, l’intellettuale Mario Bambea, rimane vittima di un incidente stradale, mentre rincasava, dopo un convegno. Bambea non è esclusivamente un intellettuale, la sua figura racchiude in sé, anche l’identità del filosofo, del politico, dello scrittore e anche dell’opinionista, naturalmente polemico. Un uomo molto intelligente, considerato di sinistra, a tratti insopportabilmente coerente, troppo, in crisi con se stesso e con i propri ideali, quelli in cui con convinzione crede ma che al contempo sono pressoché labili, specchio della società culturale attuale. Dopo l’incidente in cui è coinvolto, Bambea, entra in coma, anche se non si sa per quale preciso motivo, gli amici (o presunti tali) lo credono già morto, come se fosse assente. Trascorso relativamente poco tempo, l’intellettuale pignolo e polemico, si risveglia, ma deve fare i conti con un aspetto ben radicato nel suo ego, qualcosa che non poteva considerare, Bizio. Il personaggio dal nome buffo, rappresenta la sua perfetta contrapposizione, tutto ciò che egli in realtà non è, o meglio, probabilmente crede di non essere. I suoi atteggiamenti, considerati strani dalla famiglia, vengono fuori di notte, quando Fabrizio, ossia Bizio Capoccetti, girovaga per Roma, nelle vesti di un comico notevolmente apprezzato. Naturalmente tutto ciò prende vita da una patologia nota, ossia, lo sdoppiamento della personalità, con la quale, l’amato e odiato protagonista, oramai scisso in due entità diverse, deve fare i conti. Un particolare da non sottovalutare, all’interno di questa vera e propria commedia dai toni intellettuali e dalle sfumature socio-culturali, è che solo Dragomira, l’infermiera che segue la riabilitazione di Mario Bambea, è a conoscenza della doppia vita dell’intellettuale e prova a tenerla nascosta, soprattutto agli occhi dell’opinione pubblica. Una vera e propria “commedia sociale” Una commedia pungente con un protagonista altrettanto tale, sia nelle sue vesti “normali”, sia tramutato in ciò che probabilmente non è mai venuto fuori della propria personalità. Per la caratterizzazione dell’intellettuale, nel corso delle riprese, tra il mondo intellettuale e quello comico, più dispersivo e ovviamente meno serio, i critici hanno notato una possibile somiglianza fisica (non voluta e del tutto casuale) con Vittorio Sgarbi, che rende il […]

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Culturalmente

Ercole e Lica: la scultura di Canova che ha proclamato la sua grandezza

Ercole e Lica è un gruppo scultoreo in marmo eseguito da Antonio Canova tra il 1795 e il 1815, conservato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Qui, il mito, la realizzazione e varie curiosità. La realizzazione e l’ardua vendita dell’ Ercole e Lica Era il 1795 quando la statua canoviana di Venere e Adone giunse a Napoli e fu collocata nel giardino del palazzo Berio. Ebbe cosi tanto successo che il marchese Francesco Berio dovette vietarne la visita al pubblico. Tale consenso di pubblico, tuttavia, non fu la chiave della fama di Antonio Canova, poiché le sue prodezze artistiche gli valsero l’appellativo di “scultore grazioso”. Negli ambienti accademici di quegli anni essere definiti graziosi significava avere uno stile “sdolcinato, debole ed effeminato”. Nel breve soggiorno a Napoli, il conte Onorato Gaetani dell’Aquila D’Aragona, durante una cena, suggerì una strategia per eliminare dalle opere canoviane quella fastidiosa etichetta. Fu così che don Onorato propose ad Antonio D’Este, veneziano coetaneo di Canova, di commissionare all’artista una scultura che rappresentasse Ercole furioso che getta in mare Lica. Questa sorta di scommessa fu accettata di buon grado dallo scultore che appena tornato a Roma fece dell’opera un bozzetto in cera. La scultura sarebbe stata fatta prima in gesso e poi trasformata in marmo; nello specifico sarebbe stata creata una scultura di quasi tre metri e mezzo, dal costo di tremila zecchini d’oro, prezzo che avrebbe pagato don Onorato in tre rate. Per un anno e mezzo l’opera rimase incompiuta, fino a quando Onorato Gaetani ritirò la sua offerta, complici le vicende militari che tediavano il paese. Una nuova opportunità cambiò le sorti del Canova quando l’esercito austriaco sconfisse le truppe francesi. I Veronesi erano così entusiasti per quella vittoria che vollero installare un grosso monumento in memoria del successo militare e della liberazione. Fu in quel momento che il critico d’arte Giovanni de Lazara si rivolse a Tiberio Roberti, caro amico di Canova, per proporre allo scultore la realizzazione di una grande opera. Canova pensò che la scultura Ercole e Lica potesse essere congeniale alla richiesta. Dopo un fitto scambio epistolare con la municipalità veronese, si siglò l’accordo: Ercole e Lica fu venduta per tremila zecchini. Ancora una volta, però, l’incarico venne nuovamente arrestato da una serie di vicende politiche. La vendita finale fu aggiudicata a Giovanni Torlonia, che acquistò l’Ercole e Lica per 18.000 scudi. Nel 1815 la scultura fu terminata definitivamente ed esposta in una sala rotonda appositamente costruita dal Valadier, con cupola a luce zenitale. In occasione dell’inaugurazione, si registrò un grande successo dei visitatori. L’opera, che era nata per una scommessa ed aveva vissuto varie tribolazioni durante la sua costruzione, fu la chiave principale per trasformare l’arte canoviana da graziosa ad eroica. Il significato dell’ Ercole e Lica Il momento che viene rappresentato è quello in cui Ercole sta scagliando in aria Lica, il quale aveva consegnato all’eroe una tunica da parte di sua moglie Deianira. Quando il centauro Nesso tentò di rapire Deianira, Ercole lo uccise con una freccia […]

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Culturalmente

Genetica e comportamento: esiste il libero arbitrio?

Genetica e comportamento influiscono sull’animo umano. E’ dunque possibile emanciparsi dal proprio dna? Esiste il libero arbitrio? Attualmente si fa largo un filone di pensiero per cui il comportamento umano sarebbe largamente influenzato dalla genetica. L’aggressività, la sessualità, il comportamento sociale, l’intelligenza sarebbero definiti e determinati dai geni ereditati alla nascita. Su questo si innesta ovviamente il fattore ambiente: siamo biologicamente scolpiti per essere influenzati da un complesso sistema di fattori esterni. La genetica così sta entrando in ambiti inattesi, come quello della criminalità e della giustizia, mentre la scienza si interroga su quanto certe ipotesi siano effettivamente fondate. La domanda è: siamo liberi da noi stessi? Possiamo emanciparci dal nostro DNA? Esiste il libero arbitrio o ci comportiamo solo in maniera predeterminata? Cesare Lombroso, sul finire dell’Ottocento, sosteneva ci fosse una correlazione stretta tra la morfologia del volto e il comportamento criminale, al punto da convincersi che si potesse anticipare la pena in base alla sola analisi della conformazione del cranio di un soggetto. La sua correlazione tiene conto di caratteri fisici, dunque geneticamente determinati, sostenendo la co-eredità di alcuni di essi con la tendenza criminale. Lombroso ha certamente la sua dose di merito per aver incoraggiato un approccio più sistemico e deterministico allo studio della criminalità, ma è escluso che la sua tesi possa avere un minimo di veridicità scientifica. In primis, è improbabile un’associazione così lineare tra una dimensione tanto intricata come il comportamento umano e i geni, altrettanto complessi, che determinano la morfologia del viso. Ma soprattutto questioni inerenti la dimensione umana e biologica non possono essere ridotte a una questione di causa-effetto e liquidate in maniera tanto semplicistica. Eppure, l’aspetto fisico inevitabilmente espone a un giudizio e la mente umana si sviluppa in correlazione con esso, che si tratti dell’immagine rimandata dallo specchio o dell’opinione di un terzo. Per quanto ci si sforzi di non dare considerazioni affrettate, inevitabilmente la vista di una persona si accompagna quasi automaticamente all’espressione di un giudizio sulla base della sua fisionomia. Un uomo dai tratti marcati e l’aspetto rude, ad esempio, cresce avendo attorno una società che gli rimanda questa stessa immagine, tramite persone che gli si approcciano in un certo modo o sviluppano un certo tipo di preconcetto, il che ha una chiara influenza sullo sviluppo del suo atteggiamento nei confronti del prossimo. In questo senso, la correlazione tra genetica e comportamento passa per il filtro della società, influendo sulla psicologia del soggetto, quindi il nesso non sarebbe diretto genetica-comportamento, bensì genetica-società-comportamento. Il punto di vista genetico continua ad avere i suoi perché e la sfida è proprio comprenderne a fondo l’ingerenza. Genetica e comportamento: la ricerca scientifica nell’ambito della genetica di comportamento Negli ultimi decenni, si è intensificata la ricerca relativa alle cause e ai meccanismi di alcuni fenomeni mentali, grazie anche ai nuovi mezzi della genetica e della biologia molecolare, uniti a studi di imaging cerebrale. Questo ha consentito di ampliare notevolmente la conoscenza del cervello e delle sue funzioni superiori, per quanto si tratti di […]

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Voli Pindarici

Percezione umana della realtà: tra meraviglia e desiderio di conoscenza

La percezione umana della realtà è varia e complessa e comprenderlo è la chiave per acquisire uno sguardo più empatico sul mondo. Definire la realtà è un’operazione complessa, perché non lo si può fare in maniera univoca. Bisogna considerare almeno tanti punti di vista quanti sono i soggetti senzienti. Ciascuno si pone dinanzi al reale in maniera originale e personalissima, neppure unica nel corso della sua stessa esistenza. L’esperienza cambia la percezione delle cose, il soggetto conoscitore e ciò che è conosciuto. Sulla base di nuove conoscenze e suggestioni di uno stesso luogo si generano di volta in volta infinite immagini, di cui si coglie un elemento prima sfuggito o si legge un dettaglio in una diversa ottica. Cade così il concetto di spazio come mero ambito d’indagine dell’uomo e si inverte il rapporto, conferendo allo stesso uomo un ruolo attivo nel processo conoscitivo. Il confronto con l’altro mette in luce la pluralità di punti di vista, cosicché il dialogo si fa sprazzo di infinito, chiave per accedere alla vastità del reale. Il problema del definire la realtà si è riscontrato dagli arbori della civiltà. I greci erano spaventati e disorientati di fronte alla grandezza e mutevolezza del reale, tanto che per l’intera metafisica prearistotelica è valsa la nozione di realtà come quel che permane eternamente identico a se stesso nelle sue determinazioni. Per la religione la realtà recupera in dinamismo e grandezza solo come leva per la dimostrazione della perfezione di Dio, unico essere in grado di concepire qualcosa di tanto bello e complesso. Cartesio fu tra i primi a sollevare il dubbio circa l’esistenza di un mondo esterno, dal momento che la realtà altro non è che la proiezione mentale del singolo uomo. E’ stato però Kant ad aver esercitato la maggior influenza ne l’approccio filosofico e speculativo al problema della percezione umana della realtà. L’uomo la interpreterebbe sulla base di giudizi sintetici a priori, niente più che i propri schemi mentali, simili a occhiali che consentono una differente vista sul mondo. Percezione umana della realtà. L’approccio scientifico al problema. L’immagine degli ‘schemi mentali’ in senso tecnico-scientifico è assimilabile a quella della rete neuronale, costituita dai contatti sinaptici tra le decine di miliardi di neuroni di cui disponiamo. E’ stata da tempo abbandonata l’idea di una rete statica e immutabile, che conservi le proprie caratteristiche geneticamente determinate (per quanto lo siano i principali circuiti nervosi). Ogni stimolo esterno di un certo rilievo, ogni associazione mentale, ogni atto motorio, si accompagnano a modifiche a carico delle sinapsi interessate, portando alla memorizzazione degli eventi, all’affinamento delle capacità percettive e motorie. In questo senso potremmo giustificare come l’esperienza modifichi la percezione umana della realtà. Inoltre l’esercizio fisico e mentale promuovono la neurogenesi, ovvero la nascita e il differenziamento di nuove cellule nervose. Il concetto di plasticità neuronale (che è valso a Eric Kandel il premio Nobel per la medicina nel 2000) è un po’ il fondamento neurobiologico della grandezza umana e della propria crescita nel mondo e in relazione a esso. […]

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Notizie curiose

Rumore bianco: il muro di energia sonora

Il ticchettio della pioggia, lo scorrere di un fiume, il fruscio di una brezza, il suono di un asciugacapelli acceso, di un ventilatore, di una cappa da cucina. Sono tutti esempi del cosiddetto rumore bianco. Si tratta di un suono caratterizzato dall’assenza di periodicità nel tempo e da ampiezza costante su tutto lo spettro di frequenze. Statico, monotono, costante Rumore bianco è un suono caratterizzato da uno spettro costante. Il nome “bianco” deriva dalle proprietà dello specchio di luce bianca, costante perché formata dalla sovrapposizione delle onde elettromagnetiche di tutte le frequenze visibili e di intensità simile ad ogni frequenza. In realtà il rumore bianco vero e proprio, per definizione, è un’idealizzazione: nessun sistema è in grado di generare uno spettro uniforme per tutte le frequenze. Quando parliamo di rumore bianco nella vita di tutti i giorni ci riferiamo dunque ad un intervallo di frequenze. I rumori a spettro costante che ascoltiamo ogni giorno sono suoni che, con il loro basso flusso sonoro e volume contenuto, riescono a nascondere i rumori disturbanti e a indurre nell’uomo un naturale senso di rilassamento. Coprendo i rumori quotidiani con un qualsiasi tipo di rumore bianco, i primi risulteranno come ovattati. È una sorta di scudo dalle distrazioni sonore che risultano quindi camuffate da questo rumore statico, monotono, costante. Secondo le parole del neuroscienziato statunitense Seth Horowitz «Il rumore bianco è un muro di energia sonora, senza schemi». Come sono utilizzate le proprietà del rumore bianco? Questo tipo di rumore è utilizzato in alcune discipline come l’econometria o l’ingegneria, dove è impiegato per verificare la risposta in frequenza di sistemi acustici e sonori. Nella vita di tutti i giorni questi suoni sono usati per favorire il sonno di grandi e piccini. Si tratta infatti di un rumore cullante che rilassa i muscoli e concilia il sonno. Il rumore bianco è quindi molto utilizzato anche nella vita domestica e, in particolare, nel momento del riposo. Si tratta di tecniche di rilassamento pensate per far calmare i neonati ma che si sono rivelati una tecnica efficiente anche per gli adulti. Il rumore bianco, mascherando gli altri rumori, funge da sorta di ninna nanna per il cervello. A tal proposito, in commercio esistono molti apparecchi generatori di rumore bianco o, ancora più semplicemente, molte playlist e applicazioni destinate a questo scopo. Basta ascoltare il rumore della pioggia, lo scorrere dell’acqua, il suono del vento per sentirsi più rilassati. Allo stesso tempo però il rumore bianco è usato anche per scopi totalmente opposti. Esso è impiegato nelle strategie di sound masking per mascherare il suono indesiderato in determinati ambienti. Le tecniche di sound masking sono volte a coprire i rumori all’interno di ristoranti e uffici per aumentare il comfort e diminuire la distrazione. Si tratta di un controllo del suono cosiddetto “passivo” in quanto non si basa sulle tecniche di cancellazione del rumore ma, piuttosto, di camuffamento. Con questo scopo, oltre che i rumori bianchi, vengono adoperati anche i cosiddetti rumori rosa, in cui le componenti a bassa […]

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Notizie curiose

Oggetti anonimi: il mondo del No Name Design

Gli oggetti anonimi sono prodotti e oggetti che usiamo ogni giorno e di cui non conosciamo il progettista né, spesso, l’azienda produttrice. Il mondo degli oggetti anonimi è un universo di prodotti sconosciuti, ma con tante intelligenti componenti di progettazione; si tratta ad esempio di tools per l’utilizzo quotidiano, strumenti semplici ed efficaci in cui, osservandoli, possiamo riconoscere valore. Come riconoscere gli oggetti anonimi? In un momento storico in cui la firma è tutto e il brand di un prodotto indica uno status symbol, gli oggetti anonimi si collocano controcorrente. Essi sono prodotti che spesso passano inosservati ma allo stesso tempo sono dei veri e propri evergreen, perché risolvono un problema reale in maniera semplice ed efficiente. Le virtù del design anonimo sono viste come un modello dai designer per l’intelligente progettazione che ha reso i prodotti indispensabili nelle attività quotidiane. La Moka Bialetti, l’Ape Piaggio, le sedie di Chiavari, il cappello Borsalino, la pentola a pressione, il gelato “La coppa del nonno”, la bottiglietta del Campari Soda, la puntina da disegno, il coltellino svizzero, la cerniera Zip, la sdraio da spiaggia, i contenitori Tupperware, il Walkman, molti modelli di orologio Swatch e di occhiali Persol. Questa è la piccola lista di oggetti anonimi proposta dall’associazione disegno industriale italiana ADI. In tutti questi casi il designer di prodotto non è noto e spesso ciò avviene anche per la prima ditta produttrice. Piuttosto è possibile considerare questi oggetti come il risultato di un progetto nato innanzitutto da un’esigenza funzionale. Gli oggetti anonimi risolvono un problema, svolgono il loro lavoro. Nella loro progettazione sono stati considerati gli aspetti economici, di produzione, distribuzione, comunicazione e commercializzazione. La forma data allo strumento è assolutamente adatta allo scopo: semplice, ergonomica al punto giusto, essenziale. Mostre e pubblicazioni sul No Name Design Per quanto anonimi, gli oggetti di questo tipo destano molta curiosità da parte dei designer ma anche dei consumatori. Molte mostre e pubblicazioni sono state dedicate a questi artefatti, ripercorrendo la loro storia ed evoluzione dall’età pre-industriale – e quindi precedente al design industriale – fino ai giorni nostri. Il più famoso collezionista di oggetti anonimi è stato Achille Castiglioni, uno dei più famosi designer di sempre. Nel suo studio egli collezionava gli oggetti anonimi raccolti durante il corso della sua vita. Per celebrare il suo centesimo compleanno, la Fondazione Achille Castiglioni ha organizzato una mostra curata da Chiara Alessi e Domitilla Dardi incentrata proprio sul tema degli oggetti anonimi. Per questo evento è stato chiesto a cento designer italiani e internazionali di donare un loro oggetto anonimo per il maestro Castiglioni. L’evento, chiamato “100×100”, ha raccolto questi oggetti che avrebbero sicuramente destato curiosità nel collezionista, quella curiosità che lo spingeva ad indagare tali artefatti per trovare ispirazione dalla loro funzionalità. Un altro noto nome di collezionista di oggetti anonimi è Franco Clivio, designer e insegnante, in particolare alla Hochschule für Gestaltung di Zurigo. Egli ha raccolto per decenni tutti quegli oggetti di uso quotidiano spesso considerati insignificanti e ha creato una collezione personale […]

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Culturalmente

Attrici italiane: da Eleonora Duse a Monica Bellucci

Le attrici italiane sono tante e, soprattutto quelle del passato, hanno lasciato un’eredità importante che percorre due direzioni differenti: una riguarda l’elaborazione di elementi recitativi precorritori connotati dal genere, mentre l’altra la capacità di intrattenere il pubblico. Sicuramente ogni attrice possiede in sé l’arte di piacere, data dalla commistione di diversi elementi tra i quali, la bravura, la spontaneità, la propensione alla recitazione, l’interpretazione. Le prime attrici di fama, da Carlotta Marchionni ad Eleonora Duse Le attrici italiane che hanno fatto la storia del Paese sono tante, a partire dal Settecento con Carlotta Marchionni. Ella inaugurò il paradigma dell’attrice moderna, con tutte le caratteristiche umane e psicologiche collegate alla recitazione e quindi all’interpretazione. Ma le menzioni si arricchiscono con Giacinta Pezzana nell’Ottocento, esponente del tardo Romanticismo, considerata l’attrice più propensa e vicina all’emancipazione, fortemente impegnata anche nel sociale e con una ricca carriera. Infine come non citare, tra le attrici italiane del passato che hanno fortemente condizionato il mondo dello spettacolo attuale, Eleonora Duse, figura innovativa di attrice-artista, da molti considerata piuttosto controversa e ricca di sfumature diverse. Ricordiamo che il mondo dello spettacolo, il cinema e il teatro, hanno subito nel corso del tempo, dei notevoli sviluppi, a passo con il progresso tecnologico e collegabili al forte impatto di tipo psicologico, sociale e culturale che un’attrice può avere sul pubblico. Oggi chi recita è consapevole dell’aurea e delle responsabilità che riversa in un certo modo, sullo spettatore. Le interpretazioni sono ricche di pathos, di sentimento, e talvolta toccano temi importanti. C’è da dire che sicuramente il ruolo della donna-attrice è mutato nel tempo, anche grazie agli effetti dell’emancipazione femminile, che ha permesso di interpretare ruoli diversi da quelli canonici di figlia, moglie o sorella sempre “sottomessi” o “nascosti” dietro ad una figura maschile. I canoni artistici e la bellezza delle attrici italiane del passato Tra le attrici italiane più conosciute abbiamo Sophia Loren, Gina Lollobrigida e Virna Lisi, che risultano essere le più menzionate sia sul web che nell’ambito di classifiche o interviste; meravigliose donne del passato che ancora oggi portano alla mente, grazie alle vecchie pellicole, ricordi di un mondo lontano, semplice e puro, senza troppi fronzoli. Sophia Loren rispecchia una filosofia definibile pragmatica, di tipo neorealista, che va al di là di ogni bellezza estetica, per approdare alla tradizione vera e propria, cruda nei suoi dettagli più veri. Gina Lollobrigida è ricordata come la “bersagliera” in Pane, Amore e Fantasia. Vincitrice di numerosi premi, tra i quali il Golden Globe nel 1961 con il film Torna a Settembre. La “Lollo”, così come oggi è giocosamente chiamata, ha attraversato ogni arte e in ognuna di esse ha lasciato il segno. Ecco perché, quando si parla di lei, non c’è gossip che tenga: ciò che veramente conta è la sua grandezza immensa. In questa sede è impossibile non citare anche la grande Anna Magnani, definita da Totò “donna di cappa e spada”: una donna di grande forza, che amava improvvisare. Tra le sue caratteristiche principali la voracità e l’autoironia […]

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Culturalmente

Teoria degli universi paralleli, scienza o metafisica?

La teoria degli universi paralleli indica in fisica teorica l’ipotesi postulante l’esistenza di universi coesistenti fuori dal nostro spazio-tempo. Nella realtà scientifica, così come in quella filosofica, letteraria e cinematografica, da oltre un secolo viene dibattuto e analizzato l’argomento “universi paralleli”. Una teoria che desta fascino e perplessità, trovando ora riscontro scientifico-matematico, seppur a livello esclusivamente teorico, ora imbattendosi nelle critiche dei fisici, che collocano tale complessa teoria nella scienza di confine. La teoria del Multiverso Il termine “Multiverso” – coniato nel 1895 dallo scrittore e psicologo americano William James – indica in fisica teorica l’ipotesi postulante l’esistenza di universi coesistenti fuori dal nostro spazio-tempo, denominati anche dimensioni parallele. Nel mondo della meccanica quantistica esiste un universo in cui questo articolo viene steso, pubblicato e letto e contemporaneamente un altro universo in cui l’articolista in questione non è impegnata in tale attività. In base alla teoria del multiverso esisterebbe una pluralità di universi paralleli, tanto che ogni decisione presa nel presente mondo ne creerebbe di nuove, aprendo nuovi universi. Il tutto potrebbe apparire come fantascientifico, ma da decenni ormai ci sono fisici impegnati a calcolare ed analizzare le ipotesi atte ad avallare tale straordinaria tesi. La teoria degli universi paralleli. Hugh Everett III e l’interpretazione a molti mondi Il concetto di multiverso fu proposto per la prima volta in modo rigoroso dal fisico statunitense Hugh Everett III nel 1957 tramite l’“interpretazione a molti mondi” della meccanica quantistica, nella sua tesi di dottorato The Many-Worlds Interpretation of Quantum Mechanics, abbreviata in “MWI”. Secondo Everett, ogni misura quantistica porta alla divisione di un universo in tanti universi paralleli quanti sono i possibili risultati dell’operazione di misura. Dalle sue formulazioni emerge la concezione secondo cui gli universi all’interno del multiverso sono strutturalmente identici, possedendo le medesime leggi fisiche pur potendo esistere in stati diversi, differenziandosi per ciò che succede al loro interno: ad esempio, una persona potrebbe subire un incidente e morire in questo universo, ma non in un altro. Gli universi paralleli sarebbero inoltre non comunicanti, anche se potenzialmente potrebbero esercitare un’azione reciproca. Quando Everett introdusse la teoria dei molti mondi venne inizialmente derisa, riuscendo a pubblicarla a fatica. Negli anni però le sue spiegazioni di alcuni strani fenomeni del mondo subatomico, come la capacità delle particelle di coesistere in luoghi diversi, hanno sempre più incuriosito e affascinato i fisici. Partendo dalle sue intuizioni, il fisico quantistico teorico Howard Wiseman dimostra che proprio dall’interazione tra mondi, in particolare repulsiva, nascerebbero i fenomeni quantistici. Il fisico britannico David Deutsch aggiunge inoltre che nel multiverso ogni volta che si opera una scelta si realizzano anche le altre, in quanto i nostri doppi negli universi paralleli le effettuano tutte. Anche il cosmologo svedese Max Tegmark avalla la teoria di Everett: «Le dimensioni del Multiverso sono così smisurate che hanno come conseguenza che da qualche parte esistono altri esseri uguali a noi, ma non rischiamo di incontrarli. La distanza che dovremmo percorrere è così grande che il numero di chilometri ha più cifre di quante sono […]

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Culturalmente

Designer italiani: in che modo le idee diventano realtà

I designer italiani sono tanti, famosi e meno famosi, e ovviamente citarli tutti sarebbe impossibile. Da Achille Castiglioni ad Antonio Citterio, da Fabio Novembre a Bruno Munari, da Enzo Mari a Mario Bellini, questi sono solo alcuni dei nomi dei designer italiani più famosi e meglio conosciuti. Chi sono i designer e cosa fanno? Possiamo sicuramente dire che un designer rappresenta un intermediario tra l’immagine di ciò che si vuole realizzare e la concretezza. Ovviamente per svolgere tale professione occorre una buona formazione ma anche una serie di conoscenze in ambito sociale, strutturale, architettonico ed artistico. I designer sono dei veri e propri “creatori di idee” che realizzano, in modo concreto, qualcosa di astratto. L’identità dei designer italiani L’identità propria dei designer italiani ha una origine differente rispetto alle altre. In Italia, l’ambito del design ha molte caratteristiche vicine alle correnti artistiche sviluppatesi agli inizi del Novecento, che hanno poi influenzato la storia successiva, modificando il settore. Storicamente, grazie al Futurismo, designer quali Giacomo Balla, Fortunato Depero, Enrico Pranpolini ebbero modo di progettare degli spazi espositivi, libri e manifesti, volti a ricostruire l’universo, rallegrandolo, secondo i principi propri del Manifesto della Ricostruzione futurista dell’universopubblicato l’11 marzo 1915. Sicuramente, è chiaro sin da subito che in questo ambito diventa molto importante l’aspetto grafico, incline ad una maggiore cura del carattere esteriore e pittorico. Possiamo affermare che i designer italiani nacquero in un periodo ricco di pulsioni, espressioni, influenze culturali, artistiche, intellettuali; tale “rivoluzione” culturale, propria del Novecento, affondava le radici in un ambito storico che propinava forme antropomorfe, essenziali, pulite. In questo contesto s’inseriscono Baldessarri e Nizzoli, i quali svilupparono progetti ed allestimenti nuovi, in un certo senso “moderni”. Il Design come elemento di comunicazione I designer italiani finora citati sono solo alcuni dei più famosi; tra gli altri, è impossibile non menzionare Ettore Sottsass, considerato come il promotore del design volto alla critica sociale e quindi in un certo senso alla comunicazione. Sottsass, fotografo, architetto e designer, riuscì a trasformare i grandi e asettici macchinari elettronici del tempo, utilizzati in ufficio, in oggetti belli da vedere e soprattutto “pezzi” che sapessero comunicare qualcosa, dalla critica alla gioia, dalla denuncia sociale ai canoni di bellezza. Con il trascorrere del tempo, in Italia il design è diventato l’originale modello di “cultura”, che aiuta a reinterpretare l’evoluzione del Paese, a partire dalla zona di sviluppo, la Lombardia, analizzandone le varie componenti che ancora oggi esistono. Sicuramente, i designer italiani di oggi sono molto più consapevoli, e programmatici, rispetto al passato e ciò avviene in riferimento ai mutamenti del mercato in cui si trovano ad operare ma anche alla rivoluzione culturale, artistica e intellettuale, avvenuta in questi anni. L’idea di design è mutata nel tempo, come il significato stesso del termine e dell’operato dei designer. Oggi si può andare oltre l’immaginazione anche grazie ai progressi della tecnologia e ogni designer riesce a far parlare uno o più prodotti, con la visualizzazione delle funzioni che esso rivestirà e attraverso un progetto concreto, che gradualmente prenderà forma. […]

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