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Eroica Fenice

La Tag: notizie curiose contiene 114 articoli

Riflessioni culturali

Lingua napoletana: 6 imperdibili curiosità

La lingua napoletana, riconosciuta idioma dall’UNESCO, affascina da sempre filologi e studiosi, per la perfetta commistione tra suono e significato. La lingua napoletana è l’identità di Napoli e degli abitanti della città. Ma al contempo, rappresenta un incommensurabile patrimonio che si arricchisce di sfumature e soprattutto di curiosità differenti e al contempo utili. La lingua napoletana: curiosità Tra le prime curiosità, ricordiamo che il napoletano, così come l’italiano, deriva dal latino e dal greco. Le parole che compongono la lingua napoletana, hanno un legame profondo con il latino medievale. Proprio questa identità storica così importante, rimanda alla seconda curiosità sulla lingua napoletana, ossia, una notizia che rende orgogliosi: l’Università di Buenos Aires ha inserito nel proprio corso di studi, uno che si basa proprio sulla conoscenza del napoletano come lingua. Tutto ciò inteso come possibilità per gli studenti argentini di conoscere un idioma il cui lessico è molto simile allo spagnolo. La lingua napoletana, ha subito molteplici influenze, mantenendo però la propria forma originaria, la propria identità. Col trascorrere degli anni, la lingua napoletana è diventata principale componente, protagonista di opere artistiche, come le più famose canzoni di Murolo, Pavarotti, Ranieri, Villa. Canzoni, ancora oggi cantate in tutto il mondo e che insegnano quanto una lingua possa in realtà oltrepassare i confini, con semplicità, arrivando dritta al cuore. Sempre dal punto di vista prettamente linguistico, un’altra curiosità riguarda l’aspetto fonetico della lingua napoletana. Infatti, sembrerebbe esserci un accostamento con la fonetica tedesca. Il fenomeno potrebbe risalire all’influsso della breve denominazione austriaca dal 1707 al 1733. Si tratta della consonante – S che posizionata prima di determinate consonanti assume la pronuncia di sch. La quarta curiosità riguardante la lingua napoletana è l’esistenza di alcune parole intraducibili, ossia delle locuzioni ideologiche, dei proverbi o modi di dire di uso comune, appartenenti alla tradizione profondamente radicate nell’identità storica di una comunità. Tra queste, “intalliarsi”, che non ha una vera e propria definizione, ma significa perdere tempo, non fare ciò che si dovrebbe. Un’altra simpatica curiosità, che però fa riflettere molto, è quanto affermato in un’intervista dell’agosto del 2019, a Napoli, dalla diplomatica Mary Ellen Countryman, console degli Stati Uniti: «Il napoletano mi piace perché sembra che ti dia la possibilità di esprimere intere situazioni in pochissime parole. È molto sintetica. Ma l’elemento che mi attrae di più è la musicalità, resa famosa in tutto il mondo dalle canzoni».  Ricordiamo come ultima curiosità che l’Accademia della Crusca, dopo aver attentamente selezionato i termini chiave della lingua napoletana, ha preso in esame la redazione di un vocabolario, attualmente in commercio, e consultabile da tutti. Ciò a dimostrazione che la lingua dei napoletani, il dialetto, è qualcosa che non smette di affascinare ed incuriosire, e soprattutto è in costante aggiornamento. Immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/vectors/uomo-cerca-parole-libro-black-29749/

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Notizie curiose

Cosa fare quando ci si annoia? Alcuni consigli per allontanare la noia

Cosa fare per combattere la noia? Scoprilo, leggendo qui! Nella quotidianità può capitare di annoiarsi: frequentemente capita di provare noia e di non sapere cosa fare; naturalmente esistono diversi rimedi, o meglio attività, da intraprendere, proprio quando ci si annoia. Le cose da fare, si differenziano in base alla categoria di attività con le quali si ha più affinità, strettamente collegate alla personalità di chi le sceglie o svolge. Una tra queste potrebbe essere la musica, oppure l’arte, o ancora il bricolage. Insomma, una serie di possibilità che consentono di impiegare il proprio tempo libero senza annoiarsi. Uno dei consigli più semplici e spesso considerati quasi banale, è quello di leggere un bel libro, magari una storia coinvolgente, un romanzo d’amore o un giallo, che sappia appassionare e coinvolgere al tempo stesso. Se si sceglie di leggere come attività “anti-noia”, è molto importante trovare un ambiente confortevole e accompagnare la lettura con una tisana calda o qualche pasticcino, che contribuiranno a rendere speciale quel momento. Dunque, un libro è un buon alleato quando ci si annoia, ma non a tutti piace leggere, e infatti, esistono altre attività, diverse tra loro, da svolgere, per impiegare il proprio tempo. Un’altra simpatica attività, potrebbe essere il giardinaggio, anche in questo caso, se la persona che decide di svolgerlo, ha una forte passione per il verde. Trascorrere del tempo all’aria aperta, a contatto con la natura, permetterà di rigenerare la mente e caricarsi di energia positiva. In tal senso, un’altra cosa da fare, potrebbe essere una passeggiata, magari ascoltando della buona musica, osservando e fotografando ciò che quotidianamente, a causa degli impegni che attanagliano, sfugge all’attenzione, nutrendosi di nuovi particolari e sfumature paesaggistiche, culturali, ambientali. Dal punto di vista psicologico, la noia è uno stato d’animo, che prova una persona che vorrebbe fare qualcosa, ma è bloccata in una sorta di stallo emotivo. Spesso ci si annoia a causa dei vari impegni di routine, che creano un circolo vizioso, ovviamente di natura passiva, che irrimediabilmente conduce ad uno stato di noia. Tra le varie attività, alcune molto semplici e simpatiche, si sconsiglia l’uso di internet, in quanto, esso è parte integrante della vita di tutti i giorni, e dunque, utilizzarlo per riempire anche i cosiddetti momenti “vuoti”, non rappresenta una vera e propria distrazione. Leggere, scrivere (magari un diario segreto o un romanzo) suonare, fotografare, cucinare, dipingere, riordinare, dedicarsi alla cura del corpo, telefonare, meditare, studiare, fare sport, sono tutte potenziali attività da scegliere qualora ci si annoiasse. Qualsiasi di essa si scelga (questa è solo una breve lista) bisogna sempre ricordare che annoiarsi è un modo per sviluppare l’immaginazione, ma è anche un motivo in più per capire cosa fare nella vita e come sfruttare il proprio tempo. Magari, tra le tantissime attività da fare quando ci si annoia, una di esse, potrebbe col tempo diventare una passione o anche una professione. Immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/photos/pioggia-bambini-triste-annoiato-20242/

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Cucina e Salute

Dolori premestruali: cosa sono e come alleviarli

Sono sempre più numerose le donne che soffrono di dolori premestruali, fastidiosi disturbi che condizionano fortemente il normale svolgimento delle attività quotidiane, arrecando malessere generale e forte irritabilità. In Italia, le diverse ricerche effettuate in questo ambito, dimostrano che esistono una serie di sintomi comuni alle diverse donne, e che caratterizzano la fase che precede il normale ciclo mestruale, variando in base a diversi fattori. Qual è la causa dei dolori premestruali? I dolori che caratterizzano la fase premestruale, sono legati ad una o più cause delle quali non si conosce con precisione l’identità, o il meccanismo che li provoca. Sicuramente, diversi fattori agiscono in sinergia, causando la comparsa dei sintomi, piuttosto fastidiosi. Uno dei fattori scatenanti più conosciuto è la carenza di magnesio, che genera mal di testa, crampi muscolari anche e dolori intensi all’inguine. Tale carenza è correlata ad un incremento di ormoni, come l’aldosterone, che regola i quantitativi dei sali minerali presenti nel nostro corpo. Sbalzi di umore, improvvisa voglia di cibo, che sia dolce o salato, stanchezza, forte irritabilità, tensione mammaria, gonfiore addominale, insonnia, modifiche dell’appetito, nervosismo, emicrania, acne diffuso, dolori muscolari, sono solo alcuni dei sintomi premestruali; naturalmente solo alcuni di essi, tendono a sparire una volta sopraggiunto il normale ciclo, per poi presentarsi nuovamente, il mese successivo. I dolori premestruali si presentano solitamente cinque o dieci giorni prima del ciclo, e in alcune donne, può succedere che i primi sintomi si manifestino durante il primo giorno di ovulazione, circa il quattordicesimo e che durino fino al ciclo vero e proprio. Come curare o alleviare i dolori premestruali Naturalmente, appartenendo ad una vero e proprio ambito scientifico, i dolori premestruali, si possono curare o quantomeno alleviare, qualora non fossero particolarmente intensi, con rimedi naturali o farmaci. Gli integratori e la vitamina B6, si sono dimostrati molto efficaci per regolare l’attività ormonale e per rinforzare il sistema immunitario e dare sollievo in caso di dolori molto forti. Per quanto concerne i metodi naturali, invece, si può far ricorso alla camomilla, a tisane calde a base di zenzero, tarassaco e verbena, ottimi alleati in particolar modo per quello sgradevole senso di gonfiore che lamentano le donne durante la fase che precede il ciclo mestruale e che coincide con la comparsa dei primi dolori. In questo caso, può essere utile anche una dieta, rigorosamente a base di cereali, frutta e fibre. Ricordiamo in ogni caso, che il dolore è uno dei sintomi cardine della sindrome premestruale, così come del ciclo stesso. Esso Si manifesta in forma “lieve”, con crampi localizzati nella zona del basso ventre, e in forma “intensa”, soprattutto durante i giorni che precedono il ciclo, con forte mal di testa, mal di schiena, dolore alle gambe e alla pancia, stanchezza. I disturbi, oltre ai dolori, riguardano anche la cosiddetta sfera emotiva. I dolori premestruali non vanno assolutamente sottovalutati, infatti a tal proposito, alcune donne, sono solite redigere un vero e proprio “diario”, sul quale annotano tutto ciò che caratterizza quei giorni. Difatti, sono i medici stessi, […]

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Culturalmente

Dea con la cornucopia: Opi e Abbondanza

Dea con la cornucopia: tra Opi e Abbondanza. A una prima ricerca, alla voce “Dea con la cornucopia” viene associata Opi. Con ricerche più approfondite scopriamo poi che Abbondanza è la divinità custode della cornucopia con cui distribuiva beni di vario tipo. Le due dee vengono spesso confuse: approfondiamo allora le loro caratteristiche e scopriamone le differenze. Abbondanza: la dea custode della cornucopia La storia dell’origine della cornucopia è comune nella mitologia greca e romana: Giove strappò il corno alla Capra Amaltea, lo affidò poi ad Abbondanza, promettendo che da questo sarebbe uscito tutto ciò che poteva desiderarsi. Abbondanza, dal latino Abundantia, è nella mitologia romana la dea dell’abbondanza, della prosperità  e della fortuna. Con la sua cornucopia, derivata dal corno degli animali da latte, distribuisce cibo, denaro, beni e ricchezze. La dea viene raffigurata con pannocchie di granturco tra le mani o con la cornucopia rovesciata verso il basso. Guglielmo D’Alvernia, vescovo di Parigi, narra della Domina Abundia:  queste “padrone dell’abbondanza” pare entrassero di notte nelle case dove le famiglie preparavano offerte per loro. Le Domina Abundia consumavano i beni che però, miracolosamente, rimanevano intatti. Se erano offerte gradite, alla famiglia erano garantite prosperità e ricchezza. Dea con la cornucopia: Opi, la Madre Terra dea dell’abbondanza agricola OPI ROMANA Nel calendario romano, le Opiconsivia si celebravano il 25 agosto in onore della dea Opi ( o Ops), la Madre Terra, dea della opulenza e personificazione dell’abbondanza agricola. Il suo nome deriva infatti dal termine latino ops, parola che tradotta significa abbondanza, doni. Tuttavia gli autori classici, al nominativo singolare Ops, preferivano Opis che indicava invece il lavoro, in particolare quello agricolo. L’attività agricola era infatti dai romani considerata come sacra e i rituali che l’accompagnavano volevano ottenere il favore, oltre che di Ops, di divinità come Conso, (Dio del seme, del grano e dei raccolti),  Dis Pater (Dio del sottosuolo) o Pomona (Dea dei frutti). Associata nel culto a Saturno e all’antico dio Conso, la dea Opi viene infatti chiamata anche Consiva: morto e risolto, il dio si sarebbe unito a lei (forse facendola sua sposa). Furono dedicati alla dea Opi due santuari: uno sul Campidoglio e l’altro nel Foro. Nella Reggia, all’interno del Foro, vi era una cappella, la sacrarium Opis, a cui l’accesso era consentito alle sole vestali e al Pontefice Massimo. Secondo Festo, durante i riti veniva utilizzato un particolare tipo di vaso, custodito nella cappella. Non si sa con certezza come si svolgessero i riti durante le Opiconsiva. Nei campi, invece, ovunque erano sparse le sue are presso cui i contadini lasciavano come offerte i prodotti dei loro campi. Alla sua protezione era affidato anche il grano mietuto e riposto nei granai. Oltre alla celebrazione del 25 agosto, vi erano poi le Opalia, celebrate il 19 dicembre. Secondo Varrone, il culto di Opi è di origine sabina, in quanto introdotto dal re sabino Tito Tazio, quando regnava su Roma al fianco di Romolo. OPI GRECA La mitologia greca associa la Dea Ops a Rea, moglie […]

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Fun e Tech

Come avere una PEC gratis, consigli ed indicazioni

La PEC (posta elettronica certificata) è un servizio utile e soprattutto sempre più diffuso in Italia, per poter comunicare con enti pubblici e pubblica amministrazione; a possederla, non sono esclusivamente professionisti del settore, per far fronte ad obblighi di legge, o prerogative di natura economica, ma sempre più persone comuni. Per le imprese, i liberi professionisti, e le Pubbliche amministrazioni, avere una PEC è obbligatorio per legge, in quanto ogni messaggio inviato con posta certificata, assume un vero e proprio valore legale; caratteristica che ovviamente perderebbe se si inviasse la mail ad una casella di posta normale. Naturalmente, la PEC ha un costo, seppur non esorbitante, che però assicura un servizio eccellente, grazie ad uno strumento che assume il valore di una raccomandata con ricevuta di ritorno, ma esclusivamente se i messaggi vengono scambiati tra due indirizzi PEC e non tra un account email di tipo tradizionale e una PEC. Come ogni servizio, anche la PEC, si può ottenere in forma gratuita; creare un account di posta elettronica certificata gratuita, è possibile solo in alcuni casi e solo per un determinato periodo di tempo (esistono a tal proposito varie promozioni, semestrali o annuali, che permettono di “provare” il servizio). Si può ottenere una PEC gratuita, o attivando LegalMail, che offre una prova di sei mesi, e poi un abbonamento mensile che può variare in base alle proprie esigenze. In questo caso, il costo, qualora si decidesse di creare una casella a pagamento, è pertanto elevato, a causa dei diversi servizi connessi alla mail stessa. Altro sistema è Register.it anch’esso con durata semestrale e un vincolo per quanto riguarda la grandezza e lo spazio della casella, che è di 2 giga. Trascorso il periodo di prova, si potrà attivare la PEC, creandone una personale a pagamento, ad un costo contenuto, inferiore ai 3 euro ai quali bisognerà aggiungere l’IVA. Quelli citati sono i due siti web più sicuri e affidabili per ottenere una PEC che sia gratuita o quantomeno per provarne i benefici, in un tempo limitato, ma non troppo. Naturalmente, qualora si volesse creare una propria casella di posta certificata, o semplicemente provare, sarà necessario verificare che sul proprio dominio sia attivabile; è questa una procedura di verifica da effettuare direttamente sui siti di riferimento. Ricordiamo che la PEC, offre numerosi vantaggi e benefici a chi ne usufruisce, trasparenza e protezione sono le due qualità più apprezzate da chi la utilizza. Il servizio era gratuito fino al 2014, offerto dal Governo, ogni cittadino poteva attivarlo, mediante un apposito sito web istituzionale. Pur avendo un costo, (talvolta eccessivo) è pur vero che è possibile provare il servizio gratuitamente prima di abbonarsi. In realtà, il servizio è simile a quello di una casella di posta normale, anche se grazie ai sistemi e ai protocolli di sicurezza utilizzati, è in grado di garantire la sicurezza del messaggio, attribuendogli un’identità legale.   Immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/illustrations/posta-elettronica-newsletter-3249062/

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Fun e Tech

Come avere WhatsApp nero: consigli e novità

Come avere WhatsApp nero o meglio la dark mode della rinomata chat di messaggistica istantanea, è piuttosto semplice, soprattutto se si possiede un sistema Android o iOS. Chiariamo subito che con la dicitura “WhatsApp nero” si intende la versione notturna dell’applicazione; secondo gli esperti infatti, tale versione alternativa, consentirebbe di utilizzare l’applicazione anche di notte, senza arrecare danni agli occhi e soprattutto evitando di consumare la carica del proprio smartphone. Le ultime novità dell’applicazione però, riguardano solo la versione beta, anche se presto sarà disponibile su tutti i dispositivi. WhatsApp nero, funziona sostanzialmente invertendo i colori, consentendo di utilizzare l’applicazione in bianco e nero e quindi senza colori. Per quanto riguarda il colore delle chat relative alle conversazioni presenti sul proprio cellulare, esse diventeranno grigio scuro, i font diventeranno invece bianchi, mentre i messaggi e gli spazi saranno verde scuro ed intenso, tendente al nero. Una soluzione che permetterà di utilizzare WhatsApp più a lungo, senza inficiare negativamente né sulla batteria del cellulare, né sulla propria vista, inoltre, le diverse ricerche effettuate, dimostrano che tale scelta potrebbe rivelarsi molto efficace, soprattutto perché notevolmente apprezzata dal punto di vista prettamente estetico. La modalità scura di WhatsApp è attualmente disponibile solo all’interno del programma beta, accessibile attraverso la versione 2.20.13. Può avere tale versione, sia chi ha un sistema Android, sia chi invece utilizza IOS; essa sarà accessibile a tutti (o quasi) gli iscritti, ma da quanto si apprende, il numero dei possessori sarà limitato, anche se ampliato periodicamente per consentire a quante più persone di provarla. Attivare WhatsApp nero è facile, sarà sufficiente aprire le impostazioni e selezionare la voce Tema per seleziona una delle opzioni presenti: scura, per attivare la Dark Mode, luminosa, per tornare alla versione standard, o di default per allineare i colori della chat alla Dark Mode attivata o meno sul sistema operativo. Naturalmente, anche per quanto riguarda la versione Web di WhatsApp, la conosciuta ed utilizzata versione desktop della famosa applicazione di messaggistica istantanea, sarà attivabile in modalità “nera”, grazie a pochi semplici passaggi. Sarà però necessario, avere l’ultima versione di Google Chrome o Mozilla Firefox, e un’estensione che funzioni e che permetta al tempo stesso di modificare l’aspetto di WhatsApp Web, in questo caso. Per quanto concerne le ultime indiscrezioni relative a WhatsApp nero, per ora è stato ribadito che il colore predominante potrebbe essere appunto il nero, anche se alcune fonti ufficiali fanno riferimento ad un blu molto scuro, che secondo gli esperti del settore, stancherebbe meno gli occhi, rendendo la lettura dello schermo più facile. Ricordiamo comunque che per ora la versione nera di WhatsApp è ancora provvisoria, tuttavia, la versione ufficiale dovrebbe arrivare nelle prossime settimane, magari dopo aver sistemato alcuni problemi che degli utenti hanno segnalato nella versione beta. Immagine in evidenza: pixabay.com

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Notizie curiose

Plopping: come gestire i capelli ricci

Il plopping è una tecnica molto conosciuta ed è utilizzata per modellare e dominare i capelli ricci, spesso ribelli e ingestibili. Il termine deriva dall’inglese plop e significa letteramente “raccogliere i capelli in un panno”, che può essere un turbante in spugna o un asciugamani in microfibra. Il procedimento prevede che i capelli bagnati subito dopo lo shampoo vengano appunto arrotolati all’interno di un ‘panno’. Questa semplice e “banale” azione è utile in quanto consente di creare ricci morbidi o semplicemente delle onde voluminose, eliminando quel fastidioso effetto “paglia” che spesso affligge chi ha i capelli ricci. Anche se i prodotti per detergere e curare i capelli ricci (shampoo, maschere per capelli, spume, balsamo) sono sempre più numerosi, il problema della definizione del riccio interessa sempre più persone. Sembrerebbe infatti che la tecnica del plopping sia nata proprio per ovviare a questo problema, con un metodo semplice e soprattutto realizzabile da tutti. Plopping, il procedimento passo passo Una volta raccolti capelli tenendo la testa in giù, bisogna aver cura di sistemarli al centro del panno disposto su una superficie orizzontale. Il lembo anteriore del panno va appoggiato dietro la testa, dirigendolo verso la nuca; il lembo posteriore del panno va arrotolato in due estremità che devono essere attorcigliate tra loro dietro la testa per formare un turbante. Per quanto riguarda il cosiddetto“tempo di posa”, il mondo del web, dove sono numerosissimi i video tutorial a tal riguardo, si divide: c’è chi per l’appunto consiglia di tenerlo su tutta la notte; e chi invece sottolinea che il tempo di posa non debba superare i trenta minuti. Indipendentemente da questo, una volta rimosso il “panno”, strumento indispensabile per realizzare il plopping, basterà definire i capelli con le mani, senza aprire le varie ciocche, ma chiudendo ognuna di esse in una sorta di pugno chiuso, per dare una maggiore definizione al riccio; svolta questa semplice azione, si passa all’asciugatura, possibilmente con il diffusore, (applicando prima un buon termoprotettore, che permetterà di non bruciare i capelli con il calore sprigionato dall’asciugacapelli) senza toccare i capelli e asciugandoli  a testa in giù. I capelli ricci non sono facili da gestire, ma il plopping, con una serie di accorgimenti, può donare definizione e morbidezza ai propri capelli.   Immagine in evidenza:  Foto di Karen Arnold da Pixabay

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Culturalmente

Indovinelli con soluzione: gli occhi della Sfinge

Parlando di indovinelli non si può non pensare alle vicende di Edipo e dell’entità mitologica della Sfinge che, con il suo sguardo enigmatico, è in grado di vedere al di là del solo piano concreto delle cose. Formulare indovinelli è tutt’altro che semplice, c’è bisogno di un linguaggio forbito dalla grande componente immaginifica. La caratteristica principale degli indovinelli è infatti data dal linguaggio con cui sono formulati, che ne definisce l’identità. Per formularli, si parte da un oggetto o  da una situazione quotidiana che viene poi traslata in un immaginario metaforico e in seguito restituita all’uditore tramite una formula che possa aiutarlo ad immaginare la soluzione dell’enigma. Dal canto suo, l’ascoltatore deve essere in grado di riportare l’oggetto dell’indovinello su un piano concreto. Un’altra caratteristica fondamentale per gli indovinelli è che la loro soluzione deve essere univoca. Gli indovinelli con soluzione complessa, infatti, possono generare confusione e, per evitare di incorrere in tale contraddizione, è necessario che essi ruotino intorno un unico nodo. Se non formulato correttamente, la soluzione potrebbe risultare chiara esclusivamente a chi ha pensato l’indovinello.  Indovinelli con soluzione: dieci indovinelli scelti per voi I Chi ha una voce, si trasforma in quadrupede, bipede e tripede? [L’uomo che nell’alba della sua vita gattona, a mezzodì cammina eretto e al tramonto si trascina col bastone] II Teneva davanti a sé i buoi, arava bianchi prati, aveva un bianco aratro e un nero seme seminava; di cosa si parla? [Delle dita della mano, delle pagine bianche di un libro della penna d’oca, con cui si era soliti scrivere, e l’inchiostro, con cui si scrivono le parole] III Sparisco al minimo rumore, chi sono? [Il silenzio] IV Vengo per primo e vado per ultimo, non mi senti arrivare, e ci sono anche se non puoi vedermi; chi sono? [Il buio] V Non ha coperchio, chiave o lucchetto, eppure è uno scrigno che cela una sfera dorata. [L’uovo e il tuorlo] VI Nella mia bocca c’e un solo dentino che non è mai fermo, ma quando poi canto non c’è nessuno che non mi sente, cosa sono? [La campana col batacchio] VII Ha le radici invisibili e sta più in alto degli alberi, ha la testa nascosta fra i nembi e mai tuttavia crescerà. [La montagna] VIII Non ha voce e grida, non ha ali e vola, non ha denti e morde, non ha bocca e fa versi; cos’è? [Il vento] IX Trenta cavalli bianchi su di una rossa collina, ora battono e mordono, ora son fermi. [I denti] X Vive senza respiro ed è freddo come la morte, beve e non ha sete, veste di maglia che non tintinna; cos’è? [Il pesce]   Fonte immagine: https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Sphinxes?uselang=it#/media/File:White_Sphinx.png  

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Culturalmente

Successione di Fibonacci: la bellezza aurea dei numeri

La successione di Fibonacci è un modello lineare ed omogeneo, di notevole importanza, introdotto da Leonardo Pisano, un famoso matematico italiano. Egli visse gran parte della propria vita ad Algeri, dove appese i principi dell’algebra dai maestri arabi. Viaggiò molto è proprio grazie ai tanti spostamenti, in Siria, Egitto, Grecia, ebbe modo di conoscere i più grandi ed importanti matematici musulmani. La successione di Fibonacci nacque da un problema concreto, proposto dall’Imperatore Federico II di Svevia a Pisa nel 1223 durante un torneo di matematici. L’interrogativo era il seguente: quante coppie di conigli si ottengono in un anno, salvo i casi di morte, supponendo che ogni coppia dia alla luce un’altra coppia ogni mese e che le coppie più giovani siano in grado di riprodursi già al secondo mese di vita?! Fibonacci fu il primo a rispondere al test, con una velocità tale da sorprendere tutti e suscitando qualche interrogativo. La risposta è: 1,1,2,3,5,8,13,21,34,55,89,144,233,377… Ogni numero della successione si ottiene prendendo la somma dei due che lo precedono, con l’esclusione dei primi due. Tuttavia, seppur la spiegazione piuttosto “semplice”, una delle caratteristica principale dei numeri, è che la successione in realtà non si coglie subito. Uno più uno, dà come risultato due, uno più due, dà tre, due più tre, dà cinque e via discorrendo. La successione di Fiboancci è menzionata nel dodicesimo capitolo del Liber Abaci, un ampio trattato di aritmetica, pubblicato nel 1202, all’interno del quale, non solo si studiano le proprietà delle quattro operazioni, ma anche le caratteristiche di numeri definiti particolari, come i numeri perfetti o i numeri primi. Il trattato fu di fondamentale importanza per la conoscenza e lo sviluppo della matematica nella cultura occidentale. La famosa successione, da sempre ha attirato l’attenzione di molte persone, poiché studiandola ed analizzandola, si trovano numerose corrispondenze con la natura, tanto da essere soprannominata anche ‘successione divina’. Ciò che sorprende, è l’esistenza di un legame tra la natura e i numeri di Fibonacci che ben si accostano tra loro. Una sorta di geometria sottostante nell’evoluzione degli esseri umani, data dai numeri. Le increspature di uno stagno, oppure il numero di dita alle estremità degli arti, sono tutti fattori collegati alla successione. Inoltre, ogni margherita ha 5 petali, 8 o 13 spirali ha invece una pigna, 8,13 o 21, sono le file parallele di punte su un ananas (questo è uno degli esempi più celebri di filotassi, ossia la disposizione delle foglie nel gambo di piante e fiori). I numeri di Fibonacci sono presenti anche nel numero di infiorescenze di ortaggi come ad esempio, il broccolo romanesco. Oltre alla fillotassi e alla natura, la successione di Fibonacci, ha assunto nel corso del tempo, particolare importanza anche dal punto di vista artistico, infatti, a tal proposito, secondo Pietro Armienti, docente dell’Università di Pisa, le geometrie presenti sulla facciata della chiesa di San Nicola a Pisa, potrebbero essere un chiaro riferimento alla successione del matematico. Oltre a ciò, è da sottolineare anche l’esempio di alcune installazioni luminose, sia a Barcellona, sia a Napoli: nella città partenopea,  in particolare […]

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Culturalmente

Scultori famosi: un viaggio da Michelangelo a Canova

Gli scultori nel tempo hanno manifestato uno spiccato senso visivo, creando quelle che conosciamo come opere d’arte, con materiali quali: legno, metallo, argilla, pietra. Nel corso dei secoli, ogni scultore si è distinto per personalità, bravura, e soprattutto per la bellezza che scaturisce ancora oggi da tante opere. Per quanto riguarda la tradizione scultorea occidentale, essa ebbe inizio nell’Antica Grecia, soprattutto durante il periodo Classico. Ovviamente, nel corso dei secoli, i metodi scultorei sono mutati, arricchendosi di nuovi elementi, basati su nuove tendenze o linee di espressione. Tra gli scultori universalmente riconosciuti, una menzione di merito spetta sicuramente a Michelangelo Buonarroti. Considerato un genio artistico per eccellezna, fu uno scultore, pittore e architetto tra i più apprezzati, conosciuto soprattutto per “Il David” e “La Pietà”. Secondo Buonarroti, la scultura era già presente nel blocco di , il compito dello scultore era appunto quello di farla emergere, liberandola dal materiale in eccesso. Secondo questa teoria, il lavoro dello scultore, si traduce in due fasi, quella nella quale tramuta l’immagine che ha concepito mentalmente in un piccolo mondo e poi quella in cui trasferisce la forma nella pietra, fino a darle vita. Tutto ciò, secondo un canone che non si distaccasse mai troppo dalla realtà, dalla linearità e dalla classicità. Rientra in questa prospettiva “Il David”, una scultura in marmo, che rappresenta un giovane in postura fiera è concentrata sul gesto bellico contro il gigante Golia. L’aspetto è quello dell’eroe classico e infatti è scolpito nudo e muscoloso. “Il David”, col suo atteggiamento fiero e forte al tempo stesso, così realistico, diventò ben presto il simbolo di Firenze. Gli arti della scultura sembrano flettersi e distendersi in una configurazione posturale tipica della Grecia classica. Per questa scultura Michelangelo utilizzò un unico blocco di marmo. Un altro nome che figura tra gli scultori famosi, è Donatello, considerato il padre della scultura rinascimentale, abile con pietra, bronzo, marmo, stucco e argilla, dominando però anche il genere del bassorilievo. Famoso il suo “David”, ma anche “Giuditta e Oloferne”. Per quanto riguarda “Il David“, il personaggio è un giovane re e pastore che divenne il simbolo delle virtù civiche della Repubblica di Firenze.  Donatello fu un grande amico di Filippo Brunelleschi, col quale ideò di nuovi stili e linguaggi artistici. Non smise mai di sperimentare e seppe rinunciare in alcune sue composizioni alla perfezione dell’arte classica per creare delle immagini realistiche, quasi brutali nella loro essenza. Ovviamente, in questa prospettiva, è bene precisare, che l’antico non rappresentò mai un modello assoluto per gli scultori finora menzionati, bensì una strada maestra da seguire. Tra gli scultori famosi, va ricordato Antonio Canova, artista neoclassico ed esponente di una concezione dell’arte dalla valenza universale. Lo sculture di Canova è molto apprezzata, soprattutto per “Amore e Psiche”, di cui realizzò due versioni. L’opera si rifà al racconto contenuto nell’Asinus aureus di Apuleio. La maestosa scultura ha rappresentato un vero e proprio esempio nel corso degli anni, per diversi artisti, specie durante il periodo neoclassico. La bellezza dei due soggetti rappresentati, appare come se fosse […]

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