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Eroica Fenice

La Tag: recensione libri contiene 41 articoli

Libri

I love Napoli: Storie insolite e luoghi magici

Con il libro I love Napoli: Storie insolite e luoghi magici la talentuosa scrittrice Agnese Palumbo ci conduce nei meandri di Napoli, guardando la città con occhi diversi. Il libro I love Napoli è stato presentato dall’ autrice presso La Feltrinelli Point di Pomigliano D’ Arco il 12 Dicembre 2018. Un’ accogliente sala della Feltrinelli Point è in trepidazione per l’ inizio della presentazione del libro I love Napoli: Storie insolite e luoghi magici. Il colore rosso delle sedie della sala è come il cuore pulsante di amore delle persone che amano la città di Napoli. I love Napoli: Storie insolite e luoghi magici – Trama Si scende tra i vicoli, si sale ai quartieri, la gente canta, con pochi euro pranzi e se sei fortunato arrivi fino al mare. Le mura greche e le Madonne barocche, pezzi di templi incastonati e sacerdotesse nascoste a San Gregorio Armeno. Chiunque giunga a Napoli, trova quello che cerca, ‘o sole mio potente che s’ infrange sul giallo tufo, il filo d’olio che impregna le freselle, il vociare dei venditori ambulanti. Da San Martino, da Posillipo, dalle terrazze di Castel dell’Ovo, una città che cambia faccia e cambia bellezza: morbida, colorata e malinconica, il libro I love Napoli: Storie insolite e luoghi magici è il desiderio di andare oltre, non solo di guardare la bellezza del mare e del Vesuvio, ma guardare Napoli da un punto di vista del tutto diverso. I love Napoli : Storie insolite e luoghi magici – Intervista all’autrice  Cosa intendi dire quando affermi: “Questa città non è un luogo comune?” La scrittrice Agnese Palumbo risponde con un sorriso dicendo: “Ho giocato sul doppio senso di questa frase. La città di Napoli è una cartolina tutti la immaginano cosi’, in realtà per andare al di là del luogo comune Napoli non è solo una città bella da visitare, ma è soprattutto una città che coinvolge le persone che la visitano ricordo una coppia di milanesi che hanno subito una metamorfosi arrivano in città rigidi, passeggiando per le vie della città vengono ammaliati dalla magia e dalla napoletaneità.” Perché il ciuccio è simbolo del calcio napoletano? Il ciuccio ha un suo significato estremamente simbolico ed interessante originariamente era un cavallo simbolo di Napoli un cavallo rampante indomito che dava la sensazione di una libertà ingestibile il primo sovrano fu Corrado di Svevia che ad un certo punto mise le redini al cavallo perché lui stava imbrigliando Napoli. Il simbolo della città rimase il cavallo, perché Napoli è uno spirito libero come lo è l’anima del cavallo. Quando il Calcio Napoli decise quale identità dovesse avere il giorno della sua Fondazione nel 1926 scelsero come simbolo questo cavallo. Col passare del tempo il Napoli non vinceva partite e quindi le persone napoletane mormorando lo fecero divenire un ciuccio e nel paradosso ironico anche il ciuccio ha una grande valenza. Perché Napoli é definita la città del Sole? La sua indole straordinaria che vanta un clima straordinario, ha plasmato antropologicamente la natura dei napoletani […]

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Libri

Nestor Burma e il mostro di Léo Malet per Fazi Editore (Recensione)

Le avventure del sarcastico e politicamente scorretto investigatore privato Nestor Burma, nato dalla penna del maestro del noir Léo Malet, tornano in libreria con una delle ultime uscite Fazi Editore. In Nestor Burma e il mostro (prima edizione 1945), il caldo di agosto vede il celebre investigatore e la sua Agenzia Fiat Lux a corto di casi e alle prese con la spietata concorrenza di un giovane giornalista, che cerca di soffiargli gli incarichi per guadagnarsi il titolo di “detective che ha messo k.o. il mistero” e, con esso, le prime pagine dei giornali. Un affronto decisamente troppo grave per l’astuto investigatore che, impigrito dal caldo e dall’assenza di casi da seguire, viene coinvolto da un giovane amico, Jacques Bressol, quindicenne strillone di professione, nelle morti apparentemente accidentali, ma fin troppo ravvicinate per trattarsi di una coincidenza, di due ragazzini che lavoravano con lui. Bressol sembra infatti convinto, sebbene non possa dimostrarlo, che le due morti non solo non siano accidentali come sembrano, ma anche da attribuirsi ad una gang rivale. La bizzarra coincidenza che vede morire nel giro di poco due ragazzini in perfetta salute non passa inosservata all’investigatore, che inizierà ad indagare, parallelamente alla polizia francese, sul caso dei due ragazzini, fino alla drammatica scoperta che dietro la morte di uno dei due c’è avvelenamento da arsenico, nascosto nei cioccolatini che il ragazzino sembra aver ricevuto in regalo dal padre, Frédéric Tanneur, un tassista col vizio dell’alcool e del gioco, una labile memoria e una pessima fama. Il colpevole ideale per un delitto efferato e apparentemente inspiegabile. Nestor Burma e il mostro: riuscirà l’investigatore a mettere k.o. il mistero? Se tutti gli indizi sembrano convergere sul padre del ragazzino e di questo sembra esser fermamente convinta la polizia francese, che ufficialmente segue il caso, Nestor Burma, un po’ per spirito di contraddizione e un po’ per reale convinzione dell’innocenza dell’uomo, cerca altre strade, altre spiegazioni, senza il timore di indagare nelle torbide frequentazioni del tassista e, soprattutto, senza il timore di pestare i piedi ai malavitosi sui quali getterà luce nelle sue indagini. Coraggio che rasenta la spavalderia e l’incoscienza e che darà a questo noir i toni di un vero e proprio thriller. Tra continue rivelazioni e colpi di scena, gli immancabili flirt di Burma, con la sua innata e spiccata predilezione per le belle donne -unico e vero punto debole dell’investigatore- e travolgenti scene di pura azione, il lettore vedrà Nestor Burma, alla ricerca della verità e del vanto di aver messo k.o. il mistero, destreggiarsi abilmente, dando prova di scaltrezza e furbizia, oltre che di coraggio, tra loschi individui e pericolosi ed impalpabili mostri, che agiscono nell’ombra e colpiscono alla cieca, senza lasciar traccia di sé.

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Madonna col cappotto di pelliccia di Sabahattin Ali (Recensione)

Madonna col cappotto di pelliccia, in uscita il 10 Gennaio per la casa editrice Fazi Editore, può essere definito “il romanzo dimenticato di Sabahattin Ali“. Pubblicato per la prima volta negli anni ’40, è stato a lungo relegato nell’oblio e solo nel nuovo millennio è tornato alla ribalta grazie alla predilezione che gli hanno riservato i giovani che occupavano Gezi Park nel 2013. Il romanzo, ristampato in milioni di copie, da allora è divenuto un oggetto di culto non solo in Turchia ma in moltissimi altri Paesi sia occidentali che orientali,acclamato dalla critica e dal pubblico. La forza di questo romanzo, apparentemente romantico e politicamente disimpegnato, sta non solo nella scrittura limpida, pulita e, allo stesso tempo, forte: l’aspetto che colpisce più di ogni altro è quello della caratterizzazione dei personaggi, che tendono a ribaltare gli stereotipi sociali e di genere, profondamente radicati nella società turca degli anni ’40. I due protagonisti di Madonna col cappotto di pelliccia si muovono in un mondo fortemente patriarcale, in cui gli uomini devono essere forti e le donne possono abbandonarsi alla debolezza. Maria e Raif, invece, sovvertono tale equilibrio naturale, mescolando le carte e mostrando, più o meno liberamente, caratteristiche che vanno  oltre la solita stereotipia. Maria, giovane pittrice berlinese, è indipendente, fiera, un po’ sopra le righe. Raif Effendi, turco, sembra apparentemente un uomo mite, quasi estraneo al mondo che lo circonda. Eppure, guardando oltre le apparenze, si scopre un animo sensibile, capace di emozioni alte, vere e totalizzanti. Con la figura di Raif Effendi, Sabahattin Ali mette anche in evidenza che troppo spesso non riusciamo a considerare la profondità degli altri, limitandoci solo alle apparenze, semplicemente perché non abbiamo il tempo e l’interesse di conoscere le persone che abbiamo davanti. È proprio questo voler guardare in profondità le cose che, forse, ha reso questo romanzo tanto caro ai giovani turchi, che cercano di resistere ad un regime repressivo grazie ad un approccio romanticamente eroico alla vita. Madonna col cappotto di pelliccia. La trama Madonna col cappotto di pelliccia è scritto come un “romanzo nel romanzo”. La sua struttura a cornice ricorda un po’ quella delle scatole cinesi, nelle quali l’involucro più interno nasconde un gioiello prezioso, in questo caso, il racconto della vita giovanile di Raif Effendi e del suo amore eterno per Maria Puder. La voce narrante della cornice esterna è quella di un anonimo impiegato di Ankara. Siamo negli anni ’30 e il giovane, impiegato di banca disoccupato, viene assunto da una ditta che commercia macchine industriali. Come ultimo arrivato, si trova a condividere l’ufficio con Raif Effendi, il cui compito è tradurre in tedesco i documenti. Uomo solitario e schivo, Raif colpisce subito il suo compagno per la sua apparente mediocrità. Tutti lo trattano con sufficienza, tanto al lavoro quanto in casa. Nonostante ciò, i due entrano sempre più in confidenza, e il giovane comincia a sospettare che, dietro quell’apparenza così dimessa e subalterna, possa nascondersi dell’altro. Ma quale può essere la ragione di vita di una persona simile? Il taccuino di Effendi, […]

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Nel Nido dell’Aquila, il nuovo romanzo di Michele Imbriani (Recensione)

Pubblicato da Il Terebinto Edizioni, Nel Nido dell’Aquila è un suggestivo romanzo scritto da Angelo Michele Imbriani. Ambientato in Germania durante gli anni del nazismo, il racconto ripercorre fatti storici realmente accaduti, focalizzandosi sulle vicende della lotta di opposizione al regime di Adolf Hitler. Il protagonista è Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano tedesco condannato a morte poco tempo prima della fine della guerra. Di Bonhoeffer sono state tramandate queste ultime parole: «Per me è la fine, ma anche l’inizio». Il romanzo è costruito con la trama del suo vissuto. Il vissuto di uomo di fede in un periodo storico che alla coscienza degli uomini di fede poneva ancor più del solito dei terribili problemi. Nel Nido dell’Aquila: la Casa sul Kehlstein Il teologo Dietrich Bonhoeffer si distinse per la decisione e la convinzione con cui partecipò ai piani della congiura «contro il cappotto» (il nome in codice del Führer). Senza esito, fu introdotto nel gruppo di Hans Oster, Dohnanyi, Müller per poi entrare a far parte dei servizi d’intelligence militari: l’Abwehr. Dall’abbazia di Ettal offrì i propri servizi all’organizzazione. Angelo Michele Imbriani, nello scrivere questo romanzo, si reca in prima persona presso l’abbazia e mentre racconta della sua escursione arricchendola di dettagli e curiosità, a tratti con divertimento, ripercorre la storia del teologo. Cerca il luogo adatto al proprio raccoglimento e, seguito da buffe peripezie, si reca al Zugspitze (la vetta più alta della Germania) per dipanare nella mente la storia di Dietrich. Lo fa con naturalezza: i paesaggi, le montagne, i sentieri, tutto rimanda continuamente alla storia del pastore. Il racconto si fa così ricco di flashback che – come l’autore stesso afferma – il lettore potrebbe smarrirsi nei salti di spazio e di tempo. Ma come è avvenuto a Michele Imbriani, anche il lettore, che segue il suo breve viaggio, sente incombente nell’aria berlinese la memoria di Dietrich, ma anche di Hitler quando si arriva finalmente nel Nido dell’Aquila ( detto anche Kehlsteinhaus: in tedesco Casa sul Kehlstein).  “Una casa grigia in muratura che in se stessa non avrebbe grande fascino se non fosse per la vertiginosa posizione in cui si trova e le memorie sinistre che evoca”. “Chi è l’omino? Chi è la signora bionda? Sembrerebbero un funzionario in vacanza, il direttore di un ufficio postale o dell’esattoria, con una moglie parecchio più giovane di lui. Forse stanno dando un ricevimento per amici e parenti, nella loro casetta in montagna. Forse è il loro anniversario. Forse sono gli anni prima della guerra. O magari la guerra è già cominciata, ma lassù al Nido dell’Aquila, in un giorno di festa, si può far finta di nulla”.   L’omino è Adolf Hitler, la giovane donna è Eva Braun: sono nella loro baita sulle Alpi bavaresi. Un teologo nella congiura contro Hitler: tra fede e azione Nel Nido dell’Aquila oltre ad essere una fonte di informazioni veritiere e precise, ci svela anche i pensieri più profondi di Dietrich in rapporto alla sua fede.  Le sue riflessioni sul rapporto tra fede e azione furono […]

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“Il seme di picche”: il nuovo romanzo di Aldo Vetere

“Il seme di picche”, scritto dal napoletano Aldo Vetere ed edito da “Ad est dell’Equatore”, è un romanzo storico-poliziesco, che chiude la trilogia del ‘noir borbonico’ scritta dall’autore, che prevede “I fiori della ginestra”(2014) e le “Le sei mosse del pettirosso”(2016). Narrazione pulsante di energia e di fascino, caratterizzata tra l’altro da un ampio accento psicologico, “Il seme di picche” è un racconto minuzioso e accattivante, capace di irretire il lettore, incatenandolo alle sue pagine fino alla lettura dell’ultima frase. “Il seme di picche” di Aldo Vetere: Il destino non perdona i peccati degli uomini Dopo un breve antefatto, utile a ricostruire le dinamiche della storia,  l’intreccio vero e proprio de “Il seme di picche” trae origine da un’audace scommessa tra un aristocratico francese, il Conte Alessio De Saint-Saison, ed un banchiere napoletano di origini ebraiche, Davide Levi, in un esclusivo club parigino del 1840. Questa premessa permette ai due amici di vecchia data di coinvolgere in quella che potrebbe sembrare un’innocua contesa un illustre personaggio della vita napoletana, apparentemente irreprensibile, Carlo Ruggiero, Principe di Belfiore, a sostegno o meno della tesi che “Tutti gli uomini ricchi e potenti hanno un segreto nascosto e inconfessabile, nessuno escluso”. Ma una serie di delitti nella città partenopea ben presto richiedono l’intervento di un abile investigatore della Real Gendarmeria Borbonica, fresco di nozze, il Tenente Camillo Del Giudice, e dell’alfiere Antonio Moscato. Sui due ufficiali ricadrà il compito di risolvere una serie di omicidi; di riportare alla luce segreti, misteri, che sembravano sepolti da tempo, antichi rancori, vendette, rivelazioni difficili da sopportare; di svelare le reali motivazioni che si celano dietro la scommessa e gli intrighi orditi oltralpe e di scavare tra le fila di un ordine misterioso, conosciuto come la Confraternita dei Cavalieri francesi di San Martino de Tours. Il Diavolo può presentarsi agli uomini assumendo una forma affascinante ed ingannevole Palese appare da subito il tema cardine de “Il seme di picche”, motore della narrazione: la sfida che si origina tra il capo della Confraternita, il Conte De Saint-Saison, e il Tenente Del Giudice. Aldo Vetere sviluppa appieno questo aspetto, mettendo in guardia l’uomo verso l’orgoglio, che può sedurre e render schiavi delle illusioni di superbia, potere, successo e volontà di dominare gli altri e di ergersi quale divinità su un’umanità delegittimata e resa diletto. Indicativa è, a questo proposito, una citazione tratta da Re Lear di Shakespeare, riportata nel romanzo, “Noi siamo per gli dei quel che sono le mosche per un ragazzo capriccioso: ci uccidono per divertirsi”. E proprio il diletto, il gioco è quel paradigma che spinge l’astuta mente sopraffina del Conte De Saint-Saison ad intraprendere la lotta con l’investigatore, che ben presto perderà i suoi connotati vendicativi originari per farsi puro esibizionismo, sete di vittoria. Narcisismo, compiaciuta ammirazione per se stesso, doti di affabulatore e una posizione di comando all’interno della Confraternita conferiscono al carismatico Conte un’aura demoniaca ed affascinante, da cui non risulta immune neanche il suo compagno di scommessa, il banchiere Davide Levi. Del Giudice e […]

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Il professore di John Katzenbach, maestro del thriller psicologico

Il protagonista de Il professore di John Katzenbach, riedito in Italia dalla Fazi Editore, è Adrian Thomas, insegnante di psicologia del New England in pensione e che ha da poco scoperto di soffrire di una malattia degenerativa, sia fisica che mentale. Avvolto dalle conseguenze repentine della demenza e convinto di un futuro ormai buio, è pronto a suicidarsi quando assiste vicino casa a quello che sembra essere il rapimento di una ragazzina, Jennifer Riggins: il suo obiettivo da quel momento sarà ritrovarla. Con questo giallo che si veste da splendido thriller psicologico, John Katzenbach, autore di importantissimi bestseller tra il quali “L’analista”, “La giusta causa” e “Corte marziale” (dagli ultimi due sono stati tratti film di successo), riesce ancora una volta a creare una suspense narrativa e allo stesso tempo a delinearne alacremente ogni caratteristica psicologica ed emotiva. Infatti, attraverso l’alternanza da capitolo a capitolo – ma anche da paragrafo a paragrafo – del punto di vista di tutti i personaggi, il lettore non solo viene a conoscenza ed approfondisce l’evoluzione degli avvenimenti, ma è testimone anche di una precisa analisi di tutti. Sicuramente maggiore spazio è dato a Adrian; lo troviamo subito ad inizio libro di fronte ad una triste consapevolezza: la scoperta di una grave malattia che è poi in effetti un grande paradosso, uno smacco piuttosto evidente. Un professore universitario che ha dedicato tutta la sua carriera allo studio della mente e alle dinamiche psicologiche altrui, si ritroverà a non avere più presa sui suoi ricordi, sulle sue azioni, su ciò che è nel presente e come lo è diventato. John Katzenbach e le dinamiche psicologiche dei personaggi in Il professore Vivide sono le allucinazioni che accompagnano il protagonista sin dall’inizio e che, in un certo senso, Katzenbach trasforma in veri personaggi; infatti, ad affollare la mente di Adrian sono sua moglie Cassie, suo fratello Brian e suo figlio Tommy, le persone che ha amato di più e che ha perso, per circostanze, in tutti e tre i casi, terribili. Abituato alla solitudine, Adrian sa cos’è il dolore, e si può dire che è stato da sempre alla base della sua esistenza; forse è proprio per questo che, anche se con tanta amarezza, sembra accettare quest’ultimo ostacolo che la vita gli ha dato, ma non accetta che venga tolto futuro ad una ragazza innocente: Adrian sa che Jennifer, quella dal cappellino rosa dei Red Sox e uno zaino in spalla al quale è appeso il suo orsacchiotto, non può inspiegabilmente essere obbligata a perdere tutto quello che ha e che potrà avere di meraviglioso. Potenti ed emozionanti in alcuni casi, sono i lunghi momenti dedicati alla lotta interiore del professore: sente di vacillare e di vagare con la mente sempre più velocemente, ma in alcuni attimi di lucidità cerca con tutte le sue forze di appigliarsi alla memoria, con l’aiuto di questi suoi “fantasmi del passato”, di cui sente la voce, le carezze, il respiro, ne vede l’aspetto, e i consigli durante la ricerca di Jennifer, che […]

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Lupo Rosso di Marzia Scarteddu (Recensione)

Una rivisitazione della fiaba di Cappuccetto Rosso: Lupo Rosso di Marzia Scarteddu Nell’era in cui tutto è social e tutto è smart, le apparenze ingannano più del normale. Un like di troppo, una foto venuta male e la nostra reputazione è segnata per sempre. Chi sembra cattivo, lo resta agli occhi di chi gli sta intorno per sempre. Ma è davvero così che dev’essere il mondo? Una visione diversa ci viene offerta dall’autrice emergente Marzia Scarteddu che con il suo libro “Lupo Rosso” rivisita la cara e vecchia fiaba di “Cappuccetto Rosso“. Cappuccetto non è una brava bambina, ma una bambina determinata. E il Lupo non è il lupo cattivo, ma un lupo affamato di conoscenza: mangia per conoscere. Queste le parole di presentazione del testo, curata dal Laboratorio Zanzara ed edito da ADD Editore. Il libro è stato pubblicato da poche settimane ed è caratterizzato dalla narrazione dei fatti sia in italiano che in inglese, che si alternano fra le pagine. Un ottimo modo anche per aiutare i bambini nel conoscere meglio la lingua che studiano a scuola. Inoltre, ci sono all’interno del libro tante rappresentazioni grafiche e disegni ben fatti, che catturano subito l’attenzione. La prefazione è a cura di Stefano Benni, celebre scrittore, giornalista e sceneggiatore italiano. Nel suo breve intervento l’autore riesce a cogliere in pieno il senso della storia senza troppi giri di parole: “Perché una piccola favola inventata secoli fa è diventata una grande favola che ha invaso il mondo, ed è conosciuta, in diverse versioni, dall’ Africa fino alle terre degli eschimesi? Perché in questa favola ci siamo noi. Tutti noi. Siamo tutti Cappuccetto Rosso, bambini spaventati che devono affrontare pericoli e paure, foreste buie e mostri.“ “Lupo Rosso” di Marzia Scarteddu è una lettura piacevole ma allo stesso tempo d’impatto, che lascia comunque un segno nell’animo del lettore. Nulla è come sembra, dietro ogni azione c’è sempre una motivazione che spesso siamo troppi pigri d’andare a cercare. La spensieratezza della piccola Cappuccetto che gioca felice nel bosco con le amarene mentre porta dei biscotti alla nonna malata e il suo buon cuore nell’approcciarsi anche al Lupo strappano un sorriso anche al più cinico dei lettori. L’Uomo Nero alla fine scoprirà poi la verità, apre la grossa pancia della Nonna che tanto spaventava la piccola Cappuccetto e trova al suo interno tante cose, persone, storie. Il libro di Marzia Scarteddu non è solo la rivisitazione di una fiaba, non è solo un libro per bambini ma per tutti. Forse addirittura più per gli adulti che per i piccoli di casa, che sanno guardare sempre oltre le apparenze con l’ingenuità che caratterizza la loro età. Un’ottima idea regalo, con la speranza di poter conoscere a fondo il “Lupo Rosso” che è un po’ in tutti noi.  

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Il vicario di Wakefield di Oliver Goldsmith tradotto da Barbara Bartoletti

Il vicario di Wakefield di Oliver Goldsmith è tra le pubblicazioni di novembre della Fazi Editore. La traduzione è di Barbara Bartoletti. Ecco la nostra recensione. Il vicario di Wakefield fu pubblicato per la prima volta nel 1766. Ci troviamo a Londra  quando Oliver Goldsmith, ormai ubriaco e al verde, ha terminato di scriverlo  da qualche anno ( Il romanzo fu scritto tra il 1761 e il 1762). Con l’aiuto del suo affezionato amico Samuel Johnson (dopo il loro incontro avvenuto nel 1761 circa, Goldsmith entrò a far arte del circolo letterario di Johnson al quale dedicò il romanzo stesso), Il Vicario di Wakefield fu venduto per 16 sterline a Francis Newbery  che lo pubblicò dopo due anni. Quest’ultimo non solo permise a Goldsmith di pagarsi l’affitto, ma anche di fare de Il Vicario di Wakefield uno dei romanzi più apprezzati e diffusi del Settecento e oltre. Il Vicario di Wakefield è stato sceneggiato, oltre che da registi stranieri durante il primo novecento, dal regista italiano Guglielmo Morandi (1959). Il Vicario di Wakefield: come le avversità servono a rafforzare l’amor proprio del meritevole La famiglia Primrose è una famiglia distinta per gentilezza e bontà d’animo in cui predomina una naturale affinità di mentalità e di persone. Il reverendo Primrose, vicario di Wakefield, la moglie Deborah e i loro sei figli vivono di una ricca eredità in una parrocchia di campagna. Cullati in uno stato di intensa felicità, la loro serenità è presto turbata quando, durante il matrimonio del primogenito George, a causa di un furto, vengono privati di  tutto il loro patrimonio e con esso di ogni felicità. Le vicende crudeli e le disgrazie che si scagliano sulla famiglia Primrose da quel momento in poi si susseguono con grande velocità. Un destino tragico e irrimediabile colpisce i Primrose in un vortice senza pace: la Provvidenza pare non avere scrupoli nei confronti di una famigli tanto meritevole. In un’era di raffinatezze e opulenza quale quella dell’Inghilterra del ‘700, la famiglia del vicario di Wakefield, senza più viveri, è costretta ad intraprendere una vita fatta di ristrettezze e rinunce: risulterà impresa difficilissima per Olivia e Sophia, le due figliole di casa, trovare validi sposi nel tentativo di elevare la loro posizione e mantenere intatto il loro onore. Entrambe vengono infatti rapite da un mascalzone aristocratico ingannatore e, il dottor Primrose, dopo aver creduto di perdere per sempre il figlio maggiore George, subirà il duro colpo inferto da un incendio che riduce in cenere la sua casa. Ma il vicario è un uomo dalla fede serrata, un uomo pronto a procurare conforto e speranza ai suoi cari attraverso la parola di Dio. Chi disprezza la religione,  troverà in lui un uomo che trae conforto principalmente dal futuro; egli sa che «la Provvidenza è più generosa con il povero che con il ricco perché rendendo la vita dopo la morte più desiderabile, allieta il passaggio sulla terra. In questo modo la Provvidenza ha dato due vantaggi agli infelici rispetto ai fortunati, in questa vita: una maggiore […]

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Cadenze d’inganno, il giallo di Alessandro Sbrogiò | Diastema Editrice

Un giallo che prende le pieghe di un thriller all’italiana, in cui tra le fila di un’orchestra si insinua il sospetto che uno dei musicisti abbia a che fare con la scomparsa di un violoncellista che ha abbandonato misteriosamente i compagni prima di un importante tourneé. Cadenze d’inganno è il primo romanzo di Alessandro Sbrogiò, pubblicato da Diastema editrice. Sauro Parisi, violoncellista con alle spalle un fallito matrimonio, viene ingaggiato dall’illustre direttore dell’Orchestra di Musica Antica di Venezia, Arthur Weller, per sostituire all’ultimo minuto un membro dell’ensemble, Franco Ferrari, che misteriosamente e senza preavviso ha abbandonato i musicisti alle porte della prima, seguita da un’importante tourneé all’estero. E c’è di più: ad essere suonata sarà la musica di un certo Venanzio Storioni, un gesuita che secoli addietro pare compose un capolavoro della storia della musica e che ora, per la prima volta, potrà ricevere il giusto riconoscimento e la fama meritata. Il nostro protagonista, convinto da una situazione economica in quel momento precaria e dallo stimolo di ricominciare e prendere in mano la sua vita dopo che la moglie Elisa lo ha lasciato per un “vanesio flautista”, suo malgrado accetta, senza però sospettare in alcun modo che quella particolare telefonata è stata solo l’inizio di una serie di accadimenti che, tra sospetti e convinzioni, lo porteranno ad essere la chiave di un’indagine che cambierà tutto. I titoli di Diastema editrice e l’opera prima di Alessandro Sbrogiò Così come tutti i titoli di Diastema editrice, editore che con le sue pubblicazioni ha da sempre l’obiettivo di divulgare la cultura musicale anche attraverso la narrativa, anche Cadenze d’inganno è ricco di accenni, che si intersecano sia nella storia che nello svolgimento di essa, alla musica, la vera forza motrice che spinge l’autore Sbrogiò – anch’egli nella realtà musicista – a disfare i fitti intrighi degli eventi e a chiarirli al lettore attraverso proprio Sauro, il risolutore dell’intrigo. Infatti, Sauro nonostante si presenti come un disilluso uomo medio, un po’ mammone, affascinato in più occasioni dalla bellezza delle donne ma inibito a causa della sua passata ma ancora viva relazione finita male, scalfito da una bassa autostima anche nella sua professione di violoncellista, quasi si sentisse incastrato in ciò che la vita lo ha trascinato con passività, riuscirà a riscattare se stesso. Ciò viene nel libro dimostrato anche da come piano piano la storia prende una diversa piega, cominciando dall’incontro con Lisa, bella bibliotecaria, che lo aiuterà sia nelle indagini per scoprire a cosa è legata la scomparsa di Franco e chi in realtà è Storioni, sia a riaffacciarsi con più fiducia verso l’amore. Lo stesso vale per il rapporto con gli altri personaggi, come i membri dell’orchestra, Weller e i suoi figli Cosimo e Biagio, la giovane e riluttante Fatima, particolarmente scottata dalla scomparsa del violoncellista; o nel rapporto, lontano ma determinante, con la baronessa, una cara amica del direttore e personaggio molto influente nella ricca società veneziana. In Cadenze d’inganno quindi, il giallo e la vita privata del protagonista si alternano […]

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Libri

Il manifesto del comunismo digitale di Michele Tripodi

Il giorno 30 novembre è stato presentato alla stampa il testo Il manifesto del comunismo digitale, scritto da Michele Tripodi e pubblicato per Cavinato Editore International. Il manifesto del comunismo digitale: alcune tematiche salienti Il manifesto del comunismo digitale si presenta come un libretto di riflessione – sociale, politica, economica – su quella che è la storia del comunismo dagli albori a oggi e sul suo perpetuo scontro verso il capitalismo. L’intenzione dell’autore è quella di mettere in risalto gli aspetti negativi del capitalismo ( «un ricatto continuo praticato dal forte sul più debole e sulla illusione di uno scambio di utilità, che tuttavia risulta sempre impari. Per il forte l’utilità è reale, è profitto, per il debole è solo illusione e sotto-compenso che non lo libera dallo stato di soggezione in cui, secondo questo automatismo infinito, si ritroverà per tutta la vita», scrive l’autore), indirizzando i lettori verso le dottrine – sociali, politiche, economiche – comuniste. Alla parentesi storica sul comunismo e sul capitalismo, seguono capitoli densi in cui si argomenta circa gli esiti del secondo («un incastro pieno di sbarramenti, trappole», scrive ancora l’autore) e le prospettive del primo in direzione collaborativa («una società “comunista” nel senso letterale del termine, ovvero capace di “mettere in comune” tutto, dai pensieri alle idee delle persone, dalle teorie ai bisogni dei popoli»). Gli aspetti particolari della sua trattazione sono rivolti alla questione del capitalismo come “contraddizione interna”, basata fra l’altro su strane e distorte logiche economiche, anelli malmessi di catene che producono «ricchezza vacua all’infinito in un processo senza fine e senza freni»; anelli e catene che, inevitabilmente, portano al ripetersi ciclico e drammatico della «crisi di ritorno che pesa esclusivamente sulle giovani e future generazioni […] Il capitalismo, avendo esaurito le risorse, in questa fase si sta nutrendo del futuro di milioni di giovani, alimentandosi con la linfa che dovrebbe servire alla loro crescita e, irreversibilmente, bloccandola». Consequenzialmente, Michele Tripodi affronta il tema della speculazione finanziaria come matrice della bancarotta, un tema fra l’altro che mi riporta alla mente i ben articolati saggi e le profonde riflessioni di Zigmut Bauman; in particolare nel Capitalismo parassitario, il tema che il pensatore e sociologo è quello del fantasma creditizio e dell’indebitamento esponenziale che induce alla depressione economica e con essa alla contemporanea “depressione umana”. I pericoli di questo tipo di “capitalismo aggressivo” (o “parassitario”, riprendendo l’espressione di Bauman) si estendono ferali dal campo socio-economico al profondissimo humus umano tutto: «il clima e le dinamiche insediative ed antropologiche» – scrive Tripodi – e l’ambiente naturale e sociale, l’esistenza umana stessa viene minacciata e distrutta; un concetto che riprende grosso modo nella sostanza ciò che già, fra l’altro, aveva a chiare lettere espresso Bauman nel testo precedentemente ricordato (mantenendoci, ancora, su un dialogo fra i due scritti): «Il capitalismo, per dirla crudamente, è in sostanza un sistema parassitario. Come tutti i parassiti, può prosperare per un certo periodo quando trova un organismo ancora non sfruttato del quale nutrirsi. Ma non può farlo senza danneggiare […]

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