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Eroica Fenice

La Tag: recensione libri contiene 148 articoli

Libri

La carica di Balaklava: recensione del libro di Cellamare

Con La carica di Balaklava edito da Les Flaneurs edizioni (Bari, 2020), Daniele Cellamare fonde conoscenza storica e invenzione nello scegliere come materia del suo libro le vicende belliche che coinvolsero le forze russe contro quelle britanniche, francesi e ottomane nei drammatici eventi dell’ottobre del 1854, in seno alla Guerra di Crimea. La carica di Balaklava, un racconto storico Quasi a sancire la follia degli eventi bellici, Cellamare apre La carica di Balaklava con una citazione che riassume il senso di profondo scoramento di chi vive e può raccontare ciò che ha dovuto provare sulla sua pelle: «Di ognuno di quei reggimenti non tornò che un piccolo distaccamento… Penso che ogni uomo che fu coinvolto in quel disastroso affare di Balaklava, e che fu tanto fortunato da tornare vivo, debba aver provato che fu solo per un decreto pietoso della Divina Provvidenza che era sfuggito da quella che appariva come la più grande certezza di morte che si potesse concepire». Le parole riprese appartengono a James Brudenel, conte di Cardican e comandante della brigata di cavalleria leggera inglese, ovvero di quel drappello di circa seicento uomini che, rimasto circondato per un errore strategico, caricò frontalmente l’innumerevole battaglione russo e a cui la Storia degli uomini ha dato il nome epitaffico di Carica dei Seicento. Nel solco di queste vicende, l’invenzione si fa Storia liquida (quella non scritta sui libri), raccontando esistenze verosimili che forse sono vissute anche nella realtà. In particolare, quindi, La carica di Balaklava racconta le vicende del giovane George Dillon (nome derivato dall’omonimo poeta e teologo dublinense), un contadino irlandese dai forti sentimenti patriottici ereditati dal padre, che viene arrestato per aver partecipato, sia pur indirettamente, alla rivolta che seguì alla Grande Carestia del 1845 e che riacquistò la libertà in cambio del suo arruolamento in divisa britannica contro la Russia nella guerra di Crimea. Le vicende del protagonista sembrano ruotare intorno alla data fatale del 25 ottobre, suo genetliaco e al contempo giorno della Carica di Balaklava: lo scandirsi del tempo in questo senso mette in piena relazione la vita immaginata con la vita reale fino a quel giorno fatidico, cruciale sia per l’individuo, sia per la collettività. Stilisticamente, La carica di Balaklava non sembra ricercare una scrittura riflessiva ma, alternando fasi descrittive a discorsi diretti, per mezzo dei quali si snoda la trama, il racconto della vita del protagonista si inserisce in un susseguirsi di azioni e reazioni nell’ambiente storico, che fa da sfondo alle vicende narrate. Tematicamente, poi, le riflessioni sulla follia della guerra, dell’incomprensione delle sue dinamiche e, soprattutto, sulla casualità della vita e della morte in guerra, non trovano esplicitamente spazio di discussione, ma si traducono nei pensieri e negli atti dei caratteri delineati. Con il suo libro, infine, Daniele Cellamare tenta di ripercorrere un interesse storico che si fa racconto di una vita immaginata.   Immagine in evidenza: Copertina libro

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Dalia di mare, la raccolta di poesie di Carolina Montuori

Dalia di mare di Carolina Montuori è un volume di poesie molto complesso nella sua semplicità. Edito da Terebinto Edizioni (Avellino, 2020) presso l’Associazione Culturale Riscontri, Dalia di mare raccoglie, infatti, componimenti che tendono ad un essenzialismo esistenziale che conferisce alle figure evocate la plasticità di un’opera pittorica. Dalia di mare: una poesia di figura Carolina Montuori sembra intendere la sua raccolta come una sequenza di figurazioni in cui il pensiero poetico non è esplicitamente espresso, ma traspare, se si vuole, in senso pittorico, dai contorni che delineano le figure poetiche. L’ambiente in cui si muove il silenzioso Io poetico dell’autrice è costituito da un mondo intimo fatto di immagini, ora statiche, ora dinamiche, che diviene riflesso di quello reale in cui tornare a riconoscersi: Ora so chi sei. | Le nubi spariranno. | Le inquiete luci | tremano azzurre | e perdenti come | coriandoli | dopo un infelice | e delirante | Carnevale. | Ora miro al cielo | che s’impossessa | delle piaghe consunte | della mia mente, | rotola innocente | tra nuovi dolori, | colori più chiari: | rosa pesca | succosa, blu | nobile, bronzo | di amorevole | pane sfornato. | Pennellate | rubate per me | dal cielo | al tramonto. || (Aurora, pp. 21-22) Come si diceva, l’autrice dà maggiore importanza a delineare i contorni dell’immagine rispetto ai colori di cui essa è composta; in tal senso il lettore non immagina, ma vede, attraverso i contorni e gli occhi dell’autrice, la figura poetica da varie prospettive allo scopo di afferrare il concetto di cui la poesia è portavoce: un concetto intimo, chiuso in potenza nel cuore di Carolina Montuori. Non mancano, nei versi di Dalia di mare, presenze fisiche o immateriali, che traspaiono, quasi abitanti di un mondo poetico, e che si muovono fra i pilastri del pensiero; caratteri traslucidi e sfuggenti che rappresentano ora i riflessi definiti della vita dell’autrice (Padre mio, p. 11; Madre mia, p. 44) ora i pezzi di una personalità frantumata che l’autrice nel suo intimo percorso cerca di ricostruire: Tu sei qui, | onda | che s’infrange | e mi bagna il cuore. | Io sono qui, | roccia bagnata | muta e riconoscente. | Ad ogni tuo passo | Ricamerò un sorriso, | perché in amore, | più forte | della disumana | assenza, | è il tenero ricordo. || (Tu eri, io c’ero, p. 23) O ancora si veda il componimento Dalia di mare, che dà il titolo alla raccolta, in cui il carattere che si muove nell’ambiente marino (frequente per altro nelle poesie) finisce col coincidere con quello che per l’autrice è il senso stesso della poesia: un’idea semplice e pura che non si può esprimere se non negli occhi di che la vede: Dalia di mare, | dalle mille sfumature | lieve per natura | graziosa, nuda. | Abbracci la rugiada | sulla testa, mentre | ti solletica la poesia. | E inventi e scrivi | della felicità del mondo, | […]

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Aldo Amabile e La scomparsa del Ghostwriter | Recensione

La scomparsa del ghostwriter è un romanzo dell’autore salernitano Aldo Amabile, uscito a gennaio 2020 per Articoli Liberi e distribuito gratuitamente nelle scuole. Il giallo napoletano di Aldo Amabile Il volume, suddiviso in tre capitoli – ambientati a Capri, Napoli, Roma e Milano –, altro non è che il diario segreto di Antonino Antonini, un celebre scrittore italiano candidato al Nobel. Nel diario Antonini racconta la sua storia di autore, rivelando come si è guadagnato la fiducia e la stima di una delle più importanti case editrici italiane, e di come ha scritto il suo primo romanzo, divenuto poi un best-seller: attribuendolo a un giovane suicida, Giulio Valli. Dopo aver appreso la notizia della morte del giovane, suicidatosi buttandosi giù dalla Grotta di Tiberio a Capri, Antonini ha usato il nome del ragazzo per firmare il suo manoscritto. Entusiasta, l’editore lo ha pubblicato “postumo” con l’approvazione della critica incuriosita e dei lettori. Lo scrittore racconta poi come è nato il suo secondo romanzo, che lo ha consacrato definitivamente nelle pagine della storia della letteratura italiana. Stavolta ha usato il suo vero nome. In accordo con l’editore, ha assunto il ruolo di confidente del suicida che con la sua morte ha contribuito alla nascita di un grande romanziere. Da quel primo romanzo creato con l’inganno inizia una carriera tutt’altro che letteraria. Antonini infatti si “butta” in politica e da lì la sua vita prende una piega diversa… Una riflessione sull’editoria La scomparsa del ghostwriter è un romanzo breve, ma ricco di spunti di riflessione. L’invenzione del personaggio di Antonino Antonini è un pretesto che l’autore, Aldo Amabile, utilizza per avviare una riflessione sui retroscena dell’editoria. Antonini è al contempo un personaggio affascinante e disprezzabile, ambiguo e coerente. È un autore che cerca di affermarsi nel nostro Paese, in perenne conflitto tra l’inganno e l’onestà, una lotta tutta italiana. La sagace penna di Aldo Amabile racconta il risentimento di un autore che fatica ad emergere e che per farlo è costretto a mettere in atto una serie di astuzie che lo portano a trasformare un lavoro tanto antico, come quello dello scrittore, nella più moderna macchina da soldi. «Spero che lei abbia ragione. In Italia sta accadendo uno strano fenomeno di disaffezione alla lettura.» La vicenda di Antonino Antonini è anche una trovata per parlare degli inganni dei politici e di camorra. Sullo sfondo l’Italia degli anni sessanta-settanta, gli anni dello stragismo, inaugurati dall’attentato di piazza Fontana, ma soprattutto Napoli e le sue contraddizioni. A Napoli Amabile ha dedicato un altro suo libro, Arrascianapoli, pubblicato per la prima volta nel 1995, di cui è uscita da poco una nuova edizione che recensiremo prossimamente per i lettori. Nel frattempo, vi consigliamo questo romanzo originale, fresco e pungente, una lettura scorrevole e piacevole, ideale per la bella stagione che è alle porte. [foto: articoliliberi.com]

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Fëdor Dostoevskij: battiti di Un cuore debole | Recensione

L’Alessandro Polidoro Editore propone per la collana Classici Un cuore debole, romanzo giovanile di Fëdor Dostoevskij. È la vigilia di capodanno, quando nell’appartamento pietroburghese dove abitano Arcadio Ivanovič Nefedevič e Vassia Sciumkov inizia la nostra storia. Condita di febbrile entusiasmo, la prima conversazione tra i due amici, stretti da un legame quasi fraterno, aziona una macchina narrativa i cui ingranaggi impazziti girano spasmodicamente. La felicità di Vassia di fronte alla sua condizione di novello sposo contagia Arcadio, in un accordo emotivo che mai si scioglierà per tutto il corso del romanzo breve Un cuore debole, opera giovanile dello scrittore russo Fëdor Dostoevskij. Arcadio e Vassia sono presentati dal narratore come due figure agli antipodi: il primo dalle braccia robuste, con le quali solleva per la gioia l’amico; il secondo, gracile e anche un po’ storto, è colto di sorpresa dall’energia del compagno. Contro il peso dell’esitazione incombente sulla sua testa, la novità dell’amore sembra per un momento riuscire a sollevar da terra il debole Vassia. Il ritmo della narrazione, durante la quale lo stesso Fëdor Dostoevskij si concede degli spazi per commentare gli eventi, assecondando lo stesso folle entusiasmo dei due, trascina con il fitto dialogismo e un’incalzante paratassi il lettore appena entrato, forse con troppa cautela, nell’appartamento condiviso di Pietroburgo. Al lettore Fëdor Dostoevskij domanda, attraverso un andamento allucinato, di accordarsi ai due protagonisti, e, in particolar modo, al claudicante Vassia. Non ci si lasci infatti illudere dalla velocità del passo dei due amici, tutt’altro che festoso per le strade della città russa. Si comprende a mano a mano quanto questo tentativo di accorciare i tempi, l’affastellarsi di battute e le scelte repentine siano un modo sgangherato di zittire l’irrequieto, ma perpetuo, vociare del pensiero. La preoccupazione per un lavoro da dover portare a termine, anche a fronte delle future spese destinate alla vita coniugale, sembra in realtà solo l’emanazione superficiale di un moto interiore disturbato e inquieto che agita le acque calme sulle quali finalmente sembrava poter navigare il protagonista. Il racconto infatti era iniziato sotto i migliori auspici attraverso le parole di Vassia: «non è una chimera la nostra felicità. Non è scritto in un libro. Saremo felici nella realtà!» Nella prefazione a Un cuore debole, Giuseppe Andrea Liberti ricorda la preminenza del personaggio del sognatore all’interno delle opere giovanili di Fëdor Dostoevskij, come ben testimonia il famoso romanzo breve Le notti bianche. Peculiare notare come l’utilizzo del termine beatitudine, lo stesso che aveva chiuso la riflessione finale dell’anonimo protagonista, sia ripresa all’interno di Un cuore debole. L’autore ribadisce come l’attimo vissuto nella piena realizzazione della felicità, in entrambi i casi incarnata in una figura femminile, sia per definizione legato a un’inesorabile puntualità, verificabile cioè nel frangente temporale di un’epifania, e che sia esso forse rivelatore della sua stessa impossibilità. Vassia «non era riuscito a sopportare la sua felicità», destinato com’era, in quanto sognatore, a una vita letteraturizzata. È qui che affondano le radici della genealogia dei cuori deboli, una stirpe di zoppi, tra sognatori e inetti, […]

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Lo strano caso del Rêverie, una favola moderna di Marcostefano Gallo

Lo strano caso del Rêverie è il nuovo libro di Marcostefano Gallo, edito ScatoleParlanti. Conoscevamo già lo scrittore calabrese e di lui abbiamo parlato riguardo al suo romanzo La fragilità dei Palindromi. Questa volta però, Marcostefanno Gallo è ritornato in scena con un libro che ha il sapore di un esperimento inedito per la sua penna: Lo strano caso del Rêverie è una favola moderna che dà vita al fenomeno sconcertante (a cui siamo tutti tanto affezionati) degli animali parlanti. Il Rêverie, famigerato zoo di Parigi, è sull’orlo del fallimento. Il proprietario dello zoo, il Signor Lemer, affiancato dal direttore Truffault, si trovano a prendere una losca decisione: rimediare alle gravi condizioni economiche dello zoo intraprendendo affari illegali con il contrabbandiere Igor Kovoc a cui verranno venduti i cuccioli in sovrannumero. Venuti a conoscenza della triste notizia grazie al barbagianni Anselmo, gli abitanti dello zoo, con grande fermento e preoccupazione, si riuniscono presso la gabbia del più saggio di tutti: l’elefante Namir. Dopo diverse riunioni notturne segrete e escursioni per la città di Parigi, gli animali scoprono che l’unica soluzione per mettersi in salvo è evocare l’Arca dell’Alleanza. Per farlo bisognerà mettere insieme i frammenti di una pietra sparsi in posti diversi del mondo, dal SudAmerica al Polo Nord. Solo il prescelto potrà realizzare una missione così maestosa: è Benny, un cucciolo di foca che ha sui fianchi due strisce nere che sembrano ali. Affiancato dai suoi amici più cari e dai suoi aiutanti – come la geniale talpa Mario, un inventore formidabile – Benny partirà per il viaggio più importante della sua vita alla conquista della propria libertà. Carico della responsabilità di salvare un intero zoo, affrontando nemici e peripezie di ogni tipo, ritroverà in sé un grande coraggio. Come ogni favola degna di questo nome, anche Lo strano caso del Rêverie ha la sua morale e soprattutto il suo lieto fine. Marcostefano Gallo ha scritto una favola moderna che insegna a grandi e piccini La scrittura di Marcostefano Gallo in Lo strano caso del Rêverie è nella sua scorrevolezza stilistica e semplicità letteraria, una scrittura fruibile a ogni età; la narrazione è dinamica e grande rilievo lo hanno i dialoghi. Gli animali parlanti che popolano questo libro lo fanno a gran voce e i messaggi che trasmettono sono molteplici per chi riesce a coglierli. Come lo scrittore stesso ha detto, Lo strano caso del Rêverie è un’avventura mozzafiato per ragazzi che racchiude un messaggio serio e importantissimo. La favola di Marcostefano Gallo è prima di tutto una storia di unione e forza collettiva in cui le diversità convergono, abbattendo ogni barriera. Al Rêverie di Parigi vivono specie animali di ogni tipo: leoni, rinoceronti, tartarughe, foche, elefanti. Vi è il brontolone, il sognatore, il ribelle e il più saggio, il violento e il pacifico. In lotta contro un nemico comune, un “mostro crudele” quale l’uomo, questi animali abbattono la gerarchia della fauna divenendo tutti uguali: non vince il più forte, ma il più leale e, soprattutto, non esiste il […]

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Lisa Ginzburg: la Pura invenzione che ci salva

In occasione della Giornata mondiale del libro, la casa editrice Marsilio ha scelto come regalo di fine aprile i titoli della collana PassaParola. Fra questi, “Pura invenzione” di Lisa Ginzburg. PassaParola è un progetto editoriale che si fonda sul legame affettivo che lettori e scrittori della nostra contemporaneità stringono da sempre con i classici della letteratura mondiale. A partire dalla rinomata massima di Italo Calvino sull’atto d’amore che è la lettura, Marsilio apre uno spazio che dal momento fondamentale della fruizione si estende al racconto di vita. Ogni scrittore si lascia attraversare dalle parole di un maestro spirituale, individuato tra gli scaffali della propria esperienza. Lisa Ginzburg, scrittrice e saggista, ripercorre il suo vissuto tra i punti dell’acrostico di un nome che è diventato leggenda, per le suggestioni che non smetterà mai di evocare: Frankenstein. Ad ogni capitolo una lettera, in un percorso che parallelamente rivela i retroscena salienti dell’opera di Mary Shelley e quelli della vita della Ginzburg. La ricostruzione del percorso artistico e della nascita del mito diventa atto di composizione dell’io. Entrambe figlie d’arte, Mary Shelley e Lisa Ginzburg: la prima, figlia della filosofa femminista Mary Wollstonecraft e del filosofo politico William Godwin; la seconda, della storica del femminismo Anna Rossi-Doria e dello storico Carlo Ginzburg. Entrambe trovano nella pura invenzione la forza dell’espressione e un mezzo per affrancarsi. «Essere me stessa. Inventando: non in altro modo avrei potuto». La citazione della Ginzburg sembra dar voce anche al pensiero della sua ispiratrice, nel processo di rispecchiamento alla base di questo ideale dialogo. Creare diventa sinonimo di rigenerarsi, «ripartorirsi» come si legge in Pura invenzione. Inventare vuol dire anche esorcizzare il troppo pensare, astrarsi per divenire in una dimensione di completa libertà. Se già la nonna Natalia aveva rinnovato il modo di raccontarsi quando in Lessico famigliare aveva preferito riportare gli eventi in base alla memoria emotiva, oggi Lisa Ginzburg realizza un racconto di sé che non può prescindere dal peso del ricordo. Un percorso di vita dall’infanzia all’età adulta, lungo il titolo memorabile del romanzo di Mary Shelley. Frankenstein: la storia di un figlio deluso dalla violenza paterna, culminata nella morte che risolve un duplice tormento. «Per uno, il tormento di aver creato; per l’altro, la terribile pena di essere stato creato». L’attenta analisi di Lisa Ginzburg si districa dalla prima all’ultima lettera del nome di questa creatura disamata, formando un acrostico: la felicità di ritrovarsi nell’invenzione, provata da chi crea e a da chi riceve; la rabbia come espressione di un malessere sotteso e in agguato; le asimmetrie dei rapporti sentimentali; la notte dalla cui oscurità si viene salvati grazie all’attività creativa; il caos della deformità, ragione di un «disordine emotivo» che è principio di tutte le cose, da accettare e da accogliere; l’eros scaturito dalla rilettura comica del romanzo, Frankenstein Junior; il nessuno che è un bambino senza nome, o anche quello che siamo noi, nel tentativo di liberarci dal nostro; il sogno, potente come quello del romanzo di Arthur Schnitzler, in contrapposizione con il […]

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Giuseppe Plazzi e le sue storie sui disturbi del sonno

Tra i titoli messi a disposizione dalla casa editrice Il Saggiatore per fuggire la noia che mina la nostra resistenza in questo delicato periodo di quarantena, c’è stato un titolo curioso, I tre fratelli che non dormivano mai e altre storie di disturbi del sonno, e ad attirare particolare interesse era anche l’autore di questo libro, il neurologo Giuseppe Plazzi. Sembrava quindi interessante leggere storie sui disturbi del sonno raccontate da un esperto che ne è a contatto quotidianamente. Nello studio del Dott. Plazzi si odono tantissime storie, divertenti o a volte tragiche. Nel laboratorio di polisonnografia (la “camera del sonno”) strani casi vengono registrati e buffi personaggi vi entrano accettando di buon grado di essere ricoperti di ellettrodi affinché la loro attività durante il sonno (cerebrale, muscolare, cardiovascolare e non solo) venga monitorata. Entusiasmante fucina di ricerca scientifica, la  video-polisonnografia consente, infatti, ai ricercatori di documentare ogni tipo di comportamento atipico durante il sonno, così da dare nome a strani accadimenti notturni. Con I tre fratelli che non dormivano mai e altre storie di disturbi del sonno, Giuseppe Plazzi ci fa entrare nel suo laboratorio: una “camera del sonno” rischiarata da luci artificiali e arredata di solo un letto. Qui ha deciso di radunare alcuni dei suoi pazienti più interessanti. «I loro disturbi talvolta faranno vacillare ogni nostra certezza sulla realtà in cui viviamo. Ci saranno notti, in questo nostro viaggio insieme, in cui prevarrà l’incubo e il terrore. Altre in cui, invece, i fenomeni davanti ai nostri occhi ci strapperanno un sorriso.» Eppure, continua Giuseppe Plazzi, ognuno di noi sarà in grado di «riconoscervi ricordi, sospetti e sensazioni familiari, e di comprendere la propria mente molto più di quanto sia possibile immaginare». In un periodo in cui il nostro sonno è probabilmente irregolare – a volte non si dorme mai altre si fanno sogni strani e ricorrenti – saperne qualcosa di più potrebbe attivare una spia d’allarme o forse tranquillizzarci. Giuseppe Plazzi: «il mondo dei sogni può essere una foresta spaventosa» Ma dunque noi come sogniamo? E cosa può accaderci di insolito e pericoloso durante il sonno, di cui il mattino dopo saremo totalmente inconsapevoli e dimentichi? Furono N. Kleitman e due suoi allievi ad assodare che, ogni 70-90 minuti, il sonno profondo che ci avvolge durante le prime fasi, viene interrotto dalla fase REM (rapid eye movements). Durante il sonno con movimenti oculari rapidi l’elettroencefalogramma somiglia a quello di un uomo sveglio: l’attività mentale è vivace, vivida, bizzarra. Durante il sonno REM, infatti, si sogna. Non per tutti, però sognare significa vivere esperienze oniriche piacevoli, o risvegliarsi con sollievo riconoscendo come “per fortuna era solo un incubo”. Addentrarsi nella foresta del sonno significa anche avere a che fare con l’orrore: leggendo le storie riportate da Giuseppe Plazzi, talvolta sembrerà di assistere a scene di un film horror. Per fare un esempio, potremmo ricondurci a un fenomeno abbastanza diffuso nei bambini, denominato pavor nocturnus, ovvero il «terrore notturno». Un appuntamento notturno con il risveglio straziante di un figlio che improvvisamente, […]

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Salvatore Puzella e il racconto Gelsomina in quarantena

Salvatore Puzella pubblica il racconto breve Gelsomina in quarantena, a sostegno degli ospedali di Benevento nella battaglia contro il coronavirus. In questi due lunghi mesi di quarantena sarà capitato a tutti noi di porci questa domanda: «Come ricorderemo questo evento tra una decina di anni?». Non c’è dubbio che un evento di portata così drammatica, dove la vita di molti è stata messa in pausa con conseguenze terribili sulla sfera lavorativa, economica e personale e quella di altri si è spenta in un letto di ospedale, senza il conforto dei propri cari, inevitabilmente entrerà a far parte dei libri di storia. Su questa linea si muove Gelsomina in quarantena, un racconto scritto e reso disponibile dallo scrittore sannita Salvatore Puzella nell’ambito di un’operazione, imitata da molti scrittori, volta a raccogliere fondi per sostenere gli ospedali nell’emergenza coronavirus. Salvatore Puzella, biografia Salvatore Puzella è nato a Benevento nel 1988. Laureato in storia dell’arte alla Sapienza di Roma, ha collaborato con la rivista Next Exit e ha scritto saggi introduttivi per diversi cataloghi di mostre. Ha pubblicato il saggio Investire in arte e collezionismo (2015) e il romanzo Breve storia di un dipinto (2017). Va segnalata inoltre la sua attività nel settore del marketing culturale e di organizzazione di eventi, come il progetto Selfie d’autore organizzato all’interno del GNAM di Roma nel 2014. Gelsomina in Quarantena. Una lettera dal futuro La protagonista di questo racconto è Gelsomina, una bambina che vive in un quartiere popolare di Benevento che in seguito a una caduta dalla bicicletta riporta delle fratture ed è costretta ad una convalescenza nel letto di casa, che per lei assume i contorni di una vera e propria quarantena. Impossibilitata nel poter vivere una vita normale come i suoi coetanei, Gelsomina si divide tra la noia e l’apprensione dei suoi genitori, fino a quando la sorella maggiore Angela non le presta un libro: L’amore ai tempi del colera di Gabriel García Marquez. Otto anni prima lo aveva letto la stessa Angela durante un periodo di quarantena. Salvatore Puzzella mette su carta quella che è una lettera al futuro, per rielaborare il titolo di una canzone che Eros Ramazzotti scrisse nel 1996 ispirandosi a sua volta al racconto di Edgar Allan Poe La maschera della morte rossa. Tralasciando la differenza sostanziale, l’ispirazione a un testo letterario da un lato e alla triste realtà di questi giorni dall’altro, ad accomunare la canzone di Ramazzotti e questo racconto breve è l’auspicio di un mondo migliore quando le tenebre si saranno dileguate. Salvatore Puzzella lo fa attraverso una storia breve, colma di speranza che però non scade troppo nel drammatico, attraverso il punto di vista ironico e dolce della protagonista e le tante incursioni dialettali che conferiscono al testo una patina di quotidianità verace. Una piccola opera che, come ricordato in apertura, ha uno scopo nobile. Non solo di riscaldare l’animo di chi soffre le conseguenze morali di questo isolamento forzato, ma anche di raccogliere fondi per gli ospedali di Benevento impegnati, come molti in […]

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Luca Melzi: La calla (petali di parole) | Recensione

La calla (petali di parole) è la seconda raccolta poetica dell’artista e scrittore Luca Melzi pubblicata a novembre 2019 da Giuliano Ladolfi Editore. Quando nel 2010, nel pieno della maturità di un’esperienza artistica trentennale, tra le tele con cui coabita nel suo appartamento di Monza, Luca Melzi inizia la stesura di quelli che ama definire «capricci d’inchiostro», ha già ben chiara la spinta sottesa al suo creare: la necessità di raggiungere l’essenza, intesa come primordiale espressione dell’intimo. L’arte è il recupero di un sentire, sia esso significato per verba o per imagines. La suggestione che anima La calla (petali di parole), seconda raccolta dell’artista monzese, è sussurrata dal cromatismo che è sale di ogni ricordo. La sua poesia intimista, sbocciata in un abbandono ora ascetico, ora mistico, vive di un sensismo volto alla ricerca dell’«eterna bellezza», nascosta tra gli spaccati del quotidiano. Come per la raccolta precedente, I colori della poesia (2017), pittura e scrittura si compenetrano, manifestando la presenza vicendevole dell’una nell’altra. In un andamento chiaroscurale, tra il trionfo della luce e l’incombere del buio, l’ordinario vive una metamorfosi perpetua che il testimone osserva nel confondersi di dimensione umana e naturale. La personificazione diventa espediente cardine per restituire l’immagine di una realtà vivace e vivificata dall’occhio dell’osservatore. Il poeta, attraverso il predominante andamento monologico, rivendica per sé uno spazio libero di creazione. L’io desidera il rifugio del suo atelier, inebriato dalle sequenze di visioni imbrigliate nell’enunciato nominale, in un reticolo poetico che intreccia inquietudine e quiete. La dimensione corporale si esprime sottovoce in un universo pervaso dall’atavico segreto del germogliare del fiore, simbolo al contempo di purezza e di precarietà. Al suo mistero, il poeta si abbandona estatico e sofferente, innamorato di quest’immagine di perfezione, e consapevole della sua fatale delicatezza. Alla predominante solitudine consegue la tensione malinconica volta a una figura materna, trasfigurata nella realtà onirica di una poesia dell’ideale, ma al contempo fisicamente pulsante nelle immagini di una natura radiosa e benevola. La calla, luminosa e dalla fondamentale portata simbolica, è portavoce della passione che da sempre accompagna la produzione artistica di Luca Melzi. L’artista intitola l’ultima raccolta al fiore per eccellenza, vergine nel candore del suo ampio petalo, avvolgente e protettivo. Melzi lo riconosce, osservando una fotografia della madre, nel ciuffo di capelli che scende ampio sulla sua fronte. Se la parola tende a una progressiva essenzialità, assumendo l’immediatezza dell’immagine e liberandosi da un’istintività decadente, l’immagine si contorce, sfogliata in frammenti multiformi, ora tra colori violenti e contorni decisi, in cui si condensano ambiguità e opulenza, assecondando aneliti di disfacimento, ora in sfumature delicate e impressioniste, nell’indefinita dolcezza del ricordo che rievocano. Il percorso poetico di Luca Melzi vive una crescita per la quale la parola dapprima segue l’andamento materico della pittura, nella sua spigolosità irregolare, per poi assumere una posa elativa, portando a compimento l’ardua ricerca dell’essenza, e facendosi latrice di un’istanza salvifica di possibilità. Immagine: Luca Melzi

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Arthur Schnitzler: Doppio sogno di fuga | Recensione

La casa editrice Adelphi annuncia quotidianamente, in questo periodo di quarantena, la fruizione gratuita di alcuni libri del suo catalogo. Fra questi, il titolo caldo di fine marzo è stato l’intramontabile Doppio sogno del romanziere e drammaturgo austriaco Arthur Schnitzler. Doppio sogno è la storia in due notti di Albertine e Fridolin, coppia di sposi nella cornice di una Vienna di fine ‘800. Il gioco dialogico tra i due che fin dalle prime pagine accompagna il lettore è un’audace messa a nudo. Pur condividendo una vita insieme, moglie e marito preservano pensieri reconditi di occasioni mancate. Decidono così di aprirsi in racconti sulla malinconia dell’ignoto, di fughe agognate e di incastri imperfetti sullo sfondo della Marina danese dove trascorrono le vacanze, e dove entrambi si affacciano sull’abisso di infinite possibilità. Il motivo del doppio che risiede nel titolo del romanzo breve di Arthur Schnitzler imbriglia i protagonisti in un intrigo surreale e misterioso. Dal momento in cui Fridolin si allontana per assistere un suo paziente in fin di vita, si profilano due strade parallele: la realtà surreale del marito, l’irrealtà percettibile della moglie. Lui, picaro di una notte insonne per le strade di Vienna, sedotto da una variopinta coralità femminile, e infine condotto dalla curiositas a un ballo in maschera esclusivo. Per caso, infatti, Fridolin incontra un amico di gioventù, Nachtigall, che, nella lunga serie di esperienze vissute grazie alla carriera musicale, viene coinvolto in alcune serate segrete durante le quali non gli è dato vedere neanche la tastiera del piano. La storia del pianista bendato affascina il medico, tanto da fargli supplicare l’amico di condurlo con sé. Tra le regole della festa, una parola d’ordine iniziale, significativamente Danimarca, e il volto coperto da una maschera. Arthur Schnitzler metaforizza attraverso il ballo un universo di perversione regolarizzata. I corpi nudi impegnati in lascivi accoppiamenti celano la loro identità dietro una maschera. Il castigo che viene inflitto agli intrusi è quello di mostrare il volto. Fridolin resta presto incastrato in questa realtà scabrosa, fino all’arrivo di una donna sconosciuta, della quale si innamora follemente, e che misteriosamente scompare dalla scena dopo essersi sacrificata per la sua salvezza. Il medico austriaco non è però completamente redento dal suo peccato: fino alla fine del racconto un’ombra nera si staglia sulla sua persona e su quella di coloro che hanno condiviso con lui questa notte, incombente come un sortilegio. A casa, Fridolin trova Albertine in uno stato di incoscienza, in preda a risa scomposte, risvegliata da un sonno tormentato. I parallelismi tra la folle esperienza del marito e l’evanescenza onirica della moglie acuiscono paradossalmente la distanza tra i due. Entrambi, nel mondo reale e in quello onirico, hanno finalmente assaporato il piacere del proibito, sovvertendo i piani di un’interdizione terrena, ed elevandosi verso una dimensione trasfigurata e diabolica. Albert Schnitzler con Doppio sogno apre una strada alternativa per i suoi protagonisti, rientrando nella logica dell’occasione che pochi anni prima aveva animato un altro romanzo breve: Il compimento dell’amore di Robert Musil. La temporanea fuga […]

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