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Eroica Fenice

La Tag: recensione libri contiene 119 articoli

Libri

Ricordati di me: il romanzo di Emanuele Bosso

Ricordati di me è il romanzo d’esordio di Emanuele Bosso. Il testo, pubblicato dalla casa editrice GM press e introdotto da una prefazione scritta da Valentina D’Urbano, è «un romanzo che racconta del rapporto complesso tra un uomo che desidera diventare padre e un bambino che non è mai stato un figlio». Ricordati di me: il romanzo e la struttura Attraverso Ricordati di me, Emanuele Bosso più che costruire una trama narrativa – più o meno fitta di azioni, situazioni, contesti diegetici – si dedica, con la sua scrittura, al complesso tessuto delle emozioni umane: trama e intreccio, vicende, azioni e situazioni, infatti, non sono descrizioni dei personaggi, piuttosto intendono farsi voce della “vita” stessa dei personaggi. E allora questi personaggi maturano, crescono, si sviluppano e dalle prime pagine prendono corpo attraverso ciò che caratterizza gli esseri umani: le emozioni. Le emozioni: inevitabile parlarne, e  inevitabile ripetere questa parola, questo concetto, riflettendo sul testo di Emanuele Bosso, poiché è proprio su questa componente umana che il testo si trova sorretto; non a caso, infatti, lo sguardo e l’attenzione ricadono su questa frase all’interno del testo: «[…] eppure adesso sono seduto qui a scrivere […] Ho preferito non chiamarlo “diario” ma “raccolta di emozioni”. Un diario segue il tempo, segna i mesi, scandisce i giorni. Queste pagine invece seguiranno soltanto il cuore e le emozioni». Emanuele Bosso scandisce il suo testo in tre momenti: un “mentre”, un “prima”, un “dopo”: tali elementi si evincono non soltanto dal logico scorrere della storia e dei suoi tempi narrativi: l’autore separa in tre scansioni “fisiche” il passaggio fra i ricordi e le azioni, fra i pensieri e le speranze, fra presente e futuro. E così si palesano gli avanzamenti, le stasi, gli inciampi, in continue oscillazioni e all’interno del complesso, delicato e per certi versi misteriosissimo tessuto vitale emotivo. La lettura scorre veloce, sinonimo di una scrittura semplice ma sicuramente attenta alla delicatissima sintassi delle emozioni, e le sequenze narrative si fanno immagine, “consolidandosi” in un affresco linguistico e verbale che non lascia dubbi sullo spessore interiore, intimo, dei personaggi e sulla loro caratterizzazione all’interno del testo. Un composito mosaico: così, potrebbe definirsi, con un’artistica metafora, la complessa struttura del testo, in cui vicende, azioni, pensieri, emozioni, avanzamenti, ritorni, ripensamenti, si fanno strada, sul percorso tracciato da Emanuele Bosso per il cammino dei suoi personaggi; sullo sfondo, un paesaggio che, forse, si fa anch’esso “personaggio” ulteriore, determinando con la sua forte carica suggestiva gli sviluppi della trama. Ricordati di me: fra vive presenze e dolentissime assenze Nel campionario delle emozioni umane che emerge dalla lettura del romanzo di Emanuele Bosso, ciò che colpisce – fra evidenti e intensissime presenze – è stata sicuramente la presenza in penombra – eppure vivissima nel proprio inesprimibile dolore e profondissimo – della protagonista femminile, Silvia; e chissà se interpretazione personale o volontà autoriale, il ricordo che immediatamente suscita il nome: la Silvia di leopardiana memoria. Un dolore, una felicità che fugge: le emozioni hanno una voce universale, benché […]

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Io e il signor Oz (e altri racconti) di Stefano Orlando Puracchio | Recensione

Io e il signor Oz (e altri racconti) è un recentissimo testo (pubblicato lo scorso settembre da Demian Edizioni) scritto da Stefano Orlando Puracchio (alla sua – com’egli stesso afferma – «prima “incursione” nel campo della narrativa»). Io e il signor Oz (e altri racconti): la storia Come evidentemente palesato dal titolo del libro, Io e il signor Oz (e altri racconti) è un libro narrato in prima persona: a raccontare le vicende, come un novello cantastorie, un immaginario sceriffo dal “fosco” passato che fra vari racconti districa pian piano, di pagina in pagina, dubbi e curiosità che spontaneamente sorgono nella mente del lettore (o degli ascoltatori, dato che il testo ben si presta, come ogni fiaba, alla “lettura ad alta voce”). Ciò che colpisce, fra l’altro, è la struttura che Stefano Orlando Puracchio ha dato al suo testo: storie nelle storie, che da un asse orizzontale centrale (la storia del protagonista) si dispongono verticalmente dilungandosi in storie su di esso imperniate; è questo il caso dei racconti scritti dopo la storia principale e nei quali Joe Sneaky Brown (questo il nome di fantasia scelto da Puracchio per il suo immaginario personaggio) spiega l’evoluzione delle proprie vicende personali e dei personaggi che “vivono” intorno a lui. Solo esempi, alcuni, dei vari “altri racconti” di questo testo strutturati lungo orizzontali e verticali secanti il centro della narrazione, che tanto – tantissimo – si avvicinano alla diegesi orale, e per questo fanno pensare al libro come una lunga fiaba che dovrebbe essere cantata e che è stata messa per iscritto. Dal mago di Oz al signor Oz: l’intento narrativo di Stefano Orlando Puracchio Io e il signor Oz (e altri racconti) ha l’intenzione di porsi come proseguimento ulteriore e altro alla storia de Il meraviglioso mago di Oz, come un’appendice a latere, del testo e delle sue varie (fedeli o liberamente tratte dall’originale) prosecuzioni; l’impostazione di fiaba, di storia nella storia, la forte connotazione orale del testo e il richiamo a più riprese di elementi e personaggi del testo di Lyman Frank Baum (la strada lastricata di mattoni gialli, il paese di smeraldi, lo spaventapasseri, le fiere del paese di Oz e le streghe dei regni), fanno del testo di Puracchio un’interessante fiaba che resta fedele all’impianto e alle volontà originali lette nell’opera di Lyman Frank Baum. E il merito di Puracchio, in questo suo testo, dev’essere soprattutto inteso nella messa in opera di un libro che poco si inserisce, di fatto, nella dimensione scritta e nei suoi canoni più veri e propri, per librarsi leggermente nei suoni e nelle consistenze volatili – e al tempo stesso, per taluni versi, solidissime – proprie dell’oralità. E allora Io e il signor Oz (e altri racconti) più che un testo scritto è un fiaba, un lungo racconto trapunto da racconti, a cui mai è possibile mettere la parola “fine”, perché infinita è la facondia e la fantasia dei racconti orali che tramandati lungo le direttrici del tempo (e forse non è un caso che il […]

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Fuga di morte: la poesia della ribellione

Sheng Keyi, autrice del libro Fuga di morte pubblicato da Fazi Editore, regala ai suoi lettori una carrellata di immagini piene di un’emotività esplosiva: senso di libertà, importanza della conoscenza della verità, commozione di fronte all’arte, l’amore come motore primo e ultimo dell’azione dell’uomo. La voce della scrittrice è senza dubbio una delle più interessanti nel panorama della letteratura contemporanea. Oltre ad avere un linguaggio schietto e crudo, la forza delle sue parole risiede soprattutto nella tangibilità delle immagini, forse anche uno dei motivi per il quale il romanzo è stato rifiutato in Cina considerando il suo contenuto controverso. Fuga di morte, la storia La storia inizia con Yuan Mengliu, un giovane ragazzo nato negli anni Sessanta che vive e studia a Beiping, capitale dello stato di Dayang. Di fronte a sé ha un futuro da illustre poeta, e quando tutto sembra fluire naturalmente verso quella direzione, ecco che qualcosa succede dirottando completamente il corso degli eventi. In un giorno qualunque compare dal nulla sulla piazza principale di Beiping un enorme escremento a forma di pagoda. Lo Stato cerca di sminuire la questione fomentando invece ancora di più la voglia di sapere dei cittadini, soprattutto dei giovani, anelanti di conoscere la verità. Le tensioni aumentano, nasce un movimento di protesta contro l’organo centrale guidato dagli intellettuali e i poeti. Yuan Mengliu cerca di dare il suo contributo al movimento, senza però stare tra le prime linee, assopendo mano a mano la sua voce di poeta fino a perderla del tutto quando le proteste vengono violentemente represse e null’altro rimane se non corpi esanimi, persone scomparse e voltagabbana. Da quel momento in poi Yuan sceglie di non scrivere più poesie, portando avanti una piccola e tacita rivoluzione interiore. Egli cambia completamente vita, diventa medico e, così facendo, annienta la sua identità di poeta nella speranza che anche il mondo se ne dimentichi. Ma per quanto una persona si voglia chiudere nel silenzio e nell’oblio dopo aver vissuto eventi così tragici, il ricordo dell’amore diventa il suo nuovo canto poetico e il motore primario delle azioni di Yuan Mengliu, il quale dieci anni dopo la repressione delle proteste dei suoi compagni poeti, andrà alla ricerca della sua amata e scomparsa Qi Zi. Nel mentre del suo viaggio, Yuan si ritrova catapultato in un mondo utopico ma dispotico, la Valle dei Cigni, in cui non esistono povertà e malattia ma la libertà delle persone è veicolata da un tacito senso di timore nei confronti del capo spirituale. La narrazione diventa un continuo parallelismo tra passato e presente, vestito da futuro lontano. La Valle dei Cigni diventa metafora dei sogni e i vaneggiamenti di un mondo migliore, corrotti però dalla fragilità dell’essere umano che non può non cadere in qualche modo in errore. La perfezione di questo nuovo mondo è retta dall’illusione, dall’appiattimento delle emozioni, dalla religiosa fiducia nei confronti di Alien, il capo spirituale della Valle. Nessuno vuole chiedersi quale sia la realtà, nessuno vuole combattere per la verità perché ciò ha portato in […]

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Il giro del Mondo in 40 Napoli: il libro di Michelangelo Iossa

Il giro del Mondo in 40 Napoli è un libro di Michelangelo Iossa pubblicato recentemente (gennaio 2019) per la casa editrice Rogiosi editori. Il giro del Mondo in 40 Napoli: il testo Il testo “geografico” di Michelangelo Iossa è un inconsueto “atlante di viaggio”, una guida “sui generis“: iniziato come «inchiesta che il Corriere del Mezzogiorno pubblicò a puntate tra l’agosto e il settembre del 2017» e divenuto poi libro «grazie all’affettuoso interesse dell’editore Rogiosi», Il giro del Mondo in 40 Napoli è uno sguardo curioso sul mondo, alla ricerca di poleonimi simili o del tutto identici rispetto alla “nostra” campana Napoli. Musica, letteratura, cinematografia, storia, politica, religione: sono molti i riferimenti che Michelangelo Iossa mescola alle pagine della sua “guida geografica” sulle varie “Napoli nel Mondo”; così come molti sono i paralleli che lo stesso autore traccia fra le città: sembra quasi di poter scorgere fra le pagine quell’ideale filo narrativo che di città in città, di viaggio in viaggio, Michelangelo Iossa ha svolto fra le pagine, ha steso, ha annodato, fino a intrecciare complessivamente il composito tessuto geografico-narrativo di cui Il giro del Mondo in 40 Napoli è costituito. Le “40 Napoli nel Mondo” Il viaggio fra le “Napoli del Mondo” si svolge a partire dalle Americhe: è qui, in questo continente, che Iossa ci illustra le “città nuove” statunitensi, canadesi e brasiliane dando, fra l’altro, spazio alla virtuale metropoli Neopolis, «un non-luogo, una città non reale» omonima delle altrettanto immaginarie città e megalopoli di videogiochi e fumetti ricordate dall’autore fra le pagine del suo testo. Il viaggio riprende lungo le linee della realtà e il racconto prosegue nelle città dell’Africa, dell’Asia e dell’Europa; ed è qui, in Europa, nella nostra Italia, in particolare, che il viaggio intorno al Mondo di Michelangelo Iossa giunge alla sua tappa conclusiva (per il momento): con un “volo” dalla siracusana Neapolis, arriviamo a Napoli, nella “nostra” campana Napoli, di cui Michelangelo Iossa riconosce «l’immenso contributo che l’arte, la letteratura e la musica» hanno sempre offerto a Napoli, con chiara visibilità nel mondo. E allora, noi napoletani, ricordando le parole che l’autore ha espresso in procinto della chiusa alla sua “opera itinerante” – «Napoli è una e multipla: non solo sfogliatelle e mandolini ma anche rodeo texano, ouzo ateniese, carnevale brasiliano, malvasia greco-veneziana, testimonianza dei nativi americani, prelibatezze siciliane e pugliesi, villaggi africani e smart city cipriote. Tutto si nasconde e si svela nel nome di Napoli, ad ogni latitudine» – guida di viaggio alle “Napoli nel Mondo” alla mano e consapevolezza geo-storico-etnografica nel cuore e nella mente, possiamo intraprendere idealmente o fisicamente questo sicuramente suggestivo viaggio mossi sempre ed imprescindibilmente da – riprendo una frase di Giancarlo Siani ricordata da Michelangelo Iossa in epigrafe al suo testo – «ricerca, curiosità, approfondimento». Fonte immagine in evidenza: rogiosi.it 

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Il silenzio dopo l’amore: il romanzo di Daniel Cundari | Recensione

Parla subito chiaro, Daniel Cundari, sin dalla prima pagina e questa sua schiettezza la trascina con sé per l’intero romanzo. Le sue prima formulazione è una domanda retorica – forse autocritica mista ad autoironia o forse incredulità-:«Chi sarebbe capace di pubblicare un romanzo scritto da uno come me e composto da una sola e interminabile frase?» Sembrava assurdo? Eppure lo ha fatto la Ferrari editore, il romanzo è Il silenzio dopo l’amore, il suo autore Daniel Cundari. Daniel Cundari ha scritto un antiromanzo Daniel Cundari ha scritto un  romanzo che è “un’unica e interminabile” frase o una frase che è diventata un romanzo. Quanto sarebbe utile definire Il silenzio dopo l’amore un anti-romanzo? Meglio sarebbe liberarci da ogni classificazione di sorta, mandare al diavolo le convenzioni formali e concentrarci sulla forza di questo libro perturbante. Immaginiamo allora una notte interminabile, una notte d’insonnia selvaggia che scava la testa come un lombrico malato e il cervello inizia a fare le flessioni e si stanca instancabile cimentandosi in un esercizio di scrittura che chiameremmo flusso di coscienza, stream of consciousness, che non bada alla punteggiatura, né alle buone maniere, ma dà sfogo a una mente in fermento. Daniel Cundari è precursore e inventore del ‘Repentismo Cutise’, una scienza/spettacolo originata dal canto d’improvviso. Non ci stupiamo allora della maestria e dell’abilità in suo possesso nel gestire un prosa scorrevole e veloce, fatta di cambi di prospettiva repentini mai scanditi da segni di punteggiatura che non siano virgole; una prosa che nei suoi voli pindarici, in meno di cento pagine accoglie in sé temi e motivi attualissimi e vari che includono ogni aspetto del presente. Né ci stupiamo che l’autore citi Louis-Ferdinand Céline:« Al principio era l’emozione: ho voluto sempre una prosa che nasca dalla Musica, senza mediazioni.» Il risultato è che Il silenzio dopo l’amore di Daniel Cundari è un rigurgito che odora di carta, è un corpo che copiosamente sanguina coordinate e invettive. Questo libro così piccolo, che per contenerlo basta una mano o una tasca, è un docile e ostinato resoconto del nostro tempo: siamo noi uomini un insulto a noi stessi, su un pianeta colmo di lestofanti e maleducazione, tutti affetti da “pecorismo acuto” di massa o dalla malattia del secolo- la depressione e l’ansia- e quando gli ansiolitici non bastano, ecco ricorriamo alla violenza, allo stupro, al denaro, alle scommesse, alle bombe del secolo del Capitalismo dove ancora si sente dire “Fascismo! Comunismo!”. Nel Silenzio dopo l’amore, Daniel Cundari si sofferma e si dilaga in parole sferzanti e veritiere che – nonostante tutto, nonostante lo schifo, la Nausea, la Noia – paradossalmente celano ancora fiducia e speranza nel genere umano: occorre il barbaro coraggio dei poeti, si sa, e Daniel Cundari è un poeta attratto dagli emarginati e dai folli consapevole del fatto che il folle è un diverso, è un genio. Nonostante tutto: l’amore, i libri, la cultura Nonostante tutto, Daniel Cundari è convinto che in un mondo in cancrena, dove si diffonde veloce un colera di massa, […]

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6 Libri del 2019 da leggere: i nostri consigli

6 Libri del 2019 da leggere: i nostri consigli! L’anno 2019 è stato costellato dall’uscita di libri significativi che hanno riscosso un notevole successo tra i lettori. Ne abbiamo individuati 6 che hanno un sottile fil rouge in comune, cioè quello di combattere per noi stessi e per una società migliore in contrasto con l’omologazione della società odierna. Il libro in cima alle classifiche di gradimento è “Io sono una bambina ribelle. Il quaderno delle mie rivoluzioni” di Francesca Cavallo ed Elena Favilli, edito da Mondadori. Il primo tra i 6 Libri del 2019 da leggere propone alle giovani lettrici non una classica storia di eroine fantastiche ma un percorso da scrivere, stimolando le lettrici a disegnarsi come protagoniste della vicenda stessa. Si tratta di una storia efficace che descrive donne forti, che non hanno paura di mostrare il loro valore umano e che hanno combattuto per essere prese in considerazione. “Io sono una bambina ribelle. Il quaderno delle mie rivoluzioni” è un invito ad accettarsi, amarsi, ribellarsi per migliorare e saper dare il valore giusto alle piccole cose. Invoglia sia gli adolescenti che le giovani donne a non aver paura di dire ciò che pensiamo anche se si tratta di un pensiero anticonformista.  Un forte insegnamento che si comprende durante la lettura di tutto il libro è il valore della diversità poiché l’autrice Francesca Cavallo ci sprona ad una sana sorellanza, proponendo un mondo all’insegna dell’armonia e della parità di diritti, un mondo libero e rispettoso della diversità. Ridona nuova importanza alle parole “sì”, “grazie”  “prego”, ma soprattutto “NO”, che oggi sembrano fuori moda. “Fiorire d’ inverno”. Un titolo coraggioso, deciso dalla bella, energica, e determinata Nadia Toffa. Definita come la giornalista che buca lo schermo, ha voluto con questo libro rafforzare l’idea che ognuno di noi ha di lei; una professionista forte, caparbia, che sa dire no quando è necessario, ma soprattutto una Nadia che racconta, senza giri di parole e mezzi termini, come ha trasformato “la sfiga” di avere il cancro in “un dono”. Nadia scrive questo libro con la voglia di incoraggiare gli altri a reagire e di sottolineare quanto anche una così terribile esperienza possa diventare opportunità di cambiamento. “Fiorire d’inverno” con la frase rivoluzionaria “Mi alzo sempre con il sorriso. Certo che preferisco il sole, ma quando ci sei in mezzo scopri che anche la neve ha la sua bellezza” è stato uno dei libri più apprezzati del 2019. Non si tratta di una semplice storia ma è un insieme di ricordi di luce ed ombre che Nadia Toffa ha voluto descrivere con grande sensibilità, affermando con convinzione che chiunque sia malato di cancro è un grande guerriero che ha bisogno di energia positiva per abbattere un grande male che logora interiormente. Un esempio di coraggio ed uno spirito combattivo traspare dalle righe di questo libro che dona ai lettori emozioni forti e contrastanti ed un grande insegnamento di vita. Houellebecq (Michel Thomas) nato a Réunion nel 1956 è uno degli autori francesi più […]

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Angela Carter e la raccolta Nell’antro dell’alchimista

Recensione della raccolta Nell’antro dell’alchimista di Angela Carter Angela Carter è nata a Eastbourne nel maggio del 1940 ed è morta a Londra nel febbraio del 1992. Ha frequentato l’Università di Bristol dove ha studiato Letteratura inglese. Fin dalla pubblicazione del suo primo romanzo, La danza delle ombre (1966), ha iniziato ad essere considerata una delle più originali scrittrici britanniche. In seguito ha scritto altri otto romanzi. È stata una scrittrice e giornalista, divenuta famosa per le sue opere femministe, di realismo magico e di fantascienza. La sua prosa concilia l’horror-fantasy più macabro con la commedia erotica. Nelle opere di Angela Carter troviamo molti riferimenti a Shakespeare, nel romanzo Figlie sagge, al marchese de Sade, a Charles Baudelaire nel racconto Venere nera. È stata però maggiormente ispirata dalla tradizione del racconto orale: ha riscritto, infatti, molte fiabe, tra cui Cappuccetto Rosso, Barbablù e La Bella e La Bestia. Angela Carter è morta di cancro nel 1992, all’età di cinquantuno anni, nella sua casa di Londra. La camera di sangue è il suo capolavoro: il libro per cui verrà maggiormente ricordata. Nell’antro dell’alchimista di Angela Carter è una raccolta divisa in due volumi e pubblicata da Fazi Editore che si apre con L’uomo che amava il contrabbasso.  L’incipit è questo: «Tutti gli artisti sono un po’ pazzi, si dice. Questa follia è, in una certa misura, un mito creato dagli artisti stessi per tenere alla larga i comuni mortali dalla congrega creativa fenomenalmente compatta. Però, nel mondo degli artisti, i consapevolmente eccentrici rispettano e ammirano sempre quelli che hanno il coraggio di essere genuinamente un po’ pazzi.» Continua con il secondo racconto, che è Una signora molto per bene e suo figlio in casa. «Quando ero adolescente, mia madre m’insegnò un incantesimo, mi diede un talismano, mi porse la chiave del mondo. Perché vivevo nel terrore, io, così giovane, così timida davanti a tante persone − le persone che parlavano piano e aspiravano l’acca; le maschere del cinema che, in quei giorni, erano ragazze con indosso degli ampi pigiami di satin che burlavano il mio sesso ancora dormiente con spudorata lascivia, uomini affabili che mettevano le mani fredde sui miei seni appena formati, inermi, al piano superiore dei solitari autobus novembrini. Tante, tante persone.» Nell’antro dell’alchimista di Angela Carter Il libro continua con Souvenir del Giappone, La bella figlia del boia, Gli amori di Lady Porpora, Il sorriso dell’inverno, Penetrando nel cuore della foresta, La carne e lo specchio, Padrone, Riflessi, Elegia per un cane sciolto ed altri racconti. Nella postfazione la scrittrice scrive: «Ho incominciato a scrivere brevi prose quando vivevo in una stanza troppo piccola per scriverci un romanzo. Le dimensioni dello spazio intorno a me modificavano quello che facevo nella stanza e lo stesso succedeva ai miei scritti. La traiettoria limitata della narrativa breve ne concentra il significato. Il segno e il senso si possono fondere in un modo che non è attuabile tra le molteplici ambiguità di una narrazione di lungo respiro. Ho scoperto che benché il gioco […]

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Mario Pacelli: il nuovo libro sul caso di Wilma Montesi

Non mi piacciono i film di Anna Magnani. Il caso di Wilma Montesi da un libro di Mario Pacelli, edito da Graphofeel editori. L’italia della Dolce vita finì con il caso Montesi: era terminata l’età dell’innocenza. Arrivò l’Italia del benessere, quella della contestazione, quella della crisi politica ed economica. Il caso Montesi è ancora oggi uno dei misteri italiani. A leggere i vecchi dati, il famoso memoriale della Caglio, con tutte le mezze verità, e le indagini, su una notizia di cronaca che ancora oggi lascia molti dubbi: chi ha ucciso Wilma Montesi? E perché il suo corpo è stato rivenuto a Torvaianica? Il saggio di Mario Pacelli racconta del cosiddetto “Caso Montesi” che all’epoca fece molto scalpore. L’autore inizia a raccontare di un’Italia ormai cambiata e sconvolta dalla guerra. Di un posto dove la morte ha lasciato i suoi segni, e la gente vuole solo ricominciare ed essere felice. C’è il racconto breve della fine di una Monarchia che aveva inasprito le nostre terre, e un racconto preciso sullo scenario politico che di lì a poco si sarebbe consolidato. È l’11 Aprile 1953 quando il cadavere di una giovane donna viene rinvenuto sulla spiaggia di Torvaianica. In seguito ad alcune rivelazioni si capirà che si tratta del corpo di Wilma Montesi. Il giovane che rinviene il cadavere avvisa prontamente chi di dovere, ma fin da subito il caso della giovane apparirà molto controverso. Attorno al caso della sua misteriosa morte ruoteranno numerosi quesiti. Alcuni testimoni diranno di averla vista mangiare un gelato ad Ostia proprio nel giorno della sua morte, qualcun altro di averla vista in stazione, mentre sua sorella affermerà di aver sentito le intenzioni di Wilma circa «il recarsi al mare per un problema al tallone». Da queste rivelazioni seguiranno una serie di indagini. Il mostro mediatico farà rimbalzare la patata bollente tra i più disparati uomini di potere. Il caso Montesi sembrerà quindi trasformarsi da una vicenda di cronaca nera, ad una guerra al potere, senza esclusione di colpi. Numerosi giornali, come “il Messaggero” e il “Roma” avranno la loro parte nelle indagini. Proprio per mezzo stampa ci si avvicinerà ad una verità scottante, dove al cardine della questione sembrerà esserci una sostanza dal nome “Biancaneve”. Il caso Montesi, dopo due autopsie, non arriverà mai alla risoluzione dei fatti, fino ad intricarsi persino di colpevolezze familiari. Giuseppe Montesi si troverà a dover rispondere a domande scomode, e verità dolorose. Nel 1955 si arriverà all’atto conclusivo delle indagini, dove le colpe si divideranno tra gente di potere e gente che aveva solo fatto male il suo dovere per inettitudine o per interesse. I personaggi descritti nelle vicende saranno emblematici e complicati, nomi ed immagini si susseguiranno rapidamente, dando alla stessa opera di Mario Pacelli un ritmo incalzante, reso ancora più frenetico dalla non finzione dei fatti descritti. Il titolo Non mi piacciono i film di Anna Magnani si rifà ad un episodio chiaro poiché la giovane proprio nel pomeriggio di quel triste accaduto, aveva rifiutato di recarsi al […]

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Franck Thilliez e Il Manoscritto per Fazi | Recensione

La prolifica penna dello scrittore francese Franck Thilliez ci regala con Il Manoscritto un nuovo thriller dall’intreccio denso di colpi di scena, un sapiente gioco di specchi che riflette e amplifica i personaggi e le loro storie confondendo i margini delle verità di cui ciascuno è portatore. Un gioco di doppi in cui ogni verità si confronta con i suoi possibili opposti fino a perdere i confini e a confondersi con le sue successive reinterpretazioni. Protagonista della storia di Franck Thilliez è la famosa scrittrice di thriller Léane Morgan nel cui recente passato si nasconde il dolore più grande, la perdita dell’unica figlia scomparsa quattro anni prima. La scomparsa di Sarah viene attribuita dalla polizia a un pluriomicida che, richiuso in carcere da due anni, si diverte a rivelare con il contagocce il luogo di sepoltura delle sue vittime, tutte ragazze giovanissime. Nelle confessioni del serial killer manca solo il nome di Sarah e i genitori elaborano in forme opposte l’assenza di una fine certa. Léane affida tutto il suo dolore alle atroci e turpi scene dei romanzi che scrive cercando di frapporre quanta più distanza possibile fra sé e il luogo dove la sua felicità si è interrotta; il marito Jullian, al contrario, ha deciso di dedicare tutta la sua sofferenza e le sue energie alla spasmodica ricerca della verità. La distanza abissale che ormai separa i due coniugi viene interrotta da un grido di aiuto, un messaggio di Jullian sulla segreteria di Léane la informa di aver fatto una scoperta importante riguardo la scomparsa di Sarah. Jullian viene ritrovato privo di sensi e la sua aggressione, unita alla successiva perdita di memoria, costringerà Léane a ritornare nei luoghi del suo più grande incubo per cercare di ripercorrere il filo spezzato delle ricerche del marito. La vicenda della scomparsa di Sarah e delle altre giovani vittime di Andy Jeanson si sovrappone al ritrovamento del cadavere di una giovane donna nel bagagliaio di un’auto rubata nei pressi di Grenoble. Il macabro ritrovamento metterà sulla pista delle giovani scomparse un poliziotto dotato di una prodigiosa memoria, Vic Altran, intrecciando le sue ricerche alla verità che disperatamente Lèane tenta di strappare dall’ombra dei ricordi di Jullian. La corsa di Vic contro il tempo e quella di Lèane all’indietro nel passato si alterneranno sovrapponendo davanti agli occhi del lettore indizi e nuovi rompicapi, rivelazioni e negazioni in un gioco senza fine. Il Manoscritto di Franck Thilliez è difatti un infinito gioco di verità sovrapposte. È innanzitutto infinita la duplicazione della trama essenziale che, nella direzione che conduce dal lettore al soggetto, replica lo schema alla base dell’intera narrazione. Riproducendo mirabilmente una mise en abyme, l’autore afferma nel prologo che il libro è il manoscritto incompiuto di un famoso scrittore che racconta la storia di una scrittrice di thriller il cui ultimo romanzo, intitolato Il manoscritto, narra le vicende di uno scrittore di thriller. Lo schema si ripete innumerevoli volte invitando il lettore a soffermarsi su aspetti ogni volta più bui nelle vicende e nell’animo […]

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Aldo Simeone e il suo esordio “Per chi è la notte”: la Garfagnana magica e terrificante dei partigiani

Aldo Simeone ha pubblicato con la Fazi Editore il suo primo romanzo Per chi è la notte: un racconto ambientato nella Garfagnana ai tempi del fascismo che si sviluppa tra le fronde oscure di Bosconero, un borgo infestato di magia e superstizione, una “favolosa Linea Gotica” attraversata da forze naziste e partigiane. Qui vive Francesco, un ragazzino di undici anni che la guerra non l’ha mai vista, ma che è figlio di un disertore. Suo padre, ex carbonaio, è sparito con l’inizio della guerra: addentratosi nel bosco non è mai più ritornato. Francesco non sa se il padre è vivo o morto, forse lo hanno preso gli streghi: «Anime cattive – morti, forse. Vanno dopo il tramonto, in processione al lume di candela, e, se li incontri, ti chiedono:  «Per chi è la notte? Se sai la risposta, puoi andare. Sennò, fingono di riaccompagnarti a casa, ma in realtà resti con loro per sempre. » È per questo che nel Bosco non ci si può entrare, al bosco è vietato anche solo pensarci. Ma l’ossessiva curiosità mista alla paura, questo impulso di violare il confine è la colpa che Francesco Pacifico porta con sé fin dalla nascita. «Così il bosco venne lui a cercarmi, e aveva labbra sottili e occhi verdi per convincermi a dargli la mano.» È Tommaso, un ragazzino che ha attraversato il bosco per sfuggire al vero nemico (la guerra) e che anzi il nemico lo conosce bene, che aiuterà Francesco a sciogliere l’interrogativo che gli urla in testa: «Per chi è la notte? » Per chi è la notte: Aldo Simeone ha scritto  un romanzo sulla fine dell’infanzia L’esordio di Aldo Simeone è stato definito un libro sulla fine dell’infanzia. Il bosco simboleggia questa fine, il bosco – che ha in inizio, ma che non si sa dove finisce, il bosco abitato dagli streghi, dai giganti, dalla Gatta Marella che rapisce i bambini o da capri che sono demoni … –  è la soglia che Pacifico deve superare per crescere: attraversarlo significa riconoscere la realtà della guerra e con essa la possibilità che il padre sia morto, morto da partigiano. Pacifico è vissuto nelle superstizioni, nei racconti spaventosi della nonna, nel timore costante del bosco. Il binomio paura-speranza accompagna Pacifico per tutto il racconto: stare alla larga dai pericoli, rifugiarsi nella paura degli streghi lo protegge dal male vero nella speranza che basti stargli alla larga per non cascarci dentro. In un luogo in cui la guerra accade e viene dimenticata, naturale come la morte, Aldo Simeone apre uno squarcio di fiaba e orrore insieme, in una delle terre che hanno visto le più sanguinose stragi della Seconda Guerra mondiale, lo scrittore pisano ambienta la storia di un’amicizia e la forza che ne deriva. L’arrivo di Tommaso è fondamentale per Pacifico: è questo ragazzo dai capelli rossi che lo riaggancia alla realtà, è grazie a lui che Pacifico infrange  tutti i divieti e finalmente cresce. «Passai in rassegna i divieti infranti da quando avevo conosciuto Tommaso, […]

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