Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La Tag: recensione libri contiene 110 articoli

Recensioni

Aldo Simeone e il suo esordio “Per chi è la notte”: la Garfagnana magica e terrificante dei partigiani

Aldo Simeone ha pubblicato con la Fazi Editore il suo primo romanzo Per chi è la notte: un racconto ambientato nella Garfagnana ai tempi del fascismo che si sviluppa tra le fronde oscure di Bosconero, un borgo infestato di magia e superstizione, una “favolosa Linea Gotica” attraversata da forze naziste e partigiane. Qui vive Francesco, un ragazzino di undici anni che la guerra non l’ha mai vista, ma che è figlio di un disertore. Suo padre, ex carbonaio, è sparito con l’inizio della guerra: addentratosi nel bosco non è mai più ritornato. Francesco non sa se il padre è vivo o morto, forse lo hanno preso gli streghi: «Anime cattive – morti, forse. Vanno dopo il tramonto, in processione al lume di candela, e, se li incontri, ti chiedono:  «Per chi è la notte? Se sai la risposta, puoi andare. Sennò, fingono di riaccompagnarti a casa, ma in realtà resti con loro per sempre. » È per questo che nel Bosco non ci si può entrare, al bosco è vietato anche solo pensarci. Ma l’ossessiva curiosità mista alla paura, questo impulso di violare il confine è la colpa che Francesco Pacifico porta con sé fin dalla nascita. «Così il bosco venne lui a cercarmi, e aveva labbra sottili e occhi verdi per convincermi a dargli la mano.» È Tommaso, un ragazzino che ha attraversato il bosco per sfuggire al vero nemico (la guerra) e che anzi il nemico lo conosce bene, che aiuterà Francesco a sciogliere l’interrogativo che gli urla in testa: «Per chi è la notte? » Per chi è la notte: Aldo Simeone ha scritto  un romanzo sulla fine dell’infanzia L’esordio di Aldo Simeone è stato definito un libro sulla fine dell’infanzia. Il bosco simboleggia questa fine, il bosco – che ha in inizio, ma che non si sa dove finisce, il bosco abitato dagli streghi, dai giganti, dalla Gatta Marella che rapisce i bambini o da capri che sono demoni … –  è la soglia che Pacifico deve superare per crescere: attraversarlo significa riconoscere la realtà della guerra e con essa la possibilità che il padre sia morto, morto da partigiano. Pacifico è vissuto nelle superstizioni, nei racconti spaventosi della nonna, nel timore costante del bosco. Il binomio paura-speranza accompagna Pacifico per tutto il racconto: stare alla larga dai pericoli, rifugiarsi nella paura degli streghi lo protegge dal male vero nella speranza che basti stargli alla larga per non cascarci dentro. In un luogo in cui la guerra accade e viene dimenticata, naturale come la morte, Aldo Simeone apre uno squarcio di fiaba e orrore insieme, in una delle terre che hanno visto le più sanguinose stragi della Seconda Guerra mondiale, lo scrittore pisano ambienta la storia di un’amicizia e la forza che ne deriva. L’arrivo di Tommaso è fondamentale per Pacifico: è questo ragazzo dai capelli rossi che lo riaggancia alla realtà, è grazie a lui che Pacifico infrange  tutti i divieti e finalmente cresce. «Passai in rassegna i divieti infranti da quando avevo conosciuto Tommaso, […]

... continua la lettura
Libri

Uno qualunque: la vita e la morte nel romanzo di Alessandro Agnese

Uno qualunque, romanzo di esordio di Alessandro Agnese, edito dalla casa editrice calabrese Ferrari Editore, è un romanzo per certi versi spietato, che mette di fronte alla vera essenza dell’esistenza umana. Quattro storie, apparentemente slegate una dall’altra, che si compiono e s’incastrano nei deserti dell’anima in cui si rimane inghiottiti senza nessuna via di scampo. Quattro anonimi protagonisti-narratori, cittadini della stessa indefinita città-mondo, che attraversano quella sottile linea d’ombra che fa da confine tra la normalità e la follia. Due costanti ricorrenti sono Amerigo, personaggio dalla natura contrastante e tormentata che mostra la forza e la fragilità del male, e la morte, metafora della transizione tra i vari stadi della coscienza, mistero e incubo palpabile da cui l’uomo tenta invano di scappare. Uno qualunque, di Alessandro Agnese: quattro stadi della vita uniti da un filo rosso sangue Il romanzo di Alessandro Agnese è suddiviso in quattro macrocapitoli, ognuno dei quali rappresenta uno stadio del percorso umano: in ordine, abbiamo infantia, adulescentia, juventus-maturitas e senectus. Protagonisti sono, appunto, delle persone “qualunque”, individui che in qualche modo provano un certo “disagio” nei confronti della vita e che, invece, sembrano essere morbosamente attratti dalla morte, fil rouge dell’intero romanzo. I protagonisti di Uno qualunque la desiderano ardentemente, la sognano come la pace dopo una lunga ed estenuante battaglia contro sé stessi e i propri fantasmi. Lo stesso Alessandro Agnese, per bocca di uno dei suoi protagonisti, spiega la sua visione dell’esistenza e dello stretto rapporto tra questa e la morte: “Tutti noi umani, al di là di chi siamo e di cosa facciamo, abbiamo le stesse paure e le stesse necessità. Viviamo e attraversiamo tutti le stesse fasi, in un modo o nell’altro. L’infante, ad esempio, agisce senza morale e senza cognizione di causa. È un esserino fastidioso e capriccioso che si muove e impara a tentoni, attraverso stupidi sbagli. (…) L’adolescente è, invece, in conflitto con se stesso e il mondo intero. È convinto di essere il solo a perseguire il vero ma, in realtà è bloccato in una fase della vita che lo strattona, in egual misura, tra la puerizia e quello che inevitabilmente diventerà. L’adulto, invece, è  consapevole che la vita si regge su schemi e compromessi invalicabili. (…). Infine c’è il vecchio, un uomo solo, angustiato dal pensiero di non avere più un ruolo utile nel teatrino osceno dell’esistere. (…) Eppure, arriviamo tutti allo stesso capolinea: la morte, il solo motore del nostro agire. È la morte il vero operatore di cambiamento della nostra vita, ma tutti ne siamo terrorizzati. Sono convinto, però, che, in realtà, abbiamo più paura della vita, non il contrario…“ I quattro capitoli di Uno qualunque, dunque, presentano quattro protagonisti che, ognuno a modo loro e ognuno secondo le modalità proprie dell’età in cui si trovano, cercano di capire il rapporto ambiguo e necessario che intercorre tra la vita e il suo contrario, tra caos vitale e ordine mortale. Tutti loro sono irresistibilmente attratti dal lato oscuro, fanno di tutto per raggiungerla e passano l’esistenza a stordirsi per arrivare quanto più vicino possibile all’esperienza […]

... continua la lettura
Libri

Nestor Burma e la bambola: un altro successo di Léo Malet edito Fazi

Le avventure del detective privato Nestor Burma ritornano in libreria con “Nestor Burma e la bambola”, un nuovo successo dell’inconfondibile penna di Léo Malet per Fazi Editore.  Ancora una volta, ritroveremo l’irriverente e perennemente al verde Nestor Burma, il celebre investigatore privato nato dalla fantasia del maestro del noir francese Léo Malet, che, armato di pipa, impermeabile e lingua affilata, sventa il crimine nella fredda e piovosa città di Parigi; questa volta impegnato in un difficile caso che vede per protagonisti due anziani signori, che promettono al nostro squattrinato detective una cospicua somma di denaro in cambio del suo aiuto a smascherare un medico abortista che ben tre anni fa si è reso colpevole della morte della loro giovane nipote, un’avvenente diciottenne, una vera “bambola”, citando Burma, da sempre piuttosto sensibile alle attrattive del fascino femminile. Una “bambola” che merita giustizia, per la sua troppo giovane età, per la compassione che suscitano i due fiduciosi vecchietti, disposti a sacrificare tutto il loro patrimonio per dare giustizia al ricordo dell’amata nipotina e, perché no, per il lauto pagamento che spetterà al detective, su cui già pregusta di mettere le mani, assillato dai creditori. Riuscirà il nostro detective a risolvere brillantemente il caso? Un’altra brillante avventura: Léo Malet si conferma il maestro indiscusso del noir francese   Ma non sarà soltanto per il suo atavico bisogno di soldi che Nestor Burma si offrirà di aiutare l’anziana coppia di coniugi: i due riporranno in lui una tale commovente fiducia e dimostreranno un tale desiderio di giustizia (e forse vendetta) che l’uomo non potrà esimersi dall’accettare l’incarico, tanto più se questo vede per protagonista una così bella e giovane ragazza e se si preannuncia un caso difficile ed interessante: come dimostrare qualcosa che è accaduto così tanto tempo fa e sulla base di pochi e deboli indizi, forniti da due vecchietti che si affidano al polveroso diario di una ragazzina e al loro fiuto? Quale occasione migliore per riportare l’Agenzia Fiat Lux in auge, farsi pubblicità, ritornare a far parlare di sé e così ritornare a far quadrare il bilancio? Il movente che spingerà Nestor Burma ad accettare questo incarico non sarà soltanto il bisogno economico, ma la vanità stuzzicata di un uomo abituato ad essere dipinto come “il detective che mette k.o. il mistero” e che da troppo tempo, ormai, sente la nostalgia delle prime pagine dei giornali, con tutto ciò che ne consegue, anche dal punto di vista economico. Ancora una volta, in questo romanzo di Léo Malet le attitudini e le capacità che abbiamo imparato ad apprezzare in Burma saranno utili allo scioglimento del caso: un innato fiuto per gli intrighi (e per le belle donne), una mente acuta e veloce, sarcasmo e perspicacia, la capacità di servirsi dell’aiuto di poliziotti e giornalisti per arrivare ai suoi scopi, facendo creder loro di star rendendo loro dei servigi e continuando invece a mantenere una propria autonomia di pensiero e di azione sfruttando le occasioni che queste collaborazioni possono rendere, una intelligente (e […]

... continua la lettura
Libri

Il Guaritore, il nuovo libro di Renzo Brollo

Il Guaritore, di Renzo Brollo, pubblicato da Diastema Editrice, è una storia lunga, che ha inizio tanti anni fa.  Una narrazione apparentemente semplice che coinvolge e si caratterizza per una forte delicatezza, come una raffica di vento che s’alza improvvisamente, mutando carattere e scatenando sensazioni diverse. Renzo Brollo ha immaginato l’esistenza di un bambino predestinato, la cui voce sembrerebbe fatta apposta per guarire le ferite dell’anima di chi lo ascolta. Il Guaritore: la trama È una storia liberamente ispirata alla vita di uno dei più famosi cantanti del Settecento: Carlo Broschi detto Farinelli la cui voce, bianca e fortemente coinvolgente, allietò la nobiltà per lunghi anni. I cantanti come Farinelli, ebbero una esistenza piuttosto sofferente, che li portò a condurre una vita fuori dall’ordinario. Partendo dalla vicenda di Farinelli, che alla corte dei reali di Spagna guarì il re malato di depressione cantandogli ogni notte le stesse quattro arie, l’autore ha immaginato un piccolo Carlo moderno, che diventerà guaritore e rappresentante, a tratti felice e tratti infelice, così come la propria condizione, presumibilmente non desiderata, prevedeva. La struttura del romanzo: sensazioni ed emozioni contrastanti Il romanzo Il Guaritore è costituito da un preludio e sette movimenti, racconta un lungo processo di formazione che inizia da un trauma; il protagonista della storia, Carlo, avrà (inconsapevolmente) un compito importante e faticoso al tempo stesso, quello di ripulire, grazie alla propria voce, i “drammi” di coloro che portano segni e ferite nei propri cuori. Un compito di certo non semplice, che porta con sé numerose implicazioni, non sempre positive. Un libro profondamente melodico nella narrazione e nella stesura della storia, colpisce sin dalla copertina, sulla quale è raffigurata una figura circondata da piume bianche di pavone, candide e con sul viso una maschera argentata dal lungo becco. La vicenda narrata è esemplare, poiché fa riferimento ad un aspetto chirurgico che affonda le proprie radici nell’antichità, ma è volta a preservare l’identità e la funzione del protagonista, Carlo, il quale inevitabilmente sarà sottoposto a quello che può esser definito un vero e proprio trauma, che probabilmente lo segnerà per sempre. Al centro della vicenda inevitabilmente ci sono i temi dell’arte e della musica, ma anche la psicologia che si nasconde nelle pieghe dell’essere, dell’identità di una persona e di conseguenza le emozioni che essa può suscitare. Oltre al protagonista principale, si susseguono una serie di personaggi inseriti in un insieme di caratterizzanti tensioni emotive, che trascinano il lettore in una dimensione nella quale si celano numerosi aspetti, tutti diversi. Il Guaritore, così come il suo personaggio principale, è un libro dalla scrittura accorta e sinergica al tempo stesso, a volte sbrigativo, altre volte dettagliato. Renzo Brollo ha saputo creare l’immagine di un bambino sulle cui spalle pesano le scelte degli altri, naturalmente non dettate dal suo cuore o dalla sua mente- si potrebbe quasi affermare che si tratti di “scelte non scelte”- di una consapevolezza amara che gli si ritorcerà contro; il protagonista rappresenta un filtro che ha il compito di guarire con la propria […]

... continua la lettura
Libri

L’infinito celebrato da Davide Rondoni

“L’infinito” analizzato da Davide Rondoni nel libro “E come il vento, L’infinito, lo strano bacio del poeta al mondo” Davide Rondoni, poeta e scrittore nonché fondatore del Centro di poesia contemporanea di Bologna, ha voluto celebrare i 200 anni dalla nascita del poema leopardiano più noto, “L’infinito”, attraverso un’analisi appassionata e attualizzante nel suo nuovo libro “E come il vento, L’infinito, lo strano bacio del poeta al mondo”, uscito di recente presso Fazi Editore. Chi può comprendere un poeta meglio di un poeta? Davide Rondoni ci invita a salire su di un treno che viaggia su un duplice binario; quello, concreto, della nostra meravigliosa penisola italiana e quello per lui altrettanto concreto dei versi del poema leopardiano, che ha incantato e continua a incantare e a lasciarci senza fiato anche a 200 anni dalla sua prima apparizione. Il viaggio è reale, perché Rondoni crede fermamente nell‘azione concreta della poesia che, attraverso il suo linguaggio, il suo soprannominare la realtà, mette a fuoco ciò che è una visione miope per tutti gli altri; è come se il poeta avesse un paio di occhiali speciali per guardare il mondo, la realtà che lo circonda, con una visuale più dettagliata e attraverso le sue parole potesse rendere partecipi gli altri di ciò che vede e sente. La poesia, ribadisce l’autore più volte, non abita in un altrove lontano e misterioso. Essa è ovunque, in tutto ciò che ci circonda. Cos’è l’infinito secondo Davide Rondoni E allora, in che modo bisogna affrontare la lettura del poema leopardiano? Che vuol dire capire una poesia? E soprattutto che cos’è quest’infinito che sbuca ogni tanto sulla bocca dei poeti e che si concretizza vivido davanti ai nostri occhi nella poesia di Leopardi? Questi alcuni degli interrogativi che il viaggio all’interno delle parole del Rondoni ci pone e cerca di affrontare. Ciò che avvertiamo sin dal principio è che questa ricerca non parte da mete astratte e lontane, bensì dalla quotidianità, dal dolore, dai confini. Proprio come la poesia leopardiana, la riflessione sull’infinito parte dal limite. Ogni cosa, per essere conoscibile, ha bisogno di essere definita e dunque di essere chiusa entro confini tangibili. L’analisi passa dall’infinito matematico a quello relativo al linguaggio, per arrivare ai tentativi di definizione dei filosofi. L’infinito risiede nell’essere in un qualche modo sospeso, nella possibilità sempre varia degli avvenimenti quotidiani, nonché nella nostra continua ricerca e nei nostri interminabili interrogativi. Tra le esperienze concrete di infinito vi è quella del punto di fuga creato dagli artisti per rappresentare la prospettiva ma, nell’analisi di Rondoni, l’infinito risiede anche nelle esclamazioni di stupore di un gruppo di giovani studenti che, durante una visita guidata al “Sentiero degli dei”, percepisce l’infinito nelle parole di Leopardi declamate dal Rondoni. E a Napoli, luogo in cui dimora il contrasto e dove ogni cosa è fuori luogo ma mai fuori tempo. Sarà dunque un luogo fisico, l’infinito? O è qualcosa che avvertiamo in lontananza, come un’eco lontana? Forse invece è qualcosa che risiede nell’uomo, nella sua contraddittoria finitudine, che cozza con l’infinità […]

... continua la lettura
Libri

I duellanti di Algeri: il nuovo libro di Francesco Randazzo

“I duellanti di Algeri”, le meravigliose avventure di Miguel Cervantes e Antonio Veneziano” di Francesco Randazzo | Recensione “I duellanti di Algeri, le meravigliose avventure di Miguel Cervantes e Antonio Veneziano” è il nuovo libro di Francesco Randazzo, scrittore e regista, uscito di recente per Graphofeel. Le appassionanti vicende del padre della letteratura spagnola e del cosiddetto “Petrarca siciliano”, Cervantes e Antonio Veneziano, compagni di prigionia ad Algeri, prendono forma nel libro di Randazzo. I due scrittori impugnano le rispettive penne immaginarie e sembrano quasi salire sul palcoscenico, allestito appositamente dall’autore e sfidarsi a colpi di… parole. La lotta poetica è alla pari e niente affatto volta alla necessità di prevalere l’uno sull’altro, bensì a stuzzicare ciò che ognuno dei due ha di più caro, l’eloquio, al fine di tenere attiva la mente in una situazione di totale disagio. Proprio nelle condizioni meno adatte e più svantaggiate, infatti, i due scrittori, attraverso le reciproche battute, mettono in scena un dibattito letterario e filosofico degno dei migliori caffè letterari. Anche quando la fame, e i più elementari bisogni corporali, sembrano prendere il sopravvento, le parole non smettono di correre in aiuto ai protagonisti, che attraverso ciò che li sublima, ovvero la loro arte, riescono a rimanere lucidi e a non dimenticare la propria umanità. Cervantes e Veneziano a confronto in I duellanti di Algeri di Francesco Randazzo “Erano, questi due hidalgos fierissimi, accomunati dalle menti affilatissime, dal fiorire dei pensieri e invenzioni verbali vividissime, distinti però nel fisico e nel carattere come il giorno e la notte.” Cervantes ci appare talvolta malinconico; professa però una sfiducia nel mondo poco credibile, perché è evidente che non gli appartiene. Non è ancora lo scrittore del “Don Chisciotte” ma è già un grande scrittore e i suoi discorsi ne sono la testimonianza. Antonio Veneziano è un poeta convinto della propria arte, fiducioso, che neanche nella peggiore delle situazioni perde la speranza, a volte però appare eccessivamente positivo, quasi ingenuo, almeno di fronte alla concretezza del suo compagno-avversario. Nonostante la differenza di lingua, tra i due si instaura una sorta di dialogo allestito in un salotto intellettuale immaginario, nel quale i due riescono a comprendersi grazie a quel linguaggio universale che padroneggiano entrambi; quello letterario e poetico. In questo clima quasi irreale, ad un certo punto interviene un personaggio niente affatto poetico, Barrigon, inviato dal vicerè Hassan, che ha imprigionato gli scrittori, al fine di scoprire i loro propositi di fuga. Con la sua pancia sproporzionata, nonché con la sua mente niente affatto sopraffina, Barrigon è un antenato del più conosciuto e amato Sancho Panza. Egli riporta i protagonisti alla contingenza, al reale, senza però allontanarli del tutto dal mondo letterario nel quale cerca di entrare con la sua ingenua semplicità. Il suo ruolo finirà per ribaltarsi e da spia diverrà complice nella fuga dei protagonisti. Un dialogo lungo secoli La narrazione delle vicende dei due scrittori si interrompe e un salto temporale ci riporta alla realtà attuale, dove un ricercatore, Antonio Dogradi, ci narra […]

... continua la lettura
Libri

Atlante: il libro d’esordio di Vincenzo Scaglione| Recensione

“Atlante” è l’esordio letterario di Vincenzo Scaglione, di recente edito da La bottega delle parole. Sin dalle prime pagine abbiamo la sensazione di entrare all’interno della mente di un’anima spaesata, la cui bussola è impazzita, e il cui dolore è tangibile. Atlante è un racconto frantumato, dove tempi passati e presenti si alternano vicendevolmente, proprio come le emozioni in un cuore deluso. Il protagonista della vicenda, Valerio, ci trascina nel suo flusso di pensieri e di emozioni. C’è il sogno allucinato, ma c’è anche il ricordo lucido e vivo. C’è la delusione per una storia d’amore che, una volta finita, porta via con sé anche tutto il resto, ma al contempo c’è la voglia di rialzarsi con le proprie gambe e continuare a camminare da soli.  Nel cuore del racconto di “Atlante” di Vincenzo Scaglione Il racconto di Vincenzo Scaglione ha un punto focale, al quale, come presi da un vortice, tornano i ricordi più disparati e lontani: il centro dell’uragano è sempre lei. Quell’amore che ci convince a stravolgere la nostra vita, non solo a pensare per due, ma a vivere concretamente in due. Il racconto di Vincenzo finisce per essere una sorta di auto-analisi, di confessione che sgorga inarrestabile da quel centro, da quella delusione che finisce per travolgere ogni cosa le gravitasse intorno.  Il dolore provocato da quella separazione inaspettata e indesiderata, Valerio lo conserva e lo custodisce, come riempitivo di quel vuoto. E proprio come un flusso di pensiero incontrollato, il racconto di Valerio si srotola tra le pagine, passando da un ricordo all’altro. Le frasi proverbiali della nonna morente, ricordate col senno di poi, sembrano quasi rappresentare una sorta di fatale premonizione del suo destino amoroso. È questo l’espediente messo in scena per ricordare l‘inizio della storia d’amore che sembra cambiare le sorti di Valerio: il primo casuale incontro ad una festa, una ragazza che sembra non avere nulla a che fare con l’ambiente circostante, e che proprio per questo risulta essere la più attraente, il primo scambio di battute niente affatto promettenti, ma poi il cambio di scena; una serie forse non casuale di coincidenze che portano i due ad uno pseudo avvicinamento… una favola tutta moderna, insomma. E così i ricordi del passato si alternano al presente, e si fa esplicita la necessità dell’oggi di andare avanti, nonostante la volontà di fissare ancora una volta quello che è stato, perché passato non vuol dire meno importante. Il linguaggio schietto e chiaro dell’autore rende più vivide le emozioni, come le metafore che utilizza, quasi a voler riportare esattamente quello che è il linguaggio del pensiero, e, attraverso la limpidezza delle parole che si susseguono sulla pagina, sembra quasi di vedere chiaramente il riflesso dei pensieri dell’autore. Come anticipato dai paragrafi iniziali, la favola moderna finisce, senza una causa straziante, ma non per questo con meno dolore. Quello stesso dolore è intessuto nelle parole del racconto, ed è vivida la voglia del protagonista di riprendersi ripartendo da se stesso. Forse proprio dalle sue stesse parole. […]

... continua la lettura
Libri

La guerra di tutti, il ritorno di Raffaele Alberto Ventura

Dopo il successo riscontrato con Teoria della classe disagiata, Raffaele Alberto Ventura torna nelle librerie con La guerra di tutti, un’analisi del presente tra populismi, terrore e crisi della società liberale. Edito da Minimum Fax, il libro di Ventura si presta ad essere una lente per capire cosa ci sta accadendo ma anche un riassunto parziale del decennio che si sta per concludere. Il 10 gennaio 2019 Repubblica pubblica un articolo firmato da Alessandro Baricco in cui l’autore sostiene che il patto tra le élites e la gente è andato in pezzi perché nessuno è più disposto a concedere privilegi, potere e ricchezza ad una minoranza che non è riuscita a costruire un mondo migliore, come promesso, e che non si assume più la «responsabilità di costruire e garantire un ambiente comune in cui sia meglio per tutti vivere». Scrive Baricco: «Che piaccia o no, le democrazie occidentali hanno dato il meglio di sé quando erano comunità del genere: quando quel patto funzionava, era saldo, produceva risultati. Adesso la notizia che ci sta mettendo in difficoltà è: il patto non c’è più». Il venir meno di quel patto è un problema perché quel tacito accordo era il collante di un ordine ormai in disfacimento. Nei paragrafi successivi del suo articolo Baricco evidenzia delle cause. L’«idea di sviluppo e di progresso [delle élites] non riesce a generare giustizia sociale, distribuisce la ricchezza in un modo delirante», sostiene Baricco. Nel mentre, i nuovi device hanno dato a tutti la possibilità di informarsi, comunicare ed esprimere le proprie idee. Diritti che fino a pochi anni fa erano privilegi delle sole élites. Il ragionamento si conclude invitando le èlites a reagire allo sterile There Is No Alternative per tornare a pensare ad un nuovo mondo con determinazione, pazienza e coraggio. Le parole di Baricco hanno suscitato un certo interesse ed animato un bel dibattito forse grazie al tema principale di cui tutti da un po’ di tempo ormai vediamo l’ombra senza però avere il coraggio di accendere la luce. Descrivere il disfacimento dell’ordine costituito può essere doloroso ed impegnativo. Doloroso perché il collasso del nostro mondo non può che portare a situazioni già verificatesi in passato e che sono state risolte a caro prezzo. Impegnativo perché i sintomi di un fenomeno così complesso sono numerosi e da rintracciare nei vari livelli del sapere. È quello che ha provato a fare Raffaele Alberto Ventura ne La guerra di tutti, 308 pagine ricche di note a piè di pagine per la gioia di chi ne aveva sentito la mancanza nel precedente lavoro, e in cui si spazia da Rihanna al pensiero di Rousseau e Hobbes, senza tralasciare le avventure dei supereroi del Marvel Cinematic Universe. La guerra di tutti, una miriade di narrazioni non condivise Il problema dell’incapacità delle élites di offrire un mondo migliore è che nel lungo termine una gran parte della popolazione occidentale ha iniziato a rifiutare deliberatamente quel sapere perché appartenente ad una classe dominante e percepito come strumento di oppressione. Rifiutare […]

... continua la lettura
Libri

Di che cosa parla veramente una canzone: la recensione

Se cercate su google “di che cosa parla veramente una canzone”, non troverete soltanto svariati consigli sulle interpretazioni dei testi dei brani più famosi; oppure diverbi su cosa sia migliore tra il cantare e basta, o il raccontare il pezzo prima di suonarlo; non vi comparirà solo l’omonima canzone dei Tre Allegri Ragazzi Morti, perché se scorrerete un po’ più in basso, avrete l’occasione di scoprire un piccolo libro (91 pagine) di Raffaele Calvanese, che ha proprio questo titolo qui: Di che cosa parla veramente una canzone edito da Scatole Parlanti. L’autore, nato a S.Maria Capua Vetere, classe 1981, è speaker radiofonico e giornalista musicale: se ne intende quindi di canzoni, di testi, di ascolti; infatti è proprio uno speaker radiofonico, il protagonista dei capitoli di apertura e chiusura del libro, un uomo che a bordo della sua macchina si riallaccia ai ricordi della vita e di come la radio gliel’abbia salvata, la vita. Negli altri capitoli, invece, viene posta al centro della scena una canzone ed attorno ad essa si crea una storia fittizia, data dal racconto delle persone ospiti del programma dello speaker. La struttura narrativa è organizzata mediante una cornice ed annessi racconti che si distanziano l’uno dall’altro, sia per protagonisti, che per localizzazione spazio temporale: in alcuni testi è presente un riferimento storico, in altri ci si basa principalmente sulle emozioni, ma in ogni caso il libro di Calvanese si contraddistingue per essere una vera e propria miniera d’oro di nuovi ascolti: da Vasco Brondi con Le ragazze stanno bene a Satelliti di Mao; da Silvestri con la sua famosissima Occhi da Orientale fino ad arrivare ai 24 Grana, legati maggiormente al libro (Francesco di Bella ha scritto la prefazione): un mix di generi, tutti canzoni rigorosamente made in Italy, tante storie scritte con una penna moderna, essenziale, semplice. “Di che cosa parla veramente una canzone”, considerazioni Leggere un libro di 91 pagine è sempre un’arma a doppio taglio: essendo molto breve, lo si divora in poche ore, ma delle volte, terminato in apnea l’atto di lettura, si rimane a bocca asciutta, con pochi riferimenti chiari. Per questo motivo, da onnivora di libri quale sono, ho preferito poi rileggere alcune delle storie presenti. In un primo momento, sembra disorientare il non avere un protagonista fisso, cambiare costantemente pronome tra una racconto e un altro, dover cercare tra le righe la carta di identità di ogni racconto, eppure, grazie alle parole cucite e alle storie costruite, quello che resta è proprio l’impalcatura di un brano, riferimenti, colori, emozioni, che fanno poi aprire velocemente Spotify e cliccare riproduci. Così, sembra quasi di trovarsi nella stessa casa di Chiara e Sara, nel capitolo due, mentre Le luci della centrale elettrica cantano «forse si trattava di affrontare quello che verrà, come una bellissima odissea di cui nessuno di ricorderà»; ci appare evidente la sensazione emotiva di amarsi senza intrappolarsi del terzo capitolo, dove Satelliti di Mao nel ritornello ricorda «vorrei averti qui con me, ma senza stringerti, vicini come due […]

... continua la lettura
Libri

Cristina Henríquez, Anche noi l’America. Una storia di speranza e immigrazione (Recensione)

Una storia corale di immigrazione e speranza si intreccia al quotidiano della famiglia Rivera, giunti negli Stati Uniti dal Messico. In libreria la nuova edizione di Anche noi l’America, romanzo di Cristina Henríquez, pubblicato in Italia dalla NN editore e tradotto da Roberto Serrai. Human rights, freedom, justice, equality. Parole che risaltano sullo sfondo a stelle e strisce della copertina italiana di “The book of Unknown Americans”, un titolo che annullandosi raddoppia nella traduzione di Roberto Serrai, ispirato ad una potentissima poesia di Langston Hughes, come si legge nella nota del traduttore: «vedranno la mia bellezza e ne avranno vergogna: anch’io sono l’America». Io sono America, noi siamo America. Un tempo e ancora oggi, purtroppo, dove c’è chi deve ribadire la propria appartenenza e i propri diritti, contro muri immaginari e una politica che sembra andare a ritroso. Una realtà mondiale, come è corale questo romanzo. E quale storia potrebbe essere più attuale di Anche noi l’America? Ci sono Alma, Arturo e Maribel Rivera, una famiglia messicana che compie la traversata guardando indietro con occhi malinconici e in avanti colmi di speranza. La loro scelta però è atipica rispetto alla maggior parte dei latinoamericani che tentano di fare fortuna attraversando illegalmente e disperatamente il confine; infatti, i coniugi Rivera giungono nel Delaware per iscrivere la figlia Maribel ad una scuola adatta alla sua condizione di salute, dopo l’incidente che le ha causato una lesione cerebrale e un conseguente ritardo mentale. Qualsiasi possibile confronto temporale, come afferma il personaggio di Alma nel romanzo, si trova tra il “prima” e “dopo” l’incidente: la gioia della famiglia dipende da Maribel, e tutto vibra nella speranza di guarigione, nella speranza che la sua essenza possa essere restituita al presente. Così, la famiglia varca il confine, segue la legge, compila moduli, aspetta. Difficile non pensare al recente evento di cronaca, la foto che immortala padre e figlia morti nel Rio Grande mentre tentavano di abbandonare il Paese. L’ostacolo è dietro l’angolo, il sapore della sconfitta sembra essere più forte che mai. Gli anni di Anche noi l’America sono però un pochino precedenti agli attuali eventi; è il tempo in cui Obama veniva eletto Presidente, pronto ad inaugurare una nuova era per gli Stati Uniti e il mondo intero, al suono di human rights, freedom, justice, equality, per dare voce all’emarginato, e scrivere un nuovo capitolo della storia in cui al termine “immigrato” l’accezione cambia. A rifletterci, quanto può cambiare il corso del tempo in una manciata di anni? Se questo romanzo fosse stato scritto poco dopo? Cosa ne sarebbe stato della famiglia Rivera e degli altri componenti descritti da Cristina Henríquez? Forse non molto: l’adolescente Mayor Toro, figlio di Rafael e Celia giunti da Panama negli Stati Uniti quindici anni prima, si sarebbe comunque innamorato follemente di Maribel, sarebbe comunque riuscito a guardare nel profondo dei suoi occhi senza giudicarla, accompagnandola nei pensieri e aspettando il suo sorriso come unica ragione di vita. E ad interrompere l’idillio, ad infrangere il sogno americano, la storia d’amore […]

... continua la lettura