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Eroica Fenice

La Tag: Recensione libri contiene 18 articoli

Libri

Furio Colombo torna con “Clandestino” (Recensione)

Pubblicato dalla casa editrice La Nave di Teseo nella collana Le onde, è uscito oggi in libreria Clandestino. La caccia è aperta del noto giornalista, scrittore e politico italiano Furio Colombo. Il libro è una raccolta delle lettere pubblicate da “Il Fatto Quotidiano” nella rubrica tenuta dall’autore, nel periodo che va dal 3 Febbraio  2016 al 30 Settembre 2017, alle quali Colombo ha risposto con chiarezza, precisione e con un’apertura e un’onestà disarmanti visto il delicato e spinoso argomento in esse contenuto. Il filo conduttore che lega gli interventi dei lettori è quello relativo la questione, della quale si parla e si sente parlare ormai da anni – anche se le radici di questo tema sono ben più profonde tanto da riempire le pagine della storia sin dai suoi albori – dell’immigrazione. Le intenzioni di Colombo si trovano subito esposte nella frase contenuta nell’ Avvertenza in apertura al libro: “Tutto quello che vi hanno raccontato sul traffico in mare, di soldi, barche, navi, soccorso, vita e malavita dei migranti, non è vero: in nessun tempo, in nessun luogo, in nessun punto.” Bastano queste poche parole, che non lasciano certo spazio a fraintendimenti, a invogliare a proseguire la lettura con curiosità e, soprattutto, con il desiderio di saperne di più in modo tale da capire, confrontare il proprio e l’altrui punto di vista e/o posizione scoprendo verità – e, spesso, le ulteriori verità – per cui l’autore ha optato di esordire con un’affermazione simile. Clandestino di Furio Colombo: domande e risposte a un’umanità, oramai, in alto mare È emblematico – ma non certo programmato – che il testo di Furio Colombo sia uscito pochi giorni dopo la vicenda relativa alla nave da ricerca e soccorso dell’organizzazione non governativa internazionale italo-franco-tedesca SOS Méditerranée – Medici Senza Frontiere – Aquarius. A bordo di quest’ultima si trovavano 629 migranti che, rifiutati da Malta prima e dall’Italia poi, vista la decisione di non autorizzare l’ingresso della nave in un porto italiano da parte dell’attuale Ministro dell’Interno e Vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini – peraltro più volte citato nel testo insieme al suo predecessore Marco Minniti – sono stati “accettati” dalla Spagna verso la quale sono partiti dopo giorni di attesa in acqua. In questa occasione, come è stato per quelle passate e come sarà per quelle future, nel Paese si è creata una spaccatura tra coloro i quali erano soddisfatti e sollevati del rifiuto e chi non avrebbe esitato a far sbarcare i migranti. È a questi italiani, quelli che guardano al loro prossimo scappato dalle atrocità degli abusi, delle carestie e delle guerre affrontando un viaggio insidioso dopo essersi affidati a mercenari di vite privi di scrupoli che Colombo risponde. E, a ogni lettera, risponde con la sua penna che buca il foglio lasciando a ogni parola una scia rossa dietro di sé come rosso è il colore del sangue – uguale in tutti gli uomini e tutte le donne del mondo – perso in mare da questi disperati in cerca di sopravvivenza “perché nessuno […]

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Libri

Sherman Alexie tra Danze di guerra e di salvezza

Cos’è la guerra? Forse un polverone che si alza quando si parte in corsa dalla propria trincea a quella dell’avversario, colpendo spasmodicamente il suolo al ritmo dei propri passi, con in mente il nulla, se non l’istinto di sopravvivenza. Sarebbe dunque necessario un io determinato a combattere e un tu da distruggere. Nessuno vieta che siano compressi nello stesso individuo. Lo dimostra Sherman Alexie, considerato fra i migliori scrittori americani in circolazione, con una raccolta di frammenti di esistenza, pallottole dolorose alle nostre tempie caricate in Danze di guerra, in uscita a gennaio per la NN Editore. Poeta, romanziere e sceneggiatore, Sherman Alexie risiede attualmente nella Seattle chiaroscurale descritta nelle sue opere, quell’ambiente multietnico che fin dall’infanzia lo ha visto immergersi in altri mondi. L’altro è il suo oggetto di osservazione preferito, il cosiddetto “diverso”. Un membro della riserva indiana che ha problemi di fede, immerso in canti propiziatori e coperte magiche; un padre di famiglia con gli scrupoli di coscienza per aver ucciso un ragazzino di colore intrufolatosi nel suo appartamento; un sedicenne che scopre la sessualità e quando trova il coraggio del temuto coming out viene respinto dal suo miglior amico. Danze di guerra è un tripudio di colori, delle sfumature della quotidianità confuse sulla fragile tavolozza della vita, troppo grumose per essere ben stese sulla tela del perbenismo. Tutto quello che spazziamo sotto al tappeto, Sherman Alexie lo recupera, nel bildung che associa a ogni personaggio, nella speranza di dar loro vita dopo quei continui tentati suicidi. «Perché i poeti pensano di poter cambiare il mondo?» l’angosciosa domanda di Sherman Alexie in Danze di guerra La risposta è un’amara consapevolezza: «L’unica vita che posso salvare è la mia». L’autore definisce così la sua investitura poetica, parlando di un’arte che salva, la letteratura. Forse, solo partendo dalla cura del sé potrà suturare le ferite degli altri. Realizza così un’opera che ha un confine sottilissimo con l’autobiografia, soprattutto quando si fa riferimento all’identità, al senso di appartenenza. «La maggior parte della gente pensa che sia l’ennesimo bianco dall’abbronzatura facile». Molti dei suoi personaggi rispecchiano il periodo della sua vita nella riserva indiana, uno in particolare è venuto al mondo con un’idrocefalo, un accumulo di liquidi nel cervello, proprio come il piccolo Sherman Alexie. Potrebbe forse celarsi dietro i vari racconti incentrati sulla figura paterna, una necessità di narrazione come cura che avrebbe portato Franz Kafka alla sua Lettera e Philip Roth a Patrimonio? Sherman Alexie condivide indubbiamente caratteri stilistici e contenutistici con il grande autore americano Roth, nonché con il minimalista Carver e il massimalista Wallace. Un presente mostrato nella cruda realtà, alla ricerca di una qualche spiritualità che solo le danze indiane possono infondere nella nostra vita. Riti misterici che evocano spiriti invisibili, quelli che si manifestano in Danze di guerra nel canto di un padre al quale sono stati amputati un piede e diverse dita, così come nel senso del perdono. Nello spazio della battaglia con l’altro c’è ancora posto per la grazia. Ma cosa accadrà nella battaglia […]

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Libri

La piccola Parigi, il romanzo di Alessandro Tonoli

La piccola Parigi – Leggende di Cabiate è un romanzo scritto da un giovanissimo studente, Alessandro Tonoli, e pubblicato da GWMAX Editore. A cosa faccia riferimento il titolo non è chiaro nemmeno ai protagonisti della storia, che decidono di attribuire tale nome a volte a una piccola e sconosciuta bambina, a volte alla città di Cabiate. O a entrambe. La cosa certa è che è una storia d’amore, tutt’altro che ordinaria e convenzionale. La piccola Parigi, una storia di sogni e desideri Cabiate è un piccolo comune in provincia di Como. Qualcuno lo chiama la “Piccola Parigi”, qualcun altro attribuisce il nome a una dolcissima bambina che gironzola saltellando per la città, vestita di rosso. Nessuno sa chi sia, ma tutti la conoscono: è colei che parla sempre con tutti e ha un sogno quasi surreale ma rispettato con assoluta dignità dagli abitanti della cittadina. La piccola vorrebbe far crescere un seme molto particolare al centro dell’unico spazio verde di Cabiate. A raccontare questa vicenda è il nonno di Chiara, che dopo la morte della propria compagna di vita, sente di dover svelare un segreto alla sua nipotina di 10 anni. Chiara, come tutti i bambini della sua età, si mostra inizialmente irrequieta e reticente, ma le basta percepire quanto ciò sia importante per il nonno da sedersi buona e restare immobile prima di dover fare i compiti. Poche parole e la sua attenzione viene completamente catturata: ascolta con espressione solenne, introducendosi prudentemente quando sente di tradire la propria infantile curiosità. Lei assomiglia terribilmente alla Piccola Parigi e, come assorbe tutta la storia, si ritrova improvvisamente a condividere con il nonno qualcosa di estremamente importante, forse più di quanto lei stessa possa comprendere. A colpirla è la consapevolezza del peso di una vita fatta d’amore e devozione, di un affetto talmente profondo da legare due persone in maniera indissolubile, persino dopo la morte. Chiara sarà felice, nonostante il romanzo porti, al suo completamento, strascichi di pura amarezza, di quelli difficili da mandar via.

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Libri

Massimo Ranieri è il mio incendio: l’ardore di Jacopo Cirillo

«Le passioni incendiano le vite, le muovono e le modificano». Fabio Geda e Francesca Mancini motivano così il loro interesse per quelle che hanno definito narrazioni combustibili. La nuova collana dell’addEditore, casa editrice di Torino, folgora con il suo nome eloquente, che riporta alla mente l’ardore per le passioni della vita, le passioni di coloro che hanno deciso di esprimere su carta l’amore che nutrono, e che oggi ornano gli scaffali delle librerie nella trasparenza delle loro anime, messe a nudo davanti ai curiosi lettori. Tra di loro, lo scrittore Jacopo Cirillo, autore e collaboratore di Topolino, scrittore e organizzatore di eventi a Milano, con il suo libro edito a settembre: Massimo Ranieri. Le rose non si usano più. La collana delle narrazioni combustibili è un luogo di ripiegamento, dove si liberano pensieri e riflessioni verso grandi ispiratori e modelli di vita. Jacopo Cirillo ha avuto il suo incendio a soli cinque anni. La conoscenza  del mondo esterno è quella di un bambino spinto da una costante curiosità, spesso in realtà sottovalutata dagli adulti, intrappolati nella macchina della quotidianità. I suoi occhi ingenui si illuminano quando, mentre la nonna napoletana, con il grembiule sporco di salsa, e attenta al caffè sul fuoco e ai piatti da lavare, ascolta in cucina nel suo silenzio solenne le canzoni di Massimo Ranieri. Questo surdato ‘nnammurato folgora il piccolo Jacopo, che quasi senza accorgersene dondola le gambe al ritmo delle sue canzoni, ormai impresse nel suo cuore. L’unico modo per comunicare con una nonna dalla lingua incomprensibile, è la passione comune per Massimo Ranieri. Il napoletano è il punto debole di Jacopo, non riesce a comprendere mai cosa sua nonna voglia dirgli, e trent’anni dopo quasi pensa di essere stato forse sempre troppo piccolo per comprenderla davvero. Ma quella musica, quella era il collante. Così, i pranzi abbondanti e le pile di stoviglie diventano una consolazione, più musica per loro, più «massimoranieri». Come un mantra, Jacopo Cirillo sa che quel nome ha dello spirituale. Una magia accade in cucina, e la nonna si fa dispensatrice di consigli per la vita. La vita non dovrebbe essere che questo per Jacopo: «Noi tre, nonna. Tu, io, e massimoranieri. Tutti attaccati». Da Giovanni Calone a Jacopo Cirillo Jacopo Cirillo inizia nella finzione narrativa dell’incontro con Massimo Ranieri, fino ad approdare alla conoscenza di Giovanni Calone. Non tutti sanno che Massimo Ranieri è di fatto uno pseudonimo. Un uomo fatto da sé, in una condizione familiare ed economica complessa. Da piccolo Giovanni, ma già sognava di diventare Massimo. Blues, rock, jazz e tanti sogni hanno guidato la vita del noto cantante napoletano. Il multiforme ardore di Giovanni, ha generato il «massimoranieri» di Jacopo Cirillo. Le narrazioni delle due vite si combinano nel libro, e dalle prime note di Massimo Ranieri, si passa alla giovinezza di Jacopo Cirillo, alle sue amicizie, e a come abbia provato a concretizzare la figura del suo cantante napoletano nelle menti di chi lo circondava. Un incendio che non poteva che divampare, con la […]

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Recensioni

Salvatore Cirillo, un poeta sotto il tacito silenzio delle stelle

«Nelle attese diurne e tentativi notturni, sei il sollievo di mezzo nei gesti che compio». La vita scorre, nella monotonia, tra l’alba e il tramonto, dal momento in cui con fatica riusciamo ad alzarci dal letto, e il momento in cui forse con fin troppa faciltà ci distendiamo, dopo una giornata di lavoro. Gli stessi volti, le stesse strade, la routine. In questa vita, Salvatore Cirillo, poeta esordiente napoletano, ricerca il motore interiore, l’impulso volontario che possa sovvertire questo ciclo continuo. Non lo trova da nessuna parte, se non nell’amore, l’unica salvezza dalla necrosi. «L’accostarsi a te ha sempre un senso nuovo». Un amore che l’autore riversa nei versi della sua nuova raccolta, in uscita per la casa editrice GM Press: Sotto il tacito silenzio delle stelle. Il poeta scegli di scrivere in quanto vivo. Il suo statuto è quello di uomo sopra le righe, colui che ha aperto gli occhi, comprendendo quale grande potenzialità ha dentro. «Ho più sogni da indossare che camicie». Il suo sogno di concretizza in una passeggiata sotto la pioggia, di sera, senza sentire freddo, a passi svelti a ritmo di jazz. Il buio della sera per un sognatore non fa paura, risalta la lucentezza delle stelle. Il poeta non ha vergogna di esternare i suoi tremori, il suo continuo rossore nel guardare l’amore che gli è affianco. La sua timidezza è combattuta con la forza della passione. «Resteremo comunque a galla, grazie al nostro saper sognare». Le immagini vivide di strade notturne danno al lettore l’impressione di essere a braccetto con il poeta, che racconta meticolosamente quelle forme di donna che mai potrà dimenticare. «Sei strada che porto dentro il mio percorso segreto». La passionalità è intrisa di delicatezza, la donna è degna di adorazione, di commemorazione continua. «Siate di quelle muse il miglior verso notturno… Amatele» urla Salvatore Cirillo, in quest’inno perpetuo alla figura femminile. Il buio è quello della notte, o quello della stanza, nella quale solenne è tanto l’oscurità quanto il silenzio, a «sentire anche il più lieve rumore di te». «Se scrivere poesie è come passeggiare di notte, amarti è come camminare su una cupola di stelle… Mio bellissimo amore», recita Salvatore Cirillo in una lirica di Sotto il tacito silenzio delle stelle Fredde strade della città che si fanno come camere dal dolce tepore, il suo amore come «un continuo bussare dentro, mi fai caldo al cuore». Aleggia un’atmosfera quasi inebriante, di occhi socchiusi e membra molli, l’uno immerso nell’altro. «… L’amore è notturno, musica nel cuore». Il poetare è tutto d’un fiato, la divisione in composizioni diverse è solo un’accortezza grafica, il suo parlare è un continuum, catena melodica sussurrata all’orecchio della sua amata, alla quale si rivolge con il costante tu, esaltando l’aspetto fortemente soggettivo della sua composizione. L’alterità lo rende poeta, lo rende amante, sognatore. La descrizione delle forma della donna è intrisa di elementi naturali, in una metamorfosi costante che intreccia i corpi in un indistricabile nodo. I baci sono come foglie che con giri […]

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Libri

La tenebrosa realtà di Wilkie Collins: Uomo e donna

Voci misteriose, scricchiolii molesti, passi martellanti, sempre più vicini. Pane quotidiano di Wilkie Collins, uno dei massimi narratori di storie di fantasmi. Pane, «una cosa piccola ma buona» alla maniera di Raymond Carver, condiviso come un’eucarestia con il compagno e rivale di sempre, Charles Dickens, la voce degli indigenti. Lui che ha fatto emozionare con la scena del «Please sir, I want some more» di Oliver Twist, un bambino che di pane ne avrà in abbondanza solo alla fine di un tunnel apparentemente senza via d’uscita. Due scrittori inglesi a contatto, perché Oliver, o Pip, o perfino Scrooge hanno tanto da condividere con i fantasmi. Romanzo poco noto del nostro Collins è Uomo e donna, pubblicato dalla Fazi Editore per la collana Le strade. Scelta oculata quella della Fazi Editore. Un romanzo apparentemente inusuale per l’autore che può considerarsi padre fondatore del poliziesco, tessitore di misteri resi intricati dalla sua abilità di cucire nella trama falsi indizi. Wilkie Collins in Uomo e donna consegna la parte di sé più vicina al compagno inseparabile Dickens: l’attenzione al sociale. Il mistero non è cancellato però dalla sua abilità narrativa, la stessa che lo aveva portato alla stesura del primo fair-play La pietra di Luna, un romanzo che è un intreccio di enigmi che il lettore a mano a mano è portato a risolvere, non senza le grandi difficoltà dovute ai trabocchetti dell’autore. Wilkie Collins in Uomo e donna dà voce a chi è costretto al silenzio Fin dalle prime impressioni, la figura femminile di Mrs Vanborough è piena di vita, ma di una vita stroncata sul nascere da un marito severo che «non guardava mai, nemmeno di sfuggita, verso la moglie». La ricerca dell’espressione nella dicotomia marito-moglie sarà una tematica in gran voga agli albori dell’isteria dilagante. L’isteria: quel grande contenitore, una categoria ripostiglio alla quale appellarsi in qualsiasi caso di psicosi femminile. L’impossibilità della comunicazione è infatti protagonista delle pagine de La mite di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, nelle quali a mano a mano il silenzio si fa arma di distruzione, lasciando spazio a un’afasica edificazione del Giudizio Universale. Questa prima figura femminile del romanzo di Wilkie Collins ci ricorda proprio quelle parole stroncate a mano a mano da una violenza inaudita, prima di tutto psicologica. Questa è una delle ragioni addotte dall’autore per motivare la sua decisione di raccontare questa storia. «Si prospetta finalmente la possibilità di stabilire legalmente il diritto di una donna sposata a disporre del proprio patrimonio e ad essere padrona dei propri guadagni». In questo clima di speranza, però, «il teppista con la pelle pulita e la giacca buona è facilmente rintracciabile in ogni grado della società inglese, nel ceto medio e nell’alto». Wilkie Collins osserva un reale tenebroso, linfa della sua ispirazione di scrittore criptico ed enigmatico, grande autore tanto di incalzanti azioni quanto di ardenti emozioni. Così, alla tenera scena delle piccole Anne e Blanche si accosta il sorriso beffardo di un legale in carriera, Mr Delamayn, che con il suo sguardo sembra affermare «Ho […]

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Recensioni

Il giardino di Elizabeth von Arnim per la Fazi Editore

Alla fine dell’‘800, al tempo della borghesia come metafora di vita, dei salotti di vita mondana, c’è qualcuno che riesce ancora a sognare terre lontane di solitudine e silenzio, terre di contemplazione e ripiegamento. Un locus amoenus al quale appellarsi, nel quale rifugiarsi di nuovo. Il giardino infatti, che per il suo aspetto si configura come una selva incontaminata, è l’incarnazione di questo sogno per Elizabeth von Arnim. Scrittrice australiana, il suo primo libro del 1898 Il giardino di Elizabeth è strutturato come pagine di un diario, o come lettere spedita a se stessa. Spesso infatti Elizabeth von Arnim parla tra sé e sé quando succede qualcosa che la turba. Il turbamento è sintomatico del ritorno sui propri passi. Il suo rifugio è etimologicamente un luogo del ritorno. Il senso della ripetizione è insito nelle sue attività quotidiane, che diventano tali solo perché è la sua passione a necessitare questo tipo di meccanicità nei movimenti, al contrario del senso grigio del quotidiano dei giorni in città, nel mondo borghese. Ora, nel suo universo incantato del giardino, nessuna convenzione conta più, non ci sono più vestiti ampi da mostrare, nessuna ostentazione. Solo le mani nude immerse nella terra. Elizabeth von Arnim, il giardino come specchio dell’anima Tutto questo è recuperato dalla Fazi Editore per la collana Le strade, con la traduzione di Sabina Terziani del primo scritto pubblicato da Elizabeth von Arnim. Il suo contatto così diretto con quel mondo incontaminato provoca ancora più scalpore considerando la natura di questa donna: un’artista che vede colore ed eccitazione in ogni dove. «Ora che si è sparsa la voce che passo le giornate fuori casa con un libro in mano, tutti sono convinti che io sia, per dirlo in modo educato, eccessivamente eccentrica, e non c’è anima viva che mi abbia visto ancora cucire o spignattare». Tutto sotto il controllo dell’Uomo della Collera. È così che con la sua ironia canzona suo marito. Un tono sarcastico che Elizabeth von Arnim non dedica solo al suo consorte. La città era stata la meta necessaria per il lavoro di suo marito, e adesso, sempre seguendo le necessità dell’Uomo della Collera, Elizabeth si trova in questo mondo fatato, nel quale dovrà trascorrere l’inverno, periodo di grandi balli e feste mondane in città. Così non è raro che la nostra eroina si ritrovi a battibeccare con grandi signore che quasi la compatiscono per la sua condizione di «brava mogliettina» costretta a una vita nella natura. Nessuno sa cosa si celi in questo fuoco di donna. Il giardino è luogo di scherzo, ma anche di un’ascesi religiosa che avviene in queste brughiere, perché «attraversarle con il viso rivolto al sole che tramonta è come trovarsi al cospetto di Dio». Sono questi i momenti solenni di contemplazione, perché è qui che inizia la vita vera, in questo luogo in cui ci si consacra alla natura, in cui si è felici come nel tempo dell’inconsapevolezza. Come una bambina, Elizabeth non teme di sporcarsi nel terreno, sul quale gioca con le […]

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Recensioni

Augustus di John Williams, un fregio del potere

La Fazi Editore non apre la nuova stagione editoriale spegnendo la calura estiva, bensì facendola ribollire tra le pagine più roventi della storia dell’umanità. A settembre i lettori, in cerca di un fresco alito di vento, «all’ombra dei cipressi» interrogheranno le urne dei grandi del passato, ancora in grado di intrigare con le loro vite, immortalate dai loro ritratti, busti imponenti che incorniciano Roma. Con esattezza, è proprio a Roma che i loro volti sono incastonati nel marmo, in quel fregio che ognuno di noi ha imparato a conoscere sui libri di storia dell’arte, e che qualcuno ha avuto la fortuna di vedere. È l’Ara Pacis, probabilmente il più eloquente manifesto del periodo augusteo. Proprio Augusto è il dono della penna dello scrittore americano John Williams. Incantato dalla verità storica, ma spesso frenato dall’incertezza delle fonti, l’autore ha dedicato il suo lavoro di ricerca e un periodo di pausa dall’insegnamento al suo nuovo scritto: Augustus. John Williams ha tenuto a precisare la difficoltà ad astenersi da una simile tematica, di così forte impatto nella sua vita (e questa passione pulsa tra le pagine del suo Augustus). Ma precisa «sarò grato a quei lettori che accoglieranno il libro per ciò che intende essere: un’opera d’immaginazione». Tanti gli spunti storici, ma inevitabili gli intervalli di pura invenzione. Divisa in tre sezioni, l’opera è una raccolta di carteggi, memorie, senatoconsulti, spesso parafrasati, che si pongono l’obiettivo di mostrare le tante sfaccettature di eventi che per chi guarda la storia da lontano sarebbero sintetizzabili in semplice date. Guerre, nascite, matrimoni combinati. Ognuno in Augustus vuole dire la propria, e lo fa rovesciando i propri sentimenti in comunicazioni epistolari o sotto forma di diario. Il punto di partenza è Giulio Cesare, quello di arrivo suo figlio adottivo. Ottavio, poi Ottaviano, poi Cesare Augusto. Quella di Augustus, una scalata turbolenta al potere che è anche una metafora delle tre età della vita. L’ingenuità della fanciullezza, con le campagne militari che sembrano più scampagnate fra amici, tra risate e belle donne. L’età adulta, segnata dal primo contatto con la morte e la desolazione che ne deriva. Da questo momento, la parola chiave è sacrificio. Un sacrificio che anche il princeps dovrà vivere. Intorno a lui fluttuano a mano a mano figure nuove, perché la vita prosegue, e da essa nasce nuova vita. Un personaggio fra tutti, che nessun lettore potrà dimenticare, è Giulia, figlia di Augusto. Grazie alle sue parole e alle sue esperienze, comprendiamo il travagliato percorso verso la senilità e la saggezza. Nell’ultima sezione, un ripiegamento degno di un occhio maturo, ma un ripiegamento amaro, per chi ha vissuto di potere. Dopo tutto questo percorso, dopo tutta questa vita, è davvero impensabile che sia tutto indelebile? John Williams tratteggia con cura le personalità dei suoi personaggi, alla maniera del ritratto indiretto di Tacito. Ma, come si è detto, Williams non ha le pretese di uno storico. La sua documentazione e la sua prosa sono però in grado di restituire al lettore un’immagine verosimile del mondo […]

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Libri

Elegia americana, l’America degli Hillbillies

“Mi chiamo J.D. Vance, e penso che dovrei iniziare con una confessione: trovo l’esistenza del libro che avete in mano piuttosto assurda” Inizia così Elegia Americana, libro d’esordio di James David “J.D.” Vance (in foto) pubblicato negli USA nel Giugno 2016 ed edito in Italia da Garzanti nell’Aprile di quest’anno. Un’introduzione che potrebbe a tratti ricordare quella che un altro J.D. scrisse per un certo Holden Caulfield, le radici di Vance però sono profondamente diverse. È un Hillbilly, termine dispregiativo che sta per “buzzuro, montanaro” con il quale vengono indicati il proletariato e il sottoproletariato bianco di origine scozzese e irlandese situato tra l’Alabama e la Georgia del Sud, lungo tutta la catena degli Appalachi, ovvero tutte quelle persone che hanno vissuto e continuano a vivere tutt’oggi il lato più oscuro e drammatico del sogno americano. Elegia americana, un’elegia d’inchiesta Attraverso la storia della sua famiglia J.D. analizza con il supporto di dati e statistiche i disastrosi effetti che una povertà plurisecolare ha causato alla cultura del suo popolo. I suoi nonni si trasferirono in Ohio dopo la seconda guerra mondiale; come loro tantissimi hillbillies degli Appalachi emigrarono in cerca di fortuna negli stati industrializzati della Rust Belt (tra cui l’Ohio, per l’appunto). L’emigrazione di massa viene riconosciuta come uno dei maggiori motivi del persistere dell’isolamento culturale del suo popolo: gli Hillbillies si trovarono in una terra nuova ma circondati dalle stesse persone di sempre. La stabilità economica non favorì una concreta integrazione ma assopì soltanto quella rabbia cronica che esplose anni dopo in modo ancora più violento con la chiusura delle fabbriche. J.D. non si limita, però, alla semplice lettura dei dati: va più a fondo indagando le cause più profonde. Prima di essere un’inchiesta, infatti, il libro ha i caratteri dell’elegia, è il manifesto del tormento e della disperazione di un’ intera etnia. Gli Hillbillies non hanno amor proprio, non badano alla loro alimentazione né tantomeno alla loro istruzione, non credono nella politica, nella scienza, nel valore del lavoro, non credono che le loro azioni possano determinare il futuro; la maggior parte di loro vive in un ambiente familiare malsano, fatto di violenze domestiche, dipendenze, abusi psicologici. Non c’è spazio per il dialogo, ogni rapporto, sentimentale o affettivo che sia viene vissuto con timore, con la paura che qualcuno possa prevaricare sull’altro. È in questo tipo di instabilità che J.D. identifica il male maggiore della sua gente, non nella mancanza di un forte presenza dello stato o in una precaria situazione economica, ma in tutti questi fattori ritenuti da lui incontrollabili per il governo. L’emancipazione hillbilly potrà essere ultimata solo quando si sarà accettata la sua irrealizzabilità nell’immediato e quando si sarà compreso che essa non può che partire dalle scelte dei singoli individui: è una cultura che presenta ferite troppo profonde per poter essere rimarginate nell’arco di una generazione con i sussidi statali e soprattutto è un retaggio culturale dal quale non ci si divincola senza soffrire. Nel pieno della sua ascesa sociale infatti J.D. dovrà più volte fare i conti […]

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Libri

La farfalla nell’uragano: primo libro della Heartland Trilogy

Il romanzo La farfalla nell’uragano di Walter Lucius, edito da Marsilio Editore (Venezia, 2017), rappresenta il primo episodio di una trilogia (Heartland Trilogy – in Olanda è già stato pubblicato il secondo volume, Schaduwvechters) ambientata tra Amsterdam, Johannesburg e Mosca: ha vinto lo Schaduwprijs, attribuito nei Paesi Bassi al miglior romanzo poliziesco, ma ben presto ci si rende conto che è molto più di questo. Commento “a caldo”  Complicato. Intricato. Bellissimo. Circolare, ma non chiuso. Autentico. Vero, come la Storia che dal fondo viene alla ribalta e le stesse persone, più che personaggi, presenti nel romanzo. Storia purtroppo familiare, tra loschi affari e ancor più loschi figuri, istituzioni corrotte, degenerazioni xenofobe e manipolazioni populiste. Appena letto l’ultimo rigo, sono queste le prime parole che mi sono venute in mente: complicato e bellissimo. Affiorata dalla lettura ininterrotta come da una lunga apnea, è stato come essere appena ritornata da un ultraveloce giro intorno al mondo, la cui colonna sonora è un infinito telegiornale internazionale. La trama de La farfalla nell’uragano Come si può leggere dalla quarta di copertina: “Nella vita irrequieta di Farah Hafez, brillante reporter dell’Algemeen Nederlands Dagblad, ci sono due punti fermi: il primo è il giornalismo, il secondo è il pencak silat, arte marziale di origine indonesiana che Farah ha appreso dal padre quando viveva a Kabul, prima che arrivasse la guerra e prima di trovare rifugio, ancora bambina, ad Amsterdam. Ormai cittadina dei Paesi Bassi, Farah non ha mai smesso di praticare la nobile arte dei guerrieri di Sumatra, ed è proprio l’esito di un combattimento a far sì che lei si trovi all’ospedale nel momento in cui un bambino dai tratti mediorientali, vittima di un pirata della strada, viene trasportato d’urgenza in sala operatoria. Porta gioielli e campanellini e indossa un abito tradizionale che subito attira l’attenzione della giornalista. Quando le sue labbra formano una parola che nessuno intorno è in grado di capire, Farah riconosce la lingua della propria infanzia, e si rende conto che quell’abbigliamento appartiene a uno dei rituali più detestabili praticati in Afghanistan. Cosa può aver spinto quel bambino tra i boschi intorno alla capitale olandese? È l’inizio di un’indagine ad alto rischio verso il cuore di una potente organizzazione criminale che da Mosca attraversa l’Europa e si estende fino a Johannesburg, alimentata dalla smisurata corruzione che dilaga negli ambienti politici e finanziari. L’ostinata volontà di fare luce sulla drammatica vicenda del piccolo afghano porterà Farah a un duro confronto con un passato che credeva di essersi lasciata alle spalle, e che l’aveva quasi uccisa.” La parola che il bambino pronuncia è Padar. Padre. E la pronuncia in lingua dari, nome ufficiale dato in Afghanistan alla lingua persiana. E il rituale a cui è stato sottoposto il bambino è il bacha bazi: «tradotto letteralmente, giocare con i maschietti» spiega Farah stessa. È l’inizio non solo di un’indagine volta a trovare i pirati della strada, ma anche di un percorso identitario che porterà la protagonista, dalla riesumazione dei fantasmi del passato, a una nuova coscienza e affermazione di […]

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