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Eroica Fenice

La Tag: recensione libri contiene 135 articoli

Libri

La gatta della regina per La Lepre Edizioni

La gatta della regina per La Lepre Edizioni | Recensione Con La gatta della regina, pubblicato lo scorso febbraio per La Lepre edizioni, continuano le avventure della famiglia de Mesa nell’intreccio di amori e intrighi politici sapientemente tessuto da Marco Calamai de Mesa e Domitilla Calamai. Il romanzo riprende il filo della narrazione de La mantella rossa spostando le lancette in avanti di vent’anni e concentrando l’attenzione sulle vicende della nuova generazione, i tre fratelli Álvaro, Inés e Juan de Mesa. A pochi anni dalla scoperta dell’America, l’improvviso ampliamento dei confini del mondo conosciuto ha profondamente alterato gli equilibri geo-politici del vecchio Continente costringendoli a continui e convulsi mutamenti. Dall’osservatorio privilegiato del las Islas Afortunadas, Diego de Mesa e la moglie Clara Fonseca guardano con curiosità e apprensione ai repentini cambiamenti sociali e politici in atto nell’Impero di Carlo V provando a cogliere in essi le più propizie occasioni di successo e affermazione per i tre figli. Diversi tra loro per carattere e attitudini, i tre giovani de Mesa sono alle prese con le prime sfide e i turbamenti dell’età adulta, tutti in egual misura divisi tra il desiderio di mettere alla prova il proprio valore e la paura di misurarsi con uno scenario immensamente più grande di quello, limitato e ormai familiare, dell’isola di Tenerife. Álvaro lascerà l’isola natia per seguire il mercante genovese Francesco Parodi, seguendo la rete commerciale di Parodi tra le Canarie, l’Andalusia e Genova, e sarà coinvolto dall’Ammiraglio Andrea Doria in un’importante missione diplomatica presso la corte dell’imperatore Carlo V. Inés si trasferirà presso la residenza della regina Giovanna, madre di Carlo V, a Tordesillas, con l’obiettivo dichiarato di contrarre un matrimonio adatto al suo rango, ma si lascerà coinvolgere nelle vicende politiche dell’epoca, partecipando attivamente alla rivolta dei comuneros capeggiati da Maria Pacheco. L’amore per questa donna carismatica e la scoperta della sua vera identità sessuale porteranno Inés ad una maggiore consapevolezza di se stessa e del ruolo che intende assumere nei confronti della propria famiglia. Juan, appassionato di botanica, otterrà dalla famiglia il consenso a prendere parte ad una spedizione nel Nuovo Mondo con l’obiettivo di studiare e proteggere la flora locale minacciata dalla violenza dei conquistadores. Sullo scenario delle vicende familiari dei de Mesa c’è un mondo in subbuglio ed in continua espansione. Gli intrighi di corte per isolare e controllare la regina Giovanna, le manovre di Carlo V per consolidare il potere sul suo immenso impero, le rivolte dei comuneros castigliani per difendere i propri interessi commerciali e il violentissimo impatto del colonialismo sulle popolazioni indigene del continente americano sono i molteplici temi che si sovrappongono alle vicende personali dei protagonisti. Con precisione e rigore, La gatta della regina ci riporta indietro nel tempo ad un mondo e ad un contesto storico lontanissimi dal nostro, offrendoci una chiave di lettura equilibrata e oggettiva per comprenderne le dinamiche e i risvolti sociali. Senza mai oltrepassare il confine del giudizio etico, la narrazione ci fa rivivere dinamiche sociali che potrebbero sembrare inaccettabili al […]

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Giovanissimi: il romanzo di formazione di Alessio Forgione

Alessio Forgione con il suo libro Giovanissimi (NNEditore) si inserisce ufficialmente tra i dodici finalisti del Premio Strega 2020, raccontando Napoli nella sua contraddizione e natura bipartita di odio/amore. In questo contesto prende corpo la storia di Marocco, un ragazzo di quattordici anni che deve il suo nome al cespuglio nero di capelli crespi. Ha piedi leggeri che danzano sui campi da calcio, ma ha anche pensieri troppo rumorosi che lascia rinchiusi tra le mura della sua stanza. Possiamo considerare Giovanissimi un romanzo di formazione che l’autore ha suddiviso in cinque fasi: il rifiuto, la rabbia, il patteggiamento, la depressione e l’accettazione. Una parabola che abbraccia tutto il primo anno di superiori di Marocco, un’altalena che oscilla tra nichilismo ed eccitazione. Marocco assaggia la vita futura a piccoli morsi e abbuffate improvvise, ma non tra i banchi di scuola. Gli scenari in cui sembra sentirsi a suo agio sono i muretti vicino alla chiesa, le partite improvvisate di calcetto, i tetti da cui poter vedere le traverse della metro e le sale da gioco. Fumo, alcol, sogni e desideri prendono vita in questi luoghi e allo stesso modo vengono distrutti. L’entrata nel periodo adolescenziale dona a Marocco la curiosità nei confronti dei piaceri e delle emozioni, la volontà di autonomia rispetto alla figura del padre, ma toglie a lui l’innocenza e, materialmente, gli amici che, chi per scelta, chi per necessità, chi per caso, perdono la vita. La periferia, specialmente quella napoletana del secolo scorso, non è l’ambiente più semplice in cui crescere e la perdita dell’innocenza può diventare cruda e traumatica.  A tutto questo caos, si contrappone la calma della sua camera, pervasa da un silenzio a tratti insopportabile, lo stesso che si traduce nel vuoto che la madre ha lasciato andandosene di casa cinque anni prima. È un vuoto che lo inghiotte e lo fa sprofondare nella tristezza e nel dolore. Ogni tanto Marocco sogna la madre, la insegue ed è assettato del suo amore. Se questa è la vita, se bisogna provare così tanta sofferenza, allora la violenza è la risposta, pensa Marocco, rimanendo poi stordito dall’imprevedibilità degli eventi. Ad un tratto semplicemente scopre l’amore e la violenza non sembra essere più una valida risposta. Le tenebre cedono il passo al sole e all’arrivo dell’estate, con il profumo di salsedine e la riscoperta della propria purezza. Ma se ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, l’altra faccia della medaglia si svela nella sua natura malvagia e brutale. «La vita non è altro che un’inconsapevole attesa. Poi arriva, e fa male.» La scrittura di Forgione graffia il foglio con estrema forza, donando corpo e realtà alle immagini descritte. Il suo è un linguaggio che fa a meno della retorica e dei moralismi e la voce di Marocco diventa la voce collettiva di tutti i giovanissimi di ieri e di oggi. Gli episodi che investono il percorso di crescita del protagonista si illuminano come investiti da flash improvvisi, descrivendo in modo calzante quello che è il punto […]

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Imparare a cadere: un storia di inclusione | Mikael Ross | Recensione

Imparare a cadere è una narrazione grafica per i testi e i disegni di Mikael Ross, edita da BAO Publishing nel 2018, in cui si raccontano le vicende della vita di Noel, giovane sessantaquattrenne con disturbi mentali, che si ritrova improvvisamente a dover fare i conti con la perdita degli affetti e la difficoltà nel ritrovare se stesso. Imparare a cadere di Mikael Ross: il fondamento del judo, il fondamento della vita La pubblicazione di Imparare a cadere combacia con il centocinquantesimo anniversario della fondazione tedesca Neuerkerode, che ebbe origine dalla volontà di tre filantropi di aiutare le persone bisognose. Nel 1868, il pastore Gustav Stutzer, il dott. Oswald Berkhan e Luise Löbbecke (figlia di una nota banca dell’epoca) unirono i loro sforzi in una iniziativa privata che, nel corso del tempo fino ai giorni nostri, si è trasformata in una impresa di carattere sociale che, animata ancora da valori cristiani e, come si diceva, filantropici, opera nell’ambito dell’inclusione nella vita sociale di persone (tra cui anziane e disabili) altrimenti tagliate fuori. In particolare, Imparare a cadere di Mikael Ross riesce a dare voce, o meglio, a ricostruire le immagini di un mondo complesso e non facile attraverso gli occhi del giovane (apparentemente) Noel, affetto da disturbi mentali, che in seguito ad un tragico e fatale incidente domestico perde sua madre, sua tutrice e unica persona a cui egli possa fare riferimento. La vicenda, sviluppata per episodi e narrata graficamente attraverso le immagini percepite dallo stesso Noel, prende pieghe ora tragiche ora ironiche, ora comiche ora serie, grazie alla varietà di caratteri introdotti e che con lui interagiscono. Dopo il principale episodio legato alla madre, infatti, Noel viene catapultato in un luogo affine a quello della Neuerkerode, in cui con difficoltà egli riesce a integrarsi e a instaurare intensi rapporti con gli altri abitanti della comunità. In particolare emblematico è l’episodio legato al judo, per cui l’arte marziale, la “via della cedevolezza”, attraverso un sistema di prese a atterramenti, ha come obiettivo principale quello di insegnare a cadere senza accusare il colpo, allo scopo di riuscire a rialzarsi più saldi e forti di prima. Imparare a cadere di Mikael Ross si configura dunque come una narrazione per immagini, che, pure se nella sua veste grafica classica, ha come intento quello di sensibilizzare il lettore verso determinate tematiche che gli sono costantemente sotto gli occhi, ma a cui non si fa spesso caso. Emblematiche appaiono, infine, le parole della postfazione al libro, per cui «Imparare a cadere è una finestra sul nostro mondo, dove con un’impronta dal forte valore cristiano ci prendiamo cura di quelli che, a un primo sguardo, non sembrano essere stati baciati dalla fortuna e che, nonostante tutto, spesso e volentieri sanno perfettamente in cosa consista la propria felicità» (p. 128).

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Tabish Khair: La notte della felicità, un libro sull’altro

La notte della felicità, opera dello scrittore indiano Tabish Khair con traduzione di Adalinda Gasparini per Tunuè, porta con sé un interrogativo che, bene o male, ci siamo posti tutti quanti una volta nella vita: quanto siamo disposti a conoscere l’altro? Quanto a voler condividere la sofferenza altrui? Il romanzo di Tabish Khair non dà risposte in merito, ma apre spunti di riflessione grazie alla voce narrante del personaggio principale, un business man di nome Anil Mehotra, uomo pragmatico, di successo che è riuscito a creare nel tempo il suo regno e la sua ricchezza. Ovviamente per fare tutto ciò è stato indispensabile l’aiuto dei suoi dipendenti, tra cui uno in particolare, Ahmed. Egli è già sulla cinquantina quando si candida per la posizione di lavoro e in più il suo nome evoca e traduce l’inquietudine degli equilibri sottili della società indiana che si basa sulla commistione fragile di culture e religioni a volte in simbiosi e a volte in contrasto. Mehotra scrive ricordando che, inizialmente,  era tentato dallo scartare l’eventuale assunzione di Ahmed  giustificandosi dietro al suo pragmatismo, il quale attentamente si può ridurre a una forma inconsapevolmente interiorizzata di razzismo. Tuttavia le notevoli capacità linguistiche di Ahmed sovrastano il senso di paura di Mehotra, il quale decide di assumerlo e, nel tempo, iniziare a considerarlo anche il suo braccio destro all’interno dell’azienda. Tra i due si va a stabilire una routine lavorativa che accorcia le distanze fra loro e fa cadere nel vuoto ogni diffidenza, o almeno questo è quello che pensa Mehotra, per il quale il lavoro rappresenta la ragione di vita e gli affari sono anteposti anche agli affetti famigliari. Mehotra si illude, in questo modo, di conoscere Ahmed nella sua integrità di uomo e lavoratore. Succede però che nella piovosa notte di Shab-e-baraat, Ahmed si mostra agli occhi del suo capo in vesti diverse più umane e fragili, rompendo il solido strato di cecità pragmatica di Anil Mehotra, il quale si sente tradito, offeso e umiliato dalla rivelazione che si spiega di fronte ai suoi occhi increduli. I colpi di scena di Tabish Khair Il libro prende una piega diversa. Incomincia l’indagine di Mehotra verso la scoperta del passato di Ahmed, nella speranza di riappropriarsi della sua realtà ordinaria e semplice che non ammette disordini e imprevisti. La ricerca febbrile però svela ancora di più la sofferenza che Ahmed ha vissuto nella sua vita, la genuinità dei suoi sentimenti, gli orrori che sono calati nel suo cuore come ghigliottine. Orrori così banali nella loro ragion d’essere da cui però sono sorte ferite che non possono essere curate in alcun modo. L’immersione nella storia di Ahmed, porta Mehotra a rispolverare l’esercizio dell’empatia. È proprio grazie a questa apertura del cuore che un uomo ordinario e anche un po’ superficiale come Mehotra riesce a vivere un’esperienza stupefacente e di grande sensibilità. Con quest’opera, Tabish Khair è riuscito a demolire mattone dopo mattone la figura oggi divinizzata dell’uomo pragmatico che, ridimensionato nella sfera degli uomini “comuni”, crolla nell’isteria […]

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Libri per bambini: 5 da leggere in quarantena

Cinque libri per bambini: i nostri consigli Se qualcuno ci avesse avvertito che un giorno un temibile ma invisibile nemico chiamato Coronavirus avrebbe attentato alle nostre vite e alla nostra libertà probabilmente non gli avremmo creduto, lo avremmo preso per matto. Eppure, eccoci qua, nel bel mezzo di una pandemia che sta mietendo numerose vittime e ci costringe a stare in casa al fine di contenere il numero dei contagi. Oltre alla preoccupazione e all’ansia dovute alle circostanze, durante questo periodo di reclusione forzata va fronteggiato anche un altro potenziale nemico: la noia. Il “rischio” che ci si possa annoiare stando a casa tutto il giorno per più giorni di seguito è infatti alto, soprattutto per i più piccoli. Le attività didattiche sono sospese, non si possono vedere gli amici e, ora che è primavera, non si può nemmeno uscire all’aria aperta a giocare. Come scongiurare dunque questo “pericolo”? Ovviamente tenendoli impegnati! Oltre a farli giocare, disegnare, colorare, creare, sarebbe bene anche avvicinarli alla lettura. Niente di meglio di un libro, infatti, ci permette di andare lontano pur restando fermi. La lettura, quindi, può essere un buon modo per intrattenere i bimbi durante la quarantena. Diversi sono i volumi adatti ai bambini, impossibile citarli tutti. Di seguito una breve selezione di libri per bambini più o meno conosciuti. Un libro per amico: i libri per bambini consigliati da noi I colori delle emozioni di Anna Llenas Quello che stiamo vivendo è un periodo strano e delicato per tutti scandito da emozioni comuni e istintive quali la paura, l’ansia, la rabbia, la tristezza che in questo momento fatichiamo a nascondere. Se per un adulto è difficile gestirle, figuriamoci per un bambino che si domanda perché sta accadendo tutto questo. Tocca inevitabilmente ai genitori il difficile compito di aiutarli ad interpretare eventi di questa portata e rassicurarli. In questo senso per aiutare a parlare di emozioni in modo semplice può essere utile leggere un meraviglioso libro per bambini, I colori delle emozioni di Anna Llenas, edizioni Gribaudo. Il mostro dei colori si è svegliato di umore un po’ strano e non riesce a capire cosa gli sta succedendo, ha mischiato tutte le emozioni. Mescolate insieme le emozioni non funzionano. Grazie all’aiuto di una sua amica, una bambina in scala di grigi, però, il mostro riuscirà a separare le singole emozioni riconoscendole e abbinandole ognuna a un colore: il giallo è l’allegria, l’azzurro la tristezza, il rosso la rabbia, la calma è verde e la paura è nera. Rimettendo a posto le emozioni il mostro tornerà a sentirsi bene. Il Gruffalò Altro libro che consigliamo è A spasso col mostro, in seguito tradotto anche con il titolo Il Gruffalò (titolo originale in inglese: The Gruffalo), un poema per bambini della scrittrice e drammaturga inglese Julia Donaldson, illustrato da Axel Scheffler. Il volume – che ha venduto oltre 13 milioni di copie e vinto numerosi premi per la letteratura per bambini – racconta la storia di un topo che passeggia nella foresta e grazie alla […]

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Da Vinci su tre ruote: un libro di Alessandro Agostinelli

Da Vinci su tre ruote. In scooter alla scoperta del genio è un recente testo scritto da Alessandro Agostinelli (scrittore, poeta, storico delle arti visive) e pubblicato per la casa editrice Exorma. Da Vinci su tre ruote. In scooter alla scoperta del genio: il testo Come evincibile a chiare lettere dal sottotitolo scelto da Alessandro Agostinelli per il suo testo, Da Vinci su tre ruote. In scooter alla scoperta del genio tratta di Leonardo Da Vinci in una maniera inconsueta: un libro “itinerante”, odeporico, un viaggio nei luoghi – e attraverso i luoghi – di Leonardo da Vinci in sella a un ciclomotore: «Ho deciso che avrei compiuto un viaggio con uno scooter sulle orme di Leonardo da Vinci […] Oltre un anno fa mi sono messo in testa di ripercorrere le tappe importanti della vita di Leonardo da Vinci. Avevo deciso di fare il viaggio con uno scooter e un camper al seguito, con sopra la troupe per girare i video che avrebbero composto il docufilm sul viaggio di Leonardo», ci informa l’autore già dalle prime pagine del suo racconto. Narrazione odeporica, dicevo: si descrive minuziosamente il viaggio, si narrano le vicende occorse, si descrivono in dettaglio i luoghi visitati (naturali, antropici, di ristoro), si ripercorrono con dovizia di particolari gli incontri avvenuti in itinere; «Il viaggio è stato una lunga passeggiata in scooter nel senso della storia, della fama e della fortuna di questo personaggio», ricorda Agostinelli. Le fotografie a testimonianza della sua impresa, sembrano inequivocabilmente suggerire la passione per le moto (di fianco a quella per l’arte), così come i numerosi passi dedicati dallo storico dell’arte ai ciclomotori stessi. Il viaggio di Alessandro Agostinelli lungo i luoghi di Leonardo da Vinci è un viaggio a prima vista molto particolare, inconsueto, in sella al ciclomotore «MP3 500 hpe business» della Piaggio, (percorrendo chilometri su chilometri fra Italia e Francia, andata e ritorno) e con al seguito il suo gruppo di teleoperatori ed assistenti a bordo di un autoveicolo; lo stesso autore di Da Vinci su tre ruote. In scooter alla scoperta del genio ci spiega il motivo di questa scelta, rintracciando un personale tratto d’unione fra Leonardo da Vinci e il costruttore Corradino D’Ascanio: «Se è vero che sappiamo riconoscere un avvertimento, sapremmo stabilire altrettanto bene cosa passa tra una invenzione e un inventario? Difficile dirlo, perché spesso quella che sembra una nuova creazione di un fatto è un inventario di cose messe assieme che in apparenza non sembravano stare assieme. Quando l’ingegnere Corradino D’Ascanio creò la Vespa prese in prestito un pezzo del motore di un elicottero e disegnò una scocca che ricordava il corpo di una vespa. Ne venne fuori – è proprio il caso di dirlo – un miele di scooter. Anche Leonardo da Vinci aveva questa capacità, cioè quella di mettere insieme in maniera performante cose inventate da altri, macchinari e ingranaggi che altri avevano pensato e fabbricato, ma che nella sua inventiva venivano composti insieme in maniera più efficace, erano assemblati finché non […]

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I conti con l’oste, un viaggio sentimentale tra le nuove trattorie italiane

I conti con l’oste è il viaggio sentimentale di Tommaso Melilli tra le storie delle nuove trattorie italiane, e senza sciorinare ricette ci racconta chi siamo quando mangiamo Tommaso Melilli è un giovane chef, viene dalla campagna della provincia lombarda ed è un narratore eccezionale. Non è esattamente una scoperta, né stupisce: la sua penna era già nota per la rubrica di cucina e costume Tovagliette su Rivista Studio e per Spaghetti Wars, un personal essay in francese sull’identità in cucina. I conti con l’oste – ritorno nel paese delle tovaglie a quadretti, in libreria dal 18 febbraio, è edito da Einaudi nella collana Frontiere ed è il suo debutto nell’editoria italiana. Non un romanzo ma neanche una vera e propria indagine, sul suo profilo Instagram Melilli definisce I conti con l’oste una non fiction – novel, quell’ibrido letterario tra realtà e creatività che risponde all’esigenza, finora un po’ sopita, di parlare a noi stessi del nostro presente. Un viaggio sentimentale nelle nuove trattorie italiane Un viaggio tra alcuni dei ristoranti e delle trattorie più interessanti in circolazione per raccontare “il dietro le quinte dei fuochi” provando a scoprire dove e come nasce quella magia che ci fa sentire a casa quando andiamo a cenare fuori. Non l’ennesimo libro di cucina, non ci sono ricette (solo qualche consiglio nascosto tra gli incisi, tipo il modo migliore per fare il ragù), non c’è il piglio del critico gastronomico: è un libro sulla cucina scritto con l’impronta del cuoco e lo sguardo del narratore. È un archivio di storie e aneddoti tratti dalla sua esperienza professionale e personale perché è soprattutto il racconto di un “viaggio sentimentale”, come dice lui stesso, del rientro in Italia da Parigi, dove Melilli, scivolando un po’ sul modo in cui ciò accade, da studente universitario di lettere diventa cuoco. Sulla soglia dei trenta, il giovane cuoco in terra di Francia ricorda le sue radici italiane e si scopre oste, senza aver mai lavorato in una trattoria o osteria in Italia. Ma quando torna in Italia il vicino di casa lo accoglie dicendogli “Guarda chi c’è, lo zingaro!”, intendendo, forse inconsapevolmente o forse no, che se te ne sei andato via non appartieni a niente, né al luogo dove arrivi e neanche più al luogo da cui vieni. È come se Melilli si fosse posto le supreme domande “chi sono, da dove vengo e dove sto andando” cercando le risposte tra fornelli e fornitori, il mondo che dichiara essergli più familiare. I conti con l’oste è il suo personale romanzo di formazione per conciliare le due identità di oste e di zingaro, fatte di anelli voluminosi, camicie alla Adriano Celentano e bandane in cucina. L’itinerario che sceglie segue quei locali che occupano, ciascuno con la propria filosofia, il nuovo paesaggio delle trattorie italiane, senza avere la pretesa di stilare la guida delle imprescindibili trattorie del momento. I capitoli sono gli incontri che descrivono il cambiamento della scena gastronomica italiana: Passerini è l’unica tappa francese, divenuto famoso per […]

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Vladimiro Bottone nel suo quinto libro: Non c’ero mai stato

Non c’ero mai stato è il quinto romanzo pubblicato da Vladimiro Bottone, scrittore napoletano che qui indaga i temi del doppio e del rimpianto. Non c’ero mai stato, sinossi Ernesto Aloja è un editor di romanzi. Dopo trent’anni di onorata professione presso una casa editrice di Torino torna a Napoli, sua città natale, per godersi la pensione tra qualche amore senile e i problemi di salute. La sua quotidianità viene presto interrotta dall’arrivo di un dattiloscritto, la cui autrice è una tale Lena di Nardo. Trent’anni e costretta a una vita di stenti e sacrifici come la sua generazione, la ragazza riversa in quello che dovrebbe essere il proprio romanzo d’esordio tutte le esperienze della propria vita. Ernesto vede nella giovane un talento particolare nel descrivere l’amore e, seppur riluttante, decide di farle da editor e maestro. È l’inizio di un incontro/scontro tra due generazioni, ma anche l’occasione per Ernesto di rimuovere i veli dalla sua vita passata che per tanto tempo ha nascosto. Non c’ero mai stato, storia di mancanze non colmate Vladimiro Bottone pubblica per la collana Bloom della casa editrice Neri Pozza un romanzo che si distacca nettamente dalla produzione precedente, costituita da romanzi storici (L’ospite della vita, Rebis, Mozart in viaggio per Napoli, Vicaria). Con il tramite di un quaderno di episodi (anzi, bloc-notes), Non c’ero mai stato è un romanzo che si apre a un ampio ventaglio di tematiche. Ernesto, prossimo ai sessant’anni, è un uomo con anni di esperienza nel campo dell’editoria che si appresta a vivere il prossimo capitolo della vita, quello della tranquillità di diritto, interrotto dall’entrata in scena di Lena di Nardo. Quest’ultima propone a Ernesto il manoscritto di un romanzo in cui si raccontano tutte le caotiche esperienze sue e di una generazione senza ambizioni e privata del proprio futuro. Ciò porterà Ernesto a mettere mano per l’ultima volta alle proprie conoscenze di editor per preparare l’esordio di una giovane scrittrice tramite un rapporto maestro-allievo, che diverrà anche occasione di scambio e scontro reciproco tra i due personaggi. Lena infatti non manca di trascinare Ernesto nel mondo oscuro della sua generazione, fatto di serate alcoliche e sesso occasionale (argomenti che descrive minuziosamente anche in quello che dovrebbe essere il suo romanzo d’esordio). A sua volta l’uomo vedrà in quest’esperienza l’opportunità di scavare a fondo in un passato che vorrebbe soltanto abnegare, fatto di episodi dolorosi e a tratti crudi. Il tutto sullo sfondo di una Napoli cupa, dominata dal degrado delle strade e popolata di figure bizzarre e inquietanti. Vladimiro Bottone scrive una storia che sembra avere alla base il rimpianto per una vita vissuta da osservatori e non da agenti delle proprie azioni (la scelta del titolo non è capriccio della casualità). Nel corso di 400 pagine sembra di intravedere in Ernesto le aspirazioni soffocate con la forza per mettersi al servizio degli altri. Non è un azzardo associare la figura dell’editor, oramai anziano e stanco, che ha rinunciato alla normalità della propria vita per compiere un atto di […]

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The Backgammon player di Lorenzo Rusconi. Recensione

The Backgammon player, opera prima di Lorenzo Rusconi, fa parte della collana “Frecce” della casa editrice Augh!  Si tratta di un vero e proprio trattato filosofico, incentrato sul senso della vita, della morte e delle scelte umane, nascosto sotto la forma di un romanzo che si potrebbe definire “di formazione”. Filo conduttore di tutte le 160 pagine è il gioco del Backgammon, che diventa una metafora, tanto potente quanto raffinata, dell’esistenza. Il backgammon è ritenuto il gioco più antico dell’umanità e le sue origini si perdono nei millenni: ci giocavano i Sumeri e i Babilonesi, i Persiani, i Greci e i Romani. Ci giocavano persino i Crociati. E ancora oggi, nel mondo, migliaia di persone si lasciano sedurre dalla tavola del backgammon e dalle sue pedine colorate. Si tratta di un gioco da tavolo per due giocatori, il cui scopo è portare fuori dallo schema di gioco tutte le proprie pedine e, allo stesso tempo, trovare una strategia valida ad ostacolare l’altro giocatore. È, dunque, un passatempo in cui Fortuna e Intelligenza tattica si mescolano, essendo entrambe componenti fondamentali per il raggiungimento dell’obiettivo finale. Da questo punto di vista, dunque, il backgammon è la perfetta metafora della vita, in cui l’esito di una partita non può essere pianificato a priori: la sorte è importante quanto l’ingegno e per vincere è necessario saper sfruttare quanto concesso dal fato e, allo stesso tempo, essere in grado di limitare i danni. Da questo concetto parte Lorenzo Rusconi, che il backgammon lo conosce bene, per raccontare la sua visione della vita. The Backgammon player: la trama Ci troviamo in una stanza completamente bianca: pareti, pavimento, tutto immacolato. Nella stanza, una donna, seduta su uno sgabello di legno, anch’esso bianco. Di fronte a lei, un telaio e un uomo. O meglio, un’entità che, in futuro, sarà un uomo. La donna è Cloto, una delle tre Parche, o Moire, le dee che gestiscono il destino degli uomini: secondo la mitologia antica, infatti, Cloto ne tesse la trama, Atropo decide la lunghezza del filo e Lachesi lo taglia quando è giunta l’ora della morte. L’entità che è al cospetto di Cloto, a cui viene subito assegnato un corpo “provvisorio” e il nome di No, si trova lì per decidere come sarà la sua vita. Cloto, infatti, gli spiega subito che la fase di costruzione della trama è quella più importante: quanti più dettagli formeranno il tessuto, tanto più la vita sarà lunga e, in qualche modo, emozionante. Per questo, decide di accompagnare No in un viaggio spazio-temporale attraverso epoche e luoghi differenti, in modo da mostrargli quante più cose possibili del mondo. Elemento onnipresente del viaggio sarà proprio il gioco del backgammon, che guiderà No fino alla fine del suo percorso di formazione e di scelta. Vivere per giocare e giocare per vivere. La morale filosofica di The Backgammon player Durante il loro cammino, No e Cloto attraversano realtà diverse: la Grecia dei filosofi, la Roma imperiale, l’India coloniale, l’epoca moderna. Andranno persino in un futuro molto […]

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Aksana Danilcyk e la parola dipinta: Il Canto del ghiaccio

Arriva in Italia Il Canto del ghiaccio della poetessa bielorussa Aksana Danilcyk (Controluce edizioni, 2019), volume bilingue per la traduzione di Marco Ferrentino, in cui l’autrice esprime la profondità di un pensiero indiviso da scarti linguistici attraverso la partitura di immagini pregne di significati intimi confusi ad archetipi letterari classici. La poesia contemplativa Aksana Danilcyk: immagini e silenzi Nella lettura di un libro come Il canto del ghiaccio è opportuno tener presente che la duplice anima poetica di Aksana (italiana e bielorussa) non si riflette semplicemente nella traduzione dei versi da una lingua all’altra. Essa si costituisce a partire da un “noviziato” letterario in cui lo studio della lingua e la cultura italiana in ambito universitario coesistono con l’afflato poetico che caratterizza i suoi componimenti. Oltre che di articoli di letteratura (bielorussa e italiana), Aksana è autrice di traduzioni di alcuni tra nostri più grandi poeti e intellettuali: si ricordino tra le varie, infatti, ad esempio le sue versioni del De vulgari eloquentia di Dante e dei Sepolcri di Foscolo, che, in senso più ampio, hanno conferito al genio bielorusso un lessico che definisce, in una certa misura, un linguaggio icastico di matrice neoclassica. Si legga ad esempio la lirica Rocca Paolina (p. 12), il cui riferimento è da ritrovarsi nell’omonima fortezza perugina di epoca rinascimentale: Passi sempre queste catacombe per vedere che dai colli d’oliveti scende il giorno di serena amarezza nella valle dove il tempo s’è fermato, dove anche i sogni sono quieti, dove marzo scioglie la freschezza, mille nastri alzano il profumo delle primule ancor prudenti. Ogni tanto nella realtà terrena sulle pietre, che il sole accarezza, si abbinano le firme dei maestri con graffiti di pochissima durata. sorge sinfonia dei colombi con solenne musica legata ai misteri dell’immensità celeste. Passi sempre queste catacombe… Dopo un incipit contemplativo e lento, i versi della seconda stanza sembrano esprimere con pacato dinamismo la fugacità del tempo (non scevro da certe implicazioni religiose) e della vita attraverso i “graffiti di pochissima durata” e la “sinfonia di colombi”. Evidente anche il riferimento al magistero di actoritates non direttamente citate (le “firme dei maestri”), che comunque lascia intendere la grande importanza che Aksana attribuisce al exempla del passato e al messaggio che con le loro opere (letterarie, artistiche e architettoniche) essi hanno lasciato ai posteri, messaggio inteso sia in termini letterari che artistici; e in tal senso pare anche notarsi una forte attenzione alla “parola dipinta” dai versi, che trova esplicito riferimento nella lirica Il giorno di Ferdynand Ruščyc (p. 66), dedicata al pittore bielorusso e polacco, nella quale i contorni “tenebrolucenti” dell’immagine evocata si traducono in una riflessione intima sull’immobilità del tempo fisiologico (pur nella sua ciclicità) la mobilità, quasi durata bergsoniana, di quello biologico. Ritornando, poi, a Rocca Paolina e al legame instaurato con le auctoritates, va considerato forse l’incontro che questi versi istituiscono con quelli della lirica Il canto dell’amore di Carducci, riferiti alla medesima costruzione. Inoltre sembrerebbe possibile far risalire una prima intuizione poetica del componimento (o forse la […]

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