Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La Tag: recensione libri contiene 108 articoli

Libri

La stagione della Strega di J. L. Herlihy, edizioni Centauria (Recensione)

Una storia di rivoluzione che, anche se anacronistica, permette di rivivere le fantasie e i desideri di una intera generazione. Attraverso gli occhi di una diciassettenne “figlia dei fiori”, James Leo Herlihy con La stagione della Strega racconta i tumultuosi anni a cavallo tra il Sessanta e il Settanta che cambiarono la storia in America: pubblicato in Italia da edizioni Centauria. New York, 1969. La ribelle diciassettenne Gloria Random fugge dalla tranquilla cittadina di Belle Woods, Michigan, lontano dalle grinfie religiose e borghesi della mamma, presa più a preoccuparsi di ciò che pensa la gente della sua vita piuttosto che occuparsi di essa. Insieme al suo inseparabile miglior amico John raggiungerà la Grande Mela, in cerca di un cambiamento che la aiuti ad affrontare quello verso l’età adulta, in una città che possa davvero essere la più grande testimonianza di una rivoluzione in atto, quella hippie, contro la politica di Nixon e l’ingiustificata guerra in Vietnam. La stagione della Strega è, sin dalle prime pagine, un romanzo che gioca su una lotta rivoluzionaria per niente lontana dall’autore. Un viaggio trascendentale che, seppur sviluppato in pochi mesi in forma di diario della giovane protagonista, arricchisce per la sua narrazione esaltante, contraddittoria, piena di desideri e amore, sotto il motto molto più che sintetizzante “peace and love”; proprio come i pensieri di Gloria, anzi Strega, e quella che fu la sua generazione in America negli anni Settanta. Come ci dice anche nella postfazione il traduttore Massimo Gardella, da buon drammaturgo e personalità controcorrente qual’era Herlihy, scrittore e attore sia per il teatro che al cinema, tutta la storia e i vari personaggi che Strega incontrerà durante questa esperienza sono avvolti in una drammatica quanto esagerata realtà, fatta di filosofiche osservazioni, necessarie dissertazioni sul mondo che sta cambiando, sulla crudeltà latente e sulla possibilità di creare un futuro pieno di pace, partendo da una reclusa comunità come era allora quella hippie. E se oggi chi non ha vissuto quel momento storico la ricorda solo come “droga, sesso e rock ‘n’ roll”, l’autore ci mostra invece la lotta di un’intera generazione speranzosa e bisognosa di migliorare il futuro per sé e per le generazioni a venire: una lotta che probabilmente fu incomparabile e davvero rivoluzionaria. Fulcro e voce di questa comunità è dunque Gloria e il suo amico omosessuale Roy, aka John, che sentendosi inadatti ai tempi così fuori controllo come quelli che viveva la società americana, scelgono (ma in realtà sapevano da sempre di appartenere) la minoranza, alla ricerca l’una del padre mai conosciuto, l’altro per disertare l’esercito e la guerra in Vietnam. Con loro pochi dollari, sufficienti dopo una serie di allucinanti e psichedeliche peripezie per farli accogliere in una casa comune a New York, in Canal Street, dove la cultura hippie predomina, governata da una Madre e un Padre, Doris e l’ex psichiatra Peter, di una piccola famiglia di fratelli e sorelle. “La cultura hippie” nell’ultimo libro di James Leo Herlihy, edito da Centauria Insieme a loro Jeanette, Archie, Sally Sunflower, […]

... continua la lettura
Libri

Canzoniere dell’assenza di Antonio Spagnuolo (Recensione)

Il Canzoniere dell’assenza (Kairós Edizioni) di Antonio Spagnuolo è una raccolta di circa settanta componimenti dedicati alla memoria della donna amata, Elena. La stessa che, nella prefazione, Silvio Perrella definisce “la Beatrice in carne ed ossa” del poeta. “L’incontro con Elena è stato baciato dalla grazia e adesso quella grazia è interdetta”: Elena è andata via troppo presto per un problema di cuore. Il Canzoniere dell’assenza ha modo di esistere solo dopo che Antonio Spagnuolo ha già assolto al “compito di  dire l’assenza”. I componimenti della raccolta prendono forma in momenti diversi, nascono sparsi, separati. È solo successiva l’idea di farne un libro. Tuttavia le premesse (ir)razionali alla genesi di queste poesie sono univoche e soprattutto chiare fin dall’incipit: nel Canzoniere dell’assenza la creazione poetica cerca di dare forma all’informe, mettere ordine al caos portando alla luce il passato fino a ricostruire anche in falso le visioni del ricordo. Allora il reale e l’onirico si alternano e si inseguono svelando una nuova energia della mente che non è che il desiderio di un corpo che non è più tangibile carne. Le forme dell’assenza: Canzoniere dell’assenza di Antonio Spagnuolo “L’assenza della persona amata è il baratro incolmabile che si apre ogni sera, quando fra le coltri la mano inutilmente cerca quella carne che per decenni ha concesso il profumo della sublimazione…” Ora che Elena non c’è più, la sua assenza prende il suo posto ed occupa ogni spazio, assume tutte le forme possibili: il sogno, il disincanto, l’illusione, l’allucinazione. Nella solitudine agghiacciante di una vita spezzata, visioni: “Ti rivedo nuda nell’azzurro del cielo”. Il silenzio diventa caleidoscopio di ricordi e si ridesta color di limone l’illusione che la poesia possa vincere il tempo in eternità . Nell’antico terrore di vivere senza memorie,  non c’è spazio neppure per il pianto ora che la mente è intenta a ripercorrere il passato, in cerca di mani e carezze, palpiti, affanni – “ Chiudo gli occhi per sognare il tuo labbro”- i versi sono un bluff crudele, l’unica via per “non cadere invano tra gli artigli del dubbio dell’eterno”. Incastri di incisive e subordinate delineano sensazioni: “ La carezza del tempo ha il rintocco / di una musica lieve, modulata”,  “Eri la variopinta farfalla che ritorna […] nell’odore del balsamo / dei tuoi capelli intrecciati dal dubbio”; “ Ripete l’erotismo del piede richiami violenti, / per riprendere il tocco della pelle / che avvolge vertigini di schegge”. È l’incanto di memorie che ti appaga. Ma sillabare la morte è incontrare il mistero della dissoluzione di un corpo. Nel Canzoniere dell’assenza i motivi ricorrenti come il sogno, la solitudine, il dubbio, il ricordo, le ombre vengono esasperati in un vortice di pensieri assillanti, in bilico sulle ossa vissute e ormai stanche di Antonio Spagnuolo che con i suoi versi –  fitti di enjambement, metafore e analogie – cerca, nell’esercizio d’andare a capo, di ricucire le ore che hanno ferito il corpo e distolto ogni leggerezza. I drammi del canzoniere, oltre a quello irrimediabile della perdita definitiva […]

... continua la lettura
Libri

Il libro di Talbott di Chuck Palahniuk | Recensione

Il talento artistico di Chuck Palahniuk colpisce ancora, questa volta con un romanzo dai forti connotati postmodernisti, Il libro di Talbott, edito lo scorso gennaio dalla Mondadori (Traduzione di Gianni Pannofino). Una perla che cattura e tiene incollati alle pagine per alcuni giorni, regalando atmosfere suggestive, situazioni intriganti e personaggi unici. Dalla volontà di distruggere la società capitalista, alla condanna del mondo della moda, alla stregoneria, all’accusa dell’edificazione urbana incontrollata, alla denuncia dei reality, Chuck Palahniuk approda ancora una volta a quella che sembra essere la sua urgenza: denunciare. Questa volta, Palahniuk mira a smascherare le teorie complottiste di cui sono intrise le menti degli americani e le contraddizioni della società odierna. Una società che sembra entrare negli ultimi spasimi di un’umanità, che non riesce più ad occuparsi adeguatamente della sua terra, che è ormai incapace di governare se stessa. Il libro di Talbott è una nuova realtà dai risvolti inquietanti, narrata mirabilmente con il classico stile asciutto e deciso di Palahniuk. Non mancano pennellate sarcastiche e dialoghi sorprendenti in una trama quasi impossibile da riassumere, che intreccia molte, molte sorprese. È certo che Palahniuk, con quest’opera, si riconferma un autore magnetico e dal grande talento. Quella del nuovo romanzo di Palahnuk è, infatti, una storia ben congegnata e ben scritta, pregna di personalità differenti e di meravigliose chicche. L’atmosfera di suspense creata dall’autore riesce ad assorbire completamente il lettore dal principio alla fine, che si ritrova a leggere tutto d’un fiato, nonostante le quattrocento pagine circa. Il libro di Talbott: il Giorno dell’Aggiustamento Molti immaginano che ci sarà un Giorno del Giudizio a ristabilire la giustizia. Ci ritroveremo davanti al trono di Dio e saremo giudicati in base alla nostra condotta. In compenso godremo della serenità in Paradiso o saremo tormentati all’Inferno. Palahniuk immagina, invece, il “Giorno dell’Aggiustamento”, che rimedierà tutte le storture della società. Si tratta di una grande congiura contro l’élite intellettuale. Ci troviamo negli Stati Uniti e la nazione si sta preparando alla rivoluzione. Abbiamo a che fare con una sorta di aspirante dittatore/guru new-age, le cui massime vengono amplificate dai media. «Immagina che Dio non esista, che non ci sia né paradiso, né inferno. Ci sono soltanto tuo figlio e suo figlio e il figlio di suo figlio e il mondo che tu lascerai loro (…)» Abbiamo anche un libro nero-blu, una sorta di pamphlet profetico che racconta di questo “Giorno dell’Aggiustamento”, in cui a pagare saranno i pezzi grossi. Anzi, le loro orecchie. E poi abbiamo una lista su Internet, i “Meno Amati d’America”, contenente i nomi dei giornalisti, dei politici e dei professori universitari, che devono ricevere tremila voti per rimanere in classifica. Dovrà nascere una nuova civiltà. Gli Stati Uniti verranno divisi. Cosa ne uscirà? Caucasia. Dei bianchi. Blacktopia. Dei neri. Gaysia. Degli omosessuali. Un’immagine forte, di quelle che s’imprimeranno per sempre nella memoria del lettore la si troverà alla fine del libro, dove una donna nutre un uomo affamato con un salsicciotto fatto della sua stessa carne. Un messaggio d’amore e […]

... continua la lettura
Libri

Attacco dalla Cina, il nuovo thriller di Michael Dobbs (Recensione)

Attacco dalla Cina, il nuovo libro di Michael Dobbs pubblicato dalla Fazi Editore, è il secondo capitolo de La serie di Harry Jones. Dopo Il giorno dei Lord, in questo nuovo thriller politico l’autore attinge elementi reali dalla storia recente e li rielabora per raccontare scenari di guerre cibernetiche e conflitti internazionali. Michael Dobbs è l’autore di House of Cards, trilogia su cui sono basate due famose serie televisive. Tanto House of Cards, miniserie televisiva britannica del 1990 trasmessa dalla BBC in quattro puntate, quanto House of Cards – Gli intrighi del potere, serie di cinque stagioni prodotta dal 2013 al 2018 da Netflix, sono infatti ispirate dall’omonima trilogia. Nato nel 1948, Michael Dobbs è stato il capo dello staff del Partito Conservatore durante l’ultimo governo Tatcher e dal 2010 è membro della Camera dei Lord. Riguardo il contenuto delle sue opere, Dobbs afferma: «Nei miei romanzi racconto la sola cosa che conosco bene, la politica per com’è e per come deve essere: spietata e crudele. Lì sta la sua grandezza». L’ultimo romanzo di Michael Dobbs Una serie di attacchi informatici provenienti dalla Cina rischiano di mandare nel caos il mondo occidentale. Gli attacchi  non lasciano tracce e  potrebbero mandare il mondo in “cortocircuito” perché non rendono evidente la presenza di un problema ma si limitano a produrre informazioni, valori e comportamenti errati. Se inizialmente i leader delle principali potenze occidentali possono pensare a dei banali malfunzionamenti, sul lungo termine appare evidente la presenza di una regia nemica. Per far fronte a quella che potrebbe essere una terza guerra mondiale combattuta con input informatici, i principali leader occidentali si riuniscono in gran segreto per prendere delle decisioni. Convocati con urgenza dal Primo Ministro britannico, la Presidente degli Stati Uniti d’America e il Presidente russo, accompagnati rispettivamente da un consigliere e dal genero, si riuniscono in un castello in Scozia completamente isolato dal resto del mondo dove saranno accolti ed accuditi da un’anziana signora e dal nipote. Il Premier britannico decide di farsi accompagnare da Harry Jones, integerrimo ed insolente ex militare pluridecorato già presente nel precedente romanzo, Il giorno dei lord. Mentre in Scozia i leader del mondo occidentale provano a trovare un accordo, in Cina gli informatori vengono torturati e gli ambasciatori sequestrati nell’attesa di sferrare un attacco cibernetico in grado di distruggere linee energetiche, centrali nucleari, mercati finanziari e sistemi informatici sanitari. Data la biografia di Michael Dobbs e i suoi importanti incarichi politici, è impossibile non rinvenire nelle pagine di Attacco dalla Cina tanti elementi reali del presente e del passato prossimo che rendono la lettura un gioco per capire il confine tra realtà e finzione. Certo, Dobbs ci fa conoscere personaggi frutto della fantasia, ma è comunque divertente pensare che in quella finzione ci sia qualcosa di veritiero. Il thriller di Dobbs dimostra che nell’attuale immaginario collettivo il grande nemico è la Cina e non più la Russia. Una Cina che vuole dare un colpo di spugna ad un passato di guerre, soprusi e violenze nel momento in […]

... continua la lettura
Libri

Jacaranda di Nini Sanna, un’avventura oceanica (Recensione)

Paolo Ferrante è un abile uomo di mare, e come tale ha un forte spirito libertino e non conforme a quella stabilità che può offrire la terraferma. Per questo, sempre in viaggio, diventa se stesso solo quando è il richiamo della navigazione a coordinare la sua traiettoria di vita. Un giorno accetta l’incarico come primo ufficiale a bordo dello Jacaranda, desideroso di riprendere la via in mare e di lasciare Singapore. Su questo scapestrato mezzo di trasporto, però, ben presto capirà di essere incappato in un intrigo, che metterà a dura prova la sua moralità e il suo senso del dovere. Jacaranda è il nuovo romanzo di Nini Sanna, un giallo interessante e marinaresco, pubblicato da Il Frangente edizioni. Siamo negli anni Sessanta, quando la guerra in Vietnam è sulla bocca di tutti. D’altronde, un evento storico che viene ricordato da lontano, poiché è il mare a dominare sulla narrazione, fulcro principale delle pubblicazioni di questa casa editrice. Lo è anche per l’autore Nini Sanna, nome d’arte di Salvatore Sanna Cherchi, marinaio e scrittore. Marinaresca, poi, è anche la terminologia usata durante tutto il corso del romanzo e della navigazione, che rende molto più reali i personaggi e sorprendenti i fatti avvenuti. La storia prosegue quando Paolo, preso l’incarico sul cargo Jacaranda, impara a conoscere i colleghi a bordo: l’attraente Veronica Cowen, che scoprirà essere la figlia dell’armatore che ha ordinato la missione per il trasporto di alcune casse dal contenuto sospetto; un incompetente comandante, che sembra essere lì solo per un caso fortuito, o magari spinto da qualche aspirazione nascosta; il surveyor, un supervisore che da subito Paolo ritiene non necessario e che, proprio per questa presenza ingiustificata, sarà il primo elemento che lo inizia ad insospettire; e infine Manuel, suo compagno di bevute che determinerà lo svolgersi degli eventi successivi, e il personaggio che rispecchia più di tutti lo spirito più libertino di quel lavoro. Jacaranda di Nini Sanna, un giallo a bordo di una nave Accanto agli intrighi che alcuni componenti a bordo sembrano orchestrare, Nini Sanna ingaggia una narrazione degna di un avventuroso viaggio in mare: quando la nave salpa, tutto è nelle mani di questo elemento, e l’uomo non può nulla, soprattutto se tenta di dominarlo e di vincerlo. Dopo avere scoperto che il comandante, in accordo con altri membri dell’equipaggio, governa il buonumore dei marinai attraverso un mercato illecito di oppio, Paolo si troverà a dover prendere la situazione in mano quando la nave si ritroverà sulla traiettoria di un ciclone. La natura, forte, possente, che tutto può decidere, sarà una congiura tanto grande quanto quella che si sta consumando a bordo. Cosa succederà allo Jacaranda? All’autore Nini Sanna non sfugge qui la necessità di un deus ex machina, che sta proprio nell’esperienza del primo ufficiale, ben presto in combutta con se stesso, alle prese con la sua coscienza e a mettere sul tavolo da gioco tutte le immagini e i ricordi della sua vita oltre alle decisioni prese. Parallelamente al ricordo di una […]

... continua la lettura
Libri

Allegro con fuoco di Beatrice Venezi, un’emozione su pentagramma

L’arte e l’amore ritornano spesso nel libro Allegro con fuoco di Beatrice Venezi edito da UTET, parole che declinate al singolare femminile si fanno portatrici di quel significato che è alla base dell’agogica del titolo. Il testo comprende cinque capitoli ed è suddiviso in scala, un po’ come la mente di un direttore d’orchestra, in modo da spiegare al pubblico, cui si rivolge, passo dopo passo quali siano le infinite possibilità che la musica può offrire nel suo insieme: la sua architettura semantica, melodica e armonica, la sua storia e quel suo dietro le quinte che (ci) restituisce ogni volta fascino e stupore.  “Vissi d’arte, vissi d’amore”. Canta così Tosca in una delle più belle arie a lei dedicate dai librettisti Giuseppe Giacosa e Luigi Illica su musiche di Giacomo Puccini. Nell’eterno presente, la musica le si incatena e le cinge le braccia, ad ogni sospiro il suo dolore e la sua gelosia si imbevono di note che conservano sulla carta la sua identità immutata. Chissà se Parigi, dove l’idea di questa donna nacque, avrebbe potuto accettare che vivesse d’arte e non anche d’amore. La musica in Allegro con fuoco di Beatrice Venezi Per Beatrice Venezi, classe 1990, innamorarsi della musica classica non è solo un sottotitolo che abbellisce la pubblicazione ma soprattutto un desiderio di rivalsa. È proprio lei nelle pagine che scrive ad immaginare un mondo in cui “la nostra musica non sia considerata meno interessante di quella rock e pop […]; un mondo in cui non vengano innalzate barriere così nette fra la musica classica e la musica leggera e dove a nessuna di queste etichette venga appiccicato un giudizio di valore o un pregiudizio. Questa musica deve tornare nelle piazze; dobbiamo squarciare il velo che la avvolge e permettere a tutti di avvicinarsi alla bellezza del nostro mondo, del nostro suono”. Un mondo senza etichette stampate addosso, tradotte negli ostacoli che ha dovuto superare nel rivestire da donna un ruolo che solitamente è affidato agli uomini, quello del direttore d’orchestra. Una visione arcaica e stereotipata che è riuscita a sottrarre al costume popolare e a far rivalutare con senso critico e volontà di rinnovamento, supportata da una autentica passione verso la direzione di più elementi che, nel “dimostrare la modernità della tradizione”, riesce a spingersi oltre. Ascoltare la musica infatti equivale ad ascoltare il mondo che ci circonda. È con semplicità e ironia, ad esempio, che viene mostrata in Allegro con fuoco quanta attualità risieda nelle opere liriche: se Tosca incarna la gelosia, Madama Butterfly è esempio di turismo sessuale, il destino che Bizet raccontato nella Carmen può ricordare i femminicidi di oggi, per non parlare della Bohème in cui Mimì e Rodolfo possono davvero rappresentare tutte le coppie del mondo. E se Puccini, conterraneo della Venezi, dal contesto ricava personaggi veri, il Verdi, nel cui conservatorio a Milano il direttore si diplomerà, trascina sul Nabucco un ideale patriottico e si avvicina al pubblico con la Traviata, il Rigoletto e il Trovatore. In Verdi le donne, pur […]

... continua la lettura
Libri

Jesmyn Ward, con Canta, spirito, canta continua la trilogia di Bois Sauvage

In questo secondo capitolo della trilogia di Bois Sauvage, Canta, spirito, canta, Jesmyn Ward ci regala un altro romanzo intenso e vivido, che le ha permesso di vincere il suo secondo National Book Award dopo Salvare le ossa, pubblicato ancora una volta in Italia dalla NN editore. Siamo di nuovo a Bois Sauvage, Mississippi. Qui il giovane Jojo vive insieme alla sua famiglia. La sorellina Michaela, Kayla, la quale ne è completamente dipendente in tutto, prolungamento del suo corpo come della sua anima; la madre Leonie, tossicodipendente ed incapace di qualsiasi forma di istinto materno, e per questo si sente continuamente colpevole e arrabbiata. Anche nei confronti dei genitori, i nonni di Jojo e Kayla: Mam, malata di cancro che la costringe a letto sofferente, e infine Pop, che gli insegna a diventare l’uomo di casa, a sgozzare le capre per farne uno stufato con la carne e a tagliare la legna consumata dalle termiti. Jojo però ha un dono speciale, che non gli permette completamente di raggiungere il traguardo dell’adolescenza per essere un passo più vicino all’età adulta, qualcosa di magico che lo tiene ancorato all’infanzia nonostante il suo corpo asciutto e alto che cresce. Il diventare grandi si complica ancora di più quando Michael, suo padre e compagno di Leonie, esce di prigione, e a farlo visita sarà lo spirito di una vecchia conoscenza di Pop, Richie. Jesmyn Ward dà voce agli innocenti in Canta, spirito, canta Canta, spirito, canta non delude nessuna aspettativa. La potenza comunicativa di Jesmyn Ward è tanto vivida, tattile, quanto quella del piccolo protagonista che ha il dono, ereditario, di comunicare con i morti, con gli animali, in un modo ancora un poco acerbo, disturbante, ma che è sentito ed impossibile da evitare. Jojo, così come Leonie, fa i conti con qualcosa che probabilmente rifiuta; aspira ad essere come il nonno, la sola figura paterna, e sente il peso della responsabilità nei confronti della piccola sorellina che non riesce neanche a mangiare senza di lui, perché allo stesso tempo sa che lui è l’unica ancora di salvezza. Capitolo dopo capitolo, Jesmyn Ward ci offre la prospettiva di madre e figlio sui pochi ma importanti avvenimenti che accadono, mostrandoci i due punti di vista più contrastanti del romanzo. Durante il viaggio verso la prigione un tempo schiavista di Parchman e ritorno, una volta che Michael si è unito a loro, scopriamo nuove sfaccettature di Leonie. Piegata dall’amore che prova per il suo compagno, ostacolata da tutti non solo perché lei è nera e lui bianco, ma anche perché la famiglia di lui ha partecipato alla morte del fratello Given, che Leonie vede solo quando è fatta. La sua rabbia e frustrazione nel sapere di non potere dare ai figli l’attenzione che cercano, l’affetto che desiderano, un difetto che legge apertamente negli occhi risentiti e pieni di amarezza di Jojo, uno sguardo che la colpisce più forte di una lama ma che, anche in questo caso, non può evitare. Consapevole di non essere all’altezza, consapevole […]

... continua la lettura
Libri

Una furtiva lacrima di Manlio Santanelli | Recensione

Una furtiva lacrima è l’ultimo romanzo di Manlio Santanelli, pubblicato dalla casa editrice GMPress Manlio Santanelli realizza con Una furtiva lacrima «un’opera prima all’età di 75 anni». Così esordisce il critico Matteo Palumbo nel presentare l’arguto drammaturgo contemporaneo. Precedente a questo infatti, solo un altro esperimento di romanzo breve, La venere dei terremoti. Che siano però canovacci teatrali o testi dal parlato disteso, Manlio Santanelli non si smentisce mai, esacerbando una verve a tinte accese. La scrittura, a detta dello stesso autore, è l’emorragia del pensiero. Il sangue sgorga dalle vene e lo scrittore lo tampona sulla carta. Il pensiero è però anche sfuggente, viaggia nell’aria e non lo si afferra. Lo scrittore quindi deve anche assecondare questa seconda natura inafferrabile, lasciando andare libera la parola e la successione torrenziale di frasi. Sineddoche della mente dell’autore è quindi per Manlio Santanelli la città di Napoli, luogo del caos calmo, l’urbs alluvionale. L’affastellarsi in asindeto sulla pagina è una corsa frenetica per l’intrigo dei vicoli, con il timore che il cielo possa crollare sulla testa. Una furtiva lacrima di Manlio Santanelli I modi di interpretare la scrittura e di leggere la città trovano ampio respiro tra le pagine di Una furtiva lacrima. Armato di ironia, Manlio Santanelli racconta del costante dialogo generazionale, del rapporto di maestri solerti e di allievi non sempre disciplinati. Per un atto di vampirismo succhiano via dai maestri una conoscenza che non sono pronti a restituire. Allievo per eccellenza è Giorgio, amante del cinema e allergico a espressioni come lavoro sicuro e paga fissa. Un sognatore meridionale che scappa dalla logica dell’utile, trovando a Roma una guida preziosa per la sua carriera. Tarquinio, il suo «amico-maestro», scopre di dover curare una grave malattia in Provenza, ma proprio nel momento del bisogno è abbandonato da tutti perché «la vita ha la memoria corta e spesso ti picchia proprio dove ha già picchiato». Sarà proprio Giorgio, in onore dei tempi romani, ad andare in Francia in suo soccorso. Da questo incrocio di vite, fili tesi tra gli opposti di umorismo e malattia, Una furtiva lacrima si presenta come un viaggio nella mente e nelle sue contorsioni, tra slanci facoltativi dal punto di vista di un narratore inattendibile e umori insostenibili. L’incomunicabilità è costantemente tematizzata: da un lato, un discorso diretto reso indistinto dal piano della voce narrante, flusso continuo e concertato nevrotico; dall’altro, un italiano che entra in contatto con il mondo estero, intrecciando la sua alla lingua dell’altrove, un altrove spesso meno avvelenato dai picchi di debilitante inefficienza del suo paese d’origine. Se anche la risata esorcizza e cura, la lacrima diventa spesso liberazione, insieme godimento e patimento con lo sguardo rivolto all’indietro. Giorgio e Tarquinio rivivono insieme i giorni fasti e i nefasti, liberando finalmente il flusso ininterrotto del pensiero, quello che Manlio Santanelli tampona su carta. In sottofondo, le note di Donizzetti e la voce di Nemorino. Immagine: Tele-Diocesi

... continua la lettura
Libri

Nadeem Aslam e Il libro dell’acqua e di altri specchi

Atti di terrorismo, corruzione e paura del diverso, ma anche tolleranza e profondo amore verso la propria terra e il prossimo. Tra verità e immaginario, nel suo nuovo romanzo Il libro dell’acqua e di altri specchi – pubblicato in Italia dalla Add editore – Nadeem Aslam presenta un Pakistan inedito ai più, afflitto dai turbamenti interni e che conserva una lunga e intima tradizione. Nargis e il compagno Massud vivono a Zamana, una città fittizia del Pakistan. Sono architetti, personalità prestigiose e abbienti che condividono anche la passione per la cultura e il rispetto per l’altro, indipendentemente dalla razza o dalla religione. Una premessa essenziale, perché il Pakistan è purtroppo affranto da una perenne lotta civile tra i musulmani estremisti e i cristiani, una piccola minoranza, in un’atmosfera di intolleranza violenta e atti di persecuzione. Membri della famiglia ma non di sangue sono Helen e il padre Lily, proprietario di un consumato risciò, suo mezzo di sostentamento, rimasti soli a causa della morte di Grace, mamma di Helen. Il tranquillo equilibrio sullo sfondo di un Pakistan sempre in guerra viene interrotto quando Massud muore, vittima inconsapevole di uno scontro a fuoco  in strada. Cosi Nargis si troverà a dover fare i conti con la solitudine, ma anche con il suo passato e il suo segreto più grande: infatti, il vero nome di Nargis è Margaret, e si è finta musulmana da quando era ragazza, molto prima di conoscere Massud, credendo di poter vivere un’esistenza in pace lontano dalle oppressioni. Il Pakistan visto da Nadeem Aslam Ciò che ci regala Nadeem Aslam in questo ultimo denso e ricco romanzo è il racconto di uno stato in perenne conflitto, chiuso in una morsa di cui è vittima e carnefice. Si percepisce, tra realtà e intrecci romanzati, probabilmente la vera essenza di essa, un Paese costernato e in affanno a causa della brutalità, ma in cerca di pace e in attesa di riprendere in mano le glorie di una forte tradizione, dove l’intolleranza non è contemplata: «A un pennone davanti alla scuola sull’angolo era appesa la bandiera pachistana, verde con la mezzaluna e la stella. Una parte della bandiera era bianca per ricordare e onorare i cittadini non musulmani della regione». E lo fa creando un dipinto, pieno di richiami, dove traspaiono dolcezza, nostalgia, parole avvolte da una bravura profonda sia nel narrare gli avvenimenti che nel descrivere i personaggi e gli intrecci. L’autore lascia il tempo che tutto si riveli, anche quando i colpi di scena sono più tristi e violenti o più amorevoli e teneri. Un esempio è il rapporto che Nadeem Aslam crea tra Helen e Imran, un giovane proveniente dalle terre del Kashmir, con un passato travagliato e testimone anch’esso delle persecuzioni del Paese natio, che si ritroverà ad aiutare le donne a vivere in incognito quando inizierà la persecuzione di Lily, proprio a causa dell’intolleranza religiosa. «Non alzò gli occhi mentre lui si avvicinava e si fermava al suo fianco, i loro corpi che quasi si toccavano, il […]

... continua la lettura
Libri

Alessandro Orlandi e il suo saggio sul culto degli antenati nel mondo antico

Genius Familiaris, Genius Loci, Eggregori e forme pensiero- Culto degli antenati nel mondo antico e trasmissione iniziatica è un saggio del matematico, museologo e musicista Alessandro Orlandi, pubblicato dalla casa editrice napoletana Stamperia del Valentino, per la collana I Polifemi. Come c’ha lui stesso rivelato, questo lavoro nasce da un interesse di lunga data: «Si può dire che l’interesse per il culto degli antenati nel mondo antico e per la trasmissione iniziatica mi accompagni da quando ero adolescente. Verso i miei 13 anni mi capitò di leggere alcuni libri di Mircea Eliade e di René Guenon e, da allora, questa passione non mi ha più abbandonato» Nonostante la brevità, il saggio riesce a ripercorrere in maniera esaustiva i culti iniziatici e religiosi del mondo classico greco e romano, ma anche di altre civiltà del mondo antico. La struttura del saggio di Alessandro Orlandi sul culto degli antenati nel mondo antico Il saggio è basato su una ricerca che si muove in due direzioni. La prima descrive le differenze e le analogie dei culti degli antenati tra le civiltà del mondo antico; la seconda ruota intorno tre interrogativi: -Qual è il ruolo della Tradizione e dell’Iniziazione nelle grandi Tradizioni spirituali? -Si può ancora parlare di Tradizione e Iniziazione nel XXI secolo? -Come è cambiato il nostro modo di intendere la Tradizione e l’Iniziazione rispetto agli antichi culti misterici? Alessandro Orlandi segue queste due linee guida e risponde alle tre domande unendo alla minuzia accademica un tocco di misteriosa solennità, molto consona alla materia trattata.  I culti degli antenati nel mondo antico si legavano indissolubilmente alla sfera della morte ed erano caratterizzati da una complessità difficilmente comprensibile ai giorni nostri. Ai nostri occhi di uomini digitalizzati e razionalmente regolatori, questi culti potrebbero erroneamente sembrare il frutto di civiltà non sviluppate come la nostra, ma invece rivelano una profondità e una saggezza peculiari. Una saggezza frutto di culture che concepivano il mondo e la vita organicamente, come qualcosa di estremamente correlato tra loro. Principi diversi dagli schemi del pensiero occidentale moderno che invece tende a frammentare il mondo per poterlo successivamente dominare e regolare. Su questo punto, facendoci un esempio su un’antica tradizione romana, l’autore tende a precisare:«Ogni 110 anni i romani celebravano la festa dei Ludi saeculares, che segnava il chiudersi di un ciclo di generazioni e l’aprirsi di un altro, differentemente caratterizzato. Si festeggiava la generazione che aveva perso genitori, nonni e bisnonni, destinata ad aprire un nuovo ciclo. Si apriva il Mundus del Tarentum, sacrario sotterraneo sulla riva sinistra del Tevere, in cui era seppellito un altare dedicato a Dite e Proserpina sul quale un sacrificio notturno era dedicato a Llithie e alle Parche. La terza notte si sacrificava alla Terra madre. Nella cerimonia si evocava lo srotolarsi fatale dei fusi delle Parche. Il Mundus, creato alle origini di Roma con il compito di contenere un esemplare di tutto ciò che sarebbe servito in seguito alla vita della città, era anche una porta per gli Inferi, tra il mondo visibile […]

... continua la lettura